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Raccolta di testi in prosa di Livia
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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Itinerari

Itinerari

 

Itinerari, viaggi, città, ali. 

Mi devo concedere un viaggio.

Opaca, buia, solitaria, antipatica, scostante. 

"Se" me lo dicono, deve essere vero.

Sì, mi prenderò un biglietto per girarmi l’Europa, le sue città.

Ci vado in treno così perderò anche più tempo e sarà tempo di occhi, riflessioni, e persone con cui condivere l’angusto compartimento della mente.

Saranno itinerari non prestabiliti, solamente l’occasionalità dell’itinerario tracciata lungo la linea dei binari.

 

Vienna per esempio, raffinata, elegante e colma di suoni del passato. Vienna mi circonderebbe di prelibatezze, con la sua morbida torta Sachèr, i suoi violini dell’Opèra, i suoi azzurri laghi salisburghesi e l’aria leggera intrisa delle atmosfere da operetta e di musica classica.

 

E poi Amsterdam, brillante e trasgressiva, viva di notte e sempre scoppiettante, frizzante, dinamica. La capacità di accoglienza di Amsterdam è fantastica. Una città libera da pregiudizi e orpelli religiosi. Una città a luci rosse ma discrete.

 

Poi Berlino. Berlino dolente, Berlino che ti strappa il cuore con le sue macerie ricostruite, con le sue tende abbassate come se la guerra non fosse mai finita e un muro non fosse mai stato abbattuto. Berlino, due facce di una sola medaglia.

 

Parigi sarebbe d’obbligo, passando per Versailles, soavità e dolcezza. Luogo di fiori e profumi, di poesia e di cielo azzurro. Parigi d’Arte, il Louvre, la Gioconda e Velasquez coi suoi cavalli e cortigiani, Parigi che ti invita a pranzo in battello sulla Senna, che ti ubriaca di immagini e canzoni. Romanticismo... la vie en rose.

 

Io e la mi curiosità, senza guida Touring.

Ogni angolo una propria identità da appuntare sul taccuino. Città, persone, usanze. 

Il calore dell'accoglienza che noi umani non sappiamo più dare. 

Itinerario d’ali e sapori. 

 

(2008)

 

 

*

Ciao, Cesare

Ciao, Cesare

  

1950.  E’ l’anno della mia morte e non è casuale, sapete?

L’ho “scelta”.  Così come “loro”, le parole, hanno scelto me in vita.

Le parole…  ancora mi chiedo come io possa avvertire anche adesso il disastroso fascino della scrittura.  In questo ammasso di macerie che sono, so che la pioggia brilla di poesia persino nei vicoli più ciechi e infuocati del mondo.

E non è solo la mia voce, ma la voce di tutti quelli che percepiscono il respiro delle cose e per questo sempre a un passo dall’abisso. Dalla morte.

Oh, però le cose non sono mai o solo bianche o solo nere.

E’ il mondo, sapete, che non smette mai di tacere e non ha notti come queste,  non potrà mai  ingerire in un solo gesto tutto l’oblìo esistenziale, bevendosi  fino all’ultima goccia il suo amaro tormento.

La guerra fredda, gli scontri in Tibet, i fuochi aperti in Corea, Marais  e Cocteau, Orfeo il mito di Euridice,  Braque, Picasso, Sugar Ray,  il Maccartismo… che anno !

Il mondo si abbandona a se stesso e si lascia abbandonare.

 

Non so davvero se è un buon anno per morire ma questo è proprio il mio.

Eccole qui, dieci bustine di veleno per ogni dita.

Dieci dita che hanno scritto prima ancora sulla mia pelle, e forse anche sulla vostra, o almeno vorrei crederlo.  Vorrei credere di esser servito a qualcosa. A qualcuno.

Io, che non sono mai appartenuto a nessuno. Mai.

Se anche solo una briciola di bellezza, di emozione, è nata dalla mia penna, lo devo a voi. Voi, che per me non siete stati mai fantasmi ma una nebulosa umana fatta di carne e anima.

Voi, personaggi reali che siete entrati in questo mio inchiostro avvelenato di vita così sporco d’esistenza, denso, come un prezioso distillato. 

Di questo ho vissuto, di questo hanno narrato le mie dita. Grazie. Veramente. 

Ma non mi basta più.

Ho 42 anni ma ne ho mille in più di ieri.  

 

Fa caldo stanotte,  desidero la pioggia, una pioggia calda, leggera, quieta.  Qualcosa che parli piano nel buio…..avrei aspettato altre sei ore sotto la pioggia, se fosse venuta. Ma, perché adesso ? Ti rimetti a pensare  alla follia dei 17 anni, ad una promessa andata in fumo, al viso di una ballerina un po’ svagata ? Una infatuazione stupida, stupida come la mia timidezza.

