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Raccolta di poesie di Annalisa Scialpi
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Sto respirando

 

Che giornata splendida,

oggi non gioco più a nascondino,

oggi non schiaccio più onischi

attorno ai tombini.

 

Sto respirando...

 

E' per quest'idea di bellezza,

che non ha parole per dirsi,

è per la mia coda di sirena

rosso fiammante.

 

E' da tempo che non faccio più mattoni

- peggiore flaneuse della storia.

Tutto quello che ho fatto finora

è stato solo esercizio muscolare.

 

Volevo imparare a sostenere i venti

stare in costume da bagno a gennaio;

Ora so cosa ho fatto di buono:

desiderare.

 

Mi chiamo Anna,

ma anche Elisa;

incarno la promessa del dio del mare.

 

Sto respirando...

 

Il gallo ha cantato,

dal pollaio delle nevrosi

ha svegliato mille fiori colorati.

Ecco come si fa,

lascia andare, lascia andare,

la Musica è nata prima di te.

 

Perciò... Respira, respira, respira.

 

E' facile

 

Devi solo inalare,

esalare,

ciò che ti stringe il cuore.

 

Nel limbo delle voluttà

ho visto uomini incatenati

a stoviglie,

vestiti, macchine, contratti.

 

Dicono sia' colpa del serpente,

ma gli inferni han tempi lunghi

 

il mio è tutto in un respiro.

 

Spostatevi, nevrosi,

spostatevi, fantasmi

Per piacere, spostatevi anche voi,

 

Sto respirando,

sto respirando,

sto respirando.


Id: 75642 Data: 23/09/2026 11:58:22

*

L’ibisco rosso

 

Un ibisco giallo cresceva sul limitare di un cortile. Ogni estate preparava i suoi boccioli, ma i palloni dei ragazzi che giocavano lì accanto li recidevano prima del tempo. La pianta restava spoglia, incapace di consegnare alla luce la propria parte di sole.

Lì vicino lavorava un falegname. Nel silenzio della sua bottega, l'uomo misurò quel danno ripetuto e decise di costruire una barriera di legno, solida, capace di reggere i colpi.

Quando tornò la bella stagione, protetto da quel guscio scuro, l'ibisco fiorì. Ma il trauma ripetuto aveva segnato la linfa: a ogni dischiudersi di petali, i vecchi tagli tornavano ad aprirsi. Ma fu proprio attraverso quelle fessure che la fioritura cambiò natura: il giallo originario si venò di sangue, finchè l'intera pianta non divenne rossa.

Il falegname guardò quel rosso imprevisto e vi riconobbe la stessa faticosa ostinazione con cui, da giovane, aveva tentato di dimenticare un amore finito. In quel momento, il peso che portava nel petto svanì, sostituito da una strana forma di pace.

Guarito da quella vista, l'uomo tornò a guardare oltre la bottega. E l'ibisco continuò a fiorire, splendido, rosso, non più nonostante le ferite, ma grazie ad esse.


Id: 75632 Data: 21/09/2026 15:32:48

*

Non dire

 

Non dirmi tornerò.

Non torna la pioggia

che arse la secca.

 

Non dirmi, non dirmi, non dirmi...

 

E' se, invece del sole, restasse

solo il verme?

Strisceremo nella notte

per darci un alibi?

 

Stamane guardavo il mare,

quante lingue ha il mare?

Cosa si può cercare dal fango

delle fallite congiunzioni?

 

Ho sognato che il mio braccio

si espandeva fino al sole.

Ho sognato troppo poco,

questo mi ha detto la strada.

 

La gioia dei sensi

è solo un pallido riflesso.

L'ombra mi segue a balzelloni,

vorrei metterci il tuo corpo fatuo.

 

Non dirmi che tornerai,

oh no, non dirmi!

 

Camminerò fino a sera,

fino a consumarmi i piedi,

fino alla stanchezza che dà il vomito.

Nel guscio della mia nuova vita

non sentirò ciò che non voglio.

 

Devo convincermi, osare;

gli ibischi gialli sono veri,

troppe stelle attendono di cantare

più delle cucine su misura.

 

Sondo la mia altezza,

la misura d'oro dei calanchi,

il patrimonio delle mie frantumazioni.

Come potresti contaminare

questa solitudine sublime?

 

 

Tu sai che è tardi,

perciò, non dire.


Id: 75628 Data: 20/09/2026 20:29:33

*

Azzurra

 

 Dilegua il cielo

in scogli d'ombre.

 

Azzurra, la strada

apre la chiusa;

 

stura fiumi infiniti.


Id: 75607 Data: 15/09/2026 13:04:47

*

Esodo

 

S'aggronda il pensiero,

sulla nuvola che fu;

 

il sole getta un'ancora,

lascia il cuore aperto,

oltre i sassi;

 

facce

lasciate a impietrire

nei soliloqui della notte

 

a giornata fissa,

in salari letali.


Id: 75606 Data: 15/09/2026 12:53:06

*

La pace sia con te

 

La pace sia con te,

in questa domenica normale,

tra i pini affamati di pollini nuovi.

 

Con te,

perchè non è il rintocco

che illumina la guglia,

ma voci trapassate

che allalbano le crepe.

 

La pace sia con te,

nell'oro che traghetta

il suono dei tuoi passi

sui ponti del domani.

 

La spada porta intatta

memoria delle croste;

il seme ormai scoppiato

allinfa già la rosa.


Id: 75598 Data: 13/09/2026 13:39:26

*

La lotta

 

Mi sfibra timidezza,

mostro languido, inerte,

accasciato di fronte

al mio corpo di tomba.

 

Nel vuoto

di un cuore in affitto,

sghignazzi: i beoni

gettano a sorte le vesti

della pietà.

 

"Affonderemo i denti

nella tua carne, faremo rumore

con i piatti, ti getteremo

il vomito delle nostre bugie".

 

Le mancanze degli avi.

I grappoli mai colti.

Quelli sanguinanti,

marciti nella tinozza

venduta a Erode.

 

Mi soccorre una tartaruga

marina;

ha sangue sul guscio,

la bocca screpolata.

 

Spaierà i cerchi;

riscatterà spade

dai fondali.


Id: 75586 Data: 10/09/2026 17:48:46

*

Fiore di borghi

C'è un'umanità che annotta

alle soglie del tempo,

col lascito delle crudeltà

e di implacabile innocenza.

 

Ecco lei, vitiligine e varici,

che affonda nel suo croissant immortale

il peso delle stagioni infinite;

 

è una chiatta, il sole,

vela senza sponda

sull'albe confuse ai tramonti,

promiscue come il fiore

 

che spacca l'argine della pietra.

 

 


Id: 75565 Data: 06/09/2026 21:13:37

*

Il topo celeste

 

Il sole getta una veste

            liquido-fuoco

su me che non ho mai

i piedi per terra

 

e mi muovo negli interstizi

come un topo celeste nel

cordone di dio.

 

Tra un pò sarò lontana

dalle irate volpi urbane,

da chi conta i centesimi

con placabile esattezza.

 

La mia scimmia ride

nello zaino semivuoto;

è lei che ha osato scucire

i velluti

dai foderi delle bare.


Id: 75547 Data: 03/09/2026 14:13:14

*

Il vestito vecchio

Sono normale, o forse no. Ci penso prima di andare al supermercato. Stanotte ho dormito bene, il che è abbastanza strano. Ieri, infatti, mi assaliva una tristezza fonda, come un pozzo senza fine. "Quando finisce la tristezza?", mi sono chiesta. Avrei voluto toccarne il fondo. Sentire che le lacrime lavano i tanti morti della vita, gli album dalle pagine mancanti, le fotografie strappate. Però ho avuto anche paura. Forse è per questo che mio marito ha finito di guardare il film ed è venuto a letto prima.

Ho dormito un pò di più. Fino alle nove, credo. In passato non lo avrei fatto. Ma che senso ha alzarsi col capogiro, il cuore molle e pesante che ti costringe a sederti o a tornare a letto?

Eppure sto realizzando un sogno: vivere in città. La città che è il centro del mondo, la città dei tanti popoli e della storia. La mia casa mi aspetta. Una veranda bianca, un tavolino con le sedie, siepi rampicanti tutto intorno che danno l'idea di vivere in campagna, pur essendo in città. E in ogni momento potrò immergermi nel turbinio dei suoi colori, dei suoi odori violenti e sensuali. Perchè Roma è soprattutto odore. Lì la mia arte troverà un lido, lo sento. E allora cos'è quel magone che mi assale? Cosa ho paura di lasciare? La terra che è stata la mia incubatrice, ma anche il mio esilio?

E' così quando si cambia. La maggior parte degli esseri umani rimane in uno stato di puer aeternus. Il mondo è pieno di bambini che rimangono attaccati a una vita ormai marcita, solo per paura di cambiare. Mi guardo allo specchio dorato, mezzo scrostato perchè antico - me l'ha regalato mia nonna. Eppure non vedo la me stessa triste, ma una guerriera. La guerriera ha una spada: deve uccidere un mondo, per crearne uno nuovo. La creazione esige la sua dose di violenza. Significa recidere quegli ultimi cordoni di sensi di colpa, se gli altri, i tuoi, non hanno vissuto la vita che stai per vivere. Guardo quella donna. Poi scopro che è viva. Con uno sguardo dolce ma determinato, taglia il mio vecchio vestito. Rimango nuda. Perchè così sono i sogni. Così è rinascere.


Id: 75544 Data: 03/09/2026 10:27:48

*

Ma io ti amavo

 

Io ti amavo, ti amavo, ti amavo;

era così semplice

 

ma tu non vedevi,

e hai distrutto il sole.

 

Amavo il tuo sudore, il tuo alito

cattivo, anche le tue bugie,

amavo quello che mi davi senza saperlo;

 

quello che ti davo senza saperlo.

 

Immorali come gatti

ci sciacquavamo dal peso degli obblighi,

dal fango accumulato nella storia.

 

Ma tu non vedevi,

lo Splendore,

tu eri un diavolo povero e cieco.

 

Che ne faremo dei poveri diavoli ciechi?

 

Ma io ti amavo, ti amavo, ti amavo

e questo basta,

ancora.


Id: 75523 Data: 29/08/2026 20:20:41

*

Spazi bianchi

Strade assolate. Pensieri

aprono spazi bianchi, - finestre

o grida di innocenze strappate.

 

Mute, dicono un tempo altro,

storie interrotte in lieviti d'assenza,

aneliti di pietra.

 

Basta un angolo per farsi liturgia,

lido di dimenticanza, pagina

bianca di oli, ancora a venire.


Id: 75509 Data: 26/08/2026 17:54:32

*

Quando la città s’apre

 

Quando la città s'apre

sul diluvio dei miei terrori, talvolta

salpo su un torrente di parole.

 

Bevo un drink, in questa Venezia

dell'anima che scorre in sordina

tra i chiodi della luce.

 

S'affastellano ossimori, oscuri

come il topo che rode

o la tristezza che tamburella,

 

- rito del perdersi

e ritrovarsi -

 

in un vecchio che esce, nuovo,

dal suo portone di umidori,

a raschiar briciole d'istanti,

 

come medaglie.


Id: 75475 Data: 18/08/2026 14:58:35

*

Dalla pietra

 

Nemmeno un amen squarcia

questa nuvola densa di noia.

 

Gli assassini hanno mutato pelle,

solo la memoria brucia, piano,

la carta già bruciata.

 

Avanza l'allodola oscura,

getta ombre sui porticati;

troppi passi gonfi di seccume,

arresi al vizio nel vivere.

 

Ma, dalla pietra, s'alza un fumore;

senza schianti la finestra allima il sole -

 

o forse è la spina.


Id: 75474 Data: 18/08/2026 13:20:12

*

Smemorata eternit

 

Campane,

tra gesti

di ignara gioventù,

 

presente

nell'afa dei vicoli

tra lanuggini d'ombre.

 

Troppo bassi i cieli

svettano

su crocifissi di ferro

come spade

 

e domani

sarà come ieri;

effigie o tramonto

di smemorata eternità.


Id: 75434 Data: 06/08/2026 19:02:13

*

Nel tempo di una resa

 

Non resterà niente,

quando ci scioglieremo

la carne coi baci.

 

Fiumi d'aria,

dalle finestre aperte;

il fiume liberato

nel tempo di una resa.

 

Da monte a monte,

da valle a rivo,

solo

il pazzo frinire

delle cicale d'agosto

 

dirà

 

della nostra casa di

morbida roccia

eretta fiato su fiato.

 

Nessuno saprà della lacrima

che ci sciacquò il mondo di dosso.

 


Id: 75433 Data: 06/08/2026 18:28:45

*

Atmosfere

 

Atmosfera

fu quel balzo

di intimità viscerale

nella vertigine,

nel perimetro di una stanza

che si fa pelle e spazi.

 

Sono l'orlo della gonna

intessuta di polvere, di vicoli,

di strade e di ombre nei caffè.

 

Ogni luogo che attraverso

mi abita

fino a farsi carne.


Id: 75421 Data: 04/08/2026 14:11:37

*

Atomi da sparo

 

Domani raccoglieremo rose.

Ci scioglieremo in un'acqua lieve,

ritorno della spuma e dei vascelli.

Nessun correttore di bozze, nessun prete.

Toglieremo croste alle cicale,

al sole che ci manca.

Diremo i nomi dei rami tremuli,

il nome del verde.

 

La spazzatura agli angoli delle strade

la monderemo. Resta l'atroce sospetto.

Le saracinesche chiuse conservano umanità,

più del mare aperto di questo chiarore

che trapana i crani d'accidia.

 

Passeri in gabbia su balconi lunghi come bare.

Le polveri hanno atomi da sparo.

Non dicono più, gli angioli fermi come cattedrali,

rubano lingua alle ombre, all'assedio

che il mondo tramuta in risi opachi.

 

Il vincitore è solo. Mette morti

nei sacchetti della spesa.

Gioca la schedina del totocalcio.

Un giradischi è sull'uscio,

con una vecchia cornice.

 

Un campo, un gregge.

Troppo verde per essere vero.


Id: 75420 Data: 04/08/2026 13:34:42

*

La bicicletta

 

Lontana dal tempo dell'eresia,

camminavo sul filo della musica nascosta

come tra vertigini d'albe.

 

Cercavo il giorno

fuori dalla voliera.

 

Fedele alle vergogne e ai segreti,

restavo,

ammusonita tra sbadigli di cemento,

olimpi di sogni non miei.

 

Lasciavo sfilare gli avi

sulle mie gracili spalle di bambina,

attorti dalla fatica del vivere,

da consacrate fedeltà a calici

troppo amari.

 

Chiamavo - a torto - casa

uno stagno di apnee e risa trattenute

e forsennata, un giorno, mi lanciai

in bicicletta sul pietrisco.

 

Era per quell'idea,

ciclopica avidità

per quel destino chiamato felicità.

 


Id: 75395 Data: 29/07/2026 18:47:37

*

La follia dei normali

 

Ancora resta, il presentimento;

ramo che secco inverdisce e si rizza

sulle mattonelle di rombi rosso slavati.

 

Il tarlo smozzica figure

come vecchie statue.

La polvere sulla scopa bagnata

lascia vuote le facciate.

 

Ombre dense

squassano i battiscopa,

crepitano sugli intonaci cadenti,

Nei telegiornali squittiscono

pedagogie da riciclo.

 

Le passa il convento,

- ora come allora -,

la vicina, i morti al piano

di sotto, di sopra,

separati dal bisbiglio dei tacchi,

degli sciacquoni e delle pisciate lente

 

come lo scorrere di nastri d'imballaggio;

follia dei normali

che riempie il mondo di bare.


Id: 75384 Data: 28/07/2026 00:39:01

*

Domani

Domani

raccoglieremo rose, la stanchezza

epurati romantici ci scioglieremo

in un'acqua lieve. Il ritorno della spuma.

Il ritorno dei vascelli. Nessun correttore di

bozze o preti saccenti. Toglieremo croste

alle cicale. Al sole che ci manca. Diremo

i nomi dei rami tremuli. Il nome del verde.

 

La spazzatura agli angoli delle strade

la monderemo. Per ora resta atroce il sospetto.

le saracinesche chiuse conservano tracce d'umanità,

più lievi del mare aperto di questo chiarore trapanante

i crani di accidia e inanità.

 

Passeri in gabbia su balconi lunghi come bare

stretti come i pensieri. Le polveri hanno atomi

da sparo di pensieri scaduti.

Non dicono più, gli angioli fermi come cattedrali,

rubano lingua alle ombre, all'assedio che il mondo

tramuta in risi opachi di rondini stordite.

 

Il vincitore è solo. Mette morti nei sacchetti

della spesa. Gioca la schedina del totocalcio.

Un giradischi è sull'uscio, assieme a una vecchia cornice.

 

Un campo, un gregge. Così verde da sembrare finto.


Id: 75383 Data: 28/07/2026 00:37:33

*

Senza titolo

Ammuterà la vergogna. Nella vecchia casa

non più sangue sulle piastrelle. Arena fredda,

il focolare.

 

Chi sei tu?

Fu la tua maledizione. Inconsapevole,

come tutto ciò che vive.

Perchè ti affannavi, ad insegnare cosa?

Davvero pensavi si potesse insegnare qualcosa?

 

La voce che chiede comprami un panino,

il nero con le sue bolle sullo scalino

erano quelle le voci,

le pedagogie nere vere

 

ora

 

non resta

che una foglia inerte.


Id: 75382 Data: 28/07/2026 00:34:23

*

Il mondo vero

 

Al minimarket Gran Delizia

si consumano panini e sere.

Cadono lente sui sensi buoni

sui vestiti troppo casual per essere feroci.

