chiudi | stampa

Raccolta di testi in prosa di Luciano Nanni
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Indagine sul male assoluto

I
   Esistono creature che già alla nascita portano un marchio d’infamia e non è possibile modificare la loro natura.
    Io sarei una di quelle creature, anzi la peggiore a sentire il professor Albert von Geister.
    Conobbi Albert (d’ora in poi userò il nome) durante una sua lezione sullo spiritismo.
    Una donna disse di aver parlato con il figlio morto.
    Io feci notare che le sedute spiritiche si svolgevano al buio e senza alcun controllo scientifico.
    Finita la lezione mi avvicinai ad Albert per esprimergli il mio parere: lui precisò di essere uno psicanalista ma di interessarsi anche di materie non convenzionali, ad esempio la grafologia.
    “Ah,” esclamai “alcuni anni fa consultai il manuale di padre Moretti.”
    “E io ho seguito i corsi di un suo allievo: lei si è mai sottoposto a un esame grafologico?”
    “Sì, una volta, scrissi alla rubrica di un periodico.”
    “E che risposta ne ha avuto?”
    “Che i miei ideali sono elevati, ma oscuri legami mi impediscono di essere spontaneo.”
    Albert sembrò perplesso, poi riprese:
    “Forse le piacerebbe sapere quali sono questi oscuri legami: se viene a trovarmi le farò io un esame come si deve.”
    Gli feci presente che vivevo di una modesta pensione e non avevo denaro per cose superflue.
    “Ma sarà a titolo gratuito, mi incuriosisce quella risposta: le può andar bene venerdì pomeriggio verso le cinque?”
    Accennai di sì, allora lui mi porse un cartoncino con la raccomandazione di portare un mio scritto recente e dopo un cenno di saluto se ne andò.
    Guardai il biglietto da visita: nelle due righe superiori Albert L. von Geister | Harvard University, al centro una specie di simbolo nazista, e in fondo via Capitello 18.
    Mi pentii di aver acconsentito, ma non c’era un numero telefonico e io per principio mantengo fede alle promesse, perciò decisi di recarmi all’appuntamento.

                                (continua)


*

Il Sognatore

IL SOGNATORE

 

         Mi chiamo Luca Nain. Per oltre mezzo secolo ho svolto le mansioni di ricercatore presso l’istituto di psichiatria comparata. A quel tempo non esistevano i computer, e i casi clinici che ci sottoponevano erano raffrontati sulla base di annali e regesti che riportavano i casi già accaduti. Nel mio lavoro fui avvantaggiato essendo dotato di una forte memoria, ora indebolita causa l’età. Per questo motivo venni assunto ancor fresco di laurea. L’istituto era diretto dal professor Anton S. Weber, col quale sostenni l’esame. Se stendo la presente relazione è perché, secondo il parere dei medici, mi resta poco da vivere, un mese o forse più. Purtroppo l’unico che potrebbe confermare quanto andrò scrivendo, l’assistente Joseph Arden, è deceduto tre anni or sono, e i documenti sul caso andarono distrutti nel corso di un incendio.

         Era l’estate del 1952. Avevo rotto i rapporti con Joseph per colpa di un opuscolo, pubblicato per ottenere punteggio, ove esponevo la mia teoria sui mondi di fantasia che taluni malati di mente, specialmente schizofrenici, erano in grado di creare senza mai cadere in contraddizione nel ripeterne i particolari. Più tardi dimostrai a Joseph che le informazioni non venivano da lui; riconobbe di aver torto e divenne il mio braccio destro.

         Mi trovavo in vacanza in una località tra le colline di B. ad alcune miglia fuori città, un posto appartato e quasi ignorato dal grande turismo. Ero pensionante in casa di una signora che, avendo perso il marito in giovane età, cercava di arrotondare il suo magro bilancio. Là facevo lunghe passeggiate, contemplavo il paesaggio di boschi e vigneti, suggestivo al punto che abbozzai un poema in esametri ispirato all’uva, i cui chicchi paragonai a perle o sfere d’oro, né ricordo altro di quei versi, credo siano finiti in qualche cassetto e poi dispersi. Durante le mie escursioni cercavo di capire come potesse la mente umana elaborare scene irreali o assurde, e mi era venuta la bizzarra idea che fosse possibile riprodurle, non so in che modo.

         La signora mi recapitò un telegramma del professor Weber che ingiungeva di tornare all’istituto poiché dovevo occuparmi di un caso piuttosto singolare che non rientrava nelle competenze del personale generico, perciò presi il primo mezzo per la città e il giorno seguente mi recai al reparto.

         Per prima cosa lessi il resoconto del primario, in sintesi quanto segue. Sei giorni prima era stato rinvenuto in un giardino pubblico un uomo di mezza età, in apparenza privo di sensi. Giaceva riverso, completamente nudo e col corpo cosparso di una sostanza acquosa che a successive analisi risultò essere liquido amniotico. Portato al pronto soccorso e prestate le prime cure parve riprendersi da una specie di torpore, ma non rispondeva alle domande e nemmeno dava l’impressione di capirle. Pensando che si trattasse di un malato mentale e non avendo riscontrato sul corpo ferite o traumi, fu trasferito all’istituto dove lo avevano sottoposto a ulteriori accertamenti senza trovare niente di anormale. Da notare però alcune caratteristiche: carnagione opaca esente da impurità e capelli chiari; tra l’altro si capì che mal sopportava la luce troppo intensa. Si era anche ipotizzato un caso di catatonia, cioè quello stato morboso per cui un paziente non reagisce agli stimoli, ma la congettura risultò poco convincente perché gli occhi di un celeste pallido mandavano a intervalli lampi di intelligenza quasi volessero interrogare; inesplicabile poi la presenza di liquido amniotico, infatti le ricerche in ospedali e strutture sanitarie non approdarono ad alcun esito. Lo nutrirono per flebo e il terzo giorno riuscì a stare in piedi, ma non si muoveva da solo né mostrava qualche emozione.

         Passai diverse ore a consultare tomi di psichiatria, finché mi resi conto che il caso non apparteneva a quel campo e neanche alla fisiologia in genere, perciò accompagnato da un infermiere andai a visitare il soggetto di persona.

         Nel registro l’uomo era designato con la lettera U. per significare identità sconosciuta e per tutto il tempo in cui si svolse la strana vicenda la quinta vocale fu il suo nome. Era sistemato in una stanza speciale senza finestre; sulla parete a destra entrando un grande poster raffigurava con tonalità fra grigio e azzurro la distensiva scena di un lago contornato di vegetazione che si rispecchiava su l’acqua, immagine talmente vivida da sembrare il paesaggio reale visto da una veranda. L’arredamento comprendeva due sedie, un tavolino e un piccolo armadio, sagomati in modo da non poter costituire pericolo o essere usati come arma; il letto era situato in una rientranza dalla parte opposta del muro e la luce soffusa proveniva da un pannello inserito nel soffitto.

         Quando l’infermiere aprì la porta U. stava girato di schiena; vestiva la tenuta di degente, un pezzo unico di tela robusta per resistere a eventuali strappi. Pronunciai una frase di saluto, ma non si spostò fino a che lo toccai leggermente sul capo, allora si volse adagio e me lo trovai di fronte. I suoi lineamenti erano di una purezza che chiamerei di statua, quei profili immortalati nel marmo dagli scultori dell’antica Grecia.

         Gli feci cenno di sedersi e obbedì, quindi aveva compreso le mie intenzioni. Pur io mi sedetti, sull’altra sedia, mi posi davanti a lui alla distanza di circa un metro e cominciai la terapia secondo il mio metodo: parlare pacatamente con l’aiuto di gesti. Nel frattempo l’infermiere era uscito restando dietro la porta a controllare da uno spioncino e pronto a intervenire per ogni evenienza.

         Fin dall’inizio si stabilì fra me e U. un rapporto di simpatia; il metodo usato poco alla volta lo riportò a un pieno stato di coscienza; acquistò autonomia nei movimenti e fu in grado di fare alcuni passi nel giardino adiacente l’istituto.

         Una breve digressione. L’infermiere si chiamava Fred; io lo stimavo per le sue doti umane e professionali che ne facevano un prezioso collaboratore. Non più giovane, alto quasi due metri, era dotato di forza notevole. Doveva seguire U. per le necessità quotidiane e anche per tenerlo sotto osservazione. Del giardino dirò che era singolare: sebbene poco esteso, pareva più vasto di quanto fosse in realtà; ombreggiato da alberi frondosi, era incantevole in ogni stagione; lo ornavano alcune sculture di pietra poste lungo i sentieri o nel folto. Tra queste mi soffermavo a contemplare una figura di donna resa opaca dal tempo, e ne provavo un senso di mistero e nostalgia.

 

         Al termine di un mese i progressi di U. risultarono soddisfacenti. Partendo da sedute brevi, mai più di mezz’ora, gli insegnai i nomi delle cose. Indicavo un oggetto che lui poi additava se scandivo il relativo nome. Ma il vero ostacolo era la pronuncia: non riusciva a ripetere esattamente le parole. Perciò mi avvalsi della competenza di un foniatra, persona che sulle prime U. accolse con riluttanza; e finalmente dopo una serie di suoni inarticolati riuscì a proferire la prima parola, anche se non a senso compiuto. Poi mi accorsi che la parola conteneva gli stessi fonemi, ma mescolati: c’era qualcosa che gli impediva di metterli nel giusto ordine. Ci vollero altre due settimane per arrivare a una pronuncia accettabile, pur restando in lui la tendenza a invertire o modificare vocaboli e frasi.

         Le sedute procedevano per il meglio, sebbene a rilento; non avevo ancora posto a U. delle domande personali per scoprire ciò che ricordava del passato e quindi ricostruirlo almeno in parte; prima volevo che fosse sicuro di esprimersi correttamente, perché a volte, pur disponendo in modo logico le parole, ne sbagliava il significato, rendendo difficile poi interpretare la frase.

