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Raccolta di poesie di Annalisa Scialpi
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

L’assalto

 

Mi appari nel grigio di un ricordo,

come petalo di geranio gualcito,

slabbrato l’azzurro, nel pianto

di una farfalla affissa

a una calendula sfiorita

o forse falena smarrita

nel giardino dell’ombra, ingiallita

tra inconcludenti mieli sfiniti.

 

Posso celebrare solo ciò che è vivo

e in mezzo a questi spenti crisantemi

e auree cornici mangiate dal tarlo,

in danza sublime elevarmi, a dirotto

dai passi degli amori perduti,

 

tra quei verbi così poco usati

che screzian l’ali alle farfalle

e repentino prevale l’assalto

o è il morire,

non so.

*

Perchè hai paura?

Perché hai paura? 

 

Non c’è nessuno la fuori,

nemmeno qua dentro…

 

Non c’è nessun fuori

e nessun dentro.

 

Non ci sei nemmeno tu.

 

Questo cipresso

e la tua ombra:

osserva l’austero

che sfronda catene

e miete illusioni!

 

Osserva…

S’offre, larga, la nuvola

ruggente d’ambra

e di rosa…

 

Sta nel suo darsi;

 

Lei sa,

che non esiste.

*

L’oro della sera

 

Con gli occhi cerco il suono delle stelle

e mi compari tu, oltre la pelle,

perduto già nel vento di un ricordo,

confitto nelle carni come un cardo.

 

Perfetta geometria fu il tuo passare,

all’ombra di un ricordo naufragare.

Ma ogni mio respiro era preghiera,

che illuminava il regno della sera.

 

Nell’aria respiravo sogni strani,

portandoti nel grembo, coi gabbiani

e non sapevo che eri tu a chiamare

dall’onda più brillante in fondo al mare.

 

Poi noi vidi fiorire a primavera

ed era alba l’oro della sera.

*

Poi un dio mi baciò lì, sulla fronte

Tra stanze stanche d'epopee negate

strane storie respiravo, a secchiate;

fissavo rotaie di viaggi altrui,

passavo in fretta corridoi bui.

 

Gravi silenzi asfaltavano istanti,

tra facce annoiate di stanchi astanti.

Velieri sostavano in teche ristrette,

nell’ore affossate di rese imperfette.

 

Ricordi appassiti di trascorse estati,

memorie segrete di amori traditi…

Poi un dio mi baciò lì, sulla fronte

e poesia soffiò pietà, dalla fonte.

*

Depressa da ’Mini storie di vita imperfetta’

        Sono qui, nella mia stanza. L’unico luogo in cui non devo essere perfetta. Niente tacchi, niente sorrisi di plastica. Niente ‘Sì, certo…’. Entra appena il sole. Un solo raggio, obliquo, sul mio letto. Al centro. Sul mio grembo. E’ una sensazione tollerabile. Sto qui. Carne a carne col dolore. Nella testa, negli occhi, nel ventre. Soprattutto. Ora mi alzo e grido dalla finestra. Chi mi sentirà? mi chiedo. Immagino il fruttivendolo con le sue bancarelle di frutta pompata. Il pellicciaio all’angolo (è autunno, credo, avrà aperto?). Io ho un uncino nel ventre. Mi tira le ovaie, gli intestini. Guardo le pareti un po' scrostate. Almeno posso immaginare tutto. La mia nascita, per esempio. Il forcipe, l’estrazione. Immagino un volto rosa sfatto, che viene tirato fuori come un cavolo. E poi il cavolo è una bambina (non ha il pomo d’oro penzolante, ma una fessura, lì, nuda).

      Volteggiavano facce, accanto al suo letto, le stesse che ora vede sulle pareti. Si chiede quando sia avvenuto il cesareo del suo cuore. Forse quando suo padre, ritto in una mostruosa fissità, ha pensato: ecco un’altra bocca da sfamare! E sua madre: che cazzo ne faccio, ora, di una femmina? Ma era troppo tardi. Decisamente. Gli infermieri nella sala parto erano già all’opera, nelle corsie scorrevano medici in camice bianco, fuori c’era il fruttivendolo, il pellicciaio. La meccanica era attiva. E ora si gira nel letto, lei e sente che cigola. Non è l’anima. E’ la carne. La sua carne.  

*

il borghese

Tu dimmi, cosa cerchi,

mio tenero borghese?

Nei campi forse il filo

delle perdute estati?

 

Ma il tempo già s'arretra

tra le tue spalle strette;

tu cerchi il tuo destino

nel sole vespertino?

 

Fuggita la stagione

dell'invocato pianto,

tu volgi già a ponente

che porta altrove il canto.

*

Nel ventre di montagna

Dell'onda il canto suona già preghiera,

schiarendo il dolce azzurro fino a sera.

 

E bacia ancora il sole la montagna,

seduta sulle rive che acqua bagna...

 

Le nuvole, sul ciel, paiono colombe

che portano il respiro giù alle sponde

 

ed un pensier riposa in questo stare,

portato dal villaggio in fondo al mare,

 

nel ventre, custodito, di montagna

che a stella eleva l'onda, finchè sogna. 

*

Il mare sta nascosto lì, oltre il ponte

Il vento soffia forte sulla pelle,

portando qua il profumo delle stelle,

 

da un tavolino a squame di serpente

vedo sfilare tutta questa gente.

 

(Il mare sta nascosto lì, oltre il ponte)

 

Palazzi stanno freddi ad osservare

le luci arancio splendere sul mare

 

poi calvo, un uomo, gli occhi azzurro mare

mi siede accanto e finge di aspettare.

 

E mi raggiunge odor di sigaretta

e blu oltremare è pure la maglietta.

 

E nella mente s'agita un pensiero

che sopra quel frastuon s'eleva, fiero.

 

(Ma il mare sta nascosto lì, oltre il ponte) 

*

Mattino di fine estate

Nel cielo di un mattin sereno e cheto

colombi in alto van, oltre le mura.

Ritornano pensieri abbandonati,

emergon dall'azzurro delle onde.

 

Bagnanti scarsi abitan le sponde,

le case stanno chete in fondo a estate.

Sulla scogliera siede il passo fermo

di autunno che respira in nuovi approdi. 

*

Lontano

Il mare dopo pioggia

vangava lento il canto,

la nuvola soffusa

riaprendo nuovi cieli

 

'che lui vide lontano

e s'aggrumò già in frolla

la sabbia tra le dita...

(Ed era già mattino).

 

*

Il funambolo

Tendesti al caracollo,

nessuno ti trattenne!

La maschera sgraziata

fioccava di sudori...

 

Da facce ancora illese

salivano gli sputi.

Ma tu tenevi fisso

lo sguardo a nera stella. 

*

Così, andai

Dimenticai presto il beato mordente

                       di Chimera ruggente,

in strani fiumi d'oblio scivolando

tra remi insabbiati di estati perdute.

 

S'addensarono nebbie, nei cortili,

le lacrime tracimando in biglie

incastrate in intricati nodi di rabbia;

ammutinati i miei vegliardi ardenti.

 

Così,

come mallo inerme andai negli anni,

perdendo pastelli dallo zaino,

lasciando il genio ululare

in freddi fossati di neve.

*

Ragazzi

A due passi dal mare

stelle danzanti

in colori brillanti

parlano parole d'argento,

 

guizzano con l'onda,

come libellule

tra vuote stanze

di desideri privati,

in bilico,

sopra i rotti ponti

di una cieca civiltà.

