chiudi | stampa

Raccolta di testi in prosa di Samuela Cittadini
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

La futile arte della dimenticanza

La futile arte della dimenticanza



C’era questo balcone all’angolo nord-ovest della piazza, una sobria appendice anonima di Palazzo Sforza-Cesarini. Era nero e striminzito, in un ferro battuto dell’epoca; ci ero passata sotto migliaia di volte senza vederlo fino a quando, un giorno, avevo deciso di leggere Una donna[1] di Sibilla Aleramo.
Avevo scoperto anni prima, per puro caso e con offeso sconcerto, che la scrittrice era vissuta nella mia città. Che nella mia città si erano consumati i fatti più dolorosi della sua esistenza; fatti che avevano compiuto la metamorfosi da Rina in Sibilla. 
Ero offesa e sconcertata perché non potevo dimenticare l’interminabile noia di certe letture, tributo necessario e passivo per conservare il diritto di sedere sui banchi del ginnasio e guadagnarmi l’occupazione di quelli del liceo, dove sarebbero arrivati i grandi romanzi, il romanticismo, gli scrittori più amati d’Europa e nessuno mai, neanche una volta, aveva nominato Sibilla Aleramo. Perché?
La mia non era una città che vantasse decine di nobili natali e di artisti illustri, tanto da potersi permettere di dimenticarne qualcuno. Che cosa mai aveva fatto, lei, per essere ripagata con una tale invisibilità?  

Da questo balcone di Palazzo Sforza-Cesarini sul finire dell’estate del 1890 sua madre tentò il suicidio, salvandosi per miracolo.

E sebbene agli occhi degli estranei sarà giustificato come un incidente, l’episodio decreterà la conclamata malattia della donna, che finirà i suoi giorni in manicomio, e segnerà in modo feroce e indelebile l’adolescenza della futura scrittrice.
La cittàduzza di Mezzogiorno[2]  in cui ero giovane io non s’era ancora trasformata in una vera città eppure, durante gli ottant’anni passati, era stata tanto abile quanto la più consumata delle società nell’avvalersi, per annientare, non dell’aperto disprezzo bensì dell’arte di ignorare; agendo con una dimenticanza scientifica fino a far dubitare che Sibilla fosse mai veramente esistita.
L’avevo fatto anch’io, seppure per altre ragioni, rinviando l’incontro con la sua opera per letture ai miei sensi più urgenti. Una donna poteva aspettare.
Non potevo immaginare che aprendo quel libro sarei stata vittima di un sortilegio che, una volta stuzzicato, avrebbe fatto tornare in superficie in modo più prepotente ciò che era stato oscurato. Leggevo il suo romanzo e cercavo i luoghi in cui lei aveva vissuto. Scoprii cose che non conoscevo; la fabbrica abbandonata di bottiglie, primo esperimento di industrializzazione del luogo, dove suo padre era stato direttore. La stessa via della bottiglieria, nascosta alle strade principali e quasi dimenticata, era quella dove avevo vissuto con la mia famiglia, da bambina. E la villa protetta da un piccolo bosco di querce che vedevo dal mio terrazzino – dove avevo legato la mucca gonfiabile Carolina vinta con i punti della Invernizzi – era quella che, pur dopo svariati rifacimenti, suo padre aveva fatto costruire per sé e la sua famiglia. Anche Rina, non ancora Sibilla, ci aveva vissuto con il marito, dopo un breve esperimento romano. Quella villa, infine, era il luogo da cui era scappata per sempre, lasciando dietro di sé anche l’adorato figlio – le leggi dell’epoca impedivano che fosse affidato alla madre – e infliggendosi quella ferita che, mai cicatrizzata, avrebbe condizionato tutta la sua vita personale e artistica.
A ogni pagina scoprivo la mia città attraverso gli occhi di lei. Il ritratto spietato dei luoghi e dei protagonisti e della sua sofferenza di anima altra erano diventati la mia ossessione.
E riuscivo a comprendere, credo – ma non a giustificare – il motivo della sua messa al bando. La mia città era stata insultata dalle sue parole più di quanto lo fosse stata dalla sua condotta scandalosa. Il carattere e i modi degli abitanti erano stati da lei descritti con una tale tagliente precisione che era impossibile non riconoscere una parte di noi stessi e non sentirsi messi a nudo e oltraggiati.
Ma con le sue pagine, in realtà, Sibilla Aleramo ci aveva donato uno dei primi romanzi femministi del ‘900 portando allo scoperto, attraverso la propria storia, la condizione della donna, succube di mariti-padroni e di una legislazione svilente che le negava qualsiasi diritto civile.
Mi addormentavo con il suo libro in mano e sognavo le sue stesse parole che scorrevano dietro ai miei occhi chiusi come i titoli di coda di un film. Ma all’improvviso diventavano parole diverse; il suo racconto si trasformava impercettibilmente nel mio, o meglio, in quello del sogno che stavo facendo.
Era come se avessi spinto sulle pareti d’un tratto liquide del presente per scivolare nel suo passato e modificarlo, attraverso una sensibilità che non sapevo dove mi avrebbe portata.
Nel sogno era lei, ma ero anche io. E in definitiva era anche un’altra, una specie di risultato spirituale di noi due. Vedevo l’ufficio della bottiglieria e io – lei – giovane e moderna per i tempi, tenevo la contabilità. Il ragioniere ambizioso con cui dividevo la stanza, approfittando del fatto che fossimo soli, un giorno mi aveva spinta sul tavolo.
Poi scappò.