         Ma verso l’autunno U. ebbe un cambiamento; divenne sempre più taciturno, poi cominciò a rifiutare la consueta passeggiata in giardino. Interrogato al proposito rispose che la luce esterna gli impediva di pensare, preferiva perciò guardare il poster. Fui preso da sconforto; mi pareva che tutti i risultati fin allora ottenuti fossero svaniti, tornando al punto di partenza; unico dato stabile, U. era fisicamente funzionale.

         Raccomandai a Fred di seguirlo più strettamente e osservarlo dallo spioncino; il che fece, riferendomi che U. stava per gran parte del tempo seduto, con lo sguardo fisso al poster. Proposi a U. un cambio di stanza, per un’altra al primo piano con finestra sul giardino, quindi più luminosa, ma a quest’idea manifestò un forte disappunto, che poi si trasformò in rifiuto. Non volli forzarlo e lo lasciai dov’era.

 

         Un primo episodio inesplicabile accadde in novembre. Per alcuni giorni era piovuto a dirotto; il giardino però per me rimaneva affascinante, e mi accorsi che la mia statua preferita, la giovane donna dalle forme perfette, si stava coprendo di muschio nei punti dove si depositava l’acqua piovana. Avevo altri due pazienti da seguire, ma si trattava di casi normali. Le sedute con U. non portavano a nulla: stava di fronte a me, e io evitavo di fargli domande che in qualche modo potessero suscitare reazioni, benché si dimostrasse calmo, perfino apatico; forse stava regredendo.

         Fui destato nel pieno della notte da una telefonata di Fred che era di turno. Disse che U. era scomparso. Ora, la porta della sua camera veniva chiusa a chiave dall’esterno e aperta solo per portargli i pasti. Il fatto era grave. Nel caso di incidenti, saremmo stati responsabili non avendo custodito a dovere un degente. Mi precipitai all’istituto. Fred allargò le braccia, non sapeva capacitarsi di come U. fosse uscito; giurò che la porta era chiusa e prima di spegnere la luce, verso le undici, aveva controllato: U. stava sdraiato sul letto e pareva assopito. Le chiavi erano in due copie; una in dotazione a Fred, quella di riserva in un ripostiglio. “Senti,” gli dissi “se per disattenzione ti è scappato, dillo; troveremo una soluzione.” Ma lui insisté, e lo ritenni sincero. Con una torcia elettrica ci mettemmo a cercare nel giardino, senza esito; tra l’altro era recintato da un muro alto non meno di tre metri: come poteva U. scavalcarlo indossando un indumento che gli impediva certi movimenti?

         Passato lo smarrimento iniziale e dopo l’affannosa ricerca, suggerii a Fred, più emotivo di me, di calmarsi e ragionare. L’istituto era situato in un edificio a due piani. A pianterreno i servizi, il laboratorio per le analisi e la stanza di U. Al primo gli uffici, lo studio medico e tre stanze, di cui due occupate. Le porte venivano chiuse dall’esterno al fine di evitare sorprese. L’ingresso principale (esisteva sul retro un’uscita da aprire in caso di emergenza) di giorno era costantemente vigilato da un addetto, e dopo le nove di sera apribile con una chiave speciale in dotazione a chi faceva la notte, per la occasione Fred. Poiché feci un controllo più accurato delle varie porte senza rilevare nulla di anormale, restava un’unica possibilità: che qualcuno con la copia delle chiavi avesse fatto fuggire U. Ma, per quale motivo?

         La tensione si era un poco allentata. Fred mi convinse a riposare nella camera libera di sopra; lui era di turno e doveva stare sveglio. La stanza era simile alle altre due coi ricoverati affetti da depressione, che per la loro indole non avevano mai dato segni di irrequietezza. Qui, a differenza del piano di sotto, c’era una finestra con inferriata impossibile da rimuovere e arredi essenziali, non utilizzabili per usi impropri. Erano quasi le cinque del mattino, fuori ancora buio. Mi gettai vestito sul letto, e m’addormentai di colpo. Feci un sogno? non saprei. So che venni destato bruscamente da Fred che balbettava frasi concitate. Capii questo: U. si trovava nella sua stanza e dormiva tranquillo.

         La mia reazione fu irritata. Rinfacciai a Fred la sua impulsività, certo che avesse preso un abbaglio. Lui di nuovo mi garantì di aver fatto un sopralluogo verso le tre e U. non c’era. “Forse” replicai sarcastico “riesce ad attraversare i muri.”

         Quel giorno preferii starmene a casa per rilassarmi, dopo aver ingiunto a Fred di non fare menzione ad alcuno di quanto era successo.

 

         Per il mio carattere spesso dubbioso, pensai che doveva esserci una causa per la svista di Fred, certo addebitabile a lui ma dovuta a strane coincidenze, ma non trovai una soluzione razionale. Perciò due giorni appresso chiesi a Fred di portare con qualche scusa U. per mezz’oretta nello studio medico. Fece fatica a convincerlo, finché lo obbligò, accompagnandolo quasi di peso, malgrado le proteste. Poi chiamai un inserviente e feci rimuovere il poster, che era fissato con listelli di legno. Ma una volta tolto restai deluso: dietro c’era un solido muro, quindi non mi rimase che far risistemare il poster.

         Attesi altri giorni senza che avvenisse niente di rilevante. Un degente del primo piano venne dimesso, in previsione che l’azienda ospedaliera ci inviasse un paziente affetto da disturbi della personalità. Avevo sospeso le mie quotidiane visite a U. e mi recai da lui una mattina. C’era un pallido sole invernale. “Sere fa” gli dissi “tu sei uscito dalla stanza.” Negò nel modo più assoluto; era stato sempre lì, a eccezione di quando Fred lo aveva condotto nello studio. “Ascolta,” feci con tono affettuoso “io sono il tuo migliore amico. Fa’ conto di confessarti da un prete. Sai chi è un prete? uno che raccoglie anche i pensieri più intimi, e cerca di aiutare chi gli si confida, ma tiene le confidenze esclusivamente per sé, perché è sotto giuramento, per nessun motivo le può rivelare ad altri. Hai capito?” U. accennò di sì. “Perciò” ripresi “dimmi dove sei andato quella sera.” U. allora tenne un lungo discorso, con frasi tortuose, ma in sostanza capii che lui si rifugiava nel sogno, che non è, come comunemente si crede, un’elaborazione della mente, ma un vero e proprio luogo oltre la realtà fisica, con regole su un piano diverso, non percepibili dai sensi. U. era nato là, e poteva, in determinate condizioni, ritornarci.

         Finsi di credere a ciò che mi aveva detto, pur ponendo dei dubbi, come peraltro era opportuno, più che altro per avere dettagli e spiegazioni; capivo adesso che si trattava di una forma paranoide ai confini con la schizofrenia; dovevo quindi agire con circospezione, far sì che si liberasse da quello che definiva il suo segreto, trovando contraddizioni o punti illogici, in modo da dimostrarglielo, ma procedendo per gradi: una contrapposizione troppo violenta lo avrebbe riportato nel suo mutismo, era fondamentale acquistare la piena fiducia di U.

         Il mio modo, così interessato, destò in lui un desiderio di amicizia. Gli chiesi di descrivermi com’era il luogo del sogno, poiché io ero curioso. Dispongo di appunti al proposito: infatti ero andato annotando alcuni di quei sogni su foglietti, in parte conservati per puro caso. Ne riporto il primo.

 

Entro sempre in quel punto, una periferia che volge verso la città che io chiamo del sonno. È un posto squallido, una specie di tundra, con in mezzo la strada piena di buche con acqua. Ogni tanto passa un bus di colore giallo o arancio, ma non lo prendo perché non si vede chi lo guida. So che alla fine potrei morire. C’è in sospeso per me una sentenza, riportata su un foglio a forma di faccia. Se entro in città incontro discariche e blocchi di materiale simile a pelle umana essiccata, ma là gli orrori non sono più orrori.

 

         In seguito U. fu sempre più disponibile a raccontare i suoi sogni. Non era però facile entrarci, il passaggio avveniva in talune circostanze di cui neppure lui era pienamente consapevole. Per un sogno successivo passò circa un mese. Intanto avevo disposto una certa sorveglianza: chi era di turno doveva con cautela introdursi nella camera e verificare che U. ci fosse. Naturalmente fu sempre trovato. U. me ne parlò poco prima di dettarmi il nuovo sogno. Le sue assenze erano di pochi minuti, il tempo del sogno è diverso da quello della veglia. Presi questa sua dichiarazione come un atto di grande fiducia in me. “Da quella notte che non ti trovarono” risposi, mentendo “il primario ha disposto di conseguenza per non incorrere in fastidi con le autorità.” La mia risposta accrebbe in lui la certezza che non avrei mai svelato ad altri quanto mi stava dicendo: e in realtà così feci.

         All’inizio del nuovo anno Joseph venne assegnato all’istituto, ma neppure a lui feci menzione degli stravaganti sogni di U. Ne parlai come di un soggetto di tipo paranoide, che viveva in un suo mondo fantastico, e secondo me era irrecuperabile; ma nel contempo, non saprei come spiegarlo, cominciai a pensare che in ciò che U. mi andava raccontando ci fosse qualcosa di vero: in che misura mi era, per il momento, impossibile dire.

         Un altro sogno porta la data del 27 aprile (l’anno non è segnato), senza dubbio posteriore al precedente, come si vedrà. Lo trascrivo togliendo le correzioni fatte durante la descrizione di U. che al proposito pareva piuttosto incerto, almeno nella prima parte.

