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Raccolta di testi in prosa di Vincent Darlovsky
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

L’AstraSeneca e l’ex-moglie

I

Dax: Pronto?

Manuela: ma ieri come hai fatto tu, quando sei arrivato al Centro Vaccinazioni?

 

D: Ho bussato.

 

M: Dove?

D: Al portone.

M: Quale?

D: …di vetro.

M: E poi?

D: Qualcuno lo ha aperto.

M: E che cosa è successo?

D: È spuntato uno vestito da infermiere.

 

M: Che ti ha detto?

D: Niente.

M: Ti ha fatto entrare?

 

D: No.

M: E allora perché è sbucato dalla porta?

D: Per darmi il numeretto.

M: Ok.

 

II

D: Pronto?

M: Non l'ho fatto?

D: Perché?

M: Oggi iniettano solo l'AstraSeneca.

 

D: E allora?

 

M: Gli ho detto che ho avuto due tromboflebiti…

D: Gli hai detto che hai avuto anche il lupus?

M: No. Glielo dovevo dire?

D: Dei due tumori che pensi di aver avuto?

M: Nemmeno.

D: …e gli hai riferito dei dolori all’anca?

M: Ma che c'entrano i dolori all'anca?

D: …dell'artrosi all'indice della mano sinistra?

M: Ma perché glielo dovevo dire?

D: …gli hai parlato pure degli incubi che fai la notte?

M: Mi prendi in giro?

D: ….e che non fai la cacca da due giorni?

M: Ma vai a cagare.

 

III

D: si?

M: Ho telefonato al Medico.

D: Ecchetthaddètto?

M: Di farmi vaccinare.

D: E lo hai fatto?

M: Ancora no.

D: Che aspetti?

M: Quello che mi dice mia sorella.

 

D: Va bene. Ciao.

M: Ciao.

 

IV

D: Ccheccè?

M: Natasha mi ha detto che, dopo una settimana che glielo hanno inoculato, gli sono comparse macchie gialle sui polpastrelli.

D: Ma io avevo capito che attendessi il parere dell'altra tua sorella. Il medico.

M: Ho chiamato pure lei. Ma Jessica non risponde. Sarà in ospedale.

D: Devo chiudere, sono a lavoro.

M: Ma prima dimmi che ne pensi tu.

D: Io ho deciso da solo.

M: E come hai fatto a decidere da solo?

D: Ho scelto tra due alternative nella peggiore delle ipotesi, dato che prima o poi creperemo tutti:

1) Morire soffocato;

2) Morire incosciente dopo un mal di testa.

 

M: Eh?

D: Ho scelto la seconda possibilità.

M: Con te non si può parlare!

D: Appunto….

M: Appunto che?

D: Non mi telefonare più per chiedere consigli che poi ignori.

M: Fanculo.

 

V

D: Sì?

M: Jessica dice di attendere. Me ne vado a casa.

D: Non passi da qui?

M: Mi hanno fatto venire l'ansia.

D: Se vieni da me, te la faccio passare.

M: Natasha dice che ha dolore alla gamba.

D: Scusa, ma tua sorella non aveva dolori alla gamba già da prima??????????!!!

M: Sì, alle vene.

D: Quindi il vaccino non c'entra.

M: Ma io ho paura lo stesso.

D: Anche io.

M: Del Vaccino?

D: Di morire asfissiato.

 

VI

D: Cosa c’è?

M: Spostati! Ti sento a tratti!

D: Sei a casa tua?

M: Sto andando di nuovo.

D: Dove?

M: Al Centro Vaccinazioni.

D: EHHHH!

M: Vediamo che mi dice il medico del cambio turno.

D: Già…

M: Già che?

D: Vuoi sentire il parere di un altro ancora.

M: Ma ora c'è una fila lunghissima! Tu che dici?

D: Sii paziente, mettiti in coda. È importante.

M: Vaccinarsi?

D: Farti una consulenza.

M: In che senso?

D: Lì –se non sbaglio- c’è pure il Centro di Salute Mentale.

M: Ciao ciao.

 

VII

D: Ccchecccccè?

M: Non me lo ha voluto fare?

D: Ma dai!

M: Mi ha detto: “Signora, se poi si dovesse sentire male?”

D: Non avevo dubbi.

M: Che cosa non avevi?

D: Niente. Lascia stare.

 

M: Vengo a prendermi il bimbo?

D: NO! Stai tranquilla. Lascialo stare. Stasera te lo porto. Adesso è all'asilo.