Rimasi immobile per qualche istante, ancora incredula e sopraffatta da un sentimento sconosciuto di mortificazione, nei confronti di quanto accaduto e di me stessa. Sentivo in modo confuso che la mia dignità e la mia fierezza, in un attimo, non mi appartenevano più.  Poi udii dei rumori nell’ufficio. Mi scossi.

La porta che era stata sbattuta su di me si riaprì piano. Era mio padre. Si immobilizzò nel vedermi mentre mi sistemavo le vesti nel silenzio scandito dalle lancette dell’orologio a muro sopra alle scrivanie. Infine parlò: “Chi?”

Era il febbraio del 1892 e avevo quindici anni e mezzo.

Ebbi paura per ciò che sarebbe potuto accadere nel momento in cui avessi pronunciato quel nome; paura per me stessa e anche per l’uomo che con la sua corte, dopo il tentato suicidio di mia madre, mi aveva aiutata a ritrovare un poco il mio sorriso. Da quando mio padre aveva assunto la direzione della bottiglieria in questa piccola cittadina di mare, era diventato un altro: severo e implacabile in fabbrica, con gli operai e a casa, con noi. Che tradiva la mamma, era stato il mio stesso violento corteggiatore a dirmelo. Forse stava cercando di attirarmi a sé, di annientare la stima che tuttavia ancora provavo per lui.

Forse aveva mire più ambigue di quelle di un qualunque innamorato, ma io ero troppo inesperta per immaginare le sue aspirazioni segrete.

Pensai invece che quell’uomo avesse cercato la via più facile, compromettermi, per sposarmi contro la temuta mancanza di consenso da parte di mio padre. E non sbagliava.
Mio padre sognava per me un’emancipazione e una libertà di pensiero che un eventuale matrimonio avrebbe solo dovuto esaltare. La cura dell’intelletto, il progettare grandi cose, e l’unione con l’altro – necessariamente subordinata all’incontro con uno spirito affine – erano gli insegnamenti di lui.

Invece in quei momenti stavo già considerando l’idea di sposare quell’uomo. Perché ormai, che alternative potevano esserci per me? Forse avrei trovato una quieta felicità nell’essere moglie, avere dei figli, essere una donna come tante altre.
Ma io non ero come le altre!

Tanti pensieri mi si affacciavano insieme, e in modo sconnesso, mentre mi sentivo pronunciare il suo nome.

Ma accadde qualcosa di inaspettato. Quel padre che si era allontanato da me e da tutta la famiglia con fredda indifferenza, si avvicinò e mi abbracciò. Parlò con una tenerezza che avevo dimenticato: “In un mondo di ignoranza e costumi primitivi, quello che è successo indica che ora niente sarà più come prima per te. Che un danno è stato compiuto. Che la riparazione è una sola. Guardami!”
Lo guardai.
“Ma appartieni a questo mondo, tu? Credi che possa essere una riparazione sposarsi con chi ti ha usato violenza? Che trovarti faccia a faccia ogni giorno con questo uomo possa essere una riparazione? O non sarebbe forse l’incubo peggiore della tua intera esistenza? Con queste premesse chi potrebbe sperare in qualche cosa di buono?”

Guardavo mio padre come in una trance ipnotica. Ogni sua parola colpiva direttamente il centro del mio essere e dipingeva davanti a me uno scenario realistico e tragico.

“No”, risposi infine. “Niente di tutto questo potrebbe essere una riparazione.”


Ora il ricordo di quei momenti sbiadisce i suoi contorni davanti a questo mare. La sua superficie brilla ai raggi del sole di mezzogiorno, increspata da impercettibili onde.
Non viviamo più in quella città.
Sono su una piccola spiaggia, è estate e presto avrò diciotto anni. A settembre frequenterò l’università di lettere, a Roma.

Mio padre fra poco chiuderà il suo ufficio alla colonia penale sulla vicina isola di fronte.
Oggi pranzeremo tutti insieme.

Mia madre, le mie sorelle e mio fratello sono a casa, la nostra casa sulla scogliera.

Io sto ad aspettarlo su questa piccola striscia di arenile, appena separata dal porticciolo da un basso promontorio di roccia calcarea.

È quasi deserto. Solo un piccolo capanno di bambù e paglia si erge verso la fine del litorale e alcune donne vestite di scuro, immerse nell’acqua fino al ginocchio, camminano avanti e indietro, chiacchierando. I loro bambini, in camiciola bianca, riempiono secchielli di sabbia, forse alle prese con la costruzione di un castello. Appena arrivata, per un attimo le donne mi hanno osservata, poi non hanno più fatto caso a me. Accovacciata sulla battigia, contemplo il verde abbagliante; al limite dell’orizzonte si scorge una grande nave.

È un mare affatto diverso da quello che conoscevo. Più morbido. Abituata a nuotare nelle acque selvagge di quella piccola città dove tutto accadde, e al senso di sfida che provavo nell’andare al largo, qui invece ho la netta sensazione che non vi sia nessuna sfida da vincere; nessun dubbio sul mio ritorno, salva, alla riva.
Qui il mare è vita, è cura. È casa.

E pure se la colonia penale, che si staglia contro la gioiosa azzurrità del cielo, è ben indovinabile con le sue massicce pareti a strapiombo e il suo inevitabile carico di umanità angustiata, la bellezza iridescente di questo luogo non ne è scalfita in alcun modo.