 

Così, zingari, vanno

protetti da un angelo

che gli terge l'ali,

 

estorcendo un impero

all'assoluta precarietà.

*

Crollo d’epoca

E la giovane a lei disse, 

in mite confidenza,

'osserva le zolle ardenti e

dell'ulivo, odi il conturbato canto

o le dolci nenie dei rododendri...'.

 

Ma lei già volse lo sguardo,

in gonfiori, ormai, caracollando

l'eterno volto di pallida bambina,

quel livido, conservando, languente

dietro sorrisi di cartapesta.

 

E allora lei additò le agavi in esulto

                           di linfa e di spine,

cortecce affustate in pose terrigne

e zolle ruggenti tra clangori di cardi

o del noce l'imperioso velluto

e ancora, osò, 'perchè non vieni?'.

 

Ma lei chiuse la finestra

'ormai' dicendo e maledicendo,

crollando un'epoca

sotto un sorriso di frolla. 

*

Mi contaminai

Mi contaminai,

di te,

dietro la gabbia dei cieli,

sopra di noi la coppa

di una luna ruggente

e tramonti strascichi

di sanguigne opalescenze.

 

E il copione lacerai

sui bordi degli istanti

così, schietta

come a morirne.

 

E non seppi dire altro,

il tuo teschio, reggendo

tra le mani, ancora;

 

divorandomi un sapore

di illuminati inferni. 

*

Così addivieni, addentro

Mi coli dalle mani,

da questa carta, 

da questo inchiostro

che traluce il beato regno

              delle tue ombre;

 

così, addivieni addentro

alla corolla d'immagini

suadenti come farfalle

in languenti agonie

 

o come note, sussurrate

nell'amplesso d'istanti

che resina, trasuda

tenendoci incollati

nella vuota cavità

delle cortecce.

*

Ineluttabile amore

Lava, la madre dell'acque

i suoi bimbi di roccia;

la sua musica è chiara

                   e leggera,

porta memorie di spiriti corsari,

in cui l'anima riposa

il suo sonno bambino.

 

Troppo alto è il suo linguaggio,

eppure sereno di effluvi

che ammansiscono gli scogli;

amanti di pietra per sempre sedotti

dalla tracotante tenerezza della musica

                                             dell'onda;

 

Segreti, inabissa, tra i silenzi dell'ancore,

recando codici di lettere trascorse,

vide segrete custodite nel suo immenso

                           verde-azzurro costato.

 

Per questo trafigge,

nelle solitarie notti di stelle,

il canto dei fondali;

come lamento risuona

e sembra dire l'insondabile

ineluttabile amore,

che spinge a morire. 

 

*

Dimenticammo i fiori. Dedicata a mia nonna Angela.

E così dimenticammo i fiori,

lasciandoli appassire sulle finestre,

gola a megafoni, proclamammo,

in accordo di propaganda,

le atterrite verità di sussistenza.

E afflitti da macigni, marciammo

nei giorni sbiancati dai detersivi,

esiliati nelle pasciute cantine

di vizi ammansiti da ignoranze sovrane.

 

E proseguimmo, intanto, 

indenni in orchestre calibrate,

incapaci di eleggere danze a destini,

con cuori a batteria, ossidati

in pantomime di copioni sfatti.

 

Accadde, perchè

dimenticammo i fiori

e fu il crimine

della poesia,

il nostro stesso.

  

*

Lo specchio

A te che hai bisogno

di umiliare altri,

per dimostrare chi sei,

orgasmico di onnipotenza,

guarda... Lo specchio liso...

Sentore di calce e di cadavere...

 

Tu,

leggiadra impermanenza,

vuoto frainteso, inascoltato,

non irrigato dall'acqua della fede

 

Osserva

l'agonia del petalo scarnificato

non è dolore,

ma bellezza aperta a divarico sui cieli,

istantanea a scadenza,

che più non sarà,

 

perchè altra luce permei e irrighi

la soava unicità dell'attimo che fulge,

cade,

muore...

 

Come te,

che uscito dalla scena 

delle tue commedie, roboanti

                          di vanagloria,

il grigio troverai ad ammiccarti

delle pareti

 

e più in fondo,

lo specchio, a dirti:

"Guarda... guarda...

Finalmente, ora, guarda!".

 

E già non sarai. 

*

Promesse

Ella si levò all'alba,

sullo spento tizzone

della notte già caduta.

 

Lasciò il corpo

nudo di colore,

quando lavò il piombo

di fantasmi antiche;

 

li lasciò sbiadire,

semplicemente,

tra le pareti magenta.

 

Roma infiorò promesse

con l'oro del giorno,

come il dio che nasceva

dalle sue immacolate carni.

*

Il Sacro Fiore

Dove s'arrresta

il finto effluvio

delle chiare notti senza stelle,

 

lì, nella vagina della terra,

inciderò, con un legno

il tuo nome,

 

dirò: da qui è passato un fiume,

s'è incrinato il tragitto

della quieta valle

e le stelle, spodestate dagli agi

del trono celeste

hanno tremato come lucciole acerbe,

 

con me, 

china sui tuoi occhi,

scheletro sull'abisso,

gemmando il Sacro Fiore

di questo nostro amore.

 

*

Il torrente

L'acqua fluisce,

gorgoglia in sinusoidi 

                      festose

sopra un cielo di lacca,

che la mente incolla

a antichi incantesimi.

 

Il rivo s'arresta

sul delta;

si dimena, il calabrone

sulla verde sponda.

 

Risorge

l'urlo antico. 

 

*

Sola

Son sola nel brusio dell'inconcludenza

quando pezzi d'anima spaccano

il fondo oscuro

d'una abissale convivialità,

vuota di solitudini, riempite

come scatole di cartone,

scricchiolanti di pensieri di plastica.

 

Son sola

nelle finte allegrie spavalde

o quando viene giorno,

ma son sola nella notte dei ricordi

e le ragnatele offuscano la vista.

 

Son sola

quando chiudo l'infinito sulle dita

in cambio di barili di pensieri,

convenzioni

- il trito e ritrito

della parabola del buon gregge-

o quando raccolgo

briciole di sorrisi

e mendico farfalle

dagli sterili paesaggi dell'abitudine.

 

Lì,

tra quelle chiazze di distanze,

son sola,

saccheggiata dall'Infinito

che esplode, dalla mia corolla

quando sono

veramente 

sola. 

*

Oro

Quando ti sembra di precipitare,

in basso,

così in basso,

non temere;

non c'è nulla 

che non possa essere

                trasmutato.

 

Osserva le pietre scure

sedimentate in te;

sono la pesantezza dei millenni,

che il dolore copre

come una crosta di piombo.

 

Tu, osserva...

Non c'è nulla

che non possa essere

                trasmutato.

 

Versa allora l'oro dell'amore

dall'occhio aperto sui tuoi sbagli,

capirai

che il tuo unico sbaglio

è esserti scordato di te.

 

E saprai

che l'oro che illumina il cuore

è una moneta senza inflazione

 

e tu ama,

ama il Sentiero,

ama anche i tuoi sbagli.

 

Di pietra in pietra,

l'oro risorgerà

l'antico tuo tempio;

e dalle dissodate zolle del cuore

nascerà un fiore

e avrà il tuo nome.

