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Un ultimo bacio
-Stella, c uno al bar che ti vuole.- annunci Sam. -E chi ?!?- chiese curiosa a suo fratello. Poi: -Sam, vado; tu guarda dov il babbo, per favore, e se necessario vieni ad avvisarmi, va bene?- Fece un cenno a sua cugina Antonella perch la seguisse e si avvi fuori dalla sala del banchetto, verso il bar; l cera Carlo ed il cuore inizi a batterle sempre pi forte. Per la felicit nel vederlo, ma soprattutto per il timore che suo padre lo vedesse. Perch considerava sua figlia troppo giovane anche solo per pensarle certe cose! -Ciao Carlo. Sono felice di vedertima che ci fai qui? Come hai saputo che eravamo qui?- -Un uccellino me lha detto. Come va la festa? Ti diverti?- le chiese sorseggiando una birra. -Mi diverto, va tutto bene. Ci sono i miei cugini a rallegrare la cena. Ma dovevi dirmi qualcosa?- Carlo assapor un sorso di birra socchiudendo gli occhi, poi la guard intensamente, infine le confess: -Mi fai uscire pazzo! Non sopporto il fatto che te ne vai, non sopporto lidea che non posso farci niente, ma proprio niente!- e bevve tutta la birra che aveva nel bicchiere. -Ma che fai? Vuoi ubriacarti? Perch bevi cos? Non serve a niente, non cambierai le cose e sapevi fin dallinizio che sarebbe andata cos. E lo so, quando arriva il momento fa male lo stesso. Lo so bene anch'io...- ammise Stella allungando una mano e sollevandogli il mento per guardarlo negli occhi, occhi persi nel bicchiere vuoto, quasi a cercare una soluzione fra i lembi di schiuma che adornavano il vetro come i merletti sulle finestre. Fu sorpresa nel vedere lo sguardo annebbiato di Carlo annaspare sul suo volto, farsi duro, infiammarsi di un rosso acceso e brillare fra le lacrime trattenute. -Non te ne andarenon farlo! Sono stato di nuovo troppo bene con teDomani ce la farai ad uscire per vedermi e salutarmi? Non penso. Sono venuto qui per questo. Voglio un ultimo bacio- disse Carlo. -Ma sei matto? Matto del tutto! Qui, pieno zeppo di parenti, con mio padre dietro langolo? Non esiste! Non posso!- protest Stella. Carlo le si avvicin minaccioso, ma una mano lo ferm. Era Matteo. Aveva notato che sua cugina stava parlando con un ragazzo che ingurgitava birra, cos era rimasto nei paraggi per controllare la situazione ed intervenire nel caso si fosse presentato un problema: non si poteva rischiare che qualcosa o qualcuno rovinasse la festa di Davide, il primo della grande famiglia che si era sposato. -Ciao. Ascolta, adesso ti calmi e vieni fuori con meNon vorrai che Stella si arrabbi, perda rispetto per te e non voglia pi vederti quando torner le prossime volte- lo redargu Matteo. Carlo comprese, addolc lo sguardo, abbozz un sorriso amaro, quindi salut Stella attardandosi a fissarla come fosse l'ultima volta e segu Matteo fuori dal locale. Antonella le si avvicin, le strinse un braccio per mostrarle comprensione e rest con lei quando volle andare a controllare cosa stesse accadendo fuori. Matteo e Carlo stavano parlando tranquilli, poi suo cugino diede una pacca sulla spalla al suo interlocutore e i due si salutarono. Stella sospir e appoggi una mano su quella di sua cugina, pienamente intenzionata a far sparire quel velo di malinconia e tornare, per quanto possibile, serena alla festa di nozze. -Dopo quasi due anni...- Il pensiero la trasport indietro nel tempo, a quell'estate durante la quale conobbe Carlo; a quando, dopo un lungo corteggiamento, si lasci baciare, con il sole rosso acceso del tramonto che accendeva le sue guance di ragazzina inesperta. Perch era il suo primo vero bacio, la prima volta delle farfalle nello stomaco, sensazione che avvolse piacevolmente tutta se stessa. Stella abitava al nord, a chilometri e chilometri di distanza e per quanto entrambi fossero presi l'uno dall'altra, sapevano che, con la fine dell'estate, non potevano pensare di promettersi un futuro insieme. Lei part alla fine della stagione per tornare a casa e non lo rivide pi, n quando torn per le vacanze di Natale, n per quelle di Pasqua, n oltre. Fino a due settimane prima, quando, a passeggio per il paese con le cugine ridendo per i molteplici tentativi di approccio dei ragazzi del paese, se lo ritrov davanti, in compagnia di amici. Le sorrise, lei ricambi, ma non proferirono parola, visibilmente imbarazzati; Linda le tocc un braccio in segno di coraggio, ma lei non riusciva a pronunciare neanche una sillaba. -Ciao Stella- disse deciso Carlo e Stella si sblocc. Iniziarono a parlare allontanandosi piano piano dagli altri; gli argomenti divennero sempre pi intimi, lui fin con l'abbracciarla. Stella si irrigid, sciolse quellabbraccio con Carlo, divincolandosi piano piano e gli disse: -Sei stato e sei molto importante per me, sei il mio primo vero ragazzo. Mi fa un gran bene questo tuo interesse, ma stare di nuovo insieme non ha senso: vivo lontano, ed gi questo un ostacolo, lo abbiamo visto; poi sono innamorata del mio secondo ex ragazzo e fra tre giorni riparto, quindi - -Ma torni a luglioPosso aspettare, che ci vuole! Sono appena due mesi e mezzo!- incalz il ragazzo. -E tu pensi che io riesca a vivere tranquilla per tre mesi lontana e tu con tante ragazze in giro, vicineno, no! Non fa per me. Comunque, te lho detto, sono innamorata.- -Sdi uno che non ti vuole pi! Io, invece, mi butterei nel pozzo per te!- si infervor Carlo. A Stella sfugg un sorriso sarcastico e lui, risentito, si allontan. Stella lo chiam un paio di volte invitandolo a raggiungerla e finalmente Carlo si ferm, si ricompose e con un gran sorriso torn sui suoi passi. Fu quel sorriso, in quel momento, che la spinse a decidere di prendere la vita con pi leggerezza. Ma s! Aveva quindici anni, in fondo, e poteva anche permettersi di vivere alla giornata. Al bando pensieri, riflessioni, valutazioni, abbracci il suo pazzo spasimante promettendo che sarebbero stati insieme fino alla sua partenza, poiche andasse pure come doveva andare. Non vivevano certo su una nuvoletta rosa, conoscevano la loro realt...i patti erano chiari. E Carlo in quei giorni la copr di attenzioni, fu molto protettivo e soprattutto molto divertente; fece buon viso ogni volta che lei frenava i suoi tentativi di spingersi oltre gli abbracci ed i baci; accettava di buon grado quei limiti, diceva, pur di trascorrere con lei quel tempo a disposizione. Quei pochi giorni insieme volarono tra le risate, gli scherzi, le passeggiate con gli amici, le cugine e i cugini e la ricerca di luoghi sicuri, lontano da sguardi indiscreti, per stare anche da soli. Stella viveva con l'orecchio teso per capire se Carlo fosse in girata attorno alla casa dove era alloggiata, quella di sua zia Carmela; il rombo della vespa era il segnale per dirle che stava pensando a lei, che stava aspettando lei, che lui era libero di incontrarla. Un'occhiata d'intesa con Linda o Antonella e lei si precipitava ad una finestra o in terrazza per mostrarsi al ragazzo e fargli il cenno concordato per -S, esco...- oppure -Non esco adesso-. Con le dolci palpitazioni che quegli episodi le provocavano rientrava e si attivava per organizzare la passeggiata, utile ad incontrarlo. Quei giorni erano finiti. Con il matrimonio di Davide si era concluso il periodo di ferie straordinario che l'aveva riportata al sud. Il giorno seguente, infatti, part con la famiglia, senza rivedere Carlo. Lasci alla cugina Antonella il compito di salutarlo da parte sua, con le sue scuse per l'ultimo bacio non dato. Tornava alla sua vita, piena di scuola, libri, interrogazioni...Non aveva alcuna voglia di tornarci. Nessuno, l, desiderava stare con lei come lo desiderava Carlo in quel momento. Ma sarebbe andata avanti, avrebbe continuato il percorso di riscatto appena iniziato insegnando al suo cuore a guarire dall'amore che ormai non era pi corrisposto. E tutto sarebbe andato bene.
