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Raccolta di testi in prosa di Paola Salzano
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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Amore impossibile

 

 

Cara,

ti ho sempre amato e lo sai. Ti osservo da sempre, ogni secondo, ogni minuto, ogni ora e tutte le notti sogno ancora un tuo sorriso, un tuo bacio o una carezza.

Non riesco proprio a lasciarti andare.

Adoro ogni cosa di te: gli immacolati rilievi, belli da guardare e da scalare e le vaste pianure intervallate da boschi profumati dove poter riposare. Amo quei rivoli d’acqua impetuosi che sfociano in oceani immensi, dove nuoterei come un naufrago in eterno; nei tuoi anfratti misteriosi e profondi invece mi insinuerei sì da perdermi in un carezzevole oblio.

Anche tu di certo mi desideri, lo capisco dal modo in cui mi guardi, e pur temendomi, hai bisogno del mio caldo abbraccio come prezioso ossigeno per vivere. Purtroppo so bene che, se provassi ad avvicinarmi, ti distruggerei, allora resto ad ammirare da lontano la tua inarrivabile bellezza.

E non posso accettare il fatto che molti uomini, fortunati ad averti accanto, non ti apprezzino quanto meriti, sporcando il tuo corpo e calpestando la tua anima.

Tu, amore, sopporti in silenzio, perché hai un cuore grande di madre che non rinuncia ad allattare i suoi figli ingrati ed io mi chiedo: quando si renderanno conto dello scempio che stanno compiendo su di te?

Nonostante lo spazio che ci separa, sappi che io mai ti negherò l’appoggio ed il calore di cui hai bisogno.

Terra cara, ti confesso che per me resterai in eterno l’unico grande amore, la sola ragione per continuare ad andare avanti.

 

Per sempre tuo,

il Sole.

*

Cari professori

 

 

“Cari professori,

siamo arrivati al termine del nostro percorso scolastico, un cammino lungo il quale ci avete accompagnato giorno dopo giorno, sostenendoci anche nei momenti di crisi…”.

Era l’inizio del saluto che la classe quinta, sezione U dell’Istituto tecnico commerciale, rivolgeva a tutti gli insegnanti, in persona della rappresentante Martina, durante la cena di fine anno in un’afosa serata di giugno.

Fabrizio Tassi, professore di italiano, ascoltava emozionato, riflettendo a quanta fatica era stata fatta per accompagnare, in un viaggio non privo di scossoni, una classe che si era rivelata sin dai primi anni problematica, come non di rado accade ai giorni nostri: alunni con situazioni familiari complesse, studenti provenienti da altre scuole o con difficoltà di apprendimento, rappresentavano l’universo variegato di quel gruppo. A ciò si era aggiunto un continuo avvicendamento di supplenti, l’aggravante di una situazione già precaria.

Ne era risultata una classe non omogenea, diffidente verso i docenti e difficile da gestire, per le diverse personalità concentrate in un’unica aula. Fin dagli inizi di settembre il professor Tassi, appena nominato dal Preside coordinatore della quinta U, si rese conto che l’ultimo anno non sarebbe stato una passeggiata; era un giovane insegnante, ma la passione per l’insegnamento e l’empatia, di cui era naturalmente provvisto, gli conferivano un infallibile istinto nel valutare le dinamiche tra gli studenti.

Senza indugi prese in mano le redini del corpo docenti e prospettò la situazione soprattutto ai nuovi colleghi, che si trovarono ad affrontare una rogna tra capo e collo, neanche il tempo di varcare la soglia dell’istituto.

L’anno partì al ritmo convulso delle giornate scolastiche; entrare in quell’aula, era come mettere piede nel girone degli apatici: scarso interesse per le materie, poca voglia di collaborare e sostenersi reciprocamente regnavano sovrane. Nonostante l’intelligenza vivace della maggior parte degli studenti, sembrava che niente potesse veramente accendere il loro interesse.

“Cerchiamo di stimolarli al confronto, di proporre spunti di riflessione, ma non c’è niente da fare. Interagiscono poco tra di loro”, lamentavano molti colleghi nelle prime riunioni. Al termine delle vacanze natalizie, Fabrizio Tassi si decise. Entrò in classe e fece capire in modo chiaro ai suoi alunni che diventare grandi voleva dire innanzitutto assumersi delle responsabilità ed il loro atteggiamento non era certo da ragazzi maturi.

