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Raccolta di testi in prosa di Bortoli Mauro Roberto
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Tutti su da terra

“Giro giro tondo

casca il mondo

casca la terra

tutti giù per terra”

 

Martina, seduta in cucina, piangeva mentre mangiava acini d’uva bianca. Aveva la

pancia così gonfia che credevo le sarebbe scoppiata. Occhi grandi e naso all’insù la facevano uguale uguale a mamma. Zia Betta, in piedi vicino alle scale, teneva in braccio il piccolo Leo e cantava a bassa voce una ninna nanna cercando di addormentarlo. Porte e finestre erano ben chiuse, mentre dalle fessure dei balconi entravano piccoli, intensi raggi di sole. Io rimanevo sempre stregato dal fluttuare confuso di quelle particelle di polvere che sembravano vivere solo all’interno di ogni minuscolo fascio di luce.

Avevamo chiuso tutto giusto in tempo, prima che iniziasse la fine del mondo.

Ci avevano avvertito appena successo:

“Ne hanno ammazzati cinque e poi sono scappati verso le montagne. Non li prenderanno mai e così la faranno pagare a noi”.

Fuori si sentivano un gran trambusto, rumori di macchine, camion e urla, tante urla.

All’improvviso un colpo forte… un botto secco…

La porta si spalancò sbattendo contro il muro.

La cucina venne inondata di luce proiettando l’ombra di un uomo sul pavimento.

Sembrava altissimo, enorme, gigantesco…

Per fortuna era solo l’effetto del sole di quel tardo pomeriggio di settembre.

Sul tavolo l’acqua di un bicchiere per metà vuoto e per metà pieno iniziò a ondeggiare, forse per il colpo alla porta o per le grida del diavolo:

“Raus… raus… raus…”

“Raus… raus… raus…”

“Raus… raus… raus…”

Scandì quella parola una, due, tre volte e poi ancora e ancora.

Poi urlò nuovamente qualcosa nella stessa lingua che mi era incomprensibile, ma che avevo sentito tante altre volte e che, in ogni occasione, m’incuteva una paura boia, una paura che mi colpiva dritta dritta come un pugno nella pancia.

Zia Betta strinse ancora più forte Leo al petto soffocando la ninna nanna in gola, mentre mamma, che stava in camera al piano di sopra, scese di corsa, avanzò verso l’uomo e si pose tra lui e noi. L’ombra gigantesca fu spezzata, rotta, proiettandosi per una parte sul corpo di mamma.

Quel giorno indossava una gonna lunga bianca e nel vederla così fiera andare incontro all’ignoto mi ricordò un’immagine del mio sussidiario in cui era raffigurata Minerva, dea della guerra giusta. Ricordo che chiesi alla maestra cosa fosse una ‘guerra giusta’. Non rammento la risposta, ma presi una matita e cancellai ‘guerra giusta’. Il mio sussidiario era pieno di queste correzioni con cui avrei voluto rovesciare il mondo.

L’uomo fece qualche passo ed entrò in cucina, era un soldato, la divisa lo rendeva ancora più minaccioso.

Mamma, che conosceva qualche parola di quella lingua, cercò di capire cosa volesse da noi. Non avevamo nulla che potesse interessarlo, solo qualche patata dolce messa a bollire per la cena e quell’enorme, grande cesto pieno d’uva che Martina continuava a trangugiare nonostante il gran frastuono.

Le patate avrei potuto anche lasciargliele ma l’uva di mia sorella no!

Iniziò una sorta di discussione tra il soldato e mamma, e le parole che uscivano dalla bocca di mia mamma, con la stessa lingua che m’incuteva paura, mi risuonarono dolcissime. Compresi che non era solo una questione di lingua.

Intuivo solo che stavano trattando, sembrava che mamma implorasse il soldato a non fare.

A non fare cosa?

Poi smisero di parlare.

Mamma si avvicinò, mi fece una carezza sussurrandomi:

“Fa il bravo che arrivo subito” e salì in camera.

Il soldato la seguì su per le scale.

In quel momento non capivo cosa stesse succedendo, sapevo solo che avrei voluto avere la bomba più grande del mondo per uccidere tutti i soldati.

Venti minuti che sembrarono un’eternità, poi il soldato scese e subito dopo vidi mamma sulle scale che piangeva.

Ci guardò tutti, prese un po’ dell’uva di Martina e se ne andò richiudendo la porta alle sue spalle con un piccolo calcio.

Ero bloccato, immobile, cercavo di muovermi ma non ci riuscivo: guardai Martina, poi mamma, poi zia Betta… poi ancora Martina, mamma, zia Betta…

All’improvviso riuscii a spaccare quell’interminabile frazione di tempo e mi trovai a correre fuori di casa: corsi così forte fino a raggiungerlo. Mi misi davanti per sbarrargli la strada e trattenendo le lacrime gridai con tutto il coraggio che avevo:

“Raus… raus… raus…”

Io e lui, uno a pochi metri dall’altro, uno di fronte all’altro.

