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Raccolta di testi in prosa di Giovanni Baldaccini
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Con dadi fatti d’ossa di cammello

Mazur non temeva i leoni.

Quindi se cade il vento, non si sentono odori (spiegava).

In disparte alcuni Berberi lanciavano dadi fatti con ossa di cammello. Bevono, mentre la sera ha già distrutto il giorno.

Intanto: si montava una tenda.

 

Mi sono ricordato di te quando ho ingoiato l’ultimo boccone.

Era freddo a Parigi e la nebbia lasciava intravedere tutto il tempo lasciato.

Sono cose che vanno a scomparire, come i bottoni della mia camicia quando cadono e nessuno li raccoglie. O la sabbia.

D’estate passavamo la notte al lungosenna, ma non posso giurare che sia vero.

 

Qui la notte è distanza. Stelle, ma sembra di guardare un giuramento fatto senz’alba al tempo di dormire.

 

Il fuoco è un guazzabuglio di visioni. Cerca, come i pensieri quando non puoi fermarli. E distruggerli.

I filosofi commettono un errore capitale: pensano il tempo come una linea retta. Esso è invece un abisso, disperso sotto forma di spirale. Tutto scende e ritorna; sprofonda mentre sale. Per questo non riesco a abbandonarmi.

Stelle, come lamine fredde.

 

A Parigi sembrava primavera, quando avevi una tela. I colori bisognava inventarli; un’esigenza senza condizione.

All’Orsay c’erano ferrovie: dipingere è partire.

 

Laggiù, da qualche parte nel buio, dovrebbe esserci il sonno.

Questa potrebbe essere una spedizione, se avessimo una meta.

Sono molte le cose che bisognerebbe avere: un cappello, un divano, un sentiero per non sperdersi troppo quando si cerca di rimanere vivi.

E l’abbondanza, la miseria, l’astro, una coscienza senza adattamento. Un fiume, anche: scorrere, quando occorre restare.

 

Più tardi, dopo molte boccate di vaniglia e illusioni di lamponi freschi: quelli lanciano dadi.

C’era la notte, fuori.

*

All’incirca più tardi

Mezzogiorno e trentacinque e oggi è il ventitrè.

Questo paese è insipido come succede ai vecchi. Per questo ci sono venuto ad abitare.

Adesso è trentasei. (Devo stare attento al tempo, altrimenti mi sfugge).

Con la luna ho problemi: il naso mi confonde i lineamenti e non annuso il tempo. Con le nuvole è peggio.

A mio agio coi libri. Lì si salta (epoche, continenti, calessini, notte di giorno, giorno nella notte, albe tramonti tramestii trambusti, stelle nei vasi con i fiori. Donne). In pratica: salti a picco. Non ti accorgi del sorpasso del tempo.

Nel paese, la gente si muove lentamente e quando cammina sembra quasi ferma. Questo mi tranquillizza. Quando non esce è meglio.

Ho riempito la casa di clessidre: mi costringono a muovermi come se fossi sabbia. Quando ne rovescio una, un'altra è già finita e devo rovesciarla di nuovo. (Dovrò eliminarle?) Uguale per la rotazione dell'universo.

Questi paesi medioevali sono piuttosto oscuri. Ciò aiuta ad ignorare l'alternanza del giorno e della notte. Certo non la elimina del tutto, ma con alcuni accorgimenti (tende rigorosamente spesse e persiane tappate) la cosa si semplifica.

Quando Carolina viene per le pulizie in genere è mattina. Le ho detto di venire anche di sera, senza avvertimento, così, a rotazione irregolare. I pasti? Quando capita.

Tuttavia non riesco ad evitare di controllare l'orologio. Lo so che è una contraddizione, ma mi devo smentire.

Adesso è quasi cinquantuno. Questo significa che per scrivere queste poche righe ho impiegato circa quattordici minuti (devo pur conoscere la velocità del mio pensiero).

D'altra parte pensare è rimediabile. Comunque una fatica inutile: non si pensa che a perdite e l'orrido del mondo. Per fortuna i pensieri per loro natura sfuggono e si può sempre dimenticare.

Quando penso astrazioni sto tranquillo. Dunque, che ora è? All'incirca più tardi.

 

*

Di scatolette e fiori

 

 

Ora, davvero ci si stanca di questa ovvietà del camminare, che a rimanere fermi ci fa freddo e la neve ti sferza.