 

Entro sempre in quel punto, l’oscura e fangosa periferia. Stavolta ci sono più cumuli di quel materiale che mi pare mica stratificata, schistosa [da notare come il vocabolario di U. fosse divenuto preciso]. Devo girarci attorno. Sono forme grosso modo rettangolari, si direbbe pressate da qualche macchinario. Procedo spedito, benché da un gruppo di palazzoni mi giunga un richiamo: ho pensato a un familiare. Ero deciso a entrare in città. E infatti arrivo all’ingresso, un vecchio arco un tempo stazione del dazio. Lì sotto ho scorto una fioca luce provenire da un uscio socchiuso, che pareva condurre in alto, e per curiosità mi ci sono avventurato. Ma era apparenza, la gradinata faceva più giravolte, fino a un ampio locale con luce soffusa. Non se ne vedeva il fondo. Era un enorme pavimento di linoleum, lucido, color arancione acceso. Laggiù si confondeva in una nebbiolina. Istintivamente ho provato paura. Non ne so il motivo, forse per un senso di alienazione, come se la città fosse un organismo artificiale, vivo, senza presenze umane. Da un lato mi giunse una voce, il richiamo familiare udito in precedenza, femminile per il tono suadente. Mi invitava a farmi avanti, a prendere qualcosa. E di colpo, poco distante da me, è caduto un oggetto a forma di Y, metà rosso e giallo. Spaventato, sono fuggito. Una fuga cieca, attraverso la periferia. Quando sono giunto alla soglia, alcune forme del materiale schistoso si erano frantumate, e ho dovuto calpestarle.

 

         Fu quando U. concluse la descrizione del suo sogno che mi accorsi di un particolare del quale non sono mai venuto a capo. Erano circa le nove. La donna delle pulizie a volte arrivava che era quasi mezzogiorno. In un angolo, quello vicino al letto, scorsi dei frammenti di color giallo sporco. Mi chinai e ne raccolsi un paio dei più consistenti, provandone al tatto una singolare ripugnanza: erano lisci, leggermente untuosi, e mostravano la consistenza di un materiale a scaglie. Li feci vedere a U. e gli chiesi se per caso avesse raccolto qualcosa nel giardino. Rispose di no, da due o tre giorni non si era mai mosso dalla stanza; né potevo pensare che la donna delle pulizie avesse trascurato il suo compito; di solito era molto scrupolosa. Notai però, nel guardare con più attenzione quei frammenti, che U. era divenuto pallido. Lui, scuotendo il capo, non disse parola; io, con un pezzo di carta ne raccolsi alcuni. “Li getto via” esclamai, ma la mia voce suonava falsa. Li feci analizzare: erano pezzi di pelle umana essiccata. Il giorno dopo sottoposi U. a un esame fisico: il suo corpo risultò integro, i misteriosi frammenti non appartenevano a lui.

         Di altri due o tre sogni, che pure avevo annotato, non trovai più gli appunti, e il loro contenuto mi è troppo vago per proporli; ma ho ritrovato, trascritto sul retro di una busta, l’ultimo sogno. Da quello iniziò l’incredibile fatto che nel giro di qualche giorno ci sconvolse, io e Joseph. Su questo sogno però U. fu alquanto reticente su alcuni particolari.

 

Quando entro là, questa volta, provo una strana nostalgia, di qualcosa che ho perduto e a cui vorrei ritornare: un richiamo sensuale, irresistibile. Mi dirigo subito sotto l’arco per arrivare al pavimento lucido, il cui fondo è offuscato, e, quasi contro la mia volontà, procedo verso la foschia, finché incontro una porta di ferro. La apro: l’interno è arredato in modo bizzarro, ma c’è una figura femminile velata che pare mi stia aspettando. Io, preso da un desiderio folle, mi appresso a lei, ne sono dominato. Lei usa dei rulli muniti di aculei. No, quanto avviene poi non posso dirlo. La felicità è oltre l’essere fisico, ciò che voi chiamate realtà: io devo tornare là, per sempre.

 

         Dopo questa confessione U. si chiuse in un mutismo che nessuna domanda o minaccia valse a infrangere, ma stavolta non reperii nella sua stanza niente di irregolare.

         Il giorno seguente si ammalò: malattia? non saprei come definirla. Rifiutava il cibo, e stava disteso sul letto, con gli occhi fissi in alto. Lo affidai alle cure di Fred che, fattolo spogliare, gli misurò temperatura e pulsazioni.

         Il secondo giorno trovai U. in uno stato di forte deperimento. Avvisai Joseph, che lo visitò, poi scuotendo la testa disse: “Mai visto un peggioramento così rapido; è come se stesse morendo, o piuttosto fosse già morto” parole che risultarono profetiche. La temperatura era notevolmente diminuita e il polso era sceso sotto i quaranta battiti. Che cura poter dare, non sapendo la natura di quel morbo anomalo?

         Nella giornata di venerdì sul capo di U. apparvero chiazze di necrosi, e dal suo corpo iniziò a uscire odore di corruzione. La pelle era divenuta fragile, si rompeva alla più lieve pressione; la testa pareva rimpicciolita, con gli occhi che uscivano dalle orbite; malgrado le nostre continue sollecitazioni, U. non ebbe alcuna reazione.

         Poi Joseph gli applicò alle tempie una specie di encefalografo (termine inesatto, ma non ricordo più il nome di quell’apparecchio) che mostrò una costante e regolare attività cerebrale, come se U. fosse cosciente delle sue funzioni psichiche.

         Durante la notte che precedette la domenica, decisi di restare nella camera di U. per verificare eventuali cambiamenti, tenendo acceso un faretto che proiettava il suo raggio spettrale senza però abbagliare; stavo lì, attento al minimo segno, sennonché a forza di fissare, e a volte ingannato dalla vista, mi addormentai. Fui destato con una scossa e dalla voce di Joseph che diceva: mio Dio, guarda.

         Lì per lì, mezzo insonnolito, feci fatica a mettere a fuoco le immagini. Joseph aveva acceso anche la lampada del soffitto, e ora ciò che stava sul letto appariva chiaro quasi si fosse in pieno giorno; dovetti soffocare un grido di raccapriccio: sul lenzuolo rimaneva soltanto una ripugnante poltiglia che emanava lezzo di cadavere.

         Sia io che Joseph restammo ipnotizzati dal fenomeno, perché il disgustoso liquame si andava riducendo: nel giro di pochi minuti sparì, lasciando sul lenzuolo un alone giallastro; poi pur esso si dissolse, e infine svanì il cattivo odore; la tela del lenzuolo era rimasta pulita, come se mai vi avesse giaciuto un corpo, né riuscii a trovarne la minima traccia.

         Questa incredibile conclusione ci lasciò confusi, finché ripreso il sangue freddo ci rendemmo conto che ciò che avevamo visto era veramente accaduto. Non so quali pensieri passarono per le nostre menti: Joseph, che era molto religioso, si fece il segno della croce; da parte mia ammisi l’esistenza di fenomeni che esulavano da qualsiasi spiegazione scientifica.

         Di comune accordo si firmò un verbale, presentato poi al professor Weber, ove si dichiarava che il degente U. era scomparso in modo inesplicabile, pur avendolo custodito con ogni cura, e insinuando l’idea che qualcuno l’avesse fatto fuggire. Inutile dire che venne aperta un’inchiesta; alla fine noi fummo scagionati da ogni responsabilità, e ovviamente U. non venne mai trovato; circa tre anni dopo il caso fu archiviato.

 

         L’altro giorno ho incontrato per caso Teo, figlio del professor Weber: non lo vedevo più dalla morte di suo padre. È divenuto primario del reparto di chirurgia. Parlando della mia salute, e a proposito del responso dei medici, mi ha dato una speranza. A suo parere si potrebbe tentare un intervento che, se riuscirà, mi darebbe ancora uno o due anni di vita. Però mi chiedo: ne vale la pena? non è meglio accettare la malattia e morire secondo natura? ad ogni modo dovrò incontrarmi con Teo nel suo studio a fine settimana

         Ieri notte ho fatto un sogno. Un lungo un viale alberato. Era autunno, e il fogliame mostrava un colore tra oro e ruggine. Intorno, silenzio assoluto. Percorrendo quel viale ho avuto l’impressione di seguire l’itinerario, verso un oscuro destino, che U. aveva descritto nei suoi sogni. Al mio fianco avevo una giovane donna, di piccola statura, i capelli fluenti, un viso chiaro, avvolto da un’aura spirituale; mi ha stretto le mani, tenendosi a me, e ne ho provato un sentimento intraducibile.

         Forse la felicità esiste solo nei sogni, ma non ce ne siamo mai accorti.

 

*

La contessina Valéry

Cos’è la perfezione dell’orrore? forse immaginazione che non è possibile tradurre nella realtà?

 

I

Se posso raccontare questa storia lo devo a un caso fortuito.

Tre anni or sono, credo fosse il mese di aprile, ricevetti la telefonata di un uomo che si qualificò come maggiordomo.

La sua padrona, discendente dei conti Valéry, cercava un contabile di provata fiducia. Durante un viaggio all’estero aveva incontrato la signora Dario, che io certamente conoscevo, e nel parlare era uscito il mio nome.

Ricordai che per un certo periodo avevo frequentato la signora Dario, poi ci eravamo persi di vista. La mia fama di onestà derivava da un fatto di cui parlarono anche i giornali.

All’epoca lavoravo in un’azienda di trasporti e nel controllare le ricevute mi accorsi di numerosi ammanchi. Ne informai la direzione che inviò un funzionario a verificare.

Risultò che avevo ragione. I responsabili del reparto amministrativo avevano ideato una ingegnosa truffa: caricavano gli assegni dei clienti su un proprio conto e li scaricavano due o tre mesi dopo sul conto dell’azienda, ricevendone in tal modo i cospicui interessi.

L’intero ufficio venne licenziato e io ottenni un aumento di stipendio.

Risposi al maggiordomo che ero disponibile e lui mi fissò un appuntamento.

 

II

La domenica successiva percorsi in auto la statale per circa dieci chilometri, deviando poi per una laterale non asfaltata e nascosta da una folta vegetazione.

