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Raccolta di testi in prosa di Pietro Rainero
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La mucca che si incipria »
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Telepatia »
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Debito pubblico »
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il giardino delle mele »
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Sangue blu »
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Apriti, sesamo! »
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Paul »
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Nelle spire del Tempo »
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Uomo che pescava fiabe »
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Il filosofo »
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Gallerie »
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La lastra di ghiaccio »
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Da qui vengono le cicogne »
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Incontro con Cosimo »
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Elettrodomestici in sconto »
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Cantalupo e Borgoratto »
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Alta moda »
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Infanzia felice »
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Emmental della Savoia »
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Scacchi e pirati »
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Nero Wolfe e le api »
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Il volo tra i rami »
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La calda cioccolata dello ispettore Clews »
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Una viola al Polo Sud »
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Il campionato del mondo di dama »
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Lo scrutinio »
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Rufus »
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Solo una goccia, mi raccomando! »
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Tagliala in due! »
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Io confesso »
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Una moltiplicazione etiope »
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Chiome di Londra »
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Q.I contro Q.I. »
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Lo specchio dello spazzacamino »
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Germania - Argentina »
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Il quotidiano del giorno dopo »
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La mummia al Pronto soccorso »
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La caduta di un orso di un gatto e di un topo »
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La collana »
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Truffa farmaceutica »
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Marea »
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Il noce »
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Il quarto porcellino »
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Pensione reversibile »
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Tra Cairo e Alessandria »
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Il cucchiaio cinese »
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L’incendio »
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Maya »
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Don Cosciotto e Senzapancia »
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Avventura in Costa Azzurra

Avventura in Costa Azzurra

Kenia.

Nella Rift Valley affiorano sporadicamente testimonianze di un remoto passato dell’umanità.
I paleontologi aspettano, con infinita pazienza, che la valle decida di concedere il regalo tanto sospirato e quando, raramente, ciò accade, con uguale pazienza senza fine ripuliscono dalla polvere il femore od il cranio di qualche loro antenato di due milioni di anni fa.
La culla della specie umana è anche un crogiuolo dove si impastano cromosomi particolarmente adatti alla corsa di resistenza. Ci troviamo infatti nella valle che ha dato i natali a tanti grandi atleti africani.
E’ una mattinata bellissima, calda e soleggiata.
Kip e Samsom, due gemelli di nove anni, si sono già alzati da tempo e, fatta una frugale colazione e presi i libri, si accingono alla loro quotidiana fatica per raggiungere la scuola.
Samsom e Kip, infatti, abitano a sette chilometri dalla scuola elementare di Eldoret
che raggiungono correndo ogni giorno, feste escluse.
Corrono senza sosta, felici di divorare la distanza che li separa dal sapere, da una possibile ricchezza a venire, da una vita più dignitosa.
Divorano, a mezzodì, nuovamente i chilometri che li separano dalla loro casa, alla quale sono diretti per divorare un meritato pasto. Corrono non solo per raggiungere in tempo gli amici in aula, ma anche perchè questa è una delle poche possibilità per edificare un futuro meno oscuro.
Sanno che i più resistenti tra loro saranno selezionati per le scuole superiori e, se capaci e fortunati, dopo estenuanti allenamenti avranno forse una chance: far parte delle squadre juniores keniote di atletica.
L’atletica leggera: il sogno dei bimbi della Rift Valley.
L’atletica leggera, lo sport degli dei, il più bello, la disciplina vecchia quanto i fossili della loro valle, nata quando questi fossili, allora dotati di poderosa muscolatura, dovevano correre più veloce possibile, saltare più lontano, lanciare più forte per sfuggire ai molti nemici predatori o catturare qualche appetitoso animale.
L’atletica leggera, che col trascorrere dei decenni riscrive il libro dei record, misurando in secondi e centimetri il progredire della nostra specie. L’atletica leggera, dove un essere umano si misura non solo contro se stesso ( per sondare la capacità di migliorarsi, di soffrire, le tattiche di gara, le doti di concentrazione ) e contro i suoi simili, ma anche contro il passato della propria razza.
I gemelli corrono per agguantare un futuro non ancora raggiunto, un benessere che si intravede solo lontanissimo, potenziale. Nella loro valle è ricco solo chi possiede una fattoria, un terreno sia pur ritroso a farsi coltivare, capi di bestiame, molte mucche dal bianco latte. Il sogno dei piccoli keniani è possedere molte mucche.
I gemelli quindi corrono, e corrono forte!
Ed in pochi anni …..raggiungono la vetta.
Li ritroviamo infatti, ormai diciottenni, a pieno titolo nella squadra nazionale juniores, con in una mano una borsa di studio per un’università statunitense e nell’altra un biglietto aereo per il loro primo impegno all’estero: il meeting di Montecarlo, uno dei più qualificati al mondo, dove chi ottiene buone risultanze può sperare in lauti ingaggi per altre manifestazioni internazionali.
Sono soli con l’occasione che il destino presenta una volta nella vita, soli dentro il loro sogno. 26 luglio, ore 20. Stadio Luis II, a Fontvieille, sotto la rocca di Sua Altezza Serenissima il principe di Monaco.
Il popolo dell’atletica, appassionati di tutte le età ed estrazioni, si è riversato con ogni mezzo nel piccolo principato.
Ora prende d’assalto gli sportelli della biglietteria e poi, salita qualche rampa di scale, si appresta a pregustare il grande evento, con in una mano hot dogs e coca cola e nell’altra il programma della serata. Una serata, tra l’altro, bellissima. Solo qualche nuvola in lontananza sulle Alpi ed una leggera, piacevole brezza marina. E’ quasi percepibile nell’aria l’approssimarsi delle sfide che faranno sembrare le successive tre ore un batter di ciglia.
Samsom e Kip sono già in pista per il riscaldamento.
Sono incantati dallo spettacolo.
Guardano meravigliati quei tifosi, tifosi non di un atleta in particolare ma del progredire dell’umanità intera, tifosi che invocano i loro beniamini durante il giro d’onore in auto d’epoca, riservato ai campionissimi, nella speranza che questi eletti sappiano ripagarli più tardi con un lampo destinato a passare alla storia, con un attimo di emozione destinata a cristallizzarsi per sempre nella memoria.
Avevano ancora la meraviglia negli occhi quando, due ore dopo circa, furono chiamati sulla linea di partenza dei 3000 siepi, da anni territorio di caccia per gli uomini degli altopiani africani.
E gli uomini degli altopiani si fecero onore. Sfrecciando fra un pubblico che batteva
ritmicamente le mani seguendo il suono di un tam-tam scandito da un lontano tamburo, quattro kenioti ed un etiope presero la testa.
Samsom e Kip erano lì, anche loro.
Erano nel gruppetto di testa, anche se le gambe sembravano, col passar dei giri, sempre più legnose, anche se, col progredire inesorabile delle lancette, le idee diventavano più confuse.
Correvano con uno stile superbo, una facilità di interpretare la corsa impressionante: era un piacere vederli. Ma, nonostante rincorressero un sogno, o forse perchè risvegliati nel bel mezzo di un sogno, la fatica, enorme, estenuante, vinse.
Gli impulsi partivano dalle loro menti, il coraggio partiva dal loro cuore.
Ma le gambe non rispondevano più.
Kip arrivò quarto, Samsom sesto, sfinito.
Entrambi centrarono il primato personale, suggellando una gara magnifica, mentre il vincitore, loro connazionale, fallì di un’inezia ( 3 decimi di secondo ) il record del Mondo tra il delirio della folla.
Kip e Samsom avrebbero fotografato quell’istante di soddisfazione mista a delusione e lo
avrebbero portato con loro per l’eternità.
Ore 23. Samsom e Kip ora corrono lentamente ( defaticamento ) verso il loro albergo in compagnia di un gruzzolo di colleghi, mentre sullo sfondo, nello stadio e sullo stadio, i fuochi d’artificio chiudono l’evento sportivo.
L’occasionale passante che osserva questo quadro, di uomini neri come il carbone, con sgargianti magliette arancioni e verdi, che nella nera notte piena di luci lussuose si allontanano da altissimi fuochi che celebrano un troppo breve incontro tra atleti diversi, tra diverse discipline e tra spettatori diversissimi, rimane affascinato: uno spettacolo!
I gemelli, scansando i pedoni e le auto della viva, tumultuosa notte monegasca, trotterellavano pensando all’unisono ( una loro caratteristica ) che sì, erano veloci, erano resistenti ma…. ma c’è un filo sottilissimo che divide inesorabilmente il bravo atleta, il più che onesto faticatore di talento dal…..fenomeno.
Ed essi non erano destinati ad essere fenomeni.
Non avrebbero scritto neppure una riga sul lungo libro dei record, non avrebbero vinto medaglie.
No! Non c’era ricchezza nel loro futuro. Non avrebbero potuto concedersi, per sé e gli otto fratelli, la fattoria tanto agognata.
Sul sogno si chiudeva il sipario: era stata comunque una bella rappresentazione.
Giunti a questo punto del racconto, ci spostiamo qualche decina di chilometri più ad ovest ( e tre settimane più tardi ) a Cagnes sur Mer, nel frenetico cuore della Costa Azzurra.
Eccoci all’ippodromo, prospiciente il mare, ad un tiro di schioppo dai sinuosi e piramidali grattacieli della Baia degli Angeli.
E’ sera. Le grandi lampade proiettano lunghe ombre sulla pista rossa.
Anche i volti degli spettatori sembrano lunghi e tristi.
Molti degli spettatori coltivano un sogno, il solito che permea questa storia: la speranza di diventare ricchi. Tramite le scommesse, come i giocatori di roulette, totocalcio, lotto.
C’è un piccolo intoppo: che i giochi del Casinò, il Totip, il Superenalotto ed i loro cugini, ed anche le scommesse all’ippodromo, non sono equi ( anche se possono coinvolgere i cavalli ) perché si vince meno di quanto si dovrebbe in base alle mere probabilità dell’evento favorevole.
Perseverare a lungo in questi giochi è un modo quasi certo di rovina economica. Matematico!
Il popolo dell’ippica insegue cocciutamente la speranza, legata alle scommesse, di un futuro meno buio. E’ gente molto diversa da quella che segue l’atletica, ( anche se fra gli appassionati che assistono ad una prova di galoppo ad Epsom si contano lord, duchi, baronesse varie ed anche altezze reali, sicuramente persone non povere ) meno spensierata e allegra, quasi pesasse su di loro una cappa di disperazione, rassegnazione, sconforto.
Descritta la cornice, passiamo a vedere il disegno della corsa.
Facciamoci illustrare il quadro dallo speeker ufficiale dell’ippodromo.
“ Mesdames e messieurs, vi giunga il mio più caloroso “buonasera” dall’ippodromo della Costa Azzurra. Il Grand Prix di Vitesse , che stiamo per proporvi in telecronaca diretta, verrà sicuramente ricordato come uno scontro tra campionissimi.
Tra i 14 partecipanti certamente almeno quattro possono, a ben diritto, aspirare al titolo di miglior trottatore dell’ultimo lustro. Si tratta della giumenta ROQUEBRUNE ( record al chilometro 1’10” 7 ) e di TIDARO’UNPELO ( 1’11”3 ) , i due migliori interpreti francesi di questo sport fra le ultime generazioni, trionfatori più volte nel Prix d’Amerique, a cui bisogna aggiungere la femmina statunitense SUPER MARKET ( 1’10”3 ) , recente dominatrice delle Breeder’s Crown a New York e soprattutto, quale favorito numero uno viste le strepitose condizioni di forma, l’italiano VALBONNE ( 1’09”1, primato mondiale ) che ha annichilito gli avversari al Gran Premio Lotteria di Agnano ed al recente Elitlopp di Stoccolma.
C’e poi una schiera di ottimi elementi che potrebbero recitare il ruolo di outsiders, per finire infine con quattro giovanissimi, tutti con la S all’inizio del nome e cioè nati due anni fa, senza alcuna possibilità di piazzamento. Si tratta di SBIADITO ( dal chiaro manto ) , SBILENCO ( dall’andatura non impeccabile ), SCIANCATO ( affetto da discopatia ) e SBANDATO ( facile alle rotture ).
La partenza, sulla pista da 1307 metri, viene lanciata lungo la curva e l’autostarter abbandona i cavalli subito dopo l’ingresso in rettilineo.

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Ma eccoci al momento tanto atteso! Tutti i cavalli sono ordinati nello schieramento iniziale, otto in prima e sei in seconda fila, e procedono seguendo facilmente l’autostarter, che aumenta progressivamente la velocità ed ora si fa da parte.
Lanciata dunque la gara vera e propria! Allunga in testa ROQUEBRUNE, il cui driver ha sfruttato con perizia il numero 1 dei nastri di partenza, mentre al largo si fa strada l’altra femmina SUPER MARKET.
Attenzione! Al centro del gruppo di testa rompe SBANDATO, allungando la lunga striscia di gare in cui non ha ottenuto alcun risultato.

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Siamo alla seconda curva ed i quattro favoriti sono già al comando, apparentemente senza sforzo nel seguire l’andatura dettata da ROQUEBRUNE, pronti a piazzare l’allungo decisivo, ma ora siamo ancora in una fase interlocutoria.

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Eccoci ora sul rettilineo opposto alla tribuna: nell’ordine ROQUEBRUNE, con all’esterno SUPER MARKET, poi VALBONNE, TIDARO’UNPELO, NAPOLEONE TERZO, GIRAMONDO, SBIADITO, CAP3000, PATTUMIERA, SBILENCO e gli altri.
Squalificati per rottura prolungata SBANDATO e DISPERSO.

