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LAttimo
Io ti incontrai nel giorno pieno di sole, quando ancora non sapevo che il sole urla, trafigge sottopelle. Ti incontrai, ed era un giorno assoluto, senza neve, come l'erba, le case arancio, dove già l'oro mangiava la ruggine ed era ancora dolore, che tu sentivi nella tua solitudine densa. Ti incontrai e vidi la fuliggine delle idee roteare attorno al tuo bel corpo di quercia invecchiata. Ti dissi vieni che il vino non è finito e le cantine sono ubriache d'estati. Fiorì la stagione dei melograni e delle pesche dure, che s'apre come un mistero tra le cose rotte del mondo. Io e te lo vedevamo. Ma io ti vidi così forte che la luce ti forò; in fretta tornasti al cliché. Eri un dio, ma come un pover'uomo spolversti i breviari, mentre il fuoco - lo so - ti mangiava i lombi, ti consumava nelle notti insonni di insorte canzoni. Per un attimo, tornasti, come se non fossi mai fuggito. Bastò l'attimo a rubare il fuso alla Parca, che già tagliava.
Id: 75221 Data: 22/06/2026 11:54:59
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Censura
Troppa passione non premia così mi disse la vecchia becchettante nell'aia delle certezze. Troppa passione dissangua, allora mi mossi tra imbuti di vuoto a suonare il mio tam-tam scordato, infarcito d'amnesie. Troppa passione fa male come il freddo al collo preso col finestrino aperto, è quasi un reato mette a repentaglio le geometrie attenta alla ruggine, ai tarli, ai sistemi sanitari, al fisco, alle religioni, agli imperialismi delle imbecillità; è una piaga che va estirpata a suon di propagnanda, sentili questi nomi, come suonano fieri: educazione, etica, rispetto, morale; sembra roba fascista per questo ora più che mai, nell'ora nullificante, torna in voga; i morti vi si acchiappano come una scialuppa; i morti nella carta domopack che tiene la carne guasta. Troppa passione è come dire troppa carne, troppo vuoto e splendore in quel vuoto così in contrastro con le varecchine e gli antimuffa, così in contrasto con giacche e cravatte pure in estante, così in contrasto con le seghe sui divani - così spaventosamente in contrasto con la morte.
Id: 75217 Data: 21/06/2026 15:48:09
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Attimi azzimi
Stamane, la mimica di un corpo assediato dai colpi del sole, il tamburellare delle nettarine verace come l'urlo che traborda. Tace. Signora in fila ci sono io: mangio vorace per due famiglie. Il fracasso nelle ossa. Si dipende da una mela in più al mercato, da un gambo di sedano omaggio, dal sole che cola col sudore negli attimi azzimi di un'intesa. Sfila l'uomo in carrozzella: penso sono io, atonica, che dissanguo, come il pesce sulle piastrelle sventrato da mia madre. Mi tengo dentro la vecchia che frigna, che tanto è solo un'alzata di ciglia credersi diversi e quelli con le palpebre dure lo sanno che l'insonnia tiene deste le zanzare sulla piaga, mentre nei palazzetti si consuma, nelle faide. la porzione consentita di pornografia. Comprano la salvezza - così credono a suon di campane, piangono di tenerezza solo di fronte ai ninnoli. E' piombo la luna che dissolve; fango, il Giordano.
Id: 75210 Data: 20/06/2026 14:53:51
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Lepilogo
Verrà il giorno, il giorno di mandarino che ha fuoco nei piedi. Il giorno del do senza esitazione, dove non ci sono muri eretti da mio padre: muffe e umidità. Il giorno delle biciclette, delle estati troppo vere, dei kaki portati in autunno. Babele è caduta già. Nessuno parla le lingue confuse. Il silenzio è il segno. Io rido così tanto che mi bruciano gli occhi: non avverto nemmeno il rombo entro la terra. Voliamo, io e te, tra ettari di luce.
Id: 75207 Data: 20/06/2026 09:41:57
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Eredit
Poche lacrime e noi destinati a essere noi. Gira la macina di pietra sulle ore, gli istanti, i trambusti, le diserzioni, le dissezioni. Il sole troppo acceso, scioglie l'umido rimasto. C'è un cavallo, la' fuori, di pietra contro un cielo duro- Non mi coglierà il sonno, nè la tua vecchia faccia, liscia di fallimenti, quel brunito di verderame. La carne come spoglia del mondo sopra i cocci dell'odio in frantumi. Inventerò girasoli veri, per strappare a morsi le catene, per lasciare i miasmi al loro gorgo solido di certezze. Perchè riemerga il veliero, perchè la mia eredità appartiene alla terra.
Id: 75206 Data: 20/06/2026 09:21:43
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Fuga
Stasera, camminando, un'intuizione mi ha attraversato come uno sparo: che ci faccio con te? Kalì risale dalle nebbie, dal tracollo del ritmo, dove attracca la melma della simbiosi. La vergogna è salita come fumo. Ora basta, ho detto. Ma come si va sotto assedio, nuda come un gatto nella notte? L'ho chiesto al fiaccolone in pietra, al pesce mangiato per fame nel ristorantino carino. E ora ?- ho chiesto all'altra me. Dalle sabbie si sono mossi serpenti, si è mossa la luna, gialla sulle miserie degli uomini. Dai che il mondo non è orrendo, hai un sogno d'elio in un mondo di ferro. Non noti la contraddizione? Nessuna risposta. Solo pesantezza col canto dei grilli; uno schiaffo, ancora un alibi all'illusione. Il sonno dopo il veleno, dopo la fuga dagli orchi addomesticati nella palude perpetua.
Id: 75199 Data: 19/06/2026 23:40:04
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Noi
Cosa abbiamo in comune, noi, con queste messinscene ambulanti che comprano auto grosse a rate e vi si chiudono come bare, per non sentire l'urlo del mondo? Cosa abbiamo in comune con questi intestini otturati, le pelli cremate che vogliono il fresco o il calduccio di aliti conformi con la comune mediocritas, statue nel presepe della norma? Noi che vaghiamo randagi, ci portiamo dentro il graffio come un amuleto e lo ostentiamo sugli asfalti, senza protezioni, altari nelle nevi buie intorno al sole. E abbiamo freddo e non lo diciamo e dondoliamo liberi nelle albe perpetue o nei meriggi vuoti come i fiori, i passi, tra le cicche lasciate sui marciapiedi. Noi, che il sole non ce lo toglie nessuno perchè ce l'abbiamo congelato dentro; e tra i cristalli di neve manda un tepore che non è luci di vetrine, ma tremore, lo stupore di essere vivi, che tracima.
Id: 75195 Data: 19/06/2026 14:11:29
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Il teschio doro
Credete sia facile essere se stessi? Muoversi nella frode, col coltello spuntato sotto braccio e le formiche rosse che ti camminano dentro come una gran folla che punge ogni battito. eppure sono ricca della mia povertà: ha porte immense dove i laceri contenuti della vita e le anime lacerate vi trovamo approdo come in un padiglione d'antiquariato. Non è facile separare la pula e darle fuoco quando s'appiccica umida dentro te e morde il senso. Ma ora ho preso a braccetto la morte e non immaginavo avesse un teschio d'oro e che ridesse tanto, nei deserti. Ora che la paura si muove in onde di sabbia, ho sul volto il riso dei pazzi, degli incurabili che hanno stampato dentro il grande mistero: l'incomprensibile che ci fa salvi.
Id: 75190 Data: 19/06/2026 00:13:28
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Poesia mai scritta
Non avertene, non ti ho lasciato stamattina. Come potrei? Ho preso una tazza di sole tra l'erba ruggente sull'asfalto aperto come una ferita o la ridda dei diavoli nella testa. Le foglie già rosse, la sottile impertinenza del senso che bussa alle cripte. La realtà, nuda e dura come un nocciolo. Come una bara. E nel seccume un'oasi. Certo che c'eri, certo che facciamo l'amore sempre noi due, scalibrati di giunture, trafitti di ossimori fino ai midolli. Non sono due. E' lo stesso, il nostro. E tuttavia lui aveva un che. Anche a te sarebbe piaciuto - noi amici degli amanti, carne viva tra i fossili a restauro. Parliamo. Cammini al sole? Sì, certo, al sole; al sole che non mi spacca: sono tutta spacchi. Già pronta alla cattura, cercavo la traccia di un addomesticamento fallito. La annusai. Esultai. Ah così scrivi? Quando? Sempre. E gli ho detto che scrivo di te, della notte che schiaccia come un coperchio, della luce in esilio tra rifiuti e rottami. Del sole che non si vede quando piangi perchè hai scordato i nomi dei fiori, il ridicolo di dirsi di pensarsi a parole. Il sole m'aveva aperta. Ero un chiodo di geranio che emanava una musica antica di ruggine. Avvicinati, lo senti lo sfacelo? Non senti com'è bello? Io che non ti ho nascosto mai nulla, io che dono il mondo nel mondo - e il mondo siamo noi - , quando mi offrirò, ti offrirò semplice come una poesia mai scritta.
Id: 75188 Data: 18/06/2026 15:15:10
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Congedo
Non ti appartengo. Ho dovuto sciogliermi il sangue per far spurgare il marcio. Eri tu, che hai divorato la mia vita col tuo nulla, lasciandomi sola su una barca nuda. Nel pieno oceano di mercenari e di politicanti, tra palazzi di laidi scorpioni tiranni di un popolo muto, telecomandato. Saturno, mi hai lasciata in questo labirinto dove sguazzavi nudo, con la pelle scorticata dal tuo stesso coltello. Ci ho messo vite a riconoscere il puzzo. Il tuo. Ho trattenuto il vomito per sopravvivere. Ho lasciato che la miopia prendese i miei occhi tra le vostre miserabili faide, in cui i figli erano solo il contenitore dei veleni. L'esempio della mediocrità. Dell'inferno che vince sulla luce. Sottosuoli e sottosuoli, dove la verità mai urlata s'aggrumava in nodi e scheggiava il lembo della speranza che intravedevo tra le mie lune bucate. Ho visto in te la melma del mondo. Un'orgia perpetua di pensieri provvisori, altalenanti tra convenienze e compromessi, sotto un cielo duro come un coperchio. Una catena di montaggio maleodorante dove l'uomo è solo una livida ombra senza redenzione. Senza storia, ho barcollato nei giorni, sbronza delle tue bugie, le omissioni, delle ossessioni imbellettate di morale. Ora che ti vedo, finalmente, non ho più bende agli occhi solo l'immane fatica dell'orfana che smaschera il carnefice. So che posso tenerti come ammonimento, come un cattivo legno e sentire da lì i latrati di questo mondo inutile, che uccide i bambini e serve i demoni con la leggerezza più agghiacciante. Tu guardavi il tg e dicevi: Assassini! E i tuoi assassini trionfavano. Dicevi: Femmine! E altre donne venivano uccise. Ma ora perdonami, non sei più un tu. Smetterò di sporcarmi. Ti rendo questo dolore immane. E' stato concime, in fondo. Non sei mai esistito.
Id: 75186 Data: 18/06/2026 10:48:52
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Noi
Noi, e in quel noi potrebbe esserci un alibi - il peggiore - o l'attentato delle parole. Noi che il me è già un alibi, uno scongiuro. Noi che ci prestammo la carne, un giorno, e da allora rimase un marchio indelebile. Noi nella città che ci tenne tra tufo e pietra, tra oro o fango, come un'invenzione del fiume.