Id: 5249 Data: 21/11/2021 20:49:56
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Cinque minuti di una vita
Cinque minuti di una vita
Anche quella mattina, guardandomi allo specchio dopo essermi lavata il viso, feci una smorfia di disappunto. Quella miriade di brufoletti rossi che avevano ricoperto lo strato di pelle dal naso agli zigomi, seguendo la linea del contorno occhi, non era sparita durante la notte. Da qualche giorno, per causa loro, mi sentivo impresentabile in pubblico; eppure dovevo uscire di casa, dovevo lavorare. Le colleghe mi dicevano che poteva essere una reazione al caldo afoso ed improvviso di quellinizio di giugno, giugno di un anno bisestile, quello del 1996. Scherzavano, anche, prendendomi in giro: Dai, sar lacne giovanile ! Ed io: S, a trentanni suonati! , tornando a dedicarmi alla grande gioia di seguire i piccoli della sezione semidivezzi dellasilo nido comunale presso il quale lavoravo. Mentre mi cospargevo il viso con una crema nutriente, ed idratante, mi rattristai al pensiero che di l ad una ventina di giorni sarebbe scaduto il mio contratto di lavoro ed avrei dovuto lasciare quel posto, quei bambini, quelle educatrici che tanto mi avevano insegnato, la cuoca e le bidelle che con la loro affabilit e disponibilit a collaborare contribuivano a creare un ambiente sereno e piacevole. Ma la miglior qualit era la la pazzia cio la voglia di essere sempre allegre, riempiendo le giornate di gioia di vivere. Erano matte schiante , per dirlo in gergo dialettale. Ed io ero come loro. Inforcai la bicicletta e coprii la distanza fra casa e lavoro con un certo affaticamento fisico, affaticamento non previsto per un corpo allenato con la danza; nelle narici un odore forte trai veicoli incolonnati nel traffico dellora di punta: sembrava stesse bruciando una gran quantit di pneumatici. Ma le mie colleghe non avvertivano quellodore, anzi affermavano che laria di quella mattina era quasi frizzante e quindi piacevole. Ritenni di essere alquanto stressata e la prova era il ciclo che stentava ad arrivare. Manuela, una mia collega che ascoltava in silenzio le mie lagnanze, disse: Per me dovresti prendere in considerazione unaltra cosa. Dovresti fare il test Le chiesi: Quale test? . Cinzia, laltra collega, lanticip: Quello di gravidanza! La fissai, iniziai a scuotere la testa e: No, no, no non pu essere No! Sono stata attenta come sempre. E impossibile. Arriver, vedrete! volli rassicurarmi. Ma non potei pi negare che il ritardo mi stava preoccupando. Terminato il turno, giunta a casa, avvertii dei dolori al ventre, decisi allora di recarmi in farmacia il mattino dopo. Vorrei un test di gravidanza, per favore dissi al farmacista con un certo pudore, mettendomi una mano sulla pancia. Lui mi chiese sorridendo: Di quanti giorni il ritardo? Risposi con un filo di voce: Quattro Il dottore riprese: Ecco il test per una diagnosi cos precoce ma osservandola e notando le sue smorfie di dolore posso dirle senza ombra di dubbio che lei incinta. I miei migliori auguri! con un sorriso di felicit che mi paralizz. INCINTA? Quella parola frug nella mia mente per trovare il suo posto, ma in quellattimo era come se io non sapessi neanche che esistesse. Ringraziai e salutai decidendo di rimandare ogni considerazione a pi tardi. Lunica cosa certa in quel momento era la decisione di non andare allasilo in bicicletta, ma in auto, cos non avrei sentito quellodore di gomme bruciate, ma mi sbagliavo, mi perseguit ancora. Buon giorno, acne giovanile! Come va? mi accolse Cinzia. Le risposi: Fastidi al basso ventre Buongiorno. Ho comperato il test. Il farmacista ha sentenziato che sono incinta Ho paura di farlo Ma non voglio aspettare fino a stasera. Cinzia rest sorpresa, mi propose di aspettare Manuela che copriva il turno del pomeriggio e mi consigli di usare il test subito, loro sarebbero state l con me. Arrivate le tre educatrici del pomeriggio e le collaboratrici, lorganico, con la cuoca gi allopera da qualche ora, era al completo; quello poteva essere il momento giusto per chiudermi in bagno per i cinque minuti pi importanti in assoluto della mia vita: la potevano cambiare e stravolgere definitivamente. Furono interminabili. Nellattesa mi dissi che s, ero innamorata di Massimo, quel folle pieno di energie che definivo un grillo per la sua incapacit a restare tranquillo per due minuti due ma stavo con lui da pochissimo. Cio da met novembre! Lui era cos preso da me che a febbraio, passando davanti alle vetrine del negozio di arredamenti vicino casa sua, mi chiese di scegliere il tipo di cucina che mi piaceva di pi perch in settembre voleva sposarmi! Troppo presto, troppa fretta tanto entusiasmo non mi faceva star tranquilla. Non ci conoscevamo ancora e non cerano le basi per costruire un matrimonio. Glielo dissi una domenica sera che ci vedemmo eccezionalmente da soli a gustarci unottima pizza. Obiett che avevamo trentanni, avevamo vissuto esperienze, aspettare anni non aveva senso, non ce lo potevamo permettere per avere figli Perch ne voleva. Ce la sapremo cavare. E poi, per conoscermi, bastano cinque minuti Sono tutto qui, sono quello che vedi, sempre me stesso. Sono un uomo semplice. aggiunse. Cinque minuti Aveva intenzione di mettere su famiglia da tre anni aspettavo un uomo che avesse simili progetti! Per parlavamo poco di noi, lui diceva che era importante il presente e non desiderava infilarsi in discorsi sul passato mi inquietava perch gli individui sono il risultato di tante storie e vicende del passato e per conoscersi bene non si pu ignorarle! Abitavamo a 40 km di distanza, lavoravamo, questo sicuramente aveva il suo peso, non avevamo tanto tempo per stare insieme mi dicevo, quindi avevamo bisogno di pi tempo per crearci quella complicit, quella confidenza, quella tenerezza alla base di un legame intimo e profondo. Adorava le uscite in compagnia, le serate a far baldoria come le adoravo anchio, ma non potevano bastare, per noi come coppia. La mia mente inizi a ripercorrere gli avvenimenti del mese di maggio per capire se ci fosse la possibilit di aver fatto la frittata! Beh: sabato 25, luscita con Massimo ed il gruppo di amici fino a tardi, molto tardi; la richiesta di fermarmi a dormire nella sua casa di campagna a Monte Paganuccio, evitandomi i quaranta chilometri di strada per tornare a casa mia, che accettai di buon grado perch ero piuttosto stanca per guidare. E fu una notte unica. Mai prima. Completamente fuori dal mondo e da ogni realt. Poco prima di addormentarmi, quando ormai albeggiava, mi soffermai a pensare al mio corpo, convincendomi che mi ero lasciata andare nel periodo giusto del mese e scivolai in un sonno sereno Ma avevo sbagliato i miei calcoli, di 12 ore. A questa distrazione avevano contribuito la stanchezza e lo stress della preparazione dello spettacolo di fine anno con la scuola di danza, linfluenza con febbrone da cavallo curata con lantibiotico dei tre giorni e la conseguente debilitazione fisica e mentale s, era andata cos. I cinque minuti trascorsi nel bagno dellasilo nido terminarono. Trepidante presi il test, guardai nel piccolo riquadro e poi lessi le istruzioni sul foglietto: POSITIVO! Iniziai a tremare, mi si appann la vista e scivolai sconfitta sul pavimento. No no no, non possibile! Proprio adesso no! Che cosa ho combinato?!! La testa mi scoppiava, il cuore martellava allimpazzata e sentii bussare con insistenza. Era Manuela, era preoccupata, mi feci coraggio, mi alzai, aprii e lei cap. Mi prese le mani, mi guid fuori e mi intim di respirare lentamente e profondamente. Sono stata attenta. Non cos che volevo restare incinta! Volevo prima sposarmi e non sposarmi perch ero incinta! Ho sbagliato tutto. Nella mia vita non me ne andata una come volevo, come lavevo sognata, come lavevo progettata imprecai. Non ho ancora un lavoro sicuro, non ho una casa dovr trasferirmi tra i monti, lontano dal mio adorato mare, vivere nellappartamento sotto a quello dei miei suoceri, in un paesino dove non conosco nessuno quasi non conosco neanche il mio futuro marito! mi spiegai. Mi ha incastrata Monte Paganuccio Manuela mi consigli di rifare il test, per sicurezza del risultato e nel frattempo in quegli altri cinque minuti, mi aiut a riflettere con calma sulla mia situazione: avevo 31 anni ormai era ora di fare figli e i chilometri non erano che un ostacolo insignificante grazie alla superstrada. Avrei potuto rivedere il mare ogni volta che avrei voluto. Massimo aveva il lavoro vicino casa ed io ero sulla buona strada per ottenere il posto fisso; intanto, nei momenti da disoccupata mi sarei goduta il mio piccolino tutto il tempo! Anche se lo shock non lo avevo superato, quando vidi il secondo test ero pi tranquilla. Riuscii a sorridere davanti al responso POSITIVO perch avevo finalmente focalizzato che il sogno pi grande della mia vita fin da bambina era stato quello di diventare madre e lo stavo realizzando. Ok ok ok. Manu, puoi chiamare la Cinzia? Voglio anche lei con me, per favore. Chiedi un minuto di collaborazione alle altre con i nostri bambini, devo telefonare a mia madre e mi commossi immaginando quale sarebbe stata la reazione di quella donna con una vita di sofferenze e difficolt alle spalle. Ma dov tua madre? Fa che non sia da sola, una notizia come questa pu farle venire un colpo! fu la preoccupazione di Cinzia quando fu messa al corrente dellesito del secondo test e delle mie intenzioni. Mentre componevo il numero di telefono dissi: E al lavoro, in ospedale. E in una botte di ferro, non c miglior posto per svenire!. Le due colleghe risero ed attesero in silenzio; alla caposala del reparto maternit chiesi di passarmi mia madre, lei da premurosa ed affettuosa quale era, volle sapere se cerano problemi e se stavo bene: non chiamavo spesso, quindi La rassicurai, stavo bene, ma in effetti dovevo comunicare qualcosa di importante. Mamma ciao. Come va? A che ora torni a casa? Tutto bene, stai tranquilla E che devo dirti una cosa Diventerai nonna . Cosa? Coshai detto? Ho detto che diventerai nonna! ripetei. Davvero? Dai, non scherzare! disse