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Siamo all’ultima curva. Il pubblico è tutto in piedi! Elettrizzante lo spettacolo!
ROQUEBRUNE, TIDARO’UNPELO, VALBONNE e SUPER MARKET, che sembra un po’ stanca. Staccati gli altri. Ormai è cimento tra titani.

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Uscita sul rettilineo finale!
VALBONNE aumenta l’andatura. Impressionante!
Supera in tromba SUPER MARKET e ROQUEBRUNE e si porta in testa.
VALBONNE, VALBONNE è ormai sicuro vincit… Attenzione!!
Esce SBILENCO ad una velocità supersonica, si avvicina a VALBONNE.
Pazzesco!! Non crediamo ai nostri occhi! Mancano poche decine di metri.
SBILENCO passa. Inaudito!
SBILENCO, SBILENCO, SBILENCO !!
Ha vinto! Incredibile sorpresa a Cagnes.
SBILENCO, un cavallo neppure conosciuto, alla sua prima corsa significativa e iscritto con un record di 1’15”9 al chilometro, ha vinto il Criterium de Vitesse.
Gli spettatori sono attoniti. Un silenzio irreale è sceso sull’ippodromo.

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Abbiamo il risultato ufficiale. SBILENCO su VALBONNE, terza ROQUEBRUNE.
Il tempo del vincitore è strabiliante: ha trottato il miglio ( 1609 metri ) alla media di 1’09” netti al chilometro, nuovo primato mondiale.
Signore e signori, vi salutiamo dall’ippodromo della Costa Azzurra, dove abbiamo vissuto con voi un’emozione che sarà impossibile rimuovere dalla memoria. ”
Poco dopo il quadrupede vincitore viene fatto oggetto di ammirate attenzioni da parte di stallieri, accompagnatori, managers, fotografi e giornalisti.
Con in groppa una mantella viene scortato alla premiazione, subissato da applausi scroscianti.
Dentro a SBILENCO Kip dice: “ Che faticaccia! Sono stravolto. Meno male che sin da quando
eravamo piccoli possediamo esattamente la stessa lunghezza di falcata ed identico ritmo di corsa, il che ci ha consentito di evitare una sicura squalifica per rottura e di procedere ad una velocità molto superiore a quella che siamo in grado di sviluppare singolarmente.”
“ Sì, grazie a quella pelle finta che ci univa” rispose Samsom “ che però mi ha causato molti fastidi. Avevo un gran caldo e non vedevo dove mettevo gli zoccoli, dovevo fidarmi ciecamente di te.”
“ Anch’io avevo le mie brave difficoltà a scorgere il mondo esterno dalle due piccole fessure degli occhi e cercare il migliore assetto per impostare le curve. Quei maledetti paraocchi……”
“ Non ti lamentare, tu! Eri comunque davanti, potevi vedere la pista. E poi, tutte quelle frustate che mi sono preso io sulla schiena nella dirittura di arrivo dove le metti? Piuttosto, abbiamo fatto bene a comportarci così? Io non ne sono ancora convinto.”
“ Tu ed il tuo spiccato senso etico! Sicuro che abbiamo fatto bene! Tra premi di gara e scommessa su SBILENCO abbiamo sbancato l’ippodromo. Eravamo dati 100 a 1.
Avremo incamerato, ad occhio e croce, almeno un milione di franchi. ( al tempo degli eventi descritti dalla storia non era ancora arrivato l’euro.)
Immagina che bella fattoria potremo acquistare, e quante mucche!. Gli altri proprietari hanno dovuto rinunciare a qualche premio, ma sono già miliardari. Quindi siamo come Robin Hood: rubiamo ai ricchi per donare ai poveri, cioè noi. Non facciamoci tanti scrupoli!”.
“ Ma noi abbiamo scommesso su SBILENCO ” replicò Samsom “ che quasi nessuno aveva preso
in considerazione, quindi abbiamo sicuramente fatto perdere tutti quei poveracci che hanno puntato su VALBONNE. Abbiamo rubato ai poveri per dare ad altri due poveri.
Non siamo affatto come Robin Hood!”.
“ In guerra ed in amore tutto è permesso” sentenziò Kip.
“ Ma noi non siamo in guerra! ( Samsom trascurò a priori l’amore: nessuno dei due si era ancora invaghito ) ”.
“ Sì, invece ” concluse Kip “ in Sanscrito la parola guerra si dice “ desiderare più vacche” ”.






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Indovina indovinello


Indovina indovinello

Il ministro del Tesoro era visibilmente contrariato.
“ Ma Maestà ” disse rivolto alla Regina “ Lei non comprende le ragioni di Stato. Il Principe di Katmandù è un ottimo partito. Ha vaste terre, sconfinate foreste e financo un allevamento di gnu ”.
La Regina rispose decisa all’arrabbiato subordinato: “ Non m’interessano le vostre questioni, né le finanze. E’ molto rilevante, al contrario, la felicità della mia unica figlia. Ed ora andate! ”.
Il dignitario, che nel frattempo aveva fatto dietrofront ed era uscito, stava perorando la causa del Principe Igor, erede designato del regno del Nepal, ricchissimo, potente, ambizioso, astuto e……molto intelligente.
Igor – strano nome per un nepalese, di neanche tanto vago sapore russo – era rimasto folgorato, qualche tempo prima, alla vista di un quadro che ritraeva la bellissima Giulia, figlia della Regina Carla e, ovviamente, del Re di Samarcanda.
Si era innamorato a tal punto di quel viso celestiale da fare una mossa importante: aveva
ufficialmente richiesto la mano della giovane.
Un suo incaricato, il Gran Mandarino Ci-an-dai, era giunto con scorta al seguito a palazzo reale con tanto di domanda in carta bollata e firmata ( da Igor ).
Una richiesta ufficiale di matrimonio, vi devo dire, richiede giocoforza una risposta altrettanto poco ufficiosa. Il saggio e bravo Re Teodoro di Samarcanda doveva, e sottolineo doveva, ammettere
il Principe pretendente alla prova prematrimoniale.
In cosa consiste una siffatta prova?
Oh, bella! Non lo sapete?
In questi antichi ed asiatici regni, ogni Principe che si rispetti e che aspiri alla mano di qualche leggiadra fanciulla dal sangue blu deve risolvere un indovinello.
Il padre della futura sposa, cioè il Re, pone un quesito al futuro marito e questi, se risponde a modo, può coronare il suo sogno d’amore.
Voi ovviamente direte: e la sposa? Non contano nulla i pareri delle Principesse?
Certo che contano!
Fatta la legge, trovato l’inganno, si dice. Non vi era cenno infatti, nei voluminosi tomi giuridici di diritto matrimoniale, del grado di difficoltà dell’indovinello.
Di solito le cose si svolgevano così: se la fanciulla ricambiava la simpatia il padre chiedeva al fidanzato qualcosa del tipo “ Che mese viene subito dopo maggio? ”, l’interessato rispondeva “ giugno ” e a luglio convolava a giuste nozze.
Se la signorina viceversa trovava il tipo troppo alto, poco abbronzato o mezzo calvo, il regnante padre solennemente domandava “ Mi illustri un modello di universo del tipo anti-de Sitter ” ed il povero malcapitato a malincuore capitolava.
Insomma, era la futura sposa che decideva ( e di questo non c’è molto da stupirsi ).
Nel caso di cui stiamo disquisendo, come avrete capito fin dalle prime righe, alla cara Giulia Igor stava tanto, tanto, ma tanto antipatico.
La bella aveva ascoltato più di un racconto e vari aneddoti su quel pallone gonfiato che si pensava al centro del creato.
Non che non fosse un po’ carino, non dico questo, ma si dava tanta di quella importanza che………
Insomma, Giulietta non ne voleva sapere, assolutamente!
E sin qui nulla di nuovo, capita.
I problemi però, per il Re Teodoro III° di Samarcanda, erano la sterminata ( come una steppa ) cultura e l’aguzza ( come una scimitarra ) intelligenza di Igor.
Egli curava la rubrica domenicale di enigmistica di un noto quotidiano, era il campione asiatico in carica di morra cinese, aveva scritto due anni prima un libro sulla strategia del gioco della torre di Hanoi e, non essendo ancor maritato, andava a nozze con i solitari ( mi sono dimenticato le cinque lauree ).
Quale domanda porre a quell’enciclopedia vivente?
Il re Teodoro, che adorava l’incantevole figlia e non ambiva ad altro che a renderla felice, aveva dunque le sue belle gatte da pelare; le ardue imprese, d’altronde, si addicono ai Re. O no?
Il ministro delle finanze, invece, aveva della questione un’opinione decisamente agli antipodi: per bilanciare il bilancio, perennemente in rosso e costantemente scalcinato, vedeva di buon occhio quella fattibile unione, anche perché sapeva da suoi amici diplomatici che Giulietta vedeva di buon occhio ( nessuno a Samarcanda porta ancor oggi gli occhiali ) un povero Principe, il Principe della Mongolia, che però non aveva l’ardire di farsi avanti.
Era suo preciso dovere di ministro delle Finanze, del Bilancio e del Tesoro scongiurare una possibile futura sciagura: in Mongolia c’erano solo milioni di dune di sabbia e due o tre cammelli.
Quella mattina, quindi, l’importante ministro Aziz uscì alterato dall’udienza con la triste Regina.
La collera del funzionario però si trasformò, man mano che allontanandosi dalla sala del trono i suoi piedi calpestavano le innumerevoli piastrelle dei pavimenti della splendida reggia, in un sottile compiacimento.
Una certezza si stava infatti insinuando nella sua mente: per quanto difficile potesse essere la domanda che il Re avrebbe posto, la bravura di Igor ne sarebbe venuta a capo, rimpinguando poi di conseguenza le finanze dello Stato.
Per lui Igor costituiva un vero e proprio tesoro.
Giulietta frattanto non smetteva di implorare il Re: “ Ti prego, ti scongiuro, padre mio! Trova una prova difficile, scova un cimento impossibile per quell’uomo ignobile! ”.
“ Cara, adorato mio fiore, ci sto pensando, ci stiamo lavorando. I dodici saggi del Regno sono riuniti in seduta continua da quando ti ha chiesto in moglie. Vedrai, non disperare! ”.
Ma, mentre la sua voce pronunciava questa frase, il suo cuore era colmo di dolore e sconforto, la sua mente piena di dubbi: forse stava solo illudendo la figlia.
Alla corte in quel dì erano in corso intanto i preparativi per accogliere, con la dovuta ed a tutti nota ospitalità, il principe nepalese, che sarebbe giunto l’indomani, giorno fissato per l’udienza a cospetto delle maestà reali e per la grande prova.
Il Re, congedatosi da Giulietta, nel procedere verso la Stanza dei saggi s’imbattè nel Gran Ciambellano che, all’impiedi su di un tavolo, dava disposizioni ad una trentina di camerieri su come addobbare impeccabilmente la Stanza dei banchetti ufficiali.
Dalla cucina intanto giungevano invitanti odori di selvaggina condita con spezie orientali ed una nube di svolazzanti donzelle si aggirava, intralciando non poco sua maestà, con in mano candide lenzuola e federe appena stirate.
L’attività era frenetica in tutto il palazzo, e pertanto anche nella Camera dei saggi.
Aperta la porta, sua maestà si trovò di fronte ad un colossale bisticcio: il rettore della locale università gridava “ Dobbiamo chiedergli chi fu il primo sovrano della dinastia dei Merovingi e quale il più importante ”, il docente di statistica ribatteva “ No! Quella la sa! Domandiamogli invece di quale deserto è tipica la pianta della Xantorrea” “ Ma no! Asini che siete! Chiediamogli che ci illustri i più comuni concimi chimici ” disse l’architetto reale battendo i pugni sulla tavola rotonda.
In un angolo lo stalliere della regina ed un dottore del centro cefalee addirittura stavano per azzuffarsi.
“ Povero me! ” pensò Teodoro che poi, richiusa la porta per dar pace alle orecchie, si diresse a lenti passi fino alla grande biblioteca.
Sprofondò in una comoda poltrona in prossimità dei 38 volumi dell’infinito dizionario
enciclopedico illustrato “ Conoscere l’Asia e dintorni ” ed incominciò a far scorrere lo sguardo sull’ultimo volume, interamente dedicato al sommario.
Si spaziava ovviamente dalla geografia alle scienze, dalla storia alle arti.
Era facile, molto facile trovare nei primi 37 libri qualche domanda difficilissima, del tipo “ Quale catena montuosa si estende ad Haiti tra le località di Jérémie e Les Cayes? ” ( rispondete voi, se ne siete capaci! ), ma non era altrettanto facile intuire se Igor sarebbe stato ignorante sull’argomento.
Decidere la domanda adatta era come cercare un ago in un pagliaio.
Non si poteva avere la certezza assoluta, matematica, di riuscire ad incastrare il principe e vincere la sfida.
Verso le undici e trenta di quella sera, sconfortato, Re Teodoro vide in un cantuccio un libro, un piccolo libro che era solito leggere alla figlia ancor piccina e, forse per nostalgia di quei tempi andati o per la tenerezza che il ricordarli gli causava, lo aprì.
Nel libro erano contenuti molti utili consigli di vita pratica, da come costruire casette di carta e bambole di pezza a come attizzare il fuoco se sprovvisti di accendino.
Il titolo era MANUALE DELLE PICCOLE TALPE, forse perché i bimbi sono ancora ciechi
rispetto alle realtà del mondo, e conteneva anche ( indovinate un po’! ) una serie di indovinelli per i più piccini.
So per certo che siete impazienti di sapere se il quesito il Re lo prese da quest’ultimo libro, dall’enciclopedia, dai saggi o da cos’altro e, soprattutto, quale fu la domanda.
Vi chiedo ancora un po’ di attesa.
In ogni caso, il Re si addormentò in biblioteca e riposò tranquillo fin verso le otto, quando il Gran Ciambellano gli servì il thè verde del mattino.
In altre stanze invece Giulietta e Carla non chiusero occhio, trascorrendo una notte di incubi popolati da Principi che dalla alte vette himalayane urlavano a valle le loro richieste di nozze, per poi ridiscendere orgogliosi a cavallo dalle nevose cime fino alla chiesetta dove una dolce fanciulla di bianco vestita li aspettava con un bouquet nella mano.
Verso le dieci arrivò finalmente a corte il corteo dei nepalesi, tutti a cavalcioni di bestie chiamate lama. Parcheggiati i lama, essi furono accolti con tutti i salamelecchi necessari e sufficienti e, dopo il meritato riposo ed il cambio d’abiti, parteciparono con gioia verso mezzodì al grande pranzo in loro onore.
Giulietta, che non osava alzare le occhiaie, nere per l’insonnia, dal piatto, non tastò cibo, al pari di una preoccupata Regina.
Il Re, come la maggior parte dei suoi dignitari, si concesse un pasto normale consumando le solite dieci portate, mentre un raggiante Aziz, come d’altronde Igor e tutta la sua truppa, si ingozzò ignominiosamente.
Al pranzo seguì un fumante thè e poi tutti a prepararsi per l’udienza delle 15.
L’attesa, fra i cortigiani di Re Teodoro, cresceva al passar dei minuti, destinata a diventar spasmodica: era in gioco il futuro del Regno e la felicità della loro prossima Regina.
Ogni suddito si interrogava su quale sarebbe stato il quesito del Re ( esattamente come state facendo voi ).
Alle 3 in punto Igor, accompagnato da una mezza dozzina di nobili nepalesi e tibetani, fece il suo ingresso nell’interminabile Salone delle udienze e avanzò verso i due troni dorati tempestati di pietre preziose, sui quali erano assisi con fare serio il Re e la sua sposa.
La dimessa Giulietta era più distaccata, su una comoda sedia in prossimità di Aziz e degli altri membri del governo.
Igor, spavaldo nei modi e nello sguardo, si fermò quando giunse a pochi metri dai sovrani, fece un inchino ed esordì:
“ Altezze Serenissime, sono qui per chiederVi ufficialmente la mano di Vostra figlia,
l’impareggiabile Principessa Giulia di Samarcanda”.
“ Non Ve la potrò negare ” disse gravemente il Re “ se Voi supererete la prova che Vi attende, e che certamente conoscete ”.
“ Naturalmente, Sire. Io sono pronto! ”.
La Regina pensò: “ Forse gli chiederà quanti chilometri quadrati misura la superficie del Borneo ”.
Giulietta pensò: “ Magari gli domanderà quale era il soprannome di mia nonna ”.
Il ministro degli interni pensò: “ Vorrà sapere forse la data di morte di Federico II° di Svevia ”.
Il viceministro degli esteri pensò: “ Io gli domanderei a quale gruppo d pesci appartiene il protottero etiopico ”.
Il titolare del dicastero delle finanze ( nostra vecchia conoscenza ) pensò: “ Che gli faccia integrare tra zero e infinito una funzione fratta? ”.
Voi penserete: “ Sta a vedere che gli chiede quante pagine è lunga questa fiaba! ”.
Ma il giusto Teodoro proseguì:
“ Bene. Come sapete, ho una domanda da porVi. E non è se siete innamorato di mia figlia, alla quale, non ho dubbi, rispondereste con un sì! Io Vi domando….” fece una pausa mentre sulla grande sala era sceso un silenzio tombale, opprimente, carico di aspettative e significato.
“ Io Vi domando….questo: se CINQUE è l’immagine di DIECI, QUATTRO è immagine di OTTO
e TRE è immagine di SEI, quale è l’immagine di DUE? ”.
La sorpresa non avrebbe potuto essere più grande!
La bella Regina Carla spalancò letteralmente la bocca dallo stupore, la figlia la abbracciò piangendo a dirotto, a qualche ministro balenò in testa l’idea che il Re fosse impazzito.
Aziz pensò: “ Così FACILE! Così maledettamente FACILE!” e si sfregò le mani.
Anche un babbeo avrebbe capito che bastava tagliare in due quel due finale per avere in pugno la risposta ( e la tanto agognata Principessina ).
Anche Igor fu molto sorpreso.
Aveva studiato l’altitudine delle prime 14 vette del pianeta, aveva imparato a memoria l’Iliade e l’Odissea, aveva fissato bene in mente il giardinaggio e la trigonometria.
Certamente era sorpreso.
Sapeva che la facilità della domanda non era dovuta al fatto che Giulia lo gradisse; l’ambasciatore indiano l’aveva messo al corrente delle simpatie della donzella.
Dopo un istante, capì.
Un sorriso gli si dipinse sul fiero volto, un sorriso immagine esterna del suo pensiero:
- Vecchio mio, tu vuoi umiliarmi. Vuoi toglierti almeno questo sfizio, non concedermi la
soddisfazione di sfoggiare le mie conoscenze, vero? Sai benissimo che usciresti sconfitto qualsiasi cosa mi chiedessi. Tanto vale farmi una richiesta banale, da prima elementare.
Ma questa domanda è il segno della tua sconfitta! -.
E Igor, dopo un altro istante, disse solo: “ UNO ”.
Carla, mentre riempiva di carezze la figlia nell’inutile tentativo di consolarla, guardava incredula il marito.
Teodoro, aggiustatasi meglio sulla reale zucca la corona traboccante di brillanti, rispose:
“ Non dubito di certo che numerose Principesse asiatiche, e non, si unirebbero volentieri con un uomo come Voi, così coraggioso, capace, audace, scaltro e generoso, Anch’io, lo confesso, sarei ben felice di abbracciarVi chiamandoVi figlio, ma, disgraziatamente, il destino riserva per Voi ben altri disegni ”.
“ Perché proferite queste parole, Maestà? ”.
“ Perché, mio caro Principe del Nepal e del Tibet, purtroppo avete dato la risposta SBAGLIATA! ”.
Restarono stupefatti persino gli arredi dorati della magnifica Sala.
Tutti i presenti erano completamente increduli, e qualche ministro pensò di avere la conferma che il Re aveva smarrito il ben dell’intelletto.
Un Aziz allibito trovò la voce per ribattere:
“ Ma, Vostra Altezza Reale, CINQUE è evidentemente la metà di DIECI, così come QUATTRO lo
è di OTTO e TRE di SEI. Quindi, poiché la metà di DUE è UNO, il Principe pretendente ha fornito senza ombra di dubbio alcuno la risposta ESATTA! ”.
“ Sono veramente desolato ” lo contraddisse il suo Sire “ ma il Principe non ha dato la risposta corretta: CINQUE è immagine di DIECI perché la parola DIECI è formata da CINQUE lettere,il vocabolo OTTO ne contiene invece QUATTRO e la scritta SEI ne ha TRE.
Per cui l’immagine di DUE è indubitabilmente TRE! ”.
Aziz ammutolì, Igor capì quanto saggio e sottile possa essere a volte un Re, una felice Giulietta baciò la raggiante madre e il Gran Ciambellano improvvisò tre passi di ballo con la cuoca mentre i sudditi festanti paragonavano Re Teodoro con il pari grado Salomone.
Qualche ora più tardi, partita la processione dei lama tibetani che dovevano sorreggere i proprietari e la di loro enorme delusione, Aziz, timidamente, osò interpellare il proprio Signore:
“ Mi felicito con Voi, Vostra Grazia, avete scovato non so come una prova talmente ardua che neppure l’acutissimo Principe nepalese è stato capace di superare. Neppure lui è arrivato a trovare la soluzione, cioè TRE ”.
“ Mio ingenuo consigliere, ma anche se avesse risposto TRE noi avremmo trionfato! ”.
“ Come!? Ma, mio Sire, cosa dite? ”.
“ Certo. Io avrei semplicemente risposto che UNO sarebbe stata la giusta risposta, e cioè che bisognava considerare la metà di ogni numero fornito, tutto qui!
Vedete, mio prezioso amico, lo sconfinato amore di due genitori per la figlia non conosce ostacoli, tanto ho fatto, pensato e cercato che alla fine ho trovato. La mia adorata metà ed io amiamo così tanto Giulia che non potevamo perdere, NON POTEVAMO PERDERE!”.