Indosso un abito di lino leggero che mi ha suggerito mia madre. Sorridendo lei mi ha detto: “Lo so che farai il bagno, mentre aspetti il papà. Metti qualcosa di pratico!”
L’ho guardata, sopraffatta da un sentimento d’amore che quasi mi spezzava il cuore. Non c’era più nulla di tragico in lei. La malattia odiata, di cui tutti avevamo paura, non s’era più manifestata. Qui mia madre aveva ritrovato la serenità. E mio padre, a contatto con quella moltitudine tormentata, aveva ritrovato i suoi ideali e soprattutto la sua umanità più bella.

Sfilo il vestito dalla testa e rimango in sottoveste. Slaccio i sandali, mi alzo e finalmente entro in acqua. Il mare è basso e caldo e comincio ad avanzare fino a quando non mi arriva alla vita, prendo un profondo respiro e mi immergo.

Nuoto con gli occhi ben aperti. Emergo quel che basta a riprendere fiato. Torno sotto, voglio vedere la meraviglia dei piccoli pesci che a banchi danzanti passano intorno al mio corpo. Nuoto fino alla fine della baia, dove è più profondo, eppure trasparente, e riesco a vedere il fondale appena roccioso. Il silenzio ovattato e la luce filtrata attraverso la superficie mi avvolgono con affettuosa complicità.  Riemergo e rotolo su me stessa, guardo verso la spiaggia. Le signore vestite di scuro, forse con un filo di sgomento, stanno osservando nella mia direzione. Nel punto in cui ho lasciato i miei vestiti vedo mio padre, la sua figura alta ed elegante. Con una mano si ripara gli occhi, mi guarda. Alza un braccio in segno di saluto e io faccio lo stesso. Le donne ora osservano lui.
Mi avvicino velocemente alla riva ed esco dall’acqua.
All’improvviso, so con certezza di essere felice. È una sensazione tattile, concreta.
Il babbo mi scompiglia i capelli e mi bacia sulla fronte, attento a non bagnarsi il bel vestito.

“Sei diventata davvero brava, Rina. Ma sei andata troppo lontano. Chi ti avrebbe salvata se ti fossi trovata in difficoltà? Quelle signore laggiù non mi sembrano capaci di nuotare.”

“Mi sarei salvata da sola, babbo.”

“La mia Rina! Sei diventata davvero coraggiosa.”

“Me l’hai insegnato tu!”

Lui sorride, orgoglioso.

“Ora rivestiti, siamo attesi.”

“Babbo”, gli chiedo, mentre ci incamminiamo sulla ripida salita che porta al paese, “forse c’è sempre un’alternativa e si può guarire?”

“Non sempre si può guarire, figlia mia. Non sempre esiste un’alternativa. A volte non basta neanche il coraggio.”

Il tono pensieroso e grave delle sue parole mi induce a smettere di camminare. E mentre osservo la sua figura di spalle che, ignara, prosegue senza di me, mi rivedo in quella stanza in cui una violenza di pochi attimi pretendeva di cambiare il corso di tutta la mia vita.
Ma non ce l’aveva fatta.
Sospiro forte di sollievo. Mi sento così leggera che potrei volare. Basterebbe una piccola rincorsa sulla strada e potrei sollevarmi, planare al di sopra degli alberi, e di questo mare. E di questa isola e del mondo intero. Libera, senza passato né condizioni.
Mi rigiro nel letto nello slancio che presto mi solleverà.

All’improvviso mi sveglio.

 

  



[1] S. ALERAMO, 1921. Una donna. Terza Edizione. Firenze: R. Bemporad & figlio.

 

[2] Ibidem, pag. 21

 

