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Raccolta di testi in prosa di Salvatore Solinas
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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Tamerisco XIV parte seconda

XIV

 

Pietro racconta



Uscito dalla biblioteca andai dal dentista. Ero d’accordo con Adelina che  per quella sera ognuno sarebbe andato per i fatti suoi. Da tre giorni ero tormentato da un fastidioso e subdolo mal di denti. Nella sala d’aspetto c’erano una suora e un signore anziano. Cercai in mezzo alle riviste un annuario che riportava le immagini della città come era dall’inizio del Novecento. Ogni volta che andavo dal dentista, raramente per fortuna, mi deliziavo a contemplare quelle foto e le didascalie sotto che spiegavano di quale angolo della città si trattasse, ma più mi affascinava vedere la gente intenta alle sue solite occupazioni. Constatare che in fin dei conti poco o nulla era cambiato in un secolo mi donava un bel sollievo, un senso di stabilità; ero felice di sapere che la gente comune, operosa e onesta abitava quei palazzi che erano sopravvissuti alle intemperie e ai bombardamenti delle guerre; le persone stavano oziose oppure affaccendate per le strade che non erano popolate da misteriosi occhi, da individui che andavano a curiosare dentro le case senza una chiara ragione. Insomma, il mondo a quel tempo era semplice e forse lo era ancora.  Attesi almeno tre quarti d’ora. Riccardo, il dentista, bardato di camice e mascherina di carta, come un vero chirurgo, mi salutò affacciandosi alla sala d’aspetto. Detestavo quella mascherata. Preferivo i dentisti di una volta che indossavano sempre lo stesso camice, spesso popolato di equivoche macchie di sangue e di altri liquidi organici, i loro bicchieri di carta dove campeggiavano ai bordi le impronte delle labbra del paziente che ti aveva preceduto. Sarà stato meno igienico, era tuttavia carico di un calore umano che la Medicina stava lentamente perdendo per ridursi a mera tecnologia. L’infermiera sorridente mi fece adagiare sulla poltrona reclinando lo schienale. Si iniziò con la pulizia dei denti. Sciacquare la bocca con un liquido verdognolo che virava al blu per la presenza del sangue delle mie gengive. Lei sorrideva e mi invitava ad aprire la bocca. Poi arrivava Riccardo, giovialone come sempre.

Spostava le labbra con uno strumento smusso e scuoteva la testa.

“Se non curi la pulizia, la parodontite ti porterà via tutti i denti.” Altra cosa che detestavo era essere sgridato come un ragazzino. Io protestavo che avevo dedicato alla pulizia dei denti almeno mezz’ora al giorno. Non bastava mai.

Fu allora che udii provenire dalla soglia della sala d’aspetto una voce ben nota che avvertiva della sua presenza. “Signor Coito” disse l’infermiera “Ancora qualche minuto e saremo da lei”. Avrei voluto alzarmi dalla poltrona, ma avevo il tubicino dell’aspirazione della saliva che mi premeva sul labbro inferiore fino a provocarmi dolore e lei continuava ad armeggiare nella mia bocca con strumenti per nulla rassicuranti. La lampada scialitica mi accecava. Rimasi inerte, rassegnato, aspettando che tutto fosse finito. Mi proposi di fermare Coito nella sala d’aspetto e di domandargli le ragioni del suo comportamento... Stavo sciacquando per l’ultima volta la bocca mentre l’infermiera lo chiamava ripetutamente senza ottenere risposta: Coito era andato, direi meglio scappato via. Uscito dal dentista, s’era fatta notte. Non mi rimaneva che tornare a casa. Mi fermai in un bar e presi un cappuccino; sarebbe stata la mia cena per quella sera. A un isolato da casa ebbi la sensazione di essere seguito. A un tratto vidi con la coda dell’occhio un’ombra staccarsi dal buio di un portone. 

“Ciao!” 

“Ciao” risposi voltandomi senza fretta. 

 “E’ un po’ che ti aspetto, temevo che non arrivassi mai più” 

Davanti a me stava Pietro che mi guardava sorridendo. Mi è rimasto impresso quel sorriso mite, avvolgente, carico d’affetto, il silenzio delle lunghe pause , mentre studiava con discrezione una qualche reazione da parte mia. Salimmo in casa; quando arrivammo sul pianerottolo ansimava ed era squassato da una tosse così violenta che temetti potesse morire per le scale.

“Stai tranquillo” disse leggendomi nel pensiero “Ne ho ancora per un po’, non per molto” Entrati in casa si sedette o meglio si lasciò cadere sulla poltrona. Aveva la fronte imperlata di sudore; le labbra violacee tremavano convulsamente. 

“Adesso mi metto calmo. Questa febbre non da tregua. Non vedo l’ora di riposare. Fa uno strano effetto sentirsi dire questo da un uomo che sta per morire! Non è vero?”

“Senti, in che specie di storia mi hai coinvolto?” attaccai per interrompere quel discorso che mi riusciva insopportabilmente penoso “Ho sentito dire che hanno tentato di ucciderti e Susanna è terrorizzata e vive nascosta chissà dove” 

“Scusami se ti ho coinvolto in questo affare, Maria mi ha sgridato, a volte mi tratta come un bambino. Cos'è mai un uomo debilitato e impotente, se non un bambino? E’ vero, hanno tentato d’uccidermi più di una volta: un mattino, stavo rientrando a casa, nella strada che abbiamo fatto insieme, ti ricordi? Un’auto ha tentato d’investirmi, mi sono scansato per miracolo, e lui ha invertito la marcia ed è tornato indietro. Ho fatto appena in tempo a buttarmi dentro il portone”

“Hai visto chi guidava? Certamente lo hai visto. Tu sai chi era.”

Sorrideva dell’ingenuità della domanda, con dolcezza, senza la minima ombra di ironia o disprezzo. I suoi occhi erano accesi e lucidi di febbre.

“Credi in Dio? Non pensi che nelle mie condizioni dovrei occuparmi seriamente del problema di Dio? Tra qualche giorno non ci sarò e ogni cosa non avrà importanza. Fino a poco tempo fa credevo che tutto sarebbe finito nel nulla, ora non ne sono più così sicuro. Non perché abbia paura o perché voglia costruirmi una speranza di sopravvivere. E’ vero che il pensiero della morte, quando mi prende, mi fa tremare dentro, come potrei fartelo capire? Ecco, è una vertigine, è un precipitare in un pozzo di cui non vedi il fondo. Tuttavia immaginare un Dio, un’altra vita, un aldilà, non ti fa stare più tranquillo, è per nulla consolante. Anzi, anzi!” Fece una di quelle lunghe pause indagatrici che mi mettevano a disagio al punto da renderlo insopportabile.  

Che proprio lui, che ne aveva fatto di tutti i colori, venisse a farmi la predica, a me che a momenti neppure lo conoscevo, mi sembrava inconcepibile; che per giunta pensasse di andare in paradiso, mi lasciava basito.

 “Eppure, per quanto mi sforzi, il pensiero di Dio mi lascia freddo. Un giorno ho parlato di questo con un monaco. Lui afferma che la fede è un dono divino. Se a me questo dono non è stato dato, me ne faranno una colpa, ne avrò colpa io?”

“Chi te ne farà una colpa?” domandai per metterlo all’angolo con le sue stesse parole. 

“Tu hai tanto da vivere. Questo argomento ti può apparire ozioso. Eppure l’unica certezza che abbiamo io e te è che un giorno moriremo. Quando ero bambino dormivo con mia nonna, lei russava e per questo prendevo sonno tardi. Avevo tempo di sognare ad occhi aperti, ma il pensiero ricorrente era: come farò quando lei sarà morta, quando non ci saranno mia madre e mio padre? A quel pensiero una sottile sofferenza s’impadroniva di me fino a strapparmi le lacrime. Non ragionavo che sarebbero passati parecchi anni prima che quegli eventi si avverassero e che pure io sarei diventato adulto, come mio padre. No, ero convinto di rimanere bambino per sempre. Era una convinzione viscerale, come quella di sentirsi immortali, sebbene la ragione ci dimostri che la vita deve inevitabilmente finire, che tutto ha un termine, e dopo… dopo non si sa. 

E pure adesso che l’AIDS mi divora, non posso convincermi intimamente che prestissimo, forse domani, sarò morto. Per questo non riesco a pensare seriamente a Dio”

Queste e altre cose mi disse in quella notte. Mi raccontò che appena comparvero i primi sintomi si rivolse a un amico medico che, visti gli esami del sangue, proclamò la sentenza, che equivaleva allora a una condanna a morte. 

“ Quando ti dicono che hai una malattia incurabile e che tra due o tre anni, alla meglio cinque, dovrai morire, pensi che in fin dei conti la vita è una lunga, insanabile malattia,  che molti non sanno che dovranno  morire tra un mese, un giorno, un’ora, e perciò non si disperano. Che differenza c’è tra me e loro? Nient’altro che il fatto che io conosco la scadenza approssimativa. Perché disperarsi allora? Ecco facevo questi ragionamenti, ma non ne traevo alcun conforto.”

Decise di lasciare Susanna. Fu questa su di sé una violenza dolorosissima. Eppure la sofferenza e l’emarginazione che si era imposto, per cui visse per  più di un anno da eremita, gli procurarono un fuggevole refrigerio, una pausa, un argine al panico che si stava impossessando di lui. Il dolore di Susanna, le sue scenate, la pena per lei, la tentazione di confessarsi, di dirle tutto, erano dolorosissime staffilate che lo avevano condotto tante volte sull’orlo del suicidio.

“Non domandarmi perché non l’ho fatto! Avrei liberato Susanna, le avrei fatto del bene. Sono stato egoista, codardo. Ci vuole coraggio a sopprimersi, anzi non saprei, forse ci vuole un cervello adatto, non il mio. Qualche tempo dopo ho incontrato Maria. Lei pure era malata e così decidemmo di metterci insieme, per farci compagnia. Ci lega tanta tenerezza. Lei è più forte, più coraggiosa di me. Se non avessi lei… Ecco ricado nei pensieri di quando ero bambino. Tutti pensano che sia stata Maria la responsabile del mio dissesto finanziario. In verità esso è cominciato molto prima che la incontrassi, e la malattia lo ha portato a compimento” 

E gli usurai, e i tentativi di ucciderlo? Aveva chiesto soldi agli amici, per lo meno a persone che credeva amiche. Ma quando la barca affonda tutti la abbandonano, e qualcuno ne approfitta per giunta. E i Cabrini? Mi guardava con infinita stanchezza. L’ora era tarda, credo che fossero le tre. Continuavo a porgli domande: cosa volevano da me quei malfattori, cosa volevano da Susanna, come aveva contratto la malattia?

Quest’ultima domanda la formulai tutta d'un fiato, sembrandomi di non avere alcun diritto di entrare nell’intimità della sua vita. Lui non rispose; col capo posato su un braccio, fissava il pavimento. Mi accorsi che dormiva. Gli toccai una mano: era gelida, madida di sudore. Il suo corpo emanava quel fetore che hanno i vecchi quando stanno per morire e sembra che la putrefazione sia già iniziata nelle viscere, prima che smettano di respirare, il cuore di battere e il cervello di sognare. Quando si destò gli domandai se voleva andare a letto, mi fece cenno di no col capo.

“Mi hai domandato come ho preso l’AIDS. Nella mia vita ho avuto molte donne, di alcune fui pure innamorato. Come capita a tutti. Con Susanna ero felice, molto, molto felice. Eppure a una festa in casa d’amici, in campagna, conobbi un tale: girava per le stanze con aria smarrita, quasi si fosse perso. Forse è nuovo, forse non conosce nessuno, pensai. A volte sorprendevo i suoi occhi su di me. Solitamente quando due sconosciuti incrociano gli sguardi salutano o sorridono; lui invece distoglieva gli occhi pudicamente e mi pareva, ma forse mi sbagliavo, che arrossisse. Si era instaurato tra noi, capisci, quel gioco degli occhi che appartiene ad esseri di sesso diverso, quando ha inizio la danza del corteggiamento. Quel gioco da prima mi divertì, poi ne fui infastidito. Pensai che fosse un mentecatto, un ritardato mentale. Per curiosità mi avvicinai e lo salutai. Lui rispose con cortesia, facemmo conoscenza.

Parlammo per più di un’ora. Mi sentivo meravigliosamente attratto dalla sua intelligenza, da quella finissima sensibilità, al punto di temere che una parola non appropriata, un gesto errato potesse ferirla.

Nonostante avessi subodorato a quale specie di persone appartenesse, anzi proprio perché sentivo quella devianza, mi intrattenni con lui per tutta la serata. Era passata una settimana e mi ero scordato completamente di lui, quando un mattino ricevetti la sua telefonata. Da allora mi chiamò tutti i giorni. Tu penseresti che fossi infastidito: proprio per niente.

Al contrario, aspettavo che mi chiamasse e se tardava ero preoccupato e ansioso, come un dolescente alle prime esperienze.

Un fine settimana m’invitò a casa sua. Se ti dicessi che la faccenda mi ripugnava, non mi crederesti. Eppure era proprio così. Allora, mi chiederesti,  perché hai acconsentito? Mi sono posto anch’io questa domanda. Non so risponderti con esattezza. Aveva un casolare in riva al fiume costituito dalla stanza da letto, da un tinello-cucina e da un bagno, arredato con quel gusto equivoco che mischia il carattere femminile a quello maschile. Forse era questo che mi attirava: era la curiosità di vedere, di sperimentare, di capire. Il mio amico monaco afferma che la perdizione dell’umanità non fu causata dal desiderio, dall’istinto, ma dalla curiosità dell’intelletto, dalla superbia dell’intelligenza che crede di essere sopra ogni cosa, perfino al di sopra dell’amicizia con Dio. Credo che abbia ragione: fu il voler capire sacrificando il mio sano istinto sessuale a condurmi in quella casa, su quel letto, dove il fragore della piena del torrente a stento copriva i suoi gemiti e la mia nausea.

Alcuni giorni dopo seppi da amici comuni che era malato. Il panico e l’ira mi travolsero: una sera andai a casa sua armato di un coltello a serramanico, per mutilarlo, per ucciderlo. Ma credo che a questo punto fosse penetrata nella mia esistenza qualcosa di diabolicamente sottile, un gusto insano del rischio, un disprezzo di quella salute che mi impediva di essere me stesso, di palpare le radici del mio essere. Mi pareva che il male vissuto a occhi aperti, sotto il vigile sguardo della coscienza, mi permettesse la discesa in quell’inferno personale che ciascuno di noi si porta dentro, facendo fragile, dissolvendo l’impalcatura di inutile e vile perbenismo che l’educazione e la morale ci costruiscono intorno.

Accadde così che tornassi su quel letto parecchie volte a consumare un rapporto ancora più nauseante e indecente, perché condito perfidamente dalla coscienza dell’autodistruzione. In quel periodo, a causa di grossi insuccessi finanziari, di attese deluse, si era impossessata di me una smania di annientamento…" Parlò a lungo di altre cose che non ricordo perché a un tratto mi addormentai sul divano e pure lui forse si addormentò. 

Quando mi svegliai, le prime luci del giorno penetravano dalla finestra. Pietro era in piedi “ Devo andare prima che Maria si svegli e non mi trovi in casa. Si preoccuperebbe moltissimo ed è così malata che ogni emozione potrebbe esserle fatale. Ecco che ritorno bambino! Una delle più grandi sofferenze della mia infanzia era la preoccupazione che mia nonna, svegliandosi dal sonno del pomeriggio, non mi trovasse in casa e fosse in pensiero per me che ero uscito a giocare in strada. La stessa preoccupazione che mi prende ora per Maria. Come vedi, quando si è vicini alla fine si ritorna bambini. Per questo, se c’è un Dio, non può essere che un padre buono, proprio un padre buono”. Mi guardò a lungo con un sorriso tra ebete e canzonatorio: “E’ questo che volevo dirti. Per questo forse sono venuto fin qui”.

Tante altre cose mi disse oltre queste che riferisco in modo approssimativo. Ricordo che mi parlò a lungo del significato della vita, problema comprensibilmente urgente in uno che sa di avere poco tempo da vivere.

Mi disse che grazie al monaco aveva capito che il senso della vita era in Dio, così pure il senso di ogni cosa e dell’intero universo.

Non feci obiezioni ma mi domandai per quale motivo dovevamo cercare il senso della vita in un Ente fuori di essa e non nella vita stessa. Pensai che probabilmente non conosciamo il senso dell’universo perché non ne sappiamo abbastanza. Quando saremo capaci di buttare gli occhi in quell’attimo in cui tutto ebbe inizio, allora capiremo il senso di questo espandersi, di questa corsa forsennata delle galassie. Sapremo allora l’inizio e la fine di ogni cosa. E mi tornò in mente il cerchio magico di Cosimo dove l’inizio e la fine si fondono e tutto diviene immutabile per l’eternità.

Chiamai un taxi e accompagnai Pietro in fondo alle scale. A stento si reggeva in piedi e in quelle condizioni, da solo, non sarebbe arrivato da nessuna parte.    




XV

 

Non dissi a nessuno di quella notte con Pietro, nemmeno a Adelina e a Michele. Ora ne scrivo perché quando si racconta una storia non è lecito tacere dei più intimi meccanismi che l’hanno determinata, tanto più che ormai alcuni dei protagonisti sono morti e altri sono dispersi chissà dove, o sono io perduto chissà dove. Per molto tempo, a proposito di quella notte, mi sono domandato come mai Pietro non rispose alla domanda di chi aveva voluto ucciderlo; eppure era evidente che aveva riconosciuto il suo mancato assassino, che anzi, avevo sospettato, gli fosse familiare. 

Mi domandavo che ruolo avessero i Cabrini in tutta quella vicenda; se prima di morire avesse egli trovato quella fede che credeva non gli fosse data; ma se è vero quanto afferma Nietzsche, che chi cerca Dio lo ha già trovato, ora di sicuro Pietro riposa tra le braccia del suo Dio buono. Sentivo in quei giorni la necessità di confidarmi con qualcuno d’assoluta fiducia. Incredibile! Io che ero assolutamente contrario alle confidenze, che consideravo le confessioni una forma insopportabile di autocommiserazione, avevo la necessità ora di parlare con un estraneo, uno psicologo forse, che avrebbe tenuto il massimo riserbo per il segreto professionale cui era legato. Tuttavia questi non poteva darmi interamente quello di cui avevo bisogno: non stavo cercando un metodo per rilassarmi, per convincermi che la vita poteva essere giusta così com’era. In realtà non capivo bene di cosa avessi bisogno: forse soltanto di parlare del vuoto in cui ero vissuto, per cui mi sentivo assolutamente impreparato nei confronti dei problemi che in quei giorni mi si ponevano dinanzi, senza possibilità da parte mia, senza il coraggio o la viltà di fuggire. Se da una parte avevo paura della vita e della sofferenza che essa porta in dote, non ero d’altra parte più capace di rifiutarla; per quanto provassi una sgradevolissima sensazione di ribrezzo al solo pensiero di immergermi in essa, non potevo più evitare d’insozzarmi nelle sue miserie. Pensai che poteva essere simile al fango  termale, che sprigionava un calore benefico, salutare al corpo e allo spirito. Fu quello un pensiero fuggitivo, la debolezza di un attimo. Questo discorso che pure ora non appare del tutto chiaro, figuriamoci come era confuso non appena affiorato alla coscienza e immediatamente ricacciato dall’orgoglio di un malinteso razionalismo in  quella parte di me più buia, più irrazionale e nascosta. 

Sentivo istintivamente che quel religioso con cui Pietro si era confidato faceva al caso mio. Sebbene non fossi alla ricerca di Dio, ma semplicemente alla ricerca di quella parte di me stesso che si era smarrita, di quell’io che era divenuto debole e pauroso, molle e informe, che domandava di ritrovare l’aspetto gagliardo, la durezza di un tempo. Se avessi capito allora che questo poteva accadere a patto che affrontassi la vita senza chiusure, senza paura, mi sarebbe stato risparmiato parecchio dolore negli anni che seguirono. Si sa che il senno del poi ha poco o nessun valore. Invano cercai di scoprire chi fosse quel monaco: né Susanna, né Maria Pergamena ne erano a conoscenza. Eppure quest’ultima era stata vicino a Pietro condividendo con lui l’angoscia e il dolore di quei giorni. Maria era fatta di un’altra pasta: lei viveva la decadenza fisica con contenuto distacco. Il sangue aristocratico le conferiva quella forza: i nobili sono abituati a convivere con la morte, a considerare la propria vita, come quella dei propri antenati, un fatto accidentale, un anello della catena interminabile che costituisce la famiglia. Così lei contemplava la propria malattia con la stessa rassegnata indifferenza con cui lo storico considera la decadenza e la fine di un regno.




XVI




Tu m’ hai amato. Nei begli occhi fermi

Rideva una blandizie femminina,

tu civettavi con sottili scher

 

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Tamerisco XIII parte seconda

XIII

 

La gita in campagna



Quella domenica prendemmo l’autobus e ci recammo a Vico Scanziano, una frazione di poche case attorno a una chiesetta medievale, che dista dalla città pochi chilometri. Dalla fermata dell’autobus si dipartiva un viottolo che portava in piena campagna. La fioritura era passata da molto tempo e le piante parevano al limite della resistenza nell’arsura che faceva da padrona, senza concedere loro una goccia d’acqua. Adelina le accarezzava amorevolmente e le nominava una per una man mano che si presentavano al lato dello stradino. Pensai ad Adamo ed Eva cui Dio aveva ordinato di dare un nome a tutte le creature viventi. Mi domandai se anche i nostri progenitori avessero avuto i nostri problemi nell’accoppiamento. Forse la forza del desiderio viveva in loro intatta, mentre in noi era indebolita dallo stress, dall’inquinamento, dal cibo artefatto, dai mille lacci psicologici che la società moderna ci impone. Et Venus in silvis iungebat corpora amantium, mi venne in mente. Certamente Lucrezio aveva sognato quell’epoca di felici amori, lui che faceva uso del precursore del Viagra e ne era rimasto vittima.

In un canale di scolo delle acque piovane, un gatto stava immobile a osservare un topino. Se questi faceva un benché minimo movimento, gli metteva sopra la zampa. Adelina ne rimase come ipnotizzata. Immobile anche lei, osservava la scena, e poi si mise a gridare parole sconnesse nell’intento di far fuggire il gatto. Siccome questo non le dava retta, scagliò una pietra che andò a cadere poco distante dai due. Il gatto ci fissò con occhi grandi e gialli e si allontanò indignato, il topo si imbarcò in un cespuglio scomparendo ai nostri occhi..

Dopo una passeggiata di circa trenta minuti, arrivammo a un prato, dove l’erbetta verde era sopravvissuta al calore della stagione. Posai per terra lo zainetto e distesi all’ombra di un castagno la coperta a righe azzurre e bianche che avevamo portato appresso. Sdraiati supini, guardavamo il cielo tagliato dal rapido volo delle rondini.

“Faresti l’amore qui all’aperto?” le domandai.

“Perché me lo chiedi, tanto so che non ne hai voglia. Tu sei troppo civile per fare l’amore senza avere a portata di mano l’acqua e il sapone per lavarti. Tu consideri l’amore un affare sporco”.

Fui sorpreso di questo discorso e un poco offeso. Risposi che certamente le comodità della civiltà non erano da buttare via, tuttavia il sole di mezzogiorno, l’azzurro del cielo, la presenza di qualche uccelletto che avrebbe assistito all’accoppiamento, erano tutti fattori stimolanti. Per non dire della bellezza sexy della compagna. Terminai il discorso, piuttosto insincero, con questo complimento che, sapevo, Adelina avrebbe gradito.

“Sai cosa ti dico io?” prese a dire Adelina ponendosi prona e lisciandosi i capelli, “C’è qualcuno che gioca al gatto e al topo con Pietro e Susanna, e pure con te. Forse faresti bene a partire. E’ l’unico modo per mettere fine a questa specie di persecuzione.”

“Verresti con me?” le domandai con voce che, a dispetto di ogni mio sforzo, tradiva l’emozione. Lei rimase pensierosa. Un leprotto sbucò da dietro un muretto di sassi e rimase ad osservarci per qualche minuto. Adelina disse, apparentemente con gioia: “Ma vedi quel guardone! Meno male che non siamo nudi. Rimpiangerai le giornate come questa. Voglio vederti solo e scontroso a scartabellare codici in biblioteca. Mi fanno una pena quando li vedo pallidi e affamati. Affamati poi di che cosa? Dell’intimità di personaggi che hanno ormai bruciato la loro esistenza e di cui non esistono nemmeno le ceneri. E tu sarai uno di quelli. Rimpiangerai queste ore all’aria aperta, a contatto della natura che a ogni istante si rinnova.”

“Hai ragione, è proprio bello. Si potesse rimanere per sempre distesi su un prato! Peccato che poi viene voglia di mangiare. Non hai fame tu?”

Ritornammo in paese e pranzammo sotto il pergolato di una piccola trattoria nella piazza della chiesa.



 

 

*

Tamerisco XII parte seconda

XII

 

Gli occhi di Pietro




Un pomeriggio eravamo al bar Aurora. Adelina tormentava il cellulare chiamando i suoi genitori, mandando squilli e messaggi a questa e quell’amica; io ero oppresso da una stanchezza, da una sensazione di vuoto, di disagio, tanto più tormentosa in quanto non ne capivo la ragione. Era una giornata serena, tutto era andato liscio sia sul lavoro che con Adelina, che appariva tranquilla e soddisfatta.

Da un po’ di tempo avevamo preso a litigare anche per futili motivi. In verità ero piuttosto nervoso a causa degli avvenimenti di quei giorni e dei nostri rapporti in cui ponevo anima e corpo, con enorme altruismo che stava tuttavia lentamente scemando. Perché in amore è necessaria una buona dose di egoismo per caricarsi dell’energia necessaria allo sviluppo del desiderio. Ecco, era proprio questo che andava spegnendosi: il desiderio, e con esso la voglia di intimità con lei. Apprezzavo sempre più quei ritagli di tempo spesi in solitudine, che facevano parte delle vecchie abitudini che avevo dismesso quando ci mettemmo insieme. C’erano giorni, assai rari in verità, in cui, intenerito dalle sue membra esili, apparentemente fragili, ci mettevo l’anima a stapparle un gemito di beatitudine. Quando rinveniva, rilassata, mollemente distesa sul letto, diceva che l’Amore non ci appartiene, perché non possiamo contenerlo: “Esso, quando ci viene dato, bolle e trabocca e non siamo in grado d’afferrarlo, come un torrente in piena, non siamo capaci di trattenerlo, di farlo nostro per sempre. Se riuscissimo in questo avremmo raggiunto la felicità. L’Amore è un dono divino di cui non siamo mai abbastanza meritevoli, mai abbastanza grati”

Quel discorso mi appariva strano perché non capivo di quale amore parlasse: di quello spirituale donato dalla divinità all’uomo, oppure dell’orgasmo che io le donavo: amore carnale e precario, per il quale raramente mi mostrava gratitudine, anzi mi dava ad intendere che non avevo fatto altro che il mio dovere di servo inutile. E veramente mi sentivo un servo che imbandisce un banchetto prelibato alla signora, banchetto cui gli è proibito partecipare se non nel segreto della cucina. Se mi fossi saziato da solo o avessi cercato altre mense sarebbe stata la fine di tutto.

Il centro era popolato dai pochissimi sopravvissuti alla calura che non erano fuggiti in vacanza. C’era un’aria mite, un silenzio inusuale a quell’ora. I negozi rimasti aperti erano vuoti. La gente preferiva passeggiare dando un’occhiata distratta alle vetrine, ma soprattutto godeva quella luce tenera, quel colore del cielo azzurro e profondo di cui il caldo e l’afa ci avevano privato per parecchi giorni. All’improvviso mi parve di vedere Pietro, o meglio di sentirne su di me gli occhi. Guardai attorno, affondai gli occhi nell’ombra del negozio di scarpe che ci stava di fronte, dall’altro lato della strada, senza scorgere alcuno che gli somigliasse. Eppure quella sensazione durava e mi dava un senso di profondo disagio. Avevo raccontato a Adelina della visita di Susanna, della sua scomparsa, di Coito che bussava di casa in casa, e lei mi consigliò di avvertire Tango.

Come aveva previsto, Michele fu da noi in un attimo. Davanti a una birra scura, con aria interrogativa, attendeva che dicessimo qualcosa. “Hai visto Pietro?” Domandai “Ho avuto la sensazione della sua presenza”. 

“No, so che sta male ed è improbabile che se ne vada a passeggio per la città. Pare che a mala pena si regga in piedi . Mi avete chiamato per dirmi questo?” 

“Non smetti mai di fare il poliziotto?” Protestò Adelina

“Ti abbiamo chiamato per stare in compagnia, non per farti delle rivelazioni. Tuttavia qualche cosa avrei da raccontarti” e gli riferii di quella faccenda di Coito che andava a bussare di porta in porta sbirciando misteriosamente dentro casa. Michele, come ebbi finito di raccontare, bevette dei profondi sorsi di birra e dopo una lunga pausa in cui era evidente che meditava circa l’opportunità di confidarsi o meno: “E’ una storia strana, dei malviventi perseguitano Pietro e Maria, supponiamo mandati dai Cabrini, come sostiene Susanna, tuttavia noi conosciamo quell’individuo che parlò con Mario, da parecchi giorni si aggira attorno alla casa di Pietro, è un ex poliziotto che si è messo in proprio, un detective. Sebbene sia un poco di buono, non è un assassino, non tenterebbe mai di uccidere Pietro, di investirlo con la macchina, come è accaduto tempo fa. Siamo riusciti a rintracciare l’auto: è una macchina a noleggio. Chi la guidava aveva presentato documenti fasulli, e si sa che i noleggiatori, pur che paghino, non stanno a guardare in faccia i clienti, non dico poi i documenti. Così non siamo riusciti a sapere chi fosse. Poi c’è la strana persecuzione nei confronti di Susanna. Sembra che la vogliano terrorizzare, e ci sono riusciti, ma non hanno mai tentato di impossessarsi di qualcosa di lei. Eppure qualcosa deve pur avere che può interessare, a Cabrini per esempio.

Infine ci sono le tue disavventure che non saprei a cosa collegare. E’ tutto molto confuso, caotico, sconnesso, senza senso”.

“Vorresti che tutto si ordinasse come le tessere in un mosaico, ma la vita non ha le caratteristiche di un mosaico, essa presenta una notevole complessità e quindi imprevedibilità. Ciò che è vivo viaggia sul filo di lama: vuole crescere, ma può ritornare nel caos indifferenziato” Così si espresse Adelina e io ne fui stupito.

“Non è tempo di fare filosofia” la interruppe Michele “Il nostro compito è di semplificare i fenomeni, i comportamenti criminali, per dare loro un senso, una ragione, per poterli ordinare, proprio come tessere di un mosaico che rappresenti la vita, sia pure degradata” 

Si unirono alla compagnia Luigi e Lucia e i discorsi si fecero più futili.

Il crepuscolo velava i vetri delle case e i negozi abbassavano le saracinesche, presto si sarebbero accesi i lampioni. Andammo tutti insieme a concludere la serata alla trattoria del castello. A ovest, ai piedi del dirupo su cui si ergeva la massa nera del castello, si poteva vedere la chiesa di S. Nicolò illuminata dalla fioca luce di un faretto a neon quasi esaurito. La piazzetta perfettamente circolare era deserta e metteva tristezza. O forse ero io depresso in quella notte di fine luglio, senza saperne il motivo, perché esso albergava nella profondità del mio cervello, nell’attesa di affiorare al momento giusto, quando meno me lo sarei aspettato.




 

*

Tamerisco XI parte seconda





XI

L’amore divenuto impegno e fatica





Il mattino seguente Michele mi chiamò in Biblioteca per dirmi di non allarmarmi se avessi visto un tale dinanzi al mio portone: “Non è un delinquente, né un mio parente! Ho messo un poliziotto in borghese a sorvegliare, diciamo a guardarsi attorno” Gli chiesi se c’erano novità. Mi rispose tagliando corto che non c’era nulla di nuovo.

Mi pareva di buon umore e questo mi tranquillizzava, sebbene non capissi la necessità di fare sorvegliare il mio palazzo. Poteva essere che sospettasse che i malviventi o il pazzo, non sapevo più cosa pensare, si preparavano a visitare di nuovo il mio appartamento?

Nel rientrare a casa mi guardavo attorno per capire chi potesse essere l’uomo di Tango, ma non notai alcuna faccia nuova in via Ariosto. Alle diciotto arrivò Adelina, era trafelata, aveva il viso rosa, madido di sudore. Aveva fatto le scale di corsa per avvertirmi che le era parso di vedere un uomo che curiosava dentro il portone. La tranquillizzai prendendo il suo viso tra le mani. Siccome era tutta sudata, la portai in bagno e spogliata la sollevai tra le braccia e la misi dentro la vasca ricolma d’acqua tiepida.

Il tepore e le carezze provocarono in lei un lento e profondo rilassamento.

Quando fu sul letto, aveva dimenticato tutte quelle strane vicende ed era pronta per l’amore. 

I nostri rapporti col tempo si erano complicati divenendo difficili.

Adelina era una piccola despota che esigeva ogni volta il raggiungimento dell’orgasmo, ed io confidavo oramai più sull’abilità delle mani che sulle possibilità del mio membro. Così i nostri amori erano divenuti, se mi è consentito il termine, a senso unico: io davo tutto me stesso per farla godere e lei dava se stessa per godere. Accadeva perciò che alla fine di quei rapporti defatiganti mi alzassi dal letto completamente insoddisfatto.

Questa situazione portava tensioni che covavano per giorni, fino ad esplodere poi improvvisamente a causa di una scintilla che dava fuoco alle polveri. Nascevano litigi e discussioni tanto violente quanto brevi, che lasciavano nel tessuto del nostro amore, senza che ce ne accorgessimo, numerose piccole cicatrici, piccolissimi segni indelebili, ma alla fine ben visibili, che,  messi insieme come cifre, come lettere di un alfabeto, avrebbero permesso un giorno non lontano una chiara lettura del testo. E la nostra storia, sebbene punteggiata di momenti felici, indimenticabili, sarebbe risultata essere triste e tormentata. 

Passarono alcuni giorni, la temperatura si era mitigata a causa di un violento temporale che aveva allagato i viali, ma tutti predicevano che presto al calore del sole quell’umidità avrebbe formato una cappa bollente e sarebbe stato peggio di prima.

Queste fosche previsioni mi furono riferite da Sara. Ero andato a trovarla per domandarle se nella nostra strada c’erano facce nuove.

“Vedi questa stampa? C’è rappresentata una gita in campagna. E’ del secolo scorso! Riconosci questo albero? E’ la quercia del giardinetto proprio dietro al palazzo. Non è incredibile?  Pensa com’era allora la città. Guarda come andava vestita la gente”

“A me non dispiacerebbe vestirmi in quel modo. Mi sembrano molto eleganti, e le donne erano più femminili di adesso” dissi. 

“Può darsi, ma che scomodità! Quanto ci mettevano a vestirsi ogni mattina?  E quando facevano l’amore, che fatica togliersi tutti quei busti e le gonne e le sottane”

“Eppure, forse grazie a tutti quegli strati di stoffa, le donne  erano più calde e gli uomini più vogliosi. Oggi il livellamento dei sessi, la libertà e la facilità degli incontri, la pornografia imperante ci ha resi tutti più fiacchi e indifferenti”

“Guarda che la pornografia esisteva anche allora.” Disse mostrandomi un olio che approssimativamente datava all’inizio del Settecento. “Questa immagine di martire, per esempio, con gli occhi in gloria e in mano il Sacro Cuore, ha il petto scoperto e i seni madidi di sudore, o di lacrime. Non è più torbida e sottilmente erotica della foto di due puttane nude, come si vede adesso sui giornali?” 

Mentre facevamo pressappoco questi ragionamenti, entrò la signora Rossini.

I Rossini hanno la gioielleria più bella e importante della città, che negli anni scorsi subì due grossi furti e un tentativo di scasso interrotto fortunosamente dall’intervento di un coraggioso metronotte. Il poveretto rimase gravemente ferito nella sparatoria e morì alcuni giorni dopo in ospedale. 

Da allora la signora si recava almeno due volte la settimana a trovare la vedova che abitava nel palazzo a fianco al mio: le curava la casa e l’assisteva nell’educazione dei due figli, il maggiore di nove e il più piccolo di soli tre anni. Procurava a sue spese la babysitter, quando la mamma doveva recarsi al lavoro, oppure rimaneva in casa con i piccoli, li portava a passeggio nel parco coprendoli di doni: giochi, vestiti, libri e ogni cosa che potesse essere di diletto e di utilità alla loro crescita.

I bambini avevano imparato ad amarla e la chiamavano nonna, sebbene la signora Rossini non avesse ancora cinquanta anni.

Le disavventure del negozio l’avevano resa guardinga e sospettosa.

“C’è un uomo che bussa di porta in porta dicendo di appartenere a una setta religiosa, ma da come guarda dentro casa mi fa pensare che stia cercando qualcuno o qualcosa. Non so, con i tempi che corrono bisogna fare attenzione. Non bisogna permettere che nessuno entri in casa. Ho paura persino a ricevere l’idraulico, anche se l’ho chiamato io stessa”.

Dopo, osservando il quadro della martire che Sara teneva ancora in mano “E’ possibile che  mettano in chiesa simili sconcezze? Se vedessi questa santa le direi – Signorina si copra, per favore! Prima viene la decenza e poi l’amore per Dio, e non c’è amore senza decenza - non vi pare? E al prete che l’appende in chiesa o in sagrestia direi che è un bel sporcaccione!”

Sbollita l’indignazione, vedendo che noi a stento ci trattenevamo dal ridere, sbottò in una bella risata che lasciava intravedere una bianca dentatura perfettamente curata. La figlia della Rossini era la migliore amica di Sara: una ragazza dal carattere dolce e allegro. Era di statura media, il viso non si direbbe bello ma interessante per quegli occhi neri neri che esprimevano una costante curiosità per tutto ciò che la circondava. Il naso un po’ troppo prominente e la bocca di perfetto taglio le conferivano un non so che d’antico e mi ricordavano certi ritratti di nobili fanciulle del Seicento, del Goya per esempio. Luisa, questo è il suo nome, arrivò proprio in quel momento e felice della nostra allegria ci interrogava, come fa una bambina quando non capisce i discorsi dei grandi e vuole tuttavia partecipare, oppure teme che si rida di lei.

“Ma niente! Ho appena detto a Piero che c’è uno strano personaggio, un tipo dal collo lungo e il profilo affilato, somiglia a un serpente, che bussa di porta in porta  guardando dentro casa.”

Quelle parole mi risuonarono nel cervello come lo scampanio di mille campanili. Erano il perfetto Identikit di Coito. Mi ricordai la telefonata misteriosa nella stanza d’albergo.

“Sei sempre la solita sospettosa, devi pensare che tutti abbiano cattive intenzioni. Lo dico io che sarebbe meglio disfarsi del negozio: sta rovinando mia madre nel fisico e nello spirito. Non si può vivere sempre con la paura della propria ombra!”

“Signora, quando decide di disfarsi della gioielleria me lo dica, facciamo cambio: le do questo negozio e lei mi da il suo e in più, diciamo, cento milioni. Le assicuro che sarebbe un buon affare per lei! Per lo meno ai ladri queste cose non interessano” Sara, in presenza di Luisa, si illuminava di una incredibile allegria. Spesso passando davanti al negozio le sentivo parlare e ridere. Se qualcuno dubitasse che si possa essere felici, avrebbe dovuto vedere quelle due amiche quando erano insieme.

 

*

Tamerisco X seconda parte

 

X

 

Visita di Susanna



Quando rincasai era mezzanotte. Trovai la porta socchiusa e la luce del salotto accesa. Seduta sul divano, quasi distesa, era Susanna. La riconobbi dalla forma delle gambe inconfondibili per la loro perfetta grazia. 

“Quasi dormivo aspettandoti. Sono qui dalle nove”

“Come sei entrata? Ma, già, sembra che tutti abbiano la chiave di questa porta!”  

“Mi ha aperto Gina, le ho detto che avevo necessità di vederti. E’ stata davvero gentile: voleva assolutamente che rimanessi a cena a casa sua, ma ho rifiutato e l’ho pregata di aprirmi casa tua”. Aveva un’espressione strana negli occhi, come se fosse in preda a una forte eccitazione. Il viso smagrito e pallido tradiva l’ansia che nemmeno il torpore del sonno interrotto era capace di nascondere. 

“Cosa sta succedendo, Susanna?”

“Non lo so. C’è qualcuno che ce l’ha a morte con Pietro e  Maria, e con me. Gente terribile, pericolosa, almeno così si dice… non mi ricordo da quanto tempo non dormo!”

“ Tu sai chi sono?” 

“Ho qualche sospetto, ma mi sembra tutto così incredibilmente strano!”

“Se hai dei sospetti, perché non ne parli con la polizia?”

“Perché sono soltanto impressioni. E’ una storia inverosimile e nessuno mi crederebbe”

“Stai ancora dai Cabrini?” Domandai dirigendomi verso il bagno.

“No, non più. Sono accadute cose che non mi sono piaciute. Ma ora non ho voglia di parlarne, scusami!” 

“Hai cenato? Guarda in frigorifero, deve esserci qualche cosa da mangiare.” Entrato in bagno feci scorrere l’acqua del lavandino e composi il numero del cellulare di Tango inviando un breve squillo.

“Mi hai cercato un’altra volta, mi ha detto Gina. E’ stato il giorno prima che entrassero i ladri. Sai che ho avuto la visita dei ladri?  Se pure lo erano veramente.”

“Lo so. Gina mi ha raccontato”

“ Cosa pensi che cercassero? C’è stato un momento che ho pensato che volessero te!”

Si era messa a mangiare un Yogurt, lentamente, assaporandolo con la lingua. Il capo reclino era nascosto dall’ampia cascata di capelli e non potei vedere che piangeva. Quando levò il capo, liberando la fronte dai capelli con un gesto nervoso della mano, le guance erano rigate da grosse lacrime.

“Aiutami, ti prego!”

“Come posso aiutarti, cosa devo fare? Non capisco cosa stia accadendo! Ti ricordi quella festa a casa dei Cabrini? Da allora sei scomparsa e sono successe delle cose strane! Anzi, a quella festa ho assistito senza volerlo a un litigio con Pietro…” E le raccontai con ogni particolare dell’incontro con Coito e delle voci dietro la porta, lei che parlava di usurai e così via. “E mi hai lasciato a piedi. Ho dormito sopra un divano e quando sono tornato in ufficio ti ho scritto che eri una cretina. Ma tu eri scomparsa” 

“Ho trovato il tuo biglietto. Lo porto sempre con me per ricordarmi che sono una cretina. Lo sono proprio!” Sorrise con amarezza.

“Ora ti ritrovo qui, in casa mia, smagrita, triste, ansiosa, davvero, proprio ansiosa, e ti metti pure a piangere. Per non parlare di tutti i misteri!

Vorrei sapere cosa c’è dietro tutto questo. Ho visto Pietro, vive come un mendicante…” 

“Pietro è molto malato, per questo sono venuta a trovarti, ha bisogno di cure e Maria non lo vuole ricoverare in Ospedale. Così  morirà presto” 

“E cosa sai dirmi di quei criminali che vorrebbero ucciderlo: lui e Maria, e forse anche te”

“Questo è il punto! Maria afferma che se Pietro si ricovera quelli lo verrebbero a sapere e lo ucciderebbero. Ma così morirà molto presto, perché si vede benissimo che è alla fine: ha dei momenti che non riconosce nessuno, non sa nemmeno dove si trova”

“E tu dove ti trovi? Voglio dire, dove vivi ora, dove ti nascondi?”

Suonò il campanello. Susanna ebbe un sobbalzo. Con un’espressione di paura mi intimò di non aprire e di spegnere la luce.

La tranquillizzai, era solo Michele, l’ispettore Tango.

Credevo di avere un cuore refrattario alla commozione, invece quando vidi Susanna piangere, domandare aiuto, quando mi palesò tutto il suo amore per Pietro, un amore così grande e disinteressato, ne fui commosso. Avrei voluto bene a Susanna come un fratello, se non avessi provato per lei una forte attrazione fisica. Mi dispiaceva, come era già accaduto con Coito dai Cabrini, che degli estranei profanassero la sua intimità. Mi dispiaceva che Tango la vedesse così in pianto, piegata dal dolore. Michele le fece un rapido gesto di saluto, senza lasciare apparire di aver notato niente d’insolito, oppure lasciando intendere che tutto ciò per lui era perfettamente normale. 

“Ciao, credo che convenga ogni tanto venire a trovare i vecchi amici! Cosa ne pensi Susanna?” Susanna, che non si era ancora riavuta dalla sorpresa, si asciugava il viso con un pezzo di carta da cucina.

“Ciao, si, penso che faccia bene. Non sapevo che voi due foste amici” 

“Ci siamo conosciuti non molto tempo fa. E’ stato il tuo Pietro a farci conoscere. Dove sei stata in tutto questo tempo?”

Susanna lo guardava intensamente senza rispondere

“Dove ti sei nascosta? Se non ti troviamo noi ti possono trovare altri e per te non sarebbe certamente un bene!” Come dissi, soffrivo nel vedere Susanna in quello stato. Michele sembrava dominarla con la forza degli occhi soltanto. Così accorsi in suo aiuto:

“Insomma chi sono questi misteriosi individui che perseguitano Pietro e Maria, cercano Susanna, entrano in casa mia e distruggono il mobilio…”

“Tu chi dici che siano?” Domandò Tango rivolgendosi a Susanna che, tenendo i capelli raccolti dietro la nuca con la mano sinistra, con la destra tormentava il bicchiere dello yogurt vuoto.

“Non lo so, ho dei sospetti, ma non sono sicura. So soltanto che non posso fidarmi di nessuno, nemmeno di te!”

“Eppure faresti bene a fidarti di noi perché il momento è critico e l’animale quando è braccato, messo alle strette, può diventare feroce!”

“Di quale animale stai parlando, fatte partecipe anche me, visto che in un modo o nell’altro, senza volerlo, in questa storia c’entro anch’io”

“Quando ero ospite dei Cabrini ho sentito Mario confabulare con un uomo dall’aspetto poco rassicurante. Ho captato qualche frase: parlavano di problemi di banche, di cambiali. Insomma mi era parso di capire che Mario non è così ricco come si crede, che il suo patrimonio è in grave difficoltà. Quell’uomo lo informava che non l’aveva trovato, che bisognava lasciar scappare la cerva per trovare i cuccioli. Qualche giorno dopo capii chi era la cerva: eravamo a pranzo, Marta parlava di Pietro e Maria che erano molto malati, che bisognava trovare il modo di soccorrerli senza che se ne accorgessero, senza far loro pesare, senza umiliarli, perché erano ricchi e avevano perso tutto.

 – E si sa, chi ha conosciuto la ricchezza rimane ricco per sempre, almeno del proprio orgoglio – diceva. Marta ha un cuore grande e vuole fare del bene ad ogni costo, pure a chi rifiuta il suo denaro. – Si, disse Mario, io pure vorrei sapere dove sono quei cuccioli – Allora compresi che se Pietro e Maria erano i cuccioli, io ero la cerva. E se Mario li faceva cercare da quell’uomo, che aveva tutto l’aspetto di un delinquente, non era certo per fare loro del bene. Così decisi di scappare, ma non andai da Pietro. Anzi mi tenni ben lontano da loro”

“Chissà perché ti chiamava cerva” Dissi senza seconde intenzioni

“Forse perché Pietro l’ha cornificata” Ironizzò Michele.

Susanna gli lanciò un’occhiata densa di disprezzo. 

“Non prendertela! Scherzavo, tanto per rompere la tensione. Sono in possesso, riguardo a Pietro e ai Cabrini, di documenti molto interessanti. Ma quei fogli dicono e non dicono, non sono per niente chiari. Si capisce che manca qualcosa. Ce l’hai tu, vero? Se no, come mai si accaniscono tanto con te?

Bene, sarebbe meglio che mi consegnassi tutto, immediatamente, se non vuoi che ti facciano la pelle”

Susanna si era alzata ed era andata verso l’ingresso.

“Non ho nulla, non so di cosa parli” quindi rivolta a me “ Se puoi, fa qualcosa!”

Uscì tirandosi dietro la porta. Tango andò alla finestra: “Non può andare via! E’ troppo rischioso. Stai qui alla finestra e sappimi dire da che parte va” Quindi si avviò di corsa per le scale. Quando fu sotto casa mi domandò da che parte fosse andata Susanna, ma io non l’avevo vista uscire. Rimase un istante pensieroso, mi diede la buonanotte e si allontanò camminando senza fretta verso il centro.

Susanna si era volatilizzata. Come era possibile! Era un bel rebus che alle due di notte non avevo voglia di risolvere. Mi era venuto sonno e neppure le novità di quel giorno riuscivano a tenermi sveglio. Mi addormentai pensando che l’indomani avrei avuto parecchie cose da raccontare ad Adelina, e magari non mi avrebbe creduto.

 

*

Tamerisco IX seconda parte

IX

 

Adelina tra lo spirito e la materia

 

“Secondo te, dove finisce la materia e incomincia lo spirito?” Alla mia espressione ottusamente assente Adelina continuava: “Secondo te, un bacio è un atto carnale o spirituale?” 

“Non saprei, dipende”

“E un brano della Bibbia, la Genesi per esempio, oppure Dante, dobbiamo considerarlo spirituale o materiale, carnale.” 

“Dove vuoi arrivare?” cominciavo a spazientirmi.

“Voglio dire che non è facile come sembra dividere la materia dallo spirito: quello che appartiene propriamente allo spirito e quello che è della materia, della carne. Spesso noi scambiamo per spirituale ciò che non è altro che il frutto dell’intelletto. Oppure gli attribuiamo una spiritualità solo perché ci commuove. Anzi solitamente diciamo che tutto quello che ci rende tristi, che ci fa soffrire è spirituale, e ciò che ci fa godere, che ci rende allegri e felici è della carne, della materia!”

“ Tu cosa ne pensi: il nostro amore appartiene allo spirito o alla carne?” domandai

“ Dipende: quando ci fa godere, appartiene alla carne, quando ci rattrista, allo spirito” Rispose con un’incantevole espressione di finta ingenuità.

“ Per la verità appartiene assai poco alla carne!” aggiunse. Proprio ora che la discussione cominciava ad interessarmi, Adelina la buttava in scherzo ed io, che amavo vederla spensierata e allegra, non osavo insistere. Per un momento mi era parsa giunta l’ora di rivelare il progetto di unire l’anima e il corpo nel rapporto sessuale, idea che aveva dato qualche risultato, in verità effimero, nei giorni passati. Non sapevo bene da dove cominciare e Adelina, quando mi vedeva interessato e coinvolto, guizzava via come una lucertolina, sempre pronta a ripararsi nella fessura del muro delle sue difese. D'altronde sarebbe stato necessario dare una definizione di anima, e per definire l’anima era d’obbligo parlare di Dio e non avevo voglia di imbarcarmi in quelle infinite, inutili discussioni  sull’esistenza di Dio che avevano riempito le uggiose sere da studente liceale. In vero non sono ateo, ma un Dio che non si può conoscere, che non si può vedere né sentire, non m’interessa. Non vedo come potrebbe interessarmi, anche se esistesse. Credo che se gli Antichi concepirono gli Dei chiusi nelle loro dimore, indifferenti alle umane disavventure, oggi l’uomo moderno o postmoderno, chiuso nel proprio Olimpo di frenetiche occupazioni, è completamente indifferente alla sorte degli Dei. Era notte fonda quando lasciammo l’albergo. La strada era deserta, eppure avevamo la sensazione di essere spiati. L’umidità calda e densa della sera faceva farfugliare i pochi lampioni che spandevano per terra una luce incerta. Uno di essi improvvisamente si spense lasciando un lungo tratto di marciapiede al buio. Adelina, che mi aveva preso a braccetto, mi serrò fortemente il braccio ed io per rassicurarla mi misi a canticchiare.

Da quella sera riprendemmo i nostri incontri nel mio appartamento.

*

Tamerisco VIII parte seconda

 

VIII

 

Adelina scherza con l’aldilà



Michele scosse il capo senza fare alcun commento e i suoi occhi diventarono due fessure dove a stento penetrava la luce.

Quando ebbi finito di raccontargli della misteriosa telefonata di Coito e della mia sensazione di essere spiato nel buio, commentò che era incredibile. 

Si scusava ma non poteva parlare perché le indagini richiedevano segretezza. 

“Va bene, segretezza! Intanto io ne faccio le spese e tu non mi vuoi dire che cosa sta accadendo”

“Accade, accade che è un bel casino. Troppe persone si mettono in mezzo a cose che non le riguardano. Questo genera confusione.”

Davanti al gelato che si squagliava, gli occhi persi oltre la vetrata del bar, non ascoltavo più quello che Michele stava dicendo. Ero carico d’astio, odiavo quel suo tono professionale, disprezzavo il suo atteggiamento da burocrate della polizia.

Tre piccioni cercavano nel mezzo del mattonato arroventato dal sole qualche insetto che placasse loro la fame. Pensai che io, come loro, cercavo nelle fessure di quella triste vicenda o faccenda, come la definiva Cabrini, qualche vermiciattolo, un indizio che placasse la mia paura.

Michele, forse per compassione del mio stato, disse che avrebbe rivelato un segreto d’ufficio: aveva sulla scrivania un plico di carte in cui lettere, conti, certificazioni false mettevano in causa Mario Cabrini. Apparentemente importanti ma, a una lettura più attenta, non significavano nulla. Forse quelle carte erano la causa che aveva scatenato il casino. Forse c’era dietro un tentativo di ricatto. Cabrini tuttavia ne usciva pulito. 

Quando lasciammo il locale, Michele mi diede una manata sulla spalla e mi disse di stare tranquillo perché aveva una carta che per ora non poteva giocare. Non domandai in cosa consistesse perché era implicito nel discorso che tutto era segreto a causa dell’etica professionale, dei doveri d’ufficio.

Il pensiero di quella carta che Michele non poteva giocare mi tormentò per parecchi giorni. Ne parlai ad Adelina e lei diede la stura alla sua fantasia. Adelina era una specie di vaso di Pandora. Quando sollevavi il coperchio, ne uscivano meravigliose immagini, bellissime fiabe, racconti del terrore di cui lei stessa rabbrividiva. Rimettevo su il coperchio con poche parole del tipo: che immaginazione! Oppure: che sciocchezze, nessuno potrebbe crederci, siamo seri! Lei taceva per qualche minuto con aria offesa, poi ridevamo abbracciati. Fin tanto che eravamo capaci di ridere e divertirci insieme, le cose andavano bene e la nostra unione filava liscia e forte attraverso le vicende burrascose di quei giorni. Eravamo così felici nello stare insieme che non ci capitava mai di pensare a un possibile futuro l’uno senza l’altro.

Soltanto una volta Adelina mi parlò del tempo in cui uno di noi due sarebbe morto, con un’espressione così seria e addolorata sul viso che le sue parole mi impressionarono. Diceva che quando sarei morto, forse sarei capitato in mezzo ai miei familiari: ai miei genitori, che mi avrebbero indicato i nonni, irriconoscibili nel nuovo aspetto che la dimensione ultraterrena conferiva loro; “Quella è tua bisnonna e tuo bisnonno, Quell’altra a destra è tua trisavola, e poi tutti gli antenati fino ad Adamo e Eva. Immagini che palle? E tu dirai adirato come sempre, quando certi discorsi ti danno fastidio:  Vi pare che io sia venuto qui per sentire questa nenia? Immagini che faccia faranno i tuoi parenti?”

Ecco, aveva cominciato con tono patetico per terminare nello scherzo. Ora devo dire che Adelina non parlava mai seriamente della morte, eppure era credente e avrebbe dovuto pur pensare ogni tanto al giorno in cui in teoria sarebbe stata faccia a faccia col Dio Creatore.

A proposito di questi discorsi ricordo quanto mi disse zio Cosimo un giorno che lo incontrai seduto in fondo alla sala della trattoria dove di solito andava a consumare a mezzogiorno un pasto frugale costituito da minestrina di riso e una sogliola al vapore. Mi disse che i suoi figli lo consideravano un bambino e forse era vero. “Forse si diventa vecchi e contemporaneamente si ritorna bambini fin tanto che al momento della fine la morte e la nascita, l’inizio e la fine si fondono insieme a chiudere il cerchio. Allora tutti i punti, che sono gli attimi della nostra esistenza, divengono immutabili. E’ forse questo l’imbroglio geometrico dell’eternità che ci è stata promessa” Concluse con aria malinconica palpandosi il fegato sotto la giacca.





 

 

 

 

*

Tamerisco VII parte seconda

 

 

VII

 

Una telefonata da panico




L’estate era esplosa in tutta la sua violenza. Il calore si era fatto insopportabile, sia di giorno che di notte. A parte la biblioteca, in cui la temperatura era tenuta sotto controllo da numerosi deumidificatori, gli unici momenti di refrigerio erano quelli che passavamo nel nostro albergo di periferia. 

Accadde un pomeriggio che squillasse il telefono della stanza, risuonò del tutto inaspettato gelandomi il sangue, nessuno infatti era a conoscenza dei nostri incontri in quel luogo. Quando risposi, l’usciere mi comunicò che era in linea il signor Coito che voleva parlare con la signorina Adelina. Quando Adelina prese in mano la cornetta la linea cadde. Rimanemmo immobili per parecchi minuti, in attesa, fissando il telefono. Poi guardandoci negli occhi ci ponemmo la stessa domanda: come poteva sapere Coito che eravamo in quel posto? Il telefono rimase muto. La via del ritorno, che facemmo a piedi e non come solitamente in autobus.  fu una specie di pellegrinaggio dove alla preghiera si sostituiva il ragionamento interiore, il dubbio, le mille ipotesi più o meno sbagliate con cui cercavamo di dare una ragione a quella telefonata. Io supponevo che Coito si interessasse a noi per conto dei Cabrini. Non escludevo che Mario fosse innamorato di Susanna e avendomi visto davanti alla porta della lavanderia dove lei lavorava, pensasse che noi sapessimo dove si era nascosta. Coito ci aveva seguiti e  voleva accertarsi che fossimo noi soli nell’albergo.

“Possibile che tutti s’innamorino di quella Giunone in abito nero?” Diceva Adelina, forse con una punta di gelosia che non mi dispiaceva.

“Io credo che tra Susanna e i Cabrini ci siano degli affari loschi. Quando è venuta a trovarti, quella volta che siete andati al mare, magari ha nascosto qualche cosa nel tuo appartamento, senza dirti nulla. Qualche cosa che appartiene ai Cabrini. Così si spiegherebbe la visita dei ladri. Cercavano qualcosa per conto dei Cabrini, te lo dico io. E uno di loro potrebbe essere quel viscido di Coito. A me sembrava tutto incredibile, tuttavia dovevo ammettere che il suo ragionamento aveva un fondo di verità, alla luce di quello che aveva detto Mario in casa di Luigi.

Passammo per un tratto di strada sterrata che era completamente al buio.

Fu allora che ebbi la sensazione che qualcuno ci stesse osservando.

Ebbi un brivido e Adelina mi domandò perché stessi tremando.

Risposi che forse avevo un po’ di febbre.

“Ti sei preso l’influenza perché non stai mai attento alle correnti d’aria”.

In verità mi era venuto un attacco di panico.

Fino a che mi accadeva di sentirmi osservato in pieno giorno oppure di notte ma in una strada di città ben illuminata e frequentata da passanti non avevo altro che una sensazione di fastidio. Essere osservato da una presenza invisibile in una strada buia e deserta di periferia aveva scatenato dentro di me una specie di sommovimento tellurico che a stento ero riuscito a controllare. Avrei voluto mettermi a correre. Mi trattenni accelerando il passo. Adelina si fece trascinare protestando: “Che ti prende, hai voglia di correre, non sei malato, perché tanta fretta?”

Quando raggiungemmo viale S. Giorgio, un viale che costeggiava il fiume, bene illuminato anche se frequentato abitualmente dalle prostitute e dai loro clienti, l’abbracciai stringendola forte. “Sei impazzito, non è che ti è tornata la voglia di fare l’amore?”

Adelina era sempre disposta a fare l’amore, anche appoggiati al parapetto del lungofiume, incurante del sopraggiungere di altre persone.

 

 

 

 

*

Tamerisco VI seconda parte

VI

 

Colloquio con Tango

 

Un mattino mi recai da Michele, fu la prima e unica volta che entrai nel suo ufficio: una stanza tre metri per quattro i cui muri in calce, ingialliti, non conoscevano da almeno venti anni una mano di scialbatura. Il mobilio era costituito da una credenza stipata di cartelle, posta a fianco alla porta, e da una scrivania, di quelle che ancora si trovano negli uffici dei ministeri e nelle aule dei vecchi licei, con tre sedie di legno della stessa epoca e nelle medesime condizioni di sciata trasandatezza. Unica nota positiva era la grande finestra che si affacciava sul parco Duca Alessandro, un piccolo giardino all’italiana, ben curato dall’amministrazione comunale, dove d’estate si tengono i concerti all’aperto. Seduto di fronte alla scrivania, raccontai a Michele dei miei sospetti sempre crescenti, della paura che come marea montante si trasformava in vero e proprio panico. Mi capitava spesso in quei giorni di sentirmi osservato: una sensazione di disagio, come se due occhi mi fissassero intensamente. Mi accadeva soprattutto negli ambienti affollati. A volte mi giravo per sorprendere il proprietario di quegli occhi, senza risultato: attorno a me visi anonimi, distratti, di sconosciuti che passavano per strada, che fissavano lo schermo del cinema, che facevano la fila annoiati alla posta o in banca. Lui passeggiava avanti e indietro con le mani in tasca. Quando giungeva alla finestra sollevava il capo e si fermava, come se avesse riconosciuto qualcuno giù nel viale del parco, poi si girava, mi guardava con occhi assenti e ritornava indietro. Indossava una giacca di lino a quadretti verdi e neri sopra una maglietta e un paio di jeans neri. Gli dissi, per sdrammatizzare, che le scarpe marrone non si abbinavano proprio a quei colori. Mi rispose che erano in tono col colore della fondina della pistola che mostrò a tracolla sotto la giacca. Non so quanto scherzasse in quel momento.

“Ti stai facendo una fissazione. Non credo che qualcuno abbia necessità di spiarti o voglia farti del male. Stiamo indagando a tutto campo e non sembra esserci alcuna banda di malfattori. D'altronde conosciamo bene gli usurai della zona. A modo loro sono brave persone, al massimo qualche minaccia, nessuno arriverebbe a commissionare un delitto”.

“Tuttavia accade che gli usurai ricorrano all’opera di assassini prezzolati per intimidire, per dare una lezione ai debitori che si rifiutano di pagare” continuai io per rinfocolare il discorso nella speranza di trovare quella tranquillità che neppure l’esperienza professionale di Michele poteva darmi.

“Leggi troppi romanzi. Ti ripeto che non è il caso nostro. Se poi si trattasse di uno di fuori, ammesso che Pietro si fosse rivolto a un usuraio di un’altra città, che vantaggi avrebbe questi ad ucciderlo? Essendo Pietro in quella città un perfetto sconosciuto a chi sarebbe servito di esempio? E poi chi gli restituisce i soldi all’usuraio se Pietro muore?”

“Accidenti a me che mi sono immischiato in questo intrigo! Era una precisa regola della mia vita di non impicciarmi negli affari altrui!”

Avevo diffidato sempre di chi mi professava amicizia, di chi apertamente o con fare subdolo tentava di entrare in intimità offrendo confidenze gratuite. A volte mi domandavo se avessi l’aspetto di un prete cattolico, quando venivano a confessarsi ed io, come quello che con grandi smorfie di ribrezzo si tappa le orecchie, mi rifiutavo, fuggivo, mi rendevo irreperibile. Pure le donne mi erano insopportabili quando la relazione diventava seria e cominciavano le confidenze sull’infanzia, sulla gelosia nei confronti delle sorelle, sulla incomprensione dei genitori; tutti argomenti insomma che, come olio sulla strada, rendono il cammino insicuro e scivoloso. La caduta, si sa, è nel baratro di un progetto di convivenza o, peggio ancora, di matrimonio. Alle donne procuravo godimento e pure ne traevo per me stesso, non volevo dare e non chiedevo nulla di più. Non dicevo mai:- Ti amo, ti voglio bene- Dicevo: - mi piaci, ti desidero – Espressioni che appartengono alla sfera fisica del sesso, senza mai sconfinare nel sapore dolciastro del sentimento, in cui due anime vogliono fondersi in un magma amorfo d’estasi infuocata che, maggiore è la temperatura, più si trasforma in dolore cocente, per poi spegnersi nel grigiore della noia e della delusione. Questo io pensavo che fosse giusto, così ero allora. Tuttavia qualcosa era accaduto in quei giorni, che poneva il mondo fuori dal mio controllo: qualcosa di irrazionale come l’amore e la paura era penetrato nella mia esistenza.

“Prima o poi nella vita accade di doversi occupare degli altri. La paura, comunque sia, ogni tanto fa bene, ci ricorda che siamo esseri umani.” Disse serio Tango fissandomi da sopra le lenti rotonde che gli scivolavano sul naso

“E tu hai mai provato la paura?”

“Tutti i giorni. Col mestiere che faccio! Per quanto riguarda poi la vicenda del tuo appartamento, è da escludersi che sia opera di professionisti. Quelli non mettono a soqquadro la casa. Pensa che una signora si accorse che nella villa erano entrati degli estranei dalla scia di profumo che uno di essi aveva imprudentemente lasciato e che fu la traccia che ci portò all’assassino; per il resto, la casa era in perfetto ordine come l’aveva lasciata un paio di ore prima.”

“Perché, la signora poi è morta?”

 “Si, fu uccisa dieci giorni dopo. La torturarono perché era a conoscenza di un segreto che adesso non sto a dirti.”.

“Andiamo bene!”

“Non ti preoccupare, non è il caso tuo. Come ho detto prima, non sono professionisti e nemmeno zingari. Forse drogati, ma di solito quelli sfasciano il mobilio, sporcano le pareti con i prodotti organici, con le urine, per intenderci, o con lo sterco. Ti confesso che nel tuo caso mi sembra opera di un pazzo”

“Chi potrebbe essere?”

 “Per ora non saprei, ma sta pure tranquillo che prima o poi lo prenderemo” Ero completamente frastornato. Tornando a casa pensavo che veramente mi ero fatto coinvolgere in quella storia come un pivello. Mi tornarono in mente con sollievo le parole di Albertini, il suo studio nella penombra di spessi tendoni, il profumo del sigaro mischiato all’odore del pellame delle poltrone. Quella era la vita che mi si addiceva: nella tranquillità di una stanza, tra manoscritti antichi da maneggiare delicatamente con mani esperte. Delicatezza, non quella violenza che adesso era definita pazzia, imprevedibilità, avventura. Nella penombra della sua stanza invece si studiava ciò che non poteva essere imprevedibile, perché era già accaduto tanti secoli fa. Mai avrei pensato soltanto qualche mese prima che un giorno mi sarei preoccupato di Guido, della passione di Susanna, che mi sentissi legato dall’amicizia di Michele, dei Cabrini, e perfino partecipe alle vicende di quella coppia malata di Pietro e Maria fino a rischiare la pelle. Per non parlare della relazione con Adelina che diventava sempre più esigente: non avrei mai creduto di soffrire di gelosia fino alle lacrime, di provare i timori e le impazienze adolescenziali. Sentivo di amarla profondamente e ne provavo sgomento. La possibilità di cambiare aria mi tranquillizzava: era come una buona boccata d’ossigeno. Mi attirava il lavoro di ricercatore all’Università, che ritenevo più interessante e prestigioso di quello da bibliotecario, ma soprattutto pensavo di poter dare un taglio a tutti quei rapporti umani che divenivano sempre più invadenti, che mi tenevano invischiato in storie assurde. Mi domandavo come avrei potuto portare con me Adelina: le avrei trovato un posto nella biblioteca universitaria che sapevo essere molto grande e importante; figuriamoci se prima o poi non avrebbero avuto bisogno di un’impiegata esperta e coscienziosa come veramente lei era sul lavoro. Così infine avrei smesso di pensare a quei misteri che, a detta di Tango, erano frutto della mia fantasia. Insomma, sognavo di rinchiudermi in quel guscio di stoica solitudine che mi proponeva Albertini. Come spesso accade nella vita di cui crediamo essere gli artefici, furono gli eventi, non dico a decidere per me, ma a dare una buona spallata, a spingermi, a costringermi a una decisione che allora rimandavo e che un senso di colpa ricacciava nelle stanze buie dell’inconscio. E fu infine Adelina, con la forza primordiale di una scossa tellurica, a scardinare le porte, ad abbattere le mura della fortezza che io ero, o meglio, dentro la quale mi nascondevo posseduto da timori e  angosce represse.






*

Tamerisco V parte seconda

V

 

Sara e una ferrari




Gli avvenimenti di quei giorni mi avevano reso incredibilmente insicuro e sospettoso.

Un pomeriggio, tornando a casa, vidi la Ferrari rossa, parcheggiata a dieci metri dal mio portone. Era da tre giorni che a quell’ora, proprio quando rientravo dal lavoro, la trovavo parcheggiata nella via, a pochi metri da casa. La cosa mi allarmò non poco. Aveva tutta l’aria di appartenere a un malavitoso. La prima volta la osservai attentamente cercando di mandare a memoria la targa, rimanendo sul portone per almeno dieci minuti nella speranza di vedere il proprietario. Quando salii in casa, spiai da dietro la finestra della camera: l’automobile, nella sua immobilità assoluta, nel suo silenzio, direi quasi nella solitudine in cui era immersa, ispirava qualcosa di ostinatamente minaccioso. Sembrava essa stessa, con la forma affusata, col rosso sgargiante un avvertimento criminale.

Un pomeriggio, preso dallo scoramento, osai avvicinarmi per guardare dentro i finestrini: sul sedile posteriore una giacca verde di grande taglia e numerosi giornali sportivi giacevano spiegazzati e scomposti, come solo li può tenere un uomo dal carattere violento e irascibile. Sul sedile anteriore un pacco di patatine fritte aperto e semivuoto, di quelle patatine che i ragazzi comprano alla biglietteria del cinema, stava in compagnia di un coltello a serramanico chiuso. Quando mi sollevai, una voce mi fece rabbrividire: “Bella, vero? Ce ne sono ancora poche in circolazione di questa serie” Un signore cinquantenne sbirciava sopra le mie spalle: una faccia troppo per bene per essere il padrone della macchina.

Deciso di far luce sul mistero della Ferrari, entrai nel negozio di Sara: un negozio, io dicevo, di cazzate, ovvero di cose inutili e a volte perfino brutte, ma gestito da una ragazza deliziosa.