 

Volentieri i vecchi dicono la strada

appanchinati sotto San Rocco,

tra cronache di terra rossa.

.

Silenzi stanno acquattati

nei rametti di origano sugli usci,

nelle fessure di tende schiuse

su filigrane di donne che annusano passi.

 

L'oblio ciondola dai pumi

sulle edicole votive;

tremano fiammelle sulle chianche

smozzicate.

 

E non sai

quale sia il mondo vero

e dove inizi l'invenzione.


Id: 75360 Data: 23/07/2026 17:50:21

*

Freneticamente vivo, a Pier Paolo Pasolini

 

 

Tu vedevi,

nel ritmo delle case scrostate,

nei silenzi delle colline e dei pascoli

l'eco

di quella umanità primordiale,

custode del Segreto.

 

Tra lo sfacelo,

le sue tranvie di dolore,

vedevi il segno:

il Moloch moderno

ingoiare figli e sogni.

 

Ma le albe ti arrosavano dentro,

coi rossi resilienti, gagliardi,

riflessi nei tuguri delle passioni ancestrali.

 

Eri tu , - non monumento alla caduta-,

ma carne traspirante nel marciume;

carne di vallate e di freschi sguardi,

di vigneti incontaminati dove Dioniso

celebra l'innocenza in un oblio che sa

di ritrovamento.

 

Rotto di rughe di compassione,

setacciavi frammenti di una umanità

non ancoraaggreggiata al tempo linere,

della norma: l'illusione dei crani pascolanti.

 

Resistivi resisitevi resistevi,

freneticamente vivo nell'occhio,

morto e risorto in un ciclo di visioni

che durano.

 


Id: 75351 Data: 21/07/2026 13:25:42

*

Amami

 

Lo so che mi stai cercando

e non dire che sfuggo che sono

il solito clichè della femmina preda.

 

Sto prendendo un gelato a Campo

de' Fiori,

ti sto immaginando,

e tuttavia non illuderti:

non farò mai il tuo numero.

 

Voi maschi uccidete con una gomitata;

caddi troppe volte dal nido.

 

Amami,

che il braccio è rimasto appeso

a quello di un bambino troppo ligio

per essere un uomo,

lasciandomi nuda

nel mercato dell'illusione.

 

Tu amami,

nelle tue lenzuola fredde, la sera,

quando metti la sveglia e guardi

la giacca appesa alla sedia

- anche in estate.

 

Amami sapendo

che non mi prenderai,

perchè ho la coda degli uccelli

e la follia dei gatti.

 

Quando senti il tempo scorrere

e tu sei il bambino sulla scala

che va giù, inesorabile,

amami come un tentativo,

l'ultimo,

come un vecchio assetato

dell'ultimo vaso.

 

Solo così

potrai scucire qualche spina

dalla torre dei miei sillogismi,

liberando l'aorta

dai vegliardi.

 

E pensa

come il gabbiano implume

spinto dal tetto del mondo.

 

Può darsi che ritorneremo lì,

tra i nostri libri,

a fare l'amore

e che rinverdirà l'arazzo che lasciammo,

ammuffito nella nostra casa.

 

Lo specchio rifletterà,

senza più indugi, quello che so

 

che rotolò nel tabacco di una pipa

ai confini del bosco.

 

Da allora amai solo il fiume freddo.

 

Se vuoi, tu,

cercami da lì.


Id: 75343 Data: 19/07/2026 19:31:33

*

Un istante

 

Una mattina, in quel caffè

tu

mi sei venuto addosso, con gli occhi.

 

Dal tavolo di fronte

mi hai fumata fino all'osso.

 

Come hai potuto forare

la mia bolla di vetro?

 

Un istante.

 

Tu

sapevi di fuoco liquido e fumo.

 

 


Id: 75337 Data: 18/07/2026 17:45:09

*

Rimasugli

 

Esistemmo, io e te:

come esistono quelli

che s'incontrarono nell'isola

degli spettri.

 

Esiste un momento

in cui la musica rotola

da corpi vuoti

e rivela il suo turgore di sega?

 

Sperpero molte ore

- è questo il problema -

che dovrei conservare

per le notti fredde

come montagne.

 

Le spreco perchè

sono stanca

e sazia di digiuni

e se tu lo sapessi

mi porteresti la tua ciotola vuota,

piena solo di lussuria.

 

Oh, quando ti vidi,

tronfio gallo cedrone

a far roteare piatti cinesi!

 

Come ho potuto? mi sono

detta.

Ma si sa che la corte

ha i suoi buffoni,

fatti per mangiare briciole.

 

Ti vidi come una confermazione

delle estati bruciate,

dei giorni abbuffati d'addii:

giorni di pietra, marciti

sulle solite scale che salgono

e scendono;

senza stanze.

 

E poi il dottorino tra i denti del balcone,

la pianista di sopra

persa in una nenia,

che lasciava indenni gli spigoli

del palazzi.

 

Ed io a pensarmi diversa,

capace di scansare presepi

di carta roccia marcita.

Vedi,

sei già scomparso

nei giorni stesi, annaquati

di acqueragie celesti.

 

Vedi,

i chiodini sono sparsi

e non c'è nessun quadrato,

nessun cerchio da fare.

 

Il piede ancora s'arena

in questo niente che salta

dalla carta del pane.

 

Tutto questo accadde,

mentre tu non c'eri.


Id: 75335 Data: 18/07/2026 10:34:21

*

Ti cercai

 

Io ti cercai nel giorno della luna storta,

nel giorno troppo pieno di sale,

che versava, ubriaco, il mare.

 

Ti cercai come uno strappo,

nel vento sulle colline,

ti cercai perchè non sapevo cosa cercare:

un'amnesia, una camicia azzurra,

un soffione,

un pensiero caduto su una casa bianca.

 

Nelle notti livide che guastavano il seme,

nei giorni sbeccati come i passeri nel nido

tra le lingue gialle delle verbene.

 

Nell'anfiteatro delle parole mai espresse,

nei tacchi affondati nel rosso liquido

dell'amore.

 

E ti cercai perchè non eri niente,

mura bianche, la finestrella di legno

nella grande casa vuota d'umidi e d'addii.

 

Ti cercai senza prenderti,

perchè la tenerezza spaccava il nervo;

credevo che bastasse essere un acino d'aria

tra le rose che cadevano, secche,

su un cuore di legno.

 

Ma ti cercai, nel mio grembo vuoto,

negli occhi verde acqua, nella fonte

che scoloriva il passo coi residui di neve.

Lungo il mare della vita,

sconfitto dall'abitudine, dalle marce senza araldi

stordita,

ti cercai.

 

E ti dissi: ti prego di do i miei avanzi, fanne

fuoco per la tua cenere.

 

Non capisti.

 

Era l'albume implacabile spalmato sulle tue notti

la nebbia anche in estate,

quel suono mai nemmeno suonato.

 

Silenzio.

Un movimento di tende improvvise e

mia madre ancora lì a parlare la sua lingua

incomprensibile di uccello.

 

Ed io

in qualche mensola, in uno spartito stracciato ai margini

del bosco. E tu l'ennesima congettura, il fardello,

il lago mai pieno, mai sazio, mai vuoto.

 

Il silenzio irreale dell'oro di un tramonto mai

visto mai pianto mai vissuto mai dimenticato...

E tu con le redini ingarbugliate di me, di te,

in questo fracasso di corpi

così rotti da sembrare tempeste.

 

Immaginai il grano,

il sole sopra le ninfee,

sulla tua gamba rotta, sul tuo cuore di alluminio.

Io più viva del vento, io che non mi servivi a niente,

se non a spezzare il sillogismo,

la nota troppo dritta,

per attorciarti in un intervallo, una dimenticanza.

 

In una pietra azzurra,

più azzurra della stanchezza,

come la bellezza che non la puoi dire:

la perdi, la ritrovi è là, come una moneta,

come una rinascita, come dimenticare

 

ricordare

 

chi siamo stati noi.


Id: 75328 Data: 16/07/2026 09:39:53

*

Scruasce

 

La speranza è asciutta;

la secca si mangia l'aria

come io un tempo addentai

la tua bocca di frutta acerba.

 

Il sole bivacca sulle scruasce,

punta il faro sui morti.

Cavalco un mare di lacrime

e guido, penso, scrivo.

 

Quando il malessere era un chiodo

tra le mie fronde verdi

e il corredo da cucito già

gettava sul marmo fili sconnessi,

 

senza un luogo per dirsi,

per ricordare i fiori.

Tutto era già pesto nel mortaio

di giorni di cecità.

 

C'era il diluvio e pensavo

bastasse un ombrello.


Id: 75319 Data: 14/07/2026 15:10:13

*

L’incantesimo

 

 

Sfarfalla il lampione

sulla foglia gialla;

evoca voci dalle bianche mura.

 

Il solitario s'annida tra la folla

che scaccia col brusio

la ressa delle ombre.

 

E tu mi penetri ancora,

nell'Olimpiadi del mio stare

come sangue sulla chianca.


Id: 75316 Data: 13/07/2026 19:43:32

*

a Pier Paolo Pasolini

 

Nelle borgate dove strolica la pietra,

randagio tra i randagi

ebbro di un vino infinito,

 

acclamasti il giorno a venire

ubriaco

degli dei osceni nelle loro

folli pose.

 

Sbranato dalle stesse notti

che ti stordivano e aizzavano

le fiamme dei livori e delle tregue

 

folle, stavi.

Perso come gli amanti

non ancora vinti dalla cicuta.

 

E se le tue mani erano bianche

lo dovevi ai cigni che ferivano

le tue trasudanti acque dense

che davano carne al cielo,

 

così che le case ammonticchiate

tra rifiuti e povertà

parevano ai tuoi occhi oro.

 

Lo coglievi,

negli occhi sporcati dalla polvere

e dalla rabbia,

 

di troppi inferni fermi d'addii.


Id: 75311 Data: 12/07/2026 11:28:40

*

L’accordo segreto

 

Oh bambina,

dov'è il tuo cavallo bianco?

Spunti inattesa,

frigni - così ti dicevano.

 

Il volto ti si deformò,

mostruoso,

come il bambino sulla giostra

dalla faccia bruciata.

 

Oh bambina,

han preso i tuoi sogni,

il tuo abito di fatina,

per pulircisi il culo.

 

Hai bloccato la danza.

 

Nessuno ti ha mai comprato

le scarpe da ballerina.

Ha preferito mattoni su mattoni,

tuo padre.

 

E ora che vuoi?

Perchè piangi coi miei occhi?

 

Mi fai le scarpe di cristallo

con le tue lacrime...

Ti ci porterò, al ballo,

con una cesta di frutta e di miele,

e strapperemo il velluto al cielo

per farci un vestito nuovo.

 

Credici bambina,

credici.

La tristezza te la diedero i fiumi,

perchè la tua vita fosse vascello

tra le arene delle tue rivoluzioni.

 

Tu credici,

nessuno riuscì a spezzare la stella,

unico oro,

e il sangue delle ferite, dei sogni uccisi

adesso è colore.

 

E il bianco dei tuoi vuoti ti si fece tela

per scolpire il tuo paesaggio,

il tuo regno.

Il nostro regno che non sta in nessun cielo lontano,

tranne

che sulla terraferma della nostra follia.

 

E lei che sa i nomi

per sbrigliare le redini alle rondini d'estate;

 

l'accordo segreto che ricuce il mare.

 

 


Id: 75287 Data: 08/07/2026 23:45:59

*

Vuota parata

Cade la speranza sui muri d'ufficio

di chi, così povero,

non ved la propria miseria.

Io la vedo stritolare i sogni ,

tra i muri a secco della storia.

 

Potrei dirmi diversa,

attaccare al gabinetto la laurea.

Diversa da cosa?

Dal macellaio con fosse in faccia?

Dall'ubriacone che ostenta i peli d'orso

mentre si fa un bicchiere?

Diversa sotto questo cielo nero

che cade come una mannaia?

 

Eppure vedo.

E potrebbero esserci attenuanti,

prima del sonno.

Vedo la statua di certezze

che sfrolla a ogni passo

come carne di lebbra.

 

Precipita, questo mondo futile.

Dio abita i vuoti delle chiese,

presiede parate,

videomaker di questa giostra

che crolla pezzo pezzo.

 

Un dio politico,

al suo estremo fallimento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Id: 75271 Data: 03/07/2026 23:05:52

*

Nel tuo mestruo di luce

 

Luna gialla, grande,

che non vidi mai davvero.

La guardo, ora, in questo primo luglio.

Inizia la storia,

cessa la trincea:

violenta amnesia su scaglie di pesce,

serrata la botola di un cielo di fango.

 

Luna sul signore col cane,

che mi chiede sei del posto sei in vacanza;

il cane nero come i silenzi.

 

Luna rotta e ricomposta sul collo degli alberi,

luna che scalzi il cemento, moneta,

che affoghi il male nel tuo mestruo di luce.

 

Esci dalle mie tasche, ti appoggi alle finestre

le fai ancor più rosse. Il giallo denso

respira a tratti, trattiene il mistero

come un feto. Non lo tocca, lo allatta

con eau de parfum all'oro silvestre.


Id: 75264 Data: 02/07/2026 00:13:11

*

Liberazione

 

Oh le teste, che stavano sul mio ramo,

le teste infami, caddero!

Pietosamente risucchiate dall'indaco.

Le mura bianche celebrarono la vittoria,

tra le colonne del tempio si spansero fumi

di incensi. Salirono al cielo,

come preghiera fatta di mani.

 

Il gigante disinnescato lasciò

libido di tronco a prova di bomba,

a guardiano - ora e sempre - della

mia regalità bianca e oro.

 

Cacciato l'invasore!

 

Rullo di tamburi saluta i giorni a venire.

 

 

 


Id: 75263 Data: 01/07/2026 14:12:54

*

Come se

 

Come se non mi appartenessi.

Come se il verde fosse troppo verde,

il bianco una condanna. Una sedia

dell'inquisitore; punte nella schiena.

 

Come se lo spazio fosse troppo,

la nebbia argento colloidale.

Come se non fossi certa delle ossa.

 

Come se l'ossigeno non fosse necessario.

E il mondo si divertisse ad aprire

e chiudere coperchi.

 

Come ghiaccio sulla sabbia.

Come se chi mi credo di essere

svaporasse in un singhiozzo.

 

Come se domani salissimo le scale

con la passamaneria di ruggine,

il livido sulle pareti.

 

Come se il pianto scalzasse il fango.

Come un'ipotesi. Un'apoteosi.

Come se il mondo fosse un grande cimitero

tra venditori di illuminazioni.

E la tristezza fosse una ciotola

o un sacchetto della spesa floscio

che ti porti appresso.

 

Come se il freddo fosse un serpente

nelle vene.

O cercassi qualcosa, ancora, al

mercato delle illusioni.

 

Come se domani mi alzassi

perchè così si fa tutte le mattine,

come se l'ultima illusione che crolla

fosse come i piedi ulcerati.

 

Come se il mondo è un globo nel vuoto;

truffatori gli inventori delle nazioni.

 

Come se.

 

Il freddo si scrosta,

sa di muffa,

di tutte le bare aperte

su cui ho camminato.

 

Fingendo.


Id: 75259 Data: 30/06/2026 19:24:47

*

Mio re

 

Tu chi sei?

Che tipo di vento, d'occhi,

o personaggio risorto

da quale tela?

 

Quale fuoco, quale confine,

che tipo di unghie o di materia

del vuoto,

di carne che scalza gli alfabeti?

 

Che esorcismo, che polpa di fiore,

d'oro sepolto, di rosa pesco?

Quale insolazione o frattura blu,

vetrata sul ferro

di nascite e morti?

 

Che tipo di distanza e vicinanza,

di vista ritrovata,

mentre il mondo mi è amico

semplicemente con l'esserci?

 

Che re appoggiato

al mio scettro,

di sorrisi nuovi che sgorgano,

dal fango spurgato'?

 

Che tipo di perdono,

di rosa lanciata sul tavolo,

di onda che ti arriva dappertutto,

di giochi d'arabesque?

 

Che lingua è la tua,

che fermenta nello spazio

delle labbra,

o la mano che abbatte il gigante,

che afferra la fionda

e decapita le statue?

 

So chi sei, mio re.


Id: 75251 Data: 28/06/2026 13:30:34

*

La spada

 

Poco fa, intendo al risveglio,

ti staccavi dalle mie meningi.

L'alba si apriva a ventaglio,

come il Mar Rosso, un'allucinazione,

uno shock,

come le soste purificatrici in hotel

che sa di ammorbidente

a vagoni, le mura asettiche, fuori soli i passi,

le auto di una umanità sciacquata dal diluvio

universale.

 

Ed io sguscio da una cozza aperta,

dalla placenta universale, bambola reborn,

a contemplare il miracolo della mia depossessione:

tutta in un tragitto d'istanti, una confermazione.

E vedere per la prima molto il mondo:

un abbaglio, un'enorme distesa di luce

dove i treni partono e le piazze sono chiare

come le voci nei caffè.

E i tramonti scoppiano in lividi di viola e aranci

ed io non migro più, clandestina,

nei giorni.

 

Ma mentre dilatavo lo stupore tu sei riapparsa.

"Ti cito," hai detto, "per occupazione abusiva,

per diserzione, per randagismo, per latitanza

da maternità invertità".

E fuori i pali di ferro, i fili sulle case

stretti come le spine dei Cristi

squartati nelle chiese. Ancora dicevi: "Sii per me

demiurgo, resurrezione, pace-maker,

certificato di previdenza, obolo della vedova,

busta di sangue condensato,

ed io continuerò ad abitarti come la vecchia

delle fiabe;

carne senz'osso, che spande in una vertigine insaziabile,

che mangia le tue parole, divora sensi,

che sputa il seme in strada".