Il suo discorso cominciò a sortire i primi effetti nei giorni successivi, quando ci fu un via vai di studenti in sala professori che chiedevano di parlare con Fabrizio. “Prof., noi vorremmo collaborare”, iniziò timidamente la rappresentante Martina. “Il fatto è che alcuni compagni, tra risatine e prese in giro, ci definiscono leccapiedi”. “Ci evitano”, lamentavano altri. “Se chiediamo appunti o schemi, perché magari siamo stati assenti, veniamo accusati di essere lavativi e non abbiamo il coraggio di parlarne con voi insegnanti”.

Fabrizio rimase colpito dalle confidenze dei suoi alunni e si rese conto che il problema non era la volontà di studiare o l’impegno nei compiti. Il problema era la paura. Tanti anni trascorsi sui banchi non erano serviti a quei ragazzi per capire come lavorare in squadra ed avere il coraggio di esprimere le loro opinioni serenamente.

In qualità di professore si sentì responsabile della situazione, allora pensò di parlare alla classe a cuore aperto. “Il motivo per cui venite a scuola non è solo lo studio o il voto, ma soprattutto la possibilità di confrontarvi e crescere insieme, senza inutili condizionamenti”, esordì, sistemandosi con le dita i suoi occhialini rotondi. “Sarebbe bello che tutti vi sentiate a vostro agio e, in caso di problemi, non abbiate paura: alzate la mano, siamo qui per voi”.

Nel silenzio dell’aula i ragazzi si scambiarono parole mute, sottolineate per la prima volta da sguardi di complicità.

Durante i mesi successivi la quinta U cominciò lentamente ad aprirsi con i docenti e ad essere più coesa, mentre si accorciava, tra ansia e sentimenti di inadeguatezza, la distanza alla sospirata maturità.

Nel corso della cena di fine anno, Martina, con un lieve tremore nella voce, concludeva la lettera rivolgendosi proprio all’insegnante di italiano. “Professor Tassi, vorremmo ringraziarla per averci fatto capire che il valore delle persone non si misura da un voto, ma dall’impegno e dalla tenacia nel cercare di migliorarsi…Grazie per esserci sempre stato, dandoci la possibilità di diventare grandi e, se dovesse aver bisogno, non abbia paura, alzi pure la mano!”

A queste ultime parole Fabrizio ebbe un attimo di esitazione, sostenendo a fatica gli sguardi lucidi della tavolata stranamente silenziosa. Visibilmente commosso, riuscì solo ad annuire in segno di gratitudine.

Arrivò l’estate che si portò via gli esami di maturità e la quinta U. Quell’anno il professor Tassi si rese conto di aver imparato un’altra lezione grazie ai suoi ragazzi e crebbe in lui una consapevolezza: magari anche lui, prima o poi, avrebbe alzato la mano.

 

“Ricordando la scuola in presenza…”

 

Paola Salzano – Luglio 2019

 

 

*

Non mi basti mai

 

Alice giunse a destinazione in un’afosa mattina di giugno. L’attendeva una Milano assolata, priva di nubi, in contrasto col suo animo cupo, disperato, di chi è ancora al centro di una tempesta.

Era partita mezz’ora prima da Bologna, ripromettendosi di non cedere, ma quando il treno stava per giungere in stazione, non riuscì a resistere ed indossò gli auricolari del suo lettore mp3. La melodia di una delle canzoni di Lucio Dalla, “Non mi basti mai”, rese Alice ancora più inquieta e depressa: quelle note erano state la colonna sonora degli ultimi mesi.

Nel dicembre dell’anno precedente, appena assunta come ragioniera in un prestigioso studio di Bologna, non stava nella pelle per quell’inatteso impiego alla sua prima esperienza significativa di lavoro.

Il colloquio l’aveva sostenuto con Riccardo, uno dei soci dell’ufficio, dallo sguardo comprensivo e i modi cordiali, che subito l’aveva fatta sentire a proprio agio. Tra di loro la complicità fu istantanea, gettando le basi per un rapporto di collaborazione fondato sulla fiducia e sulla stima. I due si trovarono a trascorrere tanto tempo insieme; Riccardo chiedeva spesso il suo aiuto, mentre la donna accettava volentieri di seguirlo in commissioni al di fuori dello studio.