Muoversi: verso dove? Più che altro un pensiero, unica forma di astrazione lieve che senza fare un passo muove il mondo. Ma anche questo è ovvio.

Come lo è il potere: ignora, se non osteggia.

Occorre allora inventarsi qualche cosa, magari un processo al mal di testa, come a Gerusalemme, ma non mi sembra sia servito a molto.

Forse esiliandosi, se non fosse che l’esilio va nel nulla, come dimostrano i fatti di ogni giorno, ammesso che gli esiliati vengano raccolti per lo meno – dico una scatola – almeno.

Riconoscere, quindi, si diceva, un cammino diverso. Costellato in ogni caso di ovvietà. Ad esempio: cos’è la letteratura? E la poesia? Ma perché questo bisogno di definire, declinare, incasellare? Ah, l’ignoto trasformato in consueto. La rassicurazione chiude il mondo; ma non sembra fare la paura che dovrebbe.

Dunque parlarne senza preoccuparsi di dover dire ancora, ma il silenzio è un’indagine sospetta: non ne parla nessuno.

Ma perché quando incontriamo qualcosa che appare come un tempio che ci sembra una parentesi sospesa tra l’esperienza e il non pensato; o un quadro, dove il mondo si aggira radunandosi in empietà più simili al sublime dell’empietà dei giorni, perché poi ne dobbiamo parlare, riducendo l’istante a un campo vecchio, mentre dovremmo soltanto limitarci, almeno qualche volta, a viverne?

La dinamica dell’ovvio stronca il senso, ma anche il più sensato dei pensieri alla fine si invecchia. Bisognerebbe allora ripensare e delle cose farne sempre altre. Quando le hai fatte, farne diverse ancora, fino a quando avrai finito l’infinito. Che si chiude, ma ricomincia altrove.

Ad esempio a Pietroburgo, dove non si mangiava carne in scatola: nelle lattine si mettevano fiori. Ma nei cortili si lavorava sodo perché il Partito non consentiva odori. Dunque una vita al minimo: quel poco che si riusciva a leggere.

Muoversi, allora: dove?

Anche la sera, sul Baltico, quando le isole si prendono per mano, si muove solamente la deriva.

 

*

Il limite

L’alba indicava il limite del cielo tra la notte e il pensiero quando il pensato torna dentro il giorno. Quella mattina un professore si svegliò confuso.

Una questione antica, si disse, ma non ha molto senso. Tra l’altro, si accostava novembre.

Scese dal letto e dall’ultimo riflesso della notte.

Dopo una breve colazione, entrò nel suo studio. Sedette alla consueta scrivania. Radunò le sue carte.

Quella mattina doveva tenere la sua ultima lezione. Anni di studio e adesso la pensione; quella lezione sarebbe stata l’ultima.

Avrebbe dovuto illustrare il già pensato; quanto al nuovo, non lo aspettava più.

Uscì tenendo sottobraccio una cartella colma di spartiti. Dimenticati per duecento anni, tornavano alla luce insoddisfatti. Occorreva deviare dall’ignoto e compiere un riconoscimento dovuto. Sembrava spettasse a lui.

La strada era ancora semivuota e un autunno quasi inverno trasportava nuvole distanti. Il professore si sentiva distante. Quando arrivò, gli venne voglia di andarsene.

L’aula era ovale, con banchi a semicerchio disposti verso l’alto, come un teatro antico. Il professore si accomodò al centro e distribuì gli spartiti sulla cattedra. Inforcati gli occhiali, diede un rapido sguardo al suo discorso: in fin dei conti, era semplicissimo.

La musica di Bach, disse, sfiora l’assurdo, ma è una matematica perfetta. Sembra disgiungere, sorvolare, affidare l’incauto che la ascolta a un viaggio senza fine verso nulla.

Ineffabile e pura, induce matematici terrori: non c’è mai un risultato, almeno in apparenza. Tuttavia è affermazione: esiste l’indicibile.

La fuga cui si affida rasenta l’infinito e ad esso tende, ma c’è sempre un ritorno. Qualsiasi scala, qualsiasi serie di scale, apertura o distanza, qualsiasi sia la fuga o sovrapposte fughe in alternanza, c’è sempre una nota che ritorna. L’infinito si chiude.

Dunque, anche il suo tentativo di oltrepassare il corpo dell’umano, per quanto ci introduca nel sublime, dal sublime decade: l’umano ha la sua fine. E l’infinito.

Richiuse tutto, scese dalla cattedra, se ne andò. Non si sa dire dove.