M: Secondo te, perché non me lo hanno voluto fare?

D: Secondo me, hanno capito.

M: Che non posso farlo per le tromboflebiti?

D: No. Che sei matta.

M: Sì… Vabbé… CIAO.

*

La (Manu)Ela II

L’indomani sono arrivato a scuola in anticipo.

Mi sono acceso un sigaro e ho sostato un po’ davanti al cancello d'ingresso. Poi ho visto la Ela arrivare in macchina. Era sul lato passeggero. Stava guidando un uomo che aveva la cravatta. Doveva essere il marito. La cosa non mi è andata giù. Prima che lei scendesse dall'auto, ho buttato il sigaro a terra, l'ho pestato e sono entrato nell'edificio in fretta per non farmi vedere. Non avevo voglia di salutarli.

Sono andato ai gabinetti. Mi sono seduto sul water e ho rimuginato per un po’. Prima di uscire mi sono masturbato e, dopo l'orgasmo, ho tirato lo sciacquone.

Quando sono entrato in aula, mi sono reso conto che l’esame era iniziato da cinque minuti. Il Presidente di Commissione mi stava guardando.

-Scusate il ritardo, ma sono stato poco bene- ho detto, evitando di guardare la Ela negli occhi.

Mi sono seduto e gli esami sono proseguiti. Durante la mattinata le ho mostrato indifferenza e ho fatto in modo di mettere in difficoltà i ragazzi durante lo scritto di inglese. Li sorvegliavo senza sosta e li riprendevo appena qualcuno di loro alzava la testa per guardarsi intorno. La Ela ha cercato un paio di volte di distrarmi. Si è messa in mezzo fra me e i banchi fissandomi ma io, entrambe le volte, le ho chiesto davanti a tutti di spostarsi onde permettere che l'esame procedesse nella legalità. Ho parlato guardando di lato. Poi, quando l'ultimo maturando ha consegnato l’elaborato, mi si è scagliata contro perché avevo messo in agitazione i ragazzi e mi ero rivolto a lei come a un'alunna. Il collega di inglese ha aggiunto che avevo esagerato. Gli ho risposto che non riuscivo a seguire i loro discorsi perché avevo la vescica piena e dovevo scappare in bagno. Il Presidente ha fatto finta di non sentire. Sono tornato ai cessi. Mentre urinavo, il water mi sembrava una bocca che faceva i gargarismi.

Sono rientrato in aula e il prof. d'inglese ha proposto a me e alla Ela di andare al bar con lui per la pausa pranzo. Abbiamo mangiato un panino e bevuto una birra a testa. La guardavo di sfuggita mentre mangiava e sorseggiava. Avrei voluto farmi imboccare la poltiglia che stava masticando.

Siamo rientrati a scuola e il collega ha corretto i compiti. Gli altri siamo dovuti restare lì perché la correzione doveva essere collegiale, però lo abbiamo lasciato solo in quanto nessuno, tranne lui, conosceva l'inglese oltre un livello elementare. Io e la Ela abbiamo detto al Presidente che saremmo andati nell'auletta delle riunioni a controllare la documentazione dei candidati per vedere se era tutto a posto. Il capo ci ha risposto che doveva andare via e che avrebbe lasciato le chiavi dell'auletta e dell'armadio dei documenti a lei, che era la vicepresidente della sottocommissione. Poi si è levato di mezzo e noi due siamo andati nell'aula.

Eravamo di nuovo soli.

Indossava un paio di jeans che le stavano stretti sul culo e una camicetta che era aperta fino al secondo bottone. Aveva le scarpe da ginnastica senza calzini. L'odore che emanava dalle running mi ha incasinato il cervello. Fissavo le sue caviglie. Nel pomeriggio sarebbe tornata a casa e avrebbe sfilato via dalle scarpe quei piedi raggrinziti per il sudore. Se lo avesse fatto davanti al marito, questi sarebbe rimasto indifferente alla scena.

Ho aperto l'armadio, ho preso la cartella e l’ho appoggiata sul banco. Lei mi si è seduta accanto a una distanza di cinque centimetri, ha aperto il faldone e si è messa a sfogliarne le carte. Le guardavo le mani. Avevano le dita affusolate. Le unghie non erano smaltate né molto lunghe. La peluria sull’avambraccio spiccava sopra la pelle che non era abbronzata. Volevo accarezzargliela. Ho provato a sfiorarla con la scusa di prendere una penna che era davanti a lei sul banco. Ho notato che le è venuta la pelle d'oca e che mi stava guardando con la coda dell'occhio.