mia madre. Le assicurai che non stavo scherzando, avevo fatto il test due volte e lei: Diventer nonna?!! UH cosa mi dici! Gioia mia e poi silenzio. La chiamai pi volte, mi rispose la caposala: Tranquilla, svenuta. Tu per potevi dirglielo in un altro modo! mi rimprover bonariamente. Poi sentii: Amore, sto bene. Oh Signore che notizia bella! Ci vediamo a casa. Grazie, grazie. Un bacio mi salut, un poprovata. Riattaccai, avevo gli occhi lucidi, Manu e Cinzia mi abbracciarono e mi chiesero di Massimo; sapeva del mio ritardo, la sera prima non aveva chiamato ed io neanche; avrei aspettato ormai la sera per dirglielo, prima delle 18:30 non era mai a casa. Andammo in giardino a riprendere il nostro lavoro e ad annunciare limportante novit che mi riguardava. Fui festeggiata dalle altre con baci, abbracci ed auguri; la cuoca, durante il pranzo nella cucina demergenza che da qualche mese occupavamo nellala delledificio messa in sicurezza dopo un crollo, volle brindare con tutte noi con quel bicchierino di vino che ci concedevamo per il pasto: A te e a noi! Questa notizia ci allontana ancora un po da quel giorno tremendo del crollo del soffitto della cucina! Siamo tutte insieme e siamo felici! Auguri!!. Gi, il crollo. Cinque minuti prima e lenorme macigno non avrebbe squarciato soltanto la mia sedia di metallo Le macerie non avrebbero rotto e rovinato solo tavoli, credenze e ripiani Avevamo appena terminato di pranzare, eravamo tornate tutte alle nostre attivit Cinque minuti La mia mamma stava riordinando la cucina quando presi la cornetta per chiamare Massimo; avevamo mangiato mano nella mano, avevamo parlato a lungo per trovare in anticipo una soluzione ad ogni possibile difficolt. Grande mamma! La telefonata con Massi fu sorprendentemente deludente: fu impacciato nei preamboli, sbrigativo nel rispondere alle mie domande forse aspettava con ansia notizie sul mio ritardo fisico e quando gli rivelai che ero incinta rest in un silenzio che mi spiazz. Chiesi se fosse ancora l, rispose che solo le analisi in ospedale erano sicure, allora lo rassicurai, le avrei fatte il mattino dopo, ma i metodi moderni erano affidabili. Gli chiesi a che ora sarebbe arrivato e lui: Perch? Per cosa?. Altra delusione. Aspettavamo un bimbo, potevamo stringerci, parlare Concluse, pratico: C poco da parlare, sappiamo cosa dobbiamo fare. Se vengo gi non risolvo niente. La frittata fatta. Avremo tempo per stare insieme. Tutta una vita.. Lo salutai senza insistere oltre, n aggiungere altro. Cinque minuti che mi preoccuparono. Chi era quelluomo con cui stavo per mettere su famiglia? Mi lasciava sola in un momento simile! Ma poi il cuore mi sugger che piuttosto lui aveva bisogno di digerire la notizia cos come ne avevo avuto bisogno io. Le analisi confermarono la gravidanza. Piansi per la commozione e Massimo si mostr felice, ma anche spaventato da ci che larrivo del bimbo comportava. Mentre io informai subito il resto della mia famiglia, lui non riusciva a decidersi di informare la sua: aveva bisogno di tempo per essere in grado di dare una tale notizia nel miglior modo possibile. Ma poi il tempo arriv. Il 28 giugno 1996 chiesi a mia madre di accompagnarmi con lauto al lavoro; improvvisamente un dolore acuto e insopportabile al ventre mi fece urlare e piegare su me stessa. Mia madre corse a telefonare in ospedale e allasilo, mi caric in macchina, mi fece scendere davanti alla porta di ingresso del reparto maternit dove mi attendeva un medico con la caposala per condurmi subito nella stanza delle ecografie. Ecco, siamo pronti. Tranquilla, vediamo come sta il piccolino Bene bene bene. Quel puntino che si illumina il suo cuoricino. Batte. E tutto a posto. mi rassicur laffascinante dottor Perrella. Guarda Anna! Quel puntino che si illumina il tuo nipotino! spieg la caposala a mia madre. Diventerai nonna, Anna!. Lei si fece sfuggire un singhiozzo, gli occhi le si riempirono di lacrime e poi rise al commento che segu: Auguri nonna! Tuo nipote bellissimo! Dai, non piangere! . Lei obiett che era solo un puntino quello che si vedeva, come faceva a dire che suo nipote era bellissimo? Si stava burlando di lei, lo aveva capito, quindi lo ringrazi per gli auguri. Fui ricoverata per un inizio di distacco di placenta, ero intimorita e preoccupata per il mio bambino, accettai tutti i prelievi, i controlli, la cura e la prescrizione di assoluto riposo con sollievo; non ero mai stata ricoverata prima, grazie a Dio, e presi la novit come unesperienza in pi da vivere. Allora di pranzo informai Massimo dellaccaduto e quella sera corse a trovarmi, accompagnato dai suoi genitori che solo da qualche giorno erano stati informati dellarrivo del primo nipotino e facendo quindi la nostra reciproca conoscenza. I miei fratelli entrarono nella mia stanza con aria preoccupata: volevano diventare zii, gli era piaciuta lidea dopo la sorpresa iniziale alla notizia del lieto evento. Ma stavamo bene, noi. In quei giorni di riposo assoluto pensai molto, misi insieme i tasselli della mia vita e provai, alla fine, preoccupazione per il mio futuro, tanta stanchezza mentale, tanta voglia di tornare alla mia routine, ma lessi anche tante notizie serie e frivole sui settimanali, conobbi persone che condividevano difficolt nella gravidanza, focalizzai ogni giorno di pi che una creatura si stava formando dentro di me. Il ginecologo De Marchi, ad un certo punto, mi disse che la cura stava ottenendo i suoi effetti, ma sarei dovuta restare in ospedale ancora qualche tempo, per essere sicuri del mio assoluto riposo. Si sa che a casa si pu sgarrare. Pu andare via, ma il rischio di complicazioni gravi aumenta. Decida lei. Ci pensi un attimo. Se vuole portare avanti la gravidanza resti qui. Per una minuscola frazione di secondo mi sfior lidea che sarebbe stato facile evitare il matrimonio affrettato con uno quasi sconosciutobastava andare a casa. Sarebbe stato facile evitare lo sconvolgimento, tornare alla mia vita e ritrovare il tempo per fare le cose per bene ero cos stanca! Ma qualcosa mai provata prima mi scosse come un getto di acqua gelida e mi ricord che in quella situazione ci ero finita perch aspettavo un bambino, mi era arrivato il DONO di un figlio! Senza pi attendere risposi di getto che sarei rimasta anche per un mese intero! De Marchi mi disse che non era necessario, sarei potuta andare al mare per tutta la stagione godendomi il riposo di quel periodo, forse lultimo per tanto tempo, una volta nato il bambino. In quei cinque minuti decisi veramente della mia vita e da quel momento divenni madre per sempre. Quando lasciai lospedale mi dispiacque, lo confesso, ero vissuta in un limbo sereno e fuori mi aspettavano i lavori per la casa, la sarta per il vestito da sposa, la scelta del ristorante, ecc. Andai a casa di Massimo anche se mi sentivo debole e frastornata, per dare il via a tutto, per preparare il nido al mio piccolinosapevo con certezza che era un maschio. Tornai alla mia citt di luned mattina, dopo aver salutato tutta la famiglia che si era recata al lavoro; sulla via del ritorno, ad una manciata di chilometri da casa mia, unauto mi tampon non essendo riuscita a fermarsi in tempo ad uno stop. Fui presa dal panico, ripetei in continuazione che ero incinta, fu chiamata lambulanza e tornai in ospedale. Restai quasi immobile sulla barella per tutto il tempo prima che dal Pronto Soccorso mi portassero in reparto per unecografia, le mani sulla pancia per proteggere la creatura, la preoccupazione di avvisare mia madre che si trovava fuori citt. E forte questa creatura! mi disse pi tardi il mio medico. Sta benissimo. Nessun pericolo, segua la cura e tutto andr bene. Pu andare a casa. S, and bene, il piccolo fu davvero forte. Le nostre avventure fino alla sua nascita non finirono l e forse per questo dal primo sguardo che ci fece conoscere si cre un legame speciale e profondo. Oggi sono la sua mamma orgogliosa e felice di avere avuto in dono quei cinque minuti che hanno stravolto la mia vita. Pensando e ripensando a come sono andati i fatti, in tutti questi anni ho capito che il mio bimbo doveva nascere, doveva arrivare nel nostro mondo: lui era pronto, nel suo. Mi aleggiava sopra da due annime lo avevano dettonon ci avevo creduto al momento, mama questa unaltra storia
(2015)
Id: 3015 Data: 29/12/2015 18:49:59
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Ultimi giorni destate
Ultimi giorni destate
Romina aiut la madre nei lavori domestici, cos il tempo le pass pi in fretta e finalmente arriv Serena. Desiderava fare qualcosa per poter avvicinare Giulio,qualcosa che le desse lopportunit di fargli capire che lei non era innamorata di Pippo,ma di lui e aveva bisogno di un consiglio. Perch non organizzi un festino da te? fu lidea di Serena. Inviti tutti,lui verr con gli altri e farai in modo che capisca che non hai mai creduto che fra voi fosse finita davvero. Si presenter loccasione vedrai. Senza Pippo il messaggio sar chiaro. Non ci sar,vero? No. No di certo! Inviter soltanto quelli della compagnia del quartiere. Lidea mi piace. Mi piace proprio. Ok,potremmo giustificare il festino come unoccasione per ritrovarci dopo le nostre vacanze e per salutare lestate che ormai alla fine sugger Serena. S,perfetto. Quando cominciamo ad organizzarci? chiese laltra impaziente mordendo il freno. Le due amiche riuscirono nel loro intento nel giro di pochi giorni,grazie anche alla collaborazione delle ragazze della compagnia che,dietro linvito di Romina,si erano offerte di dare una mano per i preparativi; anche i maschietti avrebbero voluto dare il loro contributo,spesso pi divertente la preparazione della festa che la festa stessa,ma pur vero che troppi galli a cantare non fanno giorno :in tanti si sarebbe creata solo confusione. Romina si guard pi e pi volte allo specchio,trovava mille difetti al suo aspetto. Serena fu costretta a strapparla alla mattonella che i suoi piedi stavano logorando girandosi e rigirandosi su se stessa,sbuffando e guardando lorologio. Ma come fai a non vedere quanto sei carina?Stai benissimo! Muoviti,stanno arrivando e tu