 

Ma l'alba era già giunta, l'alba boreale

irreversibile e stupenda,

come un'iniziazione.

 

Credo sia stato lì che ho sospeso il piede

della Parca sul pedale della macchina da cucire,

lì che il sangue si è ritirato in un uovo,

ti ho detto: "Tienilo, fattelo alla coque,

è il tuo uovo di disperazione, di veleni,

di immunità".

 

Sospeso su una nuvola,

l'angelo ringuainava la spada.

 


Id: 75245 Data: 27/06/2026 17:56:26

*

L’ostaggio

 

Vengo a cercarti in questo meriggio

pigro, di lumaca sciolta al sole.

Faccio le scale, bianche.

Non m'attendo principi, lo sai:

 

è una misura cautelare, una misura

di igiene in un mondo igienizzato.

Cosa ci fai con quella manica grigio

antracite, grigio topo e quella camicia

bianca, che scolletta sul polso?

 

Sembri un'invenzione o il ricordo degli

amidi sui centrini dei vecchi, nei

monolocali abbuffati di sughi stracotti.

Scusa

Lo so che è una prevenzione,

ma è un po' come scuotere la scatola

dei fiammiferi e vengono giù tutti,

tranne tu, tranne io, ovviamente,

che cerco ancora al mercato

gli occhiali da sole per la mia bambola

mai spinta nel carrozzino mai esistito.

 

Vuoi un rocher, un pizzitello alla cipolla?

Ti prego vieni a slegarmi le mani, dici.

- Dove me le metteresti le mani? -

Non sai che tutto è un déjà-vu, una

frizione a scomparsa, un'auto senza scomparti?

Solo polvere che s'appiccica sul cruscotto con

l'odore delle patatine (a) consumate sul sedile.

 

Ti prego, non essere banale.

Se vuoi, da questa botola, così legato,

possiamo visitare i Jardin des Tuileries,

vedere i fiori di Parigi, possiamo

allenare la carne in altri modi - ti libereresti

di quei rotolini così poco professionali. -

 

C'è una zingara che fa le carte,

una bambina che corre e ride.

Ci sono i rivoltosi della Bastiglia,

Luigi XVI ancora vivo,

gli illuministi nei cafè.

 

Oh, ti prego, non essere banale,

come tutti quelli che si alzano i calzoni.

Prima che tu ti fermi come una giostra,

prima che il tuo mocassino agonizzi sulla chianca,

prima che il popolo torni alla riscossa,

prima che gli onischi prendano il sopravvento,

prima delle bugie,

prima della sirena della cava,

prima di quelli che uccidono i bambini con le bombe,

prima che la pietà si secchi come le estati,

prima che il contratto sia stipulato,

prima della fila delle formiche rosse,

prima dell'avvento del cristianesimo,

delle minestre che gonfiano,

dei mondiali di calcio,

dell'alfabeto morse,

delle madri scofanate di raggia,

dei padri secchi come travi,

dei confetti rancidi nelle teche.

 

Prima,

 

non muovere un passo.


Id: 75236 Data: 25/06/2026 18:49:54

*

Resta lì

Resta lì

 

Ti ho messo lì, come un ammennicolo

e osservo il tuo labbro stretto muoversi

con la ferocia gentile dei tiranni.

Cosa tu sia in realtà non appassiona

il mio guardaroba,

le congetture venno e vangono, come onde del mare.

Ed io dissanguo in questa estate tremenda, ancora,

sul sudario sporco di sangue del mio bambino non nato,

sugli epitaffi delle secche che bucano la retina.

E tutto il divenire non è che un vasto, immenso gelo,

di bambini non nati e ossa di donna

gementi nelle stanze di Barbablù.

 

Vuoi la poesia romantica? Vuoli la rondinella

che vola verso te a venerarti il c.?

Non scordarlo: io ti ho messo lì,

come un trofeo di guerra, una guerra che accendo

a piacimento a seconda delle fluttuazioni delle maree

delle congiunzioni astrali e di distrazioni

proficue al piacere.

 

E visto che se lì, immobile, inerme,

come Prometeo che non ha mai dato il fuoco,

come Prometeo che non riesce a prendere fuoco

e teme la fiamma come il diavolo che non c'è.

Siccome, quindi, prenderò un cotton fioc

per ripulire i cieli troppo bianchi,

per lasciare la sabbia pulita alla bambina gialla

che non corre più con le scarpe troppo larghe di un padre

estinto di un fratello estinto, di tutti i maschi che cadono

perchè non sanno cadere e hanno il moccio,

quasi sempre.

 

Non è un insulto, è che mi serve questo teatro d'assedio

per guarire il livido dell'attaccatura tra il ramo e il tronco,

per guarire i silenzi sparsi come i capelli o graffi sulla tela,

o tutte le domande gialle che fuoriuscirono, traboccando

in un'incontinenza di senso che lasciava attoniti gli spettatori

sul palco di uno squallore consolidato.

 

E ora mettimi il laccio emostatico, analizza il mio sangue,

fammi una visita ad hoc. Ti dico non occorrerà,

perchè sono io la prima a contemplare la mia decomposizione

con l'occhio clinico che ruggisce sulle mura anemiche del niente.

So che l'occhio può far sorgere il colore dalla cenere,

il calore che ho fatto con la mia eresia.

Sono io Prometeo.

 

Tu, resta lì.


Id: 75231 Data: 24/06/2026 15:06:18

*

Il giorno di noi

 

Questo è il giorno.

La storia si fa carne,

il sette di denari è anche cuori.

 

Il giorno che cade come un passero

sulla mia finestra.

 

Il giorno in cui rimetto i miei debiti,

riannodo l'alfa e l'omega.

E' indulgenza il tocco delle nostre dita;

Venere e Giove in una sola danza.

 

Dal buio del mio grembo

fiorisce il figlio.

 

Riceviamo il premio

del nostro esserci cercarti,

senza requie.

 

Il giorno è questo;

perfetto.

 

Il giorno di noi.

 


Id: 75222 Data: 22/06/2026 16:07:41

*

L’Attimo

Io ti incontrai nel giorno pieno di sole,

quando ancora non sapevo che il sole

urla, trafigge sottopelle.

 

Ti incontrai,

ed era un giorno assoluto, senza neve,

come l'erba, le case arancio,

dove già l'oro mangiava la ruggine ed

era ancora dolore,

che tu sentivi nella tua solitudine densa.

 

Ti incontrai

e vidi la fuliggine delle idee roteare attorno

al tuo bel corpo di quercia invecchiata.

Ti dissi vieni che il vino non è finito

e le cantine sono ubriache d'estati.

 

Fiorì la stagione dei melograni e delle

pesche dure,

che s'apre come un mistero tra le cose

rotte del mondo.

Io e te lo vedevamo.

 

Ma io ti vidi così forte che la luce

ti forò; in fretta tornasti al cliché.

Eri un dio, ma come un pover'uomo

spolversti i breviari, mentre il fuoco

 

- lo so - ti mangiava i lombi, ti consumava

nelle notti insonni di insorte canzoni.

Per un attimo, tornasti,

come se non fossi mai fuggito.

 

Bastò l'attimo

a rubare il fuso alla Parca,

 

che già tagliava.


Id: 75221 Data: 22/06/2026 11:54:59

*

Censura

 

Troppa passione non premia

così mi disse la vecchia becchettante

nell'aia delle certezze.

Troppa passione dissangua, allora

mi mossi tra imbuti di vuoto

a suonare il mio tam-tam scordato,

infarcito d'amnesie.

 

Troppa passione fa male

come il freddo al collo preso

col finestrino aperto,

è quasi un reato

mette a repentaglio le geometrie

attenta alla ruggine, ai tarli,

ai sistemi sanitari, al fisco,

alle religioni,

agli imperialismi delle imbecillità;

 

è una piaga che va estirpata

a suon di propagnanda,

sentili

questi nomi, come suonano fieri:

educazione, etica, rispetto, morale;

 

sembra roba fascista per questo

ora più che mai, nell'ora nullificante,

torna in voga; i morti vi si acchiappano

come una scialuppa; i morti nella carta

domopack che tiene la carne guasta.

 

Troppa passione è come dire

troppa carne, troppo vuoto e splendore

in quel vuoto così in contrastro con le

varecchine e gli antimuffa, così in contrasto

con giacche e cravatte pure in estante,

così in contrasto con le seghe sui divani -

 

così spaventosamente in contrasto

con la morte.

 


Id: 75217 Data: 21/06/2026 15:48:09

*

Attimi azzimi

 

Stamane,

la mimica di un corpo assediato

dai colpi del sole,

il tamburellare delle nettarine

verace come l'urlo che traborda.

Tace.

 

Signora in fila ci sono io:

mangio vorace per due famiglie.

 

 

Il fracasso nelle ossa.

Si dipende da una mela in più

al mercato,

da un gambo di sedano omaggio,

dal sole che cola col sudore

negli attimi azzimi di un'intesa.

 

Sfila l'uomo in carrozzella:

penso sono io, atonica, che dissanguo,

come il pesce sulle piastrelle

sventrato da mia madre.

 

Mi tengo dentro la vecchia

che frigna, che tanto è solo un'alzata di ciglia

credersi diversi e quelli con le palpebre dure

lo sanno

 

che l'insonnia tiene deste le zanzare

sulla piaga,

mentre nei palazzetti si consuma, nelle faide.

la porzione consentita di pornografia.

 

Comprano la salvezza - così credono

a suon di campane,

piangono di tenerezza solo di fronte ai ninnoli.

 

E' piombo la luna che dissolve;

 

fango, il Giordano.


Id: 75210 Data: 20/06/2026 14:53:51

*

L’epilogo

 

Verrà il giorno,

il giorno di mandarino

che ha fuoco nei piedi.

 

Il giorno del do

senza esitazione,

dove non ci sono muri

eretti da mio padre:

muffe e umidità.

 

Il giorno

delle biciclette,

delle estati troppo vere,

dei kaki portati in autunno.

 

Babele è caduta già.

Nessuno parla le lingue confuse.

Il silenzio

è il segno.

 

Io rido così tanto

che mi bruciano gli occhi:

non avverto nemmeno il rombo

entro la terra.

 

Voliamo, io e te,

tra ettari

di luce.


Id: 75207 Data: 20/06/2026 09:41:57

*

Eredità

 

Poche lacrime

e noi destinati a essere noi.

Gira la macina di pietra

sulle ore, gli istanti, i trambusti,

le diserzioni, le dissezioni.

 

Il sole troppo acceso,

scioglie l'umido rimasto.

C'è un cavallo, la' fuori,

di pietra contro un cielo duro-

 

Non mi coglierà il sonno,

nè la tua vecchia faccia,

liscia di fallimenti, quel brunito

di verderame. La carne

come spoglia del mondo

sopra i cocci dell'odio in frantumi.

 

Inventerò girasoli veri,

per strappare a morsi le catene,

per lasciare i miasmi al loro gorgo

solido di certezze.

Perchè riemerga il veliero,

perchè la mia eredità appartiene alla terra.


Id: 75206 Data: 20/06/2026 09:21:43

*

Fuga

Stasera, camminando, un'intuizione

mi ha attraversato come uno sparo:

che ci faccio con te?

Kalì risale dalle nebbie,

dal tracollo del ritmo,

dove attracca la melma della simbiosi.

 

La vergogna è salita come fumo.

Ora basta, ho detto.

Ma come si va sotto assedio,

nuda come un gatto nella notte?

L'ho chiesto al fiaccolone in pietra,

al pesce mangiato per fame nel

ristorantino carino.

 

E ora ?- ho chiesto all'altra me.

Dalle sabbie si sono mossi serpenti,

si è mossa la luna, gialla

sulle miserie degli uomini.

 

Dai che il mondo non è orrendo,

hai un sogno d'elio in un mondo di ferro.

Non noti la contraddizione?

Nessuna risposta.

Solo pesantezza col canto dei grilli;

uno schiaffo, ancora un alibi all'illusione.

 

Il sonno dopo il veleno,

dopo la fuga dagli orchi addomesticati

nella palude perpetua.


Id: 75199 Data: 19/06/2026 23:40:04

*

Noi

 

Cosa abbiamo in comune, noi,

con queste messinscene ambulanti

che comprano auto grosse a rate

e vi si chiudono come bare, per non

sentire l'urlo del mondo?

 

Cosa abbiamo in comune

con questi intestini otturati,

le pelli cremate che vogliono il fresco

o il calduccio di aliti conformi

con la comune mediocritas,

statue nel presepe della norma?

 

Noi

che vaghiamo randagi,

ci portiamo dentro il graffio

come un amuleto e lo ostentiamo

sugli asfalti, senza protezioni,

altari nelle nevi buie intorno al sole.

 

E abbiamo freddo e non lo diciamo

e dondoliamo liberi nelle albe perpetue

o nei meriggi vuoti come i fiori, i passi,

tra le cicche lasciate sui marciapiedi.

 

Noi,

che il sole non ce lo toglie nessuno perchè

ce l'abbiamo congelato dentro;

e tra i cristalli di neve manda un tepore

che non è luci di vetrine,

 

 ma tremore,

lo stupore di essere vivi,

che tracima.


Id: 75195 Data: 19/06/2026 14:11:29

*

Il teschio d’oro

 

Credete sia facile essere se stessi?

Muoversi nella frode, col coltello

spuntato sotto braccio e le formiche

rosse che ti camminano dentro come

una gran folla che punge ogni battito.

eppure

sono ricca

della mia povertà: ha porte immense

dove i laceri contenuti della vita

e le anime lacerate vi trovamo approdo

come in un padiglione d'antiquariato.

 

Non è facile separare la pula e darle fuoco

quando s'appiccica umida dentro te

e morde il senso.

Ma ora ho preso a braccetto la morte

e non immaginavo avesse un teschio d'oro

e che ridesse tanto, nei deserti.

 

Ora che la paura si muove in onde

di sabbia, ho sul volto il riso

dei pazzi, degli incurabili che hanno stampato

dentro il grande mistero: l'incomprensibile

che ci fa salvi.


Id: 75190 Data: 19/06/2026 00:13:28

*

Poesia mai scritta

 

Non avertene,

non ti ho lasciato stamattina. Come potrei?

Ho preso una tazza di sole

tra l'erba ruggente sull'asfalto aperto

come una ferita o la ridda dei diavoli nella testa.

Le foglie già rosse, la sottile impertinenza

del senso che bussa alle cripte.

La realtà, nuda e dura come un nocciolo.

Come una bara.

 

E nel seccume un'oasi. Certo che c'eri,

certo che facciamo l'amore sempre noi due,

scalibrati di giunture, trafitti di ossimori

fino ai midolli. Non sono due.

E' lo stesso, il nostro.

 

E tuttavia lui aveva un che. Anche a te sarebbe

piaciuto - noi amici degli amanti,

carne viva tra i fossili a restauro.

Parliamo. Cammini al sole? Sì, certo, al sole; al sole

che non mi spacca: sono tutta spacchi.

Già pronta alla cattura, cercavo la traccia

di un addomesticamento fallito. La annusai.

Esultai.

 

Ah così scrivi? Quando?

Sempre. E gli ho detto che scrivo di te,

della notte che schiaccia come un coperchio,

della luce in esilio tra rifiuti e rottami.

Del sole che non si vede quando piangi perchè

hai scordato i nomi dei fiori,

il ridicolo di dirsi di pensarsi a parole.

 

Il sole m'aveva aperta. Ero un chiodo di geranio

che emanava una musica antica di ruggine.

Avvicinati, lo senti lo sfacelo?

Non senti com'è bello?

 

Io che non ti ho nascosto mai nulla,

io che dono il mondo nel mondo

- e il mondo siamo noi - ,

quando mi offrirò, ti offrirò semplice

come una poesia mai scritta.


Id: 75188 Data: 18/06/2026 15:15:10

*

Congedo

 

Non ti appartengo.

Ho dovuto sciogliermi il sangue

per far spurgare il marcio. Eri tu,

che hai divorato la mia vita col tuo nulla,

lasciandomi sola su una barca nuda.

 

Nel pieno oceano di mercenari e di politicanti,

tra palazzi di laidi scorpioni tiranni

di un popolo muto, telecomandato.

Saturno, mi hai lasciata in questo labirinto

dove sguazzavi nudo, con la pelle scorticata

dal tuo stesso coltello.

Ci ho messo vite a riconoscere il puzzo. Il tuo.

 

Ho trattenuto il vomito per sopravvivere.

Ho lasciato che la miopia prendese i miei occhi

tra le vostre miserabili faide,

in cui i figli erano solo il contenitore dei veleni.

L'esempio della mediocrità.

Dell'inferno che vince sulla luce.

 

Sottosuoli e sottosuoli,

dove la verità mai urlata s'aggrumava in nodi

e scheggiava il lembo della speranza

che intravedevo tra le mie lune bucate.

 

Ho visto in te la melma del mondo.

Un'orgia perpetua di pensieri provvisori,

altalenanti tra convenienze e compromessi,

sotto un cielo duro come un coperchio.

Una catena di montaggio maleodorante

dove l'uomo è solo una livida ombra senza redenzione.

 

 

Senza storia, ho barcollato nei giorni,

sbronza delle tue bugie, le omissioni,

delle ossessioni imbellettate di morale.

Ora che ti vedo, finalmente,

non ho più bende agli occhi

solo l'immane fatica dell'orfana che smaschera il carnefice.

 

So che posso tenerti come ammonimento, come un cattivo legno

e sentire da lì i latrati di questo mondo inutile,

che uccide i bambini e serve i demoni

con la leggerezza più agghiacciante.