Poi mi ha chiesto di andare a vedere se il collega di inglese avesse finito di correggere. Ci siamo alzati, abbiamo riposto il materiale e siamo andati da lui. Lo abbiamo atteso per mezzora. Quando questo ha finito, siamo usciti al parcheggio. Lì la Ela ha preso il telefonino e ha chiamato qualcuno.

Stavo per dirle se volesse un passaggio ma, prima che aprissi bocca, è arrivato il marito in macchina.

Per evitare di salutarlo ho detto ciao a lei e al collega e sono andato verso la mia auto. L'ho aperta e sono salito. Ho chinato il capo, ho girato la chiave e ho guardato verso di loro.

Ho visto la Ela entrare in macchina, che era parcheggiata a cinque/sei metri di distanza. Ha chiuso lo sportello, ha abbassato il finestrino e mi ha guardato di traverso.

Il tipo ha messo in moto. L’automobile ha accelerato in prima fino al cancello del cortile che dava sulla Provinciale, poi ha rallentato, ha svoltato a destra ed è sparita dietro la siepe.

*

La (Manu)Ela I

Era scarna, ossuta e mora. Alta 1 metro e 65 circa e col viso spigoloso. Le labbra erano sottili. Aveva l'attaccatura dei capelli bassa sulla fronte, il profilo aquilino e gli occhi scuri.

Eravamo stati insieme ai tempi dell’Università.

Ci siamo ritrovati dopo una decina d'anni durante una riunione di preparazione degli Esami di Stato in un Liceo Pedagogico.

Io ero stato nominato Commissario interno di Italiano e Storia e lei Commissario Esterno di Filosofia. Era giugno e faceva caldo.

Appena l'ho vista, l’ho riconosciuta e ci siamo salutati. Poi il Presidente di Commissione ha dato inizio ai lavori. Ci siamo seduti. Io mi sono messo dietro di lei. Ero leggermente spostato a sinistra. In questo modo me la sono potuta guardare di profilo durante l’assemblea.

Indossava una camicia bianca sotto una giacchetta scura. Entrambe aderenti. I pantaloni erano neri e stretti alla vita e lungo il bacino fino a mezza coscia, poi si allargavano fino alla caviglia. Questa era rimasta scoperta perché la collega aveva accavallato le gambe e non aveva messo i calzini. Ha dondolato il piede nella scarpa col tacco per tutta la durata della plenaria. Alla fine si è alzata, si è girata verso di me e mi ha detto:

-ciao ciao, Roby-.

La mattina dopo, prima di entrare a scuola, ho preso un caffè al bar di fronte e poi sono uscito. Mentre attraversavo la strada, ho visto la Ela sbucare dal supermercato lì davanti. Stava portando in macchina due confezioni di acqua.

Ho pensato che fosse sudata e che, se mi fossi avvicinato con una scusa, avrei potuto sentire l’odore delle sue ascelle. Allora mi sono fatto avanti, ho preso le bottiglie d'acqua e gliel’ho portate nella Fiesta. Mi ha guardato sorpresa, poi ha sorriso e mi ha detto grazie. Dopo siamo entrati a scuola e i Commissari ci siamo divisi i compiti.

Io e la Ela dovevamo controllare se le ricevute di pagamento dei candidati c’erano tutte. Ci siamo seduti vicini come compagni di banco. In dieci minuti mi ha urtato due volte con la mano sul braccio. Quando mi toccava di striscio, mi sentivo le formiche allo stomaco. Poi mi ha dato una botterella sul fianco. Ho pensato che lo facesse apposta. Ho avvicinato la mano sulla sua coscia e gliela ho accarezzata sfiorando i jeans. È rimasta impassibile per 4/5 secondi. Dopo mi ha detto che doveva correre in bagno a fare pipì. Quando è tornata ha spostato un po’ la sedia e si è seduta di qualche centimetro più distante. Ogni tanto le chiedevo qualche consiglio su come ordinare i documenti di iscrizione degli studenti e la toccavo sulla spalla. Lei sembrava non farci caso.

Alla fine della giornata, l'ho salutata alzando la mano per battere il cinque. Quando le ho toccato il palmo, questo era tiepido. E sudato.

