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I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.
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Metodologia della Verità
Spesso ci si abitua a considerare lel proprie opinioni come dogmi insuperabili che si accettano poiché comunemente diffusi; sebbene una buona abitudine sarebbe la messa in discussione di tali precetti, opinioni e superstizioni. Succede pure che le opinioni meno discusse vengano aprioristicamente assunte come certezze; ma tale insulto alla ragione è una circostanza del caso, data la mancanza del dibattito. Sarebbe assurdo, come ricorda Mill in un noto passo de La Libertà, negare l'evidenza di una verità matematica e geometrica, nel caso in cui esse non siano ancora messe in dubbio da terzi. Ma sappiamo che un teorema non è soltanto una verità certa e incontestabile. Il buon matematico è scrupoloso, vuole conoscere e imparare le dimostrazioni in virtù della verità stessa. L'aspetto rilevante qui non è la formalità di un procedimento, bensì l'attenzione all'esercizio inteso come ricerca; Orazio a tal proposito ci soccorrerebbe parlando di limatura – labor limae. Così l'opinione corrente di sé o degli altri, che sia in contrasto oppure perfettamente conciliabile. Resta un fatto ingovernabile, cioè che non capiremo mai i principi, i fondamenti e le conclusioni a cui pervengono le nostre idee finché non le dimostreremo, finché non ne conosceremo accuratamente i procedimenti e, cosa più vigorosa fra tutte, fino al momento in cui non passeranno al vaglio della sospensione momentanea del giudizio. Il dubbio metodico è un altro strumento grazie al quale plasmare progressivamente la totalità del reale pervenendo alla conquista della verità: l'άλήθεια.
Id: 2973 Data: 28/02/2026 10:44:46
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Critica allo Stato
Il malinteso che si frappone tra il campo decisionale dell'individuo e l'ingerenza dello Stato subentra laddove il potere esecutivo, anziché sollecitare le attività dei membri e i relativi sviluppi creativi, interferisce senza limiti nella sfera individuale soppiantando con la propria coercizione paternalistica la libera autonomia degli individui. Questi relegano il proprio sé alla catena della macchina burocratica statale e quanto di degno ci fosse nelle capacità individuali è obliterato, spiacevolmente, da un'ingannevole autorità super partes. Il valore dello Stato, la sua legislazione e il suo governo corrisponde al valore, la legislazione e il comando dei singoli che lo compongono, in virtù di un contratto o di un accordo che ratifica un beneficio reciproco. Lo Stato non può fungere da Leviatano, non può negare le aperture intellettuali. L'abilità amministrativa, la gestione degli affari interni ed esterni; quanto è propriamente di uno Stato, in nessun grado e in alcuna misura può sacrificare gli interessi delle iniziative individuali; piuttosto, esso dovrebbe stimolare le azioni. I cittadini non sono mezzi in vista di fini prefissati, siano essi economici e privati. Non tutti gli individui sono animali gregari, strumenti docili da usurpare. Se lo Stato avrà a che fare con dei piccoli uomini, esso non potrà anelare alcuna grandezza maestosa, vi sarà impossibile realizzare qualsiasi progetto disvelante e rinnovatore. Come conclude Mill, nel passo finale de La Libertà: "La perfezione della macchina cui ha sacrificato tutto alla fine non servirà a niente, perché mancherà quell'energia vitale che, proprio per far girare meglio la macchina, ha preferito distruggere".
Id: 2969 Data: 22/02/2026 00:05:30
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La Tragedia Greca
La tragedia greca rappresenta sotto una forma di mistero inverosimile, e per questo foriera di verità, l'alba del dialogo infaticabile tra l'uomo e il duro agone della vita. La morte inarrestabile, la violenza incontrollabile, il dolore e l'angoscia senza tregua giacché ineluttabili: le pagine che ci sono pervenute riempiono l'animo di irremovibile commozione. Una realtà mostruosa e lontana, in virtù di tale dissonanza con i tempi moderni più vitale, fervida, traboccante di saggezza. Oggi pare che l'enciclopedia del tragico sia tramontata, ma l'oblio dell'enigma umano procede con la sua stagnazione, una scandalosa vegetazione di spirito che ovattata l'esperienza.
