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Raccolta di poesie di Donatella Pezzino
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Piccoli pugni di terra

Quando le ali cadono lasciano erba
smossa, e vuoti carichi di braccia

 

respirate nel punto esatto dove le mandorle
e i crisantemi si sfiorano, e si pensano uguali
tristemente

 

per aver dentro qualcosa
di bianco, quasi un vellutato
pianto

 

e non saperlo ricordare.

*

A metà

Ho amato

 

come si amano gli angeli: a metà. Un’ala spezzata
ha fatto da cornice. Forse avevo paura

 

di rimarginarmi presto – ed era terrore, il mio –

 

o forse temevo il logorio dei passi
su quel lungo tappeto disteso
fra la follia e l’abbandono.

*

Angel

Che il tuo volo mi sia lieve
nel ricordarti carezza,
 
che mi sia lieve il giorno, dove tutto
è stanchezza; ora
 
che sai di foglie.

*

Il rovescio dei sassi

Ti accorgerai, a un tratto

 

del tappeto spostato; dei colori
che hai dato, a tutte le cose
senza averli mai visti

 

delle piccole ali
rimaste nei bozzoli
per non morire d’inverno

*

Caffè e sigarette

Dei tuoi quadri, più grandi delle pareti

non mi sono chiesta la provenienza; d’altronde

seguire il cadenzato di una posa o contare gli ombrelli

 

sarebbe come dare un colpo di phon a una mosca

e pretendere che voli per colpa mia. Voglio invece di te

 

un ritratto virale: e dipingerti io

come un gelone d’estate

 

o un apoplettico colpo di spugna, o il jolly

dentro un mazzo di carte truccate. La morte

è uno stato ipocondriaco, lo so: in virtù

di che

 

tu galleggi in acque buone

fra un silenzio che fa chiasso

 

e le ghirlande senza fiori

*

Polveri sottili

Non so più quale amore mi raccoglie
oggi: se quello del mendicante
per il suo vecchio cappotto

 

o quello della foglia secca che vola
in tondo sul marciapiede

 

sperando che qualcuno la calpesti. Non ricordo
i baci, sai: ricordo solo
che eravamo scalzi. Come il silenzio
ora
hai stanze chiuse
e ringhiere:

 

trattienimi.

*

Souvenirs

Arriverà finalmente il giorno

in cui tutta la nostra storia sarà scritta

dentro un brutto portachiavi di plexiglass; allora

 

guarderemo le nostre cotonature in formato 9x13

senza sentirci sopraffatti. Continuerai

a regalarmi boccette di zagara

 

e chiavi di serrature cambiate: tutte cose

che potrebbero salvarci. Ma al momento

mi serve spazio. Io stessa

ricetto polvere

 

in attesa di qualcuno che ricordi

dove mi ha comprata

*

Vedessi com’è bianco il giorno

Non uscire: così bianca

ti confonderesti con la neve

e ti perderei. Non dormire: fra le tende

accostate

lasciamo tremare la luce, un poco. Hai

l’ultima sigaretta: fumala. Questa volta

entrerai nel cono d’ombra

a piccoli passi

*

Disgelo

Sbocciare; sfiorire. In tutto

 

un profumo sottile,
un male necessario. C’è
una vena d’abbandono, nascosta

 

in ogni primavera: la ruggine
fra l’edera e il cancello,

 

i tuoi occhi sinceri, e il vento
che lasciammo
ieri

 

su un viale di petali caduti.

*

Lentamente

Sola. Sono la piccola solitudine dei fiori
quando non trovano il vento alla giusta latitudine
da potersi dire carezza, olfatto, tintinnio di bicchieri; sono

 

la pioggia che guarda gli uccelli sotto la gronda
senza potersi fermare. Da questo cielo
continuano a passare
voli
mentre io continuo a cercarti a ritroso
seguendo il calco delle mie ferite.