La mattina dopo c’era lo scritto di Italiano. La valutazione doveva essere collegiale, per cui li ho corretti assieme a lei nel pomeriggio. Durante la correzione, la mia coscia toccava la sua. La sentivo calda. Abbiamo avuto una discussione sulla gravità o meno degli errori di un compito. Lei si è innervosita e, mentre argomentava, mi ha colpito col gomito sul fianco; infine, quando gliel'ho data vinta, mi ha lisciato il braccio.

Dopo che abbiamo corretto l'ultimo compito, si è alzata ed è andata al bagno. Quando è rientrata, ha chiuso la porta ed è venuta a sedersi. Ha roteato la testa come se volesse distendersi. L’ha tenuta piegata dall'altra parte per cinque/sei secondi e mi ha detto che aveva il torcicollo. Ha parlato tenendo gli occhi chiusi.

Ho percepito una vampata di calore e un odore acre di sudore. Per un istante mi sono sentito come se avessi la testa vuota.

Avrei voluto appoggiare le labbra sotto l’orecchio, baciucchiarla sugli zigomi, sul mento e sopra la guancia, all'angolo delle labbra e poi sulla bocca.

Però poi ho incrociato le mani dietro la nuca e ci ho appoggiato la testa facendo finta di essere rilassato. Non sapevo che altro fare. Lei ha aperto gli occhi e mi ha guardato di sbieco. Poi ha detto che era giunta l'ora di andare via. Ho annuito senza dire una parola.

Siamo usciti dalla scuola. Ci siamo salutati e mi sono messo in macchina. Quando sono arrivato a casa, la porta della cucina era aperta e ho intravisto mia moglie ai fornelli. Dal corridoio l'ho salutata di sfuggita e mi sono infilato in bagno.

Ho chiuso la porta a chiave e ho appeso l’asciugamani alla maniglia, in modo da coprire il buco della serratura

*

Chiesa Gotica

Si erano messi d'accordo al telefono.

A lui era morta la compagna da una decina di giorni ed era andato a trovare i parenti di lei in Basilicata, dove aveva deciso di venire a trovarci e di passare la notte da noi. E così aveva telefonato a mia moglie: sarebbe arrivato a Crotone in treno dopo un viaggio di tre ore e Corinna sarebbe andata a prenderlo alla stazione.

Si conoscevano dai tempi dell’università, quando entrambi -a quanto pare- frequentavano le dark-room. Lei non lo vedeva da anni, da quando si era laureata. Lui non l'aveva mai vista, però l’aveva sempre sentita. E toccata.

Era cieco.

*

Vino in brick

Si erano scolati due litri a testa di vino in brick e, all'imbrunire, erano usciti a piedi e si erano fermati al bar della stazione per prendere un grappino.

“Mi sa che è la serata giusta", disse Bonny.

“Giusta per cosa?”, chiese Eddy.

“Dai un'occhiata al piazzale della stazione”.

“Sì, Bonny, sto guardando. Niente di nuovo”

“Oooohhh, ma sei cieco??” urlò Bonny.

“Abbassa la voce, coglione!” ribatté Eddy.

“Ma non le vedi quante tossiche ci sono in giro? Donne strafatte che ogni sera sono in cerca di spiccioli”.

“Le vedo. Bonny, puzzano a distanza come i barboni e nessuno le vuole".

“È questo il punto, Eddy, là fuori ci sono chili di figa sprecata. Il fatto che nessuno le caga è a nostro favore! Capisci?”.

“Non ti seguo più. Era meglio se ti fossi bevuta la solita birra da 5 gradi. Te lo avevo detto che non sei più abituato al vino”.

“Concentrati! -disse Bonny- Se adesso andiamo da una di loro, per esempio da quella sulla trentina seduta sul marciapiede, ci darà retta di sicuro”.

“Datti una regolata, Bonny. E non esagerare perché ti arrestano per circonvenzione di incapace”.

“Eddy, io sto cercando di farti capire che oggi forse riusciamo a scoparci qualcuna e tu come reagisci? Ti fai le paranoie”.

“Non sono paranoie, ho visto la macchina della polizia in giro".

“Ma tu non ti arrapi mai, Eddy? Non ce l’hai le palle?”.

“Non sono un asessuato, stronzo! -urlò Eddy-

Dici così perché ieri mi hai visto fare cilecca con la prostituta anziana che lavora sotto casa. Dammi tua sorella e ti faccio vedere come mi funziona”.

“Beviti un altro grappino e andiamo a prendercene una. Eddai, Eddy!”

Questo spalancò gli occhi: “e dove cazzo ce la portiamo?”