*

Un anarchico sentimentale

Da un po' di tempo ti eri ammosciato. Niente più albe per Frank; non dopo che il tuo miglior amico se n'era improvvisamente andato in Uruguay per cercare di riordinare le idee, rilassarsi e Dio sa cos'altro. Le tue serate non furono più le stesse e, se per questo, neanche i tuoi giorni. Niente più bagordi, per te. Il divertimento nella sua essenza più pura era morto. Lo seppellisti sotto quintali di nostalgia e ti fidanzasti con Veronica. Sapevi fin dal principio che la cosa non avrebbe potuto durare. Lei era una donna di quelle che, invece di polemizzare per ogni tua contraddizione, ti guardava con un sorriso dolce. Ma potevi indovinare dal suo sguardo che nulla di quello che avevi detto era andato perso. Veronica non polemizzava, no: lei catalogava e archiviava. Poi un bel giorno se ne usciva con una domanda casuale ma precisa e tu sapevi di essere in trappola. In fondo l'unico, irrisolvibile problema era che Veronica era veramente innamorata di te. Provava quell'amore di fronte al quale non ci si può non sentire, in qualche misura, in colpa. E tu colpevole lo eri e fino al midollo. Perché tu un amore così non l'hai provato mai, né per lei né per nessuno al mondo; non in questo modo, non in questi termini. Così, mentre il tempo passava, dentro sentivi sempre più forte il richiamo del mondo, il "là fuori" che grattava via via più insistentemente sulla porta, finché a un bel momento il “là fuori” aveva strisciato fin dentro al buco della serratura ed era scivolato giù di sottecchi, aveva raggiunto in silenzio la tua pantofola blu e vischiosamente s'era arrampicato sulla tua coscia di maschio volitivo; in modo subdolo si era impossessato del tuo pollice che, con movimento felino e compulsivo, si era messo a scorrere le notifiche sullo smartphone. Sono o non sono gli anni dei social? Puoi anche restartene in apparenza tranquillo e beato accanto alla tua donna che si fa le unghie davanti alla TV e smanettare con indifferenza sul cellulare, consultando le notizie del giorno, il meteo, l'aggiornamento di stato di un tuo amico lontano...
In realtà stai curiosando sul profilo della sconosciuta che ti ha inviato una richiesta d'amicizia, chissà chi è? Si chiama Siria@117, tu non l'hai mai vista e non ha nessun amico in comune con te. La cosa ineluttabilmente t'incuriosisce, accarezza la tua vanità, esalta il tuo egocentrismo di maschio che sa di saperci fare, non esulando in certo qual modo dal giustificare e sdoganare una punta molto appuntita del tuo narcisismo congenito, atavico, duro a morire. Lei chi è? Ha un viso di una bellezza meravigliosa, sempre ammesso che la foto sia sua. Il suo profilo è disseminato di post ammiccanti e provocatoriamente sensuali. Sei tentato di accettare la sua richiesta, ma di sicuro Veronica se ne accorgerebbe, comincerebbe a fare domande sospettando chissà che cosa, quando in fondo non è successo proprio nulla.
Ancora.
Dunque cominci quel gioco di avanscoperta senza dare nell'occhio. Sprofondi nel divano dal lato opposto alla tua donna beatamente ignara e allo stesso tempo allunghi un piede e lo insinui sotto alle sue gambe. Così, con aria fintamente annoiata, cominci a esplorare il profilo di costei che è emersa dal nulla come una Venere dalla sua conchiglia. La Venere ha tantissimi amici, centinaia di seguaci. Riesci a vedere alcuni post che la tipa ha pubblicato. Sono immagini ammiccanti in lingerie, alcune sono molto provocanti e in modo provocante costei le ha commentate. Sono decine i commenti scatenati di uomini e donne che hanno raccolto l'invito. D'acchito non sai cosa fare, poi Veronica scansa infastidita il tuo piede – reazione che era nelle tue meschine intenzioni fin dall'inizio – e, istantaneamente libero, ti autoassolvi in anticipo su ogni possibile evoluzione della faccenda, decidendoti a contattare la sconosciuta via chat. Le scrivi usando tutta la cautela possibile, cosciente del fatto che costei potrebbe e, al tempo stesso, potrebbenon essere la stra-figa mondiale che appare. Lei ti risponde senza fretta, probabilmente impegnata in più di una conversazione; resta sull'impersonale, ringrazia per i tuoi complimenti, ma non più di tanto. Avvezza, dev'essere, a riceverne. Non sai che inventarti per attirare un po' di più la sua attenzione. Le domandi come mai ti abbia inviato una richiesta d'amicizia, come abbia fatto ad arrivare fino a te, e lei ha una scusa più che plausibile: ha visto la tua foto sulla pagina on line di un notiziario locale, mentre posi tutto soddisfatto con la tua cernia da 24 kg, ancora agganciata all'amo. Si è incuriosita, ecco tutto. Detesti ammetterlo ma ti si sta già un po' ammosciando; ti aspettavi qualcosa di più personale e, volendo stare strettamente ai suoi post, senz'altro qualcosa di più spinto. Siria@117 se ne esce dalla chat di continuo, ha altro per la testa, ti molla e ti riprende senza grande interesse. La cosa comincia a farti girare i coglioni: ti ha o no chiesto l'amicizia? Che cosa fa adesso, ti pianta così? Chiedere l'amicizia è una cosa seria, sottintende un interesse, promette una conoscenza. È questo che fai tu ogni volta che chiedi l'amicizia a qualcuna, no? No.
In verità, la maggior parte delle volte non te ne importa proprio niente delle donne con le quali cerchi di entrare in contatto. Stai solo foraggiando un pezzetto di mare. Più tardi passerai con la tua rete a strascico, sperando che qualcuna sia rimasta impigliata; districherai la rete quel tanto che basta a capire se è scopabile e poi la rigetterai in mare a fine uso. Almeno, questo succedeva prima di Veronica. Ora non ne sei più tanto sicuro. Ora che sei dall'altra parte, attribuisci alla richiesta un significato più pregnante; altrimenti dovresti ammettere con te stesso l'eventualità che il soggetto in questione potrebbe aver adottato il tuo stesso modus operandi. Cazzo! E se fosse un uomo? Ne hai sentite a decine di storie simili su truffe di ogni genere. Ma questo non succederà a te! L'unico modo è farla uscire allo scoperto così, senza starci tanto a pensare, la inviti al tuo club per la sera successiva; dici che ci sarà una festa, molto da bere, musica da ballare, bla bla bla.