devi essere di sotto a fare gli onori di casa. Sbrigati! Ok ok arrivo. Promise Romina staccandosi dallo specchio. Un respiro profondo e: Devo piacergli cos come sono,altrimenti beh,buon viaggio signor Giulio!Ora vai Romina e fatti valere si disse e segu lamica gi in garage. Il tavolo era pieno di vivande,lo stereo era in funzione,la musica era pronta ed il rombo dei primi motorini che si fermavano nel parcheggio le fecero arrivare i battiti del cuore fino alle guance,che presero colore come due ciliegie. Ben presto la stanza si riemp,Sergio si fece subito notare salutando lospite a malapena e fiondandosi sul buffet;ma inciamp e si salv dalla caduta planando su una delle ciotole colma di patatine,che per un miracolo non si rovesci. Silenzio. Guard i volti incuriositi degli amici e disse: S,volevo proprio le patatine si capito? Qualcuno rispose: Nooo! Ma scherzi? E lo scroscio di risate che ne segu debell la tensione di Romina che invit tutti ad accostarsi al rinfresco mentre Sergio arraffava le patatine,se ne riempiva la bocca con la giustificazione che ormai le aveva toccate! Lo vide,finalmente. Era davanti allo stereo,armeggiava con dischi e musicassette. Gli si avvicin con una certa trepidazione e lo salut: Ciao. Sono felice di vederti e di averti qui. Ciao. Grazie per avermi invitato. Avete fatto un buon lavoro e credo che il festino riuscir. Siamo tutti o deve arrivare qualcun altro?concluse allusivo. Siamo tutti.precis lei,fissandolo con tutta la dolcezza di cui era capace. Giulio sembr rilassarsi,le chiese se poteva iniziare con la musica. Ma certo. Scegli pure quello che preferisci!.Qualcuno la reclamava,gli sorrise e si allontan. La festa fu un successo,si ball sempre,sintonizzando lo stereo sulla radio locale quando dischi e musicassette non soddisfacevano pi; Fabio,Max e Sergio furono incorreggibili come sempre quando erano insieme e Giulio veniva immancabilmente coinvolto nei loro scherzi e nelle loro mattate. Romina era felice:Giulio le aveva sorriso per tutto il tempo,aveva ballato con lei,le aveva circondato le spalle in pi occasioni debellando ogni tensione fra loro,ristabilendo un sereno rapporto di amicizia. Era un inizio. Si guard intorno pi volte,voleva,doveva dirlo a Serena, altrimenti sarebbe esplosa. Ma non la trovava. Ben presto gli amici,ad uno ad uno,la salutarono ringraziandola per il bel pomeriggio,lei era in pensiero per lamica,non capiva come mai fosse sparita senza dirle nulla,ma nel frattempo inizi a rigovernare la stanza del garage ormai vuota,entr nella stanzetta adiacente per prendere scopa,paletta e sacchi neri e sobbalz: nellangolo pi nascosto cerano Sergio e Serena che parlottavano a voce bassa,vicini vicini,dolcemente abbracciati. Anche loro ebbero un sussulto quando si accorsero di lei che li stava guardando con le mani sui fianchi. Vi siete rifugiati qui,eh? Mi avete fatto prendere un colpo! Va bene,va bene,limportante che abbiate chiarito. Adesso per mettevi allopera per aiutarmi a ripulire. Tu Sergio impegnati con qualcosa,stanno arrivando mia madre e mia nonna Maria e non oserebbero protestare per la tua presenza qui,con noi due,se se ti vedessero,ecco,riempire questi sacchi Forza, forza,datevi da fare! li incit Romina,felice come non era da tempo. Al mattino seguente Romina si svegli con i postumi di un pieno di emozioni: aveva baciato nonna, mamma e fratelli come una farfalla svolazzante;canticchiava e volteggiava in ogni cosa che faceva,anche in garage mentre armeggiava con la lavatrice. Ad un tratto si sent chiamare: Vieni su,ti vogliono! Curiosa di sapere chi la stesse cercando,si incammin di buon passo e prima di poter attraversare il giardino unombra salt fuori da dietro la siepe e la fece strillare per lo spavento. Davanti ai suoi occhi si materializz un coloratissimo bouquet di fiori che la sorprese,quindi vi fece capolino il volto di Giulio con un sorriso a quaranta denti! Romina rimase letteralmente a bocca aperta ed i suoi occhi erano grandi,fissi,rapiti da ci che vedevano. Per dirti grazie per aver organizzato la festa;una festa riuscita,che speriamo non rimanga lunica disse lui. Spuntarono alcuni amici che le si avvicinarono,volevano unirsi a Giulio per i ringraziamenti,precisando per che lidea dei fiori era tutta di lui,di Giulio.Si sarebbero visti tutti pi tardi al mare. Romina si chin per raccattare gli zoccoli prima di infilare i piedi nella sabbia. Port la mano sulla fronte per riparare lo sguardo dalla luce del sole e poter cos individuare il punto della spiaggia scelto dai suoi amici;gli zoccoli le urtarono lo zigomo ma non ebbe tempo per avvertire la botta perch intravide prima Giulio ed il cuore le fece un balzo. Si avvi abbassando il braccio e facendo ciondolare le calzature che rintoccavano ad ogni passo. Giulio si stacc dal gruppo per andarle incontro, le si ferm davanti e: Ciao, bellezza! Aspettiamo te per fare il bagno. Dove hai messo i fiori?Ti sono piaciuti?Ho avuto gusto nella scelta? . Sorridendo divertita rispose: Ciao bellissimo. Gentili ad aspettare me. Li ho messi nel soggiorno in bella vista e S. S. Lo vide rilassarsi ed aggiunse: Sei stato davvero gentile. Conserver quei fiori per sempre. Peccato che i fiori appassiscano ribatt Giulio con tono pi dolce. Dove penso di conservarli io,non appassiranno mai! La guard con quella luce negli occhi che lei aveva conosciuto bene allinizio di quellestate,fece un passo verso di lei e continuando a guardarla le sfil piano piano il telo da mare dalla spalla. Forse ho capito. Nel tuo diario. Li conserverai scrivendo che hai ricevuto dei fiori dal tuo ex,un dolce e stupendo ragazzo!Puoi solo scrivere,perch non credo tu riesca ad infilare tutto il bouquet fra quelle pagine!.La sua espressione divenne pi seria e continu: Certo che questa volta puoi raccontare qualcosa di pi piacevole,vero? afferm allusivo e riprese quasi senza prendere fiato: So che hai scritto della delusione che ti ho dato,anche se ti avevo chiesto di non farlo. Era impossibile che tu non ti sfogassi per il dolore che provavi. Lho letto nei tuoi occhi quel giorno e mi sono pentito subito di averti lasciata. S,ho scritto,perch scrivere quello che mi succede parte di me,mi aiuta. Sempre. Ieri ho scritto qualcosa di pi piacevole,decisamente. gli confess Romina. Il bacio ve lo darete in acquaaa! Adesso venite qui,vogliamo entrarci in quellacqua! Di gi! grid Sergio che si teneva stretta la sua Serena. Risero entrambi e si incamminarono mentre Giulio commentava: Mi piace il suggerimento di Sergio. Romina gli chiese: Quale dei due? Lui:Il primo. Lei non riusc a dir nulla tanto era emozionata. Quel farabutto le fece notare che non occorreva arrossire,i suoi baci li conosceva e se avesse voluto ricordare...lui era disponibile. Vuole proprio farmi svenire dallemozione! pens Romina;lasci cadere zoccoli,pantaloncini e canotta e si avvi in acqua a braccetto con le amiche. Giulio allung il telo di Romina vicino al suo,le prese indumenti e calzature l dove lei li aveva lasciati e li ordin vicino al telo,come se stesse riorganizzando,con quei gesti,anche le sue idee. Un fruscio di piedi che sfiorano velocemente la sabbia bagnata,un guizzo dacqua che diventa uno scroscio,corpi che si rotolano in aria fra gli schizzi provocati dalla loro corsa e le ragazze si ritrovarono completamente bagnate ed infreddolite in un nano-secondo,emettendo gridolini per il contrasto fra la pelle calda di sole e lacqua fresca di mare: i maschi erano entrati per il bagno come bufali. Romina brontol, ma non pot aggiungere altro: le arriv una manciata dacqua salata in piena faccia che le riemp bocca e occhi. Port le mani al viso, boccheggi liberandosi dellacqua che la soffocava e quando si fu ripresa dallo shock immerse le mani sotto la superficie e spinse verso lalto con tutta la forza,provocando un discreto getto su Giulio.Si scaten un putiferio perch i ragazzi risposero in contemporanea,accerchiando le ragazze; smisero soltanto quando le braccia non risposero pi allo sforzo. Si lasciarono cadere sui teli da mare per asciugarsi al sole e piano piano il loro respiro torn al suo ritmo naturale;nel torpore che li avvolse lasciandosi scaldare beatamente allungati sotto i raggi lucenti,una mano di Giulio si pos su quella di Romina e la strinse delicatamente. Attese. Lei ricambi,con una piccola esitazione in quel gesto che a lui non sfugg. Si gir allora sul fianco verso di lei e chiese: Sei preoccupata perch qualcuno possa riferire di noi,di oggi,allamico Pippo? No,anzi. Mi farebbero un favore, visto che il signorino in questione non si ancora fatto vivo dopo la sua vacanza;mi sono preparata gi da un poquello che gli devo dire su noi. Cosa c?Perch mi guardi cos? e Romina si alz sui gomiti girandosi sul fianco verso di lui. Eincredibile!I tuoi occhi sono di un verde intenso,scuro,quando sei serena e allegra;diventano marroni quando qualcosa non v o quando sei arrabbiata. Sei proprio un libro aperto. Anche i tuoi capelli cambiano! Quando sono esposti al sole,passano dal biondo cenere al biondo lucente,addolcendo nei tratti il tuo viso. Ma allora mi hai osservata bene! comment Romina lusingata. Giulio fece per parlare,ma poi sorrise,mentre lei si sentiva afferrare braccia e gambe e veniva trascinata verso lacqua;i suoi amici la dondolarono contando fino a tre,per acquistare la forza necessaria a lanciarla il pi lontano possibile. Atterr con il posteriore cercando di chiudere naso e bocca prima di finire sottacqua,ma quando fu in grado di rialzarsi,toss ripetutamente per eliminare il residuo salato e fastidioso che aveva ingoiato. Non sent laltro Unoo,Duee,Treee !,pertanto non si aspettava che le piombasse quasi addosso un corpo lanciato dalla riva schizzandola abbondantemente e spaventandola tanto da farla imprecare. Poi rise divertita. Quel corpo gettato in acqua era di Giulio! Per tutto il tempo che restarono in spiaggia fu un susseguirsi di impanaturecon la sabbia e lanci in mare per ripulirsi,tutti contro tutti,maschi contro femmine,coppie contro coppie. E Romina fece coppia con Giulio,raggiante. Tutto poteva ricominciare.
