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Raccolta di poesie di Annalisa Scialpi
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

La mia casa

 

Cerco la mia casa,

la mia casa dalle porte verdi

e le finestre schiuse come occhi

o segreti, appena intuiti nel candore

di una tenda di trine.

 

Cerco la mia casa,

schizzata in qualche posto

in qualche angolo di paradiso perduto

che forse non conobbi mai,

gettata nel mondo senza ombrello

come una macchia di paura,

tra gente appena abbozzata

 

e rumori assordanti

e cose che non potevo capire.

 

Col tempo

ho dimenticato la mia casa

tenendo dentro il rumore

delle cose perdute

lì, nel mio dolore.

 

Eppure mi ritrovo,

come un segugio,

sempre,

tra gente estranea o che finge

di conoscermi

e lo dico solo al cielo,

a questo cielo nero di piaghe

e di fumi,

che cerco la mia casa

 

quella casa che forse

sta nascosta

in un vico senza nome,

in un vico dimenticato

nell'isola del pianto.

*

Ma tu lo stesso, venisti

Io ti chiamai

ma, ad un tratto,

venisti

e mi sembrasti troppo.

 

Mi stavo abituando

alla pastina alle sette di sera,

sentendomi vecchia all'improvviso,

piena di artriti dentro le vene.

 

Ma tu lo stesso, venisti.

Da dove prendevi la gioventù,

da quale tasca segreta

attingevi illusioni, ancora, a piene mani?

 

Troppo caldo il tuo fiato

sul mio collo,

allertò la fiamma.

 

Ti chiesi se sapevi contare i lividi.

Drenare le piogge.

Ammansire vulcani.

 

Tu non rispondesti.

 

Eri venuto,

per restare.

*

Ho scelto di morire

 

Sono morta molte volte,

alcune morti così atroci

che nemmeno le ricordo.

 

Ho visto la morte entrare

nelle tapparelle

e arrampicarsi alle mie fiabe

                                      bucate

 

io stessa

ho calpestato tombe,

facendomi formica

o talpa

o saltimbanco dell'istante

 

in bilico

 

tra matrone di marmo

e grottesche eredità.

 

Sono morta

in un battito di ciglia,

nei tanti no

che tagliano la pancia

e glissano sulla follia,

 

spezzata

 

come un Cristo

in agonia.

 

E cosi ho scelto,

di morire, morire, morire,

perchè la mia meta,

mio unico approdo!,

eri solo tu.

*

Come astro caduto

 

Sei scolorito troppo presto,

come astro caduto,

aperitivo già consumato

 

bevendo

la certezza dell'amore,

 

spezzando, violento vento,

tenere foglie

esangui di perchè.

*

Per sopravvivermi

 

La sete fluì

dai fianchi spaccati

della mia carne strappata.

 

Per sopravvivermi

mi feci carne nuova

da un cappotto

di parole.

*

Stammi dentro

Io e te,

senza muoverci,

mentre fuori il mondo

lasciava la sua scia

di rumori...

 

Stammi dentro

come il sole nelle acque,

dissi

 

e c'era il mare nel cielo

dei tuoi occhi

 

e coralli di nuvole

e vele

 

e laggiù

le mie estati,

e orizzonti mai neppure

sognati,

le pesche ancora buone

da mangiare.

 

'Stammi dentro'

e nulla

era scomparso.

 

A parte noi.

*

Luce antica su Roma

 

Quella notte

vidi una luce diversa

sulla città che a nessuna

assomiglia;

 

era una luce antica

di qualche luna dimenticata

in fondo ad un lampione,

tra le briciole del mondo

tutte lì, incastrate,

tra i suoi denti di basolato.

*

Come foglia accartocciata

 

Come foglia accartocciata,

dissanguai sulle spine

la bellezza perduta.

*

Tu resti

 

Tra il fango delle strade,

le pietre cadute,

tu resti

come nido d'inverno.

 

La pioggia dissolve,

come le cicche agli angoli

delle strade

e marciscono gli steli

tra le rive del sogno.

 

Tuttavia, tu resti,

edera avvinghiata

al tronco bucato,

con tutta la gravità delle linfe

di tutte le cadute stelle.

*

Il segreto

Venisti

come da terre remote,

portando con te

due occhi di mare.

 

Già s'accartocciava

il virgulto,

tra le parole marcite

in deserti

d'inutile attesa

e ottusa vacuità.

 

Ed io china

sui diseredati spazi,

spaiata come scarpa

senza strada...

 

E s'assembrarono regni,

pure;

qualcuno lo vidi risorto

tra le tue ciglia,

 

come un segreto.

 

*

Il segreto

Venisti

come da terre remote,

portando con te

due occhi di mare.

 

Già s'accartocciava

il virgulto,

tra le parole marcite

in deserti

d'inutile attesa

e ottusa vacuità.

 

Ed io china

sui diseredati spazi,

spaiata come scarpa

senza strada...

 

E s'assembrarono regni,

pure;

qualcuno lo vidi risorto,

tra le tue ciglia,

 

come un segreto.

*

Maschera

 

Fiore del marmo,

la maschera vanga tombe

nel teatro dell'anima.

 

Ha cuore d'assassino,

di silenzi lunghi

come fughe immense.

 

Maschera di pietra

e di tufi assordanti,

ora ti sto di fronte

nell'imeneo delle

lune brucianti...

 

Sarò lì,

fino al rombo

del tuo ultimo giorno.

*

Io non conosco poesia

Io non conosco poesia

oltre la fatica

del tuo tendine

che riempì

il mio quadro

della varianza

del cristallo.

*

Tra amare e non amare

 

Tra amare e non amare

passa una distanza,

bianca come un foglio

o una vertigine,

 

è il dolore

che rivolta deserti

e spinge la paura

fino agli ossimori

del seme.

*

Incontrarti

 

Incontrarti in una mattina

uguale a mille mattine,

coi postumi del desiderio

che scava gole nella notte.

 

Incontrarti e riconoscerti,

di svista, dalle mani

e sentire ancora i tuoi inferni

rombare nella carne

come mille uccelli, dopo

lo sparo.

 

Incontrarti e non raggiungerti

come la madre il figlio,

perchè l'amore a volte

è strada sterrata

e ogni sasso è un grumo

che taglia le vene.

 

Ma incontrarti

è stato come risorgere

da tutte le stelle dimenticate

nelle cantine remote del sangue.

*

Dubbio

Forse tu sei venuto

per narrare la storia

degli amori imperfetti,

 

come ancora acerbo

è l'amore che,

conficcato come lama

nel costato

 

lascia solo una scia

di sangue

 

e acqua.

*

E tu non sapesti annegare

 

Ti studiai come un'anatomista,

intingendo il pennino

nell'inchiostro del desiderio

e quando arrivai alla gola cava

che apriva baratri nella tua mente,

ebbi solo un attimo di sgomento

 

e tuttavia scrivevo la mia trama

e inarrestabile ti facevo un corpo nuovo

coi petali del mio amore

che credevo finestre

nel tuo sangue rappreso,

 

finchè il baratro grondò.

 

E tu non sapesti annegare.

*

Vuoto

 

A volte il vuoto m'atterra

come artigli d'aquila,

tra fiumi di fuliggini

d'illusioni d'approdo.

 

Mi sbatacchia la notte

coi suoi infrangibili nocchieri,

mentre fuori dalla finestra

il cielo mi prende la mano,

 

ungendomi dei suoi Olimpi

e delle steppe nascoste

tra le sue nuvole in volo.

*

Amiamoci

 

Amiamoci, che è tardi

e il cacciatore

sta per ritornare...

 

Puoi percorrere il solco sbavato

da una perenne scia di pianto?

 

Davvero puoi

glissare sui ghiacci,

sulle armonie spezzate

della mia carne senza resurrezione?

 

Domani il sole rimbalzerà

come un uovo nero

e la siccità prenderà radici

e fiori

con la sua mano venale.

 

Amiamoci,

amiamoci allora,

 

che è già tardi.

*

Forse morire è così

In certe sere, come questa,

il dolore mi mangia il cuore

come un amante crudele.

 

E tutto mi sembra assordante,

persino i passi

della solita gente.

 

Tunnel, le strade,

slittano a senso unico

verso la notte mannara

che non consola il cuore.

 

Forse morire è così.

*

E fui

 

Chi mi salvò

nella notte dei fantasmi,

mentre gridavo sul ponte?

 

Solitario il passo

calcava la prua

tra la vita e la morte.

 

Metà fantasma e metà donna,

tessevo sogni sfilacciati

con la luce antica dei segreti.

 

E fui grido,

eresia,

 

preda prescelta

dello stesso vortice di luce,

che mai mi limò le ali.

 

 

*

Come nuvola errante

 

Ti cercai nel profumo

delle mie estati divelte,

con tutto il furore

dei miei corsari all'assalto.

 

Intinsi le dita nel desiderio

per arrampicarmi ai solchi

delle tue notti fonde,

vestite del grigio

della tua autorità.

 

Ti amai di un amore

irrevocabile, mortale

 

e sanguinando sulla tua stessa

lama,

ti confusi ad amanti interdetti

stolti come il vizio e la penuria,

perchè restasse almeno carne,

di me.

 

Ti amai.

 

Come un'assetata,

una farfalla clandestina

nella Terra delle nevi,

con tutta la leggerezza e l'hubris

di un sacro sacrilegio.

 

Ma tu

 

non avevi flauto

per la mia canzone

e andai a dirla al vento,

folle

come nuvola

         errante.

*

La mia spina nella notte

 

Tu sei la mia spina

 

nella notte

 

 

 

che sanguina sulla fronte

 

nuda

 

del mio giardino divelto,

 

 

 

fino al naufragio.

 

*

Lassù

C'è neve,

ma lo stesso ruggisce

la mia leonessa.

 

Lassù, lassù, lassù

 

dove il tuo aroma

è il mio hallelujah,

 

dove il mio aroma

è la tua eucarestia.

*

Il seminatore

 

Misero nel pancake

le mie voglie

- giusto un assaggio -

dissero,

la glassa va in principio,

sulla torta nuziale.

 

Mi improvvisai orca

onnipotente,

trangugiai, vorace, gli attimi,

dardeggiando fiamme

sulle mie stelle consunte.

 

Il seminatore, però,

non era lontano;

svuotato di onnipotenza,

ubriaco e vivo a morire

 

mi pulì la bocca coi baci

dall'ignobile buon senso

con le sue tonnellate di reti

e di tombe marcite.

*

Tra le strade

 

Tra le strade coperte

di me

faccio sogni strani.

 

Pesco a un bivio,

arretro

tra le unghie laccate

di un bar.

 

Fermo momenti come occhi;

 

m'improvviso.

*

Ricordi

 

Spingersi tra i burroni,

senz'altra certezza che i dirupi,

i freni incerti,

 

un po' come sonnecchiare

nel solito bitume.

*

Società

 

Ci pensa la società,

diceva mio padre,

camminando sugli scheletri.

*

Poesia

 

Madama Poesia m'avvolge

talvolta come un caldo maglione...

 

Nell'abbraccio

disegna i miei seni, le braccia,

il caldo ventre...

 

dove tu

posi come un fiore;

 

sbocciando, sbocciando, sbocciando...

*

Senza titolo

Pensa se morissi,

pensa se morissi

pensa...

 

...se tornassi all'origine

del mondo

 

perchè così è;

il tuo piccone meglio

del fulmine di Zeus

 

molto meglio

dei marrons glacés

prima delle lische in gola

dei pranzi quotidiani.

*

Emozioni

 

Spesso sono un mare vasto

e le mie passioni danzano sulle onde

come tanti pesci d'argento.

 

Esistono poi giorni di mari

inutili e piatti,

dove il vino resta aggrumito

in calici di noia, sui fondali.

 

E giorni di turbolente tempeste

in cui Nettuno dispiega, dalle onde,

i suoi Ciclopi

e gelide ruggiscono le maree

su nudi scogli di perchè.

 

E poi giorni

in cui il mare si ferma

volentieri a prendere un caffè

sulle ringhiere

e per le strade si respira

un aroma salutare,

 

come di bambino appena nato

consegnato a un nuovo mondo

che respira

nella sua calda casa di tulle

e di balocchi.

*

Aria di periferia

Un giorno tutti i pezzi

andranno a posto,

come i lego,

la finestra nella casa,

l'auto nel cortile,

i bambini nei tratturi,

i lecca-lecca sulle bocche.

 

La voce è rassicurante

come quella dei preti la domenica

ma dentro, la ruggine sfrega

la sua lancinante verità.

 

Sono marcite le foglie d'autunno,

le foglie non nate,

i flash delle primavere accecate

sbiadite come foto in cantina.

 

Rimane un requiem,

un sottofondo di scomunica segreta

nella prassi del vivere al grigio,

opera alchemica inesistente,

 

come le nebbie che accartocciano

i polmoni delle periferie

in un'anomima gray air

che non importa a nessuno

di ripulire

di riscoprire.

 

Case in cui si tirano sogni

col la pinzetta

e il pianto assume languori glaciali,

il brodo

l'unico modo per dirsi

'gli avanzi non si buttano'.

 

*

Avaria

 

Un bar azzurro

bivaccato tra le cosce

di un pomeriggio rosa.

 

Ho esaurito le pillole

della felicità,

in simbiosi coi flaneurs

affondo nel losco fango

della mestizia.

 

La spada ha colpito;

la ruggine ha corroso

con le sue tonnellate

di miele marcito.

 

Affondo

in questo pomeriggio

come un ubriaco nel bicchiere,

i becchini stanno là,

appesi al campanile,

 

anche loro in avaria

di resurrezioni.

*

Raperonzolo

Oh Raperonzolo,

la strega si chiamava miss Angoscia

e aveva la faccia di bitume e gli occhi

giallo gatto.

 

Ti disse: non ti servono le caramelle,

io stessa ti succhierò come una morositas

e tu sarai la mia radice di liquirizia,

il mio mon cherì con cui addolcirmi le budella.

 

Così Raperonzolo fu preda delle cascaggini,

col tempo iniziò a balbettare,

perchè nessuno le aveva insegnato a parlare

e nonostante tutto, per qualche strano caso,

la fanciulla sapeva cantare.

 

Sotto di lei sfilavano formicai in processione

e zotici contadini con la falce in spalla

e Raperonzolo se ne stava impalata,

credendo che Angoscia fosse la sua vera madre,

assai più delle mura della prigione.

 

Col tempo camminò a quattro zampe

e la strega prese a mungerla

per vedere se aveva latte.

 

La fanciulla non si chiese

se fosse pietra o animale,

ma un giorno annusò qualcosa nell'aria

e al posto delle processioni

vide un bel principe biondo come quello

descritto da Saint-Exupery,

solo un po' meno giovane.

 

Oh!esclamò

e provò a parlare, ma le uscì solo un rantolo.

 

Oh, oh! Fece allora

e dalla sua ugola arrugginita

uscì un canto celestiale.

Si fermarono le formiche,

fiorirono gli anemoni,

le spine crearono una passerella

come per una sfilata di moda

e il principe, che sapeva di miele d'arancio,

giunse, impeccabile, alla torre,

aggrappato alla sua lunga treccia.

 

Cosa sei, dolce cagnolina, chiese

e Raperonzolo credette di poter essere

tutto quello che il principe avrebbe voluto,

perchè per la strega era stata uccello da voliera

e mucca da mungere e insetto.

 

Ma, nel momento della promessa

della fuga liberatoria,

la vecchia annusò l'inganno,

prima ancora che Raperonzolo

potesse scoprire di essere una donna.

 

Aiutata dal suo corvo, la condusse nel deserto

e la fanciulla partorì due cose rosa

che non assomigliavano a una pietra,

né a un insetto, né a uno stufato di rape.

 

Il principe disperò un po'

- ma non troppo-

ma poi giunse a un patteggiamento

con la strega:

le avrebbe concesso

un posto nel loro casolare

invece di marcire

in una casa di riposo

per vecchie streghe sole.

 

La strega ammiccò

e gli rispose ok,

e firmò l'accordo

in due copie.

 

Fu così che il principe

trovò Raperonzolo,

ma al contrario di quanto

aveva potuto immaginare,

lei aveva imparato

che era meglio

rimanere cane.

 

Così morse il principe

che tentò di avvicinarla

e lui se ne tornò mogio dalla strega

con cui fondò una Rsa

per principi e streghe in pensione.

 

*

Solo il fuoco

 

Non so a che gioco

stavamo giocando,

è che un filo, una vena,

un'arteria

è rimasta attaccata

al tuo cappello.

 

Oh, divino cavaliere!

Mi dicesti figlia, madre,

- forse sacra puttana -

e segretamente chiudesti

la cortina...

 

Ti passarono attorno

i rachitici, psicotici santi

e in te rimase una maniera,

un nodo, come un legamento

che ti fece arretrare da me.

 

Non so come mi dipingesti

  • forse, semplicemente,

    mi togliesti il fuoco -

e ridotta a madonna esangue

mi collocasti accanto ai tuoi santi.

 

Caddero tutti;

 

solo il fuoco, restò

a urlare nelle vene

della tua cripta di cenere.

 

*

La porta

Nella mia casa c'eri tu;

il nostro letto

di pesche intatte

dal tempo delle nevi.

 

La lampada

che custodì la porta,

aperta come vaso di luce;

 

e fu abracadabra,

verbo e carne

del tuo ritorno.

*

Reminiscenza

Uomini a elio

galleggiano sulle strade

tra fili di fibre ottiche,

attaccati al catrame,

pigiando crani su tasti.

 

Soffia, il vento, soffia

e porta via cassette di frutta

dai mercati,

tra gli occhi eretici

di gatti sbalorditi.

 

Certamente c'è stato un luogo

in cui sono stata umana

e questa reminiscenza

è già un traguardo;

 

una rosa dal bitume.

*

Natività

E poi finisce tutto,

così dicono,

pasta friabile i passi

e melma dentro le piaghe

dei mattoni

brulicante i miasmi

del peccato originale.

 

Gli amori trasformati

in delitti,

i sacchi di spazzatura

pieni d'ossa

lasciano scie di sangue;

sempre avare le corrispondenze.

 

I saltimbanchi delle idee

tengono in piedi il teatro giocattolo;

nelle gastronomie maxischermi

rifocillano con cronache di crimini

-casa dolce casa -

giusto per sentirsi a temperatura

ambiente,

mentre le mosche ronzano

e grazie al cielo! obnubilano

dell'horror vacui l'angoscia tremenda.

 

Cristo ha smesso di guarire paralitici,

ha finito gli sputi persino sugli avari

e se ne sta in letargo da tempo, sottovuoto

sull'altare lindo come sottana di suora.

 

Il presepe è crollato

sotto uova marcite e scatole di dixan;

 

e tuttavia dicono che un bambino,

laggiù, s'è mosso,

tra le macerie, ha finalmente pianto.

*

Notte

Notte,

quanto ancora le ombre fugaci

mi scaveranno dentro?

 

Un legno può marcire

in un'isola di spavento,

cadere col nido delle rabbie

 

ma io

son forse solo legno?

O materia da combustione

sventrata sull'isola dei ricordi?

 

Sono Apocalisse?

 

Notte,

sei chiodo sull'immagine

di chiodo

che mi fecero al Calvario,

storpiandomi giunture

strappandomi la carne

 

e se mi cadi nel ventre

come una luna nera

forse è così

che va la carità,

 

un po' come tornare

al liquido,

alla placenta del mondo,

 

un po'

come morire,

 

tornare all'osso

che schiude il passaggio.

*

Efesto

 

Ti ho cercato,

non c'eri mai,

impietrito nella tua dignità grottesca,

parata d'egoismo e di uccise qualità.

 

Ti ho cercato;

ogni amore uno strappo,

ferita senza sutura.

 

In una emorragia di giorni

ho camminato

sui miei spazi bianchi,

 

sempre in bilico di resurrezioni

 

sparso

come una rosa falciata

al gelo della tua misericordia assente.

 

Che resta, ora,

dei tuoi diavoli benedetti

dagli scheletri del mondo?

 

Resto io,

a lasciarti a tua madre.

 

E scusami, papà,

se ti rendo il marchio

del tuo fallimento.

 

Ora mi è padre

solo il fuoco

del mio destino.

*

Aria

Aria,

c'è forse qualcosa

di più puro?

 

Aria

e vola sulle parole,

acerbe come clessidre,

 

mi soccorre

giusto il frangente

di non esser posseduta. 

 

*

Antigone

Oh Antigone,

quel papà frusto

come il peccato originale,

tutta colpa pronta per l'inforno,

te lo portasti sulle spalle come un corpo di santo bagnato.

 

Era figlio del mercato,

del bene e del male

e tu non potesti farci niente .

 

Guarda che belli i tuoi quattro gioielli,

dicevi,

parlando dei tuoi fratelli,

ma lui stava bianco come uno stoccafisso,

immobile come un chiodo.

 

Caddero le estati

le primavere

tornarono le nevi

umide e fradice

e tu sempre col tuo peso

addosso,

un gatto nero che non volevi lasciare.

 

Coraggio, coraggio, dicevi,

ma poi ti spuntò un ghigno da demonio

e decidesti di fare la missionaria

e seppellire, sì, tuo fratello Polinice!

 

E così che si diventa credenti e missionari

e tu eri così stanca,

che preferisti la tomba

all'illusione di essere viva

per lavare ancora i calzini sporchi

di tuo padre,

di cenere nera.

 

Ora sei un'eroina,

annoverata nel ciclo dei ribelli mitici,

ma nessuno seppe mai

che, nella prigione tomba del re,

tu ci eri già stata,

aspettando tuo padre,

ogni giorno più morto.

 

Per te

fu solo questione

di cambio di location.

*

Oblio

 

Perchè nessuno si accorge di niente?

Non c'è danza, nelle strade,

a parte le foglie cadute

che cantano ninne nanne

come dolcetti di zafferano sulle strade grigie.

 

E' fiorita la rosa, dalla pietra...

 

Perchè nessuno si accorge di niente?

 

L'aria azzurra è un incantesimo

e la pioggia che cola dalla pergola

vestita di luci di Natale

è il riverbero

dei ruscelli delle foreste

pazzi sulla rossa terra esaltata

tra i nervi dei tronchi aggrovigliati...

 

Perchè nessuno si accorge di niente?

 

Stamattina ho incontrato un vecchio amante

ed è tornato l'usignolo con le sue primavere

mentre fiorivo come un rovo d'inverno,

pensando all'eternità dell'amore

alla gioia stupenda di essere vivi.

 

Ma nessuno si è accorto di niente.

 

Allora ho suonato il mio tamburo

nella mia casa rossa come una mela

e con le cellule in estasi ho danzato

il presente in quello che verrà,

il futuro già presente

 

in una gioia così pazza

da resuscitare le estati perdute

dalle rovine del cuore...

 

Poi, non mi è importato più nulla,

nemmeno della gente

che non si accorge di niente.

 

 

 

*

Come gli uccelli

Stamane sono preda del fuoco

e tu hai la stessa importanza

di un soffione incagliato nel lago d'inverno.

 

L'aria frizzante accende

il mio cuore sazio d'inferni

e quale inferno è più dolce

di quello che mi ubriaca di desiderio?

 

Vedi, ti ho messo in una nicchia,

tra gli artigli dei santi esangui

e non ho bisogno di venerare

le tue vecchie mani di peltro,

 

perchè il mio perno, oggi,

è lo stormo ubriaco di cielo,

queste gambe leggere che

volano nel vento,

questo cuore asciugato dal sole,

che ha pietà della sua follia

 

e m'imperla di brividi bianchi

come un velo nuziale.

 

Tieniti le mani,

le labbra avare,

il tuo egoismo d'uomo

e i pensieri da quattro soldi

come scheletri nelle cripte

dei tuoi giorni in avaria.

 

Oggi sono pazza come gli uccelli

e non ho bisogno

d'amare il fango.

*

Nuda come una stella

 

Non voglio mostrarmi,

stanotte,

voglio star nuda come una stella

o come radice di quercia

che divelle dalla terra

i nervi del mondo.

 

La regina dei ghiacci

è in piedi,

così bianca da far

abbrividir la terra,

l'erba, gli insetti!

 

Tribù indigene fanno

capolino nel suo Regno,

selvagge come i suoi sensi

acuminati dalle morti atroci

che scavarono tombe

nel suo cuore

e fosse, nel suo ventre.

 

Le si allungano le dita...

 

Ella è ora ramo, foglia, cielo

 

e splendente solitudine

che dirompe

dallo squarcio della notte.

 

Non voglio mostrarmi,

stanotte,

voglio star nuda

come una stella.

*

Quelli come me

Nei romanzi, quasi sempre,

l'eroe torna a casa,

suona un citofono

e magari ha in mano un souvenir;

un gadget del sexy shop

o la foto di papa Francesco

che fa moine a un moribondo.

 

Ma poi ci sono quelli

dalle rotture inossidabili

come i panini del Mc,

che perdono turbine per strada

e stanno come un insulto,

poltiglie di ghiaccio

agli angoli di pericolosi perchè.

 

Nessuno accenderà loro un fuoco,

al ritorno,

ed è un disastro

l'orgoglio,

quando l'ebrezza della libertà

vorrebbe costringerti

a strapparti la pelle

strapparti il passato

il Dna,

meticciato ormai col brivido

tagliente

dei tanti occhi aperti

su un mondo cieco.

 

Quelli come me,

tronfi come Messalina o Cleopatra,

hanno avuto amori al veleno

solo per il gusto

di resuscitare i lupi

dalle prodigiose alture del cuore.

 

Quelli come me

non hanno chiavi del paradiso

dove sprecare litri di camomilla

e non barattano

il ruggito con un falsetto di santo

solo per non vedere,

non sentire,

non vivere.

 

Non tornano,

quelli come me.

 

 

*

Una signora al bar

 

Oh dolce signora al bar,

dove hai lasciato il tuo ranocchio,

il tuo ranocchio verde, viscido

come l'acido tartarico sul fondo

di un rosè?

 

Il tuo pensiero disegna trame

incongruenti come un mosaico di Gaudì

mentre te ne stai annottata

come una spiga piegata

sull'idiozia della sabbia del mondo.

 

Oh dolce signora al bar,

uscita in ciabatte come una lungodegente

dalla corsia dei tuoi giorni nudi

come le scatole dopo natale,

chi ti mise pensieri retti

nelle tue vertebre

e frasi sensate in bocca

come bistecche di maiale?

 

Il ranocchio non era un principe,

ma solo un rovello;

un guscio d'uovo,

un playmobil.

Avvizzì col popolo dei padri

e a te non rimase

che la tua tisana fruttata.

 

E nessuno a dirti

che mai più

sarebbe diventata corpo

e sangue.

*

La fanciulla senza mani

 

Oh, fanciulla,

il diavolo non riuscì

a toglierti il tuo cappello di bambola

come quello delle zitelle alle messe serali

e tuttavia

una specie di cattiva stella

ti costrinse a tagliarti le mani,

per metterle sott'olio

accanto alle conserve.

 

E andasti avanti

come un manichino dei grandi magazzini

e tuo padre che aveva molto senso pratico

decise che era giusto comprarti anche i pattini

a rotelle,

perchè la meccanica può essere una sana abitudine.

 

E tu camminasti da nord a sud,

da est a ovest come in filodiffusione...

 

Oh, fanciulla senza mani!

Eri così pia

che ti ci voleva la bombola dell'ossigeno

e il maniglione antipanico

per le forti emozioni,

molto più che ai missionari,

così ti muovesti nel circondario

vuota come le tasche di tuo padre,

prima che accontentasse il diavolo.

Prima che ti tagliasse le mani.

 

Ma il re ti vide,

affamata come una lepre nel suo giardino

e poiché i re prendono quello che vogliono

per decreto divino,

ti prese come un pacco da regalo

con un piccolo difetto di fabbrica.

 

E tu ti muovesti nel castello

vuota come una barbie

o come il mondo prima del big-bang

o come il buco nell'ozono,

sempre onorando il re come tuo padre

o come il dio buono che gli diede vitto

e alloggio in cambio di due mani di inutile fanciulla.

 

Così, ricordando il fidanzatino di paese

come certe cose inconsistenti

che hanno tuttavia il pregio di emettere un bagliore

come le lucciole in estate,

chiamasti il diavolo

e quello disse: 'vediamo che si può fare'.

 

E siccome il diavolo gode molto

a confondere ciò che è già confuso dall'ordine,

ancora vagasti,

fino a una piccola cellula gestita alla maniera

di un centro estetico.

 

Avevi con te il tuo piccolo bruchino,

che avevi chiamato Addolorato

per non illuderlo sul destino.

 

E fu lì,

In quella dimora fungo nascosta nella neve

che ti crebbero le mani.

Ma il re riuscì a trovarti

e faceste una seconda cerimonia

sfarzosa come i matrimoni pugliesi,

poi egli fece alle tue vecchie mani

un'urna con un basilisco

per i giorni di noia,

 

e aprì un tiket office

e nella reggia museo

vennero tanti visitatori

da tutto il mondo

come ai Vaticani

 

e il re potè commuoversi

e spalare un po' il ghiaccio dal cuore

al ricordo dei vostri primi incontri,

persi in tempi ormai lontani

in cui tu

non avevi le mani.

*

Fame

Il solito frastuono,

sembra quasi musica

sullo strappo

del mio maglione rosso

scucito di sospetto.

 

Fuori

il pioppo e le sue potature

dentro

aroma di caffè

tra cosce jeansate e vetiver

 

che tentano adescamenti

 

o cercano risposte

se l'amore non sia

l'ennesimo

contratto di riproduzione

della fabbrica spietata

'homo sapiens'

 

un 'e vissero...'

alla glassa

in via di marcescenza,

un patto notturno

tra ipovedenti,

 

strappo su strappo,

 

un'amnesia...

 

La risacca non cancella

la scritta

'non toccare'

e bianco è il fossato

come mani di bambina.

 

Come la fame.

 

 

 

*

La luna gigante

 

Sembra già Natale

e oggi le lacrime volano via

sulle fontane in fioritura,

che sciabordano come un trionfo.

 

Anche il mare sfavilla

tra le rocce del cuore

e tu, come Venere, nasci

dalla spuma dei miei amori estinti,

sulla rena delle mie emozioni bucate.

 

Non c'eri tu

nel calendario dell'avvento,

eppure hai cambiato l'acqua in vino,

attraversando le mie pagine a forma di veliero.

 

E ora tu, cervo sacro,

scrivi il mio nome su questa luna gigante,

mentre nuoto tra i miei respiri,

per raggiungerti negli spazi di un nuovo brillio.

 

Nessun rancore tra le rose sfiorite,

perchè il sole ti cresce dal cuore

ed io vi affondo come una nuvola ebbra,

mentre con gli occhi inventi le mie ossa,

traendole dal mare con la tua rete di fiori.

 

Dove sei stato?

 

Oh io so che tu,

sì tu,

sei la mia luna gigante,

e posso offrirti il mio scheletro

che resusciti dalle radici degli olmi,

perchè sei tu la chiave della mia soglia verde.

 

Tu che sei la mia luna gigante,

oh sì, la mia luna gigante!

 

Misceli come vuoi gli spazi

tra le tue braccia da dio,

e insieme siamo lepri, lupi, volpi, poiane

o scuotiamo il terreno con la nostra

caccia al cinghiale

 

e il cinghiale è il nostro amore,

che ci aspetta con le fiabe interrotte

sulla spina dorsale della terra

che ci fece, che ci accoglie,

ora,

 

naufraghi ebbri caduti da una luna gigante

 

perchè tu,

tu sei

la mia luna gigante.

*

Rinascere

 

Rinascere, qui,

in questo mondo troppo vasto

con le sue gallerie nude,

sepolte in un obbligo di polvere e cemento.

 

Rinascere

perchè amore è zoccoli

tra sequoie di tenebra

e radici a brandelli di storie strappate,

un attraversamento in apnea

che cancella sogni con un colpo

di spugna.

 

Rinascere

dal ruggito di una nuova alba,

perchè si ripeta il miracolo

del pescatore d'oro

che riporti dal mare

il mio cuore intatto.

 

E lì rinascere,

per la luce che fiorisce i cieli,

per l'alloro voltato verso il dio

nell'ultima, bruciante resa dell'amore,

mentre s'assottiglia la palude

nel brillio di una luna nuova.

 

Rinascere

e lasciar andare

la camicia di dolore che fece

macchie d'unto sull'ebrezza della pelle,

chiara di gioventù.

 

E ancora,

eterna come gli angeli delle cattedrali,

quando la rabbia collassa

su steli di splendente fragilità

e tu dici il mio nome

di Città nascosta

spegnendo coi baci

il sapore di ruggine

che mi lasciasti addosso,

coi chiodi del tuo carnefice.

 

Rinascere perchè così

le creature mostruose del mondo

tornano alla terra

e dall'arca di una felicità

pura come un bambino,

le colombe portano ancora rami verdi

di illusioni lucenti come confetti nuziali.

 

Rinascere,

perchè è così

che si prende in giro la nostalgia

e le lingue della gente pia

serrate in circonvallazioni di veleni.

 

Rinascere,

come avvicinarsi

da dove

non siamo stati lontani,

mai.

*

Narciso

Narciso, dove hai perduto

le lacrime?

Il tuo ginocchio è un sasso

nella tua immobilità da dio

e senza dubbio fu l'effetto Pigmalione

a costringermi ad amarti.

 

Ade venne come un granchio

e mi strappò il cuore con le sue micidiali chele,

mentre tu ostentavi la tua armatura fittizia

piantata nell'illusione della gioventù.

 

Oh Narciso!

Girai e rigirai la cenere,

per darti sostanza,

finchè l'amore non bastò a tergerti,

come un bambino

e tuttavia non scomparve la maschera allegra

dietro cui nascondevi la morte.

 

Ti ricordo chino sulla tua ombra

come un soldato decaduto,

eretto solo il tuo palo provvisorio,

che tuttavia non scatenava il giubilo

dei corsari dei sensi,

perchè la paura ti teneva contratto

nelle dimore palustri del tuo spirito raffermo

e ti perdevi i profumi di mirto,

capaci di sciogliere il legamento

alla divina fune d'argento,

per spingerti in un bagno

di splendore e di eternità!

 

Narciso fatto d'acqua,

drammatico come un Cristo

sotto i ponti,

 

Narciso che non fioristi

mai dal fuoco,

e non sapesti il nome

delle ninfe

che raccolsero Amore dai fiumi...

 

Narciso che non sei

e diluisci nel paesaggio mai vissuto

come binario bagnato, dipinto

da un pittore mai nato

 

e tuttavia lasci un'ombra

nel santuario delle mie arterie

che abitasti,

con la tetra follia di un condannato

alle lande glaciali,

che non possiede chiave

per fuggire di là

e muore con i morti della terra

come una macchia nella divinità.

 

Narciso,

che ora sei lì,

affondato in quel lago

che ti chiamò,

ma di cui mai

conoscerai il nome.

 

 

*

La regina delle nevi

Non so cosa andò storto;

il latte acido o mi prese

lo stomaco

e affondai come un motore

arrugginito,

a precipizio da un terreno fradicio

come un velluto sfondato.

 

Fuori, gocce di neve,

germogli marciti su scogli

aguzzi come la noia

o la fame insaziata

potente come un drago

che brucia i paesaggi.

 

La regina delle nevi

aveva artigli e faccia viola

quando il suo sangue imbrattò

le lenzuola martoriate,

come in un duello.

 

Oh regina, regina!!!

 

Caddi da lei come una bambola

rotta,

donna già fatta all'ombra dei teschi

di sogni spezzati,

profondi come le tombe

dei figli senza nome.

 

Mi sdoppiai su un lido di dolore;

con spietata chirurgia estirpai

un cadavere di donna

dal mio io spellato come i rovi d'inverno.

 

Fui l'avatar e il suo contrario,

il forcipe e la chiave nascosta

in qualche limbo intatto.

 

Lontana, la regina,

nelle sue guglie di ghiaccio;

senza neanche sangue

per spostare una nuvola.

 

*

Il sonno di Biancaneve

 

Dormi, cara

dormi che le stelle passano,

dormi mentre il vento respira

tra le dita degli alberi guardiani

 

Dormi nel tuo bel mondo intatto,

nella solitudine del tuo segreto,

di quel limpido splendore che scorgesti,

quando il tuo amore fece d'oro le spighe

 

Dormi

sotto le volte delle bufere,

oltre la casa soffocata di fumo

che spezzò i fianchi alle tue stelle azzurre.

 

Dormi,

sulla preghiera scritta sulla conchiglia

in cui nascondesti la tua lacrima di seta

 

Dormi e sogna

il tuo giardino di rose,

il pilastro della scala lucente

che tante volte ti indicò l'uscita

dal tuo labirinto di spine.

 

Dormi

e resta con le estati dal sapore di sale,

fuor dalle vanghe crudeli

che insanguinarono i tuoi cieli di cobalto.

 

Dormi

e scorda

la finta acqua battesimale

che ti spense ancor prima

che tu potessi fiorire

come fuoco

 

Dormi sulle parole interrotte

della tua musica spezzata

 

Dormi

e vedrai la piuma

il quarzo rosa

incoronarti ancora,

quando ti sveglierai

 

e non sarai più stanca.

 

 

 

 

 

 

*

Eppure mai

 

Stavamo là

dove la baita mugghiava,

forte dei nostri inferni

 

io e te

 

nella tumultuosa elegia

della carne,

uliveti ardenti

a ricevere l'unzione...