È più che confermato che Siria@117 deve essere molto richiesta, infatti risponde dopo più di 20 minuti e in modo fastidiosamente sufficiente: "Che cosa ti fa credere che io abbia voglia di uscire con te?" "Vedere il soggetto della foto dal vivo?", chiedi. "Ti dirò”, fa lei, "ho visto quella foto, m'è piaciuta ed è finita lì; non sarai mica uno di quelli che per una richiesta di amicizia la fa tanto lunga e ne approfitta subito per provarci?" Ecco, da uno a dieci, se tu dovessi dare un punteggio a ciò che trovi più irritante in una donna, la sua risposta farebbe l'en plein al ribasso. In un attimo il tuo ego si è gonfiato a dismisura e sta facendo a cazzotti per uscirsene fuori con una delle sue memorabili battute. Ma attenzione però, ego a parte, ti funziona ancora qualche neurone dotato di potere razionale, che ti spinge a considerare il fatto che costei potrebbe davvero essere una stra-figa mondiale. E bruceresti un'occasione così solo per un po' di orgoglio ferito? Puoi ancora darti da fare con le parole, sei bravo e lo sai. Così, seppellito il piano A, passi di netto a quello B e rilanci: "Guarda che ti ho solo invitata a uscire per conoscerti, non mi sembra così strano". E lei: "E secondo te io uscirei con uno che non ho mai visto, eccetto che in una stupida foto, per andare al club vattelapesca, scroccare qualche drink e farmi sbattere in macchina?". È il colmo, la tipa ha davvero deciso di farti incazzare. Si fotta il piano B e la remota eventualità che la tipa sia la stratosferica ecc.
Esplodi con un: "Senti, per me potete andarvene tranquillamente a farvi fottere tu e la tua convinzione di essere chissà chi. Pensi davvero di essere così preziosa?". La preziosa non si fa attendere stavolta "Ma complimenti per l'eleganza! Ora mi mandi a farmi fottere, ma un attimo fa mi invitavi buttandola là, come tanto per fare qualcosa; avrei dovuto essertene infinitamente grata? O posso rispondere semplicemente come la penso?”. È una senza peli sulla lingua, senza dubbio, e quindi puoi essere sincero pure tu: "Chiaro che vorrei provarci con te. D'altra parte dalle foto che pubblichi non mi sembri una che la tiene sotto sale”. Lo scambio diventa concitato. “Ti dirò, anch'io ho guardato le tue foto e non sembri davvero il conquistatore per il quale vuoi farti passare. Hai anche una certa età, o sbaglio? E anche un principio di pancetta niente male. E che dire del tuo tono? Ti proporrò per il premio zotico dell'anno, contento? Mi sembri soltanto uno che non la vede da un pezzo! Ciao e sogni d'oro e mi raccomando: non tirar tardi sulle chat erotiche, ti hanno fuso il cervello!”. È il colmo, in un colpo solo costei t'ha dato del vecchio, del panzuto e del segaiolo. A te! Andresti su tutte le furie se soltanto fossi solo. Così, ti contieni, la mandi mentalmente a cagare, e chiudi la parentesi. Ma questo non diminuisce per nulla il tuo malumore. E non puoi sfogarti in altro modo che ripensando all'improvviso a Camille. Ah, Camille! Chissà cosa starà facendo adesso. Provi subito a mandarle un messaggio, tanto per vedere se è sveglia. Lei c'è sempre per te. Quando non riuscite a vedervi, fate spesso del sesso telefonico. Certo ti sentiresti più tranquillo se Veronica se ne andasse a letto. Cominceresti a provocare Camille e lasceresti che lei provocasse te. Camille è fantastica. Non hai mai conosciuto una che sapesse usare le parole così bene. E le sue fantasie, mio Dio, come sanno coinvolgerti. Decisamente è una donna fuori dal comune. Ma Camille stasera non risponde, probabilmente già dorme. Te la immagini nel suo grande letto bianco, lo stesso letto in cui da anni fai del sesso meraviglioso con lei. Lei non ti avrebbe mai dato del vecchio, questo è certo. Camille è l'amante ideale, ma guai a dirglielo! Quella stronza di Facebook, Siria@117suole, ti ha rovinato la serata. Dev'essere una matta, pensi, ma non sai spiegarti come lei stia in qualche modo eccitandoti con questo suo piglio di donna che sembra sapere esattamente chi è e quanto vale. Sai che dovresti mollare lì ma non ci riesci e con un colpo da maestro attacchi su un tono completamente diverso. C'è o non c'è ancora e, più forte di prima, l'auspicabile probabilità che la femmina in questione sia davvero chi dice di essere? E scrivi, “va bene, probabilmente hai la tua parte di ragione. Sono stato poco gentile, frettoloso, maldestro. Ti prego di accettare le mie scuse. Le tue foto mi hanno spinto in una direzione sbagliata, lo ammetto. Sei così bella e eccitante e all'apparenza così disponibile che ho dimenticato all'improvviso le buone maniere che, ti assicuro, mi contraddistinguono. Ricominciamo da capo, vuoi?” E mentre aspetti la sua risposta, ti accorgi che sei stato talmente preso dal battibecco con la sconosciuta che non ti sei accorto neanche che Veronica se n'è andata a letto. La risposta della stratosferica non arriva. Al diavolo, pensi. Più in là di così non puoi andare. Decidi di chiuderla con i social, per stasera, e te ne vai a letto anche tu. Trovi la tua donna addormentata sul fianco, il suo viso dall'espressione serena ti sembra quello dell'innocenza. È bello e quasi scultoreo il suo corpo sotto al lenzuolo. Ti spogli e ti infili nel letto in mutande sentendoti vagamente un imbecille per essere stato a perder tempo con una stronza virtuale mentre questa, viva vegeta e carnale, era a portata di mano. Probabilmente quando si è alzata dal divano per andare a dormire ti ha augurato la buonanotte. Di sicuro tu non l'hai sentita. Eri troppo incazzato e preso dal gioco. Ti infili a letto, ti avvicini a lei e senti già il calore della sua pelle; la osservi nella sottile luce che emana dalla finestra, il suo viso ha un'espressione di intenso abbandono e ti sfiora per un secondo l'eventualità che dietro a quegli occhi chiusi ci sia una Veronica con un'altra vita, altri sogni, altre possibilità che non ti contemplano. Eccitante! Sfiori la sua pelle alla base del collo, la percorri con dolcezza fino alla spalla e la sua morbidezza esagerata ti dà come al solito un brivido, quel brivido di quando l'hai toccata per la prima volta. Sposti il lenzuolo per scoprirla e ti accorgi della luce che proviene dalle sue mani. È il suo telefono ed è ancora illuminato; lo prendi per appoggiarlo sul comodino quando inevitabilmente ti rendi conto che è ancora aperto sulla stessa chat che hai appena chiuso con Siria@117: Ecco chi era! E solo allora vedi che Veronica ha aperto gli occhi e ti sta guardando con una delusione che sembra il compendio di tutta la delusione femminile di ogni epoca storica dall'alba dei tempi. Una lacrima le scivola sul lato della guancia, se l'asciuga e si volta dall'altra parte, lasciandoti lì come l'inguaribile stronzo che sei sempre stato e sempre sarai.