Id: 75181 Data: 17/06/2026 16:32:13
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Sul filo
Non dirmi che avrò il dovere di amarti per via dell'anello che mi donasti al parco. Non dirmi che dovrò aspettarti la sera e stare sempre sulla stessa tela a farti gli occhi neri, la pelle avorio. Non dirmi che non dovrò minacciarti di ucciderti se mi tradirai perchè io ti tradirò e tradendoti ti amerò sul filo che passa tra la presenza e la distanza. No, non dire estate. La canicola scioglie abbuffa i pori della pelle. Non puoi starmi dentro come un'equazione. Lo sai. Per questo mi starai dentro come il mio algoritmo benedetto e vedrai le mie vene percorrere strade in salita solo per dire il tuo nome. Vedrai le albe partorite dal grembo di aquile fiere. Sì, tu vedrai, in me, la tirannia del concedere vita. Se avrai paura, ti legherò più forte. Tu vorrai scappare, ma non vorrai. E maledicendomi mi amerai e amandomi scoprirai il segreto dei fluidi e dei corpi. Sarò la tua dissolvenza, il tuo processo, l'incubo più dolce che il tempo possa mai generare, perchè l'alba strappa la placenta del cielo, e rossa, eccessiva io sarò per te, sangue dell'ossimoro che libera.
Id: 75180 Data: 17/06/2026 13:37:26
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A Pier Paolo Pasolini
Toccami che è già l'alba toccami che le idee sono secche toccami con la tua ferita quella ruga sulla tua faccia lasciami affondare in quel baratro dove urla la storia urlano i fiori le querce urla la vita, perchè fu veliero il nostro dondolarci sulle distanze e noi ci amiamo in modo assai strano assai completo incompleto incompensibile per questi occhi che sanno solo violentare la carne che siamo, unico tempio che noi amiamo coi suoi terremoti i suoi sussulti la violenza delle onde, la tenerezza che uccide in un baratro d'orrore e ci mette in ginocchio davanti al miele. L'acqua ti fuoriesce dalla sguardo, acceso di tutti i roghi del mondo, del sangue delle corteccie della fatica di esistere dei latrati degli ultimi e noi, come offerte viventi nel nostro tempio nascosto da una tenda dal mondo macero che uccide, facciamo coi gemiti ancora un mondo che salta le barricate, sbeffeggia le metafisiche perchè non esiste metafisica oltre la carne che risorge la polpa dei narcisi e delle rose e delle case sventrate e delle pance gonfie e delle facce coi denti marciti. E' l'urlo che fa lo squarcio più fondo e lì, ancora vivi, ancora noi affoghiamo, esuli tra gli esuli. Maestro e Amante, eterno amante dei soli diavoli candidati alla santità. I vivi. Quelli come noi.
Id: 75179 Data: 17/06/2026 12:56:48
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La mia casa
La mia casa stava sospesa in un punto esatto, tra il frinire delle cicale e le spighe tese nel vento. Un approdo appena intravisto cancellato dal rombo di un'auto in corsa: diceva storie sole senza ascoltatori. Le spighe graffiavano il cielo per esistere, un passero lì faceva nido. Ed io, lontana, sentivo questa tenezza strana, il richiamo di solitudine immota, che mi uccideva piano.
Id: 75170 Data: 15/06/2026 11:35:46
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Sono sempre stata vecchia
Sono sempre stata vecchia. Lo sanno i vecchi al tavolo di un bar, lo sguardo fisso di sepolcrali inedie. Lo sa la chianca nera di gomme l'ombra dei corpi richiamati a vuoto dal fondo di un cortile. E questa voce roca, accoppata nel cuore, le lacrime ingoiate come un canovaccio, le galere rivestite di fiori e gli androni nudi come la verità che martella, annera i letarghi. Sono sempre stata vecchia.
Id: 75168 Data: 14/06/2026 22:58:22
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Lincantesimo
Se ne stava, la città languida in scatole di palazzi arricciati come torte - il prologo di una cartolina triste. Poi Eros tese un agguato alle acque dormienti, agli azzuri sfiatati dalle secche. Lungo la riva, l'uomo con pochi denti se ne stava come uno straccio, una scialuppa. Nessuno avrebbe speso un centesimo di sorriso per quel relitto, che pure teneva il miele nella parola e l'olio di molti torchi. Il fuoco si fece perla. Il mare annaspò, colò rosso d'uovo sulle acque e gli occhi divennero spade, remi e pozze. dove un dio immergeva l'incantesimo. Il paesaggio d'un tratto si fece lieve. Le ombre aleggiavano leggere e la pesantezza del mondo svaniva dentro i sacchetti Louis Vuitton. Nessun catrame o noia urbana. Qualcuno osò dire che era fatto il nuovo mondo. Fu forse l'uomo dalla pelle troppo vera.
Id: 75165 Data: 14/06/2026 13:37:54
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Bambini
I bambini sono in classe coi loro occhi pieni di sole. Dondolano i piedini o fanno palline sotto al banco. L'aria azzurra li ha seguiti; hanno negli occhi foreste e ali di uccelli d'oro in fuga verso i cancelli.
Id: 75151 Data: 12/06/2026 14:30:58
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Ora invitami a ballare
Non so come ti chiami, quando si sia inceppato il motore, la bobina, la raggiera. Non lo so perchè le parole buone sono scivolate via dai troppi ingorghi senza sutura; s'inceppò la chinghia dell'amore ancor prima della partenza. Non so nemmeno perchè ti mescolo a quegli amori senza cuore che insinuarono, tuttavia il sospetto che avessi un cuore. Non c'è ritmo che tenga questa febbre. Disarticolata procedo e mi lecco la bocca pensando ai tuoi baci lontani come l'albero del sole. Hanno tutti certezze. Gli illuminati si vendono dio per tre etti di applausi; io non ho mai avuto certezze. Come pensi che possa incontrarti? Per quali tragitti aerei potrei trasmutarmi in un sogno di arterie di vene che si danno e si levano sangue? Non ho mai fatto caso ai volti. Viviamo in un circo strano; un giorno la pelle si strappa e un oh! spara il fiore nasconsto tra le labbra. Se vuoi puoi stare qui, ti do il privilegio di abitare questo nido di parole, di cogliere l'oro delle spighe prima della ferocia del giorno. Se vuoi. Perchè non c'è domani. Nemmeno noi. E ora invitami a ballare, se vuoi.
Id: 75147 Data: 11/06/2026 21:16:11
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Leterno sipario
Non muori mai. Bianca tra torri e palazzi, resti regina nella pietra che dice e non dice, in un silenzio che mozza il fiato dentro le orbite cave, piene della tanta vita che ti attraversa. Assoluta come le lacrime trattenute nelle fontane, come gli amori che si trovano per lasciarsi e ritrovarsi, ancora, sotto le tende dell'eterno sipario del tuo stare. Parli e la tua voce è un tavolo in un labirinto di strade che cela i segreti del giorno e delle notti. I tuoi morti sono vivi; si muovono, invisibili, tra la folla che, distratta, ne ascolta il canto e ritrova il passo più leggero. Palpiti, e non c'è sera che non conservi nella tua densa ombra i pianti, le preghiere di chi vaga e gonfia il tuo fiume, il tuo cuore come una vela tesa. Madre e prostituta sacra, Iside dei reietti e degli spiriti ribelli che tieni in te, finchè il tramonto esplode i cieli, gli angeli sulle cupole, sospesi sulla vertigine della tua imprendibile magia.
Id: 75146 Data: 11/06/2026 21:00:20
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Sole
Esce il sole, dalle forre del giorno, dal buio intercostale, dalle parole colate troppo in fretta o restate nel tubo del lavandino. Esce dal pianto mai pianto, trafora le piastrelle, rilancia alle allodole i sassi. Sole che pattuglia strade sgombre per sorrisi dalle fontane. Risorgono le fondamenta del buio, azzurre, sopra uno specchio calmo. Sole tra le zagare e i gelsomini che albeggia tramonti e riprende lo spazio interrotto. Pure al livido delle sere, al rosso che intrise di delitti i tetti. Nell'inventario di giorni sconnessi, sugli spartiti a collaudo di sopravvivenza, il sangue attraversava la melagrana come un taglio. L'ingenuità se ne andò a ruggire con le sue tigri dolenti, tra lamenti di selva. Sole che ora mi coli dalle dita! Per la precisione chirurgica dell'incollo, lo sguardo di volpe chiamò a raccolta gli emissari della mia segreta dimora. Io ti misi come un anello, ti protessi nelle mie tende, nelle mie tane. E divenni il tuo occhio; sangue giallo di Vittoria.
Id: 75129 Data: 08/06/2026 18:56:29
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Metamorfosi
Cammino ancora, la mia città lontana è un angelo di odori, sul fiume cristallino delle mie invidie. Stona la musica sotto passi stanchi; le scarpe sono spade che hanno sventrato il centro della terra, ad alto prezzo. Ho vinto, potrei dire, ma dopo l'ordigno, dopo i fiori sputati dal cannone, le membra lasciano fiotti di sangue nelle cantine ove si consumò lo scempio dei cani imprigionati. L'aria, fuori, manca di consistenza. Falena bagnata m'aggiro tra l'ombre dei delitti. Il cielo di pece che mi sporcò le ali incombe, sono l'idea fissa di un ingegnere dell'immutabile, palo di ferro, rete nera, sasso bucato e inerte. E allora la luce si fa mammelle di legno, corteccia, un embriogenesi dall'urlo, che si dilata in ogni gesto. Cadrà la torre: la immagino in bilico tra soffitta e cielo, dopo la resurrezione. Un cielo basso, di pece, finchè la lussuria torni ad abitare i vitignin vizzi che mi uscirono dalla bocca come ragni. La metamorfosi si compie al tocco dell'angelo che mi chiama, lì, a mondare stelle nel fiume, E' lì col suo proclame di incorruttibilità alla vaniglia, al caffè, tra strade e passi. Un mondo dove tutto é irrisolvibile, caotico, complesso come i giornali che non apri perchè sai che il mondo è altro, infinitamente altro. E può scoppiarti dalla bocca, un giorno o dal cuore. Se ci credi, è lì.
Id: 75117 Data: 05/06/2026 09:36:01
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Limpiantito del dover essere
Nessuna traccia di sole, forse un sole di plastica, di logos, clausura tra quelle aute di fiati e di cancellini. I più allegri spezzavano scope alle bidelle, il resto un plotone accovacciato nel mondo delle idee, azzime come il ferro o le nevrosi di chi imbracciava bic e scriveva di intelligenze discrete, potenziale e roba da sciamani - entrare nelle teste è cosa di altri mondi. Tutti seri, compunti, la torba dei malesseri sottobanco, sottocoperta, sottoprogramma. Stella stellina, la notte si avvicina e F. non arrivò mai, su quel tapis rolulant, perchè arrivò prima lei: la fiata nera della mietitura. Questo non era in programma, come il sospetto, che ci faceva muti, maligni, depressi, bulli, mentre le braccia se ne stavano come remi penzolanti dai maglioni, sorvegliate a vista nell'impiantito del dover essere. Individui o mosche. Per taluni fuori era peggio; meglio i plotoni, meglio sciroppi di storie e filosofie mai digerite, le lettere morte più di un tempo morto, di sogni già ossidati dalla devozione al mondo. Si sceglieva senza scegliere, tra le eclissi che improvvisamente oscuravano l'ombra vergine della meccanica del sapere in barattolo, mentre i nostri sogni veri se ne stavano nel laboratorio di fisica, tra scheletri e asini a due teste. E noi guardavamo l'acido corrompere, saccheggiati già di innocenza, cinici, politici come ci vuole il mondo, protetti dai baratri delle vergogne, dalle parole che escono e non escono. E tra i morti, le rabbie, le invalidità convalidate sul registro, pensavamo la storia fosse quella del libro verde mattone. Non sapevamo che l'acqua buca le pagine. Che l'acqua può tutto. Pure resuscitare i morti.