Bonny sorrise e fissò l'amico al centro della fronte: “allo stabile abbandonato dietro la Stazione, Eddy".

“Ok. Va bene, va bene. Proviamoci. Ma attacchi tu a parlare”.

“Bravo, Eddy, quando lo vuoi, riesci a non essere deficiente. Ora andiamo dalla tipa e le promettiamo 5 euro a testa per venire con noi al fabbricato”.

Comprarono tre lattine di birra e si avvicinarono alla tipa, che se ne stava accovacciata sul sul ciglio del marciapiede a fumare una sigaretta. Le offrirono da bere e si sedettero accanto a lei. Parlarono e gesticolarono per cinque/sei minuti. Poi si alzarono e raggiunsero lo stabile.

Entrarono lì dentro scavalcando una finestra perché il portone d'ingresso era sbarrato con delle lamiere. Dopo una decina di minuti, dall'edificio uscì per prima la ragazza. Correva. Passarono alcuni secondi e saltarono fuori dalla finestra anche loro due. Bonny si fiondò bestemmiando sul marciapiede a rincorrere la tossica però Eddy lo afferrò da dietro per la maglietta e lo tirò a sé ma, nel far questo, venne trascinato in avanti e inciampò sul compagno. Caddero a terra. Eddy disse qualcosa all'amico, poi entrambi si alzarono e guardarono verso la stazione, dove una macchina della polizia si muoveva verso di loro a cinque all'ora con le sirene spente e i lampeggianti accesi. Cambiarono direzione e si diressero verso casa.

Arrivarono all’appartamento senza dare nell'occhio. Eddy ficcò la chiave nella serratura, aprì la porta e andò a sdraiarsi sul letto. Bonny entrò in bagno e si masturbò, poi andò in cucina, prese da bere e si recò nella stanza del coinquilino:

“Credi che io sia stato ingenuo a darle i soldi prima di farlo? Sembrava così socievole!”

Eddy non rispose. Si era addormentato e russava. Allora Bonny se ne tornò in camera, si tolse le scarpe, si buttò sulla branda e si scolò la bottiglia.

Era birra.

*

Dora

Al liceo avevo difficoltà nel relazionarmi con le compagne di classe. Ancora oggi non riesco a guardare negli occhi una donna mentre le parlo. Questo mi angustia molto.

In Terza Media c'era un'insegnante con cui avevo dei problemi. Venni iscritto nel registro dei rapporti disciplinari perché un giorno questa prof indossava la minigonna senza calze, portava i tacchi a spillo ed io dal primo banco le avevo guardato le cosce toccandomi. Fu allora che ebbi il primo orgasmo. Mi convinsi che guardare con disinvoltura una bella donna fosse riprovevole. Cominciai a pensare che il sesso fosse una colpa, un piacere da perseguire di nascosto, senza farmi vedere dagli altri. Mi piacevano e mi piacciono le donne ma le guardo di sbieco oppure con gli occhiali da sole, e ho imparato a possederle a modo mio.

Da un anno convivo con Dora. Non è il tipo di donna che sognavo da ragazzo. In effetti, negli ultimi tempi, quando facciamo l'amore, penso alla conoscente che momentaneamente mi attrae di più. Questo mi eccita oltremisura. Ma io amo Dora perché non è una rompiscatole. Si fa fare di tutto senza parlare, non mi giudica e non ha aspettative.

Spesso, però, si lascia andare. Diventa apatica. Si affloscia. Allora capisco che è giunto il momento di tirarla su. Vado a prendere lo scatolo dove ci sono i nostri giocattoli, prendo la pompa e rigonfio la mia bambolina.

*

Post mortem

Tony aveva notato che i nervi del collo del padre avevano continuato a pulsare per più di un minuto dopo che il questi era spirato, poi si era recato in infermeria per dire al medico di turno che suo papà era morto. Il dottore, che stava sonnecchiando seduto sulla sedia e curvo sulla scrivania, si alzò di scatto, andò nella stanza a constatare il decesso e tornò in infermeria, dove estrasse da una pila di fogli il modulo del certificato di morte. Questa era sopraggiunta per cachessia.

Due infermiere (che dalla faccia sembravano zoccole) entrarono in camera con la barella, la accostarono al letto e avvolsero un lenzuolo attorno al cadavere per portarlo via. Prima che lo caricassero, il ragazzo disse loro che avrebbe voluto abbassare lui le palpebre del trapassato, le quali erano rimaste aperte a metà. Pure la bocca era rimasta semi-aperta ed il figlio si preoccupò di chiudere anche quella.