Sara era figlia di un alto magistrato. Da tre anni abitava in città: iscritta alla facoltà di biologia, non aveva mai seguito una lezione né dato un esame. Aveva aperto un negozietto dove vendeva fiori finti, bambole di porcellana, oggetti vari, per lo più antichi, oppure moderni, ma con un alto grado di stramberia e originalità.

Alta e sottile, di maniere eleganti e delicate, biondina di capelli che portava annodati dietro la nuca alla maniera della nonna, era dotata di una cultura notevole e soprattutto di un fiuto per gli affari, per i giochi in Borsa, le compravendite, che le permetteva di non dipendere dai genitori e di far sopravvivere quel negozio che sicuramente era in passivo, giacché raramente era visitato da un cliente.

Era amica di tutti gli abitanti di Via Ariosto, dal più vecchio al più giovane, e tutti passavano a trovarla anche soltanto per il gusto di scambiare quattro chiacchiere o godere semplicemente della sua presenza fisica. Lei parlava con semplicità e comprensione con chiunque ed era a conoscenza dei fatti di tutti, pur non essendo pettegola, perché tutti andavano da lei a raccontarli. Quando entrai, era arrampicata sulla scala a pulire il lampadario di Murano la cui luce fioca al crepuscolo conferiva un aspetto fiabesco, inquietante, ai fiori finti, ai cristalli, ai volti rosei e pallidi delle bambole, che al tocco delle sue mani lunghe e sottili, appartenenti certamente a una fata, parevano svegliarsi dal sonno degli esseri inanimati.

“Come stai? E’ un po’ che non ti si vede, sei stato via?”

Era veramente bella. Con lei mi sentivo a mio agio, potevo parlare di tutto, non avevo bisogno di scavare fossati, erigere mura, fortificazioni, come era mia abitudine, a causa di questo carattere diffidente e scontroso che da sempre mi tormenta. Dicevo ogni tanto ad Adelina che Sara era la mia madre spirituale, nella speranza di suscitare in lei, per una volta almeno, un moto di gelosia. Le raccontai le mie ultime disavventure: il furto in casa, la proposta del direttore. Chiesi con noncuranza di chi fosse la Ferrari parcheggiata di fuori, senza far vedere che era proprio quello l’interesse precipuo della mia visita. 

“ E’ di un calciatore. Viene a trovare ogni sera le due ragazze che abitano nel palazzo qui a fianco. E si, una macchina così solo i calciatori se la possono permettere!” Mi diedi cento volte del cretino pensando a tutte le angosce che mi ero procurato con quella Ferrari. Si capisce: la squadra cittadina da alcuni anni giocava in serie A; i giocatori erano miliardari, degli stupidi miliardari! Accidenti a lui e alla sua Ferrari! 

Dopo la Ferrari mi ero fissato su un Bedford che era parcheggiato in una laterale vicino a casa. Immaginavo che fosse attrezzato al suo interno di apparecchiature elettroniche d’ascolto: antenne, cuffie, registratori, come se ne vede nei film. A volte passandogli vicino mi aspettavo che emergesse una specie di periscopio, come da un sommergibile. In realtà era soltanto la macchina di un’impresa di pulizie che trasportava scope, secchi, aspirapolvere, lucidatrici.



*

Tamerisco IV parte seconda

IV

Riuione in casa di Luigi



Incontrai ancora una volta Mario Cabrini in casa di Luigi il bello. Ero andato a trovare Luigi con Guido. Ricordo il salotto arredato con un’enorme quantità di suppellettili esotiche. Tutti gli oggetti: spade, pipe, statuine in terracotta, in avorio, vasi smaltati, piatti appesi alle pareti, cofanetti e bambole erano legati a ricordi di viaggi di cui Luigi ci rese ampiamente edotti manifestando una stupefacente memoria per le date e i nomi dei luoghi. Mentre io e Guido giravamo per la stanza di quella specie di museo, Mario Cabrini era seduto sulla Frau con in mano un bicchiere di Chivas, per niente interessato  ai racconti di Luigi. Ritornati tutti attorno al tavolino in radica su cui una geisha in avorio pareva danzare tra le bottiglie di cui Luigi versava in bicchieri di latta il liquido dorato, Mario si riscosse dai pensieri: 

“Convincetelo voi. Luigi non vuole ammettere che non è portato a fare l’impiegato di banca. E’ sprecato là dentro”

“Mario” spiegò Luigi “Vorrebbe che lasciassi la banca per andare nelle Mauritius a lavorare nel suo resort,  non capisce che sono troppo vecchio. Non farei più divertire nessuno. Faccio pena!”

Guido disse: “Ci vado io. Non l’ho mai fatto, ma volendo so fare divertire”.

Lo guardammo stupiti. Guido che intratteneva i turisti era inconcepibile, impensabile, tanto più in quei giorni che lo vedevamo affetto da un tenace mutismo. Mario non parve accogliere la proposta.

“Se trovo Susanna la mando io alle Mauritius, per allontanarla da quella faccenda” disse.

“Quale faccenda?” Mi scappò di domandare.

Mario si divincolò come per liberarsi da lacci che lo imprigionassero, e non diede risposta.

Luigi cambiò abilmente argomento di conversazione, come fa un bravo padrone di casa quando si accorge che il suo ospite è in imbarazzo. Cominciai allora ad associare Mario Cabrini a Susanna, a domandarmi quale relazione c’era tra il ricco capitalista e la ragazza bella, intelligente, brillante ma priva di un quattrino. Mi sarebbe dispiaciuto enormemente se Susanna si fosse concessa a lui in cambio di assistenza economica, magari per proteggere Pietro. Una simile storia, se da un lato mi sconvolgeva, dall'altro lato mi commuoveva e mi portava a disprezzare Mario Cabrini.

Ritornando a casa, feci un pezzo di strada con Guido e gli domandai se veramente era disposto ad andare alle isole Mauritius.

“Perché no. Sono stanco di questa cittadina, della piccineria dei suoi abitanti, del lavoro in biblioteca e perfino di scrivere articoli che nessuno legge mai”.

“A me piacciono i tuoi articoli” dissi

“Dici così perché sei un vero amico. Sono stanco del disprezzo degli altri, di tutti”.

“Esageri. Nessuno ti disprezza. Magari è colpa tua che ti chiudi nel tuo mondo e non ti curi di nessuno”.

Sogghignò, si mise a canticchiare una canzoncina: “Non son degno di te”.

Ci lasciammo all’incrocio di via Mazzini con via Garibaldi. Rimasi a osservarlo mentre si allontanava mani in tasca, il capo chino, e mi venne da pensare che ognuno è artefice della propria infelicità






*

Tamerisco III parte seconda

III

 

Le confessioni di Mario Cabrini

 

Percorrevo viale Atena sotto una cappa d’afa rovente; i vestiti attaccaticci sulla pelle umida. Il viale sembrava senza fine, misurato dal persistere del suono delle rare macchine trascorrenti con ronzio sonnacchioso. Immerso in fantasticherie che non posso riferire, deviai per le strade vecchie, più ombrose. Adelina a quell’ora era a passeggio con la madre nella deliziosa via crucis delle vetrine del centro. Certamente indossava la camicetta viola semitrasparente e la gonna bianca, aderente ai fianchi teneri. La sua pelle chiara e morbida come un letto di petali non sudava, ma traspirava soavemente. Avrei preso volentieri il treno per andare da lei, ma nel pomeriggio non c’erano treni e poi dovevo gustarmi quel breve periodo di libertà, quell’occasione di appartenere a me stesso. Sicuramente quando sarebbe tornata avrebbe avuto voglia di fare l’amore, ed io pure. Erano quelli i momenti più belli, oppure, per troppe aspettative, i più fallimentari.

 “Si, faremo proprio l’amore” Mi dicevo, quando vidi un uomo alto, massiccio, sportivamente, riccamente vestito, che mi osservava con ampio divertito sorriso. Dietro di lui la porta rosa, il cartello verde scritto a mano che mi era, non capivo come, familiare. Mi fece un caloroso, amichevole saluto e dopo alcuni secondi riconobbi Mario Cabrini. Vagabondando ero giunto in via Piave. 

“Come mai da queste parti?” mi chiese stringendomi la mano con vigore. Come potevo spiegare che camminavo sopra pensiero e che il mio inconscio, avendo una gran voglia di fare l’amore, mi aveva condotto davanti alla lavanderia dove avevo veduto per l'ultima volta Susanna? Risposi evasivamente ponendo a lui la medesima domanda.

Se io risposi in termini generici, lui non diede alcuna risposta e prendendomi sotto braccio s’incamminò per il marciapiede. Mi propose di andare a cena insieme e, nonostante i miei ripetuti dinieghi causati dall’innata timidezza, fu irremovibile. Alla fine cedetti per paura che si offendesse. 

La lussuosa Maserati azzurra saliva silenziosa, senza sforzo per la strada tortuosa delle colline . Il tramonto spandeva rossastre chiazze di luce sul verde smeraldo dei prati. Boschetti di querce, qua e là risparmiati alla foga delle coltivazioni, cominciavano a incupire. Andavamo ambedue assorti nei pensieri. Sognavo la mia vita all’università: giornate trascorse nell’ombra odorosa di cuoio e pergamena della sezione manoscritti rari della biblioteca, non più impiegato ma ricercatore riverito dai dipendenti. Non avrei immaginato prima senza repulsione di trovarmi dietro la cattedra ad ascoltare studenti intimoriti, a sorridere davanti ad ogni loro indecisione, balbuzie, dimenticanza. Ora pensavo con un certo meschino autocompiacimento che sarei stato un professore umano, avrei incoraggiato chiunque di loro avesse manifestato un sincero interesse per la materia: Storia del Medioevo, la passione dei miei anni da studente. 

Il condizionatore d’aria ronzava come un’arnia di api e donava a quel paesaggio un’illusione di tenera freschezza. Mario a tratti pareva ricordarsi della mia presenza, mi sorrideva, elogiava il paesaggio, la dolcezza delle colline sfiorate dalla luce radente del tramonto. Io ricambiavo il sorriso senza sapere cosa dire. Mi domandavo se veramente volessi fare il portaborse del professore Pontificato. Perché questo era necessario fare per lungo tempo, prima di scalare l’impervia montagna universitaria.  E poi avrei avuto il coraggio di lasciare gli amici che faticosamente mi ero fatto? Guido, Susanna, Pietro e tutti i colleghi della biblioteca per cui provavo un sentimento ambiguo di disprezzo e di tenero affetto per l’essere rassegnati, rinchiusi in quella gabbia che sapeva di carta stampata. Adelina, poi, si sarebbe mai decisa a seguirmi lontano dai genitori che, divenuti vecchi, avevano sempre più bisogno della sua assistenza, come diceva pensierosa quando doveva comunicarmi che il giorno seguente non ci saremmo visti. Parole che un tempo suscitavano in me una dolorosa gelosia e che ora invece mi procuravano un colpevole sollievo al pensiero che avrei ripreso, per un giorno soltanto, la mia vecchia abitudine della birra e del giornale nel parco. Non mi sarebbe mai stato possibile rinunciare a lei, pensavo. Non avrei potuto vivere con un’altra donna e non volevo diventare come certi professori, pallidi come rami secchi, che passavano i giorni in istituto, dediti soltanto al lavoro.

Ma come si cambia nel tempo! La nostra personalità, gli affetti, le amicizie, tutto è come un grande pastone, una frittata che sul fuoco cambia aspetto: piatta e giallastra da prima, si gonfia in tante bozze, diviene dorata e infine, se ci si attarda, brucia divenendo dura e nera. Anche noi dobbiamo indurire e annerire in quel modo? No, non avrei rinunciato a quel mondo in cui, tutto sommato, mi trovavo bene, per inseguire una sciocca ambizione.

Cabrini aveva preso a parlare delle sue aziende, che facevano grandi affari all’estero, ma che in Italia non decollavano. Marta non voleva informatizzare, robotizzare, per paura di dover licenziare. Non avendo figli, diceva, lei riponeva il suo affetto su chiunque, perfino sugli operai che, poveretti, avevano bisogno di ben altro che del suo istinto materno. Parlava dei suoi operai ora con compassione, ora con disprezzo. “E’ come in Natura, se si vuole che la pianta cresca sana, bisogna potare, potare!” Immaginavo i poveri operai appesi per le mani ai rami di una pianta gigantesca, precipitare con grida di spavento sotto le implacabili forbici di Mario. Imbruniva, l’orizzonte si era spento in un grigio cinereo. A valle un caldo vapore nascondeva la città. 

 “Da Massimo” era il migliore ristorante delle colline. Per i suoi prezzi era frequentato quasi esclusivamente dai ricchi. Quando la Maserati di Cabrini varcò il cancello della villa liberty, il caposala si affrettò a venirgli incontro con fare dignitosamente servile, dondolando il ventre prominente sotto la camicia di seta bianca e i pantaloni neri.

Lasciata l’automobile nelle mani esperte di un giovane scudiero, entrammo nella sala da pranzo, dove regnava una fresca penombra: un ambiente raffinato di piccoli tavoli quadrati alla francese, ricoperti da tovaglie di lino finemente ricamate. L’argenteria di lusso e i cristalli sui piani mandavano una luce discreta, riflettendo le lampade a centrotavola. Naturalmente non mancavano i fiori che il cameriere si premurava di portare via non appena i clienti avevano occupato le comode poltroncine.

Tra una portata e l’altra, che imbandivano senza che ordinassimo, tra un bicchiere di vino rosso d’annata e abbondante acqua minerale gassata, da me preferita a qualsiasi altra bevanda, la conversazione, o meglio il monologo di Mario continuava senza sosta: le sue preoccupazioni, la vita faticosa e infelice dell’imprenditore era seguita, quasi a compensare la sofferenza, da  minuziose descrizioni di pranzi, feste, avventure sentimentali o meglio sessuali. Un pesante torpore s'impadronì inesorabilmente del mio cervello. Le palpebre non stavano più su, la vista a tratti mi si annebbiava. Di fronte, il viso lentigginoso, abbronzato di Mario si sfocava, apparendomi come un pollo  fluttuante tra i fumi del forno.

“Ma veramente non aspettavi Susanna davanti alla lavanderia?” Questa domanda, buttata a bruciapelo in mezzo alla palude di tante inutili chiacchiere, mi riportò improvvisamente alla vigile, concreta, icastica realtà del ristorante. 

“Non vedo Susanna da quando la andai a trovare con Guido e Adelina”

“Abitava da noi. E’ scomparsa. Fa sempre così: improvvisamente ti pianta in asso e poi ricompare quando meno te lo aspetti.”

“Mi sembra di capire che sia in grave pericolo!”

“Certo, in grave pericolo” Disse pensieroso, lasciando cadere il discorso.

Quando il cameriere portò il conto, chiesi di poter offrire, ma Mario sorrise dicendo che lui pagava a sé stesso. Insomma, quel ristorante era di sua proprietà. Mi tornarono in mente le parole di Guido: “Vedi, i ricchi, i veramente ricchi, tu non immagini nemmeno che cosa possiedono. Se pensi che abbiano una fabbrica, scopri che sono padroni di ville, barche, attività strane nei posti più impensati. Quando immagini che abbiano tutte queste cose hanno invece solo debiti”.

Quando discendemmo in città, era notte fonda, quasi mezzanotte, . Mario aveva esaurito gli argomenti e taceva. Io dormivo con il capo ciondoloni a ogni curva.

 

*

Tamerisco II parte seconda

II                                              



Era Luglio inoltrato, l’igrometro segnava umidità al cento per cento. I pochi abitanti rimasti in città erano pesci in un oceano tropicale: variopinti, pacifici, avidi consumatori di plancton; alcuni, pochi per fortuna, erano grigi, feroci carnivori sempre alla ricerca di prede. Le sirene urlavano giorno e notte portando feriti dall’autostrada e cuori infartuati dalla calura estiva. In viale Mameli, dentro un cassonetto dell’immondizia era stato trovato un feto di sei mesi; nel quartiere di S. Giacomo, il quartiere residenziale appena sorto sulle prime colline, in riva al fiume che d’estate scorre maleodorante o meglio non scorre affatto, due anziane signore avevano trovato un barbone morto, orrendamente mutilato alle mani e ai piedi, come se avesse subito una crocifissione.

La biblioteca era frequentata da pochissimi lettori e presto sarebbe stata chiusa al pubblico per quasi un mese. Saremmo rimasti solo noi, impiegati appena assunti, a catalogare volumi su volumi, e il dottor Albertini, il direttore, che non andava mai in ferie. Raramente egli veniva fuori dalla sua tana di serpente marino lucido e grasso, con il sigaro in bocca, a domandare questo o quel testo: per lo più manoscritti del quattrocento rinchiusi in un armadio di noce massiccia al riparo dalla luce del giorno. Albertini era uno studioso di filosofia del Rinascimento. I suoi articoli erano comparsi su riviste prestigiose e a suo tempo avevano fatto scalpore per l’audacia e l’originalità delle idee. Avrei voluto conoscerlo meglio, m’incuriosiva la sua mole imponente, contornata sempre dal profumo del sigaro: pareva un giocatore d’azzardo, piuttosto che uno studioso. Ed era forse quel gusto per il rischio, trasfuso nei suoi scritti, che lo aveva reso così famoso.

Albertini se ne stava sempre rinchiuso nel suo studio per affacciarsi solamente quando sentiva passare una grossa preda succulenta, cioè uno di quei manoscritti rari e preziosi che noi  maneggiavamo con mille precauzioni, mentre lui brandiva come mazze da baseball, senza mai sgualcire una pagina. In quei giorni di scarsa affluenza di lettori emergeva più spesso dal suo speco domandando ad alta voce “Dove sono i miei cretini?” e sedutosi sopra una Savonarola col sigaro serrato tra le labbra, si guardava attorno tentando brandelli di conversazione con chi gli passava a portata di mano.

E se era di malumore mi diceva: “ Senta Cretini, ha mai pensato di cambiare cognome?” 

“E tu hai mai pensato di cambiare quella faccia da scemo?” pensavo, quando la mia luna nera si scontrava con la sua. 

Il cognome della mia famiglia in origine era Cerini; quando iniziarono le persecuzioni degli ebrei mio nonno fece cambiare il cognome, falsificando i documenti, e si rifugiò con tutta la famiglia in Svizzera. Forse fu un rigurgito antisemita del falsario a cambiare il cognome da Cerini in Cretini. Tuttavia, finita la guerra, mio nonno decise che quello sarebbe stato per sempre il nome della nostra famiglia. 

Se invece Albertini era di buon umore si soffermava in elucubrazioni sul pensiero di Pico della Mirandola, di cui era uno dei massimi esperti, e quando parlava del Ficino, della magia, la sua voce calda e pastosa assumeva risonanze cavernose, i suoi occhi risplendevano di una luce la cui sorgente pareva collocata in regioni remote del tessuto cotonoso del suo cervello. E da certe allusioni si capiva che non gli era estraneo l’uso delle formule magiche. 

Fu uno di quei mattini che il direttore mi fece una proposta sorprendente.   Era mezzogiorno quando s’affacciò alla porta del suo studio contornato dal consueto zaffo di sigaro. 

“C’è il dottor Cretini?” chiedeva guardandosi attorno. Io ero al mio tavolo intento a riordinare le riviste letterarie appena arrivate. All’udire la sua voce, un campanello d’allarme mi suonò nell’orecchio: di solito mi chiamava per cognome quando voleva fare dell’ironia, l’aggiunta del titolo burocratico conferiva alcunché di nuovo e di grave al motivo di quell’uscita. 

“Eccomi!” risposi sporgendomi a fianco della pila di libri. 

“Vuole accomodarsi nel mio studio?” 

Mi sedetti su una poltroncina stile rococò sorseggiando di malavoglia un liquore fatto in casa, riesumato da uno scaffale, che non avevo avuto il coraggio di rifiutare. Egli stette per un po’ a gingillarsi in piedi con un volume rilegato in cuoio. 

“L’ho chiamata perché avrei da farle una proposta: lei mi sembra un giovane intelligente e di buona volontà. Leggo nel suo curriculum che ha riportato degli ottimi voti al corso di laurea…

Ebbene, per arrivare al dunque, un mio carissimo amico, il professore Luciano Pontificato, docente di Storia Medievale, mi ha scritto domandandomi di indicargli un giovane dalle caratteristiche che mi sembra ravvisare in lei, per un posto da ricercatore nel suo istituto” Fece una pausa osservandomi a lungo con quegli occhi neri e fastidiosamente penetranti per studiare la reazione che avrei avuto alle sue parole. 

Tormentai il bicchierino tra le dita: un bicchierino di cristallo sfaccettato, di modernariato, probabilmente superstite di un servizio prestigioso.

“Caro ragazzo, è un’occasione unica, importante. Può essere l’inizio di una brillante carriera, di una vita di studio, di approfondimento spirituale.

Vedi, al tempo d'oggi, tutto sembra galleggiare in superficie. Soltanto chi ha la possibilità di approfondire, di scavare può dire di essere, di esistere veramente. Gli altri sono fantasmi, aria, fumo, Perelà!

Noi siamo fatti d’altra materia: materia cerebrale, materia pensante. E’ nostro dovere ricercare nuove strade, aprire il futuro agli esseri vegetativi che ci stanno attorno, a volte pure a scapito della salute, della libertà, della vita stessa. Pensi a Campanella, a Giordano Bruno, al Galilei. Quelli tuttavia erano altri tempi, erano altri uomini!” A questo punto si fermò perso nei pensieri, come spesso gli accadeva quando, come in una specie di macchina del tempo, approdava in quello a lui più familiare del passato.

Da parte mia non sapevo come comportarmi: avrei dovuto forse fingere di essere felice, mostrare sorpresa e gratitudine per quell’occasione inattesa, per la stima che mi manifestava e che di certo non mi sarei mai aspettato, oppure avrei dovuto dimostrare una diffidente cauta sospensione degli eventi. Atteggiamento quest'ultimo che ebbe a vincere, pensando ai nuovi amici che mi ero fatto in quella città: Guido, Michele, Luigi; e a come avrei potuto vivere lontano da Adelina, intraprendere una via completamente nuova, con tutti i rischi che tale scelta avrebbe comportato, rinunciando al lavoro in biblioteca, che non mi dispiaceva. Soprattutto non credevo di essere quell’intellettuale votato alla castità e al martirio come lui mi dipingeva. 

Quando ritornò nel mondo dei viventi diede una profonda aspirata al sigaro

“Purtroppo siamo chiamati a fare le scelte più importanti quando siamo giovani e immaturi. Per questo la vita è più il risultato della fortuna che della virtù! E per giunta siamo riluttanti a dare ascolto a quelli che la vita l’hanno già vissuta e quegli errori li hanno commessi”. 

Mi sembrava di avere già vissuto quella scena. Rimasi pensieroso sulla poltrona per un tempo interminabile, con grande meraviglia, forse dispetto, del direttore che si aspettava un mio entusiasta, pronto consenso. Chiesi se potevo pensare un attimo, prima di dare una risposta. Mi disse che non c’era fretta, che la cosa si sarebbe realizzata in autunno, che avevo tutto il tempo per rifletterci.

Quando ritornai al tavolo delle riviste, mi domandavo dove e quando avevo già vissuto qualcosa di simile. Adelina si avvicinò furtiva, come sempre faceva quando non voleva che gli altri colleghi sapessero: “Com’è andata, cosa vuole?”

“Mi ha domandato se voglio fare il ricercatore all’Università” 

“Che onore! E tu?” 

“ Gli ho detto che ci penserò” Risposi asciutto. Adelina scosse la testa perplessa; con quella camicetta bianca, la gonna blu e il largo fiocco pure blu attorno al collo sembrava una collegiale. Il suo aspetto mi riportò all’infanzia, ai banchi della scuola elementare: avevo dieci anni, ero nel tinello a casa dei miei, una casa di campagna che agli occhi del bambino era grandissima, circondata dal giardino con tanti fiori d’ogni specie. Mia madre li curava amorevolmente, al punto che ne ero geloso. Dietro c’era l’orto con le melanzane, i cavoli, i pomodori e non so quali altri ortaggi la cui cura era di competenza di mio padre, e un grande albero di cachi, proprio di fronte alla finestra della mia camera, che in autunno faceva dei magnifici frutti e venivano passeri e merli a beccare i suoi pomi gialli e succosi. Era il mio passatempo preferito cacciarli con la fionda e poi con la carabina che mi regalarono per il decimo compleanno. Avevamo appena pranzato e lo zio sorseggiava il caffè corretto in compagnia di mio padre. Parlavano del mio futuro,  lo zio diceva le stesse cose che aveva detto Albertini: che le scelte si fanno quando si è troppo piccoli,  che ero un bambino e che i miei genitori dovevano essere più autoritari e una decisione così importante per il mio futuro la dovevano prendere loro. Non era giusto lasciare a me lla responsabilità di una scelta di cui potevo pentirmi quando sarei diventato grande. La decisione di vitale importanza era di mandarmi in collegio in città una volta finite le elementari. Io avevo opposto un rifiuto deciso, affermando che sarei scappato alla prima occasione e che non mi avrebbero più rivisto.

Mio padre era un uomo di spirito libertario e democratico e avrebbe fatto un torto a sé stesso piuttosto di costringere chiunque, anche un bambino, a fare alcunché contro la propria volontà. Mia madre prese sul serio le mie minacce, e poi voleva la mia felicità: non poteva pensarmi lontano e triste, in collegio. Così, nonostante le insistenze dello zio, feci le scuole statali a due passi da casa.




 

*

Tamerisco parte seconda

I

 

Piero consegna la busta a Pergamena

La relazione con Adelina subisce una nuova frequenza

 

 

Non avevo detto ad Adelina della busta che mi aveva affidato il padre di Pietro, e in verità neppure con Michele ne avevo mai parlato. Rinviavo di giorno in giorno il momento in cui avrei deciso di andare a trovare Pietro nel palazzo dei Pergamena dove si era rifugiato. L’idea di entrare in quell’atmosfera gravida di tristezza mi pesava sull’anima e trovavo ogni giorno una scusa per rimandare. Un pomeriggio in cui la città era coperta da un cielo grigio e piatto, finito il lavoro, mi recai da Pietro. Rimasi a lungo nel vicolo a guardarmi attorno, fantasticando, immaginando come potesse essere quella parte della città nel medioevo: pochi casolari in mezzo alla campagna, poi, col lento espandersi della città e l’abbattimento delle vecchie mura, erano sorti i palazzi dei potenti di cui i Pergamena facevano parte. Palazzi sontuosi su vicoli fangosi e maleodoranti. Infine fu posto l’acciottolato che tappezza tuttora la stradina. Indugiavo nella speranza d’incontrare Pietro nei paraggi di casa, ma non si fece vivo; così mi decisi ad entrare nel cortile del paggio dal naso mozzo la cui presenza, non capivo perché, mi produceva uno spiacevole turbamento. Si udiva provenire da una finestra l’inconfondibile voce della Callas in “Un bel dì vedremo” dolce e inquietante. Scampanellai alla porta, mi aprì Maria nella solita veste da camera. Il suo aspetto mi sembrò migliorato: il viso era meno cereo, le ombre viola intorno agli occhi erano meno intense, sebbene la magrezza non fosse cambiata, l’addome appariva emno prominente. Pietro non era in casa. Mi offrì un infuso di malva che trangugiai a malincuore. Odiavo gli infusi, una fobia maturata da bambino a causa delle innumerevoli camomille che ero obbligato a bere per i frequenti dolori di pancia di natura scolastica. Le porsi la lettera che lei pose sul tavolo senza mostrare alcun interesse per il contenuto.

“Grazie, sei l’unico amico che gli sia rimasto. Lo hanno abbandonato tutti”.

Non capivo chi fossero questi tutti, comunque fui felice di essere l’unico che non lo aveva abbandonato. 

“Persino i suoi non vogliono più saperne di lui. E’ la terza lettera che ci inviano" disse indicando con un’espressione di disgusto la busta giallina, di carta riciclata che giaceva sul piano del tavolo.

“ Non fanno altro che domandare a Pietro di rinunciare alla sua parte nell’azienda di famiglia. Sono gli ultimi pochi soldi che gli rimangono giusto per vivere”. 

Le domandai se c’era qualcosa che potessi fare per loro. Lei mi guardò intensamente e la musica della Madame Buterfly penetrò lieve come una farfalla dalla fessura delle imposte socchiuse. Quando mi congedai con un caloroso quanto improbabile “arrivederci”, avevo in me un sapore agrodolce, un fremito, un tic nervoso alle palpebre, e tuttavia la soddisfazione di essermi  tolto quella spina. Erano le diciotto, dovevo tornare a casa perché stava per arrivare Adelina.

Da quando mia madre mi aveva fatto capire, a modo suo, che sapeva che io e Adelina eravamo molto più che amici, la nostra relazione aveva assunto un ritmo regolare, come accade in tutte le relazioni di lunga durata e dopo il matrimonio. Facevamo l’amore il martedì, il venerdì e la domenica. Quello della domenica era il più bello perché Adelina passava tutto il giorno dai suoi genitori. Io assaporavo un tempo di libertà, tutto per me stesso. Pranzavo in trattoria, se era bel tempo facevo una passeggiata al parco o incontravo Guido con cui si discorreva di tutto, ma principalmente del suo lavoro di scrittore della pagina culturale di questo o quel giornaletto. A fine serata non vedevo l’ora che Adelina ritornasse. Non potevo fare a meno di lei. 

Quando udivo i suoi passi per le scale, immaginavo la sua impazienza di infilarsi sotto le lenzuola.

Gli altri giorni, più raramente si cenava in casa, di solito si andava fuori, in trattoria per un piatto di spaghetti o la pizza. Spesso si univano a noi Michele e Lucia, che fingevano di essere soltanto buoni amici, Luigi il bello, come tutti noi lo chiamavamo e  Guido che in numerosa compagnia faceva scena muta, e a me questo dispiaceva.




 

*

Tamerisco XIX

XIX



In quei giorni decidemmo di non vederci più a casa mia. Per circa un mese i nostri incontri avvennero all’Hotel Amedeo: un piccolo albergo di quaranta stanze, una costruzione moderna tutta vetri e travi d’acciaio posta al limite della zona industriale. Ci si arrivava comodamente in autobus, la cui fermata distava dall’albergo duecento metri di strada asfaltata con un ampio marciapiede in porfido, costeggiato da capannoni industriali e negozi all’ingrosso. La stanza era piccola, ma con arredo molto funzionale: il bagno, in marmo rosa e nero con rubinetteria costosa perfettamente funzionante, era fornito di saponette, schiuma da bagno, shampoo, asciugacapelli e una gran quantità di salviette di cotone e carta igienica. Il letto era comodo e le lenzuola bianche erano anch'esse di un buon cotone. Percorrere quella strada insolita, quasi sempre deserta, mano nella mano, entrare nell’albergo dove ormai non ci domandavano più i documenti e ci davano sempre la stessa stanza, donava a quegli incontri un sapore di segretezza, d’avventura, che rinfrescava la nostra relazione, come la sfumatura di un sapore nuovo, a volte semplicemente alcune gocce d’aceto, basta a rendere nuova e interessante una pietanza  cui il nostro palato è fin troppo assuefatto. Passavamo moltissimo tempo, prima e dopo l’amore, a fare congetture. Non capivamo l’interesse dei criminali nei miei confronti, soprattutto dopo che avevo consegnato la lettera a Tango. Strano poi che Michele non mi dicesse nulla del contenuto di essa! Eppure eravamo usciti insieme parecchie volte, perfino con Adelina e Marta, sua ex moglie. Era nata tra noi una notevole amicizia e confidenza. Eppure lui era capace di parlarmi delle cose più intime, ma del suo lavoro e dell’affare Pietro non parlava mai. Se io facevo qualche tentativo di entrare in argomento, lui sorvolava arrotondando gli occhi incorniciati dalle sopracciglia folte, ciondolando il capo con aria distratta, come faceva sempre quando non voleva essere coinvolto nella conversazione. 

“Forse c’era l’elenco dei creditori di Pietro, oppure…”

“Mi sembra strano, diceva Adelina, per quanto grande sia la cifra, che questi si accaniscano a tal punto contro chiunque abbia avuto contatti con gli amanti diabolici.” Così chiamava Pietro e Susanna, ricordando un episodio di cronaca nera che tanto tempo fa aveva occupato le pagine dei quotidiani. “Deve esserci sotto qualche cosa di più grosso”.

Nella stanza c’era l’aria condizionata e Adelina si copriva col lenzuolo. Questo stuzzicava la mia curiosità. Avevo scoperto che accarezzare il suo corpo nascosto sotto il lenzuolo, iniziando dai piedi per risalire lentamente lungo le gambe e le cosce, scoprendole piano piano, era una manovra che mi procurava un gran piacere, un’eccitazione tanto più grande quanto più Adelina protestava che aveva freddo. Mi pareva di aver fatto un notevole passo avanti: amavo il suo corpo, l’armonia delle membra, la bellezza delle  forme, del suo viso. La mia anima baciava il suo corpo tenero e candido di creatura celeste. Passavo attraverso una nube di zucchero filato trattenendone il sapore dolcissimo. 

Lasciavamo l’albergo avendo pagato in anticipo il conto per una notte, come due amanti clandestini.








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Tamerisco XVIII

XVIII

 

Piero incontra lo zio di Pietro.

Altra busta

 

Il mattino seguente telefonò Alberta per annunciarmi che lo zio era morto, quello grazie alle cui raccomandazioni avevo ottenuto il posto in biblioteca.

Chiamai la biblioteca e rispose Guido; avvertii che sarei stato assente per quella giornata e forse anche di più. Mi feci passare Adelina e le dissi che avevo quell’impegno, che ci saremmo sentiti.

Presi il primo treno e fui a casa a mezzogiorno, il tempo di vedere mio zio prima che chiudessero la cassa. Il fratello di mia madre era single e viveva in un appartamento attiguo al nostro. Mia madre lo accudiva come faceva col marito e con i figli. Spesso era a tavola con noi. Era insomma uno della famiglia. Per questo motivo fui emozionato fino alle lacrime a vederlo sdraiato nell’abito buono confezionato dal sarto di città che lui indossava nelle grandi occasioni: quale occasione più importante del proprio funerale. Il viso immobile, la bocca livida sotto la fila di baffetti che gli ornavano il labbro superiore; baffi che da vivo gli donavano un aspetto severo e importante, e ora da morto erano come sbiaditi, impotenti a sentire il soffio del respiro che lui asmatico emetteva con un piccolo sibilo appena percepibile da chi gli fosse accanto. Il funerale fu imponente; c’erano il sindaco e i consiglieri comunali, c’era pure una delegazione di professori del liceo classico venuti dalla città con un pulmino. Santoni, il mio professore di storia e filosofia, mi abbracciò paternamente e mi domandò cosa facessi. Quando seppe che ero impiegato alla biblioteca comunale disse che ero sprecato in quel luogo, che avevo la stoffa dello studioso e dell’insegnante. Risposi che era un lavoro provvisorio, non privo di motivi d’interesse, che tuttavia avrei presto fatto domanda per un posto di professore a scuola.

“Allora fai presto, tra poco scadono i termini delle domande; c’è ancora bisogno, tanti posti sono vacanti”.

Sulla strada di ritorno dal cimitero, che distava poco più di un chilometro dalla casa dei miei, mi si mise al fianco un signore, alto e magro, i baffetti come mio zio. “Lei è Piero; ero molto amico di suo zio, grande persona, i suoi scritti sono fondamentali per chi studia filologia romanza. La riconosco perché mio figlio mi ha parlato di lei. Sono il padre di Pietro.”

Rimasi un attimo a raccapezzarmi prima di capire chi fosse questo Pietro figlio del signore che avevo a fianco.

“Mio figlio è scomparso. Nessuno della famiglia l’ha più sentito. Noi siamo molto uniti, per questo motivo il suo comportamento non è normale. Forse lei sa dirmi cosa gli è accaduto”. Risposi, non so perché mentendo, che non ne sapevo nulla, che io pure non vedevo suo figlio da tempo. Mi consegnò una busta: “Se lo vede, gli consegni questa. E’ del notaio; pare che Pietro gli abbia inviato una specie di testamento. Siamo allarmati!”. Un’altra busta, pensai, deve essere una mania di famiglia.

Quando fu l’ora di partire tra saluti e abbracci, mia madre mi disse di salutare Adelina con un tono che voleva sottintendere che era a conoscenza della relazione che c’era tra noi. Aveva senza dubbio parlato con mia sorella che aveva capito tutto.

Da parte mia, avevo meditato a lungo se fosse il caso che mi fermassi a casa dei miei per un certo tempo. Ne avevo parlato per telefono con Tango che mi aveva sconsigliato; era meglio, diceva, non immischiare altri in quella brutta faccenda. Del resto non avrei potuto lasciare sola Adelina. Forse i delinquenti erano a conoscenza della nostra relazione e non avendo trovato niente a casa mia, avrebbero potuto pensare che lei ne fosse in possesso. Aggiunse che la scientifica aveva trovato nel cestino della spazzatura il coltello di cucina che era servito a sventrare il materasso e i cuscini, c’erano numerose impronte, tutte dello stesso individuo, ma nessuna apparteneva ai soliti criminali di cui gli usurai si servivano per inscenare la loro opera intimidatoria. “Evidentemente colui che è entrato in casa tua non è uno specialista. Cercava qualcosa…” 

Cosa mai cercasse, non riuscivo proprio a immaginare.




 

*

Tamerisco XVII

XVII



Quel pomeriggio incontrai Luigi alla libreria S. Giovanni, dove mi fermavo almeno una volta la settimana per vedere le novità, .

“Non ti basta vivere tutto il giorno in mezzo ai libri?” disse sbirciando il volume che tenevo in mano, un’edizione economica di “Gente di Dublino” che mi attirava per l’estesa prefazione e l’accurato commento critico.

“Già, è proprio una droga!” risposi.

Dopo aver scambiato qualche battuta, ci perdemmo di vista. Lui salì al primo piano, verso la sezione dei viaggi e delle cartine geografiche, io continuai a scartabellare romanzi e libri di poesia. Ci ritrovammo alla cassa e uscimmo insieme. Percorremmo la strada fino al bivio di Via Ariosto parlando di Adelina, della loro amicizia dai tempi del liceo. Scoprimmo di avere alcuni amici in comune. Era alquanto prematura la nostra nostalgia per la giovinezza, considerato che ne eravamo nel bel mezzo.  Ci salutammo promettendo di rivederci presto.

Tornato a casa, tentai di aprire la porta, ma la chiave stentava a girare. Riprovai più volte infilandola con forza, poi estraendola dolcemente, per far coincidere i dentini con l’ingranaggio della serratura. Quando finalmente riuscii ad aprire, lo spettacolo che mi si presentò era simile a quello di uno stadio di calcio dove avevano bivaccato i fans di una rockstar, o quello di una strada dove era passato un corteo di no global. Avanzai tra vetri rotti, cuscini spiumati, cocci di piatti e tazze, suppellettili di cucina che spostavo cautamente col piede. Nella stanza da letto il materasso giaceva per terra facendo mostra del contenuto in lattice, come un addome squarciato fa mostra delle proprie interiora. Così pure la pattumiera riversava sul pavimento lattine di birra e fogli di carta appallottolati. La biancheria e i libri erano sparsi ovunque, sgualciti, alcuni laceri: solo Gozzano aveva conservato la sua posizione sul comodino e pareva un generale che contemplasse da un’altura le proprie truppe disperse dopo la sconfitta. Provai rabbia, umiliazione e poi oscura paura. Ritornato all’ingresso lanciai uno sguardo rancoroso al monolito che se ne stava là col suo cazzo inutilmente duro, come se fosse stato suo dovere difendere la casa, o per lo meno fare la guardia, avvertire che degli estranei erano penetrati proditoriamente, forzando la serratura.

Chiamai Tango che mi intimò di non toccare nulla, che sarebbe arrivato immediatamente. E così fu: Michele arrivò in compagnia di due agenti. Perlustrarono l’appartamento spostandosi come felini, con passi felpati, sollevando da terra una tazza, un cuscino, la penna biro, una forchetta, il coccio di un piatto andato in frantumi. Finito il lavoro, i poliziotti andarono via. “Sono specialisti della Scientifica, sono scienziati, a loro non sfugge nulla” Disse Michele.

Quando era preoccupato, i suoi occhi diventavano due fessure impenetrabili. Eravamo rimasti noi due in piedi, sulla porta di casa, a contemplare pensierosi quello spettacolo di macerie, mentre la sera penetrava silenziosa dalla finestra con le luci della strada.

Andammo a mangiare una pizza alla “Bella Napoli” e Tango mi disse di non tornare a casa perché poteva essere pericoloso. Era evidente che, qualsiasi cosa cercassero, non l’avevano trovata. Non era certamente la banda di zingari che in quei giorni aveva visitato parecchi appartamenti: loro vanno diritti ai soldi e agli oggetti di valore di cui conoscono i nascondigli, per intuito infallibile o per esperienza. Non si accaniscono, come nel mio caso, con i cuscini o con il secchio della spazzatura. Quelli erano altri ladri, forse non erano nemmeno ladri. 

“Non ne sono sicuro ma il tutto potrebbe essere collegato con la faccenda di Pietro”

“In che modo?”

“Non lo so, ma se lo fosse lo scopriremo presto” 

Tormentava la cornice bruciacchiata della pizza che era avanzata nel piatto. Ordinammo un’altra birra.

“Non per spaventarti, ma probabilmente, se tu fossi stato in casa, ti avrebbero percosso per farti dire dove nascondevi quella certa cosa che cercavano. In questi casi qualcuno è stato ammazzato”

A quelle parole il cicaleccio allegro e spensierato della pizzeria si era staccato da me come un vecchio intonaco. Mi sentivo solo, nudo e triste. Usciti per strada, il calore umido della notte mi si appiccicava addosso con i vestiti. Le insegne a neon dei negozi vaporizzavano l’aria pregna d’acqua sfumando i colori delle scritte luminose. Camminavamo in silenzio. Non avevamo voglia di parlare. “Credevo di essere fuori da questa faccenda. Sono preoccupato per Adelina. Voglio dire che se Adelina fosse stata in casa…”

“Dove vai a dormire stanotte?”

“In un albergo, penso, al Buton.”

“Vieni a casa mia, se ti accontenti di un divano. E’ un divano letto comodissimo. Ci ho dormito parecchie notti, tutte le volte che litigavo con Marta” 

“E Marta chi sarebbe?” 

“Di solito gli interrogatori li faccio io! Marta era mia moglie. Lo è stata fino a sette mesi fa. Siamo separati.”

La casa di Michele era in fondo alla strada della pizzeria e la raggiungemmo in pochi minuti. Evidentemente la scelta della “Bella Napoli” non era stata  casuale: aveva già il proposito di ospitarmi. Seduto, dovrei dire stravaccato sopra una comoda poltrona in pelle nera, di modernariato, sorseggiavo lentamente un Chivas guardandomi attorno, mentre Michele nella stanza accanto faceva non so quali e quante telefonate. Quando tornò in salotto notò che i miei occhi si erano posati sulla foto di una bella ragazza bruna, dagli occhi intensi.

 “Quella è Marta, la mia ex moglie”

“Carina!” 

“Si, e pure molto intelligente”

L’appartamento denotava la mancanza di una donna, come il mio: le cose troppo in ordine o troppo in disordine, l’assenza di quelle suppellettili che ingentiliscono l’ambiente, libri e CD sparsi dappertutto.

“Il lavoro non mi consente di avere una famiglia. Marta non capiva perché tornassi a mezzanotte e magari saltassi giù dal letto alle due, perché rischiassi la pelle per poche lire. In realtà io pure mi pongo a volte questa domanda. Sai com’è, si litiga perché non ti  presenti alla cena di Natale. Poi ti dimentichi l’appuntamento del teatro, poi devi andare in ferie e lei è costretta a partire da sola perché ti hanno chiamato per un’urgenza. Poi si va a litigare per ogni minima cosa e la vita in due diventa insopportabile” Gli rimase appiccicata al viso un’espressione tristemente pensierosa. Il ventilatore a soffitto smuoveva l’aria con una sensazione fittizia di fresco. Numerose zanzare punteggiavano la parete, aggrappate al muro, non osando navigare nell’aria ondosa. “Tieni sempre la finestra aperta? Non ti divorano le zanzare? Dovresti almeno metterci una zanzariera.”

“Sono alquanto claustrofobico e pure d’inverno la tengo aperta. Ti metto l’apparecchio per le zanzare. Questo è il divano- letto: è spazioso, abbastanza lungo per le tue gambe. Ci dormirai bene.”






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Tamerisco XVI

XVI

 

Preoccupazioni del commissario Tango




Un dì si venne a me Malinconia / e disse: “Io voglio un poco stare teco”.

Il primo verso di questa bellissima poesia di Dante Alighieri, che per me potrebbe essere il testo di una canzone francese dell’epoca della Piaf e di Sartre, stava a titolo di un libricino che trovai sui tavoli di un congresso di Psicologia che si teneva nelle sale attigue alla biblioteca.

L’acquistai senza sapere di che cosa trattasse, soltanto attratto dal titolo. Quante volte acquistiamo un libro perché ci piace il titolo o il disegno sulla copertina: 

“I fiori del male” di Baudelaire, per esempio, è in prima fila sui banchi di tutte le librerie. Chi, pur non avendo mai letto una poesia, non ha comprato quel libro? E magari qualche anno dopo, dimenticatosi di possederlo, lo ha acquistato di nuovo.

Così tutti noi ci troviamo a possedere almeno due o tre edizioni di “Les fleurs du mal” avendone letto se va bene due o tre poesie.

La fortuna presso il grande pubblico e la sua diffusione, pur non essendo un testo di facile lettura, sta nel felice ossimoro costituito dai fiori e dal male, e dal fascino che la malvagità esercita sulla nostra anima.

Così a causa del bel verso di Dante in copertina non seppi resistere all’impulso di acquistare il libro. Quando lo sfogliai capii che l’argomento era difficile e complesso e richiedeva una lettura attenta e continua, non frammentaria e superficiale, come usa essere la mia. Decisi pertanto di dedicargli il tempo delle vacanze. Proposito che non ho mai mantenuto, sebbene siano passati alcuni anni e parecchi periodi di ferie.

Fu nelle prime pagine di questo libro che trovai la considerazione che gli antichi Greci, fino al quinto secolo AC., non avevano la nozione del corpo come un tutt’uno, come armonia delle parti. Essi, bensì, concepivano le parti del corpo a seconda della loro funzione: la pelle come involucro, gli arti per il sostegno e la motricità, la psiche  era pneuma, cioè respiro. Essa era parte fisica del corpo e fuggiva con l’ultimo respiro, oppure col sangue, dalla ferita mortale, per divenire ombra nell’Ade.

Il soma, il corpo intero, era il cadavere inerte. Soltanto dopo il quinto secolo, i Greci acquistarono un’immagine unitaria e armoniosa del corpo umano. La Psiche divenne allora anima immortale, in un certo senso antagonista del corpo stesso.

Facevo pressappoco questi pensieri una mattina in bagno mentre mi sbarbavo, operazione che per me è fonte e occasione di profonda meditazione. Mi dissi che ero un greco arcaico, che dovevo evolvermi, progredire; dovevo considerare Adelina come un’armonia, un bel corpo di donna viva, con un’anima ricca e interessante. Consideravo che se avessi raggiunto a letto una forma così elevata di civiltà, sicuramente il nostro rapporto ne avrebbe tratto un notevole giovamento, sia per quanto riguardava l’attrazione puramente fisica, sia per l’amore spirituale. Questi due processi dovevano incontrarsi a letto: la mia anima doveva baciare il corpo di Adelina, il mio corpo doveva baciare  la sua anima. Come fare? Decisi di parlarne con lei nei termini chiari, come ora ne ho riferito.

Stavo appunto sbarbandomi quando una scampanellata nervosa mi distolse bruscamente dalle meditazioni. Andai alla porta: era Gina in veste da camera, il viso sfatto e assonnato. “Mi sono alzata all’alba per te” Mi disse con aria di rimprovero “Per parlarti. Ieri è venuta quella ragazza bionda, molto bella, ti cercava, aveva premura. Io non sapevo dov’eri né come cercarti. Avevi il cellulare spento. Così è andata via. Era molto agitata” Mi disse con un tono come se fosse stato mio dovere informarla d’ogni recapito; mi sentii colpevole di avere spento il cellulare, quasi a volermi nascondere, a volere interrompere il cordone ombelicale che mi teneva legato alle sue premure materne. 

“Quale ragazza?” Domandai cercando di capire, infastidito da quel gusto di fare indovinelli e misteri che spesso Gina aveva per mettere in imbarazzo l’interlocutore. Mi irritava quell’aria da vittima, quando poi si capiva chiaramente che spesso voleva trarne un suo tornaconto.

“Quella ragazza bellissima che era venuta a trovarti proprio la sera che ti ho portato l’opera” Disse indicando il monolito.

Era dunque venuta a cercarmi Susanna dicendo d’avere urgente bisogno di me. Lo stupore mi aveva fatto seccare il sapone da barba sul viso. Ero uscito da casa con la faccia rasata per metà. Completai la rasatura nel gabinetto della biblioteca con una lametta comprata strada facendo in un tabacchino. Adelina aveva riso vedendomi conciato in quel modo. Le raccontai della visita di Gina e lei disse che forse avrei dovuto avvertire Tango. 

Michele venne a trovarmi in Biblioteca e questa volta andammo a prendere un caffè al bar di fronte; passeggiammo sul marciapiede percorrendo un centinaio di metri. 

Era visibilmente preoccupato: “Vedi, più che Pietro e Maria, mi preoccupa Susanna. Sembra che l’abbiano presa di mira. Non credo che vogliano punirla perché ha aiutato Pietro. Per quanto possano essere pazzi e criminali, questo non può essere il solo motivo”

Fece una lunga pausa ciondolando il capo quasi volesse contare le pietre che recingevano l’aiuola al bordo del marciapiede. “Se torna da te, trattienila con una scusa e fammi uno squillo sul cellulare, intesi? Basta uno squillo”.




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Tamerisco XV

XV

 

Piero scopre un amico tossicodipendente

 

In quei giorni decisi di aprire un conto in banca dove la biblioteca potesse versare lo stipendio. Ogni mese mi era dato un assegno colore oro che riponevo nel portafoglio avendo cura di non sgualcirlo e lo scambiavo di malavoglia in vile moneta , tanto era bello e importante, con la firma in calce del direttore e la cifra pure in calce, che suonava come un haiku che ora scandiva l’inverno, ora la primavera o l’estate, nelle sue lievi oscillazioni quantitative. Una perfetta fusione d’immagine e di numero, di poesia e di matematica, nella miniatura di un monaco dell’Alto Medioevo.

Adelina mi condusse da un suo amico impiegato in banca, un compagno di scuola del liceo. Questi, Luigi Benedetti, ci ricevette in un salotto di velluto rosso; alle pareti paesaggi di marine e ritratti di arcigni signori dell’ottocento rendevano l’ambiente austero e incredibilmente intimidatorio. Luigi fu affabile: baciò Adelina su entrambe le guance e strinse vigorosamente la mia mano. Sprofondammo letteralmente nelle poltrone, come tanti Fantozzi nella stanza del megadirettore galattico. Luigi ci illustrò con aria  professionale i vantaggi che offriva l’apertura di un conto in quella banca. Era un impiegato modello che avrebbe fatto di sicuro una brillante carriera, pensavo intorpidito dal morbido abbraccio della poltrona. Luigi era alto, perfettamente proporzionato nell’abito di lino bianco, i capelli castani tirati indietro dal gel, il viso dai lineamenti perfetti che pareva scolpito da un Canova. Eppure, dalla sua altezza, esprimeva una cordialità semplice che lo rendeva ancora più affascinante.

Dal conto in banca passammo a parlare delle vacanze: Luigi si dimostrò un profondo conoscitore dei villaggi turistici nei posti più belli del mondo. 

Nella sua breve esistenza, aveva ventitré anni, aveva fatto l’operatore turistico e aveva posseduto perfino un’agenzia di viaggi. Lo vedevo molto adatto a quel genere di vita: ai bordi di una piscina che simulava una spiaggia esotica con finti banani, ananas e grandi fiori colorati senza profumo, circondato da belle ragazze che avevano l’obbligo di divertirsi e di divertire i clienti. Dopo circa mezz'ora, espletate le formalità di rito e le doverose firme, ci congedò con due baci sulla guancia a Adelina e una calorosa stretta alla mia mano. Quando uscimmo al sole, una vampata di calore ci tolse il respiro. Ci guardammo negli occhi e Adelina, che aveva la capacità di leggermi nel pensiero, disse: “Era il sogno di tutte le ragazze del liceo uscire con lui, ma a una gita scolastica lo trovarono a letto col professore di ginnastica. Un vero peccato, un ragazzo così bello!’’

Ridemmo, e Luigi mi parve ancora più umano e simpatico.  

Quella sera ricevetti la telefonata di mia sorella. Alberta mi informava che lo zio era stato colto da un malore e si trovava ricoverato in ospedale. Mi disse che un signore  era accorso al suo capezzale, un amico, era rimasto con lui per tutto il pomeriggio. Avrebbe detto che io sarei amico di suo figlio che non vede da molto tempo e che pare sia tossico.

“Mi raccomando, io e mamma siamo molto preoccupate, sta attento a chi frequenti. Certi amici è meglio che vadano per conto loro”

Così si espresse, con quel tono di vecchia saggia che tanto mi infastidiva.

E bastarono quelle poche parole per turbare il mio sonno col gigantesco punto interrogativo che per tutta la notte pendeva  sul mio capo nel buio. Mi domandavo chi potesse essere quel signore amico di mio zio, padre di un mio amico tossico. Che io sapessi, non avevo alcun amico tossico.

Al mattino presto, prima di uscire, ricevetti la telefonata di mia madre che tra le lacrime mi informava che lo zio aveva avuto un infarto, le sue condizioni erano improvvisamente peggiorate ed era stato trasferito in rianimazione. Domandai se dovevo tornare a casa, lei mi disse che era inutile perché in rianimazione non facevano entrare nessuno. Non sono certo di essermi comportato bene in quell’occasione. Mio zio era un secondo padre, credo che se fosse capitata a me una cosa del genere, lui sarebbe accorso senza indugio. Io mi ero lasciato sopraffare dalla improvvisa pigrizia che mi coglie ogni volta che la vita deraglia dai soliti binari.




 

 

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Tamerisco XIV

XIV

Piero conosce il commissario. Tante bugie divertenti.

 

“Pronto?”

“Parlo col commissario Tango?”

“Si, chi è lei?”

Una voce squillante quasi mi costrinse ad allontanare il cellulare dall’orecchio.

“Sono un amico di Pietro. Mi ha dato qualcosa da consegnarle.”

“E’ il signor Cretini? Pietro mi ha parlato di lei. Non ricordo il suo nome.” 

Tutti per motivi anche troppo ovvii si ricordavano del mio cognome.

“Piero, mi chiamo Piero”

“Bene Piero, vediamoci al più presto. Quando ti è possibile?”

“Diciamo oggi nel primo pomeriggio, alle sedici e trenta, al bar davanti alla biblioteca comunale”.

“Non va bene: là ti conoscono tutti. Sai dove si trova il bar Aurora? Ci vediamo alle sedici. Arrivederci”.

Questa breve telefonata fu fatta nella toelette della biblioteca, tenendo d’occhio la porta, che nessuno entrasse o stesse lì a origliare. Era una vera Spy story quella che mi accingevo a vivere con una certa eccitazione e notevole preoccupazione. Non amo il rischio, e se devo correre un pericolo è perché proprio non posso farne a meno. Sono convinto che gli stress accorciano la vita. Per questo motivo amo l’ozio, il tempo che passa vissuto minuto per minuto, assaporato in ogni istante, in ogni piccolo evento che si mostra per scomparire immediatamente lasciando una labile traccia. Solo a causa della nostra imperdonabile, profonda superficialità il tempo ci passa accanto senza che noi ci avvediamo di esso, senza avvertire il suo tocco di pendolo lieve, intriso del dolce sapore della vita. Tuttavia non mi è sconosciuto lo stress più potente: la Noia. Da bambino ero malato di noia: i giochi, lo studio, le gite con i genitori erano un annoiato tormento. Nella maturità non ne ricordo un momento, nemmeno in certi salotti, in certe compagnie dove piuttosto che la noia mi pervade il sonno.

Quel pomeriggio non feci altro che controllare l’orologio. 

Guarda caso Adelina mi chiese di uscire con lei per negozi. Addussi la scusa che andavo a casa a riposare, perché quella notte non avevo dormito a causa del caldo, ma mi pentii subito, considerando che i negozi da lei più frequentati erano proprio attorno all’Aurora. Cosa avrebbe pensato se mi avesse visto seduto al bar con Tango? Forse che me la facevo con lui, che ero affetto da quella devianza che avevo attribuito a lei. Mi veniva da ridere al pensiero che potesse avere quel sospetto, mentre io mi tormentavo a causa delle sue sedute di posa con Gina.

 Il bar Aurora si trova nel cuore della zona pedonale, in Via Petrarca, la strada più elegante della città. Le sue sale in stile liberty sono gremite al mattino di giovani donne che fanno colazione. Al pomeriggio sono frequentate principalmente dagli studenti del liceo. Arrivai puntuale, quel pomeriggio le bianche poltroncine in paglia erano deserte; Tango, seduto al tavolo accanto al bancone, mi accolse con un cenno di saluto. Il viso lungo, sovrastato da una folta capigliatura di riccioli castani, gli occhi rotondi, neri dietro due piccole lenti cerchiate d’acciaio, inquieti e intelligenti, gli conferivano l’aspetto dell’ideologo di un movimento extraparlamentare di sinistra, piuttosto che di un poliziotto. 

“ Fa caldo fuori, non sei ancora andato in ferie?”

“ Sono appena stato assunto e credo che ci andrò a Dicembre, se va bene”

Ordinai una malvasia, sfilai dalla tasca la lettera di Pietro e gliela porsi.

La rigirò pensieroso tra le dita.

“ Stai lontano da questa faccenda. Stai lontano da Pietro e da Susanna. E tienine lontano la tua ragazza.”

Manco a farlo apposta, proprio in quel momento, mi risuonò una voce molto, troppo familiare.

“ Ciao, non dovresti essere in casa a riposare?”

Adelina, con un’amica, Lucia, che non conoscevo ma di cui mi aveva parlato spesso, era entrata nel bar puntando direttamente al nostro tavolo.

Imbarazzatissimo, presentai loro il commissario. 

“ Il celebre commissario Tango!” Disse Lucia, assidua lettrice di cronaca nera. Nei grandi occhi celesti, smarriti nella lattescenza del viso dove si attardavano le efelidi dell’adolescenza, la sorpresa e l’ammirazione facevano a gara a contendersi il campo. Mentre Lucia sottoponeva Tango a un interrogatorio serrato, degno di un commissariato di polizia, Adelina mi lanciava occhiate dense di interrogativi ed io le sorridevo un po’ preoccupato, un po’ divertito a vederla rigirarsi sulla graticola della curiosità. 

Quando ci incamminammo verso casa, mi domandava da quanto tempo conoscessi Tango, come l’avevo incontrato. Ed io davo risposte evasive e generiche, tra lo svagato e il reticente. 

“ Mah, è stato uno o due anni fa.”

“ Come mai non mi hai parlato di lui, siete molto amici?”

“ Beh, non proprio amici, diciamo che lo conosco”

“ Lo conosci, ma come lo conosci, vi frequentate?”

“ Ma no! Non ci frequentiamo, ci frequentavamo un tempo. Qualche volta siamo usciti insieme, nella stessa compagnia”

“ Te lo hanno presentato?”

Mi piaceva raccontare storie fantasiose e assurde. E più erano assurde più Adelina le credeva vere. Mi piaceva vederla pendere dalle mie labbra, con gli occhi fermi e un’espressione meravigliata e seria sul visino.

“ Era successo che nel palazzo in cui abitavo fu ammazzato il mio vicino di casa. Un commerciante di pelli. L’avevano sgozzato dopo averlo legato a una sedia, avergli tosato la testa e bruciato le dita con la sigaretta”

“ Chissà che dolore, avrà urlato. Tu eri in casa? E non hai sentito niente?”

“ Non ha urlato perché era imbavagliato. Ho sentito soltanto dei passi su per le scale. Anzi, quando ho aperto la porta per uscire da casa ho visto in faccia l’assassino che usciva pure lui.”

“ Davvero!”

“ Per questo mi portarono al commissariato e mi interrogarono per più di un’ora “

“ Ti ha interrogato Tango?”

“ Si, proprio lui. Non ti dico la fatica a disegnare: voleva che gli facessi il viso dell’assassino”

“ Ma va! Di solito c’è il disegnatore”

“Non c’era alcun disegnatore!”

“ Ti sei messo a disegnare! Non ci credo”

“ Davvero, n’è uscito un casino. Tre giorni dopo mi chiamarono al commissariato e mi rinchiusero in una stanza, mostrandomi attraverso un vetro sette uomini che stavano in piedi a far niente. Loro non potevano vedermi, per fortuna. Poi è entrato Tango e mi ha chiesto se riconoscevo l’assassino. Una bella responsabilità!”

“ E tu l’hai riconosciuto?”

“ Chi?” 

“L’assassino, l’hai riconosciuto?”

“Quale assassino…” Mi fingevo distratto

“Non fare il cretino!” 

Mi veniva da ridere “Ah, l’assassino! non era tra quelli”

Eravamo arrivati al portone di casa. Adelina voleva concludere ed io non avevo un finale plausibile.

“E come è andata a finire?”

“A finire cosa?”

 “Ma quanto sei pesante!”

“Beh, dopo una settimana un fabbricante di borsette si costituì confessando di avere torturato e ucciso il mio vicino di casa perché era convinto di essere stato truffato. Asseriva che gli aveva venduto a caro prezzo della pelle scadente” Il viso di Adelina esprimeva delusione per la banalità di quel finale.

“Dopo aver confessato ha dato un pugno a Tango, che ne porta ancora i segni sul naso, e si è buttato dalla finestra”

“E’ morto?”

“Si, è morto. Si è fracassato il cranio. Io ero là proprio in quel momento. Ho visto tutto il cervello sparso per terra”

“Che schifo!” Questa volta pareva soddisfatta del finale raccapricciante per cui era valsa la pena di ascoltare la storia.

A letto si stringeva a me, grata del brivido di orrore che le avevo procurato. Io pensavo alla raccomandazione di Tango di tenerla all’oscuro di tutto.

“Oggi non ti ecciti? Guardami il sedere, così ti ecciti. Accarezzalo!” Diceva, voltandosi di schiena. “Non hanno mai sospettato che potessi essere tu l’assassino?” 

“Non so, può darsi” 

“Dopo che siete diventati amici, non gli hai domandato?”

“Veramente no” Rispondevo accarezzandole le natiche bianche e sode.

 “Glielo chiedo io” 

“Quando glielo chiedi?”

 “Usciremo insieme qualche volta! Però è strano che non me lo hai fatto conoscere”

“Come? Te l’ho presentato poco fa!”

“Perché ti ho trovato con lui. Ero offesa, sai. Ho pensato che non volevi uscire con me, che trovavi la scusa che eri stanco, e poi ti incontravi con lui! Magari c’era una storia, di quelle tra uomini…” Ecco ci siamo, pensai, lo sapevo che sarebbe andata a finire così. Le mani erano scivolate lungo le cosce e il desiderio si era impossessato di me con quel calore dolcemente animale che nasce dal profondo. Fui contento di farglielo sentire turgido sulla vagina. Era una prova, la conferma che dissipava ogni dubbio sulla mia virilità.

Finito l’amore, lei riposava tranquilla, mentre io leggevo, come di consueto, il mio Gozzano. Dopo l’amore mi piaceva leggere a voce alta “La signorina Felicita” che era sempre posata sul comodino, pronta e disponibile nella sua pagina a mezzo libro, piena di malinconica dolcezza. Le prime volte Adelina mi ascoltava sorpresa e divertita. Poi quel rito, divenuto usuale e ripetitivo, le conciliava il sonno. A me serviva, non so perché, a neutralizzare la tensione accumulata nelle lunghe pratiche erotiche, che l’orgasmo non riusciva a scaricare del tutto.

Pensavo che dormisse, invece mi si abbarbicò alla schiena puntando i gomiti aguzzi sulle costole.

“Tu mi racconti un sacco di balle” 

“Quali balle?”

 “ Il tuo vicino ammazzato, l’interrogatorio, l’identikit. Un mare di balle.”

“ Non è vero, è tutto vero!”

“ Sei un imbroglione, un bugiardo. E io scema che quasi ti credevo!”

“ Ma è la verità!” insistei ridendo. Lei mi graffiò le spalle. Con un colpo di reni mi girai di scatto e le diedi un morso su un gluteo: non proprio un morso, un quasi morso, un bacio-morso. Lei mi infisse i dentini aguzzi di squalo in un polpaccio. Lanciai un urlo accentuando il dolore, implorando mia madre. 

“ Questa me la paghi!” Esclamai afferrandola per il busto con l’intento di ripetere la morsicatura. Ma lei si svincolò mostrandomi le unghie, tutta arruffata come una gatta.

“ Allora, adesso voglio sapere tutta la verità! Come lo hai conosciuto?” 

“Conosciuto chi?”

“ Se fai lo stupido, vado via subito e ti lascio per sempre”

“ E va bene, l’ho conosciuto a una festa. Sai? Quelle feste per soli uomini: ci si immerge in una vasca d’olio e poi si entra tutti nudi in una stanza buia…” 

“ Che scemo! Dimmi la verità o mi vesto e  vado via. E non ci vediamo più.” Meditavo che prima o poi le avrei dovuto raccontare tutto, tanto più che ormai ero uscito da quel pasticcio. Così le raccontai dell’incontro con Pietro alla stazione, di Maria Pergamena, di Tango. Le raccontai perfino della conoscenza dello zio di Tango che avevo scambiato per un malavitoso. 

Mi raccomandai di mantenere assolutamente il segreto e lei giurò incrociando le dita. Adelina ascoltava con la serietà di una bambina giudiziosa, in ginocchio sul letto. Mentalmente la confrontavo con la statuina di Gina e mi dicevo che era somigliantissima ma Gina non aveva colto la sua anima di tigre ammansita. Pensavo che era quella la differenza tra la creazione artistica e il prodotto artigianale: per quanto somigliante al vero: nella prima c’era l’anima.

Mi venne nostalgia delle gite con Guido per chiese, musei e palazzi antichi, alla ricerca dell’anima delle cose.



 

*

Tamerisco XIII

XIII

La migliore difesa è l'attacco

 

La giornata si era fatta caldissima. Adelina aveva telefonato per dirmi che era arrivata a destinazione e aveva già avuto da discutere con la madre.

Dovevano essere le due del pomeriggio, ero sdraiato sul letto con i vetri appena accostati nell’illusione che si muovesse uno spiffero d’aria. In strada il silenzio era perfetto, si udiva solo l’ansimare del ventilatore nella stanza da letto della mia vicina da cui mi separava una sottile parete. Mirella viveva con un ragazzo di colore: un bel ragazzo alto, dal portamento elegante, dai modi gentili che dimostravano una buona educazione. Lei aveva una carnagione bianchissima e lui era nero, assolutamente nero. Mi domandavo come sarebbero stati i loro figli: neri, bianchi, o i loro colori si sarebbero mescolati come il caffè e il latte. Il letto si era messo a cigolare: probabilmente stavano facendo l’amore. Mi alzai per fare la doccia, ero madido di sudore. Quando mi avvicinai alla finestra per prendere un asciugamano dall’armadio, vidi sul marciapiede di fronte un anziano signore che guardava verso le mie finestre. Rimasi a osservarlo per alcuni minuti. 

Un abito di grisaglia, largo e pesante lo faceva sembrare uno spaventapasseri. Fumava portandosi pigramente la sigaretta alla bocca. Sicuramente era là per spiarmi. Era uno di quelli che cercavano Pietro. Pergamena mi aveva avvertito che loro sapevano tutto e mi avrebbero seguito. Dovevo stare attento. Ma guarda in quale pasticcio mi ero cacciato, pensai, per debolezza, per non essere stato capace di rifiutarmi. In fin dei conti quale amicizia c’era stata mai tra me e Pietro perché mettessi a repentaglio la mia vita e magari quella di Adelina? Anzi Pietro non lo sopportavo proprio. Lo trovavo così, come dire, stereotipato, quando arrivava in biblioteca, tirato a lucido, facendo sfoggio della certezza che tutti dovessero ammirarlo, che tutti dovessero provare simpatia, essere divertiti dai suoi modi di fare. Io non credevo che tra di noi potesse esistere amicizia. Pensavo che lo strano rapporto che si era instaurato fosse frutto di debolezza: ecco Pietro si era confidato con me perché aveva bisogno. Nei giorni in cui le cose gli andavano bene, io per lui nemmeno esistevo. E allora, forse per compassione, oppure, perché no, per un certo gusto d’avventura, di mistero, mi ero avvicinato troppo al fuoco e rischiavo di rimanerne scottato.

Fatta la doccia, ritornai in camera. Mi avvicinai cautamente alla finestra. Il mio uomo non c’era più. Ritornai a letto. Avrei voluto che Adelina fosse vicino a me, oppure Susanna. Chissà come faceva l’amore Susanna. Il letto della mia vicina aveva smesso di cigolare. Li sentivo parlare, ridere. Era proprio una bella coppia. Chissà se Gina aveva mai pensato di fare un ritratto a Mirella. Mi assopii, forse dormii profondamente, perché quando mi svegliai la luce del meriggio non era più così forte e una leggera brezza animava le tendine sui vetri. Mi era venuta una certa idea e decisi di uscire. Quando mi accostai alla finestra, l’uomo era di nuovo sul marciapiede: le mani in tasca, ora si dondolava sui piedi, dando segni di stanchezza. Mentre scendevo le scale di casa, mi dissi che la migliore difesa era l’attacco. Era la frase che ripeteva spesso Diego nei suoi deliri calcistici. Uscito dal portone, attraversai la strada e mi diressi diritto verso l’uomo fissandolo sfrontatamente. Era un ometto che a stento mi arrivava alla spalla. Mi meravigliavo che avessero mandato a sorvegliarmi un tipo così piccolo, astenico, un po’ gobbo, con spalle spioventi e per giunta piuttosto anziano. “Non mi scappi” pensai “Ora dovrai dirmi tutto”. Volevo acchiapparlo e domandargli chi lo mandava e perché. Lui mise la mano nella tasca della giacca. A quel punto, se ne fossi stato capace, gli sarei saltato addosso, l’avrei messo fuori uso con un cazzotto, ma in realtà sono una persona per bene che aborrisce la violenza, e meno male, perché lui anziché estrarre la pistola o un coltello a serramanico, estrasse il cellulare e compose affrettatamente un numero. Io rimasi sfacciatamente davanti ad ascoltare: “ C’è uno che mi vuole uccidere; affrontarlo, sei matto! Io gli do tutto.” Riposto il telefono in tasca alzò le braccia come fossi io a minacciarlo: “Ti do tutto quello che voi, ma smetti di seguirmi.” 