Id: 75110 Data: 04/06/2026 09:48:39
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Alchimia
Nel sogno mi abitavo sotto un nido di statue antiche, la strega sventrata sotto una torre aperta come un boato. Stava là, la mia casa, modellata dalle macerie, dal bitume tutto quello che mi eiaculasti addosso dall'alto della tua titanomachia. Perdesti. Non sapevi che vincono gli dei? Io ti vidi da un nucleo di specchi, smargiasso sotto la cenere, boccheggiante come un pesce, solo l'energia del tuo cazzo, mi presi, per plasmare, puntellare le mie statue benedette, il museo vivente della mia gloria. L'odio come bitume partorì i figli del veleno a cui misi nome fiori e tanti ne uscirono da quel luogo remoto del mio farmi e di questi mi cinsi i capelli, mentre cavalli folli sollevavano la polvere che tu stesso fornisti alle mie inarrestabili avanzate verso me. Narciso di tufo e polvere, narciso di bitume e di veleno, splendida omeopatia! E fu per quella che il mio sesso ebbe odore più verace e vorace addentai il midollo stesso dei sogni, la loro sostanza urbana, sussurrata nelle memorie di pesco della mia città così piena di tutte le città, di tutte le strade, di tutti gli azzurri delle gioventù mai osate. E nell'amplesso mi appoggiai su una geometria di gambe e strappai i sudari con l'altra me che sorgeva, marmorea, animus, a sorreggermi come statua di ferro tra i loti infiniti come fiocchi di sangue, mentre estinto il tuo debito mi ingravidava di sostanza pura di stella.
Id: 75105 Data: 03/06/2026 10:03:57
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A Martina Rosa
Stavi - i capelli troppo biondi - come un fiore dimenticato in un'agonia d'ombre. I silenzi ti saltavano addosso dalla cutizza del tempo che ti mise a fianco un monolite di maschio. E tu, nella tua vergine semplicità, la brina che ti saliva dagli occhi: '"Non voglio", dicesti. E la rugiada ruzzolò tra tizzoni e cinigia, i musi pieni di baffi di tua nonna, i grembi di tufo, le uova marcite sotto il sole feroce, che bruciava i germogli. "Non voglio". E le mani rosa che presentivano le grinze si chiusero sopra il merletto da sposa, tuo sudario. Ti accompagnava un cuore buono, la fedeltà alle catene - pure quelle di dentro i cimiteri da dove tuo marito ti portava il pane e non dei vivi. Il pane che ti fece ferma dalla parte del cuore. Gridavi, nella stanza e i figli nati dalla schiusa dicevano: "Poverina, è la malattia". Quel grido è treccia di cavallo, nonna, tra le mie sbrigliate mani. Vengo a prenderti, ora.
Id: 75101 Data: 02/06/2026 10:25:01
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A Beatrice, colpevole di essere stata una bambina.
Perdere prima ancora di trovarsi. La memoria delle spalle, un sole di feretro che stordisce. Aspettare il niente da aspettare, rubando amore al verdaccio. S'appende il livido alla palpebra. La mano ammuta. Giovane madre e amante stordiscono di botte la bimba di due anni, le spaccano la testa, gliela ficcano sotto l'acqua fredda, bimba muore. Si spacca dio. Dio è un fragile flute. Presto si dimenticherà. Il giornale sul tavolo del bar. I soldatini riprendono la mai interrotta marcia con risa a comando. Mi tiene la sedia. La sedia senza fondo. La sedia senza sole. Non sento col mondo che non sente e gira come una giostra macabra. Non c'è ossimoro da scovare, ideologia da suonare, l'hanno fatto nero il lago, viola- Lì uccidono bambini. Noi siamo i morti.
Id: 75091 Data: 31/05/2026 18:15:06
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In visita
Dottore, da quanto tempo non rido, ditemi: è malattia? Dottore belle mani parola facile, dottore col bisturi di parole, confermatemi, è grave? Il sole stamane era sciolto, il cuore faceva cric cric. Non dormo da treottanta notti, lei crede nella resurrezione? Le dico il sogno: un papavero secco una terra arsa piena di aranci, secchi. Che significa dottore? La prego, parli, piano. La prego, sto dormendo, sto fluttuando ora, anche se ha quella fonte così bella, chissà quanti avi quanti secoli gliel'hanno regalata. Il passo elegante lo leggo dietro questa scrivania importante: il legno fa rumore di pesci. Si accosti. Sente la raggia di nonna, di mamma, di zia, di me? Una giungla di raggie, un'orda di raggie? Dottore, non faccia lo schizzinoso. Ho un cuore di piombo, certo, me lo hanno bollito, è un fatto risaputo, un'iniziazione. E quante lodi ai santi tutti! Le ho dette di sera, le ho dette alla pietra. La pietra era dura, spingeva il pensiero e quello si è attorto e tutto bucato. Non sa quanti fiori vermigli giallini... Dottore, non scriva. Dottore, mi guardi: così quel vermiglio le asciuga le mani, così quel giallino le sfila catene. Non pensi, dottore, mi tenga negli occhi, si stacchi dal legno, mi bruci la carta, dottore stia sveglio, dottore mi baci!
Id: 75087 Data: 30/05/2026 19:22:44
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Piena di Grazia
Io sono piena di Grazia, perchè piena di te, benedetta dall'ombra che mi lasci tra i raggi, per i cassetti che apri nei muscoli dal secretaire delle anche. Tu la porta e la chiave, il tionfo e il requiem che mi porto nelle ossa mentre fiorisce il figlio dal centro della terra.
Id: 75080 Data: 29/05/2026 14:39:39
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La questione
Vorace assumo parole come benzodiazepine al mirtillo. Capita in questa sera dove il vento dà tregua alla stella. Nel recente ricordo della cacofonia del fare recinto di cose smaglianti vetrine luccicanti, la pazza a gambe aperte è sempre lì sul molo. Non c'è mare, qualcuno deve dirglielo. Piazze a piombo, smagliate di abitudini. Chi sei tu per uscire dal circuito? La scimmia ringhia mangiando la sua banana su una palma messa lì, per belvedere. Si lambiccano corpi. Solo io sto così male? Poi ciò che un tempo era acceso, si spegne. E' tregua per gli occhi, una specie di sperare disperando. Non c'è più nulla da attendere. Perchè fanno i natali i panettoni perchè?
Id: 75071 Data: 28/05/2026 20:59:17
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Oggi
Oggi a letto. S'assemblano corpi colpi, voci, non detti, non dissi. Sfilano verdi fili di telefono staccati. Creonte dentro l'armadio dentro lo smalto delle ante ed io a osare di dire l'alba non mi sembrava troppo bella oggi. Oh oh oh il coro delle fate tristi le fate col nasone e la pancia, le fate sparviere dietro gli usci le fate giganti non invitate auto invitate oh oh oh Oggi, mestruo sogni strani, ritornelli inaccettabili attracco tra velocità claudicanti. L'unico oggi ricco come un uccello pesante come un forziere, le falene beccano, inesauste.
Id: 75069 Data: 28/05/2026 13:31:19
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Cattiva scolara
Questo freddo nei piedi. Mi ricorda. Nessuno mi spiego l'abc, mi dissero penna, non lama. Confusi. Abc dsg, acca o hacca? Le pagine di geografia, piane i banchi legno plastificato corrotto dai buchi delle bic, il vert mousse che scioglieva muri di foglie incollate secche, rospo sulla testa teneva fiati. Asia, Africa, Europa, le carte geografiche tutte orecchie tutte carte tutte grafiche il mercato dei simboli più meno, più o meno il fuoco sempre spostato sulle finestre chiuse, polvere di pianti graste secche di fuori neanche passi. Ma quello che era certo era il mio naso. Non voleva starci lì, tra cancellini, bidelle pazze, maestre di raggia. Passi. Uguali. Marce. Questo freddo cinerino ha il vert armée che mi esplode dai pori.
Id: 75068 Data: 28/05/2026 13:08:35
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Lincontro
Sapevo che saresti venuto. Ho aperto la porta. Sei azzurro indaco. Prendi la maniglia della conchiglia, apri la porta mi apri. Nessuno ti somiglia. Ho pianto troppa pioggia. Sono scesa e risalita senza andare in nessun posto. Un dettaglio. Il treno stava nei pensili nel canale lacrimale che lacrima e nessuno aggiusta il lavandino. Tu, dunque. Un poco avanti. Un poco indietro. Un poco azzurro. Un poco indaco. Quanto sono fredde le tue mani; un altro prese le mie le mise in una rete di steccato, questo può guastare la scena. Ti spogli. Hai ali di cenere lo vedo dalle tue scapole rosa rosa ci affondo, mordo i tuoi capezzoli assieme al copione non vedi che mi muovo in bilico? Dici detto ordini, io sono un ultimatum, il migliore inferno che potesse mai capitarti.
Id: 75066 Data: 28/05/2026 12:21:04
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Parole
Io le parole le butto non posso farle belle, farcirle e metterle in forno, a volte sono sassi o spine. Tolgono le spine. Affondano i sassi. Non le so dire, per gli equinozi di dolore che sfregano come spugna a retina. Allora le guardo, da quel luogo dove non si guarda, dove scattano. Petrolio o bitume.
Id: 75053 Data: 26/05/2026 15:20:16
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Ti dissi ciao
Ti dissi ciao e fui lenta come una gomma da masticare perchè così volevo appiccicarti al mio letto, dici, il mio letto pieno di congetture di foglie di rosa spezzate di cuori Passò la notte accecante, la notte sopra i burroni Mi scossi dall'incantesimo ti dissi salvati almeno tu, per favore che di te non posso salvarmi più, vado a macero nel tuo sangue.
Id: 75052 Data: 26/05/2026 14:59:45
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Ultimatum
Addomesticami con la ferocia dell'amore. Fa di me l'oasi e lo sterminio ora che il sangue chiama come un ultimatum.
Id: 75051 Data: 26/05/2026 14:42:56
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E noi
Danzammo e fu come se l'Universo si contraesse in un'alba d'illuminata follia. E noi come neve nella Nostra Città che ci bevve nel fiume.
Id: 75042 Data: 24/05/2026 18:40:59
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La rosa
Oggi la mia piuma è stanca e canta un canto rauco come l'ordine e il senso 8 e fuori tutto un dindon e penso che il cervello sia poca cosa per reggere tutto questo ondeggiar di gramaglie e allora mi viene in mente la rosa a cui non risposi più al telefono, la rosa cinerina a tratti un po' giallina, la rosa d'acqua sorgiva le dico prova a fare qualcosa o azzarda un arabesque ma fallo in silenzio, senza tremare.
Id: 75041 Data: 24/05/2026 18:29:22
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Alla memoria di Bakari Sako
Giro giro tondo no, non è bello il mondo spazza, spazza il nero dalle strade - scopa scopetta tutta benedetta, sul viale borghesuccio di fronte a quel parcheggio, fa niente che poi, oltre ci stanno ossa e chiodi che ieri un bel bambino ha messo lì, nel ventre di un nero nero nero; a calci il cioccolato, i denti troppo bianchi. Giro giro tondo quant'è bello il mondo, il mondo di chi piange di fronte a un cane ucciso; il passero, spennato, si tiene stretto il seme. Giro giro in tondo, cos'è che dice il pazzo? Nessuno poi lo sente, va marcio in cantilena e l'ubriaco al bar che arrocca i marciapiedi "terroni", così dice, che pare una preghiera. Giro giro tondo, finché il guazzetto è caldo, tondo tondo tondo che è nero dietro al bivio.