 

Tu guardavi il tg e dicevi: Assassini!

E i tuoi assassini trionfavano.

Dicevi: Femmine!

E altre donne venivano uccise.

Ma ora perdonami, non sei più un tu.

Smetterò di sporcarmi.

Ti rendo questo dolore immane.

E' stato concime, in fondo.

 

Non sei mai esistito.


Id: 75186 Data: 18/06/2026 10:48:52

*

Noi

 

Noi,

e in quel noi potrebbe

esserci un alibi - il peggiore -

o l'attentato delle parole.

 

Noi

che il me è già un alibi,

uno scongiuro.

Noi che ci prestammo la carne,

un giorno,

e da allora rimase un marchio

indelebile.

 

Noi

nella città che ci tenne

tra tufo e pietra,

tra oro o fango,

 

come un'invenzione

del fiume.


Id: 75181 Data: 17/06/2026 16:32:13

*

Sul filo

 

Non dirmi che avrò il dovere di amarti

per via dell'anello che mi donasti al parco.

Non dirmi che dovrò aspettarti la sera

e stare sempre sulla stessa tela a farti

gli occhi neri,

la pelle avorio.

 

Non dirmi che non dovrò minacciarti

di ucciderti se mi tradirai perchè io

ti tradirò e tradendoti ti amerò sul

filo che passa tra la presenza e

la distanza.

 

No, non dire estate. La canicola

scioglie abbuffa i pori della pelle.

Non puoi starmi dentro come un'equazione.

Lo sai. Per questo mi starai

dentro come il mio algoritmo benedetto

 

e vedrai le mie vene percorrere

strade in salita solo per dire il tuo nome.

Vedrai le albe partorite dal grembo di

aquile fiere. Sì, tu vedrai, in me,

 

la tirannia del concedere vita. Se avrai paura,

ti legherò più forte.

Tu vorrai scappare,

ma non vorrai.

 

E maledicendomi mi amerai e amandomi

scoprirai il segreto dei fluidi e dei corpi.

Sarò la tua dissolvenza, il tuo processo,

l'incubo più dolce che il tempo possa mai generare, perchè l'alba

strappa la placenta del cielo,

e rossa, eccessiva io sarò per te,

sangue dell'ossimoro che libera.


Id: 75180 Data: 17/06/2026 13:37:26

*

A Pier Paolo Pasolini

 

 

Toccami che è già l'alba

toccami che le idee sono secche

toccami con la tua ferita quella ruga

sulla tua faccia lasciami affondare in

quel baratro dove urla la storia urlano

i fiori le querce urla la vita,

perchè fu veliero il nostro dondolarci

sulle distanze e noi ci amiamo in modo

assai strano assai completo incompleto

incompensibile per questi occhi che sanno

solo violentare la carne che siamo,

unico tempio che noi amiamo

coi suoi terremoti i suoi sussulti la violenza

delle onde, la tenerezza che uccide

in un baratro d'orrore

e ci mette in ginocchio davanti al miele.

L'acqua ti fuoriesce dalla sguardo,

acceso di tutti i roghi del mondo, del sangue

delle corteccie della fatica di esistere dei

latrati degli ultimi e noi, come offerte viventi

nel nostro tempio nascosto da una tenda

dal mondo macero che uccide, facciamo

coi gemiti ancora un mondo che salta

le barricate, sbeffeggia le metafisiche perchè

non esiste metafisica oltre la carne che risorge

la polpa dei narcisi e delle rose

e delle case sventrate e delle pance gonfie

e delle facce coi denti marciti.

E' l'urlo che fa lo squarcio più fondo

e lì, ancora vivi, ancora noi affoghiamo,

esuli tra gli esuli.

Maestro e Amante, eterno amante dei soli

diavoli candidati alla santità.

I vivi. Quelli come noi.


Id: 75179 Data: 17/06/2026 12:56:48

*

La mia casa

 

La mia casa stava

sospesa in un punto esatto,

tra il frinire delle cicale

e le spighe tese nel vento.

 

Un approdo appena intravisto

cancellato dal rombo

di un'auto in corsa:

diceva storie sole

senza ascoltatori.

 

Le spighe graffiavano il cielo

per esistere,

un passero lì faceva nido.

Ed io, lontana, sentivo

questa tenezza strana,

 

il richiamo

di solitudine immota,

che mi uccideva piano.


Id: 75170 Data: 15/06/2026 11:35:46

*

Sono sempre stata vecchia

 

Sono sempre stata vecchia.

Lo sanno i vecchi al tavolo di un bar,

lo sguardo fisso di sepolcrali inedie.

 

Lo sa la chianca nera di gomme

l'ombra dei corpi richiamati a vuoto

dal fondo di un cortile.

 

E questa voce roca, accoppata nel cuore,

le lacrime ingoiate come un canovaccio,

le galere rivestite di fiori

 

e gli androni nudi come la verità

che martella, annera i letarghi.

 

Sono sempre stata vecchia.


Id: 75168 Data: 14/06/2026 22:58:22

*

L’incantesimo

Se ne stava, la città

languida in scatole di palazzi

arricciati come torte - il prologo

di una cartolina triste.

Poi Eros tese un agguato alle acque dormienti,

agli azzuri sfiatati dalle secche.

 

Lungo la riva, l'uomo con pochi denti

se ne stava come uno straccio, una scialuppa.

Nessuno avrebbe speso un centesimo di sorriso

per quel relitto, che pure teneva il miele

nella parola e l'olio di molti torchi.

 

Il fuoco si fece perla.

Il mare annaspò, colò rosso d'uovo sulle acque

e gli occhi divennero spade, remi e pozze.

dove un dio immergeva l'incantesimo.

 

Il paesaggio d'un tratto si fece lieve.

Le ombre aleggiavano leggere

e la pesantezza del mondo svaniva

dentro i sacchetti Louis Vuitton.

Nessun catrame o noia urbana.

 

Qualcuno osò dire

che era fatto il nuovo mondo.

Fu forse l'uomo

dalla pelle troppo vera.


Id: 75165 Data: 14/06/2026 13:37:54

*

Bambini

I bambini sono in classe

coi loro occhi pieni di sole.

Dondolano i piedini

o fanno palline sotto al banco.

 

L'aria azzurra li ha seguiti;

hanno negli occhi foreste

e ali di uccelli d'oro

in fuga verso i cancelli.


Id: 75151 Data: 12/06/2026 14:30:58

*

Ora invitami a ballare

 

Non so come ti chiami,

quando si sia inceppato il motore,

la bobina, la raggiera.

 

Non lo so perchè le parole buone

sono scivolate via

dai troppi ingorghi senza sutura;

s'inceppò la chinghia dell'amore

ancor prima della partenza.

 

Non so nemmeno perchè

ti mescolo a quegli amori senza

cuore che insinuarono, tuttavia

il sospetto che avessi un cuore.

 

Non c'è ritmo

che tenga questa febbre.

Disarticolata procedo e mi

lecco la bocca pensando ai

tuoi baci

lontani come l'albero del sole.

 

Hanno tutti certezze.

Gli illuminati si vendono dio

per tre etti di applausi;

io non ho mai avuto certezze.

Come pensi che possa incontrarti?

Per quali tragitti aerei

potrei trasmutarmi in un sogno

di arterie di vene che si danno

e si levano sangue?

 

Non ho mai fatto caso ai volti.

Viviamo in un circo strano;

un giorno la pelle si strappa

e un oh! spara il fiore

nasconsto tra le labbra.

 

Se vuoi puoi stare qui,

ti do il privilegio di abitare

questo nido di parole,

di cogliere l'oro delle spighe

prima della ferocia del giorno.

 

Se vuoi.

Perchè non c'è domani.

Nemmeno noi.

 

E ora invitami a ballare,

se vuoi.


Id: 75147 Data: 11/06/2026 21:16:11

*

L’eterno sipario

Non muori mai.

Bianca tra torri e palazzi,

resti regina nella pietra

che dice e non dice,

in un silenzio che mozza il fiato

dentro le orbite cave, piene

della tanta vita che ti attraversa.

 

Assoluta

come le lacrime trattenute nelle fontane,

come gli amori che si trovano per lasciarsi

e ritrovarsi, ancora, sotto le tende

dell'eterno sipario del tuo stare.

 

Parli

e la tua voce è un tavolo

in un labirinto di strade che cela

i segreti del giorno e delle notti.

I tuoi morti sono vivi;

si muovono, invisibili, tra la folla

che, distratta, ne ascolta il canto

e ritrova il passo più leggero.

 

Palpiti,

e non c'è sera

che non conservi

nella tua densa ombra i pianti,

le preghiere di chi vaga

e gonfia il tuo fiume, il tuo cuore

come una vela tesa.

 

Madre e prostituta sacra,

Iside dei reietti e degli spiriti ribelli

che tieni in te,

finchè il tramonto esplode i cieli,

gli angeli sulle cupole, sospesi

sulla vertigine della tua

imprendibile magia.


Id: 75146 Data: 11/06/2026 21:00:20

*

Sole

Esce il sole, dalle forre del giorno,

dal buio intercostale, dalle parole

colate troppo in fretta o restate

nel tubo del lavandino.

Esce dal pianto mai pianto,

trafora le piastrelle,

rilancia alle allodole i sassi.

 

Sole che pattuglia strade sgombre

per sorrisi dalle fontane.

Risorgono le fondamenta del buio,

azzurre, sopra uno specchio calmo.

 

Sole tra le zagare e i gelsomini

che albeggia tramonti e riprende

lo spazio interrotto.

Pure al livido delle sere,

al rosso che intrise di delitti i tetti.

 

Nell'inventario di giorni sconnessi,

sugli spartiti a collaudo di sopravvivenza,

il sangue attraversava la melagrana

come un taglio.

L'ingenuità se ne andò a ruggire

con le sue tigri dolenti,

tra lamenti di selva.

 

Sole

che ora mi coli dalle dita!

Per la precisione chirurgica dell'incollo,

lo sguardo di volpe

chiamò a raccolta gli emissari

della mia segreta dimora.

 

Io ti misi come un anello,

ti protessi nelle mie tende,

nelle mie tane.

E divenni il tuo occhio;

sangue giallo di Vittoria.


Id: 75129 Data: 08/06/2026 18:56:29

*

Metamorfosi

Cammino ancora,

la mia città lontana

è un angelo di odori,

sul fiume cristallino

delle mie invidie.

Stona la musica sotto passi

stanchi; le scarpe sono spade

che hanno sventrato il centro

della terra, ad alto prezzo.

 

Ho vinto, potrei dire, ma dopo

l'ordigno, dopo i fiori sputati

dal cannone, le membra lasciano

fiotti di sangue nelle cantine

ove si consumò lo scempio

dei cani imprigionati.

L'aria, fuori, manca di consistenza.

 

Falena bagnata m'aggiro

tra l'ombre dei delitti. Il cielo

di pece che mi sporcò le ali

incombe, sono l'idea fissa

di un ingegnere dell'immutabile,

palo di ferro, rete nera,

sasso bucato e inerte.

 

E allora la luce si fa

mammelle di legno, corteccia,

un embriogenesi dall'urlo,

che si dilata in ogni gesto.

 

Cadrà la torre: la immagino

in bilico tra soffitta e cielo,

dopo la resurrezione. Un cielo

basso, di pece, finchè la lussuria torni

ad abitare i vitignin vizzi

che mi uscirono dalla bocca come ragni.

La metamorfosi si compie al tocco

dell'angelo che mi chiama, lì,

a mondare stelle nel fiume,

 

E' lì col suo proclame

di incorruttibilità alla vaniglia,

al caffè, tra strade e passi.

Un mondo dove tutto é irrisolvibile,

caotico, complesso come i giornali che non apri

perchè sai che il mondo è altro, infinitamente

altro.

E può scoppiarti dalla bocca, un giorno

o dal cuore.

 

Se ci credi, è lì.


Id: 75117 Data: 05/06/2026 09:36:01

*

L’impiantito del dover essere

 

Nessuna traccia di sole,

forse un sole di plastica, di logos,

clausura tra quelle aute di fiati

e di cancellini.

 

I più allegri spezzavano

scope alle bidelle, il resto un plotone

accovacciato nel mondo delle idee,

azzime come il ferro o le nevrosi

 

di chi imbracciava bic e scriveva

di intelligenze discrete, potenziale

e roba da sciamani - entrare

nelle teste è cosa di altri mondi.

 

Tutti seri, compunti,

la torba dei malesseri sottobanco,

sottocoperta, sottoprogramma.

 

Stella stellina, la notte si avvicina

e F. non arrivò mai, su quel tapis

rolulant, perchè arrivò prima lei:

la fiata nera della mietitura.

 

Questo non era in programma,

come il sospetto, che ci faceva muti,

maligni, depressi, bulli, mentre le braccia

se ne stavano come remi penzolanti

dai maglioni,

sorvegliate a vista

nell'impiantito del dover essere.

 

Individui o mosche. Per taluni

fuori era peggio; meglio i plotoni,

meglio sciroppi di storie

e filosofie mai digerite, le lettere

morte più di un tempo morto,

di sogni già ossidati dalla devozione

al mondo.

 

Si sceglieva senza scegliere,

tra le eclissi che improvvisamente

oscuravano l'ombra vergine della meccanica

del sapere in barattolo,

mentre i nostri sogni veri se ne stavano

nel laboratorio di fisica,

tra scheletri e asini a due teste.

 

E noi guardavamo l'acido corrompere,

saccheggiati già di innocenza,

cinici, politici come ci vuole il mondo,

protetti dai baratri delle vergogne,

dalle parole che escono e non escono.

 

E tra i morti, le rabbie,

le invalidità convalidate sul registro,

pensavamo la storia fosse quella

del libro verde mattone.

 

Non sapevamo

che l'acqua buca le pagine.

Che l'acqua può tutto.

 

Pure resuscitare i morti.


Id: 75110 Data: 04/06/2026 09:48:39

*

Alchimia

 

Nel sogno mi abitavo

sotto un nido di statue antiche,

la strega sventrata sotto una torre

aperta come un boato.

Stava là, la mia casa, modellata

dalle macerie, dal bitume tutto quello

che mi eiaculasti addosso dall'alto

della tua titanomachia.

Perdesti. Non sapevi che vincono

gli dei?

Io ti vidi da un nucleo di specchi,

smargiasso sotto la cenere,

boccheggiante come un pesce,

solo l'energia del tuo cazzo, mi presi,

per plasmare, puntellare le mie statue

benedette, il museo vivente della mia

gloria. L'odio come bitume partorì

i figli del veleno a cui misi nome fiori

e tanti ne uscirono da quel luogo remoto

del mio farmi e di questi mi cinsi i capelli,

mentre cavalli folli sollevavano la polvere

che tu stesso fornisti alle mie inarrestabili

avanzate verso me.

Narciso di tufo e polvere, narciso di bitume

e di veleno, splendida omeopatia!

E fu per quella che il mio sesso ebbe odore

più verace e vorace addentai il midollo stesso

dei sogni, la loro sostanza urbana, sussurrata

nelle memorie di pesco della mia città così

piena di tutte le città, di tutte le strade, di

tutti gli azzurri delle gioventù mai osate.

E nell'amplesso mi appoggiai su una geometria

di gambe e strappai i sudari con l'altra me che

sorgeva, marmorea, animus, a sorreggermi

come statua di ferro tra i loti infiniti come fiocchi

di sangue, mentre estinto il tuo debito mi ingravidava

di sostanza pura di stella.


Id: 75105 Data: 03/06/2026 10:03:57

*

A Martina Rosa

Stavi - i capelli troppo biondi -

come un fiore dimenticato

in un'agonia d'ombre.

I silenzi ti saltavano addosso

dalla cutizza del tempo

che ti mise a fianco

un monolite di maschio.

E tu, nella tua vergine semplicità,

la brina che ti saliva dagli occhi:

'"Non voglio", dicesti.

 

E la rugiada ruzzolò

tra tizzoni e cinigia,

i musi pieni di baffi di tua nonna,

i grembi di tufo,

le uova marcite sotto il sole

feroce,

che bruciava i germogli.

 

"Non voglio". E le mani rosa

che presentivano le grinze

si chiusero

sopra il merletto da sposa,

tuo sudario.

 

Ti accompagnava un cuore

buono,

la fedeltà alle catene - pure quelle

di dentro i cimiteri

da dove tuo marito

ti portava il pane

e non dei vivi.

 

Il pane che ti fece ferma

dalla parte del cuore.

 

Gridavi, nella stanza

e i figli nati dalla schiusa

dicevano:

"Poverina, è la malattia".

 

Quel grido è treccia di cavallo,

nonna, tra le mie sbrigliate mani.

 

Vengo a prenderti, ora.


Id: 75101 Data: 02/06/2026 10:25:01

*

A Beatrice, colpevole di essere stata una bambina.

Perdere prima ancora di trovarsi.

La memoria delle spalle,

un sole di feretro che stordisce.

 

Aspettare il niente da aspettare,

rubando amore al verdaccio.

 

S'appende il livido

alla palpebra.

La mano ammuta.

 

Giovane madre e amante

stordiscono di botte la bimba

di due anni,

le spaccano la testa, gliela ficcano

sotto l'acqua fredda, bimba muore.

 

Si spacca dio.

Dio è un fragile flute.

Presto si dimenticherà.

 

Il giornale sul tavolo del bar.

I soldatini riprendono la mai

interrotta marcia con risa

a comando.

 

Mi tiene la sedia.

La sedia senza fondo.

La sedia senza sole.

 

Non sento

col mondo che non sente

e gira come una giostra macabra.

 

Non c'è ossimoro da scovare,

ideologia da suonare,

l'hanno fatto nero il lago,

viola-

 

Lì uccidono bambini.

