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Raccolta di pensieri di Alfredo Rienzi
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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La quarta vita delle parole

La quarta vita delle parole.

 

Non voglio essere né sistematico, né ordinato (logico-razionale?), né completo. Potrei riavvolgere il nastro già qui e riprendere subito, cercando di svolgere qualche pensiero sulla nona vita delle parole. Ma per ora ne ho in mente quattro

Parlo della parola che meglio conosco o credo di conoscere, cioè quella poetica, al netto di definizioni in cui non m’addentro e con la naturale convinzione che dirò cose inessenziali e opinabili in ogni loro fiato.

 

Dunque, penso che la prima vita delle parole si svolga in una specie di giardino della pre-esistenza.

Esistono, sono già da qualche parte; grafemi senza suono, ci aspettano e noi aspettiamo loro. Nel frattempo sopravviviamo con quelle che si sono già concesse (o che abbiamo cercato e/o trovato). Le mischiamo un po’, talvolta facciamo accostamenti originali, dove la parola “originali” reca in sé il possibile vizio di un tempo lineare. In un testo inedito ed abortito di circa vent’anni fa cercavo di esprimere con leggerezza questo concetto, già più che bimillenario: «[…] non puoi pensare a nulla che già non sia/ e […] le mie poesie/ sono solo graziose traduzioni/ di qualche verso che galleggia altrove».

 

La seconda vita è quella che mi affascina di più: qui sta l’incontro, che nella sua intimità sento ancora misterioso, tra la parola e il poeta. Non voglio indagarne le tante, troppe, possibili modalità e finalità, se mai si dovesse pensare che ve ne sia una. Dico, metonimicamente parola, ma forse sarebbe più giusto dire verso, poesia, poema. E’ la stagione del corteggiamento amoroso e della sofferenza dell’incompiuto, del sorgere di soli (ci capirà poi – o mai – di che magnitudo) o delle piogge di meteoriti a polverizzare intere strofe. E’ il tempo dei fraseggi troppo rapidi per essere fermati sulla carta, registrati, appuntati con la prima cosa che passa per le mani, compresi spezzoni di pastelli giallo chiaro, delle formule che non torneranno mai più come sono apparse. E se tornano, si resta convinti che il verso fuggito sia stato altro… Questa seconda vita, durante la quale si consuma la passione tra il poeta e la parola, in tutte le possibili accezioni, è straordinaria e spossante, come tutte le passioni. (Diffido assai dai compiacimenti immediati per i propri “capolavori”…, ma teniamo alto il discorso). In questa vita, come in tutti i processi creativi, compreso Quello che scende lungo l’Albero della Vita, l’energia, il fuoco, l’ustione deve prendere forma, deve morire nella forma. Il lavorio del poeta si arrende, in genere (ricordate: tutto è opinabile), quando la creazione viene crocifissa nella materia, quando si fa carta stampata, immobile, odorosa, stracciabile, ma offerta alla fissità della parole scritte. L’energia diventa materia. L’energia creativa muore. Non è la morte, ma una morte. Ipostasi? Poi comincia la vita del libro, chiamiamolo così, per stare nella media dei cadaveri. (Ah, per alleggerire: anche questi funerali molto spesso costano!)

 

La terza vita è un rebus, così mi pare. Il fine del percorso, cioè la parola stampata, il libro, ora deve vivere la sua vita. Forse è più giusto dire la fine del percorso che il fine. Uccidere la parola creata, affrancarsi dalla spossa di mantenere quell’energia inconclusa e senza requie, questo ho sentito come necessità, con la stampa. Stampa e pubblicazione non sono sinonimi, in poesia meno che mai. Ma torniamo al rebus? Che si fa, ora di questa parola stampata. Il consueto corteo rituale (funerario?): presentazioni, mailing, recensioni, concorsi, eccetera. Quale è l’energia che anima questa vita? Non so, di canto basso, comunque. Le acque argentine della seconda vita si sono fatte reticolo di risaia. Un lavoro organizzativo, di relazioni, a volte invadente, con la consapevolezza che è azione vicaria di un sistema editoriale tarato sulla stampa come traguardo mediamente bastante (il capitolo eccezioni in altro scritto, forse). Scherzando: una vita di tipo ludico-sportivo; non scherzando: un’esistenza cupida ad ammonticchiare recensioni e citazioni. Nel frattempo la passione si volge, se grazia vuole, ai nuovi incontri, ai nuovi versi che premono. Quelli appena pubblicati, in questa fase, odorano già di vecchio, hanno la voce un po’ stanca, e a volte del disamore. Un disamore temporaneo, almeno: il tempo potrà riavvicinare qualche figlio buono, ne farà dimenticare altri. Talora fino al disconoscimento, specie per i libri d’esordio (non vi fu passione? fu solo vanita?).