Id: 75040 Data: 24/05/2026 12:02:30
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La mina antifiglio
Precipitai come un errore dal tuo seme avaro. Subito fu assedio. Cercavo di esser vista tra i muri che erigevi per seccare l'aria, punirla di una libertà che non riuscivi a piegare. Lì il tuo vessillo s'insozzava nella febbre nascosta tra il letame del sacrificio, roba guasta che serve per trascinar la soma nei campi. Tagliavi pelli. Anche la mia che s'apriva in squarci di urli mancati, e boati nel ventre, lasciando maledizione e vergogna tra i resti della tua guerra infame. M'ammorba ancora l'abisso. Ha il peso del tuo corpo guasto, dell'odio che scavò la tua pietà mancata. Io non esistevo. Volai come un fantasma, senza storia tra i ruderi dei tuoi inesistenti rimorsi, dell'amore andato a male con la frutta marcia del frigo - unico testimone del niente che spacca le ossa, come una mina antifiglio.
Id: 75034 Data: 22/05/2026 19:16:18
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Il ponte
Era pace, la pelle avvinta all'urlo. Ma tu sconsacrasti l'ossigeno e tra i fuochi dei miei ctoni cieli ti feci un finale, perchè non dilaniassi. . Un ponte, tra steccati di ferocia.
Id: 75026 Data: 20/05/2026 19:50:30
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Vento
C'era vento, le strade franarono come le case; io ti misi sul collo le mie braccia di bambina. C'era il mare, strideva, come l'odore dei coralli, papaveri intinti nel tuo sangue, che era il mio.
Id: 75025 Data: 20/05/2026 19:13:56
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Oro
Oro fu la sabbia, il mare che ci usciva dalla bocca, la trave attorta sui sussulti di posidonia, i pensieri nomadi nel buio. Oro che inventa la pietra, come unghia nella carne.
Id: 75024 Data: 20/05/2026 18:51:54
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Pomeriggio romano
C'è primavera, nella pietra; le statue sui cornicioni parlano una lingua dolce come spremuta d'arancia. Cade una musica azzurra dalla polvere e dai marmi, muove le luci del pensiero dalle parole rotte di ruggine; un richiamo antico, selvaggio, invita alla danza, sull'asfalto di Roma stralunato di meriggio.
Id: 75010 Data: 19/05/2026 19:18:06
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Ho scelto
Ho scelto di perdermi, mentre il mondo contava, procedendo sparato sull'unico binario. Ho scelto di affondare l'armatura e il sangue nella carta, i fiori l'erba invisibile sorta in uno sprazzo di pelle per grazia incorrotta. Mentre cadeva la pioggia e l'arsura. Ho scelto.
Id: 75007 Data: 18/05/2026 22:41:10
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Solitudine
Fonda, la lama spuntata taglia il niente Come gli occhi dell'ubriaco lucidi di lussuria, le pene vengono giù come pietre Affondano in un mistero che aggruma e non si scioglie. Sei solo un uomo.
Id: 75006 Data: 18/05/2026 20:36:01
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Donna verde
Mi sono bagnata nel tuo fuoco, ho lasciato la strega a sfrigolare nelle sue ceneri; diluirà, diluirà, diluirà già tramuta in mattone con cui facesti la tua casa perchè il verbo ti colò dai seni gonfi come vele e tu fosti piena di grazia come il grano maturo, la bocca delle rose, le finestre di pianto tramutate in laghi. Donna verde, dimmi, quale fu il segreto della tua alchimia? Forse l'attesa, la leonessa che ti tenne aperti gli occhi tra le braci che custodivi nel ventre. E ora eccomi, nel tuo giardino di coralli e specchi puliti in cui mi vedo, eretica e antica e sono io sei tu donna verde, tu.
Id: 74990 Data: 15/05/2026 14:01:01
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La cuenza
e i piatti stanno allampanati, come un delitto. Il papavero grida forte il sangue tra l'erbe alte e le stoppie e il cielo è un vasca impiallata e schiaccia e allima le colline sopra la terra impastata di ruggine e di nervi. La donna getta una voce tra le pietre che si spaccano; sanno tutto dell'amore che fora l'osso.
Id: 74985 Data: 14/05/2026 16:48:08
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Lu laurieddhu
E tu avevi quell'occhio grotta o lingua, tagliava la ferita. La Madonna grassa si voltò nella nicchia inverdita; carni gravide come l'aurora. Ti chiamò laurieddhu, mise sassi nelle scarpe, sgranò le litanie ma la carne cadde ai suoi piedi, pieni d'acqua.
Id: 74980 Data: 13/05/2026 13:22:29
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Vertigine
E noi stavamo, scavati dal piacere in un punto d'alba. Stavamo come un paesaggio disfatto, come il rosa che sporca le dita, e tutti gi angoli e tutti i dubbi, le carezze; le certezze. Come le ciliegie, col rosso che sporca la bocca. Non chiesi, ma bruciai la carta e parlai al fumo come a un corvo o alla vertigine. E se non avevi nome fu perchè lo barattai col canto sulle case rotte, sui comignoli estinti, sugli ossimori che tolgono il fiato. Ebbro, il vascello andava, che tu accendesti col verde sporco delle tue usure. Tutto fu rogo. Pure tu.
Id: 74975 Data: 12/05/2026 12:43:01
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Il mendico torvo
Il sole si spalma come marmellata sui fichi arsi, gli ulivi attorti, sulle casedde così bianche che viene di mangiarle. Bello come la pietra, come un retino di bambino a prendere granchi o farfalle a supplicare, resta! Ma il mendico spia con occhio torvo, dietro la chiostra. Col suo vincastro picchia picchia picchia sul sole che precipita e già non vede più.
Id: 74973 Data: 12/05/2026 11:52:42
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Tatanannurc
Ciuffi d'erba, sul pietrisco; abita lì Tatannannurc. Stava nel dente cariato, nelle fauci dello sterrato. Piegava i sivoni, le spine, la calce piegava le schiene sotto lo zolfo, le sere sventrate sopra i filari. Non si vedeva, ma Tatanannurc stava in un bicchiere di limonata, o nel martello della cava, o sulle gambe trafitte di scruasce. Nella mano di chi porgeva il pane.
Id: 74972 Data: 12/05/2026 11:33:18
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Favola nera
Va' a dormire, bambino, che domani suonerà la sveglia domani ti chiamerà tuo padre e avrà una riga nelle mani e un compasso per tracciare il cerchio delle ore. Va' a dormire bambino e non piangere se il materasso è troppo secco, le stelle evaporate nella tua stanza vuota di stelle e quando sentirai il freddo non pensare di chiudere le finestre, di mettere il silenziatore ai sicari della mente. Va' a dormire, bambino, che le favole sono rotte e se l'è portate il diavolo col suo corpo compatto. Domani non sentirai niente, nemmeno il sole o i piedi per terra, quando il dovere busserà alla porta per portarti nel teatro delle mummie onniscenti. Ma tu ricorda di salutare sempre, di lucidarti le scarpe, di non tenere le mani in tasca nel caso ti venga voglia di estrarre la pistola e sparare.
Id: 74963 Data: 10/05/2026 23:10:07
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La corrispondenza
Nella casa troppo chiusa dal recinto che sfalda le briciole rimaste - mani in tasca a cercare le escrescenze embrionali della luna - ecco, telegrafica, una corrispondenza che già avida l'anima si fionda come al luna park d'estate, ma non è giostra, è vernice nuova che cade dagli alberi e nel silenzio precipita la musica, così forte che ti sembra un muro a secco lì, sulla tua testa, con tutti i morti sdentati che fanno ressa da qualche parte, dentro te e tu che dici da quanto tempo non vedevo la luna e dici che ci credi, ora, ci credi, come gli astrologi all'asteroide xyz, solo che tu non sei un asteroide nessuno lo è e mentre il suono dei pianeti passa e la giostra è nelle stelle persino nelle foglie tu pensi che non devi dirlo a nessuno - miracolo ed eresia - che hai scelto di morire ancora una volta.
Id: 74962 Data: 10/05/2026 22:52:30
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Volevi volare
A Domenico Ora abiti dove le stelle non pungono e l'amore non può avere un nome che le parole ti si conficcarono nel fianco, senza sosta. Cercavi labbra nel sonno quando l'arsura stringeva, volevi solo uscire dal cerchio, scappare dal mannaro sotto il tuo stesso tetto. Tu gli mangiavi il pane, dio, il pane che non volevi! Il tuo sorriso era una barca, ma l'amaro ti saliva dal vetre. Il tuono nascosto teneva la lama che ti spaccava il cuore. Non potevi dirlo. Il tarlo che ti mangiava la carne che i denti bianchi e le battute. Non bastava niente. Volevi volare. Lo dicesti alla brina, su una strada grigia, ruvida, come l'amore che non c'era. Lei capì e ti fece le ali dal sangue. Tuo padre non smise di venderti. Prezzò tutto di te: costole, reni, costato, trachea, cistifellea. Chiuse un occhio sui capillari, per gli sconti d'autunno. Diede il tuo cuore ai cani. Eri Suo figlio, un bene patrimoniale, una funzione. Se n'andò contento il vecchio col ricavato delle tue carni. Ma tu non c'eri più. Ti aveva preso la brina con le promesse delle estati e di quella primavera che teneti in te, per sempre.
Id: 74955 Data: 10/05/2026 11:10:34
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Gli alberi
Dillo agli alberi, quando il silenzio stringe e tu sei l'ultima a morire in un mondo già morto. Dillo del dolore che ti ha cucito gli occhi e tu cammini e vedi lo spreco, la vita che ti è passata sotto, sopra e non sai cos'è. Dillo che sei rimasta quando volevi andare e non ricordi quando la voce - la tua - è mancata dal registro delle voci. Dillo senza parole, con i tuoi passi trascinati o la nausea o il vomito che sale, dillo come preghiera o eresia. Loro Sanno l'eternità che la gente paga al banco delle offerte. Dillo, perchè sono Loro il sentiero del giardino senza cartacce sporche come i segreti. Nessuno ha mai corrotto un albero. Loro c'erano prima.
Id: 74944 Data: 08/05/2026 23:19:28
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Parlami
Parlami da lontano, come fossi un fantasma di pietra, da lontano, che l'aria è già mangiata e i coriandoli sono caduti coi sottotitoli di gazzetta. Sparsi, là, tra le cicorie e le viti, mai in combutta che tanto poi l'inverno strizza le ossa degli alberi e le cicale non fanno più l'amore e la nebbiolina prende l'aria, la stritola, forte forte e tu non senti più niente, nemmeno la fame. Parlami da là, dove guizza ancora il sangue rosso e non t'ammorba la fiacca e il giglio parla ancora e non quello dei morti nelle chiese e forse tu ricordi qualche canzone, dove la parola era innocente e tu ci entravi come burro e il cielo non era di carta, le tortore morsicavano i nodi dell'amore sui pali di ferro, sui pini, sui faggi, sui cardi e tu, in qualche posto che ora non ricordi, dove le more non macchiano i denti. Tu parlami, che il vento la tiene la parola e la sguinzaglia dal fiotto alla nuvola, dalla nuvola al fiotto, perché l'anello non ci forerà la carne con l'oro battuto delle suocere vecchie. Parlami, quando non ti vorrò sentire e sarò stanca e penserò che tu non ci sei e non potrò tradirti mai.
Id: 74942 Data: 08/05/2026 19:11:35
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Avaria
Nell'avaria gialla non schiuma il pianto; non schioda la voce dei traditi, resta rotta chitarra, imberbe di suono.