Pian piano Alice cominciò a sentirsi attratta da quell’uomo, di cui ammirava la caparbietà, la determinazione sul lavoro, nonché la disponibilità verso gli altri. Riccardo invece si perdeva in quegli occhi limpidi ed espressivi, quando lei gli parlava dei suoi progetti o snocciolava le ricette dei suoi piatti preferiti.

All’inizio della primavera sbocciò tra i due un sentimento fresco come una brezza d’aprile seppur impetuoso come un vento inarrestabile. Riccardo aveva circa trent’anni, era sposato e padre di un bambino di alcuni mesi, ma nonostante i buoni propositi non riuscì a resistere a quell’amore che stava per travolgerli: l’entusiasmo di Alice ed il profumo della sua pelle gli avevano rubato il sonno e il cuore.

Le uscite di lavoro si trasformarono di lì a poco in passeggiate romantiche, sotto gli interminabili portici di via Indipendenza, da cui si scorgevano le due Torri che emergevano dalla foschia cittadina come alberi di un vascello. Alice aveva l’impressione che gli antichi edifici la scrutassero dall’alto con fare inquisitorio, facendola sentire ancora più colpevole, in quanto era a conoscenza del fatto che Riccardo fosse un uomo impegnato.

Avrebbe voluto scappare, ma allo stesso tempo non riusciva a stare senza di lui. Ogni angolo di strada divenne l’occasione per sfiorarsi furtivamente e gli androni dei palazzi posti appartati dove potersi abbracciare e soddisfare, anche se per poco, l’urgenza del loro amore.

“Dovrei starti lontano”, le disse un giorno Riccardo, durante la pausa pranzo nell’ufficio deserto. “Invece ho bisogno di averti vicino, ho bisogno di te…”. Ricambiato da Alice si lasciò andare al desiderio represso, al riparo da occhi indiscreti e dal giudizio del mondo.

In un pomeriggio di maggio, mentre passeggiavano lungo via D’Azeglio avvolti dalla tenue luce dell’imbrunire, vennero cullati dalla melodia di quella canzone di Lucio Dalla, che proveniva dagli altoparlanti posti ai bordi della strada. Riccardo non poté fare a meno di seguirne il testo: “Vorrei essere l’anello che porterai, la spiaggia dove camminerai…così non ci lasceremo mai, neanche se muoio e lo sai…Tu, tu non mi basti mai, davvero non mi basti mai…”

Si voltò verso Alice: “Chi ha scritto parole così intense, deve averle vissute almeno una volta nella vita”, osservò commosso. La donna ricambiò il suo sguardo e realizzò di non aver mai amato nessuno come Riccardo.

Sapeva però che lui non gli apparteneva. Ne ebbe triste conferma un sabato, quando, passeggiando per i viali dei Giardini Margherita con un’amica, intravide da lontano proprio Riccardo con a fianco la moglie ed il loro bimbo nel passeggino. Fece finta di non vederli, ma si sentì impazzire e provò un forte senso di nausea. Quell’incontro la riportò con i piedi per terra. L’indomani al rientro in ufficio, si mostrò sfuggente nei suoi confronti.

“Mi vuoi dire cosa ti prende?”, le chiese Riccardo appena ne ebbe l’occasione. “Non capisco…ti ho fatto qualcosa?”

Guardandolo negli occhi, Alice non riuscì a trattenere il pianto. “Mi dispiace, ho sbagliato tutto. Sei un uomo sposato ed io non ho alcun diritto di intromettermi nella tua vita”.

“Se è per questo, abbiamo sbagliato entrambi, anzi io mi sento un marito deplorevole. Ho intenzione di dirlo a mia moglie…”.

“Ma io non voglio privarti della tua vita, soprattutto di tuo figlio. Non riuscirei più a guardarmi allo specchio ed anche tu, con il tempo, mi vedresti come la donna che ti ha allontanato da lui”, replicò Alice con voce roca.

Riccardo la strinse a sé. “Non so cosa accadrà in futuro, ma so che sei tutto per me”.

L’indomani Alice, disperata, rassegnò le dimissioni e in lacrime scrisse un messaggio a Riccardo. “Domani parto per Milano, sarò ospite di mia cugina per qualche tempo”. Poi aggiunse: “Mi dispiace tanto”.