*

Il giorno perfetto

 

Il giorno perfetto

 

 

La tavola scivola veloce e leggera sull'acqua che è limpida e azzurra di primo mattino e colpisce a piccoli spruzzi i tuoi piedi ben saldi sulle staffe. Le tue braccia sono rilassate ma pronte a bilanciare con sicurezza la forza del boma e delle linee che tendono la vela. Il vento è diventato una brezza tesa ora che sei a circa un quarto di miglio dalla costa. Ti volti per dare un'occhiata alla spiaggia ancora non invasa dagli ombrelloni e per controllare la presenza di eventuali altri kiters. Ma non c'è anima viva, nessuno sta armando la sua ala, né ci sono boe che segnalano la presenza di sommozzatori sulla tua traiettoria; verso l'orizzonte, solo qualche piccola barca a vela che deve aver preso il largo prima ancora di te e ancora più oltre, fin dove il tuo sguardo può arrivare, qualche peschereccio. Alle tue spalle, la ruota panoramica sembra un relitto metallico dopo un’esplosione, e fai fatica a immaginare il fascino che esercita su così tanti turisti che fanno la fila per salire a fare un giro. Venite piuttosto a farvi un giro qua, gli diresti. Provate l'emozione di saltare in balìa di una forza completamente libera e indipendente da voi ma che dovete riuscire a controllare. Anzi, non ci venite. Non riempite il mare con il vostro traffico, con i vostri schiamazzi da consumatori distratti e fatalmente inappagati. Salite sulla ruota, lanciateli lì i vostri “Ohhh” di meraviglia. Ti viene da ridere a questi pensieri, perché a te non importa niente di quello che fa la gente; la massa, il popolo con le sue ferie, con le sue partenze intelligenti, con gli sconti di cui approfittare; con la sua calca nei locali, nei ristoranti, nei supermercati. Tutti ti sembrano inseguire la felicità su percorsi di consumo obbligati, come se la felicità fosse qualcosa che si possa comprare. E invece no, non la potete comprare, ve la dovete guadagnare, pensi, mentre il vento sta portando la tua ala allo zenit.

Ecco il salto, abbastanza alto da riuscire a fare mezzo giro su te stesso e planare morbido sull’acqua.

Tu ami questa sensazione di completa libertà e di incertezza sull'esito di ogni singola evoluzione. Non puoi fare a meno di pensare che questo sport somigli più di quanto si possa immaginare alla vita; e agli scossoni inaspettati e agli schiaffi e agli attimi di pura gioia, anche questi mai preannunciati dal benché minimo segno. La vita sorprende in più di un attimo. Ma quale vita, pensi? Forse vorresti che fosse così, la tua vita: una serie incessante di salti, di cadute, di sorprese, di vita. Ma forse, invece, la vita somiglia di più a un mare in bonaccia che può arrivare a dare la nausea per il suo rollio lento e prevedibile.

Ci sei. La vita è un interminabile andamento di bonaccia, interrotto in modo inaspettato da qualche guizzo di felicità.
Stamattina non sai che t'è preso.

Ti sei svegliato intorno alle quattro in un bagno di sudore, nelle orecchie ancora il ronzio della musica alta che suonavano in quel posto, nella testa ancora le parole di lei. Avresti preferito un ronzio e un frastuono ancora più forti, ammesso che fossero sufficienti ad azzerare il senso di quelle parole.

Ma poi che cos'è che ha detto? Niente che non sia negli schemi di una normale ragazza qualunque.
Tranne che sta decidendo la tua vita per te.

Non sono le parole a farti paura, né il significato di ognuna di esse presa singolarmente. È quel senso del futuro già stabilito, implicito, che ti fa paura e tu non hai avuto abbastanza fegato per dirle che, per te, le cose non stanno esattamente come pensa lei; che forse di legarti in questo modo non è esattamente nei tuoi piani, in questo momento.

Tu la ami? Sì, forse. Ma ami anche un sacco di altre cose che non collimano proprio al millimetro con il suo modo di vedere la vita.
Ti sei alzato dal letto con la voglia di fare qualcosa di vivo, di energico, di stupido.