 

Eppure mai ti dissi

'simile',

ma continuai a lasciar

traspirare i cieli

sulla ferita inferta

dal tuo pugnale;

 

colombe più bianche

corolle più piene

per il limpido trastullo

delle mie libellule d'oro.

*

Dove sono?

Dove sono?

Mi sono persa...

 

Persa in un ricordo d'alba,

cucita appena sul cuore

appena

l'attimo di evaporare

inconsistente

come

capricciosa nuvola...

 

Dove sono?

Il dolore è un rombo,

rombo di tuono sottopelle

scrosciante temporali inuditi.

 

Dove sono?

Persi i vecchi ritratti in bianco

e nero,

gli ovali perfetti

l'incarnato holliwoodiano...

 

La rabbia nel collo

come un assassino,

vomito

le mie parole perse

come tante stelle abbattute

dal tradimento e dalla banalità.

 

Soffia la cima tempestosa

nella foresta scura

di una notte lunga

come gli addii

che incisero varchi nel cuore.

 

Dove sono?

Aggrappata a un dipinto,

a ruderi che hanno il pane

della poesia

quello

che i corvi mi soffiarono via

con l'innocenza

mentre l'aratro delle idee

cancellava i miei passi

 

annullava

i sorrisi,

spaccandomi i denti.

 

Dove sono?

 

In nessun posto

o forse qui

a stendere l'ordito

di quel che resta

di me.

*

L’uomo di strada

 

Puzzi come una carogna

mentre, con unte mani,

porti alla bocca il tuo pane,

sporco di strada.

 

Soffiarono impetuosi venti,

grandine rossa ti oscurò il cuore,

prima di ritrovare l'ordito.

 

Ora, tra i campanacci

e le severe meridiane

osservi

e intanto sei dove volevi;

sotto le sottane bagnate

di dio.

 

*

Joel

Gli occhi bassi,

laminanti il vetro

di un dolore abissale

 

così, l'antico nome

che Joel aveva nei caratteri

rovesciò sulle strade,

senza nome.

 

Ma tu, dal lembo

più puro dello scarto

ruggente

traesti il dado.

 

Scacco matto!”

 

 

*

L’uomo della civiltà

Nei caffè confusi

dai deodoranti del mattino,

oppiacei dell'eterna inquietudine

che intasa i risvegli,

 

l'uomo della civiltà

cerca il piacere,

sorvegliato dalla città

di cemento

che para la crosta di quel 'male'

 

che abita le foreste fonde

e i torrenti anarchici del cuore

oscuro come le gole

nate dai terremoti che penetrano

i fianchi del mondo.

 

Goffo, appesantito

nel pastrano rattoppato

delle sue ovvie presunzioni

e delle mille sensate precauzioni,

con scampoli di sogni in poliestere

nelle tasche sdrucite,

l'uomo gira in tondo

tra le aiuole ben tosate

della città lungodegente

 

e mette lenti scure

per nascondere

l'immenso deserto

che gli consuma i giorni

col cuore.

 

 

*

Per il mio compleanno

Ecco il giorno,

il giorno delle farfalle

bianche, il giorno

delle farfalle fiorenti.

 

Ho messo l'abito

da sposa

e sto aspettando

il raggio sul sagrato

di una speranza verde.

 

Ha piovuto anche stanotte

e inquieti i succubi han danzato

la loro danza macabra.

 

Ho atteso.

 

Muta come una montagna,

gelata tra gli uragani

di nebbiosi pensieri,

che scuotevano le fondamenta

del mio stare.

 

Ho visto cecchini morali

tra finestre d'ombra

e lenze affondate in stagni

appestati

e pecore al macello

guidate da santi assassini

divorati da serpi intestine

e incendi

e capanne divelte

e mostruose omertà

macchiare di sangue

il ventre della Madre

e abortire figli

tra le corsie di un supermercato.

 

Ho visto.

 

Soffiare ancora venti

sulla soglia

e animali fuggire

da foreste in fiamme

e torrenti straripare

e monti franare.

 

Ho atteso.

 

Nel silenzio della lunga notte.

Nel silenzio dei vivi.

Nel silenzio della carne ferita.

 

E oggi,

per il mio compleanno,

ricevo in dono dagli dei

una nuova fetta d'Olimpo.

*

L’amante nascosto

 

Sei da qualche parte?

Nelle mie unghie rotte?

Sai metto ancora il maglione

arancio

di un vecchio amante perduto.

 

Sei lì?

 

Sei sull'intarsio di 'Delitto e castigo'?

Nell'occhio onnivoro

che scavò una tomba

alla mia verginità?

 

Oh... So che ci sei...

Smetti di giocare a nascondino!

 

Tra un poco arriverà la carrozza

e dovrò uscire dal ballo in maschera,

per vestirmi ancora di pioggia.

 

Ma tu

toglierai la maschera

quando verrai a farti un drink

nella mia scarpa di cristallo?

*

La grande festa

 

Un'altra giovinezza

solcherà i confini del mondo;

cieli azzurri e lievi

come le rive in estate,

 

balconi di rose e di zafferano...

 

Un'altra colomba

sorvolerà

la terra emersa

dalla baia del pianto.

 

Chiamerà stormi di colombe

dal giardino delle Esperidi.

 

Sarà grande festa.

*

Signora triste

 

Signora triste,

a che pensi?

C'è un luogo dove dorme

il tuo buon cuore

sotto la pallida maschera

di cera?

 

Trascorsero i Natali

e i luna park

e tu ti perdesti nei sogni

di zucchero filato,

duranti un giro di giostra.

 

Signora triste,

impagliata nella tua sedia,

chi ti scucì il sorriso?

Chi ti torse l'ali?

 

Ma tu, immobile,

sembra che non ascolti,

poi chini un poco il capo

e il fiore rosso che trema

sul tuo cappellino scuro

dice

che tu non sai...

 

.Intanto una lacrima è scesa

sulla tua maschera di cera,

lasciando un solco.

 

*

L’attesa di Euridice

Oggi i cieli colano

un biancore di latte

e la mia carne siderale volteggia

in spazi arcani come la Bellezza

 

dove la limpida luna

si getta nelle tenebre

per trarne perle rosse.

 

E' ancora lì, la mia passione,

perla mai sfiorita

su cui i miei mille cavalli tuonanti

varcano il vento e bucano la terra

su cui mai tramonta il sole.

 

Lì vive l'amore del mio cuore

che nascose per me,

dal tempo delle origini,

l'oro dei capelli nelle spighe gronde

e ogni pensiero nell'erba vergine e nuova

e il cuore nell'edera rossa come i pampini in autunno.

 

Sta lì, il mio amato

ad aspettarmi dove mugghiano

le cime più aspre,

i pascoli dei monti sacri,

dove egli ha preparato il giaciglio

alla sua sposa,

 

dura come il legno

o il melograno che rubò a Proserpina

e forgiò con l'oro nero della notte.

 

Vado...

Togliendomi la sabbia del mondo,

volando sul tappeto di nuda poesia

spinto dal canto di Orfeo.

 

Euridice

sono qua, ad aspettare,

di bere con te

questo latte appena munto

che odora di noi.

*

Bambina

 

Bambina, sedevo sfasciata

sotto un sole

che non arrivava mai;

un sole di cenere,

bieco come gli schiaffi

sul muso

o le bastonate improvvise

 

o quelle corse

che finivano sempre in addii;

piogge incessanti

che cancellavano la mia immagine

come neve al sole.

 

Arrivò poi la poesia

a fiorire fiori insperati,

un'hallelujah tra i greti del cuore,

sui miei piccoli piedi bagnati

come passeri spaventati.

*

Ho vissuto

Ho vissuto

Portami lì, tra le alghe marcite,

nella baita secca e maledetta

piena di umido e di vermi striscianti

oleosi nel miasma della tua lussuria.

 

Così, diedi le perle ai porci

e il diadema cadde nel fango

e nessuna perla fu salva.

 

Espiavo il peccato originale

inalando il tuo fetore di carogna,

mentre sentivo che i rancidi 'mea culpa'

svenivano nelle onde giallastre

come uova marcite,

in cui, con te, mi trascinavo

 

e tuttavia – genio dell'arte!-

eressi al Minotauro un monumento

sublime

come i cieli più puri

quando annotta il vergine tramonto

e le acque chiare parlano le lingue

degli angeli

salvati, con demoni, nella loro sublime,

ambigua androginia!

 

Oh mistero della notte!

Mistero dell'amore che giaci

nelle profondità decomposte

del mondo!

 

E se il tuo puzzo

mi si attaccò addosso

fu solo perchè crollassero

gli ultimi recinti borghesi

coi loro idoli in putrefazione

tra gli aromi da obitorio

 

e presa dall'estasi e dallo spavento,

la mia anima, liberata, dicesse:

ho vissuto, ho vissuto, ho vissuto!

 

Onnivora e sazia come l'onda cangiante

ruggente sugli scogli come una madonna ebbra.

*

La notte nella valle

 

La notte è uno squarcio

che spaventa i passeri della mente,

mentre le luci nella valle

planano, tremanti sentinelle

nella fitta nebbiolina.

 

La terra allora trema di segreti

e l'Anima, grande selvaggia,

sbuca coi suoi fauni rossi,

aggrovigliati alle radici dei rovi

e delle querce,

nell'aria umida e ambigua.

 

Unica certezza una casa

lassù, in collina;

faro rassicurante e remoto

tra i latrati che squarciano l'aria,

come ferite.

*

Quel che resta di te

 

Luci

e tu non ci sei,

smarrito negli occhi liquidi,

nella barba affilata

che mi punge il cuore.

 

Che te ne fai,

ora che hai morso

la sacra mantide

che tuttavia sanguinava il tango

dal tuo cuore sottovuoto?

 

Ora che hai ucciso

il gallo scarlatto

per due pompini da sagrestia?

 

Oh, terribile

il fuoco ferito dell'amore!

Un pugnale di ghiaccio,

implacabile,

che scortica i giorni,

fino al nervo d'acciaio!

 

Luci

mi tagliano al centro

non più del tuo suicidio,

fuor dalla divampante

eucarestia del mio amore.

 

Restano i tuoi occhi

ad olio, colanti,

la tua barba da mendico

e sangue

che non medica le piaghe.

*

Aria di rivoluzione

Il vecchio curato, ormai

impagliato sottobraccio a straniere,

contempla il ding dong

con sereno distacco,

come un santo beone,

mentre le cornacchie

han perso il piumaggio sul sagrato.

 

Anche i palazzi

hanno un poco vacillato

e la morte ha sussurrato

agli scheletri

una vecchia romanza

mai udita,

e quelli sono usciti nelle piazze

a ballare il rondò;

 

le piazze, grigie come pietre,

nude come scogli,

si son popolate come una movida!

 

E' il tempo è il tempo è il tempo

dicevano gli scheletri

battendo le falangi

con suono secco di nacchera

e i cannoni delle bombe, di lontano,

non riuscivano a frenare l'euforia.

 

Allora bambini han preso d'assedio

le scuole di cemento, come la Bastiglia,

e son tornati nei boschi ad ascoltare

le parole nascoste degli alberi

senza dirsi mai sazi del sapere

che solo vive in tutta quella linfa.

*

Destino

 

Nacqui già gravida

di grandi visioni

e scelsi la mia piccola casa

come un biscotto divino.

 

Selve, intorno,

e monti azzurri

dove i pensieri

partorivano l'indaco

e il rosa

coi tramonti, soffusi

da un'astrale nostalgia.

 

Misteri,

su cui indugiava

la tigre del cuore,

ammaliata da soavi e oscure

intimità.

 

Crebbi così,

spaiata da un comune destino,

coltivando il dolce ardore dei folli

nelle fughe,

nei tormenti del pensiero.

 

Il salice è ancora lì,

sotto la finestra

a rubare sogni alla luna

e a danzare al vento

l'infinito tremendo

che mi tiene il cuore.

*

Di lì

Mi manchi,

anche se potrebbe essere

una congettura

o un vizio

e tuttavia l'erba nuova

non cessa

di spargere il verde

nelle praterie sconnesse

che abiti,

col fauno e Pan,

geloso dio dei boschi.

 

Potrebbe essere rimasto,

fuori dalla folla urlante

negli inutili ingorghi

delle inutili merci,

un varco, uno strappo.

 

E' di lì

che il vento soffia il tuo ricordo

e questa volta

potrebbe essere una benedizione,

un amen!,

chissà...

 

*

Il ladro

 

Non so

quando si spense

la lampada di legno

sul comodino

che offriva alla stanza

una luce vasta e gialla.

 

Venne un ladro

e ancor prima

che fermentasse giorno,

gonfiò il cuore di paure

come un'arena.

 

Volò la lampada,

il dente da latte sul comodino;

volarono letti,

persino il tetto.

 

Non capii mai

chi aprii la finestra

in quella notte d'inverno.

*

Torneremo a danzare

Torneremo a danzare,

truccati di luci angeliche

come zingari divini.

 

Torneranno

le nostre dita a sfiorarsi,

fino alla genesi

delle nostre emozioni più pure.

 

Tornerà la platea

plaudente e franca

a vederci volare

nel firmamento

che nessuno ha visto mai

 

che noi conoscemmo

e di cui la nostra assenza

fu il varco necessario

verso infiniti più puri.

*

Facevamo l’amore

 

Facevamo l'amore

come nessuno fa più...

Facevamo l'amore con gli occhi,

coi movimenti delle ciglia,

dei pensieri appena intuiti,

lievi come libellule d'estate....

 

Facevamo l'amore

con le vene sulle mani,

che irrigavano millenni

di silenzi

solo

con un guizzo.

 

Facevamo l'amore nell'assenza

che non era mai assenza,

perchè l'album di vetro dell'aria

conserva ogni nostra memoria,

gesto, espressione, accordo

e disaccordo

 

e tu

non mi mancavi mai

anche quando

mi mancavi sempre.

 

Facevamo l'amore sempre

anche ora,

mentre tacciono le ore

e sembra

non esista

che questo silenzio

duro d'eternità.

 

*

Rimane il mare

 Cercare piccoli angoli di paradiso, i propri luoghi di pace e di ristoro, significa riuscire a vedere il mare sempre, anche in mezzo alle bombe della guerra e della violenza che assedia il mondo.  

 

Ecco questo piccolo paradiso;

lampade tra i gelsi,

sacchi di juta su vecchie panche

dove stendere sogni azzurri.

 

Ecco questo piccolo paradiso,

schermito dall'odio e dalla violenza,

dove turisti francesi intrecciano risate

come ceste di vimini attorno a un caffè.

 

Le foglie già s'imbarcano

verso lidi più lievi,

ma rimane il mare,

da questo piccolo paradiso.

 

Siamo già stati;

qui.

*

Non ti dissi addio

 

Non ti dissi addio,

che il tarlo mi aveva

già roso le parole,

coi denti mancanti.

 

Troppa umidità nella stanza,

dove mia madre teneva

il suo sacchetto di azzimi

sotto litri di polvere.

 

Non ti dissi addio;

non ti dissi

la mia verità

mentre mi trafiggevi gli istanti

come il sole su antico mosaico:

 

ero io, anche

l'antico mosaico

rotta decomposta

già trasudante

dalle bianche mani

del Calvario lo scarlatto.

 

Non ti dissi addio,

ma salii

in ginocchio,

tra sassi e chiodi

in cima

 

solo

 

per scorgerti;

 

ancora.

*

Vieni

Vieni,

stiamocene qui, stasera,

in questa piccola stanza,

in questa tiepida serata

che rifugge l'orrore della guerra!

 

Vieni,

riprendiamo la fiaba interrotta,

mentre me ne sto

indolente come un gatto,

avvinta al tuo petto

come a un destino.

 

Oppure chiamiamo

la regina delle nevi,

rendiamole le rose,

rifiorite dal canto della luna.

 

Vieni,

perchè tra queste lenzuola

siamo fragili come bambini

e possiamo rifare il mondo...

 

in una notte,

possiamo svanire...

 

o diventare lucciole

nel vasto oceano dell'Immensità.

*

In te

 

Desidero vederti

in questa chiara mattina

di ruggine,

tra i rumori sensati

e i sorrisi remoti nei caffè,

orfani di linfa.

 

Desidero immaginare

la tua pallida bocca,

le guance scavate

venire a me come un'epifania

bagnata dall'oro del tuo avvento.

 

Perchè nella monotonia

di questa ossessione d'amore

mi svuoto d'orpelli come un cipresso

e solo in te, in te, in te

la mia nuda carne

trova il suo approdo,

la sua casa

le sue ossa

 

la sua verità.

*

Non ti dissi ’torna

 

Non ti dissi 'torna',

che gli avi nomadi,

mia grande fortuna,

già chiusero gli steccati

dove, con le oche

e gli animali benedetti,

sorride ancora Innocenza.

 

Non ti dissi 'torna'

che il tuo pesante passo

mai contendere potrà

con l'insostenibile leggerezza dell'erba

che spande nel cuore

un canto arcano e verginale.

 

Non ti dissi 'torna',

ma pregai il passero

perchè m'insegnasse

il segreto della semplicità

che dà ali alla vita.

 

Il Graal è versato,

profanato dalla tua ignoranza,

ma il mio sogno

è ancor più limpido dell'acqua,

ruggente come il Fuoco

che tu non comprendesti,

non rubasti,

perdendo l'Immortalità.

 

Perciò ti dissi:

'Va

e impara a vivere,

se puoi'.

 

Fu poi la carità

a darmi scettro,

corona

e ali.

 

*

Il nuovo sole

Ecco il nuovo sole

che penetra le piaghe

e dalla foresta salva

la sua bambina abbandonata.

 

Il lupo aveva fauci cariate;

il lupo era un abbaglio.

 

La principessa ha note di diamante

ora, tra i capelli

e vola sulle sue lacrime,

tramutate in tante stelle del mattino.

*

Solo il fiume

 

Solo il fiume

Quando il cielo sarà chiaro

come fotografie d'estate

 

e il corpo vitreo

non avrà più buchi neri

e il cattivo e lo stupido

non feriranno più

la membrana del sentire,

 

il vuoto dei paesaggi deserti

sarà musica d'arpa;

 

torneranno le api

dal miele d'oro

e nuova, la terra,

germoglierà altari

senza più spine

né Cristi crocifissi.

 

Solo il fiume scorrerà

col suo letto d'istanti

di rose magnifiche e folli.

*

Lucciola errante

 

Liberami, liberami, liberami,

così mi chiedeva Madama Poesia;

sono stanca, toglimi

dalle bare ingessate!

 

Mi vidi vagare

tra relitti funerari

di aule e laboratori,

rigida come la morte

 

e caracollare

tra gli scheletri ghignanti

in una palude di razionalità.

 

Ora

ho le ciabatte della nonna,

ma entro nelle crepe

più umide e oscure

dove cresce una muffa rossa

illuminata da un sole diverso

di lucciola errante.

*

Attraversamento

 

Camminavo nelle strade

deserte della Lunigiana

con la mia torcia, sola,

a illuminare il mistero

che dalle cime cadeva

sulla notte ammantata

di stelle.

 

Cullata dai venti,

da tenui latrati,

indovinavo gli stretti

passaggi,

assai più dolci

dei tormentati giorni

nel tempestoso mare

che mi domandava l'innocenza

come pegno della verità.

 

Resto su quel ponte,

sulla soglia liminare

a cui la nostalgia corrose

i chiavistelli,

 

a domandarmi

la differenza

tra oblio

e rischio di naufragio...

 

Ma una stella

ha già scritto il mio passo

su un cielo di carta.

*

Innocenza perduta

 

Disillusi poi ci aggirammo

tra questi ampi tronchi;

nell'aria muschiata

non una carità di lembo

di seta

a frenare l'emorragia.

 

All'arena consegnammo

le ultime vene,

il sale,

il sangue ancora acerbo

di illusioni.

 

Vincenti,

ci aggiudicammo il premio

lucidità

come un trofeo di bronzo

in cambio del Graal

che, incauti, versammo

sulla fiaba bambina

che dava anima al mondo,

con l'innocenza del nostro amore

 

*

Un pomeriggio, in città

 

Quattro colombi, nobili guardiani,

sostano accanto a una panchina di dolore.

 

Alcuni incedono, guardinghi

tra foglie di platani

aperte come mani

nel meriggio surreale.

 

Radi, i rumori delle auto

cullano le imposte di legno

chiuse nei segreti

come monache in clausura

su una zuppa di un dio di latte.

 

Nella piazza le foglie perse

disegnano sciarade

sotto colate di cielo.

 

 

*

Dopo ogni pioggia

 

Il cielo ha sgranato

il suo rosario d'acqua

sui campi celebranti

la pesca miracolosa.

 

L'aria è una coperta azzurra;

da ulivi danzanti

s'eleva un alleluia

di legno e di terra.

 

Come spiga nuova

rinasce

la stupida illusione

che fece bianchi i denti

e fresche le pupille

di ignara gioventù.

 

Il mondo è nuovo

dopo ogni pioggia.

 

 

 

*

Immortalità

 

Un bacio,

dammene ancora,

non senti

quanto è futile la vita?

Quanto futili gli imperi?

 

Non ho altra lingua

che il fuoco

e i torrenti impetuosi

che l'ardore fece d'edera,

per arrampicarmi ai tuoi colli.

 

Perchè, fusa,

la nostra carne crea imperi

più alti dell'argilla

e i tuoi baci sono ponti

dove salpa l'Immortale.

 

E noi,

come naufraghi ebbri,

tra flutti e marosi

percorriamo, furenti,

la caligine dei sensi

nella nostra caccia al cinghiale,

 

finchè il miele non lo strema

e ce n'è ancora

e poi ancora

 

e lo Stige

e l'Elicona

non fanno più paura.

*

La pietra

 

Ti diedi una pietra

un giorno, dissi:

è un cuore,

ma decidi tu

se è un cuore di pietra

o una pietra sul cuore”.

 

La prendesti

come un amuleto

quasi proibito,

la infilasti nel marsupio

 

dimenticandola,

forse,

io che la colsi

nello Stige del furore

della gelosia d'amore

per battezzarla nel Lete

del mio cuore di pioggia.

 

Anch'io la dimenticai,

quando l'antica gloria

di un'alta natura

mi costrinse a voltare il passo.

 

Ma un pomeriggio

nel mio triste giardino

vidi l'agave sanguinare

fino in fondo al suo grosso

                         corpo verde.

 

La pietra stava là,

palpitante come il cuore

di un uccello ferito

a cui un mago malvagio

abbia reciso le ali.

*

Solo il solco

 

Siamo due stronzi,

avevi ragione.

 

Due stronzi

che si amavano

odiandosi,

che si odiavano

amandosi.

 

Nessuna verità,

oltre le nostre

contorte zolle

di carne.

 

Nessuna misericordia,

quando il vento

passò il rastrello.

 

Solo il solco

rimase

a sanguinare;

 

dal costato.

*

Il nervo della rosa

 

La stanza è inerte,

senza te,

sparso tra i ritratti,

le mie collane,

come un souvenir.

 

Resta la statua

di un dio invisibile,

fiera come l'argilla

o un presentimento

 

o il silenzio

quello

che osò scoprire

il nervo

della rosa.

*

Ancora Te Deum

 

Un passo dopo l'altro,

la rotaia non ha fretta

nel suo falsificare tragitti.

 

Restano panni appesi

sul balcone,

il sole sciolto

sulle corrose carni.

 

Da spume di mari lontani

arriva odore di mattanza.

 

Gli stessi, i cieli proibiti

sopra i Cristi compressi

negli ostensori.

 

Ancora 'Te deum'

rallentano il sangue

nelle vene.

*

La nostra poesia

 

La nostra poesia

non aveva parole,

pagine, capitoli,

occhiali da lettura.

 

Come pioggia sonante

nasceva da un formicaio,

dai nodi sulle mani,

dagli aghi di pino,

 

dalle squame sull'anima

che, repentine,

diluivano in volteggio

per lasciare

 

al nulla del mondo,

la sua vergine

bolla

di stupore.

*

Tra le tue braccia

 

Tra le tue braccia

svernava l'Olimpo

con tutti i Titani.

 

Pioggia nuova,

dai pori,

tappava i buchi

nella carne.

 

Non avevo scampo,

tra le tue braccia,

non mi restò

che naufragare.

 

 

*

Per vestirmi di te

Per vestirmi di te

ho dovuto

svestirmi del mondo.

 

Oggi

indosso il saio

e il cilicio

sono i tuoi occhi

di ruvida spuma

 

che mi trafiggono,

dentro,

d'una purezza di fango.

*

Rimase il vetro

Eravamo stolti,

ma falsi mai.

 

Il problema erano

i vetri sul cuore,

non le schegge,

ma quelli infrangibili;

 

serre,

dove morivano i tanti fiori.

 

E mai ne vidi di più belli.

 

Ma sul tuo cuore c'era calcare,

troppa pietra ferita

 

e falene

che mai videro sole.

 

Ti offrii in olocausto

la mia carne spezzata,

come una salvezza

 

ma rimase il vetro,

dannatamente a sfregare

sulla roccia.

 

Dio!!!!

 

Perchè non uscì

nemmeno sangue!!!

*

Ifigenia

 

Spacco il legno,

come vetro;

ho schegge nei pugni

che colano un sangue caldo...

 

Spacco il vetro

che la morale imbiancò

sopra gli abusi del potere.

 

Ho il ghigno di un demonio;

signori, permettetemi

di disturbare il vostro santo sonno!

 

Sono un mostro,

sono quella

che il mondo ha fatto di me,

strappandomi carne dall'anima.

 

Non vi piace lo spettacolo?

 

Perdonami, mammina cara,

se non ho la gonnarosatuttebalze

e se sul colletto a centrino

c'è muco e sangue e flemma

del mio vomito sul mondo.

 

Sono la follia

che s'incarnò nella crudeltà

di chi tentò di tramutarmi

in cannuccia di plastica.

 

C'è un cielo spettrale,

dietro me,

lo stesso cielo di ghiaccio

contro cui, bambina,

piangevo senza lacrime.

 

Avevo pallottole scariche

nella pistola giocattolo,

perchè qualcuno le aveva già usate

per uccidere me.

 

E perdonatemi

se non sono educata

e sbrodolo sul vostro mondo schiavo;

non ho più comprato gonnetuttebalze

e orribili giacche con colletti a centrino.

 

Ho il dolore, ora, come amico

da cui traggo una pasta nuova:

Perseo.

 

Lo sto facendo d'etere e stelle.

 

Fuori dal vetro,

solo il cielo infinito.

*

La nuova casa

 

Dall'azzurra finestra

contemplo i fiori dalle polpe

                                        rosse,

il vento bacia le corolle

ebbre di luce nuova.

 

Questa è la mia nuova casa:

massiccia sta su su travi pesanti,

adagiata su un letto di papaveri,

scudo contro le iene all'assalto del cuore.

 

Ho lasciato fantasmi, tra le macerie,

avvinti dalle loro stesse catene

e un canto sigilla il mio ritorno...

 

Il fiume che qui scorre

trasmuta il fango nel grano

di una vita nuova;

 

canta, nei pori

con le rondini

che mi prestano le ali.

 

Oggi sono nata,

qui.

*

Il leone

C'è un leone, nel mio cuore,

che ruggisce senza tregua.

 

Crinera d'oro e fiamma,

il leone ruggisce,

il leone mi chiama.

 

Allontanatevi da me,

spiriti fiacchi e indolenti,

voi irritate il mio leone!

 

Come può un leone

trasformarsi in trastullo

per prevedibili agnelli?

 

Il mio leone avanza fiero

nelle sterminate foreste dell'anima;

solo egli ama

la caccia

e il bagliore ardente;

 

perchè è specchio del sole,

il mio leone,

la polvere non può scalfirlo,

né la tormenta arrestarlo.

 

Dalle vette chiama

e gli rispondono gli alberi

e gli animali

e gli risponde il vento e il mare

 

e questo gli basta

sì, questo gli basta,

perchè è re del mio cuore,

il mio leone.

*

Il viaggio

 

Fendetti la bianca spuma

con la spada del mio nome.

 

Strappai il cordone a morsi,

fuori dal nero Graal,

io e il serpente.

 

Fuori,

a conquistarmi l'ossa

sul pietrisco

in una emorragia di giorni

e di sconnesse estati;

 

rifiutando latte acido

e sdrucciolevoli compassioni,

dissolsi menhir di ghiaccio

conficcati come Croci nel cuore;

 

e liberando il Cristo dalla pietra

sciolsi

l'antica maledizione

e andai,

 

cercando Danae,

Andromeda,

Medusa;

 

cercando me.

*

La mia follia

 

Un'insegna scrostata

buca

il solito motivetto

d'allegra brigata

nella cornice di plastica

di un lindo bar.

 

Monete di vuoti

stanno appese

nell'aria di elio.

 

La mia follia

beve la crepa,

sospesa

sulla tazza di un ginseng.

*

Da bambina

 

Da bambina

mi vidi morire, galleggiare

in una vasca senz'acqua

 

e non lo dissi

a nessuno, per timore

di svegliare il prete

che dormiva di sotto,

perchè io no,

non volevo

l'estrema unzione.

 

E così tra il popolo

delle galline fiere

come galli cedroni

tenni nascosta

la mia bambina

sotto montagne di noccioline

e le comprai un gatto,

che suo padre accoppò

con un colpo secco.

 

E la bambina dimenticò

i nomi delle cose

e credette che la sua vita

fosse

la sua bara di ceramica secca.

 

E poi, improvviso, lo sparo

-bum!

le disse del tempo

e lei riempì la vasca da bagno

con le sue lacrime

nere, nere, nere.

*

Una mattina di fine estate

Memorie strane

palpitavano nell'aria,

spettinate come foglie

di dracene;

 

spezzoni di vita contadina

e di amori infranti

s'aggrumavano

nell'aria rassegnata

di fine estate.

 

L'incertezza s'assembrava

nelle ossa come un vuoto

o un morto.

 

Intanto il turchese

diluiva i lutti familiari,

 

facendomi ombra densa

di sospetto

o forse solo

fuliggine tra gli alberi

escoriata

dalla fantasia di un d'io.

*

Ancora vengo a cercarti

Scola neve

il paesaggio d'estate.

 

Scolla le ossa delle case

dallo loro sedentarietà

di tufo.

 

Ho aperto i cancelli

per cercarti

nella siepe antica.

 

Le acque come allora.

Fragorose come pianti inaciditi.

 

Ancora vengo

a divorarti con la notte,

 

a cercarti

coi resti

della mia carne di cadavere

dimenticata.

*

Addii

 

Mi son strappata l'Anima

a pezzi,

 

Ogni addio uno squarcio,

ogni addio ghiaccio

sulla carne appesa.

 

Dove sono i miei bambini?

Dove sei tu

che mi parlavi la lingua bianca

del gelsomino?

 

E' passato il treno,

il treno di ferro,

il treno di ruggine

 

e l'Anima è finita

sulle rotaie;

è lei che inventa nenie

per chi parte

e non sa

se potrà tornare.

*

Il mio tempo

 

Sono già lì,

tra i marmi splendenti

le nuvole barocche,

le strade azzurre

 

eppure naufrago

in questo torpore,

più terribile dacchè

il tuo fuoco mi fece ali

e portò l'acqua alla foce

di questa caravella bizzarra,

pestata a pugni senza un perchè.

 

Oh Sibilla,

oh amante,

oh daimon,

lascia che io posi

le pietre grigie,

la nefasta eredità di Mara,

sul greto dei non vedenti

 

perchè, ora,

è giunto il mio tempo

 

ed io con te voglio danzare,

ed io con te voglio volare.

*

Quaggiù

 

Quaggiù

piangono i bambini;

han piedini sporchi,

il moccio fino al piccolo,

caldo petto.

 

Quaggiù

bruciano le nevi,

come le illusioni,

come i verdi velluti delle foglie

crocefisse dagli inverni.

 

Quaggiù

piange un dio

dal cuore di albero.

 

 

*

Due amanti al bar

Scrivere poesie all'aperto è un'esperienza visionaria di qualità diversa, rispetto allo scrivere 'chiusi in casa'. Un poeta sa bene che anche quest'ultima espressione non è esatta, appunto perchè il poeta, come lo sciamano, non è mai 'chiuso' in nessun luogo. Però, in Natura (anche la città, in fondo, è Natura) è davvero un'altra esperienza...

 

D'argento la luna sul petto.

 

La torta addentata

su una barca d'argento.

 

Tintinnano movenze

di verdi pensieri.

Impresse

su un tovagliolo di neve.

*

Mi dicesti, ’Vieni’

Mi dicesti, 'Vieni'.

 

Temetti le rose più rosse,

le rose rosse come il sangue,

le rosse rosse come l'oro

 

il nero

a gualcire la corona,

grondante come le notti

senza luna.

 

Mi dicesti vieni,

 

temetti il tuo odore di sandalo,

i tuoi respiri impressi, mischiati

al tuo odore di uomo.

 

Mi dicesti: danza;

il tuo corpo era troppo,

quasi senza giunture

m'avvolgeva

in uno sconosciuto bagno d'estasi;

 

fuoco

ogni tuo passo,

movimento,

respiro,

ogni tuo pensiero colmo

di desiderio, straripante

come un calice pieno.

 

Ancora osservo le rose

sulla tua finestra;

ora sono bianche

come un bagno d'aurora...

 

Ti prego chiamami,

chiamami ancora,

perchè questa volta,

verrò.

*

Da soli turgidi da Resilienza

La nostra è una società che sta crollando con tutti i suoi muri di cartongesso. E allora corre, afferra quello che può, sempre più violenta, indifferente, cieca. Vuota. E' una società che si trascina dietro le sue macerie e i suoi morti con lo stoicismo di una mucca da pascolo che veda crollare il mondo, ma pensa solo a brucare la sua erba.
Non ci credo che ci siano ancora cattedre nelle scuole, istituzioni inumane come le carceri, 'rifiuti umani' accasciati tra i palazzoni delle metropoli. C'è chi continua a lagnarsi, a 'pretendere' che la società gli dia 'il suo'. Ma la società non è fatta per elargire premi. La società si fonda sulla paura degli uomini e sulla loro conseguente sottomissione alle regole stabilite dal sistema. La società decide cosa ti deve piacere, come ti devi vestire, cosa devi consumare (possibilmente tutto quello che è possibile), come ti devi 'sfogare', quanto devi dormire o quando 'andare in ferie', a cosa devi ambire. La società fa in modo di creare persone 'devianti' perchè ne ha bisogno per sostenere il suo apparato giuridico. La società approva la somministrazione di cibi tossici, di cui il mercato è saturo, perchè questo significa tenere in piedi il sistema sanitario. La società o meglio, il sistema che regge la società, ha bisogno di sudditi. E la morale è il grande strumento attraverso il quale attua i suoi propositi.
Resilienza è la storia poetica di una ribellione. Una ribellione che non passa attraverso rivolte in piazza (anche quelle funzionali al sistema), ma attraverso l'ascolto dell'anima, attraverso la rivoluzione silenziosa della coscienza che diviene desiderio di donare nuove visioni. Ricerca della voce più autentica. Missione dell'anima. Perchè l'Anima individuale è unicamente a servizio dell'Anima del Mondo. Della Natura. E non lo fa aspettandosi il plauso di improvvisate giurie. Lo fa in silenzio. Facendosi parola che traduce il suono della Madre, da cui ogni cosa origina e deve tornare.
 
Da soli turgidi
Sentire, nudo, il giorno.
 
Il sole falcia le strade
tra occhi annegati,
accasciati nelle retrovie.
 
Occhi iniettati di sangue.
 
Sputare il marcio mille volte,
senza espellerlo mai.
 
Il ferro della metro
sferraglia nel midollo
di una pesantezza che uccide.
Lenta.
Si mescola ai fiati.
 
Eppure c'è colore,
nel giorno.
 
Da soli turgidi
calano colombe
sullo sfacelo di un mondo
dannato di potere,
 
dicono
 
la pace è dentro te.
Annalisa Scialpi

*

Bellezza

Cosa avevi di tanto speciale?

Il naso, il muscolo, la spalla?

Il passo?

 

Forse era questa

la semplice bellezza

che trasudava dai tuoi pori;

 

essere irreale,

come fiore d'eternità.

*

Una mattina al bar

Il giallo mi turba,
oggi,
come la noia,
vecchia strega
nuda d'asfalti.
 
Cade il corpo,
simulacro di carne.
 
Il Caos primordiale
ha sapore di lattine agli angoli
e fiumi di piscio
e cicche nelle piante.
 
La gioia è provvisoria
come uno sbuffo di calce
e le chiacchiere inutili
lasciano, tuttavia,
un aroma nel vento;
 
scoprono la luce
di altri ventricoli lunari.
 

*

Se pure la rabbia muore

 

Se pure la rabbia muore

che ci resterà?

 

In tondo girano le anatre,

sgrullano cattivi pensieri.

 

Un piccione caga

sul monumento dei caduti.

 

Il sole è una spada;

dove prima pascolavano

pecore chete

ora si trascinano i morti

col carrello della spesa

e i sorrisi candeggiati.

 

Anche il prete ha smesso

di farsi le seghe

e la vecchia chiesa se ne

sta, nuda

come una sposa storta.

*

Trionfo

Ho lasciato la rabbia

su un teschio, vuoto

di perchè.