*

Lux

Sul palmo delle tue mani
nudità di foglia
rabbrividisce al tatto

 

- alchimia di una carezza -

 

è solo polvere, ma alla luce
sembrano mille piccoli soli

*

Alla corte dei miracoli

Vengo dal purgatorio dei perdenti,

vuote le bisacce, incerta destinazione

 

di villaggio in villaggio, pellegrina inquieta

mi fermo dove vanno a morire le stelle

 

il re degli straccioni mi scansa col piede

forse perché è più ricco di me

 

perché affamata mendico minuzzoli di sogni,

esposto il mio cuore a tutte le intemperie

 

della mia vita solo il torsolo

rimane

*

Isola

Scusami.

L’edera tracima la serra.

La terra

ingrassa cose stanche,

violacerbe,

di cui non conosco il nome.

E’ il vuoto aromale.

E in questo niente

da espiare, dove niente

si muove,

il mirto impaziente

in un attimo sfiora.

*

D’autunno

Avevo troppa neve sul cuore

da tenere stretta; odiami allora

 

ogni volta che il mio passo ti accarezza le ciglia

senza vederle. C'è un che di biondo adesso, un profumo

 

di legna, e di mosto nel vuoto che si è fatto dentro; ali

che ho glissato da tempo, nuda come una foglia sulle scale

 

in una sera di fuochi.

*

I tuoi angeli (ad Alda Merini)

Li hai sentiti respirare

fra i sentori di lavanda dei cassetti

nelle tue stanze che nessuno voleva vedere,

 

sapevi

che ci amano sbagliate

chiuse nel nostro mondo di voli fragili

 

mentre

ci rosicchiamo le unghie

per non graffiare via dall’anima il dolore

 

seppellendoci

sotto tappeti di petali ingialliti,

piangendo per un cane che soffre,

 

li hai visti

come li vedi adesso

quegli angeli che si dannano per amore,

 

che ti parlano

anche quando non sbocci,

 

aborto d’un fiore nero

fra le zolle di una primavera diversa.

*

Quello che so

Non importa
se un fiore che appassisce fra le pagine
lascia un’ombra inodore che non scompare
 
se siamo tutti
strappi deliranti, nella tela antica
che un male oscuro corroderà in eterno
 
clandestini a tempo
in questa strana osmosi
fra l’infinito ed un pugno di terra
 
ti ho perduto,
è quello che so
 
e tu, caldo rifugio
odoroso di talco e di carezze
sei diventata il gelo di un vento che soffia
 
tutte le volte
che un angelo piange

*

Zucchero per i giorni amari

Non c’è più il tergicristallo
a movimentare la scena: il fluido 
resta fermo nei polmoni, fatta eccezione
 
per qualche sasso piatto che lo sfiora di striscio
facendo i cerchi. Pianto rami acerbi: ma il canneto è umido
e i limoni nascono malati. Così lascio questa terra di finta torba
 
portando con me solo l’essenziale: una lucerna senz’olio, le muffe
di una vecchia casa demolita e una dose di veleno per tutte le notti
 
in cui mi ricordo di sognare

*

La gabbia

C’è una mia costola che aspetta,
un’altra è rampicante. La terza

 

è il lenzuolo vecchio che è volato via
perché avevo dimenticato le mollette

 

e l’ultima sei tu, che continui
a cedere
scoprendo il cuore: un fragile
contenitore di voci.

*

Germogli

Odio la primavera perché mente

al singulto dell’acqua, chiamandolo palpito

 

e perché inganna i fiori con l’onnipotenza d’un giorno

tacendo la neve sotto le zolle agre.

 

Solo io non dimentico

 

che il ceppo è solo uno scheletro

e che non può germogliare.

*

Silenzioso perdersi

Non così

respirando frammenti di vetro

e lasciando al destino l’ultimo fiato

 

non così

chiudendo gli occhi sul far del giorno

e scavando tra i ricordi fino a farli sanguinare

 

nel cuore

non ho più veleno

per sopravvivere alle mie ferite

 

e il destino

è un guerriero solitario

che non accende fuochi nella notte

*

Ridi

Ci siamo messi un rametto fra i capelli
– un rametto per uno –
che spero ti distolga l’attenzione

 

dai miei mocassini senza calze; il tailleur
è freddo, e veste goffo

 

nella luce umida del dopopioggia. Sorridere

abbracciati

 

in questa strada lucida di guerra
assorda

 

come una vetrata improvvisa

che s’infrange nel sonno; però ridi

 

e spendi tutte le tue risate in questa tristezza
che non mi regalerai mai più.