Hai messo l'attrezzatura in macchina e hai cominciato a correre, correre, correre fra colline e alberi che si stavano colorando di rosa; dal finestrino aperto aria frizzante a riempirti i polmoni. E mentre il giorno si proiettava su tutte le cose della terra, la sua luce accecante, con un bagliore di fuoco, ha raggiunto anche te. Ti si è oscurata la vista per un tempo che è sembrato infinito, ma come per compenso, la tua mente è diventata lucida e affilata. E finalmente hai visto con chiarezza le emozioni che ti avevano travolto e com'erano riuscite a farlo. Era tutta colpa di quel sentimento d'impotenza che provavi sempre quando dovevi far valere le tue ragioni, sempre preoccupato com’eri di andare oltre, di ferire. Solo che agli altri, per lo più, non importava un accidente di andare oltre o di ferire. Erano così convinti delle proprie ragioni, così ciechi di fronte alle ragioni e ai sentimenti degli altri; e così egoisti anche quando dicevano di amare, da non vedere altro che i propri bisogni; immaginavano un mondo perfettamente disegnato per esaudire i propri desideri; un mondo in cui gli altri non potevano che ricoprire il ruolo che essi gli avevano affidato.

“Sono incinta”, lei aveva detto, ieri sera.

Ma era successo davvero ieri sera?

O un mese o un anno prima, forse? Oggi sembra tutto così chiaro, come le cose che guardi da distante perché sono successe tanto tempo prima e tu non ne sei più coinvolto. Tutto sembra spazzato via da questo vento che si sta ingrossando. Le onde hanno preso a scagliarsi con più forza sulla tavola che, pure, fila dritta contro l'orizzonte e con piccoli balzi si allontana sempre di più da terra. Eppure, quella striscia al di là della tua terra e del tuo mare, non sembra avvicinarsi. Anzi, hai come la sensazione che, più ti dirigi verso di lei, più quella ti sfugge. Ti sfiora appena il pensiero che forse ti stai allontanando troppo e che forse dovresti provare a virare per riavvicinarti alla costa. Ma ancora la scena di ieri sera davanti agli occhi prende il sopravvento. Il cameriere ha da poco servito il vino e si è allontanato. Tu sei rimasto in silenzio, guardandola come se fosse un'estranea, tu stesso inondato da un sentimento di estraneità e non-appartenenza, a quel momento, a quella frase, a quel significato.

Devi aver avuto un'espressione instupidita, pensi, come quando qualcuno fa una battuta e tutti intorno a te ridono, ma a te sfugge il significato.

Ti sei versato da bere, sempre guardandola in quel modo, con un'intensità che ti avvolgeva come una cappa di pesantezza e dalla quale non riuscivi a liberarti. Ti sentivi rallentato e hai dimenticato anche la cortesia di versare da bere per prima a lei. Lei taceva, rimandandoti il tuo sguardo. Hai finalmente versato il vino nel suo bicchiere, hai alzato il tuo per un brindisi silenzioso e serio in direzione del suo, ancora appoggiato sul tavolo. E all'improvviso un pensiero consistente e duro come un ammasso di roccia dura ti ha colpito con tutta la violenza del suo impatto.

Chi è lei? Tu non la conosci davvero. E questo era il bello fra voi fino a pochi istanti fa; voi vi stavate conoscendo, prendendovi tutto il tempo necessario, senza alcun altro progetto che il piacere di passare del tempo insieme, scoprendovi piano e con estrema dolcezza.
Riesci solo a pensare a quanto sia stata un'estate bellissima. Sei passato di colpo da un periodo di estrema solitudine, in cui ti sembrava che la tua vita si fosse cristallizzata nell’assenza quasi di ogni rapporto umano, a un turbinio di conoscenze. Una più eccitante dell'altra. E nel bel mezzo di questo turbinio hai incontrato lei; lei che era lontana abbastanza da renderti agevole il rimandare, a un momento indefinito, la decisione di dare alla storia una forma più stabile. E, durante la sua assenza, ogni volta ti lasciavi travolgere da altre storie, altre passioni incontenibili. Ma poi lei tornava sempre a trovarti. E ti piaceva anche questo. Lei ti piaceva.

Era così diversa, con il suo modo di fare un po' all'antica, così restia a lasciarsi andare. Fare sesso per lei era stata una cosa seria, era stato fare l'amore. Intere giornate a nuotare, a passeggiare fra i boschi, a prendere il sole e quei baci, che arrivavano ogni volta quasi con pudore, ti facevano sentire come qualcuno che riceve un dono prezioso. Poi alla fine del week-end lei ripartiva e ti tornava prepotente la voglia di fare sesso con qualcuno che era fatto come te.

Non ti sentivi in colpa; non avevi mai fatto alcuna promessa di stabilità.
Non che non volessi arrivarci alla stabilità, anzi lo speravi, ma volevi prenderti il tempo sufficiente per arrivare a quel punto.
Una specie di punto di non ritorno, pensi adesso.

Perché è di questo che ha bisogno la tua vita.

Perché tu ora non sai più esattamente chi sei.

Tu non sai più nemmeno che cosa vuoi.

Che cosa vuoi? Vuoi stare con lei? Con lei che ti sta guardando con una tale compattezza di emozioni inespresse, ma per te così tangibili? O forse è solo una tua impressione. Che cosa c’è in quegli occhi che ti guardano? Potresti dire che si tratta di diffidenza, mista a stupore, e a paura, e a dubbio.