“Seguirti io? Veramente eri tu che mi spiavi. Ti ho visto sai: sono tre ore che sei fermo sul marciapiede a sorvegliare le mie finestre. Ora mi dici chi sei e chi ti manda.” C’eravamo incamminati per strada sveltamente, uno di fianco all’altro. “Veramente io aspettavo che arrivasse il notaio”

“Quale notaio?” Mi sovvenne che al primo piano del palazzo c’era uno studio notarile.

“Una questione d’eredità: sono molto malato e perciò volevo fare testamento, mettere tutto per iscritto, tutto chiaro, affinché non ci siano dubbi tra gli eredi, che sono poi i miei figli, tre figlioli.”

Vergognandomi di quell’evidente, enorme granchio che avevo preso, gli offrii una birra nel primo Caffè che aveva i tavolini fuori, all’ombra. Preferì una più salubre limonata: “Cosa vuole, io ho fatto la mia parte vendendo immobili. Ho i giorni contati e non voglio che i ragazzi abbiano a litigare tra loro, come succede quando c’è da spartirsi un’eredità.”

“Mi scusi, io credevo che mi spiasse. Ci sono tanti delinquenti in giro, soprattutto in questi giorni che la città è vuota”

“Io un malvivente? Ho telefonato a mio nipote Michele, il commissario Tango, per sapere come dovevo comportarmi. Lo conosce?” mi chiese vedendo il mio stupore.

“No, forse ne ho sentito parlare, oppure ne ho letto sul giornale”

Riflettei: come mai mi nominava proprio Tango? Impossibile una coincidenza simile! Era evidente che voleva farmi parlare, che magari gli raccontassi che lo cercavo, che dovevo incontrarlo per un affare che stavo a non dire, ma di cui lui immaginava benissimo la natura. Vedendomi pensieroso, il vecchio cominciò a ritirarsi nel suo guscio come farebbe una lumaca appena avesse sentore della presenza di un pericolo. Adesso era pentito di avermi parlato del denaro: non era più tanto sicuro che fossi una persona per bene. Mi salutò con troppa fretta e anche per me fu un sollievo interrompere quella conversazione a dir poco penosa. Ci lasciammo avviandoci da parti opposte, diffidando l’uno dell’altro. Quando mi voltai per vedere che strada facesse, lui pure si era voltato a controllare che non lo seguissi. Qualche tempo dopo, quando divenni amico del commissario Tango, ebbi occasione di conoscere i figli di zio Cosimo. Così lo chiamava Michele e così pure lo chiamavano i figli. Da loro seppi che aveva la mania di credersi malato, in fin di vita, e che invece godeva di un’ottima salute. Zio Cosimo era la gioia e la pena dello studio notarile Zambrelli, dove si recava per lo meno una volta al mese per fare testamento. 



 

 

*

Tamerisco XII

XII

 

Il riparo di Pietro. Una pericolosa missiva




 Alle nove del mattino di quel primo sabato di giugno il termometro della farmacia segnava ventotto gradi.

La giornata si preannunziava torrida. Sicuramente a mezzogiorno la temperatura avrebbe superato i trenta gradi.

Accompagnavo Adelina alla stazione: si recava dai genitori che avevano una casina sulle colline, ai piedi della montagna, dove si rifugiavano ai primi caldi. Le strade erano deserte, i parcheggi vuoti, la città viveva quell’ abbandono un po’ malinconico che la pervade ogni estate. Nelle piazze proditoriamente occupate dal calore e dalla luce regnava un silenzio surreale. Aspettammo la partenza del treno sul marciapiede del secondo binario con un gruppo di boyscout, tre anziane signore, una coppia di senegalesi silenziosi e statuari nei loro costumi. Quando il treno partì e l’ultimo vagone era sfilato via, vidi sul marciapiede di fronte un uomo che si sbracciava: “Ciao, come stai?”

“Ciao” Risposi.

Alto, la magrezza lo faceva ancora più alto, il viso grigio incorniciato da una lunga capigliatura e dalla barba incolta, rimasi per un buon minuto a guardarlo perplesso senza capire chi fosse. Lo riconobbi dalla peluria che copriva il dorso delle mani. Anche se non erano più ornate da anelli, le mani di Pietro erano inconfondibili. Dopo la festa al mare era sparito e nessuno degli amici l’aveva più visto. Attraversò il binario, mi strinse la mano con una cordialità e confidenza che non gli conoscevo.

 “Come te la passi?” gli domandai, ricordando la storia che Coito era venuto a raccontarci in biblioteca. 

“Sono stato un po’ in giro, ora abito qua vicino” Uscimmo dalla stazione, camminava precedendomi di qualche passo, guardandosi attorno con occhi inquieti 

“ Ho bisogno di parlarti, ho bisogno di te”

“Come hai fatto a sapere che sarei venuto in stazione?”

“Ti ho visto per caso con Adelina e ti ho seguito” Camminammo inseguiti dallo scalpiccio dei nostri passi.

“Vieni un minuto a casa, abito qui, in via Gorizia”

Girammo a sinistra e poi a destra in un vicolo ombroso, così buio che gli occhi, abituati alla luce del sole che a quell’ora era veramente abbacinante, ci misero parecchio tempo a distinguere un portone mezzo schiodato dal quale si accedeva a un piccolo cortile nel cui mezzo era un’aiuola cinta da una bordura vecchia e polverosa, occupata da pezzi di lamiera e sacchi di calce. A lato, in ombra, la statua di un paggio di grandezza naturale che teneva in mano una cornucopia. I muri antichi, il portone alto e spesso, il cortile, tutto portava lì dentro i segni dell’abbandono, della decadenza di una casa patrizia. 

“Ben conservato” dissi indicando il paggio “peccato che gli abbiano mozzato il naso”.

“ Questo palazzo appartiene alla famiglia della mia compagna, palazzo Pergamena. Erano molto ricchi, un tempo”.

Salimmo per una scala stretta odorante di chiuso e di muffa.

“Ho perso tutto, sai, tutto” recitava a bassa voce precedendomi di alcuni gradini. Arrivati sul pianerottolo aprì la porta. Entrammo in casa: nella penombra potei distinguere un divano sdrucito e un tavolo alquanto dissestato, che poteva essere del millesettecento, di quelli che si trovano in attesa di restauro nel retrobottega degli antiquari.

“Ecco, questa è la nostra casa, anzi il mio rifugio. Come puoi vedere ho perso tutto. Non posseggo nemmeno i vestiti che indosso”.

Parlava lentamente, ansimando. M’invitò a sedere sul divano ed entrò nella stanza accanto da dove sentii provenire il parlottare di una voce femminile.

Seduto sul divano, nel buio fresco di quella miserabile stanza, mi pervase una sensazione di dolce sollievo: la partenza di Adelina mi rasserenava. Saperla lontano da Gina mi restituiva la tranquillità che da alcuni giorni avevo perduto. A volte ero così nervoso che non riuscivo a fermare il tic che vibrava fastidiosamente sulla palpebra destra. Ero proprio stressato; non tolleravo che Adelina passasse le ore a posare da Gina, a chiacchierare o peggio ancora a fare chissà quale cosa. Quella era una fantasia che reprimevo con rabbia e di cui incolpavo me stesso. Un giorno, terminata finalmente l’opera, Gina venne a casa con la statuina: una ragazza nuda dalla pelle levigata e sensuale, in tutto perfettamente somigliante ad Adelina. Mentre Gina con le dita sapienti accarezzava il busto, le cosce e perfino le parti più intime della statuina, io dovevo essere visibilmente impallidito, perché Diego mi domandò se stessi male.

Altro che se stavo male! Ecco la conferma evidente, inconfutabile dei miei sospetti. Non erano fantasie, era verità, era realtà bella e buona!

La notte mi rigirai sul letto ripetendomi un discorso da fare a Adelina: un discorso duro, un rimprovero, forse di commiato.

Al mattino, in ufficio, andai alla sua scrivania: “Ho visto il ritratto” Dissi con voce che mi pareva seria, anzi severa.

“T’è piaciuto? Vero che mi assomiglia?” Disse con un’espressione ingenua che non poteva essere una finzione di quella testolina dolce e sbarazzina, su cui vibrava la frangetta nera come il piumino di una scopa.

“Ma hai posato nuda!”

“Quasi” 

“Non ti sei vergognata?”

Si mise a ridere “Veramente un poco si, almeno le prime volte” 

“Quanto nuda?” La mia voce fingeva ora un tono scherzoso, ma il cervello vigilava attento a ogni parola pronunciata da me e da lei in quel colloquio. Ero completamente disarmato: tutti i pensieri della notte, i discorsi che mi ero fatto, sembravano essere appartenuti a un incubo. Tuttavia, ogni volta che guardavo la statua, il sangue mi saliva alla testa. Una sera lei stava nuda sul letto ed io la confrontavo con la scultura ed era in verità atrocemente somigliante.

“Magari qualche volta c’era pure Diego ad assistere”

“Qualche volta” 

 “E tu eri nuda davanti a Diego!”

 “Nuda no! rideva, Diego c’era quando ero vestita, solo per il viso.”

Adesso era troppo, a quel punto mi assaliva il sospetto che se l’intendesse con Diego. Anzi la certezza. Che stupido ero stato! Come avevo potuto pensare che Adelina, così femminile, così completamente donna, potesse avere certe inclinazioni. Sicuramente era Diego a soddisfarla, quelle sere che veniva da me con gli occhi illanguiditi dal piacere.

Quell’uomo calvo, ben dotato di ormoni maschili, era sicuramente in grado di soddisfare due donne contemporaneamente; mentre io, che i capelli ce li avevo tutti, non ero capace di accontentarne una soltanto, in modo tale che non andasse a cercare altrove i piaceri di cui era carente.

Facevo questi pensieri quando una voce mi distolse dalle cocenti fantasticherie.

“Lei è l’amico di Pietro. E’ Piero, vero? Io mi chiamo Maria. Pietro mi ha parlato a lungo di lei. Ora è molto malato.” Disse, abbassando la voce: una voce calda e profonda, ma stentorea, come affaticata. Le pantofole stinte che un tempo furono rosa, una veste da camera di seta di buona qualità, che tanti anni fa doveva costare dei soldi, e che ora era lisa e scolorita, sotto cui promineva il ventre gonfio e teso, le braccia smagrite dove si potevano contare i muscoli e i tendini, le mani lunghe e sottili, le dita esili e delicate di un passato aristocratico. Il viso era di un pallore cinereo: sotto le palpebre violacee mi fissavano due occhi profondi, gialli e acquosi, infinitamente malinconici.

Mi riscossi dai pensieri sollevando il capo per vederla in controluce: alta, sovrastata da una capigliatura corta e bionda, quasi bianca, doveva esser stata molto bella prima che il vizio e la malattia le divorassero la carne. 

“E’ tanto che Pietro la segue, senza avere il coraggio di fermarla. Non vuole coinvolgerla in questa faccenda. Sa lei i rischi che corre?” Scossi il capo in segno di diniego “Non le ha detto niente, non sa nulla? Ebbene, glielo dirò io; Pietro si vergogna, ma, io dico, cosa c’è da vergognarsi, la verità è verità, non c’è nulla da tenere nascosto: Pietro ha perso tutti i suoi averi. La ditta è fallita e i creditori lo hanno spogliato di tutto. Questo sarebbe niente. Il peggio sono gli usurai che vogliono indietro i soldi a un  interesse altissimo, capisce? Più del duecento per cento. Non potendo Pietro saldare il debito, gli hanno messo alle costole una banda di assassini. Se lo trovano l’ammazzano!”

“Gli stessi che hanno minacciato Susanna?” 

“Conosce anche  Susanna?”

“Lavoravamo insieme in biblioteca. Ora lei è nascosta, non so bene dove. Così ci hanno riferito i Cabrini.”

“I Cabrini volevano pagare una parte dei debiti, ma Pietro non ha voluto, per orgoglio. Solo lei può aiutarlo adesso.”

“Che cosa posso fare?”  Pensavo con rincrescimento al mio miserissimo conto in banca frutto dei mensili del mio lavoro da bibliotecario.

“Consegni questa al commissario Tango. Qua c’è il numero di telefono. Lo impari a memoria e poi distrugga il biglietto. Mi raccomando, lo chiami da un telefono pubblico. Non si guardi mai attorno, quando esce da qui. Se lo stanno spiando e capiscono che ci aiuta uccidono pure lei. Sono spietati”.  Mi consegnò una busta voluminosa e un biglietto:- Tango Michele - Seguiva un lungo numero, evidentemente di un cellulare. Si era seduta sul divano. Sentivo il calore del suo ginocchio contro la mia coscia: era febbricitante. Rimase per un po’ di tempo immersa nei pensieri. “Pietro non vuole che qualcuno abbia a rischiare per lui. Mi raccomando un’altra cosa: non ne parli con la sua amica, non deve coinvolgerla, è troppo rischioso. Non so se avremo occasione d’incontrarci ancora. Io non esco più, la luce del sole mi fa morire. Devo vivere al buio per il resto dei miei giorni” Mi strinse la mano trattenendola a lungo. “ Sia prudente. Pietro non sta bene. Ha camminato e si è affaticato troppo. Lo saluterò io per lei” disse, vedendo che volgevo gli occhi verso la porta oltre la quale Pietro era scomparso e da cui erano giunte le loro voci. 

Quando uscii all’aria fresca del vicolo, fu come ritornare in superficie da un’immersione subacquea: la stessa sensazione di respirare finalmente aria buona e naturale. Mi avviai lasciandomi portare dalle gambe proprio come il sub dall’acqua, galleggiando rilassato.

Quando svoltai l’angolo, per prendere il viale soleggiato della stazione, mi ricordai la raccomandazione di Maria di non guardarmi attorno, perché potevo essere seguito. Se non mi avesse detto niente, non mi sarebbe passato per l’anticamera del cervello il pensiero di essere spiato, così non potei fare a meno di volgere gli occhi a destra e a sinistra, senza muovere il capo, dicendomi che dovevo essere naturale, e forse ero rigido e innaturale come una marionetta. Mi fermavo ogni tanto a guardare le vetrine, interessato di più a ciò che si specchiava sui vetri che alla merce esposta.

La città, come dissi, era deserta. Qualche persona dall’aspetto per bene camminava in strada: un’anziana signora in soprabito rosa, nonostante la calura estiva, aveva al guinzaglio un cane lupo con cui conversava come fosse stato un compagno; una giovane coppia andava a passo spedito verso la stazione ridendo rumorosamente. 




 

*

Tamerisco XI

XI

 

Una sera venne a trovarci Gina col suo uomo. Non era mai successo che Gina venisse a casa mia in visita formalmente annunciata. Di solito capitava improvvisamente tra capo e collo col pretesto di vedere se le piante erano ancora vive, se le sue sculture erano integre e così via. Si tratteneva in chiacchiere fino a notte tarda, finché non vedeva i miei occhi diventare due fessure sottili e il capo ciondolare sul collo. Allora si accomiatava con un sottinteso rimprovero, come dire: “Ma guarda che uomo sei, che ti addormenti in piedi!”.

Beata lei che si alzava a mezzogiorno e dormiva persino al pomeriggio e poteva permettersi di lavorare la creta fino a notte tarda. Io, piccolo travet, balzavo giù dal letto alle sette in punto: di corsa in ufficio a lavorare per tutta la giornata. Chi non ha talento vive in balia degli orari, delle imposizioni   dall’alto, di urti e spintoni da tutte le parti, da quella folla di mediocri suoi pari che l’attornia, lo prevarica, in un certo senso lo sostiene per giunta. Perché se è vero che tra nullità ci becchiamo, come i polli di Renzo, tuttavia ci facciamo compagnia, con una certa solidarietà, incuranti del mondo Super Uranio, dove vive il popolo degli eletti, così liberi dalle necessità quotidiane da essere loro pure infelici. Ci sono poi quelli della mia specie che preferiscono vivere lontano dalla mischia, dalla competizione, per una specie di “cupio dissolvi” che li rende schivi e in qualche modo fobici. Probabilmente la presenza di Adelina aveva fatto diventare Gina più cauta. Le donne tra loro non si danno facilmente confidenza, si studiano, si spiano, se nasce un’antipatia si guardano in cagnesco, pur scambiando sorrisi e gentilezze di ogni genere. Ma tra Gina e Adelina nacque una repentina e inaspettata simpatia. Appena si impadronirono del divano iniziarono a discorrere dei più svariati, futili argomenti, non ultimo quello dei negozi d’abbigliamento e delle oreficerie. Terreno quello su cui pure due eserciti agguerriti di amazzoni troverebbero occasione per familiarizzare e instaurare una pace duratura. Io mi trascinavo con Diego, senza alcun interesse, nel campionato di calcio, ponendo attenzione con un orecchio, cercando di captare da spezzoni di conversazione quello che si dicevano le due donne. Sentii a un tratto con compiacimento che Gina faceva le lodi del viso di Adelina, che in verità era molto fine e delicato. Indubbiamente Adelina era carina, senza essere una bellezza appariscente. Dopo, con una certa apprensione, udii che le lodi scendevano al collo, ai seni, alle cosce.  A questo punto non potei fare a meno di abbandonare Diego sul terreno di gioco per rivolgermi a loro.

“Complimenti Piero, questa volta hai avuto proprio buon gusto! Mi presteresti Adelina per qualche giorno? Voglio farle un ritratto.”

Aggiunse che difficilmente si prestava a ritrarre chicchessia, ma Adelina era così interessante che ne era ispirata. Colto di sorpresa, non potei far altro che assentire confessando di essere stato attirato dalla bellezza di Adelina, ma di non sottovalutare la sua intelligenza. Adelina, in quel tiro incrociato di complimenti, ascoltava come se si parlasse di un'altra persona, oppure come se fosse proprio scontato che non si potesse parlare di lei in modo differente. Quando ritornai alle strategie del campionato di calcio di Diego, mi bruciavano gli occhi. Sentivo che in qualche parte del cervello si distillava un sottile veleno, in dosi minime, eppure capaci di procurarmi un oscuro malessere. Due giorni dopo Adelina mi disse che sarebbe arrivata tardi perché andava da Gina a posare per il ritratto. Quel pomeriggio rimasi in casa a leggere il giornale dalla A alla Z. Le problematiche economiche delle grandi Holding si alternavano con i battibecchi della Destra e della Sinistra. Sapienti economisti, astrologi, politologi davano consigli per un improbabile futuro. Omicidi, stupri, tradimenti imbrattavano le pagine cittadine. E’ incredibile che una città così quieta nasconda nel seno, come un cesto di serpi, una tale quantità di criminali, pazzi, maniaci. Le pagine d’arte e di letteratura erano sbiadite. Tutto sommato preferivo le commosse iperboli di Guido. Quando suonò il campanello ero in uno stato di profonda nevrosi. Ormai non riuscivo più a concentrarmi sulla pagina. Immaginavo Gina accarezzare il viso di Adelina con le mani sporche di mastice, seguire le linee del collo, scivolare dentro la camicetta… 

Dopo tre scampanellate realizzai che qualcuno era alla porta: era Adelina.

Sebbene avesse le chiavi, volle annunciarmi il suo arrivo.

Come entrò in casa, si diresse verso la camera da letto e si tolse le scarpe senza dire una parola. Pensavo che volesse dimostrarmi che non era successo niente fingendo di avere voglia di andare a letto, oppure le carezze di Gina le avevano fatto venir voglia di fare l’amore e voleva essere soddisfatta da me.

Dissi che ero stato tutto il pomeriggio in casa e che ora volevo uscire: proposi di andare a cena dal Riccio.

Il Riccio Marino aveva appena aperto. I camerieri sfaccendati, a braccia conserte attendevano i clienti sull’uscio. Ci sedemmo in un tavolo a ridosso della parete di fronte all’entrata. Il muro era tappezzato da ciottoli levigati; grigie reti da pescatore incrostate di finto muschio e di conchiglie penzolavano dal soffitto. Un cameriere accese una lampada proprio sopra di noi allungandoci  la carta del menù. Prendemmo spaghetti al granchio, che era il nostro piatto preferito. Adelina leccava e succhiava le chele con ingordigia. La punta della lingua esplorava ogni possibile anfratto uscendone colorata d’olio giallo e dell’essenza rosa dell’artropode. I suoi occhi avevano quella lucentezza post orgasmica che le conoscevo bene e di cui provavo un virile compiacimento dopo l’amore, ma che in quell’occasione guardavo con disappunto. Quella luce, sapevo bene, sarebbe durata per parecchie ore nei suoi occhi, perché Adelina era capace di rivivere tante volte il godimento nel pensiero e nella carne. Ritrovare sul suo viso quell’espressione mi procurava un intenso dolore, trasformando in filo spinato la pastasciutta che avevo appena mangiato. 

Quando ci lasciammo, mi diede un casto bacio. La notte mi agitai nel letto madido di sudore. Non so quante volte accesi la luce, quanti bicchieri d’acqua trangugiai. Se chiudevo gli occhi per tentare di dormire mi appariva il Riccio Marino, in penombra la lampada oscillava sulla mia testa con le reti del soffitto agitate da non so quale vento. Vedevo Adelina con le labbra macchiate da un rossetto troppo rosso. Nel tavolo accanto un uomo di piccola statura, dai capelli ricci e folti, che somigliava in modo inquietante a Gina, la fissava con sfacciata intensità, incurante della presenza dei camerieri che bisbigliavano e si facevano gesti d’intesa. Sentivo che Adelina avrebbe voluto sedersi al suo tavolo. Raramente in vita mia benedissi le luci dell’alba e il rumore degli spazzini che svuotavano i cassonetti dei rifiuti.

La volta seguente Adelina mi disse che doveva andare ancora a posare da Gina. In quei giorni mi ero rasserenato spiando in ufficio il suo comportamento con le colleghe. Mi dicevo che Adelina era troppo femminile per consentire un rapporto con Gina, la quale in verità non avevo mai sospettato fino allora di devianze sessuali. Per la prima volta godevo degli scherzi che Guido e Adelina si scambiavano, dichiarando un’attrazione che senza dubbio in Guido aveva un fondo di verità. Non so se avrei preferito che Adelina mi tradisse con un maschio o con una femmina. Quando venne in casa si tolse le scarpe e dichiarò perentoriamente che era troppo stanca per uscire, quasi a prevenire una proposta che invece non avevo alcuna intenzione di fare. Mi disse che Gina pretendeva che rimanesse immobile per un tempo lunghissimo e se prima si divertiva a vedere le sue mani lavorare la creta, quel giorno si era molto annoiata e affaticata, e non sapeva se sarebbe tornata a posare. Ascoltai con sollievo quelle parole, ma poi il veleno cominciò a circolare nel sangue e con le sue sottigliezze di loico mi suggeriva che forse quella volta non era stata soddisfatta, che Gina non era stata all’altezza.

“Ma no, abbi pazienza! Devi posare ancora, vedrai che all’inizio è faticoso, ma dopo, quando il ritratto è completato, si tratterà di rifinire i particolari e sarà divertente.”

 Con queste parole risospingevo Adelina tra le braccia di Gina, pensando che se tutto fosse finito, non avrei potuto procurarmi le prove di quella tresca incredibile.




 

 

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Tamerisco X

X

 

Visita ai genitori

 

Una domenica che il sole era tornato a splendere sia pure per breve tempo, andai con Guido e Adelina al mio paese che distava circa tre quarti d’ora di treno, un trenino locale in cui quella mattina eravamo in compagnia di pochi viaggiatori. La cattedrale, nome esagerato per una chiesa di modeste dimensioni, possedeva un quadro del Reno posto nella navata laterale destra. Il dipinto rappresentava Maria col bambinello e due angeli in adorazione. Il consueto soggetto dell’arte sacra. Ciò che mi spinse a proporre quella visita fu la dolcezza del viso di quella Madonna e lo scenario naturale che le faceva da cornice. 

Guido apprezzò molto il dipinto e promise che ne avrebbe scritto sul giornale di cui era divenuto assiduo collaboratore. Adelina, che di arte capiva poco, non faceva che domandare chi fosse Reno e come mai un suo dipinto si trovasse in quella chiesa di campagna. Sentendo i nostri discorsi intervenne il prete che le spiegò che quel quadro fu donato mezzo secolo fa da una famiglia facoltosa.

“Se non ci fossero i ricchi” commentò Guido “Probabilmente non ci sarebbe arte”. Io dissentii, ma non avevo voglia d’intavolare una discussione di fronte al sacerdote che invece annuiva alle parole di Guido. Usciti dalla chiesa, facemmo sosta al bar della piazzetta per un aperitivo. Guido domandò se nei paraggi ci fosse una trattoria. 

Quando dissi che ci aspettavano i miei per pranzo, una nube passò negli occhi di Adelina.

“Non vorrai portarci a casa tua, così conciata come sono”

Le dissi che stava benissimo, ed era vero. Quel mattino pareva l’eroina di un film inglese che va per le campagne della Scozia su una macchina d’epoca, accompagnata da un uomo bellissimo in pantaloni alla zuava e voluminosi occhiali da sole.

I miei, avvisati per tempo, avevano preparato un pranzetto con i fiocchi. 

Mia madre, quando parlava a Guido, non poteva fare a meno di rivolgere gli occhi verso Adelina nella convinzione che fossero fidanzati.

Mia sorella Alberta invece aveva capito e mi osservava con attenzione domandandosi se era possibile che quel gioiellino fosse proprio mio, del suo fratellino minore, che mai aveva portato una ragazza in casa.

Mio zio, che dopo la morte di mio padre faceva da capofamiglia, soppesava Adelina da maschio. I nostri sguardi s’incrociarono e parve domandarmi cosa aspettassi a prendermi quel bocconcino.

Quando ci congedammo, mi disse di andare a trovarli più spesso.

“Esagerato! Per poco non ti fai vivo nemmeno per Natale e Pasqua”

Era vero, non tornavo volentieri a casa dei miei benché amassi molto la mia famiglia. Era il paese che mi era venuto a noia, che avevo finito per detestare al punto che, se vi trascorrevo più di una giornata, mi veniva la depressione. 

 Il pranzo fu molto apprezzato. Da allora Adelina non fece che paragonare la sua cucina a quella di mia madre sostenendo che al confronto la sua perdeva dieci punti.

Quando tornammo in città, salutato Guido, ci fermammo a casa mia. Era l’imbrunire, facemmo la doccia e ci infilammo nel letto.

Adelina, per essere una principiante, era un fenomeno. Quel corpicino esile era una vera macchina da guerra; dai discorsi su Susanna traeva un’eccitazione che chiedeva imperiosamente di essere soddisfatta. La mia esperienza di poche avventure era d’amori casti, limitati quasi unicamente alla penetrazione. Presto Adelina protestò di non essere soddisfatta, mi chiese di accarezzarla e baciarla più a lungo. Un giorno esibì un libricino di pratiche erotiche.

“La clitoride tu non sai nemmeno che cosa sia”.

In effetti, era vero. Provavamo posizioni diverse. La penetrazione di per sé divenne un atto quasi superfluo rispetto alle carezze e alle manipolazioni che la precedevano. I nostri rapporti, che inizialmente duravano dieci minuti, erano diventati lunghissimi, e spesso era notte fonda quando, finito di amoreggiare, ci alzavamo, non sempre soddisfatti, per andare a cena.




*

Tamerisco IX

IX

Dove si parla dell'amore eroico di Susanna.



Alcuni giorni dopo ricevemmo in biblioteca una visita inaspettata: la signora Cabrini, Marta (ormai posso chiamarla così, in modo familiare) e Nicola Coito chiedevano di me e di Guido, volevano poter parlare in un ambiente appartato. Li ricevemmo in una stanzetta attigua agli uffici, di solito adibita a ripostiglio e a fumeria. Adelina, sebbene non invitata a quel conciliabolo, ci seguì come calamitata dalla forza della curiosità. 

“Quando siete stati a trovare Susanna, in lavanderia, avete poi raccontato a qualcuno?”

Ai nostri decisi dinieghi Coito continuò con quell’aria di freddo distacco da ispettore della Finanza che gli era congeniale: “ Come avete avuto l’indirizzo della lavanderia?”

“ Susanna mi ha telefonato pregandomi di andare a trovarla” Rispose Guido appena riavutosi dalla sorpresa della comparsa di quei due che, dopo la partenza di Susanna, si erano dissolti nel nulla ed ora parevano riemergere da un’altra dimensione. Seguirono trenta secondi di silenzio. Coito scuoteva il capo lentamente come se si preparasse a mordere. Marta nei calzoni celesti e camicetta bianca ridondante di pizzi che le donava un’aria di bambola antica ruppe il silenzio ritenendo doveroso darci  qualche spiegazione; la sua educazione la obbligava a scusarsi per il tono indisponente di Coito di cui si sentiva in qualche modo responsabile.

“ La sera dopo la vostra visita, quando Susanna è tornata a casa, ha trovato dinanzi all’uscio il suo gatto morto, sgozzato” La sorpresa impedì a tutti di fiatare. Rimanemmo muti, con aria interrogativa. 

“ Come certamente sapete, Pietro vive con una donna, Maria Pergamena. Essendo lei tossicodipendente non solo ha divorato i suoi ultimi spicci, ma lo ha pure contagiato nel vizio. Comunque sia, Pietro ha consumato gli ultimi soldi e si è messo in mano agli usurai, che ora lo perseguitano.” 

Guido sbatteva violentemente le palpebre in un tic nervoso. Io guardavo Coito che immobile, inespressivo pareva in quel momento essersi estraniato mentalmente. Adelina ascoltava con aria meravigliata come una bambina ascolterebbe una favola.

“ Susanna ha sempre seguito Pietro, seppure a distanza. Anzi ha avuto con lui abboccamenti violenti, in cui per poco non sono venuti alle mani” Interruppe Coito guardandomi con aria di complicità, che io mi guardai bene dal raccogliere.

“E’ arrivata persino a garantire lei per Pietro, sperando di fermare la mano dei criminali” Proseguì Marta commossa dall’amore eroico e sconfinato di Susanna.

“Così si trova coinvolta e lei pure perseguitata. Le avevo trovato io il lavoro in quella lavanderia e nessuno doveva sapere” La voce di Coito vibrava sottilmente stizzita, “Ora è nascosta dai Cabrini. Pietro è scomparso da parecchio tempo, senza lasciare tracce e così pure Pergamena, che pare sia molto malata”.

Questi avvenimenti impressionarono profondamente Adelina che ogni volta a letto mi diceva che Susanna era diventata più bella, che la sofferenza aveva donato ai suoi occhi una profondità misteriosa.

“Ci staresti con lei?” domandava

“Non è il mio tipo” mentivo

“Ma va! Questa proprio non me la fai credere. Poi, a letto, con l’esperienza che ha…”

E io le domandavo se lei avrebbe fatto per me quello che Susanna aveva fatto per Pietro, se avrebbe rischiato la vita per me.




 

*

Tamerisco VIII

VIII

 

A passeggio con Guido. 



In quel periodo gli incontri con Guido si erano diradati parecchio. Non tanto perché il mio tempo libero era monopolizzato quasi totalmente da Adelina o dal pensiero di lei, ma perché Guido aveva iniziato a collaborare come esperto d’arte a un piccolo giornale cittadino: sperava di poter intraprendere da quel pianoro la scalata ai giornali più importanti e sfruttare a pieno la laurea in lettere con indirizzo artistico. Gli telefonavo nei pomeriggi che non avevo Adelina. Uscivamo insieme. Lo accompagnavo a visitare questa o quella chiesa, questo o quel palazzo d’interesse artistico, a volte in città, a volte nei paesi circostanti. Mi leggeva i suoi articoli. Si doleva che il giornale, per sopravvivere, dovesse buttare ogni notizia nello scandalo. Così gli toccava tenere sempre il megafono sulla penna. Ogni furtarello della cosa più insignificante nella sagrestia di una chiesa era un insulto allo spirito dell’umanità, un segno sulla facciata, sui marmi di un palazzo antico era uno sfregio di barbari senza storia. Per non parlare degli elogi sperticati di opere di nessun valore. Sperava comunque di poter intraprendere una carriera che lo sottraesse alla biblioteca. Dopo la partenza di Susanna, Guido era diventato taciturno. Si era estraniato dall’ambiente dei colleghi che per un certo tempo avevano continuato a punzecchiarlo per scuoterlo, per farlo reagire. Vista poi l’irrimediabile abulia e mutismo in cui era caduto, lo avevano messo in disparte e raramente gli rivolgevano la parola. Pure il direttore, di cui per un certo tempo era stato il beniamino, lo ignorava, forse offeso dai propositi di lasciare la biblioteca di cui Guido non faceva mistero con nessuno.

Giravamo per le antiche pievi sparse nella campagna che raggiungevamo a piedi o in bicicletta. Non immaginavo che ci fossero tante chiesette, indicate a stento da cartelli sbiaditi, posti all’imbocco di stradine sterrate, a volte nascosti da cespugli o pali della luce. I cespi di mimose, lo smeraldo dell’erba, il rosso dei papaveri, i prati di camomilla davano a quelle nostre escursioni una tinta fiabesca di pace e serenità.

“Vedi questa sorprendente tela, probabilmente di un allievo del Magnasco: Adamo ed Eva cacciati dall’Eden, oppure semplicemente due amanti ignudi inseguiti dall’angoscia, dal pentimento della loro lussuria. Non c’è l’angelo con la spada fiammante, come di solito, ma uno stuolo di scheletri rabbiosi, come in un incubo. Ti fa pensare a un dipinto del Medioevo, che so io, alla danza degli scheletri del cimitero di Pisa, per esempio.  Ma guarda le pennellate di colore, la freschezza, la forza che emana da queste immagini. Espressionismo, vero Espressionismo! Il pittore si è liberato dai lacci dell’Accademia per esprimere soltanto l’emozione allo stato puro. I due amanti cacciati, esiliati non dall’angelo giustiziere, ma da un popolo di morti”. Guardavo affascinato quel quadro posto nella cantoria cadente, illuminato da una fievole luce che filtrava da un finestrino impolverato, aperto a mezzo metro dal soffitto. Dai colori tetri e scuri del paesaggio e della folla di scheletri emergeva il candido nitore dei corpi dei due amanti. La vibrazione luminosa esprimeva dolcezza e passione insieme, e un dolore profondo.   

A quelle nostre escursioni si unì ben presto Adelina. Si andava in tre, e devo dire che Guido si rivolgeva ormai quasi unicamente a lei. Io ascoltavo, un passo indietro, le sue meravigliose, appassionate spiegazioni. Un pomeriggio andammo in Duomo. Guido ci condusse in una cappella secondaria, a lato dell’altare, dove era appesa una Deposizione illuminata appena dalla luce tremula delle candele votive. 

“Ecco, vedete, nessuno dà importanza a questo quadro. L’ho scoperto per caso, non è neppure illuminato. E’ di un anonimo.” Strinsi gli occhi per vedere meglio. Mi colse un tremito simile a quello che vibrava sul labbro di Guido. Ai piedi di una grande quercia una croce riversa e su di essa il corpo del Cristo. Due uomini e una donna guardavano le fronde dell’albero, mentre due angeli avvolgevano nel sudario il corpo del Crocifisso. Avevamo due segreti Guido ed io che non ci eravamo detti: io avevo taciuto la gita con Susanna, lui la morte del fratello. Eppure sapevamo entrambi che l’altro sapeva. 

“Vedi” disse ad Adelina, “la tecnica è modesta, eppure l’insieme raggiunge una drammaticità altissima. Dovrei scrivere per il giornale che la sapienza compositiva richiama chi sa quale maestro; che i colori, introvabili ormai tra i neri e i marroni, sono magistralmente distribuiti per offrire allo spettatore chissà quali emozioni! Non scriverò un bel niente. Mi sembra di profanare la commozione con cui questo sconosciuto pittore di provincia ha steso il suo pennello per la morte del Cristo, che più che un dio è sentito come un fratello, un caro amico.”  

Andavamo per le navate del Duomo. La voce di Guido risuonava tra le alte colonne, si impigliava nelle decorazioni floreali dei capitelli, andava a sbattere con ali di cera sui mosaici delle vetrate.

Fu quel pomeriggio che usciti da chiesa pioveva e riparammo in un bar in piazza. 

Guido ci disse allora che Susanna era tornata in città e lavorava in una lavanderia.

Viale Atena è una strada lunghissima che, passando per il centro storico, divide la città in due parti. Su di essa passarono le legioni romane, i carri dei coloni carichi di masserizie. Su di essa passarono pure le orde barbariche dirette al Sud a depredare, a porre fine a una civiltà, a iniziarne una nuova. La percorremmo per venti minuti a piedi, sotto una pioggia battente. Guido ci precedeva a passo spedito. Quando le case antiche del centro furono sostituite da anonimi palazzi degli anni del dopoguerra, molti dei quali mostravano le facciate cadenti per mancanza di manutenzione, voltammo in via Galileo Galilei e di là a destra in via Piave. La lavanderia mostrava la porta verniciata in rosa, i vetri opachi, un cartello scritto a mano a grandi lettere verdi: 

“ Lavaggio rapido – Pronta consegna – Si lavano tappeti”. Dietro il bancone, un’anziana signora ci fece ripetere tre volte il nome di Susanna prima di capire, quindi chiamò al citofono. Quando dal retro di un sipario azzurro, che divideva quella stanza da un enorme salone adibito a ripostiglio dei capi lavati, comparve finalmente Susanna, gli occhi di Guido divennero luminosi e attenti, il capo fermo come quello di un cane da caccia in prossimità della preda. Susanna era sempre bella, con i capelli raccolti dietro la nuca, un grembiule bianco aderente ai fianchi, alta, il viso affilato, forse un po’ smagrito, i grandi occhi verdi che in quel meriggio esprimevano una incontenibile felicità e gaiezza. Ci accolse con un sorriso pieno di calore. Io quasi ridevo ricordando il biglietto con cui le davo della cretina. Ci condusse nel retro, in una stanza dove da ampie vetrate spioveva una luce dorata su montagne di biancheria appena lavata da cui esalava un vapore umido e pulito. Dopo esserci abbracciati e avere esternato il piacere di quella visita, ci sedemmo su delle panche da spiaggia. E veramente sembrava essere passato tantissimo tempo a vederla così con quel grembiule bianco e le ciabatte, lei che era la creatura fascinosa e sofisticata, dolce e proibita dei nostri sogni. C’era in tutto questo un distacco, un’improvvisa scissura, che solo eventi bellici, grandi rivoluzioni o cataclismi potevano produrre. Sorseggiando il caffè del distributore automatico per i dipendenti, mi domandavo cosa aveva condotto Susanna a quell’incredibile metamorfosi, come aveva potuto lasciare gli studi di Filologia Romanza cui teneva moltissimo, per andare a lavorare in quel posto. Mi guardavo attorno, il suono delle nostre voci pareva rimbalzare sulle pareti bianche e celesti come palle morbide di gomma o dure biglie di biliardo, secondo i toni della conversazione. Avevo tanta curiosità, tante domande da porre, ma la presenza di Guido mi inibiva. Rimasi in silenzio, sopraffatto dai pensieri, seguendo con gli occhi ora uno ora l’altro che parlava, senza capire nemmeno cosa precisamente dicesse. 





 

*

Tamerisco VII

Il primo amore



Adelina diventava per me molto più di un’abitudine. Sono di indole solitaria, sono come quei vecchi manieri cinti dal fossato, con il ponte levatoio, i portoni di legno spesso rinforzato dal bronzo degli stipiti e degli scudi, tante file di mura. Assediare e prenderli è un’impresa impossibile. Eppure Adelina sembrava avere le chiavi delle porte; sembrava conoscere i tranelli nascosti, i cunicoli, i passaggi segreti per accedere al palazzo. Presto mi accorsi che i pomeriggi senza di lei erano vuoti. La mia birra solitaria e la lettura del giornale avevano perso di significato e di gusto. Quando lei diceva di non poter uscire, mi nasceva un sentimento mai provato prima, una specie di angoscia, di vuoto. In verità accadeva raramente che lei mi dicesse che quel pomeriggio aveva altri impegni inderogabili. Niente di male! Eppure di pomeriggio, mentre in autobus mi recavo al parco, mi nascevano nel cervello i dubbi: -Come mai non può? Forse è stanca di me? Forse ha conosciuto un altro!- .  Accusavo me stesso di essere stato noioso, di avere fatto qualcosa che l’aveva offesa e così via. Mi ridussi a comprare un cellulare per poterla chiamare in qualsiasi momento, per sapere dove fosse, capire dal tono della voce se fosse dispiaciuta veramente di non essere con me. All’appuntamento successivo avevo in tasca un piccolo regalo, un pupazzetto di legno smaltato o qualcosa di simile.

Nel parco c’erano bellissime piante latifoglie dal fitto rameggio lucido e nero, piante rare che i principi, cui era appartenuto il giardino, avevano fatto arrivare da ogni parte del mondo. Noi amavamo sederci sulla panchina al riparo di un antico cedro del Libano, una pianta gigantesca donata alla città da un sultano che era stato ospitato con le mogli nel palazzo del parco circa due secoli or sono. La pianta era cresciuta a dismisura in quell’habitat così diverso dalle rive africane, e faceva un bellissimo arabesco contro il turchese del cielo primaverile. Raccontavo ad Adelina in modo fantasioso e colorito della visita del sultano, dicevo che gli arabi sono molto munifici con le loro donne, ma molto esigenti e gelosi. Adelina ascoltava divertita e mi domandava quante donne sarei stato capace di soddisfare contemporaneamente. Ridevamo di quei discorsi che segnavano un periodo spensierato e felice della nostra esistenza, come sono i giorni in cui nasce l’amore. La nostra storia procedette secondo i canoni di tutte le storie d’amore: la invitai a cena a casa mia, fu la prima e unica volta che cucinai per lei. Era, infatti, una bravissima cuoca, soprattutto nei piatti a base di verdure. Faceva una zuppa di ortiche a dir poco deliziosa. Diceva per scherzo che raccoglieva le ortiche ai piedi del muro di cinta del cimitero, perché in quel posto crescevano più grasse, nutrendosi degli umori dei cadaveri. E poi proseguiva in tono non so più quanto scherzoso: “Almeno questo era vero alcuni secoli fa, quando mettevano i morti per terra, in casse di legno o dentro sacchi. Ora li mettiamo in loculi di marmo e cemento, sottraendoli alla catena alimentare, così sono morti due volte”. Era convinta che il mondo vegetale, non quello animale, fosse all’apice della creazione “Quanto vive un passero, un leone, un falco? Dove vanno a finire i loro corpi quando sono morti? Si macerano, sono assorbiti dal terreno e le radici delle piante li divorano. Ecco, le piante sono la fine della catena alimentare. Non gli animali! Le piante trasformano la luce in vita. Esse sono in comunione con il sole, in esse si incontrano il cielo e la terra”. Ascoltavo quei discorsi con devota attenzione, mentre lei con sapienti manine potava le camelie che Gina mi aveva imposto di tenere sul terrazzo. Accarezzava delicatamente le foglie, quasi a instaurare con esse una comunicazione tattile; staccava i boccioli che le povere piante, troppo cariche, non riuscivano a portare a maturazione. Io collaboravo riempiendo le bottiglie d’acqua necessarie a dissetarle. Quando facemmo l’amore eravamo tutt’e due emozionati. Ne venne fuori un pasticciaccio. Alla fine Adelina, con aria di confusa meraviglia disse: “Non sono sicura di non essere ancora vergine!”. Ridemmo abbracciati. Un uomo che fallisce ha dentro di sé un senso d’umiliazione che lo allontana dalla donna. Questa coltiva la frustrazione, se non addirittura il rancore, con la paura di non essere piaciuta. Si crea a volte un intreccio di incomprensioni che avviluppa e soffoca il rapporto tra due che pure si amano. Con quelle parole semplici e sincere Adelina aveva creato un’intimità profonda nella quale le difficoltà, i fallimenti, potevano essere condivisi e superati insieme. Una premessa indispensabile, pensavo, a un’unione duratura. Gli amplessi dei giorni che seguirono furono delle vere prove d’autore, in preparazione del capolavoro che non fu mai eseguito.




 

 

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Tamerisco VI

VI

L’incontro

 

Erano passati tre mesi da quegli accadimenti. Era un bel pomeriggio di primavera. Le giornate si erano allungate, l’aria profumava del fiore dei tigli. Era possibile vedere all’orizzonte, ancora innevato,  l’arco delle montagne che in lontananza coronano il paese. Andavo in autobus al parco, dove di solito, dopo una breve passeggiata, mi sedevo al bar all’aperto per consumare una birra e leggere il giornale. Sono uno dei rari abitanti che usa soltanto il mezzo pubblico per spostarsi in città. Il percorso mi era familiare: le porte dei negozi, le vetrine che sfilano dal finestrino; spesso mi divertivo a recitarle tra me e me come una filastrocca demenziale: fioraio, Roberto parrucchiere, Casa dello gnocco, biciclette, videogiochi, negozio di stoffe, sartoria, Caffè Santo Stefano, onoranze funebri, abbigliamento, supermercato, Grande Hotel, tappezziere, bar-tabacchi, cinema Astoria, Cassa di risparmio, paninoteca, gioielleria, farmacia L’Annunziata. A volte si sta in piedi, pigiati come tonni in scatola, perché, fermata dopo fermata, la gente continua a entrare quasi che lo spazio sia infinito. In realtà siamo noi che diveniamo sempre più sottili, perdendo l’intercapedine di aria tra i vestiti e il corpo, tra corpo e corpo, limitando le escursioni respiratorie del torace. Più spesso però l’autobus è occupato da una decina di persone, sempre le stesse, che ogni volta s’incontrano senza mai conoscersi. Quel pomeriggio eravamo i soliti: una coppia di Senegalesi che lavorava in una ditta alimentare, una vecchietta che abitando in Via Salerno, una strada malfamata, teneva la borsetta ben stretta sottobraccio, per abitudine; due studentesse dell’istituto d’arte che andavano al parco con le cartelle da disegno, uno studente di lungo corso in medicina, forse spacciatore di droga, un pensionato delle poste, qualche casalinga e in fondo una coppietta che faceva le fuse, incurante di tutto. Gettai uno sguardo distratto all’interno dell’autobus concentrandomi sul marciapiede dove la gente, le bancarelle di Via Malaspina, i madonnari, i peschi del Viale Dei Partigiani che stavano terminando la fioritura sciamavano lungo i vetri dei finestrini. C’era nell’aria una serenità svagata, insolita in una città del Nord, dove tutti sono abituati ad andare di fretta, dove l’Efficienza è la prima divinità dell’Olimpo. A un tratto suonò un cellulare: “Pronto! Ciao!…Sto bene…è tanto che non lo vedo…in viaggio…pure io ho bisogno…forse questa estate…si è offesa?…perché si è offesa?……..Non ha capito nulla…” e così via. Frammenti di conversazione. Mi irritavano quelle telefonate in pubblico. Si parla tanto di privacy e poi si mettono in piazza i fatti propri. Si discute al telefono, si litiga perfino, tra un sobbalzo e l’altro dell’autobus. Mi venne istintivo volgere il capo verso quella voce che mi suonava familiare.

“Ciao”.

“ Ciao” risposi, gettando di nuovo gli occhi fuori dal finestrino. Era Adelina, la collega della scrivania di fronte. Alla fermata entrarono parecchie persone: fiati sul collo, nel migliore dei casi, nel peggiore in bocca, ed è un’esperienza sconvolgente. Contatti di braccia e di fianchi, profumi dolci delle giovani donne, forti e aspri delle più attempate. Mi sentii tirare la manica della giacca:

“Come stai?” Era ancora lei che si era avvicinata.

“Io sto bene, e tu?”. 

“ Anch’io sto bene”. 

“Abiti da queste parti?” Le domandai senza sapere che dire. Mi rispose che abitava vicino al parco.

Passeggiammo sui viali per quasi un’ora. Adelina parlava e a me piaceva stare ad ascoltare. Mi raccontò della sua vita, tenendo per sé poche cose. Scoprimmo di avere conoscenze in comune e addirittura un secondo cugino, Gustavo, un soggetto più simile a un yeti che a un essere umano. Ridevamo di lui. Io le dicevo che certamente si sbagliava: non era possibile che una ragazza così esile e delicata, così carina, potesse essere imparentata con un mostro simile. Lei godeva visibilmente di quei complimenti che le facevo in tutta semplicità.

Un giorno, quando la nostra relazione era al culmine dell’intimità, mi disse che fu proprio la sincerità di quelle parole a farla innamorare di me.

Gustavo rimase l’emblema del nostro amore. Molte coppie ricordano la musica del primo ballo o il cd che si sono scambiati nella fase del corteggiamento, altri un luogo,  una vicenda che li spinse una tra le braccia dell’altro. Noi ricordavamo Gustavo. Per esempio: se dovevo prenderla in braccio, esageravo la fatica e dicevo che ci sarebbe voluto Gustavo che era più forte di me. Oppure lei, se mi vedeva sudare e sbuffare nel compiere un lavoro in casa, diceva che sarebbe stato meglio se avesse preso Gustavo, che quei lavori li faceva con un dito solo.

In realtà non so se Gustavo fosse veramente così forte come il suo aspetto villoso e nerboruto di essere primitivo faceva pensare. So per certo che all’età di ventiquattro anni se n’era andato di casa e nessuno sapeva più dove fosse. 

Incontravo spesso Adelina sull’autobus e andavamo a passeggio nel parco. Poi prendemmo l’abitudine di darci appuntamento una volta per l’altra e l’aspettavo sul portone di casa. Si camminava per i viali parlando e ascoltando avidamente quello che l’altro diceva, come due amici che debbano ricordare gli anni dell’infanzia prima che giunga l’ora di dividersi, per rivedersi chissà quando; o come due innamorati che rimpiangono di avere perso tanti anni della loro vita senza conoscersi. 

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Tamerisco V

V

 

La scomparsa di Susanna



Il mattino del giorno seguente misi sul tavolo di Susanna un biglietto: “Sei una perfetta cretina” recitava laconicamente. Per tre giorni rimase su quel tavolo, perché Susanna non  si era più fatta viva in ufficio. Al quarto giorno notai che non solo era sparito il biglietto, ma anche il portaritratti, i fiori finti e le penne. Guido mi disse con aria mesta che Susanna si era licenziata. Considerai che per lui fosse meglio così: avrebbe potuto dimenticarla, se mai ne fosse stato capace. 

I giorni che seguirono furono indicibilmente noiosi. Mi mancava la ridondante personalità di Susanna, che riempiva la stanza della sua presenza anche quando non c’era e tuttavia sapevi che i suoi pupazzetti erano lì, che dentro i cassetti c’erano le sue poesie, i rossetti, le mutandine di ricambio. 

Avrei voluto vedere l’effetto di quel biglietto. Sicuramente, eccetto Pietro e me, nessun uomo si era mai sognato di darle della cretina!

Giravano varie voci sulla sua scomparsa: quella che godeva maggior seguito era che fosse tornata a vivere con Pietro, che lo aiutava nella sua attività commerciale, le acque minerali; ma dopo il litigio cui avevo assistito dietro la porta, consideravo questa ipotesi del tutto improbabile. Altra ipotesi, non meno fantasiosa, era che le fosse stato proposto un impiego più remunerato a Imperia, e lei, che era amante del mare, non aveva esitato a trasferirsi. Qualcuno con malevolenza diceva che si prostituiva in casa come le Escort di lusso. Altri, che nutrivano affetto per lei, temevano che fosse malata, un tumore, e avesse deciso di rompere i contatti con tutti e rifiutasse le cure. Io trovavo queste ipotesi assai poco probabili, ma non sapevo formularne una migliore.

Mi tormentò in quei giorni la sensazione malinconica che un’epoca fosse finita e ne stesse cominciando una nuova. 



 

 

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Tamerisco IV

IV

 

Dove si svela il segreto di Guido 

Piero scopre che i ricchi sono pure belli

e assiste a una spiacevole lite in famiglia



Il traffico sull’autostrada procedeva a rilento a causa della neve e del ghiaccio. Solo qualche scalmanato andava a tutta velocità incurante del pericolo. Susanna guidava con molta prudenza. Solitamente i lunghi viaggi sono occasione per approfondire la conoscenza, ma lei non sembrava interessata a me, ed io non trovavo niente da dire.

Si andava in silenzio in una lunga colonna di automobili. Il riscaldamento rendeva confortevole l’abitacolo, e dopo qualche chilometro ci spogliammo: lei della pelliccia, io della giacca a vento. Non aveva indossato i jeans, come aveva promesso, ma un vestito da sera azzurro e un filo di perle attorno al collo. Non potevo fare a meno di ammirare le ginocchia sottili e le gambe di perfetta fattura. Quando passammo il tunnel che, dopo aver forato la montagna, si affacciava sul mare, le domandai come mai si fosse rivolta proprio a me e non ad altri. Mi rispose che io non avrei raccontato a nessuno di quella nostra gita, per timore che Guido lo venisse a sapere, perché sicuramente per gelosia mi avrebbe tolto il saluto. Veramente nei giorni passati avevo avuto il rovello di come comportarmi con Guido: tacere mi sembrava disonesto nei suoi confronti, raccontargli tutto significava farlo soffrire enormemente; la gelosia avrebbe potuto rovinare un’amicizia cui tenevo moltissimo. Mi meravigliavo che Susanna avesse diabolicamente preveduto tutto questo. Indeciso tra le due possibilità, era prevalso l’immobilismo, che voleva dire tacere, che era poi la prima ipotesi, ma essendo stata accolta non per scelta, ma per indecisione, sembrava avere una valenza morale molto inferiore. Domandai perché non avesse invitato Guido, anziché me. In fin dei conti erano amici da tempi immemorabili.”

“Guido mi angoscia!” rispose, “Con lui ho passato le ore più tristi della mia vita. Non ti ha raccontato del fratello?” Pareva che mi guardasse con aria di rimprovero perché non sapevo nulla del fratello di Guido. 

“Guido aveva un fratello maggiore che, essendo morto il papà quando lui aveva appena cinque anni, gli aveva fatto da padre; per questo gli era morbosamente legato, come Guido solamente può essere. Pure io e Pietro eravamo affezionati a Giovanni e spesso lo andavamo a trovare in campagna, faceva infatti il contadino. Aveva una moglie e due bambini stupendi, proprio una bella famiglia. 

Una domenica di settembre di quattro anni fa io, Pietro e Guido lo andammo a trovare. Giovanni era nel campo, sul trattore; ci accolse calorosamente, come sempre. Ci dirigemmo con lui verso casa. Davanti al cascinale c’era uno spiazzo nel cui centro troneggiava una grande quercia. Quante volte all’ombra di quell’albero avevamo pranzato in allegria!  Allora, ho orrore solo a pensarlo, c’erano appesi, impiccati, la moglie e i due bambini. I loro corpi penzolavano così da sembrare da lontano nient’altro che degli stracci.  Lui disse – Non sono ancora maturi!-  Noi restammo di sasso.

Giovanni, vedendo il nostro stupore e poi lo sgomento, sbarrò gli occhi e coprendosi il viso con le mani corse in casa. Ho ancora davanti agli occhi quella espressione di follia e disperazione. Pietro, quando si riebbe, chiamò la polizia. Guido ed io, come paralizzati, non riuscivamo a distogliere gli occhi da quei corpi appesi immobili e paonazzi.

Era successo, così ricostruì il fatto la polizia, che alcuni giorni prima Giovanni aveva strangolato con una corda la moglie e il figlio più piccolo e li aveva appesi alla quercia. Quando il più grandicello era tornato da scuola, vedendo la madre e il fratello impiccati, era corso piangendo dal padre che era nel campo. Questi, abbracciatolo, gli aveva torto il collo e lo aveva appeso, lui pure, all’albero che non faceva più frutti, si lamentava.

I poliziotti bussarono a lungo alla porta di casa, chiamando Giovanni col megafono. Si decisero poi a forzare la serratura. Frugarono in tutte le stanze, giù in cantina, nel solaio. Fu Guido a indicare una scaletta che portava a una stanza da bagno nel soffitto. Trovarono Giovanni più bianco della porcellana del Water nella cui tazza aveva messo la testa sentendosi mancare le forze: si era reciso le carotidi con un colpo netto di rasoio.”  

 Sentivo la sua voce tremare per l’emozione. Quando tacque, era come se fossimo entrambi sotto la quercia dove pendevano i corpi della moglie e dei bambini del fratello di Guido.

Usciti dall’autostrada, prendemmo per la pineta che costeggiava il mare, e poi un sentiero lastricato di pietra rosa ai cui lati siepi di bosso e tamerici, alti muri di basalto riparavano da sguardi indiscreti le ville dei ricchi. Il cancello era aperto per ricevere gli ospiti che arrivavano alla spicciolata. Susanna mi presentò ai padroni di casa: entrambi alti e biondi, erano proprio come uno s’immagina i divi del cinema. - E’ proprio vero che i ricchi sono pure belli- pensai, mentre la signora mi stringeva la mano cordialmente. Susanna mi aveva presentato dicendo che ero un suo carissimo amico, uno scrittore. Lui mi chiese che cosa scrivessi.

Chi non ha almeno un racconto o una poesia in fondo al cassetto? Quando ero studente componevo versi e avevo scritto qualche racconto senza pretese. Dopo la laurea, la preoccupazione di trovare un lavoro che non fosse la raccolta stagionale dei pomodori, aveva inaridito la mia vena letteraria. Sembravano veramente delle brave persone i Cabrini, con quei visi belli, puliti, mai affaticati. I camerieri giravano con i vassoi attorno ai capannelli degli ospiti. Presto mi trovai io pure con in mano un bicchiere di prosecco, al margine di un capannello di persone cui ero stato frettolosamente  presentato. L’attenzione di tutti era monopolizzata da un signore in doppiopetto blu, dai capelli tirati a lucido, che chiamavano “Cavaliere”. Parlava in bella pronuncia lombarda dell’inefficienza dei servizi pubblici, faceva ironia sulle ferrovie di stato che erano, come era noto a tutti, una voragine senza fondo, raccontava grassi e gustosi aneddoti sul sistema sanitario nazionale spendaccione e inefficiente. I denti bianchissimi delle signore brillavano in gaie, rumorose risate.

Avevo perso di vista Susanna. La gente sembrava essersi riunita in quel posto per dire banalità e ridere di niente. Il Cavaliere mi aveva stufato. Mi misi a passeggiare per la stanza, che era vasta come una piazza, col bicchiere in mano, unico segno di partecipazione fisica alla festa, guardandomi attorno tra il curioso e l’annoiato. Quando mi accostai al bar, mi si affiancò un tale alto e sottile dal viso affilato di viperino. Ho sempre pensato che sia una grossolana ingenuità credere che l’uomo discenda soltanto dalla scimmia. In verità si incontrano persone che palesemente derivano dalla specie canina, o da altre specie, come nel caso di quel signore sibilante che, simile a un serpente, si contorceva sullo sgabello del bar. Si incontrano facilmente persone, soprattutto nel sesso femminile, che derivano con certezza dai gallinacei o dai coccodrilli, altri dagli equini o dagli ippopotami. Sono convinto che tutte le specie animali, e forse anche quelle vegetali, hanno contribuito alla formazione della gloriosa specie umana, fatta a immagine e somiglianza niente meno che di Dio.

“Mi chiamo Nicola Coito” si presentò. “Piacere, Piero Cretini” risposi.

“Anche tu sei venuto a tanta noia!” disse abbracciando con lo sguardo la sala brulicante di signore eleganti e uomini in finto casual.

“Ammetto che non è divertente!” Sorrisi con amarezza, per darmi un contegno.

“Proprio per niente, conosci i Cabrini? Sono le uniche persone di valore qua dentro. Vieni, ti mostro un cimelio di famiglia.”

Attraversato il salone, entrammo in una stanza nel cui centro, dentro un cubo di plexiglas, si trovava un gozzo di otto metri, di quelli che si vedevano un tempo nei paesi di mare: ben catramati, dipinti con colori sgargianti dalle amorevoli mani dei pescatori, ormai sostituiti da più moderne e anonime imbarcazioni. Illuminato da potenti fari alogeni lo scafo sbiadito dal sale, incrostato di licheni e conchiglie, mostrava su un fianco un grosso squarcio, come se un mostro marino avesse tentato di divorarne i legni ben stagionati.

“Questa era la barca del nonno dei Cabrini. Faceva il pescatore e una sera è scomparso in mare in circostanze misteriose, forse finito contro rocce affioranti, ma era troppo esperto e conosceva molto bene quel tratto di mare per fare un errore così banale. Più probabilmente fu speronato da una grossa imbarcazione. In ogni caso il corpo del nonno non fu mai ritrovato. I figli trovarono la barca qualche anno dopo e, tiratala su, la misero in questa stanza, che è il nocciolo della famiglia, attorno al quale è cresciuta la pianta della loro fortuna. In verità è gente molto capace e onesta, che poco per volta ha messo su una flotta di pescherecci e una ditta di surgelati.

Mario attribuisce a questa barca la fortuna dei Cabrini e, non proprio per scherzo, racconta di incontrare il nonno, di notte, intento a pulire lo scafo. Il vecchio si informa di ogni cosa e spesso gli dà buoni consigli per gli affari.”

Da dietro una porta si sentivano voci concitate:

“Non ti credevo così coglione!”.

“Insomma vuoi smetterla? Mi sembra che tra noi sia finita da un pezzo e tu sei solo un’amica, una delle tante, e non hai nessun diritto di farmi la morale”.

“Oltre che coglione sei pure uno stronzo! Perché non capisci che io mi sono fatta a pezzi per te. Altro che amica, una delle tante! Chi ti ha presentato ai Cabrini pregandoli di tirarti fuori dai debiti? Ti sei dimenticato che quelli ti avrebbero tagliato i coglioni se non pagavi?” L’alterco cresceva di gradi. Nicola sorrise maliziosamente: “Là dentro si scambiano paroline d’amore”.

Riconobbi la voce di Pietro e di Susanna. Ora Pietro dava della puttana a Susanna e lei ribatteva per le rime, ma si capiva che aveva raggiunto il limite e presto sarebbe scoppiata a piangere. Con mio grande sollievo tornammo nel salone. Non sapevo perché, ma ero sulle spine, come se quella lite di ex amanti mi riguardasse e non potevo tollerare che un estraneo facesse dell’ironia su quei panni sporchi di famiglia. Eppure Susanna e Pietro mi erano estranei quasi quanto Nicola, che avevo appena conosciuto. 

Lasciai Coito davanti a un piatto di zuppa inglese e uscii all’aria fredda della sera. Avevo voglia di urinare e non volevo perdermi nel labirinto di corridoi e stanze alla ricerca di un bagno. Così feci le mie necessità al buio, dentro un’aiuola; dalle finestre del salone veniva la musica della festa e una luce fioca, multicolore. Fuori dal giardino, si udiva soltanto il bruire del vento tra gli aghi dei pini e, più in là, il suono lento della risacca. Rimasi a lungo al cospetto del dorso nero del mare, immaginifico Levitano nel cui ventre dormiva il nonno dei Cabrini e chissà quanti altri pescatori con le loro barche ricolme di poveri tesori: otri di vino, reti, carni salate, carte geografiche d’improbabili mari e continenti. Sono nato in riva al mare, in un certo senso sono uomo di mare anch’io, sebbene esso mi incuta paura come il buio e il silenzio. Mi è rimasta l’abitudine contemplativa di scrutare l’orizzonte, come tutti quelli che vivono sui litorali, che passano ore e ore con lo sguardo perso nei tramonti, nella spuma delle onde, nello specchio della luna.

 Poco distante un uomo seduto sulla sponda di un patino, il capo reclino, dormiva russando fragorosamente: era Pietro, puzzava di alcool lontano un miglio, poteva narcotizzare tutti i pesci dell’oceano. Pescatore di pesci ubriachi! Domani lo avrebbero raccolto congelato dalla notte invernale, calcinato dal sale e dalla sabbia. Un brivido mi corse per la schiena, rientrai in casa. Nella sala la festa era finita; i lampadari erano spenti. Nella penombra la padrona di casa confabulava con il Cavaliere. A un’estremità del bar, in perfetto equilibrio sullo sgabello, dormiva Nicola Coito. All’altra estremità due ragazze si scambiavano rare parole fumando avidamente. Domandai a un cameriere intento a sparecchiare se avesse visto Susanna. Mi rispose che la signorina era partita con la sua macchina. Bello scherzo era quello! Come avrei fatto a tornare a casa. Il cameriere fece di spallucce e riprese il lavoro. Mi rannicchiai su un divano e mi addormentai. Mi svegliai dal freddo. Il salone era buio. Erano andati via tutti quanti. Presi una tovaglia dal tavolo più vicino e me la buttai addosso a modo di coperta. Non mi rendevo conto di quanto tempo fosse trascorso nel sonno.

Un calabrone mi ronzava attorno. Non potevo vederlo ma intuivo il suo nero pungiglione, la sua crudeltà indifferente. Mi ricordai che ero allergico alle punture delle api e non avevo con me l’adrenalina. Dovevo stare immobile! Forse si era posato su di me pronto a infilzarmi al primo movimento. Apersi gli occhi terrorizzato: il chiarore del primo mattino, filtrando tra i tendaggi, spandeva una bianca luce sul marmo del pavimento dove correva una lucidatrice allegramente ronzante trascinandosi dietro una serva minuta, una nana, che indossava una sottana bianca sotto il grembiule rosa. 

I grandi occhi azzurri e la bocca larga e rossa sorrisero come mi videro sveglio. Mi domandò se volessi fare colazione. Presi un caffè forte e amaro e raggiunsi con un taxi la stazione più vicina.




 

*

Tamerisco III

 

III

 

Incontro di Susanna e Pietro nell’antibagno.

Sofferenza inaudita di Giacomo





Il giorno seguente sedetti al mio consueto lavoro di catalogazione dei libri e delle riviste con la piacevole sensazione di chi fa un lavoro modesto e tuttavia si sente importante perché fuori da quel luogo ricopre un ruolo di prestigio. Immaginiamo il sindacalista che durante la giornata non fa altro che stringere bulloni  e pensa alla riunione che deve tenere alla sera dove parlerà della situazione dei lavoratori del meridione, del profitto e dell’organizzazione del lavoro e non so di che altro. I miei bulloni erano fatti di titoli e di cifre, numeri di scafali, di sezioni e così via. Però il pensiero di essere stato prescelto da Susanna per la sua gita al mare gonfiava enormemente il mio ego. Immaginavo quanto ciascuno dei miei colleghi avrebbe desiderato essere al mio posto, magari quelli più anziani che svolgevano un compito più nobile e mi guardavano dall’alto in basso, a volte rivolgendomi la parola come fossi il loro ragazzo di bottega.

Ero dispiaciuto per Guido; lui avrebbe davvero dato qualsiasi cosa per accompagnare Susanna. In sua presenza bruciava come uno zolfanello e bastava un sorriso di lei perché i suoi occhi divenissero languidi e dolciastri. Non avrei mai creduto che potesse esistere un amore così grande.

Accadde quel giorno, intorno alle dodici, che giungesse Pietro col suo consueto incedere da grande felino. ma il suo aspetto non era quello del giovane florido, come lo avevo conosciuto qualche settimana prima. sebbene il portamento non fosse cambiato, aveva un viso alquanto emaciato e gli occhi retratti dentro le orbite viola.

Sorrideva e salutava ognuno di noi cameratescamente. Ciò mi infastidì vedendo dietro quel modo di fare un’ironia che invece probabilmente non c’era. Si appartarono, lui e Susanna, nell’antibagno. Li sentivo confabulare, a volte con toni molto alti. Da quello che potevo capire, Pietro tentava di zittire Susanna e lei invece alzava i toni, incurante che altri potesse sentire. Non distinguevo le parole e perciò non saprei riferire il contenuto di quel dialogo che terminò, a mio parere, con un abbraccio, perché Susanna tornò al suo posto di lavoro asciugandosi qualche lacrima e il rossetto disfatto sulle labbra.

Quando Pietro andò via, Guido venne a domandarmi cosa fosse accaduto.

“Non so” risposi “Erano nel bagno e non ho sentito nulla. Forse hanno ripreso a frequentarsi, ma non ne sarei certo”

Guido era fuori di sé. Accartocciò i fogli che teneva in mano e scosse il capo.

“Quello è un avventuriero, un delinquente. Non capisco come a Susanna possa piacere. Si può essere più irresponsabili”

Queste parole gli uscirono dalla fessure delle labbra che teneva strette nell’angoscia. Gli proposi di andare a bere un caffè dalla macchinetta che si trovava nell’antibagno,

dove entrammo con la stessa riverenza con cui si entra in chiesa. Fui allora sul punto di parlare a Guido del mio viaggio con Susanna, ma mi mancò il coraggio.

Bevemmo il caffè, parlai di altro: era in progetto un’escursione nella campagna circostante per visitare un sito archeologico. Ne avevamo parlato alcuni giorni prima, ma Guido in quel momento era per niente interessato all’argomento. Era evidente che non aveva voglia di parlare, così rispettai il suo silenzio.

Se quel giorno, come dissi, avevo una piacevole sensazione d’importanza, il giorno dopo ero dispiaciuto per Guido e mi proponevo di domandare a Susanna come mai non si fosse rivolta a lui, considerato che erano amici da parecchio tempo. Da parte mia, provavo per Susanna un’ammirazione che nasceva dalla sfera sessuale, come ogni maschio che ammira una donna bella, ma nulla di più. Non mi interessava approfondire un’amicizia che non avrebbe portato nulla di buono. Proprio questa capacità di restare indifferente alle attrattive di Susanna completava l’immagine piacevole che in quei giorni andavo componendo di me stesso.

 

*

Tamerisco II

II

 

 

 Un monolite e una proposta

di gita al mare

 

 

La casa in cui stavo allora era un appartamentino di due stanze più cucinino e bagno, al quinto piano di un palazzo antico situato in Via Ariosto, proprio al confine del centro storico. Dalla finestra della cucina, esposta a nord, si potevano ammirare i tetti e più lontano il campanile del duomo e della chiesa di S. Stefano, protettore della città. Dalla finestra del salotto, esposta a ovest, si vedevano i terrazzi dei casermoni sorti lungo la ferrovia, scempio di una stagione di anarchia edilizia e spirituale di tutta la collettività. La mia casa aveva l’essenziale, solo ciò che serviva strettamente per vivere. Non c’erano suppellettili se non un vecchio quadro di famiglia di nessun valore, alcune riproduzioni di opere del Seicento, epoca di cui sono appassionato estimatore; i mobili erano ridotti all’osso, non avevo televisione né radio: il silenzio, dicevo, era per me la musica migliore. Queste parole facevano ridere Adelina e mandavano in bestia Guido, che era un melomane. Invece mi concedevo numerosi libri in edizione economica. Ero stato un accanito lettore di romanzi, poi di poesie.

