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Raccolta di poesie di Alessandra Ponticelli Conti
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

In treno

E' un'estate silenziosa

questa.

Silenziosa come questa

donna 

che ho di fronte. Chissà cosa

sogna...

L'urlo di Munch? La Wally

di Egon

Schiele? La Nadja di Breton?

Il blu

della gonna di Emma Bovary?

Zazie? Il 

metrò? La Gare d'Austerlitz?

Chissà

cosa sogna la donna di

fronte...

 

*

Vedere e non vedere

Non oltrepassare l'oltre.

Vedere

tutto è non vedere- non 

vedere-

niente. Diventa piuttosto

quel grande

fiume azzurro che pensato

diventa

verde mentre la nudità 

del tempo

inonda di indaco gli occhi

e i fianchi

della casa bianca in cui 

nascesti.

A.P.

 

*

Mi domandi perché

Mi domandi perché

la mia

lettera di aprile

non abbia 

fine. Ebbene, anche se 

non c'era

nebbia, qui eravamo

in guerra.
E non c'è guerra che 

non abbia

una G una U una E

due R 

e una A che non siano 

lettere

perse che giungono

dal fronte.  

Il cielo, comunque,

è sempre

terso; persino se

si scrive

di vita e di morte.

 

*

La pagina che manca

Trascrivo la traiettoria di

una stella.

La pagina che manca è il

lungo sonno

d'una bambina senza nome

alla quale

furono negate una casa

e una terra.

*

Spazi bianchi

viviamo

senza rompere mai 

le righe

dimenticandoci

che siamo

solo spazi bianchi.

*

Città fredda

A volte di notte mi cerco.

E a bassa 

voce pronuncio il mio nome.

Chi sono? Da 

dove vengo? Dov'è il tempo? 

Non lo vedo.

Ritenta. Ritenta. Ricordi?

La vita è 

lunga. Lunga. E tu hai fame e sonno.

Ma dov'è il

mondo? Conosci forse luoghi 

in cui gli

uomini non siano obbligati a 

nascere e anche a

morire contenti? Ritenta.

La vita è

lunga. E ci vuole molto tempo

prima che la neve si sciolga.

 

*

Zone di pace

Eccomi finalmente

a casa.

Sono mazzi di altee

e rose

borraccine le zone

di pace.

*

Straniamento

Straniamento. Riverberi

di asfalto.

Siamo arbusti di berberis

rinati

in territori di guerra.

*

Poco importa

Quando la città si fa

cerchio

entro ed esco dal mondo.

Scavo

il cielo muto e a mani

nude

ritorno. Poco importa

se le

strade sono fantasmi

sordi

come lo è l'anosmia

degli

Dei nei deserti. Resta

sempre

la vita. E non è mai la

stessa.

Anche se scrivesti alla

luna

senza avere risposta. 

 

*

Uno due tre stella

Cortili ombreggiati.

Partenze.

Nella vertigine 

del vento 

si ricompongono

d'un tratto

tracce di esistenze.

E' pozzo

senza fondo l'acqua

pulita

dell'infanzia. Dietro

la tenda 

bianca una bambina

grida con

le dita: uno, due,

tre, stella.   

*

Il rumore dell’acqua

Qualche volta la vita

assomiglia

al rumore dell'acqua.

Accelera

cambia altezza, frequenza, 

e rimbalza.

 

*

Si chiamava Diletta

 

Parenti

Diletta? Diletta

è morta?  

Noi? no; mai accorti

di niente.

Pareti

Muri senza occhi né 

orecchi.

Botte. Botte da orbi.

Amici

Che vuole 

che le dica. Un uomo

perbene.

Tutto casa, chiesa e 

famiglia.

Regole: tenere. 

Tenere-

il più possibile-

le bocche

cucite. Ammazzata?

Niente. Mai

accorti di niente.

Vicini

Hai visto come si

truccava?

Anche lei, però! Se

l'è proprio cercata.  

 

 

 

*

Nessuno

Nessuno avrà vissuto

invano

fintantoché l'inverno

morirà

credendo d'esser grano.

 

*

senza titolo

Rugiada mattutina

gerani rossi

voglia di essere brina

*

Nuvole

Volevo vivere

vivere

come vivono le

nuvole

agostane intanto

che il cielo-

calmo- si fa lana.

*

Trompe- l’oeil

Non andare dicevi.

La luce 

del giorno è limpida 

d'inganni.

Ma c'erano verande 

aperte

dappertutto e sciabecchi 

nei porti.

Non andare dicevi.

Come se

la realtà non fosse

un gioco

degli specchi e la vita

un falso

d'autore che ha origine 

negli occhi.

 

*

Finestre

Apro la finestra.

La strada ha un respiro

profondo.

Con la fantasia

tiro dentro il mondo.

 

Firenze, 24 aprile 2020 

 

*

A che sono serviti?

A che sono serviti

i versi

dei poeti - gli accenti-

gli occhi

che ridiventavano 

azzurri

nell'arsura dei venti?

A che sono servite

le mani

del buon Sanka che innaffia

gli istanti?

L'empatia dei glicini

negli orti?