Id: 74938 Data: 08/05/2026 13:04:21
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Il fiore di macram
Lei entrò nella bottega del sarto, attratta da quell'uomo anziano e gentile, che indossava una giacca nera, con un fiore di macramè sul taschino. Aveva già acquistato da lui uno scialle bianco e un copriabito avorio. Ora lei non aveva bisogno di abiti, ma era attratta da quella botteguccia, ricavata in un monolocale perduto tra le stradine serpeggianti di quel borgo di ventimila anime. L'uomo le mostrò una sua creazione: un meraviglioso soprabito gessato, con un fiore bianco di macramè sulla spalla sinistra, simile al suo. Le disse di provarlo. La donna lo fece: le stava benissimo, per cui lo sfilò a malincuore. "Lo comprerei, ma sto per andare a Roma e mi serve denaro. Sa, sto tentando di fare l'editor. Ci provo da una vita a vivere di letteratura, ma è un terreno sdrucciolevole" si giustificò. Arrossì un po'. Il sarto l'ascoltò in silenzio. Qualcosa risuonò tra loro e abitò quell'angolo dimenticato come una coperta in pieno inverno. Il gatto sulla sedia in vimini sollevò la testa e spalancò i grandi occhi di smeraldo. Con rammarico, lei guardò il soprabito appeso. Il sarto, dopo qualche tempo, ruppe il silenzio. «Quello che conta è impegnarsi con tutto il cuore», disse, con una voce che sembrava venire da un tempo lontano. «E il coraggio di non lasciarsi addomesticare». Lei annuì e guardò ancora il locale. In un angolo, accanto a un cumulo di libri, c'era una cesta d'arance. Più in fondo, un tavolinetto con un pagliaccetto di ceramica e un set da cucito con i fili rovesciati. Si accorse anche dell'attaccapanni su cui erano appesi cappellini con fiori tessuti, un ombrello da donna vintage. Su un altro tavolino era disposto un ventaglio, un gatto di pezza. Dopo aver pronunciato queste parole, le sue mani nodose iniziarono a ripiegare l'indumento indossato con una cura quasi religiosa. «Lo terrò qui», disse infine, posandolo su un ripiano tra un vecchio volume di poesie e un cesto di mele. «Non lo metterò in vetrina. Questo abito ha già la sua forma e la sua forma è lei. Vada a Roma, diventi l'editor che deve essere. Il soprabito l'aspetterà. Quando avrà i soldi della sua prima vera paga, tornerà a prenderlo». La donna rimase senza parole. Ma lui non aveva concluso. "Però deve farmi leggere qualcosa di suo". Lei aveva ancora dei suoi libri, che giacevano nei cartoni nella sua stanza. Aveva fatto qualche presentazione, ma poi vi aveva rinunciato, visto che non veniva quasi nessuno. Si era fatta un giudizio molto severo dei lettori, pensava che fosse per pochi comprendere la profondità dell'arte, questa necessità di andare nell'ombra, nell'osceno. Alla donna brillarono gli occhi. Gli rispose che sì, avrebbe avuto molto piacere a fargli leggere qualcosa di suo. E con quella promessa, lo salutò. Quando tornò a casa aprì uno di quei cartoni che giacevano come bare in un angolo della stanza dove scriveva. La polvere vi si era posata sopra e prendendo i libri, sentì che l'umido aveva rovinato la copertina. Tentò di sistemarla, aggiustando il volto della donna raffigurata di profilo, in controluce, sotto il quale campeggiava il titolo: Storia di una donna. Ne rilesse alcune righe e l'entusiasmo le avvampò il volto. Finì per rileggerlo, lì, in ginocchio, accanto al cartone. Pensò al sì, deciso, detto al sarto, che voleva 'leggerla' e non osò decidersi a prendere una copia, per donargliela.Immaginò di scrivere dell'incontro col sarto come il finale di un romanzo. E lei si avviò verso casa, sentendo nel cuore il battito di una farfalla. Si fece un tè e si coricò. Nei giorni successivi preparò ciò che avrebbe dovuto portare a Roma. Aveva pochi vestiti e tanti libri. Quelli già letti li avrebbe donati alla biblioteca. Lasciò il cartone con le copie del suo romanzo per ultimo. Ma, il giorno prima della sua partenza, si decise: ne prese una copia e volò verso la bottega del sarto. Era di pomeriggio, ma la porta era chiusa. Fu tentata di andarsene ma, dopo qualche minuto, il sarto le aprì. "Non volevo disturbare, ma darle questo" disse, porgendogli il libro. Lui lo prese, ma non lo sfogliò subito; lo "sentì" col peso delle palme. «Vede», disse con un filo di voce. «A Roma cercherò di dare ordine ai libri degli altri. Ma qui dentro... Qui dentro c'è il mio disordine». Il sarto sorrise. Un sorriso che conteneva secoli di solitudine. «Il disordine è solo vita che non ha ancora trovato la sua forma finale. Vada a Roma, ma non permetta a nessuno di lavare via l'odore della sua anima con la naftalina dei pensieri. Scriva per chi, come me, sa che la bellezza punge». Un sorriso radioso si dipinse sul volto della donna. Gli occhi le si fecero vivi, guizzanti. L'abbraccio giunse spontaneo, come le parole disordinate a cui aveva faticato dar forma. "Grazie" gli disse. Il sarto tornò ai suoi abiti dietro al bancone e lei, guardandolo un'ultima volta prima di uscire, chiuse la porta. Ma, giunta in strada, dopo pochi passi, sentì il suo nome risuonare per quelle stradine strette, appena sussurrato ma udibile. "Giulia..." Si voltò. Il sarto le porse un pacchetto fatto con carta da imballaggio e un nastro rosso. "Questo è suo", disse. "Lo avevo compreso subito che nessuno, oltre lei, avrebbe meritato di indossarlo". Una lacrima di commozione le bagnò le guance, mentre stringeva il pacco al cuore. Lo vide sparire ancora dietro quella bottega. E lei rimase ancora per qualche istante lì, col pacco stretto al cuore, tra quelle strade strette, divenute gialle per i riflessi della sera.
Id: 74924 Data: 05/05/2026 17:03:51
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Ti feci
Ti feci ali di cenere nel rimbombo delle campane - troppe cadute sul petto - Ti feci sbagliato, perchè restassi nella partenza. Troppo giovane, perchè il verme disvelasse l'inganno. Statua spezzata. Espianto di fuoco nell'arteria. Ti feci. E tuttavia.
Id: 74919 Data: 04/05/2026 11:12:37
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Anche se
Giravamo ospedali. Io come ombrello. Non espellevo piogge. A Natale ti portavo lettere da scuola, coi fogli crepati di buchi. Sei la madre migliore del mondo. Ti voglio bene. Anche se.
Id: 74886 Data: 28/04/2026 21:29:56
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Senza pelle
Prendo tutto il paesaggio; quella testa d'elefante, là, tra le mura di un indian restaurant o i licheni, le cicche sulle chianche sbrecciate. Il rantolo d'una amnesia. La scure dell'ilva che vomita ferro su cieli di ruggine. Prendo anche sangue di geranio, sottratto ai patiboli delle chiese.
Id: 74884 Data: 28/04/2026 21:04:29
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Reduce
Il giorno una scure sulla cresta delle notti
che sbarrano il passo tra licheni di ghiaccio.
Il re solo. Fissa un punto nel vuoto.
Id: 74858 Data: 24/04/2026 18:53:39
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Dopoguerra intimo
Domani, estinte le impronte, stenderemo le mani
e la distanza sfarfaller, senza pi gemiti.
La calce asciugher il sangue sulla terra segnata
e l, canter un fiore.
Id: 74857 Data: 24/04/2026 18:38:44
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Lorlo degli estinti
La luna abbrun in un lido di vergogna,
scolor i passi sugli orli degli estinti.
Dondol le notti, la finestra.
Non era lusso, il porpora.
Id: 74856 Data: 24/04/2026 18:37:58
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Boato
Il cielo troppo alto. Uno schiaffo, l'azzurro nella gravit di pece.
Boato, il silenzio.
Id: 74855 Data: 24/04/2026 18:37:08
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Quando
Quando tu esci dalla forra del giorno, intatto come albicocca, si slarga il lampo, tra le foschie, e il mare spumeggia una ferocia lieve odore di sale e di ossa attorciate. Nient'altro.
Id: 74821 Data: 14/04/2026 21:20:04
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Vittoria
In piedi, gli spettatori, applaudono.
Il sole tramontato mille volte, il vento aperto come una persiana.
Il toro era un nome. La fuliggine, vittoria.
Id: 74809 Data: 10/04/2026 21:20:32
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Bella
Bella così, mi vidi nello specchio che frantumava l'ombra e ogni alone di vanità e disvelava, dietro il mutevole strascico dell'apparenza un sole che non ha sede se non nell'alone d'una argentea inafferrabile congettura.
Id: 74769 Data: 31/03/2026 14:11:35
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Esorcismo
Voi che siete i morti, sentite? Siete già morti. Vi ha ucciso la mia pietà. Vi ha ucciso la tigre del mio dolore. I vostri catarri e le vostre catene sono stati già consegnati a Caronte. Non vi devo niente. Sia questa la Parola. La liberazione finale. Voi non esistete.
Id: 74756 Data: 27/03/2026 14:58:04
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Tu andavi
Ti ricordo, nera elegante, coi seni costretti nella maglia a fasce, troppo stretta. Il gelo ti colava dalle dita, ma il giudizio non arrestava la tua infallibile corsa. Tu, andavi. Nonostante tutto. Nonostante il ghiaccio, Infallibile come rosa imbocciata, sulle rotaie.
Id: 74752 Data: 27/03/2026 09:40:53
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Liberazione
E' del cielo, ora, il mio fuoco, che brucia sul rogo le maschere -e nessuna può raggiungermi.- Nemmeno tu, che cerchi quello che non posso più darti: un contenitore per la tua vacuità.
Id: 74749 Data: 26/03/2026 20:49:09
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Resta l
Lascia che la tua carne diventi inafferrabile; ti tenterà, la palude, ti tenterà... L'eterno gioco ti chiama all'illusione. Sembra rassicurante, ma è morte. Ti prego, non morire! Ti prego, resta nudo sullo scoglio. Ti scheggerà il gelo, ti scioglierà il calore, senza pietà dissolverà il tuo guscio. Tu, resta lì, ora stai nascendo, davvero.
Id: 74743 Data: 25/03/2026 21:48:28
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Non chiederti
Non chiederti chi verrà con te. Nè se alcuno ascolterà le tue parole. Non chiederti niente. Lascia che le mani divengano ali. Non vedi? Sono fatte per volare nella solitudine infinita, dove non esiste un 'prima' o un 'dopo', nè un io o un tu... Là... Dove Dio aspetta di fare l'amore con te.
Id: 74737 Data: 23/03/2026 21:27:10
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Tu solo
Tu solo mi portasti l'unguento, dagli occhi. Nella tua selva buona tu solo avevi l'acqua santificata dal Fuoco.
Id: 74726 Data: 20/03/2026 17:10:33
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La lotta
Come lido senza vita m'accartoccio nel freddo che sbianca le nuvole, in questa stagione infinita dove s'accocciano le estati perdute sulla tagliente rena e sono la barca rossa, scheggiata da tutte le febbri del mondo in questa lotta, impari contro un cielo d'acciaio che sanguina, dentro e non lenisce, mai.
Id: 74722 Data: 19/03/2026 14:57:12
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La visita inattesa
Non mi ricordo quando sono stata libera, la distanza tra le parentesi - io ero la parentesi - il mugolio del gatto in cortile non ricordo, c'era un tempo in cui dovevo essere tutto, togliere i torsoli dalle mele, baciare le ferite senza che stagnassero, un tempo improvviso come uno schiaffo un tempo nero come un'amnesia, un tempo di santi di gesso il tempo delle caravelle nei salotti il tempo degli intestini fritti e dati ai cani, il tempo che pende osceno come carne macellata ma ora è venuta la Graia, ha bussato forte alla mia poverta, ha riso in un solo tempo, mi ha detto ricorda, e aveva la voce sotto la sua gonna rossa.