Noi siamo i morti.


Id: 75091 Data: 31/05/2026 18:15:06

*

In visita

Dottore,

da quanto tempo non rido,

ditemi: è malattia?

Dottore belle mani parola facile,

dottore col bisturi di parole,

confermatemi, è grave?

 

Il sole stamane era sciolto,

il cuore faceva cric cric.

Non dormo da treottanta notti,

lei crede nella resurrezione?

 

Le dico il sogno: un papavero

secco una terra arsa piena

di aranci, secchi.

Che significa dottore?

 

La prego, parli, piano.

La prego,

sto dormendo, sto fluttuando

ora, anche se ha quella fonte così bella,

chissà quanti avi quanti secoli

gliel'hanno regalata.

Il passo elegante lo leggo dietro

questa scrivania importante:

il legno fa rumore di pesci.

 

Si accosti. Sente la raggia di

nonna, di mamma, di zia, di me?

Una giungla di raggie, un'orda

di raggie?

 

Dottore, non faccia lo schizzinoso.

Ho un cuore di piombo, certo,

me lo hanno bollito, è un fatto

risaputo, un'iniziazione.

E quante lodi ai santi tutti!

 

Le ho dette di sera,

le ho dette alla pietra.

La pietra era dura, spingeva il pensiero

e quello si è attorto e tutto bucato. Non sa

quanti fiori vermigli giallini... Dottore, non

scriva. Dottore, mi guardi: così quel vermiglio

le asciuga le mani, così quel giallino le sfila catene.

 

Non pensi, dottore,

mi tenga negli occhi,

si stacchi dal legno, mi bruci la carta,

dottore stia sveglio,

dottore mi baci!


Id: 75087 Data: 30/05/2026 19:22:44

*

Piena di Grazia

 

Io sono piena di Grazia,

perchè piena di te,

benedetta dall'ombra

che mi lasci tra i raggi,

per i cassetti che apri

nei muscoli

dal secretaire delle anche.

 

Tu la porta

e la chiave,

il tionfo e il requiem

che mi porto nelle ossa

mentre fiorisce il figlio

dal centro della terra.


Id: 75080 Data: 29/05/2026 14:39:39

*

La questione

Vorace assumo parole

come benzodiazepine

al mirtillo.

Capita in questa sera

dove il vento dà tregua alla stella.

 

Nel recente ricordo

della cacofonia del fare

recinto di cose smaglianti

vetrine luccicanti,

la pazza a gambe aperte

è sempre lì sul molo.

Non c'è mare,

qualcuno deve dirglielo.

 

Piazze a piombo,

smagliate di abitudini.

Chi sei tu per uscire dal circuito?

La scimmia ringhia mangiando

la sua banana su una palma messa

lì, per belvedere.

Si lambiccano corpi.

 

Solo io sto così male?

 

Poi ciò che un tempo era acceso,

si spegne. E' tregua per gli occhi,

una specie di sperare disperando.

Non c'è più nulla da attendere.

Perchè fanno i natali i panettoni

perchè?


Id: 75071 Data: 28/05/2026 20:59:17

*

Oggi

Oggi a letto.

S'assemblano corpi colpi,

voci, non detti, non dissi.

Sfilano verdi fili di telefono

staccati.

 

Creonte dentro l'armadio

dentro lo smalto delle ante

ed io a osare di dire l'alba

non mi sembrava troppo bella

oggi.

 

Oh oh oh

il coro delle fate tristi

le fate col nasone e la pancia,

le fate sparviere dietro gli usci

le fate giganti

non invitate

auto invitate

 

oh oh oh

 

Oggi,

mestruo sogni strani,

ritornelli inaccettabili

attracco

tra velocità claudicanti.

 

L'unico oggi

ricco come un uccello

pesante come un forziere,

 

le falene beccano, inesauste.


Id: 75069 Data: 28/05/2026 13:31:19

*

Cattiva scolara

Questo freddo nei piedi.

Mi ricorda.

Nessuno mi spiego l'abc,

mi dissero penna,

non lama. Confusi.

 

Abc dsg,

acca o hacca?

Le pagine di

geografia, piane i banchi

legno plastificato

corrotto dai buchi delle bic,

il vert mousse che scioglieva muri

di foglie incollate secche,

rospo sulla testa teneva fiati.

Asia, Africa, Europa,

le carte geografiche tutte orecchie

tutte carte tutte grafiche

 

il mercato dei simboli

più meno, più o meno

il fuoco sempre spostato

sulle finestre chiuse,

polvere di pianti graste secche

di fuori neanche passi.

 

Ma quello che era certo

era il mio naso.

Non voleva starci lì,

tra cancellini, bidelle pazze,

maestre di raggia.

Passi. Uguali. Marce.

 

Questo freddo cinerino

ha il vert armée che mi esplode

dai pori.


Id: 75068 Data: 28/05/2026 13:08:35

*

L’incontro

 

Sapevo che saresti venuto.

Ho aperto la porta.

Sei azzurro indaco.

Prendi la maniglia della conchiglia,

apri la porta mi apri.

 

Nessuno ti somiglia.

Ho pianto troppa pioggia.

Sono scesa e risalita

senza andare in nessun posto.

Un dettaglio.

 

Il treno stava nei pensili

nel canale lacrimale

che lacrima e nessuno aggiusta

il lavandino.

 

Tu, dunque.

Un poco avanti. Un poco indietro.

Un poco azzurro. Un poco indaco.

Quanto sono fredde le tue mani;

un altro prese le mie le mise

in una rete di steccato,

 

questo può guastare la scena.

 

Ti spogli.

Hai ali di cenere lo vedo dalle

tue scapole rosa rosa

ci affondo, mordo i tuoi capezzoli

assieme al copione

 

non vedi che mi muovo in bilico?

Dici detto ordini,

io sono un ultimatum,

il migliore inferno che potesse mai capitarti.


Id: 75066 Data: 28/05/2026 12:21:04

*

Parole

 

Io le parole le butto

non posso farle belle,

farcirle

e metterle in forno,

 

a volte sono sassi

o spine.

Tolgono le spine.

Affondano i sassi.

 

Non le so dire,

per gli equinozi di dolore

che sfregano come spugna a retina.

 

Allora le guardo,

da quel luogo dove non si guarda,

dove scattano.

Petrolio o bitume.

 


Id: 75053 Data: 26/05/2026 15:20:16

*

Ti dissi ciao

Ti dissi ciao e fui

lenta come una gomma da masticare

perchè così volevo appiccicarti

al mio letto, dici, il mio letto

pieno di congetture di foglie

di rosa spezzate di cuori

 

Passò la notte accecante,

la notte sopra i burroni

 

Mi scossi dall'incantesimo

ti dissi salvati almeno tu,

per favore che di te non posso

salvarmi più,

vado a macero nel tuo sangue.


Id: 75052 Data: 26/05/2026 14:59:45

*

Ultimatum

 

Addomesticami con la ferocia

                              dell'amore.

Fa di me l'oasi e lo sterminio

 

ora che il sangue chiama

come un ultimatum.


Id: 75051 Data: 26/05/2026 14:42:56

*

E noi

Danzammo

e fu come se l'Universo

si contraesse

in un'alba

d'illuminata follia.

 

E noi

come neve

nella Nostra Città

che ci bevve nel fiume.


Id: 75042 Data: 24/05/2026 18:40:59

*

La rosa

Oggi la mia piuma

è stanca e canta

un canto rauco

come l'ordine e

il senso

8

e fuori tutto un

dindon

e penso che il cervello

sia poca cosa

per reggere

tutto questo ondeggiar

di gramaglie

 

e allora mi viene in mente

la rosa

a cui non risposi

più al telefono,

la rosa cinerina

a tratti un po' giallina,

la rosa d'acqua sorgiva

 

le dico

prova a fare qualcosa

o azzarda

un arabesque

ma fallo in silenzio,

senza tremare.


Id: 75041 Data: 24/05/2026 18:29:22

*

Alla memoria di Bakari Sako

 

Giro giro tondo

no, non è bello

il mondo

 

spazza, spazza il nero

dalle strade

- scopa scopetta tutta benedetta,

sul viale borghesuccio

di fronte a quel parcheggio,

 

fa niente che poi, oltre

ci stanno ossa e chiodi

 

che ieri un bel bambino

ha messo lì, nel ventre

di un nero nero nero;

a calci il cioccolato,

i denti troppo bianchi.

 

Giro giro tondo

quant'è bello il mondo,

il mondo di chi piange

di fronte a un cane ucciso;

il passero, spennato,

si tiene stretto il seme.

 

Giro giro in tondo,

cos'è che dice il pazzo?

Nessuno poi lo sente,

va marcio in cantilena

 

e l'ubriaco al bar

che arrocca i marciapiedi

"terroni", così dice,

che pare una preghiera.

 

Giro giro tondo,

finché il guazzetto è caldo,

tondo tondo tondo

che è nero dietro al bivio.


Id: 75040 Data: 24/05/2026 12:02:30

*

Il ponte

 

Era pace,

la pelle avvinta

all'urlo.

 

Ma tu sconsacrasti

l'ossigeno

 

e tra i fuochi

dei miei ctoni cieli

ti feci un finale,

 

perchè non dilaniassi.

.

Un ponte,

tra steccati

di ferocia.


Id: 75026 Data: 20/05/2026 19:50:30

*

Vento

 

C'era vento,

le strade franarono

come le case;

io ti misi sul collo

le mie braccia di bambina.

 

C'era il mare,

strideva, 

come l'odore dei coralli,

 

papaveri

intinti nel tuo sangue,

che era il mio.


Id: 75025 Data: 20/05/2026 19:13:56

*

Oro

 

Oro fu

la sabbia, il mare

che ci usciva

dalla bocca,

 

la trave attorta

sui sussulti di posidonia,

 

i pensieri nomadi

nel buio.

 

Oro

che inventa la pietra,

 

come unghia

nella carne.


Id: 75024 Data: 20/05/2026 18:51:54

*

Pomeriggio romano

 

C'è primavera, nella pietra;

le statue sui cornicioni

parlano una lingua dolce

come spremuta d'arancia.

 

Cade una musica azzurra

dalla polvere e dai marmi,

muove le luci del pensiero

dalle parole rotte di ruggine;

 

un richiamo antico, selvaggio,

invita alla danza,

sull'asfalto di Roma

stralunato di meriggio.


Id: 75010 Data: 19/05/2026 19:18:06

*

Ho scelto

 

Ho scelto di perdermi,

mentre il mondo contava,

procedendo sparato

sull'unico binario.

 

Ho scelto di affondare

l'armatura

e il sangue nella carta,

 

i fiori

l'erba invisibile sorta

in uno sprazzo di pelle

per grazia incorrotta.

 

Mentre cadeva la pioggia

e l'arsura.

 

Ho scelto.


Id: 75007 Data: 18/05/2026 22:41:10

*

Solitudine

Fonda, la lama spuntata

taglia il niente

 

Come gli occhi

dell'ubriaco

lucidi di lussuria,

le pene vengono giù

come pietre

 

Affondano

in un mistero

che aggruma

e non si scioglie.

 

Sei solo un uomo.


Id: 75006 Data: 18/05/2026 20:36:01

*

Donna verde

 

Mi sono bagnata nel tuo fuoco,

ho lasciato la strega a sfrigolare

nelle sue ceneri;

diluirà, diluirà, diluirà

 

già tramuta in mattone

con cui facesti la tua casa

perchè il verbo

ti colò dai seni gonfi come vele

 

e tu fosti piena di grazia

come il grano maturo,

la bocca delle rose,

le finestre di pianto tramutate

in laghi.

 

Donna verde, dimmi,

quale fu il segreto

della tua alchimia?

 

Forse l'attesa,

la leonessa che ti tenne

aperti gli occhi

tra le braci che custodivi

nel ventre.

 

E ora eccomi,

nel tuo giardino di coralli

e specchi puliti

 

in cui mi vedo,

eretica e

antica

 

e sono io

sei tu

donna verde,

tu.


Id: 74990 Data: 15/05/2026 14:01:01

*

La cuenza

 La cuenza è già consumata

e i piatti stanno allampanati,

come un delitto.

 

Il papavero grida forte

il sangue

tra l'erbe alte e le stoppie

 

e il cielo è un vasca

impiallata

e schiaccia

e allima le colline

sopra la terra impastata

di ruggine e di nervi.

 

La donna getta una voce

tra le pietre che si spaccano;

sanno tutto

dell'amore che fora l'osso.

1.Nel mezzogiorno contadino corrisponde a un codice di lutto, in cui i parenti stretti consumano un pasto offerto da amici e conoscenti, dopo il digiuno rituale per la morte di un proprio caro.


Id: 74985 Data: 14/05/2026 16:48:08

*

Lu laurieddhu

 

E tu avevi quell'occhio

grotta

o lingua,

tagliava

la ferita.

 

La Madonna grassa

si voltò

nella nicchia inverdita;

 

carni gravide

come l'aurora.

 

Ti chiamò laurieddhu,

mise sassi nelle scarpe,

sgranò le litanie

 

ma la carne

cadde ai suoi piedi,

pieni d'acqua.


Id: 74980 Data: 13/05/2026 13:22:29

*

Vertigine

 

 E noi stavamo,

scavati dal piacere

in un punto d'alba.

 

Stavamo

come un paesaggio disfatto,

come il rosa che sporca le dita,

e tutti gi angoli

e tutti i dubbi, le carezze;

le certezze.

 

Come le ciliegie,

col rosso che sporca la bocca.

 

Non chiesi,

ma bruciai la carta

e parlai al fumo

come a un corvo

o alla vertigine.

 

E se non avevi nome

fu perchè lo barattai col canto

sulle case rotte,

sui comignoli estinti,

sugli ossimori che tolgono

il fiato.

 

Ebbro, il vascello

andava,

che tu accendesti col verde sporco

delle tue usure.

 

Tutto fu rogo.

 

Pure tu.


Id: 74975 Data: 12/05/2026 12:43:01

*

Il mendico torvo

 

Il sole si spalma

come marmellata

sui fichi arsi, gli ulivi attorti,

sulle casedde così bianche

che viene di mangiarle.

 

Bello come la pietra,

come un retino di bambino

a prendere granchi o farfalle

a supplicare,

resta!

 

Ma il mendico

spia con occhio torvo,

dietro la chiostra.

Col suo vincastro

picchia picchia picchia

sul sole che precipita

 

e già non vede più.


Id: 74973 Data: 12/05/2026 11:52:42

*

Tatanannurc

 

Ciuffi d'erba,

sul pietrisco;

abita lì Tatannannurc.

 

Stava nel dente cariato,

nelle fauci dello sterrato.

 

Piegava i sivoni,

le spine, la calce

piegava le schiene

sotto lo zolfo,

le sere sventrate

sopra i filari.

 

Non si vedeva,

ma Tatanannurc stava

in un bicchiere di limonata,

o nel martello della cava,

o sulle gambe

trafitte di scruasce.

 

Nella mano

di chi porgeva il pane.


Id: 74972 Data: 12/05/2026 11:33:18

*

Favola nera

 

Va' a dormire, bambino,

che domani suonerà la sveglia

domani ti chiamerà tuo padre

e avrà una riga nelle mani

e un compasso per tracciare

il cerchio delle ore.

 

Va' a dormire bambino

e non piangere

se il materasso è troppo secco,

le stelle evaporate nella tua stanza

vuota di stelle

 

e quando sentirai il freddo

non pensare

di chiudere le finestre,

di mettere il silenziatore

ai sicari della mente.

 

Va' a dormire, bambino,

che le favole sono rotte

e se l'è portate il diavolo

col suo corpo compatto.

 

Domani non sentirai niente,

nemmeno il sole

o i piedi per terra,

quando il dovere busserà

alla porta

per portarti nel teatro delle

mummie onniscenti.

 

Ma tu ricorda

di salutare sempre,

di lucidarti le scarpe,

di non tenere le mani in tasca

nel caso

ti venga voglia

di estrarre

la pistola

 

e sparare.


Id: 74963 Data: 10/05/2026 23:10:07

*

La corrispondenza

 

Nella casa troppo chiusa

dal recinto che sfalda

le briciole rimaste

- mani in tasca a cercare

le escrescenze embrionali

della luna -

 

ecco, telegrafica,

una corrispondenza che già

avida l'anima si fionda

come al luna park d'estate,

 

ma non è giostra,

è vernice nuova che cade

dagli alberi

e nel silenzio precipita la

musica,

così forte che ti sembra un

muro a secco

 

lì,

sulla tua testa,

con tutti i morti sdentati

che fanno ressa da qualche

parte, dentro te

 

e tu

che dici da quanto tempo

non vedevo la luna

e dici che ci credi, ora,

ci credi,

come gli astrologi all'asteroide

xyz,

solo

 

che tu non sei un asteroide

nessuno lo è

e mentre il suono dei pianeti

passa e la giostra è nelle stelle

persino nelle foglie

 

tu

pensi

che non devi dirlo a nessuno

- miracolo ed eresia -

che hai scelto

di morire

ancora

una

volta.


Id: 74962 Data: 10/05/2026 22:52:30

*

Volevi volare

 

A Domenico

 

Ora abiti dove le stelle non pungono

e l'amore non può avere un nome

che le parole

ti si conficcarono nel fianco,

senza sosta.

 

Cercavi labbra nel sonno

quando l'arsura stringeva,

volevi solo uscire dal cerchio,

scappare dal mannaro

sotto il tuo stesso tetto.

Tu gli mangiavi il pane, dio,

il pane che non volevi!

 

Il tuo sorriso era una barca,

ma l'amaro ti saliva dal vetre.

Il tuono nascosto

teneva la lama

che ti spaccava il cuore.