Id: 2666 Data: 27/02/2015 23:17:38
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Alluvione in citt
Alluvione in citt Rosy si alz presto per studiare,si prepar la colazione e scostando le tendine della finestra della cucina osserv quel cielo ancor pi scuro e minaccioso dei giorni precedenti. Lav la tazza dopo aver mangiato i biscotti con il latte,si posizion come al solito sullangolo del tavolo pi vicino alla finestra,leg la tendina su un lato per avere pi luce ed inizi a studiare mentre sua madre trafficava ai fornelli ed i suoi fratelli chiacchieravano in camera nei loro letti a castello. Cominci a piovere. Ogni volta che distoglieva lo sguardo dai libri,la pioggia era pi abbondante,allora si soffermava ad osservare la strada,i giardini,i vasi di ciclamini sui davanzali e tutto si riempiva dacqua,sempre di pi; poi la pioggia divent un muro grigio che si abbatteva con troppa forza su ogni cosa,Rosy chiam sua madre che si era spostata nel soggiorno e poi la raggiunse intimandole di guardare fuori. Anna sgran gli occhi e subito realizz che dovevano chiudere bene tutte le controfinestre e le tapparelle,sollecit la figlia di aiutarla,per far presto; and a cercare degli stracci per chiudere meglio gli infissi ed a quel punto i ragazzi che ancora poltrivano saltarono gi dal letto per dare il loro contributo. Quando anche il mare era cos in burrasca da gonfiarsi e sembrare di essere sul punto di entrare dalle finestre infrangendone i vetri, cera poco da fare: era in atto unalluvione! Per fortuna non ci fu bisogno di serrare anche la cucina,l lacqua non sferzava le finestre e quelli di casa potevano cos controllare levolversi della situazione. Intanto il livello dellacqua saliva,Rosy e gli altri si preoccuparono molto quando videro lo stradino,che divideva il loro condominio dalla casa colonica di fronte,sommerso da un torrente di acqua e fango che arrivava alle ginocchia! Incredibile! In casa si inizi a parlare di alluvione e gli speacker alla radio locale confermarono ben presto la notizia. Nel pomeriggio la bufera di pioggia si attenu,torn a livelli accettabili e nel grande silenzio che segu la fine del terribile nubifragio,si udirono scrosci di scope e scoponi che gettavano lacqua lontano,voci alterate che imprecavano,sibilo di pale che iniziavano a ripulire. Arrivarono le notizie su ci che era accaduto in tutta la citt quella domenica e furono notizie dolorose: il fiume Metauro era straripato rendendo impraticabile le vie di comunicazione e nascondendo sotto di s campi,orti,giardini,piani inferiori delle abitazioni;i sottopassaggi di accesso alla zona mare e alla zona porto erano stati chiusi,trasformati alla stregua di tinozze dallacqua che non aveva spazi per defluire; ovunque invasione di fango e detriti;garage,rimesse,capannoni,cantine piene di melma fino ai soffitti,con automobili,motorini, biciclette,tricicli,arnesi da lavoro,provviste,ecc. completamente sommerse. Era andato tutto in malora. Il torrente che scorreva non lontano dal quartiere,lArzilla,e che in un certo modo delimitava la zona pi centrale della citt da quella via via pi periferica a nord,si era ingrossato a tal punto da inondare le case fino ai piani alti,costringendo le famiglie a rifugiarsi sui tetti,da dove elicotteri e gommoni dei soccorsi li trassero in salvo. Pianti,imprecazioni e maniche rimboccate,per riemergere il prima possibile: ecco la fotografia della gente nei giorni a seguire. Luned fu una splendida giornata di sole. Quel sole splendeva lucente nel cielo azzurro come a rendere pi visibili i guai in cui ci si trovava. Si lavor sodo, ininterrottamente,per pulire il fango e liberare le strade, i ponti,i giardini dai detriti, buttare fuori dalle case gli oggetti contaminati e rovinati, piangere per la situazione assurda che ci si trovava ad affrontare, senza mai fermarsi e senza disperarsi. Il giorno successivo splendeva di nuovo il sole,e si vedeva uno spiraglio di luce anche nel lavoro di tutti per tornare alla normalit;Rosy era avida di notizie riguardo alla sorte toccata alle abitazioni dei suoi amici su nel quartiere; lunica fonte era per lei Simo,ovviamente,la sua amica del cuore. Seppe che dalla collina alle spalle del centro abitato era scivolato molto fango,si era riversato lungo le vie,scendendo nei garage e nelle cantine. Non aveva risparmiato nessuno di coloro che abitavano a ridosso della collina. Rosy era dispiaciuta e dopo tanti giorni senza concedersi unuscita,visto che era piovuto anche nei giorni precedenti allalluvione,propose allamica di fare un giro. Voleva vedere qualcosa oltre i confini del suo giardino e della strada nazionale, cos,in sella al motorino,le due amiche girovagarono nei luoghi soliti,resi irriconoscibili dalla calamit. A casa di Simo i danni erano contenuti, fango ed acqua lavevano poco pi che sfiorata, come se avessero trovato un impedimento nellinvadere quellabitazione. Identica situazione a casa di Rosy Fortunate in quei giorni terribili. Ho sentito che al torrente se la sono vista proprio brutta. L abita Letizia andiamo a vedere come sta? propose. Simo fu daccordo. Lasciarono il quartiere, seguirono la nazionale per circa un chilometro e imboccarono un viottolo che costeggiava largine del torrente. Vi si affacciava una manciata di case, tra le quali quella di Letizia. La situazione era caotica:gli uomini e le donne erano impegnati,stanchi e fradici,indossavano tutti stivaloni di gomma che affondavano nella melma quasi completamente. Dove andate voi due, di grazia? si sentirono chiedere pi volte. A trovare Letizia rispondevano, con tono sempre pi preoccupato mentre avanzavano con cautela. Ma nel momento in cui realizzarono la pericolosit dellassociazione melma -stivalone-che-affonda, era troppo tardi. Avevano fatto una stupidaggine. Rosy sent ribollire il fango vicino al pedalino della motorella, e la motorella si spense. Distinto ebbe il riflesso di appoggiare i piedi in terra,ma non poteva,si sarebbe sporcata piedi e gambe! Ma se fosse caduta con il mezzo sarebbe stato peggio si accorse per che non stava cadendo affatto,era in posizione eretta,la stessa che aveva mantenuto arrivando fin l e nulla faceva presagire un cambiamento. Stupita si gir verso Simo che le url,a causa del frastuono,che la sua motorella non andava. Anche a me s spento. Ma ti sei accorta che siamo in piedi,bloccate dal fango? Come facciamo ad andar via? Dobbiamo per forza scendere nel fango per spingere via le motorelle! E che Dio ci salvi dalle mamme! le url di rimando Rosy. Ferme,ferme,ferme! udirono entrambe. Non vi muovete,vi spingiamo noi fuori da qui e vi auguriamo che i motorini rombino di nuovo,altrimenti vi toccher una bella scarpinata,a piedi fino a casa. Le ragazze furono accompagnate fuori da quel luogo e ringraziarono di cuore i signori che si erano offerti di aiutarle e con i piedi sulla terra solida perlustrarono i loro mezzi motorizzati, presero dei bastoni di legno, che trovarono abbandonati a poca distanza da loro,e li usarono per ripulire telaio,pedalino,ruote, ecc. ecc.,nella speranza che poi tutto funzionasse come prima dellimpantanamento. Un paio di colpi allaccensione a vuoto, un po di riposo,un altro tentativo e gorgogliando e borbottando i motori si fecero sentire attivi dopo una lunga girata di gas che li spingeva a tutta forza. Tornando a casa,le due ragazze risero per quella situazione singolare in cui si erano cacciate,risero per sdrammatizzare sulla desolazione che le circondava,risero perch per fortuna davanti ad ognuno di noi c sempre il sole che torna a sorgere,c sempre il futuro che ci apre la strada per continuare 11 Novembre 1979 Domenica (2014)
Id: 2665 Data: 27/02/2015 22:48:29
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Racconti
RACCONTI