D’improvviso una scarica di scoppi simili a petardi e un bruciore intenso alle gambe. Stavo sanguinando, non erano petardi, ma una raffica di mitra che mi prese in pieno sotto il bacino. Rimasi a terra, sommerso dalla polvere alzata dal convoglio dei camion che se ne stavano andando, con tutti i miei dieci anni di coraggio e la buona sorte dalla mia parte perché il soldato aveva mirato a metà del mio corpo visto che l’altra metà del conto era già stata pagata da mamma.

In quel momento non sentivo dolore, avevo solo paura che comparisse papà perché si sarebbe arrabbiato con mamma e con me per quello che era successo in quel pomeriggio.

Papà non tornò per la cena, non tornò nemmeno il giorno dopo, semplicemente non tornò.

L’anno dopo, in estate, nacque Alberto. Mamma volle che fossi io a dargli il nome. Quando lo presi in braccio per la prima volta mi sorrise e pensai che mio fratello era davvero fortunato perché non avrebbe sentito i soldati urlare, la guerra era finita. Giurai che l’avrei sempre protetto da tutto e da tutti, anche se per una cosa non avrei potuto proprio più far nulla: quel soldato se lo sarebbe portato per sempre nel cuore.

 

“Giro giro tondo

s’alza il mondo

s’alza la terra

tutti su da terra”

*

Il profumo del calicanto

Giorno Uno.

Oggi sono talmente stanco che vorrei averti  vicina, vorrei fuggire con te. Ti confesso che ho sempre avuto un po’ di timore anzi chiamiamola proprio paura, ma il passare del tempo e  le esperienze vissute mi hanno dato la possibilità di conoscerti e acquistare una certa spavalderia che pensavo  di aver perso con la fine dell’adolescenza .   Ho imparato ad odiarti, ho cercato inutilmente di capirti  e ho pregato Dio di tenerti lontana da me. Ma ora  ti cerco, ti sto  aspettando  perché sei anche mia.

Ti ricordi di me? Certo che si !  Ci siamo incontrati tante volte nel corso di questi anni; incontri più o meno vicini ma sempre intensi. Ora ho voglia di averti tutta per me.

Ti ricordi il mese di luglio? Quello  del 1960? Giornate terse e afose ma anche piene di spensieratezza,  gioia e di quell’incoscienza che accompagna l’infanzia di tutti e un po’ anche la mia. All’epoca avevo sentito parlare di te ma ancora non ti conoscevo,  eri lontana dal mio mondo fatto di  giochi e di ebeti sorrisi.

Di quell’estate mi  rimangono pensieri intensi e qualche foto in bianco e nero  che si mescola alla magia e al mistero che ci aveva trasmesso mamma sull’improvvisa sparizione di papà. Era scappato? Sparito? Rapito dagli  extra terrestri o peggio ancora  dai  cinesi?  Eh si la Cina! A noi ragazzini  avevano raccontato che se  tu scavavi un buco  profondo in giardino  sbucavi direttamente  dall’altra parte del mondo e papà il buco l’aveva scavato per piantarci un salice.

Al tempo in cui non ho più visto papà  e tra noi piccoli   si parlava del buco in giardino  le estati,  in questa parte del veneto,   erano calde, afose  ma vissute tutte d’un fiato  fino all’ultimo istante in cui ci era concesso di restare fuori casa. Io avevo nove  anni, pantaloni corti,   ginocchia sbucciate e una  voglia matta di correre.  Uscivo di casa  al mattino tra le strade bianche, polverose e piene di buche di un quartiere che avrebbe visto il catrame solo alcuni anni dopo.  A casa  rientravo  al tramontare del sole  con la breve pausa del pranzo e della cena: necessità importanti solo per mia mamma.  Mi ricordo che quando papà arrivava dal lavoro,  sentivo il motore allegro del suo motorino da lontano che pian piano si avvicinava.  Era un bellissimo ‘Califfone’ verde acquistato da un abile rivenditore di elettrodomestici. Il rumore di quel motore era  parte della  nostra famiglia, era diventato il suono  di casa,  legato al  profumo  della pasta di mamma che dalla finestra ci chiamava per il pranzo.  Invece la cena  si faceva molto presto, alle 18.30 ero  lavato e  seduto ma soprattutto affamato. Papà se ne andò proprio in quell’estate lasciando in garage il ‘Califfone’ verde, fermo immobile in attesa del suo ritorno. Nessuno ebbe più il coraggio di accenderlo, non ebbi più occasione di sentire il suo scoppiettante motore ne di rivivere la magia che ci portava. A distanza di anni credo proprio che quel motorino fosse incantato;  una cometa che mi portava il dono più bello del mondo e quell’abile  venditore  un magico personaggio uscito da qualche lampada  dai profumi orientali.  Per molti mesi dopo quel 5 luglio, all’ora di pranzo, l’orecchio continuò come d’abitudine a cercare il suono  lontano del Califfone. Non lo sentii più ne vidi più mio papà.  Mia mamma, per qualche anno, mi raccontò di leggendari paesi che stava visitando papà  e ogni tanto mi leggeva lettere bellissime  che  ci mandava.

Penso che te la ricordi bene quell’estate.