 

Nessuno a trainarmi cicatrici

oltre il mio mare.

 

La porta era lì,

semprevergine di fuoco,

nel desiderio irto, scosceso

 

che tinge sulla bocca

del trionfo, il sale.

*

Ti dissi mio

 Il Caos si fece fermo.

Scintillarono le Esperidi.

Nell'abbaglio dei tuoi occhi

di sodalite

ti dissi mio.

 

E non per vizio

che già, il sole,

tagliato aveva

le mie reti.

 

Ti dissi mio

ma non volli immaginare

bare di pareti

e cappi d'abbracci.

 

Ti dissi mio

nella lingua del mare

che lambisce,

necessaria,

la conchiglia della bruma.

 

In silenzio,

ti dissi mio

perchè tu

potessi tornare.

*

Hybris

Volli darti gambe

braccia

cuore

di carne

e non come Geppetto

 

e Demetra ferita, vagai

senza fuochi d'accendere,

Madonna nera

più nera della notte nera,

tra pensieri vaganti come

emorragie

e carrozze vuote

e cavalli che ormai

non trainano più.

 

Cercai di tingerti le guance

col rosso d'uovo del sole,

ma i raggi, violenti,

trafissero la mia hybris

 

trafissero

l'inesperta mia carne annegata

nel tuo cadavere vuoto.

*

Improvviso

 

Come cosa lasciata

improvviso

riaffiori,

 

banchetto azzimo

e sazio

di gelsi proibiti.

 

Una volpe spia

da un cesto;

sulla bocca il sangue

di melagrana mancata.

*

Indugiando invano

Ieri ero in giro

tra casette belle come presepi;

ringhiere lucido vernice

rossa come i tulipani

o le promesse delle fate buone.

 

Ecco, ora metto un vestito

bianco, rosso, nero

per rubare ai villeggianti

un po' di frescura estiva

o di decorosa indulgenza,

tra i carretti delle angurie

e le tabaccherie coi souvenir.

 

Incauta...

 

La morte ringhiava

dietro l'angolo,

appena a un passo dalla svolta...

 

Anche oggi ho perso un lobo,

un occhio, una lisca,

anche oggi ho regalato un osso

al mio amante

nero nero nero

che sgretola ogni fiaba

con le sue chele da violinista.

*

Opaca luna

Il tempo oggi ha slargato

le sue redini di misericordia
sui cactus; sulle aloe
torturate dal sole;
sulle primule avvizzite
sotto i suoi capricci:

Io siedo inerte come una sposa

nello stupore verginale

della casa e i suoi ammennicoli,

ammaliata dal tic-tac dell'orologio,

buon compagno degli operosi

e degli uomini d'affari.

 

Ma 'è un ragno

che sporca la tappezzeria

con la sua pallina di sterco

e nonostante il voto di verginità

della mobilia quasi ancora

avvolta nel cellophane,

 

lascia una scia di spavento e di orrore;

improvvisamente fa saltare pagliacci

macabri

da scatole immaginarie

e rende ridicolo il fallace candore,

vano il vento dell'oblio!

 

Il dio dell'oggettività delle cose

striscia nudo in cantina

coi suoi uncini, le costole rotte,

 

e a me non resta che danzare,

ancora,

la mia macabra danza sotto

questa luna opaca che, tuttavia,

sbiancaglia riflessi d'oro

oltre la vana fuga

che gli altri chiamano vita.

*

Baratto

 

Ho immolato i miei denti

per un quartino 00.

 

Il dente del giudizio

mi fa male,

dice che non c'è niente

da imparare.

 

I molari barcollanti

come Madonne in processione...

 

Ossigeno, ossigeno, ossigeno!

 

Quelli della congrega

mi spiano dalle teche d'osso,

dicono

che ho ballato troppo stanotte

coi miei denti;

 

li avevo immolati

per un quartino di buone maniere

e di buona educazione

ed ora che questa torrida estate

brucia registri e galatei

 

anche i miei denti

han preso a ballare,

anche i miei denti

han preso a ballare.

 

*

Sconosciuta luna

Che fai lì, sconosciuta e sola,

dolce luna?

 

Quanti tra coloro

che ti dipinsero in tele

o tra i versi

compresero il tuo esilio?

 

O forse sei una dea

gelida e indifferente

e il tuo bagliore

solo un ornamento,

per questa umanità

distratta?

 

 Dove sono le tue fiabe?

 

In che punto

del tuo argenteo ventre

nascondi i sogni

degli amanti dispersi?

 

Ma tu non rispondi

e in questa notte taci

e pure il tuo alone

di mistero

sembra fuggito via.

 

Forse gli uomini

non t'invocano più

e tu resti lì

come un'inutile scala

di luce

nel vasto e muto cielo.

*

Lo scorpione

 

Ti scoperesti il mondo intero,

pur di tener ben sepolto,

nel fango, tuo eletto tutore,

il dolore

che strazia coi tuoi crimini la notte.

 

E tuttavia i piaceri furtivi

che spiasti con la coda dell'occhio

ingordo,

-coda caprina della tua miseria-,

sputtanavano il nero abisso,

il verme torturato dalla sete.

 

Invidio le pietà di marmo,

le pietà dal volto cheto

e le mammelle innocenti,

perchè m'unsi di veleno

quando tentai di amarti,

non sapevo

di allattare uno scorpione

nella fossa.

*

Vuoto

 

A volte spio

le case avvolte

nella luce cilestrina

della sera.

 

Le invidiavo, un tempo,

immaginando respiri caldi,

un non so che di intimità.

 

Ora mi sembrano

scatole di nude illusioni,

 

vuote come la mia testa,

affissa nel vuoto

di una notte infinita.

 

*

Lo strappo

Fa caldo.

L'armadio sbuffa

sudori oppiacei.

 

E tu,

magro come un moribondo,

emergi dall'anta

nella tua verde agonia.

 

Il bosco, ieri, era tranquillo,

quasi un giardino

o un anonimo floreale.

 

Fu lo strappo

a disegnarmi dentro selve,

a marchiar di fiamma viva

questo legno meridionale.

*

Punto d’origine

 Incontrarti,

dove finisce il confine tra i mondi;

purezza di cristallo,

i tuoi occhi parlano

la lingua del diamante.

 

Generammo il figlio

dalla notte.

 

Generammo il figlio dai silenziosi

controsensi

nei quali restammo

in rivoltosa preghiera

solo

col lume della fede.

 

E ora i nostri amplessi

sono l'accordo,

il punto d'origine

da cui derisi, risalimmo

le aspre scogliere dell'essere.

*

Oro

Quando diventerai reale

soffierò sui tuoi fantasmi

ed essi voleranno come farfalle.

 

Ogni farfalla

un desiderio bianco,

ogni farfalla

una promessa di neve.

 

Quando diventerai reale
lascerai la tua statua
                   pesante
di parole non dette;

e semplice vaso, tramuterai
le perle delle lacrime
mai piante
in oro,
come la pioggia di un dio.

Perchè questo saremo,

amor mio,

quando diventerai reale;

 

oro.

*

Mille anni

Mille anni

 

Mille anni a cercarti,

immobile sullo stelo

come una fata ostinata.

 

Mille anni

a sanguinare linfa verde

e piangere lacrime esangui.

 

Mille anni

di silenzio degli dei.

 

A chiamarti senza voce,

a chiamarti col silenzio.

 

Mille anni

e poi mille, ancora,

a germogliarti nell'invisibile,

 

tu che sempre vivi

 

fuori

 

e dentro me.

*

Dall’altro confine

 

La sabbia, oggi, ha nascosto

il mio grido;

lontano, tacciono i marosi.

 

Mi ricorda la pioggia

l'azzurro mite,

la ruggine delle troppe assenze

sfiorite con gli oleandri d'estate.

 

Domani parlerò al sole,

allargherò le maglie al giorno

come reti

e porterò canestri di pesci nuovi...

 

Dall'altro confine ancorerò

ancora radici,

fiorendo canzoni d'acqua.

*

Fermo immagine

Come in un fermo immagine

Zeus ci divise:

tu, mia vena

io, tuo sangue e fiamma...

 

Fermo immagine

tu

rimanesti a due passi

dalla porta

col tuo pane duro.

 

Fermo immagine

ereditai da mia nonna

la paresi per amore.

 

Il mondo si dilatò

fuori dal mio controllo

come nuda corsia d'ospedale.

 

Fermo, il mare,

 

Ferme, le estati.

 

Fermo, il grido.

 

Fermo immagine,

se non fosse per le dita

che ti infilai dentro

prima che il mondo

mi strappasse il cuore

 

e ti strappasse il tempo,

per tornare.

*

Sogno

Stamattina avvertivo una grande pesantezza. Mi sono ricordata che la vita è sogno, pura apparizione. Gioco delle immagini che svaniscono l'una nell'altra... Sentivo Orfeo cercarmi nell'Ade. Ed ero anche Psiche nel regno di Proserpina, alla ricerca dell'unguento dell'eterna gioventù... Ah, l'unguento.... L'unguento capace di riparare le ferite dell'anima, di sciogliere la pesantezza, la rigidità. Perchè la pesantezza e la rigidità avvertono della morte, sono i suoi araldi. Lì, nel mondo di Ade, ho incontrato Proserpina, le ho chiesto di narrarmi una storia e lei ha invitato Orfeo, il cantore per eccellenza. Il cantore in-cantatore. Freud diceva che i sogni sono la via maestra verso l'inconscio... Ma, in realtà, essi sono la fune d'oro dell'anima...
 
Sogno
Ho dormito per sognarti,
oh sì, ho dormito per sognarti.
 
Tutti intorno fingevano,
fingevano di essere svegli.
 
Ma io dormivo per sognare te,
sì io dormivo per sognare te.
 
Sognavo di prenderti in braccio,
io e te, insieme nell'isola blu.
 
E sognavo ancor più
perchè sentivo
che tu mi stavi sognando...
 
E questo era il nostro segreto,
il nostro sogno più antico delle stelle,
più antico della notte.
 
Un sogno che porta via
i sogni piccoli
e fa splendere solo noi.
 
Ed io dormirò,
fino a quando mi sveglierai.
 
E allora avrò avuto tempo,
sì, avrò avuto tempo
per inventare un mondo attorno a noi;
cavalli, cani, gatti, alberi e giardini...
 
...Immensi giardini,
dove giocheremo tutto il tempo,
dove continueremo questo sogno
che sto inventando per noi.
 
Ma ora, bambino, vieni
e continuiamo, continuiamo a inventare,
continuiamo a sognare......
Annalisa Scialpi

*

Sogno

Ho dormito per sognarti,

oh sì, ho dormito per sognarti.

 

Tutti intorno fingevano,

fingevano di essere svegli.

 

Ma io dormivo per sognare te,

sì io dormivo per sognare te.

 

Sognavo di prenderti in braccio,

io e te, insieme nell'isola blu.

 

E sognavo ancor più

perchè sentivo

che tu mi stavi sognando...

 

E questo era il nostro segreto,

il nostro sogno più antico delle stelle,

più antico della notte.

 

Un sogno che porta via

i sogni piccoli

e fa splendere solo noi.

 

Ed io dormirò,

fino a quando mi sveglierai.

 

E allora avrò avuto tempo,

sì, avrò avuto tempo

per inventare un mondo attorno a noi;

 

cavalli, cani, gatti, alberi e giardini...

...Immensi giardini,

dove giocheremo tutto il tempo,

 

dove continueremo questo sogno

che sto inventando per noi.

 

Ma ora, bambino, vieni

e continuiamo, continuiamo a inventare,

continuiamo a sognare...

*

L’uomo di strada

Sto morendo

e nessuno con me.

Nessun padre a piangermi,

nessuna madre a pettinarmi.

Nessuna casa

è la mia casa.

Io non conosco

le vostre strane leggi.

 

Del silenzio

ho fatto una capanna

della tristezza

un lido

in cui riposare,

lontano...

 

...da voi che fingete

di non capire. 

*

L’anello

 

Venni da te

come una bambina leggera,

con gli occhi pieni di pianto.

 

Ancora, danzai,

nella cedevole palude

del nostro palcoscenico.

 

Spettinando il dolore

nel nuovo – già interrotto-

arabesque.

 

Al dito ancora il nostro anello.

 

 

*

Passaggio

 

Hai nel tuo cuore

pietre rosse, fatte

dal mio sangue.

 

Troppo grave

qualsiasi peso

sul tuo ghiaccio.

 

Sei passato molte volte.

*

Dalle tue dita

Nella fiamma delle vergini nevi

eri icona o eresia?

 

Tuttavia il tuo piede transitorio

fiorì il verde dei paesaggi.

 

Riconobbi,

-          palmo a palmo-

l’odore dei cieli;

 

dalle tue dita,

cadde poi la pietà

come nuova,

eterna,

astrale città.

 

*

Stanca poesia

Stanca poesia,

passi come un passero triste

 

tra queste voci,

tra questi spiriti

trionfali nella linfa

che abita il legno certo.

 

Stanca poesia,

sorridiamo,

mentre cerchiamo il caldo

                  cuore della vita,

 

che tutto è già passato;

 

che nulla è mai accaduto.

*

In controluce

Non vedo le case

-fitta, fitta nebbiolina-.

 

La bella fontana è sparita

coi suoi delfini e i cani

nelle aiuole troppo fiorite.

 

I pesci nuotano in controluce.

 

Qualcuno è morto ieri

o non morirà mai.

 

Di chi sono questi piedi?

 

*

Meglio la lingua gatta

 

Tu parli

 

Io parlo;

 

Parole di cenere

fanno un nido d’ombre;

 

trafugano il miele.

 

Meglio la lingua gatta.

*

Armistizio

 

In questo bar

ci si può appoggiare

come su una gruccia.

 

Le parole rotolano

dense di grani di zucchero,

come dall’orlo dell’Elicona.

 

Le siepi attorno parlano

una solenne lingua verde.

 

Qui, siedo,

fuori dal torto

e dalla ragione

 

nel mio armistizio canicolare,

carezzando la mia tigre

tinta di zolfo aurorale.

*

Vacuità

 

Era vuota, l’alcova

-          il foulard rosso ferita

caduto dal décolleté

della sera-.

 

L’uggia sulla ruggine delle finestre.

 

L’uomo vitruviano

sotto la lampada spenta.

 

Solo noi

lottiamo ancora

nella verde rosa del vento.

*

Calvario

Non ti dissi ‘muori’

che già alto era il sole,

ma ti misi al dito,

come un anello.

 

E cantando cantilene

alla luna ti portai,

mia Croce! Mio Calvario!

*

Raggiunsi il padre

 

Raggiunsi il padre,

quasi come un evento accidentale

scritto dalle rondini nel rotocalco

                                       dei cieli.

 

I silenzi, alti come marosi,

tergiversarono sulla delirante

                               scogliera.

 

Atena armata della sua Afrodite pazza.

 

Perché il padre era la spina.

La spina nel costato

della spuma.

 

Ed io una farfalla aguzza

in bilico nel lattice

di una crisalide

 

prima del bacio.

*

Il risveglio della bella addormentata

 

Oh Sakti, divina!

 

Lui era il tramite,

il candelabro

 

tu

la luce,

la luce feroce,

la luce scoppiettante,

la luce coi detriti,

la luce furor di scheggia!

 

Lui

la tablula rasa affissa sul monte

tu penna, inchiostro, calamaio

 

pazzo pazzo pazzo!

 

Tu

cataclisma

a diveller la morta nella tomba!

 

Nessun principe,

nessun bacio

nessun fango azzurro;

 

nessun obitorio

 

solo

fuochi d’artificio;

pirotecnia della femminilità.

 

Sakti, sakti sakti!!!…

*

A te

A te che vivi

sulla montagna,

aspetta ancora un po'…

 

Metti ceppi di cedro

sulla tua pietra rossa

 

Ti sentirò

dall’odore del vino buono

il vino invecchiato

tra le rughe delle tue pareti

iniziate d’attese

 

Mi riconoscerai

o uomo che vivi sulla montagna

dai teschi sulla collana,

dalla cenere tra i capelli

che, tuttavia, mai tradì

l’odore della rosa.

 

E allora tu saprai

il punto della luce abissale,

dove muore l’omega del verbo

 

Oh tu,

solo e selvaggio,

mio degno e divino uomo

della montagna!

*

Ho cercato la mia casa

Ho cercato la mia casa

nel fango sui tovaglioli.

Avevo estratto la parabola sbagliata;

avevo estratto la vita sbagliata.

 

Il buffone si muoveva sulla scena

come un serpente o un virus.

 

Le vecchiacce sui balconi

a sniffare i tuoi passi,

i pranzi delle maschere,

Joker sulla lavatrice,

ogni sussulto un ghigno.

 

Ogni stanza una bara,

il mio cuore un obitorio

di fiori marciti.

E Satana

a limare il suo coltello

tra occhi esangui

e morali

piene di niente.  

*

La tigre

 

Stamattina un caos strano;

la notte appiccicata al pigiama

come roccia nera alla ribalta.

 

Il mio d’io a guardarmi

con occhio di tigre sconnessa.

 

I vestiti sulla sedia

peli del cane da aspirare

pareti lisce come bare.

 

Ho preso il mio tappetino

                            di yoga,

passando con l’occhio

-una ad una- le rose.

 

La tigre sull’albero

a dirmi: “E allora?”.

 

Mi sono arresa,

lasciato tutto:

vestiti

cane

yoga

 

e sono schizzata in strada

con la mia tigre, cucita

dentro al mio sacchetto

di ossa rotte.  

*

Mi piacevi

 

Mi piacevi

perché eri pazzo,

ma mi sbagliavo:

non lo eri

abbastanza

per esser degno

di amarmi.

*

A Giovanni, zio per sempre

In quel pallido ospedale

ti scambiarono per chiodo.

 

Eri chiodo nelle mura;

poco più d’un insaccato.

 

La pastina nella flebo

rotolava in vene esangui.

 

Ti dicevano ‘su mangia’

‘tira ruggine, che è ora’

‘bevi l’acqua che fa bene’.

 

Eri il chiodo tra le mura,

tra bordelli di corsie.

 

Nudi i passi,

tra etilici brodi…

 

Domani lasci il turno,

domani il letto

sarà da cambiare.

*

Sotto il cielo di nessun dio

 

La sabbia mi disegnò

un vestito d’ombra,

 

il mare uguale

una cintura di cenere.

 

Camminai in punta di piedi,

in bilico

sulla forra;

 

cantando canti azzurri

agli uccelli,

sotto il cielo di nessun dio.

*

Il segno

Il carcere ha suono di gesso

e teste ibridate a pollame.

 

Si ruppero cuori sul nero

di aridi segni e sarcasmi

di chi già castrò le sue voglie.

 

E tuttavia si aprono cieli

da menti selvagge,

decise anche a rompersi il collo

pel sogno che fece la rosa.

 

Su quei prati verdi feriti

da corse di bimbi interrotte

i reduci aprono ponti

fioriti dal taglio, dal segno

che li fece anarchici e vivi.

*

Il sogno della viola

 

Sola, io vidi

tremare la viola,

la scena più bella

dell’ultima stella.

 

Dormendo sull’ala

del cielo di pietra

cercò le sue rive,

le dune felici;

 

Fuggire la vidi

sull’ala del mare,

morendo d’amore

nel blu tropicale.

*

La folle o danzatrice dell’ombra

 

Hai rotto i pilastri,

glissando gli spazi;

 

La rossa tua veste

di preda braccata

dissangua l’ardore.

 

Funesta, la danza

sull’orlo del buio;

 

dal tuo canto nero

carminio s’espande.

*

Mia madre

Mia madre era la rosa,

il sangue, la spina

 

il taglio sopra il fiume

 

ed io

la lettera piumata

cadutale dall'ala.

*

Nebbia

 

L’utero del cielo scende,

come un prolasso

tra i palazzi immobili.

 

La pioggia ha suono di lamiera

o d’abitudine.

 

Le strade esalano noia

come i riti nelle chiese.

 

Sopra tutto trascolora

una nebbia frivola e birichina.

Diluisce spazi.

Inventa tragitti.

*

Ovunque cola il sangue di questa poesia

 

Lo sterno s’allunga, verso i cieli

in un trionfo surreale.

La bocca scende

sulle case avvinghiate

nella forra perfetta della civiltà.

 

Ovunque cola il sangue di questa poesia.

 

L’intestino è un cordone

ombelicale che avvolge

le strade di grigie noie.

 

La mano è un passero

che disgela dai tetti

dell’invisibile l’acume

e le sue azzurre epifanie.

 

Ovunque cola il sangue di questa poesia.

 

La mente è un airone

che cavalca attimi ruggenti

e porta con sé l’erba arcana

dei pascoli selvaggi,

obliqua ferita di cieli trasversali.

 

Ovunque cola il sangue di questa poesia

mentre, uccello fiammeggiante,

rompo col caos, trasudante Mistero,

l’apparente linearità del mondo.

*

Verde

 

Il verde è linfa che scorre

dove amore ingrippò la catena,

lasciando il cuore allo sfasciacarrozze.

 

Verde sole, verde oro, verde amore.

 

Verde come la maglietta

che mettesti quella sera

lì,

tra le cicale di luglio.

 

Atomi di verde, allora,

il cuore

nel silenzio arcano

delle mie praterie.

 

Ora mastico gomma verde;

tra le macerie

sono ancora un’indiana syoux

che fuma il tuo nome nel vento.

*

Poesia stridente

 

Tra queste tegole sbrecciate

piange una poesia stridente,

ebbra

come una lucciola triste.

*

Lieve malinconia

Sulla spina dorsale dell’acqua

canta una lieve malinconia...

 

La’, verso l’oscura baia,

il tramonto muore.

*

Sono rimasta

 

Ho lasciato il dolore

su finestre d’assedio;

 

sono rimasta io,

come un geranio

a limarmi le unghie

col vento.

*

Sposa bambina

Mia nonna cavò figli

come da un secchio

arrugginito di troppi,

non uditi, pianti.

 

Cadde il messale, quando,

sposa bambina,

varcò l’altare.

 

Mio nonno aveva il volto

abbrunato di contadina virilità,

mia nonna stava in punta di piedi

con le scarpette da ballerina rotte.

 

I figli le rotolarono dal grembo

come granchi sui tentacoli della terra

 

ed io dovetti farmi scoglio,

per arrestare il flusso delle maree.  

*

Vaneggiamenti

 

A volte mi perdo in vaneggiamenti

                                                   strani;

l’aria mi si avvolge come un nastro

                                             d’imballo;

 

mia madre brandisce il nero messale

con le teste dei preti in copertina.

 

La nota cade stonata.

Si frantuma in un requiem spezzato.

 

I preti neri tornano in vita,

come falene,

confondendo le parole.

*

Tradimento

 

Mi sono tradita

mille volte, mille vite;

per due soldi ho tradito

il furente Cristo scalpitante

                       nel mio cuore.

 

Seguitando a mangiare

minestre mollicce,

salate da lacrime trattenute.

 

Ho tradito la gioia

nell’andirivieni delle passerelle,

dietro botteghe sartoriali

di abiti non miei.

 

Masticado erba gatta agli angoli,

portando un cimitero muto

nelle mie tempie trafitte dal gelo.

*

Il tendone da circo

 

Tra mille palazzi

cercai il mio palazzo,

tra falle di neve,

i denti rotti a masticar

polvere di ferro sui balconi.

 

Non sapevo…

Ero

in quella inesorabile

tumulazione di nostalgie.

 

E ora che il palazzo è crollato,

rimane il tendone da circo.

Coi detriti ci ho fatto aste

e piatti cinesi.

 

Il tendone

è sempre stato

la mia casa.

*

Più vicino

 

Vieni più vicino,

dove il vento spettina l’amore

tra le mura scalcinate

di questa bottega scrostata.

 

Vieni,

nasconditi,

 

finchè risorga,

ancora,

nuda

la pietra.

*

Stanza 15

 

“Vorrei incontrarla.

Hotel ***. Stanza 15.

Ho la chiave appesa

negli occhi”.

 

Lo sapevamo.

 

“E siamo arrivati da dove

non siamo mai partiti”,

mi disse, balzando

come un uovo

dalle mie forre.

 

Su quel letto col puzzo

d’ammorbidente d’hotel,

le gelèe sul comodino,

le pareti bianche come mattatoi,

fiorimmo di cremisi

come burrasche

senza più porto.

*

Fuga

 

Il suo silenzio è lama;

‘zitta, scema’ dice.

Scema perché sai,

sai più di me

che non so soffrire

non so amare

non so vivere,

che urlo se dalla doccia

scende acqua fredda.

 

Ma tu come fai?

Oh sì, tu, dannatamente bella,

che ridi anche tra le lacrime!

 

Perciò zitta,

ti metto in un angolo,

ti tradisco,

così il mio puzzo di verme

svapora nella rabbia

col senso di me,

dannato senso di me!

 

Ho i muscoli,

me li sono fatti in palestra

mentre mi scopavo le altre,

ma quando la notte mi piscio sotto

e non dormo

perché il buio mi spaventa

come ai bambini

 

io ti chiamo

io ti cerco

io ti voglio,

perché tu sei la più perfetta

tra le madonne;

culla di carne

di cannella infinita.

 

Non hai bisogno di me

e lo so.

 

Perciò domani ti ignorerò,

della nostra notte mi dimenticherò

e tu resterai appiccicata a questo ragno

coi tuoi capelli di luce

ridotti a tentacoli da sopravvissuta.

 

E non guardarmi così,

perché mi scavi dentro,

fin dentro le tarme

della mia assoluta inutilità

ed io ti odio,

ti odio così tanto

che quasi ti uccido,

perché tu tutto vedi di me

e tutto sai

 

e sei potente come l’amore

che io non posso tentare,

perchè non ho il coraggio!

E allora ti uccido,

perché così non mi vedo,

perché non mi riesco

nemmeno ad impiccare!

 

Dio quanto sei bella,

dio quanto sei bella;

ma ora il terreno sta crollando

sotto ai miei piedi.

 

La luna è già alta,

dio padre si sta sgretolando

tra i pulpiti, le porpore macchiate e gli obelischi

ed io devo scappare,

 

più presto,

più veloce,

 

lontano da me,

più lontano,

come corrono i pazzi

che non sanno dove andare,

come corrono quelli

che non sanno amare.

*

Un piccolo angelo biondo

La scimmia è muta

dentro al suo zoo triste

“Ridi, pagliaccio”.

 

I denti te li ha fatti mammà,

nel calderone del brodo riscaldato

con le ossa già piene di bugie.

 

Ridi col tuo abbeceddario

di lettere spaiate

che educò i padri

a crocifiggere l’amore.

 

Ho ancora il tarassaco

e la calendula, quella

che presi e di cui ti dissi

“usala per consolare il cuore”.

 

Ma tu battesti i piattini

per lo spettacolo delle anatre tristi,

le anatre appiccicose, senz’ali,

che insozzano i prati

che insozzano tutto.

 

Ed io dopo di te

pensai alla specie homo inutilis

come all’unica specie

che non avrei mai più voluto incontrare.

 

Ora sono un cavallo giallo,

un’amazzone floreale;

nella mia isola cresce un piccolo angelo

                                                  biondo

che estrae ogni giorno,

dalle ferite sepolte

oro, oro, oro

con le sue piccole mani

d’oro…

*

L’oro è tornato

 

L’errore non era un errore,

ma uno sbavo d’anima,

su cui la tua penna nera

nera come i tuoi occhi

neri di rabbia nera,

incise il marchio dell’errore.

Come un imprimatur.

 

Non c’era niente di sbagliato.

Nella mia allegria,

nei mei giri di corsa

attorno ai banchi

non c’era

assolutamente

niente

di sbagliato,

 

tranne che nella tua gonna

nera come un carcere

le labbra serrate, inossidabili

al piacere…

 

Portavano alla gogna

le mie splendide idee;

 

lo Sapevo già

 

e dissanguavo,

cercando di piacere

a un mondo maledetto

di cui tu

-così mi sembrava-

avevi la chiave stretta

tra i denti digrignati.

 

Ma l’oro è tornato;

crea ricami sul mio cuore

                                    rotto

che arde, ora,

come una cattedrale verde.

 

Le mie sorelle e i miei fratelli

stanno nel vento

e insieme intoniamo canti,

suonando il tamburo.

*

Al museo Nazionale

Al museo nazionale

uomini d’erudita erudizione

mimavano la guerra

con competente autorità.

 

Date, eventi,

sfilettate con accenti patriottici;

eroi della patria…

 

Solo, alle fine,

m’incollai al dipinto di una donna,

capelli al vento su cavallo tuonante;

era Anita Garibaldi

che se la dava a gambe.

*

La nuova casa

E' solo un piccolo paese di montagna,

ma l'aria è azzurra come un incantesimo.

 

Posso essere ovunque,

sbottonando i jeans ai sentieri

o cadendo come una vecchia moneta

                                        arrugginita,

 

ricca come l'aquila

con la mia nuova casa

vista infinito. 

*

Il pantaloncino d’oro

L'odio è ancora un candito

sul mio banana split,

tra sedie e tavoli verdi,

prosperi come soldi.

 

Leave a lighton

canta una ragazza,

addosso il pantaloncino d'oro,

smacchiato per l'estate. 

*

Ifigenia, rosa del deserto.

 

Mio padrò issò il palo,

chiamò gli uomini.

Mi legarono.

 

Poi egli appiccò il fuoco.

 

“Il sacrificio è compiuto” disse,

volgendosi dalle ceneri,

fissando imperturbato il vasto mare.

 

Ma non vide

la sua stessa carne bruciare,

né me rifiorire

come rosa

del deserto.

*

Resurrezione

In questa primavera

sei e non sei

tutti i volti, tutti i sorrisi

tutte le fragranze di spume

e di spighe a venire…

 

Non sei,

ma ti spargi nell’aria

come un aroma azzurro,

dimentico dello smog,

dei tuoi tacchi voltati

nel dietrofrot che mi uccise

come un pugnale.

 

Non sei

e ti sgretoli come un foglio

di straccia poesia

che tuttavia lascia una scia

                               di rose…

 

Non sei

e la tigre delle mie feroci malinconie

ha i denti sani,

rotti, un tempo, dal troppo mordere

le sbarre della tua prigione…

 

Non sei

e il vino torna ai miei capezzoli,

alle mie giunture, ai miei fossati

alle canzoni sparse nell’aria

come uccelli leggeri

 

ed io sono ora una danzatrice del cielo

cui appartiene la notte e il vasto chiarore

e se anche la solitudine vi affonda

come in un pozzo,

 

sono mia

e con la polvere che fu dei miei forzieri

produco un oro delicato e mite.

 

Eppure mai

come in questo non essere

tu sei

macerato nell’odio

che mi tinse l’anima come una tintura

e non divelse la croce

 

che resta

 

e talvolta il corvo

ha canto di colomba

e porta

alla mia arca di ghiaccio

un ramoscello d’ulivo

volato dalla favola di una Resurrezione.

*

Auguriiii....

Buongiorno... Nel desiderio di farvi i miei auguri di Buona Pasqua, ho deciso di prendere il mio libro "Mysterium Christi' e di scegliere una poesia. Ne ho trovata una, scritta a Monaco, Non era Pasqua, ma Natale. Non entravo da parecchio in una chiesa e molto mi aveva scoraggiato un uomo che, tra la neve, a pochi passi, dormiva in una casa di cartone. Così, un pò a malincuore, sono entrata. Ma senza partecipazione alcuna. Il mio pensiero era sempre a qell'uomo nella casa di cartone. Ho scritto così una poesia. In realtà io ne sono stata il 'canale', perchè le idee non sono, come pensano in molti, un 'prodotto' del cervello. La pubblico qui, con i miei auguri che il Cristo, l'io Cristo, possa risorgere in ciascuno con la chiarezza della neve. Che, vista in questa primavera tardiva, non sembra poi tanto lontana. Risorgere dopo aver compiuto il viaggio di Ade nel regno delle ombre e risalire. Rinnovati, pronti a creare il nuovo che è l'uovo cosmico di cui il nostro destino è parte. Questa, per me è resurrezione: liberazione e danza. Auguri!
La mia chiesa
La mia chiesa è il mondo;
questo mondo scorticato, diroccato,
una chiesa
fuor dall'abbaglio degli ori
e di gabbiani di carta
sospesi sull'altare;
 
La mia chiesa
non conosce i rettorati
di padri onnipotenti,
ma sta dentro i polmoni della vita,
dentro ai soffi delle latitudini
delle mille verità del mondo.
 
Nella mia chiesa
non s'intonano corali 'Te deum'
mentre un uomo muore sulla soglia
dentro una casa di cartone.
 
Nella mia chiesa
vivono canti e voci
di gitane e di sciamani
nella loro tarantolata di dolore,
che è il dolore
di tutti i reietti del mondo.
 
Nella mia chiesa
di carni trafitte e di cieli scheggiati
non si fa carità,
ma alta s'eleva
sopra gli olmi e i cipressi
la parola 'dignità'.
 
E' il mio corpo,
la mia chiesa,
il Tuo Corpo,
Cristo eternamente trafitto
eternamente nato,
la tua chiesa.
 

*

Fuoricoro

 

Sono un fuoco che esplode male

e a volte zampilla di noia

o scoppietta di intemperanti

incongruenze.

 

Non un fuoco pentecostale,

semmai da sabba,

con streghe sdentate

che conobbi nei pellegrinaggi

della diversità.

 

Streghe pazze, scoppiettanti;

streghe col segno.

Così, con loro, ho imparato

la discordante danza del fuoco

che non brucia nei camini

 

ma combatte nella foresta

contro la pioggia che sembra grandine

e il vento che spacca le ossa;

 

e così divenni

pura e discordante

come fiamma reietta;

 

oboe fuoricoro.

*

Tra le dita

 

Mi è rimasta una poesia,

prigioniera tra le dita.

Il vento soffia e la spiega

ai venti come la tua vela

 

ma tu dove andrai,

quando la stanchezza

avrà il sapore della morte?

 

Ti amai perché l’amore

è inutile,

come la vita quando accetti

di viverla davvero.

 

Per cercarti

mi allontanai dalla folla

come una parola storta

e feci quest’isola,

per aspettarti.

 

E ora come stai,

ora che le rughe ti appesantiscono

                                               gli occhi

e non c’è più nessuno

che finge di credere alle tue bugie?

 

Oh, non preoccuparti;

non preoccuparti per me.

A me resta l’onda.

 

Veder correre bambini

a far volare aquiloni…

 

Il cielo è bianco, ora.

Come questa nota

tra le dita.

 

Perché l’amore non esiste

ma, anche quando muore, 

resta.  

*

Lo specchio

 

Eri come riflesso

di oppiacei cieli,

 

o scala lucente

 

o ponte impazzito

su nirvana di oceani.

 

Duro, il risveglio;

ma rivoltato, ora,

lo specchio.

 

Verso me.

*

Controtempo

 

Stamattina, in bilico

sul mio muro d’ossa,

ho indossato i piedi.

 

Fuori i pesci seguivano il fiume

come piccole bare d’argento.

 

Allora son tornata là,

alla luna sul cuscino;

 

In controtempo.

 

Schiodando il Cristo coi baci.

 

Stillando un sole d’oltremondo.

*

Opportunità

Ho smesso

di perdere opportunità.

 

L'opportunità di sentire

la carezza del vento,

di farmi commuovere da un fiore,

di ascoltare,

perchè ogni persona, ogni evento

è specchio di me.

 

Ho smesso di perdere l'opportunità

di ascoltare il mio dolore

nel volto di ogni dimenticato,

perchè è ferita che bagna d'oro

il volto di una notte senza stelle.

 

Ho smesso di perdere

l'opportunità di contemplare

tutto ciò che ho perso;

le recite interrotte di Natale,

i denti rotti nella smania di fuggire

fuori dagli ammaestramenti della civiltà,

oltre le gabbie della normalità.

 

Ho smesso di perdere l'opportunità

di piangere,

di sentire le mie paure,

di sentirmi diversa e dannata

senza più il fantasma di un mondo

che mi deve benedire.

 

Ho smesso di perdere l'opportunità

di tapparmi le orecchie di fronte

ai discorsi sensati.

 

Ho smesso.

di perdere l'opportunità di viaggiare

senza sapere esattamente dove andare;

di incontrare, aprire pelle e cuore,

donare,

lasciar andare;

ricominciare.

 

Sì, ho smesso.

Di perdermi,

perdendo l'opportunità

di vivere davvero. 

 

 

 

*

L’amore di una madre

 

L’amore è duro.

 

L’amore di una madre

è amore che spacca le rocce,

che dona pelle, viscere,

nervi e cuore.

 

L’amore che resta nel deserto.

 

L’amore che parte

nonostante tutti i venti contrari.

 

L’amore.

 

Più forte di una mastice.

Più forte del tempo.

Più forte di tutto il dolore

                       del mondo…

 

L’amore.

 

L’amore di una madre.

*

Spingi il dolore

Spingi il dolore,

anche se fa male,

anche se sembra una catena;

 

spingilo

alle soglie più estreme

del tuo sentire,

 

accoglilo;

è un bimbo che piange

e ha le labbra larghe

per il troppo urlare…

In fondo alla notte

 muta, la stella,

 che non giunge mai.

 

Spingilo

nei tuoi ricordi rottamati,

tra i legni sparsi dei sogni spezzati,

le rotte conchiglie d’occasioni mancate,

le lacere radici disseccate…

 

Tu stringi,

stringi forte il dolore;

ti prego no, non scappare!