Dopo tortuosi giri la strada finiva in uno spiazzo oltre il quale si ergeva la villa circondata da un muro alto non meno di tre metri e praticamente invalicabile.

L’unico ingresso era da un cancello che portava in alto un ovale con l’abbozzo di una strana figura racchiusa nel calice di un fiore, senz’altro lo stemma del casato.

Parcheggiai l’auto e cercai un pulsante per suonare, quando il cancello si aprì.

Entrai nel giardino antistante la villa: era allo stato selvaggio e l’erba cresceva sin presso la porta, da un lato il troncone di una statua ormai irriconoscibile e coperta di lichene.

La villa era impressionante per il tipo di architettura, un misto tra il barocco e il settecento, in origine doveva essere di un colore rosa, ora però era divenuto opaco, le linee e i frontoni avevano righe scure come se nelle varie sporgenze si fosse depositata una secolare caligine e le finestre erano munite di robuste inferriate: nel suo insieme l’imponente edificio incuteva soggezione, quasi fosse un luogo di giustizia.

Scacciai queste bizzarre considerazioni, sapevo che altre ville erano simili per stile, e tuttavia mi rimase un che di incompiuto o segreto, tanto che prima di varcare la porta ebbi una istintiva indecisione.

Mi aveva aperto colui che ritenni il maggiordomo. Non si presentò subito, intuendo ch’io l’avessi capito da solo, ma mi fece cenno di seguirlo.

La sala d’attesa era spoglia, se si eccettua un’erma con la testa di un fanciullo, e il pavimento era lucido come uno specchio.

Lungo la sala, dai lati, vi erano porte laccate d’oro nei fregi: il maggiordomo aprì la seconda a destra e mi introdusse.

Entrato che fui, chiuse la porta, si pose dietro un tavolo massiccio le cui gambe finivano a zampa di leone, mi invitò a sedermi, c’era una sola sedia con lo schienale ricco di intarsi.

Potei in tal modo osservare il mio interlocutore: l’avrei creduto vestito con la livrea di domestico, per quanto di rango, invece indossava una giacca chiara sopra la camicia e senza alcun ornamento. Era sulla sessantina, ma le rughe del volto mostravano un’intima sofferenza: gli occhi liquidi e il naso affilato confermarono l’idea che me ne ero fatta.

“Lei è ancora dell’avviso suppongo,” esordì, con voce rauca “perciò intendo chiarirle le condizioni: la contessina viaggia spesso e vorrebbe una persona di assoluta fiducia, ma so che le sue referenze corrispondono.”

Scossi la testa in segno affermativo. Poi mi pose alcune domande: se ero libero da qualsiasi altro impegno e quindi disponibile per un lungo periodo.

Lo rassicurai: ero vedovo da qualche anno e potevo collaborare a tempo pieno.

A quel punto tolse da un cassetto un fascicolo di alcune pagine. “Lo legga attentamente, se lei accetterà dovrà rispettarne alla lettera le istruzioni.”

Era un contratto in piena regola, il rapporto di lavoro veniva definito in ogni dettaglio e certi punti mi colpirono, per esempio: dovevo parlare con la contessina solo se richiesto, per sedici mesi non potevo per nessun motivo uscire dal perimetro dei muri, mi era però concesso di passeggiare nel parco situato dietro la villa. Le mie mansioni riguardavano la conduzione economica dell’immobile e mi veniva corrisposto uno stipendio il cui importo mi fece sussultare, inoltre se licenziato prima del tempo avrei ricevuto ugualmente le restanti mensilità.

Lessi il fascicolo in un quarto d’ora, poi, preso da un impulso irresistibile, firmai il contratto.

Il maggiordomo aggrottò la fronte, sorpreso da una decisione fin troppo rapida. “Non dovrei, ma le farò una confessione. Son qui da più di trent’anni, prima che morisse il conte, ora sono ammalato, un tumore al pancreas, e so di non averne per molto. La stimo una persona idonea e competente, se in futuro prendesse il mio posto ne sarei felice. Ha già letto le clausole di assunzione, in ogni caso le raccomando di non fare mai domande, la contessina è una giovane riservata e per taluni versi capricciosa e con un carattere non facile, pertanto esegua a puntino gli ordini che le darà.”

Detto questo riprese il suo comportamento distaccato quasi si fosse pentito di una eccessiva confidenza.

Mi accompagnò alla porta fornendomi le ultime istruzioni: avevo tempo dieci giorni per preparare i miei effetti personali, ma per il vestiario o ogni altra necessità precisò che avrei potuto ricevere a domicilio i negozianti.

Al decimo giorno, di mattina, un autista sarebbe venuto a prelevarmi.

 

III

Sistemai i miei affari e mi disposi anche psicologicamente a cambiar vita, ma ero ancora nel dubbio, provando a tratti eccitazione o inquietudine, perciò per ogni evenienza portai con me il cellulare.

Al giorno fissato arrivò l’autista e chiusi a doppia mandata la porta del mio appartamento.

Avrei voluto avvisare qualche conoscente, ma ormai era troppo tardi, e ciò aumentò il mio disagio: era come se volessi consegnarmi spontaneamente a un destino ignoto.

L’autista non aprì bocca per tutto il percorso, io, memore dei consigli del maggiordomo, restai in silenzio. Costui era vestito con la divisa da chauffeur e compresi che doveva trattarsi di un dipendente, forse la contessina non guidava.

Il maggiordomo mi accolse con deferenza, ma lo vidi fisicamente peggiorato, lo sguardo era assente e parlava in un modo stentato e interrotto dalla raucedine, sembrava che ogni movimento gli costasse fatica.

“Per prima cosa” disse “le farò visitare i vari locali, a eccezione del sotterraneo, tenga conto che anche al piano superiore le stanze seguono la stessa disposizione.”

Notò che avevo solo uno zaino col minimo indispensabile: un cambio di biancheria, il necessario per radermi e un’agenda per appunti. Avevo tenuto nascosti sia il cellulare che una piccola pianta grassa.

Nel farmi strada attraversò la sala da pranzo dove spiccavano un tavolo scuro e sei sedie ricche di intagli: in fondo due porte, aprì quella a sinistra per entrare in una stanza decorata con affreschi di scene pastorali, ma il successivo locale era praticamente vuoto.

Da qui partiva una scala nei due sensi e lui cominciò a salire tenendosi al corrimano.

Sbucammo in un ambiente simile all’ingresso di sotto. “La disposizione è a specchio, per cui la reception si viene a trovare dal lato opposto” spiegò.

Aprì la porta che era alle nostre spalle e mi introdusse in una graziosa camera con un letto da scapolo, un elegante armadio, un tavolino e la rispettiva sedia: osservai che la finestra era priva di inferriate.

“Se lei ama la musica, qui abbiamo una discoteca assai fornita, ma ogni cosa a suo tempo, e intanto se si vuole sistemare tra un’ora il pranzo le sarà servito in sala. La contessina desidera che anche il personale si adegui ai suoi gusti in fatto di cucina” e detto questo fece una mezza smorfia che voleva essere un sorriso.

Quell’uomo soffriva, ma cercava di nasconderlo. Io restai in silenzio, comportandomi con la massima naturalezza, benché non fossi tranquillo.

“Penso che lei sia un po’ spaesato dal cambiamento di abitudini, ma vedrà che si adatterà, l’importante è lavorare con calma e precisione. Ora potrà riposarsi un paio d’ore dopo il pranzo che le sarà servito a mezzogiorno. Verso le cinque verrò per un giro dei vari locali, almeno quelli accessibili. Domani inizierà i suoi compiti e per i primi giorni le farò da guida.”

Feci un cenno di assenso col capo e lui discretamente uscì.

Rimasto solo esaminai la stanza. I mobili erano abbastanza recenti. La finestra dava su un vasto parco e il possedimento si estendeva fino ai contrafforti del monte che si alzava a strapiombo coperto di vegetazione.

Fui preso da uno strano languore, più che vera stanchezza. Chiusi la porta a chiave e dopo essermi tolto le scarpe mi distesi vestito sul letto.

Guardando il soffitto notai che a una certa altezza era decorato tutt’intorno con una linea di figure simili al fiore nello stemma ovale, ma in una data posizione si trasformavano in volti umani, per quanto grotteschi.

Quell’ornamento mi ricordò qualcosa, e a forza di pensare mi sovvenni. Dal 1943 e per circa venti anni avevo abitato coi miei familiari in un palazzo di fine ottocento: l’appartamento aveva due camere, in una, in cui dormiva mia zia, c’era una linea con le stesse figure, pura coincidenza mi dissi, un disegno che forse andava di moda in quel periodo.

 

IV

Fu il fissare lo sguardo fuori della finestra a quel chiarore irreale in contrasto con l’ombra del monte sovrastante che mi fece assopire, finché un lieve battito alla porta mi scosse, e mormorai: chi è? Il pranzo è pronto e sarà servito in sala, rispose una voce con accento straniero.

Prima di uscire sistemai la piantina in un punto interno del davanzale ove non fosse visibile e posi l’agenda nel cassetto.

La sala corrispondeva in senso contrario a quella inferiore, con la differenza che era affrescata con vaporose figure, sopra spiccava un lampadario al centro d’un rosone da cui si dipartiva la scena pastorale dai colori sbiaditi, celeste e rosa.

Restai incantato da come il massiccio e ampio tavolo era imbandito: una tovaglia candida, di pizzo finissimo, posate, piatti e bicchieri, certo di notevole valore, erano luminosi, specie le stoviglie decorate artisticamente, e la cristalleria pareva brillare tant’era limpida, nel mezzo poi la luce veniva diffusa da un candelabro a sette bracci.

Di fianco il menu su pergamena, opera di un esperto calligrafo. In vita mia non ero mai stato circondato da tanta ricchezza, ricordai la mia gioventù quando ogni cosa era di modesta fattura.