Eppure è da lì che è sbucata fuori per la prima volta la Malinconia. Da una sera così, e sempre la pioggia a brillare di poesia e  miseria. Fradicio d’acqua e di delusione, che  poi tutti i miei amori sono stati roghi, che ti aspettavi ?

E a seguire, tutti i maledetti NO delle  mie donne, gli amori bruciati.  Quelli che ti lasciano dentro la morte insonne.

 

Tina dalla voce roca, la ribelle, la burrascosa Tina. Un temporale in piena estate, un pugno forte nel petto.

E Fernanda, l’allieva conosciuta durante una lezione di supplenza d’italiano, creatura curiosa, intelligente tanto da esserne, poi, diventato “geloso come un gorilla”, lei che lo aveva abbandonato come Tina al suo destino. La sua seconda croce.

Anche Bianca non l’aveva voluto; intensa, cocente sofferenza. Quante cene a parlare di letteratura e ad assaporare la sua anima “fatta di terra e di mare”! Bianca dal nome luminoso come una nuvola che passa e che non torna.

 

La sue muse, le sue donne, i suoi roghi, i sogni infranti.  Poi Costance, conosciuta per caso in un capodanno. Ed era solo l’anno scorso… perduta come le altre,  sul finire della vita. Sì, Connie, proprio tu,  “verrà la morte a avrà i tuoi occhi”.  I tuoi  bellissimi occhi.   

Scrivevo di voi, volevo essere salvato , volevo vivere.

Ma è lei che mi ha avuto. La Malinconia.  Dannata, insostenibile, Malinconia.

L’essere più fedele del mondo, colei che aveva sposato fin dai tempi del liceo classico, la mia sposa vestita di grigio…

 

La sua sposa vestita di nero, ora, adagiata nel letto accanto a lui, in una notte aperta sulle stelle dentro un’anonima camera d’albergo .  E Torino, anch’essa dentro una piazza troppo grande per prestare ascolto al suo ultimo grido. 

Notte calda, voci di ragazzi per strada.. che avrà la vita in serbo per loro ? Ora ridono e pensano di poter conquistare tutto , ma tutto fa schifo, tutto è disincanto, inumana stanchezza, solitudine. Niente !

Sei qui con me, Gaspare?  Chissà perché penso a te anche se la guerra è finita da poco, verrò a trovarti  piccolo eroe della Val d’Ossola,  dove hai seppellito il tuo riso, i tuoi 18 anni.    

Piccolo partigiano dalle grandi idee, tu che quando spiegavo  in classe mi leggevi negli occhi.  Tu non hai venduto la tua idea per campare un po’ meglio, ma sai, anch’io dopo… dopo ho detto  no, che non potevo piegarmi mai più ai compromessi. Nemmeno adesso.

E’ che si capisce la vita solo quando questa ti bussa forte alla porta per riavere indietro i suoi crediti.  Ho pagato come ho potuto, ogni giorno la mia anima bruciava sempre un poco, produceva cenere e nient’altro.

 

Una malattia strana il mal di vivere, basta un soffio di vento a spazzar via apparenze e fortezze. Non mi è mancato niente, il carcere, il confino e queste indicibili  mani.  Dannato vizio, amavo troppo la letteratura per fermarmi solo a leggere, a tradurre…dovevo, sentivo, capivo che le mie dita volevano qualcosa di più, forse volevano aggrapparsi al cielo o alla nuda terra, non so, ma sentivo che dovevo scrivere. Come tu dovevi combattere.

Ci ho provato, Gaspare,  fin da quando me ne andavo sulle rive del Belbo a guardare la valle, ad annusare l’aria di primavera.

Il soffitto di questa stanza non esiste, è un affresco della memoria che mi cava gli occhi dalla testa per volare sulle colline delle Langhe. Questo è il ricordo che voglio tenermi negli occhi prima di chiuderli.  

Io che ho sempre visto il mondo rotondo, come una casa sempre aperta, ora so che la mia terra è un’immagine che stinge un poco il mio male.

E’ quasi dolce, mi sembra di annullare ogni tempo, ogni distanza… io che corro fra le vigne allineate, le mie gambette infantili arruffarsi nei prati dintorno al Cascinale, la polenta come una luna rotonda e gialla, i cortili e gli orti d’estate, i tetti a colombaia e  quell’attimo di curiosità stupita quando appoggiavo l’orecchio sul tubo del telegrafo per sentire il ronzìo dell’elettricità, e la neve quando cade lenta e copre ogni macchia di colore, ogni dolore.

 

E’ una terra di sangue, la mia, una terra partigiana e non l’ho mai scordato questo, mai,  ma stanotte sono io bambino che voglio portar via con me, oltre questo soffitto.

E’ lui che vorrei salvare da tutto questo macello di vita irrisolta.

Fra poco avrò annullato la distanza che mi separa dalla luna.

Questa è una luna senza falò.

Non mi fa paura morire, sapete ?  Mi fa paura vivere così, come un naufrago che si spinge al largo e non cerca la riva.