 

E’ il tuo maestro,

la caverna segreta

in cui ti puoi inginocchiare,

pregare,

risvegliare

e libero, ricominciare…

*

Solo un’altra roccia

Ti rompesti l'armatura

sulla tua stessa sabbia;

denti e memorie in frantumo

come conchiglie spezzate.

 

Stupido come un soldato,

indietreggiando sul ghiaccio

che ti lambiva

come un sepolcro d'oro.

 

Ero io.

 

E per un attimo sospettai

che i tuoi occhi sentissero,

 

ma era preghiera

gocciolata coi pipistrelli

della mia carne strappata

 

e tu solo un'altra roccia;

uno spuntone nel costato. 

*

Un figlio

Un figlio è una parola,

forse un gancio

o un nodo.

Forse niente.

 

Ed io su quel niente,

dentellato come sega,

mi spaccai.

Più e più volte.

 

Schizzi di carne

sulla lama;

sul gancio.

 

Perchè figlio

è una parola

o forse nodo,

o forse niente.

 

O forse il niente

in cui annegarono i padri.

*

Camminando per le strade di Roma

 

Tra queste mura, queste chiese,

questi acquedotti e tesori nascosti

tra rifiuti sparsi, cerco…

 

E forse sono nel ticket di un bus

che rotola, non visto,

tra stranieri occhi con l’agrodolce

dei mari attraversati nelle pupille.

 

La malinconia morde randagia i calcagni,

il chiarore dei tuoi cieli è irreale;

la luce pigmenti di carta stracciata

come coriandoli di un carnevale infinito

tra spazi vuoti come anestesie.

 

Cammino per le tue strade, vestita di deserto,

con la paura incisa nel nervo della fierezza,

tra i tuoi ruderi urlanti parole perdute

tra tutta questa gente che t’assale,

senza riuscire a vederti mai.

*

Arianna e il Minotauro

Venni per ucciderti,

per farti uccidere da lui,

di cui ora non ricordo più

                              il nome;

lui che era principe,

lui col sole negli occhi,

lui che era biondo

e aveva le unghie pulite.

 

L’incendio di te mi espropriava,

feroce,

ma io non sapevo

verso quale mare

stavo precipitando.

 

Prevedibile era il viaggio

di Teseo

-ah, ora ricordo!-

Quasi certo.

Salda, così mi sembrava,

la nave.

 

La notte prima del misfatto

mi tappai le orecchie

per non sentire i tuoi ruggiti.

E non osai chiamarti fratello

o amato

non osai confessare

di quali inenarrabili incendi

si ustionava il mio corpo

sull’effige nelle carni

scolpita dal tuo odore.

 

Bestia, ti chiamavano,

ingorda e assassina.

Ed io stessa vidi il sangue

sulla tua insaziata bocca.

E colma di spavento,

mi unì

a chi ti urlava contro.

 

Immondo, cosi ti dicevano,

sputando sul tuo nome.

 

Ed io selsi Teseo,

il delitto maggiore.

 

Ma non potei mai

cancellare l’arena.

 

Il labirinto

era la nostra arena,

mio amato

ed io acqua che danza,

ininterrotta,

colma di segreti.

 

Colma di te.  

 

 

*

Varcando la soglia della Porta Magica

A Roma è possibile visitare, quasi nascosta in Piazza Veneto, nel quartiere Esquilino, la Porta Magica di villa Palombara, in origine appartenuta al marchese Massimiliano Savelli Palombara, noto alchimista. La porta è l'unica sopravvissuta perchè la villa è stata 'rasa al suolo' dopo l'unità d'Italia, con altri edifici della zona, per costruire palazzi e isolati borghesi 'in perfetto stile piemontese'. L'unica a salvarsi fu la porta magica, sulla quale è possibile reperire, attraverso la simbologia espressa sulla porta e sull'architrave, alcuni principi dell'Arte Regia, cioè dell'Alchimia. Essa parte come tecnica chimica che ha come scopo la formazione della pietra filosofale, detta anche Oro Potabile. Ma l'alchimia è soprattutto una disciplina spirituale che mira al perfezionamento dell'essere spirituale, affinchè attraverso di esso non solo si raggiunga l'androginia, ma si possa mettere anche il proprio sapere a servizio dell'umanità. Il dio egiziano Bes, guardiano della soglia, sorveglia la porta. Il suo scopo è tenere lontani i semplici curiosi. E permettere al devoto, a colui che è disposto a passare dalla 'porta stretta' di compiere il suo viaggio. Visitare la porta magica è, di per sè, un percorso iniziatico, che apre le porte verso l'approfondimento dell'Arte Regia. E spinge il visitatore, a patto che non sia un turista distratto, a porsi delle domande cruciali: Chi sono? Che senso sto dando alla mia esistenza? Buona visita!
 
Varcando la soglia della Porta Magica
Ho varcato la soglia,
attraversando la tua piazza,
densa di nuvole e di mistero.
 
Per farlo divenni essenziale,
nuda come il cinabro,
lapis tortuoso, ma ardente.
 
Entrai,
morendo ancora nell'athanor;
fuori ancora strepito di sinedrio.
Ma i veli si squarciarono.
 
Spianata, ormai, era la via
e il dio Bes era un angelo
guardiano di altri illimitati mondi.
Annalisa Scialpi

*

Feroce eternità

 

Foglia mortale cade

dall’acero immortale,

 

gira e rigira,

mozzicona sul marciapiede.

 

Gela di febbri, il monte,

cicalando tra le vene

una feroce eternità.

*

Ci sono guerre

 

Ci sono guerre senza bombe,

senza sangue,

senza morti apparenti.

 

Ci sono guerre

dove le bombe sono il silenzio,

le mitragliatrici l’ignoranza,

le armi biologiche la cecità.

 

Ci sono guerre

dove il vessillo è una ragione

anomala, ipertrofica,

che ammazza la pietà.

 

E sono guerre

senza esclusioni di colpi

dove le vittime

sono anche carnefici,

perché hanno scelto di esserlo.

*

La storia di Ermanno

           La storia di Ermanno: liberarsi dagli obblighi d’amore inconsci per realizzare il proprio destino   

    C’era una volta un giovane appartenente ad un’antica dinastia di guaritori. Sfortunatamente, il governo aveva perseguitato la sua gente e sua madre era stata costretta ad affidare il bambino ad una famiglia della città vicina. Lo aveva lasciato innanzi alla porta di quella casa ed era fuggita per tornare al suo villaggio, temendo l’arresto e la prigionia. Nella famiglia, composta di tre fratelli, erano tutti molto alti, con teste gigantesche che urtavano il soffitto e toraci strettissimi. Il padre faceva il fabbro nella bottega al pian terreno, mentre sua madre si occupava delle faccende domestiche. Era una ‘famiglia’ davvero singolare. Viveva, infatti, isolata dal mondo. Anche perché un loro parente, vittima dell’abuso di alcool e violento, era morto di cirrosi epatica. E da allora, tutti scansavano quella famiglia di beoni. L’isolamento li aveva resi ancora più rudi. Non c’era affetto, in famiglia, nè ideali, né bellezza, né nulla per cui valesse la pena vivere. Suo padre adottivo era, inoltre, avaro e teneva il denaro chiuso in una cassetta. Sua madre era pingue, querula, insoddisfatta. Odiava i fiori, perché, come i figli, richiedevano delle cure. L’unico motivo per cui li aveva messi al mondo era riempire il suo vuoto. E visto che non ci era riuscita, li odiava ancor più. Odiava, in realtà, tutto ciò che richiedesse cura. Preferiva lamentarsi o spettegolare. Quando si pranzava e si cenava il cane, vedendo suo padre, si nascondeva. Ed egli metteva sul tavolo un bastone di legno, con cui colpiva chiunque disturbasse il pasto con parole o altro.

     “Sta’ zitto, non vedi che tuo padre è stanco?” diceva sua madre se voleva comunicargli qualcosa. Così Ermanno imparò a tacere, a ‘farsi gli affari suoi’, ad essere silenzioso come un gatto. Ma nel tempo, tenne un diario, a cui diede un nome, per liberarsi del suo dolore e trovare un po' di senso alla sua vita. In quel tempo frequentava la scuola, ma senza una particolare gioia. Tutto gli sembrava stantio e falso. Tuttavia un giorno venne una nuova insegnante di disegno, la quale permise ai ragazzi di disegnare liberamente. Mostrò loro degli album di alcuni animali e disse loro di ispirarsi a quei disegni.

    Ermanno, che quel giorno era molto triste, perché voleva scappare di casa, disegnò un leopardo delle nevi. Quando lo mise sul foglio, il leopardo era così fatto bene, che Ermanno lo contemplò, fino ad udirlo parlare:

“Ciao Ermanno, non scoraggiarti. Io e te percorriamo, soli, il sentiero. Questo serve per la resistenza. E’  questa virtù che ci aiuta a scalare le cime”.

Ermanno era stupefatto. Voleva raccontare all’insegnante l’accaduto, ma anche continuare il suo dialogo.

“Sei bellissimo, Leopardo, ma ti prego, dimmi come posso arrivare lassù, con te”.

Ma prima di lasciare al leopardo la risposta, disegnò delle splendide cime innevate e una, altissima.

“Ti prego, leopardo delle nevi, non lasciarmi qui, portami con te, perché dove vivo io non c’è bellezza e neve, ma solo bruttezza e fango. Ti prego, portami con te… “ disse, con forza, uscendo di soppiatto dalla classe col foglio in mano.

E quando ritornò a fissare il disegno per ricevere la risposta, vide se stesso, bambino, portato dal leopardo. Rivide la sua vera madre, il villaggio assediato. Il leopardo gli spiegò ogni cosa, poi gli disse:

“Non vedi? Io ti ho salvato e ti ho portato nel fango e nella bruttezza, affinchè tu potessi sentire più forte il richiamo delle tue origini e dirigerti verso casa”.

“Ma come, come farò?” disse Ermanno.

“Nello stesso modo in cui sei arrivato qui: devi immaginare. E credere fermamente che, un giorno, sarai proprio lì dove hai immaginato di essere”.

“Sarà il tuo amore a darti la forza per creare. Ma tu non dimenticarlo mai… Mai…”.

Quando l’insegnante di disegno raggiunse Ermanno in corridoio, allarmata, questi tacque sull’accaduto. L’insegnante era una donna in gamba, ma quello era il suo segreto di sciamano.    

    Quel giorno Ermanno tornò a casa con la segreta gioia nel cuore, ma vide che tutti erano riuniti attorno al tavolo.

“Abbiamo deciso che lascerai lo studio. Mangi pane a tradimento e devi imparare a guadagnartelo” bofonchiò suo padre.

Uno dei suoi fratelli lo guadò con un sorriso nel quale c’era qualcosa di diabolico.

“Ma io vorrei disegnare, diventare un artista”.

A quella parola ‘artista’ tutti risero, non conoscendone nemmeno il significato.

“Tu non sei nostro figlio” irruppe suo padre

“E nemmeno nostro fratello” dissero i fratelli in coro.

“Però il motivo per cui ti abbiamo preso non è mantenerti, ma esserci utile. Sei legato alle sorti della famiglia e questo è il tuo destino”.

“Mai” urlò Edoardo.

Con la sensibilità di uno sciamano, sentì che quelle parole entravano nel suo corpo come una specie di maledizione.

Di corsa, andò in camera sua e prese il quaderno col leopardo, in lacrime. Chiuse la porta.

Il leopardo, come se fosse stato presente all’accaduto, gli disse di stare calmo. La fede lo avrebbe aiutato.

“Ricorda che tutto volge al bene” disse.

Ermanno era spaventato per le parole di suo padre e il leopardo, per tranquillizzarlo, gli svelò la formula magica “Nell’amore, sciolgo ogni catena”.

Ermanno ripetè la formula più e più volte, ma sentiva sempre una sensazione di pericolo.  

“Ricorda quello che ti dissi: il tuo amore e la tua capacità di immaginare ti salveranno. E usa la formula magica: è potentissima”.

Ermanno non lo sapeva, ma tutti quegli ostacoli stavano rafforzando la sua fede.

Così, quando suo padre venne a bussare alla sua porta, per condurlo in bottega, Ermanno riuscì a vincere la disperazione. Lavorava con suo padre e i suoi fratelli. E riusciva a resistere alle loro prepotenze, immaginando il momento in cui sarebbe salito nella sua camera a fare nuovi disegni del leopardo delle nevi e a parlare con lui. Così, nel tempo, accumulò tantissimi disegni, custodendoli in un album che nascondeva sotto l’armadio.

Ma, un giorno, sua madre si accorse dei disegni e lo disse agli altri fratelli. Il più malvagio li bruciò in giardino in sua presenza, mentre un altro fratello lo teneva imprigionato. Il dolore di Ermanno fu così grande che divenne egli stesso un leopardo delle nevi. E liberandosi dalla stretta, assalì il fratello, penetrando i denti nel suo collo. Poi fuggì.

Corse senza guardarsi indietro, fino a quando, guidato dall’istinto, raggiunse il villaggio. Lì tornò nel corpo umano mentre, in fondo al cuore, ricordò la casa innanzi alla quale si trovava e il sorriso di sua madre.

Anche sua madre era una sciamana. E come se conoscesse la sua storia, lo abbracciò e gli disse:

“Non devi sentirti in colpa. Hai fatto ciò che andava compiuto per essere uno sciamano: ritrovare il potere dell’immaginazione e della fede, sciogliere gli obblighi d’amore, ribellarti alle ingiustizie. Il tuo fratellastro andrà nel mondo di Ade e forse da lì si redimerà dalla sua malvagità, dovuta alla repressione della natura selvaggia. Tu hai superato tutte le prove e ora sei pronto per essere uno sciamano, tra la tua vera gente. Questa è la tua ricompensa.

      Ermanno sorrise e lanciando lo sguardo oltre il villaggio, vide il leopardo delle nevi che si voltò un’ultima volta, per poi scomparire oltre l’orizzonte.    

 

 

*

Viaggia leggera

Viaggia leggera,

come se non avessi nessuno da attendere,

nessuno ad attenderti.

 

Metti nel tuo zaino

una scatola di sorrisi,

la voglia di stupirti

e di scoprirti,

un po' di santa follia

e viaggia…

 

Leggera sulle ali della fede,

certa che questo mondo sta mutando

e tu stai andando

verso il tuo vero villaggio.

 

Lascia nel paese dei mattoni d’argilla

gli schiavi ciechi alle loro fatiche,

lascia i tuoi dubbi,

i rimorsi,

il senso del dovere,

il senso del peccato,

i legami che ti strozzano,

il fango che ti blocca

 

e và, leggera,

segui le libellule,

la fragranza delle cime

addita il sentiero,

 

il villaggio che cerchi

dista poco d lì,

 

perché è già qui,

nel tuo cuore,

lo senti?

 

E’ già qui…

*

In fondo alla notte

Quando scrivi una poesia e la lasci andare, come foglia d'autunno, muori un pò anche tu. Per questo scrivere è una delle più grandi esperienze che si possano fare. Ti fai canna vuota, raccogli umori, spiriti, emozioni... E impari a morire, per non morire più...
 
In fondo alla notte
 
Cammino per queste strade,
che ormai non m’appartengono più.
 
Mi sono persa ancora,
in un ricordo, in un amore;
la notte raccoglie briciole
di quello che fui.
 
Marciapiedi stanchi,
inutili vetrine;
affondano i piedi nel ghiaccio.
 
Forse un altro sole
nascerà dal mio dolore,
le stelle stanno solo
preparando il suo splendore;
 
nascoste là,
in fondo a questa notte
che abita il mio cuore.
 

*

Il pettirosso

Stamane, seduta su un dolore,
ho spinto lo sguardo
al cielo blu oltremare.
 
Accanto alla finestra
il dolce tulipano
stentava a aprirsi al sole
con tutto il suo clangore.
 
E poi è venuto lui,
col petto suo scarlatto:
"Ti porto una canzone,
ti dono un'emozione;
l'inverno hai superato
e un nuovo sole è nato".
 
E volando sul tulipano
è scomparso nel cielo lontano.
E quando il fiore piegato
infine ho guardato
ho visto che era fiorito
nel suo brillante rosso acceso.

*

La storia di Elio

La storia di Elio: trasformare la frustrazione e ritrovare l’amore perduto.

     C’era una volta un atleta di nome Elio, che aveva corso in gare importanti e vinto numerose gare. Il suo corpo era forte, muscoloso, elastico e il suo temperamento impulsivo, franco. Per questo suo modo di essere e per l’invidia della sua bellezza era spesso osteggiato, oltre che invidiato. Allora, per mostrare che dei cicalecci di paese non gli importava nulla, Elio prese a correre in paese a torso nudo e con pantaloncini cortissimi, anche in inverno. Inoltre dipinse la sua macchina con colori sgargianti e la decorò con perline colorate. Come sempre accade in simili circostanze, prima ci furono i pettegolezzi, poi fu ignorato. Nonostante tutto Elio vinceva ogni gara ed era la sua bravura a scatenare l’odio dei rivali, più che la sua eccentricità. Così, in una gara dei 5000 metri, un gruppo di atleti riempì la sua borraccia con dosi massicce di tranquillanti.Elio non solo perse la gara, ma inciampò, fratturandosi la caviglia. 

      La frattura lo costrinse a stare in casa. Ma, poiché egli era un atleta e soprattutto, un corridore, decise almeno di inseguire le sue emozioni. Fu la prima volta che sperimentò intensamente la frustrazione. La sentì come un fuoco nel cuore. Entrò più profondamente in essa. Il fuoco scoppiettava con pezzi di legna morbida. Elio immaginò di infilarsi le scarpe per la corsa e andò verso quel fuoco. C’era erba fresca e un ruscello vi scorreva accanto. Più in fondo vide un bosco con due cipressi al suo ingresso e desiderò di entrarvi. Ma, prima che potesse giungere lì, una donna gli si avvicinò. Era grassa e dal muso grinzoso.

“Chi sei” gli chiese Elio.

“Sono lo spirito della rassegnazione. Cosa speri di trovare là, in fondo al bosco? Forse la bella dai seni d’oro?”

Elio divenne freddo come un morto a quella vista. La donna aveva una gonna rossa che gocciolava come sangue.

“Va’ indietro, per te sarebbe molto più semplice. Hai la corsa, per vivere la tua energia. Non ti basta?”.

Elio avvertì una grande pesantezza, dopo aver guardato la donna negli occhi. Essi erano grandi, eppure spenti, come occhi di un morto. Quella donna lo rese infinitamente triste. E provò nel suo cuore una grandissima compassione per essa

“Cosa posso fare per te?” le domandò.

Per un attimo gli occhi della donna brillarono di stupore. Elio sentì che aveva toccato il suo dolore e una lacrima scese sul suo viso. Dal bosco sopraggiunse una creatura alata, dorata, simile a una libellula. Si posò sul suo torace e bevve la lacrima.

“Ho sempre desiderato di ballare e di essere guardata” disse.

“Se qualcuno mi guardasse sarei felice, perché potrei ritornare al mio sogno di bambina: danzare ed essere ammirata”.

“Danza allora cara, danza. Io ti guarderò”

La donna, piena di entusiasmo, danzò, dapprima goffamente, poi sempre più scatenata. Mente danzava, perse le sue vesti, che si trasformarono in un velo bianco. Ora il suo corpo era snello e al posto della vecchia donna, spuntò una fanciulla bellissima, di una bellezza inafferrabile. Il suo volto, magicamente, assumeva una diversa bellezza ogni volta che incontrava lo sguardo ammirato del giovane. Poi, finita la danza, la donna si trasformò in libellula e si posò accanto al suo orecchio.

     Grazie Elio di aver operato la magia. Il tuo amore mi ha trasformato e rotto l’incantesimo di uno stregone malvagio. Ora voglio farti un regalo, che è il mio segreto:

“Nulla è reale. Per questo ogni cosa può essere trasformata”

E dopo aver svolazzato un po' attorno al tuo sguardo, aggiunse:

“La tua compassione ti ha portato, naturalmente, a conoscere questo segreto. Infatti è la compassione che apre ogni porta. Ma ora conosci ciò che è alla base della magia: nulla è reale e tutto può essere trasformato. Il segreto è amare ogni immagine”.

Ma Elio era triste, perché la sua amata stava volando via sotto forma di libellula. E così, infatti, accadde e lei scomparve nel bosco.

Rimase lì, sconsolato. E pianse, mentre le sue lacrime si trasformarono in pioggia. E piovve sugli alberi, sull’erba, sui fiori, sul ruscello…

“Non hai ancora compreso” udì ad un tratto.

Quando sollevò lo sguardo, vide un tizio vestito da monaco, con una barba bianca.

“Chi sei” chiese l’inconsolabile giovane.

“Hai avuto un dono speciale, oggi”.

Elio smise di piangere e immediatamente, la pioggia cessò.

“Sì, rispose. Nulla è reale e tutto può essere trasformato. E tuttavia oggi ho ritrovato e perso il mio amore. Per cui questo dono non ha grande importanza”.

L’uomo, che sembrava un monaco, rise. Elio si irritò.

“Cosa c’è di divertente” chiese.

“Hai visto la bellezza e l’amore e hai voluto afferrare l’uno e l’altra. Se avessi riconosciuto l’uno e l’altro come parte di te, la bellezza e l’amore, spontaneamente, sarebbero venuti a te”.

Elio rimase deluso e provò amarezza. Sentì che le parole del mago erano vere e che non sapeva ancora amare.

“Quando emergerai da questo viaggio, avrai un compito: sviluppare in te tutte le qualità che hai veduto e apprezzato nella visione della tua amata. Quando lo avrai fatto, lei tornerà a te.

Elio fu felicissimo: quel viaggio dentro sé non solo aveva acceso il desiderio dell’amore, ma gli aveva anche indicato la strada per realizzarlo. Ora la sua vita aveva uno scopo più alto del semplice gareggiare e vincere. Così ringraziò il mago, al quale offrì la sua tristezza. Benedisse la radura, il ruscello, i fiori e il cielo e ritornò nella sua stanza.

La frattura guarì in poco tempo e fatto inspiegabile per molti, tornò presto a correre. Ma, questa volta, il suo fine non era più la vittoria in sé. Egli desiderò esprimere, attraverso la corsa, la bellezza del suo corpo che amò e nutrì e curò sempre più con amore. E trasformò la corsa in una danza sempre più perfetta. A volte, per questo, perdeva, ma la gente lo amava perché aveva qualcosa di unico da offrire. Tante ragazze del paese venivano ad assistere alle sue gare e ben presto, fu il giovane più ambito. Ma Elio aveva fatto una promessa a se stesso: solo quando avrebbe espresso il massimo della bellezza e dell’armonia, avrebbe scelto la sua donna.

     Così, in una delle corse, mentre attorno a sé la luce sfavillava come ali di colomba, capì che quello era il segno che la perfezione della bellezza era stata raggiunta. E dal suo cuore uscì un grido potentissimo, che era di liberazione. E fu in quell’estasi che vide libellule attorno a sé. Nel cuore sentì così tanta gioia che temette di morire. Le libellule si spostarono sul suo lato sinistro. E quando lui si voltò, vide lei. Era l’unica in piedi che applaudiva, mentre tutti gli altri erano delusi del fatto che avesse arrestato la corsa. Lei era l’unica ad aver compreso la sua devozione e la sua ricerca e l’unica che meritasse il suo amore. E ora era lì. Ed Elio sentì che lei non era fuggita, ma aveva aspettato che lui diventasse leggero come una libellula affinchè, insieme, riuscissero a volare.

*

Donna

A tutte le donne e alle donne che vivono nell'uomo...
 
Donna, asciuga le tue lacrime,
cheta i tuoi pensieri.
Non piangerai più.
Questo è il giorno in cui fiorisci
come musica d'alba,
tra crochi e viburni...
Questo è il giorno
in cui le illusioni del nostro tempo
cadono come castelli di sabbia.
 
Tu no,
non cadi, Donna,
ma come divina fenice risorgi.
 
L'urlo è ora canto
di acque limpide e chete,
che nutrono i giardini
dei tuoi figli dimenticati.
 
Donna, Regina,
è tempo di uscire
con le tue divine fiabe
dalla foresta che ti accolse,
per custodire il genio
della tua poesia,
il Sogno che sai,
che dei ci fece
e non schiavi di schiavi....
 
Immacolata fortuna,
è tempo ora di risplendere,
perchè il rosso di terrestri stelle
sparse sui tuoi capelli,
nutra questo deserto.
 
Si sanerà la vite,
rifiorirà il narciso,
la terra ancor berrà stelle
dai tuoi capezzoli pieni di grazia.
 
Perchè Grazia,
Immacolato Splendore d'Ombra
tu sei,
Divina generatrice del mondo
e di esso, regina.
Annalisa Scialpi

*

Trastevere violata

Sono rimasta nei tuoi vicoli

come un segugio d’antichi umori,

in bilico tra tavolini invasori

che ingombrano le tue vie.

 

Una rassegnata stanchezza

abitava i tuoi portoni,

incastrati in mura sfiorite

sui sampietrini divelti,

da passi adombrati.

 

La folla accalcata dietro trattorie

o negozietti di souvenirs,

presto si mescolò a una pioggia strana;

 

la fanfara pronta al saccheggio

svuotò le tue vie,

lasciando di te, Trastevere,

tra abusi e rifiuti,

scampoli di una magia che,

da tempo,

non t’appartiene più.

*

A volte

A volte sono stanca,

ipocrita, confusa

a volte

 

A volte sono febbre

che sale dalle ceneri

 

a volte

sono vuota

 

o affamata

come lupa nel deserto

e mangio dai cassonetti

delle idee in avaria

o dei sorrisi filtrati

 

prima

di accorgermi del delitto,

a volte.

 

Però sempre

mi spendo come l’onda

e la fede porta

sulla mia barca

tonnellate e tonnellate

di pesci d’oro.

*

Roma di notte

Quando dai tuoi nudi cieli

cade il velo della pietosa notte

tu mostri il tuo vero volto,

piangente sotto le luci degli hotel

e le ombre arrese tra immortali vestigia

in una spirale di bellezza e di spavento.

 

Allora il battito si fa veloce,

                         quasi furtivo

e tutte le lacrime del mondo

bagnano le tue stanche strade

di templi, segreti e porticati,

glissando dalla carità della luna.

 

Ed io così ti vidi, una notte,

zingara nella tua armatura oscura

a scuotere le ali appesantite dal giorno,

a penzoloni dai magnifici palazzi arresi;

 

e piovere da lì

il nettare scarlatto

di tutte le solitudini del mondo.

*

Sutura d’argento

La ferita sul cuore

sembra una bocca.

Vi respira Assenza. 

 

Sutura d'argento,

sul suo dolore,

è il canto di madre

nel canneto del cuore.

*

Al museo delle anime purganti

Nota: l'ironia della poesia è stata dettata dall'atmosfera di quel giorno in cui andai a visitare la chiesa del Sacro Cuore del Suffragio, a Roma. C'era un prete straniero, che era stato spostato da poco lì. Io mi ero dilungata in una conversazione sullo sciamanesimo e sulle 'anime in transito', concetto che mi sembrava molto affine a quello del 'purgatorio', ma il prete non era molto informato, per cui procedetti, un pò delusa, nella mia visita in sacrestia. Per chi ama la Roma esoterica, questo è un altro posto 'inedito' da visitare...

 

Al museo delle anime purganti

Nella chiesa delle anime purganti

c’è un prete pio dalle mani di carta,

il volto stanco, il corpo curvo,

tra i marmi ingombranti e gli ori pesanti.

 

Con aria un po' mesta

mi porta in sagrestia

a contemplar le resta

delle anime supplicati,

conservate in teche come impronte.

 

E quando il passo ho fermato

quelle mi han spifferato

che, nell’intervallo delle messe

il prete si spoglia del suo talare

e con loro, si mette a ballare.

*

La fontana del Tritone


Nota: il Tritone, uno dei simboli più belli di Roma, magistralmente 'portato in essere' dal Bernini. Sono rimasta tanto tempo, incantata, sotto la fontana, accanto a un simpatico venditore di rose. Dalla buccina dello splendente e bellissimo dio marino, le acque esondano. E rappresentano l'abbondanza, la forza generativa dell'eros che, quando più scorre, dona, tanto più straripa, accrescendo il vigore...

 

 

La fontana del Tritone

Un tempo le tue carni

mi parvero oro

e sangue, le tue acque

come i tramonti fiammeggianti

sul fiume, sazio di vita.

 

Allora i freddi delle mie

pallide malinconie

erano ignoti ai tuoi nervi,

tesi in uno spasmo d’assoluto.

 

Roma era una vergine fremente

e la sua luce di velluto

sposava il tuo vigore

in un orgasmo infinito

 

così che il traffico in piazza Barberini

sembrava una giostra

e noi danzatori del sacro,

in bilico sulla ruggente eternità.

 

Oh! Avessi potuto estrarti dalla fontana

come una gemma lucente!

Avrei medicato la crepa del cuore,

                           di chiarore furente,

la stessa che ancora m’incendia

e fa roteare gabbiani e gente attorno

                                   alle tue acque

e a questa città che non muore mai.

*

La Cripta dei Cappuccini

A Roma, in via Veneto, a pochi passi dalla fontana del Tritone e Piazza Barberini, c'è la Cripta dei Cappuccini, un luogo che ha impressionato persino il marchese De Sade e che ha ispirato romanzieri. Si tratta di una costruzione risalente al 600 e annessa al Convento dei Cappuccini e alla sovrastante chiesa di Santa Maria della Concezione. All'ingresso, vengo accolta da una zingara che siede sui gradini della chiesa. Poi, mi trovo 'catapultata' o meglio 'risucchiata' negli inferi, come Proserpina. Non c'è tempo per capire: le ossa sono ovunque: ossa del bacino, teschi, femori, scheletri in altrettante nicchie di ossa formano un macabro arredo di porticati, lampadari, oggetti tutti realizzati con ossa. Mi sento come Peseo che deve affrontare Mudusa senza lo scudo di Atena e improvvisamente, sento che ho cambiato mito. "C'è un senso a tutto questo" penso. "E non è certo suscitare il pensiero della morte in vista delle indulgenze, come vorrebbe certa retorica religiosa", continuo a pensare. Cerco di fare qualche foto, ma una voce in fondo al macabro corridoio mi ammonisce: le foto sono vietate. Questa, viva. Sono in un film? mi chiedo, sentendo di aver perso la sensibilità. Quando esco è già ora di pranzo, ma mi è rimasta un'angoscia addosso che, dentro, non avvertivo. Tutti i morti conosciuti sfilano nella mia memoria. E non si tratta solo di gente che ha lasciato questo piano d'esistenza. Finalmente avverto con assoluta chiarezza quanto, dimenticando la morte, si diventi necrofili. Quella cripta non serviva come monito per acquistare la vita eterna, ma per acquistare QUESTA VITA. e il passaggio dalla 'morte in vita' alla vita senza morte è la CONTEMPLAZIONE STESSA, quotidiana, della morte. Un conto è saperlo. Un altro farne esperienza. Consiglio vivamente di visitare questo luogo misterioso.
 
 
La Cripta dei Cappuccini
La notte agita ossari;
tra sogni alla penicillina
nemmeno nausee o sentori
di rigurgito nel macabro mitreo
dei giorni abbacinati.
 
Ma sfilano ossa, a dispetto,
sottratte al patibolo
in questa ferma danza macabra
 
dove i frati, col cilicio,
ancor fanno sberleffi alla vita
 
e chiamano la morte
chiamano la morte
chiamano la morte
o ogni osso ha il suo nome.
A.S. (Immagine dal web)

*

L’uomo di strada

Con me ho un piccolo zaino,

che porto sempre addosso

per non farmelo fregare

dentro

c'è una coperta

e più in fondo,

la mia testa

con la faccia dipinta

che indosso

quando devo attraversare. 

*

Ci rivedremo

 

Ci rivedremo, dopo,

quando saranno fiorite le ombre

e leggero sarà il passo della farfalla.

 

Ci rivedremo quando la spiga

fiorirà tramonti

e il pianto

sarà divenuto torrente.

 

Ci rivedremo,

oltre i graffi delle rotaie

che sfilano preghiere al cielo

 

quando divelte saranno le fondamenta

del regno di Moloch

e ci muoveremo come graziosi uccelli

nell’aria, sì, nell’aria;

 

senza più paura.

*

Girovaga

 

Girovago tra queste strade,

tra questa polvere eccelsa.

 

Ho lasciato mani, labbra, volti

nel calore freddo dell’occhio del paese.

 

Ho lasciato me,

per ardere di pura vacuità.

*

Un giorno a Roma

La città era bella;

sulle cupole fiorivano zagare

portate dal vento di un suono

di pianoforte vibrante in una villa

                                            eccelsa…

 

Turisti.

Sparpagliati come foto di famiglia

nelle mani di un bambino

 

e la pietra, dura di memoria,

morbida di evanescenze

come le statue nelle fontane.

 

Le Naiadi nella sfuggente

notte dei misteri;

odori di spezie e kebabberie

dietro le svolte dei vicoli ignari.

 

Così glissa la vertigine,

appena incastrandosi

nell’apparente nudità

del basolato.

*

Guerra

 

Cristi sospesi sull’orlo dell’abisso

e studiati congegni per far esplodere cervelli.

 

Orfani vagano come fantasmi

mentre il grigionero dei carri armati

vomita amnesie.

 

Dietro ogni sparo i nostri spari

delle coscienze otturate dagli amen

e dai sissignore.

 

E dicono, i morti, le ombre;

quelle che furono

quelle che fummo, tacendo. 

*

A volte, la luce

La luce è quasi triste.

Ora, per esempio, disegna

le tue ciglia all’insù;

una vecchia assuefazione.

 

Ha il volto sporco di cioccolato

di un bambino ridente di stupida innocenza;

a volte, a volte, a volte…

 

Oppure s’allunga sulle mani,

le mani che diventano lunghe, infinite,

che vorrebbero portarsi il mondo alla bocca.

*

Innocenza

Fu passo di danza

la tua purezza.

 

Fuori, le carte accartociate 

                           del pane,

il mare a battere

su scale grigie

dove i sogni vestivano 

l'evanescenza del fuoco,

nel crogiuolo dei cieli.

 

E poi dentro tu 

coi tuoi occhi scuri

da cerbiatta smarrita,

in attesa della scatola

          delle caramelle.

 

Non dicevi niente

ma fluttuavi sull'accordo,

aperta come i fiori surreali.

 

Dicono che ti chiamavi Innocenza,

poi nessuno seppe più di te. 

 

*

Sei stata

Sei stata focaccia di farro

per Giove Capitolino,

o liscivia

sotto cenere cava. 

*

Restò un fiore

Mi scacciarono dal tempio,

mi misero a tacere,

legandomi con catene.

 

Spirò poi l’alba

sulle mie carni uccise

-          ed erano le carni degli alberi,

le vene dei fiumi,

il respiro dei venti sulle vette,

il cuore dei villaggi.

 

Ma restò un fiore

 

e fu da quel seme del mio amore,

che germinò il nuovo sole.

*

I cieli di Roma

I cieli di Roma

s’impregnano di sogni di Naiadi volanti

tra dei e spiriti erranti

su balconi fioriti e nei caffè.

 

Parlano tutte le lingue,

tramutano il pianto in storie,

leggere come i gabbiani

a picco dai palazzi,

scaldati dalle ere.

 

Sì, perché i cieli di Roma

hanno promesse scritte

tra nuvole che cullano

nel loro latino Parnaso,

tutti i Parnaso a venire…

*

Il Nuovo Giorno

I fili spinati sembra

non finiscano mai.

Ancora duri gli inverni,

tra nevi sporcate dal sangue.

 

Il sole si sveglia con brividi;

uomo contro uomo, ancora,

ancora l’età del ferro schianta

                           le coscienze.

 

Sotto cieli a brandelli

di memorie ancor fumanti

di uomini ammazzati

già si prepara l’ennesimo eccidio,

in giaccacravatta vestito e ragion di stato!

 

E tuttavia da albe illuminate

sorgono sorgenti che lavano il passo;

su divergenti davanzali

nuove ossa cantano, fiorendo

il nuovo Giorno dell’Uomo Nuovo.

*

Al mare

Quando sto con te

cosa può servirmi ancora?

Azzurro canto di gioia,

musica dolce e trasparenza

d'estati riflesse!

 

Quale desiderio

non puoi esaudire,

madre azzurra e prospera

di pesci e dell'immensa vita

che il cielo celebra affacciato

                  al tuo splendore?

 

Perchè quando sto con te

sono azzurra e immensa,

remota e divina

come una conchiglia infinita. 

*

Torna la rondine a primavera.

Un tratto non taglia il cerchio.

Nessuna mano può sradicare un fiore

o oltraggiare il filo d'erba.

 

E anche se la carne macellata

geme su un filo di dimenticanze,

nessun silenzio può bucarti.

 

Si torna, come le rondini a primavera

e che passino dieci o mille primavere

è indifferente.

 

Incessante il fabbro tornisce

e soffia, di Efesto, la fucina;

torna, torna,

prima o poi,

la rondine a primavera. 

*

Questa sera

Questa sera il cielo

avvolgeva le strade

come una petola nera.

 

Sentore di passi radi

cadeva come moneta arrugginita.