*

Per arrivare fin lì

Ci vuole molta luce

per arrivare fin lì,

dove il cuore s'arena su una giostra

d'istanti perduti, memorie offuscate

nella periferia dei ricordi,

macinati con le ere

e i loro fasti di sabbia

                e di nebbia.

 

Ci vuole molta luce

per congedare gli altari,

abbattere i templi;

occorre sentire il sangue

che gela lo scheletro. 

 

Occorre

l'impietosa luce fredda

che fa trasalire il ragno.

 

Morire con la foglia bucata,

già caduta,

di ogni perchè. 

*

Nel fiore dell’Ade

Nel fiore dell'Ade

Sul tavolo il pane è raffermo,

ma le mie mani raccolgono briciole.

Il freddo s'accende

come un deserto;

ci sono corvi

e odore di decomposizione.

 

Le parole rotolano come biglie

sull'inutile tavolo che conobbi,

già crepato.

 

Frammenti d'immagini muoiono

nel vento inutile

che nel fiore dell'Ade,

mi sprofondò

ancora

a cantare

sulle mie ossa.

*

La casa dei tulipani rossi

 

E' lontana la casa

dei tulipani rossi,

quella in cui cercavo il pane,

l'odore di buono.

 

La tristezza ha scavato

nel midollo,

lasciando molta carne alle iene;

i loro artigli hanno graffiato

persino la tela malinconia

che aveva tenuto in serbo

gli oli turchesi,

per dipingere la mia poesia.

 

Rimane un pensiero:

i becchi arancio dei passeri nel nido.

 

"Vedi, aspettano la mamma" sentivo.

 

Ed io li dicevo fortunati.

*

Liceali

Allora non sapevamo che fare

non sapevamo chi essere,

solo segnali,

qualche stella caduta per caso.

 

Col marchio del peccato originale

annusavamo l'aria dietro i vetri

sfregandoci addosso solitudini,

scandite dal suono della campanella.

 

Nascondevamo la vergogna

nei maglioni troppo lunghi,

che coprivano le mani.

 

Palle da biliardo per partite

da segnare sui registri

(alcune cadute, altre no)

eravamo

e non Destini, potenti come il tuono

- che quelli erano le noiose gesta

di eserciti assassini da imparare a memoria-.

 

Nei nostri zaini

c'erano i pianti delle nostre madri

crocifisse dietro le telenovelas

o la disgustosa fiducia dei padri

in un mondo già perfetto.

 

Nessuna sovversione.

Nessuna rivoluzione. 

 

Il senso di colpa ci dissanguava

dai tempi del fonte battesimale.

 

Orfani e prigionieri

noi

non sapevamo

dove andare...

 

*

L’anima respira, indenne

Se fosse musica,

semplice musica di piano,

questo andare a ritroso

tra la radura del tempo

 

direi

della ragione della foglia caduta

e già bucata

nella superba resistenza

             porpora e ocra.

 

Direi che è dolce

il rivo quando ghiaccia,

la sterile terra spaccata

dalle feroci estati,

come le madri sull'uscio

coi loro orfani di guerra.

 

ma la verità

è che è musica, questo vivere,

il rivo mai ghiacciato,

la foglia mai caduta...

 

Solo l'anima respira...

Indenne, 

senza un divenire...

*

Ti vidi sempre bella

Ti vidi sempre bella

coi tuoi capelli color luna

e la figura snella che scivola,

come un'ombra,

dalla tua casa al tuo giardino,

quello che dicevi 'è solo mio'.

 

Lì sognavano le rose,

i ciclamini, le dalie e le margherite

mentre con mani nodose di grazia

sfornavi il tuo pane immacolato.

 

Fiorivano anche gli angeli

quando sorridevi

e tu, che forse non sapevi

nè leggere nè scrivere,

nel silenzio parlavi con dio.

 

Una piuma bianca cadeva su me,

dai tuoi gesti densi d'aroma di semplicità.

 

E quando passo

accanto alla tua casa

accanto al tuo giardino,

nel cielo sboccia un tramonto di dalia,

semplice come le tue margherite

e i ciclamini

che, sempre, dicono di te,

di te,

che vidi sempre bella.

*

Maschere

Maschere,

incollate di fango

secolare....

Maschere di buoni valori

che celano perfetti assassinii.

 

Maschere d'io

sotto polveri di visi asfissiati

dalla sete di vita vera,

occupatissime maschere

orchestrate dalla tirannia

della salvaguardia della specie.

 

Maschere come mura di tufo

su scantinati di terrore,

dove sacrosante vestigia

del passato, ornate di muffa eterna,

vengono onorate e riposte

nel reliquiaio di ferro arrugginito,

che la serpe sorveglia.

 

Maschere sempre a un passo

dal grande evento trasformatore,

ammansite dai domatori di greggi,

venditori di lota dorata,

presa dai cortili dei loro porcilai.

 

Maschere che danzano al passo

- la mannaia sempre sulle teste-.

 

Maschere che insieme è bello,

la critica è peccato,

orrore, la solitudine.

 

Maschere otturate

per il profumo del vento

per il respiro dell'alba.

Riparate negli odori di plastica

di pensieri di plastica,

ridono a tono.

 

maschere stritolate d'ansie,

di voglie feroci 

ammansite e sgozzate

sull'altare della virtù.

 

Maschere di confortevole

mediocrità,

non oscillano,

non si spezzano, 

purgate d'ovvietà.

 

E tutto procede

E tutto procede

E il trucco procede

 

e così sia.

 

 

 

*

Il Nuovo Impero.

Una musica t'avvolge,

stridente e luminosa

come gemme sui muri azzurri

di pensieri di giacinto.

 

Passaggi e passaggi 

scrivono

le tue antiche mure;

umori nuovi e antichi

trasudano, col colore.

 

Le acque del tuo fiume

formano un'ansa

con le acque del mio grembo

e riportano in vita una musica sepolta,

la tua musica selvaggia,

armonia di popoli e pioppi e pini

e spighe e allegre compagnie

nei tuoi caffè...

 

Con te danzerò,

Roma antica,

selvaggia e altera,

nobile e popolana,

madre di tutti i figli

che, in te, cercano nido.

 

E lo dicono le tue stazioni

tra sfregamenti e piedi pestati

e trolley e kebabbari

e venditori di souvenir 

in vecchi locali scrostati

tra odori di spezie e arance

e frutti tropicali e zingari

e ambulanti e mendicanti

e business man e artisti

e uomini assoldati

al dio della vacuità

che cade,

col tuo vecchio impero,

in salamoia nei palazzi di potere

tra reliquie di vuote assemblee

nei vuoti cupoloni.

 

Tra queste rovine,

con te germoglierò.

"Sì, lo voglio", dico,

mentre sposo con te

la nascita del Nuovo Impero

dell'uomo nuovo,

senza più catene. 

*

Fantasmi

Freddi fantasmi

entrano di soppiatto

nella tenda della notte;

o sono, forse, vampiri

che succhiamo la placenta del Sogno,

lasciando ancora strappi sulla tela.

 

Anemici, zigzaganti

vagano nell'obitorio

delle passioni mai estinte,

dei gesti incompresi,

delle verità spezzate,

lasciate a illanguidire

nella nera notte della Gorgone.

 

Come coltre polverosa

sui delitti del tempo, stanno

sul precipizio della meccanica

che tiene prigioniero il cuore

su un abisso di tenebra.

 

Piangono, essi

nella notte anemica,

cercando carità

dalla veste dell'alba bambina

che tinga, ancora, sorrisi

col colore dei fiori.