 

Ma poi accade una specie di prodigio, una quarta vita inattesa, non preventivata. Non accade subito, in genere, e nemmeno per tutti i libri. Dopo la seconda vita della parola con il poeta amante e la sua terza vita con il poeta, come dire, padrone (“la poesia è mia e solo mia”, l’ho marchiata con l’ISBN, cinta con la SIAE!) ecco che la parola, incarnatasi per mezzo delle precedenti due vite, si libera, viaggia da sola, sia pure con il patronimico del poeta ed il matronimico della raccolta (l’editore qui è già voce spesso vaporizzata). A volte sono interi componimenti che riappaiono qua e là, come medie incarnazioni, fuori dall’editoria e dai circuiti dedicati. Dico: nel diario di una ragazza, o nel dattiloscritto di un cultore che ne ha ritagliata e incollata una versione pre-editoriale (esempio di parola moribonda: avrebbe potuto salvarsi, restare per anni nella seconda vita, invece fu uccisa); può riapparire in una citazione o in qualche epigrafe; come didascalia di una foto di sconosciuti sui social. Quasi come una voce aliena, che si fatica a riconoscere come propria, può rivivere a sorpresa in un testo teatrale o diventare altro ancora…

 

Mi è capitato di pensare, nell’emozione del rincontro con parole e versi che ho amato e generato-ucciso, che grazie a questa loro quarta vita, anche le precedenti sue assumono luce nuova, forse un po’ di senso in più.

 

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Piccola riflessione contro l’Elogio

PICCOLA RIFLESSIONE CONTRO L'ELOGIO

 

Il mondo fenomenico manifesta chiaramente come bene e male siano concetti relativi, se riferiti a fatti, azioni, proprietà, interazioni. Banale esemplificarlo, negli estremi più chiari e per questo didascalici: l’acqua dona vita, in giusta dose, e distruzione se poca o troppa; il sole favorisce la vita, in giusta dose, per portare vita oltre il gelo e non bruciarla nel fuoco. La qualità senza quantità non attiene alla nostra realtà, come comunemente e/o limitatamente intesa. Così anche per la sfera più o meno immateriale. Ricevere un elogio è una carezza che solleva lo spirito, ma che può insidiarlo come una palude malsana. All’opposto la sferza del biasimo, della critica, scevra dalla malignità artificiosa degli odiatori, può essere un salutare stimolo.

«Evitiamo di essere cacciatori di illusioni, che anziché cercare la testimonianza della propria coscienza, cercano l’approvazione, l’elogio altrui e se ne beano. I suffragi che si ricevono possono essere sinceri o ipocriti» e «i primi […] sono più pericolosi dei secondi» (Paul Sédir).

Purtroppo, nel moderno e nel contemporaneo, la vita pubblica e di relazione pare essersi orientata, in modo per certi versi drammatico, verso la ricerca dell’elogio, del consenso, dell’approvazione, del voto più o meno liberamente ricevuto.

Il discorso può apparire tutt’altro che semplice o lineare se focalizzato nell’ambito della comunicazione artistica, il cui versante comunicativo è essenziale, secondo alcuni l’unico che connoti l’espressione artistica, mentre per altri il momento artistico è essenzialmente quello creativo, indipendentemente dalla sua manifestazione a terzi. Non sono un esperto di Estetica né di Storia dell’Arte, e non so argomentare meglio di così, senza tempo e volontà per approfondimenti che amplierebbero il discorso, spontandolo però dal centro cui miro.