A che sono serviti 

i versi

dei poeti- gli alianti-

ora che

aria rima con morte?

A.P.

Firenze, 22 aprile 2020

*

Fresie

Un cielo

noncurante ci divise.

Ma brilla-

brilla ancora sulle ripe-

il giallo

prorompente delle fresie.

A.P.

Firenze, 6 aprile 2020

 

*

Ma la rosa è viva

Sono morti 

i salici del lago

ma la rosa

è viva e prima che anche

quest'azzurro

silenzio muoia- senza

che nessuno

lo pianga- spalancherò

la finestra

e vivrò due volte

come la tua

ginestra verdazzurra

che dice ce la farò-

ce la farò-

perfino questa volta.

*

Ti cercai dappertutto

Ti cercai dappertutto.

Rinchiusa

dentro il cerchio impazzito

del mondo-

col viso controvento-

facesti

un passo. Un solo passo

avanti.

Eccomi- mi hai trovata

dicesti-

Libertà- E io piansi.

Sì, piansi

tanto. Come adesso che

ricordo

quanto sia deserto

il mondo quando manchi.

A.P.

Firenze, 25 marzo 2020 

*

Lontanissimo

Un sole insolente

in solitario

ascolta il respiro-

lontanissimo

del mondo- che sale

portando in salvo

l'ultimo orizzonte.

A.P.  

*

Gli assenti

Quando mi chiamarono

e qualcuno disse: entri

entri-

presto- non c'è più tempo

ero il lago che ancora

stringo

negli occhi. Tu guardasti

oltre

e i monti gridarono

agli

Dei: -perché siete morti?-

Ora,

conto solo gli assenti.

E gli astri claudicanti 

dei poeti e dei vinti.

A.P.

Firenze, 2 marzo 2020

*

Non ho tempo

Non ho tempo per morire.

Devo ancora coniugare

il soliloquio del sole

e l'infinito del mare.

 

*

Non ho altro da dire

Non ho altro da dire

nient'altro

che non sia andare

oltre - oltre - 

l'osceno omettere

di dire

che ha un solo colore

l'ansia di morire.

A.P.

11 febbraio 2020

*

Il mio primo ricordo

Sono nata col sole di maggio

sono nata

ridendo. Il mio primo ricordo

è sepolto

nel piccolo giardino d'inverno

fra il battito

del pendolo e il cavallo a dondolo.

Nelle notti

d'autunno quando il cielo è sveglio

mi rivedo

e come allodola su un mandorlo

gli ripeto:

non me ne andrò finché canta il gallo.

Sono nata col sole di maggio.

sono morta

vivendo. Il mio primo ricordo

è sepolto

nel piccolo giardino d'inverno.

A.P.

Firenze, 3 febbraio 2020

*

Vorrei tanto

Vorrei tanto raccontarti

di come

d'inverno si risvegliano

le foglie

senza nome degli acanti;

del figlio

che vegliò la madre in sogno,

del tanto

di meno e del tanto meglio.

Del luglio

in cui piovve olio e tiglio.

Vorrei  tanto raccontarti 

di come

d'inverno si risvegliano

le stelle.

A.P.

Firenze, 28 gennaio 2020

 

*

In quale luogo?

In quale luogo dormiranno

adesso la valigia di pelle?

Il pullman delle sette, gli amici

che radiografavano le stelle?

La ragazza con la minigonna?

In quale luogo dormiranno

il quaderno degli appunti,

il solstizio nel quale scrivemmo:

e, si... noi ci ameremo in eterno?

In quale luogo dormiranno

l'agrifoglio, la matita nera,

il fermaglio giallo, il capodanno

del millenovecentossessanta?

A.P.

Firenze, 16 gennaio 2020

*

Insonnia

Ritorno sui miei passi.

Per un istante sono

i giorni, gli anni, i mesi

che non vissi. Il perdono

e il suo tuono. L'orso

di Annaud e la sua tana.

Il gran fiume Eridano.

L'ambra che si dissolse

sul marmo. La memoria

di Adriano- la sua insonnia-

mia madre che morì

in inverno. Ritorno.

Ritorno sui miei passi.

E, si. Io sono. Sono

i giorni, gli anni, i mesi

che non vissi. Il biplano

che, in un giorno di sole,

a Elpis tese la mano.

 

*

Il cielo è semplice

Il cielo è semplice,

guardalo!

Guarda com'è facile 

per esso

tramutare il gemere

d'un gelso

in mille e mille gemme!

A.P.

Firenze, 3 gennaio 2019 

*

In questo mondo

In questo mondo che non ha più tempo,

ti penso. E come un sound senza arpeggi-

nell'uggia della pioggia- io mi perdo. 

 

*

Inverno

Tu continua a ballare.

Non vedi

quanto bene balena

nei nidi

d'una nube invernale?

A.P.

Firenze, 12 dicembre 2019

*

La mia sera

La giornata è finita.

la sera è un fiorire

di vite e nature morte.

Un rinascere e un morire

una stanza senza porte.

Un parlare senza dire.

Un rifiorire infinito

di piracante e distanze.

A.P.