POST SCRIPTUM: se vi siete chiesti da dove il Re abbia pescato l’idea per la domanda di
matrimonio, se sia farina del suo sacco, del dizionario enciclopedico o del manuale delle giovani talpe, io non sono in grado di aiutarvi, giacché in quei giorni non ero a Samarcanda.
Però, se propendete per l’ultima ipotesi, beh…siete in buona compagnia.
Se dovessi proprio scommettere, anch’io scommetterei di sì!





*

A cuor leggero

A CUOR LEGGERO

“Una gigantesca montagna di pietre, innalzata da un intero popolo per un solo uomo” disse il vecchio Padineit.
“E' bellissima, nonno!” gli rispose Nekheb, la figlia di sua figlia.
“Già. I primi nostri Re, tantissimi anni fa, per distinguere le loro tombe si fecero costruire un tumulo in mattoni molto più grande di quel semplice monticello di terra che contraddistingueva le sepolture comuni. Questo primo tipo di tomba regale venne chiamato Mastaba, cioè panca, perché rassomigliava alle panche di argilla in uso allora nei nostri villaggi. Ma qualche centinaio di anni fa le tombe mutarono: avuto l'incarico di innalzare un sepolcro per il faraone Zoser, l'architetto Imhotep concepì una costruzione grandiosa. Pensò di sovrapporre in ordine decrescente una serie di mastabe, creando un edificio imponente, a sei terrazze, a forma di piramide tronca. Oggi le sepolture dei Faraoni hanno la forma che tu ben conosci, Nekheb, quella di una piramide completamente a punta.”
La piccola Nekheb, di dieci anni, guardò in lontananza la schiera di operai che trascinavano, sulle slitte di legno, i pesantissimi blocchi di pietra lungo la rampa inclinata che giungeva ai piedi della grande tomba in costruzione.
“Centomila schiavi hanno lavorato duramente per trenta anni per costruire quello che tu vedi, nipote; ancora qualche mese e la dimora eterna del Re sarà ultimata, giusto in tempo per poi accoglierlo”
“Perché? Il Faraone è così vecchio?”
“E' vecchio, ha 42 anni. Ma soprattutto è ammalato. Soffre di cuore, come me del resto”
Padineit, il vecchio e stanco scriba, fece una pausa.
“Sento che per me sta arrivando il tempo dell'addio, nipote. Tra qualche mese, ne sono sicuro, sarò morto”
Nekheb, spaventata dalle parole del nonno, lo guardò in silenzio, preoccupata.
“Sì, nipote mia, non mi resta che qualche settimana ancora, il mio cuore è troppo malandato, ed ha visto troppe ingiustizie, troppe sofferenze. Spero solo di morire prima di Neithhotep.”
“Capisco. La morte del tuo Re sarebbe per te troppo dolorosa.....Lo hai servito fedelmente per ben diciotto anni, vero?”
“Diciotto anni, diciotto lunghi anni, già! Ma non è come tu pensi: al contrario, la sua morte non mi arrecherà nessun carico di dolore. Il Faraone è malvagio”
La frase colse di sorpresa la giovane.
“Credimi, è un uomo malvagio. Già il suo nome, Neithhotep, ha qualcosa di strano: Neith è la dea della guerra, come ben sai, mentre, e sai anche questo, hotep significa pace, oppure soddisfazione.
Quindi il suo nome significa che la dea della guerra è soddisfatta: può sicuramente essere soddisfatta, visto le tante battaglie combattute dal Re e nelle quali sono morti eserciti di giovani egizi. Quindi, nonostante sulla sua tomba, che stanno finendo di costruire con enormi sforzi, abbia fatto apporre l'iscrizione TU ENTRI NELLE PORTE DEL CIELO, CHE SONO PROIBITE AL POPOLO, non riuscirà ad arrivare nella dimora speciale riservata, nell'aldilà, alle anime dei Faraoni. Anche loro infatti sono soggetti al giudizio di Osiride. E Neithhotep, il Faraone, ha il cuore troppo pesante, troppo carico di peccati e che pesa certo più della piuma di Maat”
“La piuma di Maat?”
“Dopo la morte, giunto nella sala del giudizio a cospetto del sovrano dell'Oltretomba, Osiride, e dei 42 giudici del Tribunale divino, il defunto viene preso in consegna da Anubi e sottoposto alla prova della pesatura del cuore.
Su di un piatto della bilancia di Anubi viene posto il cuore, che deve pesare non più della piuma che porta sul capo la dea della giustizia Maat, posta sull'altro piatto.
Poi il dio Thot annota il verdetto della bilancia che, se positivo, evita al morto di essere divorato dal mostro Ammut, dea dalla testa di coccodrillo, corpo di ippopotamo e criniera di leone”
“E se uno supera invece la prova?” chiese incuriosita Nekheb.
“Un paesaggio sempreverde, che non teme siccità, con canali ricchi d'acqua e campi ricchi di messi, è ciò che attende l'egiziano giusto, buono, onesto. Naturalmente, per godere delle gioie della vita ultraterrena, bisogna adempiere ai lavori obbligatori per chiunque, nobile o meno che sia: coltivare i campi, irrigare le rive e trasportare sabbia da oriente ad occidente. Per questo, chi può permetterselo porta con sé nella tomba numerose statuette, le usciabti, armate di attrezzi agricoli e destinate a compiere al suo posto i lavori imposti ai defunti”
“Degli schiavi....insomma” commentò la piccola Nekheb.
“Sì, ancora schiavi, anche nell'aldilà , per chi si può comprare tante usciabti....”
La bimba era pensierosa.
Dopo poco, però, se ne uscì dicendo:
“Forse, nonno, un giorno lontano non ci sarà più la schiavitù, in nessuna parte del Mondo”
“Ma cosa dici? Sarebbe bello, sì! Ma come è possibile?”
“Forse un giorno impareremo ad usare le formiche o altri insetti ed a far fare loro gli sforzi ed i lavori che dobbiamo fare noi”
“Ora per noi le api fanno il miele”
“Già, ma forse si possono usare per tante altre cose. Oppure costruiremo dei piccoli animaletti artificiali, di legno o metallo, che potranno muoversi e lavorare al posto nostro”
“Già adesso noi costruiamo statue. Bisognerebbe riuscire a dar loro l'energia per farle muovere”
“Sì, nonno! Statue con braccia e gambe che si muovono e lavorano per noi. Pensa che bello! Fine della schiavitù e tutti gli uomini saranno liberi”
“Troppo bella la tua visione, troppo bella per essere vera. Se penso a quante migliaia di poveri schiavi hanno dovuto lavorare per il Faraone, per il terribile Neithhotep, io..uhm, che rabbia!! Ma non supererà la prova di Maat, questo è sicuro”
“Ma perché dici che è un essere cattivo? Perché tratta male gli schiavi che possiede?!”
“Non solo: per diventare Re ha fatto avvelenare un fratello nato prima di lui. E non è tutto. Pagherà per i suoi misfatti. Spero di morire prima io di lui per essere lì, nella camera del giudizio finale e poter assistere alla pesatura del suo cuore. Certamente è di diversi chili, carico come è di peccati, e non pesa certo i pochi grammi della piuma della Dea. Il nostro Re è profondamente ingiusto, Nekheb; ha avuto anche un figlio illegittimo, ottenuto fuori dal matrimonio, e sai cosa ha fatto?”
“Cosa ha fatto?”
“Ha ordinato di ucciderlo! Si può avere un cuore più duro?”
“E.... e questo bambino è stato ucciso?”
“Per fortuna no! O almeno, non si sa se è morto. Sua madre, una schiava somala, è riuscita a sottrarlo alle guardie, nascondendolo poi in una cesta che ella stessa ha spinto sull'acqua del Nilo. Lo ha spinto sul fiume una sera di agosto, tra piante di papiro e fiori di ninfee, all'ombra di alte palme. Nessuno ha mai saputo se il cesto è stato rinvenuto ed il piccolo si è salvato. Lo spero di tutto cuore.
Il nostro Faraone dopo la morte pagherà per tutti i suoi enormi peccati. I suoi misfatti pesano sulla sua coscienza, sulla sua anima. Il suo cuore è pesante e nemmeno tutto l'oro del Mondo potrà salvarlo. Per fortuna dopo la morte c'è giustizia. Lo aspetta Maat, la dea della giustizia. Il denaro non dà la felicità, perlomeno quella eterna.
Il suo corpo sarà divorato da Ammut oppure, se non sarà mangiato subito dal mostro, passerà nella “sala segreta di macellazione” dove i “massacratori” lo faranno a pezzi e ne mutileranno le membra.
Per me questa, nipote, è una grande consolazione. Che perlomeno siano vendicati i suoi soprusi, sia vendicato il fratello Ramesse, il figlio illegittimo senza nome, i sacerdoti fatti uccidere o torturati perché non condividevano le sue idee, le migliaia di servi oppressi come non mai. Sì! Sarò felice finalmente solo quando vedrò il suo cuore far pendere la bilancia e vincere il confronto con la piuma”.