La mattina seguente Alice, seduta al bar della stazione, si aspettò di vedere Riccardo correrle incontro. “Che sciocca”, pensò.  Così pagò il caffè e raggiunse il binario.                            

 

 

Il Frecciarossa fendeva l’aria densa ed afosa di Milano centrale, mentre negli auricolari sfumavano le note della loro canzone. Poco dopo la donna recuperò il bagaglio e scese facendosi largo tra i passeggeri; fu allora che vide sua cugina agitare le braccia per farsi riconoscere. Cercò di ricambiare con entusiasmo il saluto, nascondendo lo sguardo arrossato dietro gli occhiali da sole.

Poi le donne si avviarono verso l’uscita, dove Alice finse di ascoltare gli ultimi pettegolezzi di famiglia, ma già nella sua mente si insinuava, prepotente, il dubbio di aver preso la decisione giusta.  

 

Paola Salzano (marzo 2019)

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I miei favolosi anni 80

 

I MIEI FAVOLOSI ANNI 80

 

 

Nel periodo storico in cui le sorti del pianeta erano decise dal presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, e in Russia il segretario del partito comunista, Michail Gorbaciov, inaugurava la “perestrojka”, il programma rivoluzionario che avrebbe trasformato la società sovietica, io mi apprestavo a vivere quella fase della vita, di grandi cambiamenti, che difficilmente si dimentica.

Era l’inizio degli anni 80. Da adolescente, timida ed impacciata, mi affacciavo al mondo con una voglia inesauribile di vivere emozioni e nell’epoca dell’apparire e dell’affermazione ad ogni costo, desideravo anch’io essere vista e trovare un posto da qualche parte, che non fossero la famiglia o la scuola, luoghi che iniziavano a starmi stretti.

Nei pomeriggi oziosi, dalla mia terrazza di un condominio alla periferia di Napoli, osservavo il mondo come oggi si sbircia sui social network e la mia attenzione cadeva spesso sulle ragazze del mio quartiere che, ancheggiando per strada con una falsa sicurezza di sé, gettavano occhiate languide ai maschi sui motorini, catturati da quegli sguardi da femme fatale.

Strizzate nei loro jeans Levi’s e avvolte in giubbotti di pelliccia (secondo la moda del tempo), mi facevano molta invidia, non tanto per lo stuolo di ragazzini brufolosi appollaiati sui loro “Ciao”, quanto per l’atteggiamento da dive vissute, molto lontano dal mio modo di essere. Nonostante ciò, grazie ad amici in comune, entrai nel loro giro ed iniziò così il periodo più esaltante della mia adolescenza. Ricordo l’impazienza di incontrarsi nei pomeriggi sotto i portoni a chiacchierare e ad organizzare uscite per il weekend: eravamo veramente “connessi”.

I nostri genitori non stavano tanto a preoccuparsi per i mille pericoli, che forse già esistevano, ma non incutevano tanta paura e così noi riuscivamo a goderci le strade e i parchi senza troppe ansie.  Il capocomitiva, un tipo amichevole e cordiale, il cui sorriso ricordo con nostalgia, trascinava tutti con il suo entusiasmo, coinvolgendoci in mille iniziative.

Nel periodo natalizio ci imbarcavamo in allegre spedizioni nella famosa via dei presepi, San Gregorio Armeno, per ammirare le bancarelle zeppe di pastori di terracotta che all’epoca non avevano ancora la faccia di Hamsik o di Trump, tutt’al più le sembianze del goleador Maradona (quasi un Dio nella Napoli di allora) e quelle di Giuseppe, Maria ed il Bambino Gesù.

Senza avvertire il freddo e con la sensazione di onnipotenza della gioventù, percorrevamo le vie del centro cullati dalle note delle hit del momento, provenienti dalle auto ingabbiate nel traffico: come dimenticare la nostalgica “Last Christmas”, cantata dagli Wham, il duo britannico che faceva impazzire le ragazzine di mezzo mondo!

Ma i momenti più attesi della settimana erano le feste del sabato sera, organizzate a turno nelle nostre case, per divertirci senza dover soccombere all’inferno assordante delle discoteche.