 

*

Annunciazione

Sentii la musica fremere

sulle sue carni nude.

 

La pietà la diseredò

per più di una notte.

 

E lei gettò sui cieli l'ancora:

la lacrima schizzò sulla voluta,

disegnando ali.

 

Pura come un enigma,

densa di ardente resa,

seppe farsi trasmutazione.

 

L'angelo venne,

a vestirsi delle sue ali.

 

E lei sentì il Cristo giallo

balzarle nel ventre. 

*

Un caffè per Signora-vestita-a-fiori

Sono venuta da te,

a prendere un caffè,

signora-vestita-a-fiori,

ma tu sai

dove hai nascosto

l'abito più bello?

 

La tua casa è una grande vetrina

di cristalliere lucido noce

e antiche porcellane e immobili tenenti

ad appassire accanto a velieri consegnati,

ormai, 

a un mare di polvere ferma.

 

E il vecchio cavallo al galoppo

è sempre lì,

instancabile nella sigillata teca

tra bicchierini per improbabili rosoli

e flute per inaccessibili ricorrenze.

 

Mi hai detto: "Va' pure, in cucina,

a preparare il caffè"

e c'era anche lì

odore di sedimenti,

cespi di lattuga lasciati a impietrire

tra vuote dispense e

nell'aria di chiuso, solo la pietà

del sibilo del vecchio frigo.

 

Ho preso da sola il mio caffè,

mentre il parrucchiere finiva la tua permanente,

nel fondo l'amaro di un dolore antico

come il vecchio pendolo tra ore di gesso.

 

Ho messo, allora,

grani di cioccolato

nel caffè che ho lasciato per te,

signora-vestita-a-fiori,

un grano per ogni amore non consumato,

un grano per ogni sole filtrato,

un grano per ogni ballo abbandonato

prima che fosse mezzanotte,

un grano

per ogni amore

mai nemmeno sognato.

 

E ora sì che sei bella

con la tua permanente, 

mentre bevi il mio caffè

con grani di cioccolato,

signora-vestita-a-fiori,

oggi 

che puoi finalmente regalare

una lacrima

al tuo amore.

 

 

*

Nella stanza di Barbablu’

Incontrarmi, in questo spazio,

tra croste di luce di lampadari spenti,

arrugginiti come stanche rotaie,

mentre il serpente dell'impaurito dolore

lacera la gola.

 

C'è puzzo di carogne,

onnipresenti spettri ebbri

inumidiscono di bile

i pavimenti, scuri

come mosaici scollati.

 

Il calore è un forno elettrico.

 

Sagome di gesso e tufo, stanno

appollaiate sulla cassetta dei risparmi.

 

Sulle assi portanti del dolore,

onnipresente come un ragno

attaccato al mio sesso di bambino-nato-femmina,

memorie fatte a pezzi,

scollate come vecchie fotografie,

trasudano inquietanti requiem.

 

Il vuoto mi mangia da dentro

come un feto maledetto,

ripetendo voci scollegate

da un telefono rotto.

 

Solo una libellula, blu

salta nel buio.

*

Da qualche parte

Mi sono fermata

in questa nera isola di suono;

 

niente da dire,

ricordi filtrano dai cocci

di una bottiglia.

 

Ci sono cose dimenticate

tra filospinati azzurro-ruggine,

spremute di dolore

lasciate a irrancidire.

 

La luce, minima, è uno scherzo.

 

Sulla tavola nera chiodi

imprimono un segno,

alle pareti c'è un Cristo tanto folle

da essere muto.

 

Ma i tuoi solchi

rosso clandestino

lasciano una musica di fiordaliso

sulla macchinetta del caffè.

 

dicono che il sole è

da qualche parte,

dov'eravamo prima

che ci spezzassero le ali. 

 

*

L’aquilone

Sul cielo azzurro

uno squarcio, muto

divarica le arterie

 

- cola sangue

sulle pareti incalcinate- 

 

ma un aquilone

dalla ferita tela, tesse

il suo mosaico di luce.

*

La stagione dei gelsomini

Lanciò guanti, borsetta,

giarrettiera, tacchi a spillo

tra le nuvole.

 

Non ancora sfiorita era

la stagione dei gelsmoni.

 

In cielo accese

una sigaretta di pietà:

cenere rossa, rotolò

 

fino all'acqua.

 

Nel suo specchio si vide,

illesa,

scarlatta di pallore,

 

come grappolo maturo

dall'oscura luce del baco.

 

Nata, lei era

e non lo sapeva.

 

Non ancora sfiorita, era

la stagione dei gelsomini.

*

Nonostante

Nonostante tutto,

sei stato

scia nel fuoco,

pelle nella pelle.

 

Nonostante.

 

Nonostante la tenerezza

che spacca le ossa

e la morte ti spacca

 

Nonostante i morsi

al nervo del cuore,

 

la tumefazione sbriciolata

sulla tua stessa tumefazione..

 

Nonostante.

 

Nonostante il fiore bianco

caduto per caso

nel grido di una musica spezzata

da esili di piombo

nelle fottute notti

- notti dopo notti -,

 

ci sei stato

 

A violarmi col suono d'una illusione,

a spezzare

le mie infangate corde, appese

a una luna storta.

 

Nonostante tutto,

tue, sono 

queste mani di fango

attaccate al mio fango;

 

la luce

potrebbe essere una svista.

*

Tu, nella mia più profonda luna

Tu stai nelle grotte

della mia più profonda luna,

 

re

della mia isola beata,

nascosto nel dolce suono

delle mie insospettate acque.

 

E niente ti turba,

niente

ti gualcisce il respiro

mentre così, silenzioso,

stai,

sospeso nella mia luce argento

come in un canto. 

*

Tu sei

Tu sei il fossato

e sangue sulla rupe.

 

L'alleluiah improvviso

che esplode come uno squarcio

quando

d'improvviso appari

e mi resti dentro.

 

Sei il ferro nudo

che, nella livida notte,

mi lacera la caviglia

 

ma resta, tuttavia

attaccato

all'abisso

dell' Infinito.

*

Sul limite dell’Assoluto

M'accecò, il tuo nome

 

suonò in sigilli fondi,

oltre le pianure.

 

Il fiume divaricò le cosce

per contenere il brivido

e intanto, schiumò la resa

la brina che si accavallava 

sull'erba, in festoni.

 

Chiamai il tuo nome

e tracimai angoscia

come una partoriente ebbra,

quando

la tua carne

nella mia

 

carne si fece

 

e carne spezzò

 

ed io restai,

scalza,

sul limite dell'Assoluto.

*

Solo spazi

Un sole d'alabastro spettina le rive,

ed io rinasco, Venere, nel vento.

Ho dipinto col sangue il mio ritratto,

sulle tremanti dita la brezza del fuoco,

attinta alla tenerezza che scompone le sponde.

 

Sono giglio, fiore rosso, pozza ebbra di sole,

sono terra che nasce da una prateria di stelle.

 

Ho asciugato il pianto dei fiordalisi

dai miei giardini

visto

il mare freddo dai pascoli da cui fuggivi,

cavallo indomito ma pur sempre preda,

dimentico del fiore che affondò

nel ventre umido di un Sogno.