Tre mesi e due giorni esatti dopo il colloquio che avete appena letto, il caro, vecchio e malato Padineit morì. Morì tra le braccia ed il rimpianto dei famigliari e di chi lo aveva sempre conosciuto come un uomo giusto , integerrimo, incorruttibile.
Non sarete dunque sorpresi apprendendo che il suo cuore, quel cuore così generoso e tanto malato,
confrontato con la piuma presa dalla fronte di Maat si rivelò leggero, privo di peccati e quasi impalpabile, assicurandogli il sorriso di Osiride e la sua approvazione, assicurandogli l'apertura della porta che permette l'accesso al regno dei beati, ricco di grandi quantità di cibi e bevande.

E dopo altri sei mesi e cinque giorni …. anche il Faraone passò a miglior vita.
Cioè, andiamo ora a vedere se la sua esistenza migliorò, come indubbiamente egli si augurava.
Dunque.. morto, imbalsamato e inumato sotto la grande piramide, egli poi si presentò al cospetto di Osiride, il grande dio signore dell'occidente. Entrò nella sala delle due verità dove, tra gli altri, non senza sorpresa trovò anche Padineit, che era stato suo fedele scriba per ben diciotto anni.
Ed un attimo prima che Thot, aiutato da Horo, gli estraesse il cuore per la cerimonia di pesatura sulla bilancia di Anubi, lo scriba fece in tempo a dirgli:
“Ho atteso molti anni questo momento, l'istante in cui tu pagherai per tutte le tue innumerevoli colpe, per la tua cattiveria, il tuo cinismo e la tua insensibilità. Maat, la Rettitudine, ti condannerà. Tutta la tua potenza terrena non ti sarà di aiuto, nulla ti può salvare: per fortuna i soldi non danno la felicità”
Neithhotep, il Re appena morto, lo guardò con superiorità e disse poi, gravemente:
“Aspetta, Padineit, la bilancia di Anubi non ha ancora emesso il verdetto! Io sono l'incarnazione della divinità, personificazione in Terra del dio Horo. Sono un predestinato, il mio destino è di sedere sulla barca del dio-sole Ra e seguirne il corso cosmico, mentre i miei schiavi, le mie usciabti, coltiveranno la fertile terra d'oltretomba traendone frutti prelibati. Poi, tra mille secoli, quando anche le piramidi saranno ridotte a sabbia, salirò ancora più su nel cielo tramite una scala celeste e diventerò una stella, che brillerà per sempre!”
Detto ciò, Neithhotep si voltò verso Anubi per proclamare a gran voce di non aver commesso i peccati contro gli uomini e gli dei elencati nel Libro dei morti, dicendo: “Io ho fatto ciò che la gente dice e di cui gli dei sono contenti; ho accontentato il dio con ciò che egli desidera: ho dato pane all'affamato, acqua all'assetato e vestiti al nudo”.
Padineit era impietrito, sorpreso dalla faccia tosta del suo Faraone, incredulo all'ascolto di tali bugie. Mai avrebbe pensato di assistere ad una simile scena.
E pochi attimi dopo la bilancia di Anubi lo sorprese ancor più, emettendo l'atteso verdetto: gli occhi dello scriba, increduli, videro il braccio dello strumento rimanere perfettamente orizzontale, nella totale indecisione tra il dar ragione al cuore del Faraone o alla piuma della giustizia.
Il cuore pesava tanto quanto la piuma; Neithhotep era salvo, destinato alla vita eterna!!
Padineit si ritrovò a bocca aperta, con le sue certezze sbriciolate in mille pezzi, sbriciolate al posto delle membra del Re che invece, tutto intero e sicuro di sé, come era sempre stato, gli si avvicinò:
“Vedi, caro scriba, che t'avevo detto?”
“Non è possibile! Non può essere vero! Tu sei cattivo! Non puoi avere un cuore leggero”
“Certo che posso! Non hai visto il giudizio della bilancia?!”
“Sei un mostro!! Sei riuscito ad ingannarla. Ma come hai fatto?”
“Oh, caro amico mio, è stato facile. Vedi, tramite Sinuhe, il mio medico di base...”
“Il tuo … medico di base?!!”
“Sì. Il medico della mutua. Anche noi Re ne abbiamo uno, è previsto espressamente da una disposizione del Servizio Sanitario Nazionale. Beh, comunque, dicevo che tramite Sinuhe ho saputo che nell'Africa del Sud, in Sudan, dove tutti sudan per il caldo, al confine con il nostro grande Regno d'Egitto, opera in una clinica privata un certo dottor Bahrnaa, un mago della moderna chirurgia. Da tempo questo saggio luminare era pronto, gli mancava solo l'occasione”
“Era pronto? Pronto per far cosa?”
“Era pronto per tentare il primo trapianto di cuore della Storia”
“Trapianto di cuore?”
“Sì, lui era pronto, pronto ad impiantare il cuore di una persona in un'altra. Ed anche io, ormai, ero pronto: troppo stanco e lacerato il mio cuore. Ho convinto un certo Uashanti , contadino della città di Gebtu noto a tutto l'Egitto, da Nord a Sud, da Est ad Ovest, per la sua onestà e bontà, a donarmi il suo organo. Una donazione di organi, e per giunta tremila anni prima di Cristo! Eccezionale, non trovi?”
“Ma...”
“So a cosa pensi. Certo, l'ho pagato profumatamente. L'ho sommerso di ricchezze e ricoperto di oro. Tanto oro che la sua discendenza non avrà mai bisogno di lavorare, mai! E, quando moriranno, i suoi figli e nipoti potranno portare con loro nell'aldilà miriadi di usciabti, eserciti di servi.
Tra l'altro il nome Uashanti mi ricorda proprio la parola usciabti, non credi?”
“Già, e tu lo hai usato come un servo, così come avevi usato in vita migliaia di poveri schiavi. Non ho mai conosciuto un essere così spregevole come te!”
“Questione di punti di vista..”
“No! Non è questione di punto di vista. E quel poveretto si è sacrificato, prendendo il tuo pesantissimo cuore al posto del suo; si è sacrificato per i figli”
“Certo, era una persona buonissima, te l'ho detto. Ed io, col cuore nuovo, ho vissuto solo 18 giorni. Ma era il primo trapianto di cuore. Un vero successo!”
“Maledetto. Che tu sia maledetto per tutti i secoli a venire!!”
“Oh, beh... non credo proprio che mi troverò male nell'Oltretomba. Banane, uva ed altri frutti da mangiare, bevande zuccherate e profumate da gustare in compagnia di leggiadre fanciulle, emozionanti battute di caccia per stanare pericolosi animali. E viaggi giornalieri sulla barca di Ra, il dio-sole. Tanto non devo lavorare: ho portato con me sotto la grande piramide un mucchio di usciabti. Lavoreranno loro, nell'aldilà!”
“Già, come hanno fatto nugoli di schiavi, poveri diavoli, nell'aldiqua”
“Esatto. Dopotutto, per fortuna è proprio vero che i soldi danno la felicità. Caro scriba mio, ammettilo una buona volta: fattene una ragione e mettiti il cuore in pace!”


*

La befana vien di notte ...