Noi ragazze curavamo nei minimi dettagli il look. All’epoca cercavamo di imitare lo stile di Madonna, la cantante pop del momento: ricordo con quanta cura strapazzavo i miei poveri capelli, attorcigliandoli in grandi fiocchi di tulle ed impreziosivo le orecchie con blasfemi orecchini a forma di croce, cercando di apparire trasgressiva.

Così abbigliate e sotto le luci specchiate della strobosfera roteante, installata sul soffitto di turno, ci sfrenavano al ritmo della pop music di Michael Jackson o dei Duran Duran, fino a quando un improvvisato deejay cominciava ad allentare il ritmo, introducendo un pezzo lento.

In quell’attimo la pista da ballo si svuotava, mentre gli angoli della stanza venivano presi d’assalto dagli invitati, terrorizzati dal momento tanto atteso ma anche temuto. Le ragazze speravano di essere invitate a ballare e così, se il miracolo si avverava, si ritrovavano tra le braccia del prode cavaliere, guancia a guancia e gli sguardi sognanti.

Durante lo shopping per le vie cittadine, guardavamo invece i “paninari” ossessionati dalle griffe, che sfoggiavano costosi giubbotti Moncler e scarpe Timberland con fare snob, mentre i nostri genitori si lamentavano dei prezzi che salivano in modo inaudito nel vortice consumistico di quegli anni, da cui inconsapevoli eravamo risucchiati.

Nel frattempo volavano i mesi e gli anni, fino alla tanto sospirata maturità, che decretò la fine dell’adolescenza e di quel decennio mai dimenticato: la spensieratezza era destinata lentamente a dissolversi.

In quel periodo il futuro si prospettava roseo, con un bagaglio di sogni e progetti da realizzare, senza la paura del domani; conservo ricordi indimenticabili, alcuni catturati attraverso la Polaroid, la macchina fotografica con cui mi illudevo di poter fissare, in poche frazioni di secondo, momenti irripetibili.

Oggi capita che qualche mio studente mi chieda come fossero quegli anni: forse non furono così belli come li ricordo, ma so che resteranno per sempre i miei favolosi anni ’80, quando riuscivamo a dire “mi piace”, guardandoci negli occhi.

 

 Paola Salzano - dicembre 2017

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Quando la luna

 

Quando la luna incontrò il mare, avvenne in una notte di mezza estate.

Scelse un incantevole scenario, quello del golfo illuminato a festa di una delle terre più belle del sud Italia, che la guardava estasiato aspettando da sempre giorni migliori per i suoi figli.

Salutata la stella madre all’imbrunire, l’elegante signora si affacciò sul nitido cielo di luglio, indossando il suo vestito migliore: era piena, abbagliante, con i crateri in evidenza. Decisa a conquistare, si fece largo tra le luci della volta celeste, gettando lo sguardo verso il vulcano dormiente che, osservando sornione, le fece l’occhiolino.

Quando la luna incontrò il suo amante ne rischiarò l’ondeggiante superficie, increspata solo da una leggera brezza estiva e si arrese tra le acque in un abbraccio senza tempo. La sua immagine si riflesse nei toni dell’oro, del verde smeraldo e del blu argenteo in quello scorcio di mar Tirreno, offrendo, a coloro che ebbero la fortuna, uno spettacolo straordinario.

Quando la luna fece l’amore con il mare illuminò la cornice della storica città fondata col nome di Parthenope, dal lungomare alle auto in corsa, agli eleganti alberghi e ai ristoranti. Sull’isolotto di Megaride tutt’uno con la costa, l’antico Castel dell’Ovo, dagli imponenti cannoni di guardia, assistette pure lui all’evento; lui che nel corso dei secoli ne aveva viste di tutti i colori, arrossì di colpo, restandone però compiaciuto.

Nella notte magica anche lei era lì, ad ammirare quell’attimo eterno, appoggiata al muretto di una delle strade panoramiche della sua città. Con lo sguardo rivolto verso il cielo, la donna si rese conto che stavolta sarebbe stato difficile lasciare il luogo dov’era cresciuta.

Dinanzi allo spettacolo di terra, acqua e cielo uniti in un abbraccio senza fine, comprese quanto l’amore e la bellezza siano preziose ancore di salvezza, le uniche capaci di dare un senso al nostro essere, in questi giorni persi di paura e scoramento.

 

 

Paola Salzano - agosto 2016