Cosa vorrei lasciarvi ? …  questo, semplicemente questo:“  Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”

Ora lasciatemi dormire, e non dite che non vi ho avvertito. La mia è solo una storia come un’altra. Una storia perbene finita un po’ male. Una notte come tante, è la fine dell’estate del 1950.

Ciao Cesare.

 

 

E Cesare perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina,

e rimane lì, a bagnarsi ancora un po’, e il tram di mezzanotte se ne va

ma tutto questo Alice non lo sa.

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" Alice guarda i gatti - Francesco De Gregori”

  

NDA:

 

Omaggio a Cesare Pavese morto suicida in una stanza d’albergo di Torino la notte del 27 agosto 1950. Venne trovato disteso sul letto dopo aver ingerito più di 10 bustine di barbiturici.

le citazioni virgolettate  sono sue espresse parole o titoli di poesie da lui scritte.

De Gregori scrisse la canzone “Alice guarda i gatti” ricordando come Pavese rimase per sei ore dentro un bar ad aspettare una ballerina  di cui si era innamorato e che non andò mai all’appuntamento.

 

(2015)

 

 

*

La donna degli astragali

La donna degli astragali 

  

Oggi

Guardava il tempo senza occhi perché il tempo era divenuto solo un concetto astratto per lui.  Si sentiva una pietra aguzza su cui l’acqua poteva scivolare persino dal basso all’alto, senza poterlo scuotere da quella specie di torpore insano pur tuttavia protettivo.
La sua stanza era crepata in più punti, effetto dei suoi nervi ottici, che non avevano la stessa capacità di sedimentazione della sua coscienza. Erano fibre cellulari che andavano per conto loro e come impazziti parevano soverchiarlo in quella insolita immagine che gli era apparsa dal nulla.

Da quella finestra senza ormai alcun contorno, una giovane donna camminava sulla spiaggia nel crepuscolo serale. Una tunica bianca, i lunghi capelli sciolti, l’incedere aggraziato pareva così assorta e lieve da sembrare una visione. I suoi piedi nudi ricalcavano nella rena l’impronta delle sue piccole orme che l’acqua , con moto altrettanto lieve, accarezzava e subito dopo cancellava.

Chiuse gli occhi.
Era un sogno, uno di quei sogni che la sua veggenza poteva dargli solo nei giorni ispirati.
Li riaprì subito dopo ma lei era ancora lì sotto. Dannazione!  
Pochi metri di distanza. Si tranquillizzò, non poteva vederlo dalla spiaggia. Del resto lui era lontano mille miglia dalla vita, dalla sua stessa vita, mentre quella figura di donna era un’immagine materiale e presente.

La donna improvvisamente si fermò.
Volse lo sguardo verso la sua dimora disabitata come attratta da una forza inspiegabile.
Lui trattenne il respiro. Non voleva essere visto. Non voleva, non doveva  essere violato nella sua immota staticità, clessidra compresa.
Pregò silenziosamente.

Và via, vattene via… forza vai...

Il lupo che digrignava i denti serrando le mascelle fino a mordersi.
Ma non poteva muoversi.
Era come incatenato a quella figura appena sfumata nella penombra della sera.

La donna estrarre dalla tunica una manciata di sassolini, quasi con aria sospesa.
Si inginocchiò sulla sabbia e li sparse con un gesto rituale vicino ai suoi piedi nudi.
Stette pochissimi attimi ad osservare, poi con gesto lento volse deliberatamente il viso verso la sua finestra buia e…gli sorrise.
Era certo che adesso si sarebbe incamminata verso di lui. Quella donna non era lì per caso.
Socchiuse gli occhi.
Era tutto un sogno o un dannato intrigo.

Quando riemerse dalla sua coltre annebbiata la donna non c’era più.
Svanita. Svanita come l’essenza di un profumo evanescente lasciato nell’aria.
Sulla sabbia solo quattro ossicini cubici, di cui non conosceva la fattura. E Tutti rivolti verso la stessa faccia, come lati uguali di un dado.
Attonito rimase a guardare l’onda che andava morendo sulla rena.
Le piccole orme femminili erano rimaste disegnate, appese al filo impercettibile della luce del tramonto. L’acqua non le aveva cancellate.

Il segno indelebile della vita, del percorso.
Il segno dell’anima rinascente.



1324  A.C. - Tebe

Giocavo spesso con le mie sorelle agli astragali.
Quei doni che nei corredi funerari venivano offerti alle divinità nei templi sacri.
Erano predizioni per il futuro e nella mia terra calda e fertile tutti guardavano al destino come al proprio traguardo celeste. Il compimento di un percorso oltre la vita terrena.
Il soffio eterno per attraversare la luce traghettandola oltre le ombre caduche della vita materiale.