Era l'una di notte e all'obitorio l'addetto non c'era, né c'erano altri corpi distesi sui marmi. Le operatrici sanitarie che avevano traghettato la salma rassicurarono il giovane: il papà sarebbe stato al fresco, avrebbero abbassato la temperatura a -18 e la decomposizione sarebbe stata scongiurata fino alla mattina dell'indomani, per cui poteva andare a dormire, ma lui, prima di andar via, volle scoprire il viso del morto e, quando sollevò il sudario, vide che dalla commissura labiale fuoriusciva un liquame che colava giù per il collo fino a macchiare il marmo di bluastro. Allora prese un lembo del lenzuolo che avvolgeva il corpo e cercò di pulire.

Al termine dell’operazione, il volto del papà gli sembrava pulito ma sulla lastra di marmo era rimasta una patina e Tony si rese conto che, al momento, sarebbe stato impossibile far sì che la nitidezza del marmo tornasse uguale a quella delle mattonelle che erano sulle pareti.

Andò a dormire e tornò in obitorio alle 07:00.

Trovò sul posto l'addetto alla sistemazione dei corpi e notò che suo padre era in compagnia di un altro defunto. Questo non era coperto bene dal lenzuolo, che sembrava fosse stato buttatogli addosso di fretta, come uno straccio ammucchiato sul pavimento. Tony riuscì a intravederne una coscia, un braccio e i piedi. Sembravano pennellati di giallo.

Il preposto chiese al ragazzo se volesse assistere alla rimessa in sesto del genitore, questi annuì e gli si posizionò davanti.

Il tipo finì di bere un caffè da un bicchierino usa e getta, lo buttò nel cestino e procedette prima alla pulitura dei genitali, poi al tamponamento delle vie aeree: prese della bambagia e la inserì nella gola e nelle narici del morto con un oggetto in metallo, che pareva un bisturi.

Il defunto, ora, doveva essere vestito e il ragazzo porse l’abbigliamento che nel frattempo gli aveva portato la sorella. Prima, però, si volle accertare che nel taschino interno della giacca non ci fossero dei soldi perché si era ricordato che il vecchio aveva il vizio di mettervi da parte gruzzoletti di banconote.

La vestizione era terminata e il defunto era pronto per mostrarsi in sala ai visitatori.

Tony, però, continuava a chiedersi in quali pantaloni dell’armadio di casa il babbo avesse potuto mettere da parte dei risparmi.

*

Ansia anticipatoria

Uno scoramento assale il tipo di mezza età all'inizio del pomeriggio.

Se a mezzogiorno il cielo è terso, per lui lo spazio diventa vitreo e la luce immobile. Se invece è uggioso, il tipo di mezza età vede tutto terreo.

Egli ricorda poco di quando è piombato sul sentiero obbligato che porta al burrone.

*

Solo. Solo come un cane!

Non mi ero rassegnato all'idea che Corinna mi avesse mollato senza preavviso, per cui l'avevo cercata con insistenza e, dopo una settimana, ero riuscito a incontrarla. Ai Giardini. Era lì che si faceva trovare, solo che non mi parlava più.

Aveva saputo della scappatella con la Ela. Questa era la parrucchiera che, il giorno prima del distacco, le aveva fatto un'acconciatura coi fiocchi e, due giorni dopo, era venuta a letto con me: era brava con gli uomini e si faceva fare di tutto. Del resto, era stata la signora a lasciarmi in bianco senza motivo e non potevo mica farmi le seghe e autocommiserarmi per il resto della vita.

Ora, però, volevo farmi perdonare.

Un giorno le portai perciò un bouquet di fiori, lei lo accettò. In quell'oasi di pace in mezzo alla città, stemmo in silenzio per un quarto d'ora a guardarci e a riflettere. Cercavo di farle capire che mi ero pentito. Ma era imperterrita. Ascoltava i miei discorsi, mi fissava ridendo sotto i baffi, però non mi rivolgeva la parola. Quella volta passò vicino a noi il custode del parco. Salutò guardando a terra. Gli chiesi da quanto tempo non potasse le siepi e lui mi rispose che non le toccava da sei mesi. Poi mi disse che doveva andare a sistemare un'aiuola che si trovava dietro una fontanella e si congedò. Il tipo era cordiale, mi guardava con commiserazione e si rivolgeva a me con il "tu", ignorando la presenza di lei. Forse gli era antipatica per l'atteggiamento che mostrava nei miei confronti. Le proposi di fare una passeggiata. Rimase impassibile. Allora restammo dove eravamo.