Diedi una scorsa al menu, raffinato come il resto, poi comparve la cameriera. Abbozzò un inchino e disse che potevo scegliere. Dalle sue fattezze, il corpo robusto e il viso ovale e lentigginoso, ma più per l’accento, pensai trattarsi di una russa o moldava: le ordinai un filetto alla tartara e per frutta un’arancia.

Mentre tornava indietro, riflettei: qui nessuno deve dare confidenza, non so neppure il nome della contessina.

Non ci misi più di mezz’ora a consumare il mio pasto, dopo di che tornai in stanza.

Ero preso da un turbamento indefinibile, quasi che la villa fosse un luogo ostile e chi la abitava avesse qualcosa da nascondere. O ero io a non capire che il comportamento in un ambiente nobile è diverso dai comuni mortali, perciò mi rasserenai, sempre con la precauzione di chiudere a chiave la porta.

Dalla finestra veniva ora un chiarore declinante, la grande ombra cominciò a coprire parte della visuale, incupendo l’area del parco: in stanza mi sentii sicuro, il davanzale non era troppo in alto e da lì potevo fuggire, ma per qual motivo?

Tornai a contemplare i fiori o facce che dir si voglia e disteso sul letto questa volta mi addormentai veramente, ebbi persino sogni di cui mi sfuggiva la logica, per esempio un sentiero composto di terriccio franoso.

L’isolamento del posto e un silenzio assoluto se non rari fruscii o vaghe voci in lontananza mi conciliarono il sonno e appena il maggiordomo bussò per sapere se ero disponibile m’accorsi che erano trascorse più di tre ore.

Chiese il permesso di entrare e questo mi rassicurò, era per farmi vedere che l’armadio da me non ancora aperto conteneva diversi abiti da uomo e nel cassettone in fondo la biancheria, nel caso volessi usarne.

Il resto del pomeriggio passò a visitare i numerosi locali, alcuni privi di finestre, in tutto quarantasei: il mio ufficio era situato sopra per comodità e dotato d’un computer portatile che doveva servire per la contabilità. Non avevo visto in giro televisori o radio, ma evitai qualsiasi accenno al riguardo cercando anche di parlare il meno possibile.

Tuttavia col passar del tempo provai per il maggiordomo una istintiva simpatia: sotto quel suo modo di fare discreto e talora freddo pareva celarsi qualche segreto riguardante il casato avendo servito il conte per tanti anni.

 

V

Iniziò quindi il mio tirocinio regolato su tempi precisi: il mattino era dedicato al lavoro, dopo pranzo ero libero di fare ciò che volevo.

In genere mi fermavo ad ascoltare musica in cuffia nella fornita discoteca o passeggiavo nel parco scrutando il versante della montagna.

I miei compiti erano molteplici: sistemare i conti arretrati e piuttosto in disordine, ma anche visitare i locali e l’area esterna e intervenire qualora avessi riscontrato la necessità di restauri o di normale manutenzione.

Il maggiordomo accortosi della mia competenza mi lasciò carta bianca, di conseguenza lo incontravo di rado.

I giorni volavano poiché mi ero immerso nel clima del posto e mi ero perfettamente adattato a un diverso tipo di vita, una mia facoltà di cui certuni si stupivano, la capacità cioè di adeguarmi alle varie situazioni.

Poco per volta si insinuò in me l’idea che la villa e il terreno intorno erano ormai il mio mondo: se nessuno nel passato ne aveva narrato la storia, io me ne sarei interessato, partendo da una dettagliata descrizione degli ambienti.

Di questo mio progetto non ne parlai al maggiordomo, ma presi ad annotare nell’agenda i vari locali, se accessibili, con le loro particolarità: ognuno possedeva qualche caratteristica che lo distingueva, per esempio l’ufficio dove si era svolto il mio primo colloquio mostrava alcuni tratti peculiari negli infissi, o la stanza del mio computer la cui unica finestra era sormontata da un fregio floreale.

Per prudenza adottai un sistema in cifra che avevo ideato all’età di tredici anni. Si trattava di questo: i segni spostavano le lettere di uno, due o tre posti se le parole rientravano in tre, sei, o nove e più lettere, e per ogni gruppo gli stessi segni erano usati diversamente, sicché quelli di una parola come ape, per fare un esempio, cambiavano nella parola voce.

 

VI

Ai primi di giugno misi in ordine i conti e per i lavori più urgenti chiamai il giardiniere a sistemare le aiole.

Mi fu presentato il cuoco, un cinese abile a cucinare le pietanze richieste dalla capricciosa contessina: si limitò a fare un lieve inchino senza dir parola.

Solo lui e la cameriera, che accudiva in particolare le stanze da letto, vivevano in villa e sembravano felici, io pensai per gli stipendi elevati, sia pure in rapporto al sacrificio di dover rimanere, come me, entro il possedimento, ma non ricordo di averli mai visti uscire o aggirarsi nel parco.

Era un giorno già caldo quando il maggiordomo bussò con la consueta discrezione alla porta della mia stanza: gli aprii, e nel vederlo ebbi l’impressione di un uomo affetto da un grave esaurimento e giunto quasi alla fine.

Mi disse che per motivi di salute si era dimesso dal suo incarico: aveva parlato con la contessina che a malincuore lo rendeva libero e ogni mansione passava a me essendo dopo circa tre mesi in grado di affrontare qualsiasi evenienza, ero cioè un direttore con le stesse funzioni del maggiordomo.

In quel momento la mia curiosità crebbe, non avevo ancora incontrato la contessina, ma ligio ai suoi ordini evitavo domande anche su cose banali.

Gli strinsi la mano, la sua era fredda e ossuta e vi percepii un tremito che interpretai come emozione, lo scrutai nel viso ove era comparsa un’ombra di malinconia e forse di preoccupazione, subito però si ricompose nella usuale serietà.

“Prima che lei se ne vada potrei chiederle qual è il suo nome?” dissi.

“Victor” e detto questo si incamminò verso l’uscita facendomi cenno di aprirgli.

Il cancello si azionava dal piano alto con un pulsante che spinsi, poi mi appressai alla finestra pensando: se volessi scappare non farei in tempo.

Seguii Victor con lo sguardo: il cancello si aprì lasciandogli lo spazio appena sufficiente per passare e rapido si richiuse.

Provai per quell’uomo uno strano sentimento, nato senza dubbio dal suo sguardo inquieto.

Ora ero incontrastato direttore della villa e dei relativi dipendenti, dovevo far tesoro dei consigli di Victor: essere inflessibile e pretendere che le prestazioni fossero impeccabili.

 

VII

La carica di direttore mi diede in certi momenti una sensazione del potere quale mai avevo provato nella mia vita essendo sempre stato soggetto ad altri, però mi resi conto che il potere eccessivo conduceva al sopruso, in contrasto coi miei principi: ad esempio, rimproverai la cameriera per un errore di ortografia nel menu senza considerare che non era italiana e un’altra volta ripresi severamente il cuoco il quale nel preparare un budino aveva sbagliato le dosi.

Nel contempo non riuscivo a scacciare da me un oscuro timore, dovuto forse all’isolamento in cui vivevo, ma tenni ferma la decisione di non porre mai domande: ciò che più mi inquietava era il non conoscere ancora di persona la contessina.

Le giornate scivolavano via rapide, tra la scrupolosa tenuta delle finanze e la volontà di migliorare con accurati restauri l’edificio: trovai diverse infiltrazioni d’acqua che guastavano la tinta o il disegno dei soffitti, per questo mi avvalsi di un esperto. Dopo un suo restauro infatti non si capiva più la differenza tra il vecchio e il nuovo, ma a un occhio attento non poteva sfuggire l’antichità della costruzione, anche se l’aspetto esteriore era del tardo seicento: vi erano residui di epoche più remote, poiché in un angolo rinvenni un tipo di ornamento risalente almeno al cinquecento.

Nelle ore in cui stavo ritirato nella mia stanza mi dedicavo a riportare descrizioni o piccoli fatti quotidiani nell’agenda con la massima cura per non confondere i segni del mio complicato sistema di scrittura cifrata.

Un pomeriggio che distrattamente guardavo dalla finestra il parco, ebbi un tuffo al cuore: una figura di donna, aggraziata nei movimenti, camminava lentamente fra le piante e a un certo punto si chinò come per raccogliere qualcosa.

Era piena estate e faceva caldo, lei vestiva di un abito chiaro a frange e sopra le spalle portava una mantellina grigia: i capelli erano incerti tra il color oro e il castano, ma la luce vi entrava dando loro uno sfavillio delizioso.

Col cellulare scattai una foto sperando che la donna si volgesse per poterla vedere in viso, era indubbiamente la contessina, io ero il solo a frequentare il parco.

Ma non si girò, anzi sparì tra le piante: riparato dietro la finestra attesi a lungo senza esito.

 

VIII

In una saletta del piano di mezzo era situato il secondo computer col quale ricevevo gli ordini dalla contessina e io la informavo di qualsiasi operazione: potevo solo comunicare con lei, in nessun modo era possibile collegarsi all’esterno, a eccezione di una serie di e-mail che si riferivano a professionisti o artigiani di cui avessi necessità, perciò non esistevano telefoni.

L’estate era nel suo pieno, ma non vidi alcun condizionatore: per fortuna la villa, per via dei muri di considerevole spessore, si manteneva fresca, specialmente a piano terra, e vi contribuiva anche la vegetazione del parco, ricca di olmi e fitti arbusti.

Gli ordini venivano firmati con una V. ma non sapevo se era la sigla del cognome o del nome e le mie supposizioni non approdarono a nulla.

Un pomeriggio intorno alle cinque tornai nel parco e per prima cosa esaminai la facciata posteriore dell’edificio: parte del muro era deforme e con sporgenze prive di simmetria.

Inoltrandomi poi fra le piante scrutai il terreno cercando il punto su cui la figura femminile si era chinata a osservare o per raccogliere qualcosa.