Id: 74696 Data: 13/03/2026 20:08:43
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Vacuit
Sbrecciate parole al vento confondono la malinconia Trilla sul ramo un passero un lamento... Scevra di memoria, non sono. Non ho ordine, nè senso.
Id: 74689 Data: 12/03/2026 19:11:21
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Lidolo senza suono
La vita si smaltisce a secchiate di nostalgia, mentre implacabile la notte s'appende al giorno, crocefisso tra i suoi nugoli d'ombre. S'accavallano, impetuose come maree, le ore, a rinsecchire i virgulti che ieri ridevano al sole, mentre la gioia si accascia in un lido di spugne sconfitte, ridotte a brandelli dalle implacabili maraggiate che lanciano ruggiti sull'orme. Rimane quello che fu e non fu, a slargarsi nelle sue geometrie pure come un idolo senza suono.
Id: 74662 Data: 05/03/2026 21:13:06
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La vecchia che leva laffascino
Nel giorno che già annotta sull'orlo della bruma Concetta cuoce la minestrella; a fuoco lento va la pignatella. La casa vuota fa gran rumore e nell'accidia s'annulla il fragore d'una esistenza ormai arrancata ma da cinigia ancora attizzata. Così Concetta accoglie comari e dalle ciarle intuisce le grane; lei che conosce stagioni e destino in fretta e furia s'accinge al catino. "Lo tenevi forte, ma non ti preoccupare, con la preghiera ti devo liberare", così consola le affascinate, dall'olio espanso diagnosticate. Concetta sbadiglia e si prende lo Spirto con Ave e Pater lo affida al buon Dio e con il Gloria chiude il sigillo. Il venerdì santo l'ha consacrata e la formula a tre ha già tramandato. Così la vecchia tutte accontenta per l'iniziazion che poche ammanta, 'che lei da cognate è stata avversata, ma lo scorno di quelle non l'ha mai prostrata; col levar l'affascino ha vinto la sorte e ora scongiura il terrore della morte.
Id: 74659 Data: 05/03/2026 06:57:31
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La commerciante di lana
Suonava già la campana delle cinque tra strade sbrecciate e usci consumati; le case crollate d'inerzia nel lungo lavoro del sonno. Nelle contrade il gallo, cantando, faceva orazioni al giorno nascente e una donna di zelo vestita s'attorciava la cappa alla vita. Pater Noster qui es in caelis... in cieli lontani d'infamie intoccati panem nostrum cotidianum da nobis hodie... più amaro del basto così è meritato et ne non inducas in tentationem... il laccio del diavolo morale ammorba. E il giorno s'apriva santo e crocefisso tra lana da lavare, da cardare e da filare e lavoranti giovani e inesperte avvezze già al peccato del sorriso. Svista fatale il destino delle rose teneva l'occhio aperto la Parca e il vincastro. Pulpito e acquasantiera le braccia operose stringevano canestri, potavano le rose mentre il pendolo scandiva il tempo delle angosce trattenute nelle labbra strette e mute che dicevano. rosari per i morti di ogni tempo, vivi, estinti o spirati col vento. Sfinito cedeva il giorno dilaniato, per le scale incalcinate il tacco immacolato salutava senza indugio il dovere onorato. Ave pater gloria Ora pro nobis peccatoribus tieni lontana l'Avurie e le voglie nel sonno pesante e immacolato affossa il tormento del giorno passato.
Id: 74652 Data: 03/03/2026 07:50:55
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La metamorfosi del drago
La donna e il drago della rabbia Un giorno la Rabbia decise di venir fuori a tutti i costi. E così, dalla pancia di una donna mite o almeno, così la consideravano coloro che la 'conoscevano', uscì fuori la bestia. Era un drago, rosso, dalla pelle squamosa. La donna ne ebbe paura: aveva artigli, una lunga coda viscida che sbatteva a destra e a sinistra, degli occhi sporgenti e iniettati di sangue. La prima tentazione della donna fu quella si scappare. La bestia era infatti troppo, per lei. Ma, dopo qualche tempo, capì che aveva tanto bisogno di chiederle perchè fosse uscita dal suo ventre e cosa volesse. Alla prima domanda, il Drago/Rabbia rispose: - Sono scontento di non essere mai compreso, di andare avanti come se niente fosse, mentre a nessuno importa della mia presenza. Per la prima volta, la donna ebbe compassione del drago. Ora, infatti, sembrava abbattuto, stanco. Così prese una sedia vicina e gli disse di accomodarsi. Il drago iniziò a parlare e fu un fiume di parole. Disse che era stato rifiutato sin da bambino e che, per sopravvivere, aveva dovuto trasformarsi in un drago. Aveva scoperto che, solo se faceva il 'cattivo', gli altri si accorgevano di lui, così aveva costruito la sua terribile identità. La donna sentì stringersi il ventre per la compassione e porse al drago un fazzoletto, per asciugargli le lacrime. - Come posso aiutarti? - gli chiese. Allora il drago, per la prima volta in vita sua, si sentì veramente compreso. E rispose alla donna che non gli occorreva più niente, perchè finalmente aveva ricevuto ciò di cui aveva più bisogno: amore incondizionato. Allora la donna abbracciò il drago, dicendogli che, d'ora in avanti, lo avrebbe portato solo in quei posti dove avrebbe potuto ricevere amore incondizionato. e a suggello del patto, recitò la formula magica Drago drago del mio cuore ti porto dentro con molto amore drago drago della mia vita io ti curo la ferita. E fu mentre lo stringeva, sillabando la formula magica, che il drago si sciolse nel suo abbraccio. Subito dopo, al posto di pelle squamosa, la donna si ritrovò un orsetto peloso dalla faccia buffa: era un koala.
Id: 74638 Data: 01/03/2026 16:08:16
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La donna nella noce
C'era una volta una giovane donna, che viveva in una noce. I suoi grandi seni sembravano fatti per nutrire e le forme sinuose del suo corpo, per amare. Ma la giovane donna rimaneva nella noce nella quale, per solidarietà, crebbero piante meravigliose e multicolori, come non se n'erano mai viste. Nella noce cresceva il silenzio, simile a quello delle foglie in autunno. Talvolta il silenzio si popolava di visioni dolci, di maree bagnate da tramonto d'indaco. "Oh, potessi con un balzo arrivare alle stelle" disse la donna. E le stelle le rispondevano come gridolini di luce, rimandandole il ricordo di un tempo lontano, in cui, forse, era stata felice e aveva avuto un mondo a cui appartenere. Così la donna, che era in realtà una principessa, piangeva lacrime che nessuno poteva vedere e i giorni si consumavano lenti, uguali, come si consuma la fiamma di una candela in un luogo segreto. Ma un giorno, sognò un uomo. Aveva un chimono e procedeva come volando su dei sassi collocati tra le nuvole. La donna ne ammirò la leggerezza e percepì la sua lievità con un moto di gioia. "Se si avvicinerà alla noce, non tenterà di sfondarla", disse. E aveva ragione. Il Maestro era gentile e non fece niente a parte raccontarle una storia. Era una storia che veniva da moltpo lontano, che aveva una musica che faceva bene al cuore. Parlava del desiderio di una farfalla, imprigionata in un barattolo da lungo tempo e del dolore e della fatica di aprirsi al sole". "Ogni cosa ha il suo tempo, ricorda di vivere momento per momento. Così trasformerai anche il dolore in levità". La donna amò molto quel Maestro che veniva a trovarla nei sogni, ma un giorno sentì che era arrivato il tmpo di sfidare anche i suoi insegnamenti. Si addestrava da anni, ormai, nella sua noce nell'arte della guerra e nella meditazione, ma un giorno il suo desiderio raggiunse il picco. Così, per la disperazione, iniziò a respirare e respirare e respirare. E respirò intensamente per nove giorni e nove notti, fino a quando la potente energia generata da quella respirazione, sfondò il guscio di noce. Volarono via i pensieri attaccati al passato, sotto forma di fogli colorati che si disperserò nel tempo e il suo grido feroce fece fiorire e brulicare di vita il paesaggio, prima desolato. Quel grido non era stato solo un atto di liberazione, ma un esorcismo con cui aveva frantumato il senso di colpa, legato al senso dell'io. E il senso di colpa si era sciolo come liquido verdastro , fuoriuscendo dal senso dell'io che era un fallo impiantato sulla sua testa. Dopo il grido, svenne e nel miraggio dell'incoscienza, vide una farfalla volteggiare attorno a lei. L'energia, prima repressa dalla noce, era esplosa. E in quel momento sentì di essere parte del tutto: era i girasoli, l'erba verde, la quercia, gli scoiattoli che l'osservavano inquieti. era la ricchezza infinita che, ora, pioveva a lei sotto forma di brina d'oro. La noce, dissolta, si trasformò in pezzi d'oro che la donna raccolse, per fare della sua vita un immenso capolavoro. Con quelle ricchezze comprò una grande villa dove animali, bambini, anziani e persone in cerca di pace e di natura, potevano vivere libere, felici, senza le costrizioni di un mondo che ha come scopo lasciare che le persone vivano per sempre in una noce.
Id: 74621 Data: 25/02/2026 12:44:01
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Cera una volta il sud
Sedie impagliate su usci solitari e zolle di terra e odore di pane raffermo. Un secchio di ferro, le falci appese a un sole umido, palmenti da ripulire, bigio, bigio, il giorno. Dov'è l'Uomo? Mura verde rame, una grande pentola per cuocere fave e voglie da misurare per trenta bocche da sfamare e canottiere a maglia larga sporche di terra e di sudore, l'infamia mangiata coi denti marciti, un crocifisso di piombo sulla testa e preti larghi come damigiane - con scorte di cacio e di pollame all'occorrenza - ad additare l'inferno degli increduli e degli avari. Dov'è l'Uomo? Bambini a giornata demonietti già contorti di fatica - auguri e figli maschi - e femmine/perpetue e mogli/vergini/bambine a far figli sulla madia e ad allevarli nei canestri o nei cassetti o in fasce, appese al soffitto come salami. La vergogna è sorda, s'appende ai silenzi piombi, agli artigli dei vitigni, alle incontrollate ire tra mura sbrecciate di chi non ha niente da dire sulla storia che passa, mancante di vagoni.
Id: 73191 Data: 29/05/2025 22:11:57
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Quando ero morta
Quando ero morta stavo appesa a un cruciverba di idee, sensate come gli spari. Il dolore stava, domato su una luna di bile, che mi tagliava la faccia come ruspa su ghiaccio. Quando ero morta stavo in una casa senza arredo, cianfrusaglia tintinnante nel vuoto fracasso del niente. La serpe mi feriva all'angolo dell'occhio, mentre ingoiavo cravatte come caselle, senza nemmeno il sollievo di poter vomitare.
Id: 72624 Data: 19/02/2025 18:37:13
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Calendula
Stamane camminando nell'aria dicembrina ho visto fiorire la calendula dalla mia Babele di deserti spezzati. Al bar, un ubriaco orinava sul giornale, pupilla orba dell'occhio di dio, su cui non c'erano requiem solo l'aumento del peso interno lordo dopo le feste di Natale. Ma nessuno può negare che è esplosa la calendula nella mia Babele di deserti spezzati.