Discutemmo per oltre un'ora e non mi accorsi che si era fatto tardi. Il sorvegliante doveva chiudere e mi fissava. Il suo volto non esprimeva più compassione. Feci notare a Corinna che era ora di alzare i tacchi e tornare a casa.

Varcammo l'uscita, il guardiano chiuse in fretta il cancello. Io mi avvicinai alla macchina, aprii la portiera e mi voltai a guardare verso mia moglie, poi, prima di rigirarmi per entrare nell'abitacolo, spostai lo sguardo in alto e rilessi quella scritta sopra l'inferriata, che da otto giorni mi ripetevo nel dormiveglia: "Tutto è vanità, tranne il sepolcro".

*

Il nitido della materia

La caldaia non funzionava da due settimane. Nei giorni lavorativi telefonavo al tecnico ma questo non rispondeva. Vedeva la mia chiamata e mi contattava il giorno dopo. Mi diceva che non aveva avuto tempo, quindi ci mettevamo d'accordo per una data. Poi arrivava il momento, io gli ritelefonavo e di nuovo nessuna risposta.

Mi chiamò la mattina di sabato, ma io stavo lavorando e non ero a casa, per cui ci accordammo per il lunedì. Nel giorno che avevamo stabilito, però, ancora una volta non rispose. Provai una seconda volta a telefonargli. Il cellulare risultava spento. Gli mandai un messaggio vocale via Whatsapp, lui lo vide e lo ascoltò, ma niente. Non mi sembrava il caso di chiamare un altro. Volevo vedere la faccia del tizio che mi stava tenendo al freddo da 15 giorni. Inviai un messaggio di lamentele al fratello, che era il suo datore di lavoro, e il giorno dopo il tipo si presentò a casa per riparare la caldaia.

Si mise a maneggiare il termostato, io gli chiesi se volesse un bicchierino di limoncello e lui accettò. Prima di darglielo lo allungai con alcool puro 95° per liquori. Se lo bevve in un sorso, allora gliene offrii un altro e, dopo cinque minuti, un altro ancora. Dopo il quarto cocktail strascicava le parole. E le gambe. Gli dissi che in passato avevo abitato nel suo quartiere, lui fece un sorriso di compiacimento e mi rivelò la via e il civico in cui viveva. Quando finì, mi assicurai che fosse riuscito a riparare la caldaia e lo pagai. Gli chiesi se voleva un altro bicchiere. Accennò di sì con il capo. Presi un calice e lo riempii per metà d’acqua e per metà del miscuglio. Se lo ingollò e si tolse dai piedi.

L’indomani andai a trovarlo.

Davanti all’abitazione c'erano delle persone e sulla porta d'ingresso era affisso un manifesto di morte col suo nome.

Il giorno prima aveva centrato con la macchina il guardrail di una curva e c'era rimasto secco.

Entrai dentro. C'era un corridoio. La camera ardente era la prima stanza a sinistra. Salutai una signora e due ragazzi che stavano piangendo. Poi mi avvicinai al feretro, abbassai la testa e toccai la bara per farmi il segno della croce. Rimasi pochi secondi con la testa china a guardare la cassa e vi appoggiai il palmo della mano. Era liscia e lucida. Legno massello di qualità.

*

Disbrigo pratiche

Il coma era la conseguenza della cachessia in stato avanzato. La sentenza del sanitario del Pronto Intervento però non toglieva che, nei momenti in cui ero sveglio, fossi cosciente e capace di ascoltare, solo che non avevo le forze per aprire la bocca e gli occhi.

Comunque non avevo dolori perché mi somministravano il Contramal sotto la lingua. Oltre al medico, in quel momento si stavano occupando di me i due figli che avevo cresciuto, e mia moglie, che interveniva di tanto in tanto con parole tipo "ho capito" o "infatti".

Speravano che la mia morte fosse indolore. E veloce.

Secondo il medico del 118, gli organi stavano mollando uno dopo l'altro, quindi il calvario sarebbe finito di lì a poco. Mentre parlava mi alzò la palpebra destra e disse che i capillari della sclera si erano anneriti. Segno che la circolazione periferica non funzionasse più e che la vista fosse compromessa. Sarei deceduto entro due ore.

Ci sentivo ancora, però.