Sì, forse è proprio il dubbio che prevale nei suoi occhi; il dubbio che questa sua notizia non ti colga precisamente con gioia. Probabile che per una frazione di secondo ti sfugga un sorriso a questo pensiero, perché tutto ti sembra così maledettamente ironico dal tuo punto di vista e arrivi addirittura a provare dispiacere per lei; per lei e per tutte le facce toste del mondo che vorrebbero soltanto decidere il percorso della vita degli altri, da qui all’infinito; e poi rimangono delusi quando non ci riescono; oppure si arrabbiano, accusano, giudicano. Per la verità, lei non sta dicendo ancora niente, ma ti senti addosso tutto il peso delle sue aspettative. Eppure sei assolutamente sicuro del fatto che fra voi non ci siano mai state promesse.
Un figlio? No, decisamente non è quello che vorresti ora. Tu ti trovi con tutta probabilità al di là del suo spettro di aspettativa. Tu stavi cercando di capire se lei, così diversa da te, potesse arrivare a bastarti, a sconfiggere, e per sempre, quella tua ansia di bruciare, di vivere, di amare oltre ogni limite.

È questo che stavi facendo. Dovevi dichiarare queste intenzioni, mettere nero su bianco questa tua volontà di ricerca di comprensione di te stesso; o fare, che so, testamento, dichiarando, nel pieno possesso delle tue facoltà mentali, che da qui a cinque minuti, cinque mesi, cinque anni, non volevi assolutamente diventare padre?
Quel punto di non ritorno che cercavi, comunque, non era ancora arrivato. Nessuno sapeva che avevi una ragazza più o meno fissa, e ti guardavi bene dall'ammetterlo anche con lei. Perché semplicemente non era così. Ci tenevi a lei, ma tenevi anche ad altro. E adesso lei avrebbe voluto questo figlio da te. E tu saresti dovuto diventarne il padre. Non ce l’hai con questo bambino, ma con tutto quello che comporterà la sua nascita in tema di libertà e responsabilità e legami che non sei per niente sicuro di volere. Perché tu, mentre lei non c'era, correvi dall'altra.
O forse dovresti dire che correvi “dall'altro”?
Com'è che la gente definisce le persone come Alex? Una donna a metà? Un uomo a metà?

No, di solito la gente non è così gentile nei loro confronti. Tu ti sei rifiutato fin dal primo momento di etichettarla. Per te Alex era la passione pura e travolgente che l'estate aveva fatto arrivare fino a te. Con lei non avevi avuto freni inibitori e ti eri sentito completamente libero di essere te stesso, per la prima volta. Una sensazione totalmente nuova per te. Il sesso così non l'avevi mai vissuto, eppure ti sembrava tutto completamente sbagliato. Meraviglioso, eppure sbagliato.
Tu ti sentivi sbagliato.

Il mondo intorno a te chiedeva che tu fossi l'uomo forte e virile che appena si fosse messo sul serio con qualcuna avrebbe avuto cinque figli almeno, ma che poi avrebbe avuto donne e ancora donne  in quantità. L'amante per eccellenza, così ti vedevano. Doveva quindi esserci un mondo di tenebra dentro di te e anelavi a che qualcosa o qualcuno ti squarciasse il petto per strappartelo via, lasciando entrare quella luce che ti avrebbe finalmente fatto sentire in pace. Avresti voluto essere una persona normale, rientrando forse banalmente in uno schema e fare quello che fanno gli altri; essere quello che ci si aspettava da uno come te. Oppure avresti voluto trovare il coraggio di essere soltanto te stesso e fregartene di cosa si aspettavano gli altri. 
Oggi ti sembra il giorno perfetto per capire che cosa devi fare. Ora che il vento s'è fatto ancora più forte, ti strappa con rabbia dai tuoi pensieri. La vela tende le corde con violenza e ti costringe ripetutamente a saltare anche se non provi più alcuna gioia nel farlo. La voglia che ti ha preso, questa mattina, di trovarti in mezzo al mare, sospinto in decine di direzioni diverse da un vento ribelle, ti sta stancando. Volevi sentirti libero e padrone di governare la tua ala come avresti voluto essere capace di governare la tua vita e, proprio per questo, adesso non vedi l’ora di fare qualcosa.
All’improvviso ti sembri uno che sta solo perdendo tempo e ti prende una smania incredibile di tornare; di smetterla di scappare, o di sognare, ché ormai ti sembrano la stessa cosa. A certe decisioni non si può abdicare, perché sarebbe come dire: accomodatevi, fatela voi la mia vita, decidete voi per me! All’improvviso vuoi rientrare, metti la tavola di taglio e conquisti la bolina per risalire la direzione del vento e velocemente raggiungere la spiaggia.  La stanchezza si fa sentire, ma è nelle braccia e nelle gambe, qualcosa che la tua forza di volontà può riuscire a dominare e, con decisione, ritorni verso terra.

E comprendi che la questione non è essere sbagliati, ma sentirsi sbagliati.

Quella striscia di sabbia che ora si avvicina comincia a essere più movimentata, molte persone stanno facendo il bagno e allora ti avvicini alla riva con delicatezza. Raccogli con calma la tua attrezzatura, stanco ma improvvisamente leggero nella testa, pensando che forse tutto questo ordine del cosiddetto mondo normale sia solo apparente e che molti prima di te hanno di certo dovuto percorrere strade diverse per trovare la propria felicità. 

È valsa la pena uscire in mare, pensi, perché non ce l’hai più questo timore di affrontare le cose, né c’è più quel sentimento di impotenza e di resa di fronte a ciò che vogliono gli altri. 

 

Carichi la macchina e torni verso casa, deciso a vivere la tua vita così come sei.

In qualche modo ce la farai.

 

 

 

*

Il caffè turco »
Questo testo è in formato PDF (126 KByte)