Difatti, nei pressi di un rilievo, rinvenni infilato in una crepa un pezzo di tessuto, ma nel toglierlo si strappò e il lembo che mi rimase in mano risultò essere una specie di garza macchiata di sangue, al tatto mi procurò una singolare ripugnanza, ignoravo cosa fosse o a chi appartenesse, forse era capitata per caso da chissà dove o si trovava già nel terriccio sparso per concimare: a un esame più attento il sangue mi sembrò recente, ma era il calore del sole a dare una simile impressione.

Lasciai cadere il pezzo di stoffa e quando toccò il suolo si sbriciolò in tanti frammenti, segno che era piuttosto vecchio.

Proseguii, pur essendo perplesso, facendo un lungo giro per arrivare di fronte alla parete del monte: era facile smarrirsi fra la intricata boscaglia.

Presso una depressione ove scorreva un filo d’acqua scorsi un tronco caduto coperto di muschio e in più punti corroso.

Nel ritorno cambiai percorso e seguendo il lato ovest feci una interessante scoperta: un grande vaso di pietra a forma di anfora e incrostato di lichene si era riempito di sabbia, vi crescevano minuscole foglie, nell’orlo notai delle figure scolpite ma troppo logore per poterne distinguere i particolari.

Allorché mi rifugiai nella mia stanza mi sentii felice per quel ritrovamento, stavo creando attorno a me un mio ambiente, e questa volta mi sovvenne l’idea di possesso, benché non fossi che un dipendente: noi possediamo veramente ciò che non sarà mai nostro, pensai.

Dato che il restauratore doveva ritoccare la sala principale ove si era scrostato l’intonaco, con l’occasione lo condussi a vedere il vaso: lo osservò a lungo, infine affermò che era autentico e risaliva al quarto o quinto secolo.

Più tardi immaginai che la villa fosse di epoca romana, se non più antica.

Programmai un’altra escursione nel parco: volevo conoscerlo a fondo. Ogni tanto mi fermavo per coglierne qualche aspetto non comune, finché giunsi contro il monte: era impossibile scalarlo, poiché composto di roccia friabile, esso marcava il limite del parco a sud, assai più esteso di quel che credevo. Lo costeggiai alla ricerca di eventuali tracce e mi imbattei in una inferriata solidamente fissata nella pietra, ma non esisteva alcuna uscita, toccai la superficie e dovetti convenire che era compatta: che senso avevano allora quelle sbarre?

Fu in quel punto che mi accadde l’incidente: mi ero voltato un istante, e nel rigirarmi scivolai su una radice, tentai di aggrapparmi a qualcosa, invece andai a sbattere con la spalla destra sull’inferriata e mi ritrovai con il braccio piegato in dentro, subendo un forte strappo.

Per circa mezzo minuto rimasi stordito, poi ripresomi sfilai il braccio: sul momento non sentii male, ma nei giorni successivi provai dolore nel fare certi movimenti.

Per almeno una settimana dormii sul fianco opposto e a tratti, tormentato da sogni confusi che non ricordavo mai, indubbiamente dovuti all’infortunio.

 

IX

Dopo circa quattro mesi avevo in pratica perso la nozione di ciò che esisteva nel mondo esterno, né più mi importava di quel che vi accadeva, la mia speranza era di rimanere al servizio della contessina sin che le forze me lo avrebbero consentito.

Mi ero organizzato in modo perfetto, ma ero divenuto più lento, direi di una precisione quasi disumana: curavo in particolar modo la persona, cioè l’aspetto fisico e l’abbigliamento, ora vestivo solo indumenti firmati.

A volte pensavo all’altra vita, quella che avevo lasciato, a mia madre: era morta tredici anni fa, poi esumata e messa in un loculo senza il suo nome sulla lapide.

La biblioteca a pian terreno era divisa in due locali, mi ci ero recato un paio di volte, ma non sentendo il desiderio di leggere, finché un giorno decisi di vedere che cosa conteneva: la prima parte era dedicata alla letteratura classica e moderna, la seconda comprendeva le opere più interessanti e piuttosto rare: cercai libri sulla musica e, fra gli altri, fui stupito nel trovare il terzo volume del trattato di Ramos de Pareja, senza anno di stampa, ma certamente databile alla fine del XV secolo.

 

X

Era proibito entrare nel sotterraneo, accessibile unicamente dal piano di sopra da cui si dipartivano le due scale.

Passando per caso in quel punto fui colpito dal suono di un pianoforte che giungeva nitidamente da sotto, forse la porta era rimasta aperta.

Mi fermai, incantato dalla bellezza dell’esecuzione, e riconobbi il clair de lune per le stupende progressioni e il timbro che trascolorando suscitò in me una sottile emozione.

Che fosse un disco? ma l’incertezza durò poco, poiché il brano venne ripreso da capo e notai qualche differenza, sfumature che non sfuggono a un orecchio allenato.

Finito il pezzo ne iniziò un altro, dissonante in modo geniale, e anche questo riuscii a ricordare, era la prima sonata di Boulez: dunque la contessina era una eccellente pianista.

Poi sentii lo stridore di una pesante porta che veniva richiusa e rapidamente salii in camera mia.

 

XI

In agosto il caldo si fece sentire anche nei locali interni e indossai pantaloni di lino e una camiciola leggera.

Da circa un mese non pioveva, perfino il giardino era divenuto arido al punto che la terra si era screpolata e diverse piante si stavano avvizzendo: il giardiniere era in ferie, perciò provvidi io a dare acqua.

A quel lavoro non ero più abituato, quindi dopo pranzo riposai un’oretta e al risveglio volli rivedere la foto scattata tempo prima, ma il cellulare non si accese e mi resi conto di aver dimenticato a casa il caricabatteria.

Deluso per questa mia imprevidenza mi dedicai a rileggere le note sull’agenda senza riuscirci: durante la stesura avevo confuso tra loro le tre serie della scrittura cifrata. Con ripetuti tentativi ne ricostruii una parte, ma alla fine rinunciai e decisi di non scrivere più niente.

Nel controllare i vari ambienti vidi che alcuni mobili erano coperti di polvere: dissi alla cameriera che se non era in grado di tenere in ordine avrei assunto una domestica.

Inviai la richiesta alla contessina: mezz’ora dopo sul video del computer arrivò la conferma, questa volta firmata con la sigla v. minuscola

Sul tardo pomeriggio feci un giro nel parco: mi trovavo presso il vaso di origine romana quando udii uno sparo e pochi istanti dopo mi cadde ai piedi un passero, lo raccolsi, era morto, le piume intrise di sangue.

Scavai tra la sabbia una buca accanto al vaso e vi deposi il corpicino inerte.

                                                                                                                                                                                                                      

XII

 La domestica fu inviata da un’agenzia la cui e-mail era già nel computer. Era una ragazza robusta, il viso pieno di lentiggini, le mani poco curate e le gambe grosse, ma nel complesso mi risultò simpatica.

Mi parlò della sua famiglia di modeste condizioni, per quel motivo lei doveva cercarsi un’occupazione: le feci firmare il contratto con la raccomandazione di non scendere mai nel sotterraneo e di non fare domande.

Ero contento di averla assunta, però mi prese una strana malinconia nel rievocare gli amici scomparsi e in particolare mia moglie, sepolta sotto una lapide che aveva un ritaglio di terra ove crescevano rose lillipuziane.

Quella notte sognai la sua tomba, era di pietra scura e portava una iscrizione in latino di cui ricordai solo de profundis.

 

(continua)

 

 

*

La regina incompiuta

LA REGINA INCOMPIUTA

                            di Luciano Nanni

 

   Dopo qualche giorno la mia salute è migliorata; intendo i miei nervi, messi a dura prova dalla vita d’ufficio e dai rumori della città. Ora poi, che abito al terzo piano di uno stabile che dà su un’arteria piena di traffico, i rumori sono continui; neppure di notte si riesce ad avere un po’ di pace, né è possibile, in piena estate, tenere le finestre aperte. La visita medica mi sta rimettendo a posto; mi sento tranquillo poiché la diagnosi ha dissipato i miei timori. Ero dimagrito, una cosa normale, ma in maniera eccessiva; controllando il peso corporeo lo vedevo scendere da una settimana all’altra; certe mattine, svegliandomi alle prime luci dell’alba, non riuscivo più a riaddormentarmi, alzandomi già stanco. Mi ero lasciato andare: la barba lunga e i capelli arruffati. Il barbiere forse pensava: costui vuole risparmiare; facevo la figura del pidocchioso, compiendo lunghi giri pur di non passargli davanti. Infine il benevolo dottore mi consigliò alcuni giorni di riposo, avrebbe voluto in qualche stazione termale, ma considerato che si trattava di un esaurimento fisico decisi per un luogo tranquillo e poco frequentato.

   Il posto conserva numerosi ricordi d’infanzia, avendo trascorso qui il periodo più intenso della guerra, ancor oggi non è raro vedere postazioni, punti arsi dal fuoco e grotte che servivano da depositi. Per via dei torrenti la zona è feconda, ma quasi disabitata; restano i vecchi, qualche donna, e i bambini che devono curarsi. Ci sono aree deserte, le eriche crescono ad altezze sempre maggiori, a differenza di allora, quando il bosco era tenuto come un giardino, e, se ciò non bastasse, i villeggianti gettano lungo i pendii cartacce e rifiuti vari, tanto che sembra d’entrare in uno scarico di immondizie; per trovare il pulito occorre scendere, sin quando si aprono paurose forre. I ricordi stancano chi ascolta, ma per chi scrive rappresentano un godimento solitario; potrei rievocare un anno ricco di funghi; si andava giù da ca’ di Matteo, potendo scorgere gran parte del bosco; i boleti si nascondono tra le foglie, mimetizzandosi per via del loro cappello bruno; per alcuni giorni ce ne furono tanti che si pestavano. Poiché ero un bimbo, due giovani me li rubavano appena li raccoglievo, lasciandomi piangente con le briciole in mano, mentre loro riempivano il sacco. Venivo qui anche con Cesare, l’amico morto due anni fa in un tragico incidente; il tempo vela le cose di malinconia, e vorrei restare così, a guardare il bosco tramutato in luogo sacro, che il profano non deve turbare. Poi venni sempre meno, ma in questa stagione ho trovato, grazie a uno zio, una stanza poco distante dal punto dove mio nonno aveva in affitto una casa. Ciò che sto per dire può essere ritenuto frutto d’una nevrosi, ma vorrei sapere cosa mi ha cambiato se non gli orrori innominabili di cui sono stato testimone; ora, pieno di ignobili paure, abito in una camera ammobiliata.