Mio padre era l’umile uomo della terra e io imparavo da lui i segreti semplici e antichi della natura.
Il Nilo era l’azzurro della mia anima espansa.
Un luogo lacustre e immemore che dava ricchezza e pienezza al senso della vita. Sapevo che le sue acque mi avrebbero accompagnato anche dopo. Dopo la mia morte.

Era tutto scritto lì, nella magia degli astragali. Ogni volta il verdetto era univoco.
L’acqua e un volto d’uomo. Una vita da resuscitare, una vita da salvare.
Un uomo senza lineamenti, senza un nome, senza un’apparente sostanza. Un’ombra.

Io che amavo tutto ciò che era limpido, solare e semplice.
Raniya era il mio nome. Morii nell’anno 1262, sotto il regno di Ramses II

 

 

(2005)

 

 

 

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Azzurro funebre

 

Azzurro funebre 

 

Era il viso di un combattente.

Nella penombra azzurrina quell’espressione scultorea giaceva immobile da 600 anni.

Immobili le membra, una volta ardite e scattanti. La dura disciplina alle arti di guerra lo avevano forgiato ai rigori delle campagne belliche, alle lunghe e rovinose giornate di battaglie, alla resistenza, al pericolo e alle mille insidie ed agguati degli eserciti nemici.    

 

Era il viso di un comandante d’armata che un abile scultore, probabile discepolo di Leonardo, aveva immortalato nella sua ultima impronta di giovinezza. La morte lo aveva colto nelle campagne di Ravenna nel 1512  mentre inseguiva un drappello di nemici.

Nel giorno di Pasqua di Resurrezione.

Tragico paradosso evocativo, che aveva spezzato per sempre la vita di un uomo.

 

Ma qualcosa in quel sonno reso eterno, rendeva il suo viso vulnerabile. Tenero, bello, dolce. Le labbra piene quasi morbide sembravano palpitare ancora di vita nonostante gli occhi fossero chiusi, come in attesa di risvegliarsi da un brutto sogno, come se la morte fosse solo l’invenzione di un artista scultore.

 

Mi avvicinai, attratta da quella luce filtrante e senza rendermene conto mi chinai e lo baciai.

Baciai le labbra di Gaston de Foix.

  

(2010) 

  

https://www.alamy.it/il-monumento-funebre-a-gaston-de-foix-comandante-dell-esercito-francese-ucciso-a-ravenna-nel-1512-fu-scolpito-da-agostino-busti-chiamato-il-bambaja-c-1480-1548-xv-secolo-nel-museo-di-arte-antica-del-castello-sforzesco-castello-sforzesco-di-milano-italia-image223588448.html

 

 

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Chiudi gli occhi

Chiudi gli occhi 

"è sufficiente che un uomo chiuda gli occhi

perchè abbia il potere di far saltare

nel suo pensiero il mondo"

(Octavio Paz)

 

Sì, è sufficiente che un uomo chiuda gli occhi per far saltare nel suo pensiero il mondo, mio caro poeta, carissimo Octavio Paz.

Nessuno ci insegna a pensare come ci insegna a scrivere.

Non si sillaba un pensiero, tutto entra da quella strana porta, più spesso socchiusa che spalancata, centellina la luce in grani e la forza è lì dentro, in quel piccolo involucro di mondo. Se tu la vedi, sei un gigante.  

 

Così, io t’immagino, nel mio pensiero.

 

Che t’incammini in un giorno qualunque, all’improvviso come Gesù sul sentiero degli abissi. Cerchi una via di luce, un terreno iniziatico, coordinate verso il nuovo mondo.

Poi chiudi gi occhi.

Sapevi ascoltare nelle tue vite antiche gli umori della gente.

Una volta sapevi ascoltare.

 
E dalla barca guardavi lontano il tuo mondo. L’imbrunire della costa rivelava la sottile linea di terra che ti sfumava davanti,  bruna e compatta e con le dita la disegnavi intera stringendo a te di notte solo il lamento dell’acqua.


Ecco, la vedi appena tua madre col saluto impacciato, i suoi occhi dorati, due iridi bionde mentre i tuoi, randagi e tristi si aggirano ancora incerti, spauriti verso l'orizzonte.

Quando farai ritorno... 

 

 

(2013 rielab.)

 

 

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Okeanos

Okèanos     

  

Io rabbrividivo in quelle notti.

Erano notti strane, così densamente cariche di stelle da sentirmene tramortita.

Le ho sempre ritagliate sotto tutti i cieli che abbiamo visto.

Che abbiamo visto io e mio padre sul nostro ”Okèanos”.

 

Viaggiavamo d’estate, l’unico momento in cui lui era davvero presente a me.

Lontano da quelle sue donne mascherate, una più appariscente dell’altra, una più invadente dell’altra. Le sue giovani amanti che detestavo con tutta la cordialità del mio essere femmina.   