Stanche case se ne stavano

ammucchiate

come girasoli sfioriti.

 

Pure lo stanco sorriso

                       dell’oste

era una musica triste,

appena spolverata dai setacci,

appesi agli spiriti della pietra.

 

Mai, come in questa sera,

ho desiderato di essere

un immenso giardino

per rapire dalle spire avvolgenti

                                     della notte

una fragranza di eternità

o forse solo

di felicità. 

*

Dal fuoco

Pazza, avanzai

lungo le eretiche sponde

della viva fiamma.

 

Tra l’aria di piatto azzurro

gravida di pianto imminente,

non ascoltai il ramo

appena smosso

da un refolo di vento.

 

Inscenai la danza

a due passi dall’arena

bruciando, lenta,

la mia vecchia canzone;

 

nel crepitio dolente,

odore di ferraglia

e di segatura.

 

Ma improvviso

tornò il pianto;

il cielo di pialla più duro

del tuo cuore di piombo.

 

Tornarono i corvi,

le croci,

la tomba.

 

Ma pure io tornai;

da varchi inaspettati

risorsi dal fuoco

vestita di nuovo fulgore.

*

A null’altro anelai

Fu questa strana euforia,

questo avvertire, trasparente,

il tragitto dell’acqua

entro la foglia di velluto

a proteggermi

dal piombo delle idee sensate,

dalle valvole delle abitudini,

dalle scorciatoie dei santi pensieri,

aperti su un baratro di nulla.

 

Fu Prometeo in persona,

travestito da folletto,

a donarmi il fuoco.

 

E da allora,

rifiutai di capire

e spingendomi in alto

più in alto, più su,

a null’altro anelai

che a fiorire.

 

 

*

A un passo

Luce, da una finestra.

Un uomo passeggia

nella sua casa.

Ha in mano chiavi

di sole.

 

L'inverno ha traghettato bastioni,

smosso opache caligini.

Ora, nel lago,

s'aggirano pesci inquieti

d'ombre diseredate.

 

L'uomo è a un passo

dal suo ultimo inverno.

Dall'ultima gelatura. 

*

Cade il dio denaro

Stasera sono uscita,
per fare acquisti;
tra luci sparate
e sorrisi di burro,
sembrava la fine del mondo.
 
Incassare e in fretta, virare
incassare e in fretta virare...
 
Ma forse è davvero
la fine del mondo;
 
cade il dio denaro,
simbolo ormai svalutato;
imprevisto, abbandona chi,
per ignoranza,
gli ha consacrato l'anima.
 

*

Sammasati

E' tempo,

scrolliamoci il sapere,

vuotiamo le bisacce.

 

E' tempo

di renderci puri come oboi.

 

Sammasati,

ricorda chi sei.

 

Ricorda che sei il grido

la freccia

l'arciere

 

Sammasati,

ricorda il patto

che ti legò a Shiva

 

e tu sciogliti,

danzando,

diventa nettare per la terra

che prega con le sue radici

riverse sui fiumi inquinati,

le cime saccheggiate,

i cieli scheggiati...

 

Sammasati,

non servono corazze,

solo

il riverbero scntillante

che brilla sul tuo capo.

 

Sammasati,

tu puoi

risvegliare illuminare

risvegliarti illuminarti

 

tu

già sei;

 

Sammasati,

ricordati che sei un risvegliato.

 

 

*

Stamattina

Stamattina ero tutta

uno scrichiolio di dolore;

i passi piccoli,

come quelli dei vecchi;

lamine di ferro

nelle scapole, nel cuore.

 

Il soldatino di piombo

rigido nelle mie carni

a sfregare sull’osso,

il paesaggio inutile

come una cartolina sbiadita.

 

Ma ho camminato,

stretta nell’abbraccio di gennaio

coi  suoi contorti rami secchi.

 

“Uccidimi” ho detto al dolore,

prendendolo su me,

sentendo che era me.

 

Ma lui, inaspattatamente,

dopo tanti passi,

ha fatto fiorire il sole,sulle resilienti rose,

affacciate al mio dolore.

*

Fuori la luce è mite

Fuori la luce è mite,

come un anelito accarezza

l'ultima ora del sole.

 

 

Si spande clemente

sulle cime spogliate

da refoli d'inverno,

 

Avanza, lieve

come preghiera

e accarezza la terra turbata.

 

E nell'ultimo tempo,

donando colore si concede

a monti di nuvole indaco e cenere

 

inspiaggiandosi, lenta, su altre dune lunari

*

Il nuovo mondo

Stai finendo, vecchio mondo,

coi tuoi turiboli e le vecchie insegne

dorate sui portoni.

 

Sei finito

con le tu carrozze di velleità, 

i tuoi stemmi,

quei fottuti rostri

benedetti dalla ragion di stato.

 

Mani nere, screpolate di gelo,

gridano al vento

litanie gitane,

occhi a mandorla,

pelli di curcuma e zafferano

spodestano divani di velluto

di vecchie nobildonne scorreggione.

 

Nel cielo roteano sciami di polvere

sopra rotti registri di albi professionali

e titoli decaduti,

disciolti come neve al sole.

 

Si organizza un sabba

tra l'ulivo la quercia e il fico,

anche se non c'è alcun diavolo

e son finiti anche quelli che lo hanno inventato,

coi loro personali inferni.

 

Perciò venite, venite gente nuova

illuminata come l'acqua e il sole

come l'allodola il pesco la marmotta,

 

Venite, venite

il mondo che attendevate è già qui

sulle macerie del vecchio,

che già non è più.

*

Preghiera al fiume, contemplando il Tevere


Fiume, dove conduci?
Specchio d'argenteo chiarore
e d'acque illuminate

 

Fiume che sei canto
con la poesia che sorge
dalla musica del tuo andare

 

A te affido
i cigni dei miei pensieri più puri
i detriti dei sogni spezzati,
la musica incastrata nella pietra...

 

Tu, ti prego,
che sei puro
nel tuo scorrere,
portali con te

alla tua foce,


sì, là
fino al mare...

*

Giovannino

Giovannino era un bel bambino;

portava a spasso i suoi etti di carne secca

con la severità di un chierichetto.

 

Ma nessuno sapeva

delle pentole di latte cagliato

scaraventate da sua madre

dalla finestra del terzo piano.

 

E così Giovannino

'lu figghiu de la pazza'

teneva la scena come un soldatino

                                    di piombo,

con un cespuglio di fiamme nel cuore.

 

E nessuno seppe niente,

quando scoppiò, 

forse perchè si confuse

coi fuochi d'artificio

per il santo del paese. 

 

*

Questa sete

Ti morderei sul collo,

assaltandoti nella notte,

mio semplice amante,

analfabeta come l’erba e la luce,

con la tua verga eretta a ostensorio.

 

Perchè fu un impatto di purezza

assuefarmi al tuo mare

con la sete che intossica, 

irredenta, di te…

 

Questa sete che non mi lascia,

che porta l’oro coi pesci,

verso le mie sabbie lunari…

 

Oh! Chi sei?

Idolo o fantasma?

Dimmi, perchè ho ancora sete

di te,

che non finisci mai. 

 

*

Questa sete

 

Ti morderei sul collo,

assaltandoti nella notte,

mio semplice amante,

analfabeta come l’erba e la luce,

con la tua verga eretta a ostensorio.

 

Perchè fu un impatto di purezza

assuefarmi al tuo mare

con la sete che intossica, 

irredenta, di te…

 

Questa sete che non mi lascia,

che porta l’oro coi pesci,

verso le mie sabbie lunari…

 

Oh! Chi sei?

Idolo o fantasma?

Dimmi, perchè ho ancora sete

di te,

che non finisci mai.

 

*

Il ruggito (ispirato a un recente fatto di cronaca)

Non sono fatta

per stare in gabbia,

per divertire in pista

un pubblico coi popcorn.

 

Ho assalito, morso,

sono una tigre,

e allora?!!!

 

Il ruggito della Madre

delle Tigri e delle Foreste

era in me;

ed è solo l'inizio

della fine di questo morto tempo,

nemico della selvatichezza.

 

Per cui,

anche se soccomberò,

dall'altra parte della Grande Soglia

ancora

vivrò.

 

E mi riprenderò il posto,

gli sconfinati spazi sottratti

tra questa fila di superflui

che, ormai, Natura rigurgita.

 

L'uomo potrebbe essere un accidente,

ci avete mai pensato?

 

Guardate coi miei occhi gialli e ardenti,

credete ancora

che l'uomo sia il centro dell'Universo?

Quest'uomo minimo ripiegato

nella sua stessa palude di consumi?

 

Per questo tornerò,

lo giuro, l'ho promesso alla Grande Madre

a tutte le tigri,

tornerò

e il ruggito della Foresta

libererò!

*

Grazie

Questa non è una poesia, ma una preghiera. La dedico a tutti voi, coi quali ho camminato in questo tempo del mio percorso artistico e di crescita personale. A voi che mi avete dimostrato che esiste una piccola fetta di mondo che ancora sa donare il suo tempo e la sua creatività, senza calcolare se il tempo speso gli 'frutterà' o no. Grazie ai gestori del sito, a tutti i poeti di La recherche e in particolare, grazie a Silvia, Vincenzo, Salvatore, Caterina, Elisa, Angelo. Vi auguro un nuovo anno di fioritura, col cuore. 

 

Grazie,

per il suolo che tocco ogni mattina,

per gli occhi del mio cane

che mi guarda con amore.

 

Grazie per il freddo,

le notti tetre;

grazie a chi bussò

e alla mia mano,

che aprì.

 

Grazie

a chi mi diede amore

e a chi, rifiutandomelo

mi liberò.

 

Grazie a chi volle,

per me,

questo sogno chiamato esistenza.

 

Grazie al dolore,

ombra della gioia

e mistero della profondità.

 

Grazie agli spiriti

degli animali, degli alberi,

di ogni specie vegetale,

agli spiriti elementali

e dei Maestri 

e a dei, avi, abitanti dell’invisibile,

che mi tengono per mano

nel cammino dell’Anima. 

 

Grazie agli arconti,

perchè la resistenza all’evoluzione

è radice della mia forza

e spinta verso la Bellezza. 

 

Grazie,

perchè immensamente posso amare

tutto ciò

e così procedere verso la liberazione

a vantaggio di tutte le creature senzienti.

 

*

Lazzaro

La luna, tra le nubi,

fuma una febbre clandestina.

Lazzaro torna dalla caverna murata;

addosso ancora odore di segatura. 

*

Emozioni

Guaine, le emozioni,

finchè resisti all'ombra.

 

Non scorre una sedia a rotelle crepata.

*

Fuori la notte

Un locale in pietra

                     fuma

una vaga aria natalizia.

Fuori la notte

s'attacca sul muro.

 

Come una macchia.

 

O un vuoto. 

*

Notte di Natale

Lunga, la notte;

poi fui il legno

a glissare

 

Dalla stella.

*

Il vecchio abete

Fuori c'è una donna,

sul balcone di una casa popolare,

smarrita in un Natale strano.

 

Da tempo tiene le parole

in un lido di cenere

e le mani in grembo,

come quando la luna bussò

e la corolla era rosso sangue...

 

Ma lei conosce 

i nomi dei rami dell'abete

di fronte alla sua casa,

con le luci, ora, sospese.

 

E le tiene accese per lui,

per quel vecchio testardo

che non vuole morire.

*

Il fungo velenoso

 

Sono cresciuta su un fungo

                               velenoso,

umido, scivoloso;

sotto, il fango coi mastini.

 

La tristezza aveva morso

                         di tenebra;

implacabile, Ade

mi teneva al laccio

 

-il calderone sempre più nero

 di indicibili misfatti che, invano

mio padre bruciò nella Geenna

in fondo alla casa-.

 

Lindi, i bicchieri;

linda la lama della morale.

 

Ma un peso m’inseguiva;

ed io correvo, correvo, correvo

col mio inguine sporco.

*

Fino a lasciar cadere...

Spogliami,

fino a lasciar cadere

i sigilli

alle rose

*

Dall’alto, un falco

L’aria torbida

ha ingoiato tutto;

delle foreste non resta,

quasi

che una nenia bruciata.

 

Dall’alto, un falco

osserva lo stanco acquario

e se la ride.

 

I guerrieri fanno ormai le capriole

sulle parole morte dei preti,

mentre la morte corrode

l’ultimo scoglio.

*

Oro

 

Misi una corona

sulla tua sabbia,

ma tu mancasti

l’atto di fede.

 

Dissanguasti polvere,

non bevesti,

alla mia sorgente bianca.

 

Ma è oro, ora,

questa brillante malinconia,

nato dalla polvere,

tornato alla sua purezza.

*

La bambina di neve

Oh bambina,

nella neve ti eri perduta,

sola coi tuoi mancati accordi,

china in una lunga amnesia.

 

Bambina,

guance rosse ed occhi ardenti,

presi in prestito Pegaso,

baciai i serpenti di Medusa,

per venirti a cercare…

 

Ti ho ritrovata là,

nella città d’oro azzurro,

nella città che sognai

per ritrovare te,

mia dolce bambina di neve.

 

 

 

 

 

*

Il vuoto.

Non sono 

lo straniante, umiliante vuoto

delle cattedrali,

ma vuoto divino

che imprime nel silenzio

la sua canzone d'amore. 

*

Psiche e l’unguento di Persefone

 

Freddo era l’abisso,

ma laggiù dovevo andare,

se Amore volevo ritrovare.

 

Disperai e mi dissi arresa,

ma un lupo venne al mio fianco

e mi accompagnò laggiù,

dov’era rotto il pianto.

 

Ma, giunta là, che orrore!

Villaggio dei perduti,

così si spezzò il cuore,

tra vecchie streghe a cuocer

                                    budella

e una macabra processione.

 

E poi l’oro, pestato, ignorato

tra panni rosso sangue.

E ancora bimbi, speduti

tra gelide grotte

e fuochi vani che non scaldano

                                     il cuore…

 

Così di fuggire desiderai

 dalle infere caverne,

‘che tanto era il dolore,

ma poi un carillon sentii suonare

e levato il volto,

un passero vidi e il volto di Amore

splendente in un alto sole.

 

Così, benedicendo andai,

oltre la fredda folla delle ombre;

lasciando un seme di carità,

tenendo stretta l’ampolla

senza voltarmi mai.

*

Ti meriti

 

Ti meriti un amore

che può guardarti tutto il giorno,

senza mai dire che è stanco,

che riesca a tenerti con ogni vento,

                                 con ogni luna,

senza mollarti mai;

che ti dica ‘sei perfetta’

con le tue calze bucate

e le unghie morsicate.

 

Ti meriti mattine intere

seduta ad un caffè,

mentre il mondo ti sfila innanzi

e tu lo guardi con innocente stupore

o lo dipingi col tuo colore.

 

Ti meriti di danzare nella pioggia

nuda, se ti va,

di ridere per niente,

a crepapelle…

 

Ti meriti di lasciar andare

chi non ti vuole ascoltare,

chi ti fa stare male,

ti meriti compagni liberi

che sappiano volare

e non ti lascino cadere…

 

Ti meriti di contraddirti,

di essere fragile, confusa,

di andare in tuta nel ristorante migliore

perché quel giorno hai deciso che così ti va

e con nessuno ti devi giustificare…

 

Ti meriti i vestiti migliori,

le cose più sacre, le idee più vere…

 

Ti meriti di guadagnare, gioire, creare,

ringraziare,

di plasmare con le tue mani

il tuo più alto valore,

riflesso nella luce che sei,

che splende nelle tenebre di chi

odia il mondo

ma non non ha mai fatto niente

per poterlo cambiare…

*

Il tuo corpo

Il tuo corpo è puro

come neve d’agosto

ed io lo bevo d’un fiato

come vuotassi il calice

della mia agonia.

 

Il tuo corpo è fiume di frecce

e ogni freccia una spada

che mi trafigge,

nel cuore del silenzio.

 

Perché questo corpo sei tu,

eucarestia senza omelia,

che basta.

 

 

*

La mosca

Ti scaccio, ma resisti;

plani sul palmo, dove

prima c’era un chiodo

e poi sui libri e i loro tarli,

in fila nei funerali delle idee…

 

Riparti in picchiata,

non ti arrendi

e sei sulla stampante

sui biglietti ancora intatti

di un viaggio che non feci,

di neve,

nell’affondo in una cioccolata

blu Danubio…

 

Mi alzo

e mi sembri assai più reale

                          dell’irreale;

con le zampette tergi gli acari

da quel ritratto interrotto,

con le conchiglie rosa carne

appena abbozzate,

incollate su un collage bucato…

 

Ormai sei mia,

ferma sul nodo di legno

della mia scrivania

e mangi le lettere della tastiera

con torva avidità.

 

Ecco, ti ho catturato,

cara mosca inopportuna

e roditrice!

 

E tuttavia poi ci ripenso,

apro la mano;

Ti lascio stare.

 

In fondo c’è una coppa vuota

ed io, ora,

devo andare…

*

Il canto di Estia

 

Nel tuo ventre stetti male,

padre Crono;

nera palude di spavento,

abitata da belve immonde!

Ogni tocco un’offesa

ogni tocco una ferita.

 

Cercai di uccidere le belve,

per te;

soffocando i pianti d’abbandono.

Disperata,

uccisi i serpenti acquattati

nel fango dei tuoi visceri,

ribollenti di disprezzo.

 

Non mi amavi.

Tardi sciolsi l’illusione,

accecata nella tua stessa tenebra.

 

Mi vomitasti,

coi miei fratelli e le mie sorelle,

assieme al tuo veleno.

Solo il dolore infinito

fu la tua eredità;

la tristezza senza redenzione,

come una macchia sul mio candore.

 

E ora che son fuori,

dal tuo ventre avaro

che fu la mia prigione,

porto con me il fuoco

con cui illuminai

la tua oscurità cadente.

 

Non scapperò.

Non chiuderò le porte

con nessuna chiave,

come hai fatto tu.

 

Starò al centro,

per sempre fedele custode

di quel fuoco che non conosci,

che unisce ogni mondo, ogni cuore,

chiamato Amore.

 

*

L’elfo

Cade, la goccia

su un lamento di plastica,

che veste questo sabato stanco.

 

L’abete s’inverna

sullo stanco cielo;

è un esule, il faro

smarrito nel vasto,

inutile azzurro.

 

Ma c’è una bimba

                  dipinta

sulla tazza del caffè;

e mi sorride

col suo berretto da elfo.

 

*

Mi sono persa

Mi sono persa,

in qualche giorno,

in qualche strada,

in qualche nome

fragile come i ponti

crollati, senza progetto.

 

Mi sono persa

in un silenzio di gomma,

sorvegliato da una stella opaca,

in un ritornello ripetuto al vento,

senza emozione.

 

E poi in un muro di specchi,

senza sapere il tassello mancante

di una storia troppo stupida

o forse solo troppo vera.

 

E infine, mi sono persa

perché era lì che volevo arrivare;

a imparare a perdermi in due occhi,

 

fino a naufragare…

 

 

 

 

*

A casa non c’eri

A casa non c’eri;

nel barattolo della frutta secca,

nella posta lasciata sul tavolo,

 

non c’eri.

 

I calici a testa in giù,

sul lavandino,

le briciole già raccolte,

la bottiglia di vino,

inerme come un soldato

                        in congedo.

 

Il silenzio venne in ciabatte

e assalì;

senza rumore tranne quello

del vuoto assordante.

Dalle finestre chiuse.

 

Perché tu non c’eri,

ed io sono una zingara

che ti cerca nel vento.

*

Andromeda

 

Sono diventata una schiava,

io, Andromeda, figlia di sovrani!

Sono verde come l’alga che mi tiene,

nuda, spaccata dall’arsura…

 

Dove sono gli eserciti?

Dove sono gli avi?

Dove sono gli eroi?

 

Sanguino come l’alba violata

e rosso è anche il mare!

 

Ma il corallo sa,

che feci coi miei capelli,

sì, il corallo sa!

Moriranno gli dei,

ma io no!

 

Anche se qui crocifissa

io resterò,

non perirò…

 

Sangue che graffia

e incide lo scoglio,

pane del mare,

che volle bere di me,

senza fine…

*

Assalto

Non essere gentile;

raggiungi, se puoi,

questa leonessa, tra i monti

fino ad affondare i denti

nella fiamma feroce

che dalla mia criniera, sale.

 

E lì, nella presa,

lascia esplodere l’urlo,

fino a far rivoltare,

come un verme,

questa grande inversione

chiamata civiltà.

 

E’ tempo del ritorno

delle terribili fiere;

guarda la tigre

che spia dall’altura

avanzando, affamata,

dal deserto!

 

Già affonda gli artigli

nella foresta nera

che rimase, intatta,

nel seme delle nostre

inconcepite e divine voluttà!

 

Oh no, amore,

nessun diavolo ti prenderà

                                   l’anima,

semmai si tramuterà in angelo

nella tormenta fusiosa dei sensi

tesi fino allo spasmo!

 

Perciò, vieni,

ruggendo nell’assalto,

finchè suonerà l’ultimo amen

e salterà l’arrugginita campana

 

finchè scriverai coi fiori,

scoppiati dal ventre di questa

                                           follia,

il nostro nome nell’acqua.

 

 

 

 

 

 

*

Tu non mi fai perdere tempo

 

Tu non mi fai perdere tempo;

vieni, siedi accanto a me,

accanto al mio focolare…

C’è ancora tanta legna,

castagne e del buon vino

 

oh no! Tu non mi fai perdere tempo…

 

Guarda il cielo dalla finestra:

blu notte, blu cielo…

Ascolta la pioggia sottile che sentivi

                                     da bambino,

con quella magia che solo tu avevi,

in cui il mondo non credeva….

 

Ascolta… Mentre ricordi le tue canzoni,

o il suono delle tue risate sulla strada;

quella musica è qui, per noi,

e la teniamo in pugno, in una mano…

 

Perciò tu,

tu non mi fai perdere tempo,

perché non esiste il tempo,

esistiamo solo noi, che ci guardiamo,

che ricordiamo… Quello che eravamo,

prima che inventassero il tempo,

prima che ci rubassero le fiabe.

*

Un uomo giusto

 

Pensavi tutto sarebbe arrivato,

uomo giusto del nostro tempo;

il salumiere metteva arsenico

                nel prosciutto locale

mentre tu gli dicevi:

“tre euro in fette sottili,

così vuole la signora”.

 

Oh uomo delle ferie d’agosto

decise a tavolino da uomini

                     dalle dita pulite,

credevi fosse cosa buona e giusta

un giaciglio, una razione

i soldi della pensione

con la santa benedizione!

 

Così, dicevi, fanno gli uomini giusti

così fanno i figli dei padri.

 

Ma poi satana venne

per un pezzo di cuore,

il televisore smise di trasmettere

omelie in differita

e il prete scappò, così dicono,

con la cassetta delle offerte

in cui aveva chiuso il dio lontano.

 

Così a te, uomo giusto,

non restò niente,

tranne che l’ingombro

delle tue troppe virtù.

*

Una musica triste tra le stelle

Si era già fatta sera

e tu portavi a casa

il tuo sacchetto di ossa morte,

senza memoria né gloria.

 

Il cielo si fece cupo

dalle tre di pomeriggio,

il tuo sepolcro si chiamava

famiglia o casa o moglie

e lei non era nemmeno

la gallina dalle uova d’oro.

 

Mi lasciasti con la luna scucita

a mettere insieme le toppe…

Ehi, lo so, stavi soltanto proteggendoti!

Ed io ti odiai, ti odiai a tal punto

che dissi a Medea di riportarmi,

dall’Ade, i miei figli:

 

Ma uno non c’era;

era là, sulla luna, a suonare una canzone;

una musica triste tra le stelle,

sì, una musica triste tra le stelle.   

 

 

 

*

Danae

 

Mio padre mi chiuse

               in una torre

e a guardia, vi pose

leoni ruggenti,

come il suo cuore,

avido di potere.

 

Piansi mille notti

e mille giorni,

piansi tutto il mio pianto…

 

Ma fu lì, nella luce cupa

che s’addensò l’orma di un dio,

come pioggia d’oro

nata dal grido.

 

E già vidi Medusa

e Andromeda e me;

nell’acqua chiara vidi il giglio

chiamato Perseo,

fiore bianco del mio dolore

nato nella prigione della mia

                             frustrazione.

 

 

*

Sanguino

 

Sanguino sui muri di pietra,

nel silenzio dei relitti;

là una vecchia chiama,

sussurrandomi segreti…

 

Sanguino questo sangue

rosso ciliegio rosso scarlatto

in memoria del sangue dei vinti,

delle foreste abbattute

degli animali squartati e venduti,

dei figli ammazzati.

 

Sanguino questa melodia

che nessuno sente;

che è la mia nostalgia,

la mia poesia

e la mia oscura alchimia.

 

Sanguino per un mondo rapace,

che non sa sanguinare,

restituire,

ma solo usare, sporcare, violare.

 

E sanguinando anche per chi

non sa sanguinare

redimo il mondo

in un bagno rosso, d’amore.

*

Nudo da Fino a quando, dal marmo, fiorimmo

Nudo, sei bianco

come polpa di mela che addento

fino alla ferita del cuore.

 

Nudo 

sei liscio come pietra levigata

che non cede alle mie mani frementi

e tuttavia lascia

un sapore aspro di salsedine

sulla mia lingua che ti percorre.

 

Nudo

sei una valle incantata

ed io l'antico fachiro

che sveglia, col serpente,

i guardiani dei tuoi sensi

che vanno verso le mie acque.

 

Nudo

sei la mia pesca miracolosa

che agita, nelle mie acque

magma e cenere e acqua e fuoco,

mentre esplodono i sensi,

tra luce e terrore.

 

Ma, nudo

sei il mio stesso corpo,

vuoto e pieno

e sei il canto dell'anima

che, da questo abisso,

vagisce...

 

Questo abisso

che devo attraversare;

 

senza sapere niente. 

*

Non so

Se mi capita di pensarti

subito dico: è uno stupido vecchio,

un mercenario della più squallida vacuità.

 

Eppure, com’è che tu aprivi i pori

                                         nella pelle,

sovvertendo i visceri, in anarchia

fino al puro, denso fuoco

che, dalla schiena, risaliva

fino all’affondo

nella più esaltante follia?

 

Non so.

 

Come non so

com’è che la bellezza mi opprimeva

riflessa nell’ombra torbida dei tuoi occhi

                                     di cristallo tagliente

e verginale il mio cuore fremeva

tra le tue dighe scassate, i pesci morti

tra i rottami di una stupida vita.

 

Non so.

 

E’ che qualcuna, l’altra me,

è rimasta lì

 

ad aspettarti.

 

Come una sposa.

*

Io mi contraddico

 

Io mi contraddico:

dico A e faccio B

(spesso fa lo stesso).

 

Mischio i fogli.

Piango sopra le righe.

 

Non so niente e lo so.

Prendo lezioni dal banco dell’attimo.

 

Bevo la morte nel vino della vita.

 

Imprendibile come il vento,

l’onda,

che vola

 

come la vita.  

*

Ritornerà il fiume

(Ho conosciuto eccezioni, anime sensibili e sincere tra costoro di cui parlo. Tra queste eccezioni qualcuno voleva 'tornare indietro'. Non so se l'ha fatto. Ma erano solo 'eccezioni')

Avete il ventre gonfio,

menti astute come i vecchi scorpioni

che vi divorano, nelle straziate notti,

a respirare il vuoto e lo stantio

nelle vostre anguste stanze.

 

Sotto strati di paramenti incensati

nascondete la peste

e grottesca è la parola carità

sulla vostra bocca spalancata

come una fossa di serpenti.

 

Strappate le anime a brandelli,

le scucite, confondete,

per darle in olocausto al potere,

retto dai vostri bassi appetiti e

                    dalle sete di potere.

 

Voi, anime codarde e basse,

che temete il vento fresco

il ronzio dell’ape,

la danza delle foglie nell’aria

                                     più pura!

 

La pestilenza che voi dite

venire dal dio lontano in cui

          voi stessi non credete

è nella durezza opaca dei vostri stessi

                                                          cuori,

chiusi come sagrestie.

 

Ma ora è il tempo

in cui il dolore del mondo

spezza le ruggini delle nostre

                                        catene

e le false fondamenta costruire

sugli acquitrini delle vostre parole

                                             perverse.

 

Verrà la nuvola a aprire cieli nuovi,

pulirà la pietra imbrattata

e da essa fiorirà l’albero.

 

Tornerà il fiume.

*

La rosa tradita

Non c’è solo il dolore,

mia piccola rosa tradita

che sfiori la ringhiera

nella tristezza di ruggine

di inizio novembre.

 

Non c’è solo dolore

in questo vento sazio

             di malinconie,

tra queste foglie cadute,

                  dimenticate;

 

fu la pietà dell’acqua

che chiuse i tuoi petali,

per proteggerti dal livore.

 

Perché non c’era solo dolore

nei giorni vuoti di sole,

rotti come inutili mattoni;

 

da lì, una stella sbucava

per te, solo per te,

per la mia piccola rosa tradita.

*

Sono stata in silenzio

 

Sono stata in silenzio

quando troppo c’era da dire

e l’anima si spegneva, come una

                                            candela,

nella polvere della saggezza e della

                                          morale.

 

Sono stata in silenzio

col sogno sospeso di un grande amore,

mentre non osavo dire alle strade il mio nome.

 

Sono stata in silenzio in conventi,

orfana in un giardino ghiaccio

che sanguinava i bocci a primavera.

 

E ancora,

tra i venditori di rumore

i banditori del sapere con le loro

                            ciotole di caos,

le ostie marcite,

ammuffite nottetempo nell’interminata

                                   notte della civiltà.

 

Sono stata in silenzio,

non so dire dove, come, quando…

Forse ero il vetro rigato di pioggia

che ripeteva al vento la sua inutile

                                       melodia.

 

 

 

*

Promessa

 

Vestimi di te, delle tue ciglia,

tra i bagliori del giorno,

le farfalle di seta dei tuoi pensieri

                                       più puri,

 

Vestimi dei tuoi baci come un altare

e lava con la tua lingua

il cuore che ringhia il tuo nome,

senza temere

gli occhi ciechi di menti marce.

 

Perché fu Promessa, quest’amore

che incarnò sostanza nel portico del mio stare

e il vento la portò all’acqua,

alla fonte insaziata di questa sete,

che non può morire

 mai.

*

Ecate

 

Il mio cuore è una grande piazza,

in cui la notte scava una tomba;

s’odono, rade, voci lontane

e invano i lampioni confortano

                                       la pietra.

 

Qui il mio cuore perde il canto

tra marce stanche di passanti

                             e di mercanti

e la mia solitudine ha il passo breve

dell’estate che lascia le vesti leggere.

 

Però, a volte, crepita un fuoco strano

che fa turbinare le foglie sparse:

è Ecate, mia eletta madre!

Lontana dalle luci, m’addita nuovi varchi…

*

Uno scorrere lento, equanime

In questa stanca sera,

la solitudine stringe

come uno stretto vestito,

mentre un’estranea finestra

getta una luce d’alluminio

                         sulle strade.

 

Si può morire così,

in un’opaca sera,

nella musica della fontana

                          di piazza

o nelle parole, sottili

sparpagliate come i lego

nel sonno della pietra.

 

E’ penso che la morte

sia così;

uno scorrere, lento,

                 equanime

oltre l’abbaglio della vita.

*

Volevo essere

Volevo essere ordinaria

come un tronco o l’aria azzurra,

con te che siedi su una corolla d’alba,

portando la mia cesta, colma d’amore.

 

O stando su spiagge deserte,

seppellire la mente che invano spegne

i venti delle malinconie,

perché tu non ci sei

e hai il filo rosso che ti diedi.

 

Volevo essere nuvola,

per planare nei silenzi assoluti,

priva di ogni congettura

di ogni ‘come’, di ogni ‘perché’.

 

 

 

 

*

Follia

Io ero matta,

matta da morire,

matta d’amore.

Per questo, puntandomi

dicesti: scelgo te.

 

Fu un tiro al poligono,

poi t’avventasti

come un corvo avido,

senza nemmono accorgerti

                             dei lividi.

 

Io planai verso te,

naufragando in orbita;

la mia carne rabberciata scendeva

dalla tela di una luna bucata.

 

Amami, amami, amami, ti dicevo

 

Amami, amami, amami, mi pregavi

 

e intanto colpivi a morte,

succhiando dai rattoppi

anima in agrodolce.

 

Nessuna avrebbe amato te,

poco più di un avanzo di galera

e tuttavia certe volte scendeva un seme buono

                                    dal nero della tua codardia,

un rimasuglio di pianto

nascosto in un presepe impolverato.

 

Ed io ti amai per questo,

perchè scambiai l’amore con la croce;

ma qualcuno era già morto

e la croce solo follia.

*

Lasciatemi qui

Lasciatemi qui, tra gli alberi,

tra questi fiori così fragili così belli

e l’aquila che solca il cielo

e non è mai stanca…

 

Lasciatemi qui,

fuori dai commerci delle vostre

                            sante intenzioni;

lasciatemi rotolare sulla soffice terra

che m’impregna del suo sacro stare

 

o nelle vie infinite, tra i tronchi vegliardi

e la preghiera liquida dell’onda turchese

                                           che mi cura

e mi culla, nel profondo, là

con la tenerezza che voi non conoscete.

 

Lasciatemi

dondolare nel sole,

penetrando il suo oro con un’ardente

                               preghiera nel cuore

e un grido di giubilo

mentre una campana risuona,

tra gli ulivi , le case bianche e le pergole

                                               un po' tristi…

 

Lasciatemi,

perché è qui che morirò

                        e rinascerò,

nuova, rifatta dalla carità del vento,

che sa quando soffiare e riportarmi

tutta quella vita che non ho mai vissuto

perché era la vostra vita,

ingabbiata, prudente

e non la mia

 

e non la mia.

 

Per questo, ora lasciatemi;

lasciatemi

lasciatemi qui…  

*

L’orchidea dimenticata

Stamattina, al mercato

ho acquistato un’orchidea mezza secca,

giaceva lì, dimenticata

tra le belle sgargianti screziate e color luna.

 

Ma vividi i pochi petali rimasti

hanno emanato un canto color ciclamino

e l’osso non ha resistito.

 

Nessuno conosce la sua storia,

soffocata dalle brame e dalla mercanzia,

per questo l’orchidea era bella,

vergine come le cose inutili e dimenticate;

 

la sua tristezza era il suo canto

e la sua segreta magia.

*

Il mio amante è un dio

 

Il mio amante è un dio;

febbri pure, i suoi orgasmi,

che penetrano fino all’osso.

 

I suoi orgasmi sono deliri,

perché il mio dio mi vuole sempre

e non mi lascia andare mai.

 

Che sieda nei fiori o nel vento,

alle soglie dell’alba o nella tenebra

                                        più fitta,

su rive chete o scosse da tempeste,

nel gelo o nelle torride estati

egli

 

è

 

e mi vuole sempre

e mi prende sempre

 

perché siamo Uno

io e il mio dio

tutto

e il niente più splendente

che partorisce tutte le stelle.

 

*

Estati interrotte

 

Fiammeggiano sulla rupe,

ancora, resilienti papaveri

-          li scuote un forte vento-.

 

Là vaga una vanessa solitaria,

tra i pini a strapiombo.

 

Fondo è il ghiaccio

nel desolato monastero;

tante lingue parlano voci

d’estati interrotte.

 

Oh se,

con tutto questo freddo,

potessi almeno coprirmi i piedi!

*

Ombre

Ombre m’assalgono,

dal tubo del lavello;

alcune sono streghe

che suonano il tam-tam,

le loro risa spaccano

le orecchie!

 

Altre volte le ombre

cadono sul sofà

come tele sdrucite;

l’impatto è lacerante,

veloce, il cuore

pompa sangue rosso.

 

Ma, quando le ombre

sono buchi

tu, come Alice,

ci cadi dentro…

E rotoli, rotoli, rotoli,

rotoli…………..

 

Senza mai arrivare.

 

*

Stamattina c’era la pioggia

Stamattina c’era la pioggia,

la pioggia, la pioggia, la pioggia!

La pioggia mite, benedetta,

la pioggia che entra nell’osso,

giù, giù, giù…

 

Le ho dato in pasto un po' di

                                   memoria

come alle belve del Colosseo

e lei scendeva, scendeva, scendeva…

 

Fino a quando il mondo è diventato

                                     una tela bianca,

con tutti i paesaggi e nessuno

e qui ho visto zampettare una bambina nera,

furente di malinconie.

 

Ho detto: “Minosse, avanti!

Fatti sotto, fratello!”

e la mia spada era una spiga,

era un papavero d’oro

che non uccideva,

non uccideva nessuno.

 

Nemmeno te.

*

Un giorno a Roma

 

 

Nello stupendo fragore

di un teatro biancheggiante,

le strade traboccano farneticanti inedie

tra le cupole i palazzi

che stringono Roma in una morsa

di bellezza brutale e impietrita.

 

Solitudini astrali boccheggiano,

                                             feroci,

nei camerieri rapaci all’angolo dei

                                            ristoranti,

o tra botteghe scoloranti in epiche memorie

                                               di fasti andati;

 

La morte serpeggia in filigrane

d’occhi nuotanti su derelitti volti

e sembra che la somma dei cieli abissali

porti una musica grave

sulle baracche, tra i rifiuti.

