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Raccolta di testi in prosa di Luc Laudja
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

L’interruttore del mondo

Ho un tal casino in testa, che una discarica a confronto è il posto più ordinato del mondo.”

Così esordì non appena la vide, si voltò, si sedettero su quella vecchia panca isolata - che chissà per quale motivo stava lì - di colore verde spento, anche lei non ce la faceva più e, come per incanto, diventò giorno - alle tre di notte.

Non riuscirono a spiegarsi come, in tutta una vita, anzi in due vite, non avessero mai provato l’emozione di cambiare le leggi del tempo e dell’universo, eppure era semplice, bastava sedersi su una panca di colore verde spento che non aspettava altro che qualcuno si adagiasse su di lei per provare, finalmente, il suo vero fine, la sua modesta, piccola, insignificante utilità nella vita dell’universo umano, essere il pulsante del giorno e della notte, della luce e del buio e, volendo, della vita e della …

 

Così, seduti sull’interruttore del mondo, in una notte/giorno come mai prima, e forse neanche dopo, leggeri e volanti nel cielo delle idee nascoste, con la stessa naturalezza delle stelle quando, a fine giornata, la sera escono, decisero l’uno per l’altra che da quel momento nulla sarebbe stato più uguale a prima, tutto poteva essere cambiato, migliorato o annullato, colorato o seppellito, il brutto bello ed il bello meglio.

 

TUTTO, tre lettere combinate in modo tale da chiudere entro sé stesse ogni spazio ed ogni tempo, ogni vita ed ogni pensiero, del passato e del futuro, sopra sotto e dentro di noi. Tutto, come niente, era nelle loro mani ma, non potendo, pur tralasciando qualcosa, essere anche nelle loro menti, per un antipatico rapporto massa-scienza-coscienza che pendeva a loro sfavore, preferirono divagare, distrarsi, chiudere gli occhi, per far sì che niente, come tutto, si mettesse in ordine, ordinatamente, correttamente, responsabilmente, saggiamente, civilmente e pacificamente, ogni cosa e non cosa doveva avere il tempo ed il modo di ritrovare il suo posto, la sua origine, il punto di equilibrio con il resto in movimento.

 

Se avessero saputo prima che bastava un attimo distrarsi dal proprio ego per ottenere una composizione così sublime e perfetta, tanto inarrivabile dalla mente umana quanto, dalla stessa, alienabile per gioco.

 

Temendo di spegnere la luce, e tutto il resto, decisero di non muoversi mai più da lì …

...

...

...

ma qualche stronzo, ...

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...

...

...

staccò la spina.

 

*

Le non ragioni del male

(pensando a L.)

 

Che la sofferenza ed il dolore siano cose di tutti, ovvero che possano affliggere chiunque, indistintamente, senza preavviso, pare cosa, se non giusta, almeno "democratica".
Ma vi sono persone che sembrano nate quasi solo per patire, per non conoscere veramente cosa possa essere la felicità, semmai sentirne parlare, sognarla, ma avvicinarla no ... persone la cui unica colpa è quella di essere, per natura, fragili. Persone che da sempre camminano in punta di piedi per non disturbare, per non infastidire, per non essere di troppo ... persone per cui il mondo è inspiegabilmente troppo grande, e si perdono dentro sè stesse. Non chiedono, non pretendono,  si imbarazzano e ringraziano mille volte se le si dona una gentilezza, una semplice attenzione.

 

Non v'è spiegazione al male fisico, ossia del suo colpire uno piuttosto che l'altro, certo nessuno lo merita, ma è istintivo cercarla una ragione, ed allora ci si appella magari a teorie filosofiche, credo religiosi, fedi e misticismi vari, arrivando fino a pensare che il male che fai ti torna sempre (si dice anche per il bene, invero), e allora siamo tentati a giustificare, o almeno a spiegare, certi malanni successi a taluni individui, come se fossero punizioni divine per loro colpe o per loro malvagità ... sarebbe una spiegazione forse insulsa, ma avrebbe almeno le sembianze di una logica.
Ma se quelle punizioni, quei castighi crudeli, perché tali inesorabilmente appaiono, si vedono inflitti a chi ha la sola colpa di stare al mondo ed al mondo ha sempre e solo sorriso,  allora quei dolori sono amplificati dall'assenza di un perché, da una pur minima ragione, condivisibile o meno. Non v'è ragione, risulta inutile e oltremodo dannoso cercarla una ragione, certe cose avvengono. Punto.

 

Quando si nasce entriamo irrimediabilmente in un'urna, di cui l'unica certezza che abbiamo è che prima o poi ne usciremo (a ben pensarci, in un urna torneremo. Sarà un caso?). Nel frattempo, partecipiamo inconsapevolmente ad una gioiosa o fatale lotteria, ove non ci è dato modo di sapere se verremo estratti e, nel caso, nemmeno quale sorte ci spetti. Intanto sbattiamo da una parte all'altra tra miliardi di altre creature più o meno consapevoli del gioco. Non c'entra nulla il destino, non abbiamo numeri stampati sulla schiena e non esiste alcun eterno programmatore di vite umane. Si vince o si perde perché si vince o si perde. O si passa l'intera esistenza semplicemente a girare.

 

Non c'è spiegazione al male che ti prende. Se non il fatto stesso di esistere.

*

Senza freni

Era la strada che portava alla cava, collegava una via del paese direttamente al fiume. Sagoma serpeggiante e stretta, a doppio senso di marcia, ma stretta, che se tu in auto scendevi o salivi, l’altro, o tu, dovevate arretrare sino ad uno dei pochi lievissimi larghi, per poi passare schivandovi.

Ma più che stretta, era ripida, molto ripida, di una pendenza esagerata.

In meno di un chilometro compensava un dislivello di ….., non lo so, so solo che era esagerata.

Era anche la strada che usavano i camion che risalivano dalla cava di ghiaia. Quasi tutti i giorni quelle bestie meccaniche, impassibili e monotone, risalivano quella loro mulattiera impadronendosene per l’intera larghezza sino alla cima. Implacabili. Non v’era scampo.

Ragazzini, alcuni giorni d’estate ci riunivamo alle prime ore del pomeriggio, ciascuno con il suo bolide a pedali, spesso privato di freni per renderlo più brutale (ricordo che si stava a gambe piegate premendo con entrambe i piedi, i più audaci con uno solo, sul cerchione posteriore, per rallentare la corsa, o almeno tentare di farlo) e si decideva se scendere in gruppo “a chi arriva primo” o se fare la gara a tempo, ossia il più veloce.

 

La pista era la strada della cava.

Il più scaltro tra gli scaltri, dopo pochi minuti di folle discesa, nemmeno se avesse avuto cento piedi, avrebbe potuto fermarsi incolume. Di solito, a molto meno della metà del percorso, ci si buttava dalla bici, lasciando che, nel suo breve equilibrio precario, terminasse contro una delle pareti di roccia laterali. In realtà, vinceva chi durava di più in sella. E comunque eri contento quando, rialzato da terra, non vedevi molto sangue su braccia e ginocchia. E poi al dolore nemmeno ci pensavi tanto.

Ancora oggi, io mi chiedo come, i quei giorni, in nessuno di quei giorni, alcun camion abbia mai risalito quella strada. 

 

Forse, l’impavida gioventù intimorisce le regole della sorte.

 

O forse, dall’alto, c’era chi dirigeva il traffico.

 

 

E io ora, con sorriso amaro e troppi freni, sono qui a scriverlo.