Ho sempre pensato che anche lui avesse bisogno ogni tanto di un po’ di solitudine e quel mese di agosto era per me l’unico momento in cui potessi dire di avere accanto una famiglia.

Io e lui.

Una famiglia. Suonerebbe come una magnifica parola. Una specie di integrazione tra individui vincolati da legami più o meno forti. Ma di forte, quelle estati, era solo l’emozione di poterlo chiamare... papà…

 

E’ una parola che anche ora non sussurro mai. La penso e basta.

Mi commuovo ma è solo tristezza  al ricordo della sua perfetta vulnerabilità di uomo imperfetto. Alla sua caparbia incapacità di sentirsi padre con la puntuale presunzione manageriale di poter capire un’adolescente di 14 anni  con tutti i suoi casini.

La ricchezza non contava niente per me, ma per lui era, ed è sempre stata, un simbolo di potere di autorità, di prestigio. Lui comprava tutto. Penso che fosse davvero bravo in questo, era bravo a comprare la gente. Ma soprattutto era bravo a governare la barca.

 

L’”Okèanos” era una bella  imbarcazione di 12 metri, di colore grigio-verde. Mio padre, adorava il mare e mi trasmise quell’imprescindibile amore per tutto ciò che è aperto, azzurro, immenso e tempestoso. E il volo dei gabbiani, la libertà dei delfini, la sottigliezza del calore del sole, l’irrequietezza del vento, la sua intima vibrazione. Presi ad amare il maestrale, il gran maestro dei venti, quel regale e tempestoso “accadere” che rendeva ogni cosa minima e superflua.

Allora, io mi innamoravo di tutto.

E mi lasciavo innamorare di tutte le cose quiete e inquiete della natura. Erano le mie ombre casalinghe, le mie pareti, le mie vie di fuga.  

 

E in quelle estati in cui rabbrividivo al buio… in quelle estati, io sentivo di non poter stare rinchiusa nella mia vita dorata, fatta di tutto e fatta di niente.

E pensavo a mia madre. Ferma sulla spiaggia, i suoi lunghi capelli avviluppati alle mie piccole mani avvinghiate al suo odore di donna, al calore del suo seno.

Era l’unico ricordo che avessi. Potevo avere tre anni, non so. Ma io la ricordavo solo così.

Una goccia di sole, di caldo, di forte. Protezione, prima del grande freddo. 

 

Al buio di quelle splendide notti stellate, sdraiata sul ponte dell’Okèanos, con un vecchio maglione, dei jeans scoloriti e un libro di astronomia passavo l’intera notte a guardare le stelle. E solo lo sciabordìo dell’acqua mi faceva compagnia perché mio padre se ne stava sempre sotto a leggere le sue fredde statistiche finanziarie.

 

Guardavo le stelle.

Le sentivo pulsare di vita. Le guardavo come avessi davanti la “mia” vita.

E nell’ombra, sotto un cielo che sembrava dipinto, sfogliavo quel libro  per cercare il nome di quei diamanti indistinti sparsi nel cosmo. Gli antichi avevano affidato all’eternità tutti i loro nomi, le leggende, gli amori e i lutti di dèi ed eroine, come fossero davvero persone, anime, cuori.  

Nell’ombra sfogliavo i miei occhi ritagliando stella per stella, sussurrando costellazione per costellazione. Quasi una cantilena…  

 

Pegasus …Camelopardalis …Cygnus…Vega…Betelgeus …Andromeda…

 

Così, nel chiarore lunare che bagnava d’argento le onde, sentivo di essere qualcosa, qualcuno.

Che pulsavo di vita, di energia, di armonia. Che nonostante la solitudine, io esistevo ed ero piena d’amore nonostante ne avessi mai goduto.

Ma ero ancora implosa e il desiderio di esternare le mie pulsioni emotive e affettive era così compresso e represso da farmi rabbrividire.

Quella massa era tuttavia lì, dentro di me. Sarebbe germogliata molto tempo dopo.    

 

- cretina è solo freddo, quando la marea si alza cambiano anche i venti – mi dicevo

 

L’anno dopo mio padre morì d’infarto.

 

E io …?

 

E io non avrei mai più avuto 14 anni.

E io non avrei più guardato le stelle senza riconoscerne le sembianze, costellazione per costellazione.  Ormai le avevo scoperte già tutte.

E non avrei mai più amato così intensamente tutto quell’immenso che ho visto e magari solo immaginato, che ho imparato, sfogliandomi nel buio di quelle brevi notti d’estate.

Non avrei mai più amato così intensamente e così dolorosamente tutto quell’azzurro mare.

 

 

(racconto immaginario)

 

 

  

 

 

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Il lago era di un colore blu petrolio

Il lago era di un colore blu petrolio

 

Il temporale aveva imperversato per tutta la valle coprendo di una pioggia leggera i prati verdi del palazzo. L’erba bagnata pareva scintillare sotto un timido sole, apparso dietro la cortina di nuvole appena disciolte.