Firenze, 9 novembre 2019 

*

Una strada

Una strada di terra

a ricordarmi

l'alba in cui da sola

scalai la mia

primissima montagna.

A.P.

Firenze, 18 ottobre 2019

*

Assenze

                                                                                 A mio figlio

In questa immensa assenza

nessuno ti assomiglia.

Eccetto quel poeta

che aspetta la partenza

cogliendo una giunchiglia.

A.P.

Firenze, 22 settembre 2019 

*

Sempre

Sempre vissi in equilibrio

fra l'ombra

corta della vita e quella

distorta

della morte. Fui un avverbio

di vento

quando infuriò la tempesta.

Un gesto

della mano, un bisbiglio

di fronte

al saluto della terra.

Ma forse

la vita è proprio questo:

un lungo 

sogno prima del risveglio.

A.P.

Firenze, 19 settembre 2019

 

*

Se ti affiderai

Se ti affiderai al vento

scorda

che esso ha tre consonanti.

D'esso

preserva la "o"soltanto.

Quella

enorme, invisibile, "O"

che fa

rima con "sto vivendo".

A.P.

*

A volte sogno

A volte sogno.

Sogno

ciò che non sono.

E ti

domando: ma noi?

Noi chi

siamo? E la morte

è sì

soltanto un sogno

come, 

della vita, un dì 

disse

il poeta? Sì,

a volte sogno.

Sogno

ciò che non sono

e ciò

che non saremo.  

A.P.

*

Tutto torna

La pupilla inerme

freme.

Un'antichissima

brezza

tiene fra le mani

fiori

di Pazienza. Tutto

torna:

l'ora dell'assenza,

l'erba,

la mano che sfiorò

la tua

guancia nell'infanzia.

A.P.

Firenze, 16 agosto 2019

*

Lungo la ferrovia

 

Trovarono un biglietto

lungo la ferrovia.

C'era scritto: rammenti?

Rammenti,

la neve, la tenacia

dei vinti, le retrovie?

I gridi trattenuti

dei morti

che di notte ammantano

i monti?

L'orma di chi partì a

vent'anni?

Trovarono un biglietto

lungo la ferrovia.

C'era scritto: rammenti?

A.P.

Firenze, 10 agosto 2019

*

Spesso

Spesso nel cuore s'assiepano

perché

terribili da pronunciare.

Ma, poi

rammenti le chiese, le lune,

spesso

dirute, quattro ali ignorate

e lì

il cuore oberato e serrato

s'apre

come la conchiglia dorata

che tu,

muto, raccogliesti in estate.

A.P.

Firenze, 5 agosto 2019

*

Estate

Giornata calda

sull'argine dell'Arno

un uomo canta.

A.P.

Firenze, 30 luglio 2019 

*

Chiedo

Chiedo al mattino dove sia

il mio mattino, alla sera

dove respiri una preghiera.

Nessuno dice mai ciò che sa.

Per questo, non si dimentica. 

Siamo nuvolaglie di terra?

Isole riemerse dal mare?

Forse una mano lo scriverà.

Per ora, mi basta l'odore

di due afflati di libertà.

 

 

*

La vita

La vita è anche questo:

ritrovare quel che siamo stati in un tè

freddo bevuto d'estate.

Alessandra Ponticelli

Firenze, 2 luglio 2019

*

Naufraghi

E' ora di ricongiungersi con il mare;

è ora di chiedere perdono ad Adila

la giusta, a Raschida la saggia, a Salima

la salva, a Wadi l'uomo calmo. A Zahira.

Al giovane Walid, e alla sua speranza.

E'ora di fermare lo spasmo del male.

E' ora di chiedere perdono a Karima

che nuda, ora, dorme sul fondo del mare. 

*

Perché?

Una nuvola benedice la terra.

Un uomo sul punto di partire dice:

rivedrò mai la mia serra? E l'infanzia?

Per la prima volta una bimba capisce 

la parola amore, e ride di speranza.

Una nuvola benedice  la terra.

Ma, ancora, io vi domando: perché? Perché

avete voluto tramutare il mondo

in immondo, muto, campo di battaglia?

Alesssandra Ponticelli

Firenze, 15 maggio 2019

*

Con lo sguardo

Con lo sguardo traduco

l'universo. Una voce

recide il cielo e dice:

vuoi essere felice?

Cerca fra mille rose 

quella senza radici.

Alessandra Ponticelli

Firenze, 1 maggio 2019

*

Ti vedo

Ti vedo in un riflesso di luce

e di vetro. Ti vedo nel lucus

a non lucendo di questo lembo

d'aprile lunante e genuflesso.

Ti vedo.  E ora non dà più dolore

l'antica lussazione del cuore.

Alessandra Ponticelli

Firenze, 13 aprile 2019 

*

Sono tornata

Vorrei la pacatezza dei vecchi

un manège rosso con sessanta

cavalli su cui addormentarmi

e dire: ehi, sono qua, mi senti?

Sono tornata per congedarmi!

Vorrei l'umiltà della sorgente

per lavare la vita e, con gli occhi, 

chiedere a Dio una bella morte.