Id: 72300 Data: 29/12/2024 12:55:34
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Cammineremo insieme per sempre
Abbiamo viaggiato amico, puoi giurarci. Abbiamo camminato per prati verdi, goduto del sole e del vento, cosa c'è di più straordinario? Ti chiamano cane e non sanno che questa parola ne contiene mille altre: casa, carezze, capacità d'amare, calore e anche, certo, colore... La gente parla di solitudine e pensa pensieri non suoi, mentre noi parlavamo d'amore e il nostro dialogo senza parole non finiva mai. La gente cerca dio nelle chiese e dimentica il dio accanto e questo sei stato e sei, per me. un Dio che non ha bisogno di preghiere, un Dio che mi ha portato protezione, amore, gioia, sincerità coraggio, visione, lealtà perchè sei tu che hai aperto i miei sensi straordinari... Abbiamo viaggiato amico, puoi giurarci. Abbiamo camminato per prati verdi, goduto del sole e del vento, cosa c'è di più straordinario? Noi non ci incontremermo un giorno, perchè non c siamo persi mai, anche quando i tuoi occhi hanno ceduto il bagliore e senza guardarmi mi hai detto addio. Non c'è niente che possa salvarci a parte l'amore e questa non è una frase presa dai libri, ora so sei stato il mio guaritore, amante, amico, padre, maestro e anche il mio spirito bambino e niente potra mai compensare quello che mi hai dato. E ora l'amore straborda in fasci di luce meravigliosa o so che cammineremo insieme per sempre. Abbiamo viaggiato amico, puoi giurarci. Abbiamo camminato per prati verdi, goduto del sole e del vento, cosa c'è di più straordinario?
Id: 71851 Data: 08/10/2024 10:12:04
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Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, di Annalisa Scialpi
Ragazzi di vita è un romanzo di una sconcertante attualità. Giunto a Roma nel 1950, Pasolini studierà per cinque anni le abitudini dei ragazzi di vita. Ed eccola lì la Roma invisibile. La Roma delle borgate, delle casupole degli sfrattati, dei cafoni pugliesi e sardagnoli, dei tanti che Roma vomita, ma pure accoglie. Tanti come i 'ragazzi di vita' di Pasolini. E non si tratta solo di un romanzo antiborghese. Si tratta di un'opera, infatti, in cui spira un vento diverso. Quel vento che si esprime nel linguaggio crudo, neorealista, di una prosa antiretorica in cui il dolore è quello che è: dolore. Dolore di una vita vissuta ai margini, eppure impetuosa, scalpitante, indomabile. Incorreggibile. E qui la passione si fa nervo della narrazione: inscindibile da Pasolini essa scava, denuda manierismi di un'epoca che ha prodotto solo devastazione. E che continuerà a generarla fino a quando l'ideologia capitalistica dominerà la scena. I ragazzi di vita oziano, rubano, si divertono, chiavano, talvolta muoiono, finiscono in carcere. Ma rimangono quasi emblemi di una bellezza che è resistenza, capacità di attraversare il nervo del vivere. In bilico. Sospesi su un mondo che li rigurgita è che, pure, vivono fino in fondo. Coi loro codici. Il loro veleno. E soprattutto la loro innocenza. Il ricorso al romanesco si fa vitale. Perchè è questo, anche, che la borghesia ha fatto, degradando il dialetto: annullare quel mondo, relegarlo per sempre in una zona dimenticatoio della coscienza, dalla quale però è impossibile fuggire. I ragazzi di vita si muovono furtivi nelle borgate, ma disturbano il sonno della Roma centro, che non riesce a contenerli. Che si trova, suo malgrado, come il suo fiume, a raccogliere quei microrganismi di vita infettante, di cui resta presa. Forse è per questo che Roma è il romanesco. Perchè Roma sono i racconti di chi l'ha fatta in sordina: cruda, sfacciata, violenta. Spregiudicata e libera. Viaggia, il lettore, coi ragazzi di vita, tuffandosi nel fiume olioso e schiumoso di sversamenti industriali, indugiando tra le baracche alla ricerca di un pezzo di formaggio da rubare, rubando in capannoni siderurgici, stringendo alleanze, muovendosi nei tram senza biglietto, affacciati a notti che sembrano scenari apocalittici, con la luna che se ne sta impalata su un cielo fiammeggiante o tra nuvoloni che sgranano, rivelando il niente, tra immondizia e caseggiati, rivolte familiari e improbabili incontri. Sembra mancare la trama, in questo romanzo, perchè così è il vivere a rompicollo su giorni senza domani: un'avventura senza trama, dove però rimane, nuda, la coscienza di esserci, con una domanda a fare da segnale unico: “Mo che famo?” Ci vuole tutta la passione del mondo per scrivere un romanzo così. Una passione che, a Pasolini, è costata tanto. Per non dire tutto. La passione dei solitari che sanno consegnare al mondo un barlume di bellezza, prima che affondi del tutto nelle maglie della grande macchina mutilante, chiamata civiltà.
Id: 71330 Data: 24/06/2024 18:01:20
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Come spina di quarzo
Ho paura qualche volta, sempre. E' il taglio sul cuore, arresto cardiaco sul marmo nudo del mattatoio familiare. Ho paura quando non so cosa dire e la marea, nuda, si ritrae dai castelli di sabbia con le vuote conchiglie esangui. E' una piovra, il dolore; un'insenatura di spavento dove la luce arretra su abissi di cenere e lascia sfilacciato il filo mangiato della memoria. Era cremisi, lo specchio, dove sfrecciavano ebbre le mie farfalle in volo, piegati, gli steli, dallo strenuo danzare, prima che la cesoia del peccato ammazzasse il cremisi. Ora mi dimeno nell'ambulatorio ordinato dei giorni, recise, le vene, da una scomoda memoria ridondante, come un disco inceppato che scarabocchia nuvole di terrore. Oh, i fiori piegati! Gli steli recisi con le rondini dei primi maggi! Ma sono ancora io che, immensa, grondo di lussuria verso il cielo, rinascendo sul verde spezzato come spina di quarzo, dal cuore.
Id: 71121 Data: 04/06/2024 14:03:29
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La storia di Lilian di Kate Granville: vita di una diversa
Chi è Lilian Singer, l'eccessiva eroina del romanzo della scrittrice australiana Kate Grenville? E', appunto, una donna 'eccessiva'. Una bambina, prima, che preferisce le conversazioni sugli alberi piuttosto che gli stantii rinfreschi tra tulle e manierismi di una classe sociale a cui non sente di appartenere. La classe che comprende quelli come suo padre, custode delle ceneri morte di un'epoca ormai votata allo scacco. L'incombere della guerra mondiale, la malattia, la morte, lasceranno infatti resti di morte certezze. Come la figura paterna, custode di un sapere libresco fatto di certezze dogmatiche che tentano di impicciolire Lilian, ma senza riuscirvi. Lilian rimarrà intatta col suo grasso, le abitudini vagabonde, anche quando suo padre abuserà di lei. E dopo, quando la costringerà a passare dieci anni nel manicomio. Qui, anzichè diminuire, la potenza veggente e sovversiva del personaggio, né uscirà rinvigorita. Lilian è una che vede, che sente. Lilian è una diversa. Una studiosa della vita, come ama definirsi. Per questo, uscita dal manicomio per grazia della Zia Kitty 'che avrebbe sempre voluto essere come lei', vivrà una vita assolutamente inopportuna per gli uomini in tweed, quelli che ha imparato a detestare. Quelli dai quali, giunta all'università, sa che non avrà mai alcuna opportunità di imparare niente. E' altro il sapere a cui aspira Lilian nel suo vagabondaggio, che a una mentalità borghese potrebbe sembrare voyeuristico. Esso è una ricerca esistenziale fatta di maschere da scalfire e di stelle da contemplare. Come faceva prima del manicomio. Prima ancora che subisse la battuta d'arresto. Lilian diventa un personaggio scomodo. Interroga puttane, tassisti, si innamora di un improbabile amante, funzionario di banca, che poi la denuncerà per violazione della privacy. Lilian resiste al carcere duro, seguito del funesto innamoramento, dove fa esperienza del silenzio più straniante. Simile a quando suo padre le ha rubato un corpo e lei ha dovuto trascinarselo dietro, come cosa morta, mantenendo miracolosamente intatto il suo spirito. Perchè Lilian, che non ha nulla da perdere, non perde. Ed ha un' unica arma: essere se stessa. Inopportuna, invadente, eccessiva con tutto il peso di una soggettività che non può essere arginata. Una soggettività che è amore per la vita. Lilian finirà per vivere in strada, col vecchio amante rifiutato, un tempo, per via dello stupro. Appartenere 'a quegli altri' è un'esperienza estetica ed estatica. E' libertà. La libertà selvaggia di essere vivi fino in fondo, con tutta la capacità di unire passato e presente. Con tutto il pathos di un'esistenza che è 'eccessiva', come il suo peso, ma non vuole impicciolirsi, cedere a compromessi.. Sarà questa coscienza che le permetterà di andare incontro alla morte con la vittoria di chi riesce ad intrecciare la trama della sua storia in un percorso voluto. E Lilian, lì, scoprirà la grande differenza tra sé e la maggior parte della gente che ha incontrato: ha vissuto. “Di quest'ombra riempio il mio corpo e la mia anima e provo pietà di quegli uomini vuoti che mi passano accanto nei loro abiti scuri, di queste donne altrettanto vuote classicamente vestite di bianco e di blu. Non hanno saputo ricreare la loro vita dalla materia del presente e del passato, hanno lasciato che altri dessero forma alla vita per loro. Sono stata io sola, sgraziata ed obesa, spaventosa ai loro occhi e spesso ai miei, a raccogliere in me il passato e il presente. E un giorno la mia carne enorme smetterà di pulsare vita...Ma il mio nome vivrà finchè qualcuno sorriderà al mio ricordo e tra le forme dell'immortalità, questa mi basta” da La storia di Lilian di Kate Grenville, Theoria Edizioni, Grenville, 1985. Kate Grenville, nata a Sydney, nel 1950 è considerata una delle scrittrici più interessanti e promettenti del panorama letterario anglosassone.
Id: 71091 Data: 31/05/2024 17:34:31
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Natalie Haynes, Lo sguardo di Medusa, recensione
Natalie Haynes, Lo sguardo di Medusa, recensione di Annalisa Scialpi Nel suo romanzo, dedicato al mito di Medusa, l'autrice interpreta il mito, attraverso un linguaggio ironico, in maniera inedita. Siamo convinti che Perseo sia l'eroe del mito e che Medusa sia 'il mostro' da decapitare. Qual è la differenza tra eroismo e mostruosità? Può definirsi mostro una donna abbandonata, violata, accecata, umiliata, a cui siamo stati strappati i capelli per essere sostituiti con serpenti? E costretta, inoltre, a vivere isolata, nascosta in una grotta, privata delle gioie e degli affetti? L'autrice esplora così la dimensione dell'abuso, che è quella, semmai, che crea mostri. E ribalta anche la faciloneria nel definire un eroe, di cui è pregna la stessa narrazione mitica. Perseo come sempliciotto viziato, privilegiato per essere figlio di Zeus è davvero uno shock per chi è abituato a vedere l'eroe in termini di coraggio titanico, di distruzione e di trofei conquistati. E' Medusa, invece, la vera eroina del racconto. Medusa con la sua verità sotterranea. Medusa che, forse, sa del suo destino, ma non ci si sottrae (come il codardo Acrisio). Medusa che vede abortire sogni come i suoi capelli strappati. Medusa che conosce la vera Bellezza. Non quella di dee e di Nereidi e nemmeno della stolta Cassiopea che mette a repentaglio la vita di sua figlia, Andromeda. Medusa conosce la bellezza in quella che dei e mortali definiscono 'mostruosità'. La bellezza del pane appena sfornato da Steno e da Uriale, della roccia disintegrata perchè non la ferisse più. La bellezza del vedere comparire la paura, quella paura che è amore, nell'atteggiamento di due immortali, le sue sorelle, che temono per la sua fragilità e cambiano. Per lei. La Bellezza del sapersi sacrificare alle voglie di Poseidone per proteggere delle donne mortali dalla sua libidine cieca. La bellezza, persino, nel nascondere il suo dolore, affinchè le sue sorelle non soffrano. E Medusa che, in fondo, vince in questa storia. Medusa che tiene gli occhi bendati per paura di pietrificare, almeno fino a quando Perseo non la decapiterà. Medusa che riesce a immaginare il dolore delle sue sorelle mentre seppelliscono il suo cadavere e i loro ruggiti inconsolabili. Medusa che è superiore persino alla meschina glacialità di Atena che decide, poi, di tenerla con sé, sul suo scudo, a consolare il suo esilio dalla sua stessa femminilità. Perchè Atena in fondo è Medusa. E la dea lo sa, anche se sfoggia la sua armatura possente su un corpo che sembra invulnerabile. Non vince Perseo, in questa battaglia. Né Atena, né Poseidone, né le Nereidi, spodestate dalla sterile idea della loro bellezza. Vince l'umanità di chi, mostrando il proprio dolore, pietrifica. E Medusa pietrifica l'ipocrisia, il buon senso, pietrifica coloro che sono un riflesso degli appetiti, delle noie e delle menzogne degli dei, costretti a combattere contro la loro stessa vacua immortalità. E sarà la morte di Medusa la vera immortalità. Avviluppata da alghe e da coralli, starà lì, negli abissi. Come a dire che la verità è nell'oscurità. Ben oltre rispetto a come viene ufficialmente bandita.