Id: 2967 Data: 19/02/2026 12:20:12
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Encomio a Nietzsche
25 agosto 1900. Mentre morivi, il tuo folle genio divampava in tutta Europa. Celermente si diffondeva la gloriosa prodezza delle tue innumerevoli imprese. Tu, volendo edificare orizzonti immanenti e aristocratici dei valori, abbattesti i confini trascendenti degli uomini, ti sbarazzasti delle degenerazioni e delle menzogne di cui soffrono i più. Proprio come dinamite – come tu stesso dicesti in "Ecce Homo" – gli uomini, da allora, non poterono non confrontarsi con la perizia e nobile arte del tuo pensiero. Filosofo, filologo e poeta: un trittico che descrive perfettamente la tua linfa vitale. Appartieni all'eternità, finché resterà memoria della valentia che accomuna perlopiù quei pochi spiriti magnanimi che per inettitudine dei contemporanei si appellano alla sentenza dei posteri.
Id: 2964 Data: 12/02/2026 21:32:03
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Elogio a Pessoa
Si riconoscerà in me, per necessità vincolanti, fin dentro il mio cuore, in aggiunta alla devota venerazione una seria ambizione di tendere allo stile poetico e letterario pessoiano, il solo inimitabile, vale a dire l'aere perennius di un tale stile incommensurabile. È lui che, assieme a Nietzsche, ha ravvivato quella luce soffusa, imbarbarita dal contatto con certe idee servili e abiette della modernità. Egli rinsaldò il mio spirito, sicché intrapresi da errante il viaggio della guarigione, dando luogo a ciò che furono i miei primissimi principi etici e universali. Potevo discernere il buono e il cattivo, l'inquieto e il borioso, l'alto e il basso, l'abisso dalla superficie.
Id: 2958 Data: 09/02/2026 10:06:25
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Ad Perpetuam Rei Memoriam
Mio maestro, per quanto ancora mi tormenterà tale inesprimibile grandezza? Quando, sul calar della disperazione, cesseranno quei mali interiori che scavano le viscere? Come seppellire l'io se la mortalità è una necessità ineludibile? Come trovare conforto se la vita è una vertigine di tedio e di disgusto? Un tenero rimprovero o una veneranda approvazione mi spinge oltre il canto del cigno. Mi avvicino ma voi eccedete ogni limite, salgo rovinosamente la vetta mentre vi ponete oltre il firmamento. Vi guardo dall'infimo di me stesso, tra invidia e bramosia; desidero esservi intimo, e voi, inorridito, osservate la mia piccolezza da quelle alture celesti. Ho conosciuto la bellezza, l'amore più profondo, in voi, spada di damocle quale siete, nodo gordiano di promiscui turbamenti. La più bella Metafisica che ho incontrato siete voi, la più folle delle follie non è che la teofania della vostra bellezza, arcaica e nuova, scevra di saccenza, perennemente presente. Voi disegnate l'avvenire, io dipingo il vostro passato di epopee inenarrabili. Non conoscete disfatta, ma questo essere troppo umani vi ha resi profeti di tutte le sciagure venture. Se dovessero chiedermi quale sostrato austero vi sostiene, irrefrenabile sarà l'afflato della legislazione eterna; incontenibile virtù, termine interminabile di cosa interminata, miei maestri. La vostra pietà mi crocifigge nella dissipazione assoluta, perso nelle fantasticherie della miseria.
Id: 2953 Data: 31/01/2026 20:08:02
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Prudenza Scettica
In accordo con David Hume, farsi guidare dallo scetticismo, in un certo grado, costituisce un avviamento necessario, nonché prudenziale, allo studio di qualsivoglia scienza. Sostengo tale tesi in quanto essa ci sottrae dalla pretesa di qualche presunto postulato incontestabile e parimenti assoluto. Lo sguardo scettico è corroborante per la mente e in egual misura salutare per lo spirito: preserva l'attitudine dell'indagine imparziale, conservando nei nostri giudizi quella rettitudine necessaria che allontana quei pregiudizi fatali che ci hanno inquinato, poiché assorbiti nella tenebra cognitiva e morale della precettistica e dell'educazione che abbiamo accolto senza riflessione. Lo scetticismo allontana il dogmatismo: è una gentile concessione della ragione.