 Appena rientrato, m’infilai nella doccia. L’acqua tiepida mi aiutò a rilassare la tensione che mi aveva procurato quella lunga conversazione sui problemi intimi di Guido. Sarei rimasto sotto l’acqua più a lungo se non mi fossi ricordato che doveva venire la donna che una volta la settimana ritirava la biancheria e me la riportava pulita e stirata, riponendola nei cassetti secondo un ordine da lei stessa stabilito.

Ero appena uscito dalla doccia e il campanello d’ingresso si era messo a suonare con insistenza. Attraversai l’ombra del salotto con i piedi nudi. Non era la donna che aspettavo. Sul pianerottolo riconobbi la sagoma piccola e la testa ricciuta della padrona di casa, accompagnata da due operai che reggevano una specie di monolite che pareva provenire da Stonehenge. Gina era una scultrice professionista, aveva il laboratorio e l’abitazione al piano di sotto: era molto apprezzata per i ritratti in creta e in bronzo che facevano bella mostra di sé nel cimitero cittadino su quasi tutte le tombe dei defunti degli ultimi cinque anni. Tuttavia lei considerava quella cimiteriale un’attività secondaria, a solo fine di sostentamento, riponendo ogni speranza di gloria e d’immortalità in una specie di stile informale, ipervolumetrico, come lo definiva lei stessa, di cui quella pietra enorme era l’ultimo parto creativo.

“Scusa se ti disturbo, Piero. Vedo che sono capitata in un brutto momento” disse, osservando l’asciugamano che mi avvolgeva i fianchi e la pelle che fumava di vapore rabbrividendo all’aria gelida delle scale.

“Puoi ospitarmi questa opera per qualche giorno?”.

Come avrei potuto dire di no a una signora, quando era un’artista e per giunta la padrona di casa?

Senza attendere risposta, ordinò agli uomini di portare dentro la pietra e di collocarla vicino all’ingresso: una specie di siluro nero, alto poco più di due metri, con una propaggine a mezz’altezza che a prima vista faceva pensare a un membro maschile. Lo scrutò chinando il capo su una spalla e poi sull’altra, soddisfatta della sua opera.

“ Non ti dispiace vero se lo mostro a Diego stasera?”.

Diego era l’uomo con cui viveva da alcuni anni. M’intimò di andare a vestirmi mentre lei, congedati gli operai, avrebbe preparato un tè caldo. Mentre sorseggiavo la bevanda bollente, stava in piedi, un po’ a osservarmi, un po’ a guardarsi attorno per la stanza, ritornando con gli occhi all’opera ultima di cui sembrava molto orgogliosa.

Nel frattempo che avveniva tutto ciò, Susanna percorreva il viale illuminato a tratti dalle lampade che spandevano una macchia gialla sul lenzuolo bianco della neve. Camminava spedita con i suoi doposci di renna, avvolta nella pelliccia di visone, saliva le scale di casa e, trovando la porta aperta, entrava con una sommessa domanda di permesso. Appeso il visone al membro del monolito, si fece avanti fino al tavolo, dove si svolgeva la mia cerimonia del tè, che nulla aveva a che vedere con quella misteriosa, simbolica rappresentazione dell’estremo oriente, essendo la mia fatta tutta di smorfie e boccacce a causa del calore che mi ustionava la bocca, m’inumidiva le narici, provocando una leucorrea nasale fastidiosa e imbarazzante. Poco dopo Gina si congedò promettendo che sarebbe tornata presto col suo uomo.

Offersi a Susanna il te nell’unica tazza pulita che mi rimaneva.

“Ti starai domandando il motivo della mia visita”. In effetti, Susanna non era mai venuta a casa mia e neppure sospettavo che ne conoscesse l’indirizzo.

“Spero per motivi intimi, magari di natura sessuale” scherzai.

“Ho visto che sei già in compagnia femminile”.

“E’ la padrona di casa, l’autrice di quell’affare dove hai appeso la pelliccia. Anzi, sta attenta che quando gli passa l’erezione dovrai raccoglierla per terra!” Scherzavo per vincere l’imbarazzo. Meno male che avevo smesso il perizoma per un paio di pantaloni e un golf di lana. La presenza di Susanna mi sconcertava e mi procurava una profusa salivazione. Sapevo che tra breve  non avrei potuto parlare senza sputacchiare in tutte le direzioni.

“Scherzi a parte, sono venuta fin qui per chiederti un favore: sabato sera ci sarà una festa al mare, nella villa dei Cabrini, cui non posso assolutamente mancare. Ti sarei eternamente grata se mi facessi compagnia, se potessimo andare insieme”.

“Ti direi di sì, ma ho alcuni problemi: il primo è che non so chi siano questi Cabrini; secondo è che non possiedo vestiti eleganti; terzo: non possiedo una macchina”.

I suoi occhi verdi e luminosi si erano ingrigiti, come sempre accade quando una preoccupazione o una delusione va a intorbidare la pozza della nostra mente. Con preghiere e dolci malie obiettava insistendo che lei pure avrebbe indossato jeans e maglione, perché i Cabrini, sebbene enormemente ricchi, erano gente semplice, sportiva ecc. e la macchina l’avrebbe procurata lei. Presi tempo andando in bagno a sputare la saliva. Proprio come aveva fatto Guido qualche ora prima, quando gli avevo domandato del fratello.

 

 

 

 

 

 

 

*

Tamerisco I

 

 

 

 

 

 I

 

 Finiti gli studi, Piero trova un lavoro

e un amico

 

 

Io non sapevo allora cosa fosse un tamerisco.

“Sei il mio tamerisco” mi diceva Adelina nei momenti di maggiore intimità e tenerezza. A me piaceva quella parola che aveva il fruscio delle lenzuola di cotone, fresche di bucato, dentro le quali avvenivano i nostri incontri pomeridiani.

Non saprei dire come fosse nata la nostra relazione: forse per caso, per un incontro fortuito; sebbene a volte abbia il sospetto che sia stata lei ad architettare tutto, con quella furbizia propriamente femminile che non fa vedere, che dà all’uomo l’illusione di essere lui il padrone degli eventi e non, come in realtà accade, la preda, il trofeo di caccia.

Per cominciare dal principio: ero stato appena assunto nella Biblioteca comunale, mi sforzavo di credere per l’ottimo voto di laurea, in verità per una buona parola del fratello di mia madre che era provveditore agli studi. Mio zio avrebbe preferito che intraprendessi la carriera scolastica, e certamente un posto in qualche liceo me lo avrebbe procurato, ma l’idea di entrare in un’aula gremita di ragazzi, sedermi in mezzo a loro, sia pure dall’altra parte della cattedra, mi dava le vertigini. Fingere ogni giorno cordialità, simpatia, oppure disprezzo, lanciando gelide occhiate, magari alzando il tono della voce per ristabilire la disciplina (immagini queste che mi venivano dai troppo sofferti anni del liceo), incidere subdolamente sul destino di quei ragazzi: perché noi tutti sappiamo quanto nel bene e nel male gli insegnanti abbiano influenzato la nostra vita, come la loro immagine sia presente in noi quasi quanto quella dei genitori; tutto questo, al solo pensarlo, mi procurava la nausea. Quando dissi a mio zio che avevo fatto domanda per un posto in biblioteca, convenne con sdegno che il topo di biblioteca era ciò che più si addiceva al mio carattere schivo ed egocentrico.

Mi era stato assegnato un tavolo e un computer col compito ingrato di trascrivere un numero infinito di dati: titoli, autori, case editrici. Mi pareva di non dovere finire mai. Di tanto in tanto alzavo gli occhi dallo schermo incontrando lo sguardo della ragazza della scrivania di fronte, lei pure neoassunta. Scambiavamo una smorfia, per dire: “Che barba questo lavoro!” e un sorriso di complicità. Tutto lì, perché il mio interesse era rivolto a Susanna, una ragazza bellissima, simile a quelle modelle che si vedono sui manifesti pubblicitari o sulle pagine dei giornali di moda. Era molto elegante, sebbene indossasse tutti i giorni un vestito nero semplice e castigato che lasciava trapelare la perfezione delle forme e s’intonava meravigliosamente con l’oro naturale dei capelli e il verde dei suoi occhi. I maschi dell’ufficio non avevano attenzione che per lei. La prima cosa che venni a sapere, quando misi piede in Biblioteca, fu che Susanna apparteneva a un certo Pietro, un ricco commerciante in acque minerali che di tanto in tanto veniva a farle visita, un ragazzo dal fisico atletico, alto e muscoloso tipo Sean Connery in 007.

Erano vissuti insieme per alcuni anni, poi si erano lasciati e si frequentavano da amici.

Che lei fosse ancora innamorata si poteva facilmente dedurre dall’espressione felice che correva nei suoi occhi ogni volta che lui compariva in fondo al salone della biblioteca, uscendo dall’ombra, come un felino dal folto della vegetazione, pronto a ghermire le gazzelle al pascolo, che in questo caso eravamo noi impiegati, erbivori miti e affaccendati. Arrivava alla luce con un largo sorriso, attraversava la porta vetrata che ci separava dai lettori salutando con gesti delle mani larghe e virilmente pelose, impreziosite da anelli, braccialetti e orologi di marca. Guido mi guardava con occhi rassegnati: per tutti Susanna era un oggetto di desiderio, lui invece ne era tenacemente invaghito, ma con quel fisico gracile, quelle spalle strette e spioventi, quell’accenno di gobba, non era stato preso neppure in considerazione. Guido era un ragazzo molto intelligente e sensibile. Lo chiamavano Giacomo, in memoria del grande poeta. Fu la prima persona con cui parlai e di cui divenni amico. Lo incontravo di sera, in piazza, che vagabondava con aria distratta buttando gli occhi un po’ sulle vetrine, un po’ sui capannelli di ragazzette che attendevano l’apertura dei locali da ballo. Mi fermavo con lui: le prime volte si parlava di lavoro, poi semplicemente del più e del meno, visto che farsi compagnia a quell’ora faceva piacere a entrambe. La nostra amicizia nacque così. Dopo alcuni mesi m’invitò a pranzo a casa sua e mi fece conoscere la madre: una vecchina esile, esile che camminava stentatamente, sempre a capo chino a causa della schiena enormemente curva. Capii da chi Guido aveva preso la costituzione gracile e mal fatta. Sull’armadio della sala da pranzo campeggiava la fotografia di un uomo robusto, ben diritto, con un viso quadrato, la fronte alta e uno sguardo deciso.

“L’altro figlio mio” disse la signora giungendo le mani  “lui sì che è stato sfortunato!”.

Guido taceva. Potevo palpare il suo imbarazzo mal celato dietro un sorriso privo di luce.

Mentre la madre sfaccendava in cucina, noi mangiavamo in silenzio scambiandoci a tratti opinioni sul lavoro e sul tempo, che in quell’inverno era stato piuttosto inclemente. Dalla finestra giungeva il riflesso della neve che da due giorni cadeva ininterrottamente sulla città. Quando ci sedemmo in salotto per sorseggiare il caffè nero e forte, come solo i meridionali sanno fare, e un liquore di mirto dal dolce profumo di terre marine, domandai di cosa si occupasse suo fratello, se anche lui era impiegato statale. Mi pareva, infatti, che quelle braccia robuste, quel viso aperto dalla mascella volitiva, quelle spalle larghe da nuotatore non si conciliassero per niente con la durezza delle scrivanie. Guido si portò alla bocca il liquore, sorseggiò lentamente, tossì, poi scusandosi andò in bagno. Sentii lo sciacquone del Water. Mi spiegò che non c’era niente di più spiacevole del liquore di traverso. Mi confidò che a una cena gli era andato di traverso il vino e, non riuscendo a trattenerlo in bocca, aveva sporcato il bellissimo abito da sera di Susanna che gli era seduta vicino.

“Forse è da quella volta che non mi può soffrire”.

Gli dissi, usando le sue stesse parole, che non mi ero accorto che Susanna non lo potesse soffrire. Fu allora che mi confidò il travaglio sentimentale per il grande amore non corrisposto, la disperazione di non poter recidere quella pianta senza frutto che aveva messo le radici nei ventricoli del suo cuore. Così si esprimeva ed io pensai che veramente Giacomo era un grande poeta.

Quando lo lasciai per tornare a casa, cominciava a imbrunire; la neve aveva assunto una tonalità azzurrina e la notte pareva sciogliersi in essa lentamente, come un nero inchiostro. Ero oppresso dal rimorso di non  aver potuto confidare niente a Guido, di non avere nulla d’intimo da dire che potesse in qualche modo ricambiare quell’apertura di cuore tanto profonda quanto improvvisa e inaspettata che mi aveva causato non poco imbarazzo.

*

La bucolica

 

SALVATORE SOLINAS

 

 

 

 

 

 

 

 

LA BUCOLICA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECITATIVO

 

 

 

 

 

 

 

Melibeo: Beato te, Titiro, che te ne stai pacifico all’ombra della tenda nella tua terrazza e tormenti le corde della chitarra con le melodie della nostra giovinezza, mentre tua moglie in cucina prepara per te una sostanziosa cena, e quando è ora ti siederai a tavola imbandita.  

Io invece lascio l’appartamento che fu di mio nonno e poi di mio padre.  Ora una tassa iniqua mi costringe a vendere la casa.  Dimmi tu per chi ho imbiancato le mura, per chi ho rinnovato il pavimento e le mattonelle del bagno. Proprio un mese fa in cucina, marcito, zampillava un tubo sotto il pavimento. Ho dovuto assoldare il muratore e l’idraulico e non ti dico la polvere e le macerie. Per chi tutto questo? Col ricavato della vendita e la misera pensione potrò appena pagare il ricovero. Ho lasciato tutto. Porto con me soltanto la biancheria, un capoto per l’inverno e questo vecchio transistor, per ascoltare in solitudine i notiziari della radio. Comune e Stato concordi, come due lupi affamati, hanno azzannato le mie sostanze ed io cervo inerme mi rifugio nella tana dell’orso. Non ho scampo. Morirò di sicuro, se non di fame di crepacuore.

 

Titiro: Melibeo, amico mio, sono trascorsi due anni da quando accompagnai la mia Ninetta al cimitero. Ora una moldava formosa prepara per me deliziosi manicaretti, lava la biancheria e stira le camice.  A causa di lei rimpiango la giovinezza e il vigore sessuale di cui la tarda età mi ha privato. Da quando Marika abita la mia casa, sono lieti i miei giorni.

 

 

Melibeo: O Titiro donde proviene il tuo stato sereno? Eppure la tua pensione non è differente dalla mia. Per quaranta anni abbiamo guidato i treni sotto la canicola estiva, e d’inverno attraverso i fortunali. Mentre le mogli dormivano nei letti deserti, noi scrutavamo il binario alla fiocca luce della luna.  La tua Ninetta t’è rimasta fedele, Amarilli invece…un giorno che rientrai prima dell’alba trovai il mio letto occupato da un nigeriano di statura il triplo della mia. Che cosa potevo dire o fare davanti a quel colosso di bronzo? Amarilli se ne andò con lui ed io rimasi solo. La mia vita è passata senza la gioia di un figlio, senza un nipote. Ora anche questa sventura… credo che il mio cuore scoppierà dal dolore. Rispondi dunque alla mia domanda! Com’è che tu rimani nella casa che ti ha visto nascere, mentre tanti di noi sono costretti alla mestizia dell’ospizio?

 

 

Titiro: Sempre Melibeo ricorderò nelle preghiere l’uomo che mi diede un così giusto consiglio, che mi permise di rimanere nella mia casa, di salutare dal terrazzo quelli del quartiere che passano per strada, i miei amici, i loro figlioli che tutti conosco per nome, e a sera, quando la calura cede il passo al fresco,  osservare i bambini che giocano a calcetto, ascoltare le loro voci come gridi di rondini nel campetto dove pure noi giocammo,  seduto sulla stessa panchina su cui sedettero i nostri nonni,  e una  dolce tristezza mi coglie. I ricordi mi sono attorno: ogni strada, ogni piazza, pure i vicoli bui, dove mai penetra il sole, hanno visto i nostri giochi spensierati. Se il Destino non ci ha dato una prole, almeno ci conceda di invecchiare tra le mura della nostra casa dove ogni oggetto ci parla e noi parliamo a loro con affetto.

Ora tu vai. A questo ci hanno portato la corruzione, e la cattiva politica, ma a chi dare la colpa se non a noi stessi?

 

Melibeo: Chi sarebbe dunque quest’uomo e dove lo hai conosciuto? Non che io voglia incontrarlo. Ormai nessun interesse mi spingerebbe a fare la sua conoscenza, infatti l’appartamento non è più mio da quando ho posto la firma davanti al notaio.

 

Titiro: Proprio un notaio è lui. Grande uomo cui devo la felicità dei miei ultimi giorni!

 

 

Melibeo: Parli come se tu debba morire domani. Forse non stai bene di salute? Forse una grave malattia mina la tua esistenza? Oppure ti costringe a parlare in questo modo l’insicurezza propria della vecchiaia che ci ha reso tanto fragili?

 

Titiro: No, niente di tutto questo. O meglio, certamente mi pesano enormemente il gran numero di anni ammucchiati e non c’è istante della giornata che non rimpianga i giorni della giovinezza.

 

 

Melibeo: Se sei triste tu, cosa dovrei dire io che attendo il pulmino giallo dell’ospizio che mi porterà ai margini della città, nella campagna maleodorante di medicinali e concimi. Amico mio temo che non ci rivedremo mai più.

 

Titiro: Non essere così pessimista Melibeo. In fin dei conti vai a tavola imbandita. La televisione e il gioco della dama non ti mancheranno a ogni ora del giorno. E la visione lieta della campagna verdeggiante, il gioco delle rondini e dei passeri inebrierà i tuoi occhi più di qualsiasi boccale di birra all’osteria di Graziano.

Ti dicevo che fu un giovane notaio a consigliarmi di vendere la casa senza per questo andare via. Si dice, in nuda proprietà, mi pare. E fu lui a trovare una coppia di sposi, Dio li benedica, disposti a comprarla. Grazie a quei soldi e alla pensione posso vivere sereno tra le mura domestiche.

 

 

Melibeo: Non ho mai sentito parlare di questa proprietà ignuda. Tu dunque staresti nella tua casa che non è più tua?

 

Titiro: Esatto! O meglio, la casa è mia finché vivo. Quando sarò morto, loro diverranno padroni; ma una volta che sarò polvere o spirito nel mondo dei morti, cosa potrà importarmi di quest’appartamento, di questa città che ora m’è tanto cara al punto che non potrei lasciarla senza morire di crepacuore? Ora posso stare sereno tra le mie cose e questo mi basta. Ogni domenica quei bravi giovani vengono a trovarmi, e con premura degna di figli mi domandano di cosa ho bisogno, se ho un desiderio che essi possano esaudire e quale sia il mio stato di salute.

 

Melibeo: Oh ingenuo amico mio! Perché non vedi ciò che è evidentissimo. Quei due perfidi vengono a te ogni domenica per controllare se sei ancora in vita. Essi temono che qualcuno, la tua donna, un parente, finga te vivo per abitare ancora l’appartamento. Il loro cuore di vipere desidera ogni istante che ti venga un malanno che ti conduca rapidamente in cimitero. Dai retta a me: metti vicino al letto una statua della Madonna, di quelle fosforescenti, e figure di santi in ogni stanza. Ho paura che forze occulte, suscitate dal desiderio scellerato di quei due, possano nuocerti.

 

Titiro: Melibeo, tu parli così perché sei un poco invidioso. Nella mia casa tranquillo trascorrerò la vecchiaia, riposerò ogni notte nel mio letto, tu invece, in un’anonima stanza, passerai notti insonni su un letto che non è tuo, contando i nodi del materasso. Povero amico mio, se mi avessi domandato consiglio prima di vendere il tuo bene!

 

 

Melibeo: Caro Titiro, troppo prostrato è il mio spirito per nutrire un sentimento così vigoroso qual è l’invidia. No, non t’invidio. Ti ammiro anzi, e ringrazio la signora fortuna che fra tante case ha baciato la tua.

Goditi i giorni che ti rimangono nell’intimità familiare e che questa donna, come si chiama? Marika, ti faccia felice.

 

 

Titiro: Fermati a cena con noi. All’ospizio potrai andarci domani. Marika ha preparato un ottimo coniglio al forno con patate novelle, e il vino rosso non manca mai sulla tavola.

Rimani con noi ora che è scesa la sera. I palazzi hanno dischiuso le azzurre palpebre, sui viali sono comparse le lucciole e la mesta faccia della luna sovrasta il tetto della cattedrale.

 

*

Discorso sulla bellezza

 

Un giorno domandai a mia nipote che cosa intendesse per Bellezza; lei è una brava scrittrice e sceneggiatrice che si dedica anima e corpo alla Bellezza, sia pure quella letteraria e cinematografica.

Mi rispose con un email stringatissimo citandomi una frase tratta  dalle lettere di Van Gogh al fratello: (traduco dal francese) “la bellezza è ciò che non passa”. Mi venne in mente la frase di Dostoevskij: “la bellezza salverà il mondo”. Ammesso che la Bellezza sia il contenuto dell’arte, perché, pensai, per giudicare  un’opera avremmo dovuto aspettare un futuro lontano? Eppure nel nostro tempo più che mai avremmo bisogno di possedere un metro, un’unità di misura che ci permetta di valutare il valore di un’opera che pretende di essere artistica; da che il Novecento ha sovvertito se non abolito i canoni estetici, e nelle arti figurative regna lo strapotere del mercato, per cui si è portati a credere che un’opera sia tanto più bella quanto più alto è il suo costo, abbiamo bisogno di una guida, sia pure soltanto un lumicino, che ci illumini. Non basta affidarci al nostro buono o cattivo gusto, o forse è questo il metro di misura e cade ogni pretesa di universalità dell’arte?

Feci un breve, superficiale excursus sulle teorie dei filosofi. Sono quasi tutti d’accordo sulla “Universalità” della Bellezza, sebbene il Giudizio sia  individuale ed estremamente soggettivo. Armonia, Grazia, Sublime, Emozione, sono tra i termini che ricorrono più frequentemente.

Ricordo che, durante una visita alla Biennale di Venezia, dove dominano le installazioni e ormai sono scomparsi quasi del tutto i quadri e le sculture, lessi davanti a un padiglione lo scritto di un critico d’arte che affermava di aver ricevuto nella visita di quella installazione una forte emozione, e poneva in essa l’esistenza comprovata della Bellezza. Un’idea alquanto barocca questa dell’Arte che stupisce, emoziona. Da parte mia, il novantanove per cento  delle opere  che popolavano i giardini dell’Esposizione non sarebbe stato degno  della mia cantina, che è già abbastanza ingombra di roba vecchia e ciarpame che non porto alla discarica a causa della mia pigrizia. Aspetto piuttosto la prossima visita notturna degli zingari che facciano un buon ripulisti di ogni cosa inutile.

La domanda - cosa sia la Bellezza - mi si è posta a Sassari, scendendo al Corso, farendi al Corso direbbe un Sassarese nel suo dialetto dolce, intessuto d’ironia. Il Corso è la strada che congiunge piazza Azzuni con Corso Vico che è la via della stazione ferroviaria.

E’ leggermente in discesa; a Sassari è impossibile trovare una via perfettamente pianeggiante, essendo la città posta sulle colline, come Roma. Il Corso era agli inizi del Novecento la strada principale, dove di sera si svolgeva il passeggio della gioventù del borgo. Anche mio padre e mia madre vi passeggiarono da giovani, forse su quella via è nato l’amore che non li ha mai abbandonati. Il Corso Vittorio Emanuele Secondo, questo è il nome completo, è la spina dorsale della Sassari vecchia. Notate bene, non si dice città antica o centro storico. Si dice “Sassari vecchia” e la ragione sta nel fatto che questa parte, la più antica della città, è così andata in degrado, così mal tenuta che sembra il corpo di una donna devastato dalla vecchiaia; vecchia appunto.

Scusate la digressione, dovuta forse alla nostalgia e a un malcelato amore per la mia città da cui manco da tantissimi anni.

Per riprendere il discorso, scendevo nel Corso quando vidi all’angolo

di un vicolo un’esposizione di quadri. In mezzo a tanti del tutto insignificanti, ne notai uno che rappresentava degli scarponi eseguiti con eccezionale maestria, di un cuoio perfettamente lucido, le rifiniture, i fori per i lacci, le stringhe perfettamente rappresentate. Mi venne spontanea, quasi obbligata l’associazione d’idee con i famosissimi scarponi di Van Gogh. Perché questo dipinto, mi domandai, vale un centinaio di euro e gli scarponi di Van Gogh milioni di euro? Questi scarponi sono perfetti, chissà quanto tempo e quanta fatica sono costati al pittore! Quelli dell’olandese sono fatti malamente, con colori inverosimili. Perché gli scarponi di Van Gogh sono abitati dalla Bellezza e questi, che sembrano sfoggiare bellezza e perfezione da dietro i cristalli di una vetrina di negozio, sono considerati al massimo una buona opera d’artigianato, di poco valore,  destinati a scomparire nel tempo? Cosa è la bellezza? Arrivai all’incrocio successivo, avrei voluto avventurarmi nell’intrico commovente dei vicoli, tra palazzi dai muri impudicamente denudati dal tempo, abitati  nelle fessure dalla parietaria e dalla ruggine, ma questa domanda mi pungolava privandomi di ogni altro interesse. Decisi di rinviare quella passeggiata e rientrai rapidamente in casa. Andai a consultare una bellissima monografia su Van Gogh che possiedo da tanto tempo e non ricordo per quali strade sia arrivata al mobile dove tengo disordinatamente i libri. Vado alla pagina dei famosi scarponi. Rimango qualche minuto a fissarli: sono certamente belli! Ma perché sono tanto belli, così sgangherati, deformi,  da non riuscire a distoglierne lo sguardo, mentre quelli nuovi e precisi mi davano quasi fastidio, quasi non avrei voluto vederli messi dentro una cornice?

Nei giorni successivi feci altre escursioni nella “Sassari vecchia”.

Direste che fosse la nostalgia a spingermi in quei vicoli poveri e malridotti, che sembrano le vie di un paese africano, abitati come sono quasi esclusivamente da neri. Non era la nostalgia ma piuttosto la curiosità perché non conoscevo per nulla quelle strade. Negli anni della mia permanenza a Sassari le strade che percorrevo erano attorno ai giardini pubblici dove si affacciano le scuole medie, il liceo classico e gli istituti universitari. In quei giardini si faceva il quarto d’ora di ricreazione alle undici e un quarto. Si mangiava un panino o la frittella comprata in un negozietto di via Torretonda.

Quando ero all’università, vi passavo buona parte del mattino  con gli amici a fare quei discorsi che di solito fanno i ragazzi a vent’anni. Di sera, invece, dalle 19 alle 21 era d’obbligo recarsi in piazza d’ Italia dove si svolgeva la passeggiata. Piazza d’Italia è una vastissima piazza, una delle più grandi d’Italia, al cui centro, tra piccole aiuole e panchine si trova Vittorio Emanuele Secondo, mai stanco di rimanere in piedi, da un centinaio d’anni, sul piedistallo di cemento. La passeggiata era allora frequentata esclusivamente dagli studenti, gli adulti sedevano nei bar sotto i portici, due piccole gallerie, dove ci si riparava in tutta fretta quando scoppiavano quei violenti, tiepidi acquazzoni così frequenti a primavera e ad autunno. Per inciso riferisco che, da un’indagine del Corriere della Sera, risulta che Sassari sia la seconda città al mondo per bellezza di clima. Capite? Al mondo! Sassari ha un clima più bello delle isole dei Caraibi e di quelle isole dell’oceano indiano e del Pacifico dove ogni inverno sogniamo di vivere. Voi adesso mi direte che a Sassari tutto è al massimo, tutto è bianco o nero e i grigi non esistono.

Il grigio esiste, eccome! Sono quei quartieri di periferia sorti in tutti questi anni in cui io sono mancato. Quartieri fatti di palazzi anonimi o dall’aspetto insolito, stravagante, dove non oso addentrarmi per paura di perdermi nel grigiore delle strade.

A questo punto è giusto che mi interrompiate domandandomi che cosa c’entra tutto questo con la Bellezza. Eppure tutto ha un significato che capirete presto, quando giungeremo al fondo.

Non potevo fare a meno ogni volta di passare davanti al quadro degli scarponi: erano sempre appesi al muro, nessuno li aveva acquistati e forse nessuno li acquisterà mai. L’enigma che ponevano non si placava nella mia mente. Quel quadro era una sfinge che mi interrogava e i suoi temi non erano così astratti e privi d’importanza come mi erano apparsi  in un primo momento. Sentivo che mi toccavano molto da vicino, pur non sapendo come, e non potevo fare a meno di trovarne la soluzione, anche se fosse stata solamente provvisoria.

Non erano solo quegli scarponi ad accrescere in me il bisogno di risolvere il problema della natura della Bellezza; mi fermavo davanti a scorci di case malandate dove nelle finestre, al posto dei vetri, c’era la carta oleata, i fili elettrici passavano da una finestra all’altra pencolando mollemente, esposti al sole e alle intemperie; l’erba cresceva sul tetto e a fianco a tutto questo, quasi a vegliarne l’indicibile miseria, una giovane palma, una piazzetta con una fontanella esausta.

Mi piaceva! Era in loro quella Bellezza che non mi donavano i palazzi nuovi, ordinati, anonimi, dove non indovinavi pulsare la vita.

Ora giungiamo alla conclusione. Finalmente! Direte voi. Mi scuso di tante lungaggini apparentemente senza significato, ma scrivere è come il poker: le carte si scoprono alla fine.

Ritornando al problema della Bellezza, confesso che a ispirarmi quanto sto per dire  fu la frase famosa di Goethe: “La poesia è un bacio al mondo”. Sostituiamo alla poesia la Bellezza e abbiamo: “La Bellezza è un bacio al mondo”.  Quale relazione d’amore non comincia con un bacio?

La Bellezza è dunque Relazione. Niente canoni estetici, sublime, simmetria, armonia o altro. La Bellezza è solamente, semplicemente Relazione. Noi la sperimentiamo  nel momento in cui entriamo in intima relazione con il mondo che ci circonda. Vedo una casa, una palma, una piazzetta, entro in relazione con loro, “Non so perché mi piace” dico e non mi accorgo che esse mi parlano con un linguaggio subliminale che non arriva alla  coscienza, parole tacite che mi introducono nel loro mondo; un mondo  caldo di umanità.

Nelle strade, nelle piazze, di cui ho scritto prima, posso imbattermi in scorci, angoli, oggetti con cui mi capita d’entrare in relazione; pure un bastone ritorto posso considerare bello! Ci si può imbattere nella Bellezza in ogni angolo di strada, in ogni  momento della vita.

Tornando al problema degli scarponi, ripeto la domanda: “Perché quegli scarponi di poco prezzo, nonostante la precisione con cui sono confezionati, non si possono considerare opera d’arte, perché è negata loro la qualità artistica che è invece assegnata in abbondanza agli scarponi di Van Gogh ?”

Ogni volta che passo nel Corso, cerco con gli occhi quel quadro. Qualcuno, penso, può considerarli dei bei scarponi. La bellezza, la relazione si avvera tra spettatore e oggetto, ma non c’è l’Arte ad aprirti un mondo, a scavare nel tuo mondo interiore. Il fenomeno si limita a questo: possono essere interessanti se devo comprarne un paio di scarponi. Guardo il dipinto di Van Gogh: due scarponi deformati dall’uso, con macchie di colore che potrebbero essere sporcizia o usura della pelle. In verità due brutti scarponi, e tuttavia mi parlano.

Mi parlano di un mondo povero, di un lavoro umile. Mi mettono in relazione col mondo del pittore, col mondo di chi lavora nella campagna, col mondo dei barboni che dormono sulle panchine dei parchi o nelle sale d’aspetto delle stazioni. Mi commuovono.

Quando diciamo che il fine dell’arte è la bellezza, diciamo che essa suscita una relazione tra noi e il mondo che ci circonda, un bacio.

L’arte, con qualsiasi mezzo si crei, funziona da catalizzatore a quella reazione spirituale o forse chimica che è la relazione che noi abbiamo con il mondo e con noi stessi. Più vasto e profondo è il mondo che suscita in noi, più diremmo che quell’opera è universale. L’arte non è universale perché apprezzata da tutti, ma perché essa ci mette in intimo contato con mondi sempre più vasti.

Per finire scopro l’ultima carta.

Un monaco buddista del 2° secolo dopo Cristo, un certo Nagarjuma,

afferma che la realtà non è altro che relazione.

Niente di nuovo sotto il sole.

 

*

La Pietà

 

 

 

 

Era un mattino di fine Gennaio dell’anno 1965. Il sole era tiepido e a lato della strada cumuli di ghiaccio si scioglievano in vene d’argento che correvano sull’asfalto. Tra i rami neri dei tigli e degli ippocastani, un cielo limpido e azzurro avrebbe ispirato a chiunque salute, spensieratezza,  gioia di vivere, ma la signorina Luisa Pignotti, laureata in lettere e filosofia, supplente di storia d’arte al liceo classico Dante Alighieri, aveva in cuore una bruciante angoscia. Il notiziario del mattino aveva annunciato la morte di Winston Churchill. 

Fin da bambina la madre le aveva inculcato la convinzione che Churchill era colui che aveva sconfitto Hitler, che aveva strappato l’Europa agli artigli del Nazismo. “A lui dobbiamo se siamo ancora vivi” soleva dire nei sermoni che teneva a tavola all’ora di pranzo e ad ascoltarla c’erano lei e la nonna, vecchissima e ormai partita di testa.

“Grazie a lui possiamo parlare liberamente. Per esempio: se a te piace la torta di mele, ebbene, puoi dire: – A me piace la torta di mele- e non mangiare a forza la pattona di castagne. Mi sono spiegata?” Lei e la nonna assentivano, sebbene ognuna capisse a modo suo il significato di quelle prediche.

Adesso che Churchill era morto, le sembrava che il mondo avesse perduto il suo custode. Ora poteva accadere di tutto: che un altro tiranno si impossessasse del mondo, che tutti dovessero indossare una ridicola divisa e sfilare per le strade portando assurdi stendardi.

Lei pure aveva indossato la divisa di figlia della lupa e ne era stata orgogliosa, almeno fino a quando il padre non fu richiamato.

Ricordi in bianco e nero si affollavano nella mente. Il padre che partiva arruolato. Il suo abbraccio così stretto da farle male, poi arrivò una lettera dalla Russia e la mamma sbiancò in viso. Poi più nessuna notizia e tutte le notti la mamma non faceva che piangere. La sentiva da dietro la porta, dove si accovacciava perché avrebbe voluto dormire nel suo letto, ma le era proibito. 

Sul lungofiume i pescatori avevano gettato le lenze e lenti barconi carichi di legname discendevano la corrente. Un giorno su quella strada aveva incontrato Sara, la figlia di una coppia di ebrei che abitava di fronte a loro. Si erano abbracciate commosse fino alle lacrime. Sara le raccontò che i genitori erano stati scoperti sul confine svizzero e deportati, lei e suo fratello si erano salvati grazie a una coppia di svizzeri che li avevano fatti passare per loro figli. Finita la guerra, aveva cercato i genitori, ma invano, spariti nel nulla, come tantissimi esseri umani in quella orrenda carneficina.

Ricordava come se fosse ieri la sera in cui i genitori di Sara vennero a fare visita alla mamma. La signora aveva gli occhi rossi dal pianto, lui parlava a stento, quasi balbettava. Capì che non volevano che lei sentisse i loro discorsi e la mamma le ordinò di ritirarsi in camera a studiare. Nei giorni successivi le finestre del loro appartamento rimasero aperte, nulla faceva pensare che fossero partiti. Un giorno arrivarono due automobili della polizia. Dietro i vetri della finestra di fronte vide una faccia che pareva scolpita nella pietra. La mamma la prese per un braccio  e la tirò via  intimandole di non stare a curiosare.

Le venne in mente il giorno che suonarono alla porta. La guerra era finita e accadeva che bambini affamati suonassero domandando del pane. Corse ad aprire: un uomo pallido, emaciato la guardava sorridendo. Soltanto per istinto capì che quello era suo padre. 

Gridò: ”Mamma, vieni, vieni!” La madre accorse. Lei e il babbo si guardarono a lungo in silenzio, poi la mamma si accasciò in terra svenuta. Il padre era gravemente malato di polmoni e morì dopo sei mesi.  Lungo l’argine, una lunga teoria di casette imbiancate di fresco interrotta qua e là da buchi neri dove ancora non erano state rimosse le macerie, come se alla filiera dei denti della terra ne mancassero alcuni, caduti sotto i bombardamenti. Alcune case erano disabitate. Ogni famiglia aveva avuto il suo luto: un padre, un fratello, un’intera famiglia inghiottita nel fumo e nelle fiamme, deportata su un vagone merci. Il cuore le si stringeva ad ogni passo. Non aveva mai pensato a questo, ma la notizia della morte di Churchill le aveva aperto gli occhi della memoria.

Due operai tiravano su un palo della luce che il maestrale della notte aveva incrinato. “Non mollate! aveva detto lui, e noi non abbiamo mollato” Tanti giovani erano andati sulle montagne a unirsi ai partigiani. “Non mollate! Io non ho altro da offrirvi che sangue, fatica, lacrime e sudore” Il cuore le si colmava di patriotiche lacrime, gli occhi cominciarono a bruciare. Non voleva presentarsi in classe con gli occhi arrossati. Quei pettegoli avrebbero subito notato e magari sarebbe sfuggito un commento imbarazzante che lei avrebbe fatto bene a fingere di non sentire.

Una corona di nuvole avanzava dalla foce del fiume preceduta dal volo festante dei gabbiani. Ombre viola si stendevano sull’acqua. Il liceo non era lontano. La prese il disgusto di quel lavoro. L’inutilità dell’Arte era manifesta. Che le fosse dedicata un’ora la settimana era illuminante di quanto poco importasse che i giovani fossero educati alla bellezza, che era la vera sostanza del vivere civile.

“Stiamo allevando un popolo d’imbelli!” La collera e l’amarezza bruciavano più delle lacrime. Avrebbe cominciato a parlare a una scolaresca distratta, perché naturalmente le era assegnata l’ultima ora, quando i ragazzi erano stanchi e affamati.

Il corridoio era deserto. In un angolo il professore di filosofia discorreva con la collega di matematica a proposito di certi aumenti di stipendio, dell’assenza dei sindacati nelle trattative col governo.

Dalla sala delle proiezioni proveniva un mugghiare di tori feriti, di mare in tempesta. Erano i suoi alunni. La nausea divenne così acuta che dovette andare nella toilette a tentare un improbabile vomito.

Entrò in aula come un’ eroina del mito che non può sottrarsi al sacrificio sancito dagli dei. Il mugghiare si spense lentamente in un bisbiglio che durò fino al momento che lei, premendo un pulsante, non fece calare il grande schermo di madreperla.

“Angelina, spegni la luce per favore” ordinò. Una ragazza spilungona dalle lunghe trecce castane si alzò e spense la luce azionando l’interruttore sulla parete vicina al suo banco. Nel buio gli alunni divennero ombre grigie accasciate sui banchi, più sopportabili del loro aspetto materiale nella luce del giorno.

“Bene! Per continuare con Michelangelo Buonarroti, oggi parleremo della Pietà Rondanini. Quest’opera marmorea fu l’ultima di Michelangelo. Pare che l’autore volesse porla sulla sua tomba. Invece passò di mano in mano fino a essere acquistata dalla famiglia Rondanini da cui prese il nome” Nel disinteresse generale, la sua voce le pareva assurda, come tenere un discorso a nessuno.  I maschi dei banchi più lontani parlottavano tra loro, le ragazze si rassettavano i capelli. Pur non vedendola, indovinava Tiziana Rastelli in terza fila che si limava le unghie.

“Chi sa dirmi perché si chiama –La Pietà-?”

“Perché tutte le sculture che rappresentano il Cristo morto in braccio alla Madonna sono chiamate Pietà” Dal primo banco della fila di destra la voce squillante di Giuseppe Ampollini, un ragazzino biondo, slavatino, con un paio di occhiali pesanti da miope.

Risposta da perfetto secchione, pensò stizzita la professoressa. Tuttavia la domanda aveva in certo qual modo scosso l’uditorio.

“Sapete dirmi cosa è la Pietà?”

Perfino Giannelli aveva sollevato, con l’indolenza di un bel soriano, il  capo biondo ricciuto che posava sullo scrittoio ostentando completo disinteresse, tanto sarebbe stato promosso ugualmente essendo la madre l’amante del signor preside. Il bisbiglio del fondo aula si era spento, sostituito da uno scricchiolare di legni.

“La Pietà” Continuò la professoressa con voce che manifestava una forte tensione emotiva “ è un sentimento che ci permette di condividere il dolore dei nostri simili e di tutte le creature del mondo. Con questa opera lo scultore vuole far sì che noi condividiamo il dolore della Madonna per il figlio morto, il dolore del Cristo torturato e ucciso innocente.

Sapete voi che non più di venti anni fa” Le venne da dire, e questo non era programmato nella lezione “ milioni d’innocenti: bambini, uomini e donne furono torturati e uccisi nei campi di sterminio?

E che milioni di giovani, non molto più grandi di voi sono morti combattendo per donare a noi la possibilità di pensare, di parlare, di scegliere i nostri governanti, per donare a noi la Libertà? Avete pietà per essi, siete capaci di condividere il loro dolore?” Il cuore le si era scaldato oltre ogni sopportazione. Era tempo di concludere il sermone che le era sfuggito di mano.

“Questo è ciò che Michelangelo vuole domandarci attraverso i secoli con questa opera stupenda! A noi e a tutti quelli che verranno dopo di noi” Anche lo scricchiolio dei banchi era cessato e un silenzio profondo regnava nell’aula.

“Sapete voi chi era Winston Churchill?”

*

Rianimaziotango

 

Salvatore Solinas

 

 

 

 

RIANIMAZIO

TANGO

 

 

RECITATIVO

 

 

-Guarda com’è piccolo, un pupazzo di cartapesta è diventato. Da non crederci. Era alto e robusto, un vero colosso. 

-Per giunta bello. Adesso ha le guance incavate e gli occhi acquosi

-Stiamo attente. A volte ci guarda come se capisca tutto

-No, forse sente quando è stimolato, ma non può capire. E’ solo mimica della faccia. Almeno, così dicono i dottori

-Siamo proprio sicuri? Cosa ne sanno loro, sono stati al suo posto per essere certi di quello che dicono?

- Credo che al suo posto non ci sia stato nessuno che sia venuto poi a raccontarlo.

-Era un uomo autoritario, burbero e guarda a cosa s’è ridotto. Gli infermieri lo girano da una parte all’altra e gli puliscono pure le parti intime che lui si vergognava a mostrare perfino a sua moglie

- Ma va, non era così puritano come dicono. A sentire mio marito, il padre era una specie di verginella che i figli li avrebbe fatti accoppiandosi attraverso un buco nel lenzuolo! Invece ho sentito certe storielle…

-Quali storielle, racconta! Anche Mario dice che il padre era un noioso puritano

-Attenta! Ti sta fissando. E dici che non capisce! Guarda che espressione accigliata. Ha capito che stiamo parlando di lui,

che stiamo per sollevare certi altarini piccanti. Altro che culetto sporco!

- Dai, smettila. Poveretto.

-Scusate, ha suonato, è finita la flebo. Ecco, Giuseppe, la sostituiamo. Come stai, tutto bene? Quando ti svegli mangi una bella meringa alla panna, di quelle che piacciono a te. Altro che queste stupide flebo in vena!

-Crede davvero che si sveglierà?

-E’ improbabile, ma lasciamo spazio alla Divina Providenza! Comunque sarebbe bene che gli parlaste

-Vuole dire che lui capisce quello che diciamo?

-Può darsi. Nessuno l’ha mai escluso con certezza. A volte, se gli nominate i figli si mette a piangere

-A piangere addirittura!

-Solo una lacrimuccia, per intenderci

-Dopo la morte della moglie, s’è attaccato morbosamente ai figli, soprattutto ad Alessio

-Speriamo bene. C’è stato un caso unico che si è svegliato dopo cinque anni. Un caso eccezionale, ma nulla è impossibile. A momenti torniamo per cambiarlo e dovrete uscire per favore.

-Poveretto! Spero proprio che non si svegli. Immaginati: è rigido come uno stoccafisso appena tolto dalla ghiacciaia, che dolore a muovergli le braccia e le gambe. Per non dire del resto

-Si, a che serve fargli del male, perché il dolore sembra che lo senta

-Giuseppe, mi senti? Mario ha detto di salutarti. Verrà presto a trovarti. Lui viaggia tutti i giorni. Domani ritorna dalla Svezia. Vedrai che viene a trovarti

-Ha girato il capo come per guardarti

-Mi fa impressione. Cosa dicevi di quei famosi altarini?

-Pare che da qualche parte ci sia un figlio

-Un figlio? Cioè un fratello dei nostri mariti?

-Proprio così. Una cosa è certa, Alessio sa tutto.

-Cosa dici? Non è possibile. Giuseppe era un uomo di saldi principi morali…quando l’avrebbe…prima di conoscere Maria?

-No, no, molto dopo. Sarebbe più giovane di Mario e Alessio

-Non posso crederci

-Ti dico che Alessio lo conosce di persona, ma non vuole parlarne nemmeno a me

-E’ proprio vero che gli uomini non si conoscono mai abbastanza.

 

 

-Buon giorno Giuseppe! Abbiamo dormito stanotte? Non rispondi? Fai finta di nulla, ma lo so cosa stai pensando: aspetti che questa signora vestita di bianco ti lavi gli occhi. Quanta cispa oggi! Si vede che hai dormito profondamente. Bene, bene, adesso ti benedico. E’ olio benedetto di Loreto, il santuario dove gli angeli hanno portato la casa di Maria, la Madonna.

-Senta infermiera, mio padre è ateo e certe cose servono solo a infastidirlo, di sicuro non a curarlo. Perciò la smetta per favore con l’olio santo e altre superstizioni. A casa nostra circola solo olio per friggere e per condire l’insalata. Mi sono spiegato?

-Scusi tanto. Lui comunque non capisce e magari una benedizione male non gli fa

-Non ha capito forse!

-Ho capito, non si preoccupi. Non deve ripetermelo un’altra volta. Facevo solo per stimolarlo

-Bene, la ringrazio per la stimolazione. La prossima volta cambi argomenti. Non è perché uno è immobile e non può difendersi che debba essere trattato come un bambino.

-Ha ragione. Domando scusa di nuovo. Se avete bisogno chiamate col campanello.

-Potevi fare a meno di trattarla in quel modo

-Senti fratello, a casa nostra certe cose non sono ammesse. Hai dimenticato quanto fosse rigoroso lui, quanto odiasse la superstizione

-Tuttavia quell’infermiera sembra essere l’unica persona che riesca a parlargli

-Ma fammi il piacere, Alessio, non vedi che il cervello di babbo è completamente frollato? Cosa vuoi che comunichi. Quella donna è furba. Certamente ha una buona esperienza e sa come stimolargli i fasci muscolari così da far sembrare che lui capisca e addirittura che comunichi con lei.

-Sarebbe diabolico!

-Può darsi. Noi vogliamo bene a nostro padre, non è vero? Allora dobbiamo pensare ad abbreviargli il più possibile questo supplizio.

-Stai parlando d’eutanasia?

-No, so che non è permessa. Sto pensando che non è giusto lasciarlo in balia di questi fanatici perché lo tengano in vita ad ogni costo rimpinzandolo di farmaci e pappette.

-Mario, Mario, sei stato sempre un estremista tu!

-Credo che non si debba rinunciare ai propri principi. Uno come me che lavora, viaggiando senza sosta…un duro lavoro il mio, e non guadagno neppure tanto. Se non mi rimanessero i principi…ora poi con la crisi, che di macchine impastatrici non ne vuole più nessuno…rischio di perdere il posto e non so di cosa vivremo io e Maddalena. Lei vorrebbe cercarsi un lavoro, fare la badante…

-Addirittura? Ma è cosa fatta? Voglio dire, il licenziamento.

-Non ancora, ma me lo aspetto da un momento all’altro.

-Quindi non è certo

-No, al cento per cento. Sono tornato ieri sera da Stoccolma e c’era una telefonata nella segreteria.

-E cioè?

-E cioè nulla. Nessuna comunicazione. Interrotta come se quello dall’altra parte avesse avuto un ripensamento. E’ sempre penoso comunicare a un vecchio dipendente, che si è consumato le palle per la ditta, che lo metti sul marciapiede, lui e la sua famiglia. Meno male che non abbiamo figli. E noi che credevamo che fosse una disgrazia non avere figli!

-Maddalena cosa dice?

-Piange di notte. Non si sa come faremo a pagare il mutuo della casa. Ne ho ancora per tre anni.

-La pensione del babbo è di millequattrocento euro. Mi sono informato: vista la situazione possiamo ritirarla noi figli, almeno finché è in vita.

Sarebbero settecento euro a testa. Mi sembra che puoi stare tranquillo.

-Ecco una buona notizia, finalmente! In mezzo a tante disgrazie.

-Vedi? Non tutto il male viene per nuocere. Se babbo fosse stato normale, te li saresti sognati i soldi per il mutuo. Sai quanto era severo.

Ricordi bene quando gli abbiamo domandato gli appartamenti: “Finché sarò vivo non toccherete nulla. Dopo, quando non ci sarò, tutto sarà vostro”

-Altro che se mi ricordo, e poi è andato a sputtanarsi tutto al gioco: tre appartamenti, la villetta a Madonna, la multiproprietà a Costa Paradiso. Pure la casa che abita s’è giocato, e paga l’affitto.

-Pagava, perché l’ho disdetto. Credo che il pappi non abbia più bisogno di una casa

-Già, così dicono i medici. Guarda come è attento il nostro vecchio mentre parliamo dei suoi soldini!

-Già, fa impressione. Ma come vedi, fratello carissimo, tu poco fa parlavi di abbreviargli la vita, ora, prova a pensarci, è proprio il caso? E il resto della pensione la lasceremmo allo Stato? Tu su una strada ed io non so dove, perché anche a me fanno comodo quei soldi, non è che navighi nell’oro. Hai mai visto un impiegato statale che si arricchisce col suo lavoro? Forse, se vincessi al superenalotto… Parlano pure di dimezzarci lo stipendio. Non so dove andremo a finire con questa crisi.

-Tu hai perfettamente ragione. Tuttavia non intendo venire meno ai miei principi. Solo loro mi restano e Maddalena, ammesso che voglia ancora vivere con me: due cuori e una capanna. Ecco, forse per lei soltanto posso mettere a tacere la mia coscienza.

-Quale coscienza, fammi il piacere! Chi ti dice che non abbiano ragione quelli che affermano che la vita è sacra, che è giusto rispettare l’essere umano anche quando rassomiglia a un vegetale?

-Guardalo. Un giunco ha maggiore sensibilità di lui. Non ti rimorde di più spezzare un giunco che chiudere le canne a lui?

-Lo so. E’ un corpo senza anima, senza luce. Completamente estraniato da tutto. Forse in viaggio per un altro mondo

-Non dire fesserie. Non esiste altro mondo in alternativa a questo dove purtroppo siamo stati chiamati a vivere senza essere consultati, contro la nostra volontà. Caro Alessio, tu sei il suo cocco e toccherà a te prendere l’ingrata decisione di fargli fare il grande salto.

-Sarebbe come spegnergli la luce, come fa ogni notte l’infermiera, ma io per le ragioni che ti ho detto non lo farò mai. Abbiamo il mutuo da estinguere ah ah

-Si, davvero, abbiamo il mutuo da estinguere. Pensa se lui sapesse che noi ci impossessiamo della sua pensione. “Finché sarò in vita è tutto mio” Vecchio illuso, come ci starebbe male se sentisse, se capisse. Sarebbe come all’inferno, senza poter muovere nemmeno un labbro per protestare, un ditino per fare segno di no, che non vuole!

-Smettila, non farmi ridere.

 

 

 

-Scusa, Mario, ma non ne posso più. Non ne posso più di passare le giornate in questo posto. Fuori c’è il sole ed io il sole non lo vedo da mesi! E poi tutto bianco: le pareti bianche, il letto bianco, gli armadi bianchi, le infermiere vestite di bianco. Ci mancava che tu pure mettessi questo abito di lino bianco…basta!

-Maddalena, non è necessario che tu venga in ospedale tutti i santi giorni. Ci sono le infermiere che assolvono egregiamente il loro compito.

-Si, le infermiere, figurati! Ieri ho suonato tre volte prima che arrivassero a cambiargli il camice che s’era sporcato col vomito! Dopo mezzora si è presentata una: “Signora, non abbia fretta, tra poco lo cambiamo”. E questo poveraccio era lì che respirava affannosamente in mezzo alla sua porcheria. Sono stanca di tutto, di te che hai perso il lavoro e così diventiamo sempre più poveri, di me che non so cosa potrei fare. Non riesco a inventarmi un lavoro. E forse perderemo la casa!

-Per questo no, non c’è pericolo

-E il povero papà che soffre! Lo sento che soffre

-Come mai lo chiami papà? Non mi risulta che prima lo chiamassi papà

-Da quando è diventato così piccolo, mi fa tenerezza e pena. Voi figli del resto non gli date il minimo affetto! Se non ci fossimo io e Lucrezia sarebbe un rottame abbandonato in un letto d’ospedale fino a che non si spegne del tutto.

-Non è vero. Io e Alessio siamo sempre qui vicino a lui. Io soprattutto, dal momento che non lavoro.

-Già, ma tu non gli parli mai

-Cosa vuoi che dica? Non mi riesce, e come se parlassi al gelsomino che abbiamo sul terrazzo. Anzi, da quello potrebbe uscire un’ape che ronzando ti fa capire che qualcosa ha capito.  Ma da lui non esce proprio niente.

-Sei uno stupido! Io gli parlo sempre e lui mi risponde. Ormai sono esperta più che un’infermiera. Leggi qua: Alvo regolare. Vedi queste crocette? Vuole dire che lui va di corpo regolarmente tutti i giorni. Io… io sono cinque giorni che non vado di corpo, e sai perché? Perché sono tesa, perché questa situazione mi rende nervosa. Non so quando sarà la prossima volta

-La prossima volta che andrai in gabinetto?

-Ma no, scemo! La prossima volta…

-Buon giorno a tutti! Come va?

- Alessio, arrivi al momento giusto. Stavo per uccidere mio marito.

-Stavate bisticciando? Vi ho interrotto, mi dispiace!

-Cosette tra innamorati. Maddalena mi diceva che è stitica

-Sei proprio scemo. Vai a dirlo a tutti

-Cosa c’è di male, siamo in ospedale. Se lo dico a quell’angelo bianco che sparge acqua benedetta a destra e a manca, magari ti fa un clistere con quella!

-Stavo dicendo a tuo fratello che non ne posso più, e se vostro padre non mi facesse pietà sarei già lontanissima da questo posto

-Cara Maddalena, non mi sembra il caso che tu parli così davanti a lui.

Penso che lui non voglia la tua pietà e tanto meno gradisca la tua presenza. Non gli sei stata mai tanto simpatica e quando Mario ha annunciato il vostro matrimonio gli sono venute le coliche al fegato.

-Non ho dimenticato, ricordo benissimo. Trovava degradante per un marchese, sebbene squattrinato, imparentarsi con dei volgari, benestanti artigiani del legno. Ora, se non avessimo la piccola rendita che mi hanno lasciato i miei, saremmo a chiedere l’elemosina, a mangiare alla mensa dei poveri.

-Mentre voi due bisticciate, lui sembra che ascolti. Guardate che faccia che fa, è furibondo

-Oh paparino, non ti arrabbiare, si fa così, solo per dire!

-Tua moglie non è normale!

-Lascia perdere. Tu non la conosci

-Eccome se la conosco. Dimentichi che te l’ho presentata io, faceva parte della mia compagnia. Chi avrebbe detto purtroppo che sarebbe diventata mia cognata.

-Tu eri il più cretino della compagnia. Ti davi un sacco di arie perché eri nobile. Sai come ti chiamavano? Sacco di merda ti chiamavano. Proprio così!

-Non farmi ricordare quei tempi, altrimenti Mario potrebbe…

-Basta, smettetela. Siamo in ospedale e lui è in queste condizioni.

-Credi che abbia capito?

-Dall’espressione parrebbe di si.

-No, il papà non capisce niente. E’ solo la mimica stimolata dai decibel delle nostre voci.

-Della tua voce, stridula e volgare!

-Mario difendimi o lo faccio a pezzi!

-Guardate come è agitato. Forse sarà meglio chiamare l’infermiera

-Ma no, ma no! Vedrete che a momenti si calma. Stiamo in silenzio per pochi secondi.

 

 

-Oh Maddalena, finalmente sei arrivata

-Cos’è accaduto. Giuseppe, non sta bene?

-No, Giuseppe sta benissimo

-Allora?

-Stamattina, quando sono entrata nella stanza ho trovato una ragazza, una giovane donna a fianco al letto. Io sono rimasta sulla porta, immobile. Ho pensato che fosse una ladra, di quelle che girano per i letti e vanno a rovistare i comodini dei malati. Stavo per chiamare aiuto quando mi sono resa conto che lei prendeva Giuseppe per mano e lo chiamava: “Signor Decrescenzo, marchese Decrescenzo!” Mi sono detta che non poteva essere una ladra, perché quelle approfittano del sonno del malato per rubare e certamente non vogliono che si svegli

-Già, fanno proprio così. A me, in ginecologia, quando ho perso il bambino, mi hanno rubato l’orologio e l’anello. Non ho fatto nemmeno denuncia, perché tanto non li trovano mai. E allora?

-Allora ho pensato che fosse una di quelle signore in rosa che assistono i pazienti per beneficenza, danno un aiuto morale e a volte anche materiale.

-E allora?

-Allora lei si è accorta di me, si è voltata. Era bellissima.

-E’ questo che ti ha sconvolto? Perché noi non siamo più così belle?

-No, è che piangeva. Aveva il viso bagnato di lacrime. Due occhi verdi, grandi, dolcissimi. Solo Alessio li ha così dolci, quando prende il liquorino dopopranzo. Non sapevo cosa dire e lei pure non diceva nulla. Siamo state a guardarci per non so quanto tempo

-E poi, cos’altro?

-Indovina chi era? Non lo penseresti mai

-Allora dillo tu!

-Emilia. Mi ha detto tendendomi la mano. Lucrezia, piacere. Ho risposto stringendole la mano, una mano lunga e sottile come non ne ho mai viste prima

-Vuoi andare al nocciolo

-Buon giorno a tutti. Lucrezia sei già qui? Ti credevo a scuola.

-Ho chiesto di uscire un’ora prima proprio per venire da tuo padre. Non sapevo che Maddalena fosse libera.

-E Mario, è andato a parlare a quel signore?

-Si, è uscito presto con un pacco di fogli, il curriculum. Figurati se serve a qualche cosa. Quelli vogliono giovani precari. Gli anziani non li vogliono proprio

-Stavo raccontando a Maddalena dell’incontro che ho fatto stamane. Ho avuto il piacere di conoscere nostra cognata.

-Nostra cognata?

-Si, Maddalena, la ragazza, la giovane donna di cui ti parlavo è la sorella di Alessio e Mario

-Così l’hai conosciuta anche tu! Si, è la figlia che nostro padre ha avuto con una donna tanti anni fa. Nessuno se ne è mai accorto, tanto meno nostra madre. Oppure se l’ha saputo, non l’ha mai fatto intendere a nessuno.

-E’ incredibile. Dunque non era un figlio come si diceva.

-E’ una figlia.  lavora nel mio ufficio. E’ stata trasferita da Campobasso sei mesi fa. Sono stato io a dirle che nostro padre sta male, e lei mi aveva promesso che non si sarebbe fatta conoscere da nessuno,  invece…

-E’ capitato per caso, perché io sono arrivata mezz’ora prima del solito. E’ stato un piacere, è una donna meravigliosa. Lui non l’ha mai voluta conoscere. Chissà perché. In fin dei conti era sua figlia.

-Come fai a dire che era proprio sua figlia

-Mi ha mostrato le foto di sua madre in compagnia di lui, e una foto in cui c’era pure lei bambina

-Giuseppe, Giuseppe, che razza di uomo sei

-Vorresti dire, sei stato. Ora non è nemmeno un uomo

-Lei poverina piangeva. Mi ha stretto la mano. Tu sei Lucrezia, mi ha detto.

-Commovente, ma fammi il piacere!  Tu e Alessio credete tutto quello che si dice. Magari quella non è che un’avventuriera che pensa di mettere mano a chissà quale eredità, e invece il povero Giuseppe non ha più una lira.

-Per favore, Maddalena, astieniti da questi giudizi, se non vuoi che bisticciamo come ieri.

 

 

-Ricerca di lavoro a dir poco fallimentare. Appena dici che hai quarantadue anni i loro muscoli del collo s’irrigidiscono, gli occhi fissano un punto all’infinito e tutta quella falsa cordialità, che da ingenuo hai creduto autentica, svanisce come fosse stata una cortina fumogena che ti nasconde la dura realtà: “Lei ha una bella età!” e quasi vorresti ritirargli dalle mani i fogli del curriculum che dimostrano una lunga carriera e un’esperienza che non frega a nessuno, anzi è dannosa perché presuppone una paga maggiorata, anche se tu in realtà accetteresti la paga di un debuttante. Peggio di così non potrebbe essere.

-Non scoraggiarti Mario. Sono tempi difficili, ma passeranno prima o poi. Bisogna stringere i denti!

-Qui come va?

-Il babbo è stazionario. Almeno così dice l’infermiera. Di medici non se ne vedono. Credo che ormai l’abbiano dato per perso.

-Accidenti! Speriamo che duri il più a lungo possibile. Ti hanno lasciato solo oggi? Maddalena è dalla madre, sai che è demente ormai.

-Lo so. Non è meglio come è accaduto a lui? Un colpo e un lungo sonno per poi scivolare nella morte.

-Sarà così semplice? Forse sta lottando contro i draghi, in un mare in tempesta, oppure discende un fiume, le carni lacerate da scogli aguzzi, le acque accelerano sempre più la corsa avvicinandosi alle cascate. Il terrore alla vista della spuma bianca che si addensa sempre di più, e poi il salto vertiginoso, la fine di tutto.

-Certo la fantasia non ti manca. Ieri è venuta Emilia.

-Me l’ha detto Maddalena. Tu sapevi…com’è che non me ne hai mai parlato?

-E’ stata lei a chiedermi che fosse un segreto tra noi due

-Un segreto tra voi due? Io sono suo fratello, come te.

-Avrebbe voluto conoscerti, ma fino a quando c’era il babbo, non poteva avvicinarsi.

-Babbo sapeva quindi che lei era…

-Si, sapeva tutto.

-Vecchio bastardo! Non voleva che sua figlia ci conoscesse, ci frequentasse.

-Proprio così. Ha mantenuto il segreto dentro di sé per tutti gli anni della sua vita, e forse avrebbe voluto che fosse nascosto per sempre

-Perché la sua immagine rimanesse quella di un antipatico moralista.

-Già, e adesso invece…

-Ora mi è quasi simpatico, vecchio puttaniere

-Smettila. Guarda che faccia sta facendo, sembra quasi che abbia capito

-Meglio se capisse. Così si renderebbe conto prima di morire che a voler sembrare forti quando si è deboli, si è soltanto rigidi.

-Buon giorno a tutti!

-Ecco Maddalena. Tuo marito si lamenta perché non ha conosciuto la sorella.

-Beh, presto o tardi dovrà pure conoscerla, non ti pare? Invece di lamentarsi dovrebbe essere felice. Non capita tutti i giorni di trovare una sorella così: perché mi sembra proprio una brava ragazza. Si domandava se era umano lasciare che il padre si consumi in quel modo. Se non fosse il caso di sospendere le terapie

-Ne abbiamo già parlato Alessio ed io e siamo arrivati alla conclusione che non è proprio il caso.

-Problematiche finanziarie più che morali. Bioaffari, altro che bioetica!

-Come siete ermetici stamattina! Non vi capisco proprio

-Per dirla in parole povere, la pensione del babbo ci fa piuttosto comodo.

-Capisci? Noi ci paghiamo il mutuo della casa.

-Siamo a questo punto?

-A questo punto. Il colloquio per il posto di lavoro è andato male. Siamo a questo punto e non mi sento affatto immorale ne cinico se vivo in un mondo immorale e cinico. Se è questo l’andazzo del mondo che permette che uno di punto in bianco sia messo sul marciapiede, perché dovrei farmi problemi a sfruttare la pensione di mio padre. Lui in fin dei conti è vivo. C’è una quantità di gente che fa finta che il genitore sia vivo per intascare la pensione, e invece è defunto da parecchio.

-Io non ho il coraggio di staccargli la spina.  E’ facile per Emilia, lei non ha vissuto con lui. Per lei è quasi un estraneo, forse un padre idealizzato nei suoi sogni adolescenziali. Ma noi abbiamo vissuto giorno e notte con lui e conosciamo la sua incredibile vitalità, il suo attaccamento alla vita. Sono sicuro che lui preferisce vivere comunque, pure nello stato vegetale

-Se almeno avesse lasciato uno scritto, un testamento biologico

-Macché testamento! Lui non pensava affatto di morire un giorno, così presto. Lui si credeva  immortale!

 

 

 

-Che ore sono?

-Mezzanotte e mezza

-Andiamo a letto sempre troppo tardi, domani avrò una faccia! Passami la cremina, Marietto! Qui, sul piede dove mi fa male.

-Adesso no, bisogna dormire

-Dai, ti prego. Lo sai che io non posso. Se mi tocco gli occhi con le mani sporche di crema sto male e non dormiamo più. Lo sai che sono delicati. Lì, proprio lì. Più sotto, su quell’ossetto. Adesso che hai le mani ancora unte, strofinami la spalla. Proprio così, più al centro. Oh così va bene!

-Magda, sei una rompiscatole. Ora ti metti a dormire, intesi?

-Mamma mia, come sei nervoso. Dopo quel colloquio non sei più lo stesso, sei diverso. Non ti si può chiedere un favore che scatti.

-Vorrei vedere te, se ti trattassero da incompetente, coll’esperienza che ho di tanti anni. Come un lebbroso! E poi non ti preoccupa il fatto che nessuno di noi due lavora? I soldi non dureranno in eterno.

-Non essere troppo pessimista, Marietto. Con i rendimenti dei BTP andiamo avanti decentemente, e poi c’è la pensione di tuo padre che ci paga il mutuo. L’hai detto tu.

-Si, è vero. Però se lui muore è la fine della pensione e perdiamo la casa.

-Meno male che è robusto

-Neanche tanto. Alessio diceva che i medici non gli danno più di un mese di vita. L’altro ieri aveva la febbre, un’infezione urinaria, e il dottore ha domandato se potevano sospendere le terapie.

-E Alessio?

-Alessio ha risposto che noi desideravamo che il babbo fosse curato fino all’ultimo istante. Il medico si è pure commosso. Risultato che la febbre è passata grazie a una massiccia dose d’antibiotici

-Grazie a Dio!

-Si, grazie a Dio, un vero miracolo. Nostro padre ha una fibra…ma non so fino a quando durerà. Hanno detto di stimolarlo il più possibile, anche se loro sono del parere di lasciarlo morire. Secondo me hanno parlato con Emilia

-Cosa c’entra Emilia? Non l’ha neppure riconosciuta come figlia. Per papà non esisteva proprio

-Non è esatto. Sembra che lui andasse spesso a vederla da lontano quando usciva da scuola e un giorno abbia tentato di avvicinarla. Ma la bambina era stata ammaestrata dalla madre a non dare confidenza agli sconosciuti, per paura dei pedofili, sai,  così la  scuola fu sorvegliata dalla polizia e lui fu costretto a girare alla larga.

-Che storia incredibile! Non sembra Giuseppe il personaggio, sembra un altro uomo

-Comunque a noi preme che rimanga in vita il più a lungo possibile. Dobbiamo stimolarlo, parlargli.  Il tempo è scaduto, il massaggio è finito. Signora, ha pagato il ticket?

-Dove vai ora?

-A lavarmi. Tutta quella pomata che scalda…ho le mani bollenti.

 

-Alessio, guarda, mi concupisce

-Cosa dici? Ma va! Non capisce un bel nulla

-Ti dico che mi sta spogliando con gli occhi

-Finiscila Lucrezia!

-Si, intanto la prima volta che mi hai portato a casa tua, mi ha stretto la mano in modo significativo. E il giorno delle nozze mi ha seguito nella toelette del ristorante. Quando andavamo a trovarlo a casa sua, ti giuro che me la sarei fatta addosso, piuttosto che pisciare nel suo bagno

-Non sei normale. Non lo vedi che è partito? I medici dicono che il suo cervello sta morendo. Anzi, forse è morto del tutto. Come mai non me ne hai mai parlato?

-Perché sono soltanto impressioni, sensazioni, nulla di concreto. Mi è venuto spontaneo parlarne ora perchè mi guardava dentro la scollatura, mentre gli rimboccavo le lenzuola.

-Mi sembra esagerato fare di lui un libertino, un maniaco sessuale solo perché ha avuto una relazione, una figlia

-Beh, io vado. Sono stanca di stare qua dentro

-Io aspetto Mario. Dovrebbe arrivare tra poco… Ciao vecchio stupido, hai sentito cosa dice Lucrezia. Sei davvero così? Ma tu non senti un fico di niente, forse non ci sei proprio. Ci hai lasciato il guscio e vivi in un altro mondo, forse con la mamma. Lei che ti credeva un superuomo, ora conosce tutte le tue miserie. Non litigare con lei, non l’hai fatto mai su questa terra. In fondo ti voglio anche bene. Chi l’avrebbe detto, chi avrebbe potuto immaginare da te, con i sani principi morali sull’amore, sul sesso, sulla famiglia, proprio da te una relazione clandestina, una figlia. Tu che ci hai allevati nell’orrore per le parolacce, per le donne troppo scollacciate…e gli omosessuali peggio dei diavoli. Ecco che spunta dal nulla una sorella, una bella cosa, forse l’unica cosa bella che ti sia capitata di fare in vita tua. Forse perché ci hai messo un po’ di cuore

-Alessio, ciao. Scusa del ritardo, ma l’autobus non arrivava mai. Non sono abituato a prendere l’autobus. Come va?

-Stazionario

-Lo vedo fiacco, depresso

-Stanotte era molto agitato e gli hanno somministrato dei tranquillanti

-Tranquillanti? Se dicono che dobbiamo stimolarlo, e poi lo deprimono con i farmaci. Non capisco. Dobbiamo fare attenzione, opporci, se è il caso

-Come puoi opporti alle decisioni dei medici? E’ già una fortuna che lo tengono ricoverato e lo curano. Dovremo metterci il problema di come fare quando lo dimetteranno.

-Come sarebbe?