Francesco, lo sguardo corrugato, osservava dalla finestra la bella fontana zampillare sulle vasche di travertino, quasi centellinando goccia dopo goccia, al pari dei suoi pensieri, pensieri carichi di oscuri presagi.

All’età di 84 anni la sua vita conservava ancora il potere di condizionare e controllare l’importanza di determinate scelte.  Lucido e in buona salute, sì, però dentro si sentiva così infinitamente solo, solo  e vecchio.

L’amata moglie, morta sedici anni prima, aveva condiviso l’amore per quel palazzo, dono di nozze della madre di lui, ma solo per un tratto della loro vita coniugale.

 

Lei aveva sempre amato quelle montagne e il lago, che ora, dopo il temporale sembrava di un blu petrolio. Poi, improvvisamente e con graduale distacco aveva preso a viaggiare per l’Europa, separandosi dalla sua vita e dal suo mondo, colmo di doveri ed obblighi. Lei non avvezza al palcoscenico aristocratico, aveva alla fine deciso di seguire la propria indipendenza, la propria autonomia, era sempre stata uno spirito ribelle, determinato.

Lui l’aveva amata molto, al di là delle tante amanti con cui si era intrattenuto.

La morte del loro unico figlio maschio, morto suicida, li aveva in qualche modo divisi per sempre. Solo il bene, l’affetto, continuava a tenere insieme quel legame. Le molte lettere che riceveva da lei, ora da Corfù, ora dal Mar Jonio o dalla Germania, dall’Italia e dalla Svizzera erano tutte venate di una fraterna dolcezza.  

L’ultima lettera gliela aveva spedita dal lago di Ginevra confidandogli che non era mai stata così bene, dopo una lunghissima passeggiata sul lungolago sotto i raggi  ancora tiepidi di un sole settembrino.

Poi… poi, era successa la disgrazia…

 

Francesco si riscosse, i ricordi ultimamente riaffioravano nei momenti più strani.

Tornò alla scrivania dando le spalle alla finestra, si accomodò su una poltroncina e nel silenzio più assoluto prese a leggere il manoscritto che aveva vergato di suo pugno poche ore prima.

Prese la penna e la intinse nel calamaio senza un attimo di esitazione. Firmò velocemente col suo altisonante nome e cognome.

Era il 28 Luglio 1914.

L’Austria aveva appena dichiarato guerra alla Serbia.

 

 

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Nda:

Con quell’atto sottoscritto proprio presso il palazzo di Bad Ischl  (laghi salisburghesi) lil 28 luglio del ’14, l’Imperatore d’Austria, Francesco Giuseppe, all’età di 84 anni  firmò la dichiarazione di guerra contro la Serbia, dando inizio alla 1^ guerra mondiale e firmando egli stesso la caduta dell’Impero austro-ungarico. Lasciò Bad Ischl il giorno successivo e non vi ritornò più. Morì 2 anni dopo nel 1916.

18 anni prima, sua moglie Sissi (Elisabetta di Baviera) che aveva preso a viaggiare per l’Europa, affrancandosi dalla vita di corte e dal marito, fu assassinata da un anarchico italiano sulle rive del lago di Ginevra mentre stava imbarcandosi su un battello.

Rodolfo, fu l’unico infelice figlio maschio della coppia. Morì suicida insieme alla sua amante, Maria Vetsera, nel casino di caccia di Mayerling, nel 1889.

 

 

 

  

 

 

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Storie di alveari

Storie di alveari

 

Dice che c’è un uomo in casa….dice che devo mandarlo via….sono io quell’uomo.

 

Il Signor Edoardo quasi piangeva. Il suo viso rugoso segnato dalla vicissitudini di guerra e dalla fatica conteneva a stento tutto il suo dolore.  Si capiva che era trattenuto, che se fosse crollato avrebbe rotto gli argini. E parlava sottovoce, tanto che dovevo davvero tendere le orecchie, perché lei, Adelina, la moglie, non lo sentisse. Ma cosa poteva capire una donna ormai centrifugata nel labirinto dell’Alzahimer, che vedeva fantasmi inesistenti persino in casa sua?

 

Il dottore dice che la devo mettere in un casa di riposo, che non posso reggere ancora a lungo questo peso… ma come faccio io a dirglielo, come faccio dopo 40 anni di vita insieme ? Come faccio ?

 

Istintivamente gli afferrai le mani, come si fa per calmare il tremito di un bambino.

Non lo conoscevo nemmeno il Sig. Edoardo. Ci si incontrava nel palazzo le poche volte incrociando le nostre vite sulle scale. Solo buongiorno e buonasera, in questi alveari maledetti così anonimi, così zeppi di gente, di storie, di risate e di dolori.