MariaStella e la sua famiglia affrontarono il viaggio in programma per incontrare i parenti materni: la nonna Maria, vedova da qualche anno; gli zii Primiano e Antonietta; i cugini Mimmo, Deborah, Maria Teresa. Stella era molto affezionata a nonna Maria, era molto contenta di rivederla e quando nel tardo pomeriggio del sabato di Pasqua lauto imbocc langusto Vico Veglia, parcheggi lungo il solito antico muretto, chiese al padre di suonare un paio di volte il clacson, fissando la porta della casa a pochi passi da l. Sulla soglia si stagli la figura di nonna Maria, con le mani strette attorno all'inseparabile mantellina che le proteggeva le spalle; un sorriso emozionato, gli occhi umidi e poi a voce alta: Mar, Samy, Roby, Anna! Finalmente! La raggiunsero mentre i vicini si affacciavano per salutarli, la abbracciarono forte forte, le chiesero come stava mentre al genero stringeva la mano. Entrarono in casa, risposero alle domande sulla scuola, gli amici, su come erano trascorsi i mesi da che non si vedevano. Poi: Nan, quando ero piccola mi facevi sedere sul gradino della porta di casa tua, ricordi? La sera, destate, eravamo tutti e sei i nipotini e, per tenerci buoni, iniziavi: M, statv quiet. M v cund nu fatt! E partivi con racconti ogni sera diversi che ci tenevano seduti su quel gradino,stretti stretti,ma attenti e zitti zitti . Mamma Anna aggiunse: Quante volte la gente che passava si fermava ad ascoltare, in piedi, dietro la tua sedia e si godeva la vista dei nostri bambini con i pantaloncini corti e le gonnelline colorate!. - Quasi quante volte si fermata ad ascoltare te, figlia mia, quando da ragazza cantavi con la tua voce bella ed intonata.- ricord la nonna alla figlia. Mamma, ti piaceva cantare? domand MariaStella. S, molto. rispose ed aggiunse: Cantavo soprattutto mentre cucivo e ricamavo. La gente si fermava ad ascoltarmi o semplicemente rallentava il passo; in quel periodo non cerano le auto che ci sono adesso, non cera il problema del traffico, dei suoni e dei rumori, tutto era pi tranquillo, la gente viveva con un ritmo diverso, soprattutto in un paesino del sud, in montagna. Se cantavi o fischiavi si sentiva bene lungo le vie, anche perch le case erano state costruite vicine, anche una sopra laltra, come a ripararsi fra loro e a favorire la convivenza degli abitanti, a farli stare insieme il pi possibile. Prosegu con la descrizione della vita che conduceva da ragazza, accomodandosi su una delle panche vicino al tavolo e riempiendosi un bicchiere con succo di frutta. Pensa, figlia mia, che lunico rumore che spesso svegliava le strade, oltre alle voci delle donne e dei bambini, era quello degli asini o dei cavalli che trasportavano cose o trainavano carretti. D inverno poi, neanche quello, se nevicava. La gente stava il pi possibile in casa, appiccicata all'unica stufa a legna per scaldarsi, ma i pi fortunati, come noi, avevano anche lasino o il cavallo che favoriva il calore nelle stanze principali, quando la sera lo si metteva dentro, al riparo. Un inverno nevicato cos tanto che si sono scavate delle gallerie nella neve, per uscire di casa e raggiungere il negozio per comperare pane, latte, farina e pasta o raggiungere la scuola oppure gli uffici del Comune. Noi bambini ci divertivamo un mondo a girare in quelle gallerie, ma poi quasi tutti ci ammalammo perch non avevamo scarponi adatti o doposc e nemmeno giacche a vento come adesso. Io mi sono beccata un raffreddore gravissimo che mi ha tolto la possibilit di sentire odori e profumi. Eh, che tempi! MariaStella ascoltava sua madre con immenso piacere, cercava di immaginarla una bambina, ma non ci riusciva, la vedeva come la sua mamma. Guard la nonna, sorrise e le chiese: Nan, m cund nu fatt?. E inizi Nonna Maria viveva in un bilocale con, in pi, una stanza al primo piano,mentre gli zii ed i tre figli viveva- no al secondo e terzo piano. Una dislocazione dei locali abitativi perfettamente in linea con la propensione, nell'edilizia di allora al sud, di ampliare le abitazioni in altezza, costruendo una stanza sopra laltra, massimo due, cos da ottenere una camera o due per piano, senza la distinzione fra zona notte e zona giorno; la cucina per esempio si trovava nella maggioranza dei casi all'ultimo piano e Stella non si spiegava il motivo di quella scelta. Non aveva molto senso, a suo avviso, salire due o tre rampe di scale per mangiare, per fare gli onori di casa con gli ospiti, passando per di pi davanti alle camere da letto o peggio ancora attraversandole e dormire magari a piano terra, vicino al portone, o alla porta finestra dingresso protetta da scuri di legno. Ma cos era. Col tempo scopr che la dislocazione delle stanze verso lalto aveva una ragione,storica,sociale e lo scopr semplicemente mettendo a confronto i paesaggi delle tre regioni cui apparteneva: al sud si poteva viaggiare per chilometri e chilometri senza incontrare anima viva, campi e boscaglie a perdita d occhio, qualche casetta, poco pi grande di una capanna, dislocata qua e l per gli attrezzi e per la pausa del lavoratore nelle ore di maggior calura, poi qualche grande masseria con lallevamento di bestiame ed infine i centri abitati, da dove ogni giorno, all'alba, partivano gli agricoltori per raggiungere il proprio podere, lavorarlo e tornare all'imbrunire in famiglia nella casa che era un monolocale, giusta per consumare il pasto, per dormire e dar ricovero all'asino o al cavallo. I paesi nacquero cos, nessun giardino, nessun cancello, solo un locale adiacente all'altro per vivere insieme i momenti al di l dei lavori nei campi; pertanto quando negli anni arriv un maggior benessere, nella necessit di ingrandire la casa, unica soluzione restava occupare lo spazio in altezza. Al nord, invece,le campagne e le colline non avevano un aspetto desolato, si vedevano casali, fienili, stalle, disseminati ovunque, in mezzo al proprio terreno; quindi lagricoltore abitava l, isolato, con la famiglia,pi o meno lontano dal borgo o dal paese,dove si recava quando le necessit lo esigevano, o in occasione di feste e ricorrenze. Stella riteneva pi giusto il modo di vivere al sud, secondo il suo modesto parere la socialit era favorita, la convivenza con la comunit permetteva di aiutarsi a portare il peso delle difficolt con maggior condivisione, cos come a godere dei momenti di gioia e di festa con maggior partecipazione da parte di tutti. Da nonna Maria era stata rispettata anche unaltra tradizione, se cos si pu chiamare: la prima cosa che si trovava entrando in casa era la camera da letto, con tutti i suoi arredi. Dall'armadio ai comodini, dal cassettone con specchio alle sedie per appoggiare gli abiti in fondo al letto; una radio degli anni cinquanta faceva bella mostra di s sul comodino pi vicino alla parete interna, mentre lungo la parete opposta erano dislocate delle sedie ed una piccola poltrona per guardare la televisione, incastonata fra larmadio ed il cassettone, ma anche per fare conversazione, per far accomodare visitatori ed amici. Nella parete faceva bella mostra di s una credenza, ricavata da una nicchia scavata nei mattoni, chiusa da due sportelli in legno con inserti in vetro, sui quali erano infilate fotografie di volti giovani, fanciulleschi, meno giovani, sorridenti sotto un velo bianco fotografie dei figli, dei nipoti, di parenti ed amici lontani. Molte di quelle foto le aveva spedite MariaStella a sua nonna, assieme alle lettere che le scriveva regolarmente per renderla partecipe della vita che conducevano lei e la sua famiglia, per farle pesare meno la lontananza da loro. La cucina era nella stanza attigua, vi si accedeva attraverso una porta che si apriva di fianco al comodino pi e- sterno del capezzale del letto; la si raggiungeva, dal portone dingresso, attraversando una sorta corridoio de- limitato dal lettone e dalle sedie per la conversazione. Lavandino in pietra, fornello a tre fuochi posto su un mobiletto con due sportelli ed alimentato con bombole a gas, frigorifero di quelli bassi e piccoli,un tavolo posizionato a parete, usato all'occorrenza, erano gli arredi essenziali della cucina; ad essi si affiancavano lunghi bastoni in legno incastonati da parete a parete per appendere teste daglio, cipolle, pomodorini ad essiccare, pomodori, peperoncini, il buonissimo formaggio caciocavallo, il pecorino,le pannocchie, ecc. ecc. Nella stanza cera la sagoma di una rampa di scale, quella che portava al piano superiore, e nello spazio sotto- stante erano stati incassate, nella parete, delle mensole in legno coperte da una tenda variopinta che fungeva-no da dispensa per le conserve, le marmellate, i pomodori pelati, le salse gi pronte, i legumi, lolio doliva; sul pavimento cera una botola che aveva sempre affascinato i bambini perch aveva un grosso anello di ferro per sollevarla e copriva una grotta sotterranea, da sempre usata come legnaia e come luogo fresco per conservare il vino. Si scendeva, una volta sollevata la botola, su gradini modellati nella pietra. Non poteva certo mancare la stufa: bianca e nera, cerchi concentrici in ghisa a coprire limboccatura in alto, sportelli per inserire la legna, e per raccogliere la cenere, nella parte anteriore; un braccio a raggera, fissato sui tubi, per stendere ad asciugare indumenti, asciugamani, strofinacci, ecc. ecc. Ma ci che Stella ed i suoi fratelli adoravano era la cassapanca, imponente, con braccioli e schienale lavorati artisticamente, con la seduta ampia e comoda, tanto da poter accogliere tutti e sei i cuginetti ogni volta che desideravano far merenda. La particolarit di quel mobile era la capienza eccezionale sotto la seduta: si afferrava il punto centrale dello schienale, si tirava verso di s fino a farlo appoggiare al pavimento e oppl! Si trasformava in un tavolino ad altezza bambino con annessi comparti colmi di biscotti, pane, farine, taralli, zucchero. Le pi belle colazioni mattutine, ma anche serali davanti alla stufa accesa, MariaStella le aveva gustate l, seduta a quel tavolo speciale con scodellina fumante di latte, nella quale inzuppare i biscotti della nonna. Una porta in legno grezzo dipinta di verde, di fattura proprio casalinga, pi che artigianale, dava laccesso ad una scala di proverbiale