-Non lo terranno qui in eterno. L’infermiera me ne ha accennato.  Stavo poi pensando che oltre noi due c’è pure Emilia, che è sua figlia.

-Allora?

-Allora, non credi che abbia anche lei diritto a una parte della pensione? Dovremmo dividere per tre

-Sei ammattito? Dividere con lei che nemmeno lo conosce. Noi siamo vissuti con lui, l’abbiamo sopportato per tutta la vita, curato quando è stato malato

-Babbo ha goduto sempre di ottima salute

-Che importa, lo avremmo curato se fosse stato malato. Lei non c’era…poi millequattrocento diviso tre fa un numero infinito, prova e vedrai che non è divisibile… La verità è che quei settecento euro mi servono tutti. Ho venduto l’automobile. Che altro ho da vendere? La lavatrice e il frigorifero sono vecchi e nessuno li vuole

-Va bene, va bene. Calmo, per piacere!

-Te lo ha detto lei della pensione?

-No, Emilia nemmeno ci pensa, e quando sarà l’ora, le diremo che i soldi della pensione sono serviti per pagare l’assistenza. Non preoccuparti, dividiamo noi due e amen!

 

 

 

-Che bella giornata di sole, ormai è primavera e qui dentro solo luce a neon, che tristezza! Cos’è quell’affare?

-Un lettore CD. Un po’ di musica. L’infermiera ha detto che è contratto, teso. Allora la musica lo rilassa

-Sarà, ma qui non mi sembra proprio il caso, non è il luogo

-Se la musica fa fare il latte alle vacche, così almeno si dice, male non gli farà. Ascolta

-E’ tango argentino

-Si. A lui di sicuro piace. In gioventù era un ballerino provetto.  Lui e la mamma facevano una bellissima coppia. Dovevi vedere con quale spontaneità, leggerezza si muovevano. Pareva che loro vivessero nella musica, che la loro vita si svolgesse tutta nel tango. Mi sembra di averli ancora davanti agli occhi. Ricordo quando si esercitavano a casa, non avevo più di tre anni, li seguivo con gli occhi seduto sulla seggiola, come ipnotizzato, e ci volevano parecchi scossoni per farmi rientrare in me.  Quando partecipavano ai concorsi tutti sapevano che avrebbero vinto, così le altre coppie si riducevano a fare da comparse, da coreografia alla loro magnifica danza. Parevano due amanti che si desiderassero ardentemente. Invece forse nella vita non si sono mai incontrati veramente.

-Ci credo. Tua madre era molto bella

-Permette un ballo, signora?

-Sei matto, qui in ospedale!

-Perché no? Nessuno ci vede e a lui non possiamo fare che piacere

-Come sei bravo! Non sapevo che eri un ballerino provetto

-Sarà un fatto genetico, di famiglia. Ho sempre avuto orecchio per la musica.

-Non abbiamo mai ballato noi due

-Neanche tu te la cavi male. Conosci le figure…

-A diciotto anni ho frequentato per alcuni mesi la scuola di ballo. A me il tango argentino eccita solo a vederlo ballare!

-Oh signorina, siamo ai focosi anni diciotto!

-Si, mio bel cavaliere, mi sembra di essere in un salone pieno di luce da tanti magnifici lampadari di cristallo. C’è moltissima gente, tutti ci guardano ammirati, tanti bellissimi marmi, mi gira la testa…Oh mio Dio! È sveglio, si sta tirando su

-No, no, babbo, per carità! Come faccio adesso a pagare il mutuo?

-Te l’ho detto che non dovevi portare la musica

-E adesso cosa facciamo?

-Non so…Dormi, dormi papà. Sta giù, che ti strappi tutte le cannucce.|

 

*

il ballo in maschera

Erano le cinque e dieci del pomeriggio quando squillò il telefono sulla scrivania del medico di guardia. Il dott. Alberti sollevò il capo dal primo tomo del Trattato Universale delle malattie mentali. Era convocato d’urgenza al Pronto Soccorso. Sapeva che i colleghi internisti avevano una specie di timore panico di fronte ai deliri di quelli che chiamavano pazzi furiosi. Il collega lo aspettava sulla porta del quinto ambulatorio. “Vieni dentro. Ora ti spiego” Sdraiato sul lettino un uomo, o meglio un gigante che si dimenava urlando: “Toglietemi la maschera, toglietemi la maschera!” Il viso imbrattato di sangue dai solchi profondi che s’era procurato con le unghie nel vano tentativo di togliere quella maschera che non esisteva, e che quindi nessuno sarebbe stato in grado di togliere. Lo immobilizzavano per le braccia e per le gambe due infermieri, Mauro Salerno e Gino Pizzalunga, che Alberti considerava una sicurezza per la  notevole forza fisica di cui erano dotati.  Li avrebbe portati con sé quando avrebbe aperto il Day hospital psichiatrico. Tutti lo davano per vincitore del concorso. Il padre era lo stimatissimo e temutissimo rettore dell’Università, amico dei politici più influenti della Regione. Una famiglia di geni, a considerare le carriere fulminee, i brillanti curricula, la ricchezza che si ammassava grazie a mirati imparentamenti. Mentre si avvicinava al lettino, al dottor Alberti non era sfuggita l’aura rarefatta d’imbarazzo che regnava nell’ambulatorio.

Il collega sorrideva tacendo, così pure i due infermieri che di solito tranquillizzavano lo scalmanato di turno con appellativi non proprio rispettosi. A guardar bene in viso quel gigante che ora urlava schiumando, ora piangeva a calde lacrime supplicando che gli togliessero dal viso la maschera, non ebbe difficoltà a riconoscere “La Montagna Incantata”, Giannelli, il direttore dell’ospedale. Il gigante buono, come si vantava di essere, il buon padre di famiglia.  E la sua famiglia, diceva, erano tutti i dipendenti dell’ospedale. Lo avevano soprannominato “La montagna incantata” non tanto per le sue dimensioni, ma soprattutto per l’immobilismo della sua opera, anzi, non opera. Egli era capace di sorridere sempre e promettere che avrebbe facilmente risolto il problema, qualsiasi esso fosse, ma tutti erano ormai consapevoli che nulla avrebbe fatto, che non sarebbe stato di nessun aiuto o utilità. Nessuno sapeva come trascorresse le otto ore giornaliere seduto alla scrivania: forse con gli occhi persi nel vuoto, a pensare, a dormicchiare, oppure a leggere il giornale. Aveva l’immobilismo di una montagna granitica, ma il suo faccione non aveva nulla del mondo minerale, semmai somigliava a una pagnotta soffice con due piccoli occhi acquosi, il naso schiacciato e due labbra grigie e sottili. All’arrivo dello psichiatra, i due infermieri immobilizzarono ancora più strettamente il paziente. Erano due bravi infermieri: Salerno proveniva da un periodo di facchinaggio in stazione, Pizzalunga aveva tentato la fortuna nel pugilato, ma una frattura alla mano destra aveva bruscamente interrotto quella carriera. “Saranno le colonne del mio Day Hospital, pensò Alberti ammirato, ne assumerò degli altri così fisicamente prestanti. Avrò un manipolo di granatieri da fare invidia al Presidente della Repubblica”. Preparata la siringa con consumata perizia, iniettò il barbiturico nella vena del povero Direttore.

Erano le dieci di sera quando lasciò l’ospedale. Minacciava di piovere, nel cielo cinereo ogni tanto guizzava un fulmine. I pedoni si affrettavano sui marciapiedi. Non aveva fame e si accontentò di un tramezzino al bar. Tornato a casa indossò il pigiama, accese la televisione e si sdraiò sul divano. Aveva detto a Mirella che doveva preparare la relazione per il congresso, in verità era stanco! Gli tornava in mente il viso imbrattato di sangue del dottor Giannelli, mentre la voce del notiziario si faceva più lenta e lontana. Mirella avrebbe voluto uscire. Era davvero tanto innamorata, o fingeva? A volte pensava che vedesse in lui, psichiatra, uno scudo, una protezione  dalle insidie della vita. Oppure si prestava a quella pantomima lei pure per non scontentare la famiglia. I loro genitori erano soddisfatti. In un certo senso avevano manovrato perché uno cadesse tra le braccia dell’altro. I cospicui patrimoni si sarebbero uniti. E forse questo importava più della loro unione, che sarebbe potuta essere un inferno, come se ne sentono tante.  Invece Carmela, focosa amante dal sangue meridionale, non domandava altro che quella mezz’ora di sesso nel suo studio. Lei era un vero ristoro, ma quella relazione non poteva continuare dopo il matrimonio. Se si fosse saputo…la sua fama di personaggio integerrimo sarebbe caduta a pezzi! Come la faccia della Montagna incantata, gli venne da sorridere, incantata! Perché aveva la prodigiosa capacità d’incantare chi gli stava davanti, almeno chi ancora non lo conosceva, quel furbacchione. Chi non si era sentito ingenuamente felice, perfino commosso, nella convinzione di trovarsi di fronte a un padre che si sarebbe preso cura di lui, delle sue necessità? Creava l’illusione che fosse veramente interessato, invece gli importava solo di se stesso. Così bisogna essere per farsi strada nella foresta di simboli che è la Società! Lui era al primo gradino e presto sarebbe stato direttore del Day Hospital, ed era la partenza per un viaggio ideale che lo avrebbe portato a essere direttore della Clinica Psichiatrica e poi presidente della Società Internazionale della Psichiatria. Quei traguardi erano così a portata di mano che gli pareva di poterli toccare. Era il rampollo di una famiglia potente, sarebbero stati orgogliosi di lui. Il sonno s’impossessò della sua mente conciliando tutti questi pensieri sconnessi.

Se è vero che si ricordano i sogni fatti in prossimità del risveglio, questo sogno fu fatto dal dott. Alberti tra le due e le due e mezzo di notte. Si trovava in un salone immenso, dalle pareti indefinite, forse inesistenti, perché lo sguardo si perdeva in un chiarore azzurrino dove non si distingueva altro che un lento movimento di ombre. Numerosi divani erano posti così lontano uno dall’altro che gli occupanti potevano dialogare tra loro, ma non con quelli degli altri divani. Seduti o in piedi individui nei costumi più stravaganti: alcuni ricordavano i nobili che aveva ammirato nei quadri seicenteschi della Galleria Nazionale, altri si richiamavano al mondo delle fiabe, altri ancora portavano i costumi da pretoriani romani di Cinecittà. Tutti avevano sul viso una maschera dall’espressione indecifrabile. A un tratto cominciò un canto, una dolce nenia accompagnata dal suono di liuti. I personaggi si levarono inscenando un ballo, una specie di serpentina che sfilava per la sala. Quello che colpì il sognatore fu la completa assenza di allegria e l’assoluta mancanza di concordia nei passi. Pareva che nessuno udisse la musica e ne seguisse il ritmo. Quando il ballo ebbe termine e le maschere ritornarono ai divani, riconobbe (nel sonno non ci sono dubbi o incertezze) la sua fidanzata vestita da Cappuccetto rosso che scambiava effusioni amorose con un soldato romano. Da prima si sentì umiliato, ma poi ebbe un moto di soddisfazione considerando che, se fosse stata lei a rompere il fidanzamento, non avrebbe dovuto scontentare i genitori facendo la parte del figlio egoista e disobbediente. Perché di sicuro non l’avrebbe sposata, era spiacente, non provava per lei che affetto e stima e questi sentimenti non potevano bastare a benedire un’unione per sempre. Anzi, il tempo trascorso con lei era divenuto insopportabilmente tedioso e gli scambi di tenerezze non erano meno delle maschere di quel ballo dietro le quali ognuno nascondeva l’autentico se stesso. A un tratto, guardandosi attorno, vide la sua immagine riflessa in uno specchio sopra una consolle dorata: era in mutande! Si era dimenticato d’indossare il costume. Ora tutti ridevano di lui…alcuni invece lo guardavano indignati e gli indicavano perentoriamente la porta d’uscita. Tra questi riconobbe suo padre che lo osservava con un’espressione di pena e vergogna dietro la maschera blu che gli copriva il viso. Quando si svegliò erano quasi le tre. Alla televisione spiegavano le equazioni differenziali. Andò a letto sperando di riprendere sonno, ma l’agitazione prodotta da quel sogno gli impediva di addormentarsi, così lesse le carte della sua relazione fino all’alba e ne corresse gran parte.

Alle otto del mattino era già al bar di fronte all’ospedale. Di fianco a lui Giolitti, il collega tisiologo, gli parlava con voce rauca e imprecisa di chi beve superalcolici da mattina presto.

Mentre prestava scarsa attenzione alla conversazione, un formicolio, come d’innumerevoli punture di spillo, gli invase il viso. Un fenomeno del genere accade quando ci si espone a temperature bassissime, ma il bar era ben riscaldato, fuori la giornata non era freddissima e prometteva delle belle ore di sole. I rumori attorno e le voci dei frequentatori gli giungevano da lontano. Gli pareva di essere un estraneo che spia da una porta socchiusa. Salutò il collega e uscì dal bar. Ora il viso era divenuto insensibile e un peso gli gravava sulla faccia.  La luce del giorno gli era insopportabile e mentre procedeva verso l’ospedale a occhi chiusi: “Toglietemi la maschera” gridava graffiandosi selvaggiamente il viso. Fu soccorso dai portinai richiamati dalle urla. Visto il sangue che gli imbrattava le mani e il viso, chiamarono il pronto soccorso. Il dottor Alberti fu caricato su un’ambulanza e trasportato cinghiato per il breve tratto che lo separava dall’ambulatorio delle emergenze. Quando aprì gli occhi, quattro mani robuste gli immobilizzavano le braccia e le gambe.

A stento riusciva a respirare a causa della disperazione che si era impossessata di lui. Riconobbe la stanza numero cinque: “Ancora Salerno e Pizzalunga” pensò mentre la mente sprofondava nel sonno dei barbiturici.

*

la veglia funebre, recitativo

                                                 Salvatore Solinas

 

 

 

                                      LA VEGLIA     FUNEBRE

 

                                                  RECITATIVO

 

 

 - Svegliati Attilio, è ora d’alzarti!

- Se non ha neppure suonato la sveglia!

- Ha suonato, ma non l’hai sentita. Dormiresti ancora, non è vero?

- Sì, dormirei ancora per un’oretta

- Così la smetterai di fare le ore piccole alla sera!

- Quali ore piccole, non sarà tardi se sono tornato a mezzanotte. Abbiamo giocato al bowling: io e Marco contro Luigi e Simone. Abbiamo vinto, li abbiamo sepolti.  Dovevi vedere com’era agitato Simone. Non gli va di perdere!

- Il solito malato d’orgoglio.

- Non so come hai fatto a starci insieme per cinque anni. Per tua fortuna sono arrivato io.

- Già, per fortuna sei arrivato tu! Sai benissimo che quando ti ho conosciuto mi ero lasciata con Simone da un bel pezzo.

- Devo correre, è tardissimo.

- Intanto che ti prepari ti metto su il caffè. Ricordati che stasera siamo a cena da mia madre.

 

 

- Senti Attilio, ho intenzione di cambiare macchina.

Una Ferrari rossa. La desidero da sempre!

- Rossa? Tutti hanno la Ferrari rossa

- Di che colore allora?

- Non so, forse nera.

- Nera? Già per il lavoro che facciamo si toccano le palle, figuriamoci se vado in giro con una macchina nera. No, la voglio rossa, classica.

- Fai bene. Gli affari vanno a gonfie vele, sei scapolo ed è giusto. Beato te che puoi godertela.

- E tu no? Mariuccia non è una che frena.

- Va bene, ma quando hai famiglia è un’altra musica. Non hai più la testa per certe cose: la Ferrari, i viaggi alle Maldive, a Cuba… Sono cose per scapoli.

- Già, non hai torto. Però se avessi Mariuccia nemmeno ci penserei alla Ferrari. Eh, non ti ho ancora perdonato che me l’hai soffiata!

- Scusa sai, eravate divisi da sei mesi quando ho conosciuto Mariuccia. Tu di sicuro non me la facevi conoscere. E’ arrivata in ufficio per caso ed è stato un colpo di fulmine. Ce l’hai forse con me?

- Non ce l’ho con te. Stavo scherzando.

- Cugino, ti devo ringraziare per oggi. Non ce l’avrei proprio fatta. E’ il compleanno di mia suocera, ottanta tre anni, non posso mancare. Così ti ringrazio che fai il trasporto al posto mio.

- Figurati! Non mi costa niente. A Proposito, prenderò il Mercedes. Quella è gente denarosa e mi pare che pretenda il lusso.

- Si, va bene. Col Mercedes faremo un figurone.

- I figli mi hanno chiesto di rimanere soli con la salma fino alla partenza. E’ contro le regole, ma in questo caso non ho potuto negarlo. La ragazza è proprio carina.

- Eh Simone, ti fai abbindolare dalla bellezza!

- Veramente, è carina e a vederla così triste è ancora più bella. Il fratello invece mi sembra un prepotente. Di quelli che credono che a loro tutto sia dovuto perché hanno i soldi.

- E non ha tutti i torti, al giorno d’oggi i soldi contano. Pure da morto. Guarda questo vecchio che va in Mercedes nuova di zecca per l’ultimo viaggio. Sei sicuro di saperla portare senza rischio?

- Tranquillo socio! E’ una macchina semplicissima che pure un minorato saprebbe guidare senza correre il minimo pericolo. Fa tutto lei! Vedrai che figurone. Ci chiameranno da tutta Italia per i servizi funebri, vorranno soltanto noi.

- Speriamo che sia così. Intanto tu mettiti l’abito nero.

 

 

- Sono in pensiero. Non capisco perché Simone non abbia chiamato. Di solito, quando ha finito, telefona o manda un messaggio: missione compiuta! Ha la mania dei film di spionaggio. E’ sempre in missione. Figurati che razza di missione trasportare un morto.

- Simone è un ragazzino. Non è cresciuto. Era così a quindici anni ed è così adesso. Per questo ci siamo lasciati.

- Stai dicendo che sei stata tu a lasciarlo perché era infantile?

- Non esagerare. Non era infantile. Gli piaceva giocare a fingere d’essere qualcun altro. A me alla fine dava sui nervi. Non ero serena. Un uomo è quello che è, non gioca a camuffarsi, a nascondersi. Forse si vergogna del lavoro che fa.  Ma, dico io, lo avete ereditato dai vostri genitori, se proprio non vi piace, non fatelo! Si può trovare un altro lavoro più normale.

- Mio padre mi portava in azienda fin quando ero piccolissimo e mi  spiegava tutto: i legni pregiati, il rivestimento di seta o di cotone, gli arredi funebri. “Vedi, mi diceva, il lavoro non manca mai perché Signore Iddio ci ha fatti in certo modo che prima o poi dobbiamo morire. Noi li accompagniamo in modo degno alla casa definitiva. Se no, sarebbero come gli animali che vedi rinsecchirsi nei campi” Ascoltavo affascinato e mi dicevo che da grande avrei fatto il suo lavoro. Così mi piace quello che faccio e non mi vergogno come Simone. Quello è un complessato.

- Diciamo pure che Simone è un ragazzo sensibile e delicato mentre tu sei un rozzo contadino.

- E’ meglio che spegniamo la luce, perché cominci a offendere e poi va a finire che si litiga e non si dorme per tutta la notte.

- Ti offendi per nulla tu. Sei diventato di un permaloso! Mi domando se mi ami ancora.

- Ci siamo! Sai benissimo che ti adoro!

- Adoro! Non vuol dire niente. Se si ama, si ama con lo spirito e col corpo. Tu è un mese che non mi tocchi.

- Se l’abbiamo fatto tre giorni fa. Oggi, siamo appena rientrati dalla cena di tua madre, che ce l’ho tutta sullo stomaco. Sai quanto burro ci mette tua madre? Per digerirlo non mi basterà la giornata di domani.

- E’ meglio che dormiamo. Tanto tu mi rifiuti sempre.

- Dai, ci siamo. Spengo la luce e ne riparliamo domani. Buona notte!

- Che buio che hai fatto, mi fa paura.

- Mariuccia, il telefono!

- Prendilo tu, è il tuo cellulare.

- Già, ecco, accidenti, dove l’ho messo

- Se non ti sbrighi!

- Pronto! Simone, sei tu?

- Cosa stai dicendo?

- Sono dentro la bara.

- Sei impazzito? Come sarebbe a dire che sei dentro…

- Ti dico: mi hanno stordito e mi hanno messo dentro la bara.

- Chi ti ha messo, come mai? Deve avere bevuto.

- Sta dicendo che lo hanno messo dentro la bara?

- Sono dei criminali. Non c’era il morto. La bara era piena di pacchi di cocaina. Io ci sono capitato per caso.

- Dove sei capitato?

- La stavano svuotando e ho visto tutto. Non c’era il cadavere.

Qualcuno mi ha dato una botta in testa e mi sono ritrovato dentro la bara. Aiutami, chiama la polizia, fa presto perché non so quanta aria mi rimane.

- Aspetta! Respira piano. E’ incredibile. Ora averto Gennaro

- Fa prestissimo per favore! Questi sono degli assassini!

- Ora chiudi. Ti richiamo io.

- Cosa sta succedendo? Simone…

- Stai calma pure tu. Ora chiamo il commissario.

- Dio mio, povero Simone mio

- Pronto, Gennaro! Scusa dell’orario. C’è che Simone è rimasto imprigionato dentro una bara.

- Come ha fatto a caderci dentro?

- No, non c’è caduto. Ce l’hanno messo al posto della droga.

- Scusami, ma non ti capisco.

- Ha trasportato un morto a Verbena e mi ha riferito che avrebbe assistito del tutto involontariamente allo svuotamento della bara, che non conteneva il cadavere del vecchio, ma buste di cocaina. Allora gli hanno dato una mazzata in testa e buona notte. Quando si è svegliato s’è trovato dentro la bara. Figurati che fifa, poveraccio. Quelli stanno aspettando che muoia asfissiato.

- Come hai fatto a sapere tutte queste cose?

- Mi ha telefonato poco fa. Si vede che per fortuna non gli hanno tolto di tasca il cellulare.

- Dammi il suo numero, lo chiamo io e vediamo se riusciamo a capire dove si trova. Intanto allerto i colleghi di Viterbo.

- Il numero è…Marietta dammi il numero

Tre, tre, otto, cinque quattro otto due sei, anzi, sette.

- Sei sicura?

- Ma si.

- Fammi sapere

- Sta tranquillo, ti terrò aggiornato.

- Poveretto. Se non muore asfissiato, quello muore di paura

- Povero piccolo mio! Simoncino mio.

 - Vedrai che lo trovano

- Come vuoi che faccia Gennaro a trovarlo. Poi bisogna che arrivino in tempo.

- Di aria ne ha poca perché la cassa è piccola: il vecchietto era rattrappito.  Anzi, ora che ci penso, il sospetto m’era venuto che non fosse morto da poco. Sembrava strano, come fosse stato di carta pesta.

- Fai il numero di Simone, fammelo parlare!

- Nemmeno per sogno. Intralceremmo la comunicazione con la polizia.

- Ma lui ha bisogno di sentire la voce di noi! Sono queste occasioni che scopriamo che abbiamo bisogno di qualcuno che ci vuole bene. E lui non ci ha nessuno al mondo.

- Mi pare che abbia te! Mi domando perché non te lo sei sposato e sei venuta a rompere i C. al sottoscritto.

- Cosa dici, Che c’entri tu?

- E come che c’entro! Figurarsi, la moglie che piange il suo ex e il marito dovrebbe stare accucciato e zitto. Come un cane.

- Ti sembra il momento di fare il geloso? Quello è dentro la bara che sta morendo e tu dai con la solita solfa!

- Lasciami perdere che è meglio. Se penso che quel viaggio lo dovevo fare io…ma di sicuro non andavo a curiosare, a vedere cosa stavano facendo quelli là.

- Simone è intelligente, ma non è furbo. Se no non andava a mettersi in questo pasticcio

 

- Simone, sono Gennaro. Stai sveglio e respira piano. Tieni il cellulare acceso così possiamo localizzarti. Dove hai portato il morto?

- A Verbena

- Questo lo so già. Dove a Verbena. Lo sai l’indirizzo preciso?

- Non lo so perché seguivo la loro macchina. E’ uno stradello con ghiaia fine, poco prima di entrare in paese, a destra, e in fondo il cancello di una villa moderna, tutta vetri.

- Sta tranquillo che lo troveremo.

- Fatte presto perché qui mi manca l’aria

- Respira più piano che puoi e non t’agitare, tanto non serve a nulla. Ci sono i carabinieri e tutta la polizia sulle tue trace. Adesso chiudo. Ci sentiamo poi.

 

- Attilio! Abbiamo rintracciato la villa ma è vuota. Non ci sta nessuno. Dalle impronte sembra che il vostro automezzo ci sia passato. Non sappiamo altro per ora.

- Santo Dio! È un po’ poco. Quello ci muore là dentro se non fatte presto.

- Sto andando a Verbena in elicottero. Tra pochi minuti sarò sul paese.

Calmati pure tu. Facciamo del nostro meglio.

- Cosa dici, andiamo pure noi a Verbena?

- Sei matta?  Sono tre ore di macchina.

- Per tuo cugino potresti anche farlo. In fin dei conti potevi esserci tu là dentro.

- E va bene! Vestiti che andiamo. Saremo là alle cinque. Speriamo che per quell’ora lo abbiano liberato.

 

- Dobbiamo stare qui tutta notte a vegliare questo, che neppure è morto!

- Cosa dici se facciamo un caffè?

- Non sarebbe male. Ma c’è un fornello?

 - Sopra quel tavolo. Non è la prima volta che mi tocca sorvegliare che un poveraccio muoia veramente.

- Allora sei pratico. Per me è la prima volta. Se ci penso, mi viene da vomitare.

- Le prime volte fa impressione, poi ci fai l’abitudine.

- Quel poveretto è dentro la bara, vivo. Muore lentamente mancandogli l’aria. Ha paura e gli viene l’affanno, e più respira e più gli manca l’aria.

- Proprio così. Più respiri…

- A momenti manca l’aria pure a me. Non era meglio sparargli in testa e farla finita? Così pure noi potevamo essere al caldo nel nostro letto.

- Si, qui c’è fresco. Vuoi una coperta da buttarti addosso?

- No, non la voglio.  Sai che giorno è oggi? E’ il quattro d’Ottobre.

- Ebbè?

- E’ il compleanno di mia moglie e io sto qui mentre dovrei essere a letto con lei a farla contenta.

- Pazienza, vorrà dire che la farà contenta un altro!

- Sta attento! Non c’è da scherzare su queste cose.

- Non prendertela. Si fa per passare il tempo in qualche modo.

- Quello là il tempo lo passa peggio di noi.

- Già. Guarda come s’agita. Non durerà molto a fare così.

- Meglio per lui. Piuttosto che morire bruciato vivo nel forno crematorio…Non so perché quei due devono essere così crudeli:

 fratello e sorella. Secondo me li ha fatti un serpente velenoso.

- Stiamo attenti a quello che diciamo

- Chi voi che ti senta qui. Quello lì dentro la cassa? Non avrà tempo di dirlo a nessuno.

 

- Ti sei addormentata?

- M’è caduto il cuore.

- Fortuna che per strada non c’è nessuno e si va bene

- Ho sognato della cacca liquida. Non stronzi. Gli stronzi vogliono dire tanti soldi, ma la cacca liquida, non lo so.

- Forse che sono soldi liquidi

- Non scherzare. Potrebbe essere una disgrazia. Povero Simone. Quanto ci vuole a Verbena?

- Un’ora, un’ora e mezza.

- E’ il tuo cellulare.

- Prendi tu che io sto guidando

- Pronto! Simone, sei tu, dove sei?

- Dove vuoi che sia! Sono sempre qui. Se non esco tra poco sarò morto!

- Mio Dio, Simone, non dire così! Vedrai che la polizia ti tira fuori. Gennaro è a Verbena.

- Lo spero che mi trovino. Ma perché ci mettono tanto. Senti, Mariuccia, posso parlare con Attilio?

- Ora sta guidando. Metto il viva voce così potete parlare.

- Attilio, mi senti?

- Si, Simone, ti sento

- Ti ricordi quando eravamo bambini e tu eri rimasto imprigionato nel capanno del giardino?

- Si, fammici pensare, mi pare di si.

- Sono passato vicino e sentivo battere sulla porta e gridare. Al momento rimasi impaurito pensando agli spiriti e non so a quale altra fantasia bambinesca, poi, con fatica, ho spostato l’asse che sprangava la porta e sei uscito tu, pallido, tremante, e piangendo mi hai abbracciato.  “Sei mio fratello!” dicevi

- Certo che mi ricordo

- Adesso io ho la stessa paura che avevi tu. Mi capisci?

- Altroché se ti capisco! Ma ora stai calmo, per favore. Sto venendo a Verbena. Questa volta sarò io a liberarti, così avrò ricambiato il favore.

- Fai presto, perché impazzisco. A proposito, devono esserci due che sorvegliano.  Li ho sentiti parlottare. Ho fatto di tutto per comunicare con loro, ma non è possibile. A stento posso muovere un braccio. Accidenti, come le facciamo strette queste casse!

- Cerca di stare calmo, magari di riposare e aspetta che stiamo arrivando.

Chissà come gli è venuto in mente di quella volta. Forse perché dicono che chi sta per morire rivive tutta la sua esistenza

- Credi che Simone morirà?

- Ho paura di si. Il fatto che Gennaro non si sia ancora fatto vivo è un brutto segno.

 

- Hai sentito? Bussano alla porta

- E’ lui che batte contro la cassa. Ci ha sentiti e vuole richiamare la nostra attenzione.

- Poveraccio. E’ proprio necessario che muoia in questo modo? Non  possiamo farlo scappare?

- Sei impazzito? Se lo facessimo, quei due metterebbero noi nella cassa da morto. Stai attento a quel che dici. Non vorrei che m’incaricassero d’ammazzarti. Lo farei a malincuore, te lo dico, ma lo farei. Pensa a tua moglie. Hai pure bambini. Cosa sarà di loro se il padre muore come un Giuda. Che fai adesso, piangi?

- Ti sembra giusto che per amore della mia famiglia mi tocchi fare questa infamia?

- In fin dei conti non sei tu che la fai. Semmai sono quei due spietati. Tu statene qui buono buono a vedere. Ora ha smesso. Forse muore prima del previsto. Ma tu perché ti sei messo al servizio, non mi sembri il tipo adatto.

- Quando mio zio era in punto di morte mi ha mandato a chiamare e mi ha detto che mio padre era stato strangolato da Vito Alfonsi. Mi ha fatto giurare sul Vangelo che lo avrei vendicato.

- Tu non sapevi di tuo padre?

- No, avevo solo sette anni quando è morto e mia madre mi ha tenuto nascosto tutto per paura che entrassi pure io nella mala. Così sono andato dalla famiglia dei Minchioni e mi sono messo al servizio. Ho parlato con il vecchio. Non avrei mai creduto che il bastone di comando sarebbe passato a quella vipera della figlia.

- Era meglio se te ne stavi a fare il bidello. Tua moglie lo sa che sei al servizio?

- Non le ho detto nulla, ma lo immagina, perché non mi ha fatto domande. Nemmeno questa volta mi ha domandato come mai non ero in casa. 

- Dai retta a me. Stattene buono. Per fare vendetta ci vuole altra stoffa che tu non hai.

- Ho giurato sul Vangelo!

- Vito Alfonsi è peggio di questi due. Se viene a sapere che tu lo cerchi per tuo padre, ti fa a pezzi e ti da in pasto ai maiali.

- Ecco che ricomincia. Dio mio, che pena!

- Lascia perdere. Tieni, beviti il caffè che ti da coraggio! Ricordati che fine fanno i Giuda! E fosse solo per te, ma i tuoi figli. E’ come se fosse la tua stessa mano a stringersi attorno al loro collo. Sei tu che li strangoli! Hai capito? Che età hanno?

- Gianni ha otto anni, e Luca, il più piccolo, ne ha cinque. Gianni va a scuola ed è pure bravo. Mi piacerebbe che diventasse dottore. E’ intelligente. Il piccolo…si vedrà!

- Non è che faranno come te, che entreranno nella mala per vendicare il  padre?

- Meglio morti!

- Allora era meglio se tu te ne stavi a casa. Altro che vendetta. Rischi di finire nella cassa come quello lì.

- Io quello ce l’ho davanti agli occhi finché campo!

 

- Non mi hai mai raccontato di questa storia del capanno.

- Me ne ero completamente dimenticato.

- Non mi hai detto tutto di te.

- E’ una cosa senza importanza. Figurati, ero piccolo, cosa vuoi che capissi! Ho avuto paura. Ho sentito qualche cosa muoversi sotto la paglia. Forse un topo.

- Che schifo! Però ammetti che hai paura del buio e pure un po’ di claustrofobia.

- Può darsi.

- Quella volta che sei rimasto chiuso in ascensore ne sei uscito che eri bianco come un panno.

- Pure tu adesso vai a rinvangare

- Povero Simone. Te lo immagini solo, dentro la bara. Che coraggio deve avere per non diventare matto!

- Si, lui è coraggioso ed io sono un fifone. Questo vuoi arrivare a dire?

Che fai, piangi? Lo ami non è vero? Non rispondi, non dici niente. Vuole dire che ho ragione. Mi domando perché mi hai sposato. E pensare che fino ad oggi ti credevo innamorata. Perché? Questo almeno puoi dirmelo! Volevi fare ingelosire Simone? Oppure volevi farlo soffrire? Adesso ti dico una cosa: Simone è ancora innamorato di te, me lo ha detto ieri mattina. Mi ha detto che se avesse avuto te non avrebbe desiderato la Ferrari.  E tu ora piangi. Adesso che forse è morto. Così hai perso il marito e  il moroso in un solo momento.   Arrivati a Verbena sarà bene che ciascuno prenda la sua strada.

- Ma dai Attilio, non ti ho visto mai così arrabbiato!

- Non sono arrabbiato.  Amareggiato si, Potevo accorgermene prima. Che stupido sono stato!

- Non perdi occasione per farmi una scenata di gelosia. Ma ora hai passato il limite. Sai cosa ti dico? Vai per la tua strada e non farti più vedere. Non ti voglio più vedere. Mi basta la metà della tua parte dell’azienda, per il resto vedremo. Ma questi sono affari che tratteranno gli avocati.

- Metà dell’azienda? Ma lo sai che quella è frutto di sacrifici di mio padre e di mio zio? E dovrebbe finire nelle tue mani che non hanno mai lavorato?

- Va bene, tieniti i tuoi soldi allora, ma sappi che ti sputtanerò per bene: sapranno tutti che sei un impotente!

- Tu sei matta da legare!

- E poi sappi che io ho amato moltissimo tuo cugino. Simone è sensibile, delicato, esile di corporatura. Tu eri alto, robusto, quei capelli neri, ricciuti, mi hanno fatto impazzire. Tu non capisci niente. Amo Simone perché è il mio passato. M’intenerisce, è la mia giovinezza, l’ingenuità di allora. Tu, ti amo al presente. Sei mio marito. E’ un’altra cosa.

- Allora ne ami due?

- Si, si può dire anche così. In modo diverso.

- Pronto! Mi sentite?

- Si Gennaro, ti sentiamo bene

- Si è perso il segnale. Non sono riusciti a localizzarlo prima. Credo che Simone abbia il cellulare scarico!

- E allora?

- Allora, che Dio lo protegga. Ho paura che non possiamo farci nulla.

- Come sarebbe a dire?

- Continuiamo a cercare, ma sarà difficile arrivare in tempo perché Simone starà esaurendo la riserva d’aria. Trovarlo è cercare un ago nel pagliaio. Ci vuole molto tempo e parecchia fortuna.

- Allora è proprio spacciato?

- Temo di si. Mi dispiace!

- Hai sentito Mariuccia?

- Ora posso piangere? Dovresti piangere anche tu!

 

 

 

- Ha smesso di battere. E’ morto

- Meglio per lui. E’ l’alba e tra poco mettono in funzione il forno crematorio

- Santo Dio! E’ morto soffocato.

- Può darsi. I più, secondo me, muoiono dalla paura. Lui era giovane e ce ne ha messo di tempo. Intanto noi tutta la notte qui. A cosa serve secondo te? Forse che escono dalla cassa, così sigillata com’è?

- Questo è il modo peggiore di morire, già dentro la cassa.

- Non pensarci più. Tra poco sarà un pugno di cenere, anzi nulla, perché nemmeno la raccolgono.

- E i parenti del vecchietto?

- A quelli daranno una scatola piena di sabbia.

- Pure quelli sono fottuti!

- Che importanza vuoi che abbia se dicono la preghiera davanti a un sacco di cenere o di sabbia? Sempre nulla è.

- Ci riduciamo proprio a niente.

- Tu pensa ai figli tuoi e non fare fesserie. Come t’ho detto, lascia stare la vendetta. Toglitela dalla testa, non pensarci nemmeno. Anche se giurasti, tuo zio adesso è con tuo padre, oppure non sono da nessuna parte tutt’e due.

- Senti? Ha ripreso a battere. Non dirmi che è ancora vivo!

- Può essere. Peggio per lui.

- Ora ha smesso di nuovo. Forse è stato un risveglio del momento.

- Meglio per lui che lo bruciano che è morto.

 

 

 

 

- Piangi ancora?

- Senti, io lo chiamo. Non risponde: numero inesistente o momentaneamente fuori uso. Poveretto!

- Se è morto, è una disgrazia grandissima per noi. Lui non ha più da soffrire.

- Scusiamoci così!

- Cosa vuoi dire? Non avrai sensi di colpa per quello.

- Con i tuoi discorsi di prima mi hai fatto pensare a quanto l’ho fatto soffrire. Quando ci siamo lasciati ha pianto come un bambino. Era talmente sensibile.

- Va bè, in amore capita che ci si lascia e qualcuno ha pure da soffrire.

- Tu non soffriresti così tanto. Non sei abbastanza sensibile!

- Lasciamo perdere queste cose adesso. Se penso a Simone…siamo stati come fratelli. Da bambini giocavamo sempre insieme. Io ero più forte e lo proteggevo, lui mi leggeva i giornalini a voce alta. A me piaceva guardare le figure.

- Non sei stato mai un gran intelligente tu. Lui era istruito.

- Cosa se ne fa adesso di tutta quell’istruzione mi domando. Cosa fai?

- Gli mando un messaggio: Ti vogliamo bene. Mariuccia e Attilio.

- Pronto, mi sentite?

- Si, Gennaro

- Ce l’abbiamo fatta, appena in tempo!

- Cosa vuoi dire?

- Simone è vivo! L’abbiamo trovato appena in tempo. C’erano due banditi, ma non hanno opposto resistenza

- Signore ti ringrazio!

- E’ stato un colpo di fortuna che ci è venuta l’idea di controllare i forni crematori. Lo volevano cremare. Se non fossimo arrivati in tempo…

- Dio mio, che orrore! Si può parlare con lui?

- No. E’ ricoverato in Rianimazione. Lo tengono in coma farmacologico.

- Siamo allo svincolo. Veniamo in ospedale.

- Io sono lì. Ci vediamo tra poco allora.

- A tra poco!

- Signore ti ringrazio! Quanto ho pregato!

- E noi che credevamo che fosse ormai morto!

-Tu lo credevi. A me sembrava così impossibile! Cosa è questo coma farmacologico?

- Vuole dire che lo tengono addormentato con i sonniferi perché il sonno ripara i danni subiti dal cervello.

- Per quanto tempo lo terranno così?

- Non so. Hai fretta di vederlo, non è vero? Uno, due giorni, una settimana.

- Per guarire il cervello a te non basta un anno di coma farmacologico!

Attento al cane, frena, frena!!!

- Non l’ho visto. Ci voleva anche il cane.

- Hai distrutto la macchina.

- Mi dispiace. Questa notte…Simone nella cassa, sono frastornato. Girati, non guardare. Ci sono due sull’asfalto che fanno impressione.

- Ma siamo noi quei due. Madonna santissima, come siamo conciati!

Allora vorrà dire che noi… tutta questa gente che ci stringe la mano, sono tutti morti!

- Aspetta, forse non siamo morti del tutto. Ci stanno dando l’ossigeno.

- Non sarà che ci tocca di rientrare nei nostri corpi e soffrire il dolore di tutte le ossa rotte?

- E magari svegliarci in ospedale a fianco di Simone.

 

*

Il purgatorio secondo Pino Benelli

IL PURGATORIO

 

SECONDO PINO BENELLI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SALVATORE SOLINAS

 

 

 

 

 

 

 

Era seduto in seconda fila, quella riservata ai dipendenti del luogo, nella prima invece i posti erano destinati ai grossi papaveri, i posti rimanenti erano occupati dai dipendenti delle sedi periferiche che erano di gran lunga i più numerosi. Sul palco il mega direttore galattico, il suo vice e lui, il nuovo acquisto arrivato fresco fresco dagli Stati Uniti, il guru della finanza. Gli avevano dato un ingaggio che lui, Benelli, non avrebbe guadagnato tanto in tutta la sua esistenza, se le cose fossero andate così come stavano. Non doveva avere più di trenta anni: abito di lino bianco e maglietta girocollo nera, solo a lui era consentito quell’abbigliamento pseudo casual a rimarcare il puledro di razza. Sul megaschermo passavano fotografie di paesaggi, diagrammi su diagrammi di titoli azionari che salivano, scendevano, si appiattivano. Ma Benelli aveva occhi solo per quell’abito bianco che brillava come una stella alla fiocca luce dello schermo. Tre anni e io pure sarò così, sarò su quel palco se non commetto errori…e non sbaglierò! Dopo due mesi di praticantato allo sportello, gli avevano assegnato un ufficio dove riceveva coloro che domandavano un prestito. Gli avevano raccomandato di stare attento, di valutare se il soggetto era in grado di restituire la somma con gli interessi. Aveva stabilito un metodo che funzionava abbastanza bene e, una volta pubblicato, tutti lo avrebbero conosciuto come il manuale Benelli. Esso consisteva nell’eseguire un attento esame dell’aspetto del richiedente per rilevare alcuni segni rivelatori delle sue possibilità economiche. Coloro che, per fare alcuni esempi dei casi più frequenti, puzzassero di aglio erano nullatenenti e quindi da scartare immediatamente. Valutare il vestito del soggetto: maniche un poco corte, giacca che tira nei bottoni o è troppo larga, sono indice che l’abito è stato preso a nolo. Se i gomiti sono lisi, si tratta di un vecchio vestito riadattato. I soggetti eccessivamente profumati vogliono mettersi in mostra, ma in realtà sono insicuri e inaffidabili. In quei due anni che aveva occupato l’ufficio, aveva negato il prestito a ogni tipo di essere umano che rientrasse in tali ed altri parametri. Una sola volta s’era sbagliato, ma era ancora nuovo del mestiere. Ricordava perfettamente quel contadino dalla pelle scura e grinzosa che gli aveva domandato un prestito per comprare il terreno del vicino. Lo avrebbe coltivato a mais, diceva. Portava in pegno il campo e la casa in cui abitava. Ricordava le sue mani cotte dal calore del sole, le unghie spesse e polverose. Gli era sembrato un affare sicuro, tanto più che la casa e il terreno coprivano abbondantemente la somma di denaro richiesta. Il raccolto dell’anno successivo andò male, il vecchio non pagò le rate dovute e la banca gli portò via tutto. Non sapeva che cosa ne era stato di lui e in realtà non gli era importato. Due giorni dopo Albertini lo convocò nel suo ufficio: “Caro Pino, hai sbagliato a concedere il prestito a quel vecchio” Si davano del tu, per un intero pomeriggio tutti i dipendenti erano stati nel salone di una baita di montagna a cantare mano nella mano canti degli alpini, dicevano per fraternizzare, che cazzata! “Devi stare più attento! Alla banca non interessano terreni, vecchie case e palazzi, non è il mercatino dell’usato! Vogliono che non si presti denaro a chi non lo restituirà. So che non è facile, ma confidano in uomini come te. I tuoi voti all’università ti fanno un tipo promettente, non rovinare la carriera con simili distrazioni” “Non accadrà un’altra volta, ti ringrazio Mario”.

 

La carriera, la carriera innanzi tutto, e giù croci sulla casella “Negato”, prestito negato. Proprio quando la stella s’era levata dallo scranno per parlare, un violento dolore gli trafisse il fegato estendendosi a tutto l’addome. Accidenti, proprio ora, pensò. Soffriva di stitichezza. Il medico gli disse che era lo stress da troppo lavoro e gli raccomandava di frequentare una palestra, di fare passeggiate, col bel tempo. Come avrebbe potuto lui, che entrava in ufficio alle otto del mattino per uscirne alle ventuno, che cenava sobriamente alla trattoria a cento metri da casa per poi sdraiarsi sul divano stordito dalla televisione, come avrebbe potuto trovare lo spazio per quei passatempi? Che la tisana del farmacista facesse effetto proprio allora gli pareva una scalogna terribile. Quando si accesero le luci e tutti si alzarono per un breve intervallo, egli corse alla toilette. Passata una prima porta di acciaio, sopra la parete di fronte c’era scritto a grandi lettere “Purgatorio”. Che stupidi, pensò, infastidito da si fatta volgarità. Entrato dalla porticina a fianco della scritta che portava sopra un tipo con i pantaloni, si trovò in una sala con cinque lavandini in fila, sormontati da un lungo specchio, e cinque box che parevano adatti più a un maneggio che a soddisfare i bisogni per i quali era accorso. Entrato in uno di essi si sedette con un lungo sospiro di sollievo. Pensava di potersi sgravare immediatamente e porre fine a quella situazione dolorosa, invece non accadde nulla di tutto ciò e il mal di pancia continuava a crescere fino a strappargli le lacrime. Aveva ecceduto nell’assumere quella maledetta tisana? Mai dare ascolto ai farmacisti, che cosa sanno loro? E se fosse un blocco intestinale? Mio Dio, avrebbe atteso ancora una decina di minuti e poi sarebbe corso all’ospedale. Avrebbe domandato aiuto a un collega.

 

I colleghi! Entravano con passo nervoso, lavavano le mani, qualcuno usava il box accanto. Udiva i loro passi, di alcuni riconosceva il confabulare nevrotico. Eppure loro non erano stitici. No, essi erano privi di sensibilità, di coscienza, dormivano sonni tranquilli di notte. Lui invece era ossessionato dall’idea della brillante carriera che gli spettava, che lo aspettava se non avesse commesso errori, se avesse letto correttamente in quei visi, tutti diversi e tutti uguali, la situazione patrimoniale, la serietà, le capacità. Visi sempliciotti, come semplici sono tutti gli esseri umani. Per non dire degli stratagemmi infantili: i più anziani gli davano del tu, come a lasciar intendere che poteva essere loro figlio: “Ho un ragazzo della tua età, ti assomiglia” esordivano col dire. I giovani, erano circa suoi coetanei, volevano mettere su un’impresa senza la minima competenza, volevano sposarsi, acquistare casa con un lavoro precario, senza speranza, addirittura disoccupati. Che follia! Uno di essi pretendeva di garantire il mutuo con una bicicletta da corsa, una Bianchi degli anni settanta. Gli aveva fatto tenerezza. A tutti diceva “Vedremo cosa si può fare” e mentre uscivano scarsamente speranzosi, poneva la fatidica croce sulla casella: non concesso. Tutti quei visi, quei sogni delusi, gli avevano tolto il sonno.

 

Questo male è la mia espiazione, pensò, ricordando la scritta all’ingresso del cesso: Purgatorio. Una fetida ventata si abbatté sul cavo bianco del water increspando l’acqua del fondo. “Ci siamo, forse è tempo che mi liberi. Ritornerò immediatamente in sala, saranno tutti seduti a tavola per la cena. La stella, abito di lino bianco, sarà seduto al tavolo dei dirigenti, e pensare che lui, Benelli, era seduto sulla tazza, solo con i suoi pensieri, i suoi rimorsi. Un guizzo di luce illuminò per un attimo la parete di fronte e in essa gli parve si materializzassero due occhi: due occhi miti lo guardavano con una fastidiosa compassione. Il dolore divenne così acuto che gli strappò un breve lamento. Meno male che la visita alla toelette era finita e c’era lui soltanto. Chi sa che cosa avevano pensato i colleghi di quel box perennemente occupato. Qualcuno avrà pur notato la sua assenza, possibile che nessuno abbia sospettato che fosse lì dentro, dietro quella porta con il cerchietto rosso attorno alla maniglia a significare che era occupato, forse ucciso da un malore improvviso.  Intanto quegli occhi lo osservavano senza curiosità e tuttavia fastidiosi. Comparve infine l’intero viso: era lui, l’imprenditore, ben riconoscibile, come solo la fotografia scattata dalla memoria poteva mostrarlo. Gli dispiaceva, aveva detto, non per se, ma per i suoi operai. Che ne sarebbe stato di loro? Figuriamoci, dicevano tutti così, poi si scoprivano tesoretti, collezioni di macchine di lusso, ville al mare e in montagna, imbarcazioni. Se veramente si fossero preoccupati degli operai, perché non investire i soldi nell’Azienda anziché in tali cazzate?  Mentre quello parlava, un’espressione da mite agnello sul viso, gli era venuto un moto d’impazienza, di rabbia, e si era ficcato la penna in bocca. Gli promise con una certa maligna soddisfazione che si sarebbe interessato personalmente, che avrebbe interceduto affinché l’Istituto gli concedesse il prestito. Mai provò soddisfazione più grande di apporre una croce ben calcata sulla casella: non concesso.

 

Forse fu allora che cominciò a soffrire di stitichezza, quel fastidioso disturbo che gli dava una sensazione di pienezza, che lo privava della voglia di mangiare, del gusto di vivere.  Era dimagrito, era divenuto nervoso, intollerante alle cose più banali come le luci a neon, i rumori del traffico. Le persone che parlavano a voce alta gli facevano orrore. Scattavano in lui dolorosi crampi muscolari e una fitta allo stomaco che gli procurava una sensazione di nausea. Alcuni mesi dopo, mentre passava per una strada del centro, vide un mendicante in ginocchio, il bicchiere di carta in mano e appeso al collo il solito cartello: ho fame, ho figli, e così via. Lui teneva in tasca, a portata di mano, una manciata di monetine da distribuire ai mendicanti. Era quello il solo modo di fraternizzare col prossimo. Meglio di nulla, si diceva. Come fu davanti al mendicante, questi pose gli occhi miti su di lui che, paralizzato dallo stupore, non ebbe la forza di distogliere i suoi né di estrarre dalla tasca la monetina. Quell’uomo era l’imprenditore che gli aveva domandato il prestito. Lo riconobbe senza ombra di dubbio, nonostante la barba incolta, l’aspetto trasandato dei vestiti. Era proprio lui. Continuò a camminare non avendo altro davanti agli occhi che quel viso che lo osservava senza rancore, lo stesso viso che si dipingeva ora nei riflessi di luce sulla parete. Aveva sbagliato! Quella volta aveva sbagliato, non dal punto di vista dello stramaledetto istituto bancario, ma dal punto di vista della sua coscienza. Un fiotto caldo e puzzolente si riversò sulla porcellana.

 

-Espiazione della colpa- Gli vennero in mente queste parole pronunziate dallo zio direttore del carcere circondariale:- Fino a completa espiazione della colpa-. Come d’incanto, il dolore si dileguò e un dolce torpore invase l’addome. Grazie a Dio era finita. Compiuti i lavacri di rito, ritornò nella sala dove i colleghi si aggiravano attorno ai tavoli del buffet. Tutti in abito nero, scarpe di vernice nera, calzini bianchi: marionette del teatrino della banca, pensò. I più anziani, i riveriti e temuti pezzi grossi, erano già seduti al tavolo della presidenza, con quella prosopopea di uomini importanti, attorniati dai camerieri. Erano le marionette più vecchie e tuttavia non era dato loro conoscere il burattinaio. Uscì dall’albergo: era una bella giornata di sole. Si tolse la giacca e mise in tasca la cravatta slacciandosi il colletto della camicia. In un negozio comperò un paio di scarpe da tennis che tenne indossate. S’incamminò sul lungo fiume. No, non sarò uno di loro, non m’importa la carriera. Lavorerò per godermi le giornate di sole come questa e soprattutto non sarò io a decidere dell’esistenza dei miei simili: “Sono libero, gli venne da gridare, viva la libertà!”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Angeli

SALVATORE SOLINAS

 

 

 

 

 

ANGELI

 

 

 

RECITATIVO

 

 

 

 

 

 

-Stai dormendo?

-Non sto dormendo. E non dormirei comunque perché mi avresti già svegliato

Ti rendi conto? Mi domandi se sto dormendo! E se veramente fossi addormentato? Vedi come sei fatto? Sarà bene che impari il rispetto, considerato che dovremo stare insieme per chissà quanto tempo.

-Scusami, non volevo mancarti di rispetto. Deve essere l’alba perché è aumentata la luce delle vetrate. Vedi anche tu i banchi?

-Certo, non sono mica cieco. Che razza di discorsi! Mi sveglieresti per domandarmi se vedo i banchi? Vedo pure il pulpito e il tabernacolo

-Io non vedo il tabernacolo. Forse perché sono un po’ più a destra dove c’è la colonna. Senti, secondo te noi cosa siamo? Tu mi sembri un angelo

-Se per questo, anche tu sembri un angelo

-Davvero?

-Certo. Sei bianco, hai le ali grandi e fatte di piume

-Non mi stai prendendo in giro? Tu sei fatto proprio così. Sembrano le penne di uno struzzo. Vorrei che ci fosse uno specchio per vedermi.

-Il pittore che ci ha fatto è proprio bravo, quando è sobrio. Quello sopra non l’ha finito e temo che non lo finirà mai. Per questo non può parlare. Guardalo: gesticola e basta. Sembra scemo, invece capisce anche troppo.

-Poveretto! Che crudeltà lasciarlo conciato in quel modo. Non potremmo parlare al pittore e dirgli di completarlo?

-Non dirlo nemmeno per scherzo. Anzi, taci quando c’è lui

-Quando pensi che finirà l’opera?

-Chi può saperlo? Se i monaci non avranno esaurito i soldi, se ci saranno altri finanziatori, se il pittore non morirà di cirrosi…e poi, sai come sono fatti questi artisti: capricciosi e volubili. Si riempiono le tasche di soldi e scompaiono per chissà quanti giorni. Poi ritornano con la coda tra le gambe proprio come il gatto del sagrestano.

-Come fai a sapere tutte queste cose?

-Ho parlato a lungo con quella santa Rita che si trova nella cappella a fianco. Tu non puoi parlare con lei perché sei troppo lontano. Lei sa tutto di tutti perché l’hanno dipinta tre secoli fa. Figurati da quanto tempo! E’ una gran chiacchierona e non finisce mai di raccontare, ma quando arriva gente lei tace, è furba! Anche noi dobbiamo fare così, se no si sparge la voce che mette in allarme i creduloni, si grida al miracolo e non ci lasciano più in pace. Mi raccomando…

-Va bene, tranquillo!

-Attento, sta arrivando lui!

 

 

-Gilberto, dove sei? Maledetto sagrestano, dove hai portato la scala?

 

-E’ ubriaco di buon mattino. Che Dio ci protegga. Quando è così scontento, è capace di cancellarci.

-Dici sul serio?

-E’ già accaduto in altre chiese

-Porca vacca!

-Cosa dici? Che razza d’espressioni volgari sono queste! Ricordati che sei un angelo, un essere spirituale!

-Va bene, scusa. Mi è presa paura

-A chi lo dici. Mi viene il panico. Ora tacciamo che è meglio. La nostra situazione e già abbastanza compromessa

 

-Chi parla? Chi c’è?

-Maestro, sono io, Gilberto

-Ah, sei tu che parlavi? Porta qui la scala

- Forse è meglio che oggi non saliate sulla scala. Ho comprato l’oro e il rosso per finire la parte di giù, come mi avete ordinato

-Diavolo di un sagrestano! Mettiamoci all’opera. Questi monaci non fanno altro che rompere le scatole. Possibile che tutti i santissimi giorni mi domandino quando sarà finito? Ti sembra che ci voglia premura? La vera arte non conosce fretta

 

-Lui è davvero un grande artista. Peccato che sia una spugna. Dicono che per ispirarsi abbia bisogno di essere sbronzo

-Anche questo te l’ha detto Santa Rita?

 

-Chi parla? Gilberto, sei ancora tu?

-No di sicuro. Se cominciate a sentire le voci, sarà meglio che andiate a fare un sonnellino. Poi, smaltita la sbronza…

-Sei un impertinente

-Maestro, non è per mancarvi di rispetto, ma non mi sembrate in condizione di lavorare, stamattina.

-Vorresti affermare che nessuno ha parlato e che ho sentito delle voci che non esistono, che sono dentro la mia testa? Lasciamo perdere. Mi do una sciacquata al viso e iniziamo.

 

-Hai visto cosa abbiamo combinato? Per poco non litigavano a causa nostra. Dobbiamo stare attenti a parlare.

-Guarda, ne arrivano degli altri, una ragazza…

-E’ la donna del pittore

-Com’è bella! Assomiglia alla donna che abbiamo sopra la testa

-Quella è Maria. L’ha fatta uguale a lei

-Come mai quelli là su non parlano? Eppure mi sembra che siano finiti bene

-Quelli sono Maria, San Francesco e San Giuseppe. Mi ha spiegato Santa Rita che sono in estasi, Per questo non hanno parole

 

-Gilberto, hai visto Fabrizio?

-Buon giorno signora. E’ andato a rinfrescarsi, a schiarirsi le idee. Giorno di nebbia oggi! Posso darvi un consiglio? Andate a casa sua e buttate nella spazzatura le bottiglie. Se continua così i monaci gli toglieranno il lavoro. Ho sentito ieri che si lamentavano. Sono indignati.

-Capisco. Non so come fare. Non ho le chiavi di casa sua. E poi senza bere impazzirebbe.

-Lei è troppo buona, ma così non fa il suo bene!

-Finalmente sei arrivata, Luisa

-Ci siamo, quante volte ho detto “Niente baci in chiesa”

-Impicciati dei fatti tuoi Gilberto! Io la bacio quando e dove mi piace

-Io vado, ma se entra qualcuno…

-Non farci caso.  E un brontolone. Se non fosse indispensabile l’avrei già preso a calci nel sedere

-Oh amore! In fin dei conti non ha tutti i torti. La chiesa non è il luogo più adatto per baciarsi.

-Perché no. Non dobbiamo amarci tutti? Allora…

 

-Come si baciano bene. Dunque la madonna sarebbe la moglie del pittore.

-Non è la moglie. E’ la sua donna, l’amante, la convivente, non so esattamente quale termine sia giusto.

-Come mai non sono sposati?

-Al giorno d’oggi chi ama davvero non vuole sposarsi, perché teme di svilire il proprio amore con i legacci burocratici.

 

-Andiamo a casa Luisa, qui dentro non ti posso nemmeno toccare!

-No, non posso. Ho da dirti una cosa che mi è successa ieri sera.

-Andiamo, me la dirai a letto

-No, fa da bravo. Anzi siediti nel banco. E’ una cosa grave

-Non ti ho visto mai così preoccupata.

-Si. Lo sono veramente. Beh, ieri sera dopo cena, ci eravamo appena sentiti per telefono, ricordi? Hanno suonato alla porta. Ero in bagno e quando sono accorsa aprivano la porta di casa con la chiave.

-Come sarebbe a dire?

-Si, qualcuno aveva la chiave di casa mia e apriva la porta. Mi si sono gelate le mani. Immaginati la paura. “Chi è?” ho gridato. Indovina chi era.

-Non ho idea. Hai dato le chiavi a qualcuno?

-Era Marzio.

-Marzio, tuo marito? Non era scomparso in Nuova Zelanda?

-Proprio così. Dopo sei anni, è tornato. 

-E allora?

-E allora è entrato in casa, si è fatto un giro come se fosse sceso al tabacchino di sotto a comprare le sigarette e non fosse mai partito. Anzi, unica cosa che ha detto: ha brontolato perché mancava la vecchia sedia a dondolo di suo padre, dove riposava dopo pranzo fumando il sigaro. Ha detto che senza quella gli si sarebbe fermata la digestione. Ti sembra normale?

-Per niente. E ora cosa intendi fare?

-E me lo domandi? Dimmi, tu cosa ti aspetteresti da una donna dopo che sei letteralmente scomparso per sei anni e riappari improvvisamente? No, non aspettarti nulla! Io di lui non voglio saperne nulla. E’ comparso vestito in modo strano, con un capello a larghe falde, gli stivali: un cow boy. E quello sarebbe mio marito? No, mio marito è morto e sepolto. Per me si trova in quella tomba di marmo in cimitero.

-Quella tomba è vuota

-Lo so, ma per me è come se ci fosse tutto quello che avevo di lui. In tutti questi anni mi sono creduta vedova

-E ora ti ritrovi sposata

- Con un uomo strano, per giunta. Non ti dico: voleva dormire con me, nel mio letto

-E’ normale, è tuo marito

-Normale un corno! Gli ho fatto il letto sul divano del salotto e mi sono chiusa a chiave in camera. Ha bussato alla porta, ma io ho fatto finta di dormire. Non ho riposato per tutta la notte.

-Capisco. E ora cosa intendi fare?

-Per me quell’uomo è un perfetto estraneo, anzi mi fa schifo.

-Ho capito. Noi ci amiamo. Intanto però tu hai in casa un marito.

-E per giunta affamato.

-Non mangiava in Nuova Zelanda?

-Cos’hai capito? Affamato di sesso! Non ti preoccupi che vuole scoparmi? A te non importa nulla di me. Ti dico che uno vuole fare l’amore con me e tu: ”In fondo è tuo marito”. Dimmi se questo è amore! Stamattina si è lamentato perché in frigorifero c’era solo il latte. Lui è abituato a mangiare uova fritte, pancetta e non so che altro. Così è uscito a cercare un locale dove fare colazione ed io ne ho approfittato per cambiare la serratura. Ho paura di tornare a casa. Forse mi sta aspettando sulle scale.

-Se non vuoi tornare a casa, siediti e stai a guardare. Devo finire l’Inferno. Non è semplice. Che ne dici, il fuoco è abbastanza infernale? Quelli sono i dannati. Ho voluto dare un’espressione di paura, piuttosto che di dolore.

-Paura di che cosa?

-Paura dei diavoli, naturalmente. Non ho voluto fare i soliti mostriciattoli con le corna, la coda, il forcone e altre banalità del genere. I diavoli hanno conservato il loro aspetto di angeli, magari un po’ anneriti dalla fuliggine dell’ambiente. Però hanno un’espressione feroce e sono armati di fruste, catene ed altri attrezzi che di solito usano i sadomasochisti. Che ne dici?

-Non me ne intendo. Per me i diavoli non esistono proprio. Sono fantasie per terrorizzare i bambini.

-Non solo i bambini. Vedessi quanti adulti e vecchi s’inginocchiano su questi banchi per paura dei diavoli

-Forse Marzio è uno spirito maligno venuto a tormentarmi. E’ morto e il diavolo ha preso il suo aspetto. Per questo mi fa paura. Non hai idea che terrore quando l’ho visto sulla porta. Io quell’uomo non lo conosco.

-Può essere. In fin dei conti cos’è il diavolo, se non un essere che non si conosce? Abbiamo paura di tutto ciò che non conosciamo e non possiamo capire

-Amore mio, sei troppo intelligente. Tutti questi ragionamenti mi fanno girare la testa.

 

 

-Che caldo qua dentro! Era proprio necessario che facesse quella fornace?

-Se no i cattivi dove li metteva? Vedi tutti questi che sorridono? Sono i buoni. I cattivi sono laggiù che urlano

-Più che urlare, mi sembra che bestemmino. Che chiasso! Addio pace! Chi sarà più capace di dormire?

-Noi non possiamo dormire. Santa Rita dice che se il pittore ti ha fatto sveglio, sarai sveglio sempre. Lei è tre secoli che non dorme.

-Questa Santa Rita mi è sempre meno simpatica. Comunque è un bel pasticcio, perché anche quelli di sotto li ha fatti svegli e così faranno questo baccano a tutte le ore del giorno

-Già, proprio così. Speriamo di farci l’abitudine

 

 

-Senti delle voci?

-Ma dai! Non c’è nessuno. La chiesa è chiusa per restauro. Chi vuoi che entri a pregare

-Ti dico che sento delle voci

-Allora sei proprio grave. Se non smetti di bere, vedrai dove finirai

- Ti ci metti pure tu ora? Io bevo quanto è necessario

-Di quale necessità parli? Quando mai è necessario ubriacarsi

-Allora perché non vai dal tuo Marzio. Lui beve solo suchi di frutta. Ha imparato in Nuova Zelanda

-Può darsi, ma rimane un essere abominevole

-Se parli in questo modo, non ti rimane che chiedere il divorzio.

Sono le tredici, se facessimo un salto dai cinesi per mangiare qualcosa e poi a casa mia?

- Tu vai. Poi ti raggiungo. Ho bisogno di stare un attimo  sola

 

 

-E’ molto lontana questa Nuova Zelanda?

-Lontanissima, agli antipodi

-Cosa vuole dire “agli antipodi”?

-Vuole dire che se fai un buco per terra e scavi, scavi, scavi, alla fine arrivi in Nuova Zelanda

-Davvero è possibile?

-Naturalmente no. Si fa per dire. Ma ora smettila di fare il bambino con tutte queste domande

-Come è bella così pensierosa! Noi angeli dovremmo entrare nei suoi pensieri, per consigliarla, per indurla a opere buone. Invece non ci riesco proprio.

-Forse perché sei solo curioso. Guarda, sta piangendo. Che pena! Si sente di nessuno. Si era innamorata del pittore perché la metteva di buon umore. Ora la rende triste. Quando l’amore finisce, rimane un vuoto, una voragine in cui è facile precipitare.

-Sta entrando qualcuno. Che strano tipo, guarda com’è conciato!

-Temo che sia il marito di Luisa. E’ vestito da Cow boy. Oggi più nessuno si veste in quel modo, forse i bambini a carnevale

-Cos’è un cow boy?

-Sarebbe un mandriano. Di quelli che vanno appresso alla mandria di buoi a cavallo. Tieniti forte!

-Perché, cosa accadrà adesso?

-Non immagini che scenate di gelosia fanno i mariti quando ritornano. Non so come la prenderà quando saprà che Luisa se la intende col nostro artista.

-Noi cosa c’entriamo?

-Per niente, naturalmente, ma siamo fatti per partecipare alle pazzie degli uomini e soffrirne

-Già, mi sento tutto in subbuglio. Però, è alto, ha due belle spalle larghe e anche il viso non è male. Quegli occhi azzurri e profondi…tutto l’opposto del nostro pittore che è piccolo con le spalle spioventi e gli occhi che sembrano due noccioline

-Ognuno ha i suoi doni. Lui è forte e bello, il pittore possiede la genialità dell’arte, altri hanno l’intelligenza, altri ancora, che so io, il buon senso. Pochissimi, in verità, hanno questo dono e lo tengono ben nascosto perché non va più di moda. Ma ora taci, ascoltiamo cosa dicono

 

 

-Ciao Luisa

-Marzio! Come mai…

-T’ho aspettato, poi sono venuto a cercarti

-Come hai fatto a sapere che mi trovavo in chiesa

-Non so, un’illuminazione. Forse perché ci siamo conosciuti in questa chiesa. Hai dimenticato? Tu facevi la catechista ai bambini, io venivo a giocare a biliardino con gli amici. A messa mi sedevo nel banco dietro al tuo e pensavo intensamente:- ora si gira e mi guarda, ora si gira– ma tu non ti giravi mai

-Sentivo i tuoi occhi che mi fissavano sulla nuca e stavo male. Anzi stavo benissimo, così bene da soffrirne, ma non avevo il coraggio di guardarti

-Poi siamo usciti insieme

-E una sera, sul viale, approfittando che era mancata la luce, mi hai baciato sul collo.

-E’ vero. Ho osato e mi è andata bene. Tu non parlasti per tutta la sera ed io temevo che fossi arrabbiata, invece quando ti accompagnai a casa mi baciasti sulla bocca

 -Ma ora cosa vuoi da me? Sei scomparso, non una riga, una chiamata al telefono. Dopo sei anni che non ti fai vivo, ritorni come se niente fosse. Permetti che in tutto questo tempo la vita sia continuata anche per me

-Hai un uomo?

-Si, è l’artista di quell’affresco

 

-Ci siamo, l’ha detto. Ora scoppia il finimondo, si salvi chi può!

-Non dire così! Mi fai venire la tremarella. Invece lui mi sembra calmo

-Può essere la calma che precede la tempesta. La rabbia, quando non si sfoga  urlando, può scaricare la sua energia in azioni violente

 

-Capisco. Lo ami?

-Forse. Se me lo chiedevi sei mesi fa, ti avrei risposto di si senza esitare. Ora mi rendo conto che per lui c’è prima l’arte, poi l’alcool ed io sono soltanto la terza. Sono così infelice che sono diventata intollerante al glutine! E tu hai un’altra donna? Ti sei fatto una nuova famiglia in Nuova Zelanda?

-Non dirlo! E’ stato un terribile incidente. Mi avevano chiamato per controllare un impianto nelle zone montagnose del sud dell’isola. Era il crepuscolo, pioveva. Si vedeva a malapena la strada. A un tratto il furgone è scivolato nel terreno ghiaioso ed è precipitato nel crepaccio. Tutto si è svolto così improvvisamente che non ho avuto il tempo di capire cosa stesse accadendo.

-Visto che tu non mi chiamavi al telefono, ho aspettato. Mi dicevo: forse è in una zona dove non c’è il segnale. Quando erano passati cinque giorni, ho chiamato l’ambasciata. Erano tutti molto gentili e inconcludenti. Li chiamavo ogni giorno, e alla fine uno mi ha detto che avevano trovato un furgone ridotto in cenere e pensavano che fosse il tuo e che pure tu fossi totalmente incenerito. Ma io sapevo che hai tre denti di metallo. Quelli almeno, anche se fusi, deformati dal fuoco, dovevano trovarli. Niente, non trovavano niente. Secondo me erano degli incapaci. Poi cominciò a nascermi il sospetto che tu volessi scomparire, che avevi un’altra e che avevi inscenato tutto per liberarti di me. Sai, quei pensieri assurdi, forse un poco ignobili, che facciamo noi donne quando voi uomini sparite senza lasciare traccia. T’immaginavo con una donna alta, bella, gli occhi azzurri, come te. “Chissà che figli faranno” mi dicevo. Io non ho voluto darti un figlio per paura di soffrire. Soffrivo di gelosia, ma infondo ero felice per te che finalmente avevi una vera famiglia.

-Figurati, invece io non ricordo nulla. Non so come ho fatto a salvarmi. Il furgone con tutti i documenti e i soldi era andato in cenere. Non so nulla. Un pastore mi ha soccorso e mi sono svegliato nel suo letto. Non ricordavo nulla di me, di noi. Solo di notte, in sogno, comparivano dei ricordi vaghi, avvolti nel fumo della nebbia: il tuo viso soprattutto, ma non sapevo a chi appartenesse. Poi, dopo alcuni anni, è ritornata la memoria ed ero più tormentato di prima.