Va da sé, simboleggiato icasticamente dalla corona d’alloro del poeta laureato, che il riconoscimento, l’affermazione, la gloria, la fama ecc ecc sono il corpo immateriale di quelle illusioni cui riferiva Sédir. Ed è, qui mi avvicino al senso di questa breve riflessione, evidente a tutti come il deflagrare dei nuovi mezzi di comunicazione, abbia irrorato e drogato il mercato delle ambizioni e la fiera delle vanità. Al punto che il metro di misura, aureo e plumbeo al tempo stesso, è il perfido simboletto del pollice in su. Vorrei citare Massimo Morasso che alcuni (quanti?) anni fa scriveva (ma, non ritrovando la fonte, lo parafraso, sperando di avvicinarmi al concetto): “lo sport preferito dai poeti è la caccia alla recensione”. Oggi, purtroppo, la nuova disciplina è la caccia ai likes, meglio se a contorno di post sui propri (quasi sempre) riconoscimenti letterari o su attenzioni alla propria attività letteraria.

Perché ciò non dovrebbe essere un fatto positivo? Infatti non lo dico, sarei contradditorio con la mia seppur parca e titubante complicità alla giostra.

Dico solo che ciò, per me, è un’insidia, un pericolo.

Mi spiego e lo faccio brevemente, tanto chi vuol comprendere lo ha già fatto.

E’ certamente un fatto di cui tenere conto se un proprio testo o una propria silloge riceve apprezzamenti, commenti positivi, riconoscimenti, menzioni d’onore (scusate il sorriso intrattenuto). In tutte queste azioni vige dialettica e sarebbero non secondarie le nostre valutazioni, stima e consonanze con chi apprezza, commenta, premia. Ma, aldilà del rendermi obliquo, per carattere ed entro certi e mai sufficientemente ampi limiti, alle manifestazioni di vanità, ciò che mi turba è lo sviamento potenziale dell’esito sul movente artistico, il feedback condizionante, in un circuito che non può, realisticamente, essere spezzato, ma che è il primo responsabile della paralisi di intere generazioni, dove il placet dei cosiddetti maestri è condizione essenziale o, forse peggio, dove il risuonìo di sciami di like e lo sventolio di pergamene al merito possono svilire l’atto creativo a emulazione preventiva di ciò che si sa potrà più piacere ad altri e, di ritorno, con-venire a sé, a una distanza inapparente, ma abissale, dal contra-venire a Sé.

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Parole facili, parole difficili?

Nell’inserto Tuttoscienze de La Stampa del 18 ottobre 2017 un articolo dal titolo “Mai scrivere “citolisi”. L’algoritmo segna in blu tutte le parole proibite” (1) presta una notizia alla riflessione sulla lingua della poesia.

Il tema è quello della comunicazione e della comprensibilità, per il pubblico di non addetti ai lavori, di argomenti e pubblicazioni a carattere tecnico-scientifico.

Con la premessa che un testo risulta comprensibile a non scienziati soltanto se il 95-98% delle singole parole suona familiare e con la finalità di guidare il ricercatore ad incontrare il lettore a metà strada tra un linguaggio specialistico ed un linguaggio di tutti i giorni, è stato creato un nuovo software, denominato De-Jargonizer in grado di segnalare agli autori di testi di argomento scientifico il livello di accessibilità per un pubblico comune. Sul sito (2) il nuovo software viene così presentato: De-Jargonizer, realizzato da professori e scienziati del Technion e dell’Holon Institute of Technology della Tel Aviv University, è attualmente disponibile per analizzare testi in inglese e in ebraico (non riesco ad evitare la battuta se in ebraico esistano parole non oscure…), e determinare il livello del vocabolario e dei termini del testo, attribuendo alle parole tre livelli:

-          parole ad alta frequenza / comuni;

-          parole poco frequenti / parole normali;

-          termini gergali o tecnici.

Il De-Jargonizer mette in evidenza il gergo “problematico” in rosso, i termini poco frequenti in arancione, mentre il testo “comune” resta in nero. Ciò vuole permettere al divulgatore di valutare alternative meno  potenzialmente oscure, utilizzando parole più familiari o di aggiungere spiegazioni.

È chiaro che parliamo di linguaggio altro (molto altro) rispetto a quello letterario e specificamente poetico. Superfluo insistere su questa premessa. Chiaro.

Però il tema è pur sempre quello sulla “comprensibilità” della lingua e l’indirizzo/scopo dell’algoritmo è quello di favorire la comprensione attraverso un passo verso il lettore/fruitore comune. Passo che potremmo chiamare, con punto interrogativo, abbassamento ?