Id: 2952 Data: 27/01/2026 18:08:28
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Elogio a MacIntyre
Al centro del saggio di MacIntyre sulla condizione morale in cui versa l'Occidente, e in sommo grado l'intera epoca che ci troviamo a vivere, è presente la tesi morale che a distanza di 40 anni è ancora la più nitida, la più franca, sconvolgente, persuasiva e veritiera dal punto di vista di coloro che desiderano interpretare benignamente la realtà, sottoporla senza illusioni ad esame critico per costruire una società diversa.
Id: 2938 Data: 13/01/2026 10:15:30
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Homo Duplex: piccola lettura su Émile Durkheim
La natura umana è strutturalmente scissa al suo interno. Tra le molteplici considerazioni circa tale complessità antinomica, spesso e volentieri gli uomini intrattengono con il proprio essere una relazione vicendevolmente autentica e conflittuale. A tal proposito, l’irreparabile ambivalenza che ci è costitutiva è riassunta meravigliosamente dal sociologo francese Émile Durkheim. L’immancabile definizione razionale di una presunta essenza deve fare i conti non solo, manifestamente, con la naturale socievolezza a cui siamo destinati, almeno secondo Aristotele e Durkheim stesso, quanto piuttosto con la lotta singolare che ciascun individuo condivide interiormente. L’uomo è un animale contraddittorio che si lascia sfuggire a qualsiasi etichetta, e che pertanto si sottrae a qualsiasi tipo di specificazione. A Durkheim questo era sufficientemente chiaro; le sue ricerche, mi riferisco principalmente allo studio sul Suicidio, lo portarono a considerare la coscienza come un fenomeno sociale. Ciò implica che vi è un accordo tra la coscienza individuale e il sistema dei valori che essa eredita dal contesto sociale. Individuò un’ambiguità sostanziale nella coscienza sociale della società del suo tempo, tanto da definire l’essere umano come "Homo Duplex". L’individuo si poggia su un doppio centro di gravità; questo intimo antagonismo viene spiegato da Durkheim così: da un lato, il suo essere individuale, il corpo, caratterizzato dalla componente istintiva; dall’altro, il suo essere immerso nella sfera sociale. Per Durkheim la componente sociale è quella che rivela profondamente l'essere degli individui. Egli, nondimeno, deve compendiare questo dualismo. Ma gli studi sul suicidio lo conducono a introdurre un altro concetto, ovverosia l'anomia. L’anomia è etimologicamente la mancanza di nomos, cioè di leggi o norme che regolano la vita degli individui. Durkheim comprende che il suo tempo, non estraneo alla nostra esperienza, è afflitto da un grave stato di malessere individuale. Tra le diverse tipologie di suicidio, individua quello anomico come caratteristico della società post-industriale. Una società in profonda crisi valoriale non può che comportare un incremento dell’individualismo, da ciò consegue che non si pone più un’autorità morale in grado di porre freno ai comportamenti egoistici di tutti i componenti, come pure è impensabile ristabilire un’unità tra individuo e società (si tenga a mente che per Durkheim la coscienza è sempre un fenomeno sociale). Per dirla in termini tecnici, una carenza normativa esclude una regolamentazione morale che potrebbe evitare comportamenti anomici. Dunque, appare evidente, almeno secondo la prospettiva di Durkheim, che regolare i rapporti sociali sia un atto che impedisce la disgregazione e la sofferenza; i valori condivisi, in ultima analisi, garantiscono tanto la convivenza civile quanto la coesione morale.