Alessandra Ponticelli

Firenze, 10 marzo 2019

*

Treni

C'è un angolo nel mondo,

un angolo in cui cadde

un angelo. Non cade mai

la neve, lì. Lì, non è mai

inverno. Quando nel cuore

un treno d'un tratto frena,

da molto molto lontano,

lì, io sempre ritorno.

Alessandra Ponticelli

 Firenze, 2 febbraio 2019 

*

Un giorno

Un giorno, forse, sarò vento.

Vento leggero di ponente,

e, tutto, tutto sarà niente:

il frastuono muto del mondo,

le mille voci, i miei strumenti,

i dieci e uno comandamenti.

Un giorno sarò cruna d'ago,

o filo, un filo d'erba verde,

un'ombra nel lago, una luce:

voce narrante del viandante

che scrive la parola amore

nei cento occhi di nostra madre

terra. Quel giorno, forse, sarò

vento. E non tutto sarà niente. 

Alessandra Ponticelli

Firenze 4 gennaio 2019

*

Abbi cura

Abbi cura di quel fiore

cremisi che non cogliesti.

Abbi cura di quell'ora

di cielo che non vivesti.

Abbi cura dei tuoi no

detti senza cedimenti.

Abbi cura del silenzio,

e di tutte le parole

d'amore che non dicesti. 

 

Firenze, 1 dicembre 2018

*

Foglie

Ascolta, voglio dirtelo:

non vidi mai grandi cose

qui nel mondo,  però vidi

tante volte nel parlare

improvviso d'una donna

la grandezza che nasconde

una piccola domanda.

Una cosa ti domando:

hai mai visto quanto sole

può celare l'appassire

repentino d'una foglia?

 

Firenze, 19 novembre 2018

*

Ricorda

Ricorda sempre:

qualunque cosa 

fatta col cuore

nasce già grande.

 

Alessandra Ponticelli

Firenze, 26 ottobre 2018  

*

Inverno

Sì, è vero. Siamo già in inverno.

Ma conosci qualcuno sulla terra

o più in là, ben oltre l'orizzonte,

che non abbia ritratta sulla fronte

l'estate del primo sguardo materno?

 

Firenze, 11 novembre 2018

*

Una rosa

Anche stasera chiuderò la porta

da sola. Nella specchiera, riflessa,

una rosa mi rammenta chi c'era

 

Firenze, 8 novembre 2018

*

Di notte

Vedi, le notti non parlano.

Ma se taci, come tacciono

i tuoi libri semiaperti,

esse, le notti, nel silenzio

ti mostreranno la freschezza

di quella bella domenica

d'inverno in cui ti stringesti

forte al fruscìo del libeccio.

Vedi, le notti non parlano.

Eppure, non dimenticano.

Alessandra Ponticelli

 Firenze, 31 ottobre 2018 

*

Pioggia

Mi piace guardare la pioggia quando

scende leggera, mi piace guardarla

dal punto più in ombra della loggia.

Lì, ogni goccia riassume la forma

del mondo: circolarità che si fa

domanda, terra ferma per chi viaggia.

 

Alessandra Ponticelli

Firenze, 6 ottobre 2018 

 

*

Libero pensiero

Le maglie del libero pensiero

si restringono. Non vedo. Piango.

Piango assieme a un albero d'infanzia

la gioia di sei angeli nel fango,

la libertà di cadere a terra,

se lo voglio. Rimpiango la forza

che nasconde l'onda d'uno sbaglio.

Lasciate che io inciampi. Non chiedo

molto, in fondo. Ditemi, avete mai

vissuto pensando controvento?

 

Firenze, 4 ottobre 2018

 

 

*

Essere

Quando sarai,

ricorda chi sei stato.

Essere è non dimenticare.

*

Gerbere

A mio figlio

Rivederti in una ghirlanda

di gerbere bianche. Parlarti.

Parlarti di questa candela

che di sera, ogni tanto, accendo

per ricordare al vento e al grembo

che l'amore, se è amore

vero, mai soccombe al battito

lento o prematuro del tempo. 

 

Firenze 19 settembre 2018

*

Marwan

Non amo la sera. Preferisco la

luce del mattino. Ma questa sera

così inquieta, da sembrare fiamma

di candela, non ci incute paura.

Non so dire cosa la notte spalmi

dietro la montagna. Quello che vedo,

ora è quello che vidi da bambina.

E questo mi basta. Di ciò che resta,

se qualcosa resterà del domani,

lo chiederò a Marwan, l'uomo della

panchina. L'uomo, venuto dal mare,

che scrive alle due figlie perdute

sopra migliaia di foglie cadute.  

 

*

Riconoscersi

Ci riconosceremo.

Rivedremo le nostre

vecchie mani sul ramo

del grande gelso nano.

Ci riconosceremo

come la vecchia porta

di casa riconosce

chi, per caso,  v'abitò

una notte d'estate.

Ci rivedremo quando

l'uomo sarà di nuovo

un uomo. Sai, è bello

ricordarsi del mondo

e vivere di nuovo.

 

Alessandra Ponticelli

Firenze, 10 agosto 2018 

*

Onde

Dove migrano le onde?

Due mani si aprono.