 

E che un altro cielo, oscuro, impiombato

se la rida della grazia, della bellezza

e degli eccessi di una città bella e invereconda

che, come un Cristo mai morto e mai risorto

sembra prendere, su sé,

tutte le piaghe del mondo.

*

Ritorno all’età dell’oro

Un solo istante

e tutto crollerà;

non senti la smania

tra fondamenta divelte?

 

Nessun fragore

smuoverà le tombe

-          ‘che quelle son già passate’,

solo una lanterna

illuminerà la notte.

 

Tremerà la rosa degli esodi,

il ferro sarà colata d’oro rosso.

 

Non vedi?

 

Resterà il papavero.

A cantare le odi.

A divellere il tempo.

*

Quel pensiero

 

Porto la mia spina con inclemenza,

trafitta dal ricordo

della rugiada che non conobbi.

 

Già, prima del mio tempo,

i soli falciavano la terra

coi sudari dei braccianti.

 

L’eccelso e l’imo mi braccavano,

di luce riflessa tra mille, splendenti fuochi,

e fu il pensiero, quel pensiero,

che mi salvò dalla macina dei giorni

a macerare destini stanchi

all’ombra di invalidi santi.

*

Penelope

Il mattino, questa mattina,

era così bello,

roseo come le carni di un bambino

quando, dalla notte, sale aurora

con le sue gambe di cigno.

 

Ho detto:

“Andiamo, andiamo!”.

L’ho detto ai venti, al falco,

alla rondine, al gabbiano

e avevo le reti piene,

piene di pesci guizzanti...

Ogni pesce intessuto

nella tela della notte

 

ed io, Penelope,

lasciai l’altra Penelope,

lasciai Itaca,

felice,

senza nessuno da aspettare.

*

La ferita

Tu eri una ferita avara

che invano tentai di smacchiare

col candeggio della poesia.

 

Appena nata mi avvoltolai

                nel giorno strano

come triste astro nella sabbia.

 

Poi mi feci un carapace

perché l’alba non dissanguasse.

 

E ogni primavera

deposi uova amare là,

sulla sabbia rossa,

senza saperne la sorte.

 

Ma fu

da quell’alveare decomposto,

senza regina,

che trassero il mio nome,

a arpioni;

 

come da un pozzo artesiano

dove, di notte, arde una stella.

*

Piena di grazia

 

Nacqui già piena di grazia,

già sacramento;

sulla fronte il segno.

Poi da una gonna rude

come un’uniforme

cadde uno scheletro.

 

Uno scheletro di donna

portato in processione.

Donna-tutta-luce

Donna-tutta-bianca

Donna-tutta-panna.

 

Mio padre, san Giuseppe,

pose un sigillo sulla mia gonna

(aveva già perso molti pezzi

nel calderone delle magiare, figlie dei Padri).

 

Nella vasca per pesci del paese

vedevo teste e interiora di donna,

accanto a onischi vestiti da prete.

 

Ancora l’Inquisizione.

 

Io, scalza, spettinata,

mezzo svestita.

Rotta e ricomposta.

Dannato germoglio d’Eva,

sporca puttana.

 

E tuttavia il segno non morì,

con me, sul rogo.

 

Rinacqui piena di grazia,

benedetta da una rabbia benedetta

la stessa che mi fa volare coi cigni

là, sul lago, fino alla vetta…

 

Sorella e figlia

benedetta dagli dei.

*

Notte nuova

 La notte è nuova

come un tuorlo.

 

Tu sei il mio albume nero.

La palpebra sul guanciale.

La fame. La sete.

 

Le marionette sono rotte;

il sangue schizza...

Fili recisi pendono,

come liane

 

Dal ventre della balena,

disegnano una nuova notte

                                     su noi,

beduini braccati,

fuorilegge d’eternità.

*

Palazzi di potere

 

Che c’avete da dire

miei bei palazzi ben vestiti

come i signori mani di cera

che vi frequentano ogni giorno?

 

I vostri segreti ve li tenete stretti,

non trapelano dal rosa salmone,

né dall’avorio fascista dei marmi.

 

Ma siete sicuri che questi segreti

non escono per strada?

 

Ci vanno, ci vanno, eccome…

E per pietà, li beccano i piccioni.

*

L’errore di Ulisse

Avevi denti troppo larghi;

ogni tirata d’aria

uno sbuffo di menzogne.

 

Ora dimmi, caro,

tutto questo dove ti ha portato?

 

Ho visto un’ambulanza

sotto la tua casa;

il buio mordeva il cemento,

Penelope fradicia e sfatta

come cartone bagnato.

 

Era questo che cercavi?

 

Oh Ulisse,

calpestasti i fiori nella mia isola segreta,

i fiori tanto amati,

ogni corolla un nodo d’amore…

Non sapevi che ero una maga?

 

Io vedevo…

Itaca era una palude,

Itaca era un pugnale,

una spina secca schiantata

                             nel fianco.

 

Itaca non c’era già più,

forse non era mai esistita

 

e Argo era la morte

da cui eri in fuga.

 

*

Al bar

Oh bar, tu mi rendi felice!

Felice, felice, felice!

Col tuo blues,

i divanetti ad affondo,

i liquori in fila sullo scaffale

come i soldati a Bukingam palace

(pace alla regina).

 

Un approdo, le tue barchette

di paste con zucchero a velo,

le torte son pupazzi di neve

nelle sfere di cristallo…

 

Qui può nascere l’amore,

in un giorno di pioggia….

 

Qui

ci si può versare glassa

sulle piaghe

-          niente da obiettare-.

 

E che musica i cucchiaini

nei piattini,

meglio del blues,

meglio della marcia funebre,

appesa al cordone verde rame che ancora mi

                                                                       tiene,

legata come un’assassina

a una stazione di polizia.

 

“Elì, Elì, lemà sabactàni?”

*

La voyeure

 

Al n.35 di via del mare calmo,

poco distante dal molo,

una donna spia dalla canna fumaria…

 

Sigla di un film di Fellini,

con tanto di lacrimoni,

si spande dai tavolini

del bar di fronte…

 

Nessuno si muova.

 

La donna spia

coi suoi occhi di rubino ignifugo

(la sigla di Fellini ora è un valzer).

 

Spia la signora-gambe-oliate, che

sorride al cameriere con denti d’avorio,

spia la donna giovani tettine

di latte tutto a venire,

spia il bacio di due al miele salato…

 

(Torna Fellini, Roma, più bella che mai).

 

La spiona è ora un lampione antisisma

e il suo bottino, lanciato da lì,

dal 35 di via del mare calmo

spacca il molo

come un martello pneumatico.  

*

Una notte sognai il paradiso

Una notte sognai il paradiso;

una notte senza tombe da scrostare

sul mio corpo forato d’assenze

          come vecchio vasellame.

 

I ferrovieri erano già tornati,

quella notte

e dalle anche esalava un odore strano,

assai diverso dal bianco e nero dei giorni,

assai diverso dal solito latte versato.

 

Feci così, quella notte, quel sogno strano

dove la nostalgia vibrava su laghi

mai nemmeno immaginati

e i tuoi occhi erano farfalle pazze

che volteggiavano su me, libere, in delirio…

 

Fu un attimo, perdersi in quei colori

lasciare al tempo, matto per davvero,

le pagine di vita che non scrissi.

 

Un attimo…

 

La scimmia del dolore lontana dall’assedio

mi salutava con la sua zampa d’osso,

dicendomi che, in fondo, mi aveva amata

e condotta lì, tenendomi al caldo

sotto la sua pelliccia di vergine oscena.

                             

 

*

Nel paese tranquillo

 

Nel paese tranquillo,

assediato solo dalle mosche,

una giovane donna un po' tocca

scrive la sua poesia nera

in una tazza del caffè Retrò.

 

“Il colpo è stato forte”

dice un vecchio color dentifricio;

qualche tempo fa

cercò di pulirsi la testa

con la candeggina e poi…

Fumava due sigarette insieme.

 

La barista è gentile;

le offre sempre il caffè,

ma poi sopraggiunge un uomo

-forse suo padre, forse no –

le dice ‘Sali in macchina’

e lei va via.

 

Il vecchio tace.

La barista ripulisce

il caffè versato;

 

domani i cittadini

andranno a votare.

 

 

 

 

 

*

La città di pietra

 

Ci sono mura

che non vogliono cadere,

laterizi immortali

incollati col sangue

e fiumi di gesso

dove l’acqua non lava

                    la pietra…

 

Gli alberi se ne stanno

nei viali infestati di noia,

impeccabili tribuni della plebe…

 

E’ sangue pure il tronco

e i rami rugginosi,

contorti in uno spasmo.

 

In questi posti

non ci sono fiabe,

né bambini

a cui poterle raccontare;

la vecchia fontana,

mangiata nella pietra

è il solo mangianastri cadenzato…

 

Letargici, i passi,

si appendono agli scavi;

ognuno lascia a un’anfora

a un elmo o antica fibula

una voluttuosa litania di dolore.

 

Il fiume è altrove…

*

Ancora guerra

 

Strida di gabbiani

tagliano il cielo,

ne strappano l’azzurro che cola,

come vetro frantumato.

 

Il sangue schizza a fiotti,

senza nemmeno odore di redenzione;

astanti in cravatta dalle dita illibate

divorano carni ai banchetti.

 

Fantasmi s’elevano

dall’anfora biancastra

di una donna spettinata,

scomposta dal dolore.

 

I pezzi di vetro

hanno agonie d’animali morenti,

galleggiano,

sconnessi,

portati dalla marea…

 

Chissà dove…

 

 

 

 

*

Il colonnello

Il colonnello era tutto d'un pezzo;

mangiava ad orario 

e sempre a misura

e quando usciva,

prendeva l'ombrello

che non si sa mai

degli scherzi del tempo.

 

Il colonnello guardava diritto,

perchè conosceva i suoi doveri;

ma ora che si è fatto vecchio

e dritto non cammina più,

volentieri si scorda l'ombrello.

 

Guarda le donne 

e con rabbia s'aggancia al bastone

perchè, nel frattempo,

              si è accorto

che si è fatto fregare l'amore. 

 

*

La nobildonna

La signora tutta balze

sta tra bambole ed arazzi;

sui divani dormon tarme

fino a dentro i bei cuscini,

che ha cucito una sartina

per il suo gusto di regina.

 

La signora tutto onore

c'ha un rossetto caramello

sulla carne mezza guasta;

 

dona l'anima ai suoi santi,

fa l'offerte ai poverelli

che le portino lo spirito

ben lontano dalle tarme,

che la elevino dal peso

delle forme sue sgraziate.

 

Non si sa se c'ha una vita

la signora tutte grazie;

cade a pezzi il suo castello

in affondo tra le balze. 

 

 

*

Il segreto

 

Stamane ho visto un lombrico

marciare su foglie marce;

nemmeno la consolazione

di una sigla da telenovelas…

 

Marciava coi miei occhi penzoloni

sul suo sudario di peli e di zampette,

tra gli abissi dischiusi da ogni foglia.

 

Talvolta l’ho visto perdere una zampa

e il sangue schizzare sui tronchi inerti

come i parenti alle cene di Natale.

 

Allora gli ho dato un bastone

ricavato dalla mia corona di spine.

 

Il lombrico ha sorriso,

perché finalmente aveva un segreto.

(Il bosco l’ha saputo

e ci ha lasciati passare).

 

 

 

 

*

Roma

Roma è una stanca signora;

la notte riposa sui lampioni lucenti

tra palazzi addormentati e cupole

                                       adagiate

in sbuffi di gloria andata.

 

Roma è un'isola rapita;

il vento le riporta i fasti antichi

come in un racconto scritto

dalla regia del Mistero.

 

Roma è tutte le luci e tutte le voci

e come ladra di cuori

gozzoviglia nei cuori zingari

e nei tanti randagi di strada;

 

l'anima gliela prende la notte

e la porta lassù,

oltre le cattedrali, le pietre rotte

e le statue distratte.

 

Perchè Roma è una bella sottana

bucata di bellezza

e se piange, è solo

per farti innamorare. 

*

Non cercai l’estintore

 

Tu eri un amore al colostro

e quando venne la prima pioggia,

-          la prima pioggia color vena –

tu virasti con le tue zampe retrattili

                            da vitellino triste.

 

Presentii già l’umido da presepe

e mi vennero i reumatismi alle gambe.

Allora per te divenni una statua d’oro

nella teca dell’amore!

 

Che amore da museo!

Che amore da eutanasia!

 

Così, prima del matrimonio,

ruppi la teca e non cercai l’estintore;

e passando con lo stop,

fuggi con l’ultima mia estate

col mio passo di fiamma.

*

Mi manchi

 

Mi manca l’herpes

all’angolo della tua bocca,

il filo rosso che ti lasciai,

fuori al tuo studio,

appeso al mio ombelico.

 

Mi manca la tua barba

a pungermi la faccia,

i lutti esagerati dei tuoi

                      “a presto”

e le resurrezioni dei ritorni.

 

Mi manca la tua testa

pesante sul mio petto,

quando ti nascondevi dal mondo

tra i miei capelli

con quei silenzi goffi, da bambino.

 

Tu mi manchi.

 

E segreta, la tua voce,

torna all’aria come un richiamo.

 

E addento la voliera

di passi arrugginiti

solo

per lasciarti una scia

del sangue che mi resta,

 

perché tu possa ritrovarmi;

ancora.

*

L’occasione

 

Ti morderei ancora,

come un’arancia;

fino all’osso.

Perché mi lasciasti,

regina delle nevi

nel mio regno di ghiaccio.

 

Perciò spara,

sulla crepa!

 

Rovesciando il Graal

dalle cosce,

fino a spaccare

questa neve dura!

 

L’appendiabiti verde scuola

che ci esplorò nelle notti

dei tirocini dell’amore è lì;

pulito come un tovagliolo,

come la camicia bianca

che ti avvolse il ferro.

 

Il nostro amore claustrofobico

è ora grano tostato

per il tiro al poligono.

 

Perciò,

spara!

 

Questa

è l’occasione.

*

Palazzi di Roma

 

Immortali stanno

i palazzi di Roma

affacciati a una gloria

                        solitaria,

eterni

nella pietra.

 

L’aria più lieve

bacia loro le bocche

agli angoli delle vetrate,

 

colombi dormono

           sui frontoni,

carpendo i segreti

più antichi del mondo,

 

portandoli al fiume

che scorre con l’oro

tra sponde senza domani,

 

laggiù….

 

 

 

 

 

*

Stelle

 

Le stelle ruotan come farfalle pazze

e sembran piccole streghe

con torce splendenti.

 

Sfavillan nella calda notte,

s’aggrumano in sillabe d’oro,

danzando l’Aum dell’eterna gloria.

 

Qualcuna scende,

s’accomiata al mio letto

e poi torna su, dal tetto…

…fumando già l’alba dal narghilè.

*

La luna verde pistacchio

Un tempo c’era la luna

           verde pistacchio;

si calava come una befana

sui palazzi grigi, issati

sulle strade rotte e deserte.

 

Il falegname aveva già l’investitura

per livellare i sogni inquieti;

nell’atrio cicaleggiavano televisori

                                in bianco e nero.

 

Mi sporgevo dalla finestra

con la mia bambola nuda

e per consolarla le dicevo:

“quando avrai le tette

sarai più fortunata!”.

 

Poi richiudevo la finestra,

temendo la notte

mi strappasse il cuore

-          da dentro -.

 

Rotolavo nel letto

con la mia ciotola di azzimi.

Ma, una mattina,

non trovai più la mia bambola

dagli occhi azzurro/gatto.

 

Forse era volata via

sul veliero

di una luna verde pistacchio.

 

*

Un chilo d’amore

Nel bel paese tutti son santi cristiani,

così avevano detto a mia madre

e lei, a sua madre,

eresse una tomba nera

sopra lo stipite in cucina,

e accese un cero al lingam

con svogliata sottomissione.

 

Avevo gambe come anguille

e il salumaio, che affettava

                       carne esiccata

con puritana purezza da orafo

non udiva mai, intera,

la mia richiesta:

“… e un chilo d’amore, grazie”.

 

Poi lo spauracchio della guerra

                                     in Iraq.

A cosa serve il petrolio?

 

Le uova rotolavano dai gradini

                              della scuola,

dove avevano incastrato la mia testa.

 

Io rimanevo fedele alla comanda,

evaporando come un incensiere.

 

Sedevo sulla panchina accanto alla fontana

dove i piccioni si facevano il bidet

a pochi passi dal monumento dei caduti

                                           per la patria

e intanto dicevo:

“Un chilo d’amore, grazie!”.

 

E per non scordarlo,

lo scrivevo col dito sulla polvere

delle finestre di scuola

che nessuno ripuliva,

che nessuno leggeva

 

tranne

quel vecchio birbone del piccione

che, poi, tornava alla fontana

per la solita toeletta giornaliera.

*

La casa azzurra

Laggiù c’è una casa

con le finestre azzurre

sta là, immota,

nel sonno delle formiche.

 

Dicono che hai perso

i tuoi tramonti,

rovesciando il latte

che tua madre

non ti ha mai versato.

 

Io sono ora un grande uccello,

un’aquila reale

e disegno un sentiero

a picco sul monte,

a picco sul mare

dove lasciasti

il mio gomitolo d’amore.

 

E quando LORO

marceranno dallo spazio

e l’oracolo avrà ancora il sigillo

che ti impressero le mie labbra

col fuoco

tu

che farai?

Chi invocherai?

 

Ho ancora la conchiglia,

tra le dita.

Sta nella casa azzurra,

là,

dove ci siamo conosciuti.

*

Promessa

 

Il tuo osso è rimasto

impigliato nel mio canto.

Sarà per l’oro delle verbene

o la prodigalità delle cicale…

 

E… che ti sto ancora cercando,

ramo dentro ramo,

radice delle mie sponde,

 

lacrima rossa.

 

Ed io che penso

quando verrai

ti farò una tenda di yuta

e con le palme, un letto;

 

ogni raggio brillerà da un’assenza,

ogni lacrima sarà viola

sulla terrazza di un cielo

che non finisce;

 

mai.

*

Memorie

Vango memorie con l’aratro,

contadina acerba di fuochi.

Ecco laggiù una pallida stella,

un presepe a forma di nuvola…

 

Ogni bacio impresso

(o solo immaginato)

s’appende alla carne

come uno sbuffo.

 

Le solite cantilene.

 

Il mare è triste come un cucchiaio,

nei brodi dei vuoti galleggia Medusa,

nella mia gola ci ha messo serpenti.

 

Un tablet spento, l’albero.

 

oh Ifigenia!

oh Andromeda!

oh Danae!

oh Medusa!

Quanto ancora dovrete aspettare,

la spiga schiantata resuscitare?!

 

 

*

La donna nera

La donna sta,

sospesa.

Ai due lati un teschio.

Sorride la testuggine;

sul carapace è dipinta

la morte.

 

Allora mi giro

e rigiro nel letto,

la rabbia è la donna nera

che esce dalla spina.

Non la riconosco.

 

Non è un'eroina

e neppure un'antieroe

e il lenzuolo è una disesa

irta scoscesa

attraversata da palle

di neve nera.

 

Perchè si asciugarono gli impuri

sulla mia veste?

La mia veste era presa dal lago

e aveva pesci bianchi, verdi 

e color argento

e ogni pesce era una porta.

 

Ma, forse

tutti i fonti battesimali

hanno un fondo di mattanza.

La donna nera ride

con un solo dente.

La donna nera sa. 

*

Il critico

o mio agrodolce critico illuminato,

chi hai bisogno di correggere, redarguire, illuminare?

la tua vita è fronzoli

e tu non vuoi lasciarli andare!

Sei rimasto un ciucciatetta

e il latte s'è aggrumato 

sulla scorza del tuo ego!

 

o dolceamaro critico illuminato,

hai mai provato ad aprire le finestre?

a respirare coi tuoi polmoni con il tuo cuore?

 

vedrai, 

vedrai,

vedrai che ce la fai!

*

Il geco

Appiattato sulla mia porta

tu, geco, offri

il tuo canto intermittente,

tra l'occhio dolce della luna

che splende l'erba di fulgori.

 

E il tuo canto lenisce

i nodi dei miei vuoti,

che la tua cadenza schiude

come primule bianche

nel refrigerio della sera. 

*

Una donna

Una donna siede l'azzurro

nel suo vestito aquilino;

 

cercando un ramo bianco.

*

Il leone

Fiero della dura solitudine,

avvolto nel raggio dell'irto fuoco,

avanzi,

nella tua nobile possanza,

dall'arida steppa dell'ieri,

fino all'afondo dell'oggi;

sovrano, già,

del domani. 

*

La ferita del giglio

Da rododendri d'esili

acqua piovve,

corrose l'ossa

su foglie secche di malinconie,

sepolte in aspri fossati.

 

Un rondò le ombre

nel segreto traffico

dei sensi in rivolta,

sotto un cielo di fiamma feroce

e strade sterrate tramutate

in torrenti ghiacciati.

 

Nei mattini di chiarore infermo,

lidi di pietre sepolte

lasciavano scoperta

del giglio, la ferita

inesorabile, nonostante;

fulgido e vivo

nelle affamate valli,

di notti, rafferme. 

 

*

Spingendo l’abisso lassù

Nel sapore consunto

di pigolanti istanti,

tra la pioggia corrodente

il feltro nero del cuore,

m'arriva il richiamo di questa vita...

 

Sale tra le dita,

estasi febbricitante

tra lenzuola macchiate

di monologhi interrotti,

nudi,

come i bambinelli nei presepi 

                               a Natale...

 

Salire,

scansando pattumi di false

                    appartenenze

solo

per mettere un piede più in là;

 

spingendo l'abisso lassù...

 

*

Fiori

Ho visto un ciuffo d'erba

crescere dai tuoi capelli,

intrecciarsi alle mie mani,

fin dove

non sapeva l'amore

e anche

se ho morso lo stelo

coi miei denti di bambina,

da lì sono germogliati

altri mille ciuffi d'erba;

 

sembravano edera,

ma erano fiori. 

*

Compagni di scuola

E ci dissero:

"V'insegniamo qualcosa,

a tenere la penna,

a tenere la riga,

ma intanto state fermi,

vi prego, sono confusa!

A casa c'ho un gatto

che parla con gli spiriti

e nel pomeriggio

c'ho da portare mia figlia all'ACR,

quella che se non si dà una regolata

mi toglierà pure la pace della pensione!"

 

E i nostri occhi erano puri,

smarriti come le biglie 

rotolate per strada

e non ci credevamo

che avremmo imparato qualcosa,

perciò ci tenevamo stretti

come i cuccioli nelle gabbie

dei negozi d'animali;

 

mordendoci appena,

perdendoci appena,

pensando che il tempo

nessuno

lo avesse inventato mai.

*

Sere

Ci sono sere che gocciolano

come rubinetti rotti

e per quanto tu finga

di tenere insieme

un'immagine di te

come i vestiti sui manichini,

qualcosa cola nel lavello

della grande illusione del mondo;

un occhio, un lobo,

un gomito...

Talvolta, il cuore.

*

Tiranni

Non sanno,

coloro che ergono silenzi

a servizio della tirannide

che quei silenzi

sono sassi sputati dal vetro

o profezie appuntite,

anche quando celano

un ragno abbarbicato

alla sua bavosa tela

di acidi biliari in fermento,

protetto in calcolate distanze

dall'umido delle cantine. 

 

Nutrono Barbablù,

il pappone,

tali silenzi

e tornano

- tornano, prima o poi -

con le loro punte,

cariche di veleni. 

*

Eterna corrida

E' là,

dove infiammano le correnti,

che il tuo respiro non ha

tregua,

entra

nelle ossa, scarnifica

pungola il tendine,

assedia il midollo

 

e forse è questa

l'Origine

dove non c'è buio

nè luce

e lo splendore ha il sapore

- il terribile splendore!_

di un'eterna corrida

che lenta dissangua

 

e quell'arena

siamo noi. 

 

*

Ci ritroveremo là

A volte piove anche se è estate,

sopra mattoni di parole

che non rendono le cose perse

ma stanno,

come albatri fermi in volo

sopra spoglie scogliere.

 

Eppure, tra i boschi

umidi e nudi

dove svaporano umori,

un canto s'insinua, fermo

ad una inarrestabile gioventù.

 

Ci ritroveremo là,

nel ritmo lento degli effluvi 

                               di selva,

dove le ombre offrono ai raggi

l'appuntamento segreto

tra la nostalgia

e la felicità.  

*

Tronchi

 
Tronchi,
eretti in una veglia antica,
a sostenere cime
che toccano le stelle.
 
Così, vegliardi, stanno
nell'alba dell'allodola
o nella notte della civetta
a raccogliere trame
del mondo sparso degli invisibili
o dei visibili.
 
Li rallegra il fringuello,
il cardellino,
altalenanti sui rami,
tra gli incensi delle cortecce.
 
Loro, che Sanno,
e lo dicono ai venti,
semplici
nel mistero profondo
del loro stare.

*

la libertà del funambolo

C'è un vuoto dove arretrano

le stelle, stanche di aspettare

e il vuoto di un letto vuoto

di promesse mai mantenute

che spargono un sangue acre

tra i nudi sassi del cuore,

insonni nelle albe livide

di risvegli mancati.

 

E poi c'è un vuoto 

che serra la gola

e tu marcisci nel silenzio,

tra gli spacci di morali

tagliate di borghese buon senso

e campane cigolanti

tra rovine di un mondo

che non ti ha conosciuto mai.

 

E ancora c'è il vuoto annichilito

di torrenti arrestati,

dirottati sull'asse

e quello lasciato dai canti

                     delle sirene

delle affinità temporanee

 

e poi il vuoto della vendetta

contro la gioia,

sempre affittata a caro prezzo

e quello della stanchezza lacerata,

sanguinante di grazie mancate,

di pani ammuffiti

che lasciano vuoti più immensi

delle cattedrali

o dei cimiteri

 

e ancora, il vuoto di un taglio di vuoti,

che raschia, dentro te, come un coltello,

fino alla polpa,

fino a perderti

per ritrovarti, ora e mai, 

su quella corda sul vuoto

che è la libertà del funambolo,

pieno ormai di tutti i vuoti

che ha incontrato,

celebrato,

e amato.  

*

Poi venne il mostro nella città di Taranto

Un tempo c'era l'acqua
chiara, dicono
e giochi di delfini d'argento
nel turchese;
poi venne il mostro
e sbuffò fumo nero dalle ciminiere,
erette
come falli in delirio di onnipotenza.
 
Stuprarono il cielo,
le barriere coralline,
appassirono fiori e case
e gente ridotta a oltraggi viventi
su strade ammorbate
mentre la Madre, invano,
agitava le sue acque,
intorbidate dagli omicidi
di tutti i suoi figli ammazzati.
 
E l'omertà strisciò
tra paludose vite strette al serraglio,
deragliate in un terno presente
assai peggiore dell'ingresso infero
narrato dal poeta,
perchè lì la speranza
non è da lasciare;
morì già quando soffocarono il grido
della Grande Madre dell'acque, della terra e dei venti

*

Sono stata sola

Sono stata sola mille anni

o forse diecimila o cento,

sospesa su una barca,

vuota di parole mai pronunciate.

 

Ho visto stazioni, motel,

percorso muri a secco

con una valigia di cartone,

asfissiata dal grido di dinamite

che mi bruciava il cuore.

 

Sono stata sola

mentre mia nonna raccontava

favole ai gatti

e le vetrate di una pasticceria

dicevano il dolce che mancava,

anidato in patine bluastre

di repressioni e di orgogli ostinati.

 

E scendeva la neve

sui reati mai commessi

e allora inventai una colpa, per fuggire

dai tanti vuoti deragliati

tra i greti asfissianti di insoluti perchè.

 

E sono stata sola

perchè così volle la luce ostinata

che invoca, acerba, sul monte

degli angeli indenni

perchè mi narrassero una nuova solitudine,

nata dai fiori

di nuovi transiti stellari. 

*

La congrega

Stamattina i corvi

stavano innanzi alla congrega.

Uno s'allisciava il panciotto,

l'altro stava dentro a tener cassa:

"Per l'esumazione fanno 400 euro

se è bell'e cotto,

300 se ci sono ancora, intere, l'ossa",

così disse al poveretto

che era lì per le resta di suo padre.

E intanto i corvi non s'accorgevano

che avevano le penne già tutte lise

e pure la coda già puzzava di fumo.

Così, almeno,

ai figli o agli eredi

non avrebbero dato problemi

e questi, al cassiere della congrega,

avrebbero 

detto, in un solo colpo:

"Ti do 400 euro

e arrivederci".

*

Il calabrone

L'uomo che pareva tutt'un pezzo

ma che, in fondo, era un pupazzo,

c'aveva la 'cintola' infuocata

e tra un metti e un togli

incappò, un giorno,

nella bella addormentata

che credeva di esser stata svegliata

niente meno che da un principe innamorato.

Ma siccome il principe nel sonno ci stava

                                                        bene,

perchè, tutto sommato, una moglie, una casa

e il posto fisso di impiegato statale ce l'aveva,

giocò con lei come fa il gatto col topo,

senza alcuna pietà.

Ma, una sera,

mentre si stava a riparare

dentro le fredde lenzuola

(attentissimo a non toccare i piedi di sua moglie)

dalla finestra entrò un grosso calabrone:

era il diavolo

e al crapulone portò via in saccoccia

anche l'ultimo pezzo di cuore. 

*

I poveri di Spirito

Beati i poveri di Spirito

sentì dire un giorno al catechismo

o in chiesa, non lo ricordo.

Siccome ero bambina

e non capivo bene,

allora domandai al prete;

quello mi diede 

una lunga spiegazione,

ma io continuai a non capire...

Allora mi tenni il sospetto blasfemo

che i poveri di spirito

sono beati

solo per chi comanda.

 

*

Lor’altri

Li vedi, gambe accavallate,

infradito, all'angolo dei marciapiedi,

le spalle chine 

come a voler benedire l'asfalto

o forse

è l'asfalto che ha bisogno

d'esser benedetto

da quel fiume di tristezze

ingroppate sulle spalle di cammello,

che gli hano portato via tutto;

 

forse pure il dolore. 

*

Amarti

Amarti fu un lungo
travisamento,
l'ennesimo,
uno staccare reti e alghe
dalla chiglia, inesorabile.
 
Amarti
fu inventarmi ancora
nel fragore della pioggia,
nella sete clandestina
di un giorno assoluto
 
ripetere
il gioco della morte
d'una odissea senza approdo
solo
per bere il verbo
dalla tua bocca
 
e perdermi,
ancora...
 

*

Amo pure

 
Non ho ancora messo le mani
nei vermi del tuo fango,
per seppellirli,
mon amour
e parte di me imputridisce
ancora nei tuoi vizi,
nella decomposizione del tuo costato,
già concavo di respiro,
eppure
amo pure questa morte sospesa,
improbabile,
l'amo
come amai te,
testarda come un oltraggio,
scioccante,
invereconda
come il tarlo di te
che sbriciola le mie ossa
sul tuo scheletro.
Annalisa Scialpi

*

Marchi nudi sull’eternità

Sulla lettiga del sogno
sei giunto, o mio sovrano,
ad affondare l'algida spada
della tua scintillante regalità
nell'intricata polpa del mio cuore,
lacera di dimenticanze
e di assedi di ruggine.
 
E quanto ti ho cercato
lo sa il sangue,
il diluvio dei sensi
a stento governato
dalle redini delle arterie.
 
E questo bacio
che ora c'infiamma, col sale,
è l'amrita della stella
che ci impresse,
come nudi marchi,
sul canovaccio dell'eternità.

*

Il fuoco e la neve

 
Il diavolo era un sì,
l'angelo un 'sii prudente'.
Il diavolo abitava il fuoco,
tenendo il mio corpo nella neve
che, dell'angelo, era il vestito.
Poi vennero i fiocchi, copiosi,
e la neve si sciolse
nutrendo un nome
che il mio corpo già conosceva,
perchè, già prima,
l'aveva inciso il fuoco.
 

*

Ricordi di scuola

L'odore acre dei cassini,

graffi, sulla lavagna

che non disseppellivano tombe,

non resuscitavano

i piccoli Lazzari in grembiule. 

*

Retorica radicale

radici,

impilate tra colonnati di sante intenzioni,

tenute come ostaggi nei marmi.

 

I vecchi che, sempre,

hanno da insegnare ai bambini

certezze condite di acidi biliari.

 

Sardine in scatola

tra latte di carni esiccate

e carrelli di inefficati clisteri

                 da confessionale.

 

Radici

o solchi tombali, nella terra

invasata di rettili aggrovigliati.

 

Tale, spesso,

è l'aura di melma

della retorica radicale. 

*

Lì, tra i molti regni

C'è una strada azzurra
là, oltre la finestra,
dove becca, la tortora, l'ulivo,
offrendo l'olio al sole.
 
Lì, tra i molti regni,
occhieggia un lido
dove la rosa,
gravida del mare,
esala il carminio,
senza temere il ragno.
 

*

La musicista di strada

Suono per chi ha voglia
di danzare
e per chi no.
Suono per il vento, il cielo, le stelle;
per tutte le foglie cadute
e per quelle rimaste
attaccate al ramo.
Suono perchè questo mi resta
di una vita spogliata
di inutili allori.
Nella notte e nel giorno,
nel riposo e nella quiete,
suono...
E m'accompagna il canto
dei danzatori alati,
s'espande, tra le cortecce,
a risvegliare gli elfi
dal lungo sonno del cuore.
Suono
e dolce è il pianto che s'eleva,
trasmuta in preghiera,
disgela...
Oh sovrani del suono,
musici della parola,
venite a me,
fate che vivere sia solo questo:
suono, folle o leggero,
piovuto dal nettare di un dio.
 

*

La donna color cielo

Una donna cammina per strada,
ha il cappello color cielo,
-chissà dove va, chissà!-
 
Ora passa innanzi
a una chiesa gialla,
poi sosta a prendere un caffè.
 
Ha lasciato per strada
profumo di rose
e di poesia.
 
Nessuno sa chi è,
ma qualcosa è cambiato
al suo passaggio.
 
E' una donna color cielo
e profuma di rosa,
e chissà dove va,
chissà...
 

*

Tutta colpa di una mela

In un tempo non molto lontano
gli uomini giocavano tutti la stessa partita
di baseball o di calcio
-non aveva molta importanza-.
 
E non c'erano i santi,
perchè dio era in un fiore
e le brame le raccoglieva
o disperdeva il vento,
come si fa con i bambini,
poi non so
cosa accadde
pare
sia stato tutta colpa di una mela
se ancora
ci stiamo uccidendo.
 

*

Senza te

 

Senza te

è un continuo inverno;

inutili, le stagioni,

vano il canto del ciliegio.

 

Senza te

la vita è la corsia

di un pallido ospedale

dove trascino la mia invalidità,

tra davanzali di rose di cenere.

 

E’ notte, senza te

e non quella

che commuove i poeti,

ma una sfilata di vecchie,

inutili ombre

attorno al carillon scordato

                               dei giorni.

 

Perché non c’è luce

senza te,

non c’è pace, oltre

questa feroce agonia

che d’insaziata sete

mi consuma l’ossa,

con le ore.

 

E ripenso ai baci traditi

dall’incapacità di vedere l’oro

in quel fiume

che un angelo benedisse,

che tu non capisti;

 

ed eravamo noi.

*

I bambini non c’entrano niente

 
Che colpa ha un bambino?
Me lo son chiesta, stasera,
davanti al pubblico spettacolo
di un bambino che piangeva
attaccato a un palo.
 
"No, a casa non voglio tornare"
diceva, singhiozzando
a un grosso ragazzo che era suo fratello.
 
Un signore molto distinto
ha chiesto al bambino
perchè a casa non ci voleva tornare.
"Mi picchiano" ha risposto il bambino.
Allora il signore distinto
ha insultato gli stranieri che portano in Italia
(la Nostra Italia!!!) le loro regole barbare,
ha minacciato il fratello
senza capire niente
(poi è uscita la madre).
il signore distinto
ha chiamato la polizia
ed è scappato via.
 
Che colpa aveva quel bambino?
 
La madre ha detto che piangeva
perchè gli aveva impedito di uscire;
era in punizione,
perchè a scuola non ci voleva andare.
Ha detto che aveva sei figli da gestire
e poco tempo per capire
e poi è arrivata la polizia
a servizio dei 'capi'
a cui della gente non importa un fico secco,
sono loro
che hanno fatto piangere e scappare
quel bambino
e nutrito disperazioni
negli occhi di quella gente.
 
Sono loro
che alimentano violenza,
ignoranza
loro
che dicono di proteggere e di salvare
questo mondo,
ma poi la colpa è sempre della gente.
 
Spetta noi doverci risvegliare.
illuminare,
smettere di servire, obbedire e consumare
e liberarci da queste inutili comparse
e liberare i bambini,
i bambini che non c'entrano niente
che pagano intero il prezzo
delle loro criminose omissioni.
 
Perchè i bambini
non c'entrano niente.

*

L’abbraccio

 

Scorreva la linfa

nel tronco del nostro abbraccio,

che secoli, ti attesi, dietro alle cortine

forate di ricami di languida tristezza;

lettere, di sangue scritte, come di preghiera.