ripidit, tanto che ad ambo le pareti tra cui si inerpicava erano stati fissati i corrimano in ferro per aiutarsi a salire ed a scendere. Al piano superiore si trovava un corridoio, si apriva in uno spazio trapezoidale munito di un lavandino in pietra ed un piccolissimo bagno; a sinistra cera una stanza, molto ampia, arredata con due letti matrimoniali, armadio e mobile con specchio e l era sempre stata ospitata la famiglia di Stella: i genitori in un lettone, i figli nell'altro, finch il nonno Domenico era in vita, poi la nonna aveva preferito lasciare alla figlia ed al genero il letto al piano terra e salire a dormire con i nipoti. Prima di addormentarsi, a luce spenta, raccontava i fatti, li esortava, ormai cresciuti, a vivere nel modo migliore possibile, impartiva consigli con tutto lamore che provava per quei ragazzini che crescevano lontano da lei. Raccontava con dolcezza, con tanta allegria che passavano al mondo dei sogni chiudendo gli occhi con il sorriso sulle labbra; spesso si addormentava prima lei di Stella ed allora al buio, nel silenzio, la sentiva respirare provando tanta tenerezza e tanta gratitudine perch i suoi racconti le avevano insegnato che la vita andava presa con coraggio e grinta e non con fatalismo e rassegnazione, facendo scelte anche difficili per vivere fino in fondo senza semplicemente lasciarsi vivere. Maria si era sposata giovanissima, aveva avuto tre figli, uno bello e biondo e paffuto come i neonati dipinti nelle chiese, diceva sempre, ma le era stato portato via ad appena un anno per cause che i medici non le spiegarono mai. Il marito era un ubriacone scansafatiche che le portava via i soldi guadagnati con lavoretti di cucito e ricamo per berseli alla bettola ed un giorno fu ricoverata in ospedale per risolvere un problema di salute, lasciando i figli soli, in balia della strada, dove solo una zia si prendeva cura di loro per sfamarli, ma nientaltro. Dimessa dal mesocomio, Maria fu allontanata dalla sua casa con i figli per salvaguardarli e quando rest vedova, poco dopo, un brav'uomo si offr di sposarla e di crescere i suoi bambini. Si trasferirono lontano e la sua vita fu serena, dignitosa, grazie al lavoro ed alla bont di Domenico che aveva campi da coltivare ed un frutteto. MariaStella ammirava la forza che sua nonna aveva avuto e proprio in quelle tre notti trascorse a fare discorsi pi da grandi, comprese di avere attinto da lei la voglia di agire e fare in nome di un presente ben vissuto e di un futuro da costruire. Arriv il momento di salutarsi, un momento sempre molto triste, ma quella volta MariaStella si sent oppressa da un vero e proprio struggimento nell'abbracciare nonna Maria e non ne comprendeva il motivo. Nell'auto, poco pi tardi, si ripromise di scriverle lettere con maggior frequenza di quella tenuta fino ad allora, stava invecchiando, ma soprattutto lei, MariaStella, stava crescendo ancor pi in fretta.
(2011 2014 )
Id: 2243 Data: 04/05/2014 16:56:03
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Voglia di arrendersi
E la storia si ripete.
Dopo interminabili attese, quando finalmente i risultati di tanta costanza si accompagnavano alla serenità da tempo sconosciuta, ecco che un'intrusione inaspettata ti sprofonda di nuovo fra la testa che scoppia ed il cuore spezzato.
Avresti voglia di farti trascinare senza dover più agire o pensare; avresti voglia di arrenderti per sentire le cose sfiorarti soltanto e continuare a vivere in un limbo dorato.
Allora te la prendi con te stessa per non aver impedito ai sentimenti di farsi strada, ma, oh se è vero, il cuore ha volontà propria.
Ed ecco perchè spesso ci trascina via, lontano dalla ragione, per scoprire che volare per sempre è un'illusione....
Rosa (1990)
Id: 1659 Data: 28/10/2012 18:41:41
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Non ora
Non ora
Il sole si insinua fra le persiane della casa assonnata, a solleticare la penombra ed il silenzio delle stanze. Come il disco in sottofondo, scuote la pigrizia annidata nel ristagno delle sensazioni. Granelli di polvere si agitano alla luce, immergendosi nel suo calore, seguendola nelle tracce che crea fra gli spazi vuoti. Vorrei riuscire ad alzarmi, scuotendomi dal torpore; aprire quelle imposte e lasciar invadere tutto da quel chiarore, anche il morbido cuscino su cui riposo. Davvero, lo farei. Ma nessuno pu assicurarmi che il fremito che mi pervade non si trasformi in volto rigato di pianto. Torno ad osservare il caldo raggio che non pu vincere contro una ferita ancora aperta; attendo che il disco riprenda a suonare per abbandonarmi al pensiero che presto la dolcezza che sento emergere,timidamente,sar in grado di allontanare questa insofferenza. Ma non ora.
(1990)
Id: 1471 Data: 29/04/2012 17:57:37
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Il film dei ricordi
Il film dei ricordi
Ho tra le mani l'annuario di una scuola elementare; quella di un paese alle pendici del Gargano, a pochi chilometri dal mare, ma ad un'altitudine sufficiente per essere considerato un paese di montagna. Un insieme di case costruite una attaccata all'altra, a formare degli isolati che si ergono ai fianchi di strade trasformate in vie ripide, in piano, a gradoni o gradini in pietra di tufo; a formare piazze e piazzette, salite e discese, con fontanelle ad ogni angolo di quartiere, con un parco cittadino, costellato di panchine, per le passeggiate serali o nei pomeriggi domenicali. Un cancello di ferro battuto lo chiudeva ad orari stabiliti, per proteggere tutta la vegetazione al suo interno, una fonte, nel paese, di naturale frescura durante le caldissime estati. Un maestoso ex convento trasformato in sede di uffici pubblici; una vecchia pesa per la raccolta di grano e pomodori; la scuola nella parte pi antica del paese, mentre fuori dalle sue mura, lungo i pendii, gi gi fino al mare, la distesa dei campi per tanto tempo l'unica risorsa del luogo.
Leggo il ricordo di un ex alunno, Prefetto della Repubblica, che racconta la quotidianit, le difficolt e le abitudini dei contadini negli anni della sua fanciullezza. E vengo catapultata in uno scorcio di vita che in qualche modo mi appartiene e che non conoscevo. Il periodo di cui scrive l'autore quello fascista degli anni trenta; i protagonisti sono i suoi compagni di scuola e fra questi spicca la figura di " un ragazzo di umili natali, figlio di contadini, la cui intelligenza era pari solo alla sua sconfinata povert." Mi colpisce il nome e comprendo che la descrizione si riferisce allo zio che non ho mai conosciuto: se l' portato via una malattia prima che io nascessi. La mia curiosit di sempre su tutta la storia della mia famiglia pu essere appagata, cos leggo con maggior interesse e piccoli tasselli, ora, completano il quadro dei miei ricordi che, come il motore di una cinepresa, rianimano cose e persone e luoghi, immutati nel tempo. " Sono tanti i ricordi..." scrive il Prefetto e racconta di mio zio Nazario che si reca a scuola puntualissimo, ordinato e pulito anche dopo aver aiutato la sua mamma al banco delle verdure, senza scarpe, anche d'inverno; diligente ed attento, soprattutto con " libri e quaderni che gli venivano forniti generosamente dal maestro per non perdere un allievo dall' impareggiabile profitto scolastico". " Sono tanti i ricordi..." e parla di mio nonno Saverio che lavorava come contadino a giornata e che nei giorni di festa lo incontrava "...stretto in un vestito nero, quello del lontano matrimonio". La mia memoria lo vede passeggiare lungo il corso centrale del paese, i capelli bianchi tagliati a cresta, stretto nel vestito nero, con un panama bianco che solleva con una mano ogni volta che saluta un compare. I suoi occhi azzurri tradiscono impercettibilmente la gioia quando all'improvviso lo assediano i nipoti, la maggioranza dei quali vive lontano e torna a trovarlo durante le ferie; poche frasi e la sua mano si insinua fra le pieghe del panciotto a cercare le monetine da consegnare ai pargoli per comperarsi un gelato. Li osserva correre felici verso il negozio, si rivolge ai compagni di passeggiata inorgoglito, mentre io, piccola fra i piccoli, mi chiedo come mai non ci regali anche un bacio, mentre gli lancio un ultimo sguardo prima di sparire dietro la vetrina. " Era un uomo di altri tempi", mi dico, " vissuto duramente nei campi e con ferrei principi. Mostrava in un modo tutto suo l'amore per la famiglia, senza riuscire ad essere espansivo, senza increspare il rettangolo dei suoi baffetti bianchi, ben saldi sotto il naso, con un sorriso troppo gioioso". Ricordo il rito della preghiera prima di iniziare il pasto che lui presiedeva quale capofamiglia; i suoi pisolini seduto davanti alla porta di casa con il capo sorretto dal braccio appoggiato allo schienale. Sembrava stesse l di vedetta ad osservare il mondo che gli passava davanti e proprio in quella posizione ci ha lasciati per sempre, un giorno, senza preavviso. Era nato nel 1899, all'inizio del nuovo secolo delle invenzioni.
