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Raccolta di testi in prosa di Vincent Darlovsky
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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Post mortem

Il ragazzo aveva notato che i nervi del collo avevano continuato a pulsare per più di un minuto dopo che il padre era spirato, poi si era recato in infermeria dove il medico di turno stava sonnecchiando e gli aveva comunicato che il paziente era morto. Il dottore era andato nella stanza a verificare ed era tornato in infermeria, dove aveva estratto da una pila di fogli il modulo precompilato del certificato di morte. Questa era sopraggiunta per cachessia. Due infermiere (che dalla faccia sembravano zoccole) entrarono in camera con la barella, la accostarono al letto, avvolsero un lenzuolo attorno al cadavere e prima che lo caricassero, l'orfano disse loro che voleva essere lui ad abbassare le palpebre del padre che erano rimaste aperte a metà. Pure la bocca era rimasta semi-aperta ed il giovane si preoccupò di chiudere anche quella. Era l'una di notte e all'obitorio l'addetto non c'era. E non c'erano altri morti distesi sui marmi. L'operatore sanitario che aveva traghettato la salma rassicurò il giovane: il papà sarebbe stato al fresco, avrebbero abbassato la temperatura a -18 e la decomposizione sarebbe stata scongiurata fino alla mattina dell'indomani, per cui poteva andare a dormire, ma lui, prima di andar via, volle scoprire il viso del morto per salutarlo e, quando sollevò il sudario, vide che del liquido fuoriusciva dalla commissura labiale, colava giù per il collo fino a macchiare il marmo di bluastro. Allora prese un lembo del lenzuolo che avvolgeva il corpo e cercò di pulire. Al termine dell’operazione, il padre gli sembrava pulito ma sulla lastra di marmo era rimasta una patina e Tony constatò che, al momento, sarebbe stato impossibile far sì che la nitidezza della lastra di marmo tornasse uguale a quella del bianco delle mattonelle che erano sulle pareti. Andò a dormire e tornò in obitorio alle 07:00. Trovò sul posto l'addetto alla sistemazione dei corpi e notò che il padre era in compagnia di un altro defunto il cui corpo sembrava pennellato tutto di giallo. Il preposto chiese al ragazzo se volesse assistere alla rimessa in sesto del genitore, questi annuì e gli si posizionò davanti. Il tipo procedette prima alla pulitura dei genitali, poi al tamponamento delle vie aeree: prese della bambagia e la inserì nella gola e nelle narici del morto con un oggetto in metallo, sembrava un bisturi. Il defunto, ora, doveva essere vestito e il ragazzo porse l’abbigliamento che nel frattempo gli aveva portato la sorella. Prima, però, si accertò che nel taschino interno della giacca non ci fossero dei soldi perché si era ricordato che il papà aveva il vizio di mettervi da parte gruzzoletti di banconote.

La vestizione era terminata e il trapassato era pronto per mostrarsi in sala ai visitatori. Ma il figlio non trovava pace e continuava a chiedersi in quali pantaloni dell’armadio di casa il babbo avesse potuto mettere da parte dei risparmi.

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Un giorno difficile

Mia mamma è lì, appesa alle flebo della Rianimazione. E sta morendo una parte di me. Esco dall'ospedale, è già notte, metto in moto e parto. Prima di uscire dalla città, scorgo una lucciola sul marciapiede. Le gambe sono slanciate sui trampoli e i glutei semicoperti dal miniabito. Freno, mi fermo e accosto. La tipa si abbassa, guarda all’interno dell'auto e mi dice il costo della prestazione. La faccio salire. La ragazza si mette comoda in macchina. Ne avverto l'afrore. A stento riesco a parlarle, la voce mi trema e ho voglia di possederla. Prima di arrivare al parcheggio, che si trova dietro al cimitero, m’imbatto in un posto di Blocco. Il cuore batte veloce, rimbomba nei timpani e nelle vene delle mani. Sento il viso e le orecchie diventare bollenti. Passo davanti ai poliziotti fissando la carreggiata. Nessuno mi ordina lo stop. Mi sento sollevato. Ma la tachicardia c’è ancora. Sono agitato e mi rivolgo alla battona con parole monche. La tipa però sembra non dare attenzione a quello che dico e non mi guarda: pensa solo a incassare. Riesco comunque a chiederle il nome e mi risponde sorridendo. Anche io sorrido e gli dico il mio. Ma mi ricordo di mia madre e mi rendo conto che non sono ancora tornato a casa, poi guardo alla mia destra: quella donna ha cambiato aspetto. Rallento, metto la freccia e mi arresto, poi allungo il braccio verso lo sportello del passeggero, lo apro e mando affanculo la battona. Rincaso a manetta. Non ho rimorsi, però. Fuori dall'ospedale mi sentivo inquieto, ora invece sono calmo. Pacato.