-Potevi telefonare o scrivere allora. Non immagini quante volte ti ho pianto per morto e quante volte ti ho odiato pensandoti con un’altra donna.

- Ero praticamente muto, te lo giuro. Per anni ho avuto difficoltà a parlare, a leggere e scrivere. Soffrivo di crisi convulsive. Non avevo il coraggio di farmi vivo con te. Mi domandavo come potevi accettarmi in quello stato. Non è facile vivere accanto a un uomo che ha bisogno di essere preso per mano.

-Però andavi a cavallo

-Quando ho migliorato, per sdebitarmi, seguivo le mandrie del buon pastore che mi ha soccorso. Credimi, ho pensato ogni giorno a come sarebbe stata la nostra vita ancora insieme, non ti dico che pena!

-Ed io che le ho pensate tutte! Perfino che tu frequentassi le prostitute. Mi sono detta: ”Un uomo come lui, solo, in un paese che non conosce, si è ammalato di quelle malattie e si vergogna di farsi vedere da me. Anche questo ho pensato e mi hai fatto schifo!

-Cosa vai a pensare. In Nuova Zelanda non ci sono le prostitute, almeno dove ero io

-Giura che non l’hai fatto!

-Giuro su mia madre

-Stai bleffando. Tua madre manco l’hai conosciuta. Ti ha abbandonato in fasce sui gradini del Comune.

-Non è vero! E’ morta dandomi alla luce, poveretta!

Giuro su me, che possa morire in questo momento, su te, su chi vuoi!

 

-Mamma mia, quanti giuramenti! Non sono illegali?

-Ma no, non sono dei veri giuramenti. E’ solo un mezzo per convincerla. Sono come tante scatolette di velluto incartate con stagnola e tanto di fiocco di seta dove si chiudono falsi preziosi per confondere il loro reale valore, che è quasi zero. Così, almeno per un istante,  le bugie sembrano schietta verità perfino allo spergiuro.

-Non capisco cosa vuoi dire

-Voglio dire che a forza di giuramenti, si finisce per credere che una bugia sia vera. E’ una tecnica molto usata per trarsi d’impiccio in certe circostanze, specialmente nella vita matrimoniale.

 

-Cosa ne faccio ora della tua tomba, visto che sei vivo?

-Mettici le ceneri di tuo padre e di tua madre

-Non li hai mai sopportati quei vasi. Eppure per me sono come se custodissero la casa, la famiglia

-Bei custodi. Guarda come s’è scombinata la nostra famiglia. Sembra che ti dispiaccia che sono tornato

-Non è che mi dispiace. Ma non ti conosco. Tutto qui, e quando uno non si conosce fa paura, come il diavolo. E poi siamo proprio sicuri che non mi nascondi…che dici tutta la verità?

-Cosa devo dire? Prove non ne possiedo,  a mano che non vai in Nuova Zelanda e domandi al pastore che mi ha salvato. E’ un brav’uomo, vive solo con le sue bestie

-Non è che tu e lui…

-Ci risiamo. Allora lo fai apposta a pensare male

-Può darsi, ma permetti che dopo tanti anni che uno è scomparso e poi si fa vivo, una debba mettersi tutte le domande e i dubbi. E poi arrivi a casa, apri la porta e non trovi altro da dire se non lamentarti perché manca la sedia a dondolo di tuo padre

-Ero emozionato, impaurito

-Cerchi di forzare la porta della camera da letto. Ti ho sentito, fingevo di dormire

- Il mio amore è immutato, ti desidero come la prima volta!

-Sono senza parole. Vorrei morire in questo istante

-Anche io voglio morire. Se non mi vuoi, vado a gettarmi sotto il treno. Non so che farmene della vita.

 

-Stanno per morire. E’ bene che ci sbrighiamo ad afferrare le loro anime mentre lasciano il corpo. Quelli di sotto sono ben lesti a rapirle e gettarle nella fornace

-Ma no! Dicono tutti così ma poi sono morbosamente attaccati alla vita.

 

-Che importa? Morire non è poi così grave. Un sacco di gente muore ogni giorno e nessuno ci fa caso! Anche se tu morissi ora, sarebbe come se non fossi mai tornato. Ci ho fatto l’abitudine a vivere sola, sono autosufficiente, indipendente. Forse non sarai minorato, ma non mi sento attratta da te. Sei uno sconosciuto che porta il nome di mio marito

 

-Non credevo che Luisa potesse avere parole così dure, non sono da lei!

-Quando un essere umano soffre troppo, il cuore e la mente s’induriscono. Una scorza di ghiaccio li attanaglia.

-Povero Marzio, avrà bisogno di molto calore per sciogliere la scorza di Luisa!

 

-Non potremmo ritornare a vivere insieme?

-Tu non sei quello di prima, sei cambiato: questi vestiti, quel modo di camminare. Sembri uscito dal film “Mezzogiorno di fuoco”

-Ho perso la valigia all’aeroporto.  Tra due o tre giorni me la restituiranno.

Ti giuro che tutto ritornerà come prima.

-Non è possibile! Forse…nemmeno lo vorremmo. Pensaci bene, eri così contento quando sei partito. Non ti sembrava vero di passare un mese lontano da me. Se penso poi al giorno del matrimonio: sono venuta ad abitare nel tuo piccolissimo appartamento e tu, la prima notte, non avevi cambiato le lenzuola. Che mancanza di sensibilità! Sarai pur stato valido a letto, ma quanto a sensibilità, un cavallo. “Ecco, ho sposato un cavallo!” Mi sono detta.

-Oh Lisetta mia, ancora vai a rinvangare questa storia delle lenzuola. Però alla sera ti ho preparato la cena

-Che cena! Burro, marmellata e fette biscottate vecchie di non so quanto, una colazione

-Le hai volute tu. Dopo ho imparato a fare il risotto ai carciofi

-Ecco che fai lo stupido e torni a farmi ridere. Ricordi come eravamo spensierati allora? Ah se quei giorni potessero tornare!

-Si che possono, se solo lo volessimo. Lasciami provare

-Che cosa vorresti provare? Sei anni sono tanti. Tu lontano ed io qui a piangere. Ieri ho messo i fiori finti sulla tua tomba perché ero stanca di cambiarli continuamente. Ho fatto amicizia col guardiano del cimitero e lui poveretto li innaffiava tutti i giorni. Ma quanto poco vivono i fiori!

-Anche la nostra vita è breve. Non sprechiamola facendoci del male

 

 

-Poverino, mi fa compassione. E’ evidente che vuole morire

-No, aspetta e vedrai. E’ solo un trucco retorico. Lui recitava nel teatrino parrocchiale

-Come fai a sapere tutto

-Lo so e basta. Noi angeli possiamo leggere nel cuore degli uomini come in un libro aperto

-Si vede che io non sono stato finito per bene perché non leggo un bel niente. Se affermi che lui finge, vuole dire che non è innamorato.

-Non è così. Lui è molto innamorato e per questo mette in atto il suo talento di attore tragicomico, per farla cadere nella rete dei suoi ragionamenti

 

-Oh mio cow boy!

-Lisetta mia!

 

-Mi sembra che lui voglia sedurla. Non è immorale tutto ciò?

-Nemmeno per sogno. Sono marito e moglie. Anzi, ti dirò che lui vuole salvare il matrimonio. Speriamo che non arrivi quell’impiccione del sagrestano. Eccolo! Me lo sentivo che sarebbe arrivato a guastare tutto

 

-Signora Luisa, è ancora qui? Non è andata a pranzo? Scusi lei, da dove è entrato? La chiesa è chiusa per restauro

-Gilberto, questo è mio marito

-Ah non sapevo che fosse sposata

-Il fatto è che sembrava morto e invece e tornato, dalla Nuova Zelanda

-Voi sareste tornato dalla nuova Zelanda, così, all’improvviso?

 

-Che situazione imbarazzante! Gilberto non sa cosa dire

-E’ preoccupato. Potrebbe accadere che il pittore si ubriachi per il dispiacere e non finisca il dipinto

-Così quel poveretto incompleto continuerà a gesticolare per sempre. Non è giusto però

-Lo so, ma la giustizia nei fatti di cuore va spesso a farsi friggere. Bene! meno male che Gilberto se ne va. Speriamo che i discorsi riprendano da dove sono stati interrotti.

 

-Signora Luisa, visto che è in lieta compagnia, la lascio e vado a sentire se i monaci hanno bisogno di me. Quando arriva il pittore gli dica di chiamarmi, se ha bisogno. Tiratevi dietro l’uscio quando uscite

-E’ meglio che andiamo anche noi

-Aspetta. Non mi hai risposto. Non mi hai detto se vuoi provare a vivere insieme

-Sei cambiato troppo

-Dici così perché mi vedi con questi abiti, ma se mi faccio nudo puoi vedere che a parte qualche cicatrice non sono cambiato per nulla

 

-E’ matto. Vuole spogliarsi in chiesa!

-Speriamo che non lo faccia. E’ un attore e agli attori piace recitare nudi

 

-Oh Marzio, smettila

-Senti questa musica?

-E’ l’organo di padre Filippo

-E’ la musica del nostro matrimonio. E’ Schopenhauer. Ricordi? Era la colonna sonora del film

-Che ridere quel film

-Ridevi come una bambina

-Ne ho visto la metà. Tu non facevi altro che baciarmi sul naso e su gli occhi

-E tu piangevi dal ridere. Come erano salate  quelle lacrime!

 

-Conosci questo Schopenhauer?

-Certamente si sbaglia. E’ Chopin. Cosa ti aspetti da un ingegnere meccanico esperto in macchine essiccatrici? Al massimo s’intende di ruote dentate, d’olio, di pistoni. Adesso taci per favore e non domandarmi chi è Chopin, intesi?

 

 

-Lisetta mia, credimi, possiamo ancora essere felici. Vedrai che risotti alle marza colle ti farò

-Sei proprio matto! Non li ho più mangiati i tuoi risotti

-Come ti sei nutrita in tutti questi anni?

-Cereali, minestroni in scatola, qualche pollo comprato in rosticceria, la pizza una volta alla settimana perché fa ingrassare

-Mangi malissimo, però sei sempre bella. Ricordi i miei spaghetti alle triglie?

-Mi vuoi prendere per la gola

 

-L’ha presa per mano. Tutto procede ottimamente!

 

-Oh il mio Cow Boy, Marzietto mio!

-Quanto ho sognato questo momento!

 

-Si spogliano in chiesa!

-Lasciali fare

-Cosa fanno sdraiati per terra?

-Fanno l’amore

-Cosa vuol dire fare l’amore?

-E’ una procedura mediante la quale due esseri umani producono un altro essere umano

-Hai imparato anche questo sui libri di teologia? Beati loro, guarda come godono. Almeno, lui certamente. Mi piacerebbe provare

-Cosa dici? Noi angeli non possiamo. Lo sanno tutti che non abbiamo sesso

-Peccato. Guarda che foga, che forza. Fanno tremare tutta la chiesa

-Macché forza, questo è il terremoto

-Il terremoto. Mamma mia! Se cadono gli intonaci finiamo a pezzi

-Non temere. Dimentichi che noi siamo angeli e possiamo volare. Si mette peggio per quelli di sotto. Loro si che vanno in mille pezzi.

-Speriamo. Così la smetteranno di gridare. Che soffrano un bel po’. Più di quanto soffrono in quelle ridicole fiammelle.

-Un po’ di carità, per bacco, un po’ di solidarietà|

-Chi ha parlato?

-Mi sembra quel vecchione con la barba lunga e bianca sopra tutti

-Quello è il principale, è Dio Padre. Madre santa, se si arrabbia è capace di cacciarci

-E va a finire che ci troviamo al piano di sotto tra gli angeli cattivi .

 

Angeli, le bianche ali spiegate

Volano radenti i tetti dei palazzi

Angeli fermi ai crocicchi delle vie

Sorvegliano pazienti

Bisbigliano agli orecchi

sordi  e distratti dei passanti

Custodi dei sogni

Chi li ha veduti giura

Che hanno riccioli d’oro

Occhi azzurri, grandi

Come balconi spalancati sul cielo

Alcuni portano la spada

Altri la tromba

Altri ancora il giglio

(cercano una donna)

Hanno corpi freddi e lisci

Come cristalli d’acqua

Caldi e spumeggianti

Come colonne di vapore

Chi li ha toccati in questo non concorda

Riparano di notte

Nei casolari semidiroccati

Nei dormitori pubblici

Negli appartamenti illuminati

Dalla fioca luce dei televisori

Nei chiostri silenziosi dei conventi

Nei vasti androni dei ricchi palazzi

Flatulenti d’arrosti e torte alla vaniglia

Angeli di Dio, vi prego

Non mi lasciate!

Portatemi con voi pur se dovessi

morire questa notte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*

Gli extraterrestri

Salvatore Solinas

 

  

 

 

 

Gli Extraterresti

  

 

 

 

 

Dramma in tre atti

pubblicato su LaRecherche.it


PERSONAGGI

 

 

Presidente

 

Maurizio e Umberto: consiglieri del Presidente

 

Marina: moglie di Maurizio

 

Luca: figlio di Marina e Maurizio

 

Gianfranco: Amico di Luca

 

Regista

 

Albertina: fidanzata del regista

 

Rachele

 

Mauro: marito di Rachele

 

Caterina: figlia di Rachele

 

Nestore: il barbone

 

Maria: Amica di Marina

 

Barista

 

Cittadini ed extraterrestri


Atto primo

Scena prima

 

Porta finestra da cui si vedono sinistri bagliori. A fianco una panca su cui sono sedute due donne dell’età di circa 55 anni. Marina, Maria

 

 

Marina: Il Presidente scomparso. Ci pensi? L’uomo più ricco e potente del mondo sparito, puf…nel nulla! La città di Fidelia polverizzata. L’abbiamo visto in televisione. Poche macerie, neppure il terremoto del Friuli o dell’Aquila!

 

Maria: Fammi il piacere. Mi sembrano enormità tali. Gli extraterrestri. E poi chi li ha visti, chi può dire che siano stati proprio loro.

 

 

Marina: Ci sono i testimoni. Altro che! Dicono che si siano diretti verso l’Africa, che forse la loro base è nel cuore del Sahara.

 

Maria: quante cose si dicono, ma come fanno a sapere…sono tutte fantasie e la gente poi ci crede.

 

Marina: Tu non crederci. Ma quando te li troverai davanti… Hanno rapito parecchie persone…perfino il Presidente, un uomo così buono, così generoso! Ma cosa vuoi che sappiano loro. Certamente non parlano la nostra lingua. Non si sa come facciano a capirci. Speriamo che non siano crudeli, che non facciano del male ai poveretti che hanno portato via. Io morirei soltanto a vederli. Non … Ecco! Arriva Luca. Lui è affezionatissimo al Presidente. Gli ha fatto da padrino. Per lui è come un padre.

 

Luca: Sono preoccupato. Lui è scomparso senza lasciare traccia. Dicono che sia stato rapito dagli alieni, ma questa storia mi sembra una baggianata. Non so chi l’abbia messa in piedi. Comunque il fatto è certo, nessuno sa che fine abbia fatto. Ben quattro volte ho telefonato al suo ufficio e le segretarie mi hanno detto che non sanno nulla. Il telefono di casa è staccato, Doveva inaugurare un asilo fuori Roma. Sono andato. Lo aspettavano da due ore e ormai si preparavano a dare seguito alla cerimonia senza di lui.

 

Marina: Luca, hai notizie del Presidente?

 

Luca: Nessuna, Comincio ad essere pessimista.

 

Marina: Ti ricordi di Maria? La mia compagna di liceo? Quando eri piccolo ti portava alle giostre. Tu la chiamavi mamma ed era inutile spiegarti che non era la tua mamma.

 

Maria: Come fa a ricordare, era troppo piccolo. Dio mio come sei cresciuto, quanto tempo è passato e come siamo diventate vecchie!

 

Luca: Inutili chiacchiere senili, intanto lui è in mani nemiche, forse dei comunisti.

 

Maria: Quali comunisti. Non se ne vedono in giro da un pezzo!

 

Luca: Questo lo dite voi. E’ vero che da molti anni sono in clandestinità, ma dalle loro tane cospirano, ordiscono delitti, sognano di sovvertire l’ordine democratico esistente, ispirato ai migliori ideali cristiani. Questo non lo dico io. Ascoltate i vescovi! Dobbiamo ringraziare che c’è lui!

 

Marina: Che c’era. Adesso, se è vero quello che si dice, sarà in viaggio verso chissà quale pianeta.

 

Maria: Non vi sembra d’esagerare?

 

Entra Rachele

 

Rachele: Caterina, Caterina! Avete visto la mia bambina?

 

Marina: Ecco Rachele che cerca i suoi figli!

 

Rachele: Figlia mia dove sei? Vi prego, chiunque voi siate, non fatte del male alla mia bambina!

 

Marina: Sono due giorni che va in giro domandando di sua figlia

 

Maria: povera donna, è impazzita dal dolore!

 

Marina: Nessuno sa dove sia sua figlia. Caterina è una ragazzina bellissima ma piuttosto leggerina. A soli sedici anni ha già fatto esperienze…mah, i tempi sono quelli che sono. Se una è carina promettono chi sa che cosa, poi le delusioni…dicono che sia entrata in un giro… dove circola la droga.

 

Rachele (Rivolta alle due donne): Avete visto Caterina? Per favore ditemelo se l’avete vista. Prego Dio che non le sia accaduto nulla!

 

Luca: avrebbe fatto meglio se sua figlia l’avesse tenuta in casa. Ma che vada a girare! Caterina, figuriamoci! Non sarà la prima volta che sparisce per poi ricomparire dopo qualche giorno come una gatta in calore.

 

Marina: Luca smettila! Parla così perché è innamorato della ragazza e lei lo ha tradito con un altro, un poco di buono.

 

Maria: Peccato. Ma questi lampi!

 

Rachele: La casa è in disordine se non c’è la padrona. Come può essere pulita se la mano della donna è paralizzata dal dolore? Oh, lui…ha ben altro per la testa. Le finestre sempre chiuse, aria viziata… abbiate pietà del cuore spezzato di una mamma!

Di notte la sento nel buio, mi chiama. Sono tre giorni che non dormo.  Sono andata al supermercato, nel negozio dove compra gli orecchini…mio bel tesoro, che orecchini d’argento hai comprato, come incoronano il tuo visino dolce! Ho domandato di lei, nessuno l’ha vista. Sono andata nel bosco. Gli ho detto: seguimi! Forse lì troveremo nostra figlia. Il mio cuore tremava, si domandava perché avrei dovuto trovare Caterina proprio nel bosco! Nel mio cuore di mamma maturava un triste presentimento, sobbalzavo ad ogni spazio di terra nuda come se mi fossi imbattuta nella sua tomba! Ad ogni scricchiolare di rami mossi dal passo di un cinghiale o di uno scoiattolo. Lui non mi ha seguito, diceva che ero pazza, è rimasto a casa muto come sempre, a stordirsi davanti al televisore. Non so cosa abbia dentro al cuore quell’uomo. Certo, non è sua figlia, ma almeno avrebbe dovuto soffrire per l’innocenza calpestata. Se vi faccio compassione, e per voi sono nessuna, lui avrebbe dovuto avere compassione della donna che dice d’amare! 

 

Marina: Povera creatura, una mamma cerca la propria figlia sempre, anche quando questa si dimentica di lei. La porta di casa è sempre aperta ai propri figli.

 

Maria: E quell’uomo dice d’amarla. Io uomini così li porterei in alto mare e li affogherei! Che strani lampi, sono tre giorni che incessantemente illuminano il cielo senza un tuono, senza pioggia e non si segnalano temporali in arrivo.

 

Marina: Il cielo è impazzito, tutti siamo impazziti. Che il Presidente ci salvi! Lui solo ha la testa a posto.

 

Maria: Poco fa hai detto che è scomparso

 

Luca: Sono molto preoccupato, dobbiamo stare allerta noi persone per bene. Non oso pensare a cosa ci aspetti in futuro, forse tra pochi giorni o tra pochi istanti.

 

Rachele: Ditemi che non è morta, come il mio cuore mi suggerisce. Ditemi che sta bene.

 

Marina: Smettila Rachele, che fissazione è questa, perché dovrebbe essere morta? Le ragazze d’oggi vanno e vengono, vogliono essere libere e lo sono davvero!

 

Maria: E’ finito il tempo che i maschi collezionavano trofei! Ora sono impauriti, impotenti, e le ragazze danno il voto alle loro prestazioni. Ad ognuno è assegnata una pagella con i voti. I letti sono diventati vere e proprie palestre per la soddisfazione della donna.

 

Marina: Non ti conoscevo sotto questo aspetto!

 

Luca: Solo le frigide parlano in questo modo. La donna calda non ha tempo di fare un sospiro ed è soddisfatta, e il letto non è disfatto.

 

Marina: Luca! Non fare il maleducato. Ti ci metti anche tu adesso? Siete impazziti?

 

Rachele: Caterina è carina. Me lo dicevano tutti quando è nata, ed è rimasta bella. I giovanotti si girano a guardarla per strada, e molti l’invitano per l’aperitivo.

 

Luca: La cagna in calore attira i maschi

 

Un lampo più luminoso degli altri e un tuono come un’esplosione

 

Maria: Ci siamo, forse ora si mette a piovere.


Scena seconda

Un ufficio sobriamente arredato.  Maurizio e Umberto.

 

Maurizio: Non credi che sia tempo di smettere questa sceneggiata? Abbiamo creato il panico tra la gente. Tutti hanno paura e abbandonano le case. I negozi sono chiusi, si fa fatica a trovare il pane, per non parlare degli altri generi. Gli ospedali sono gremiti d’infartuati. Lo stress miete vittime in abbondanza. File interminabili d’automobili fuggono in campagna. Chissà poi cosa credono di trovare in campagna. Per quanti giorni ancora le televisioni e i giornali potranno sostenere questa menzogna? E lui cosa dice, dove si trova? Almeno si rende conto di quanto danno ha causato?

 

Umberto: Lui non è responsabile, Le voci giravano da alcune settimane…

e lui s’è cacciato dentro approfittandone abilmente. E’ un grande stratega col fiuto del politico di razza.

 

Maurizio: Col fiuto dei soldi, intendi dire. Se non fosse l’uomo più ricco del mondo sarebbe un pezzente qualsiasi. E’ incredibile, in quale compagnia mi sono intruppato. Ero un rispettabile docente universitario e adesso…

 

Umberto: Adesso sei un rispettabile allocco e se non smetti con questi ragionamenti sarai un rispettabile cadavere. Non farti sentire a parlare in questo modo. Io ti sono amico e lascio correre, chiudo tutte e due le orecchie, sapendo che le tue parole sono innocue come fiocchi di bambagia, ma altri potrebbe prenderle sul serio. Lui ha la fissazione d’essere tradito dai suoi collaboratori…

 

Maurizio: Come tutti i tronfi dittatori…

 

Umberto: Se qualcuno ti registrasse, se riferisse. Lui te la farebbe pagare cara.

 

Maurizio: Hai visto questi strani lampi. Essi pure fanno parte della finzione?

 

Umberto: Non lo so. Ma ricordati che anche noi facciamo parte della finzione.

 

Maurizio: Lo stipendio è buono e lui è stato sempre gentile con me. Luca, mio figlio, appena terminati gli studi ha avuto un buon posto nella sua azienda. Lui gli ha fatto da secondo, anzi, da primo padre, considerato che io, da una conferenza all’altra, non ero mai in casa. Ma non mi va tutto questo, non mi sembra onesto.

 

Umberto: Fai finta che sia carnevale.

 

Maurizio: Carnevale d’Agosto?

 

Umberto: Ma si! Decide lui quando è carnevale e quando è quaresima. Lui stabilisce ciò che è vero e ciò che è falso. Non scandalizzarti, la storia da sempre ce l’hanno raccontata i vincitori. Lui ora è il vincitore e se tu vuoi stare sul suo bel carro comodo e ricco nessuno ti chiederà di scendere, se invece preferisci cadere col culo per terra accomodati pure! Ma bada che rischi d’essere calpestato e nessuno ti tenderà una mano per rialzarti.

 

Maurizo: Probabilmente hai ragione. Ma non ti da la nausea tutto questo? Ci faceva favori, regali, e non ci accorgevamo che subdolamente ci stava comprando. A pensarci bene, mi ha rubato la famiglia. Luca è affezionato più a lui che a me, Marina stravede per lui e se non fosse in menopausa ci andrebbe a letto, ammesso che non ci vada. Ed io sono qui a sostenerlo contro tutti, contro ogni evidenza.

 

Umberto: Caro Maurizio, sei un idealista. Lascia perdere le sottigliezze morali. Consolati col fatto che siamo un argine al comunismo.

 

Maurizio: Di quale comunismo stai parlando? Pochi ragazzini che ancora sognano la rivoluzione di un proletariato che da trent’anni non esiste più. Quale argine siamo? Penso invece che lui ci usi come piedistallo per la sua smisurata ambizione.

 

Umberto: Allora sii pragmatico. Bada al tuo interesse, alle belle sommette che ogni giorno ti piovono nelle tasche senza che tu muova un dito. Pensa a quelli che sgobbano tutto il giorno per un salario da fame, pensa a quanti si abbrutiscono in un lavoro faticoso, mentre noi, le nostre famiglie, viviamo nel lusso, coltivando l’arte e le cose belle che rendono la vita piacevole.

Ho sentito dire che tra una settimana parteciperai alla premiazione del festival del cinema. Certamente tua moglie indosserà un bellissimo abito da sera, una collana di pietre preziose. Credi che tutto ciò te lo permetta lo stipendio di cattedratico, oppure che lo devi a lui?

 

Maurizio: Ogni volta che lo nomini si sente che usi la lettera maiuscola. Nemmeno a Dio porti tanto rispetto!

 

Umberto: Ma finiscila! Parlo per il tuo bene, per il nostro bene.

 

 

Entrano Luca e Gianfranco

 

Luca: Maurizio, sai qualcosa di Lui? Siamo preoccupati. Noi giovani  abbiamo deciso di denunciarne la scomparsa alla polizia. Stiamo proprio recandoci in questura…

 

Maurizio: Per carità! Lasciate perdere immediatamente. Se fosse lui che ha deciso di scomparire per il tempo che si mettano a tacere certe voci su presunti illeciti. (rivolto ad Umberto) Mi chiama così, per nome, come fossi un suo compagno di studi. E’ bene che non v’immischiate. Non si sa cosa stia accadendo esattamente. Nulla di buono, io credo.

 

Gianfranco: I comitati giovanili hanno deciso, noi siamo soltanto degli esecutori, non possiamo tradire il mandato.

 

Maurizio: Ma sentili! Chi vi ha insegnato questo linguaggio da politici navigati?

 

Umberto: Dateci retta, è meglio che pensiate a divertirvi…

 

Luca: Sempre così! Voi anziani volete l’esclusiva. Almeno foste capaci di agire, ma niente può smuovervi dall’abulia che mascherate come prudenza. State tranquilli, nessuno vi ruberà il potere.

 

Umberto (rivolto a Maurizio): Questo tuo figlio mi sembra abbia la giusta grinta. Figliolo, qualunque cosa accada rimani al fianco del Presidente. Tu andrai avanti, se saprai approfittarne.

 

Gianfranco: Luca è il migliore. Lui parla per tutti noi.

 

Maurizio (Prendendo in disparte Luca): Stammi a sentire. Stanno accadendo dei fenomeni strani. Forse una potenza straniera possiede una tecnologia sconosciuta. Vorranno soltanto farci paura, speriamo, oppure… è meglio tenersi nell’anonimato.  Spesso si fanno pagare ai capi i conti dei seguaci.

 

Luca: intendi dire che lui potrebbe…

 

Maurizio: Lui se la sa cavare sempre. Ha abbastanza soldi per comprare il globo intero. Ma tu, se non la smetti di fare il capo popolo, chi pensi che ti protegga nel caso…

 

Luca: Se non fossi mio padre ti darei del vigliacco! Ma il rispetto mi obbliga a tacere.

 

Maurizio: Non hai taciuto. Ti sei espresso chiaramente. Mi consideri un vigliacco perché ti ho esposto la situazione. Non sei cieco e vedi questi lampi che sconvolgono il cielo notte e giorno, senza un tuono, senza una goccia di pioggia. Sarò vigliacco se penso che sta per accadere qualcosa d’imponderabile? Sono io vigliacco o tu ingenuo e incosciente?

 

 

Gianfranco: Luca, sarà meglio che andiamo. Il tempo stringe, si chiederanno che fine abbiamo fatto, penseranno che siamo scappati pure noi. Voi vecchietti nascondetevi pure, scavate un fosso nei campi e mettetevi dentro. Credo che il vostro tempo sia concluso. Ha inizio una nuova era, nuovi orizzonti s’aprono ai giovani, non ci rimane che coglierne il frutto. Andiamo Luca

 

Luca: Il Presidente ha dato una grande speranza ai giovani!

 

 

Luca e Gianfranco escono di scena

 

 

Maurizio: Sono ammattiti! Hai sentito? Chi ha prodotto questo clima d’esaltazione demenziale? Lo sai, anche se non voi ammetterlo. A volte mi fai pena, a volte mi fai paura.

 

Umberto: Quando il Presidente ci ha domandato di seguirlo, sapevamo che i suoi metodi non erano del tutto ortodossi. Lo sapevi bene anche tu! Fosti proprio tu a dirmi “Umberto, non lasciarti fuorviare da certi suoi atteggiamenti” E ora mi fai questi discorsi…Sei pentito? Sappi che non c’è spazio al pentimento. Ogni esitazione è definita tradimento.

 

Maurizio: Ogni senso di colpa, intendi dire.

 

Umberto: Tradimento! E come tale lui…

 

Maurizio: In questo momento hai una luce sinistra negli occhi. A volte dalle tue parole si capisce che tu pure sei vittima di questa anomalia. Mi domando se sei stato plagiato, se fai parte con convinzione del suo seguito. Non so se posso ancora confidarmi col mio migliore amico. Se posso fidarmi…Tutto ciò mi ricorda un tempo  atroce che noi non abbiamo vissuto, per nostra fortuna, ma i nostri genitori ci hanno esortato a non dimenticare, perché la storia ha una specie di moto circolare e gli eventi si ripetono, magari camuffati.

 

Umberto: Sai benissimo che ti sono amico e ciò che dico è per il tuo bene. Ascoltami, andiamo da lui. Speriamo che Luca ti abbia dato ascolto e non abbia denunciato la sua scomparsa.

 

Si spegne la luce elettrica e un lampo illumina la scena

 

Maurizio: Sarò superstizioso, ma tutto ciò non porta bene. Mi sembra un brutto presagio.


Scena terza

Uno spiazzo semibuio. Ruderi, resti di un incendio.

Il Presidente e il regista, Albertina con la cinepresa.

 

Presidente (indicando alcune assi bruciacchiate): Mi raccomando metti bene in evidenza queste. C’è stato un grande incendio. Tutto è devastato. Confido in te, mi hanno detto che sei il migliore sul mercato anche se sembri molto giovane. Se farai bene ti assumerò nel mio staf e non avrai a pentirtene. Spero che sappia tenere un segreto. Le tue immagini faranno il giro del mondo. Tutti dovranno credere che in questo luogo sia accaduto qualcosa di veramente straordinario. Questa chi sarebbe? Avevo detto che volevo uno solo…mi posso fidare?

 

Regista: Come di me stesso. E’ la mia fidanzata, tra un anno ci sposiamo. Prima dobbiamo trovare qualcuno che ci finanzi il film. Lei è una buona attrice.

 

Presidente: Bravi ragazzi! Al giorno d’oggi pochi credono nel matrimonio. Benissimo, così mi piacciono quelli che lavorano per me. Buone, sane convinzioni. E’ proprio carina…hai avuto buon gusto. Così formosetta, appetitosa. Se farete bene sarò io a finanziarvi il film. Non ho dubbi che sarà un buon lavoro. Posso moltissimo…non basta fare bene, va poi distribuito nel modo migliore…presentato alle rassegne…reclamizzato sui giornali. Io posso provvedere a tutto questo, se voi mi sarete d’aiuto. Ho bisogno d’amici fedeli, che sappiano mantenere un segreto, che vogliano condividere con me la grande missione di promuovere il bene nel mondo. Fatte quanto vi dico senza domandare il perché e non vi pentirete.

 

Regista: Lavoriamo con grandissimo entusiasmo, vero Tina?

 

Albertina: Oh certamente! Non vedo l’ora di mettermi all’opera.

 

Regista: Vediamo d’inquadrare quel palo bruciato. Fai un campo lungo! Ecco, Presidente, potrebbe comparire lei pure vicino a quel casolare diroccato.

 

Presidente: Non sarebbe un’idea malvagia! Beata gioventù, quanta creatività in quei cervelli freschi! Io pure da giovane ero pronto alla novità, a captare le nuove correnti del pensiero finanziario. Così ho costruito il mio impero.

 

Albertina: Noi, in verità, siamo poveri in canna.

 

Presidente: La povertà, ecco la vera forza motrice del progresso!

Ottima idea! Questo sarà l’argomento del mio prossimo discorso. Dirò ai giovani: - Non rassegnatevi. Ora siete poveri, ma un domani, quando passerà la vostra occasione, non perdetela, non lasciatela andare via senza che abbia svuotato ai vostri piedi il sacco ripieno di euro che vi meritate. Si, vi meritate perché siete dinamici, creativi, ricchi di speranza. Ecco! La speranza è la vostra forza…- Che ne dite, vi piace?

 

Albertina: Sarà vero, ma per ora di questa occasione non si vede nemmeno l’ombra.

 

Presidente: Ti sbagli, ragazzina. Forse sono proprio io la tua occasione. Lui avrà il vigore della gioventù, ma io possiedo l’esperienza.

 

Si avvicina il regista che s’era allontanato per osservare da vicino i ruderi

 

Presidente: Naturalmente sto scherzando. Capisci l’ironia. La bellezza seduce e tu mi hai sedotto. Ti desidero perdutamente.

(rivolto al regista) Cosa ti pare di quelle assi annerite?

 

Regista: Si può fare qualcosa di buono.

 

Presidente: Non avevo il minimo dubbio. Però non voglio che la mia immagine sia accostata a queste tristi miserie. Un uomo come me, fatto dal niente, che ha saputo adunare un’immensa ricchezza con mezzi assolutamente leciti, deve suscitare allegria, gioia di vivere. I piccoli borghesi mi guardano con ammirazione ed invidia, i falliti con la speranza di diventare come me, un giorno che non sarà mai. Il mio sorriso è imitato da tutti i ricchi e straricchi nella speranza di carpire sentimenti di simpatia ai diseredati. Lasciamo stare dunque. Riprendete pure queste assi bruciate e fatte un bel documentario con la domanda più o meno sottintesa: chi sarà stato? Gli extraterrestri oppure i comunisti? Mio caro, da sempre l’umanità si è divisa in furbi ed idioti. Ma devo dire in coscienza che non l’ho fatta io in quel modo.

 Ragazzi, ora vi lascio, il dovere m’impone di privarmi della vostra compagnia (palpa il braccio della ragazza). Datevi da fare… ci vedremo presto. Se avete bisogno…rivolgetevi ai miei collaboratori. (esce di scena) 

 

Regista: Hai visto? Quello ti palpava!

 

Albertina: Non sarai mica geloso? E’ un vecchio!

 

Regista: Un vecchio? Sì, un vecchio, ma si raccontano delle cose, dicono abbia una vitalità incredibile. E poi non nominare mai quella parola in sua presenza!

 

Albertina: Quale parola?

 

Regista: Vecchio, vecchiaia. Va su tutte le furie e addio impiego. A noi interessa che apra il portafoglio, come un travaso dalle sue alle nostre tasche. Dobbiamo fare il film e lui può fare la nostra fortuna, e poi dobbiamo sposarci. Te lo sei dimenticato per caso?

 

Albertina: Appunto! Proprio per questo devo piacergli. Lascia che palpi, una mano sul sedere non ha mai fatto male a nessuno.

 

Regista: Santo Dio! Non esprimerti così Albertina.

 

Albertina: dalle mie parti si dice proprio così. Non sai quante palpazioni ho dovuto subire per fare cinema. Ma stai tranquillo, tu sei stato il primo. Se questo fa bene alla tua vanità di maschio.

 

(Entra Luca)

 

Luca: Che casino! E’ tutto bruciato! Fidelia…come è potuto accadere? Voi chi sareste?

 

Albertina: Chi sei tu? Qui nessuno può stare eccetto noi due. Ordini del Presidente. Noi siamo autorizzati.

 

Regista: Non siamo stati certamente noi ad appiccare il fuoco. Noi dobbiamo fare le riprese. Non sapiamo neppure a cosa serviranno. Dobbiamo dare l’impressione che sia accaduta una catastrofe e non che siano bruciate quattro baracche e un tavolo di legno.

 

Luca: Ma cosa dite? Questa era Fidelia, la città dei fedelissimi del Presidente, il nucleo della nuova capitale!

 

Albertina: Il nucleo ora è solo un carboncino nero.

 

Luca: E’ la fine! Dunque è vero quanto si dice.

 

Regista: Cosa si dice?

 

Luca: Che sono arrivati gli extraterrestri. Non vedete questi strani lampi che sconvolgono il cielo giorno e notte? Mi domando cosa siano.

 

Regista: Già, ce lo siamo domandati, forse sono loro.

 

Albertina: Smettetela, incomincio ad avere paura. Sarebbe una invasione dallo spazio? Mi viene da rabbrividire.

 

Luca: Non leggete i giornali? Non fanno altro che parlare d’avvistamenti.

 

Regista: Non leggo i giornali. Raccontano quello che vuole il padrone ed io sono un essere libero.

 

Luca: Il Presidente è scomparso. Solo il cielo sa dove si trova!

 

Albertina: Il Presidente? Ma se era qui pochi istanti fa! E’ lui che ci ha commissionato di filmare questa specie di cimitero.

 

Regista: Taci Albertina! Ci è stato raccomandato di tenere il segreto e tu lo vai a spifferare al primo venuto.

 

Luca: Davvero il Presidente era qui con voi? State tranquilli, se è un segreto rimarrà tale. E poi io non sono il primo venuto, sono il presidente dei giovani fedeli. Siamo tutti suoi sostenitori, tutti innamorati di lui.

 

Albertina: Davvero? Non m’è sembrato un tipo così attraente da avere tanti innamorati.

 

Luca: Saremo più di un migliaio. Lui è grande come…più di Napoleone. Non basta, ha un magnetismo nello sguardo…irresistibile. E’ buono, onesto, sincero. La sua lotta è contro i bugiardi, i disonesti. Soltanto lui può salvarci.

 

Regista: Accidenti, questa si che è una cotta! Il mio spirito libero non sopporta certi fanatismi. Io voglio ragionare con la mia testa e non con quella collettiva dell’associazione dei fedeli.

 

Luca: Aspetta qualche giorno e vedrai. Se lui ti ha imbarcato sull’arca, presto non parlerai più così.

 

Albertina: Cosa sarebbe quest’arca?

 

Luca: L’arca di Noè. La nuova arca di Noè dove lui imbarcherà il mondo, quella parte del mondo che vorrà salvarsi. Il resto, fatto di bugiardi, disonesti, impostori, si dannerà da solo.

 

Regista: Una specie di diluvio universale. Naturalmente alla fine ci sarà un bell’arcobaleno e io lo filmerò e sarà su tutti i suoi giornali.

 

Luca: Ti consiglio di non scherzare su queste cose. Molte persone di valore ci credono e gli hanno dato fiducia.

 

Regista: Non scherzo affatto. Spero anzi che tutto quello che dici s’avveri. Abbiamo un film da creare, e lui ci ha promesso che farà da produttore. Sono fiducioso anch’io, tanto più che mi è parso che non gli siano dispiaciute le forme di Albertina.


Scena quarta

Salotto con arredamento povero. Rachele. Mauro(marito di Rachele)e Luca. Mauro è intento a guardare la televisione e sembra non curarsi dei discorsi degli altri due.

 

Rachele: Ti ho chiamato perchè devo dirti una cosa molto importante. Caterina non torna. Altre volte è scomparsa, ma questa volta è diverso… Vorrei che mi aiutassi a trovarla. Non mi crederai se ti dico che sto impazzendo. Le è accaduto del male? Il mio istinto di madre mi mette in guardia, mi tormenta. Certi pensieri… Piango tutta la notte, non riposo. Mi domando: chi può volere del male alla mia piccola? Se è stata rapita, noi non possediamo nulla. Il mio stipendio di bidella, la pensione di quel disgraziato che per Caterina non darebbe un centesimo. Guardalo, tutto il giorno davanti alla televisione. Non parla. Sembra che il mondo non lo riguardi se non è dentro quella scatola. Non ne posso più di lui, di tutto. Ma la mia Caterina! Ho pensato di denunciarne la scomparsa, ma prima devo parlartene.

 

Luca: Senti Rachele, Caterina è una ragazza indipendente. Vedrai che quando meno te lo aspetti ritorna a casa e si siede su questa sedia come se nulla fosse accaduto e tu, come al solito, non dirai nulla. Non l’hai sgridata una sola volta. E’ cresciuta senza educazione.

 

Rachele: Senza un padre vero!

 

Luca: Lui non esiste. Bisognerebbe che Caterina comparisse sullo schermo perché lui s’accorgesse di lei. E tu, quando sarebbe stato necessario, non hai avuto la forza di negarle una sola cosa. Adesso ti ritrovi una figlia viziata ed egoista. Se ha preso la strada sbagliata, il merito è anche tuo!

 

Rachele: Non parlarmi in questo modo, soffro già abbastanza. Non è tutto così semplice come credi.

 

Luca: Adesso non fare la melodrammatica!

 

Rachele: Melodrammatica hai detto? Come parli bene. Come sei cresciuto tu pure. Non ti riconosco. Per me sei sempre il bambino che veniva a mangiare il pane col burro e il sale. E ora mi rimproveri perché sono…melodrammatica. C’è stato un tempo che facevi la corte a Caterina, ricordi? Non è molto tempo fa …

 

Luca: Si, si, lasciamo perdere. Se mi hai chiamato per raccontarmi questo…Caterina mi ha fatto capire a chiare lettere che di me non le importa nulla e poi… ha preferito un losco individuo. Ormai è acqua passata e non vale la pena che rimanga a parlarne con te ora.

 

Rachele: Ti sbagli di grosso se dici che a Caterina non importava nulla di te! Ha sofferto moltissimo, poverina. E’ incredibile come a volte i figli innocenti paghino le colpe dei genitori!

 

Luca: Cosa stai dicendo?

 

Rachele: Quando ho capito che tu facevi il filo a Caterina…le telefonavi tutti i giorni e per due volte ho risposto io al telefono e ti tartagliavi dalla vergogna, così ho capito…poi sono rimasta in ascolto dietro la porta del salotto…lei rideva e la sua voce si addolciva. Che tenerezza mi facevate. Io non ho mai provato la dolcezza di un amore innocente. Ebbene, le parlai, l’implorai che ti tenesse lontano.

 

Luca: Tu? Per invidia della nostra felicità hai convinto tua figlia a rifiutarmi, perchè non sei stata mai innamorata?

 

Rachele: Non è vero che non sono stata mai innamorata! Solo che lui non era innamorato, oppure era troppo tardi…

 

Luca: Caterina mi avrebbe rifiutato perché tu… mi sembra d’impazzire…non puoi immaginare quanto ho sofferto…quando mi ha detto di non chiamarla più. Ho pianto tutto il giorno, ho pensato di morire. Per un mese intero ero fuori di me. Per colpa tua, perché tu eri invidiosa della nostra felicità.

 

Rachele: Non è così, ma non agitarti in quel modo. Comincio a pentirmi d’averti chiamato. Pensavo che avessi superato…

 

Luca: E lei cosa ha detto quando tu…

 

Rachele: Mi ha detto che non dovevo impicciarmi della sua vita. Che ti amava

 

Luca: Neppure tanto se è bastato un tuo discorsetto a convincerla a lasciarmi.

 

Rachele: Povero ragazzo, mi dispiace, ma il motivo…

 

Luca: Il dolore era mio. Come hai potuto fare questo? Hai rovinato la mia vita e quella di tua figlia.

 

Rachele: Non potevo fare altrimenti.

 

Luca: Sei impazzita?

 

Rachele: Non sono impazzita!

 

Luca: Basta, per favore. Non credo a una sola parola di quello che dici!

 

Rachele: Tu la conosci e sai che è una ragazza buona e onesta. Se ha fatto quello che ha fatto, se si è rovinata e stato solo per farmi dispetto! Ed io sto espiando la mia colpa.

 

Luca: Ho le vertigini. Mi sembra di essere in un ottovolante! Non capisco, straparli, devi essere impazzita. Di quale colpa t’accusi? E’ un delirio il tuo. Dai retta a me: fatti visitare da uno psichiatra.

 

Rachele: Hai tutte le ragioni di parlarmi così, ma non sono pazza. Nella vita è nascosta una giustizia che non siamo in grado di vedere. Essa ci punisce con durezza. Non esiste perdono. E’ spietata, inevitabile, sta nelle regole dell’Universo. L’onestà deve essere alla sorgente. L’acqua che sgorga inquinata non c’è modo di farla divenire pura.

 

Luca: Cosa stai delirando ora? Di quale acqua parli?

 

Rachele: Povera bambina mia, se potessi darei la mia vita per ritornare indietro. In quanto a te, non devo parlarti, non capiresti, sei troppo giovane. Alla tua età certe cose non fanno altro che male. Tu sei giovane, pulito. Troverai altre ragazze di cui innamorarti. Ma Caterina, chi potrà raccoglierla dalla strada? E’ rovinata per sempre.

 

Luca: Oh Rachele, spero che la tua sia soltanto una forma di pazzia.

 

Rachele: Quando vi ho sorpreso che vi baciavate sul portone di casa, la terra mi ha tremato sotto i piedi. Giuro che stavo per cadere. Ricordi? Ho balbettato non so che parole. Volevo dirvi di non farlo.

 

Luca: Ricordo. Prendesti Caterina per un braccio e la trascinasti in casa. Io corsi via pieno di vergogna.

 

Rachele: Sei sempre stato un bravo ragazzo, troppo timido, forse.

 

Luca: Mio Dio, mio Dio! E adesso che si fa?

 

Rachele: Devi cercare Caterina e convincerla a tornare a casa

 

Luca: Tornare da voi due? Da quest’uomo che ha gli occhi gonfi a forza di fissare il televisore? Da te che non sei stata capace di essere una madre decente. Credi che io abbia la possibilità di convincere Caterina?

 

Rachele: So che non sarà facile, ma chi altri può farlo? Lei ti vuole bene, anche se non può essere la tua ragazza. Forse un giorno, quando sarete abbastanza maturi sarete in grado di capire…

 

Mauro: Volete smetterla voi due? Non si capisce nulla! Non potete andare a chiacchierare altrove?

 

Rachele: Ogni tanto da segni di vita. Come lo chiamano? Coma vigile, si, coma vigile.

 

Luca; E’ meglio che non parli in questo modo. Mi disgusti.

 

Rachele: Lo terremmo in vita solo per la pensione. A cosa serve d’altro, se non per portare a casa la pensione. Una miseria per giunta.

 

Luca: Smettila! Non ho mai visto una persona cinica come te.  Nemmeno mia madre parla di Maurizio in questo modo, eppure lui in casa proprio non c’è mai stato. Almeno tuo marito l’atto di presenza lo fa.

 

Rachele: Maurizio è tuo padre, ricordati. Non puoi parlarne in questo modo.

 

Luca: Già, mio padre, dimenticavo! Realmente m’ero dimenticato d’avere un padre. Se lo ho avuto, non l’ho mai conosciuto.

 

Rachele: Sei ingiusto con tuo padre. Lui ha riposto in te ogni aspettativa e tu lo ricambi così. Ma si sa che voi giovani siete fatti in questo modo. Voi siete perfetti, fino a quando non vi capita di fare esattamente gli stessi sbagli. Perché troppo spesso i figli commettono gli stessi errori dei genitori. Per carità! Voi in ogni caso non ne avete colpa, la responsabilità è di quelli che non vi hanno educato abbastanza. Ricordati comunque che tutto devi a quell’essere inferiore che è tuo padre.

 

Luca: Maurizio per me non esiste. Tutto, dico tutto, lo devo al Presidente. Lui è stato per me un vero padre.

 

Rachele: E’ semplicemente mostruoso quello che dici, che chiami tuo padre per nome come se fosse un tuo compagno di scuola.

 

Luca: Per piacere, non farmi la predica.

 

Rachele: Luca, Luca, non importa…sono fuori di me, se almeno qualcuno mi dicesse che ha visto Caterina, se mi dicesse dove si trova, che sta bene,,, troverei pace. Non pretendo di vederla, che lei mi gettasse le braccia al collo, che mi baciasse…No, non pretendo, ma se almeno sapessi che sta bene. Ora non fanno che parlare di extraterrestri. Ho paura Luca! Mi viene da pensare che sia stata rapita.

 

Luca: Lasciamo perdere. La cercherò, te lo prometto.

 

Mauro: Allora, la vogliamo smettere?

 

Una luce violenta illumina la stanza.


Atto secondo

Scena prima

 

Una strada: Maria e due coppie di passanti (Uomo1, uomo2, donna 1, donna 2)

 

Maria: Un’eclissi di sole e tanti meteoriti che attraversano il cielo come stelle cadenti. Nemmeno il dieci Agosto se ne vedono tante, e siamo quasi in settembre.

 

Donna 1: Noi non li abbiamo visti, forse dormivamo ancora

 

Maria: Avete perso uno spettacolo!

 

Uomo 1: Fosse per questo, quante cose abbiamo perso! Dicono che sono arrivate le astronavi. Cinque, oppure otto. Chi le ha viste dice che sono bellissime: a forma di sigaro o come lenti convesse che ruotano su se stesse emettendo una luce abbagliante

 

Uomo 2: Forse questi lampi sono dovuti ad esse

 

Maria: Io proprio non ci credo. Se pensiamo solamente a quali distanze hanno dovuto percorrere per arrivare sino a noi…

 

Uomo 1: Chissà quale tecnologia possiedono se riescono ad annullare lo spazio-tempo

 

Donna2: Dicono che somigliano ad uomini bellissimi, qualcuno ha detto che somigliano a Marlon Brando

 

Maria: Ma va! Allora sono dei robot

 

Donna 2: Non sono dei robot

 

Maria: Come fai ad esserne così sicura

 

Donna 2: Una ragazza afferma di avere fatto l’amore con uno di essi.

 

Maria: Davvero questa è troppo

 

Uomo 1: A parte questi pettegolezzi di dubbio gusto, saranno avanti a noi di anni luce, ci porteranno un enorme progresso se hanno potuto attraversare lo spazio con astronavi da fantascienza

 

Maria: Fantascienza, appunto!

 

Uomo 2: Chissà che mezzi avranno per curare le malattie: un raggio laser o quale altra diavoleria. La nostra chirurgia tra breve sembrerà una pratica crudele, da selvaggi.

 

Donna 2: Lui va sempre lì: ha un fratello a letto, completamente vegetale, e nessuno osa staccare la spina.

 

Uomo1: Abbiamo fatto bene a non farlo. Ora gli extraterrestri lo sveglieranno.

 

Donna 1: Mia madre ha un tumore al fegato. Non aspettavamo altro che morisse, ora possiamo sperare, ma bisogna fare presto. Li ho cercati ovunque, infine mi hanno consigliato d’iscrivermi al club che organizza comitive per l’Africa. Domani parto. Li troveremo nel deserto.

 

Uomo 1: Chissà quale energia impiegano. Quando ce la forniranno non avremo più inquinamento.

 

Uomo 2: Appena in tempo. Stavamo trasformando il pianeta in una cloaca invivibile.

 

Donna 1: Non ci saranno più ricchi né poveri, nessuno domanderà più l’elemosina, ci sarà benessere per tutti, nessuno avrà necessità di rubare, d’uccidere.

 

Donna 2: Sarà il regno dei cieli!

 

Entra in scena un vecchio barbone (Nestore)

 

Nestore: Il regno dei cieli? Figuriamoci! E se invece avessero idee bellicose? Se fossero sbarcati sulla terra per sfruttare le vostre ricchezze, per schiavizzarvi?

Ricordate quando gli Europei sbarcarono in America, ma già, voi siete troppo giovani per ricordare questo. Ebbene, i selvaggi si portarono sul litorale per accoglierli fiduciosi, e furono fatti schiavi, le loro ricchezze   depredate, essi stessi sterminati e sostituiti da altri schiavi. Eppure gli Europei erano Cristiani, l’Amore era la loro religione! Figuriamoci questi che non conoscono Cristo, supponiamo che si ritengano una specie superiore e vi considerino alla stregua dei suini e dei bovini, e magari si ciberanno della vostra carne dopo avervi ben nutrito.

(Ride sarcasticamente)

 

Uomo1: Nestore, hai letto troppi romanzi. Una civiltà superiore non può che possedere una morale superiore.

 

Nestore: Questa è l’enormità più grande che abbia mai sentito.

 

Uomo2: Lasciamo perdere. In ogni caso non possiamo farci niente. Se sono buoni ne avremo vantaggio, se sono, come dice Nestore, cattivi, non abbiamo mezzi per difenderci. Possiamo soltanto accoglierli dimostrando che siamo pacifici e contenti di fraternizzare con loro. Essi decideranno per noi, sicuramente non possiamo decidere noi per loro.

 

Donna1: Se sono buoni condivideremo la loro civiltà, le loro conoscenze scientifiche, la loro ricchezza…

 

Nestore: Rinunziereste alla libertà per tutto questo?

 

Uomo2: Essi non avranno bisogno di toglierci la libertà, per il semplice motivo che non esiste nel loro vocabolario questa parola! Che cosa è mai la libertà se non l’insieme dei desideri dell’individuo? Libertà di pensare, di fare l’amore, di diventare ricchi, di protestare perché ricchi non lo diverremo mai, anzi diventiamo sempre più poveri. Intendo dire che tutti i desideri costituiscono la libertà, ma in quanto a realizzarli…capite che tutto questo fa parte di una civiltà arretrata? Una società evoluta e supertecnologica ha già esaudito tutti i desideri dei singoli, non fosse altro perché è lei stessa a crearli. In una società del genere tutti, nello stesso momento esprimono lo stesso desiderio ed ecco che esso è soddisfatto. Non c’è tempo, non c’è ragione per essere scontenti, per protestare.

 

Maria: Mi rattristi enormemente! Più che una società, questa tua è un serraglio per maiali! No, no, speriamo che non sia così

 

 

Una luce trascorre nel cielo. Tutti in coro, chi festante, chi allarmato, chi deluso

 

Eccolo, guardate! Sono loro. E’ chiarissimo che si tratta di un’astronave!

E’ magnifica! Presto atterreranno anche qui da noi. Il presidente lo ha detto chiaramente.

 

Maria: Sarà, ma ha me sembra soltanto un punto luminoso. Il presidente poi, dicono che sia scomparso.

 

Uomo 1: I giudici lo vogliono in aula, ma lui non si fa trovare. Il processo va avanti anche senza di lui, tra pochi giorni emetteranno sentenza.

 

Uomo 2: Come non dargli ragione! E’ una vera persecuzione. Anche queste ingiustizie speriamo saranno risolte dagli extraterrestri.

 

Maria: Magari il presidente s’è recato da loro per parlare di questo, che è l’argomento che gli sta più a cuore!

 

Uomo 2: Se fosse così lo capirei. Farei lo stesso se fossi nei suoi panni.

 

Nestore: Adesso questi alieni dovrebbero fare da giudici. Mi sembra che abbiate perso il lume della ragione. Pensare che il Presidente sia scappato da loro: “Vi scongiuro, datemi asilo politico! Sono perseguitato dai giudici comunisti, in combutta con i miei avversari politici. Vogliono rovesciare il governo eletto dal popolo a furia di denunce e di processi. Vi prego, per i miei figli e nipoti, salvatemi o finirò innocente in galera!”

 

Uomo 2: Ottima recita Nestore! Mi sembra che tu pure abbia perduto il lume della ragione. Il presidente se vuole va a vivere all’estero. Sai quante nazioni ospiterebbero lui e le sue ricchezze? Ma non lo farà mai perché è innocente, perché è pronto a sacrificarsi per il suo popolo.

 

Uomo1: Lasciamo stare questi discorsi. Ormai dei processi del presidente ne abbiamo le tasche piene. Come si fa a parlare di tali miserie proprio ora che assistiamo all’avverarsi di un evento storico così straordinario? 


Scena seconda

Il Presidente, Umberto e Maurizio. Palcoscenico buio. Un fascio di luce illumina il Presidente e Umberto. Maurizio rimane nel buio.

 

Umberto: Presidente, purtroppo il processo continua. Nonostante tutti i nostri sforzi non siamo riusciti a bloccarlo. Sono preoccupato.

 

Presidente: E’ una vera porcata, l’ennesimo tentativo sovversivo contro la mia persona, ma non riusciranno a dimissionare l’eletto dal popolo. Caro Umberto, il destino ci ha messo più in alto di tutti, la menzogna e l’invidia sono enormi. Non vedo che cattiveria attorno a me, eppure non faccio che del bene!

 

Il Presidente va in ombra e si accende il faro che illumina Maurizio

 

Maurizio: Secondo te, ci crede davvero a quello che dice? Tutti sono bugiardi e solo lui, che ogni volta che dice una cosa la ritratta immediatamente di fronte all’evidenza, sarebbe onesto e veritiero!

 

Umberto: La Verità, il Bene. Caro mio, Quando smetterai di occuparti dei massimi sistemi. La verità è un’affermazione che solo può fare chi ha la possibilità di non essere contraddetto. In quanto al Bene, si dice che esso vincerà sempre, ed è vero perché ciò che è Bene lo stabiliscono i vincitori. Ecco perché lui possiede la verità e il bene, perché è il vincitore.

 

Luce sul Presidente, Umberto e Maurizio

 

Presidente: Che almeno la stampa taccia! Abbiamo in mano tutti i quotidiani.

 

Umberto: Non tutti, purtroppo.

 

Presidente: Che vuoi dire?

 

Umberto: Giacomo Binetti

 

Presidente: Binetti?

 

Umberto: Un vero rompiscatole.

 

Presidente: Lo arruoleremo nella nostra scuderia

 

Umberto: E’ impossibile

 

Presidente: Lo domeremo, vedrai che lo domeremo. Maurizio! Tu conosci Binetti, vero?

 

Maurizio: Non tanto da dire che sia un amico, ci salutiamo, niente di più.

 

Presidente: Benissimo, vai da lui e digli che sono disposto a comprare il suo lavoro, quella porcata sulla strage delle foche. Digli che sono molto interessato.

 

Maurizio: A sentire una cosa simile gli verrà un malore!

 

Presidente (ridendo): Anche questo sarebbe un modo per liberarmi di un nemico.

 

Umberto: Quanto siete disposto a pagare

 

Presidente: Il dovuto, niente più del dovuto. Se no quel malpensante va a dire che lo si vuole corrompere. Eventualmente a Natale gli regaleremo una casetta in montagna.

 

Umberto: Meglio al mare. Lui ama il mare.

 

Presidente: E una collana preziosa alla moglie con sentimenti di vera amicizia. Se poi vorrà collaborare con altri servizi come l’estinzione del gallo cedrone, lo sterminio degli indigeni dell’Amazzonia e altre cretinate del genere…

 

(il Presidente s’oscura, Maurizio ed Umberto in luce)

 

Maurizio: Ed io dovrei convincere Binetti a lavorare per lui? E’ completamente pazzo! Ti rendi conto che allo stesso modo ha comprato anche noi?

 

Umberto: Dai retta a me: fai quello che ti dice e sarà meglio per tutti.

 

Maurizio: Ma Binetti non acconsentirà mai.

 

Umberto: Scommettiamo? Ogni uomo ha un prezzo. Siamo tutti in vendita.

 

Maurizio: Il tuo prezzo?

 

Umberto: Non è inferiore al tuo. Smettila di fare lo scemo!

 

(Maurizio s’oscura e s’illumina il Presidente)

 

Presidente: Carissimo Umberto, ho di voi la massima stima e fiducia. Mi siete sempre accanto nei momenti difficili. Anche adesso leggo nei tuoi occhi una dedizione che forse io non merito. Maurizio invece…a volte lo vedo titubante, come avesse un retropensiero.

 

Umberto: Maurizio è un intellettuale, e come tutti quelli che usano troppo il cervello, è tormentato da mille dubbi e scrupoli…ma le assicuro che è un valido collaboratore.

 

Presidente: Ne risponderesti tu personalmente.

 

(Il Presidente s’oscura e s’illumina Maurizo)

 

Umberto: Comincia a dubitare di te. Mi ha parlato in un certo modo ed io ho garantito la tua lealtà, mi sono compromesso. Se sgarri non sarai solo tu a pagare, ci vado di mezzo pure io, pensaci bene.

 

Maurizio: Sono allibito…la cosa non mi piace

 

Umberto: Vai piuttosto a cercare Binetti

 

Maurizio: Temo d’essere entrato in un giro…abbiamo veduto delle cose…da cui non si può tornare indietro.

 

(Maurizio, Umberto e il Presidente in luce)

 

Presidente: Se il processo continua faremo pronunciare la piazza! Migliaia e migliaia di uomini, donne, vecchi e bambini, tutti in piazza a condannare l’operato di questi giudici. Se non sarò assolto in tribunale, mi assolverà il popolo!

 

(Buio. Si ode il rumoreggiare di una manifestazione di piazza)


Scena terza

Un tinello. Entrano Luca e Marina

 

Luca: Manifestazione pienamente riuscita

 

Marina: Mai visto tanto entusiasmo

 

Luca: Il Presidente sa ancora parlare al cuore della gente. Mille, duemila, cinquemila manifestanti

 

Marina: Ho sentito che aiuterai Rachele a cercare Caterina. Bravo, quella poverina ha proprio bisogno di aiuto.

 

Luca: Si, si, ma lasciamo perdere

 

Marina: Perché parli così? Quando facciamo una buona azione non dobbiamo nasconderci e tanto meno vergognarci. C’è così poca bontà al mondo, che almeno serva da esempio.

 

Luca: Mamma, oggi non ho voglia di parlarne. E’ un grande giorno, mi sento in armonia col mondo intero!

 

Marina: Ti capisco, io pure sono felice come poche volte in vita mia. Temevamo scontri, baruffe, invece è stata una manifestazione gioiosa, pacifica. Metto su la cena. Quel brav’uomo di tuo padre arriverà tra poco.

 

Luca: Fammi capire, sei ancora innamorata di lui?

 

Marina: Che domanda, certo che sono ancora innamorata, anche se…

 

Luca: Anche se?

 

Marina: Anche se non è più come una volta.

 

Luca: Sei veramente straordinaria! Intendi dire: una volta tanto, tanto, tantissimo tempo fa, magari prima che io nascessi.

 

Marina: Perché dici questo?

 

Luca: Perché lui ti lasciava sola in casa, perché io a cinque anni non sapevo chi fosse mio padre.

 

Marina: Non sai cosa dici! Sei troppo severo, sei infantile.

 

Luca: E’ la verità!

 

Marina: Quand’è che crescerai? Quando smetterai di vedere il mondo in bianco e nero? Ci sono le sfumature, i colori. Vorrei che un giorno aprissi gli occhi.

 

Luca: Sei una povera illusa! Tu dovrai aprire gli occhi prima o poi!

 

Marina: Cosa vuoi dirmi? E’ un po’ che parli ermetico

 

Entra Maurizio

 

Maurizio: Ciao a tutti! Siete stati alla manifestazione?

 

Luca: Si, e tu?

 

Maurizio: Ero da Binetti, a corromperlo. Il Presidente vuole che lavori per lui.

 

Luca: Binetti, davvero?

 

Maurizio: Certo. Ormai è l’unica voce indipendente che lui non ha comprato.

 

Marina: Oggi solo piatti freddi: salume, formaggio e insalata a volontà.

 

Maurizio: C’è almeno quel vino buono?

 

Marina: Davvero il Presidente vuole assumere Binetti? E’ un uomo straordinario! Dopo quello che ha scritto su di lui.

 

Maurizio: Forse non mi sono espresso bene. Vuole comprarlo per metterlo a tacere.

 

Luca: Non farebbe una cosa poi tanto sbagliata.

 

Maurizio: Lasciamo perdere. A volte con voi mi sembra di parlare cinese. Come è andata la manifestazione, c’era molta gente?

 

Luca: Moltissima. Da tutte le parti in autobus, in macchina, in bicicletta!

 

Maurizio: Il Presidente spera d’intimorire i giudici. Siamo al fondo del barile. Non so cosa possa accadere.

 

Marina: Sono arrivati gli extraterrestri. Oggi ne parlavano tutti alla manifestazione. In molti speravano che il Presidente si pronunciasse in proposito.

 

Maurizio: Anche quelli ci volevano. Siamo tutti quanti dei creduloni.

 

Marina: anch’io non ci credevo, ma poi, tutte le testimonianze, questi strani fenomeni.

 

Maurizio: Fosse vero! Che sterminassero tutti, e finisse questa umanità corrotta.

 

Marina: Ti vedo alquanto depresso

 

Luca: Ci vediamo. Devo andare

 

Marina: Non mangi con noi?

 

Luca: Ho promesso ai fedelissimi che avrei pranzato con loro. Un panino e poi a lavoro per pulire la sede. A stasera! (esce)

 

Maurizio: Binetti per poco non mi mangiava. Non l’ho mai visto così arrabbiato.

 

Marina: Eppure un po’ di soldi gli farebbero bene.

 

Maurizio: Ha rifiutato, ti dico, non ne vuole sapere. E’ un uomo integro, come non ce ne sono più

 

Marina: Credi davvero che il Presidente volesse comprarlo per farlo tacere?

 

Maurizio: Come no. L’ha ammesso in mia presenza. E’ terrorizzato dal processo e cerca con tutti i mezzi di bloccarlo. Se oltre la manifestazione, pure tutta la stampa si pronunciasse per la sua innocenza…

 

Marina: E’ sicuramente innocente.

 

Maurizio: Sembrerebbe il contrario. Esistono prove molto evidenti.

 

Marina: Cosa dici! Lui è vittima di giudici ambiziosi che vogliono impadronirsi del potere. Gente odiosa, rancorosa, invidiosa!

 

Maurizio: Parli proprio come lui.

 

Marina: Tu da che parte stai?

 

Maurizio: Non so. Forse da nessuna parte.

 

Si siedono a tavola per pranzare. Suona il campanello

 

Binetti: Permesso, scusate, so bene che non è proprio l’ora adatta per una visita!

 

Marina: Entra Giacomo, accomodati.

 

Binetti: Sono venuto perché proprio non potevo portarlo dentro

 

Marina: Cosa non puoi portare dentro

 

Binetti: Il pensiero di avere trattato male tuo marito. Perdonami Maurizio, non ce l’ho con te, ma vivo in una tale tensione che non so cosa dico!

 

Maurizio: Ma figurati! Non devi affatto scusarti. Non ci penso lontanamente che tu volessi ferirmi. Ti stimo troppo…

 

Binetti: Sono uno sconsiderato.

 

Marina: Siediti e mangia qualcosa con noi

 

Binetti: Mangiare! E’ una parola. Da giorni ho lo stomaco chiuso.

 

Maurizio: Senti Giacomo! Io sapevo che tu non avresti accettato le sue proposte. Da amico ho voluto avvertirti. Lui medita di distruggerti e sai bene che ne ha la possibilità.

 

Marina: Cosa dici! Non ti sembra d’esagerare?

 

Binetti: Non esagera, Marina, non esagera affatto. Si fa presto ad annientare uno di noi. Si passa al setaccio la sua vita. Se lui o un suo parente hanno una minima pecca, se da piccoli hanno rubato le caramelle al supermercato, ecco che vengono sbattuti in prima pagina come fossero dei ladri incalliti. Naturalmente, dopo tre giorni, un giudice o un avocato dirà in un’intervista che è tutta una scemenza, ma l’intervista è in quarta pagina, sotto un lungo articolo o una reclame e quasi nessuno lo leggerà. In ogni caso, nell’immaginario collettivo, quello rimane un ladro.

 

Maurizio: Proprio così. E se non si trova proprio niente, si costruisce una menzogna pagando falsi testimoni, una storia infamante, inventata di sana pianta che verrà sconfessata tre giorni dopo, ma il fango è stato gettato e chi ne è colpito rimarrà imbrattato per il resto dei suoi giorni.

 

Marina: Mamma mia! E’ proprio vero? Se questo accade la colpa non è sua ma dei giornalisti, degli editori. Sono loro che scrivono. I giornali sono indipendenti.

 

Maurizio (rivolto a Binetti): Avrò una moglie ingenua? Quando l’ho sposata credeva che i bambini nascessero sotto il cavolo. Le ho dovuto spiegare tutto!

 

Marina: Dite quel che volete, ma stamattina alla manifestazione tutti non aspettavano che lui, e quando è comparso parecchi si sono commossi e hanno pianto. Saranno tutti scemi e solo voi furbi? Tutti sbagliano e voi avete la verità?

 

Binetti: Di furbi ce n’è uno solo ed è lui!

 

Maurizio: Sai bene che io sono stato uno dei primi a credere in lui. Ma ora, se parlo così è perché so quel che dico, perché ho visto, ho udito con le mie orecchie, e non è più possibile crederci.

 

(Mangiano. Squilla il cellulare di Maurizio)

 

Maurizio: Umberto, sei tu? Bene, vieni sopra, non disturbi, anzi! Sali immediatamente.

(rivolto a Binetti) E’ Umberto, sta salendo. Sarà meglio che non t’incontri qui. Ho fatto credere al Presidente che non ti conosco e pure Umberto…

 

Binetti: E’ il tuo migliore amico, non ti fidi più di lui?

 

Maurizio: Fa dei discorsi che non mi piacciono. A volte le sue parole sembrano delle minacce nascoste dentro guanti di velluto.

 

Binetti: Capisco. Dove vado a nascondermi?

 

Maurizio: In camera da letto

 

Marina: Ma è possibile?

 

Maurizio: Tu, Marina, acqua in bocca. Mi raccomando.

 

(Si sente un trambusto e un suonare concitato del campanello. Marina si precipita ad aprire la porta. Entra Maria e l’abbraccia quasi cadendole tra le braccia)

Maria: Li ho visti. E’ incredibile. Li ho visti!

 

Marina: Chi sono?

 

Maria: Gli extraterrestri, li ho visti: passavano sotto il porticato del Duomo. Madre mia! Erano in sei.

 

Marina: In sei! Li hai contati.

 

Maurizio: Deve essere diventata matta! Hai la febbre per caso?