 

Non potevi dirlo.

Il tarlo che ti mangiava la

carne

che i denti bianchi e le battute.

Non bastava niente.

 

Volevi volare.

Lo dicesti alla brina,

su una strada grigia, ruvida,

come l'amore che non c'era.

Lei capì

e ti fece le ali dal sangue.

 

Tuo padre non smise di venderti.

Prezzò tutto di te:

costole, reni,

costato, trachea, cistifellea.

Chiuse un occhio sui capillari,

per gli sconti d'autunno.

 

Diede il tuo cuore ai cani.

Eri Suo figlio,

un bene patrimoniale,

una funzione.

 

Se n'andò contento il vecchio

col ricavato delle tue carni.

 

Ma tu non c'eri più.

Ti aveva preso la brina

con le promesse delle estati

e di quella primavera

che teneti in te, per sempre.


Id: 74955 Data: 10/05/2026 11:10:34

*

Gli alberi

Dillo agli alberi,

quando il silenzio stringe

e tu sei l'ultima a morire

in un mondo già morto.

 

Dillo del dolore

che ti ha cucito gli occhi

e tu cammini e vedi lo spreco,

la vita

che ti è passata sotto, sopra

e non sai cos'è.

 

Dillo che sei rimasta

quando volevi andare

e non ricordi quando

la voce - la tua - è mancata

dal registro delle voci.

 

Dillo senza parole,

con i tuoi passi trascinati

o la nausea

o il vomito che sale,

 

dillo

come preghiera o eresia.

Loro Sanno

l'eternità che la gente paga

al banco delle offerte.

 

Dillo,

perchè sono Loro il sentiero

del giardino senza cartacce

sporche come i segreti.

 

Nessuno

ha mai corrotto un albero.

 

Loro c'erano prima.


Id: 74944 Data: 08/05/2026 23:19:28

*

Parlami

 

Parlami da lontano,

come fossi un fantasma di pietra,

da lontano, che l'aria è già mangiata

e i coriandoli sono caduti

coi sottotitoli di gazzetta.

 

Sparsi, là,

tra le cicorie e le viti,

mai in combutta che tanto

poi l'inverno strizza le ossa

degli alberi

e le cicale non fanno più l'amore

 

e la nebbiolina prende l'aria,

la stritola,

forte forte e tu non senti più

niente,

nemmeno la fame.

 

Parlami da là,

dove guizza ancora il sangue

rosso

e non t'ammorba la fiacca

e il giglio parla ancora

e non quello dei morti nelle chiese

e forse tu ricordi qualche canzone,

dove la parola era innocente

e tu ci entravi come burro

 

e il cielo non era di carta,

le tortore morsicavano i nodi

dell'amore sui pali di ferro,

sui pini, sui faggi, sui cardi

e tu,

in qualche posto che ora non

ricordi,

dove le more non macchiano i

denti.

 

 

Tu parlami,

che il vento la tiene la parola

e la sguinzaglia dal fiotto

alla nuvola,

dalla nuvola al fiotto,

perché l'anello non ci forerà

la carne

con l'oro battuto delle suocere

vecchie.

 

Parlami,

quando non ti vorrò sentire

e sarò stanca

e penserò che tu non ci sei

e non potrò tradirti mai.


Id: 74942 Data: 08/05/2026 19:11:35

*

Avaria

 

Nell'avaria gialla

non schiuma il pianto;

non schioda

la voce dei traditi,

 

resta

 

rotta chitarra,

imberbe di suono.


Id: 74938 Data: 08/05/2026 13:04:21

*

Il fiore di macramè

  

Lei entrò nella bottega del sarto, attratta da quell'uomo anziano e gentile, che indossava una giacca nera, con un fiore di macramè sul taschino. Aveva già acquistato da lui uno scialle bianco e un copriabito avorio. Ora lei non aveva bisogno di abiti, ma era attratta da quella botteguccia, ricavata in un monolocale perduto tra le stradine serpeggianti di quel borgo di ventimila anime. L'uomo le mostrò una sua creazione: un meraviglioso soprabito gessato, con un fiore bianco di macramè sulla spalla sinistra, simile al suo. Le disse di provarlo. La donna lo fece: le stava benissimo, per cui lo sfilò a malincuore.

"Lo comprerei, ma sto per andare a Roma e mi serve denaro. Sa, sto tentando di fare l'editor. Ci provo da una vita a vivere di letteratura, ma è un terreno sdrucciolevole" si giustificò.

Arrossì un po'. Il sarto l'ascoltò in silenzio. Qualcosa risuonò tra loro e abitò quell'angolo dimenticato come una coperta in pieno inverno. Il gatto sulla sedia in vimini sollevò la testa e spalancò i grandi occhi di smeraldo. Con rammarico, lei guardò il soprabito appeso.

Il sarto, dopo qualche tempo, ruppe il silenzio.

«Quello che conta è impegnarsi con tutto il cuore», disse, con una voce che sembrava venire da un tempo lontano. «E il coraggio di non lasciarsi addomesticare».

Lei annuì e guardò ancora il locale. In un angolo, accanto a un cumulo di libri, c'era una cesta d'arance. Più in fondo, un tavolinetto con un pagliaccetto di ceramica e un set da cucito con i fili rovesciati. Si accorse anche dell'attaccapanni su cui erano appesi cappellini con fiori tessuti, un ombrello da donna vintage. Su un altro tavolino era disposto un ventaglio, un gatto di pezza.

Dopo aver pronunciato queste parole, le sue mani nodose iniziarono a ripiegare l'indumento indossato con una cura quasi religiosa.

«Lo terrò qui», disse infine, posandolo su un ripiano tra un vecchio volume di poesie e un cesto di mele. «Non lo metterò in vetrina. Questo abito ha già la sua forma e la sua forma è lei. Vada a Roma, diventi l'editor che deve essere. Il soprabito l'aspetterà. Quando avrà i soldi della sua prima vera paga, tornerà a prenderlo».

La donna rimase senza parole. Ma lui non aveva concluso. "Però deve farmi leggere qualcosa di suo".

Lei aveva ancora dei suoi libri, che giacevano nei cartoni nella sua stanza. Aveva fatto qualche presentazione, ma poi vi aveva rinunciato, visto che non veniva quasi nessuno. Si era fatta un giudizio molto severo dei lettori, pensava che fosse per pochi comprendere la profondità dell'arte, questa necessità di andare nell'ombra, nell'osceno.

Alla donna brillarono gli occhi. Gli rispose che sì, avrebbe avuto molto piacere a fargli leggere qualcosa di suo. E con quella promessa, lo salutò. Quando tornò a casa aprì uno di quei cartoni che giacevano come bare in un angolo della stanza dove scriveva. La polvere vi si era posata sopra e prendendo i libri, sentì che l'umido aveva rovinato la copertina. Tentò di sistemarla, aggiustando il volto della donna raffigurata di profilo, in controluce, sotto il quale campeggiava il titolo: Storia di una donna. Ne rilesse alcune righe e l'entusiasmo le avvampò il volto. Finì per rileggerlo, lì, in ginocchio, accanto al cartone. Pensò al sì, deciso, detto al sarto, che voleva 'leggerla' e non osò decidersi a prendere una copia, per donargliela.Immaginò di scrivere dell'incontro col sarto come il finale di un romanzo. E lei si avviò verso casa, sentendo nel cuore il battito di una farfalla.

Si fece un tè e si coricò. Nei giorni successivi preparò ciò che avrebbe dovuto portare a Roma. Aveva pochi vestiti e tanti libri. Quelli già letti li avrebbe donati alla biblioteca. Lasciò il cartone con le copie del suo romanzo per ultimo. Ma, il giorno prima della sua partenza, si decise: ne prese una copia e volò verso la bottega del sarto. Era di pomeriggio, ma la porta era chiusa. Fu tentata di andarsene ma, dopo qualche minuto, il sarto le aprì. "Non volevo disturbare, ma darle questo" disse, porgendogli il libro. Lui lo prese, ma non lo sfogliò subito; lo "sentì" col peso delle palme.

«Vede», disse con un filo di voce. «A Roma cercherò di dare ordine ai libri degli altri. Ma qui dentro... Qui dentro c'è il mio disordine».

Il sarto sorrise. Un sorriso che conteneva secoli di solitudine.

«Il disordine è solo vita che non ha ancora trovato la sua forma finale. Vada a Roma, ma non permetta a nessuno di lavare via l'odore della sua anima con la naftalina dei pensieri. Scriva per chi, come me, sa che la bellezza punge».

Un sorriso radioso si dipinse sul volto della donna. Gli occhi le si fecero vivi, guizzanti. L'abbraccio giunse spontaneo, come le parole disordinate a cui aveva faticato dar forma. "Grazie" gli disse.

Il sarto tornò ai suoi abiti dietro al bancone e lei, guardandolo un'ultima volta prima di uscire, chiuse la porta. Ma, giunta in strada, dopo pochi passi, sentì il suo nome risuonare per quelle stradine strette, appena sussurrato ma udibile. "Giulia..."

Si voltò. Il sarto le porse un pacchetto fatto con carta da imballaggio e un nastro rosso. "Questo è suo", disse. "Lo avevo compreso subito che nessuno, oltre lei, avrebbe meritato di indossarlo". Una lacrima di commozione le bagnò le guance, mentre stringeva il pacco al cuore. Lo vide sparire ancora dietro quella bottega. E lei rimase ancora per qualche istante lì, col pacco stretto al cuore, tra quelle strade strette, divenute gialle per i riflessi della sera.


Id: 74924 Data: 05/05/2026 17:03:51

*

Ti feci

 

Ti feci ali di cenere

nel rimbombo delle campane

- troppe cadute sul petto -

 

Ti feci sbagliato,

perchè restassi nella partenza.

 

Troppo giovane,

perchè il verme disvelasse

l'inganno.

 

Statua spezzata.

 

Espianto di fuoco

nell'arteria.

 

Ti feci.

 

E tuttavia.


Id: 74919 Data: 04/05/2026 11:12:37

*

Anche se

 

Giravamo ospedali.

Io come ombrello.

 

Non espellevo piogge.

 

A Natale ti portavo lettere

da scuola,

coi fogli crepati di buchi.

 

Sei la madre migliore del mondo.

Ti voglio bene. Anche se.


Id: 74886 Data: 28/04/2026 21:29:56

*

Senza pelle

Prendo tutto il paesaggio;

quella testa d'elefante, là,

tra le mura di un indian restaurant

 

o i licheni, le cicche

sulle chianche sbrecciate.

 

Il rantolo d'una amnesia.

 

La scure dell'ilva

che vomita ferro

su cieli di ruggine.

 

Prendo anche sangue

di geranio, sottratto

ai patiboli delle chiese.


Id: 74884 Data: 28/04/2026 21:04:29

*

Reduce



Il giorno è una scure
sulla cresta delle notti

che sbarrano il passo
tra licheni di ghiaccio.

Il re è solo.
Fissa un punto nel vuoto.

Id: 74858 Data: 24/04/2026 18:53:39

*

Dopoguerra intimo



Domani,
estinte le impronte,
stenderemo le mani

e la distanza sfarfallerà,
senza più gemiti.

La calce asciugherà il sangue
sulla terra segnata

e lì, canterà un fiore.

Id: 74857 Data: 24/04/2026 18:38:44

*

L’orlo degli estinti



La luna abbrunò
in un lido di vergogna,

scolorò i passi
sugli orli degli estinti.

Dondolò le notti,
la finestra.

Non era lusso,
il porpora.

Id: 74856 Data: 24/04/2026 18:37:58

*

Boato



Il cielo troppo alto.
Uno schiaffo, l'azzurro
nella gravità di pece.

Boato,
il silenzio.

Id: 74855 Data: 24/04/2026 18:37:08

*

Quando

 

Quando tu esci

dalla forra del giorno,

 

intatto come albicocca,

 

si slarga il lampo,

tra le foschie,

e il mare spumeggia

una ferocia lieve

 

odore di sale

e di ossa attorciate.

 

Nient'altro.


Id: 74821 Data: 14/04/2026 21:20:04

*

Vittoria



In piedi, gli spettatori,
applaudono.

Il sole tramontato mille volte,
il vento aperto come una persiana.

Il toro era un nome.
La fuliggine, vittoria.


Id: 74809 Data: 10/04/2026 21:20:32

*

Bella

 

Bella così, mi vidi

nello specchio che frantumava

l'ombra

e ogni alone di vanità

e disvelava, dietro il mutevole

strascico dell'apparenza

un sole che non ha sede

se non nell'alone

d'una argentea inafferrabile

congettura.


Id: 74769 Data: 31/03/2026 14:11:35

*

Esorcismo

 

Voi che siete i morti,

sentite? Siete già morti.

 

Vi ha ucciso la mia pietà.

Vi ha ucciso la tigre

del mio dolore.

 

I vostri catarri e le vostre

catene sono stati già consegnati

a Caronte.

 

Non vi devo niente.

 

Sia questa la Parola.

La liberazione finale.

 

Voi non esistete.


Id: 74756 Data: 27/03/2026 14:58:04

*

Tu andavi

 

Ti ricordo,

nera elegante,

coi seni costretti

nella maglia a fasce,

troppo stretta.

 

Il gelo ti colava dalle dita,

ma il giudizio non arrestava

la tua infallibile corsa.

 

Tu, andavi.

 

Nonostante tutto.

Nonostante il ghiaccio,

Infallibile come rosa

imbocciata,

sulle rotaie.


Id: 74752 Data: 27/03/2026 09:40:53

*

Liberazione

 

E' del cielo, ora, il mio fuoco,

che brucia sul rogo le maschere

-e nessuna può raggiungermi.-

 

Nemmeno tu, che cerchi

quello che non posso più darti:

un contenitore per la tua vacuità.


Id: 74749 Data: 26/03/2026 20:49:09

*

Resta lì

 

Lascia che la tua carne

diventi inafferrabile;

ti tenterà, la palude, ti tenterà...

 

L'eterno gioco ti chiama

all'illusione.

Sembra rassicurante,

ma è morte.

 

Ti prego, non morire!

Ti prego, resta nudo

sullo scoglio.

 

Ti scheggerà il gelo,

ti scioglierà il calore,

senza pietà dissolverà

il tuo guscio.

 

Tu, resta lì,

ora stai nascendo,

davvero.


Id: 74743 Data: 25/03/2026 21:48:28

*

Non chiederti

Non chiederti chi verrà con te.
Nè se alcuno ascolterà le tue parole.
Non chiederti niente.
Lascia che le mani divengano ali.
Non vedi?
Sono fatte per volare
nella solitudine infinita,
dove non esiste un 'prima' o un 'dopo',
nè un io o un tu...
Là...
Dove Dio aspetta
di fare l'amore con te.
 


Id: 74737 Data: 23/03/2026 21:27:10

*

Tu solo

Tu solo

mi portasti l'unguento,

dagli occhi. 

 

Nella tua selva buona

tu solo

avevi l'acqua santificata

dal Fuoco.

 


Id: 74726 Data: 20/03/2026 17:10:33

*

La lotta

 

Come lido senza vita

m'accartoccio nel freddo

che sbianca le nuvole,

 

in questa stagione infinita

dove s'accocciano le estati perdute

sulla tagliente rena

 

e sono

 

la barca rossa, scheggiata

da tutte le febbri del mondo

in questa lotta, impari

contro un cielo d'acciaio

 

che sanguina, dentro

e non lenisce, mai.


Id: 74722 Data: 19/03/2026 14:57:12

*

La visita inattesa

 

Non mi ricordo

quando sono stata libera,

la distanza tra le parentesi

- io ero la parentesi -

il mugolio del gatto in cortile

 

non ricordo,

c'era un tempo in cui dovevo

essere tutto,

togliere i torsoli dalle mele,

baciare le ferite senza che stagnassero,

 

un tempo improvviso come uno schiaffo

un tempo nero come un'amnesia,

un tempo di santi di gesso

 

il tempo delle caravelle nei salotti

il tempo degli intestini fritti e dati ai cani,

il tempo che pende osceno come carne

                                              macellata

 

ma ora è venuta la Graia,

ha bussato forte alla mia poverta,

ha riso in un solo tempo,

 

mi ha detto ricorda,

 

e aveva la voce sotto la sua gonna rossa.

 

 

 


Id: 74696 Data: 13/03/2026 20:08:43

*

Vacuità

 

 

Sbrecciate parole al vento

confondono la malinconia

 

Trilla sul ramo un passero

un lamento...

 

Scevra di memoria,

non sono.

 

Non ho ordine,

 

nè senso.


Id: 74689 Data: 12/03/2026 19:11:21

*

L’idolo senza suono

La vita si smaltisce a secchiate

                           di nostalgia,

mentre implacabile la notte

s'appende al giorno, crocefisso

tra i suoi nugoli d'ombre.

 

S'accavallano, impetuose come

maree, le ore,

a rinsecchire i virgulti che ieri

ridevano al sole,

mentre la gioia si accascia in un

lido di spugne sconfitte, ridotte a

brandelli dalle implacabili maraggiate

che lanciano ruggiti sull'orme.

 

Rimane quello che fu e non fu,

a slargarsi nelle sue geometrie pure

come un idolo senza suono.


Id: 74662 Data: 05/03/2026 21:13:06

*

La vecchia che leva l’affascino

Nel giorno che già annotta

sull'orlo della bruma

Concetta cuoce la minestrella;

a fuoco lento va la pignatella.

 

La casa vuota fa gran rumore

e nell'accidia s'annulla il fragore

d'una esistenza ormai arrancata

ma da cinigia ancora attizzata.

 

Così Concetta accoglie comari

e dalle ciarle intuisce le grane;

lei che conosce stagioni e destino

in fretta e furia s'accinge al catino.