La Befana vien di notte …

Il professor Duval guardò le nuvole mentre la moglie gli domandava:
“ Allora, mon chéri, cosa ti è piaciuto di più della nostra vacanza? ”.
“ Oh..beh…il giardino botanico di Pamplemousses è certamente très, très joli. Tutte quelle
piante esotiche, gli sconfinati baobab, l’albero che sanguina, la palma che cammina….”
“ Lo zenzero, i fiori di loto ” continuò ad enumerare la consorte “ la palma della suocera con tutte
quelle spine….”
“ Già, ricordami che devo mandarne una a tua madre appena arrivati a Nizza, domani è la sua
festa”.
“ Domani? Perché? ”.
“ E’ il 6 gennaio! ”.
“ Spiritoso……”.
“ Più di tutto però mi ha impressionato quella specie di palma che aspetta 66 anni prima di fiorire.
Fiorisce una sola volta e, quando lo fa, esplode vestita di un milione di fiori bianchi, poi muore.
Mi ricorda le supernove, che al termine della loro lunga esistenza gridano al cielo al colmo
dell’egoismo “ Io esisto, io ci sono! ” con una deflagrazione di inconcepibile potenza, e brillano per
alcuni giorni come gli altri 100 miliardi di astri della galassia di cui fanno parte. In un ultimo,
spettacoloso guizzo di vita la palma e le supernove annunciano spudoratamente al creato la loro
esistenza”.
“ E’ vero. Anche il gallo al mattino, col suo chicchirichì, dimostra una buone dose di egoismo ed
esibizionismo, non trovi? ”. ( la moglie di monsieur Duval, da vera francese, non si lasciava
scappare l’occasione di citare i galli ).
“ Certo, tesoro mio ” la confortò il famoso professore, recente premio Nobel per la chimica.
L’esimio scienziato continuava intanto ad osservare le nuvole, il loro rincorrersi con i mutevoli
cambiamenti di forma. Avvicinò il capo all’oblò, mentre la voce dell’altoparlante disse:
“ Signore e signori, vi preghiamo nuovamente di allacciarvi le cinture, stiamo per attraversare una
zona di turbolenza ”.
L’aereo, un enorme quadrimotore in grado di ospitare 300 persone, sfrecciava verso nord-ovest 10
chilometri sopra la punta delle piramidi egiziane.
“ Mia cara, da quassù è bellissimo. Le nuvole del brutto tempo sono laggiù in fondo, incollate al
suolo. Quelle alte come noi sono soltanto cirri, le più intrepide a salire ed inoffensive. Guarda! Noi
vediamo il rosso del tramonto in lontananza ma sotto di noi, in Egitto, è già notte, vedi laggiù? E’
tutto buio ”.
“ Perché voliamo così in alto? ”.
“ Perché questa altitudine è l’ideale compromesso per consumare poco carburante nei lunghi voli
intercontinentali. L’attrito, così in alto, è molto minore per la rarefazione dell’aria, meno densa ma
ancora non così tenue da non creare una forza di portanza in grado di sostenere l’apparecchio.
Siamo velocissimi, sai? 900 chilometri l’ora, cioè in quattro secondi percorriamo 1000 metri”.
“ Sì! Ho visto che sbirciavi di continuo i dati di volo che appaiono sullo schermo: altezza, velocità
del vento, temperatura esterna e così via ”.
“ Sì, è estremamente interessante, è la prima volta che facciamo un viaggio così lungo ”.
“ Certo che col premio che ti hanno dato a Stoccolma quattro settimane fa di viaggi di piacere ne
potremo fare molti, in futuro ”.
I coniugi Duval, dovete sapere, si erano decisi a concedersi finalmente quella stupenda vacanza
all’ isola Mauritius proprio dopo l’annuncio, fatto in ottobre, del prestigioso riconoscimento
attribuito dall’Accademia Svedese al chimico francese, che aveva passato un’intera esistenza dedito
esclusivamente al lavoro ed allo studio ( in particolare degli alti polimeri fluorurati, che l’avevano
innalzato al Nobel ).
Quindici giorni prima erano partiti dall’aeroporto Charles de Gaulle di Roissy e, dopo due settimane
di sole al tropico del Capricorno, negli istanti della discussione appena riportata si trovavano sulla
via del ritorno, 10.000 metri sopra il Nilo e circa alle 18 del pomeriggio di un 5 gennaio.
Ora stavano rievocando gli attimi più belli di quella lieta vacanza adagiata nell’estate australe.
Il famoso scienziato, con gli occhi sempre appiccicati alle alte nubi che stavano tagliando, disse:
“ Posso affermare che più delle spiagge bianchissime incastonate di conchiglie e coralli, contornate
dai neri scogli vulcanici e immerse nelle varie tonalità di blu dell’oceano indiano, mi ha colpito la
serenità con cui l’intreccio di razze che costituisce la popolazione dell’isola affronta la semplice
esistenza quotidiana e l’armonia che regna per ogni dove, nonostante le tante diverse religioni ”.
“ Già ” lo interruppe la moglie “ è incredibile che ogni abitazione Hindù abbia in giardino quel
piccolo tempio bianco con, appesa a due alte canne di bambù, una coppia di bandiere rosse
sventolanti. Bellissimi poi i templi Tamil, zeppi di statue colorate con le tonalità più impensate, a
differenza di quelli Hindù, bianchi, semplici, spogli ”.
“ Sì, stupendi! E Hindù, Tamil, Cristiani e Musulmani vanno d’amore e d’accordo ”.
“ Forse perché si sposano solo se della stessa religione: mogli e buoi dei paesi tuoi! ”.
“ Mogli e tartarughe dei paesi tuoi, in questo caso. E sai cosa mi dispiace di più? ”.
“ Cosa? ”.
“ Non aver potuto assistere alla cerimonia del Divali, che quest’anno cadeva il 4 novembre ”.
“ Che cosa è? ”.
“ Ho letto che è una delle più importanti feste del calendario Hindù, e si tiene in onore della dea
Lakshmi, sposa del dio Vishnù. E’ la dea della bellezza e della ricchezza, dispensatrice della
fortuna. Ritorna sulla Terra in occasione del Divali e visita le dimore solo di chi è di una pulizia
morale irreprensibile. Divali, sai, proviene dal Sancrito “ Dipavali ” che significa “ una fila di luci ”.
E’ per questo motivo che si vedono dappertutto, la sera della grande festa, lampade in terra cotta e
luci elettriche accese per guidare la dea verso le case. L’isola Mauritius è illuminata da migliaia di
lampade e lumicini. Deve essere uno spettacolo davvero indimenticabile! ”.
“ Ci ritorneremo per il 4 novembre, se proprio ci tieni. Ormai puoi permettertelo, mio caro. E per
questo che hai comprato quella bella lampada in coccio per il nostro caro nipotino? Vuoi
raccontargli la storia del Divali? ”.
“ Certo, gliela farò trovare nella calza della Befana, domattina. Beata innocenza, ha nove anni e
crede ancora a queste favole! ”.
L’esimio professore proferiva queste parole mentre le hostess si accingevano a servire la cena,
sempre con lo sguardo incollato oltre l’oblò che, spesso e resistente, garantiva loro un confortevole
tepore, a dispetto dei meno 50 gradi Celsius in cui passeggiavano gli alti cirri.
Improvvisamente Duval scorse sulle bianche nubi l’ombra di un….qualcosa, un puntino che pareva
procedere di concerto con l’aeromobile.
“ Chi mai ci segue? ” si chiese tra sé e sé ed aguzzò la vista.
Il puntino si avvicinava velocemente aumentando nel contempo di dimensioni.
Fino a quando monsieur Duval vide…….vide un’anziana signora , in verità poco avvenente, che a
cavalcioni di una scopa ( utensile che viaggiava a 900 chilometri l’ora! ) procedeva in direzione
parallela all’aereo.
Duval era immobile. Osservava il proprio corpo incapace di alzare un solo dito, paralizzato dallo
stupore. La signora all’esterno lo salutò con un cordiale sventolio della mano destra e disse
(Duval lo intuì dal movimento delle labbra ):
“ Buonasera, professore! ”.
Il francese era sempre stato educatissimo, fin da piccolo, e quindi si fece coraggio riuscendo infine a
spiaccicare un:
“ Buonasera, ehm…madame”.
Nessuno lo ascoltò, perché la moglie si era alzata proprio pochi istanti prima per recarsi alla toilette
a rifarsi il trucco e gli altri passeggeri erano impegnati nel consumare la cena.
“ Dove va di bello, professore? ”.
“ Oh, beh, torno a casa mia, a Nizza. Sono stato in vacanza alle Mauritius. Ma lei come fa a
conoscermi? ”.
“ La sua fotografia era su tutti i giornali, qualche settimana fa ”.
“ E lei cosa fa? ” chiese Duval che non sapeva bene come comportarsi ma a cui sembrava garbata
quella domanda.
” Devo essere in Sicilia tra due ore ”.
“ Perché, se non sono troppo indiscreto? ”.
“ Vado alla elezione di questa notte ”.
“ L’elezione? Quale elezione? ”.
“ Ma, professor Duval, andiamo! Che ingenuo! Non mi dirà che non sa che stanotte arriva la
Befana! ”.
“ Certo che lo so, non sono mica così tanto ignorante! ”.
“ Appunto! Io mi reco, assieme a migliaia di altre arzille vecchiette provenienti da ogni parte del
globo, alla riunione da cui uscirà la vincitrice, colei che stanotte e domani percorrerà i continenti per
riempire le calze dei bimbi ”.
“ E questa ….riunione, come la chiama lei, questo convegno insomma, si tiene in Sicilia? ”.
“ Certo! ”.
“ Forse a Taormina o ad Erice? ” buttò là Duval, tentando di azzeccarci.
“ Ma no! ” sorrise la vecchina “ E’ nella pancia del vulcano ”.
“ La pancia del vulcano? ”.
“ Ma sì! Tutte noi ci ritroviamo tutti gli anni, verso le 20 della vigilia dell’Epifania, all’interno
dell’Etna, nel quale si può entrare solo dalle bocche aperte in superficie. Giunte là ci trucchiamo un
po’, ci vestiamo di stracci scuri e poi ci mettiamo pazienti in fila ad aspettare il responso ”.
“ Il responso? Sotto l’Etna? ” Duval era esterrefatto.
“Mais oui, monsieur!” “ Forse mi prende in giro ” pensò Duval per un attimo.
“ Aspettiamo tutte eccitate con ansia il responso, insomma il nome della vincitrice…la nuova
Befana”.
“ E ….chi fa parte della giuria? ”.
“ Giuria? Ma professore! Non lo sa che i meandri del grande vulcano sono da tempo immemorabile
la dimora prediletta di Ade? Non ha studiato la mitologia greca? ”.
Il premio Nobel era incredulo.
“ Non è possibile ” pensò “ Dunque, parbleu! Cerchiamo di ragionare: io sono uno scienziato
neanche tanto male, una persona razionale, e sono qui su di un aereo a 10.000 metri di altezza e… E
STO PARLANDO CON UNA SIGNORA, LA CUI MASSIMA ASPIRAZIONE E’ DIVENTAR
BEFANA, SEDUTA SU UNA SCOPA LA’ FUORI! Ci deve essere una spiegazione. Che
diavolo mi sta succedendo? ”.
“ Ehi professore, ma mi sente? Ora io devo sbrigarmi, mi aspettano. Volevo solo spiegarle ancora
che il dio delle tenebre ci passa scrupolosamente in rassegna e poi assegna alla più brutt…volevo
dire alla più adatta il ruolo di Befana. E’ lui solo che decide. Beh…buonasera, professore ”.
Duval vide la scopa aumentare vertiginosamente di velocità ed iniziare a precedere l’aereo nel suo
volo verso nord. La coppia ( signora più scopa ) stava diventando via via più minuta, fino a ridursi
nuovamente ad una piccola briciola, ad un puntino che oramai surclassava l’aeroplano in rapidità.
La moglie ritornò in quel momento, vide il suo volto e subito gli disse:
“ Non ti senti bene? ”.
“ No…no, sto benissimo, merci ” le rispose il luminare Duval paragonando mentalmente, chissà
perché, la fila delle vecchine imbellettate in attesa di Ade con i tanti lumi del Divali che aspettavano
Lakshmi. Non avrebbe potuto condividere la prima parte del suo pensare con nessuno, neppure con
la consorte e quindi tacque: chi gli avrebbe creduto riguardo ad un interessante colloquio tra un
premio Nobel ed una quasi-Befana?
Sdraiato sullo sconforto si mise a sfogliare, senza vedere niente di ciò che i suoi occhi guardavano,
la rivista che teneva in grembo e rifiutò persino il cibo ( “ Tanto non ho appetito ” fu il suo
commento rivolto alla gentile nonché efficiente hostess ).
Ma le sorprese, per l’illustre chimico, non erano ancor terminate. Un’ora e mezza dopo, con il
cervello ancora tra le nuvole ( in tutti i sensi ), trovò l’ardire di dare un’occhiata al panorama
attraverso l’oblò. Ormai era sera inoltrata e tutto era avvolto dall’oscurità. In lontananza si
scorgevano le fioche luci degli insediamenti urbani, piccoli o grandi, paesi o città.
Vide anche, sotto di lui, un fiume di color arancione acceso, una cosa quanto
mai inaspettata. Comprese che stavano transitando sopra la bocca enorme e spalancata dell’Etna,
quel foruncolo della Terra in quel periodo decisamente infiammato.
Era in atto in quei giorni, infatti, una consistente colata lavica e piccoli massi ardenti e ceneri si
riversavano dal ventre del vulcano verso la grande isola, con esplosioni aeree e scorribande terrestri.
“ Forse Ade è un po’ arrabbiato…” pensò il francese, subito scacciando con un sorriso quella
balzana idea della sua fantasia. Le tenui luci segnaletiche di posizione dell’aeroplano gli
permettevano di scorgere nelle vicinanze solo piccoli batuffoli di cotone, le parti delle nubi più
prossime e le uniche illuminate.
Ma Duval vide anche…sembrava…ma sì! Come una nuvola di moscerini, tanti piccoli punti neri
che, visibili solo per contrasto con il tenue biancore delle nubi, correvano velocissimi in orizzontale
verso il centro del cratere e, una volta raggiunto quel luogo, si buttavano a capofitto verticalmente
verso la grande famelica voragine sotto di loro.
Dalle fauci spalancate del pianeta zampillavano lapilli incandescenti scagliati in aria a centinaia di
metri d’altezza……ed entravano invece centinaia di puntini neri che, incuranti di possibili urti con i
pericolosi massi uscenti, si dirigevano decisi verso la superficie.
Capì che quei punti altro non erano che le candidate Befane, capì che effettivamente erano migliaia,
che l’arzilla nonnina non gli aveva mentito: migliaia e migliaia di entità, somiglianti a vecchie
streghe, ognuna con relativa scopa, si ammassavano impazienti di partecipare alla riunione.
L’arancione delle ferite della Terra si presentava tappezzato dai neri punti delle vesti delle mature
signore e contornato dalle gialle luci delle illuminazioni delle città della costa siciliana.
USCIVANO CENERI E LAPILLI ED ENTRAVANO …SCOPE E ZITELLE!
Una scena indescrivibile, uno spettacolo al tempo stesso infernale ed affascinante.
Non riuscì ad allungare il braccio verso la moglie quel tanto che bastava a richiamare la sua
attenzione, proprio non ci riuscì. Giurò perciò a se stesso di non fare mai, per nessun motivo, parola
con alcuno in futuro dell’accaduto, ma il resto del viaggio vide un Duval cupo, distratto, stralunato,
colpito da quelle signore che si erano tuffate nel vulcano.
“ Chissà a quale originale idea scientifica starà lavorando ” pensò la moglie che conosceva bene le
sue stranezze.
Il volo però non riservò al chimico altre alchimie, ma dato che abbiamo deciso di accompagnarlo
sulla via del ritorno ecco come andò a finire: i due coniugi, come del resto il comandante, le hostess
e gli altri passeggeri, giunsero in tarda serata al Charles de Gaulle, a Parigi, con un atterraggio
impeccabile. Dopo il meritato riposo notturno, i nostri abbronzati turisti si imbarcarono alle prime
luci dell’alba del 6 gennaio per Nizza, e lì li ritroviamo, lei sorridente e lui sempre imbronciato,
presso l’uscita passeggeri dell’aeroporto della Costa Azzurra, dove la premurosa, giovane
segretaria del famoso personaggio corre incontro alla coppia per offrire aiuto nel trasporto dei
bagagli. Con uno smagliante sorriso sul volto accoglie il proprio principale con un:
“ E allora, professor Duval, cosa le ha portato di bello quest’anno la Befana? ”.