 

E venisti, un giorno

e non era carne, forse,

           la tua immagine,

che sangue blu non t’infiorava

le vene di guerriero

 

e tuttavia un dio m’abbracciò,

in te, infiorando promesse

tra le rose e i fiordalisi pendenti

                             dalla mia bocca,

dicendomi arriverà

quella benedetta linfa

che te risorgerà, dalla stella.  

*

Illuminati inferni

 
La giovinezza mi passò addosso
come se tutte le folgori e i venti
si fossero accatastati in una nebbia
surreale e oscura,
nascosta nel fondo dell'anima.
 
Uragani silenziosi palpitavano
tra i vetri ghiacci delle fabbriche
del consenso,
dove morivano le primavere del mondo.
 
Ed io mi piegavo d'amore
coi rami del bosco e i loro segreti,
portati dal canto di farfalle in volo
nulla conoscendo, tra quelle morte stanze,
se non il sapore dell'erba in rivolta
lo stesso
che accende d'incubi beati i miei sonni
e i miei giorni,
sempre a un passo dal precipizio vivo
con tutti i suoi illuminati inferni.
Annalisa Scialpi

*

Supposizioni

Sei stato qua,
certamente,
da qualche parte,
stregato
anche tu.
 
Ti mancavano congetture
o forse troppe
su quella
taciuta rosa
che stava là,
al centro,
senz'acqua
 
mentre tu,
supponevi.
 
Come gli altri.

*

Al largo

M'assale, presaga,
una celeste misantropia.
Quel che dicesti, poco fa,
è già misura del fuoco.
 
Brucia la mente, brucia...
Sposta il confine
al limitar della soglia.
 
La morte è tra gli astanti;
una virile malinconia palpita
tra robuste chiome di quercia,
che graffiano il vento.
 
S'ode un ululato di caverne;
 
al largo punta la nave,
al largo punta e si slarga...
Annalisa Scialpi

 

*

Auschwit

Auschwitz è nel nostro cuore.
Non dite 'non è così'. Lo è.
E' neve ghiaccia di sangue rappreso,
che attira al freddo fondo.
 
Auschwitz è il Padre Onnipotente,
la Ragion di Stato
garante di tutti i Padri Onnipotenti.
 
Auschwitz è togliere ai bambini la magia.
 
Auschwitz è il binario a senso unico dell'abitudine.
 
Auschwitz è il dovere di far soldi che sorpassa ogni legge,
anche lo stato naturale della felicità.
 
Auschwitz è l'ignoranza sovrana.
 
Auschwitz sono i deboli al governo.
 
Auschwitz è fondare un mondo sulla malattia
e tararlo a misura di chi è stato reso perdente.
 
Auschwitz è 'Freud ha capito tutto'.
 
Auschwitz è la madre e il padre della morale.
 
Auschwitz sono i giornali al servizio del potere.
 
Auschwitz è una società di randagi umani
che marciscono nelle retrovie o sotto i cupoloni.
 
Auschwitz è una società fondata sui ruoli,
con gli ordini professionali per salvaguardare le caste.
 
Auschwitz è la morte il più lontano possibile.
 
Auschwitz è credere che la luna
esista solo per luce riflessa.
 
Auschwitz è bollare come pazzi gli sciamani,
i visionari, i profeti.
 
Auschwitz è una società senza il senso del sacro,
dove io vinco se tu perdi
e dove abbattere un albero
è come fare uno starnuto.
 
Auschwitz è una società costruita sull'illusione dell'io
e del tempo.
 
Auschwitz è 'la conoscenza è proibita'
e 'se conosci sei fuori'.
 
Auschwitz è tutti gli ismi: razzismo, campanilismo, consumismo, familismo.
Auschwitz siamo noi diretti dall'ipnosi della società.
 
Per cui, spetta noi, ora, aprire quelle porte.
Risarcire.
Ora tocca a noi
imparare a celebrare,
a ridere, a lottare:
spezzare le catene
e camminare con le nostre ali.
 

*

Nessuna colpa

 
Nessuna colpa
e che io e te
guardavamo dalla soffitta,
mettendo nella botola dei baci
le stelle che credevamo
di prendere con gli occhi.
 
Non eravamo nati abbastanza.
 
Io germogliavo, dinoccolata,
dalla sabbia;
il mondo m'era già passato addosso
come un rullo
e tu... Eri solo un fragile ramo
che mi s'avviticchiava, ignaro
delle spine,
nell'alba di una graffiata euforia.
 
Incauta attraversai la fiamma
di un limpido sole ruggente,
così pazzo
da credere di esser nato ieri,
così vero da bruciarci,
prima che l'amore
divenisse scontato.
 

*

Paesaggio d’inverno

 

Le calendule hanno preso il vestito al sole,

brillando sui loro ombrellini freddi come girandole

                                                                    dolenti,

mentre un gatto se ne sta,

acquattato d’ombra come un ladro

nei suoi occhi di smeraldo tagliente.

 

Nell’aria, sui tetti o i corpi gialli

delle case inutili e accasciate

il tempo mostra il suo scherno

con un sorriso di ghiaccio.

 

Gli gnomi sono partiti, lassù…

Nell’aria greve recitano sermoni amari

che s’abbattono sui tronchi già segnati

da dissonanti mantra a intervalli.

 

Insostenibile, lo spazio

giace sui fianchi a gambe larghe

come una stanca puttana

e nel silenzio, impiomba prati

porta lì

tutte le nenie del mondo.

 

Per dispetto.   

*

Da soli turgidi

Sentire, nudo, il giorno.

Sulla pelle.

Il sole falcia le strade

tra gli occhi degli annegati

accasciati nelle retrovie.

 

Occhi iniettati di sangue.

Follia.

Sputare il marcio mille volte,

senza espellerlo mai.

Il ferro della metro

sferraglia nel midollo

di una pesantezza che uccide.

Lenta.

Si mescola ai fiati.

 

Eppure c’è colore,

nel giorno.

Da soli turgidi

colano colombe sullo sfacelo

di un mondo

dannato di potere,

 

dicono

 

la pace è dentro te.

*

Un uomo qualunque

 
Hai tradito la rosa,
la tua rosa azzurra, la tua rosa rosa.
L’hai chiusa sotto la saracinesca
a imputridire coi tuoi domati vizi,
oh santo uomo di santo timore e
di buona morale,
buono a pulir code dei padroni!
Non te ne sei accorto?
Anche satana ha addomesticato i suoi mastini,
così dicono
e sorveglia come una pantera
il magazzino dove ponesti, ben imballate,
le tue scatole delle ragioni,
là, nella regione dell’eterno sonno dei sensi
e del cuore.
 
Hai sepolto il tuo fiore
sotto pensieri di sabbia
per timide porzioni di minestre avare
e giorni in controluce
a misurar respiri sui calendari
e camuffare l’odore di vita vera,
protetto tra le pareti delle tue rabbie
incalcinate!
 
Oh, povero uomo qualunque
di cui un prete nero dirà,
al termine delle ore,
“Lo ricorderanno come buon cristiano,
marito e padre di famiglia!”.
E allora, forse udrai
fremere il ruggito di zoccoli scalpitanti,
ma… Amen! Il diavolo dirà
e non dirà a nessuno di aver visto tremare
la bara
e si arriccerà i baffi, pensando
a quando gli hai venduto anche il dolore
che ti chiamava con l’odore della rosa,
la tua rosa
che mai più ti chiamò.
 
 

*

La vecchia alla finestra

Sulla strada addormata di stanchi passi,

vecchi manichini si muovono nell’ombra

pigiando pulsanti nei palazzi di potere,

ombre di passioni spente

polverizzate in lidi bruciati, sepolti,

dove carnivore conchiglie di frustrazioni,

di avidità e di ignoranze sovrane

eleggono i silenzi a custodi di vili delitti.

 

Pur tra queste ombre arrischiate

su torri di cocci taglienti

-          prossime al crollo -

una vecchia, allegra, tesse

dietro una finestra gialla.

Ha fiori di loto, alle pareti

che irradiano l’acacia, cosparsa

sulla sua sedia a dondolo.

Un gatto le sfila in grembo

e pensa – lei che ha davvero vissuto

e comprende il linguaggio degli alberi

e delle cose mute-,

che sarà color di cielo,

ora e sempre,

il suo mantello all’uncinetto.

*

Sei tu

Sei tu che ti spegni e rinvieni

sulla prua di un cielo graffiato

e sotto ogni sole, sei tu;

 

ghiaccio e cenere sulla vernice

                                        d’istanti,

scrostati a unghie e sangue

dalla mia stiva assetata.

 

E sei ancora tu

l’anatomia su cui crocifissi i sensi

e con le api salpando, di miele,

ti feci gli occhi, la bocca…

 

…Appesa al ponte dei tuoi lombi,

- mio sacrario!-

naufragando

d’assoluta eutanasia.

*

L’albero di mandarini

La notte è una grigia presenza
che avvolge l’albero di mandarini.
Dalle dita sale un fuoco sottile
che arrossa i frutti
e rode il tronco del pensiero,
in muto soliloquio d’istanti.
Si dilegua il viaggiatore oscuro
del fiume malinconia,
addita strade, oltre i rami.
 
Cade la pioggia
 
ed è mattino.

*

Senza te

Ho molto freddo senza te,

ma le mie febbri scavano lo scarlatto,

fino all’osso di una scrostata fotografia

che crocifissi coi tuoi stessi silenzi

nel legno della mia pianura di nettari

                                                    ardenti

-          mio Calvario!_

dove ancora ti attendo.

 

Dove sempre ti amo.

 

 

 

 

 

*

Ancor prima

Come notte nuova nasco

dal respiro fulgente del monte,

sempre vivo, sempiterno,

con te che sgusci dalla vetta di un pensiero

e mordi questo istante tra le stelle.

 

Sulla strada il segnale è a unico senso

e sempre è l’infinito desiderio di te

che muori e risorgi nel varco sottile

che separa l’odio dall’amore.

 

E senza meta è la mia strada,

perché quel che conta è il viaggio

e il viaggio sei tu.

 

Una felicità inspiegabile tramuta

in stelle le luci della strada,

promette nuove albe e notti chiare

e quella pace che trovo

solo quando

m’addormento nel respiro

di quel sogno che facemmo

ancor prima di incontrarci.

Ancor prima di sognarci.

 

Ancor prima di noi.

*

Pioggia

 

Ho visto la pioggia non passare mai,

cadere, anche col sole,

sul rivo di una foglia spezzata

in un letto di dimenticanze

e fracassarsi stelle su un cuscino

di azzurre malinconie.

 

Ho sentito la pioggia tingermi le mani

e l’umida pietra trasudare il turchese

nel ticchettio di un’astratta melodia

ripetuta a oltranza

e ombre danzare, nel taglio

di vetri smerigliati d’usura.

 

Come una vecchia stanza d’hotel

ho visto ripetersi e caracollare istanti,

uno dietro l’altro,

su quadri dipinti di foreste di ruggine.

 

E poi ho sentito la pioggia

sanguinare su zolle di pane raffermo,

aggrumito di soli traditi,

mentre il vecchio giradischi ripeteva

canzoni scordate

a un cielo senza pietà,

calato come una tenda

su nuvole di tovaglioli umidi.

 

E così siamo divenute una,

io e la pioggia,

così sfacciate da danzare nude

sotto il nudo cielo,

ombre, intessendo e ricami d’istanti…

… là,

dove muoiono i papaveri rossi,

per troppo amore.

*

Quando ami veramente

Quando ami veramente

la luce squarcia le tenebre
e la tua vita diventa Sacra.
 
Quando ami veramente
smetti di correre nel mercato dell’inutile,
perché l’amore denuda l’essenziale,
che è la tua verità,
come fa il vento con i rami, in autunno.
 
Quando ami veramente
trovi il coraggio di guarire le ferite
del cuore,
perché null’altro desideri
che essere all’altezza
della Dea dell’amore.
 
E scendi nelle tue cantine,
le stanze proibite,
solo per il sogno di riprenderti
la tua Euridice.
 
Quando ami veramente
sei integro
e il mondo non t’inganna più
con le sue lusinghe,
perché sai che nessun tesoro
potrà essere più prezioso
di quello che stringi tra le mani
e tieni nel castello del tuo pensiero
più puro
o nella gemma di un’emozione scarlatta
che scalda i tuoi giorni
col fuoco più vivo.
 
E potresti aver voglia di morire
quando ami così,
quando ami veramente,
perché l’amore è troppo
e straripa
e pensi che scoppierai…
 
Potrebbe succedere,
perché quando ami veramente
tu sei solo un ponte
della Dea che ama in te
e vuole trasformarti nel ruscello,
nella luna, nella valle,
nel passero
che un giorno venne alla tua finestra
per dirti che l’Amore
ti ha trovato degno di sé.
 

*

Uomini di cera

Uomini minimi, di cera

colano sui giorni già segnati

dai buoni dei supermercati.

 

A testa bassa affondano

In uno scialbo clangore,

di vizi assetati appena oltre

il deraglio di vite volutamente

strette nell’ordinato serraglio.

 

Piombano con essi notti piombe

che lasciano

sentori sepolcrali di disfatta

nel caotico fango che, certo,

malgrado essi, sta già seminando

la nuova aurora del mondo.

 

*

L’unico giorno

L’unico giorno

Lo so che stai da qualche parte,

su qualche terra, su qualche nuvola,

su qualche cielo

dove le aquile volano libere,

dove non c’è mai stata paura.

 

E’ un regno strano,

che sta oltre le ombre del nostro mondo

                                                           di fumo,

è un regno dove c’è il mare

e l’aria raccoglie tutti i segreti del cuore.

 

So che sei lì

e so che un giorno ci incontreremo

e sarà l’unico giorno

che avrò mai desiderato vivere davvero,

in cui berrò il sole dalla tua mano

e piangerò le lacrime che non piansi mai,

fino alla gioia

o piangeremo insieme, io e te…

Con quelle lacrime faremo il mare

e sarà infinito, come il nostro amore.

*

Bagliore d’abisso

La tua carne benedetta e dannata

giace nel letto di rose del mio cuore;

rose turgide, screziate, a volte vecchie,

ingiallite dall’afrore dei tuoi vizi.

 

Ma in ogni posa, in ogni rosa

la luce mi colpisce al centro, colando

da un’acquasantiera di limpide

note che trafiggono i miei istanti

come raggi splendenti

 

e il fondo del vuoto onnivoro

                      che ne consegue

non è che la prigione che Zeus

                              inondò d’oro

solo

per la sua Danae esultante

              nel roseoporpora 

di un bagliore d’abisso infinito.  

*

Il gabbiano

 

Un gabbiano plana sulle acque,

con bianca levità si staglia,

quasi incorporeo,

sul riflesso di liquido cristallo.

 

Regna sovrano del cielo,

affonda, funambolo,

in limpide linee d’aria,

 

e dalla militante altezza

come danzatore esperto

plana giù, nell’acque trasparenti

in picchiata sui pesci in superficie

 

o sull’onda, resta

rilassando il volo egli si specchia

fino a quando sorge dal mare

la sua antica corona d’imperatore.

 

 

*

Ifigenia

Comportati bene

chiudi le gambe

chiudi le cosce

del tuo sentire

le cosce

nella tua pancia.

Vieni qui,

sul rogo!

 

E muffe

case a dirocco

assi aguzze

demoni verdi nell’aria.

 

“Ora ti bruciamo,

comprendi,

questione di ragion di stato,

ti rubiamo la gonna

ti rubiamo la gioia

ti rubiamo la vita.

 

Matrone colossali

con lo sguardo di orche innocenti

vecchie smilze,

il tantra dei condonati

dei passati-a-setaccio

 

e dietro niente

e dietro niente

e dietro niente.

*

Il vuoto dentro me

Quando ho trovato il coraggio
di guardare il vuoto dentro me,
ho scoperto che non era il vuoto
che pensavo e che temevo,
ma Puro Splendore del nulla divino.
 
E ho scoperto che non c'era
alcun vuoto da colmare,
perchè ero già piena del Tutto.
Così ho smesso di mangiare
solo per ansia o abitudine,
di circondarmi di cose e di persone
inutili per la mia evoluzione.
 
Quando ho trovato il coraggio
di guardare il vuoto dentro me
ho imparato dai gatti ad amare il silenzio,
a godere delle piccole cose,
a cercare l'Essenziale,
che è ciò che fa bene al cuore.
 
Quando ho trovato il coraggio
di guardare il vuoto dentro me
ho smesso di combattere i conflitti,
accogliendoli come una madre
che abbraccia i suoi sassi
nei suoi generosi fondali,
sapendo che non sono pietre,
ma spiriti che vengono per aiutarmi.
 
E ho smesso di cercare soluzioni
e ho iniziato a porre domande
senza aspettare risposte,
certa che la quercia, la gazza
o l'onda accarezzata dal vento
risponderanno a loro tempo.
 
Quando ho trovato il coraggio
di guardare il vuoto dentro me
ho smesso di sentirmi sola
e anche se a volte ho freddo
non cesso di aprire il cuore alla vita,
accettando l'imprevedibile, l'inatteso
che mi spingono verso nuovi orizzonti,
nuove amicizie, nuovi stimoli.
 
E ho capito che non esiste il caso,
perchè l'universo ci sostiene sempre
a patto che abbiamo occhi per vedere
e cuore per comprendere.
Questa l'ho chiamata fede.
 
Quando ho trovato il coraggio
di guardare il vuoto dentro me
ho capito che tra il tendere l'arco
e il desiderio di non mancare il bersaglio
vi è un abisso,
e che stare col fiato sospeso sull'abisso
toglie energia all'arciere.
Questa l'ho chiamata strategia.
 
Perchè, quando ho trovato il coraggio
di guardare il vuoto dentro me,
mi sono accolta, interamente,
e questo, solo questo,
ha sancito la vittoria.

 

 

*

Si può essere felici

 
Si può esser felici
senza far niente,
senza dover, per forza,
fare qualcosa,
standosene seduti
nel lembo della sera,
nel nero velluto
che abbraccia come una madre.
 
Si può essere felici
semplicemente respirando,
lasciando entrare
e morire vita
e poi ancora...
Entrando nel ritmo
che incide e dilegua istanti,
incessante,
sulla trama del nostro stare.
 
Si può essere felici
osservando le luci gialle
di una finestra,
poveri dell'infinita ricchezza
dell'immagine che colora,
sfuma, dissolve, ricrea.
 
Si può essere felici
anche per il dolore,
se si è forti,
perchè il dolore
è il travestimento della luce.
 
Si può essere felici
quando comprendi
di non sapere niente
e guardi il mondo
con gli occhi di un bambino
dove tutto è magico, presente,
qui e ora,
solo qui e ora.
 
Si può essere felici
per le risate dei ragazzi
o semplicemente
per l'immobile silenzio
che cura e accarezza
le cime degli abeti.
 
Si può essere felici
per niente
o per il tutto
che c'è nel poco o niente,
a patto che tu abbia occhi
per guardarci dentro.

*

L’assalto

 

Mi appari nel grigio di un ricordo,

come petalo di geranio gualcito,

slabbrato l’azzurro, nel pianto

di una farfalla affissa

a una calendula sfiorita

o forse falena smarrita

nel giardino dell’ombra, ingiallita

tra inconcludenti mieli sfiniti.

 

Posso celebrare solo ciò che è vivo

e in mezzo a questi spenti crisantemi

e auree cornici mangiate dal tarlo,

in danza sublime elevarmi, a dirotto

dai passi degli amori perduti,

 

tra quei verbi così poco usati

che screzian l’ali alle farfalle

e repentino prevale l’assalto

o è il morire,

non so.

*

Perchè hai paura?

Perché hai paura? 

 

Non c’è nessuno la fuori,

nemmeno qua dentro…

 

Non c’è nessun fuori

e nessun dentro.

 

Non ci sei nemmeno tu.

 

Questo cipresso

e la tua ombra:

osserva l’austero

che sfronda catene

e miete illusioni!

 

Osserva…

S’offre, larga, la nuvola

ruggente d’ambra

e di rosa…

 

Sta nel suo darsi;

 

Lei sa,

che non esiste.

*

L’oro della sera

 

Con gli occhi cerco il suono delle stelle

e mi compari tu, oltre la pelle,

perduto già nel vento di un ricordo,

confitto nelle carni come un cardo.

 

Perfetta geometria fu il tuo passare,

all’ombra di un ricordo naufragare.

Ma ogni mio respiro era preghiera,

che illuminava il regno della sera.

 

Nell’aria respiravo sogni strani,

portandoti nel grembo, coi gabbiani

e non sapevo che eri tu a chiamare

dall’onda più brillante in fondo al mare.

 

Poi noi vidi fiorire a primavera

ed era alba l’oro della sera.

*

Poi un dio mi baciò lì, sulla fronte

Tra stanze stanche d'epopee negate

strane storie respiravo, a secchiate;

fissavo rotaie di viaggi altrui,

passavo in fretta corridoi bui.

 

Gravi silenzi asfaltavano istanti,

tra facce annoiate di stanchi astanti.

Velieri sostavano in teche ristrette,

nell’ore affossate di rese imperfette.

 

Ricordi appassiti di trascorse estati,

memorie segrete di amori traditi…

Poi un dio mi baciò lì, sulla fronte

e poesia soffiò pietà, dalla fonte.

*

il borghese

Tu dimmi, cosa cerchi,

mio tenero borghese?

Nei campi forse il filo

delle perdute estati?

 

Ma il tempo già s'arretra

tra le tue spalle strette;

tu cerchi il tuo destino

nel sole vespertino?

 

Fuggita la stagione

dell'invocato pianto,

tu volgi già a ponente

che porta altrove il canto.

*

Nel ventre di montagna

Dell'onda il canto suona già preghiera,

schiarendo il dolce azzurro fino a sera.

 

E bacia ancora il sole la montagna,

seduta sulle rive che acqua bagna...

 

Le nuvole, sul ciel, paiono colombe

che portano il respiro giù alle sponde

 

ed un pensier riposa in questo stare,

portato dal villaggio in fondo al mare,

 

nel ventre, custodito, di montagna

che a stella eleva l'onda, finchè sogna. 

*

Il mare sta nascosto lì, oltre il ponte

Il vento soffia forte sulla pelle,

portando qua il profumo delle stelle,

 

da un tavolino a squame di serpente

vedo sfilare tutta questa gente.

 

(Il mare sta nascosto lì, oltre il ponte)

 

Palazzi stanno freddi ad osservare

le luci arancio splendere sul mare

 

poi calvo, un uomo, gli occhi azzurro mare

mi siede accanto e finge di aspettare.

 

E mi raggiunge odor di sigaretta

e blu oltremare è pure la maglietta.

 

E nella mente s'agita un pensiero

che sopra quel frastuon s'eleva, fiero.

 

(Ma il mare sta nascosto lì, oltre il ponte) 

*

Mattino di fine estate

Nel cielo di un mattin sereno e cheto

colombi in alto van, oltre le mura.

Ritornano pensieri abbandonati,

emergon dall'azzurro delle onde.

 

Bagnanti scarsi abitan le sponde,

le case stanno chete in fondo a estate.

Sulla scogliera siede il passo fermo

di autunno che respira in nuovi approdi. 

*

Lontano

Il mare dopo pioggia

vangava lento il canto,

la nuvola soffusa

riaprendo nuovi cieli

 

'che lui vide lontano

e s'aggrumò già in frolla

la sabbia tra le dita...

(Ed era già mattino).

 

*

Il funambolo

Tendesti al caracollo,

nessuno ti trattenne!

La maschera sgraziata

fioccava di sudori...

 

Da facce ancora illese

salivano gli sputi.

Ma tu tenevi fisso

lo sguardo a nera stella. 

*

Così, andai

Dimenticai presto il beato mordente

                       di Chimera ruggente,

in strani fiumi d'oblio scivolando

tra remi insabbiati di estati perdute.

 

S'addensarono nebbie, nei cortili,

le lacrime tracimando in biglie

incastrate in intricati nodi di rabbia;

ammutinati i miei vegliardi ardenti.

 

Così,

come mallo inerme andai negli anni,

perdendo pastelli dallo zaino,

lasciando il genio ululare

in freddi fossati di neve.

*

Ragazzi

A due passi dal mare

stelle danzanti

in colori brillanti

parlano parole d'argento,

 

guizzano con l'onda,

come libellule

tra vuote stanze

di desideri privati,

in bilico,

sopra i rotti ponti

di una cieca civiltà.

 

Così, zingari, vanno

protetti da un angelo

che gli terge l'ali,

 

estorcendo un impero

all'assoluta precarietà.

*

Crollo d’epoca

E la giovane a lei disse, 

in mite confidenza,

'osserva le zolle ardenti e

dell'ulivo, odi il conturbato canto

o le dolci nenie dei rododendri...'.

 

Ma lei già volse lo sguardo,

in gonfiori, ormai, caracollando

l'eterno volto di pallida bambina,

quel livido, conservando, languente

dietro sorrisi di cartapesta.

 

E allora lei additò le agavi in esulto

                           di linfa e di spine,

cortecce affustate in pose terrigne

e zolle ruggenti tra clangori di cardi

o del noce l'imperioso velluto

e ancora, osò, 'perchè non vieni?'.

 

Ma lei chiuse la finestra

'ormai' dicendo e maledicendo,

crollando un'epoca

sotto un sorriso di frolla. 

*

Mi contaminai

Mi contaminai,

di te,

dietro la gabbia dei cieli,

sopra di noi la coppa

di una luna ruggente

e tramonti strascichi

di sanguigne opalescenze.

 

E il copione lacerai

sui bordi degli istanti

così, schietta

come a morirne.

 

E non seppi dire altro,

il tuo teschio, reggendo

tra le mani, ancora;

 

divorandomi un sapore

di illuminati inferni. 

*

Così addivieni, addentro

Mi coli dalle mani,

da questa carta, 

da questo inchiostro

che traluce il beato regno

              delle tue ombre;

 

così, addivieni addentro

alla corolla d'immagini

suadenti come farfalle

in languenti agonie

 

o come note, sussurrate

nell'amplesso d'istanti

che resina, trasuda

tenendoci incollati

nella vuota cavità

delle cortecce.

*

Ineluttabile amore

Lava, la madre dell'acque

i suoi bimbi di roccia;

la sua musica è chiara

                   e leggera,

porta memorie di spiriti corsari,

in cui l'anima riposa

il suo sonno bambino.

 

Troppo alto è il suo linguaggio,

eppure sereno di effluvi

che ammansiscono gli scogli;

amanti di pietra per sempre sedotti

dalla tracotante tenerezza della musica

                                             dell'onda;

 

Segreti, inabissa, tra i silenzi dell'ancore,

recando codici di lettere trascorse,

vide segrete custodite nel suo immenso

                           verde-azzurro costato.

 

Per questo trafigge,

nelle solitarie notti di stelle,

il canto dei fondali;

come lamento risuona

e sembra dire l'insondabile

ineluttabile amore,

che spinge a morire. 

 

*

Dimenticammo i fiori. Dedicata a mia nonna Angela.

E così dimenticammo i fiori,

lasciandoli appassire sulle finestre,

gola a megafoni, proclamammo,

in accordo di propaganda,

le atterrite verità di sussistenza.

E afflitti da macigni, marciammo

nei giorni sbiancati dai detersivi,

esiliati nelle pasciute cantine

di vizi ammansiti da ignoranze sovrane.

 

E proseguimmo, intanto, 

indenni in orchestre calibrate,

incapaci di eleggere danze a destini,

con cuori a batteria, ossidati

in pantomime di copioni sfatti.

 

Accadde, perchè

dimenticammo i fiori

e fu il crimine

della poesia,

il nostro stesso.

  

*

Lo specchio

A te che hai bisogno

di umiliare altri,

per dimostrare chi sei,

orgasmico di onnipotenza,

guarda... Lo specchio liso...

Sentore di calce e di cadavere...

 

Tu,

leggiadra impermanenza,

vuoto frainteso, inascoltato,

non irrigato dall'acqua della fede

 

Osserva

l'agonia del petalo scarnificato

non è dolore,

ma bellezza aperta a divarico sui cieli,

istantanea a scadenza,

che più non sarà,

 

perchè altra luce permei e irrighi

la soava unicità dell'attimo che fulge,

cade,

muore...

 

Come te,

che uscito dalla scena 

delle tue commedie, roboanti

                          di vanagloria,

il grigio troverai ad ammiccarti

delle pareti

 

e più in fondo,

lo specchio, a dirti:

"Guarda... guarda...

Finalmente, ora, guarda!".

 

E già non sarai. 

*

Promesse

Ella si levò all'alba,

sullo spento tizzone

della notte già caduta.

 

Lasciò il corpo

nudo di colore,

quando lavò il piombo

di fantasmi antiche;

 

li lasciò sbiadire,

semplicemente,

tra le pareti magenta.

 

Roma infiorò promesse

con l'oro del giorno,

come il dio che nasceva

dalle sue immacolate carni.

*

Il Sacro Fiore

Dove s'arrresta

il finto effluvio

delle chiare notti senza stelle,

 

lì, nella vagina della terra,

inciderò, con un legno

il tuo nome,

 

dirò: da qui è passato un fiume,

s'è incrinato il tragitto

della quieta valle

e le stelle, spodestate dagli agi

del trono celeste

hanno tremato come lucciole acerbe,

 

con me, 

china sui tuoi occhi,

scheletro sull'abisso,

gemmando il Sacro Fiore

di questo nostro amore.

 

*

Il torrente

L'acqua fluisce,

gorgoglia in sinusoidi 

                      festose

sopra un cielo di lacca,

che la mente incolla

a antichi incantesimi.

 

Il rivo s'arresta

sul delta;

si dimena, il calabrone

sulla verde sponda.

 

Risorge

l'urlo antico. 

 

*

Sola

Son sola nel brusio dell'inconcludenza

quando pezzi d'anima spaccano

il fondo oscuro

d'una abissale convivialità,

vuota di solitudini, riempite

come scatole di cartone,

scricchiolanti di pensieri di plastica.

 

Son sola

nelle finte allegrie spavalde

o quando viene giorno,

ma son sola nella notte dei ricordi

e le ragnatele offuscano la vista.

 

Son sola

quando chiudo l'infinito sulle dita

in cambio di barili di pensieri,

convenzioni

- il trito e ritrito

della parabola del buon gregge-

o quando raccolgo

briciole di sorrisi

e mendico farfalle

dagli sterili paesaggi dell'abitudine.

 

Lì,

tra quelle chiazze di distanze,

son sola,

saccheggiata dall'Infinito

che esplode, dalla mia corolla

quando sono

veramente 

sola. 

*

Oro

Quando ti sembra di precipitare,

in basso,

così in basso,

non temere;

non c'è nulla 

che non possa essere

                trasmutato.

 

Osserva le pietre scure

sedimentate in te;

sono la pesantezza dei millenni,

che il dolore copre

come una crosta di piombo.

 

Tu, osserva...

Non c'è nulla

che non possa essere

                trasmutato.

 

Versa allora l'oro dell'amore

dall'occhio aperto sui tuoi sbagli,

capirai

che il tuo unico sbaglio

è esserti scordato di te.

 

E saprai

che l'oro che illumina il cuore

è una moneta senza inflazione

 

e tu ama,

ama il Sentiero,

ama anche i tuoi sbagli.

 

Di pietra in pietra,

l'oro risorgerà

l'antico tuo tempio;

e dalle dissodate zolle del cuore

nascerà un fiore

e avrà il tuo nome.

*

Per arrivare fin lì

Ci vuole molta luce

per arrivare fin lì,

dove il cuore s'arena su una giostra

d'istanti perduti, memorie offuscate

nella periferia dei ricordi,

macinati con le ere

e i loro fasti di sabbia

                e di nebbia.

 

Ci vuole molta luce

per congedare gli altari,

abbattere i templi;

occorre sentire il sangue

che gela lo scheletro. 

 

Occorre

l'impietosa luce fredda

che fa trasalire il ragno.

 

Morire con la foglia bucata,

già caduta,

di ogni perchè. 

*

Nel fiore dell’Ade

Nel fiore dell'Ade

Sul tavolo il pane è raffermo,

ma le mie mani raccolgono briciole.

Il freddo s'accende

come un deserto;

ci sono corvi

e odore di decomposizione.

 

Le parole rotolano come biglie

sull'inutile tavolo che conobbi,

già crepato.

 

Frammenti d'immagini muoiono

nel vento inutile

che nel fiore dell'Ade,

mi sprofondò

ancora

a cantare

sulle mie ossa.

*

La casa dei tulipani rossi

 

E' lontana la casa

dei tulipani rossi,

quella in cui cercavo il pane,

l'odore di buono.

 

La tristezza ha scavato

nel midollo,

lasciando molta carne alle iene;

i loro artigli hanno graffiato

persino la tela malinconia

che aveva tenuto in serbo

gli oli turchesi,

per dipingere la mia poesia.

 

Rimane un pensiero:

i becchi arancio dei passeri nel nido.

 

"Vedi, aspettano la mamma" sentivo.

 

Ed io li dicevo fortunati.

*

Liceali

Allora non sapevamo che fare

non sapevamo chi essere,

solo segnali,

qualche stella caduta per caso.

 

Col marchio del peccato originale

annusavamo l'aria dietro i vetri

sfregandoci addosso solitudini,

scandite dal suono della campanella.

 

Nascondevamo la vergogna

nei maglioni troppo lunghi,

che coprivano le mani.

 

Palle da biliardo per partite

da segnare sui registri

(alcune cadute, altre no)

eravamo

e non Destini, potenti come il tuono

- che quelli erano le noiose gesta

di eserciti assassini da imparare a memoria-.

 

Nei nostri zaini

c'erano i pianti delle nostre madri

crocifisse dietro le telenovelas

o la disgustosa fiducia dei padri

in un mondo già perfetto.

 

Nessuna sovversione.

Nessuna rivoluzione. 

 

Il senso di colpa ci dissanguava

dai tempi del fonte battesimale.

 

Orfani e prigionieri

noi

non sapevamo

dove andare...

 

*

L’anima respira, indenne

Se fosse musica,

semplice musica di piano,

questo andare a ritroso

tra la radura del tempo

 

direi

della ragione della foglia caduta

e già bucata

nella superba resistenza

             porpora e ocra.

 

Direi che è dolce

il rivo quando ghiaccia,

la sterile terra spaccata

dalle feroci estati,

come le madri sull'uscio

coi loro orfani di guerra.

 

ma la verità

è che è musica, questo vivere,

il rivo mai ghiacciato,

la foglia mai caduta...

 

Solo l'anima respira...

Indenne, 

senza un divenire...

*

Ti vidi sempre bella

Ti vidi sempre bella

coi tuoi capelli color luna

e la figura snella che scivola,

come un'ombra,

dalla tua casa al tuo giardino,

quello che dicevi 'è solo mio'.

 

Lì sognavano le rose,

i ciclamini, le dalie e le margherite

mentre con mani nodose di grazia

sfornavi il tuo pane immacolato.

 

Fiorivano anche gli angeli

quando sorridevi

e tu, che forse non sapevi

nè leggere nè scrivere,

nel silenzio parlavi con dio.

 

Una piuma bianca cadeva su me,

dai tuoi gesti densi d'aroma di semplicità.

 

E quando passo

accanto alla tua casa

accanto al tuo giardino,

nel cielo sboccia un tramonto di dalia,

semplice come le tue margherite

e i ciclamini

che, sempre, dicono di te,

di te,

che vidi sempre bella.

*

Maschere

Maschere,

incollate di fango

secolare....

Maschere di buoni valori

che celano perfetti assassinii.

 

Maschere d'io

sotto polveri di visi asfissiati

dalla sete di vita vera,

occupatissime maschere

orchestrate dalla tirannia

della salvaguardia della specie.

 

Maschere come mura di tufo

su scantinati di terrore,

dove sacrosante vestigia

del passato, ornate di muffa eterna,

vengono onorate e riposte

nel reliquiaio di ferro arrugginito,

che la serpe sorveglia.

 

Maschere sempre a un passo

dal grande evento trasformatore,

ammansite dai domatori di greggi,

venditori di lota dorata,

presa dai cortili dei loro porcilai.

 

Maschere che danzano al passo

- la mannaia sempre sulle teste-.

 

Maschere che insieme è bello,

la critica è peccato,

orrore, la solitudine.

 

Maschere otturate

per il profumo del vento

per il respiro dell'alba.

Riparate negli odori di plastica

di pensieri di plastica,

ridono a tono.

 

maschere stritolate d'ansie,

di voglie feroci 

ammansite e sgozzate

sull'altare della virtù.

 

Maschere di confortevole

mediocrità,

non oscillano,

non si spezzano, 

purgate d'ovvietà.

 

E tutto procede

E tutto procede

E il trucco procede

 

e così sia.

 

 

 

*

Il Nuovo Impero.

Una musica t'avvolge,

stridente e luminosa

come gemme sui muri azzurri

di pensieri di giacinto.

 

Passaggi e passaggi 

scrivono

le tue antiche mure;

umori nuovi e antichi

trasudano, col colore.

 

Le acque del tuo fiume

formano un'ansa

con le acque del mio grembo

e riportano in vita una musica sepolta,

la tua musica selvaggia,

armonia di popoli e pioppi e pini

e spighe e allegre compagnie

nei tuoi caffè...

 

Con te danzerò,

Roma antica,

selvaggia e altera,

nobile e popolana,

madre di tutti i figli

che, in te, cercano nido.