 

E vado, ora, 

con la sfera intatta di sogni mutanti

nella giostra dei giorni

e ho ancora sulle gambe i calzini da bambina,

la treccia che mia madre raccolse

nella scatola dei ricordi

per il tempo ebbro,

quello delle onde indaco

che lavano le orme oscure.

 

Spazi, solo spazi,

ora, 

in questo mio andare...

*

Da qui

Ora che m'aleggia dentro

l'aroma di fragranza antica

stanato nei ciottoli grigi,

come oro,

resuscito dall'ombra,

dall'isola diseredata che lasciai

ai suoi carnevali alle sue inopinate effervescenze

                                                             artificiali,

cariate di tradizioni sdentate.

 

Nessun tremore.

Il canto della tenerezza sta sulle mie dita

che attraversano l'oro dal pianto del mare.

 

Sono io

l'isola nuova che cercai dai colli

di bottiglie acuminate,

col sangue sulle dita, stanando

inesorabile, messaggi nascosti

scavando dalle trinceee degli occhi

nelle insenature fulgide di sotterrati soli.

 

E da qui, ora, 

so,

finalmente so

che non finirà mai.

 

 

*

Incontrarti

Incontrarti,

dove la neve cigola

sul carillon delle estati perse.

 

Incontrarti ad una giostra,

tra stanche rotaie,

chissà...

 

Incontrarti

dove una cicca, per terra,

ha ingoiato troppe parole mute

o sull'erba secca, spina a spina,

esangui...

 

O dove il vento tracima

le parole accartocciate nel tempo

come fogli di giornale, appallottolati

all'angolo di una strada.

 

Incontrarti là,

dove ti sei perso.

 

Per incontrarmi.

*

Corpo a corpo

Corpo a corpo,

muore il corpo della storia;

 

cadono statue e momumenti,

lettere e sillogismi;

il fuoco buca Aristotele

nello stomaco.

 

Corpo a corpo

il tuo odore sventra il mondo,

svela il giglio che rinasce

folle di foreste.  

*

Portami via

Vieni a prendermi

dove fioriscono le zagare

e la morte non sta, secca,

all'angolo del fiume,

perchè la vincemmo coi baci.

 

Portami via dai vincenti,

dalle idee chiare e inoppugnabili.

 

Dai giorni senza memoria,

dall'assordante tamburellare della siccità,

dai vagoni abbandonati,

frenati anzitempo

sulle stanche rotaie della vita

tu, portami via.

 

Portami via da chi sa tutto,

dai tribunali dell'ovvio,

dai ministeri della scienza

coi loro monumenti al cinismo

adorati dagli idolatri del buon senso.

 

Portami nelle tue mani

come la bimba 

che hai sempre cercato,

che sa perdersi in un fiore,

senza chiedersi perchè.

 

 

*

Nessuno mi chiese

Mi misero un grembiule giallo tisi,

una sottoveste color verde supplica,

stretta con una cintura d'anemia

 

mi dissero

 

di non oltrepassare i chiusi cancelli

 

di fare

un respiro

per volta;

 

chiusero il mio pianto

nell'armadietto della carta igienica,

 

mi dissero

non fiatare

che viene il direttore.

 

Nessuno

però

mi chiese

perchè disegnassi annegati. 

*

Vicino

Vicino

sei il sale delle albe assonnate,

 

il primogenito del grano

che sorge

dal mio fecondo ventre

 

Vicino

sei la fiamma furente

delle api assetate

sulla fragranza della mia deità

 

sei il pane 

e il vino

incenso

e benzoino

che affonda nelle sere,

umide di naufragi.

 

Quando

vicino 

mi stai, 

la pioggia cade nel vento

con suono di stella

e dice

che non moriremo,

mai. 

 

 

*

Mi prendo di te

Mi prendo di te

questa stanchezza antica,

i pensieri corsari ammutinati

nei tuoi bastimenti assediati

 

Mi prendo di te

questa febbre esule di esilii,

il passo grave

dei diseredati giorni

 

le gambe gonfie

di interrotti passi

 

mi prendo

 

questo tuo invisibile tormento

che gocciola nelle sere

dimentiche di soli

 

prendo

 

la tua morte tra le mani

in questa vittoriosa sconfitta

che arde come fiamma nelle vene

e non vuole altra luce.

 

*

Antica geometria

 

La mia musica è stridente,

come i legni abbuffati di pioggia

delle sedie dei giardini, in inverno

 

e tuttavia

 

posso rendertela in germogli

dalle mie mani di madonna rossa,

gravida d’un sogno bianco.

 

Ma sento che ti spaventa

questa donna scheletro

che reca, negli occhi,

la vertigine d’una atroce apocalisse.

 

Ma non sono le tue lacrime, le mie?

Non è tua la terra che trema, consunta,

sotto il mio passo consunto?

 

Pure il corvo del dolore s’allontana

in questa nuda distanza che trasuda

l’anemia d’antichi incantesimi.

 

Resto.

 

Sui miei fossati di neve,

salvando il petalo sanguigno

 

tendendo

 

al frangersi dei flutti neri

e alle bonacce dei sensi,

 

mentre aspetto la vela

della mia antica geometria.

*

Fatima

Immensa, tu partecipi
al movimento delle acque:
discendi, ondeggi, giochi

 

flusso e riflusso

 

tu inventi il mare.

 

La tua voce è dolce come fiaba antica
di antiche curandere,
non tracci tracciati
ma scrivi parole nuove con un tocco
sulla sabbia;

 

Alchimista sensuale e suadente
tu
governi senza decreti e battaglie,
offrendo al mondo un sorriso di cioccolata.

Entrerò ancora tra le tue larghe vesti,
Fatima
e dalla stessa conchiglia
rinascerò con te
per riportare al mondo ferito
il tuo stesso sorriso di mare.

*

Emma (Ispirata al personaggio di Emma Bovary)

 

Era una sete, assidua

di giorni di giostre di fiori

la tua sete,

che faceva cigolare le nocche,

spettinava  i capelli inquieti

come falde d’un deserto arso dal sole.

 

Tessevi sogni scomposti con le filigrane francesi.

 

Ti attraversava l’incubo della certezza,

 spegnevi le candele e vedevi

oltre le mensole scarne,

quell’urlo che accoglievi nel grembo palpitante;

 

Non mentivi.

 

Osavi esigere dal destino

come un mercante verso i creditori,

bussando con mani bianche, volto bianco

occhi di colomba ardente.

 

Chiedevi amore.

 

Chiedevi l’inspiegabile che traboccasse,

lenisse

la carcassa dei giorni macerati nell’immobile

ordine del contadino ligio al suo padrone.

 

Bevesti quel vino.

 

Tutta la cantina grondò nel pozzo del tuo desiderio

come fiumi che confluiscono nel letto

del grande mare nato dal fiore del deserto.

 

Emma,

fu il tuo nome.

 

Emma.

 

E porti ancora,

nel tuo insaziato cuore, il fiore

di ogni donna

in cerca d’amore.

*

Signora Pernice

Signora Pernice aveva un padre una madre una vecchia zia

con denti d’avorio a centocinquant’anni suonati

e gestiva pavimenti di marmo tirati a lucido,

lasciando che la luce dell’alba solleticasse appena

l’arredo di mobili in noce con fiori finti e tiretti sigillati

da blocchi di ricevute e concessioni edilizie e testamentarie.