 

Maria: Vi dico che li ho visti. Mi tremano ancora le gambe. Ho dovuto appoggiarmi allo stipite della porta del caffé e per poco non svenivo. Avevo preso un te ed ero stata ad ascoltare Rachele che piangeva, commovente poverina! Stavo uscendo quando mi sono passati davanti, a non più di due metri, in fila per due…

 

Marina: Ma va! Chi ti dice che fossero proprio loro, e poi come erano?

 

Binetti: Abbiamo proprio bisogno degli extraterrestri ora. Il mondo sta impazzendo!

 

Maria: Sono come noi, ne più ne meno.

 

Maria: Come fai allora a dire che erano extraterrestri?

 

Maria: Hanno la pelle bianchissima, grinzosa, il loro modo di fare: camminavano senza guardarsi attorno, come degli automi.

 

Binetti: Gli extraterrestri, gli automi. E’ una pazzia collettiva!

 

Maria: La cosa più strana è che in mezzo a loro c’era Nestore.

 

Maurizio: Nestore, il barbone?

 

Maria: Proprio lui. Non si capiva se fosse prigioniero o se fosse uno di loro. Aveva lo stesso modo di camminare.

 

Marina: Ti hanno visto?

 

Maria: Non ne sono sicura, ma uno di loro ha alzato gli occhi su di me e a quel punto mi sono ritirata dentro il locale. I suoi occhi sono grandi e tondi come biglie, sporgenti, senza palpebre.

 

Maurizio: (ridendo) E gli attributi sessuali li hai visti?

 

Marina: Chi altri ha visto? Quelli dentro il bar, ci sono altri testimoni?

 

Maria: Non credo. In tutto c’erano tre anziani troppo intenti a giocare a carte.

 

Maurizio: Ci avrei scommesso. Solo tu hai potuto vederli. Magari hai solo paura, con tutto quello che si dice in giro, ti sei fatta suggestionare.

 

Marina: Smettila! Non vedi com’è agitata? Maria, siediti e stai tranquilla. Qui sei al sicuro.

 

Binetti: Se davvero ci fossero gli extraterrestri, non saremmo al sicuro da nessuna parte. Tutto questo mi sembra una farsa escogitata da qualcuno, forse allo scopo d’allarmare la gente, per sfuggire alle proprie responsabilità.

 

Maurizio: So bene a chi pensi. Ma t’assicuro che lui non c’entra in tutto questo. Magari ne approfitta abilmente, come soltanto lui sa fare.

 

Marina: E Nestore, come ve lo spiegate? Non è uno che si presta.

 

Binetti: Ogni uomo ha il suo prezzo. Non te lo ha insegnato questo il tuo maestro? Sarà bene che vada nella camera da letto. Tutto sommato ci potrei fare un sonnellino!

 

 

(Binetti esce da una porta secondaria ed entra Umberto dalla porta principale)

 

Umberto: Come va, Maurizio? C’è allarme per strada. Hanno perso la testa con questa storia degli extraterrestri. Ebbene, come è andata con Binetti?

 

 

Maurizio: Ne parliamo dopo. Anche Maria li ha visti

 

Umberto: Gli extraterrestri?

 

Maurizio: Così sembra

 

Marina: Maria, calmati! Andiamo in cucina, ti faccio una bella tisana calda, ti farà bene.

 

Maria: Non ho bisogno di tisane. Non prendetemi per matta! (le due donne escono)

 

Umberto: Puoi parlare ora, cos’hai concluso?

 

Maurizio: Nulla. Non ha accettato

 

Umberto: Era previsto. Chi lo dirà al Presidente?

 

Maurizio: Questo lo farai tu. Te lo chiedo per favore

 

Umberto: Io, perché io?

 

Maurizio: Siamo amici, no? Allora fammi questo favore

 

Umberto: E cosa dovrei dirgli?

 

Maurizio: Riferisci che ho fatto la sua offerta e non ha accettato. Punto e basta.

 

Umberto: Apriti cielo! Andrà su tutte le furie. Sai come è fatto. Binetti deve essere ammattito, lo distruggerà. E’ incredibile quale ingenuo idealismo! E’ semplicemente infantile.

 

Maurizio: Lascia perdere. Giacomo è uno dei pochi uomini veri che siano rimasti al mondo

 

Umberto: Uomo? Bambino, bambino, lo distruggerà, vedrai. Vieni con me, andiamo a vedere questi extraterrestri.

 

Maurizio (uscendo): Se esistono, lui non è responsabile.

 

Umberto: (fuori scena) Ti ho spiegato che lui è soltanto un abile opportunista, sa sfruttare ogni occasione in suo favore…

 

(Entrano Marina e Binetti)

 

Marina: Sono usciti

 

Binetti: Meno male. Con Umberto non voglio avere nulla a che fare. Era una testa dura da ragazzo e tale e rimasto.

 

Marina: E tu sei lo stesso ribelle di sempre. Ricordi quando organizzavi gli scioperi al liceo?

 

Binetti: Non farmici pensare! Che bei tempi. Nessuno di noi avrebbe detto allora che sarebbe finita così.

 

Marina: Così come?

 

Binetti: Nello sfasciume di tutto

 

Marina: Mi sembra che stiamo tentando di raddrizzare il timone, il paese…

 

Binetti: Si, la storia del nocchiero. Mi ricorda un individuo di mezzo secolo fa.

 

Marina: Sarà meglio che tu vada. Potrebbero tornare e se il Presidente sapesse che tu e Maurizio siete amici d’infanzia…

 

Binetti: Sempre paura del nocchiero? Figuriamoci se non lo sa.

 

Marina: Smettila di dire sciocchezze

 

Binetti: Adesso vado davvero

 

Marina: Sta attento: se l’incontri, qui non ci sei stato.

 

Binetti: Dirò che ero al tabacchino di fronte a giocare all’Enalotto.

 

Marina: Ecco, bravo, dì così. E metti la testa a posto (mentre Binetti esce)


Scena quarta

Stanza con grandi scafali, un tavolo con piatti di carta e latine di birra vuote. Libri e giornali ovunque, Un gran disordine. Luca, Gianfranco e altri quattro giovani.

 

Gianfranco (con scopa in mano): Sbrighiamoci, il Presidente sarà qui domani. Lui è sempre mattiniero.

 

Ragazzo: A domani sarà tutto al suo posto.

 

Luca: A lui piace che tutto sia in ordine. Sarà contento dell’organizzazione.

 

Ragazzo II: La manifestazione è riuscita in pieno e i giovani hanno partecipato alla grande!

 

Luca: Abbiamo dato una bella scossa ai giudici.

 

Gianfranco: E’ tempo che si sveglino e capiscano da che parte sta la Giustizia.

 

Ragazzo: Nessuno, che si ricordi, è stato calunniato e perseguitato come lui.

 

Luca (rivolto a Gianfranco): Come sta tuo fratello?

 

Gianfranco: Entra ed esce dalla comunità. Giura di volersi disintossicare, ma poi gliela trovi in tasca. Si buca ancora. I miei sono disperati, dicono che sarebbe meglio che fosse morto.

 

Luca: Conosci Caterina?

 

Gianfranco: La biondina che usciva con te?

 

Luca: Proprio lei. L’hai più vista in giro?

 

Gianfranco: E’ tanto che non la vedo. Confesso che ti ho invidiato perché avevi una ragazza così bella.

 

Luca: Ci siamo lasciati. E’ scomparsa. Rachele, sua madre, la sta cercando in ogni angolo. Puoi chiedere a tuo fratello se l’ha vista, in comunità o dintorni?

 

Gianfranco: Pensi che pure lei…

 

Luca: Non so, è un’idea, non si può escludere,

 

Gianfranco: Sarebbe un vero peccato.

 

III ragazzo: Spostiamo il tavolo?

 

Luca: Vediamo…spostatelo a sinistra

 

(due ragazzi eseguono)

 

Luca: Non troppo. Ci vorrebbe una poltrona. Magari lui vorrà sedersi…potrebbe essere stanco.

 

I ragazzo: Ne ho una a casa che non sfigurerebbe. L’usava il nonno per fare il riposino di dopopranzo. Da quando è morto non ci si siede più nessuno e la mamma dice che è sempre in mezzo ai piedi.

 

Luca: Se la domandiamo al Presidente, ci da un salotto intero, nuovo di zecca

 

Gianfranco: Domanderò a Fabrizio, forse in un momento di lucidità…Non è facile trovarlo in grazia di Dio. Dorme sempre, se tu potessi vederlo, è diventato magro come un manico di scopa. Il dottore vorrebbe fargli gli esami del sangue, ma lui non vuole saperne. Secondo me sospetta che abbia l’AIDS.

 

Luca: Fabrizio era il migliore dei grandi. Ricordi quando eravamo alle Medie? Quelli del liceo ci sembravano grandi e maturi e Fabrizio era il più serio, il più forte e certamente il più intelligente.

 

Gianfranco: Nessuno s’era accorto allora che si bucava. L’eroina gli ha bevuto il cervello. Vedessi ora, sragiona, a stento riconosce le persone.

 

Luca: Prova a domandargli di Caterina.

 

Gianfranco: Mi dispiacerebbe che lei pure…

 

Luca: Rachele non l’esclude.

 

(si sente un trambusto di fuori. Entra un ragazzo)

 

Ragazzo: E’ il Presidente, è arrivato!

 

Gianfranco: Il Presidente già qui? Non eravamo d’accordo per domani? Come si fa, non siamo pronti. C’è un disordine enorme!

 

Luca: Presto ragazzi, spostate quelle scatole. I libri negli scafali, presto!

 

Presidente (entrando): E’ permesso? Ecco dei bravi ragazzi! Mi complimento con voi. Siete stati bravissimi. Vi considero le vere colonne del partito. Bravi!

 

Ragazzo I: Onorevole, perdoni il disordine. Abbiamo avuto un gran da fare per la manifestazione e poi l’aspettavamo domani.

 

Presidente: No problem! Nessunissimo problema! Ho voluto anticipare l’incontro perché ero ansioso di felicitarmi con voi. Un colloquio amichevole fuori dalle etichette e soprattutto dalle telecamere. Un’improvvisata. Gianfranco, vai al bar di fronte e prendi paste e cappuccino per tutti! Noi non beviamo alcolici, anzi, cappuccino decaffeinato! Meglio di così, vengano i signori giudici e pubblici ministeri a vedere, intercettino le nostre colazioni. Nemmeno nei monasteri! Voi ragazzi siete il sale del mondo. Per voi, con voi faremo grandi cose. Mi addolora l’idea che molti di voi siano pessimisti,depressi, perché hanno difficoltà a trovare lavoro. Io dico loro, ripetetelo in giro: “ Ragazzi datevi da fare una buona volta! Inutile piangervi sopra. Farò di tutto per facilitarvi l’ingresso nel mondo del lavoro. Purtroppo la situazione economica è quella che sapete. Non fatte quelle facce tristi!”

(Canta in sordina una vecchia canzone: Lilly Marlene)

Alla vostra età cantavo nelle cantine, facevo la serenata alle belle ragazze, e qualcuna ci stava pure. Noi eravamo più spensierati anche se mangiavamo una volta al giorno, quando ci andava bene,

 

Entra il regista con Albertina armata di cinepresa

 

Presidente: Ma guarda un po’ chi si vede. Vorrei proprio sapere chi vi ha mandato a chiamare.

 

Regista: Perdoni sua eccellenza, Umberto ci ha detto di affrettarci perchè lei ci aspettava. Abbiamo attraversato la città di corsa.

 

Presidente: Vedo. La sua ragazza ha il viso arrossato dalla fatica. Devo dire che è ancora più bella. Visto che siete qui, datevi da fare. Una ripresa con questi ragazzi per il telegiornale del pomeriggio. Quello più seguito dalle casalinghe e dai pensionati sfaccendati.

 

Rientra Gianfranco con in mano un vassoio con i cappuccini e le paste

 

Presidente: Avanti, accomodatevi, finché sono caldi.

 

(Il regista e Albertina riprendono il gruppo impartendo ordini)

 

Regista: Spostatevi più a destra. Volete che si veda quel bel mucchio di libri?

 

Gianfranco: Per niente! Non vorremmo che qualcuno pensasse che volessimo brucciarli.

 

Regista: bene allora. Presidente si metta in primo piano

 

Presidente: Forse è meglio che io stia dietro. Come se fossi qui per caso. Non vorrei che si pensasse che tutto è stato preparato a bella posta.

Cara fanciulla, avvicinati. A braccetto noi due faremo una bella coppia.

 

Ragazza: Sua eccellenza è sempre gentile e a volte birichino!

 

Presidente: Riprendici dal basso, così sembriamo più alti

 

Regista (in sordina, rivolto ad Albertina): Questa è buona! Sei una leccaculo eccezionale!

 

Ragazza: Sarai geloso per caso?

 

Presidente intona Lilly Marlene e tutti cantano brindando con in mano i cappuccini.


Scena quinta

(strada di città. Pochi alberi. Al lato destro del palcoscenico una luce bianca e le sagome di uomini che si muovono dietro un telo diafano)

Nestore

 

Nestore: E’ quasi l’alba. Gli umani dormono. Ma è negato loro il riposo. Pure nel sonno sono pungolati dalle ansie che avvelenano le ore del giorno. Hanno creato questo strano castello degli incubi dove tutti soffrono: maschi, femmine, vecchi, bambini, ricchi e poveri. E’ una specie incredibile questa. Da secoli li osservo e non smettono mai di stupirmi di cosa sono capaci d’inventare per essere infelici.

 

(Entra Luca)

 

Luca: Volevo proprio incontrare te.

 

Nestore: Me? I ragazzi a quest’ora sono a letto, almeno quelli che non frequentano certe compagnie.

 

Luca: Non riuscivo a dormire e sono uscito di casa.

 

Nestore: Anche tu dunque sei tormentato

 

Luca: Si, tormentato è la parola giusta. E’ scomparsa la figlia di Rachele.

 

Nestore: Caterina?

 

Luca: Proprio lei. Ne sai qualcosa tu? E’ vero che state portando via delle persone?

 

Nestore: Assolutamente falso. Sai bene che abito con voi da tantissimo tempo. Mi conosci da quando eri bambino.

 

Luca: E mi raccontavi delle storie che credevo favole. Almeno fino a ieri ho creduto che fossero favole.

 

Nestore: Giurasti che non ne avresti parlato con nessuno

 

Luca: E’ vero, ed ho mantenuto la parola.

 

Nestore: che vale oggi più di ieri!

 

Luca; Sta tranquillo. Sai bene che la parola data la mantengo sempre, anche se ora la situazione è cambiata. Mi dicevi di non ripetere a nessuno i tuoi racconti d’astronavi, di case alte come montagne, di voragini dove il ghiaccio e il metallo fuso convivono in una guerra perpetua. Di lunghissimi sonni, che ora capisco essere ibernazioni.

 

Nestore: Tutte cose vere. Era la nostalgia cocente del mio pianeta che mi costringeva a narrare ad un bambino ciò che nella memoria si faceva sempre più sfocato. Ti assicuro che noi non abbiamo rapito nessuno. Tanto meno la tua amichetta.

 

Luca: Caterina non è soltanto un’amica. Era la mia ragazza. Non avevo amato nessuno prima di incontrare lei. Forse tu non puoi capire. Lei mi ha lasciato. Io l’ho insultata, odiata, quanto prima l’avevo amata! Le tue rassicurazioni non fanno altro che aumentare l’angoscia. L’ho cercata dappertutto, nei locali che era solita frequentare, perfino tra gli zingari e i tossicodipendenti. Nessuno l’ha vista. Ho il presentimento che le sia accaduto…sai quante ragazze scompaiono vendute schiave, stuprate, uccise?

 

Nestore: Lo so. Esistono pure queste bestialità tra voi umani.

Parli di Caterina come un uomo adulto parlerebbe della propria infanzia. Tu pure sei cresciuto, Luca! Vedi, il tempo è come una palla di gomma. Se hai il coraggio di lanciarla nel vuoto essa non si fermerà mai e ti porterà lontano chiamandoti a fare sempre nuove esperienze. Ma se hai paura di perderla e la lancerai contro quella parete che si chiama “Nostalgia”, ti ritornerà indietro, come un incubo che si ripete privandoti delle meravigliose avventure che costituiscono la tua esistenza. Faresti bene a rassegnarti, a non pensare più a lei.

 

Luca: Mi sforzo di non pensarci. So bene che tutto è finito e che lei non tornerà da me, ma ho promesso a Rachele che l’avrei trovata. Almeno per informare i suoi, che sappiano dove si trova, come sta.

 

Nestore: Mettiti tranquillo: t’aiuterò a trovarla. Noi abbiamo buoni mezzi per questo.

 

Luca: Non ho parole per ringraziarti

 

Nestore: Tra poco è giorno. Mi devo incamminare.

 

Luca: Sono loro, i tuoi amici! Sono proprio come me li avevi descritti. Ho sempre creduto che fossero frutto della tua fantasia. Una fiaba. Invece esistono davvero!

 

Nestore: Fermati! Tu non puoi andare oltre. Rimani quanto vuoi, ma più di questo non potrai vedere. Quando ti stanchi tornatene a casa.

 

Luca: Fammi venire con te. Se mi presenti a loro…

 

Nestore: Non è possibile. Prometti che tornerai indietro!

 

Luca: Va bene. Te lo prometto. 

 

Nestore (incrociando le dita): Giura!

 

Luca: Mi fai giurare come quando ero piccolo.

 

Nestore: Allora mi ubbidivi senza discutere, ora hai riposto la fiducia in un altro partito e mi pare di averti educato per niente. Dove sono finiti gli ideali che ti ho piantato nel cervello. Ho l’impressione che qui sulla terra abbiate perduto i valori del vivere insieme. Non parlo di te soltanto, ma di tutta la specie umana. Comunque sia, a presto!

 

Luca: Te ne vai di già, non tornerai?

 

Nestore: Ci rivedremo presto.

(S’incammina e scompare nella luce)

 

Luca: Ricordati di Caterina!

 

(Entra Rachele)

 

Luca: Rachele, cosa fai qui? Come hai saputo

 

Rachele: Sono tante notti che nella veglia osservo le traiettorie delle loro astronavi. Solcano il cielo come stelle cadenti. Tutte indicano questa radura alla periferia della città. Conosco bene questo posto perché a primavera venivo a passeggiare con Caterina quando era appena nata. Voglio parlare con loro. Voglio chiedere che mi restituiscano mia figlia. Anche se dovessi implorarli per il resto della vita, per bestie che siano, avranno pietà di una madre. Pure le belve allevano i loro piccoli. Capiranno dunque il mio dolore. (Fa per incamminarsi verso la luce)

 

Luca: Fermati, aspetta! Non si può proseguire!

 

Rachele: Perché?

 

Luca. Non vogliono. Loro non l’hanno rapita, non c’entrano.

 

Rachele: Come fai tu a saperlo?

 

Luca: Ti dirò un segreto, ma che rimanga tra noi: Nestore, il barbone, è uno di loro. Io pure credevo che l’avessero rapita, ma Nestore, è stato lui ad assicurarmi che non è vero. Mi ha anche promesso che ci aiuterà a trovarla. E loro hanno mezzi che nemmeno possiamo immaginare.

(Entrano una decina di uomini, alcuni di essi armati)

 

Primo uomo: Eccoli, vedete quella luce laggiù? Sono loro. Prepariamoci. Dobbiamo avanzare correndo. Abbiamo una sola possibilità di successo: la sorpresa.

 

Secondo uomo: La rapidità e la sorpresa. Come ci insegnò il Bonaparte. Storia docet.

 

Primo uomo: Professore, lei ne sa più di tutti noi.

 

Secondo uomo: Vadano avanti quelli che possiedono un fucile. Gli altri stiano dietro, ma non perdano il contatto con i primi. Quando sarà il momento, chi sa sparare dica  agli altri di aprire il fuoco. Se spariamo troppo presto non avremo alcuna possibilità di colpirli e otterremo soltanto il bel risultato di avvertirli del nostro arrivo.

 

Terzo uomo: Così addio sorpresa!

 

Primo uomo: Mi raccomando, almeno uno prendiamolo vivo. Dobbiamo sapere da dove vengono e cosa vogliono.

 

Secondo uomo: Dobbiamo pure farci dire dove sono i prigionieri.

 

Luca: Cosa state dicendo. Cosa avete in mente di fare. Siete tutti ammatiti?

Non avvicinatevi a quell’astronave! Vi stermineranno in un attimo. Sono venuti in pace. Anzi, sono qui in mezzo a noi da secoli. Non è vero che hanno rapito delle persone.

 

Primo uomo: E tu ragazzo chi saresti? Sembri bene informato.

 

Quarto uomo: Un momento. Mi sembra di conoscerlo. E’ uno dei fedelissimi del Presidente.

 

Secondo uomo: Se davvero fosse…

 

Quarto uomo: Certo, l’ho visto una volta a braccetto col Presidente. Ti chiami Luca, non è vero?

 

Primo uomo: Se le cose stanno così, tutto cambia. Certamente il Presidente è bene informato su questi extraterrestri. Che razza d’invasione sarebbe se vengono in pace?

 

Luca: Stanno facendo il censimento della nostra galassia. Altre astronavi sono sbarcate in pianeti così lontani che nemmeno possiamo immaginare.

Sono pacifici e presto partiranno.

 

Secondo uomo: Avevano ragione quelli che affermavano che da loro avremmo potuto apprendere nuove tecnologie.

 

Terzo uomo: Non sembra che abbiano intenzione d’insegnare.

 

(La luce si spegne)

 

Luca: Sono partiti. Non so se li vedremo ancora.

 

Quinto uomo che imbraccia il fucile: Peccato. Ecco sfumata l’occasione di menare le mani.


Atto terzo

Scena prima

(Sipario abbassato. Si sentono le grida fuori scena del Presidente)

 

Presidente: Aiuto, presto soccorso!

 

(Quindi silenzio. Si alza il sipario: al centro un letto a due piazze King size, tra le lenzuola sfatte il corpo esanime di una ragazza. Ai piedi del letto il Presidente in mutande e canottiera. Umberto a lato del letto)

 

Umberto: Sembra morta.

 

Presidente: Accidenti. Vorrei sapere chi mi ha messo nel letto questa ragazza! Certamente lo ha fatto con l’intento di rovinarmi. Figuriamoci, quando la notizia trapelerà i miei avversari mi faranno a pezzi. I giudici, come al solito di parte, mi accuseranno di essere causa della sua morte.  Umberto, nulla deve uscire da questa stanza. Siamo intesi?

 

Umberto: Certamente. Bisogna però chiamare un medico di fiducia.

 

Presidente: Macchè medico, non vedi che è morta?

 

Umberto: Si, capisco. Bisogna tuttavia accertare le cause, il certificato di morte e tutto il resto.

 

Presidente: Ha sniffato tutta notte.

 

Umberto: Sappiamo almeno chi sia, come si chiama?

 

Presidente: Non la riconosci? È Caterina.

 

Umberto: Caterina. Dio Mio, è minorenne.

 

Presidente: Minorenne. Allora sono rovinato. Siamo rovinati! Tanto per intenderci: se vado a fondo io, voi pure mi seguirete.

 

Umberto: Che dice? Lei non andrà a fondo, nessuno andrà a fondo…non rimane che fare sparire il corpo.

 

Presidente: Già, fosse facile! Lo seppelliamo in giardino? Quanti cadaveri riemergono dalla terra col dito puntato contro il loro assassino!

 

Umberto: Se solo i giudici sapessero che era al suo seguito, verrebbero a perlustrare la villa palmo per palmo.

 

Presidente: Maledetti sovversivi. Riusciremo mai a dare loro la punizione che meritano.

 

Umberto: L’unica possibilità è affidarci a quelli. Loro non parlano, non domandano, e sono specialisti nel fare sparire i corpi delle vittime.

 

Presidente: Ne conosci tu?

 

Umberto: Naturalmente! Ho contatti. Se lo desidera, in un attimo essi saranno qui e sistemeranno tutto… si tratterà poi di sdebitarsi con un favore.

 

Presidente: Che genere di favore.

 

Umberto: Appalti, un amico eletto in parlamento, cose del genere.

 

Presidente: Tutto qui? Procedi immediatamente. Quei maledetti non l’avranno vinta.

 

(Umberto chiama al cellulare)

 

Umberto: Ci sarebbe una complicazione: da giorni i genitori vanno in giro domandando della ragazza. La madre minaccia di rivolgersi alla polizia.

 

Presidente: Dio mio! Mettili a tacere immediatamente.

 

Umberto: Non vorrà eliminarli!

 

Presidente: Sei pazzo? Intendo dire: offri loro una cifra congrua. Posso comprare il loro silenzio.

 

Umberto: Non so se sarà così semplice. Quando sapranno che la figlia è morta... Non sempre il dolore può essere assopito col denaro.

 

Presidente: E tu non dire che la figlia è morta. Sveglia, Umberto! Racconta loro che è partita, che risiede all’estero, lontano, il più lontano possibile.

 

Umberto: Capisco, è geniale. Siete un genio!

 

Presidente: Lascia perdere, mi raccomando che non trapeli il mio nome, per nessun motivo.

 

Umberto: Tranquillo. Inventerò una storiella incredibile. Più sarà assurda, più quegli allocchi la berranno.

 

Presidente: Bravo! Datti da fare, usa il cervello. Fantasia e iniziativa è il nostro moto! Lo dico sempre agli imprenditori.

 

Umberto: Intanto lei si metta almeno la veste da camera perché a momenti arriveranno quelli.

 

Presidente (vestendosi): Hai ragione. Non è bene che li riceva in mutande. Sono pur sempre la massima autorità del paese!


Scena seconda

Il tinello della casa di Rachele. Mauro e Umberto.

 

Mauro: Lei dice che Caterina è all’estero?

 

Umberto: Proprio così.

 

Mauro: Dove sarebbe esattamente?

 

Umberto: Mi dispiace, ma non sono autorizzato a darvi questa informazione. E’ un Segreto. Posso solo dire che è in uno stato arabo.

 

Mauro: Uno stato arabo?  In un harem? Non capisco!

 

Umberto: Mio caro, ti offrirò un argomento più convincente: cinquantamila euro.

 

Mauro: Che cosa intendete dire?

 

Umberto: L’agenzia è disposta a dare cinquantamila euro alla famiglia in cambio della collaborazione.

 

Mauro: Come sarebbe a dire “collaborazione”?

 

Umberto: Presto detto: è vostro dovere mantenere il segreto. Vostra figlia è partita. Vive in un paese lontano dove ha trovato lavoro. Va bene? Oppure pensate voi una scusa migliore. Spremetevi le meningi. In fin dei conti vi si chiede poco per la bellezza di una cifra del genere.

 

Mauro: Però vorremmo saperne di più, ad esempio se la ragazza sta bene, che genere di lavoro fa esattamente, quando ritornerà.

 

Umberto: La ragazza sta benissimo. Non posso dire di più.

 

Mauro accendendo il televisore: Per me potrebbe anche andare, ma Rachele…non so se si accontenterebbe. Va in giro come una pazza domandando a tutti se hanno visto la figlia.

 

Umberto: A lei devi pensarci tu. L’Agenzia non gradisce che si vada in giro a parlare dei suoi agenti.

 

Mauro: Caterina sarebbe un agente? Incredibile! Quella ragazza scriteriata un agente segreto?

 

Umberto (annuendo col capo): Proprio così. Ti ho detto anche troppo. Cerca di convincere tua moglie con le buone o con le cattive.

 

Mauro: Mi sembrate più propenso per le cattive!

 

Umberto: Quando sono in gioco gli interessi dell’intera nazione, siamo purtroppo obbligati a prendere in considerazione ogni soluzione.

 

Mauro (con aria spaventata): Capisco.

(Volge lo sguardo verso il televisore dove stanno proiettando le scene truculente di un film del terrore)

Ma guarda in che casino s’è andata a cacciare quella sgualdrina.

 

Umberto: Cinquantamila euro!

 

Mauro: Si, si, per me va bene

 

Umberto: D'altronde non hai scelta. Ormai sai troppe cose. Alla madre, provvedi tu.

 

Mauro: Ha la testa dura quella! Ma cinquantamila euro non li butterebbe nessuno dalla finestra. Se va proprio male, getterò lei dalla finestra.

 

Umberto: Come vuoi, ma attento a non fare chiasso. Non ci piace che la polizia vada a ficcare il naso nei nostri affari, ne va il bene della Nazione, dell’Umanità.

 

Mauro: Accidenti. Chi avrebbe mai detto che quel fiorellino selvatico sarebbe diventato così importante. Dell’Umanità addirittura!

 

 

Umberto: Proprio così. Quindi acqua in bocca. Caterina è andata a studiare oltreoceano. Se non è proprio necessario, non devi specificare esattamente dove. Si mantiene con una borsa di studio e con qualche lavoretto.

 

Mauro: Non è che faccia la prostituta in Marocco?

 

Umberto: Non dire scemenze!

 

Mauro: Era una battuta.

 

Umberto: C’è poco da ridere. Sono cose delicate. Questo colloquio resti tra noi. Tua moglie non ne deve sapere.

 

Mauro: Come faccio a non dirle…

 

Umberto: Potresti raccontarle che un signore è venuto a comunicarti che la figlia è all’estero per ragioni di studio.

 

Mauro: E i soldi, che scusa trovo.

 

Umberto: Vediamo un po’. I soldi…niente, dì pure che un uomo ti ha detto che Caterina lavora per un’organizzazione e che questa ti ha dato i soldi come anticipo dei suoi guadagni. In fin dei conti, lei è minorenne ed è giusto che gli stipendi siano versati ai genitori.

 

Mauro: Giustissimo.

 

Umberto: Allora intesi? Devo andare, ti saluto. Mi raccomando il segreto!

 

Mauro: Non dubiti (Umberto è uscito di scena) Non ne dubiti, per carità. Figuriamoci, siamo povera gente e cinquantamila euro ci farebbero proprio comodo. Io e mia moglie stiamo andando verso la vecchiaia e più si diventa vecchi più si ha bisogno. Quella scriteriata tornerà a momenti. Cosa le dico? La verità, che un tale è venuto in casa e mi ha raccontato le belle cose che combina la sgualdrina di sua figlia. Però cinquantamila euro non sono pochi, accidenti. Sarei curioso di sapere cosa ci fa in Arabia Caterina.

(Si immerge nell’ascolto della televisione che parla di extraterrestri)

 

Televisione: Ancora avvistamenti di Extraterrestri. Si parla di contatti personal che alcuni abitanti avrebbero avuto con esseri alieni. Prosegue l’esodo fuori mura. La città si svuota. La protezione civile raccomanda di guidare con prudenza e di non bere alcolici.

 

Entra Rachele

 

Rachele: Nessuno l’ha vista, Sembra essersi dissolta nell’aria

 

Mauro: Di chi stai parlando?

 

Rachele: Di chi vuoi che parli, di mia figlia.

 

Mauro: Proprio ora è uscito un signore che sapeva dove si trova. Se fosti arrivata un istante prima avresti sentito cosa diceva di tua figlia.

 

Rachele: E’ venuto qui un uomo che sa dove si trova Caterina? Chi sarebbe e come fa a sapere…

 

Mauro: Non so chi sia. E’ certo che mi ha raccontato una storia…Caterina sarebbe una specie di Spia, un agente segreto e si troverebbe in missione nei paesi arabi. Cose grosse, ne andrebbe il destino dell’Umanità. Mi ha  raccomandato di dirti tutto, ma che rimanga tra noi, Tu mantieni il segreto,  perché quello mi ha pure minacciato. Se parli ci ammazzano senza troppi complimenti.

 

Rachele: Tu sei pazzo e questa storia è frutto della tua mente malata.

 

Mauro: Adesso viene il bello!  L’Agenzia ci darà cinquantamila euro di indennizzo. Dico: cinquantamila euro, sono una cifra!

 

Rachele: Se fosse vero, c’è sotto qualcosa di losco. Sono semplicemente terrorizzata  (piange)

 

Mauro: Smettila! Non è colpa nostra, semmai è quella pazza di tua figlia che ci ha messo in questo pasticcio. Quell’uomo parlava seriamente. O tacciamo ed incassiamo i soldi, o ci fanno la pelle. Non abbiamo scelta. E ringrazia Caterina, quando la vedi, se da stanotte non dormirai più tanto tranquilla.

 

Rachele: Sappi che non mi lascerò intimorire da questa storia. Ammesso che non te la sei inventata, vorrei proprio vederlo quell’uomo.

 

Mauro: Lascia perdere. Quando avrai i soldi in banca sarai certa che non mi sono inventato nulla.

(Il palcoscenico si fa buio)

 

Rachele: E’ venuta a mancare la corrente. E’ gia successo. Dicono che sono gli extraterrestri che utilizzano la nostra energia per le astronavi

 

Mauro: Pure gli extraterrestri! Troppi misteri in questa casa!


Scena terza

Il Presidente e Umberto. Il palcoscenico è vuoto. Due fari illuminano i personaggi.

 

Umberto: Missione compiuta. Ho parlato con il padre di Caterina. Ha accettato volentieri di tacere. Non ha fatto nessuna obbiezione. C’è soltanto un problema: quel filibustiere ha domandato ottantamila euro d’indennizzo. Una cifra spropositata. Pare che  non sia interessato tanto al destino di sua figlia, quanto ai soldini. Nemmeno un cane venderebbe il proprio cucciolo per un chilo di carne macinata!

 

Presidente: Non ti sapevo così sensibile!

 

Umberto: Non ho figli, ma quando si tratta di bambini!

 

Presidente: Va bene comunque. Ottanta, cento, anche duecento, se necessario. Purché questa faccenda finisca qui.

 

(si spegne la luce che illumina il Presidente)

 

Umberto: Avrei potuto chiedere duecentomila euro. Il vecchio è proprio terrorizzato. Lo tengo in mano.

 

(S’accende la luce del Presidente)

 

Presidente: Vai dal cassiere. Mi raccomando, niente assegni né bonifici. Contanti, che non lascino traccia.

 

Umberto: Tranquillo, penso a tutto io. A proposito, una brutta notizia.

 

Presidente: Lo sapevo! Ne hai sempre una buona ed una cattiva. Sentiamo.

 

Umberto: Binetti non ha mangiato la foglia, non ha accettato l’offerta.

 

Presidente: Idiota di un giornalista. Gli farò passare la voglia di scrivere idiozie! Capisci? In altri tempi avrei potuto sorridere delle sue velenose tirate contro di me, ma in questo momento non possiamo permettercele, con il processo che non si sa dove vada a parare, anzi lo sapiamo troppo bene! E l’accidente di quella disgraziata fanciulla! Per giunta minorenne. Chi l’ha portata a casa mia?

 

Umberto: Non vorrei dirlo ma è stato Maurizio. Ha sbagliato, errore comprensibile.

 

Presidente: Ma la vedevi tu? Le labbra tinte in quel modo sfacciato, le unghie, credevo fosse una prostituta. Volevo toglierla dalla strada, ne avevo pena. Ecco, ancora una volta un’opera buona mi si rivolta contro!

Ho riflettuto molto in questi giorni. Mi rendo conto d’essere invecchiato, Questa persecuzione mi ha logorato più del previsto, Anche la salute comincia a tradirmi…mi sono detto che ci vuole un successore ed ho pensato a voi due. Maurizio è un uomo onesto e preparato, ma troppo, come dire, molle. Si molle. Mi sembra il termine giusto. Quando si ha il comando bisogna non farsi troppi scrupoli riguardo ai mezzi che occorrono per raggiungere il giusto fine. Tu sei un delinquente, ma se saprai indirizzare la tua opera nella direzione che io ti ho mostrato in questi anni, che è quella giusta, farai un grande servizio al Paese. Ritornando a Maurizio, sarà bene che scenda di un gradino. Non sarà più dei nostri. I progetti li elaboreremo io e te e qualche altro: sto pensando a un giovane.

 

Umberto: Sono commosso. Il bene del Paese è sempre il primo nei suoi pensieri. Lo sarà anche nei miei

 

Presidente: Lo spero. Intanto io non mollo. Ci vuole ben altro che quattro giudici comunisti a costringermi a dimettermi. Andiamo avanti, Umberto. Tutti ci domandano questo: di continuare nella nostra opera moralizzatrice del paese.

 

(Si spegne la luce del Presidente)

 

Umberto: Il dado è tratto! Il vecchio satrapo sta per mollare. Lo scettro sarà presto nelle mie mani. Calma, mi raccomando, calma Umberto! Non essere precipitoso. Lui è più sospettoso di un serpente a sonagli!


Scena quarta

Interno di un cafè. Luca, Gianfranco e barista. Un grande schermo con notizie di un telegiornale.

 

Gianfranco: Siamo agli sgoccioli. Tra poco i giudici si pronunzieranno. Voglio proprio vedere se avranno il coraggio di smentire l’opinione della gente che è chiarissima: Lui è innocente!

 

Barista: Non ha importanza. Loro devono valutare le prove, L’opinione della gente è manipolabile. Per fortuna la Magistratura è ancora indipendente.

 

Gianfranco: Questa è la solita cantilena. Lui, grazie ai giornali che possiede, sarebbe il manipolatore del popolo. Stanne certo che lui nemmeno li legge i suoi giornali.

 

Barista: Già, però i suoi salariati…

 

Gianfranco: Chiudiamo questa discussione, E’ la solita. Ognuno la pensi come vuole. Dammi una birra.

 

Barista: Tieni, rinfrescati il cervello. Te la offro.

 

Improvvisamente lo schermo si oscura e appare l’immagine dei ruderi bruciati di Fidelia e il Presidente con a fianco una ragazza e guardie del corpo. Una musica violenta attira l’attenzione dei tre allo schermo.

 

Gianfranco, avvicinandosi allo schermo: Ma quella non è la ragazza che cercavi?

 

Luca: Caterina!

 

Barista: La conoscete? Carina, ma scordatevela, se è entrata nel giro del Presidente non c’è nulla da fare per nessuno.

 

Luca: Caterina al seguito del Presidente. Ecco allora dove devo cercarla. Domanderò a lui. Non avrei mai pensato che pure lei fosse sostenitrice, forse tra i fedelissimi! Non l’ho mai vista alle riunioni.

 

Barista: Fedelissimi, riunioni? Chiamatele riunioni. Io direi che sono delle ammucchiate, da quel che si dice in giro.

 

Gianfranco: Smettila, fammi il piacere. Non so cosa veniamo a farci in questo locale. Birra ne vendono in qualsiasi bar. Luca, andiamo.

 

Luca (pensieroso e scuro in volto): C’è qualcosa di poco chiaro. Non mi piace… Caterina non si è mai interessata di politica. Lei dice sempre che non si sente parte di nulla, tanto meno di un partito, nemmeno di una società. Certamente esagera, però non la vedo a fianco al Presidente.

 

Gianfranco: Lascia perdere questi calcoli campati in aria. Sii contento che non si trova in una comunità di tossico o in un bordello.

 

Barista: Un bordello! Hai detto bene. Non sarà la classica casa chiusa, ma ci andiamo vicino!

 

Il telegiornale riprende le notizie normali

 

Barista: Cambiando discorso, è vero Luca quello che si dice in giro, che hai fermato un gruppo di cittadini che volevano assaltare un’astronave?

 

Gianfranco: Ma va! Ancora questa bufala degli extraterrestri. Basta! Hanno inventato che sono partiti e non se ne parli più!

 

Luca: Devo trovare il Presidente al più presto. Lui sa dove si trova ora Caterina, prima che Rachele si rivolga alla polizia e ne nasca un nuovo scandalo.

 

Barista: Bravo! Proprio un nuovo scandalo. La tua amichetta è carina e potrebbe non essere lì per caso!

 

Gianfranco: Hanno detto che sono partiti stamattina all’alba.

 

Luca: Si. Li abbiamo visti, ma non è detto che siano partiti tutti. Questo non possiamo saperlo. Sono tra noi da secoli e non so se siano andati via proprio tutti.

 

Gianfranco: Tu stai delirando!

 

Barista: Allora è vero quello che raccontano

 

Luca: Si, una decina, alcuni armati di fucile, volevano assaltare un’astronave. Figuriamoci, con dei fucili da caccia! In un attimo sarebbero stati sterminati. Poi, per cosa? Sono pacifici e non hanno preso nessuno. Non è vero quello che si dice, che hanno rapito della gente per studiare il cervello. Temevo per il Presidente e poi per Caterina. Chiunque avesse un parente o un amico scomparso dava la colpa agli extraterrestri.

 

Gianfranco: Cosa sentono le mie orecchie! Dunque gli extraterrestri sono esistiti davvero? 

 

Barista: Prima o poi doveva accadere. Miliardi di stelle, di pianeti, e noi soli nell’Universo?


Scena quinta

Il Presidente, Umberto e il regista

 

Presidente: E’ mai possibile che sia circondato da un branco d’idioti? Ho detto chiaramente che tutti i filmati dovevano essere autorizzati da me prima che andassero in onda e invece quello non era autorizzato, non l’avevo nemmeno visto.

 

Umberto: Come sia stato possibile, nessuno lo sa dire. Certamente una svista colossale.

 

Presidente: Una svista? Altro che svista, spero proprio per il responsabile che sia stata una svista, se no, giuro sui miei figli che gli tiro il collo con le mie stesse mani. Ti rendi conto? Quel film costituisce una prova che la ragazza era con me, non solo che la conoscevo.

 

Umberto: Già, tuttavia, se nulla traspare, non ci sarà bisogno di prove e di giustificazioni. L’immagine finirà nel dimenticatoio come tante altre. Anzi, ho dato ordine che venga distrutta.

 

Regista: Non è stata filmata da me. Abbiamo cercato in tutti i filmati e non esiste. Non capiamo da dove provenga e chi l’abbia messa in onda. Secondo me, chi l’ha fatto ha un secondo fine, forse di fregarci…

 

Umberto: Come sarebbe a dire?

 

Regista: L’immagine è di altissima qualità sia per nitidezza sia per espressività…

 

Presidente: Che idiozie state blaterando. Cercate il filmato e distruggetelo, immediatamente!

 

Umberto: Cosa intendi dire, chi avrebbe un secondo fine a trasmettere quell’immagine e come vorrebbe fregarci?

 

Regista: Qualcuno che vuole proporsi al posto mio. La concorrenza è feroce. Soltanto non sapeva, poveretto, quale gaffe stava commettendo! Mi viene da ridere al pensiero di come sarà accolto dal principale, quando si presenterà!

 

Umberto: Di fesseria in fesseria. Sarai bravo a fare filmati, ma in quanto a ragionamenti…faresti bene a tenere la bocca chiusa.

 

Presidente: La situazione sta assumendo tinte fosche. Qualcuno sta tentando d’incastrarmi. Qualcuno bene informato…da chi? (fissando Umberto) E non dirmi adesso che sono stati gli extraterrestri!

 

Umberto: Indagheremo. Giuro che indagheremo a fondo e lo scopriremo.

 

Presidente: Presto. Bisogna fare presto! E una volta preso, staccategli le orecchie come a un somaro! I giudici sono rinchiusi da due giorni in camera di consiglio. Qualunque sia la sentenza, se balzasse fuori pure la sorte di quella povera ragazza e rimanessi impigliato nella rete che i miei avversari immancabilmente appresteranno, sarebbe la fine!  

Ora devo andare. Sentite come chiedono di me, non hanno pazienza. E’ meglio che mi affacci, sono il Presidente più amato. Al giorno d’oggi tutti i potenti della terra hanno qualche problema. Guardate soltanto cosa accade sul Mediterraneo! Io invece…non saranno quattro cretini a sovvertire il voto popolare. Tu fammi un bel servizio per i notiziari, che si veda la piazza gremita.

(Presidente e regista escono)

 

Umberto: Bene, bene! E’ inutile che mi racconti frottole. Noi due sapiamo benissimo che i consensi sono in caduta libera! A forza di balle, nessuno più crede alle promesse dell’ultimo minuto, buone soltanto a carpire i voti degli ingenui. E tu carissimo amico sconosciuto, terrestre o extraterrestre, chiunque tu sia, mi hai fatto un grosso favore. Mai e poi mai avrei pensato una cosa simile. Tutti l’hanno visto a braccetto con la ragazza. Ora sente cigolare il portone del carcere. La vecchia volpe sente i corni e l’abbaiare dei cani, il loro fiato puzzolente sul collo! Lo tengo ancora sulla graticola e quando sarà cotto a puntino…

 (Entra Maurizio)

 

Maurizio: Ancora adunanze

 

Umberto: Il presidente ha bisogno di mostrare il consenso popolare che lo circonda. E’ furibondo. S’è visto in TV con la ragazza.

 

Maurizio: Cosa c’è di male? Una valletta.

 

Umberto: Non lo sai? La ragazza è morta di overdose, si dice, nel letto del Presidente.

 

Maurizio: Come? Non capisco

 

Umberto: Hai capito benissimo: nel suo letto. E lui andava domandando chi ce l’avesse messa nel suo letto! Diceva che era la solita trappola tesa dai Comunisti.

 

Maurizio: Ho portato io Caterina, perché facesse la valletta.

 

Umberto: Lo so. Nessuno per fortuna ha osato fare il tuo nome, per lo meno in mia presenza. Se lui avesse saputo, infuriato com’era, non saresti qui adesso.

 

Maurizio: Dio mio! Caterina doveva fare la valletta, come tante altre, non la puttana del suo letto.

 

Umberto: Sei ingenuo. Il vecchio marpione, quando sente odore di carne giovane, non si fa scrupoli.

 

Maurizio: E’ pazzesco! Quando è successo?

 

Umberto: E la piccola ha sniffato per tutta la notte, forse per vincere la ripugnanza di quel corpo di vecchio incancrenito. All’alba di ieri ha avuto un blocco respiratorio. Lui in mutande invocava aiuto, cercava i comunisti sotto il letto. Dovevi esserci!

 

Maurizio: E’ terribile. Nessuno sa niente?

 

Umberto: Nessuno. Tutto è stato sistemato. Ho parlato al padre della ragazza e con una cifra congrua l’ho convinto a tacere. Rimane la madre.

 

Maurizio: Rachele

 

Umberto: Appunto. Pare che continui a fare domande, che sia intenzionata a rivolgersi alla polizia. Non è che ci preoccupi più di tanto, tuttavia…per questo ci serve il tuo aiuto.

 

Maurizio: Il mio aiuto, di che genere? Non voglio entrarci in questa faccenda.

 

Umberto: Ti sbagli, ci sei già dentro. Come hai detto poco fa, sei stato tu a mettere la ragazza nel letto del Presidente.

 

Maurizio: Io non ho messo nessuna ragazza in nessun letto.

 

Umberto: Lo so benissimo. Ma nella sua mente, per autoassolversi, immagina trappole inesistenti e tu… Già ti ritiene tiepido.

 

Maurizio: Penso che ciò basti per un divorzio, non ti pare?

 

Umberto: Si, credo che basti, Ma da lui non è così facile divorziare. Dimentichi che è l’uomo più potente del mondo. Guarda cos’è accaduto al tuo amico Binetti.

 

Maurizio: Cosa è accaduto. Non dirmi…

 

Umberto: Non leggi i giornali? E’ in prima pagina: ha violentato una cameriera del Bristol. Pare sia scomparso. La sua casa è assediata dai giornalisti, sua moglie e i due figli sono rinchiusi dentro pieni di rabbia e vergogna.

 

Maurizio: Sono senza parole

 

Umberto: Bravo! Non dire nulla. Tanto quando apri bocca non fai che danni. Prima la ragazza, poi Binetti…Se ci avessi messo più convinzione nel parlargli, forse avrebbe acconsentito ad entrare nel serraglio del Presidente. Certamente la sua carriera giornalistica sarebbe finita, ma lui, la sua famiglia, poveretti, non sarebbero finiti in quel modo. Caro mio, sai bene, perché me l’hai insegnato tu, quali interessi sono in gioco. Ora pensaci. Devi fare un ultimo favore, poi vai per il tuo destino, se vuoi.

 

Maurizio: In cosa consisterebbe questo favore?

 

Umberto: Non lo fai a me, ma alla famiglia di quella povera ragazza. Se la madre continuasse a fare domande, se denunciasse la scomparsa della figlia, le capiterebbe…una disgrazia…sarebbe eliminata, in altre parole, lei e il marito. Capisci, la cosa è in mano alla malavita. Se tu convincessi la donna a tacere…solo tu puoi farlo, avete avuto una relazione in gioventù. Forse è rimasta una simpatia, della tenerezza, è rimasto un ricordo…

 

Maurizio: Sai anche questo?

 

Umberto: Gli archivi, caro Maurizio, sono un pozzo senza fondo. Non sai quali tesori…

 

Maurizio: Volevo aiutare quella ragazza. E’ così difficile oggi per un giovane trovare lavoro.

 

Umberto: Si, aiutare. Ma alla fine dei nostri buoni propositi, oppure forse è meglio dire all’inizio, all’origine dei nostri intenti c’è sempre una causa, un primum movens che fingiamo di non conoscere, tanto è sordido, inconfessabile anche a noi stessi.

 

Maurizio: Cosa intendi dire?

 

Umberto: Noi tutti vogliamo piacere al Presidente perchè è fonte di benefici. Parlo di lui, ma voglio dire di chiunque detenga il potere. Non siamo altro che cortigiani, sporchi, cinici cortigiani.

 

Maurizio: Io avrei spinto quella povera ragazza nel baratro per compiacere…per i suoi benefici?

 

Umberto: E’ così

 

Maurizio: Tu vaneggi!

 

Umberto: Per nulla. Non sono mai stato così lucido di mente

 

Maurizio: Dio mio! Il rimorso mi perseguiterà per il resto dei giorni. A volte le conseguenze delle nostre azioni, anche del tutto involontarie, ci provocano una pena indicibile che ci accompagna per tutta la vita.

 

Umberto: Del tutto involontarie? Vorresti farmi credere che non eri a conoscenza dei vizi del Presidente?  Come mai attorno a lui tante belle ragazze? Perché di brutte o bruttine non se ne vedono…

 

Maurizio: E’ umano che un uomo ami circondarsi di belle donne.  Ma che ci vada a letto è un’altra cosa.

 

Umberto: Un’altra cosa? Pochi spicci e la ragazza s’infila nelle tue lenzuola con il beneplacito dei genitori. Ti pare una tentazione da poco? Diresti di no, tu?

 

Maurizio: Ti giuro che non sapevo. Non ho nemmeno immaginato una cosa simile. Se penso all’età…

 

Umberto: Più si è vecchi e più si diventa viziosi. T’afferra una specie di smania e credi di potere riacciuffare la giovinezza esercitando il vizio in modo sempre più sfrenato. Ma la vita ti sfugge comunque.

 

Maurizio: Dove si trova Caterina?

 

Umberto: Sepolta in un blocco di cemento.

 

Maurizio: Mio Dio!

 

Umberto: Ha provveduto la malavita. Per questo ti dico: metti riparo al primo sbaglio convincendo la madre a tacere. E’ gente spietata e usa maniere sbrigative.

 

Maurizio: Farò di tutto, prometto che farò di tutto.


Scena sesta

Una panchina di un parco pubblico. Rachele

 

Rachele: Mi ha lasciato un messaggio invitandomi a incontrarlo nel parco. Spero di avere capito bene: la panchina di fronte all’Annunciata. Non può essere che questa. Mi guardo attorno, anche lontano. Se c’è uno che aspetta è lui. Sono molti anni che non ci rivolgiamo la parola. Lo vedo ogni giorno, quando entra in facoltà. Non mi saluta. Non so se m’ignora oppure non mi vede per distrazione. E’ stato sempre con la testa nelle nuvole dei suoi pensieri. Per questo l’amavo!

 

(Passa Maria)

 

Maria: Ciao Rachele, come stai? Ci sono novità di tua figlia?

 

Rachele: Non si sa nulla. O meglio, è venuto un tale a raccontarci delle storie. Sono più preoccupata di prima.

 

Maria: Quanto tempo è che non la vedi?

 

Rachele: Sono dieci giorni.

 

Maria: Non è poi tanto. Ti auguro che ritorni presto e che tu possa ritrovare la serenità.

 

Rachele: Magari! Non penso ad altro, non posso più parlare d’altro!

 

Maria: Ciao, stai tranquilla e abbi forza, coraggio!

 

Rachele: Proprio ora dovevo incontrarla. Proprio adesso che aspetto Maurizio.

 

( Arriva Maurizio)

 

Maurizio: Scusa il ritardo, Rachele, ma c’era un traffico!

 

Rachele: Non fa nulla. Io pure sono arrivata in questo momento.

 

Maurizio: Sediamoci due minuti

Rachele: Come mai questo appuntamento, dopo tanti anni?.

 

Maurizio: Davvero ne sono passati tanti. Ricordi? Venivamo a passeggiare in questo parco  

 

Rachele: Certo! Facevamo chilometri a  piedi. Mi raccontavi dei tuoi studi, a volte non parlavi e camminavamo svelti ognuno immerso nei propri pensieri. Come era strano per due innamorati!

 

Maurizio: Già, a pensarci bene era davvero strano. Non parlavamo per mezzora. Tu a cosa pensavi?

 

Rachele: Pensavo: “perché non parla? Forse non mi ama” oppure: “Devo dire qualcosa, se no penserà che non lo amo” Come ero scema!

 

Maurizio: Oh Rachele! Che bei tempi erano quelli!

 

Rachele: Già! Ma non sarai venuto a dirmi questo?

 

Maurizio: No…ti confesso che non so da dove cominciare…mi mette in imbarazzo

 

Rachele: Cosa ti mette in imbarazzo?

 

Maurizio: Rachele, non pensare che io…volevo dire, ecco, che quanto sto per dire deve rimanere tra noi due.

 

Rachele: Va bene, che rimanga tra noi due.

 

Maurizio: Ti porto un messaggio, non domandarmi da chi. Ne so quanto te, ma ti raccomando di ascoltarmi. Si lamentano che vai domandando di tua figlia. Non so cosa tu cerchi, sarà bene che smetti.

 

Rachele: Cosa cerco? Ti pare che una madre non cerchi la propria figlia?

 

Maurizio: Non è questo il punto! Sarebbe giustissimo che tu cercassi tua figlia, in circostanze normali.

 

Rachele: Perché, le circostanze non sarebbero normali?

 

Maurizio: Per nulla! E’ questo il punto. Non domandarmi di più.

 

Rachele: Caterina è scomparsa. Non è come le altre volte che stava lontano due o tre giorni ospite di un’amica. Questa volta ho il presentimento che le sia accaduto qualcosa. Aiutami a trovarla! Chi sono questi che ti hanno dato il messaggio?

 

Maurizio: Ti prego! Ne va dell’incolumità tua e di tuo marito.

 

Rachele: Mi spaventi! Adesso so che i miei presentimenti sono giusti.

 

Maurizio: Ti supplico, Rachele, smettila!

 

Rachele: Non posso. E’ colpa mia se le è accaduto del male!

 

Maurizio: Ti supplico di non nominare tua figlia!

 

Rachele: Nostra figlia.......Si, tua figlia!

 

Maurizio: Mia figlia, stai scherzando?

 

Rachele: Hai dimenticato che facevamo l’amore? Un amore bellissimo. Non mi è piaciuto più farlo con nessun uomo. Nemmeno con quel poveretto di Mauro.

 

 

Maurizio: Oh Rachele (l’abbraccia) sono disperato. Potrai mai perdonarmi? Cosa ho fatto!

 

Rachele: Cosa vuoi dire?

 

Maurizio: Caterina è morta. Volevo proteggerti, volevo nascondertelo, ma ora non mi è più possibile: è morta.

 

 

 

Rachele: Sei impazzito?

 

Maurizio: E’ venuta da me perché l’aiutassi a trovare un lavoro. Era così carina, ho pensato che sarebbe stata bene come accompagnatrice, valletta. Sono pagate bene. Non avrei mai creduto che il Presidente l’avrebbe portata a letto, così giovane. Non potrò perdonarmelo mai. E’ morta una notte di overdose. Non so quale droga…

 

Rachele: Ma è impossibile! Caterina aveva un lavoro. Quando ho capito che tra lei e Luca c’era più di un’amicizia le ho dovuto dire tutta la verità: che era tua figlia. Ho sbagliato, ma cos’altro avrei potuto fare? Lasciare che s’unissero fratello e sorella? Non bastava la nostra infelicità? Adesso pure la loro.

 

Maurizio: E lei?

 

Rachele: E scappata. Se è venuta da te, è stato per guardarti da vicino, per vedere come era fatto suo padre. Il lavoro soltanto una scusa.

 

Maurizio: Perché mi hai tenuto nascosto…

 

Rachele: Tu avevi una famiglia, un lavoro a cui tenevi più di ogni cosa. Mi avresti chiesto di abortire…è stato meglio così, almeno fino a un certo punto. Adesso mi dici che Caterina è morta, ma non ti credo.

 

Maurizio: Mio Dio, abbi misericordia di me, annientami. Non lasciare che questo rimorso mi tormenti per l’eternità.

 

(entrano Nestore, Luca e Binetti)

 

Nestore: Eccoli finalmente. Siamo arrivati appena in tempo

 

Luca: Papà

 

Maurizio: Luca, che fai qui? (vedendo Binetti) Anche tu Giacomo. Questa è una vera sorpresa. Cosa succede?

 

Binetti: Ti cercavamo. Ci ha condotto Nestore

 

Maurizio: Nestore? Perché mai mi cercavate?

 

Nestore: Uomini incaricati di ucciderti stanno per arrivare. E’ meglio che veniate tutti con me. Vi spiegherò strada facendo.

 

Luca: Papà, so tutto

 

Maurizio: (abbracciandolo) Figlio mio, come hai saputo?

 

Luca: Caterina è mia sorella, per questo Rachele non ha voluto che stessimo insieme. Pensa, mi ero innamorato di mia sorella.

 

Rachele: Caterina è morta, me l’hanno uccisa!

 

Maurizio: Sai pure…

 

Luca: Accidenti, quell’uomo deve pagarla cara. E pensare che avevamo riposto in lui tutte le nostre speranze.

 

Maurizio: E’ colpa mia. Ho messo te e la mamma nelle fauci di quel mostro, per non dire di Caterina…

 

Binetti: Maurizio, non è colpa tua. Sarebbe tuttavia troppo facile affermare che è destino. Non so

 

Nestore: Smettetela di filosofare. Non abbiamo tempo, dobbiamo portare a termine questo dramma.


Scena settima

Un cantiere edile. Il Presidente ed Umberto

 

Presidente: Allora, dimmi, in quale pilastro si trova la ragazza?

 

Umberto: Non so con certezza. Forse in questo, oppure in quello. Si, quello mi sembra più probabile, è ancora fresco.

 

Presidente: Povera ragazza! Siamo certi che non la troveranno?

 

Umberto: Intendete dire il cadavere?

 

Presidente: Si, il cadavere. Non è che un giorno salti fuori e le indagini lo mettano in relazione con quel malaugurato filmato?

 

Umberto: No, state tranquillo. Solo un terremoto che abbattesse l’edificio…

 

Presidente: I terremoti mi hanno sempre portato fortuna, consensi e voti. Non vorrei che una volta mi portassero disgrazia. Sento che il vento sta cambiando.

 

Umberto: Il vento è volubile e cambia facilmente direzione, ma lei è un abile timoniere.

 

Presidente: Lascia stare. Non è questo il momento per le adulazioni

 

Umberto: Fino a qualche mese fa i giudici stavano sotto il nostro tacco. Ora sono diventati spavaldi. Mi è stato bisbigliato in un orecchio che vorrebbero dichiararla colpevole di truffa e corruzione.

 

Presidente: Maledetti loro!

 

Umberto: Purtroppo non abbiamo fatto in tempo a cambiare le leggi.

 

Presidente: Vorresti dire che dovremmo dichiarare legale la truffa?

 

Umberto: Perché no? Chi vuole che sia esente da una colpa simile in questo dannato paese?

 

Presidente: Maurizio, ad esempio, Binetti

 

Umberto: Sono due pagliacci, niente di più. Binetti è nascosto in casa di suo cugino. Al momento opportuno lo andremo a prelevare e lo sbatteremo in galera. In quanto a Maurizio…

 

Presidente: In quanto a Maurizio…concludi. Credevo che foste amici per la pelle.

 

Umberto: Ha dimenticato che la ragazza che dorme dentro questa bara di cemento l’ha portata lui a palazzo? E’ evidente che voleva intrappolarci.

 

Presidente: E’ possibile, ma non ne sarei sicuro. Caro Umberto, sei abbastanza perfido da essere adatto a succedermi alla guida del partito e del popolo. Scriverò una specie di testamento politico. Qualunque cosa mi accada, tutti sapranno che sei tu il delfino. Non è necessario che ti raccomandi d’essere duro e spietato con i nemici. Compra gli indecisi e quando non ti servono più eliminali come foglie secche. Trasformati continuamente. La gente deve vedere in te l’uomo nuovo, anche se li guidi da venti anni, perché tu hai sempre delle sorprese, delle promesse nuove, che naturalmente non potrai mantenere, ma così belle che ci crederanno ad occhi chiusi. Ricordati: l’uomo è innanzi tutto un sognatore. Sappi suscitare paura di qualsiasi cosa: del comunismo, degli stupratori, degli immigrati. Quando senti che il consenso sta scemando, tu lancia un nuovo allarme, fa che tutti scarichino le loro frustrazioni, rivolgano il loro senso di precarietà su qualcuno e tu naturalmente farai finta d’essere il loro protettore, il loro giustiziere.

 

Umberto: Anche con tre processi sul groppone.

 

Presidente: Non fidarti di nessuno. Ma non so perché ti dico queste cose! Le sai benissimo. Anzi dovrei io stesso prendere lezioni da te!

 

 

 

 

(Entrano Nestore e gli altri seguiti da quattro extraterrestri in divisa militare)

 

Nestore: Signori buon giorno, signor presidente!

 

Umberto: Come mai? Non è permesso di entrare nel cantiere

 

Nestore: Noi entriamo ovunque senza bisogno di permessi

 

Umberto: Dove sono finiti quelli della Sicurezza? Maurizio, cos’è questa sceneggiata (indicando i quattro extraterrestri che hanno movenze da automi)

 

Maurizio: Non è una sceneggiata, è una cosa molto seria.

 

Binetti: Da questo momento possiamo dire che la vostra Repubblica e decaduta. Inizia la terza, o la quarta Repubblica, non so, dipende dai punti di vista.

 

Presidente: Che intendete dire?

 

Binetti: Non io, ma la ragazza che dorme in questo cemento lo dice. E’ tempo che voi farabutti abbiate quello che vi spetta!

 

Luca: Giuro che se avessi un’arma li ucciderei.

 

Presidente,: Luca, anche tu, mi stupisci!

 

Maurizio: Cosa non abbiamo visto e sopportato a causa di voi due!

 

Umberto: Io e te eravamo come fratelli

 

Maurizio: Ho scoperto in te un’ipocrisia che non avrei mai immaginato.

 

Umberto: E’ la politica

 

Maurizio: Si può fare politica in modo onesto

 

Umberto: Sei il solito ingenuo idealista

 

(il palcoscenico s’affolla di tutti i personaggi e le comparse)

 

Nestore: Scusate se vi interrompo. Ho ritardato la partenza della mia astronave perché volevo aiutarvi a fare pulizia in casa, ma ora dobbiamo proprio andare.

 

(i quattro automi ammanettano il Presidente ed Umberto)

 

Presidente: Chi sono costoro? L’esercito è nelle nostre mani

 

Umberto: Evidentemente ci hanno tradito. Chiedete di parlare col ministro della Difesa

 

Presidente: Come vi permettete, questo è un colpo di stato, un insulto alla volontà del popolo che mi ha eletto!

 

Nestore: Non è un colpo di stato, solo un viaggetto di qualche migliaio di anni luce. Vi porteremo a governare un pianetino di un’altra galassia

 

Presidente: Tradimento. Voglio parlare con i miei ministri

 

Nestore: I tuoi ministri vi stanno aspettando. Non viaggeranno senza di voi.

 

Presidente: Aiuto, aiuto! Si attenta alla volontà della nazione!

 

Umberto: Smettila, vecchio scemo, non hai capito che per noi è finita?

 

Nestore (rivolto ai presenti): E’ giunto il momento di dividerci.

 

Luca: ci vedremo ancora?

 

Nestore: Non credo sia possibile. Se mai torneremo sarà tra qualche migliaio di anni. La vostra vita è troppo breve. Altri saranno al vostro posto. Luca, ricordati che la vita è un dono fragile. La libertà è un dono fragile. Difendila contro tutto e contro tutti. Ricordati che senza di essa non è possibile essere felici. Devo ammettere che sono stato bene in mezzo a voi e mi dispiace lasciarvi. Cos’altro posso dire? Vedete voi, se proprio non potete essere felici, fatte in modo che ognuno abbia una vita dignitosa. Non siate avidi di beni materiali, perché se il vicino non ha di che vivere anche il vostro benessere è finito: comincerà ad impadronirsi di voi la paura e la  violenza regolerà le vostre leggi. Il progresso ha senso se conduce alla felicità di tutti. Questo ho imparato nel tempo  trascorso sulla terra. Siete stati voi ad insegnarmi, senza neppure saperlo, il valore della fratellanza e della solidarietà. Non date retta a questi farabutti. Ricordate: non compariranno altre astronavi, non ci saranno altri extraterrestri a liberarvi!

Bene, addio allora, addio a tutti.

 

(Luce accecante).


*

Malinconia






Mentre scendevamo per il sentiero ripido e sassoso Marco, il più grandicello dei miei figli, mi domandava: “Papà, dov’è la mamma?” Io rispondevo che era andata a casa e che ci stava aspettando. Dopo qualche minuto mi ripeteva la stessa domanda, forse perché s’era dimenticato, oppure perché non era del tutto convinto. Così giungemmo ai piedi della roccia che era il crepuscolo.
Era stata una rara giornata di sole di quell’autunno incredibilmente piovoso. Proposi a Lidia di fare una passeggiata in montagna per vedere i colori del bosco che si tingeva di rosso e d’oro. Prendemmo con noi i bambini e in meno di mezz’ora giungemmo alla roccia. C’inerpicammo per un sentiero che, ora ripido ora in dolce pendio, portava sopra un altipiano di prati e boschetti di noccioli. Da quell’altezza si poteva godere il sole tiepido d’Ottobre ed inebriarsi dei colori dolci e tristi dell’Autunno. Sicuramente se avessi avuto con me Elena non avrei resistito all’impulso di abbracciarla, vinto dalla tenerezza del suo corpo, dalla dolcezza di quel paesaggio che si stendeva sotto i nostri piedi con colline verdi e gialle sparse di casolari tranquilli.
Invece avevo al mio fianco Lidia: la malinconia autunnale andava a peggiorare la depressione che s’era impadronita di lei quando era nato Giulio. Eravamo molto affiatati. Eravamo felici, e ancora più uniti quando avemmo Marco, il primogenito. Con la seconda gravidanza cominciò a penetrare nella sua anima una tristezza senza fine. Lei, che era una ragazza spensierata, che amava partecipare alle feste, che amava frequentare le compagnie d’amici, si chiuse in un cupo pessimismo che coinvolgeva chiunque le fosse vicino. Accadde così che sia io che i bambini cominciassimo ad allontanarci da lei con tanti piccoli e grandi sotterfugi. I bambini si fermavano il più a lungo possibile a scuola e all’asilo. A volte li portavo al cinema o a fare una passeggiata nel parco cittadino. Lidia rimaneva in casa con la scusa che doveva riordinare, ma in verità il suo male le impediva d’applicarsi con interesse a qualsiasi cosa. Una semplice passeggiata, una sera al cinema o a casa d’amici, si tingeva per lei del grigiore del vuoto e della noia. L’intervento di specialisti, i farmaci sempre diversi e sempre inefficaci, non fecero che peggiorare la situazione. La nostra famiglia, che una volta era stata allegra e felice, era diventata triste; la nostra casa era fredda come il cuore di Lidia. Se i primi anni avevo cercato in tutti i modi una soluzione, e il mio amore per lei, rimanendo immutato, mi procurava un gran dolore, col passare del tempo, forse per sfuggire all’angoscia, il mio cuore s’era intiepidito. A sera tornavo mal volentieri dall’ufficio. Mi fermavo spesso al bar con un collega a discorrere, ad ammazzare il tempo, e veramente s’intuiva che non avevo voglia di rincasare.
Passeggiavamo sopra un tappeto di foglie. I bambini giocavano a rincorrersi Io li seguivo con gli occhi, preoccupato che s’avvicinassero troppo al bordo del precipizio, dove le pareti altissime delle rocce cadevano bianche e lisce giù fino al piano. Lidia, chiusa in una muta malinconia, era completamente indifferente al pericolo che potevano correre i piccoli, indifferente alla bellezza del paesaggio, alla mia presenza.
Quando conobbi Elena la mia vita si spaccò in due. Venne un giorno in ufficio a trovare suo marito. Nessuno poteva supporre che un tipo insignificante come Armando Paoli potesse avere una moglie così bella. Il suo ingresso riempì la stanza di una luce, di una dolcezza che rimanemmo tutti senza fiato. Quell’ufficio ingombro di carte polverose divenne improvvisamente un nido di piccoli aquilotti, perché così ci sentivamo noi impiegati, come ritornati all’infanzia, quando bastava la presenza, il sorriso di una bambina, per farci sognare. La rividi alcuni giorni dopo, quando Armando m’invitò a casa sua per completare un lavoro dopo cena. Da allora ci frequentammo all’insaputa del marito, naturalmente. Dopo qualche mese Paoli fu trasferito all’estero e tornava a casa due tre volte l’anno. Sebbene vivesse sola, Elena non volle mai che ci vedessimo a casa sua. C’incontravamo nell’appartamento del fratello scapolo, che pure viveva all’estero: un appartamentino in Via Marconi dalle pareti bianche e azzurre, un vero nido dove consumavamo il nostro amore con la golosità vorace di due bambini dinanzi al gelato preferito. Quando tornavo a casa, il silenzio e il malumore che riempivano le stanze dall’aria viziata, perché Lidia non apriva mai le finestre, m’erano divenuti ancora più insopportabili. Presi ad uscire dopo cena, a frequentare assiduamente il bar e l’ultimo spettacolo del cinema. I bambini andavano di frequente a casa della nonna, mia madre, e sempre più spesso ci passavano l’intero pomeriggio.
Anche Alberini, il padrone della ditta, aveva notato Elena e le faceva una corte garbata. Lei mi raccontava tutto: mi mostrava i biglietti che le scriveva, il conto del ristorante, quando l’invitava a cena in compagnia di un’amica, gli orecchini e perfino un costoso braccialetto che le aveva regalato, in premio, perché il marito aveva combinato un buon affare battendo la concorrenza. Lei rideva di tutto questo. Era veramente un angelo, una creatura superiore. Io mi sentivo lusingato che preferisse al padrone un impiegato qualunque, un uomo dall’aspetto mediocre come me. Mi dicevo che l’amore non si compra a nessun prezzo, che esistono delle affinità che uniscono lo spirito e la carne di un uomo e di una donna con più forza che il Magnetismo due calamite o la Gravità due corpi celesti. Maturava in me la voglia di ricominciare. Non vedevo un futuro nel rapporto con Lidia, una via d’uscita. Anzi, dopo aver incontrato Elena, non m’auguravo più di trovare alcuna via d’uscita. Pensavo che a quaranta anni fosse mio dovere cambiare vita. Non ritenevo possibile né giusto consumare nell’angustia e nella tristezza ciò che rimaneva della mia esistenza, accanto ad una donna che non amavo, che non desideravo più. Mi tratteneva il timore di dover separarmi da Marco e Giulio, di farli soffrire, come sempre accade quando i genitori si dividono. L’amore per i figli è così viscerale, così dominante, che non sono frutto di pura fantasia quelle storie di genitori che danno in pasto alla loro prole perfino la propria carne.
Una volta Elena mi disse che sarebbe stato meraviglioso vivere insieme come marito e moglie. A quelle parole mi nacque una grande speranza: che ritornassero gli anni felici, quando non vedevo l’ora di rincasare per abbracciare mia moglie e i bambini. Il lavoro mi sembrava allora una lunga sospensione della vita, che riprendeva soltanto tra le mura domestiche. Tutto ciò poteva avverarsi se solo avessi avuto la possibilità di vivere con Elena, che amavo immensamente. Le chiesi se sarebbe stata capace d’amare i bambini come se fossero stati figli suoi. Ella era entusiasta di quel bellissimo sogno ad occhi aperti in cui presi l’abitudine di rifugiarmi, come in un’altra dimensione, ad ogni pausa della giornata e di notte, nelle lunghe ore d’insonnia, di cui soffrivo da parecchio tempo.
Ma la storia prese una svolta tragica il giorno in cui Elena mi disse che il marito le aveva chiesto il divorzio. Pare che Armando si fosse fatto una nuova famiglia nel paese dove lavorava.
Passeggiavamo sul prato madido d’acqua delle piogge torrenziali di quei giorni. Il fango e le foglie adesi alle suole delle scarpe le rendevano scivolose. Ascoltavo le voci dei bambini che s’erano allontanati rincorrendosi dietro un dirupo. Sentivo dietro di me i rametti secchi dei noccioli schioccare sotto i piedi di Lidia che mi seguiva in silenzio. Mi fermai sul ciglio del precipizio e lei al mio fianco. Nel fondo uno spiazzo di sassi e rocce già in ombra, nero e grigio, proprio come uno s’ immagina il fondo dell’abisso. Eravamo saliti da un sentiero secondario e non avevamo incontrato anima viva, così pure sul pianoro. Ero in apprensione per i bambini, che s’erano allontanati troppo. Come fa a non preoccuparsi dei bambini? Elena si preoccuperebbe. Hanno bisogno di una vera mamma. Facevo pressappoco questi pensieri ascoltando le loro voci che si rincorrevano, si chiamavano, come il canto delle allodole. Lidia guardava assente il panorama. Eravamo proprio al bordo del precipizio.
Pensavo che dovevo correre dai bambini, che forse erano in pericolo. Volevo stringere Elena tra le braccia, avevo voglia di lei.
Guardai in fondo al baratro e fui preso da una vertigine. Poggiai il palmo della mano sulla schiena di Lidia. Sentii sotto la giacca a vento l’adipe del suo busto cedevole alla pressione delle dita. Il suo corpo sembrava disarticolarsi come quello di un fantoccio imbottito di stracci. Senza un grido, senza una minima resistenza precipitò nel vuoto. Vidi sui sassi grigi e neri la macchia blu della sua giacca, la macchia rossa del suo sangue. Corsi dai bambini che giocavano a rimpiattino. Li presi per mano e scendemmo per lo stesso sentiero da cui eravamo saliti. Marco mi diceva “Papà dov’è la mamma?” ed io rispondevo che era tornata a casa perché non stava bene, e che ci aspettava. Li portai a casa di mia madre. Erano stanchi, li lasciai davanti al televisore, mentre la nonna preparava la cena. Quando arrivai a casa vidi due macchine della polizia davanti al portone. I poliziotti mi aspettavano in compagnia dei vicini. L’ufficiale mi disse che dovevo andare con loro in ospedale perché era accaduta una disgrazia. Mia moglie s’era uccisa buttandosi nel vuoto.
Non dovetti nemmeno fingere. Avevo gli occhi gonfi di pianto e la disperazione dipinta sul viso. Uscito, infatti, da mia madre, avevo telefonato ad Elena per dirle che finalmente potevamo vivere insieme, che non appena avesse ottenuto il divorzio ci saremmo potuti sposare, che potevo nel frattempo trasferirmi a casa sua, oppure andare a vivere insieme in campagna. Elena mi lasciò parlare senza interrompermi, poi disse che non voleva sposarmi, che non se la sentiva, che voleva essere libera. Andai a casa sua, bussai alla porta, ma non aprì. Rimasi per strada, stordito. La richiamai sul cellulare. Mi rispose che non voleva vedermi più, di lasciarla in pace, e mentre balbettavo le mie scuse per averla disturbata, riattaccò. Non m’accorsi neppure della Maserati azzurra di Albertini parcheggiata accanto al marciapiede di fronte.
Piansi disperatamente come un bambino. Poi vidi le luci della polizia, pensai che era finita, che avevano scoperto tutto e sarei andato in prigione, che non avrei più rivisto i bambini. Quando l’ufficiale mi disse che Lidia s’era uccisa, ebbi un sospiro di sollievo. Mi allungai sul sedile e scoppiai in singhiozzi.