Diventa curioso, stimolante, magari poco più che salottiero, ribaltare queste considerazioni sulla lingua poetica. Forse.

Potremmo così immaginarci insistite strie rosse nei versi del sanguinetiano Laborintus e costellazioni di grumi arancioni nella maggior parte della poesia ermetica o, più inessenziali, in tanta poesia amatoriale zeppa di arcaicismi, lirismi e aggettivazioni oblique e scimmiottamenti aulici?  Tranquillamente procedere nel quieto e nero risultato di neorealisti, minimalisti e performatori di amorini (mi resta il dubbio del gergo strictu sensu e del torpiloquio...).

Io (che va sempre bene citarsi addosso, si dice) dovrei, ahimé, ma forse cogliendo opportunità di nuove comprensibilità, riscrivere quasi tutto, a cominciare da titoli inesistenti come Oltrelinee o Epimnesie, con cui rischio perfino di non ricordare cosa avrei voluto dire, se non me lo fossi segnato a margine.

Celia e (auto)ironia a parte, credo che il problema sia maledettamente serio.

Riassumibile nella datata, forse un po’ frusta, ma sempre riproponibile questione:  “abbassare” il linguaggio, portarlo ovunque, “in strada” (ma poi, perché no?, nei tombini e oltre) o “resistere”, chiedere un passo (qualche passo) al lettore verso un linguaggio meno elementare, più ampio? “Resistere” avrebbe detto Montale. Non è che voglia qui aprire e affrontare questo tema fondamentale, la cui risposta è chiaramente già nei  versi che ognuno scrive, ma il De-gergalizzatore mi ha incuriosito e, fatalmente, indotto a queste righe. Aperte e lietamente inutili.

 

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(In)definizione della poesia

Il cantuccio delle nostre sicurezze vuole avere confini certi, tassonomie ordinate e definizioni chiare. Non sfugge all'ansia moderna e postmoderna il desiderio di sancire cosa sia poesia e cosa non lo sia. Illusorio! Non riusciamo a definire precisamente l'intelligenza, l'amore, la salute e la malattia, la terza e la quarta età. E neppure la vita e la morte. Figuriamoci la poesia! Accontentiamoci di farlo per una sedia, un piatto, un ago, una pietra, un cespuglio. Il che potrebbe non essere poi così scontato e comunque non è cosa di poco conto.

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I premi di poesia non si vincono!

È una questione minimale, mi rendo conto e cerco di farla breve.

Non ci sarebbe nulla di male e di sbagliato a dire “ho vinto un premio di poesia, o un concorso letterario”.

Apparentemente e secondo logica no.

Però, mi viene da pensare, che lo sprinter, il nuotatore, il ciclista, il maratoneta “vincono” le loro gare: uno arriva primo, amen! I tuffatori,  pattinatori e ginnasti artistici stanno a metà tra il “vincere” e l’”ottenere il punteggio più alto”. Le sincronette, lasciamo stare (esiste il reato di discriminazione sportiva?).

I premi di poesia non si vincono: vengono assegnati!

Per carità, ci si capirebbe comunque, ma dopo ogni proclama e sbandieramento di “vittoria” (anche per  “menzioni”, “segnalazioni”, anche in premi dove tutti sono “menzionati” o “prescelti” – volete esempi? ), mi è scattata una certa insofferenza. Proprio dopo che mi è stato assegnato il primo premio ad un concorso, mi rendo conto che non ho vinto nulla! Alla giuria è piaciuto quel testo, virgola, e mi ha assegnato il primo posto, punto.

Forse nella genesi di questo mia banale considerazione ci sta il fatto che quel testo non mi ha mai convinto troppo (ha più di dieci anni e non l’ho mai pubblicato e proposto – ma era uno dei pochi inediti a disposizione per un concorso che ho voluto fare, per ragioni mie), ma non cambia lo sviluppo e l’esito del ragionamento.

Quindi, da oggi, non “vincerò” più alcun premio di poesia (bacchettatemi quando mi contraddirò) e rettificherò ogni nota biobiblio sostituendo “ha vinto” con “gli è stato assegnato”. 

P.S. Questa riflessione è stata possibile nel post-prandiale: prima, sarebbe stato ben più importante riflettere se scegliere un’insalata e/o quali verdure cotte.