Id: 71053 Data: 27/05/2024 20:56:32
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Il toporagno
La mia rabbia è coccio, talvolta, che taglia agli angoli della bocca e sotto i miei piedi trama la terra che mi nascose sempre agguati. La riconciliazione è lenta, come una lampada arrugginita che ingoi il suo genio in nuvole e spirali di denso fumo. Sono ancora la bambina col dito in bocca, scampata alle macerie, che strappa la gonna alla donna mentre attraversa gli anni come un toporagno superstite di intonaci scrostati e di mura sgangherate.
Id: 70347 Data: 20/03/2024 19:29:44
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Il mio Angelo
Ti sto cercando... Oh, non tu, amore verde rapa, tu servi solo come carne da fondamento o scheletro d'anatomia è l'angelo che si è preso la tua sagoma minerale, per farmi ascendere nel lago celestiale! Io e l'angelo con la tua carne come vestito, che bella vittoria sul destino! Quest'angelo lo fece una donna, una donna libera e testarda che dormiva sognando il suo sogno più bello, a rompicollo sull'orlo della notte. Quest'angelo è dolceamaro equilibrato come un pasto macrobiotico o una sinfonia di Beethoven, quest'angelo m'accende i cieli con lo schiocco delle dita ed io sono donna in tutte le corolle accese di vie lattee, un'icona che prende fuoco come una torcia di lucciole. Oh angelo, angelo, angelo, c'è molto di carnale in questo amore che danza con gli alberi la verità delle foglie secche belle come i tramonti che lasciano una scia di sangue sul cielo, come il nostro desiderio nella vuota coppa, colma di noi. C'è molto di sensuale in questo trastullarci di segreti bianchi come ciliegi in fiore, saggi come allodole questi segreti che hanno il fiore del fuoco nelle radici e se la ridono dei bianconigli appesi alla mangiatoia del tempo. Oh angelo, angelo, angelo! Siamo dei e il mondo ci esce dai lombi mentre, ubriaco di me, vuoti il Graal e dici avremo una discendenza di stelle, là, sulla nuda brughiera che ci fece da madre e testimone; e noi, senz'acqua torbosa, scivoleremo puri come vergini spighe.
Id: 70318 Data: 16/03/2024 19:38:47
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Stanca poesia
Stanca poesia, passi come un passero triste tra queste voci, tra questi spiriti trionfali nella linfa che abita il legno certo. Stanca poesia, sorridiamo, mentre cerchiamo il caldo cuore della vita, che tutto è già passato; che nulla è mai accaduto.
Id: 68476 Data: 13/06/2023 17:46:44
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Il sogno della viola
Sola, io vidi tremare la viola, la scena più bella dell’ultima stella. Dormendo sull’ala del cielo di pietra cercò le sue rive, le dune felici; Fuggire la vidi sull’ala del mare, morendo d’amore nel blu tropicale.
Id: 68291 Data: 17/05/2023 22:04:38
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Mia madre
Mia madre era la rosa, il sangue, la spina il taglio sopra il fiume ed io la lettera piumata cadutale dall'ala.
Id: 68268 Data: 15/05/2023 21:28:48
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Roma di notte
Quando dai tuoi nudi cieli cade il velo della pietosa notte tu mostri il tuo vero volto, piangente sotto le luci degli hotel e le ombre arrese tra immortali vestigia in una spirale di bellezza e di spavento. Allora il battito si fa veloce, quasi furtivo e tutte le lacrime del mondo bagnano le tue stanche strade di templi, segreti e porticati, glissando dalla carità della luna. Ed io così ti vidi, una notte, zingara nella tua armatura oscura a scuotere le ali appesantite dal giorno, a penzoloni dai magnifici palazzi arresi; e piovere da lì il nettare scarlatto di tutte le solitudini del mondo.
Id: 67837 Data: 03/03/2023 15:10:23
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A casa non ceri
A casa non c’eri; nel barattolo della frutta secca, nella posta lasciata sul tavolo, non c’eri. I calici a testa in giù, sul lavandino, le briciole già raccolte, la bottiglia di vino, inerme come un soldato in congedo. Il silenzio venne in ciabatte e assalì; senza rumore tranne quello del vuoto assordante. Dalle finestre chiuse. Perché tu non c’eri, ed io sono una zingara che ti cerca nel vento.
Id: 67274 Data: 27/11/2022 19:34:38
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Ritorno allet delloro
Un solo istante e tutto crollerà; non senti la smania tra fondamenta divelte? Nessun fragore smuoverà le tombe - ‘che quelle son già passate’, solo una lanterna illuminerà la notte. Tremerà la rosa degli esodi, il ferro sarà colata d’oro rosso. Non vedi? Resterà il papavero. A cantare le odi. A divellere il tempo.
Id: 66887 Data: 12/10/2022 21:11:58
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Il geco
Appiattato sulla mia porta tu, geco, offri il tuo canto intermittente, tra l'occhio dolce della luna che splende l'erba di fulgori. E il tuo canto lenisce i nodi dei miei vuoti, che la tua cadenza schiude come primule bianche nel refrigerio della sera.
Id: 66194 Data: 09/07/2022 15:47:29
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Il leone
Fiero della dura solitudine, avvolto nel raggio dell'irto fuoco, avanzi, nella tua nobile possanza, dall'arida steppa dell'ieri, fino all'afondo dell'oggi; sovrano, già, del domani.
Id: 66160 Data: 04/07/2022 10:36:05
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Illuminati inferni
La giovinezza mi passò addosso come se tutte le folgori e i venti si fossero accatastati in una nebbia nascosta nel fondo dell'anima. Uragani silenziosi palpitavano tra i vetri ghiacci delle fabbriche dove morivano le primavere del mondo. coi rami del bosco e i loro segreti, portati dal canto di farfalle in volo nulla conoscendo, tra quelle morte stanze, se non il sapore dell'erba in rivolta che accende d'incubi beati i miei sonni sempre a un passo dal precipizio vivo con tutti i suoi illuminati inferni.
Id: 65136 Data: 05/02/2022 17:31:00
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Dimenticammo i fiori. Dedicata a mia nonna Angela.
E così dimenticammo i fiori, lasciandoli appassire sulle finestre, gola a megafoni, proclamammo, in accordo di propaganda, le atterrite verità di sussistenza. E afflitti da macigni, marciammo nei giorni sbiancati dai detersivi, esiliati nelle pasciute cantine di vizi ammansiti da ignoranze sovrane. E proseguimmo, intanto, indenni in orchestre calibrate, incapaci di eleggere danze a destini, con cuori a batteria, ossidati in pantomime di copioni sfatti. Accadde, perchè dimenticammo i fiori e fu il crimine della poesia, il nostro stesso.
Id: 63756 Data: 09/08/2021 12:40:14
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Nel fiore dellAde
Nel fiore dell'Ade Sul tavolo il pane è raffermo, ma le mie mani raccolgono briciole. Il freddo s'accende come un deserto; ci sono corvi e odore di decomposizione. Le parole rotolano come biglie sull'inutile tavolo che conobbi, già crepato. Frammenti d'immagini muoiono nel vento inutile che nel fiore dell'Ade, mi sprofondò ancora a cantare sulle mie ossa.
Id: 62980 Data: 24/04/2021 22:16:05
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Ti vidi sempre bella
Ti vidi sempre bella coi tuoi capelli color luna e la figura snella che scivola, come un'ombra, dalla tua casa al tuo giardino, quello che dicevi 'è solo mio'. Lì sognavano le rose, i ciclamini, le dalie e le margherite mentre con mani nodose di grazia sfornavi il tuo pane immacolato. Fiorivano anche gli angeli quando sorridevi e tu, che forse non sapevi nè leggere nè scrivere, nel silenzio parlavi con dio. Una piuma bianca cadeva su me, dai tuoi gesti densi d'aroma di semplicità. E quando passo accanto alla tua casa accanto al tuo giardino, nel cielo sboccia un tramonto di dalia, semplice come le tue margherite e i ciclamini che, sempre, dicono di te, di te, che vidi sempre bella.
Id: 62793 Data: 05/04/2021 18:44:29
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Un caff per Signora-vestita-a-fiori
Sono venuta da te, a prendere un caffè, signora-vestita-a-fiori, ma tu sai dove hai nascosto l'abito più bello? La tua casa è una grande vetrina di cristalliere lucido noce e antiche porcellane e immobili tenenti ad appassire accanto a velieri consegnati, ormai, a un mare di polvere ferma. E il vecchio cavallo al galoppo è sempre lì, instancabile nella sigillata teca tra bicchierini per improbabili rosoli e flute per inaccessibili ricorrenze. Mi hai detto: "Va' pure, in cucina, a preparare il caffè" e c'era anche lì odore di sedimenti, cespi di lattuga lasciati a impietrire tra vuote dispense e nell'aria di chiuso, solo la pietà del sibilo del vecchio frigo. Ho preso da sola il mio caffè, mentre il parrucchiere finiva la tua permanente, nel fondo l'amaro di un dolore antico come il vecchio pendolo tra ore di gesso. Ho messo, allora, grani di cioccolato nel caffè che ho lasciato per te, signora-vestita-a-fiori, un grano per ogni amore non consumato, un grano per ogni sole filtrato, un grano per ogni ballo abbandonato prima che fosse mezzanotte, un grano per ogni amore mai nemmeno sognato. E ora sì che sei bella con la tua permanente, mentre bevi il mio caffè con grani di cioccolato, signora-vestita-a-fiori, oggi che puoi finalmente regalare una lacrima al tuo amore.
Id: 61168 Data: 01/12/2020 13:23:55
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Il mio gatto
Microcosmo di nera voluttà, curve morbide e lascive artigli pronti a prendere e a strappare; gioco e morte siedi sulle mie cosce come su un trono, e sei un bambino che gioca con la mia giacca o un capriccioso amante imperfetto che non conosce tregua e mi rivolge i suoi attentati, accecandomi coi suoi occhi di duro smeraldo.
Id: 44728 Data: 22/10/2017 08:37:10
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