E'aria ferma o torrente

l'acqua che non s'arrende?

Un tempo, tra le dune,

s'alzavano altri venti.

Dove migrano le onde?

Non sono che nomadi

nidi le orme del tempo.

Nidi con molte impronte.

E queste mani, nuda 

terra che non s'arrende. 

Alessandra Ponticelli

Firenze, 25 luglio 2018 

*

Senza recinti

Ho colto un papavero

ha il profumo del monte

che, a ovest, chiaro sogno

ogni giorno. E' un monte

alto senza recinti

dove una donna conta

di notte, a bassa voce,

mille infiniti figli.

Ho colto un papavero.

Ha il profumo leggero

di un albero ibrido.

Mite, ibrido, albero

nato due volte libero

Alessandra Ponticelli

Firenze, 30 maggio 2018

*

Senza titolo

Guàrdati senza guardarti

ascolta senza ascoltarti

férmati, senza mai fermarti.

Difenditi; non armarti.

Scrivi, scrivi, senza rimpianti.

Ma, soprattutto, àmati

e lascia vivere gli altri.

 

Alessandra Ponticelli

Firenze, 11 giugno 2018 

 

*

Navigando

Se sentirai il mare parlare da solo

non dimenticare mai, ragazzo, quell'uomo

che navigando visse un solo inverno

chiedendo a Dio una viola e l'eterno.

Alessandra Ponticelli 

Firenze, 21 aprile 2018

*

Cielo di marzo

Ha un'ombra il cielo di marzo.

E' la luna. Una luna bruna,

sopra un immenso lago scalzo.

Ora dopo ora, l'acqua nuda

pesa e misura il mio viaggio.

Non so verso dove stia nuotando.

Conosco, però, l'eco estiva

dei venti, e il loro coraggio.

C'è un lampo nel cielo di marzo.

Lo guardo. Malgrado il silenzio,

malgrado questo vagare scalzo

di luna, che è solo passaggio.

 

Alessandra Ponticelli

Firenze, 27 marzo 2018 

*

Un piccolo ponte

Non puoi, poeta della notte,

nel chiaro di un pensiero,

generare un piccolo ponte

per metterci a riparo?

 

Alessandra Ponticelli

Firenze, 18 marzo 2018

*

Rododendri

Chiamerò mio figlio

perché venga a cercarmi. Mio figlio...

Se ne andò all'una di pomeriggio

in un tempo che non ha ammaraggio.

In un giorno d'aprile senza paesaggio.

Ora nella terra non posso vederlo, però posso sentirlo.

Forse se ne andò volando, quando

il rododendro fiorisce e tutto si fa bianco.

 

Alessandra Ponticelli, Firenze 13 gennaio 2018

*

Occhi

 

A mio figlio

I tuoi begli occhi neri

in quella nuvola bianca

dei miei oggi e di ieri.

 

Alessandra Ponticelli

Firenze 25 novembre 2017

 

*

Forse

Forse non fummo mare, ma solo sponda.

Forse un fumo lontano; un lembo di terra.

Fiumi. Fiumi immobili di quando il mondo ricorda

il freddo rovente delle guerre e la pupilla si serra

mentre da sud spira un vento caldo che tutto rammenda.

Fummo, forse, quel fumo lontano? Quel lembo di terra?

In autunno dicemmo: può accadere di tutto in una domanda.

Sì, perfino che il mare non sia più mare. Né il sole una stella.

 

Alessandra Ponticelli, Firenze 19 ottobre 2017 

 

*

Affacci

 

Guarda come si amano le ombre

sulle sottili vette indorate di verde!

A valle, intanto, una finestra si apre:

e nella mattina tersa viva mi appari, madre.

 

Alessandra Ponticelli, 3 agosto 2017   

*

Ai venti

A mio figlio

Ai venti, mai si arrese

quel tuo bacio rimasto in sospeso.

 

Alessandra Ponticelli, Firenze 6 luglio 2017 

 

*

Tacere

Tacere. E dare

vita, con un colpo d'ala,

a un pensiero pre-verbale.

Dov'è l'ignoto poeta

che confidò al mare,

al tempo, e all'infinito,

l'ignara parola da svelare?

Quanto a me,

come può una rondine senza nido

fidarsi ancora del maestrale?

 

Firenze, 12 aprile 2017 

*

Non serve

Non serve partorire parole.

Meglio andare. Porterò con me

una viola gravida di sole,

il primo libro letto, una lente.

La foto 

di famiglia in un interno.

Una pièce a scena aperta.

Non preoccuparti per la cena.

L'orologio in cucina è fermo,

e non segna ancora le sette. 

*

Fiesole

                                                                                                   A mio figlio 

Stasera, in casa, c'è una luce di rose.

E in alto, oltre Fiesole, il tuo nome

è un lume appeso alle cose.

 

Firenze 26 marzo 2017

 

 

*

Luna

A mio figlio

 

Non ho nulla da darti,

se non una luna

che illumini tutti.

*

Oltreoceano

Scrivimi,

scrivimi prima che crepi la sera.

Non riesco a credere che sia vero.

Sembra che l'aria non ricordi

il suono acre della sirena.

