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Raccolta di poesie di Donatella Nardin
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Terre d’acqua

Terre d’acqua

 

D’oro e di luce ti bagnerei lo sguardo,

improvvida luce del nostro primo

sentire, terra madre sbocciata dai polsi

di un piccolo nulla che in sé appalesa

tutti gli eventi.

Nuda, gloriosa, vortica l’acqua

delle nostre radici sull’orlo vivo

del tempo se al collo indossa

la vivacità di una corte di foglie

e di uccelli

 

dall’acqua raccolgo il mio volto

 

sfiorando l’asfalto, sfida i limiti

dell’emotività l’imperativo

a svettare e chissà cosa si cela al di là,

cosa riluce nel grumo violetto

di piume e cementi, quale solitudine

accesa alle palpebre chiuse.

 

II

 

Il resto è pace, un senso, un’idea

nel fondo intatto d’isole bastanti

a se stesse.

Il resto è quiete guizzata in gola

da una fulgida luna di rotondi silenzi

prima che nel dispendio di sé

l’acqua per una via ai più segreta

 - dal granato del sangue al rosso

rubino della carne - sia solo

una febbre di nebbie, di un dire

già detto il lieve rimpianto

o quel sostare felice, se siamo

già altro, nel fitto cangiante

di verdissimo verde, stupefatto

presente che ci allinda

e c’illanguidisce.

 

Dalla mia raccolta " Terre d'acqua " Fara Editore 2017

*

Poesia

Poesia#poesiapoeti

 

Le parole / tra noi leggere cadono.”

Eugenio Montale

 

 

Sveglio la gialla canarina che mi svirgola

in gola mai sazia del tutto dell'amore

di versi e di parola.

 

E lei si fa gesto,

canto,

miraggio,

lingua matrice di dolce saliva sonora

 

lei d'irradiazione mortale

seduce

guidando la mano che scrive

la propria impenetrata natura.

 

E nulla mai passa leggero tra noi

se sembra precipitare improvvisa

da scortecciati silenzi

incrostati di minimi scarti di luce

 

sempre in attesa di cielo.

 

 Da: “ In attesa di cielo ” Edizioni il Fiorino 2014

*

Occhi randagi

 

Sguardo arretrato al freddo minerale,

stava sola a reggere l'assedio

quando ancheggiando si palesò un amore

 

e prese forma un movimento carsico

d'occhi randagi e fughe,

tenace nei ritorni

 

e la travolse un'onda nel calore,

l’umano e l’animale senza distinzione,

dove ogni vita vive dell'altrui vita

tenendo stretto il suo tesoro egizio,

un groviglio setoso, un agguato

dal mantello tigrato

 

è un gatto l'amore suo,

ultimo indugio, nel chiarore radente

senso e poesia

 

l'accoglie grata nell'iride profonda,

nella carezza che ferma il tempo

e rende stella luminosa la pupilla.

*

I senza figli

 

Ecco:

è d’oro nel chiuso di casa la voce

di madre allagata, dispiega

la levigata parola a fatica,

con occhi molli e salati s’infila

per sempre nei figli orizzonte,

immacolata barcolla al varco nudo

di stella la sua mano argentata

di rughe, d’eternità e di silenzi

e poi ci saluta sbiancando nell’oltre

un lungo dolcissimo addio.

E’ dura la storia che procede per

lutti ed eventi, più dura per chi

non ha figli da tramandare all’arida

luce spiovente di sterile ventre

o forse può darsi solo in piccoli

versi vergati di verderame

sul volto, leggeri come peccati

veniali, tentando così nell’amore

di smemorare la morte di sé e

di tutti coloro che camminano

soli per lascito testamentario.

 

*

Tramonta il sole

Tramonta il sole

ma alto è lo splendore

dall'altro lato.

*

Il Mose a Venezia *

Preme all’approdo d’acque la città

che in sé oscilla e vacilla

e chiede voce nell’onda vagabonda,

vittima in piena di una cascata armata

di cemento, sovvertimento che si fa vanto

di un dominio ipotetico del mondo

aprendo tre piaghe ulcerose alle sue bocche.

Nel dolore notturno presto saranno occluse

tutte le vene, le voci azzurre del mare

poste nella teca di un astratto fulgore,

nella sfida infelice che induce a scorticare

resti d’arte morente, nella febbre di luce

che indugia sugli ori bizantini.

Questo narra la pena altrui degli occhi,

essendo noi ciechi e murati, chiosa albina

d’antica stirpe leonina, candida schiuma

che più non riconosce i suoi canali

 

noi, costretti a giorni chiusi di cammino.

 

* Dall’epigrafe murata nella sede del Magistrato

   alle Acque di Venezia : “La città dei Veneti per

   volere della Divina Provvidenza fondata sulle acque…

   è protetta da acque in luogo di mura: chiunque oserà

   arrecare nocumento, sia condannato come nemico

   della Patria e sia punito… Il diritto di questo editto

   sia immutabile e perpetuo.”

 

*

Fiocchi di neve

 

                                                                                                                       a F.B.

 

Fiocchi di neve:

dei segreti dei cieli

trasposizioni.

*

Sogna il fuco

Sogna il fuco

per la sua ape regina

lune di miele.

*

Il male alla radice

Dice

alla radice

che il male è un suono

dolce incompreso

venuto dolore

alla luce.

Sorto da dove si levano tutte

le cose incisive

prima del mondo.

Nervo scoperto lì sotto.

Non sa il tuo caro sorriso.

L’acme per me

della tua bocca.

Stilla pace,

foce, sorgente.

Oro

crisoberillo

anche se monca di un dente.

Prima di tutto

e per sempre

anche prima del mondo.

*

Funebre e sfavillante

 

Perché collimi il suo tutto col resto perduto

di sé e più quietamente

redima la trasparente figura

dal vuoto del buio e delle distanze

 

tenta di levigare il pensiero di calde

carezze nutrite d'ancora, sollievo

il piccolo bacio,

verde menta di mare, rimasto da solo

a tremare l'ardore

attorno alle labbra e alla gola.

 

Non bastano a collocarla il tacco nero

a stiletto, il tubino attillato in cocco

oro smaltato,

funebre e sfavillante, tra fame di senso

e follia, il seno alto rifatto,

vanitas vanitatum di ciò che, debordando

da sé, si sottrae e svapora.

 

Si sono consunte le vene come crete

d'inverno tormentate di neve,

vuota l'anima chiara, rimasta racchiusa

nel rovescio del volto

 

perduta, perduta a noi tutti questa figlia

ferita dal tempo presente

 

perduti, perduti noi tutti a noi stessi?

 

*

Migranti a mare

ogni vittima a mare è viva.

ove si adorni più chiara nell’aria la vista,

passandole sopra di un qualche brillio,

inerme la scorgi:

possiede dell’acqua l’innato splendore.

àncora al gelo di luna il suo sangue

un lembo ampio di luce che non dà

tregua all’azzurro inesausto dell’onda.

potresti essere tu mille volte già stato

dal rosso deserto migrante al nostro

mondo civile venuto a perorare

ragioni di vite perdute alla pietà

tentando inutilmente di dispiegare

il senso del tuo disadorno dolore,

potresti essere tu, nei cieli cupi

d’aprile, d’arma bianca a perire,

potresti essere tu ripudiato, affogato,

solo senza più nome.