chiudi | stampa

Raccolta di testi in prosa di Antonietta Ursitti
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Voglia di lavorare...saltami addosso

 

 

Voglia di lavorare… saltami addosso

 

Un tempo si diceva: “Il lavoro nobilita l’uomo”, ancora oggi “

il lavoro è un diritto”, specifica la Costituzione italiana; sono

state scritte encicliche papali sull’argomento, tutte le indagini

socio-economiche non prescindono da questo diritto, che poi

improvvisamente si trasforma in dovere... Stesa sul mio caldo

letto ancora profumato di notte tiro le somme e mi dico, se

lavorare è un diritto quand’anche un dovere che competereb-

be a ogni onesto cittadino, perché tanti onesti giovani, persino

titolati, non possono in nessun modo sbarcare il lunario?

Ci sono troppi vecchi al potere?

Io, ormai varcata la soglia della mezz’età, a quale categoria

appartengo? Dei giovani no, un lavoro bene o male ce l’ho,

dei vecchi nemmeno, giacché non ho uno straccio di potere…

Allora non potrei entrare proprio nella discussione!

Piuttosto, mi dovrei alzare e andare al lavoro come la respon-

sabilità di ogni onesto cittadino vorrebbe… Ma le lenzuola

con una dolce carezza mi trattengono e mi dicono “ rimanda

il momento della levata”, la vita è breve, e soprattutto, la gio-

vinezza è fugace…Tra non molto l’artrite reumatoide incline-

rà il mio dorso, la presa delle mie mani si allenterà, il mio

sguardo profondo si inabisserà del tutto, nascosto da pendule

palpebre, che trasformeranno i miei occhi in capocchie di

spillo nell’inane tentativo di mettere a fuoco un’immagine…

Oltretutto la brevità dello sguardo limitato dalla galoppan-

te perdita della vista non verrà compendiata dalla forza

dell’immaginazione, che sarà ogni giorno meno brillante,

a causa del depauperamento delle cellule neuroniche del

mio encefalo…

Si dovrebbe dire cervello, ma il termine encefalo accresce

il senso di gravità della condizione patologica!

 

 

Diciamo che trattandosi di un cervello da cinquantenne,

più che di una condizione patologica si tratterà del natu-

rale decorso di degenerazione dei gangli responsabili del-

la vitalità di un individuo, ma, degenerazione naturale o

perdita di vitalità che sia, il pensiero che mi aspetti un do-

mani poco energico dal punto di vista fisico e mentale, o

psichico che si voglia dire, mi deprime, e non ho la forza

di alzarmi…Sarà l’istinto di conservazione delle energie

vitali a trattenermi? Oppure  il pensiero che per quanti

sforzi compia ogni giorno che passa si dirada  il numero

degli ascoltatori attenti alle mie lezioni?

 Ricordo un brano di Isaac Asimov, ambientato in un lontano

futuro ora divenuto presente prossimo, letto in classe, in cui la

protagonista scopre un libro abbandonato e sommerso di

ragnatele in soffitta. La ragazzina leggendolo scopre l’esistenza

di un’insegnante in carne ed ossa che comunica con i suoi alunni,

guardandoli nelle palle degli occhi e muovendo la bocca per

esprimere pensieri veri attraverso gesti tangibili. Bè…

considerando che la povera ragazzina doveva consegnare

i suoi compiti di italiano al computer addetto a svolgere la

mansione di insegnante, che avrebbe fornito certe ma pur

sempre meccaniche ed asettiche risposte senza alcun umano

giudizio ai suoi scritti, è comprensibile che immaginare di

avere un docente in carne ed ossa le sembrasse la migliore

delle aspettative possibili…

Il libro le forniva la possibilità di fantasticare intorno a una

figura di insegnante non necessariamente perfetta, ma…

sicuramente incline a sentimenti per lo più umani:

una persona con dei vestiti classici, con delle normali

scarpe ai piedi, un’acconciatura sobria, di altezza e

 

 

 

corporatura medie, che cercava di mantenersi calma ma

che qualche volta tradiva un certo nervosismo (sembravo

proprio io…). A conclusione del brano affermai che

immaginavo un futuro in cui le aule scolastiche sarebbero

svanite insieme alla pletora di docenti e alunni che le

popolano e che la scena sarebbe stata più o meno la

stessa descritta da Asimov: un computer, ovviamente

più o meno aggiornato a seconda delle possibilità

economiche di ciascuno, nella loro stanza attraverso

video di varie specie avrebbe spiegato loro fenomeni

ascrivibili alla cosiddetta sfera della conoscenza e il loro

grado di apprendimento sarebbe stato calcolato con un

punteggio finale strettamente matematico, molto poco

fisico, anzi del tutto mediatico…

Non potevo dire virtuale, perché è una parola filosofica

che esprime perfettamente la condizione di un pensiero

non ancora espresso o di un’azione non ancora avvenuta,

ma in potenza presumibilmente possibili e comunque

frutto di congetture e concetti ragionati, ossia costruiti

con un cervello fisico, non telematico… Ricordo che alla

fine della lezione i ragazzi in coro dissero: “ No, questo

non avverrà mai!”. Spiegai la loro reazione come il frut-

to della paura del domani, delle incertezze legate a un

futuro quantificabile ma imprevedibile, e ritenevo fosse

una reazione poco ardita da parte di giovani che andava-

no incontro al futuro e che non potevano troppo gingil-

larsi nelle loro certezze presenti, fatte di uno scontato

quotidiano…Tuttavia oggi, nella mollezza delle lenzuo-

la che or ora mi avvolgono, sono più propensa a giustifi-

care le paure di quei ragazzi…

 

 

 

Immaginare un futuro senza certezze, sentire i raggi del

sole sempre più cocenti sulla pelle, bagnarsi in un mare

sempre più immenso e sempre più povero di vita, annu-

sare un’aria sempre più aulente di esalazioni da discarica,

un cibo sempre più ricco di diossina, di paesaggi sempre

meno verdi e sempre più dipinti da colori artificiali…Bè,

non si può dire proprio una bella prospettiva e a me manca

sempre di più il coraggio di andare a scuola per fare l’inse-

gnante fisica, ma sempre meno vera, perché costretta a reci-

tare la parte di chi dipinge il futuro come una bella dimen-

sione, in cui sarà possibile per tutti la felicità…O quanto

meno lo star bene…

Io che divento l’espressione del male di vivere…

No, non me lo posso permettere!

Tuttavia mi piace naufragare in questo mare di lenzuola…

 

Antonietta Ursitti