 

Parlava, sentivo quel colosso d’uomo barcollare moralmente sotto il mio peso, troppo fragile per sostenerlo, per sostenere quella scorza forte di ex-partigiano. Si sapeva che aveva combattuto in montagna meritandosi persino una medaglia al valore. Lui, la roccia. Lui che aveva attraversato il tempo per sposare Adelina, la sua bellissima sposa bambina.

 

Vent’anni di differenza fra i due, e Adelina era ancora una bellissima donna di 60 anni. Una malattia arrivata troppo presto.  La vita dà, la vita prende.

Quando ti presenta il conto non è detto che tutti si riesca a pagare la cifra finale.

 

Il giorno dopo seppi che il Sig. Edoardo si era tolto la vita e che Adelina era stata messa in una casa di riposo.

 

 

 

*

Fra la scrittura e la vita

 

Poi ci sei tu – (fra la scrittura e la vita)

 

C'è un momento che sembra quasi perfetto, assolutamente inafferrabile.
C'è il silenzio avvolgente delle parole che entrano morbide o asciutte per depositarsi nell'emozione, nella coscienza,  una piazza di voci che vuole uscire dalle frasi, dai capoversi nel proprio diritto di autoaffermazione, personaggi che ti prendono per mano o ti scuotono quasi volessero inchiodare la tua attenzione sul loro piano esistenzialista di -essere creati- quasi non volessero staccarsi mai dalle tue pupille.

Poi ci sei tu, 
fra la scrittura e la vita ci sei tu.
Tu, che nei libri hai provato ad arrivare ai confini del mondo attraversando epoche antiche o aliene, ottocentesche e futuristiche,  tu che hai percorso infinità di chilometri a piedi, restando perfettamente immobile. Hai provato la vertigine di un viaggio in Transiberiana o in una baleniera nei mari del nord, sempre tu, che, come l'esploratore, hai guardato in faccia le ferite e i sorrisi degli eroi e dei fasulli, della gente perbene e dei corrotti. Della gente. Lì dove tutto è reale e i personaggi sbiadendo diventano persone. Li hai guardati negli occhi, presenti e assenti, conosci le loro mani, sei in grado di comprendere. Semplicemente. Bugìe e verità.


Perché ci perdiamo nei loro viaggi al centro delle cose? 

Io non lo so, non ho risposte né per me, né per te.
Hai imparato, lungo le vie della conoscenza, ad amare le parole persino quelle ostili, a distinguere realtà e surrealtà. Hai imparato a leggere là dove l'invisibile scrive sotto riga, ove tutto è evidente ed ogni senso diventa un tuo senso. Hai imparato a scrivere come fosse il primo giorno, mettendo esattamente la realtà dentro l’immaginazione. Chi potrà mai capirlo?

Anche se non ci sarò, io ti seguo da sempre e per sempre.

 

 

*

Tema in classe

 

Ho scritto una schiocchezza ovviamente, ma è il modo di riconoscere l'importanza vitale della scuola. Si legge di un incremento dell'abbandono scolastico, i nuovi tempi rivelano come si stiano anche dimenticando le regole più comuni dello scrivere.

Vedere certi errori grammaticali in chi si dice narratore o poeta mi fa sorridere di una malinconia velata. Sono cambiati pure i testi scolastici, son stati relegati all'oblio libri come il -libro cuore- di De Amicis, un testo di puro spirito che rappresentava quel sano e pulito principio di educazione al sentimento.

L'educazione alla parola, alla lettura è sempre più veicolata dai social, che non rinnego, perchè sostengo da sempre che bisogna guardare avanti, al nuovo, al diverso. Aprirsi alle nuove idee, alle nuove avanguardie senza però tralasciare la struttura della nostra lingua italiana, i classici della ns. letteratura, le forme grammaticali e lessicali che possono arricchire la nostra stessa parola e rendere una scrittura una scrittura davvero interessante. 

 

 

TEMA IN CLASSE

DESCRIVI QUELLO CHE VEDI DALLA TUA FINESTRA

cerauna volta un corvo, che non era mica un corvo
erasolo un girasolo diun corvo
che sembrava un merlio ma non avevail beco giallo
e allora doveva esereun corvo perforza
quel corvo lì aveva preso un ramo per farciun nido
e ci metevanel nido atnte briciole di pane
perchè pensava alinverno che c'era feddo e che
lui nonpoteva più cantare senza mamngiare,
però non pensava che i talialegna avrebero taliato l'albero
così un giorno che lo fecero
si trovò senzanidoe senzapane e non a cantò nemmeno più.
Io il corvol'avevochiamato mellanzana

perchèmi sembrava una femina  e aveva unala dalriflesso così.

fine

 

uffaa...  che fatica è scrivereil tema

pero /speriamo che me la cavo /

che quando vene la maestra
e mi guarda ilcompito
e si vede queti rerori
chiama la mamma e dice
-sua filia è una asino-
che se non me la cavo
mi toca di andare a lavoraer
come Piero che è finito con le mani
soto la pressa egli devono persinodare da manngiare.