Capii solo qualche anno dopo che quelle lettere le scriveva la mamma e  che papà  era scappato con te. Fu una vera e propria rivelazione del Natale del 1971 assieme  all’inaspettata scoperta che Babbo Natale non esiste e che  nessuna vecchia è  mai volata su una scopa. Avevo 11 anni e mamma decise che quello era il momento buono per raccontarmi come girava il mondo. Mi parlò anche di te.

Fu l’anno in cui il ‘magico’ uscì dal mio mondo di bambino.

 

Giorno due.

Oggi più di ieri ti sto aspettando,  il desiderio di conoscerti intimamente e la paura di farlo si scontrano. Sono  due vecchi  pugili barcollanti che stanno sul ring da una vita e che  aspettano di andare finalmente al tappeto. Entrambi desiderano ricevere  il pugno del KO ma per entrambi rimane viva  la speranza   di piazzare  l’ultimo colpo vincente. Mentre paura e desiderio di incontrarti se le stanno suonando  ho ripensato al nostro secondo incontro. Anche questo dovresti ricordarlo bene.

 L’inverno stava lentamente lasciando il passo alla primavera e stavo assorbendo tutti i raggi di un sole pallido ma buono.  L’aria odorava ancora di calicanto, il suo profumo intenso e dolciastro e  il suo crescere  disordinato mi  ricordavano un po’  la storia della   mia  vita. Non ho mai programmato nulla, ho sempre lasciato che tutto mi venisse addosso, non tanto per scelta ma per una  mia attitudine  a prendere tutto di pancia e a lasciarmi andare come una piuma in balia del vento.  Anche quel periodo lo stavo vivendo così, pur avendo una moglie e una figlia  lasciavo che i fatti mi prendessero per mano e mi accompagnassero disordinatamente. Quel pomeriggio mia figlia Paola mi aveva convinto, senza tanta fatica, ad uscire per una passeggiata.  Ci piaceva andarcene per una stradina che partiva dietro casa e si immergeva tra i campi che in quel periodo dell’anno venivano preparati per la semina. Quel pomeriggio Paola era particolarmente felice e piena di energie,  correva per la stradina, andava tra i solchi di terra dei campi , me la vedevo spuntare da dietro,  davanti ai lati. Era la primavera ceh con tutta la  sua forza esplodeva: giovane, vigorosa, bella e  viva! Aveva dieci anni.

 La stradina passava  per la corte di una vecchia casa agricola, dove le sere d’estate si faceva ‘filò’ mentre di giorno veniva popolata di galline, fagiani, conigli, cani, gatti e a volte da un asino un po’ malmesso ma che si raccontava  fosse  un reduce dell’ultima guerra. Subito dopo la corte,  si estendeva  una grande vasca in cemento piena d’acqua con a fianco un  pagliaio.  Anche quel giorno passammo la corte e mentre io ero incantato ad osservare il vecchio asino sentii un grido e un rumore d’acqua. Questione di secondi, cercai Paola ma non riuscivo a vederla. Corsi con tutte le mie forze verso la vasca e mi accorsi che mia figlia era completamente immersa nell’acqua verdastra. Galleggiavano solo i suoi lunghi capelli scuri.  Ero  sul bordo, presi al volo i  capelli e cominciai a tirare con tutte le forze.  Vidi uscire la testa, poi le braccia. Continuai  a tirarla per le braccia finché in pochi attimi fu fuori dall’acqua. Non dava però nessun segno di vita, non respirava, non sorrideva non correva più. Era immobile!  La stesi,  le appoggiai le labbra sulle sue riempiendole i polmoni d’aria  ed alternando un  massaggio  al cuore. 

Attimi: milleuno, milledue, milletre, aria...

Milleuno, milledue, milletre, aria...

Milleuno, milledue, milletre, aria...

Milleuno, milledue, milletre, aria...

Ripetei  ancora la sequenza.

Poi  un colpo di tosse.

Il cuore riprende a battere.

Ritorna anche il respiro.

Non ricordo cosa mi passò per la mente in quell’ interminabile momento, so solo che Paola ricominciò a respirare e poi piansi.

Dopo quel giorno mi ritrovo spesso a pensare a quel pomeriggio e ancora oggi quando sento il profumo dolce del  calicanto mi  nasce  sul viso un sorriso sereno.

Quella fu la seconda volta che ci incontrammo da vicino.

 

Giorno tre.

Ciao, sono Paola. Papà è morto da poco. Stavo svuotando il suo cassetto e ho trovato queste sue  righe. Sono entrata a salutarti. Il medico mi ha assicurato che in questi due giorni non ha sofferto e nonostante la morfina ha continuato a rimanere lucido. Non sapevo che papà avesse  tenuto un diario di questi ultimi giorni e avesse inziato a scriverti.   Oggi  è arrivato anche il vostro momento. Chissà com’è stato e cosa ti ha detto quando stanotte sei  arrivata a prenderlo.

Quel solco sereno, che vedo ora nel suo volto,  mi da la certezza  che tu abbia avuto la delicatezza di presentarti con un dolcissimo fiore di calicanto.