Ricordi?

Ho paura dell'acqua quando sale alla gola,

e, oltreoceano, i muri crescono a dismisura.

Spareranno, vedrai,

spareranno ai loro figli.

Non riesco a credere che sia vero.

Scrivimi,

scrivimi prima che crepi la sera.

 

*

Terra d’aprile

 

Lo vedi, figlio, il nostro amore?

Liberato dalla terra afona d'aprile

sale un respiro, e non vuol morire.

Respiralo, figlio! E' il nostro amore.

Che importa se, dai fondali,

agili e leste riemergeranno le nuvole?  

La terra, ora, è più lieve.

E l'amore, un bene indivisibile. 

 

Firenze, 17 aprile 2016 

*

In bianco e nero

4 aprile del '68.

Ti seguo dal primo banco.

Sulla lavagna, la tua mano bianca

scrive: "Ho un sogno".

La mia mano bianca, sul banco,

scrive: " Ho un sogno".

"E' stata una brutta giornata"

dici: "Una brutta giornata!"

4 aprile del '68.

Sulla lavagna, la tua mano bianca

sventola un gesso bianco.

Scrivi: "siamo tutti uguali".

La mia mano bianca, sul banco,

scrive: "siamo tutti uguali".

C'è ancora un bimbo, all'ultimo banco.

La sua mano nera, sul banco,

scrive: "siamo tutti uguali. Ma quando?"

Sotto i piedi, dura, una duna di terra bianca.

 

Alessandra Ponticelli, 24 marzo 2016

*

Sopra le colline

Dove andrai quando

le notti si faranno fredde?

Sopra le colline, tracciate a matita,

disegnai una luna troppo grande.

Non sapevo di dover lasciare spazi bianchi.

Non sapevo che i bambini

non sempre diventano grandi.

Dove ti riparerai quando

le notti si faranno fredde?

Il sole dice di non smettere mai di cercare.

Ci sarà posto, anche per noi, nel caldo delle verande

di una luna bambina che disegnai troppo grande?

 

*

I nostri vent’anni

Cosa furono i nostri vent'anni?

Sono parole che non so disegnare.

La palla volata via di mano,

una terra su cui posare i piedi,

venti che soffiano da altri continenti?

Cosa furono i nostri vent'anni?

Sono parole che non so disegnare.

 

 

 

*

Non voglio saperlo

Se un giorno non vedrò più il sole,

mio Dio, ti prego, non dirmelo!

Lascia che io lo veda con le mie mani,

se le mie mani vedranno ancora.

Se non vedrò più un filo d'erba,

mio Dio, ti prego, non dirmelo!

Lascia che io lo senta nel suo respiro,

se il suo respiro parlerà ancora. 

Se non vedrò più la poesia,

oh, mio Dio, ti prego, non dirmelo!

Io la dirò da sola, con le mie parole,

perché le mie parole ascolteranno ancora.

Se un giorno non mi vedrai più,

mio Dio, ti prego, non dirmelo!

Non voglio saperlo.

Cercami. Cercami nella mia assenza  

come io ho cercato te, ogni giorno,

nel vuoto duro della tua presenza. 

*

Ora è tempo

Ho bastonato la terra

fino a sfinirla.

Ora è tempo di costruire

la mia capanna.

Una capanna pigra

dove giacere di fianco.

Ho bastonato la terra

fino a sfinirla.

Ora è tempo di mangiare madeleines

e bere tè caldo.

Mi alzerò presto domattina.

Vi scriverò quando il sole

avrà varcato il confine.

*

Risvegli

Fuori,

un tintinnio di chiavi

annuncia arrivi e partenze.

Dentro,

il gemito lontano di un treno

risveglia imperiture assenze.

*

Spilli d’acqua

E' nato un fiore intorno allo stagno,

diradati e leniti si sono gli affanni.

Spilli d'acqua zampillano tra i muri,

e sulle facce grinze dei seccatoi.

Fuori, in un labirinto di pietre incerte,

stancamente, camminano gli anni.

 

*

La notte

La notte lascia sempre

qualcosa di concreto.

Sognando, si acquisiscono

servitù reali, diritti effettivi

e, silenziosamente,

le illusioni si fanno cose.

*

Non mi hai illuso

Non mi hai illuso

dicendo: "ce la farà".

Dicesti: "bisogna sperare".

E io ho sperato mentre, lui,

appeso alle deboli gambe,

volava con occhi limpidi,

vivo, sui marciapiedi umidi,

sopra il pallore di cemento

e acciaio che balugina

nello sguardo incomprensibile

di questa città e, lontano, 

sopra decine di teste glabre

assetate di guarigione.

Non mi hai illuso

dicendo: "ce la farà".

Dicesti: "bisogna sperare".

E io ho sperato.

 

 

*

La speranza

Alla fine, la chiamai. La chiamai,

al telefono, la speranza. Era distesa

sul mondo e lo stava a guardare.

"Ne avrò ancora per qualche millennio",

mi disse. "Non posso lasciare".

Poi, una sera, una voce mi fece

uno squillo. Accettai di parlare.

Fu allora che la vidi arrivare.