 

"Lo tenevi forte, ma non ti

preoccupare,

con la preghiera ti devo liberare",

così consola le affascinate,

dall'olio espanso diagnosticate.

 

Concetta sbadiglia e si prende lo Spirto

con Ave e Pater lo affida al buon Dio

e con il Gloria chiude il sigillo.

Il venerdì santo l'ha consacrata

e la formula a tre ha già tramandato.

 

Così la vecchia tutte accontenta

per l'iniziazion che poche ammanta,

'che lei da cognate è stata avversata,

ma lo scorno di quelle non l'ha mai

prostrata;

 

col levar l'affascino ha vinto la sorte

e ora scongiura il terrore della morte.


Id: 74659 Data: 05/03/2026 06:57:31

*

La commerciante di lana

 

 

Suonava già la campana delle cinque

tra strade sbrecciate e usci consumati;

le case crollate d'inerzia

nel lungo lavoro del sonno.

 

Nelle contrade il gallo, cantando,

faceva orazioni al giorno nascente

e una donna di zelo vestita

s'attorciava la cappa alla vita.

 

Pater Noster qui es in caelis...

in cieli lontani d'infamie intoccati

panem nostrum cotidianum da nobis hodie...

più amaro del basto così è meritato

et ne non inducas in tentationem...

il laccio del diavolo morale ammorba.

 

E il giorno s'apriva santo e crocefisso

tra lana da lavare, da cardare e da filare

e lavoranti giovani e inesperte

avvezze già al peccato del sorriso.

 

Svista fatale il destino delle rose

teneva l'occhio aperto la Parca

                           e il vincastro.

Pulpito e acquasantiera le braccia operose

stringevano canestri, potavano le rose

 

mentre il pendolo scandiva il tempo

delle angosce trattenute nelle labbra

                                  strette e mute

che dicevano. rosari per i morti di ogni

                                                 tempo,

vivi, estinti o spirati col vento.

 

Sfinito cedeva il giorno dilaniato,

per le scale incalcinate il tacco immacolato

salutava senza indugio il dovere onorato.

 

Ave pater gloria

Ora pro nobis peccatoribus

tieni lontana l'Avurie e le voglie

nel sonno pesante e immacolato

affossa il tormento del giorno passato.


Id: 74652 Data: 03/03/2026 07:50:55

*

La metamorfosi del drago

 

La donna e il drago della rabbia

 

Un giorno la Rabbia decise di venir fuori a tutti i costi. E così, dalla pancia di una donna mite o almeno, così la consideravano coloro che la 'conoscevano', uscì fuori la bestia. Era un drago, rosso, dalla pelle squamosa. La donna ne ebbe paura: aveva artigli, una lunga coda viscida che sbatteva a destra e a sinistra, degli occhi sporgenti e iniettati di sangue.

La prima tentazione della donna fu quella si scappare. La bestia era infatti troppo, per lei. Ma, dopo qualche tempo, capì che aveva tanto bisogno di chiederle perchè fosse uscita dal suo ventre e cosa volesse. Alla prima domanda, il Drago/Rabbia rispose:

- Sono scontento di non essere mai compreso, di andare avanti come se niente fosse, mentre a nessuno importa della mia presenza.

Per la prima volta, la donna ebbe compassione del drago. Ora, infatti, sembrava abbattuto, stanco. Così prese una sedia vicina e gli disse di accomodarsi.

Il drago iniziò a parlare e fu un fiume di parole. Disse che era stato rifiutato sin da bambino e che, per sopravvivere, aveva dovuto trasformarsi in un drago. Aveva scoperto che, solo se faceva il 'cattivo', gli altri si accorgevano di lui, così aveva costruito la sua terribile identità.

La donna sentì stringersi il ventre per la compassione e porse al drago un fazzoletto, per asciugargli le lacrime.

- Come posso aiutarti? - gli chiese.

Allora il drago, per la prima volta in vita sua, si sentì veramente compreso. E rispose alla donna che non gli occorreva più niente, perchè finalmente aveva ricevuto ciò di cui aveva più bisogno: amore incondizionato. Allora la donna abbracciò il drago, dicendogli che, d'ora in avanti, lo avrebbe portato solo in quei posti dove avrebbe potuto ricevere amore incondizionato.

e a suggello del patto, recitò la formula magica

 

Drago drago del mio cuore

ti porto dentro con molto amore

drago drago della mia vita

io ti curo la ferita.

E fu mentre lo stringeva, sillabando la formula magica, che il drago si sciolse nel suo abbraccio. Subito dopo, al posto di pelle squamosa, la donna si ritrovò un orsetto peloso dalla faccia buffa: era un koala.

 


Id: 74638 Data: 01/03/2026 16:08:16

*

La donna nella noce

 

C'era una volta una giovane donna, che viveva in una noce. I suoi grandi seni sembravano fatti per nutrire e le forme sinuose del suo corpo, per amare. Ma la giovane donna rimaneva nella noce nella quale, per solidarietà, crebbero piante meravigliose e multicolori, come non se n'erano mai viste. Nella noce cresceva il silenzio, simile a quello delle foglie in autunno. Talvolta il silenzio si popolava di visioni dolci, di maree bagnate da tramonto d'indaco.

"Oh, potessi con un balzo arrivare alle stelle" disse la donna. E le stelle le rispondevano come gridolini di luce, rimandandole il ricordo di un tempo lontano, in cui, forse, era stata felice e aveva avuto un mondo a cui appartenere. Così la donna, che era in realtà una principessa, piangeva lacrime che nessuno poteva vedere e i giorni si consumavano lenti, uguali, come si consuma la fiamma di una candela in un luogo segreto.

Ma un giorno, sognò un uomo. Aveva un chimono e procedeva come volando su dei sassi collocati tra le nuvole. La donna ne ammirò la leggerezza e percepì la sua lievità con un moto di gioia. "Se si avvicinerà alla noce, non tenterà di sfondarla", disse. E aveva ragione. Il Maestro era gentile e non fece niente a parte raccontarle una storia. Era una storia che veniva da moltpo lontano, che aveva una musica che faceva bene al cuore. Parlava del desiderio di una farfalla, imprigionata in un barattolo da lungo tempo e del dolore e della fatica di aprirsi al sole". "Ogni cosa ha il suo tempo, ricorda di vivere momento per momento. Così trasformerai anche il dolore in levità".

La donna amò molto quel Maestro che veniva a trovarla nei sogni, ma un giorno sentì che era arrivato il tmpo di sfidare anche i suoi insegnamenti. Si addestrava da anni, ormai, nella sua noce nell'arte della guerra e nella meditazione, ma un giorno il suo desiderio raggiunse il picco. Così, per la disperazione, iniziò a respirare e respirare e respirare. E respirò intensamente per nove giorni e nove notti, fino a quando la potente energia generata da quella respirazione, sfondò il guscio di noce. Volarono via i pensieri attaccati al passato, sotto forma di fogli colorati che si disperserò nel tempo e il suo grido feroce fece fiorire e brulicare di vita il paesaggio, prima desolato. Quel grido non era stato solo un atto di liberazione, ma un esorcismo con cui aveva frantumato il senso di colpa, legato al senso dell'io. E il senso di colpa si era sciolo come liquido verdastro , fuoriuscendo dal senso dell'io che era un fallo impiantato sulla sua testa.

Dopo il grido, svenne e nel miraggio dell'incoscienza, vide una farfalla volteggiare attorno a lei. L'energia, prima repressa dalla noce, era esplosa. E in quel momento sentì di essere parte del tutto: era i girasoli, l'erba verde, la quercia, gli scoiattoli che l'osservavano inquieti. era la ricchezza infinita che, ora, pioveva a lei sotto forma di brina d'oro. La noce, dissolta, si trasformò in pezzi d'oro che la donna raccolse, per fare della sua vita un immenso capolavoro. Con quelle ricchezze comprò una grande villa dove animali, bambini, anziani e persone in cerca di pace e di natura, potevano vivere libere, felici, senza le costrizioni di un mondo che ha come scopo lasciare che le persone vivano per sempre in una noce.


Id: 74621 Data: 25/02/2026 12:44:01

*

C’era una volta il sud

 

Sedie impagliate

su usci solitari

e zolle di terra

e odore di pane raffermo.

 

Un secchio di ferro,

le falci appese

a un sole umido,

palmenti da ripulire,

bigio, bigio, il giorno.

 

Dov'è l'Uomo?

 

Mura verde rame,

una grande pentola

per cuocere fave e voglie

da misurare

per trenta bocche da sfamare

 

e canottiere a maglia larga

sporche di terra e di sudore,

l'infamia mangiata coi denti marciti,

un crocifisso di piombo sulla testa

 

e preti larghi come damigiane

- con scorte di cacio e di pollame

all'occorrenza -

ad additare l'inferno degli increduli

e degli avari.

 

Dov'è l'Uomo?

 

Bambini a giornata

demonietti già contorti di fatica

- auguri e figli maschi -

e femmine/perpetue

e mogli/vergini/bambine

a far figli sulla madia

e ad allevarli nei canestri

o nei cassetti o in fasce,

appese al soffitto come salami.

 

La vergogna è sorda,

s'appende ai silenzi piombi,

agli artigli dei vitigni,

alle incontrollate ire

tra mura sbrecciate

di chi non ha niente da dire

sulla storia che passa,

mancante di vagoni.


Id: 73191 Data: 29/05/2025 22:11:57

*

Quando ero morta

 

Quando ero morta

stavo appesa a un cruciverba di idee,

sensate come gli spari.

 

Il dolore stava, domato

su una luna di bile,

che mi tagliava la faccia

come ruspa su ghiaccio.

 

Quando ero morta

stavo in una casa senza arredo,

cianfrusaglia tintinnante

nel vuoto fracasso del niente.

 

La serpe mi feriva

all'angolo dell'occhio,

mentre ingoiavo cravatte

come caselle,

senza nemmeno il sollievo

di poter vomitare.


Id: 72624 Data: 19/02/2025 18:37:13

*

Calendula

 

Stamane camminando

nell'aria dicembrina

ho visto fiorire la calendula

dalla mia Babele

di deserti spezzati.

 

Al bar,

un ubriaco orinava sul giornale,

pupilla orba dell'occhio di dio,

su cui non c'erano requiem solo

l'aumento del peso interno lordo

dopo le feste di Natale.

 

Ma nessuno può negare

che è esplosa la calendula

nella mia Babele

di deserti spezzati.


Id: 72300 Data: 29/12/2024 12:55:34

*

Cammineremo insieme per sempre

 

Abbiamo viaggiato amico,

puoi giurarci.

Abbiamo camminato per prati verdi,

goduto del sole e del vento,

cosa c'è di più straordinario?

 

Ti chiamano cane

e non sanno che questa parola

ne contiene mille altre:

casa, carezze, capacità d'amare,

calore e anche, certo, colore...

 

La gente parla di solitudine

e pensa pensieri non suoi,

mentre noi parlavamo d'amore

e il nostro dialogo senza parole

non finiva mai.

 

La gente cerca dio nelle chiese

e dimentica il dio accanto

e questo sei stato e sei, per me.

un Dio che non ha bisogno di preghiere,

 

un Dio che mi ha portato protezione,

amore, gioia, sincerità

coraggio, visione, lealtà

perchè sei tu

che hai aperto i miei sensi straordinari...

 

Abbiamo viaggiato amico,

puoi giurarci.

Abbiamo camminato per prati verdi,

goduto del sole e del vento,

cosa c'è di più straordinario?

 

Noi non ci incontremermo un giorno,

perchè non c siamo persi mai,

anche quando i tuoi occhi hanno ceduto

il bagliore

e senza guardarmi mi hai detto addio.

 

Non c'è niente che possa salvarci

a parte l'amore

e questa non è una frase presa dai libri,

ora so

 

sei stato il mio guaritore, amante,

amico, padre, maestro e

anche il mio spirito bambino

e niente potra mai compensare

quello che mi hai dato.

 

E ora l'amore straborda in fasci di luce

meravigliosa

o so

che cammineremo insieme per sempre.

 

Abbiamo viaggiato amico,

puoi giurarci.

Abbiamo camminato per prati verdi,

goduto del sole e del vento,

cosa c'è di più straordinario?


Id: 71851 Data: 08/10/2024 10:12:04

*

Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, di Annalisa Scialpi

 

Ragazzi di vita è un romanzo di una sconcertante attualità. Giunto a Roma nel 1950, Pasolini studierà per cinque anni le abitudini dei ragazzi di vita. Ed eccola lì la Roma invisibile. La Roma delle borgate, delle casupole degli sfrattati, dei cafoni pugliesi e sardagnoli, dei tanti che Roma vomita, ma pure accoglie. Tanti come i 'ragazzi di vita' di Pasolini. E non si tratta solo di un romanzo antiborghese. Si tratta di un'opera, infatti, in cui spira un vento diverso. Quel vento che si esprime nel linguaggio crudo, neorealista, di una prosa antiretorica in cui il dolore è quello che è: dolore. Dolore di una vita vissuta ai margini, eppure impetuosa, scalpitante, indomabile. Incorreggibile. E qui la passione si fa nervo della narrazione: inscindibile da Pasolini essa scava, denuda manierismi di un'epoca che ha prodotto solo devastazione. E che continuerà a generarla fino a quando l'ideologia capitalistica dominerà la scena.

I ragazzi di vita oziano, rubano, si divertono, chiavano, talvolta muoiono, finiscono in carcere. Ma rimangono quasi emblemi di una bellezza che è resistenza, capacità di attraversare il nervo del vivere. In bilico. Sospesi su un mondo che li rigurgita è che, pure, vivono fino in fondo. Coi loro codici. Il loro veleno. E soprattutto la loro innocenza.

Il ricorso al romanesco si fa vitale. Perchè è questo, anche, che la borghesia ha fatto, degradando il dialetto: annullare quel mondo, relegarlo per sempre in una zona dimenticatoio della coscienza, dalla quale però è impossibile fuggire.

I ragazzi di vita si muovono furtivi nelle borgate, ma disturbano il sonno della Roma centro, che non riesce a contenerli. Che si trova, suo malgrado, come il suo fiume, a raccogliere quei microrganismi di vita infettante, di cui resta presa. Forse è per questo che Roma è il romanesco. Perchè Roma sono i racconti di chi l'ha fatta in sordina: cruda, sfacciata, violenta. Spregiudicata e libera.

Viaggia, il lettore, coi ragazzi di vita, tuffandosi nel fiume olioso e schiumoso di sversamenti industriali, indugiando tra le baracche alla ricerca di un pezzo di formaggio da rubare, rubando in capannoni siderurgici, stringendo alleanze, muovendosi nei tram senza biglietto, affacciati a notti che sembrano scenari apocalittici, con la luna che se ne sta impalata su un cielo fiammeggiante o tra nuvoloni che sgranano, rivelando il niente, tra immondizia e caseggiati, rivolte familiari e improbabili incontri.

Sembra mancare la trama, in questo romanzo, perchè così è il vivere a rompicollo su giorni senza domani: un'avventura senza trama, dove però rimane, nuda, la coscienza di esserci, con una domanda a fare da segnale unico:

“Mo che famo?”

Ci vuole tutta la passione del mondo per scrivere un romanzo così. Una passione che, a Pasolini, è costata tanto. Per non dire tutto. La passione dei solitari che sanno consegnare al mondo un barlume di bellezza, prima che affondi del tutto nelle maglie della grande macchina mutilante, chiamata civiltà.


Id: 71330 Data: 24/06/2024 18:01:20

*

Come spina di quarzo

 

Ho paura qualche volta, sempre.

E' il taglio sul cuore,

arresto cardiaco sul marmo nudo

del mattatoio familiare.

 

Ho paura quando non so cosa dire

e la marea, nuda, si ritrae dai castelli

di sabbia

con le vuote conchiglie esangui.

 

E' una piovra, il dolore;

un'insenatura di spavento dove la luce arretra

su abissi di cenere

e lascia sfilacciato il filo mangiato della memoria.

 

Era cremisi, lo specchio,

dove sfrecciavano ebbre le mie farfalle in volo,

piegati, gli steli, dallo strenuo danzare,

prima che la cesoia del peccato ammazzasse il cremisi.

 

Ora mi dimeno nell'ambulatorio ordinato dei giorni,

recise, le vene, da una scomoda memoria ridondante,

come un disco inceppato che scarabocchia

nuvole di terrore.

 

Oh, i fiori piegati!

Gli steli recisi con le rondini dei primi maggi!

 

Ma sono ancora io che, immensa,

grondo di lussuria verso il cielo,

rinascendo sul verde spezzato

come spina di quarzo, dal cuore.


Id: 71121 Data: 04/06/2024 14:03:29

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La storia di Lilian di Kate Granville: vita di una diversa

 

Chi è Lilian Singer, l'eccessiva eroina del romanzo della scrittrice australiana Kate Grenville? E', appunto, una donna 'eccessiva'. Una bambina, prima, che preferisce le conversazioni sugli alberi piuttosto che gli stantii rinfreschi tra tulle e manierismi di una classe sociale a cui non sente di appartenere. La classe che comprende quelli come suo padre, custode delle ceneri morte di un'epoca ormai votata allo scacco. L'incombere della guerra mondiale, la malattia, la morte, lasceranno infatti resti di morte certezze. Come la figura paterna, custode di un sapere libresco fatto di certezze dogmatiche che tentano di impicciolire Lilian, ma senza riuscirvi. Lilian rimarrà intatta col suo grasso, le abitudini vagabonde, anche quando suo padre abuserà di lei. E dopo, quando la costringerà a passare dieci anni nel manicomio. Qui, anzichè diminuire, la potenza veggente e sovversiva del personaggio, né uscirà rinvigorita. Lilian è una che vede, che sente. Lilian è una diversa. Una studiosa della vita, come ama definirsi. Per questo, uscita dal manicomio per grazia della Zia Kitty 'che avrebbe sempre voluto essere come lei', vivrà una vita assolutamente inopportuna per gli uomini in tweed, quelli che ha imparato a detestare. Quelli dai quali, giunta all'università, sa che non avrà mai alcuna opportunità di imparare niente. E' altro il sapere a cui aspira Lilian nel suo vagabondaggio, che a una mentalità borghese potrebbe sembrare voyeuristico. Esso è una ricerca esistenziale fatta di maschere da scalfire e di stelle da contemplare. Come faceva prima del manicomio. Prima ancora che subisse la battuta d'arresto.