   Per pura curiosità, avendo del tempo libero, mi ero recato a vedere la casa del nonno; la signora, molto gentile, fece girare la chiave con stridio terribile, sinché nel polveroso locale dopo tanto entrò la luce; ecco cosa sono i ricordi: una stanza vuota, piena di polvere, e con chiazze umide sui muri; il rubinetto, nel suo lento gocciolio, aveva forato la pietra in cucina. Ma la signora trovò da affittare la casa a una ragazza, il che mi stupì; che se ne faceva costei di più stanze, oltre a una specie di granaio? Affari suoi, comunque; non sono troppo curioso, e quel poco di curiosità mi è costato caro. La ragazza si insediò, pulendo alla meglio; qualcuno le regalò una rete e un vecchio tavolo, e lei cominciò ad adoperare il camino, prendendo ogni cosa con filosofia. Cercherò di descriverla; pur essendo bella, in un primo momento mi aveva lasciato una strana ripugnanza; non che fosse la sua forma fisica, o la carnagione; aveva la pelle chiara, la faccia lievemente lentigginosa, e un profilo grazioso; sotto gli occhi piccole zampe di gallina le conferivano un’aria simpatica, le mani erano stupende; in complesso mostrava una costituzione solida; tuttavia c’era un aspetto che mi respingeva, una sensazione appena intuita, e all’inizio non ne fui attratto. Sono realista: essendo stempiato, con gli occhiali, e avendo un colorito poco piacevole, per certi maligni io sarei simile a un frate. A parte l’impressione, che si indebolì durante i nostri rapporti, essa dal punto di vista sessuale era desiderabile; sebbene io anteponga un prologo poetico al corteggiamento amoroso, penso in sostanza di arrivare al dunque. A lei misi le mani addosso soltanto dopo una settimana, anche se per me era un periodo di convalescenza; volevo sfruttare il tempo rimasto: non fare il fesso come altre volte, mi dissi.

   La ragazza viveva a suo agio in quella casa; in cucina c’era odore di fritto, mescolato ad altri odori meno gradevoli. Pensai che non mi sarebbe piaciuto far l’amore su quel letto sgangherato, ma in un posto lindo. Parlando con lei la trovai attenta, quasi assorbita dalle mie parole; era interessata più al modo di esprimersi, alle cose comuni, che alle nozioni di botanica, che io avevo assai profonde. Voleva che le parlassi specialmente dei miei ricordi, e questo mi fece piacere. “Mio nonno” le dissi quando passammo al tu “sedeva qui” mi avvicinai al punto, poi mi fermai “c’è uno scorpione.” Lei fece un gesto, io presi le molle e lo gettai nel fuoco. “Perché l’hai fatto?” mi disse, e i suoi occhi si velarono, era pallida in volto, non riuscì a nascondere la sua emozione. Ora che la vedevo in luce desiderai amarla, e portarla nella penombra d’una camera chiusa a chiave; i peccati si devono commettere con un senso di rituale. Il ribrezzo per lo scorpione mi passò; altri non ne vidi, l’angolo era troppo buio; per prudenza restai vicino al fuoco, il camino ardeva allegramente. Però il comportamento della ragazza mi incuriosì, e le chiesi: “Che hai?” Non seppe che dire, negli occhi d’un grigio acquoso passò un lampo, quasi di odio, o forse mi sbagliavo, erano solo le ombre, e attizzai il fuoco. “Sono creature anche loro” disse finalmente.

   Una cosa di cui non ho mai parlato è la sua pronunzia, e la riservatezza per quanto concerne il suo passato. La pronunzia, pur chiara, era stridula, pareva mascherare la vera voce; è possibile, mi chiesi? le donne hanno spesso idee bizzarre, ma voler parlare in un modo contraffatto mi sembrò ridicolo, se non assurdo. La sua cultura, poi, lasciava a desiderare; non conosceva niente di storia o geografia, pur asserendo di aver frequentato le scuole superiori, e la memoria presentava numerose lacune. Oggi la scuola è cambiata, ma ai miei tempi i privatisti erano falciati senza pietà. La musica non la capiva. Un’altra cosa singolare era il suo passare dal tono affettuoso a una certa freddezza. Trovai comunque che fosse un carattere particolare; non vidi mai in lei un moto di stizza, o interesse per la moda, ad esempio. Vestiva però con gusto; nella valigia di fibra scorsi dei vestiti eleganti. Spesso ne portava uno d’un blu vivace, ornato di pizzo, e sembrava una ragazzina, perciò io la desideravo. Anche di notte pensavo a lei, ma dovevo invitarla di nascosto; la mia stanza era arredata con finezza, la tappezzeria d’un colore chiaro, vi trovai l’eco di tempi poetici, e lei ci sarebbe venuta, anche se io non ero affascinante; gente bella ce n’era poca, per lo più vecchi affumicati o bimbi impertinenti; dopo giornate di luce intensa le mie sere trascorrevano monotone.

   La prima settimana volse al termine, con mio rammarico. Il clima, pur avanzando verso l’autunno, si era fatto tranquillo, e il tempo era migliorato, un’estate piuttosto dispettosa, con improvvisi rovesci di pioggia. La ripugnanza che avevo vagamente percepito si andò cancellando; io amavo quella ragazza, e lei mostrò di ricambiarmi; le narravo i miei ricordi, mescolando il vero col falso; mi sentivo un poeta al servizio d’una regina; ma questa parola suona ora mostruosa, e rinnova l’ondata di orrori vissuti in quel giorno dentro l’oscuro sotterraneo. Avevo notato, di pari passo col mio innamoramento, se così vogliamo chiamare il rapporto che mi legava a lei, la presenza d’un uomo che mi era familiare; forse l’avevo veduto al tempo della mia giovinezza negli stessi luoghi, perciò quando lo scorsi presso la borgata cercai di ricordare, ma invano, chi fosse. Vestito di nero, aveva una corporatura tarchiata, capelli scuri e mani pelose; poteva avere una cinquantina d’anni. Colpiva in lui l’aria distinta, di persona colta, ma senza particolare affettazione. C’era poi un che di funereo che trapelava dal suo modo di fare e dalla faccia misteriosa.

   Mi vide, osservandomi con una certa impertinenza, quasi per analizzarmi; passai con noncuranza davanti a lui; la ragazza col vestito blu mi aspettava, sorridendo; come al solito era pallida, ma gli occhi ridevano di grazia. Fu il giorno in cui, soli, entrammo nel bosco, per un’avventura di cui presumevo la fine. L’uomo tetro guardò la ragazza in modo assai diverso, con un’occhiata penetrante, evitando però che lei se ne accorgesse; mentre m’incamminavo nel viottolo fui sul punto di dirle qualcosa, poi mi trattenni, per non fare la figura del geloso. Egli forse l’aveva guardata per altri motivi; mi sembrò ridicolo che si trattasse di uno spasimante, poteva essere suo padre come età. Dal viottolo ci trovammo in una parte incantevole del bosco; il tempo era incerto, il pomeriggio si presentava nuvoloso, tuttavia non erano rari squarci di luce; mi sentivo in forma, sereno, ma senza voglia di parlare. Lei indossava un abito corto, sopra il ginocchio, che mostrava le gambe un tantino grosse; aveva poco seno; squisite le mani; avendola rimproverata per lo smalto, ora le sue unghie erano chiare e brillanti, e ornavano le dita come anelli. La faccia era con labbra piccole e ben disegnate, gli occhi liquidi, d’un colore tra il ceruleo e il grigio. Intanto mi proposi di iniziare dalle gambe, e poco alla volta sbottonarla davanti.

   Ci inoltrammo tra i rovi, in un punto riparato; l’erba non era alta, il tronco di un grosso albero formava un vuoto, ma era ugualmente rigoglioso, spandendosi in rami coperti di verde; l’incavo era torpido, pieno di legno marcio e friabile. Lei si sedette lì, ci ponemmo vicini, poi chinò la testa; la baciai senza aspettare, e mi accorsi che imparava da me. Fu un bacio inebriante: avevo ritrovato, nel fatuo momento, il tempo perduto, con la gioia di donarsi e ricevere un dono.

   Passai a un’azione più decisa, ma stringeva le cosce, tenendo gli occhi socchiusi, in attesa di nuovi baci. “No, non voglio” mormorò. La baciai sul collo, snello e bianco, poi sulle braccia; la mia mano era già a buon punto e riuscì ad entrarle nel petto, seni piccoli, ma lisci e sodi, però sbirciando la cavità dell’albero vidi un brulicare di scorpioni. Mi alzai, lasciandola costernata. “Che hai?” domandò. “Siamo venuti nel posto sbagliato,” risposi “guarda un po’ lì dentro.” “Sono bestiole” disse. “No, non sono bestiole, ma scorpioni.” Non rispose; forse non provava la mia stessa repulsione. Io amo la natura, anche se studiandola non è come i poeti cantano, e se le formiche entrano nel pane o gli scorpioni tentano di pungermi il mio amore viene meno. La ragazza si era pentita d’aver ceduto? se ci dovessimo vergognare non soltanto per ciò che si fa ma per quello che siamo realmente dovremmo espiare le colpe in un convento. La capii, poiché anch’io ero stato sul punto di perdere la testa, in maniera calcolata, s’intende; con le donne è necessario non essere del tutto sinceri. Così si svegliano gli istinti materni, aggrovigliati con quelli erotici. Lei aveva sciupato il vestito, e cercai di ricreare l’atmosfera di prima, con una gaiezza che suonò falsa. “Andiamo in un altro posto, vuoi?” “No, lascia perdere.” Ma è poi vero che scorpioni e serpenti sono stati creati da Dio? problemi metafisici che passarono in secondo piano. Ora lei sembrò pensierosa, poi sorrise; mi prese una mano e la baciò.