 

 

*

L’oro della sera

A mio figlio

Di tante sfumature e tante altezze

si nutrono le ore. E ora come

di tulipani è l'oro della sera.

*

Come di cose

Non siamo mai pronti a morire.

Mai un giorno di sole fu notte,

nemmeno d'aprile.

Ma, oggi, la mente s'inganna

e, lucida, agli occhi usurpa

un velo bianco, di lacrime.

Calde. Come di cose vive, la vita.

 

*

Due mani giunte

 

Il narratore non è la storia

Il poeta non è la poesia

Il viaggiatore non è il viaggio

L'innamorato non è l'amore

Il navigante non è il mare.

Due mani giunte non sono il Signore.

*

,E il cielo si colora

 

 

C'è sempre un ragazzo,

all'una, di là dalla piazza.

E' un ragazzo nero.

Vende accendini e guarda il cielo.

E il cielo si colora. Si colora

del bianco pulito dei suoi denti,

del rosso intuitivo dei bambini intelligenti.

Del blu di un mare attraversato

d'estate e del nero freddo

di un altro inverno.

Del giallo luminoso della giunchiglia

frattanto spuntata sull 'insegna.

C'è sempre un ragazzo,

all'una, di là dalla piazza.

E' un ragazzo nero.

Vende accendini e guarda il cielo.

 

 

 

 

 

 

 

 

*

Voci di novembre

 

Sono stanca di voci

che non hanno pace.

E tra i cipressi schietti

anche il mio credo è fiacco.

Poi mi viene incontro una madre,

tiene in braccio un bambino.

E, allora, in quel vocìo io vivo

e muoio, a ogni verso del giorno.

Di te,

che moristi a primavera

con le finestre socchiuse.

Dei tuoi capelli rimane

l'odore  desto del mare.

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*

Alberi

 

Noi non siamo che alberi.

Alberi nati per caso da

un seme sguisciato dalle mani

o voluti, cercati

tra le viottole anguste dei vivai,

là, nel tacito via vai delle vermene. 

O sorti, lungo i vivagni più fitti,

dei torrenti dove si mantengono

vivi i pesci e scendono

a valle investiti da impetuose

e impietose correnti.

Noi non siamo che alberi.

Alberi svettati in un lampo dalle cantonate

e, come me, scampati al rigore di lunghi

interminabili inverni. O caduti,

come te, senza ragione,

nella stagione degli amori più belli.

 

*

Coniugazione

Non mi riesce proprio

più di vivere, oggi. Atterro.

E a terra il si è un do

e un sì un no.

Vivere.

Voce dolente di un verbo all'infinito

che non si può coniugare.

Nell'indicativo delle mie mani

anche i tempi certi

si fecero incerti.

Non me lo chiedere, Padre.

Non mi riesce proprio

più di vivere, oggi.

Che io sopravviva, forse.

Nel congiuntivo del mio domani. 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*

Padre

 

 

Ora, che tra i radi

 

cigli del sentiero,

 

algida

 

lampeggia la sera,

 

tu ti condensi, padre.

 

In canuta nube

 

d'alito caldo,

 

e sali su, curvo,

 

dall'erta costa.

 

Scordato hai la strada

 

e giri smarrito la testa

 

a sinistra, a destra... 

 

E, mentre mi vedi,

 

come salice piangi

 

di me

 

e, del mio saliscendi. 

 

 

 

 

 

   

 

  

 

*

Sole settembrino

Un pigiama gocciola

dalla finestra rotta.

E' il pigiama a righe

di un bimbo magrebino.

Il sole bruciante settembrino

illumina una faccia intollerante

olivastra vergogna

di chi lo chiama "clandestino".

In un paese di svanita memoria

rimane solo il sole

a ricamare la storia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

*

Il bacio di Klimt

Se ci fosse davvero

nel bianco o nel nero

un po' di colore

una mano Klimtiana di luce

un tasto d'oro

un bacio in vivavoce,

sola, forse, non sarebbe

questa mia litania

che accompagna il tempo 

fobia assolata

di un recinto estinto

e stinto da una folata

repentina di vento.

 

*

Can-can

Pare una ballerina di can-can

stasera la città. Ancheggia 

tra un nido e un'altana

ora madre ora gitana.

Si sfila un anello

fasullo dalla mano,

guarda di sottecchi, 

saluta e s'allontana. 

 

*

Can-can

Pare una ballerina di can-can

stasera la città. Ancheggia 

tra un nido e un'altana

ora madre ora gitana.

Si sfila un anello

fasullo dalla mano,

guarda di sottecchi, 

saluta e s'allontana. 

 

*

Estate del ’93

E' questa la vita che voglio ricordare.

Una giornata di sole,

una  bicicletta,

io e mio figlio

lungo la darsena. A pedalare.

Un cane che ci saluta

abbaiando,

la frescura di un albero,

il silenzio del primo pomeriggio.

L'odore buono del salmastro

e il parlare tra sé

di una donna che passa.

E' questa la vita che voglio ricordare.

 

*

Allo straniero

Allo straniero, che passando

 

un giorno mi chiese cosa vidi,

 

oggi dico: vissi.