*

la ragazza del tirasegno

La ragazza che gli sorrise sotto le palpebre viola aveva occhi celesti e labbra di fuoco che sapevano di zucchero filato.
Una fitta nebbia avvolgeva il parco cittadino con un cotone sporco e grigio. Le luci del lunapark, il suono della musica gli pareva giungessero da lontani spazi interstellari.
“Vuoi provare?” Gli disse “Ci sono ricchi premi”
Era uscito per fare una delle solite passeggiate senza meta, e senza volerlo s’era diretto verso il giardino pubblico, forse attirato da quei misteriosi fumi, bagliori e suoni che promettevano un mondo diverso dal solito fatto di case basse, strade rettilinee, piazzette spoglie che costituivano i quartieri della città oltre torrente.
I ricchi premi consistevano in un pupazzo di stoffa dall’espressione malinconica, un pesciolino rosso in una bolla di vetro, poco più di un bicchiere, una grancassa di latta in miniatura.
Se avesse avuto un figlio o dei nipotini, avrebbe avuto almeno un motivo per sparare a quei cavallucci di plastica dalla forma malamente abbozzata, che costituivano gli inermi bersagli del gioco. Pensò di tentare ugualmente per mettere alla prova la sua abilità di tiratore scelto, così lo insignirono da militare, ma erano dieci anni che non imbracciava un’arma. Sparò dieci colpi: naturalmente il fucile era truccato e i cavallucci poterono continuare la loro corsa scandita dalla triste musica del carillon.
La ragazza rideva scotendo i riccioli biondi scarmigliati: “Non avete fortuna stasera”
“Pare proprio di no, ma potrò rifarmi al gioco della pesca” disse deponendo il fucile sul bancone. Il gioco della pesca era nel banco successivo. Bisognava pescare con un retino i pesciolini di plastica che nuotavano nell’acqua di un piccolo stagno agitata dalle pale di un mulino. Il gioco era governato da un ragazzo che non doveva avere più di venti anni al cui viso due grossi baffi conferivano un’ambigua maturità.
Lei lo fissò con occhi improvvisamente seri: “Se vuoi, quando arriva mia cugina a darmi il cambio, puoi accompagnarmi a casa, non dovrebbe tardare”
Alfredo si fermò al tirassegno. Era passato dietro al bancone e porgeva il fucile ai giocatori. La ragazza metteva su la musica e ritirava i soldi. Adempiva a queste funzioni con ammirevole serietà.
“Questa la dedico a te” disse quando cominciarono le note della colonna sonora del film “Il dottor Zivago”. Lui non rispose. La musica irrompeva a tutto volume evocando immaginari campi innevati dove la slitta del dottore scivolava divenendo sempre più piccola e nell’allontanarsi lasciava posto nella sua mente, con una fitta di nostalgia, all’immagine della spider rossa dello studente di Medicina che gli aveva portato via Gisella, l’unica donna della sua vita, se di donna si poteva parlare, Gisella infatti era poco più di una ragazzina, aveva allora sedici anni e lui non ne aveva ancora diciotto.
Studiavano nello stesso Liceo. Ogni giorno facevano insieme la strada di casa. Quando lei s’accomiatava dalle amiche, camminavano in silenzio, scambiando ogni tanto brevi commenti sulla giornata, frammenti di una conversazione che non decollava mai, forse perché lei non aveva argomenti e lui era troppo timido.
Non aveva avuto il coraggio di chiederle di uscire al pomeriggio, di andare al cinema o altro. Fino a che un giorno, all’uscita di scuola, mentre lui aspettava che lei salutasse le amiche, Gisella gli fece un breve cenno con la mano e salì su una spider rossa che la portò via. Da allora tutte le mattine, all’uscita di scuola, c’era quella spider ad attenderla, il cui proprietario, seppe poi, era uno studente di Medicina alcuni anni più grande di lui.
Alfredo ne sofferse moltissimo. Odiò a tal punto gli studenti universitari che dopo il diploma non volle continuare gli studi, con grande disperazione della madre che voleva fare di lui un ingegnere navale, come il padre, che era morto schiacciato da una putrella d’acciaio nel cantiere.
Quella musica gli metteva tristezza e pure quel gioco semitrufaldino lo amareggiava.
S’era pentito di aver promesso alla ragazza d’accompagnarla a casa.
Quando arrivò la cugina, una moretta che sprizzava un’incontenibile allegria dagli occhi nerissimi, la ragazza gli fece cenno col capo che potevano andare. Si avviarono per il viale, tra i giochi del lunapark. Molti gestori salutavano la ragazza che procedeva a testa alta, felice forse di sfoggiare quell’accompagnatore dall’aspetto distinto.
“Dove abiti?” Le domandò Alfredo
“In fondo al parco, al limite del bosco” A nord il parco si continuava con un bosco di betulle abitato da ghiri e scoiattoli. Un luogo che evocava nella mente d’Alfredo le fiabe dell’infanzia. Passato il lunapark s’inoltrarono nella nebbia appena rotta dalla luce dei fanali sempre più radi che rischiaravano il marmo delle statue neoclassiche. Procedevano mano nella mano, come due innamorati, scambiando pochi sorrisi.
“Non mi hai detto nemmeno come ti chiami!”
“Maria. Anche io non so il tuo nome”
“Mi chiamo Alfredo, come quello della Traviata. Conosci l’opera? Mio padre era un fanatico di Verdi e quando sono nato mi ha messo questo nome. Amami Alfredo, quanto io t’amo!” si mise a cantare. Era felice, come non era mai stato in vita sua. Forse camminare in quel mondo sfocato dalla nebbia, con l’orizzonte tangibile a non più di due passi, in compagnia di una ragazza, perfetta sconosciuta che gli stringeva la mano, lo compensava del lunghissimo tempo di solitudine a dialogare con se stesso, a scambiare scarne parole con la vecchia madre, e poi neppure quelle.
Maria rideva: “Davvero dice proprio così: amami Alfredo?”
“Certamente: amami Alfredo, quanto io t’amo. Violetta era una prostituta e Alfredo, giovane poeta, s’era innamorato di lei. Anche Violetta infine l’amava. Ma il padre di lui le impose di lasciarlo”
“Tu ce l’hai un padre?” Domandò Maria fattasi seria
“No, mio padre è morto che ero piccolo. Tu ce l’hai invece?”
“Io manco l’ho conosciuto. Senti, è bene che ci lasciamo a questo punto” Si guardava attorno pensierosa.
“Non vuoi che ti accompagni fino a casa?” Le strinse la mano fino a farle male
“E’ meglio di no”
“Perché? A me fa piacere. Hai detto che non è lontano. Su, proseguiamo!” Aveva notato l’improvviso cambiamento d’umore di Maria e s’era pentito di averle parlato della traviata.
“Perché sei triste? Fino a poco fa ridevi, poi, improvvisamente, ti sei rabbuiata”
Maria sorrise. Erano arrivati al limitare del bosco e s’inoltrarono per un sentiero appena segnato tra le siepi di bosso e le betulle.
“Ti prego lasciami, ritorna indietro!” Più s’inoltravano nel bosco più Maria era agitata. “Potresti voler bene a Violetta, anche se è una prostituta?” gli domandò a un tratto. Al cenno d’assenso di Alfredo aggiunse: “E se fosse una ladra?” “Che importa. Se lei mi amasse…”
“E se fosse un’assassina?” avrebbe voluto aggiungere, ma la lama del coltello fu più veloce della sua parola. Alfredo, trafitto al ventre sorprese un’espressione di dolore negli occhi della ragazza. Caduto a terra sentì il calore del sangue che inzuppava la maglia sotto la camicia, vide l’ombra di un animale selvatico o forse di un ragazzo dai baffi neri, dall’espressione troppo seria, sul petto le mani incredibilmente piccole e sottili di Maria che gli sfilavano il portafoglio nella tasca interna della giacca. I due si allontanarono nella nebbia, mentre il bosco risuonava d’infiniti richiami e il freddo del suo corpo fu un tutt’uno col ghiaccio che induriva la terra.







*

Alice è sempre la migliore





SALVATORE SOLINAS


























La mano sotto la lampada scialitica ha un pallore irreale. Come irreale è l’ambiente della sala dove giaccio sdraiato, coperto da panni cartacei. Il chirurgo, un piccoletto dai baffi brizzolati e gli occhi tristi mi ripete lentamente per l’ennesima volta che l’intervento che sta per farmi è altamente invalidante, che la sezione del nervo della mano renderà l’arto inutilizzabile. Mi ha fatto firmare parecchie carte ed una dichiarazione che acconsento all’operazione, anzi, ne richiedo insistentemente l’esecuzione. Ripete per l’ultima volta, prima di procedere all’anestesia locale, che non è sicuro della moralità di questo gesto chirurgico che, sezionando il nervo, farà della mano una propaggine senza alcuna capacità sensitiva e la priverà della meravigliosa proprietà conoscitiva tattile, non inferiore a quella dell’occhio e dell’orecchio.
Ma se potesse sapere il motivo reale della mia determinazione, accetterebbe volentieri di denervarmi non solo la mano, ma il braccio intero. Gli dissi una volta che se non mi avesse liberato da questa sensazione perversa di formicolii, dolori sordi e soprattutto scosse di corrente elettrica, che sembrano correre per le dita fino a solleticarmi dolorosamente i polpastrelli, lo avrei autorizzato a tagliarmi la mano! Durante le visite, dovrei dire colloqui, perché tra noi s’è instaurata una certa confidenza, se non addirittura familiarità, lui mi ha proposto ripetutamente una visita psichiatrica: non perché mi credesse matto, diceva, ma per avere un profilo psicologico. Perché a volte lo psicologo (termine meno inquietante che sta per psichiatra) aiutava nella terapia. Di fronte al mio risoluto rifiuto si rassegnò acconsentendo ad un primo intervento di liberazione del nervo, che non sortì alcun effetto. Ma nell’attesa della puntura dell’anestesia, che io so dolorosissima, devo riprendere la storia dall’inizio.
Tutto cominciò con un trasloco.
Nel Dicembre dell’anno scorso morì mia madre. Così decisi di traslocare in un appartamento più piccolo. Dopo che mia sorella si sposò e lasciò la famiglia per farne una per proprio conto, ero rimasto con mia madre che da parecchi anni era vedova. Mi dispiaceva lasciarla tutta sola mentre s’ingrigiva nella vecchiaia. Ora era lei che mi lasciava solo e non potevo sopportare di vivere in quelle stanze così ricche di memorie. Ricordo che durante il funerale la morte d’Isotta mi risuonava in mente con la sua struggente, drammatica dolcezza. Quella musica non mi lasciò mai, almeno finché vissi in quella casa, rinnovando nel cuore il dolore della perdita di mia madre e l’inconfessata delusione per il suo tradimento, per avermi lasciato quando io avevo dedicato a lei i miei anni migliori.
Già dalla prima infanzia amavo la musica e tutte le situazioni della vita s’accompagnavano, come al cinema, con una colonna sonora, che nell’adolescenza era rappresentata da musiche per clavicembalo vivaci e spensierate d’autori italiani. Erano allora giorni felici, confortati e protetti dall’amore di mia madre, che dipanava con la sua dolcezza gli inquietanti enigmi dell’adolescenza. Con l’inoltrarmi nella maturità, sonate più meditative e profonde d’autori tedeschi contrassegnavano la mia giornata. Per questo motivo ho studiato al conservatorio. Non essendo portato per alcuno strumento in particolare, scelsi di specializzarmi in storia della musica. Grazie ad alcune pubblicazioni ben riuscite sulla musica per clavicembalo sono considerato, lo dico senza falsa modestia, uno dei maggiori esperti in questo campo. Adottando la scusa che l’appartamento era troppo grande per viverci da solo, espressi il desiderio di trasferirmi in un’altro più piccolo di nostra proprietà, che proprio allora si rendeva sfitto. Mio cognato si offerse d’aiutarmi mettendo a disposizione il camioncino della sua ditta. Il marito di mia sorella commercia in acque minerali. E’ un uomo alto e grosso, così pure i suoi due figli che mi furono di valido aiuto nel trasportare i mobili. Portai via solo il minimo indispensabile con i numerosissimi libri che ho raccolto in tanti anni d’insegnamento e di solitudine. Fu nel caricare sul camioncino la scrivania in noce massiccio che accusai una fitta ai polsi che si propagò al palmo della mano e alle dita, provocando una dolorosa contrattura che durò per almeno due ore. Col riposo le mani ritornarono normali, ma qualche giorno dopo cominciai ad accusare formicolii e scosse elettriche alle dita, soprattutto di notte, quando nel silenzio perfetto potevo leggere ed ascoltare le mie musiche.
Il medico mi diede degli antinfiammatori che presi con la stessa diligenza con cui sono solito compiere ogni mio dovere. Per alcuni giorni sembrava che il farmaco fosse efficace. Una notte ero seduto in poltrona a leggere, con Gaspare, il mio bel soriano, che sonnecchiava sulle ginocchia. Mentre accarezzavo il suo pelo morbido e liscio, lui faceva sommessamente le fusa. A un tratto s’accese nel cervello un brano dei salmi di Stravinsky ed un intenso prurito m’invase le mani. Nel salire dei toni della musica, il prurito si trasformò in piccole scosse che correvano sotto le unghie delle dita. Gaspare si svegliò e mi guardò con un’espressione di stupore mentre la mano gli si serrava alla gola. Aprì la bocca mostrando i denti aguzzi di felino e le zampe senza unghie inutilmente tentarono di graffiare la mano serrata come una morsa. Morì così il povero Gaspare. Stravinsky mi risuonò a lungo. Rimasi io e il piccolo corpo inutile. Sul far del giorno lo portai fuori in una busta di plastica e lo buttai nel cassonetto dei rifiuti. Quel gesto mi liberò dalle note che ormai disordinatamente, frammentariamente urlavano nel cervello e potei andare a dormire. Nei giorni che seguirono mi sentii guarito. Pensai che quella notte avevo avuto una crisi, come si usa dire quando i sintomi di una malattia aumentano drammaticamente per poi scomparire altrettanto rapidamente e il malato, che credeva di morire, celebra stupito i riti della guarigione: riprende a mangiare con gusto, si cura del proprio aspetto fisico, lascia per brevi periodi il letto per sedersi in poltrona, si concede perfino qualche passeggiata di pochi metri nel corridoio di casa. Un pomeriggio ero a casa di Mirella, la mia fidanzata, la mia semimetà come lei ama definirsi. Infatti, sebbene siamo insieme da parecchi anni, non siamo sposati, non conviviamo, perché io amo troppo la mia solitudine. C’incontriamo sul suo letto per consumare un rapporto a dire il vero alquanto sbrigativo, e qualche tenerezza. Lei mi ama, credo, moltissimo. Mi accetta così, finge d’essere lei pure una single irriducibile. Ma da certe espressioni, da certe occhiate sfuggite involontariamente dal recinto degli occhi capisco che lei mi sposerebbe volentieri. Vorrebbe condividere con me una casa borghese, dei figli, una vera famiglia. Formulavo pressappoco questi pensieri, mentre lei sonnecchiava dopo l’amore. Mozart mi cullava dentro con un adagio tenerissimo. Le accarezzavo i capelli neri e ricciuti con tutta la dolcezza di quella musica, quando una scossa incominciò ad impadronirsi delle mie mani. Le dita divennero insensibili e dure. Parevano rispondere ad un comando occulto, mentre scivolavano lungo il suo collo bianco e sottile. Mi ritrassi inorridito. La musica era divenuta un lamento, un pianto. Le mani serrate in una contrazione dolorosa. Mirella si svegliò, mi guardò stupita:
“Cos’ hai, mi disse, hai una faccia!”. E veramente ero stravolto.
“ Ho un dolore fortissimo alle mani, sto facendo una cura. Mi ero illuso d’essere guarito, ma domani tornerò dal dottore”.
L’indomani andai dal mio medico, che mi prenotò una visita in ospedale. Dopo le solite trafile d’esami, fu deciso un intervento chirurgico di liberazione di un nervo della mano, che probabilmente era compresso in un canale. Sottolineo “probabilmente” perché mi dissero che in Medicina non c’é certezza, come del “diman” del Magnifico. Mi ritrovai così in questa stanza, sullo stesso letto dove ora giaccio. Il dottore, lo stesso che ora si appresta ad operarmi, mi assicurò che la puntura dell’anestesia sarebbe stata dolorosissima, ma dopo non avrei sentito nulla. In effetti, fu proprio così. Il dottore parlava lentamente, con voce tranquilla. O meglio, mi faceva parlare. Mi trascinò nel campo musicale. M’informò che l’infermiera che lo aiutava, di nome Alice, era appassionata di musica, che avrei dovuto sentirmi onorato di essere assistito da una delle migliori infermiere d’Europa. La ragazza dagli occhi vivaci e intelligenti (solo gli occhi potevo vedere, perché il resto del viso era coperto dalla cuffia e dalla maschera) protestò che “una delle migliori” non voleva dire niente. “ Una o é la migliore o non vuol dire niente!” e che il dottore diceva così di tutte. Accompagnando le parole con gesti che mi ricordavano certi direttori d’orchestra, che per sottolineare le frasi musicali, lavorano di braccia, quasi a comunicare la forza muscolare agli orchestrali perché la trasformino in energia sonora. Discorremmo di musica: condividevamo la passione per la musica Jazz. Le consigliai alcuni buoni autori poco noti. Quando il dottore terminò il lavoro, non potevo dire se era passata un’ora o un minuto. Sicuramente aveva usato una tecnica di suggestione ipnotica per alleviarmi l’ansia. L’operazione ebbe buon esito e un mese dopo mi sottoposi allo stesso trattamento all’altra mano. Passarono circa tre mesi. Una sera, uscivo dal cinema, vidi Elisa Manfredi che rincorreva inutilmente il bus sul ciglio del marciapiede. Elisa era una mia allieva, direi una delle migliori, aveva una prodigiosa abilità col violino. Sapevo che abitava in un paesino vicino. I suoi genitori erano contadini. La ragazza era timida e schiva. Tornava sui suoi passi delusa e preoccupata, poiché era quella l’ultima corsa. Quando mi offersi di accompagnarla a casa arrossì, fece qualche diniego, ma infine accettò. In principio ci fu un silenzio imbarazzato: la sua timidezza mi metteva a disagio. Tentai qualche domanda sulla scuola, sulle sue aspettative, i suoi progetti. Intendeva studiare composizione. Le dissi che sicuramente sarebbe divenuta primo violino, perché pensavo che era una delle migliori. Mi venne da sorridere ricordando che così si esprimeva il mio chirurgo. Piano piano mi riempiva le orecchie una dolce sonata di violini: Chopin. Sulla strada, appena rischiarata dai fari, una donna leggiadra correva, o meglio volava, ora precedendo, ora seguendo l’automobile, ora celandosi dietro un tiglio o una siepe. Presi la stradina che portava alla casa di Elisa. Mi fermai al cancello. “Bene, eccoci arrivati!” Il violino cantava nel mio cervello e nel mio cuore. La signora era scomparsa o ci osservava nascosta chissà dove. “Non scordarti la borsetta!” Gliela infilai fin su la spalla e le accarezzai i capelli morbidi. “Grazie professore” La musica era divenuta dolcemente insopportabile. Le accarezzai una gota e la mano scivolò alla gola. Erano riapparse le scosse e le dita si serravano implacabili. Invano Elisa m’afferrò il polso. Né io né lei potemmo staccare quella mano chiusa che lentamente la privava del bene del respiro. La bocca spalancata, negli occhi un’espressione di dolore, Elisa morì così, senza più dire, senza sapere perché. La sua vita di talento musicale era finita. La misi seduta ai piedi di una quercia e andai via.
Il violino suonava. Il violino di Elisa, forse. Quella struggente dolorosa dolcezza non mi abbandonò per tutta la notte.
Passarono due settimane di lavoro intenso. I giornali fecero un gran parlare di Elisa. Andarono a scavare nella sua vita d’adolescente: la famiglia, le amicizie. Fu sospettato un ragazzetto che pare la corteggiasse senza successo. La povera Elisa era sposata alla musica. Non aveva altra passione, altro piacere nella vita.
Una Domenica, uno di quei pomeriggi di fine estate, così struggenti, così dolci, che vorresti versarli in una coppa per berli tutti, per goderli interamente come un vino delizioso, e invece come fiumi limpidi ti sfuggono tra le mani, non assaporati, non goduti, per andare a sfociare nell’immenso estuario della notte, mi ero recato al tennis in compagnia di un amico. Non pratico alcuno sport. Ogni tanto vado ai campi di tennis perché é piacevole sedersi al bar all’aperto, chiacchierare del più e del meno, gli sportivi sono maestri nei discorsi vacui, sorseggiare una bibita fresca. Tutto é fresco e piacevole. Nella mia testa c’é Bach, ci sono i giardini brandemburghesi. Godevo la spensieratezza dell’ora, la nitidezza dei colori, la vigoria gioiosa degli atleti, e perché no? la vista delle ragazze, i loro corpi traboccanti di salute. Fu allora che conobbi una signora quarantenne. Una bella signora dalla carnagione d’avorio, i capelli biondi con grandi boccoli che viravano al rosa. Un trucco discreto addolciva i lineamenti del viso un po' troppo marcati, donando ai suoi occhi azzurri e alle labbra rosa la luce di certi meriggi d’aprile, quando uno squarcio di cielo azzurro illumina e addolcisce l’aria ancora pregna d’acqua piovana. Era una signora simpatica, di carattere semplice e sereno, che neppure le disavventure della vita avevano potuto offuscare. Mi raccontò che era rimasta orfana all’età di dieci anni a causa di un incidente aereo in cui persero la vita i genitori. Per fortuna fu allevata da una zia. All’età di diciotto anni fu lasciata dal fidanzato allorché scoperse di essere incinta. Aveva allevato il figlio da sola rivelandosi una buona madre ed un’eccellente educatrice. Gestiva un negozio di biancheria intima in centro città. I suoi argomenti preferiti di conversazione, oltre le sue disgrazie, vertevano sui viaggi, soprattutto nei paradisi esotici, che io immaginavo con un certo disgusto violati, deturpati dal turismo di massa. La stavo ad ascoltare, o meglio osservavo il suo bel viso, mentre Vivaldi e Albinoni mi suonavano dentro. I suoi discorsi non m’interessavano affatto. Mi piaceva la mimica della sua bocca, lo stupore dei suoi occhi nel descrivere bellissimi tramonti nei mari del sud, che io pensavo specchiati da grattacieli di cemento e cristallo, sorti ai margini di bianchissime spiagge, che tanto tempo fa suscitarono lo stupore dei primi esploratori a causa della loro bellezza, ma che ora solerti spazzini a stento mantengono pulite dalle cartacce e dalle latine di Coca-cola. Una sera passeggiavo per il centro. Era l’ora di chiusura dei negozi. S’udiva ovunque lo sferragliare delle saracinesche abbassate e il cicaleccio delle commesse che si riversavano sulla strada. Osservavo quel rito quotidiano della nostra civiltà, quando lo sguardo andò a sbattere contro una vetrina dove finissime mutandine e reggiseno di pizzo facevano bella mostra di sé davanti a cartoni raffiguranti fanciulle seminude o con spumeggianti vestaglie da camera. Sull’uscio accanto c’era lei. Mi guardava divertita della mia assorta distrazione. La salutai con più allegria di quanta in verità la mimica del mio viso fosse capace di produrre normalmente. M’invitò ad entrare nel negozio. Era sola, mi disse, perchè la commessa era ancora in ferie. Le chiesi, per essere spiritoso, se aveva fatto buoni affari, e chi mai poteva indossare quelle strane mutande trasparenti che esibiva in vetrina. Mi rispose che quelle servivano per attirare gli sguardi, per invogliare ad entrare a curiosare. Quello era il primo passo, l’ouverture dell’opera, per fare un acquisto anche non proprio necessario. La seguii nel retrobottega: una stanzetta costipata da scaffali colmi di scatolette. Si sedette su una poltroncina per cambiarsi le scarpe. Le chiesi se fosse soddisfatta del suo lavoro. Mi guardò dal basso in alto con una dolce espressione mansueta, mentre trafficava con i lacci delle scarpe. Mendelssohn possente e tranquillo riempiva di note quel bugigattolo triste. Mi disse che non amava quel lavoro, ma era indispensabile perché le dava sicurezza. Mi disse che nella sua vita aveva riso assai di rado e non ricordava momenti veramente felici. Le misi le dita tra i boccoli. I suoi occhi erano diventati languidi, come se si preparassero ad un incontro d’amore. Le labbra semichiuse parevano respirare l’aria lentamente come per assaporare meglio il bacio dell’amante. La mia mano in preda a scosse tremende era corsa alla gola morbida. Le sue pupille si dilatarono quando le dita si serrarono intorno alla glottide che scricchiolò come un guscio d’uovo infranto. La lasciai seduta sulla poltroncina di vimini, con ai piedi le scarpe di vernice slacciate e le pantofole comode da lavoro posate per terra. Uscii avendo cura che nessuno mi vedesse. La musica riempì quel bel tramonto che indorava il cielo oltre i ponti del fiume. Credo che fosse l’ultimo tramonto di quell’estate cui seguirono giorni e giorni di pioggia torrenziale. Comparve sul giornale due giorni dopo. La bionda signora, di cui non ricordo il nome, fu trovata a tarda sera da un metronotte insospettito dall’insolito orario di chiusura del negozio. Fu trovata seduta tra le scatolette di mutande, con le sue tristi storie stampate sul bel viso. Il delitto fu messo in relazione con quello di Elisa. Si parlava di un mostro che s’aggirava per le strade tranquille della nostra città. V’era pure un identikit che non m’assomigliava affatto. C’era un testimone che aveva visto da lontano un uomo uscire dal negozio. Il classico coperchio che il diavolo pentolaio non fa mai, per cui tutti i malandrini prima o poi sono acciuffati. Ero dunque un mostro. Questa parola mi risuonò in testa per tutta la giornata. Ebbi orrore di me stesso, delle mie mani che ritenevo responsabili di quelle azioni terribili. In esse, solo in esse era la forza occulta che si serrava attorno al collo di quelle povere creature spezzandone l’esile stelo della vita. Telefonai al mio chirurgo e domandai una visita urgentissima. Mi ricevette quel pomeriggio stesso. Gli dissi che l’intervento era completamente fallito, che i sintomi erano tornati uguali, anzi peggiori di prima. Lessi sul suo viso la meraviglia e la frustrazione. Mi fece ripetere un EMG, una TAC, una RMN e un’encefalografia. Tutti gli esami risultarono negativi. Il mio chirurgo pareva procedere tentoni nel buio, sprofondare in un calmo pantano di considerazioni scientifiche, d’ipotesi fantasiose. Gli dissi che volevo fortemente che mi tagliasse i nervi delle mani perché quel dolore m’era diventato insopportabile. Sapeva che mentivo. Lambiva con gli occhi i lobi dove nascevano i miei pensieri, con i suoi discorsi tra il serio e il faceto esplorava le circonvoluzioni, le cisterne del mio cervello alla ricerca di una verità inconfessabile. Mi propose ancora una visita psichiatrica che io rifiutai protestando la mia totale sfiducia in quella branca della medicina. Alla fine acconsentì leggendo in me una sincera disperazione. Uscivo dall’ospedale dopo l’ultimo colloquio in cui fissammo la data dell’operazione, era sera, pioveva. La città era tutta fradicia. Era come se l’avessero appena ripescata dal fiume col suo bel abito di seta antico inzuppato d’acqua. Vidi al margine del marciapiede una ragazza che mi guardava con insistenza. Era Alice, l’infermiera. Il suo viso antico di ragazza, in tutto somigliante a quello della Madonna di Rubens nella celebre Visitazione, mi sorrideva dagli occhi sprizzanti schegge di luce e d’allegria. Aspettava l’autobus per andare a casa. Accettò un passaggio: era una di quelle ormai rare persone intellettuali che disdegnano di guidare l’automobile. Mi chiese come stavo. Le dissi che le mie mani stavano bene. Proprio come le macchine quando le porti dal meccanico, da diversi giorni c’era stata una completa remissione della sintomatologia. Nel mio pellegrinaggio da un padiglione all’altro dell’ospedale, per tutte le analisi ed esami, avevo assorbito il linguaggio dei dottori costituito di frasi fatte il cui significato non m’era sempre completamente chiaro. E proprio per questo n’ero affascinato. Parlammo di musica, dei padri dello Jazz, di cui Alice era appassionata. Arrivammo dinanzi alla sua casa, in una stradina della città vecchia, male illuminata da una lampada quasi del tutto esaurita. Ci demmo la mano per salutarci. Mi disse che avrebbe assistito volentieri all’operazione. Pioveva a dirotto, ad ogni passaggio del tergicristallo compariva la strada lucida e nera, attorno le sagome delle case vecchie come grigi fantasmi. Le sfiorai con le dita un’orecchia elogiando gli orecchini d’argento in cui era incastonata una pietra verde, o un pezzo di plastica, non saprei. Nel cervello s’era accesa la cavalcata delle Valchirie. Le domandai se amava Wagner. Le scosse e i formicolii s’erano impadroniti di tutta la mano che si serrava attorno al suo collo. Invano cercò di liberarsi. Nei suoi occhi splendeva una fievole luce dolorosa, un rivolo di saliva sgorgò da un angolo della bocca. La tragicità potente di Wagner risuonava insieme al battito implacabile della pioggia e al ritmo affannoso dei tergicristalli. Spensi il motore ed uscii dalla macchina. Passeggiai per la città vecchia incurante della pioggia. Alice era morta, la mia mano l’aveva uccisa! Questo pensiero serpeggiava tra le pause della musica. Riparai in un cinema. Dopo mezz’ora ero di nuovo in strada. La pioggia era divenuta sottile e calma. Entrai in una trattoria. Cenai svogliatamente. Le Valchirie nel mio cervello, la morte d’Alice, il mostro. Tornai alla macchina. Era l’una, aprii la portiera di destra, afferrai Alice per le ascelle e la tirai fuori. Lo sforzo fu enorme. Il corpo di un morto dovrebbe pesare meno di quello di uno vivo, almeno per quel flatus animae. Ma chi mai ha pesato l’anima? La misi seduta accanto al muro di casa. Pure da morta destava simpatia.
Ora sono qui, sul tavolo operatorio. Ho stretto i denti al dolore della puntura dell’anestesia.
Il dottore mi presenta la nuova infermiera che sostituisce la povera Alice scomparsa in quel modo incredibile. Una ragazza, da quello che posso vedere, con due grandi occhi azzurri, luminosi. Il dottore m’informa che é una delle migliori ferriste. “ Sì, proprio una delle migliori, dice la ragazza, perché Alice é sempre la Migliore” E due grandi lacrime, splendenti come due gocce di cristallo, sgorgano sotto le lunghe ciglia, giù per le gote, fino ad inzuppare la mascherina di carta che le cela il viso.

*

la pizza di Milano

Aveva gridato per tutta la giornata “Berlusconi, Gelmini, assassini della scuola”. Aveva perfino cantato con i suoi alunni “Bella ciao” e c’era stato un momento che gli era sembrato d’essere giovane, quando negli anni settanta occupava il liceo. Rientrato a casa, un appartamento di trenta metri quadri in centro di Milano, s’era sentito triste, svuotato. In fin dei conti, s’era detto, cosa gli importava che avessero ucciso la scuola? E poi era proprio vero? E anche se così fosse stato, cosa mai sarebbe cambiato nel bel paese che non era affatto in decadenza, ma che era decaduto del tutto, che aveva toccato il fondo. Questi discorsi era solito fare in corridoio ai colleghi: alla Marini, a Trancossi, a Ottaviani, il preside che stava per andare in pensione, e questi lo ascoltava serio e gli diceva “Spero che non parli così davanti ai suoi alunni”. I suoi alunni! Aveva davanti le loro facce annoiate, i loro occhi persi nel vuoto, mentre recitava la lezione del giorno. Se sgridava uno di loro perché non aveva studiato gli rinfacciavano che loro di tutta quella cultura non sapevano che farsene, che tanto non avrebbero trovato lavoro. Non avevano torto, e quando infine l’avessero trovato, non avrebbero più avuto voglia di lavorare. Cosa era cambiato dopo che lui da studente aveva bloccato per mesi interi il liceo, a cosa erano servite le manifestazioni in piazza, i sit in? A nulla. Il Sistema s’era rivelato un muro di gomma, capace di assorbire ogni insulto con fenomenale pazienza, schierando i suoi soldatini armati di sfollagente, silenziosi spettatori del delirio giovanile. Però in mezzo a quella cagnara aveva conosciuto Maria. S’erano strapazzati nell’aula vuota e fredda durante l’occupazione e credendo che fosse in cinta, l’aveva sposata in fretta e furia senza nemmeno avvertire i genitori. Era stato quello il segno dell’emancipazione, della massima libertà. Allora aveva venti anni. Adesso, a cinquantotto, si trovava in quell’appartamento piccolo ma così organizzato che non gli mancava nulla. Solo i suoi libri non c’erano. Li aveva venduti per rabbia assieme alla casa grande e comoda dove aveva vissuto con Maria.
“Se non li vogliono” aveva detto all’agente immobiliare “che li brucino pure” Quello aveva sorriso davanti a quell’autodafé immaginario con le labbra sottili d’inquisitore che già pregustavano l’atto di crudeltà.
Aveva diviso i soldi con la moglie e si erano salutati. Non c’erano alimenti da pagare, contese per il letto o il divano. Era stato un pacifico, freddo divorzio consensuale. E sarebbe stato meglio se si fossero accoltellati, come spesso accadeva in quelle occasioni.
Non aveva voglia di cenare. Aveva mangiato una pizza fredda e rancida che avevano comprato nel negozietto vicino all’istituto, quello che sfamava i ragazzi all’ora di ricreazione. Gli faceva schifo a vederla, ma avendo partecipato al rito della colletta per gli alimenti, non poteva ora esimersi dal condividere il pasto. Sentiva lo stomaco bruciare e se fossero sopraggiunti i rigurgiti avrebbe preso la solita pastiglietta.
Dalla finestra irrompevano le luci della notte: i fanali, i fari delle automobili, i riflessi multicolori delle insegne dei negozi. Accese la televisione: doveva scegliere tra le facce verdognole di Schifano e Rutelli a Ballarò, i balletti scosciati di RAI UNO tra un indovinello e l’altro, le patetiche storie di Chi l’ha visto, e i polizieschi di mediaset.
Aprì una latina di birra e si sedette sul letto togliendo il sonoro. Era triste e capiva che non era la solita tristezza passeggera. Si sentiva in pericolo, un uccello che cercava di volare nel vuoto gli sembrava d’essere. Se non fosse passata, quella malinconia l’avrebbe portato alla pazzia. Poteva chiamare Ignazio, altro sedotto e abbandonato, più sfortunato di lui. Ma non aveva voglia di sentire i suoi soliti lamenti, le sue professioni d’amore per la moglie che aveva sorpreso a scopare col portiere del palazzo. Meglio forse chiamare la ragazza moldava. Da un mese, ogni lunedì e giovedì, faceva le pulizie, ma solo due giorni fa aveva considerato che era carina. Aveva il suo numero di telefono per ogni evenienza. E quella era un’urgenza assoluta. Sentiva d’essere meschino, lui il contestatore che s’era appena seduto su un panchettino in piazza Duomo per promuovere l’emancipazione degli esseri umani, il diritto allo studio eccetera, ora ricorreva ai servizi di una giovanissima donna egoisticamente per vincere la solitudine. Quanto gli sarebbe costato, si domandò, venti euro? Tirò fuori della tasca di dietro dei pantaloni il portafoglio, aveva cinquanta euro intere. Avrebbe avuto il resto o avrebbe dovuto lasciarle tutto? Si vergognò di quei pensieri. Forse era meglio andare al cinema. Ce ne erano due a cento metri da casa. Uomo solo, seduto in fondo alla sala, magari a fare il piedino alla donna matura seduta accanto, sola lei pure, con il rischio che chiamasse la maschera. Esistevano ancora le maschere? Quegli uomini robusti armati di torcia elettrica che accompagnavano i clienti a sedersi nelle file delle poltrone. Erano più di dieci anni che non frequentava una sala cinematografica. Milano offriva di tutto: cinema a volontà, teatri grandi e piccoli, localini dove si tenevano spettacoli d’avanguardia, per non parlare di ristoranti e facsimili.
Lui non frequentava nessuno di quei luoghi di svago, che per lui erano occasione di noia. Poiché l’ansia montava, decise di uscire a fare due passi. L’aria era fredda, montagnole di ghiaccio stazionavano ai piedi dei tigli, vestigia dell’ultima nevicata. Si diresse verso pizza Duomo che non distava più di un chilometro. File d’automobili, gente davanti alle vetrine, negozi vuoti. E’ la crisi che avanza, pensò, maledetti commercianti adesso pagate i rialzi ingiustificati dei prezzi al passaggio dalla lira all’euro.
Ritornate a Canossa, liquidazioni in tempo di feste natalizie, mai visto prima d’ora.
Impressionante silenzio, la piazza era deserta. Solo carta, lattine di birra schiacciate, qualche bastone di legno. Deserto in Galleria. Prima almeno i disoccupati, quelli che perdevano il lavoro avevano la voglia di protestare, ora rassegnazione e il viso sorridente di Berlusconi dai manifesti. Non ne poteva più, si sarebbe messo a piangere se non fosse apparso ridicolo un uomo che piange da solo! Entrò nel bar più lussuoso che c’era, almeno all’apparenza. Il cameriere scopava il pavimento. Domandò un’acqua tonica. L’uomo
alto e sottile come un manichino di legno lo guardò con curiosità e gli allungò il bicchiere senza commentare.
Dopo che ebbe bevuto un sorso prese il telefonino e fece il numero di Maria. Gli rispose la voce di un uomo e gli parve di cadere in un pozzo. Sarebbe caduto per terra se non si fosse aggrappato al margine del bancone. Maria aveva un altro uomo. S’era rifatta in fretta! Le donne, accidenti, come sono determinate! Ora l’angoscia lo attanagliava alla gola. Avrebbe voluto restare dentro al bar, ma capiva che stava per chiudere, il cameriere aveva messo da parte la scopa e stava abbassando le tende delle vetrine. Pagò ed uscì. Stanotte sarebbe andato a dormire in stazione con i barboni. Che differenza c’era? Anche lui aveva perso tutto, s’era spogliato di tutto. Cinquantotto anni e la vita gli era sfuggita di mano. Camminò nell’aria fredda dove baluginavano i primi fiocchi di neve. Naturalmente si diresse verso casa, non in stazione. Maria era con un uomo. Mangiavano in cucina, lui lo sapeva, spaghetti ai carciofi, non sapeva fare altro, e vino bianco. Non l’aveva amata. L’aveva sposata per sbaglio e quando le furono tornate le mestruazioni aveva pensato di lasciarla. Poi, un po’ per pigrizia, un po’ perché la vita passava in fretta e tanto forti erano le aspettative, tanto era proteso verso il futuro, che il presente quasi non esisteva, e non aveva avuto il tempo di lasciarla. Infine s’era affezionato a lei come ad una sorella. Le voleva bene, aveva qualcuno con cui scambiare due parole quando tornava a casa. Ora non tollerava quell’orribile silenzio che spegneva i canti, gli entusiasmi, gli slogan urlati a squarciagola per tutta la giornata.
Gli venne irresistibile la voglia di sentire la sua voce. Rifece il numero. “Pronto” “Maria!” “Alfredo, sei tu?” “Ti disturbo? Sei con un uomo” “Sono a casa sola” “Ho chiamato poco fa e mi ha risposto una voce di uomo” “Avrai sbagliato numero”
Che cretino! Gli era sembrata per un momento la voce di Maurizio. Aveva chiamato per sbaglio il nome successivo a quello di Maria in rubrica. Gli venne da ridere “Senti, non avresti voglia di mangiare una pizza?”
“Dove ti trovi?” “in piazza Duomo” “Bene! Vieni a casa. Io intanto mi preparo” La neve s’era fatta più fitta. Cadeva silenziosa imbiancando Milano e la notte s’era fatta chiara.
Il paese forse era un vecchio relitto posato sul fondo dell’oceano economico, ma le pizze come le fanno a Milano non esistevano da nessuna parte.

*

Marina



MARINA


Incontrare Marina è stato un colpo di fulmine. Anzi, quest'espressione comunemente usata per l’amore a prima vista non chiarisce benché minimamente quello che provai. Direi piuttosto che fu un’onda anomala. Una di quelle onde che s’alzano improvvisamente dal mare e abbattendosi sulle coste lasciano al loro ritrarsi una gran meraviglia e stordimento. Ricordo che, quando distolsi gli occhi dai suoi occhi, le case attorno, gli alberi, le automobili parcheggiate in fila sul bordo della strada ondeggiavano deformi, come specchiate nell’acqua. Fu lei a chiamarmi pochi giorni dopo, essendosi sbarazzata di una relazione che languiva nella noia. Marina provocò in me un vero terremoto facendo affiorare quegli strati del paleoencefalo che l’io raziocinante custodiva ben sepolti sotto una spessa coltre di civili costumi e buone maniere.
Quando cominciai ad uscire con lei, una passione fortissima s’impadronì della mia mente. Vedevo il suo viso specchiato sui vetri delle finestre, i suoi seni, le sue cosce sullo schermo del computer. Solo pensare a lei mi provocava un intenso desiderio che esigeva imperiosamente d’essere soddisfatto.
Marina amava questa mia focosità che accendeva o raffreddava con quella perizia che le donne non imparano da alcuna parte, ma possiedono dentro, nel loro patrimonio genetico. Non si deve tuttavia credere che la nostra relazione fosse nutrita solo o principalmente dall’attrazione sessuale. In verità Marina era per me un riposo, un universo sereno, un dolce riparo al mio carattere ansioso, spesso preda dello stress. Indubbiamente con il suo carattere buono ma forte esercitava su di me una certa supremazia iniziandomi ai riti di un mondo libero e disinibito di cui fino allora non avevo sospettato l’esistenza, un mondo, lei affermava, in cui gli istinti primordiali avevano diritto d’esistere a fianco di quella che lei chiamava civile ipocrisia. Ad esempio: fu lei ad abituarmi a girare per casa completamente nudo, a mangiare carne cruda. Perché ogni animale si nutre della carne delle specie inferiori e da essa assume non solo le sostanze chimiche, ma la vitalità e quegli istinti che la moralità e la razionalità hanno ucciso nell’uomo moderno. Per acquistare tali proprietà non bisogna alterare i tessuti con la cottura. Così, quando si cenava in casa, mangiavamo delle enormi costate, crude, accompagnate da abbondante verdura d’ogni tipo. Ridevamo vedendo attorno alle labbra l’alone rossastro del sangue. Una volta si ferì col coltello con cui tagliava il pane. Mi fece leccare la ferita. Per la prima volta assaporai il suo sangue caldo e buono.
Un giorno mi disse che voleva fare un viaggio, una lunga luna di miele, perché due che si amano hanno bisogno d’appartarsi, d’essere soli al mondo. Era Gennaio, con grande meraviglia dei colleghi, presi trenta giorni di ferie sacrificando le vacanze estive. Dopo numerosi scali e cambi d’aereo, un piccolo bimotore ci condusse sopra un’isola dell’Oceano Pacifico. Atterrammo di notte. Usciti dall’aereo ci dirigemmo verso il terminal che era un edificio di legno dall’aspetto miserabile e cadente. Fu una breve passeggiata al buio, illuminati soltanto dal plenilunio. L’aria fresca aveva un profumo dolciastro di frutti esotici. Aiuole di fiori dai grandi petali carnosi circondavano l’edificio. Presi i bagagli, ci avviammo con un pulmino al villaggio dove avevamo prenotato l’abitazione.
La casa era una villetta di due stanze, una grande cucina e un bagno, tutta arredata in vimini con cuscini e carta da parati dai colori sgargianti. Grandi vetrate s’affacciavano da un lato sul mare. Dagli altri lati palme e piante ad alto fusto ci separavano dalle case vicine. Non c’erano tendaggi né scuri, perciò le camere erano invase dal plenilunio e le ombre dei mobili e delle suppellettili ingigantivano il silenzio della notte rotto a tratti dallo sciabordio delle onde infrante ai piedi della scogliera. Solitamente abitare una casa nuova e provvisoria mi desta una irrazionale apprensione. Ebbene, quella piccola casa si offerse a noi così calda e accogliente nella sua modestia, che avemmo l’impressione di abitarci già da parecchi giorni. Immediatamente riempimmo i cassetti delle nostre cose, collaudammo la doccia e il bagno. Il letto era comodo e spazioso. Il giorno seguente, smaltiti gli effetti del fuso orario, visitammo il villaggio costituito da una ventina di case simili alla nostra, divise da stradine in terra battuta dove circolavano carretti tirati da asinelli. In una palazzina quadrata, unica costruzione in muratura, era situato l’emporio. Poco distante una cappella cattolica dove alcune volte all’anno un missionario di passaggio diceva messa. L’isola poteva essere visitata tutta intera con una passeggiata di tre ore. La costa era sinuosa con spiagge bianche di sabbia finissima o di ciottoli, protette dalla barriera corallina. Per un lungo tratto a nord era costituita da un’alta scogliera dove andavano ad infrangersi le onde dell’oceano. Trascorrevamo il tempo sulle spiagge, pigramente sdraiati al sole; oppure facevamo lunghe passeggiate sulla scogliera. Marina era pensosa. I nostri rapporti s’erano diradati. Ero preoccupato, mi dicevo che la luna di miele a volte porta sfortuna.
Un pomeriggio passeggiavamo sulla scogliera, io avevo in mano un libricino, una guida della flora tropicale acquistato allo spaccio, e indicavo per nome i numerosi fiori d’ogni specie che coloravano gli anfratti delle rocce. Ad un tratto, indicando per scherzo un ciottolo bianco la cui forma somigliava lontanamente ad un fungo “Ecco un caliptus caudato, rarissimo fiore carnivoro che si nutre d’api e belle fanciulle” “E’ molto bello!” disse Marina allungando la mano per toccarlo. Non coglieva mai i fiori e non uccideva gli insetti perché affermava che l’uomo poteva fare l’automobile o l’aereo, ma non poteva fare nemmeno un microbo o una formica, e allora come si poteva ritenere preziosa una macchina e si uccidevano con noncuranza le piante e gli animali? Quando s’accorse al tatto che era un sasso, comparve sul suo viso un sorriso simile a quello di un bambino sorpreso a compiere una marachella, che spera con esso di schivare o in qualche modo d’attenuare l’asprezza della punizione. Ci fu un lungo imbarazzato silenzio. La fissai negli occhi: erano fissi, privi di luce come quelli di un cieco. Scopersi allora che Marina stava diventando cieca.
Le chiesi come mai, ma ella si schermì a lungo dicendo che non era il momento. Voleva riprendere la passeggiata, quasi fuggirmi, ma la trattenni per un braccio “Va bene! mi disse, sto diventando cieca. Ho un tumore che mi divora i polmoni e il cervello. Inguaribile. Non c’è niente da fare.” Rimasi di sasso. Quelle parole mi risuonavano attorno, erano fili neri che mi s’avviluppavano strappandomi a lei che vedevo sempre più lontana e piccola, proiettata in uno spazio vuoto. “Sto precipitando nel buio, ma non credevo che ciò avvenisse così rapidamente. Volevo averti tutto mio per l’ultima volta. Se avessi immaginato non avrei fatto questo viaggio”. Quando mi ripresi dallo stordimento, le promisi che l’avrei portata nei migliori centri, che a tutto c’è un rimedio. “Andiamo sulla luna, su Marte e non possiamo curare la tua malattia!”. Lei scuoteva il capo in segno di diniego “Non c’è niente da fare, sto diventando cieca” Le dissi che l’avrei tenuta per mano, che avrebbe visto con i miei occhi. Lei con gli occhi persi nel vuoto: “ La cecità è in fondo la metafora della morte, il buio è il nulla in cui la coscienza sprofonderà tra breve. Ma il dolore delle metastasi alle ossa è vivo e feroce (mi ero accorto, senza darci importanza, che in alcuni momenti zoppicava). E’ la carie della vita che non vuole morire”. Diceva ciò quasi in preda ad un’esaltazione mistica, e i suoi occhi sbiaditi dalla cecità parevano accendersi di una luce fosforescente. La strinsi a me con disperazione. M’implorò d’essere delicato, di non farle male. Sentii le sue lacrime sul mio petto. La strinsi con delicatezza e mi s’annebbiò la vista. Nei giorni che seguirono, non dovendo più simulare, zoppicava vistosamente. Il dolore divenne insopportabile. I normali antidolorifici non avevano più alcun effetto. Ci voleva la morfina, ma trovarne in quell’isola era un’impresa disperata. Assistevo alla sua sofferenza con impotente tenerezza. Ormai passavamo le giornate sulla sedia a sdraio davanti all’uscio di casa. Durante l’ultima passeggiata che facemmo sulla scogliera, era un mattino ventoso e le onde frangendosi ai piedi degli scogli spandevano una nebbiolina d’oro che ci avvolgeva come dentro un’icona bizantina, mi disse: “Ecco gli elementi richiedono la libertà di essere restituiti al caos. Io li ho trattenuti in me, ne ho fatto dimora della mia coscienza. Essi ora si vendicano. Il dolore mi rende la vita insopportabilmente odiosa e desiderabile la morte. Non posso più combattere contro di essi che esigono il disfacimento del mio corpo. Non permettere questo, ti prego!” Precipitavo nella disperazione, non capivo a cosa alludesse, a come avrei potuto oppormi alla sua fine. Mi sentivo disarmato, non potevo far altro che proporle di ritornare a casa: un ospedale specializzato, dottori, cure alle quali ormai non credevo nemmeno io. Un giorno, ormai completamente cieca, non potendo più resistere al dolore mi chiese di condurla sulla scogliera per buttarsi giù e farla finita. L’angoscia ottenebrava la mia mente, tuttavia quei giorni si sono impressi nella memoria come un tatuaggio indelebile così che ritornano vividi e reali i particolari d’ogni gesto, d’ogni parola. Il ricordo ogni volta rinnova lo strazio anche se ora tutto è finito e lei riposa in me.
La sera ingigantisce il dolore come le ombre delle cose. Una sera Marina piangeva ed io inutilmente le stringevo il capo tra le mani baciandole i capelli. Ad un tratto parve vincere l’improba lotta con la sofferenza. Asciugatasi il viso dalle lacrime, assunse un’espressione fredda e dura: ”Fai questo per me” disse tenendo in mano un collant di nailon e stringendoselo attorno al collo. Parlavamo spesso d’eutanasia prima di quel viaggio. Eravamo entrambi favorevoli. Dicevo di non capire come mai la Società mettesse fuori legge una pratica così palesemente dettata dalla pietà umana. Sono parole, discorsi che si fanno con leggerezza fino a che non ci toccano direttamente. Ora l’Eutanasia si presentava dinanzi a me di persona, entrava in casa mia senza nemmeno bussare, anzi faceva da padrona! La notte non dormii rigirandomi nel letto. Osservavo le ombre degli alberi proiettate sul soffitto, ascoltavo il lamento di Marina dalla stanza accanto. Da alcuni giorni, per sua volontà, dormiva sola ed io mi ero trasferito sul divano letto in salotto.
Ormai passava tutto il tempo a letto. Una spossatezza infinita s’era impadronita di lei. L’aiutavo ad alzarsi per venire a tavola, finito il pranzo, che lei assaggiava appena, l’adagiavo sulla sedia a sdraio. Era diventata completamente cieca. I suoi occhi erano bianchi come quelli di un morto. Mi rendevo conto che le rimaneva poco da vivere, ero preoccupato di come avrei fatto a riportare a casa il suo corpo. Non sapevo neppure se avesse parenti né osavo domandarle, per paura che indovinasse quei ragionamenti d’ordine pratico di cui provavo vergogna perché sembravano sminuire il mio dolore e quindi l’amore per lei.
Quanto sto per raccontare mi è particolarmente doloroso. Si dice che la Natura ha una sorta di pietà per l’uomo che subisce un’immensa disgrazia, cancellando nella memoria i momenti più angosciosi. Così chi è coinvolto in un incidente stradale o sopravvive ad un suicidio non ricorda l’attimo dell’impatto, quando la morte gli è stata più da presso.
Con me non è stata così misericordiosa. Ricordo con infinito dolore e angoscia, minuto per minuto, quel giorno, l’ultimo, in cui Marina piangeva e gridava. La guardavo impotente. Avrei voluto essere cieco e sordo, avrei voluto scappare, ma non potevo sottrarmi.
A sera ella mi supplicava d’aiutarla a morire. Le ero vicino, immobile, come paralizzato e lei continuava ad urlare di dolore, quasi dimentica della mia presenza. Nessun essere umano avrebbe potuto resistere a tanto strazio! Presi le calze, le girai attorno al collo e strinsi trattenendo il fiato con tutta la mia forza. Non so per quanto tempo rimasi così disperatamente avvinghiato a quelle calze. Le braccia mi dolevano e Marina aveva smesso di respirare da un pezzo.
C’era un profondo silenzio, quando mollai la presa ed ella cadde riversa sul tavolo. E’ difficile dire quanto certe azioni sono dettate dalla pietà o dal desiderio di liberarsi dalla pietà, quando questa s’è tramutata in angoscia. Mi sdraiai sul divano e subito sprofondai in un sonno senza sogni. Mi svegliai che il sole era alto. Ero madido di sudore, con i vestiti inzuppati delle mie urine. Mi spogliai e mi buttai sotto la doccia, immobile, lasciando che essa mi lavasse con mani pietose. Girai per casa nudo, grondante d’acqua come un pianto copioso. Marina era riversa sul tavolo con le calze attorno al collo. Faceva molto caldo e il suo corpo si sarebbe presto decomposto, così decisi di prender tempo ponendolo dentro la ghiacciaia. La spogliai, sembrava essersi rimpicciolita, tuttavia non ci stava nella ghiacciaia. Presi un coltellaccio dalla cucina e disarticolai le cosce e le braccia. Il tronco poteva starci se avessi tagliato la testa. Decapitarla fu l’atto più doloroso. Il tronco e la testa occupavano quasi tutto lo spazio. Dovetti disarticolare i gomiti e le ginocchia per riempire gli spazi vuoti. Pulii sommariamente il pavimento con i nostri vestiti che gettai alla fine dell'opera nel sacco dei rifiuti, feci un’altra doccia, quindi, indossati i calzoncini da bagno, andai in spiaggia.
Rimasi sdraiato all’ombra di un capanno per tutta la giornata, in preda ad un profondo stordimento. Mi comparivano come in sogno le immagini dei momenti felici vissuti con Marina. Furono proprio i discorsi che mi faceva durante le cene a base di carne cruda ad illuminarmi. Dietro le sue parole si celava il proposito di essere divorata per esistere ancora in un corpo vivo.
Quel viaggio dunque era stato organizzato apposta. Lei aveva deciso di soffrire atrocemente, d’immolarsi nel dolore assoluto per vivere in me.
Rientrai in casa dopo il tramonto. Non avevo toccato cibo da due giorni. Tolsi dal ghiaccio una coscia che era diventata dura come marmo bianco, marezzato di rosa e di viola. La misi a scongelare su un pezzo di carta stagnola. Mi sedetti in salotto. Nei giorni passati il tempo era riempito dalla presenza prima gaia poi angosciosa di Marina. Ora il vuoto era attorno e dentro di me; uscii da casa per una breve passeggiata sulla scogliera. Il cielo e il mare incupivano celermente. Quando rientrai era notte fonda. La coscia s’era completamente scongelata lasciando sulla stagnola una piccola pozza d’acqua rosa. Indossai i migliori indumenti che m’ero portato in valigia. Pensavamo ad una serata mondana, non certo a questa cena che m’apprestavo a consumare come un rito pagano. Sezionai la pelle per il lungo e la scuoiai come si fa con una banana. La carne era rosa. Incisi i tendini madreperlacei, staccai i muscoli dall’osso, li misi dentro un piatto e tagliandoli con la forchetta e il coltello li mangiai masticando con calma e lungamente. Marina doveva essere sminuzzata accuratamente e digerita a fondo dalla saliva e dai succhi gastrici per essere assorbita interamente, perché la sua vitalità e la sua intelligenza meravigliosa potessero abitare in me, perché tutto il suo essere potesse fondersi al mio.
Per dieci giorni mi cibai delle sue carni. Era un essere dolce e la sua dolcezza impregnava la carne e il sangue. Quando non rimasero che le viscere e lo scheletro, decisi di partire.
Il giorno prima noleggiai una piccola barca a remi. Caricati i cari resti, superai la barriera corallina. In quel punto il fondo dell’oceano era nero. La profondità buia del mare avrebbe accolto Marina. Ruppi il sacco e affidai all’acqua il tronco svuotato, gli intestini, i polmoni marcescenti, invasi dalle prominenze bitorzolute, rosso-brune del cancro. Il cuore l’avevo mangiato per ultimo. Quel muscolo rosso, compatto, forte com’era stata lei, sempre, in tutte le occasioni della sua breve vita, nel dolore del suo lungo martirio. Infine abbandonai la testa che vidi scomparire rapidamente avvolta dall’acqua bruna come da un funereo velo di densa nebbia. “Così Marina, pensai, inizi il viaggio negli abissi della tua anima, della mia coscienza. Riposa in me finché vivrò”.
Raccolte le mie poche cose partii. Allo scalo di New York, mentre si faceva la fila per il controllo dei bagagli, avevo vicino una giovane donna dal fisico minuto, ma ben proporzionato.
Sotto i vestiti leggeri s’indovinavano le sue membra bianche e tenere, la carne rosa e soffice dei muscoli. I nostri sguardi s’incrociarono e lei mi sorrise, o piuttosto la sua bocca mi sorrise, la sua fronte, il suo naso, perché gli occhi rimasero immobili come due bellissime pietre dure. Così conobbi Silvia. Era di ritorno da un viaggio che aveva fatto per riaversi dal lutto della morte del marito. Da allora sono passati cinque mesi. Viviamo insieme. L’amo intensamente, anche se la passione non è quella che avevo provato per Marina. Accarezzare Silvia mi riempie di tenerezza. La sua lingua soda e sugosa tra i miei denti mi dà un brivido che dalla bocca, lungo l’esofago, scende fino allo stomaco, come un crampo, un sottile languore.

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la balena di Viterbo

La balena di Viterbo



Quando il sole tramonta dietro all’Empire e ai grattacieli della Quinta Strada il mio lavoro incomincia. Lascio la Lincoln nel parcheggio sotterraneo, prendo l’ascensore che mi porta al diciottesimo. Spesso, in questo tratto, mi trovo solo: io e la mia immagine riflessa nello specchio, deforme e ridicola nello sfavillio dei fari che inondano di luce la cabina. Mi capita allora di pensare a Verbena, il mio paese, una cittadina di duemila anime che ha per me il sapore del paradiso perduto dell’infanzia.
Come fui spensierato e felice, almeno fino a che la mia famiglia fu unita! Quando compii dieci anni mia madre se ne andò di casa lasciandoci soli, me e il babbo. In verità diedi un sospiro di sollievo perché ogni notte li sentivo litigare e spesso venire alle mani, tanto che temevo che prima o poi s’ammazzassero. Mi dispiaceva soltanto che non mi avesse portato con se, infatti il babbo, che faceva il camionista, tornava a tarda sera troppo stanco o troppo ubriaco per occuparsi di me.
Così sono cresciuto come un giunco selvatico frequentando compagnie poco raccomandabili, marinando la scuola due giorni si e un giorno no, e i pomeriggi sempre sul campo di calcio. Alla domenica mi trovavo con i grandi al bar di Gigi a bere birra e coca cola, ascoltando le loro storie, annuendo come se ci capissi qualcosa. Fumavano tutti, e qualcuno a notte fonda si faceva pure uno spinello accanto al muro della palestra di scuola.
Il mio amico per la pelle era Frediano, un ragazzo di cinque anni più grande di me. Lo ammiravo per la sua forza fisica e per quel modo serio e grave che aveva di parlare, di trattare gli altri ragazzi della sua età. Con me era una specie di padre a volte dolce, a volte severo. Una volta soltanto mi diede uno scapaccione per farmi capire che dovevo resistere al dolore e non smettere mai di picchiare anche se mi faceva male la faccia e un luccichio mi ruotava dentro gli occhi.
Ricordo che avevo quindici anni compiuti, era l’ultima domenica di Maggio, da Gigi quella sera non si parlava d’altro che di donne e di sesso perchè nell’unico cinema di Verbena stavano proiettando “L’ultimo tango a Parigi”. Quando all’una di notte ci incamminammo verso casa, Frediano mi domandò s’ero mai stato con una donna. Risposi di no arrossendo nel buio. Inutile cercare di mentire a Frediano: ti guardava serio e ti leggeva negli occhi come un libro aperto.
“Bisogna che andiamo a Viterbo a trovare la balena”
“Quale balena?” dissi “Nel Mediterraneo non ci sono balene, e poi Viterbo non è nemmeno sul mare”
“Che cosa hai capito? La balena è una di quelle… La chiamano la balena di Viterbo perché è grassa…neppure tanto. Insomma è robusta, ma è quella che ci vuole per te. Lei ci sa fare con i principianti. Devi sapere che la prima volta può accadere che ti emozioni e non ti venga su. Fare l’amore non è semplice come credi! Ci pensa lei a tutto. La prima volta è importante perché, se non riesci, dopo hai un sacco di problemi psicologici; se invece ti va bene, vai alla grande!”
Due giorni dopo, alle sette del mattino, prendemmo il treno che portava a Viterbo. Lo scompartimento era vuoto, ma durante il tragitto si riempì di studenti e operai a causa delle numerose fermate che ne rallentavano il cammino. Un viaggio di due ore tra filari di cipressi e colline coltivate a vigneto. A me non interessava affatto ciò che c’era dentro e fuori dal treno: ero troppo preoccupato per quella specie di viaggio d’iniziazione sessuale che era reso ancora più temibile dal silenzio di Frediano che non aveva aperto bocca per tutto il tragitto. Quando uscimmo dalla stazione di Viterbo, mi domandò se avevo soldi in tasca; risposi che non avevo una lira.
“Come fai a pagarla. Non sai che quelle lo fanno per mestiere? Tieni, per questa volta offro io” disse allungandomi tremila lire che infilai in tasca.
Salendo le scale buie e sconnesse che portavano al terzo piano di un palazzo di periferia, dove abitava la balena, mi batteva il cuore all’impazzata, e non certamente per la fatica. Frediano suonò tre volte al campanello. La porta si aprì ed entrammo in una stanza dove un divano sdrucito in stoffa, un vecchio tavolo quadrato e due sedie di paglia costituivano tutto l’arredo. Nascosta dietro una tenda c’era la cucina. Si udirono i passi della donna.
“Cosa volete a quest’ora?” Erano le undici del mattino, un’ora insolita per quel tipo di lavoro.
“Signora” disse Frediano “Le ho portato un mio amico. Lo tratti bene perché è giovane. Io vado, ti aspetto al bar di fronte.” Aggiunse quasi sotto voce rivolto a me.
Restammo soli, io e lei, uno di fronte all’altra. Indossava una vestaglia a fiori e le ciabatte rosa, s’era fatta i capelli rossi e le labbra viola, era ingrassata, da come la ricordavo cinque anni prima.
“Cosa fai tu qui?”
“Ho saputo che abitavi a Viterbo e sono venuto a trovarti” mentii, col pianto che mi strozzava il respiro.
“Bene, Fermati a pranzo allora!”
“Non posso. Il mio amico mi aspetta giù. E poi il babbo non sa niente…” dissi dirigendomi verso la porta.
“Non dirai niente a tuo padre vero? prometti!”
Mentre uscivo quasi di corsa con le lacrime agli occhi, sentivo la voce di mia madre colma di disperazione:“Lo faccio per vivere, per mangiare!” L’angoscia del suo viso, il suono della sua voce, quelle parole mi sono rimaste impresse dentro come un tatuaggio indelebile.
Dovevo avere un’espressione stravolta perché Frediano per tutto il viaggio di ritorno non fece domande. Capii allora confusamente, e negli anni seguenti sempre più chiaramente, che non era sufficiente darle e prenderle stringendo i denti, come mi aveva insegnato Frediano; ma che bisognava nuotare disperatamente, con tutte le forze, per non rimanere al fondo, invischiati nella melma come insetti. Quando giungemmo a Verbena, Frediano mi domandò cosa era successo.
“Niente” risposi “Tutto bene, mi è anche piaciuto”
Da quel giorno non frequentai più gli amici. Mi diedi anima e corpo allo studio. Dopo che presi il diploma di scuola alberghiera girai il mondo facendo di tutto: il cuoco, il cameriere, il portiere d’albergo. Adesso dirigo l’Hotel Roma a Brooklyn. Guadagno seimila dollari al mese, i miei amici sono gente per bene, o almeno credono di esserlo, e possiedo una bellissima macchina.
Ora che il cielo s’è incupito e si sono accese le insegne dei teatri e dei locali notturni, mentre il traffico scorre lentamente come un lungo fiume di luce mai il mio paese mi è parso così lontano, così irreale, come se non esistesse affatto. Mio padre è morto tre anni fa. Di mia madre non so nulla. L’ho cercata a Viterbo, ma non c’è più, e non so dove sia andata, se sia ancora viva. Mi è rimasto un rimpianto: non essermi gettato tra le sue braccia, non averla baciata quella mattina che la vidi per l’ultima volta.