Lilian diventa un personaggio scomodo. Interroga puttane, tassisti, si innamora di un improbabile amante, funzionario di banca, che poi la denuncerà per violazione della privacy. Lilian resiste al carcere duro, seguito del funesto innamoramento, dove fa esperienza del silenzio più straniante. Simile a quando suo padre le ha rubato un corpo e lei ha dovuto trascinarselo dietro, come cosa morta, mantenendo miracolosamente intatto il suo spirito. Perchè Lilian, che non ha nulla da perdere, non perde. Ed ha un' unica arma: essere se stessa. Inopportuna, invadente, eccessiva con tutto il peso di una soggettività che non può essere arginata. Una soggettività che è amore per la vita.

Lilian finirà per vivere in strada, col vecchio amante rifiutato, un tempo, per via dello stupro. Appartenere 'a quegli altri' è un'esperienza estetica ed estatica. E' libertà. La libertà selvaggia di essere vivi fino in fondo, con tutta la capacità di unire passato e presente. Con tutto il pathos di un'esistenza che è 'eccessiva', come il suo peso, ma non vuole impicciolirsi, cedere a compromessi.. Sarà questa coscienza che le permetterà di andare incontro alla morte con la vittoria di chi riesce ad intrecciare la trama della sua storia in un percorso voluto. E Lilian, lì, scoprirà la grande differenza tra sé e la maggior parte della gente che ha incontrato: ha vissuto.

 

“Di quest'ombra riempio il mio corpo e la mia anima e provo pietà di quegli uomini vuoti che mi passano accanto nei loro abiti scuri, di queste donne altrettanto vuote classicamente vestite di bianco e di blu. Non hanno saputo ricreare la loro vita dalla materia del presente e del passato, hanno lasciato che altri dessero forma alla vita per loro. Sono stata io sola, sgraziata ed obesa, spaventosa ai loro occhi e spesso ai miei, a raccogliere in me il passato e il presente. E un giorno la mia carne enorme smetterà di pulsare vita...Ma il mio nome vivrà finchè qualcuno sorriderà al mio ricordo e tra le forme dell'immortalità, questa mi basta” da La storia di Lilian di Kate Grenville, Theoria Edizioni, Grenville, 1985.

 

Kate Grenville, nata a Sydney, nel 1950 è considerata una delle scrittrici più interessanti e promettenti del panorama letterario anglosassone.

 

 

 


Id: 71091 Data: 31/05/2024 17:34:31

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Natalie Haynes, Lo sguardo di Medusa, recensione

Natalie Haynes, Lo sguardo di Medusa, recensione di Annalisa Scialpi

 

Nel suo romanzo, dedicato al mito di Medusa, l'autrice interpreta il mito, attraverso un linguaggio ironico, in maniera inedita. Siamo convinti che Perseo sia l'eroe del mito e che Medusa sia 'il mostro' da decapitare. Qual è la differenza tra eroismo e mostruosità? Può definirsi mostro una donna abbandonata, violata, accecata, umiliata, a cui siamo stati strappati i capelli per essere sostituiti con serpenti? E costretta, inoltre, a vivere isolata, nascosta in una grotta, privata delle gioie e degli affetti?

L'autrice esplora così la dimensione dell'abuso, che è quella, semmai, che crea mostri. E ribalta anche la faciloneria nel definire un eroe, di cui è pregna la stessa narrazione mitica. Perseo come sempliciotto viziato, privilegiato per essere figlio di Zeus è davvero uno shock per chi è abituato a vedere l'eroe in termini di coraggio titanico, di distruzione e di trofei conquistati.

E' Medusa, invece, la vera eroina del racconto. Medusa con la sua verità sotterranea. Medusa che, forse, sa del suo destino, ma non ci si sottrae (come il codardo Acrisio). Medusa che vede abortire sogni come i suoi capelli strappati. Medusa che conosce la vera Bellezza. Non quella di dee e di Nereidi e nemmeno della stolta Cassiopea che mette a repentaglio la vita di sua figlia, Andromeda. Medusa conosce la bellezza in quella che dei e mortali definiscono 'mostruosità'. La bellezza del pane appena sfornato da Steno e da Uriale, della roccia disintegrata perchè non la ferisse più. La bellezza del vedere comparire la paura, quella paura che è amore, nell'atteggiamento di due immortali, le sue sorelle, che temono per la sua fragilità e cambiano. Per lei. La Bellezza del sapersi sacrificare alle voglie di Poseidone per proteggere delle donne mortali dalla sua libidine cieca. La bellezza, persino, nel nascondere il suo dolore, affinchè le sue sorelle non soffrano.

E Medusa che, in fondo, vince in questa storia. Medusa che tiene gli occhi bendati per paura di pietrificare, almeno fino a quando Perseo non la decapiterà. Medusa che riesce a immaginare il dolore delle sue sorelle mentre seppelliscono il suo cadavere e i loro ruggiti inconsolabili. Medusa che è superiore persino alla meschina glacialità di Atena che decide, poi, di tenerla con sé, sul suo scudo, a consolare il suo esilio dalla sua stessa femminilità. Perchè Atena in fondo è Medusa. E la dea lo sa, anche se sfoggia la sua armatura possente su un corpo che sembra invulnerabile.

Non vince Perseo, in questa battaglia. Né Atena, né Poseidone, né le Nereidi, spodestate dalla sterile idea della loro bellezza. Vince l'umanità di chi, mostrando il proprio dolore, pietrifica. E Medusa pietrifica l'ipocrisia, il buon senso, pietrifica coloro che sono un riflesso degli appetiti, delle noie e delle menzogne degli dei, costretti a combattere contro la loro stessa vacua immortalità.

E sarà la morte di Medusa la vera immortalità. Avviluppata da alghe e da coralli, starà lì, negli abissi. Come a dire che la verità è nell'oscurità. Ben oltre rispetto a come viene ufficialmente bandita.


Id: 71053 Data: 27/05/2024 20:56:32

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Il toporagno

 

La mia rabbia è coccio, talvolta,

che taglia agli angoli della bocca

e sotto i miei piedi trama la terra

che mi nascose sempre agguati.

 

La riconciliazione è lenta,

come una lampada arrugginita

che ingoi il suo genio in nuvole

e spirali di denso fumo.

 

Sono ancora la bambina col dito in bocca,

scampata alle macerie,

che strappa la gonna alla donna

mentre attraversa gli anni come un toporagno

superstite di intonaci scrostati

e di mura sgangherate.


Id: 70347 Data: 20/03/2024 19:29:44

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Il mio Angelo

 

Ti sto cercando...

Oh, non tu, amore verde rapa,

tu servi solo come carne da fondamento

o scheletro d'anatomia

 

è l'angelo

che si è preso la tua sagoma minerale,

per farmi ascendere nel lago celestiale!

 

Io e l'angelo con la tua carne

come vestito,

che bella vittoria sul destino!

 

Quest'angelo lo fece una donna,

una donna libera e testarda

che dormiva sognando

il suo sogno più bello,

a rompicollo sull'orlo della notte.

 

Quest'angelo è dolceamaro

equilibrato come un pasto macrobiotico

o una sinfonia di Beethoven,

quest'angelo m'accende i cieli

con lo schiocco delle dita

 

ed io sono donna in tutte le corolle

accese di vie lattee,

un'icona che prende fuoco

come una torcia di lucciole.

 

Oh angelo, angelo, angelo,

c'è molto di carnale

in questo amore che danza con gli alberi

la verità delle foglie secche

 

belle come i tramonti che lasciano

una scia di sangue sul cielo,

come il nostro desiderio

nella vuota coppa, colma di noi.

 

C'è molto di sensuale

in questo trastullarci di segreti

bianchi come ciliegi in fiore,

saggi come allodole

 

questi segreti che hanno

il fiore del fuoco nelle radici

e se la ridono dei bianconigli

appesi alla mangiatoia del tempo.

 

Oh angelo, angelo, angelo!

Siamo dei

e il mondo ci esce dai lombi

mentre, ubriaco di me,

vuoti il Graal

e dici avremo una discendenza

di stelle,

 

là, sulla nuda brughiera

che ci fece da madre e testimone;

e noi, senz'acqua torbosa,

scivoleremo puri come vergini spighe.


Id: 70318 Data: 16/03/2024 19:38:47

*

Stanca poesia

Stanca poesia,

passi come un passero triste

 

tra queste voci,

tra questi spiriti

trionfali nella linfa

che abita il legno certo.

 

Stanca poesia,

sorridiamo,

mentre cerchiamo il caldo

                  cuore della vita,

 

che tutto è già passato;

 

che nulla è mai accaduto.


Id: 68476 Data: 13/06/2023 17:46:44

*

Il sogno della viola

 

Sola, io vidi

tremare la viola,

la scena più bella

dell’ultima stella.

 

Dormendo sull’ala

del cielo di pietra

cercò le sue rive,

le dune felici;

 

Fuggire la vidi

sull’ala del mare,

morendo d’amore

nel blu tropicale.


Id: 68291 Data: 17/05/2023 22:04:38

*

Mia madre

Mia madre era la rosa,

il sangue, la spina

 

il taglio sopra il fiume

 

ed io

la lettera piumata

cadutale dall'ala.


Id: 68268 Data: 15/05/2023 21:28:48

*

Roma di notte

Quando dai tuoi nudi cieli

cade il velo della pietosa notte

tu mostri il tuo vero volto,

piangente sotto le luci degli hotel

e le ombre arrese tra immortali vestigia

in una spirale di bellezza e di spavento.

 

Allora il battito si fa veloce,

                         quasi furtivo

e tutte le lacrime del mondo

bagnano le tue stanche strade

di templi, segreti e porticati,

glissando dalla carità della luna.

 

Ed io così ti vidi, una notte,

zingara nella tua armatura oscura

a scuotere le ali appesantite dal giorno,

a penzoloni dai magnifici palazzi arresi;

 

e piovere da lì

il nettare scarlatto

di tutte le solitudini del mondo.


Id: 67837 Data: 03/03/2023 15:10:23

*

A casa non c’eri

A casa non c’eri;

nel barattolo della frutta secca,

nella posta lasciata sul tavolo,

 

non c’eri.

 

I calici a testa in giù,

sul lavandino,

le briciole già raccolte,

la bottiglia di vino,

inerme come un soldato

                        in congedo.

 

Il silenzio venne in ciabatte

e assalì;

senza rumore tranne quello

del vuoto assordante.

Dalle finestre chiuse.

 

Perché tu non c’eri,

ed io sono una zingara

che ti cerca nel vento.


Id: 67274 Data: 27/11/2022 19:34:38

*

Ritorno all’età dell’oro

Un solo istante

e tutto crollerà;

non senti la smania

tra fondamenta divelte?

 

Nessun fragore

smuoverà le tombe

-          ‘che quelle son già passate’,

solo una lanterna

illuminerà la notte.

 

Tremerà la rosa degli esodi,

il ferro sarà colata d’oro rosso.

 

Non vedi?

 

Resterà il papavero.

A cantare le odi.

A divellere il tempo.


Id: 66887 Data: 12/10/2022 21:11:58

*

Il geco

Appiattato sulla mia porta

tu, geco, offri

il tuo canto intermittente,

tra l'occhio dolce della luna

che splende l'erba di fulgori.

 

E il tuo canto lenisce

i nodi dei miei vuoti,

che la tua cadenza schiude

come primule bianche

nel refrigerio della sera. 


Id: 66194 Data: 09/07/2022 15:47:29

*

Il leone

Fiero della dura solitudine,

avvolto nel raggio dell'irto fuoco,

avanzi,

nella tua nobile possanza,

dall'arida steppa dell'ieri,

fino all'afondo dell'oggi;

sovrano, già,

del domani. 


Id: 66160 Data: 04/07/2022 10:36:05

*

Illuminati inferni

 
La giovinezza mi passò addosso
come se tutte le folgori e i venti
si fossero accatastati in una nebbia
surreale e oscura,
nascosta nel fondo dell'anima.
 
Uragani silenziosi palpitavano
tra i vetri ghiacci delle fabbriche
del consenso,
dove morivano le primavere del mondo.
 
Ed io mi piegavo d'amore
coi rami del bosco e i loro segreti,
portati dal canto di farfalle in volo
nulla conoscendo, tra quelle morte stanze,
se non il sapore dell'erba in rivolta
lo stesso
che accende d'incubi beati i miei sonni
e i miei giorni,
sempre a un passo dal precipizio vivo
con tutti i suoi illuminati inferni.
Annalisa Scialpi


Id: 65136 Data: 05/02/2022 17:31:00

*

Dimenticammo i fiori. Dedicata a mia nonna Angela.

E così dimenticammo i fiori,

lasciandoli appassire sulle finestre,

gola a megafoni, proclamammo,

in accordo di propaganda,

le atterrite verità di sussistenza.

E afflitti da macigni, marciammo

nei giorni sbiancati dai detersivi,

esiliati nelle pasciute cantine

di vizi ammansiti da ignoranze sovrane.

 

E proseguimmo, intanto, 

indenni in orchestre calibrate,

incapaci di eleggere danze a destini,

con cuori a batteria, ossidati

in pantomime di copioni sfatti.

 

Accadde, perchè

dimenticammo i fiori

e fu il crimine

della poesia,

il nostro stesso.

  


Id: 63756 Data: 09/08/2021 12:40:14

*

Nel fiore dell’Ade

Nel fiore dell'Ade

Sul tavolo il pane è raffermo,

ma le mie mani raccolgono briciole.

Il freddo s'accende

come un deserto;

ci sono corvi

e odore di decomposizione.

 

Le parole rotolano come biglie

sull'inutile tavolo che conobbi,

già crepato.

 

Frammenti d'immagini muoiono

nel vento inutile

che nel fiore dell'Ade,

mi sprofondò

ancora

a cantare

sulle mie ossa.


Id: 62980 Data: 24/04/2021 22:16:05

*

Ti vidi sempre bella

Ti vidi sempre bella

coi tuoi capelli color luna

e la figura snella che scivola,

come un'ombra,

dalla tua casa al tuo giardino,

quello che dicevi 'è solo mio'.

 

Lì sognavano le rose,

i ciclamini, le dalie e le margherite

mentre con mani nodose di grazia

sfornavi il tuo pane immacolato.

 

Fiorivano anche gli angeli

quando sorridevi

e tu, che forse non sapevi

nè leggere nè scrivere,

nel silenzio parlavi con dio.

 

Una piuma bianca cadeva su me,

dai tuoi gesti densi d'aroma di semplicità.

 

E quando passo

accanto alla tua casa

accanto al tuo giardino,

nel cielo sboccia un tramonto di dalia,

semplice come le tue margherite

e i ciclamini

che, sempre, dicono di te,

di te,

che vidi sempre bella.


Id: 62793 Data: 05/04/2021 18:44:29

*

Un caffè per Signora-vestita-a-fiori

Sono venuta da te,

a prendere un caffè,

signora-vestita-a-fiori,

ma tu sai

dove hai nascosto

l'abito più bello?

 

La tua casa è una grande vetrina

di cristalliere lucido noce

e antiche porcellane e immobili tenenti

ad appassire accanto a velieri consegnati,

ormai, 

a un mare di polvere ferma.

 

E il vecchio cavallo al galoppo

è sempre lì,

instancabile nella sigillata teca

tra bicchierini per improbabili rosoli

e flute per inaccessibili ricorrenze.

 

Mi hai detto: "Va' pure, in cucina,

a preparare il caffè"

e c'era anche lì

odore di sedimenti,

cespi di lattuga lasciati a impietrire

tra vuote dispense e

nell'aria di chiuso, solo la pietà

del sibilo del vecchio frigo.

 

Ho preso da sola il mio caffè,

mentre il parrucchiere finiva la tua permanente,

nel fondo l'amaro di un dolore antico

come il vecchio pendolo tra ore di gesso.

 

Ho messo, allora,

grani di cioccolato

nel caffè che ho lasciato per te,

signora-vestita-a-fiori,

un grano per ogni amore non consumato,

un grano per ogni sole filtrato,

un grano per ogni ballo abbandonato

prima che fosse mezzanotte,

un grano

per ogni amore

mai nemmeno sognato.

 

E ora sì che sei bella

con la tua permanente, 

mentre bevi il mio caffè

con grani di cioccolato,

signora-vestita-a-fiori,

oggi 

che puoi finalmente regalare

una lacrima

al tuo amore.

 

 


Id: 61168 Data: 01/12/2020 13:23:55

*

Il mio gatto

Microcosmo di nera voluttà,

curve morbide e lascive

artigli pronti a prendere e a strappare;

 

gioco e morte

 

siedi sulle mie cosce come su un trono,

e sei un bambino

che gioca con la mia giacca

o un capriccioso amante imperfetto

che non conosce tregua

 

e mi rivolge i suoi attentati,

accecandomi coi suoi occhi di duro smeraldo.


Id: 44728 Data: 22/10/2017 08:37:10