 

Vissi quando rivoli

 

di lacrime non bastarono

 

a lavare la cenere dei giorni

 

e vissi anche

 

quando sulla tavola

 

non c'era più pane

 

da dare né acqua da bere.

 

Non importa, straniero,

 

cosa vidi.

 

Io vissi. E oggi ti dico: vivi.  

 

 

*

Ovunque

Ti amerò, ovunque.

E le tue labbra vivranno

nelle pianure,

sui monti, nel respiro dell'inverno

quando in un soffio

leggero di vento,

puntellandosi con le ali,

si abbandona al silenzio.

 

 

 

*

Non avere paura

Non avere paura, amore,

e vola, vola libero

oltre le nuvole e le ore.

Ho preso io i tuoi occhi.

Li ho rubati

alle bieche luci artificiali

quando nessuno,

nessuno, nemmeno Dio vedeva.

Non avere paura, amore,

sono miei ora. E ora è sempre.

Ma tu, ti prego, vola, vola libero

oltre le nuvole e le ore.

 

*

Chiedilo

Quante facce ha questo giorno.

Ma ci sarà ancora

un altro giorno, figlio,

per accogliere il piangere

zitto delle foglie,

i tuoi perché lucidi e brevi?

Chiedilo.

Chiedilo a Dio

quante facce ha questo giorno

che continua a nascere,

e ci illude, mentre dentro muore.    

*

Madre

Nel caos fine delle linee

spunti madre e ti fermi

lì, tra l'esangue luce di fuori

silente sul bianco antico

della porta di ieri.

Una bambina sogna.

Sogna e dondola

aggrappata forte alla maniglia

solida di un porto.

Ti prego, dimmi madre

cos'è quel punto che ondeggia al largo.

Una barca di carta o una nave?  

 

*

Regali di Natale

Agli amici regalerò la prima luce del mattino

ai bambini i sorrisi di mio figlio

ai padri la carezza di una madre

alla madre quella di mio padre.

Ai vecchi regalerò un foglio e una penna

ai giovani un orizzonte da colorare.

E così sarà Natale.

*

Partenza

E' buio.

Non partirò all'alba

freddata dal fuoco

di un pavido cacciatore.

Né mi coglierà

la sveglia contadina

curva sulla gramigna.

Non partirò

neppure la sera

assopita nel ventre

tiepido del tramonto.

Partirò col sole,

a testa alta

mentre la madre mangia

il bimbo dorme

e la luce abbaglia.  

*

Un battito d’ali

Scruta l'orizzonte.

E' lì che muoiono

gli inverni gelati.

 

Le ferite aperte

nei corpi straziati

le ombre inquiete 

dei vicoli ciechi.

 

Scruta l'orizzonte,  

e rallegrati.

Rallegrati del tuo

piccolo, ma vivo,

battito d'ali.       

*

Cosa mi rimane

Penso all'uomo 

che non vede il cielo

e rimira il mare

e mi chiedo:

cosa mi rimane? 

 

*

Mi ricorderò di te

Quando vedrai il fiume tacere,

l'albero sgranchirsi

al sole della sera,

e il vento bisbigliare

a un mendicante di volare,

pensami. E io

mi ricorderò di te.

 A.P.

 

*

Edera

Eppure mi somigli, edera,

che non sei edera

ma una vite, che dico,

una vita che s'arrampica libera

impigliata alle ringhiere di fronte

alle muricce olivastre di sasso. 

Sì, mi somigli, edera

che non sei vite

che non sei edera, 

ma una vita tagliata

che pianse

e piange mentre si fa sera.

*

Dove morì il tempo?

E mentre inciampo

dimmi, Dio.

Dove morì

il tempo?

 

E le ore?

Dimmi,

dove morirono le ore,

i grembi accoglienti,

le giovani madri

assetate

di acque sonore?

 

E i minuti?

Dimmi, Dio

dove morirono i minuti?

Erano, forse, i mille soldati

partiti

e mai ritornati?

E mentre inciampo

dimmi, Dio.

Perché morì il tempo?

*

I nostri monti

                                                                                  A nonna Ginetta

C'è una bell'aria stamani                                           

un lenzuolo bianco di lino

qui,

sulla muta piana di Campaldino.

Due labbra baciano la collina

mentre l'antiche ombre dei morti 

rapide

risalgono i nostri monti.

*

Se passerai di qui.

Se passerai di qui, fermati.

Fermati almeno un istante.

Ci sono sempre i tuoi occhi

chiusi nel cassetto bianco

e più giù,

fissate dal gaudente Balzac, 

le tue  Converse nuove, mute,

rimaste lì, ancora annodate dallo stupore.

Se passerai di qui, fermati.

Fermati a salutare questa vecchia

giovane madre

che non ha più lacrime né parole

che vive in bilico su un filo

come un acrobata senza nome. 

*

Vivere voglio

Avanza il giorno

in punta di piedi; qui,

sull'orologio plumbeo

tintinna limpido

il bacio che ti diedi.

Uccisa, muore l'ora

del ticchettìo fatale.

Fermati, non riandare.

 Sì. Vivere voglio,

nel bene e nel male.