 

 nota:

-io speriamo che me la cavo - è il titolo di un libro di M.D'Orta-  

 

 

     

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Sesta estinzione di massa

 

https://www.nationalgeographic.it/national-geographic-fest-2023-come-fermare-la-sesta-estinzione-di-massa

 

Sesta estinzione di massa 

 

Nè primi nè ultimi, anelli  blasfemi di un linguaggio che non riusciamo ad elevare ed è per questo, semplicemente, che moriremo.  Nessuna stramba filosofia, religione o scienza dal monolite intaccato dalla scimmia, scivolati senza alcuna odissea o navicella lungo il cono oscuro dell'inferno.

Le città si son chiamate Babele, Gerusalemme, New-York e le croci han portato nomi pur diversi da Gesù Cristo.

Le lacrime non han retto gli argini del tempo, scorrono oggi fra i due mondi, uguali.

Fiumi di veleni, mozziconi di candele accese in chiese dove non sosterebbe alcun dio, ma forse è vero che  le Madonne mute inviano messaggi di apocalisse ai più puri e semplici di cuore, analfabeti o pastori o un qualunque nessuno perché noi non riusciamo più a parlare.

 Ti dico, resisti, ama la forza della parola,  inventati il sole per quando farà buio perché farà buio presto, e freddo, poi parlami come vuoi, come senti, possibilmente con un po' di bene in quei giardini dove mi è mancato il concime e la pazienza… prima che tutto svanisca in polvere.

 

 

 

 

*

La mia musa si chiama tarzan.leopardi

La mia musa si chiama Tarzan_Leopardi

 

Oh, io ti conosco ombra lunga della notte, ombra dalle mille dita, millepiedi e porcospino,

mercurio alato dalle ali di cristallo.

Lo  so, hai labbra bastarde e belle quando vai di notte a spegnere ubriachi fuochi nelle tende,

quando ti trascini addosso il manto argenteo delle stelle seducendo complici pianeti,

i cerchi di Saturno fra le dita o come aureole di fiamme sulle spalle, lingua d’ambrato caramello,

sei l’occulto lato di moneta.

 

Esattamente tu

 

dai passi trasparenti, ineludibili per me che sono polvere di terra.

Conosco le tue orme ad occhi chiusi, retaggio di antichi dèi e adesso tu, mia Musa,  dico a te, speciale, tarzan_leopardi, un po’ animale, un po' dio, un po’ così, un po’ mio, protendi i lunghi rami nei tuoi inchiostri raffinati vomitando tenebra e parole da quel primo giorno antico, tu eternamente confinato nella guerra fra vento e tempesta.

Candido Peccato, Uomo, Anima, se esisti come sei davvero?

Non dirmelo, lo so.

Lo so da sempre. Sei lo spirito delle mie parole, fiammelle  dentro gli occhi mi sguinzagli

ebbro dialogo di tutti i miei pensieri, foglie e respiro degli autunni, dannatissimo Tarzan e poi

anche dannatissimo Leopardi.

Negli occhi, disegnando un quadro d’autore,  tu e la foglia e non so chi fosse, m’hai preso il cuore in quella strada seguendo te e il suo volteggio disperato sulla via, e quanto e tutto il pianto della pioggia. 

Dannatissimo tu, chiunque tu sia, o da dove vieni, o vai, o mai esisterai, tu pazzo pazzo equilibrista. Mia musa inesistente.

 

 

 

 

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Colors

Colors

  

La nebbia avvolge il porto.
I lampioni dabbasso velano una luce tiepida, giallastra sui tremolii dell’acqua color nero petrolio.
E’ una notte di fantasmi. Hanno i volti, le sembianza del nulla e del tutto sui miei specchi. Ne avverto la penetrante densità. Le voci assenti, la bocca dolce.
Ne avverto le lacrime, il loro sale sulle mie labbra.
Il bacio.


Parlano con voce melodiosa, suadente, suonano Mozart e Miles Davis contemporaneamente, citano Bukowski e Leopardi seminando biancospini sulla luna, pitturano gli occhi ad una immaginaria eterea Jeanne Modì facendo sesso sfrenato con Jessica Rabbit.
Io resto sempre indefinita, una cornice che immagina il suo quadro.

Il suo quadro che cambia di colori e sfumature ogni giorno, ogni giorno, in cui passo la trementina e

un colpo di pennello a intessere di luce ed ombre un contorno, una vita di figure, di idee, un paesaggio

che mi assomiglia. 

Hai ragione, è una città invisibile. La mia.


La nebbia poi si alza e fra poco potrebbe apparire l’indicibile marina argentata di Manet o la furiosa tempesta di Backhuysen.
Tutto mi resta appeso agli occhi, come gocce di luce, di vita, di morte.
Cose così.
Cose così grandi, e cose così piccole.
Così…camminare.
Nel giorno, nel sogno.
E scrivo.