*

La vera storia dell’isola




La vera storia dell’isola

L’ispirazione non veniva.
Niente da fare.
Eppure era a Parigi, metropoli crocevia di razze diversissime, calderone di eventi i più disparati,
situazioni le più stravaganti. In quale luogo più stimolante poteva desiderare di stare un artista
quale lui, uno scultore?
Ma……non si comanda all’estro!
Nessuna idea, nessuna statua.
Camminava per gli Champs Elysées, nulla!
Girovagava per Montmartre, nulla!
Visitava la stazioni del Metrò, nulla!
Era salito perfino sulla sommità della Tour Eiffel, nulla!
NIENTE DI NIENTE.
Sconfortante.
Era uno scultore famoso, che aveva donato ai suoi simili opere immortali, ammirate in tutto il
mondo: le ballerine, il portiere durante il calcio di rigore, la capra, l’orologio a cucù.
Ma da qualche mese………zero assoluto.
Non poteva lavorare su commissione, non l’aveva e l’avrebbe mai fatto. Non era in grado di
scolpire senza la giusta convinzione, senza la spinta dell’ispirazione.
Prese la grande decisione: partire.
Forse la vista di luoghi nuovi, remoti, l’avrebbe scosso, avrebbe fatto scattare la scintilla
apportatrice di nuove idee.
Forse l’esilio in paesi esotici avrebbe caratterizzato una nuova fase della sua produzione artistica,
come era accaduto a Gauguin.
E scelse proprio un’isola sperduta del Pacifico. Vi ci arrivò otto mesi dopo, al termine di
settimane e settimane di impervia navigazione su di un’elegante goletta.
Si accordò col comandante della nave affinché quest’ultimo ritornasse a riprenderlo dopo 12 mesi.
Sperava che quel lasso di tempo potesse essere foriero di rimarchevoli opere.
Scaricò l’equipaggiamento costituito da martelli, scalpelli, pennelli, tele ( abbozzava sempre i suoi
soggetti in un quadro prima di scolpirli ) e pochi indumenti leggeri ed infine si congedò dal
capitano del vascello.
Gli indigeni gli riservarono un’accoglienza degna di un Re.
Collane di fiori al collo, danze di leggiadre fanciulle poco vestite, coktails di succo d’ananas e,
meraviglia delle meraviglie, si vide assegnare come dimora la capanna posta nel luogo più alto
dell’isola, da cui si godeva un panorama a dir poco incantevole.
In poche settimane diventò amico di tanti isolani e tutti questi, circa un migliaio, lo conoscevano di
vista o di fama. Spesso si recava al mercato ad osservare l’andirivieni della folla, i gesti e le
espressioni dei venditori, le lunghe contrattazioni prima degli acquisti. Sovente passeggiava sulle
alture dell’isola a scrutare il lontano orizzonte, le molteplici sfumature del blu dell’oceano, i
minuscoli catamarani cullati dal vento, le albe ed i tramonti. A volte si coricava sulla sabbia
finissima delle stupende spiagge a crogiolarsi al sole studiando le mutevoli forme nelle quali si
trasformavano le nuvole che giocavano nell’azzurro del cielo.
Chiudeva gli occhi e respirava profondamente, espirando ed inspirando lentamente, cercando
l’ispirazione. Potremmo dire che ricercava l’ispirazione con l’inspirazione.
Ma l’inspirazione c’era, l’ispirazione ancora no.
Ancora niente da fare, anche la vacanza- lavoro non serviva a nulla.
Il nostro artista era molto depresso. Gli abitanti dell’isola erano invece felici ed eccitati
dalla prospettiva di festeggiare l’anniversario della scoperta di quel fazzoletto di terra abbandonato
nel vasto mare, scoperta fatta dal loro popolo esattamente cinquecento anni prima.
Un evento importantissimo, storico.
Gli sguardi erano radiosi, i modi gentili, la collaborazione totale. Si respirava ovunque ( sia
inspirando che espirando ) un’aria di gioiosa attesa del giorno dei grandi festeggiamenti, con le
parate, la gara delle piroghe, il grande banchetto notturno sotto il caldo, stellato cielo.
Tutti gli abitanti dell’isola avevano la felicità scolpita in volto.
La mattina di sabato 3 aprile, vigilia della storica ricorrenza, accadde un evento straordinario.
Tutti ( proprio tutti! ) i mille indigeni si svegliarono con l’orecchio sinistro arrossato e molto gonfio.
Quando si resero conto, uscendo dalle capanne con l’orecchio bruciante, che la patologia era
generale, si riunirono doloranti e preoccupati sulla spiaggia principale a discutere l’accaduto.
La situazione era disarmante. Essendo tutti con febbre alta e fastidi vari, la possibilità di
effettuare la festa programmata era fuori discussione.
La grande ricorrenza era sfumata. ( Come potete constatare le orecchie non causano solo la
sfumatura delle acconciature, ma a volte anche quella degli anniversari ).
Sulla spiaggia si accese una serratissima discussione: se i festeggiamenti erano andati in fumo,
perlomeno i nostri amici indigeni volevano rendersi conto del perché.
Per l’artista, unico superstite del “contagio” ( chiamiamolo così ), era uno spettacolo inconsueto: un
migliaio di persone, tutte con un orecchio nella norma e l’altro gonfio, che col morale sulla sabbia
ed i nervi a fior di pelle parlottavano freneticamente.
Un medico prese la parola per dire:
“ Lo so che state pensando tutti agli orecchioni, bene: la parotite, come sapete, è fortemente
infettiva, causata da un virus, e colpisce soprattutto i bambini dai 5 ai 12 anni. Il virus si localizza
nelle parotidi, ma può propagarsi anche alle ghiandole sottolinguali e sottomandibolari.
Il sintomo più evidente della malattia è il gonfiore sotto alle orecchie, è quella infatti la posizione in
cui si trovano le parotidi, che si ingrossano per l’infezione provocando la sporgenza in fuori dei lobi
auricolari facendo sì che il malato sembri avere orecchie più grandi del normale.
La guarigione completa si ha dopo 10-12 giorni e ci si ritrova poi assolutamente immuni, cioè non
si contrarrà mai più la malattia, per tutta la vita.
Anche se nessuno di noi l’ha fatta perché qui siamo isolati, manca comunque il gonfiore tipico del
collo sotto le orecchie: no! Non è parotite, categorico! ”.
“ E cosa è? ” domandò il capo del villaggio saggiando con una mano il calore del suo padiglione
auricolare.
“ E’ indubbiamente una infiammazione dell’orecchio sinistro, ma non posso precisarne meglio la
causa. Potrebbe essere dovuta però a punture da insetti ”.
“ Ridicolo! ” esclamò un matematico con un’orecchia a sventola, anch’egli abitante sull’isola.
“ Tutti noi veniamo punti da insetti una trentina di volte all’anno, e quindi la probabilità che mi
capiti un tale evento proprio oggi è circa di uno su dieci. Questa però è anche la probabilità che
ciò avvenga al capo del nostro popolo od a chiunque altro sull’isola.
Poiché il fatto è successo contemporaneamente a mille persone, il verificarsi di questa cosa ha una
probabilità espressa da una frazione che ha uno come numeratore e al denominatore un numero
grandissimo: di mille cifre. E badate che ho calcolato la puntura su qualsivoglia lembo di pelle,
senza discriminare fra orecchio destro o sinistro o altre zone corporee.
No, la probabilità è talmente esigua da risultare ridicola! Non possono essere punture di insetti ”.
Alla fine di questo sfoggio di cultura fatto dal medico e dal matematico, i poveri indigeni
rimanevano dunque col loro grande mistero irrisolto ( ed un grande bruciore ai lobi ).
Ma il bello doveva ancora avvenire.
Il giorno dopo, domenica 4 aprile, chi possedeva uno specchio ci si guardò, appena sveglio, per
controllare l’evolvere della malattia. E vide non uno, ma due padiglioni enormi.
Tutti, dicesi tutti, gli isolani avevano l’infezione ad entrambe le orecchie, che erano talmente grosse
da poter venire usate come ventagli per rinfrescarsi.
Il giorno innanzi si erano ritrovati tutti sulla spiaggia con il viso lungo per il male e la delusione, ora
si riunivano con il viso ancor più allungato dall’incredulità per la situazione creatasi.
Mille persone tristissime con due orecchie enormi ed il volto allungato.
L’artista ebbe il lampo! ( d’altronde era un artista ed intuì laddove altri avrebbero solo osservato
distrattamente ).
Un sorriso lunghissimo si dipinse in faccia allo scultore.
Una miriade di isolani tristissimi… ed un artista finalmente felice.
Volete sapere la sua idea?
Fermare l’attimo in cui, tornati a casa, gli indigeni dal mesto volto si sarebbero dedicati alle proprie
occupazioni, alle faccende di tutti i giorni, ai personali pensieri.
Eseguire una statua di ognuno in quel preciso istante!
Si mise subito all’opera con pennello e tele per fotografare le espressioni di quella gente un tempo
così spensierata, che le avversità della vita avevano reso più riflessive e posate.
Nei mesi seguenti, aiutato dai suoi amici i quali ormai si erano perfettamente rimessi dalla strana
infezione, eresse numerosi massi di pietra pesantissimi, dai quali iniziò poi a togliere il di più, il
superfluo che non consentiva di capire lo stato d’animo e le sembianze di chi viveva quell’attimo
peculiare. Non riuscì a scolpire tutti i mille abitanti prima dell’arrivo dell’imbarcazione che doveva
tassativamente riportarlo in patria, ma tuttavia, al termine delle sue fatiche, 629 giganti di pietra
erano disseminati in ogni località dell’isola.
629 enormi statue giacevano dove ognuno era stato ritratto dallo scultore, 629 monumenti a
testimonianza di un’opera unica, un capolavoro dell’arte, l’ottava meraviglia del mondo, 629
pietre simili a menhir che si protraevano verso il cielo a ricordo di una infezione senza
spiegazione, di una infiammazione destinata a restare misteriosa per sempre.
Centinaia di rocce dislocate su quell’isola a 27 gradi di latitudine sud e 109 di longitudine
ovest nel Pacifico sud-orientale, a ribadire l’eccezionalità di ciò che era successo quella
domenica 4 aprile, festività di Pasqua.
Avrete sentito altri racconti su quest’isola.
Vi sarà stato forse detto che il primo europeo ad approdarvi fu l’olandese Roggeveen il giorno
di Pasqua del 1722 e che ciò ne determinò il nome.
Vi avranno raccontato che gli olandesi trovarono in quella terra due popoli: l’uno formato da
individui di statura alta e pelle chiara che si allungavano i lobi delle orecchie forandoli ed
introducendovi dei grossi pesi ( orecchie lunghe ), l’altro di aspetto meno nobile e pelle scura,
schiavo del primo ( orecchie corte ). ( Come se queste incredibili vicende potessero spiegarsi con
una banale storia di orecchini ).
Vi sarà stato narrato di come le “orecchie corte” furono costrette al pesante lavoro di scavo nella
roccia del Rano Raraku, il grande vulcano spento, ed obbligate al trasporto delle opere ultimate
trascinandole grazie a resistentissime funi.
Di come riuscirono poi ingegnosamente ad innalzarle in posizione verticale.
Vi avranno parlato di quando infine le “orecchie corte” si ribellarono ai dominatori e, in una guerra
combattuta con estrema ferocia, sterminarono le “orecchie lunghe” ad eccezione di un unico
individuo.
Bene, se qualcuno accennerà ancora a queste altre interpretazioni della misteriosa storia beh….
non prestategli ORECCHIE.
LA VERA STORIA DELL’ISOLA DI PASQUA E’ QUELLA CHE VI HO NARRATO IO.

*

L’ascensore

A cento chilometri di altezza l’atmosfera terrestre è tenuissima: solo poche molecole rimangono, indecise se restare legate al confortevole pianeta sotto di loro o librarsi in una crociera cosmica. Solo poche molecole la cui professione è un po’ oscura e forse consiste solo nel rallentare, per attrito, le astronavi in orbita bassa. Sì, a cento chilometri di altezza muore l’atmosfera e nasce il vuoto. Qualche altra entità nasce e muore cento chilometri sopra le nostre teste.