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Ansia anticipatoria

Uno scoramento assale il tipo di mezza età all'inizio del pomeriggio, senza motivo. Se a mezzogiorno il cielo è terso, per lui lo spazio diventa vitreo e la luce immobile. Se invece è uggioso, il tipo di mezza età vede tutto terreo. La vita [gli] sembra un viaggio senza scopi.

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Solo. Solo come un cane!

Non mi ero rassegnato all'idea che Corinna mi avesse mollato senza preavviso, per cui l'avevo cercata con insistenza e, dopo una settimana, ero riuscito a incontrarla. Ai Giardini. Era lì che si faceva trovare, solo che non mi parlava più. Aveva saputo della scappatella con la Ela. Questa era la parrucchiera che, il giorno prima del distacco, le aveva fatto un'acconciatura coi fiocchi e, due giorni dopo, era venuta a letto con me: era brava con gli uomini e si faceva fare di tutto. Del resto, era stata la signora a lasciarmi in bianco senza motivo e non potevo mica farmi le seghe e autocommiserarmi per il resto della vita. Ora, però, volevo farmi perdonare. Un giorno le portai perciò un bouquet di fiori, lei lo accettò. In quell'oasi di pace in mezzo alla città, stemmo in silenzio per un quarto d'ora a guardarci e a riflettere. Cercavo di farle capire che mi ero pentito. Ma era imperterrita. Ascoltava i miei discorsi, mi fissava ridendo sotto i baffi, però non mi rivolgeva la parola. Quella volta passò vicino a noi il custode del parco. Salutò guardando a terra. Gli chiesi da quanto tempo non potasse le siepi e lui mi rispose che non le toccava da sei mesi. Poi mi disse che doveva andare a sistemare un'aiuola che si trovava dietro una fontanella e si congedò. Il tipo era cordiale, mi guardava con commiserazione e si rivolgeva a me con il "tu", ignorando la presenza di lei. Forse gli era antipatica per l'atteggiamento che mostrava nei miei confronti. Le proposi di fare una passeggiata. Rimase impassibile. Allora restammo dove eravamo. Discutemmo per oltre un'ora e non mi accorsi che si era fatto tardi. Il sorvegliante doveva chiudere e mi fissava. Il suo volto non esprimeva più compassione. Feci notare a Corinna che era ora di alzare i tacchi e tornare a casa. Varcammo l'uscita, il guardiano chiuse in fretta il cancello. Io mi avvicinai alla macchina, aprii la portiera e mi voltai a guardare verso mia moglie, poi, prima di rigirarmi per entrare nell'abitacolo, spostai lo sguardo in alto e rilessi quella scritta sopra l'inferriata, che da otto giorni mi ripetevo nel dormiveglia: "Tutto è vanità, tranne il sepolcro".