Id: 2937 Data: 10/01/2026 19:51:45
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Pessoa e Pavese
Finché sentiremo il peso asfissiante delle passioni, noi, insieme al mondo, non cesseremo di scoprire cosa siano il vissuto e il sentito. E forse l'equazione che rivela la scrittura consiste nell'inappagabile certezza che leggersi dentro, acutamente, è come la raffinata lettura di un buon libro. Pertanto, mai cesserà l'incomprensione dei vortici, dei vuoti innescati tra un respiro e un affanno. Pessoa e Pavese furono i soli maestri in grado di lenire questa febbre; lo fecero con la scrittura e divennero eterni. Scrivere, dunque, è un esercizio regolatore, un'igiene che organizza il caotico, dato essenziale e finale dell'irreparabile capziosità a cui siamo costretti. Avremo modo di interrogarci sul senso infausto del destino, se solo acquisiremo il vezzo di tornare nella recondita intimità. Niente divertissement. Nessun tipo di agio spigoloso. Il suggello della scrittura sarà riconciliante con il mondo, poiché vi si adatterà sapendo, sempre e comunque, che ciò che si è non sarà in nessuna istanza assiologico e definitivo.
Id: 2934 Data: 06/01/2026 15:29:55
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Logoterapia
Bisogna pur cominciare, da qualche parte, a lottare per la propria esistenza. Porre, sopra tutte le cose, quei valori che non si misurano in denaro, che non si rapportano con il successo né si adagiano sul potere. Virtù che non contemplano la subordinazione alla vita inautentica.
Id: 2933 Data: 05/01/2026 11:58:18
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I Limiti del Linguaggio
Le parole ricoprono un ruolo essenziale per giungere alla comprensione della complessità del reale; attraverso il linguaggio disponiamo di appositi strumenti che, in virtù di una straordinaria potenzialità semiotica di conferire senso al mondo, svelano il senso di ciò che non appare intuitivamente. Il disvelamento è precipuamente il portare alla luce la verità dell'essere, diradare quanto il mistero renda impenetrabile, inaudito e nascosto. Per dirla con Heidegger, il linguaggio è la casa dell'essere e nella sua dimora abita l'uomo. La domanda sorge spontanea: com'è possibile accedere a tale vastità inesprimibile, ovverosia il senso di tutte le cose, con il solo utilizzo del linguaggio? Secondo Wittgenstein, nella celebre proposizione del Tractatus, i limiti del linguaggio sono i limiti del nostro mondo. Verosimilmente, disporre di un vocabolario è indispensabile per pensare. Tutto ciò che possiamo capire, esprimere e pensare (ciò che è esperibile), è relegato primariamente alla sfera del linguaggio. Eppure, non passerà tanto tempo da un fallimento epistemico; il disincanto sarà spontaneo e inevitabile. Basti pensare ad alcune indagini che concernono la metafisica e l'esistenza: chiedersi sulla vita e la morte, tout court, è un fatto caratteristico della natura umana, la quale desidera preservare nel proprio essere secondo una continua predisposizione alla conservazione. Ciò significa che, quantunque il dubbio dilati la ricerca, le risposte più convincenti assumeranno uno status contrappassistico e rassicurante. La sineddoche, per intenderci, è una cesura volontaria della complessità del reale. Le implicazioni sono molteplici e avverse. L'esempio della morte ci deve persuadere in generale da ogni facile narrazione paternalistica. Pertanto, avvicinarsi a problemi relativi all'esistenza, come la vita e la morte, è doveroso, quantunque coscienti che essi non potranno mai trovare un’autentica risposta, che sia per la caducità intellettuale o per il facile compromesso. Manifestamente, il problema qui espresso ricopre ogni ambito del sapere. Riprendendo il Wittgenstein del Tractatus, su certe questioni, poiché ignoranti e limitati a causa di una condizione ineffabile, è necessario essere lapidari: "Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere" [prop. 7] Chi pretende di sapere l'indicibile è "meno che uomo", come direbbe Pessoa, giacché la vera saggezza risiede nell'umiltà socratica di sapere di non conoscere.
Id: 2932 Data: 04/01/2026 10:01:03
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