 

Signora Pernice soppesava ogni parola e non sapeva

quello che diceva e tuttavia lo diceva con eleganza inoppugnabile quando

le mareee si agitavano oltre le nere cime delle case svettanti

e un vento tetro presagiva i capricci dell’ostro;

 

Signora Pernice andava a messa tutte le domeniche e leggeva

il libricino delle orazioni sempre dallo stesso verso

e strappava con acredine spazio alla vicina

che sorseggiava appena parole,

 avvolta nel calice rovesciato

 del suo cappotto di feltro marrone.

 

Nessun lamento.

 

O inflessione

 

Quando il marmo della casa si aprì,

e l’inghiottì.

 

 

*

Il mio gatto

Microcosmo di nera voluttà,

curve morbide e lascive

artigli pronti a prendere e a strappare;

 

gioco e morte

 

siedi sulle mie cosce come su un trono,

e sei un bambino

che gioca con la mia giacca

o un capriccioso amante imperfetto

che non conosce tregua

 

e mi rivolge i suoi attentati,

accecandomi coi suoi occhi di duro smeraldo.

*

Il corpo nudo delle stelle

Sono arrivata al punto

di non dover più firmare

                 alcun registro,

 

il mio nome

l'hanno cancellato con una squadraccia,

credendo

di impiccare le mie stelle;

 

Ora

vado errando tra terre, boschi

e laghi immaginari,

 

Ora

anche di giorno,

vedo

il corpo nudo delle stelle.

*

A sera le formiche tornano sempre al formichiere

Termodinamica

Tecnoidraulica

Tecno…tettonica

Campeggio nell’universo tecnico/tellurico

 

L’occhio tagliente

 

Arrovesciati paradigmi

 

Violenza ed odio

violenza ed odio

 

Cigni feriti

Bambini dimenticati

 

Passano fanfare alla modernità:

Donne con musi termici

Occhi meccanici

 

A sera, le formiche

Tornano sempre

Al formichiere.

*

Distanza infinitesimale.

 

Dove sei stato,

in quale lido o discarica di cose

mai dette hai sepolto

la tua rabbia?

 

La strada é impervia.

Stretto il sentiero.

I glicini han ceduto il candore,

arenati su grate di filo metallico

fatte per sedare ogni voglia vera

di respirare, correre, andare.

 

Dove sei stato?

 

Non hai saputo capire

-eppure il  passo era breve –

quanta distanza passa

dall’Essere al divenire.

 

Hai replicato,

come una pellicola incantata,

sogni corrotti

di un padre stanco;

 

te li sei presi senza fiatare

senza cercare – delitto! –

di capire

la distanza infinitesimale

tra te

e il mare.

*

Il canto di Eos e di Titone

          Il Canto di Eos e Titone

 

I L’Incontro

 

Eos   Vieni, vieni, vieni,

          prima che sia troppo tardi;

          percorri con braccia piene,

                          come grandi remi

          questo mare di cielo che ci divide;

          Vedi… Brilla nella notte

          e le sue onde sono lampade d’argento

          che illuminano i sogni

          come piccole, scintillanti lune marine.

 

Titone   Non sai… No, tu non sai

               la fatica di percorrere gli anni…

 

Eos  Oh no! Non dirlo…

         Ma vieni, vieni, vieni,

         lascia che sia io

         a divenire mare

         per percorrerti le vene

                      come unguento…

         Vieni, vieni, vieni,

          voglio vestirti d’ocra e d’arancio,

          ungerti nel Fuoco del mio Amore.

 

Titone  La vedi anche tu

             la notte senza argento?

             Le colline sono cupe,

             severo, il monte, immobile

             come la Legge

             che ci sovrasta

 

Eos  La legge, la legge, la legge…

         Ma che legge è mai questa?

         La legge che ci volle muti?

         Perduti nello scambio di cose mute?

 

Titone  Non dirlo, ti prego…

 

Eos  Sei tu che lo dici.

        Lo dici nelle sere

        solo nel tuo letto;

        Lo dici accanto a un lume

        sempre più spento…

 

Eos e Titone  Lo dico in Te, che ho cercato,

                        in Te che sono.

 

 

        

Eos  Hai sentito?

        Lo scoppio di Luce,

        le nostre Anime…

 

Titone  Sono ai tuoi piedi, mia amata,

              ma ancora resisto

              avvolto alla cavezza.

              Sono vecchio e solo.

 

Eos  Le mie notti non furono men cupe;

        Assetati, spesso, i miei giorni.

        Il tuo dolore m’appartiene…

 

Titone  E allora avanza, libellula d’aurora,

             avanza, sogno,

              lascia dietro te strascichi di luce

              per asciugare il sangue

              e spargiti sui miei giorni,

              inventami, inventami, inventami…

              Oh, quanto ti attesi!

              Quanto le mie membra stanche

              reclamarono acqua e luce!

 

Eos  L’emozione mi prende,

         mi libera la stretta in gola…

         Piango, piango, piango;

         non è dolore

         ma gioia, gioia, gioia.

         Ecco, amore, l’acqua

         Ecco, amore, il sole…

 

Titone  Vieni, aggrappati alle mie dita:

              vedi quanta neve d’estate!

 

Eos  No, non è neve, è luce…

         Luce e lacrime, lacrime, lacrime,

         tutte quelle che non versai.

         Quanto a lungo ti ho atteso!

         Quanto a lungo il mio dolore

                                            ha gridato

          alle soglie della follia!

          E ora, che farai?

          Ancora mi lascerai?

 

Titone  Il dolore che grida

              alle soglie della follia;

              ecco il fiele più amaro!

 

Eos  Tu puoi guarirmi,

         tu puoi entrare in quel vuoto,

         solo l’Amore può vincere i demoni,

         anche quelli del silenzio!

 

Titone  Tu eri già mia.

             Mia come l’estate sul pero;

              mia come terra delle mie stesse radici;

              Ed ora vieni, non temere

              il buio della notte,

              liberati sulle mie mani,

              dalle mie mani d’Ostia viva.

              Vieni, mia regina,

              farfalla di sogno sospesa nell’aria

              delle mie primavere perenni.

               Vieni, cerbiatta graziosa,

               sui prati verdi delle mie esistenze

                                                              andate,

               vieni, raggio d’aria che scavalchi

                                                          il tempo,

               gemma, cigno bianco, acquamarina,

               vieni, vieni, vieni…

 

 

Eos Vengo sulle ostie delle tue mani

         sono acquamarina, gemma, cigno bianco.

         Come sono delicate le tue mani e forti

         e come brilla l’anello della tua Fede!

         Sono petalo, amore, sulle tue mani

         che ora sono acquamarina mossa

         dalle mie emozioni…

         La Grazia ti pervade, ti rende sposo

         e la tua bellezza rifulge come diamante.

         Sii il mio sposo,

         sposo del mio dolore redento,

         delle mie lacrime trasformate in pane…

         Vieni, vieni, vieni,

         saziamoci del nostro amore,

         Grande Ostia per tutti i giorni senza pane!

 

Titone  La felicità mi rende leggero,

              sono un ragazzo

              e tu la mia giovane sposa.

              Ci siamo forse incontrati

                                    In altre vite?

 

Eos  Altre vite, altri soli, altre lune…

         Ma non è forse Uno il giorno?

         Non è forse Uno il sole?

         Tremo, tremo, tremo

         come canna nell’immenso campo

         della tua anima, feconda, di spiga…

         Come sono pieni i tuoi occhi;

         Sono topazio bagnato di luce

          sfumato all’ombra della luna.