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Il nitido della materia

La caldaia non funzionava da due settimane. Nei giorni lavorativi telefonavo al tecnico ma questo non rispondeva. Vedeva la mia chiamata e mi contattava il giorno dopo. Mi diceva che non aveva avuto tempo, quindi ci mettevamo d'accordo per una data. Poi arrivava il momento, io gli ritelefonavo e di nuovo nessuna risposta. Mi chiamò la mattina di sabato, ma io stavo lavorando e non ero a casa, per cui ci accordammo per il lunedì. Il giorno stabilito, però, ancora una volta non rispose. Provai una seconda volta a telefonargli e il cellulare risultava spento. Gli mandai un messaggio vocale via Whatsapp, lui lo vide e lo ascoltò, ma niente. Non mi sembrava il caso di chiamare un altro. Volevo vedere la faccia del tizio che mi stava tenendo al freddo da 15 giorni. Inviai un messaggio di lamentele al fratello, che era il suo datore di lavoro, e il giorno dopo il tipo si presentò a casa per riparare la caldaia. Si mise a maneggiare il termostato, io gli chiesi se volesse un bicchierino di limoncello e lui accettò. Prima di darglielo lo allungai con alcool puro 95° per liquori. Se lo bevve in un sorso, allora gliene offrii un altro e, dopo cinque minuti, un altro ancora. Dopo il quarto cocktail strascicava le parole. E le gambe. Gli dissi che in passato avevo abitato nel suo quartiere, lui fece un sorriso di compiacimento e mi rivelò la via e il civico in cui viveva. Quando finì, mi assicurai che fosse riuscito a riparare la caldaia e lo pagai. Gli chiesi se voleva un altro bicchiere. Accennò di sì con il capo. Presi un calice e lo riempii per metà d’acqua e per metà del miscuglio. Se lo ingollò e tolse il disturbo. L’indomani andai a trovarlo. Davanti all’abitazione c'erano delle persone e sulla porta d'ingresso era affisso un manifesto di morte col suo nome. Il giorno prima aveva centrato con la macchina il guardrail di una curva e c'era rimasto secco. Entrai dentro, c'era un corridoio. La camera ardente era la prima stanza a sinistra. Salutai una signora e due ragazzi che stavano piangendo. Poi mi avvicinai al feretro, abbassai la testa e toccai la bara per farmi il segno della croce. Rimasi pochi secondi con la testa china a guardare la cassa e vi appoggiai il palmo della mano. Era liscia e lucida. Legno massello di qualità.

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Ex cathedra

Al liceo avevo difficoltà nel relazionarmi con le compagne di classe. Ancora oggi non riesco a guardare negli occhi una donna mentre le parlo. Questo mi angustia molto. In Terza Media c'era un'insegnante con cui avevo dei problemi. Venni iscritto nel registro dei rapporti disciplinari perché un giorno questa prof indossava la minigonna senza calze, portava i tacchi a spillo ed io dal primo banco le avevo guardato le cosce toccandomi. Fu allora che ebbi il primo orgasmo. Mi convinsi che guardare con disinvoltura una bella donna fosse riprovevole. Cominciai a pensare che il sesso fosse una colpa, un piacere da perseguire di nascosto, senza farmi vedere dagli altri. Mi piacevano e mi piacciono le donne ma le guardo di sbieco oppure con gli occhiali da sole, e ho imparato a possederle a modo mio. Mi sono comprata una bambola di lattice che si fa fare di tutto senza parlare, non mi giudica e non ha aspettative. E quando facciamo l'amore, metto al lato del suo viso la foto della conoscente che al momento mi attrae in modo particolare. Questo mi eccita oltremisura.