L’ascensore
18 aprile 1955.
“ Buongiorno e ben arrivato! ” disse il vecchio signore dai capelli bianchi.
“ Ciao! ” rispose il piccolo bimbo sorridente. Il vecchio signore dai baffi bianchi aveva un’aria scanzonata, ironica, saggia. Al bimbo pareva un nonno divertente, colto, sereno. Il bambino era nudo, indifeso, curioso. Il dialogo sgorgò spontaneo. “ Il mio nome è Alberto ” disse il vecchio “ Ed il tuo? ”. “ Io sono Kim , so quasi solo questo. Ignoro molte cose ”. “ Anch’io. Sei coreano? ”. “ Centro! ” rispose felice il bimbo “ Sei bravo, sai? ”. “ Oh… non molto. E dimmi: cosa vorresti fare da grande? Il calciatore? L’attore? Il generale? ”. “ No, vorrei diventare il Presidente delle due Coree unificate ”. “ Accipicchia! ” si lasciò scappare l’anziano signore “ Non si può certamente dire che tu non abbia le idee ben chiare. Complimenti! Perché questa aspirazione? ”. “ Mi hanno detto che le due nazioni sono in guerra e per questo il mio popolo soffre indicibili pene ”. “ Sei proprio un bimbo estremamente assennato, ne nascessero tanti così! ”. “ Che problemi avete? ”.
“ Molti popoli, non solo il tuo, soffrono a causa di guerre o calamità naturali, ma se queste ultime sono inevitabili, le prime invece sono un monumento all’imbecillità umana. Schiere di uomini, donne e bambini soffrono e muoiono per consentire ad alcuni fortunati potenti di arricchirsi ulteriormente o di riportare effimere vittorie sui campi di battaglia. Se tu potessi stare qui, da lontano, a guardare per un centinaio di anni due grandi nazioni europee , cosa vedresti? Dapprima la Plancia invade e conquista una striscia della Spigna, la quale nella seconda guerra punica se la riprende aggiungendovi per buon peso anche una zona trapezoidale del territorio dalla Plancia, la quale poi nella guerra dei cento mesi se la riconquista e penetra per un triangolo di 80 chilometri nella terra della Spigna, che durante la prima guerra mondiale se lo riprende e tutto ritorna come prima. Risultato dopo mille anni? STESSI CONFINI, GLI STESSI ! Alcuni politici e generali passati alla storia ( più famosi di artisti e scienziati, incredibile! ), alcuni ricchi un po’ più ricchi ed un mucchio di giovani soldati ventenni morti. MORTI PER NIENTE ! ”. “ Cosa sono i confini? ”. “ Sono una cosa che divide i popoli. Da quassù non si vedono, ma non si vedono neppure quando li attraversiamo. Esistono sono sulle cartine geopolitiche …..e nelle zucche vuote. Triste, vero? Ma ora io devo andare, d’altronde vedo che non hai bisogno di molti consigli né raccomandazioni, sono stato fortunato ”.
“ Perché? ”. “ Perché hai già capito cosa significa vivere con saggezza. Molti bimbi la possiedono e poi, inspiegabilmente, perdono questo straordinario dono nell’adolescenza, che trascorrono generalmente come idioti completi, tranne poi rinsavire un po’ nell’età adulta e ridivenire saggi sul finire dell’esistenza. Se al mondo ci fossero solo vecchi e bambini vivremmo certo in modo meno doloroso: il carico di sofferenze subite ogni anno dall’Umanità è spaventoso ”. “ Ma perché devi proprio andare? ”. “ Mi aspettano. Anche tu, d’altro canto, devi andare. Sai quale bottone premere? ”. “ Sì! Quello con la lettera T che sta per “ TERRA” . Dove ti aspettano? ”. “ Lassù, lontanissimo, nel mondo dei più ”. “ Il mondo dei più? E’ pieno di addizioni? ”. “ No ” sorrise il vecchio dai lunghi capelli bianchi pensando che però di croci era pieno “ è un modo di dire. Sto per morire e per raggiungere coloro che mi hanno preceduto. Sono molti di più di quelli che si muovono freneticamente laggiù. Li vedi? ”. “ No. Da qui non si possono scorgere ”.
“ E’ vero. Penso che quando il mondo dei più diventerà quello dei meno, e prima o poi succederà senz’altro con l’esplosione demografica in atto, le cose andranno ancor peggio! ”. “ Perché? ”. “ Mi piaci ”. “ Perché? ”. “ Perché chiedi spesso “ perché” ”.
“ Sono molto piccolo ”. “ Certo! Comunque le cose laggiù andranno peggio, perché già ora molti bimbi che nascono trovano, alla sosta intermedia dei cento chilometri, vuoto l’ascensore che sale e non possono ottenere le informazioni, i consigli e le raccomandazioni indispensabili per condurre una vita orientata al bene.
In un lontano futuro sarà sempre peggio, gli appuntamenti tra chi va e chi viene saranno sempre più rari. Mancherà il travaso di conoscenza ed esperienza, purtroppo! ”. “ Funziona così? Tu sei quello che deve accogliermi? Una vita va ed una viene? ”. “ Sì! C’è chi nasce e c’è chi muore, per dirla in altro modo ”.
“ Tanto va la gatta al lardo….”. “ No ” sorrise il distinto signore “ questa frase riguarda qualcos’altro. Comunque, non tutti i bambini nascono così maturi come te e devono avere un’accoglienza adeguata. Chissà! Forse le cose hanno incominciato ad andar storte quando le nascite hanno superato le morti, tanto tempo fa. Ma ora il tempo concessoci per conversare è terminato, addio dunque, e buona fortuna! ”.
“ Quale tasto devi schiacciare tu? ”. “ Il più alto, quello con il simbolo di un otto coricato. Siamo molto stanchi, noi anziani…e anche i nostri numeri lo sono ” scherzò il vecchio. “ L’otto è coricato perché è stanco? ”. “ Non proprio ” sorrise il signore “ non vado all’ottavo piano, ci sono tre bottoni soltanto, vedi? T , 100 e un otto orizzontale. Significano TERRA, 100 CHILOMETRI e INFINITO. L’ascensore che scende e quello che sale si incontrano a cento chilometri dalla superficie del pianeta, e l’otto coricato è il simbolo dell’infinito ”. “ Dov’è l’infinito? ”. “ Un po’ più in là di laggiù laggiù ”. “ Allora ci impiegherai TANTO TEMPO! ”. “ Arriveremo insieme ”. “ COOOME? ” Domandò sbigottito il quasi-neonato. “ Perché e come: certo che tu fai sempre domande pertinenti. Comunque è vero. Arriveremo insieme, tu laggiù ed io lassù ”. “ Non ci credo ”. “ Potresti fare anche lo scienziato. Però di ascensori io me ne intendo. Credimi ”. “ Ma non è possibile, cento chilometri in confronto al…..tutto ”.“ Tra la Terra e 100 chilometri ci sono esattamente tanti posti quanti tra 100 chilometri e l’infinito, quindi arriveremo insieme ”. “ Ancora non capisco ”. “ Quando tu sarai a 50 chilometri ( cioè 100 diviso 2 ) dal terreno, io sarò a 200 chilometri ( 100 per 2 ). I due punti 50 e 200 sono sposati tra loro o, se preferisci vista la tua giovane età, sono gemelli, collegati insomma. E quando tu sarai a 10 chilometri dalla Terra, io sarò a 1000 chilometri. 10 e 1000 sono gemelli! Come vedi ci sono tanti punti tra la Terra e la fine dell’atmosfera quanti tra questa e il paradiso ”. “ BELLO! ” disse Kim e, dopo aver salutato con la piccola manina il vecchio signore, schiacciò la grossa T.
Un attimo dopo a Seul nasceva un bellissimo bambino a cui fu dato il nome Kim Soo Kim,ed un attimo dopo Albert Einstein raggiungeva l’infinito.



*

La dama inglese

Il gioco della dama nella sua versione inglese, detto anche Checkers o Draugths, si svolge su una scacchiera di 64 caselle e non di 100 come la dama francese. E’ un gioco molto praticato nel mondo anglosassone, tanto popolare quanto gli scacchi, il Go o l’Othello.
LA DAMA INGLESE