 

Titone  Non sono i miei occhi,

              ma i tuoi…

 

Eos, Titone Nessuno può capire il Mistero,

                     Siamo Luce della stessa Ombra

                     Siamo Ombra della stessa Luce.

 

 

Eos  Oh, sciagurato presagio!

        Quel dolore...

        Vedere che la scia scompare!

 

Titone  Tu sei mia

 

Eos  Ancora, dillo…

 

Titone  Mia, mia, mia…

 

Eos  M’ami tu così?

 

Titone  Un tempo, al mio capezzale,

                                                 pregasti

              il Destino prendesse altra strada,

               quel destino che tu conoscevi!

 

Titone parla con gli occhi abbagliati rivolti verso l’alto.

 

Titone  Tu fosti eletta

             a tessere il mio sudario

             con le trame del tuo cuore

 

Eos  Io, allora, fui già Santa?

 

Titone acquista la lucidità.

 

Titone  Santa, oh sì! Santa

             e con la tua santità stregasti

                                        il mio cuore

            che trascinò detriti d’ansie, angosce,

                                                          paure      

            verso il rivo delle tue vene

            che intrecciarono reti

            e m’accolsero, intero.

            Oh! Sii Benedetta,

            Benedetta tra le donne…

 

Eos  Ed io ti benedico, amore,

        ti benedico col mio sangue,

        ti benedico con gli occhi,

        con queste mani che tesserono

        sudari nuziali

        per il tuo corpo di spiga matura,

        Ti benedico

        preghiera che colasti sulla mia vita

        e tergesti l’impuro con la Sacra Fiamma

        e avverasti la promessa di Dio

        alla mia Consacrazione.

 

Titone  Oh, mia Santa! Mia Sposa, mia Diletta!

             Mai l’Immenso fu più prossimo!

            

Entrambi cadono in ginocchio, gli occhi colmi di una luce abbagliante che irradia da essi.

Dopo qualche tempo, Eos si rialza.

 

Eos Tu, amore, sei tutti i miei amori!

 

Eos  Tu m’apri le porte del Paradiso!

 

 

Titone  Sempre ti è appartenuto

             Sempre ci è appartenuto

             Noi… Pura Luce…

 

 

Titone è vestito con un mantello sacerdotale color oro.

Le si avvicina e l’avvolge.

Lui diviene sole, lei luna.

Dalla loro danza nasce la Terra.

 

Titone  Io sono l’Alfa

 

Eos  Ed io l’Omega

 

Eos  Io sono l’Alfa

 

Titone  Ed io l’Omega

 

 

 

II Distacco

 

Eos  E’ notte, vedi, è già notte!

 

Titone  La notte non è assenza di luce

              e tu lo sai…

 

Eos  Non so più niente.

         Sono nuda.

         Nuda come acino disperso;

         vino versato dall’otre della storia.

 

Titone  Eppure sei diversa,

             un bagliore nuovo rifulge

              nei tuoi occhi di cerva.

 

Eos  Voglio danzare.

        E’ la voglia che mi nasce

                                 dagli occhi

                                     e rifulge.

 

Titone  E allora danza, mia sposa

             senti il Ritmo della Terra

             e salta con la polvere in faccia,

                                negli occhi, nel naso,

              e scalcia, puledra,

              al ritmo tribale del mondo,

              impazzita, liberata!

              Danza, danza, danza…

 

Eos danza una danza tribale e sensuale che accende il cielo di colori scintillanti. I capelli e le ciocche, furiose, dipingono strascichi di porpora e rosso.

 

Eos  Cosa è accaduto?

 

Titone  Hai conosciuto la Felicità;

              sei entrata nel Ritmo della Terra!

 

I due amanti si guardano, gli sguardi insondabili persi in profondità inaccessibili.

 

Eos  Dunque è questa la Felicità? Danza e Follia?

 

Titone le accarezza la fronte. La bacia e, poi, cingendola, la invita a dormire.

 

 

Eos  Sei vicino, eppure lontano,

        più lontano di quanto possa

        immaginare… 

        Ma, dimmi, perché attendesti tanto

        questo raggio di sole?

         Hai forse, in passato,

         temuto l’amore?

 

Titone si scosta da lei, china la testa.

 

Eos  Oh! So, so che il fondo dell’Amore

         è amaro più del fiele

         e che tu sei un uomo col cervello.

         Nessun uomo col cervello

         può e vuol cadere

         nel torrente imprevedibile e amaro

         dell’Amore, eppure…

         Conosco le trappole della ragion pura,

         la follia di pazzi intelligenti al potere:

         bambini trucidati, venduti, assoldati,

         donne stuprate, umiliate,

         uomini venduti, usati, prostrati…

 

Eos si copre gli occhi.

 

Eos  Tutta questa ragione

         è omicidio e follia!

 

Titone  E’ il tuo Amore che ha vinto!

 

Eos  Ma l’inverno è duro nel tuo cuore…

         Non basta la danza di Primavera

         per scioglierne i ghiacciai!

 

Titone  Guarda il ciliegio: guarda i suoi fiori,

              pronti a tramutarsi in frutti…

              Tu sei fiore di ciliegio,

              tu sei primavera.

              Conoscerai raggi ancor leggiadri

              sulla tua pelle di petalo,

              tu stessa sarai ciliegio

              e protenderai i tuoi rami

              verso il mare,

              ancora ammaliata dalla Grazia

              che volle la tua danza…

              Tu, nell’eterno fluire

               del mondo finito:

               fiore, frutto, ramo, primavera.

               Oh! Come sei bella!

               Tu sei la primavera…

 

Eos  Tu stai per lasciarmi.

         Il mare non sarà più lo stesso;

         Vedi, tende alla linea dell’orizzonte

         e il tuo orizzonte brilla per me

         di mille orizzonti

         e mille orizzonti baciano le mie onde,

         le increspano,

         direzionano il loro finito, eterno movimento…

 

 

Titone   Guarda lassù,

              il monte che s’eleva sul mare,

              lì mi troverai

              ogni volta che mi cercherai.

              A che giova il salto dell’onda

              che non ascende e s’eleva?

 

Titone e Eos  A che giova il mare

                       senza la vetta che annuncia

                       l’Oltre?

 

Titone Questo noi siamo, amante, sorella,

             madre…

              Acqua, aria, terra…

 

Titone si incammina verso il monte

con un mantello dorato di stelle.

Eos solleva le braccia al cielo,

la veste azzurra come il mare

e grida dietro lui:

 

 

Eos  E Fuoco!

         Acqua, aria, terra… E Fuoco!

 

Titone  si volta un attimo.

Titone  Così sia! E scompare.

 

 

Celebrazione

 

Eos  Ti lodo, mio amore, ti lodo

        perché tu m’hai svelato

        la natura eterna dell’anima mia

        che Eternità riluce.

        Tu, mio soave canto

        più soave di ogni canto,

        volo dolcissimo di gabbiano,

        spartito della risacca argentina,

        Tu, Mistero che giaci

        nelle carni del mio Spirito,

        Tu che ridi nell’onde, giochi

        nell’onde, tu che ti travesti d’onde…

        Sola, innanzi al Grande Mare

        Ti sento

        Tu che stormisci con l’uccel di mare,

         muori e mi divieni,

         tu che mi parli il linguaggio

         sepolto del tempo,

         tu sempre esistito,

         tu che non passi,

         resti, tramonti, resti;

         Tu, farfalla fiorita sul pelo dell’acqua!