 

E lo dicono le tue stazioni

tra sfregamenti e piedi pestati

e trolley e kebabbari

e venditori di souvenir 

in vecchi locali scrostati

tra odori di spezie e arance

e frutti tropicali e zingari

e ambulanti e mendicanti

e business man e artisti

e uomini assoldati

al dio della vacuità

che cade,

col tuo vecchio impero,

in salamoia nei palazzi di potere

tra reliquie di vuote assemblee

nei vuoti cupoloni.

 

Tra queste rovine,

con te germoglierò.

"Sì, lo voglio", dico,

mentre sposo con te

la nascita del Nuovo Impero

dell'uomo nuovo,

senza più catene. 

*

Fantasmi

Freddi fantasmi

entrano di soppiatto

nella tenda della notte;

o sono, forse, vampiri

che succhiamo la placenta del Sogno,

lasciando ancora strappi sulla tela.

 

Anemici, zigzaganti

vagano nell'obitorio

delle passioni mai estinte,

dei gesti incompresi,

delle verità spezzate,

lasciate a illanguidire

nella nera notte della Gorgone.

 

Come coltre polverosa

sui delitti del tempo, stanno

sul precipizio della meccanica

che tiene prigioniero il cuore

su un abisso di tenebra.

 

Piangono, essi

nella notte anemica,

cercando carità

dalla veste dell'alba bambina

che tinga, ancora, sorrisi

col colore dei fiori.

 

*

Annunciazione

Sentii la musica fremere

sulle sue carni nude.

 

La pietà la diseredò

per più di una notte.

 

E lei gettò sui cieli l'ancora:

la lacrima schizzò sulla voluta,

disegnando ali.

 

Pura come un enigma,

densa di ardente resa,

seppe farsi trasmutazione.

 

L'angelo venne,

a vestirsi delle sue ali.

 

E lei sentì il Cristo giallo

balzarle nel ventre. 

*

Un caffè per Signora-vestita-a-fiori

Sono venuta da te,

a prendere un caffè,

signora-vestita-a-fiori,

ma tu sai

dove hai nascosto

l'abito più bello?

 

La tua casa è una grande vetrina

di cristalliere lucido noce

e antiche porcellane e immobili tenenti

ad appassire accanto a velieri consegnati,

ormai, 

a un mare di polvere ferma.

 

E il vecchio cavallo al galoppo

è sempre lì,

instancabile nella sigillata teca

tra bicchierini per improbabili rosoli

e flute per inaccessibili ricorrenze.

 

Mi hai detto: "Va' pure, in cucina,

a preparare il caffè"

e c'era anche lì

odore di sedimenti,

cespi di lattuga lasciati a impietrire

tra vuote dispense e

nell'aria di chiuso, solo la pietà

del sibilo del vecchio frigo.

 

Ho preso da sola il mio caffè,

mentre il parrucchiere finiva la tua permanente,

nel fondo l'amaro di un dolore antico

come il vecchio pendolo tra ore di gesso.

 

Ho messo, allora,

grani di cioccolato

nel caffè che ho lasciato per te,

signora-vestita-a-fiori,

un grano per ogni amore non consumato,

un grano per ogni sole filtrato,

un grano per ogni ballo abbandonato

prima che fosse mezzanotte,

un grano

per ogni amore

mai nemmeno sognato.

 

E ora sì che sei bella

con la tua permanente, 

mentre bevi il mio caffè

con grani di cioccolato,

signora-vestita-a-fiori,

oggi 

che puoi finalmente regalare

una lacrima

al tuo amore.

 

 

*

Nella stanza di Barbablu’

Incontrarmi, in questo spazio,

tra croste di luce di lampadari spenti,

arrugginiti come stanche rotaie,

mentre il serpente dell'impaurito dolore

lacera la gola.

 

C'è puzzo di carogne,

onnipresenti spettri ebbri

inumidiscono di bile

i pavimenti, scuri

come mosaici scollati.

 

Il calore è un forno elettrico.

 

Sagome di gesso e tufo, stanno

appollaiate sulla cassetta dei risparmi.

 

Sulle assi portanti del dolore,

onnipresente come un ragno

attaccato al mio sesso di bambino-nato-femmina,

memorie fatte a pezzi,

scollate come vecchie fotografie,

trasudano inquietanti requiem.

 

Il vuoto mi mangia da dentro

come un feto maledetto,

ripetendo voci scollegate

da un telefono rotto.

 

Solo una libellula, blu

salta nel buio.

*

Da qualche parte

Mi sono fermata

in questa nera isola di suono;

 

niente da dire,

ricordi filtrano dai cocci

di una bottiglia.

 

Ci sono cose dimenticate

tra filospinati azzurro-ruggine,

spremute di dolore

lasciate a irrancidire.

 

La luce, minima, è uno scherzo.

 

Sulla tavola nera chiodi

imprimono un segno,

alle pareti c'è un Cristo tanto folle

da essere muto.

 

Ma i tuoi solchi

rosso clandestino

lasciano una musica di fiordaliso

sulla macchinetta del caffè.

 

dicono che il sole è

da qualche parte,

dov'eravamo prima

che ci spezzassero le ali. 

 

*

L’aquilone

Sul cielo azzurro

uno squarcio, muto

divarica le arterie

 

- cola sangue

sulle pareti incalcinate- 

 

ma un aquilone

dalla ferita tela, tesse

il suo mosaico di luce.

*

La stagione dei gelsomini

Lanciò guanti, borsetta,

giarrettiera, tacchi a spillo

tra le nuvole.

 

Non ancora sfiorita era

la stagione dei gelsmoni.

 

In cielo accese

una sigaretta di pietà:

cenere rossa, rotolò

 

fino all'acqua.

 

Nel suo specchio si vide,

illesa,

scarlatta di pallore,

 

come grappolo maturo

dall'oscura luce del baco.

 

Nata, lei era

e non lo sapeva.

 

Non ancora sfiorita, era

la stagione dei gelsomini.

*

Nonostante

Nonostante tutto,

sei stato

scia nel fuoco,

pelle nella pelle.

 

Nonostante.

 

Nonostante la tenerezza

che spacca le ossa

e la morte ti spacca

 

Nonostante i morsi

al nervo del cuore,

 

la tumefazione sbriciolata

sulla tua stessa tumefazione..

 

Nonostante.

 

Nonostante il fiore bianco

caduto per caso

nel grido di una musica spezzata

da esili di piombo

nelle fottute notti

- notti dopo notti -,

 

ci sei stato

 

A violarmi col suono d'una illusione,

a spezzare

le mie infangate corde, appese

a una luna storta.

 

Nonostante tutto,

tue, sono 

queste mani di fango

attaccate al mio fango;

 

la luce

potrebbe essere una svista.

*

Tu, nella mia più profonda luna

Tu stai nelle grotte

della mia più profonda luna,

 

re

della mia isola beata,

nascosto nel dolce suono

delle mie insospettate acque.

 

E niente ti turba,

niente

ti gualcisce il respiro

mentre così, silenzioso,

stai,

sospeso nella mia luce argento

come in un canto. 

*

Tu sei

Tu sei il fossato

e sangue sulla rupe.

 

L'alleluiah improvviso

che esplode come uno squarcio

quando

d'improvviso appari

e mi resti dentro.

 

Sei il ferro nudo

che, nella livida notte,

mi lacera la caviglia

 

ma resta, tuttavia

attaccato

all'abisso

dell' Infinito.

*

Sul limite dell’Assoluto

M'accecò, il tuo nome

 

suonò in sigilli fondi,

oltre le pianure.

 

Il fiume divaricò le cosce

per contenere il brivido

e intanto, schiumò la resa

la brina che si accavallava 

sull'erba, in festoni.

 

Chiamai il tuo nome

e tracimai angoscia

come una partoriente ebbra,

quando

la tua carne

nella mia

 

carne si fece

 

e carne spezzò

 

ed io restai,

scalza,

sul limite dell'Assoluto.

*

Solo spazi

Un sole d'alabastro spettina le rive,

ed io rinasco, Venere, nel vento.

Ho dipinto col sangue il mio ritratto,

sulle tremanti dita la brezza del fuoco,

attinta alla tenerezza che scompone le sponde.

 

Sono giglio, fiore rosso, pozza ebbra di sole,

sono terra che nasce da una prateria di stelle.

 

Ho asciugato il pianto dei fiordalisi

dai miei giardini

visto

il mare freddo dai pascoli da cui fuggivi,

cavallo indomito ma pur sempre preda,

dimentico del fiore che affondò

nel ventre umido di un Sogno.

 

E vado, ora, 

con la sfera intatta di sogni mutanti

nella giostra dei giorni

e ho ancora sulle gambe i calzini da bambina,

la treccia che mia madre raccolse

nella scatola dei ricordi

per il tempo ebbro,

quello delle onde indaco

che lavano le orme oscure.

 

Spazi, solo spazi,

ora, 

in questo mio andare...

*

Da qui

Ora che m'aleggia dentro

l'aroma di fragranza antica

stanato nei ciottoli grigi,

come oro,

resuscito dall'ombra,

dall'isola diseredata che lasciai

ai suoi carnevali alle sue inopinate effervescenze

                                                             artificiali,

cariate di tradizioni sdentate.

 

Nessun tremore.

Il canto della tenerezza sta sulle mie dita

che attraversano l'oro dal pianto del mare.

 

Sono io

l'isola nuova che cercai dai colli

di bottiglie acuminate,

col sangue sulle dita, stanando

inesorabile, messaggi nascosti

scavando dalle trinceee degli occhi

nelle insenature fulgide di sotterrati soli.

 

E da qui, ora, 

so,

finalmente so

che non finirà mai.

 

 

*

Incontrarti

Incontrarti,

dove la neve cigola

sul carillon delle estati perse.

 

Incontrarti ad una giostra,

tra stanche rotaie,

chissà...

 

Incontrarti

dove una cicca, per terra,

ha ingoiato troppe parole mute

o sull'erba secca, spina a spina,

esangui...

 

O dove il vento tracima

le parole accartocciate nel tempo

come fogli di giornale, appallottolati

all'angolo di una strada.

 

Incontrarti là,

dove ti sei perso.

 

Per incontrarmi.

*

Corpo a corpo

Corpo a corpo,

muore il corpo della storia;

 

cadono statue e momumenti,

lettere e sillogismi;

il fuoco buca Aristotele

nello stomaco.

 

Corpo a corpo

il tuo odore sventra il mondo,

svela il giglio che rinasce

folle di foreste.  

*

Portami via

Vieni a prendermi

dove fioriscono le zagare

e la morte non sta, secca,

all'angolo del fiume,

perchè la vincemmo coi baci.

 

Portami via dai vincenti,

dalle idee chiare e inoppugnabili.

 

Dai giorni senza memoria,

dall'assordante tamburellare della siccità,

dai vagoni abbandonati,

frenati anzitempo

sulle stanche rotaie della vita

tu, portami via.

 

Portami via da chi sa tutto,

dai tribunali dell'ovvio,

dai ministeri della scienza

coi loro monumenti al cinismo

adorati dagli idolatri del buon senso.

 

Portami nelle tue mani

come la bimba 

che hai sempre cercato,

che sa perdersi in un fiore,

senza chiedersi perchè.

 

 

*

Nessuno mi chiese

Mi misero un grembiule giallo tisi,

una sottoveste color verde supplica,

stretta con una cintura d'anemia

 

mi dissero

 

di non oltrepassare i chiusi cancelli

 

di fare

un respiro

per volta;

 

chiusero il mio pianto

nell'armadietto della carta igienica,

 

mi dissero

non fiatare

che viene il direttore.

 

Nessuno

però

mi chiese

perchè disegnassi annegati. 

*

Vicino

Vicino

sei il sale delle albe assonnate,

 

il primogenito del grano

che sorge

dal mio fecondo ventre

 

Vicino

sei la fiamma furente

delle api assetate

sulla fragranza della mia deità

 

sei il pane 

e il vino

incenso

e benzoino

che affonda nelle sere,

umide di naufragi.

 

Quando

vicino 

mi stai, 

la pioggia cade nel vento

con suono di stella

e dice

che non moriremo,

mai. 

 

 

*

Mi prendo di te

Mi prendo di te

questa stanchezza antica,

i pensieri corsari ammutinati

nei tuoi bastimenti assediati

 

Mi prendo di te

questa febbre esule di esilii,

il passo grave

dei diseredati giorni

 

le gambe gonfie

di interrotti passi

 

mi prendo

 

questo tuo invisibile tormento

che gocciola nelle sere

dimentiche di soli

 

prendo

 

la tua morte tra le mani

in questa vittoriosa sconfitta

che arde come fiamma nelle vene

e non vuole altra luce.

 

*

Antica geometria

 

La mia musica è stridente,

come i legni abbuffati di pioggia

delle sedie dei giardini, in inverno

 

e tuttavia

 

posso rendertela in germogli

dalle mie mani di madonna rossa,

gravida d’un sogno bianco.

 

Ma sento che ti spaventa

questa donna scheletro

che reca, negli occhi,

la vertigine d’una atroce apocalisse.

 

Ma non sono le tue lacrime, le mie?

Non è tua la terra che trema, consunta,

sotto il mio passo consunto?

 

Pure il corvo del dolore s’allontana

in questa nuda distanza che trasuda

l’anemia d’antichi incantesimi.

 

Resto.

 

Sui miei fossati di neve,

salvando il petalo sanguigno

 

tendendo

 

al frangersi dei flutti neri

e alle bonacce dei sensi,

 

mentre aspetto la vela

della mia antica geometria.

*

Fatima

Immensa, tu partecipi
al movimento delle acque:
discendi, ondeggi, giochi

 

flusso e riflusso

 

tu inventi il mare.

 

La tua voce è dolce come fiaba antica
di antiche curandere,
non tracci tracciati
ma scrivi parole nuove con un tocco
sulla sabbia;

 

Alchimista sensuale e suadente
tu
governi senza decreti e battaglie,
offrendo al mondo un sorriso di cioccolata.

Entrerò ancora tra le tue larghe vesti,
Fatima
e dalla stessa conchiglia
rinascerò con te
per riportare al mondo ferito
il tuo stesso sorriso di mare.

*

Emma (Ispirata al personaggio di Emma Bovary)

 

Era una sete, assidua

di giorni di giostre di fiori

la tua sete,

che faceva cigolare le nocche,

spettinava  i capelli inquieti

come falde d’un deserto arso dal sole.

 

Tessevi sogni scomposti con le filigrane francesi.

 

Ti attraversava l’incubo della certezza,

 spegnevi le candele e vedevi

oltre le mensole scarne,

quell’urlo che accoglievi nel grembo palpitante;

 

Non mentivi.

 

Osavi esigere dal destino

come un mercante verso i creditori,

bussando con mani bianche, volto bianco

occhi di colomba ardente.

 

Chiedevi amore.

 

Chiedevi l’inspiegabile che traboccasse,

lenisse

la carcassa dei giorni macerati nell’immobile

ordine del contadino ligio al suo padrone.

 

Bevesti quel vino.

 

Tutta la cantina grondò nel pozzo del tuo desiderio

come fiumi che confluiscono nel letto

del grande mare nato dal fiore del deserto.

 

Emma,

fu il tuo nome.

 

Emma.

 

E porti ancora,

nel tuo insaziato cuore, il fiore

di ogni donna

in cerca d’amore.

*

Signora Pernice

Signora Pernice aveva un padre una madre una vecchia zia

con denti d’avorio a centocinquant’anni suonati

e gestiva pavimenti di marmo tirati a lucido,

lasciando che la luce dell’alba solleticasse appena

l’arredo di mobili in noce con fiori finti e tiretti sigillati

da blocchi di ricevute e concessioni edilizie e testamentarie.

 

Signora Pernice soppesava ogni parola e non sapeva

quello che diceva e tuttavia lo diceva con eleganza inoppugnabile quando

le mareee si agitavano oltre le nere cime delle case svettanti

e un vento tetro presagiva i capricci dell’ostro;

 

Signora Pernice andava a messa tutte le domeniche e leggeva

il libricino delle orazioni sempre dallo stesso verso

e strappava con acredine spazio alla vicina

che sorseggiava appena parole,

 avvolta nel calice rovesciato

 del suo cappotto di feltro marrone.

 

Nessun lamento.

 

O inflessione

 

Quando il marmo della casa si aprì,

e l’inghiottì.

 

 

*

Il mio gatto

Microcosmo di nera voluttà,

curve morbide e lascive

artigli pronti a prendere e a strappare;

 

gioco e morte

 

siedi sulle mie cosce come su un trono,

e sei un bambino

che gioca con la mia giacca

o un capriccioso amante imperfetto

che non conosce tregua

 

e mi rivolge i suoi attentati,

accecandomi coi suoi occhi di duro smeraldo.

*

Il corpo nudo delle stelle

Sono arrivata al punto

di non dover più firmare

                 alcun registro,

 

il mio nome

l'hanno cancellato con una squadraccia,

credendo

di impiccare le mie stelle;

 

Ora

vado errando tra terre, boschi

e laghi immaginari,

 

Ora

anche di giorno,

vedo

il corpo nudo delle stelle.

*

A sera le formiche tornano sempre al formichiere

Termodinamica

Tecnoidraulica

Tecno…tettonica

Campeggio nell’universo tecnico/tellurico

 

L’occhio tagliente

 

Arrovesciati paradigmi

 

Violenza ed odio

violenza ed odio

 

Cigni feriti

Bambini dimenticati

 

Passano fanfare alla modernità:

Donne con musi termici

Occhi meccanici

 

A sera, le formiche

Tornano sempre

Al formichiere.

*

Distanza infinitesimale.

 

Dove sei stato,

in quale lido o discarica di cose

mai dette hai sepolto

la tua rabbia?

 

La strada é impervia.

Stretto il sentiero.

I glicini han ceduto il candore,

arenati su grate di filo metallico

fatte per sedare ogni voglia vera

di respirare, correre, andare.

 

Dove sei stato?

 

Non hai saputo capire

-eppure il  passo era breve –

quanta distanza passa

dall’Essere al divenire.

 

Hai replicato,

come una pellicola incantata,

sogni corrotti

di un padre stanco;

 

te li sei presi senza fiatare

senza cercare – delitto! –

di capire

la distanza infinitesimale

tra te

e il mare.

*

Il canto di Eos e di Titone

          Il Canto di Eos e Titone

 

I L’Incontro

 

Eos   Vieni, vieni, vieni,

          prima che sia troppo tardi;

          percorri con braccia piene,

                          come grandi remi

          questo mare di cielo che ci divide;

          Vedi… Brilla nella notte

          e le sue onde sono lampade d’argento

          che illuminano i sogni

          come piccole, scintillanti lune marine.

 

Titone   Non sai… No, tu non sai

               la fatica di percorrere gli anni…

 

Eos  Oh no! Non dirlo…

         Ma vieni, vieni, vieni,

         lascia che sia io

         a divenire mare

         per percorrerti le vene

                      come unguento…

         Vieni, vieni, vieni,

          voglio vestirti d’ocra e d’arancio,

          ungerti nel Fuoco del mio Amore.

 

Titone  La vedi anche tu

             la notte senza argento?

             Le colline sono cupe,

             severo, il monte, immobile

             come la Legge

             che ci sovrasta

 

Eos  La legge, la legge, la legge…

         Ma che legge è mai questa?

         La legge che ci volle muti?

         Perduti nello scambio di cose mute?

 

Titone  Non dirlo, ti prego…

 

Eos  Sei tu che lo dici.

        Lo dici nelle sere

        solo nel tuo letto;

        Lo dici accanto a un lume

        sempre più spento…

 

Eos e Titone  Lo dico in Te, che ho cercato,

                        in Te che sono.

 

 

        

Eos  Hai sentito?

        Lo scoppio di Luce,

        le nostre Anime…

 

Titone  Sono ai tuoi piedi, mia amata,

              ma ancora resisto

              avvolto alla cavezza.

              Sono vecchio e solo.

 

Eos  Le mie notti non furono men cupe;

        Assetati, spesso, i miei giorni.

        Il tuo dolore m’appartiene…

 

Titone  E allora avanza, libellula d’aurora,

             avanza, sogno,

              lascia dietro te strascichi di luce

              per asciugare il sangue

              e spargiti sui miei giorni,

              inventami, inventami, inventami…

              Oh, quanto ti attesi!

              Quanto le mie membra stanche

              reclamarono acqua e luce!

 

Eos  L’emozione mi prende,

         mi libera la stretta in gola…

         Piango, piango, piango;

         non è dolore

         ma gioia, gioia, gioia.

         Ecco, amore, l’acqua

         Ecco, amore, il sole…

 

Titone  Vieni, aggrappati alle mie dita:

              vedi quanta neve d’estate!

 

Eos  No, non è neve, è luce…

         Luce e lacrime, lacrime, lacrime,

         tutte quelle che non versai.

         Quanto a lungo ti ho atteso!

         Quanto a lungo il mio dolore

                                            ha gridato

          alle soglie della follia!

          E ora, che farai?

          Ancora mi lascerai?

 

Titone  Il dolore che grida

              alle soglie della follia;

              ecco il fiele più amaro!

 

Eos  Tu puoi guarirmi,

         tu puoi entrare in quel vuoto,

         solo l’Amore può vincere i demoni,

         anche quelli del silenzio!

 

Titone  Tu eri già mia.

             Mia come l’estate sul pero;

              mia come terra delle mie stesse radici;

              Ed ora vieni, non temere

              il buio della notte,

              liberati sulle mie mani,

              dalle mie mani d’Ostia viva.

              Vieni, mia regina,

              farfalla di sogno sospesa nell’aria

              delle mie primavere perenni.

               Vieni, cerbiatta graziosa,

               sui prati verdi delle mie esistenze

                                                              andate,

               vieni, raggio d’aria che scavalchi

                                                          il tempo,

               gemma, cigno bianco, acquamarina,

               vieni, vieni, vieni…

 

 

Eos Vengo sulle ostie delle tue mani

         sono acquamarina, gemma, cigno bianco.

         Come sono delicate le tue mani e forti

         e come brilla l’anello della tua Fede!

         Sono petalo, amore, sulle tue mani

         che ora sono acquamarina mossa

         dalle mie emozioni…

         La Grazia ti pervade, ti rende sposo

         e la tua bellezza rifulge come diamante.

         Sii il mio sposo,

         sposo del mio dolore redento,

         delle mie lacrime trasformate in pane…

         Vieni, vieni, vieni,

         saziamoci del nostro amore,

         Grande Ostia per tutti i giorni senza pane!

 

Titone  La felicità mi rende leggero,

              sono un ragazzo

              e tu la mia giovane sposa.

              Ci siamo forse incontrati

                                    In altre vite?

 

Eos  Altre vite, altri soli, altre lune…

         Ma non è forse Uno il giorno?

         Non è forse Uno il sole?

         Tremo, tremo, tremo

         come canna nell’immenso campo

         della tua anima, feconda, di spiga…

         Come sono pieni i tuoi occhi;

         Sono topazio bagnato di luce

          sfumato all’ombra della luna.

 

Titone  Non sono i miei occhi,

              ma i tuoi…

 

Eos, Titone Nessuno può capire il Mistero,

                     Siamo Luce della stessa Ombra

                     Siamo Ombra della stessa Luce.

 

 

Eos  Oh, sciagurato presagio!

        Quel dolore...

        Vedere che la scia scompare!

 

Titone  Tu sei mia

 

Eos  Ancora, dillo…

 

Titone  Mia, mia, mia…

 

Eos  M’ami tu così?

 

Titone  Un tempo, al mio capezzale,

                                                 pregasti

              il Destino prendesse altra strada,

               quel destino che tu conoscevi!

 

Titone parla con gli occhi abbagliati rivolti verso l’alto.

 

Titone  Tu fosti eletta

             a tessere il mio sudario

             con le trame del tuo cuore

 

Eos  Io, allora, fui già Santa?

 

Titone acquista la lucidità.

 

Titone  Santa, oh sì! Santa

             e con la tua santità stregasti

                                        il mio cuore

            che trascinò detriti d’ansie, angosce,

                                                          paure      

            verso il rivo delle tue vene

            che intrecciarono reti

            e m’accolsero, intero.

            Oh! Sii Benedetta,

            Benedetta tra le donne…

 

Eos  Ed io ti benedico, amore,

        ti benedico col mio sangue,

        ti benedico con gli occhi,

        con queste mani che tesserono

        sudari nuziali

        per il tuo corpo di spiga matura,

        Ti benedico

        preghiera che colasti sulla mia vita

        e tergesti l’impuro con la Sacra Fiamma

        e avverasti la promessa di Dio

        alla mia Consacrazione.

 

Titone  Oh, mia Santa! Mia Sposa, mia Diletta!

             Mai l’Immenso fu più prossimo!

            

Entrambi cadono in ginocchio, gli occhi colmi di una luce abbagliante che irradia da essi.

Dopo qualche tempo, Eos si rialza.

 

Eos Tu, amore, sei tutti i miei amori!

 

Eos  Tu m’apri le porte del Paradiso!

 

 

Titone  Sempre ti è appartenuto

             Sempre ci è appartenuto

             Noi… Pura Luce…

 

 

Titone è vestito con un mantello sacerdotale color oro.

Le si avvicina e l’avvolge.

Lui diviene sole, lei luna.

Dalla loro danza nasce la Terra.

 

Titone  Io sono l’Alfa

 

Eos  Ed io l’Omega

 

Eos  Io sono l’Alfa

 

Titone  Ed io l’Omega

 

 

 

II Distacco

 

Eos  E’ notte, vedi, è già notte!

 

Titone  La notte non è assenza di luce

              e tu lo sai…

 

Eos  Non so più niente.

         Sono nuda.

         Nuda come acino disperso;

         vino versato dall’otre della storia.

 

Titone  Eppure sei diversa,

             un bagliore nuovo rifulge

              nei tuoi occhi di cerva.

 

Eos  Voglio danzare.

        E’ la voglia che mi nasce

                                 dagli occhi

                                     e rifulge.

 

Titone  E allora danza, mia sposa

             senti il Ritmo della Terra

             e salta con la polvere in faccia,

                                negli occhi, nel naso,

              e scalcia, puledra,

              al ritmo tribale del mondo,

              impazzita, liberata!

              Danza, danza, danza…

 

Eos danza una danza tribale e sensuale che accende il cielo di colori scintillanti. I capelli e le ciocche, furiose, dipingono strascichi di porpora e rosso.

 

Eos  Cosa è accaduto?

 

Titone  Hai conosciuto la Felicità;

              sei entrata nel Ritmo della Terra!

 

I due amanti si guardano, gli sguardi insondabili persi in profondità inaccessibili.

 

Eos  Dunque è questa la Felicità? Danza e Follia?

 

Titone le accarezza la fronte. La bacia e, poi, cingendola, la invita a dormire.

 

 

Eos  Sei vicino, eppure lontano,

        più lontano di quanto possa

        immaginare… 

        Ma, dimmi, perché attendesti tanto

        questo raggio di sole?

         Hai forse, in passato,

         temuto l’amore?

 

Titone si scosta da lei, china la testa.

 

Eos  Oh! So, so che il fondo dell’Amore

         è amaro più del fiele

         e che tu sei un uomo col cervello.

         Nessun uomo col cervello

         può e vuol cadere

         nel torrente imprevedibile e amaro

         dell’Amore, eppure…

         Conosco le trappole della ragion pura,

         la follia di pazzi intelligenti al potere:

         bambini trucidati, venduti, assoldati,

         donne stuprate, umiliate,

         uomini venduti, usati, prostrati…

 

Eos si copre gli occhi.

 

Eos  Tutta questa ragione

         è omicidio e follia!

 

Titone  E’ il tuo Amore che ha vinto!

 

Eos  Ma l’inverno è duro nel tuo cuore…

         Non basta la danza di Primavera

         per scioglierne i ghiacciai!

 

Titone  Guarda il ciliegio: guarda i suoi fiori,

              pronti a tramutarsi in frutti…

              Tu sei fiore di ciliegio,

              tu sei primavera.

              Conoscerai raggi ancor leggiadri

              sulla tua pelle di petalo,

              tu stessa sarai ciliegio

              e protenderai i tuoi rami

              verso il mare,

              ancora ammaliata dalla Grazia

              che volle la tua danza…

              Tu, nell’eterno fluire

               del mondo finito:

               fiore, frutto, ramo, primavera.

               Oh! Come sei bella!

               Tu sei la primavera…

 

Eos  Tu stai per lasciarmi.

         Il mare non sarà più lo stesso;

         Vedi, tende alla linea dell’orizzonte

         e il tuo orizzonte brilla per me

         di mille orizzonti

         e mille orizzonti baciano le mie onde,

         le increspano,

         direzionano il loro finito, eterno movimento…

 

 

Titone   Guarda lassù,

              il monte che s’eleva sul mare,

              lì mi troverai

              ogni volta che mi cercherai.

              A che giova il salto dell’onda

              che non ascende e s’eleva?

 

Titone e Eos  A che giova il mare

                       senza la vetta che annuncia

                       l’Oltre?

 

Titone Questo noi siamo, amante, sorella,

             madre…

              Acqua, aria, terra…

 

Titone si incammina verso il monte

con un mantello dorato di stelle.

Eos solleva le braccia al cielo,

la veste azzurra come il mare

e grida dietro lui:

 

 

Eos  E Fuoco!

         Acqua, aria, terra… E Fuoco!

 

Titone  si volta un attimo.

Titone  Così sia! E scompare.

 

 

Celebrazione

 

Eos  Ti lodo, mio amore, ti lodo

        perché tu m’hai svelato

        la natura eterna dell’anima mia

        che Eternità riluce.

        Tu, mio soave canto

        più soave di ogni canto,

        volo dolcissimo di gabbiano,

        spartito della risacca argentina,

        Tu, Mistero che giaci

        nelle carni del mio Spirito,

        Tu che ridi nell’onde, giochi

        nell’onde, tu che ti travesti d’onde…

        Sola, innanzi al Grande Mare

        Ti sento

        Tu che stormisci con l’uccel di mare,

         muori e mi divieni,

         tu che mi parli il linguaggio

         sepolto del tempo,

         tu sempre esistito,

         tu che non passi,

         resti, tramonti, resti;

         Tu, farfalla fiorita sul pelo dell’acqua!

        

         Ti lodino le mie braccia,

          la mia musica, il mio canto,

          Ti lodino le mie ali,

          la mia carne, la mia luce…

          Ti lodi il mio grembo di donna,

          il muschio delle infinite pareti;

          Ti lodi l’infinito scorrere

          della mia preghiera, infinita.

          Ti lodino le mie mani

          che inventano le tue,

          Ti lodi l’argilla della mia essenza,

          il mio passo che ti cammina accanto,

          l’arco del desiderio che fa breccia

                                         nella tua essenza;

          ti lodi la mia fede

          che spinse il tuo veliero

          verso il porto dimenticato,

          il Fuoco che distrusse argini

                                         di ghiaccio,

          ti lodi la mia veggenza di donna

          che innalzò altari

          sotto la tua Croce

          e riempì di lacrime e sangue

          la coppa che ti alimenta.

          Ti lodi il mio Spirito,

          finché Luce sposi Tenebre,

          ti lodi il vagito dei visceri

          contratti in preghiera.

          Che io ti lodi,

         sangue del mio sangue,

         linfa della mia essenza

         rosso vino delle mie segrete

                                              cantine,

         Amore del mio Amore!

 

 

III Assenza

 

Eos, dopo essere caduta in orazione, si risveglia.

 

Eos  Il desiderio grida nella notte!

        Strazia le mie carni

        ed io le sento sbuffare

        come sacchi d’aria, doloranti

        sacchi d’aria

        e sangue, che strilla

        in questa notte oscura

        con parole di grandine e fuoco!

        Dimmi, tu che ora sei monte,

        quale mare amaro dischiudi?

        Non senti come fremo

        sotto al tuo monte?

        Il gelo m’attraversa;

        correnti d’aria e di vuoto…

        Nella torre, inquieti,

        s’aggirano i fantasmi

        dei miei pensieri!

        Miserere!

        Io sono divisa,

        appesa alla tromba assordante

                                              dei giorni!

 

 

   Eos         Tu non udrai più

               la mia musica notturna

               proferire al gelsomino, al ginepro

               i suoi segreti!

               No, non udrai più

               la musica dei miei sensi furiosi!

               Chi sei tu? Straniero, ladro

              della mia anima!

 

Eos chiude la finestra, va a dormire.

Titone le appare in sogno.

 

 

  Titone    La senti, mia amata,

                questa musica?

                E’puro canto di luna…

                Sono io che ti parlo

                e la mia musica, lenta,

                scende dalla nuvole sazie

                                    del tuo pianto.

                Io sono la tua armonia,

                 il tuo corallo, Amore

                nel tuo Amore.

                Tieni, cara,

                sgrana questo rosario

                di parole mai dette

                e qui, tu ed io,

                in questa notte eterna

                sentiamo, sentiamo, sentiamo

                il tuo, il mio, il nostro Amore.        

 

Eos  Tu mi hai preso l’anima

 

Titone  Era già mia. Ricordi?

              Andavamo per campi di fiori,

              pazzi,

              le mani, i piedi nell’erba,

              tu eri nocciolo d’aurora

              io t’amavo già allora…

 

Eos  E poi, cosa accadde?

 

Titone  Che importa, mia cara?

              Vorrei che m’amassi così

              ora

              con tutto il tuo sangue di donna

 

Eos  Vorrei sciogliere nei tuoi baci

         tutte le mie catene,

         sentire la musica del tuo corpo

         asciugare il mio tremore,

         impregnata al tuo sudore.

         Vorrei bagnarti gli occhi,

         tergerti nel mio stesso sangue

         come rondine marchiata,

         per sempre persa nel mio mare.

         Vorrei esplodere nella tua vita

         come ostrica furiosa,

         entrarti dentro come naufraga

         che annaspa, vinta.

         Persa, senza più alibi.

         Ancora, vorrei,

         solidificarmi nella tua essenza

         come pietra lavica

         e tornare, di tanto,

         ancora Fuoco per essere

         sempre più

         parte di te.

         Vorrei essere i tuoi stessi respiri,

         fino all’ultimo,

         fino a che morte

         non ci sorprenda.

         Vorrei, vorrei, vorrei

         Dio solo sa

         Quanto ti vorrei!

 

Eos si ranicchia, dopo essersi espansa al sole.

Si risveglia poi col cuore lacerato da dolore

e felicità insieme.

 

 

 

IV Morte

 

Eos è nella stanza, con lo sguardo rivolto alla finestra.

 

Eos  Tu non sei. Vedi:

         l’aria è chiara e tu non sei.

         Sei morto all’improvviso,

         nelle mie lunghe notti insonni.

         Ho vegliato al tuo funerale:

         tu eri effige

         sulla tua stessa tomba.

 

Eos si avvicina ancor più alla finestra. La spalanca.

 

Eos  Guardo il rivo. E’ ghiaccio.

         Fredda tumefazione.

 

Si stringe in se stessa. Rabbrividisce.

 

Eos  Davvero è così atroce l’inverno,

         dopo la follia dell’estate,

         l’attesa lusinghiera della primavera?

         Oh! Mai conobbi inverni più tetri!

 

Eos si tappa le orecchie, come per non sentire delle voci.

Poi, rivolta al cielo, grida:

 

Eos  No, no, non parlarmi più…

         Oh tu che sei ombra!

         Oh tu che moristi!

         Oh tu che fuggisti!

         Il giorno è greve, senza luce,

         lento, il passo.

         Lascia piuttosto

         che segua il tuo corteo

         dietro il corteo dei giorni!

         Ti ho seppellito con queste mani

         e con le stesse mani

         ho seppellito me.

         Nel marmo ho sepolto,

         sbeffeggiato

         la febbre mistica dei nostri sensi.

         Tu non hai più voce

         non hai più occhi

         non hai più mani.

         Ed io tentenno nei giorni

         vestita del tuo sudario.

         Non griderà più il sangue,

         tornerà serrata la mia gola,

         finché le squame della mia non-essenza

         cadranno senza rumore

         dall’abisso dei miei giorni.

         Allora le mie ceneri si fonderanno

         alla polvere dell’aria,

         saranno pulviscolo come ogni cosa

         è polvere e vento e aria

         e nulla ci oltrepassa

         e nulla ci precede.

         Siamo questo: non più grandi

         di pulviscolo d’autunno,

         non più eterni

         di una goccia di rugiada,

        non più forti

        di sagome di corteccia

                       rose dal vento

        e nello stesso tempo, infiniti,

        come pulviscolo che aleggia

        sulla goccia d’una rugiada

        che scende dalle carni

        di una corteccia rosa dal tempo.

        Perché è nel finito

        l’Eterno e l’Infinito 

 

Soffia un vento di tempesta, Eos diviene pulviscolo rosso e ocra e, poi, luce dorata.

Dal cielo scende un’altra farfalla, il suo chiarore è argenteo, come la luna. Le farfalle disegnano scie di luce che, ricongiunte, reinventano la geometria dell’universo. E’ l’inizio della

Nuova Creazione.

  

*

Eredità (da ’Una poesia nel cassetto’, Flanerì, Roma, 2011)

Mitili aperti

affollano le rive condensate

dalla bruma;

i pescherecci gettano

vuote reti sulla rena,

Io

cammino sulla sabbia,

scansando i gusci,

dallo stesso sapore di cose vuote

come il vuoto

che tu hai lasciato in me.