“Bisturi, prego” chiese il chirurgo. “Eccolo” disse l’assistente addetta ai ferri, porgendogli premurosamente lo strumento. Il chirurgo incise la pelle e lo strato di tessuto sottocutaneo con l’affilatissimo coltello mentre l’aiuto chirurgo richiudeva con le pinze emostatiche i vasi sanguigni recisi. “Ho letto su una rivista” intervenne la capoinfermiera, ovvero, se siete molto pignoli, la responsabile del personale infermieristico della sala operatoria, “che il nuovo criterio per valutare una condizione di rischio cardiaco si chiama sindrome metabolica”. “Proprio così!” confermò il chirurgo, mentre con mossa decisa finiva di praticare col bisturi un perfetto taglio nell’addome del paziente “sono cinque i fattori che la determinano, e cioè diagnosi di ipertensione arteriosa, aumento della circonferenza addominale, troppi trigliceridi, diabete di tipo 2 e infine valore basso del colesterolo HDL”.“Sentite questa, me l’ha raccontata ieri sera mio cognato” si inserì a questo punto l’aiuto chirurgo “due amici si recano per diletto a Waterloo, a visitare i campi teatro della famosa battaglia. Uno dei due rimarca che Vaterloo è molto interessante e suggestiva. L’amico allora obietta -- Guarda che non si pronuncia Vaterloo , ma bensì Uaterloo -- -- Ma no! Ti dico che si dice Vaterloo, ne sono sicuro -- insiste il primo. Ne nasce pertanto una discussione accesa, quasi un bisticcio; finalmente vedono avvicinarsi un tale , ed allora uno dei due amici propone -- Chiediamo a quel signore! -- Lo fermano e gli domandano -- Senta, noi non siamo del posto, il nome di questa località si pronuncia Vaterloo oppure Uaterloo? --. Il nuovo arrivato cortesemente risponde -- Si pronuncia Uaterloo -- -- Vedi? Che t’avevo detto? Avevo ragione -- insiste il primo dei due amici. Ma l’altro non è ancora convinto e chiede -- Ma lei è proprio di qui, del luogo? -- -- No. Neanche io sono del posto, io sono qui in uacanza! -- “Ah! Ah!” risero tutti insieme i sei addetti all’intervento, cioè tre chirurghi, due infermiere e relativo anestesista (non relativo alle infermiere, non che dovesse cioè far addormentare loro). Se siete un po’ sorpresi dal fatto che i sei parlottassero del più e del meno, barzellette comprese,nel bel mezzo di un’operazione, beh…non dovreste proprio: è quello che fanno sempre!! A maggior ragione non dovreste esserlo perché, vedete, il capo chirurgo era un tipo davvero speciale (vi passo queste informazioni mentre lui, o meglio lei, dopo aver sollevato con delicatezza la membrana peritoneale vi apriva un piccolo taglio con le forbici, penetrando così nella cavità addominale) : eh..sì, Brenda Tinsley era davvero una donna fuori dal comune! Pur avendo, come tutti gli umani, due soli emisferi cerebrali, riusciva a fare contemporaneamente non soltanto due cose, ma quattro o cinque, e nei giorni di grazia persino sei o sette. Di norma portava a termine complicati interventi di neurochirurgia risolvendo intanto intricati cruciverba, discutendo nel contempo con i collaboratori di tutt’altre amenità e, magari, ascoltando anche la piccola radio che aveva personalmente posizionato in sala operatoria. Insomma….l’operazione di appendicectomia che l’equipe del St.John’s Hospital di Brighton stava eseguendo quel giorno era, per Brenda Tinsley, della stessa difficoltà del taglio delle unghie, ne più ne meno. Brenda si era laureata in medicina col massimo dei voti (o forse qualcosa in più) all’Università di Edimburgo e specializzata poi in chirurgia alla Queen’s Mary Clinic di Londra lasciando stupefatti i suoi supervisori per la precisione millimetrica dei tagli e la perfezione assoluta delle suture, nonché per il coraggio nel voler sempre affrontare con decisione le operazioni più delicate. Un chirurgo con i fiocchi, insomma. Nevicava anche quel giorno d’inverno, a Brighton, ma nella calda, confortevole (e sterile) stanza operatoria Brenda continuava con noncuranza ad introdurre una lunga pinza nell’apertura per poter estrarre delicatamente il tratto intestinale che conteneva l’appendice del signor Bob Byrne, taxista di Hurstpierpoint, piccolissima località nelle immediate vicinanze. “Brenda, per caso tu sei parente di Marion Tinsley, il campione di dama? Ho letto di lui sul Times di mercoledì, c’era riportato che è stato il più grande campione di questa disciplina” “E’ stato sicuramente il più grande giocatore nella storia della dama inglese: fu campione del mondo dal 1955 al 1958 e poi dal 1975 al 1991. Si ritirò nel 1991 appunto e l’anno seguente sconfisse il programma informatico Chinook, appositamente creato per la dama. In 45 anni Tinsley perse solamente….nove partite!!” “ Non ci posso credere. Stupefacente. Ma..era un tuo parente?” Brenda, prima di rispondere, allargò l’apertura già fatta nella cavità addominale del taxista e scoprì l’intestino cieco con annesso il piccolo budello dell’appendice. “Era mio padre. Abbassa la radio, per cortesia, Linda; quella canzone rock mi infastidisce. Jack, mi dai il cambio?”
“Volentieri”. Jack Morton, l’aiuto chirurgo, ricevuta dalla capo infermiera una lunga pinza, la introdusse nell’apertura ed estrasse delicatamente il tratto di intestino con l’appendice.
“Era mio padre” continuò Brenda “è morto il 3 aprile 1995. Cancro al pancreas. Nel 1991 rinunciò al titolo di campione del Mondo per poter giocare contro Chinook, poiché le associazioni di dama americana e inglese negarono ad un programma di software la possibilità di concorrere per il titolo mondiale. Il match non ufficiale, fortemente reclamizzato, fu vinto da mio padre per 4 a 2, con altre 33 partite nulle.” “Ma.. Marion Tinsley non era statunitense?” “ Sì! Anche io sono nata in America: mi sono trasferita ad Edimburgo dopo la sua morte ed ho ottenuto tre anni fa la cittadinanza britannica. Ormai sono inglese.” Brenda osservava Jack il quale, servendosi di piccoli lacci legava vene ed arterie che irrorano l’appendice passando attraverso il mesenteriolo, un piccolo ripiegamento della membrana peritoneale. A questo punto Linda MacFarlane, infermiera addetta ai ferri, chiese ad Adam Smith, l’anestesista, di sottoporle qualche quesito. Linda stava studiando per un diploma di perfezionamento ed il bravo Adam si era offerto di aiutarla. “Bene, Linda, che cosa è l’anestesia generale?” Mentre pronunciava queste parole, Adam stava osservando i monitors sui quali erano visualizzati l’elettrocardiogramma, il grado di ossigenazione del sangue e la validità degli scambi respiratori dell’ormai nostro caro amico Bob Byrne. “L’anestesia generale è caratterizzata dalla perdita di coscienza e di sensibilità dell’intero organismo e dalla miorisoluzione, cioè dal rilassamento generale della muscolatura” “Brava, e …a proposito invece dell’anestesia loco-regionale, mi sapresti enumerare le diverse modalità?” Uno squillo del telefono interruppe la discussione; Mary Evans, capoinfermiera da ben 22 anni, alzò la cornetta, ascoltò per alcuni attimi e poi disse: “Brenda, è per te. Una certa Isabel Lincoln” “Oh,sì. E’ mia cugina, è un avvocato di Birmingham, grazie” “Le metodiche di questo tipo di anestesia” riprese Linda “sono: topica, per infiltrazione, blocco tronculare, blocco plessico e blocco centrale” “Bravissima. Dimmi ancora: cosa prevede il blocco tronculare?” “Prevede la somministrazione di anestetico in prossimità di un nervo e determina un’area di anestesia più ampia in corrispondenza della diramazione del nervo stesso” “OK. Molto bene!” Mentre Adam interrogava Linda, mentre Brenda parlava animatamente con la cugina e mentre Mary rilevava la pressione arteriosa del paziente, Jack preparava, intorno alla base dell’appendice, i punti di una legatura circolare detta borsa di tabacco. Sapete a cosa serve la borsa di tabacco? Serve per affondare il moncone appendicolare dopo la sua asportazione. Pochi istanti più tardi, Mary disse: “Ora ti interrogo un po’ io: numero uno?” “Divaricatori” “Tre?” “Sonda” “Undici?” “Pinza per graffette” “Nove?” “Portalacci” “Bene, Linda, brava” Dovete sapere che gli infermieri di sala operatoria, perlomeno al St.John’s Hospital di Brighton, dove regna l’efficienza, devono sapere collegare i vari strumenti con il numero, riportato sulla busta sterile della confezione, che li identifica. Ad esempio, che so, le forbici sono il numero 7 e le pinze emostatiche il 4 (me lo ha confidato Jack Morton). Anche queste domande erano in programma all’esame per il diploma di infermiera di sala, che Linda, anche se molto brava, non aveva ancora sostenuto. Ella era sotto la supervisione di Mary, che ovviamente non distoglieva gli occhi da lei durante gli interventi di chirurgia e che conosceva per esperienza diretta come la commissione esaminatrice sarebbe stata accurata e pignola. Brenda, intanto, terminato l’interessante dialogo telefonico, si apprestò a dare il cambio a Jack, il quale poco dopo aprì il settimanale di enigmistica che teneva sempre con sé. “Umhh….chi mi aiuta? Quattro verticale, sei lettere: legno elastico, resistente, riconoscibile per le marcatissime venature parallele….” “Acero? No, sono cinque lettere” commentò Linda. “Mogano?” tentò Adam. “Mog.., no! Non combacia con l’otto orizzontale” “Larice!” sentenziò Brenda. “Ma certo! Larice. Si inserisce alla perfezione, grazie Brenda” “Non c’è di che. Posso chiederti qualcosa anche io, Linda?” “Ma certo, capo! Con piacere” “Quali sono, in percentuale, i reparti più colpiti dalle infezioni ospedaliere?”
Brenda, intanto, schiacciò con una grossa pinza la base dell’appendice, indi annodò un laccio per chiuderla definitivamente. “Sette orizzontale…sei lettere: generale a capo dell’esercito prussiano alla metà del 1800” Mary ed Adam si scambiarono un eloquente sguardo interrogativo.
“Undici per cento patologia neonatale, nove virgola nove cardiochirurgia, sette virgola sette chirurgia generale, sette virgola quattro oncologia, quattro virgola tre medici..” “Bene, Linda, è sufficiente, perfetto. E dimmi…quale semplice accorgimento riduce moltissimo la trasmissione delle infezioni? Ah, Jack, il nome che cerchi è Moltke. Emme, o, elle, ti, cappa, e” L’aiuto posò la tazzina di caffè bollente per inserire le sei lettere.“Lavarsi spesso le mani! La pulizia è fondamentale. Uno studio effettuato in un ospedale pediatrico ha dimostrato che, quando gli infermieri non si lavavano le mani dopo il contatto con i pazienti, i bambini acquisivano infezioni da stafilococco molto più di frequente” La stazione radio intanto era passata dal rock a Bach, Vivaldi e Salieri. “Che musica deliziosa” commentò Brenda mentre finalmente recideva il piccolo organo con il termocauterio, un ansa metallica arroventata con la corrente elettrica.
“Ma sai dirmi quale è l’esatta procedura di lavaggio?” chiese Mary a Linda, mentre proteggeva l’intestino dal calore per mezzo di uno speciale strumento a forma di cucchiaio.
“Sicuro! Primo: bagnare le mani con acqua. Secondo: applicare sapone a sufficienza sino a ricoprire tutta la superficie delle mani” “Tredici verticale…nove lettere: il mese dell’inaugurazione della grande linea ferroviaria Liverpool-Manchester nel 1830. Questa dovrebbe essere facile, quale mese ha nove lettere?” “Terzo: strofinare le mani da un palmo all’altro. Quarto: palmo destro sul dorso sinistro incrociando le dita e viceversa” “Alza un poco il volume Jack, e metti su 107 megahertz: sta per iniziare la mia trasmissione preferita” “ Ok, Adam. Ti basta così?” “Benissimo, grazie” “Come andiamo, Adam?” “Tutto bene, scambi respiratori, pressione ed elettrocardiogramma nella norma” Brenda, intanto, tirando i due capi della legatura a borsa di tabacco ed aiutandosi con una pinza, affondò il moncone nell’intestino del caro Bob. “Quinto: palmo a palmo con le dita intrecciate” L’apparecchiatura radiofonica gracchiò: “Gentili ascoltatori, ci colleghiamo come tutti i venerdì alle 18 con Mike Roberts, dai nostri studi di Londra” “Sesto: di nuovo le dita, opponendo i palmi con dita racchiuse, una mano con l’altra. Settimo: strofinare attraverso rotazione del pollice sinistro sul palmo destro e viceversa” “Sette orizzontale..riferire qualcosa a qualcuno..undici lettere…mah?!” “Ottavo: strofinare attraverso rotazione, all’indietro ed in avanti con le dita della mano destra sul palmo sinistro e viceversa” “Di che trasmissione si tratta?” chiese incuriosita Mary.
“Ogni settimana viene proposto un difficile rompicapo a cui i radioascoltatori possono provare a rispondere, beninteso se riescono a prendere la linea” “Nono: risciacquare le mani con acqua. Decimo: asciugare le mani con una salviettina monouso. Undicesimo e ultimo punto: usare la salviettina per chiudere il rubinetto. Ora le mani sono pulite:” Brenda, richiuso perfettamente l’infossamento sul moncone, passò ad annodare i fili della borsa di tabacco ed ad applicare un punto di rinforzo sulla sede dell’affondamento. “Durata dell’intera procedura di lavaggio?” insistette ancora Mary. “Dai 40 ai 60 secondi” rispose Linda. “Bravissima, Linda” la lodò Brenda, che intanto ascoltava la radio e stava per lasciare il posto a Fred Barrow, terzo chirurgo, di poche parole ma accertata abilità manuale. L’operazione infatti era praticamente conclusa. Fred chiese ad Adam: “Quali premi danno?” ( Fred era un tipo piuttosto venale ) “Oh..in ogni puntata sono in palio 10.000 sterline. Però di solito gli enigmi non vengono risolti e i premi si accumulano col tempo. Qualche mese fa un signore gallese ha guadagnato 120.000 sterline. Anche oggi credo che il premio sia consistente. E’ un po’ che non indovinano” “Proviamoci noi, allora” commentò Fred, che con le dita stava spingendo nuovamente l’intestino al suo posto. Brenda si era intanto seduta vicino all’apparecchio radio, con in mano l’ennesima tazza di caffè. “Carissimi ascoltatori, vi giunga il mio augurio di una magnifica serata. E’ Mike Roberts che vi parla dalla sede londinese di Radio 107. Oggi il montepremi è arrivato a 90.000 euro. Ma non perdiamo tempo e leggiamo subito la domanda: abbiamo 10 caselle riempite a caso con numeri tutti diversi tra loro. A turno, uno dei due giocatori sceglie quale casella eliminare tra le due estreme, quella iniziale e quella finale della striscia che rimane, e incamera i punti segnati sulla casella. Vince chi alla fine ha la somma più alta. Quale è la strategia vincente? In bocca al lupo e via alle telefonate. Avete 15 minuti di tempo da questo istante.” Jack mise via la rivista di enigmistica con la griglia del cruciverba quasi completata, e si concentrò sulla frase di Mike Roberts. Anche Fred pensò alle parole della radio mentre cuciva l’apertura del peritoneo con del catgut, filo di budella di gatto destinato ad essere riassorbito spontaneamente dall’organismo. Adam guardava il tracciato dell’elettrocardiogramma, ma la sua mente vedeva un esempio delle 10 caselle allineate.
8 4 11 2 43 25 15 9 32 14
Adam adorava quel tipo di sfide. Brenda teneva la tazza con entrambe le mani ed il suo sguardo sembrava fissare l’infinito. “Io non ci capisco niente di queste cose” confessò Linda, mentre manteneva aperte le labbra della ferita in modo tale da permettere a Fred di ricucire il muscolo.
“Mi sembra molto difficile!” fu il commento di Mary, che pure era una patita del sudoku con cui si cimentava ogni sera tornando a casa in metropolitana ( ed una volta, presa dalla foga, si era persin dimenticata di scendere alla sua fermata ). “Sì, è molto impegnativo” le confermò Adam. “Adam, come andiamo?” si informò Fred. “Tutto alla grande, anche il grado di ossigenazione del sangue. Il nostro taxista è un tipo tosto. Sto per sospendere l’erogazione dei farmaci. Tra poco comincerà a risvegliarsi” Intanto cominciarono ad arrivare alla stazione radio le prime, timide telefonate, con soluzioni a dir poco strampalate, prontamente e puntualmente stroncate dagli acidi commenti di Mike Roberts. Per qualche minuto nessuno telefonò più, a conferma di quanto numerosi ascoltatori in tutto il Regno Unito trovassero arduo il quesito in maniera imbarazzante.
Mentre Fred, coadiuvato dalle premurose, attente infermiere, chiudeva con alcune graffette metalliche la ferita sulla pelle, Brenda improvvisamente disse: “Devo fare una telefonata” “Vuoi richiamare tua cugina?” si informò Mary. “No. Adam, tu sai il numero di Radio 107?”
“Sì, 093-4427896 , ma perché? Ah! Ho capito. Vuoi provarci tu” Sotto gli sguardi dei suoi cinque amici Brenda digitò le 10 cifre, attese qualche momento e poi,…ebbe la linea. “Pronto, qui Mike Roberts di Radio 107, chi parla?” “Mi chiamo Brenda Tinsley, telefono da Brighton”“Buonasera, missis Tinsley, vuole proporci la sua soluzione? Ci dica” “Sì, è semplice ed elegante. Vince chi ha la prima mossa. E’ sufficiente che sommi i numeri delle caselle pari, la seconda, quarta e così via…e quello delle caselle dispari. Se, ad esempio, risulta maggiore la somma delle caselle pari, egli sceglierà la numero 10. Se l’avversario poi prende la numero 1, allora egli sceglie la 2, se invece l’avversario prende la 9, egli ripiega sulla 8, e così via, prendendo sempre la casella vicina a quella scelta dall’altro. Riuscirà, comunque, a sommare tutti i numeri sulle caselle pari, vincendo la sfida. Funziona perché le caselle sono in numero pari” “Fantastico!! Bravissima. Anche lei vince la sfida, signora Tinsley, e si aggiudica ben 90.000 sterline. Ora le passo la nostra segretaria per sapere dove mandargliele. Cari ascoltatori, anche per questa volta abbiamo terminato, appuntamento a venerdì prossimo, naturalmente su Radio 107. Una serena serata a tutti dal vostro Mike Roberts”
Mentre Brenda diceva al telefono: “coordinate bancarie UK46 U030 6947 9431 0000 0061 060” , Linda e Mary disinfettarono la ferita con tintura di iodio, la ricoprirono con garza sterile fissata con cerotti, posero poi sopra uno strato di ovatta ed infine, amorevolmente, fasciarono il tutto.
Poco dopo ritroviamo il signor Byrne nell’area di risveglio, adiacente alla sala operatoria, ancora costantemente controllato da Adam. Brenda invece si lava le mani in un’altra cameretta attigua, vicino a Fred e Jack, i suoi aiutanti, che non finiscono di complimentarsi con lei e di insaponarsi.
Dopo 57 secondi e mezzo Brenda chiude il rubinetto e si avvia allo spogliatoio.
Diciotto minuti dopo attraversa l’atrio della clinica per uscire, protetta dalla pelliccia di ermellino, a sfidare la nevicata. John e Michael, i due uscieri, la guardano a lungo camminare scortata da bianchi fiocchi nel viale alberato che, in leggera discesa, porta verso il centro della città.
“Che classe, il nostro primario! Vero John?” “Puoi dirlo forte! Che donna efficiente, dinamica, raffinata, gentile!” “Non ho mai visto un primario di chirurgia così capace: è proprio vero, le donne hanno una marcia in più. Riescono a fare contemporaneamente venti cose, altro che noi!”
“Già. Brenda Tinsley è veramente eccezionale, una signora esemplare. Una perfetta..dama inglese”

P.S.:Spero che siate molto felici di aver fatto la conoscenza di Adam, Brenda, Jack, Linda, Mary e Fred, per non parlare del buon Bob, che ormai considerate sicuramente un vostro intimo amico. Tra l’altro, in caso di necessità, so per certo che ora sapreste anche eseguire una appendicectomia….casomai vi capitasse.
Poiché però per leggere il racconto avete dovuto girare le pagine con l’indice della mano destra, toccando un pezzo di carta che potrebbe essere infetto, vi do un consiglio: correte subito in bagno e, impiegandoci non meno di trenta secondi,……lavatevi le mani !