        

         Ti lodino le mie braccia,

          la mia musica, il mio canto,

          Ti lodino le mie ali,

          la mia carne, la mia luce…

          Ti lodi il mio grembo di donna,

          il muschio delle infinite pareti;

          Ti lodi l’infinito scorrere

          della mia preghiera, infinita.

          Ti lodino le mie mani

          che inventano le tue,

          Ti lodi l’argilla della mia essenza,

          il mio passo che ti cammina accanto,

          l’arco del desiderio che fa breccia

                                         nella tua essenza;

          ti lodi la mia fede

          che spinse il tuo veliero

          verso il porto dimenticato,

          il Fuoco che distrusse argini

                                         di ghiaccio,

          ti lodi la mia veggenza di donna

          che innalzò altari

          sotto la tua Croce

          e riempì di lacrime e sangue

          la coppa che ti alimenta.

          Ti lodi il mio Spirito,

          finché Luce sposi Tenebre,

          ti lodi il vagito dei visceri

          contratti in preghiera.

          Che io ti lodi,

         sangue del mio sangue,

         linfa della mia essenza

         rosso vino delle mie segrete

                                              cantine,

         Amore del mio Amore!

 

 

III Assenza

 

Eos, dopo essere caduta in orazione, si risveglia.

 

Eos  Il desiderio grida nella notte!

        Strazia le mie carni

        ed io le sento sbuffare

        come sacchi d’aria, doloranti

        sacchi d’aria

        e sangue, che strilla

        in questa notte oscura

        con parole di grandine e fuoco!

        Dimmi, tu che ora sei monte,

        quale mare amaro dischiudi?

        Non senti come fremo

        sotto al tuo monte?

        Il gelo m’attraversa;

        correnti d’aria e di vuoto…

        Nella torre, inquieti,

        s’aggirano i fantasmi

        dei miei pensieri!

        Miserere!

        Io sono divisa,

        appesa alla tromba assordante

                                              dei giorni!

 

 

   Eos         Tu non udrai più

               la mia musica notturna

               proferire al gelsomino, al ginepro

               i suoi segreti!

               No, non udrai più

               la musica dei miei sensi furiosi!

               Chi sei tu? Straniero, ladro

              della mia anima!

 

Eos chiude la finestra, va a dormire.

Titone le appare in sogno.

 

 

  Titone    La senti, mia amata,

                questa musica?

                E’puro canto di luna…

                Sono io che ti parlo

                e la mia musica, lenta,

                scende dalla nuvole sazie

                                    del tuo pianto.

                Io sono la tua armonia,

                 il tuo corallo, Amore

                nel tuo Amore.

                Tieni, cara,

                sgrana questo rosario

                di parole mai dette

                e qui, tu ed io,

                in questa notte eterna

                sentiamo, sentiamo, sentiamo

                il tuo, il mio, il nostro Amore.        

 

Eos  Tu mi hai preso l’anima

 

Titone  Era già mia. Ricordi?

              Andavamo per campi di fiori,

              pazzi,

              le mani, i piedi nell’erba,

              tu eri nocciolo d’aurora

              io t’amavo già allora…

 

Eos  E poi, cosa accadde?

 

Titone  Che importa, mia cara?

              Vorrei che m’amassi così

              ora

              con tutto il tuo sangue di donna

 

Eos  Vorrei sciogliere nei tuoi baci

         tutte le mie catene,

         sentire la musica del tuo corpo

         asciugare il mio tremore,

         impregnata al tuo sudore.

         Vorrei bagnarti gli occhi,

         tergerti nel mio stesso sangue

         come rondine marchiata,

         per sempre persa nel mio mare.

         Vorrei esplodere nella tua vita

         come ostrica furiosa,

         entrarti dentro come naufraga

         che annaspa, vinta.

         Persa, senza più alibi.

         Ancora, vorrei,

         solidificarmi nella tua essenza

         come pietra lavica

         e tornare, di tanto,

         ancora Fuoco per essere

         sempre più

         parte di te.

         Vorrei essere i tuoi stessi respiri,

         fino all’ultimo,

         fino a che morte

         non ci sorprenda.

         Vorrei, vorrei, vorrei

         Dio solo sa

         Quanto ti vorrei!

 

Eos si ranicchia, dopo essersi espansa al sole.

Si risveglia poi col cuore lacerato da dolore

e felicità insieme.

 

 

 

IV Morte

 

Eos è nella stanza, con lo sguardo rivolto alla finestra.

 

Eos  Tu non sei. Vedi:

         l’aria è chiara e tu non sei.

         Sei morto all’improvviso,

         nelle mie lunghe notti insonni.

         Ho vegliato al tuo funerale:

         tu eri effige

         sulla tua stessa tomba.

 

Eos si avvicina ancor più alla finestra. La spalanca.

 

Eos  Guardo il rivo. E’ ghiaccio.

         Fredda tumefazione.

 

Si stringe in se stessa. Rabbrividisce.

 

Eos  Davvero è così atroce l’inverno,

         dopo la follia dell’estate,

         l’attesa lusinghiera della primavera?

         Oh! Mai conobbi inverni più tetri!

 

Eos si tappa le orecchie, come per non sentire delle voci.

Poi, rivolta al cielo, grida:

 

Eos  No, no, non parlarmi più…

         Oh tu che sei ombra!

         Oh tu che moristi!

         Oh tu che fuggisti!

         Il giorno è greve, senza luce,

         lento, il passo.

         Lascia piuttosto

         che segua il tuo corteo

         dietro il corteo dei giorni!

         Ti ho seppellito con queste mani

         e con le stesse mani

         ho seppellito me.

         Nel marmo ho sepolto,

         sbeffeggiato

         la febbre mistica dei nostri sensi.

         Tu non hai più voce

         non hai più occhi

         non hai più mani.

         Ed io tentenno nei giorni

         vestita del tuo sudario.

         Non griderà più il sangue,

         tornerà serrata la mia gola,

         finché le squame della mia non-essenza

         cadranno senza rumore

         dall’abisso dei miei giorni.

         Allora le mie ceneri si fonderanno

         alla polvere dell’aria,

         saranno pulviscolo come ogni cosa

         è polvere e vento e aria

         e nulla ci oltrepassa

         e nulla ci precede.

         Siamo questo: non più grandi

         di pulviscolo d’autunno,

         non più eterni

         di una goccia di rugiada,

        non più forti

        di sagome di corteccia

                       rose dal vento

        e nello stesso tempo, infiniti,

        come pulviscolo che aleggia

        sulla goccia d’una rugiada

        che scende dalle carni

        di una corteccia rosa dal tempo.

        Perché è nel finito

        l’Eterno e l’Infinito 

 

Soffia un vento di tempesta, Eos diviene pulviscolo rosso e ocra e, poi, luce dorata.

Dal cielo scende un’altra farfalla, il suo chiarore è argenteo, come la luna. Le farfalle disegnano scie di luce che, ricongiunte, reinventano la geometria dell’universo. E’ l’inizio della

Nuova Creazione.

  

*

Eredità (da ’Una poesia nel cassetto’, Flanerì, Roma, 2011)

Mitili aperti

affollano le rive condensate

dalla bruma;

i pescherecci gettano

vuote reti sulla rena,

Io

cammino sulla sabbia,

scansando i gusci,

dallo stesso sapore di cose vuote

come il vuoto

che tu hai lasciato in me.