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Disbrigo pratiche

Il coma era la conseguenza della cachessia in stato avanzato. La sentenza del sanitario del Pronto Intervento però non toglieva che, nei momenti in cui ero sveglio, fossi cosciente e capace di ascoltare, solo che non avevo le forze per aprire la bocca e gli occhi. Comunque non avevo dolori perché mi somministravano il Contramal sotto la lingua. Oltre al medico, in quel momento si stavano occupando di me i due figli che avevo cresciuto, e mia moglie, che interveniva di tanto in tanto con parole tipo "ho capito" o "infatti". Speravano che la mia morte fosse indolore. E veloce. Secondo il medico del 118, gli organi stavano mollando uno dopo l'altro, quindi il calvario sarebbe finito di lì a poco. Mentre parlava mi alzò la palpebra destra e disse che i capillari della sclera si erano anneriti. Segno che la circolazione periferica non funzionasse più e che la vista fosse compromessa. Sarei deceduto entro due ore. Ci sentivo ancora, però. Mio figlio e la madre espressero il dubbio che se fossi morto in serata, il funerale non si sarebbe potuto svolgere l’indomani e si chiedevano se oltre le 24 ore la salma avrebbe cominciato a esalare gas. Il dottore li rassicurò: gli addetti delle pompe funebri sapevano come intervenire sui cadaveri affinché non puzzassero. Sentii mia figlia tirare un sospiro di sollievo. Poi tutti continuarono a tranquillizzarsi a vicenda dicendo che in quel momento ero incosciente. A conferma di ciò, udii il medico asserire che ero insensibile alle punture che mi stava facendo con un ago sui polpastrelli. Le dita, infatti, erano diventate cianotiche. Poi aggiunse che avrebbero potuto farmi ricoverare giusto per fare non lasciare alcunché di intentato. Fra l'altro, morendo in ospedale, sarei stato esposto nella sala del pianto presso l'obitorio e i miei cari si sarebbero risparmiati il trambusto delle visite a casa. Loro risposero che era una buona idea. A quel punto distolsi l'attenzione da quello che gli astanti dicevano perché mi ricordai che mio cognato il giorno precedente mi aveva promesso dei pasticcini e non me li aveva portati. Avevo voglia di mangiare qualcosa di dolce. Dopo cominciai ad avere tanto sonno, non riuscivo a concentrarmi su quello che sentivo e avvertivo un formicolio su tutto il corpo. Mi sembrava di vedere la buonanima di papà che camminava verso di me. Provavo ad abbracciarlo ma lui era arrabbiato, si rifiutava di stringermi e mi parlava ma io non capivo cosa stesse farfugliando. Poi, piano piano, riuscii a discriminare una sua espressione. Si trattava di una frase che mi diceva quando ero un adolescente e lo facevo arrabbiare. "Cresci figli, cresci porci".

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Avanguardie pedagogiche

La scuola era al pianterreno di un condominio di sette piani. I ragazzi della terza stavano facendo un laboratorio di storia su "La rinascita dell'Anno Mille". Io camminavo fra i banchi e, mentre davo suggerimenti a chi me li chiedeva, si sentì un tonfo. Proveniva dalla finestra. Una donna sulla cinquantina era precipitata dal terrazzo dell'ultimo piano. Gli studenti, soprattutto le ragazze, gridarono. Ebbi il dubbio che l'avesse buttata giù qualcuno che poteva aggirarsi indisturbato nei dintorni, per cui preferii mettere al sicuro 19 giovani in salute invece che perdere tempo a chiamare i soccorsi per un individuo di mezza età già compromesso. Ordinai a tutta la classe di lasciare immediatamente l'aula. Gli alunni obbedirono, li portai nell'aula di informatica e li chiusi dentro. Tornai in classe e mi affacciai dalla finestra per guardare di nuovo la tipa piombata dall'alto. Stava riversa sull'asfalto, aveva la bocca semi-aperta, le gambe divaricate, un braccio sotto la schiena e l'altro steso intorno alla testa. Indossava il pigiama e notai che la sua pancia era gonfia. Sembrava una barbona che dormiva dopo una sbronza. Ma era morta, stecchita. Le feci un paio di foto col telefonino e chiamai il 118: "Salve, sono un insegnante del Liceo Pedagogico, quì su via A. Manzoni, durante la lezione, abbiamo visto cadere sulla strada una donna dai piani superiori. Mi sembra esanime ma venite lo stesso". Poi chiamai la polizia e dissi le stesse cose. Pensai che i miei allievi sedicenni avessero il diritto di vedere il morto, quindi andai a chiamarli prima che il corpo venisse prelevato. Li lasciai osservare il cadavere spiegando loro che così avrebbero temprato il loro carattere. Mentre loro guardavano la suicida, io gli parlavo di Leopardi, Epicuro, Lucrezio, Montaigne, Sartre e dei Kamikaze giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale. Un maschietto era molto incuriosito e faceva commenti da adulto, un altro mi chiese se si trattasse di suicidio, io non risposi ma lui insistette con la domanda ed io allora gli spiegai che, se la morta non aveva urlato durante il volo, o era stata tramortita già prima di schiantarsi oppure si era uccisa da sola. Due alunne si toccavano la pancia, guardavano a terra e mi chiesero di poter andare in bagno. Acconsentii. Quando giunsero la polizia, l'autoambulanza e il Dirigente Scolastico, avevo già chiuso la finestra e ripreso la lezione laddove era stata interrotta al momento del botto