   Devo parlare ancora di quell’uomo; pioveva, e non uscii. La mia stanza era vigilata con caparbietà dalla padrona; pareva che avesse capito che volevo portarvi la ragazza, e mi chiamò: “Venga giù, c’è una persona che la desidera.” Era però una donna premurosa, mi procurava uova fresche e persino dei giornali che riceveva dalla città, perciò preferii un posto esterno per amoreggiare; l’unico luogo idoneo era il bosco, meglio se in una bandita di caccia. Rividi quindi l’uomo in scuro; questa volta il fatto mi disturbò, poiché lui gironzolava per la viuzza che conduceva alla casa della ragazza; lei era uscita nell’orto pieno di erbacce, e lui la guardava con eccessiva insistenza; quasi ci urtammo. “Mi scusi” disse con voce cupa, consona all’abito e alla sua faccia funebre; i lineamenti tetri e quadrati gli conferivano l’aria d’un becchino. “Cerca qualcuno?” e la mia voce stridula contrastò. “No” e se ne andò, come se nulla fosse. Pensai: è un mio parente, perdio, adesso ricordo, l’ho visto a un funerale, faceva condoglianze a tutti, stendendo la mano pelosa, era compassato e con lo stesso vestito di oggi; che mi abbia riconosciuto? no, è impossibile. Fui sul punto di andargli dietro, poi decisi di no, anzi, non ne parlai nemmeno con lei, ed è stata la mia salvezza, ma se fosse tornato l’avrei affrontato.

   La ragazza era vestita di bianco, un colore che mi fece ricordare le ripugnanti impressioni della prima volta; ma era amabile al di là d’ogni previsione, e mi accorsi che il suo umore si accordava col tempo. Appena mi vide mi saltò al collo, e ci baciammo spudoratamente mentre un vecchio fischiettava, staccando un grappolo nel vigneto con un paio di apposite pinze. Però non volevo sposarla, cercai quindi di concludere prima che finissero i giorni; già avevo deciso di non fornire indirizzi, saldando il debito con la padrona, ma la coscienza mi rinfacciò questo modo di agire, far soffrire una brava ragazza, approfittarne e poi eclissarsi: dovevo comportarmi onestamente, o sposarla o non toccarla più (ricordo che una donna, più anziana e più ubriaca di me, esclamò, aspettando invano che la baciassi: con l’amore non si gioca).

   “Ho trovato un posticino delizioso, già arredato” disse. E io: “Cosa vorresti insinuare?” “Ma non hai capito che ti amo? voglio un figlio da te.” Divenne rossa; tutto spiegato, ma non troppo bene. Un figlio significava il matrimonio. “Hai voglia di scherzare? ci siamo appena conosciuti.” “No” e fu un no duro, incredibile. “Aspettiamo, allora.” “Non voglio rimandare; tu non sei un uomo, ecco la verità.” Cercava di colpirmi nell’amor proprio; c’era tepore, il sole scivolando tra i rami scomponeva le fronde in fantasie d’oro e verde. La mia nevrosi era finita, ma lei mi rese pensieroso.

   “Andiamo a vedere quel posto” dissi. Tra le fronde udii un rumore, forse un cacciatore che passava. Scendemmo sinché i rumori sparirono, ed entrammo nel folto; lei sembrava conoscere alla perfezione il luogo, e ciò mi stupì; un cinguettio ruppe il silenzio, poi il mormorio d’un torrente che scorreva poco distante. “Mi sai dire dov’è? io di case nel bosco non ne ho mai vedute.” La mia allegria suonava falsa, ero inquieto, preoccupato. “Sì, che esistono.” La ragazza credeva di aver trovato il suo tipo, ma io non ero il soggetto idoneo: dovevo dirglielo, prima che fosse troppo tardi. Ma dove mi stava portando? Le ombre si infittirono, il bosco era selvaggio, tanto che risultò difficoltoso procedere; il vestito bianco di lei rifulgeva dentro la cupola boschiva, le sue mani emanavano un dolce calore. Arrivammo a una radura, in parte fangosa, non vi cadeva il sole ed era piovuto il giorno prima; ai bordi un’erba rada, e un terreno scuro. Mi sembrò che la radura si sporgesse su una forra; da un lato c’era una specie di boccaporto, a cui si accedeva per gradini scivolosi. La ragazza scese nel buio. “Non vorrai entrare qui” obiettai; mi guardò e rispose: “È un deposito di munizioni del tempo di guerra.” “Vuoi che saltiamo in aria?” “Basta, non dire stupidaggini. Era una postazione, ma è arredata; vi abitava una famiglia che ha lasciato tutto in ordine.”

   Ero curioso di vedere l’ambiente; l’odore di muffa era comunque nauseante, e mentre scendevo gl’incerti gradini scivolai ad ogni passo, tra pareti coperte d’un muschio sempre più fitto e oscuro. Quando toccai il fondo percepii un freddo malsano. Lei mi condusse per mano, all’inizio non vidi nulla, avendo la luce alle spalle; sembrava una galleria scavata nel tufo, di forma quadrata, con una porta massiccia, coperta d’intagli; da lì entrammo in un locale dai muri caliginosi; c’era un camino, quindi lei non mentiva, unici arredi un letto e un piccolo lavabo con specchio. “Sei venuta tu a sistemare?” Non disse nulla, si strinse a me. Da un’ampia porta a finestra si entrava in un cortile dove pioveva una luce smorta; c’erano travi e tronchi ammassati. Chiusi le imposte, ora ero al dunque, in un ambiente tetro e disadorno, e anche umido, ma l’amore ci avrebbe riscaldati. Non pensai alle condizioni dell’ambiente; le lenzuola odoravano di rose, lei aveva predisposto ogni cosa. Cominciò a spogliarsi poco alla volta, ero inebriato, le mie mani la toccarono nei punti sensibili, ma, qualche istante prima che potessi continuare, dei colpi alla porta ci fecero sobbalzare, e una voce cavernosa ci intimò di aprire. Alla svelta ci rimettemmo a posto; lei sedette sulla sponda del letto, ravviandosi i capelli. Ricorderò per tutta la vita quel profilo tetro nella penombra, l’uomo in nero che ci sorvegliava da giorni. Fissò la ragazza con fredda determinazione, e disse: “Noi ci conosciamo.” Rimasi interdetto; il primo impulso fu di chiedere spiegazioni, ma non feci in tempo, perché due braccia poderose, insospettabili sotto l’abito, mi gettarono fuori, nell’oscurità del corridoio. Umiliato e impotente presi a picchiare sulla porta con imprecazioni, ma resistette ai colpi. Cosa stava facendo? perdio, non era difficile immaginarlo, ma lei avrebbe opposto resistenza. Dalla porta quindi non era possibile entrare, l’unico modo era scendere nel terrazzo e passare per la finestra. Guardai dalla serratura, ma non si vedeva niente; allora ascoltai con l’orecchio appoggiato sul legno, e udii terribili parole; compresi che l’uomo stava compiendo un rito immondo, in un linguaggio antico e indecifrabile.

   Poi un odore nauseante di carne putrefatta invase il cunicolo, la sua intensità mi costrinse a tapparmi il naso. “Dio mio,” mormorai “cosa sta succedendo?” Volevo solo uscire per rivedere la luce che percepivo lungo la viscida gradinata, ma le gambe non mi ressero, perciò restai per alcuni istanti fermo, incapace di qualsiasi azione.

   Quando la porta si aprì mi sembrò che un abisso mi entrasse nell’anima; l’uomo parlò pacatamente. “Non oso pensare quel che sarebbe accaduto se tu avessi avuto un figlio con lei.” Questa frase, malgrado lo strano fetore che usciva dalla camera, dissipò parte delle mie paure; era un maniaco, non dovevo più ascoltarlo. La ragazza però non usciva e io feci l’atto di muovermi. “Non entrare nella stanza, e ascoltami bene,” replicò autoritario “non posso dirti esattamente chi era e da dove veniva; nel suo mondo era comunque un essere femminile, una specie di regina, ma incompiuta, non potendo procreare da sola; e allora non le restava che una soluzione: prendere una forma umana, e mascherata nella sua sostanza venire nel nostro mondo.” “Tu sei pazzo” risposi. “Forse non vuoi o non puoi capire: quella cosa non era di questa realtà; simile a una forza oscura è penetrata tra di noi, assumendo le nostre sembianze. La sua origine è sconosciuta, ma io l’ho ricacciata indietro.” Mi avvicinai a lui, che mi bloccò subito in una morsa. “Idiota, guarda cos’è diventata” e brutalmente mi spinse dentro la camera. Oggi debbo convenire che egli mi ha salvato la vita; leggeva libri proibiti, ma era un uomo di Dio.

   Sul letto c’era ancora il profilo del volto di lei, mentre il corpo e le mani gocciolavano come intinti nell’acido, putrefacendosi in chiazze d’un bianco cereo e ripugnante; gli occhi grigi si stavano spegnendo. Ora posso dire che era veramente un’esistenza ignota, una regina venuta da dimensioni che l’umanità non dovrebbe mai conoscere: l’universo contiene misteri innominabili. Poi guardai il corpo, e mi accorsi che il ventre in disfacimento era pieno di scorpioni, allora svenni.

   Niente è rimasto di quell’orrore, ma io non sopporto più la presenza di un insetto e mi manca il coraggio di entrare in luoghi oscuri.