Mio figlio e la madre espressero il dubbio che se fossi morto in serata, il funerale non si sarebbe potuto svolgere l’indomani e si chiedevano se oltre le 24 ore la salma avrebbe cominciato a esalare gas.

Il dottore li rassicurò: gli addetti delle pompe funebri sapevano come intervenire sui cadaveri affinché non puzzassero. Sentii mia figlia tirare un sospiro di sollievo. Poi tutti continuarono a tranquillizzarsi a vicenda dicendo che in quel momento ero incosciente. A conferma di ciò, udii il medico asserire che ero insensibile alle punture che mi stava facendo con un ago sui polpastrelli. Le dita, infatti, erano diventate cianotiche. Poi aggiunse che avrebbero potuto farmi ricoverare giusto per non lasciare alcunché di intentato. Fra l'altro, morendo in ospedale, sarei stato esposto nella sala del pianto presso l'obitorio e i miei cari si sarebbero risparmiati il trambusto delle visite a casa.

Loro risposero che era una buona idea.

A quel punto distolsi l'attenzione da quello che gli astanti dicevano perché mi ricordai che mio cognato il giorno precedente mi aveva promesso dei pasticcini e non me li aveva portati. Avevo voglia di mangiare qualcosa di dolce.

Dopo cominciai ad avere tanto sonno, non riuscivo a concentrarmi su quello che sentivo e avvertivo un formicolio su tutto il corpo. Mi sembrava di vedere la buonanima di papà che camminava verso di me. Provavo ad abbracciarlo ma lui era arrabbiato, si rifiutava di stringermi e mi parlava ma io non capivo cosa stesse farfugliando. Poi, piano piano, riuscii a discriminare una sua espressione. Si trattava di una frase che mi diceva quando ero un adolescente e lo facevo arrabbiare.

“Cresci figli, cresci porci".

*

Avanguardie pedagogiche

La scuola era al pianterreno di un condominio di sette piani.

I ragazzi della terza stavano facendo un laboratorio di storia su "La rinascita dell'Anno Mille". Io camminavo fra i banchi e, mentre davo suggerimenti a chi me li chiedeva, si sentì un tonfo. Proveniva dalla finestra.

Una donna sulla cinquantina era precipitata dal terrazzo dell'ultimo piano. Gli studenti, soprattutto le ragazze, gridarono. Ebbi il dubbio che l'avesse buttata giù qualcuno che poteva aggirarsi indisturbato nei dintorni, per cui preferii mettere al sicuro 19 giovani in salute invece che perdere tempo a chiamare i soccorsi per un individuo di mezza età già compromesso.

Ordinai a tutta la classe di lasciare immediatamente l'aula. Gli alunni obbedirono, li portai nell'aula di informatica e li chiusi dentro. Tornai in classe e mi affacciai dalla finestra per guardare di nuovo la tipa piombata dall'alto.

Stava riversa sull'asfalto, aveva la bocca semi-aperta, le gambe divaricate, un braccio sotto la schiena e l'altro steso intorno alla testa. Indossava il pigiama e notai che la sua pancia era gonfia. Sembrava una barbona che dormiva dopo una sbronza. Ma era morta, stecchita. Le feci un paio di foto col telefonino e chiamai il 118: "Salve, sono un insegnante del Liceo Pedagogico, quì su via A. Manzoni, durante la lezione, abbiamo visto cadere sulla strada una donna dai piani superiori. Mi sembra esanime ma venite lo stesso". Poi chiamai la polizia e dissi le stesse cose.

Pensai che i miei allievi sedicenni avessero il diritto di vedere il morto, quindi andai a chiamarli prima che il corpo venisse prelevato. Li lasciai osservare il cadavere spiegando loro che così avrebbero temprato il loro carattere. Mentre loro guardavano la suicida, io gli parlavo di Leopardi, Epicuro, Lucrezio, Montaigne, Sartre e dei Kamikaze giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale.

Un maschietto era molto incuriosito e faceva commenti da adulto, un altro mi chiese se si trattasse di suicidio, io non risposi ma lui insisteva con la domanda ed io allora gli spiegai che, se la morta non aveva urlato durante il volo, o era stata tramortita già prima di schiantarsi oppure si era uccisa da sola. Due alunne si toccavano la pancia, guardavano a terra e mi chiesero di poter andare in bagno. Acconsentii.

Quando giunsero la polizia, l'autoambulanza e il Dirigente Scolastico, avevo già chiuso la finestra e ripreso la lezione laddove era stata interrotta al momento del botto.