" Sono tanti i ricordi..." scrive l'autore e racconta di mia nonna Rosa che nelle prime ore del giorno allestiva il banco della verdura nella piazzetta del mercato aiutata dal figlioletto Nazario... ed io non ne avevo mai saputo nulla. Conosco poco della sua vita da ragazza, del suo matrimonio, l'arrivo dei figli e la perdita prematura di alcuni di loro, il lavoro nei campi assieme al marito, che la teneva lontana da casa tutto il giorno, lasciando la custodia dei figli piccoli ai pi grandi. L'arrivo dei nipoti. Nessun aneddoto, nessun particolare... ma le donne non avevano cose da raccontare: nella casa natale fino al giorno del matrimonio, poi massaie e madri all'ombra del loro sposo. Ho in memoria l'immagine di una donna stanca, infilata nel suo abito scuro, i capelli avvolti in una treccia dietro la nuca, che si trascina fra i mobili del monolocale che stata la sua casa. Su quella treccia, un tempo, aveva posizionato una ciambella di stoffa che le serviva per trasportare sul capo anfore con l'acqua presa alla fontana al crocevia per bere, lavarsi e cucinare; con la ciambella trasportava le ceste con la verdura per il suo banchetto alla piazzetta. Avevo visto le ciambelle appese in bella mostra ad un chiodo sul portone di legno massiccio che di notte veniva chiuso, con serratura e moschettone, gettando nel buio completo il monolocale dei nonni. Qualche volta a noi bambini veniva dato il permesso di giocare con quelle robuste ciambelle e ci sfidavamo nel riuscire a trasportare oggetti sul capo come aveva fatto per tanto tempo lei, la nonna. Sfiorava soltanto noi bambini; avrei voluto che si allungasse in un abbraccio, in una coccola, in un gioco per godere della nostra fanciullezza e rifarsi almeno in parte di quella dei suoi numerosi figli, gi persa da secoli. A volte mi soffermavo a guardarla e cercavo di capire quel distacco, cosa la teneva lontana chiss dove; avrei voluto afferrare il filo dei suoi pensieri che si tesseva quando con gesti lenti e meticolosi si muoveva nello stanzino dove lavava i piatti e fissava ora il rigolino d'acqua che scendeva dal rubinetto, ora lo stretto quadratino che era la finestra aperta sulla strada, ma posta troppo in alto per favorire qualsiasi visuale.
Nelle sere fredde d'inverno, seduti attorno al braciere durante le feste, al calore della cenere e con lo stordimento che provocava, mangiavamo biscotti e taralli al cioccolato, o al finocchio, fatti in casa, con qualche bicchiere di vino per gli adulti e storie e fantasie per noi piccoli; ricordo le voci con quella caratteristica musicalit dialettale che ha accompagnato la mia crescita, ricordo anche i silenzi di nonna Rosa, i silenzi di chi la vita ha toccato con amarezza. Cercavo ovunque qualcosa che mi rivelasse particolari preziosi per la mia curiosit, ma anche le poche fotografie, antiche e grigie, non contenevano che sorrisi formali ed espressioni impostate; l'armadio di legno ad una sola anta, imponente, con lo specchio, arrotondato ad arco nella parte superiore, con intarsi di figlioline e visi d'angelo, che aprivo qualche volta con un cigolo sinistro, non conteneva scatole di ricordi che potevano aiutarmi, ma solo abiti e cappotti immersi in un profumo di naftalina. " Sono tanti i ricordi..-" dice l'autore. " Sono tanti i ricordi..." confermo, degli anni '70 in cui ancora nelle case dei contadini di quel paese mancava il bagno e nel cuore della notte si sentiva l'urlo di una tromba che avvertiva del passaggio dell'uomo con la " botte" addetto allo smaltimento dei contenitori che fungevano da gabinetto durante il giorno. Mi svegliava sempre; il suono cupo era tetro, immancabilmente mi tiravo fin sulla fronte lenzuola e coperte, vedevo ombre minacciose stagliarsi sulle pareti illuminate dalla luna che si infilava nel finestrotto quasi a ridosso del soffitto; ma poi sentivo il respiro dei miei fratelli e dei cugini addormentati vicino a me e tutto passava. Il sonno tornava. Era bello arrivare dopo un lungo viaggio, lasciare le valigie nella stanza destinata ai genitori e correre in quella che avremmo condiviso con i cugini, aprire il mobile che nascondeva un lettone, tirare fin sul pavimento il portellone, sistemare il materasso rattrappito per il disuso sulla rete e tuffarcisi sopra con i cugini ritrovati, decidendo che avrebbe dormito a fianco di chi. Uno, o pi, mobile-letto di quel tipo era presente in ogni casa, era comodissimo in quegli anni di forte emigrazione in Germania e Svizzera o nel nord della nostra Italia, per gli affollati ritorni al paese durante le vacanze: dopo ore ed ore stipati negli affollati vagoni ferroviari o intasati nel traffico delle autostrade, garantiva un posto letto, a casa dei genitori o parenti, agli emigranti che tornavano per un po'. Era il simbolo del ritrovarsi, come lo era il pi moderno divano-letto, sempre pronto all'occorrenza... Oggi non esistono pi n l'uno n l'altro nelle nostre abitazioni, luoghi spesso molto piccoli, non adatti alle riunioni di famiglia di un tempo. Le cose cambiano, le situazioni cambiano, la vita cambia. Qualcosa si perde, qualcosa si modifica, molto si evolve, ma abbiamo la pellicola dei ricordi che, riavvolta, conserva per sempre il mondo che stato. Quando il cuore ha bisogno di immergersi nelle emozioni che contano, apre la scatola ed avvia il motore d'altri tempi...
(2011)
Id: 1337 Data: 07/01/2012 00:39:10
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Non chiedo altro
Non chiedo altro
Scrutano la sala, quasi cercassero una figura familiare fra i tanti, ma un guardare senza vedere, semplicemente un tentativo per nascondere un certo imbarazzo. Forse proprio per questo non scambiano che poche e banali parole per tornare al silenzio come ad un rifugio. Ed l che lei ritrova la certezza di non sbgagliarsi: lui la stava cercando. Lo osserva, segue i suoi movimenti e pensa che quell'uomo proprio bello... cos affascinante.
La fiamma dell'accendino un segnale inconfondibile, ora, come la parola " fine" posta al termine di una storia. Lei vorrebbe sapere, quasi con disperazione, cosa si nasconde dietro quel gesto cos semplice e quotidiano, ma ben diverso in quell'attimo. Le sue parole interrompono quei pensieri, lei lo sorprende assorto, fissare la luce del lampione offuscata dalla nebbia fuori dalla finestra: " Non facile starmi vicino, sono imprevedibile, rasento la pazzia " stava dicendo. Se potesse leggerle dentro, capirebbe che lei non chiede altro che impazzire sul serio, con lui. Ma forse in cuor suo lui lo sa gi.
Id: 927 Data: 31/03/2011 23:20:28
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PER PAURA
Per paura
Il fumo della sigaretta appoggiata su due dita della mia mano si dissolve con involuzioni di forme vaghe. Seduta alla scrivania, mi chiedo perch lo guardo sorridendo, con quella tenerezza con cui si osserva la serenit di un bambino. La vita sta tornando, mi rispondo. Il gelo che avvolge la mia anima, dunque, si assottiglia, allenta la sua stretta attorno al mio essere che, pi volte colpito, ha deciso di rifugiarsi lontano da ogni emozione. Ha scelto la solitudine, per evitare il dolore che pu dare una mano prima tenere fra i tuoi capelli, sul tuo volto e poi cos crudele quando dice di non essere sicura di volerti ancora. La sofferenza che pu portarti una frase intrisa di addii e di: "Mi dispiace, ci ho provato, ma non funziona". E' tremenda anche questa solitudine, che ti costringe ad allontanare chiunque tenti di ricordare l'energia, la dolcezza, l'entusiasmo del passato sereno. Per paura. Una solitudine falsa, perch la barriera che si creata cos velocemente non pu contenere a lungo i sentimenti; come trascinati dalla piena della vita, finiranno per tornare nella landa inaridita a donare nuovo splendore a due occhi oscuratisi ormai da troppo tempo. Forse ci che nascer si dissolver come questo fumo, sicuramente altro dolore solcher il cuore, ma non fa parte forse tutto questo dell' essenza della vita? Volerlo annullare un'illusione, accettarlo gi un modo per sconfiggerlo.
Rosa (1990)
Id: 899 Data: 27/02/2011 18:44:50
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Notte di magia
Notte di magia
Questa volta la neve era friabile e tenera, rendeva tutto ci su cui si posava un morbido involucro di candido cotone. Splendido contrasto di preziosa magia con il nero notte, cos sereno al di l di alberi e tetti imbiancati. Piccola figura in quella favola, lasci che quell'auto scorra via senza cedere al desiderio di alzare la tua mano per fermarla, perch forte sarebbe la tentazione di far seguire al gioioso saluto un torrente di parole piene di sentimento. Chiudi gli occhi sospirando. Una bacchetta da fatina potrebbe riportarla indietro, perfino trasformarla in una carrozza, lui in un principe; potrebbe anche... Gi, potrebbe. Riaprendo gli occhi non provi il gusto amaro della delusione che un sogno svanito lascia dietro di s: tante piccole magie sono conservate dentro di te, a scandire una vita che in fondo ti piace cos com'. Essa ti ha insegnato che al cuore che desidera con determinazione tutto possibile, come a quei fiocchi inconsistenti che scendono ed avvolgono il mondo in un velo di purezza.
Rosa (1991)
Id: 897 Data: 26/02/2011 16:44:52
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