*

Velvet

Cercami

dove tutto finisce.

 

Lento è

il lavorìo dell’alga; ossida le chiglie nel canale.

 

Mentre io fiorisco ancora negli autunni di mezzo,

quando le ore sono asfodeli sotto i porticati

e il pettine odora di colonia per bambini.

 

Ho voluto

un nido oltre le cortine, sulle rocce a strapiombo,

un vecchio merletto per proteggermi le spalle

come fosse ombra.

*

Ho solo aperto le braccia per volare

Adesso mi sento al sicuro

 

anche se le penombre del bosco

hanno prosciugato il fiume dei miei giorni;

 

dalla scogliera degli spiriti dormienti

ho seguito il richiamo del mare,

 

stregata dalle poesia di un violino scordato,

di una canzone non ancora scritta,

 

fragile e selvatica come un fiore di strada

mentre serravo il sole fra le braccia nude

 

prima di lasciarlo andare

*

Pelle di lucertola

Avrò ali

per non morirmi dentro,

avrò tutte le sfumature del buio;

 

allegoria di me stessa,

rinascerò dalla polvere dei miei resti

per regalare all’anima tappeti di muschio

 

dimenticando

l’umor vitreo della scorza

lasciata a marcire con le foglie

*

Io dentro una lacrima

Color della luna ti scivolo sul viso

 

sono una goccia

d'aurora, tra i filari dei pioppi

 

scandisco risonanze

e tremo, e germoglio autunni spenti

 

come un’eclissi

un sibilo arcano, fra corde dismesse

 

un ghibli

a disarmare deserti, di sabbia e di cinismo

 

a perdita d’occhio,

il volto del tempo che m‘ affila nello specchio

 

sono io

che mi bevo, e mi sperdo

 

nella marea infinita di una lacrima.

*

Istantanea

Quella strana fossetta che mi vive sulla guancia,

quella voce finta da nenia per cantare la notte ai bambini

 

io

tu

  

rughe e cipria

sale e ferite

 

e tutt’intorno

il braccio, difesa ossuta del tuo piccolo mondo

– reggere, cullare, maledire –

 

con l’odore dell’erba bagnata

e la luce selvaggia dei papaveri

  

sulla postura legnosa: così nascondi

le linfe ancora inquiete

 

tra gli alberi morti

*

Ti vorrei ascoltare

Ricordami quel vento di capelli chiari,

il tuo passo leggero disseminato di chiodi

 

raccontami il paese, col grigiore finto- dormiente

delle case, e un'afa di mele mature

per le salite ombrose; e dimmi

 

delle vendemmie, e del cielo aspro e antico

dove tutto svaniva. Dimmi. Di te, del fumo

denso nelle chiese, e dei canti come dogmi

 

intrisi d'incenso e di colpa: un gradiente

rosso- petali, che scolora nel ricordo

 

e lascia solo le spine

*

Samovar

Mi spezzo
proprio ora che il vento si ferma:
 
ed è una morte
gentile, dove trapassano
i sogni, le rose, e le cose
perdute
 
che vedo solo io; e dove
amore
 
è un modo come un altro
per chiamare la solitudine
 

*

Le gerbere

Non ti ho comprato le gerbere.

 

 

“Abbiamo colori bellissimi,

oggi” diceva la signora dei fiori.

 

Colori. Bellissimi.

 

C’era un azzurro

che tremava nelle ossa: inverno

e rimpianto. Giallo il polline

che il vento portava lontano

tra gli aranceti e il mare; dove la vita

ti urla negli occhi. E sotto

l’erba,

petali ancora freschi

che nessuno ricorda: il viola

delle cose non colte.

*

La somiglianza

Tu, deliziosamente imperfetta.

Tu, l’impronta di un guanto a mezze dita.

 

Respiro i suoi capelli per accarezzare i tuoi

perché so che avreste avuto lo stesso sapore.

 

Io ti so.

 

Ti so con la mia voglia di ridere per niente

di cogliere le spine per non uccidere le rose.

 

Fatta d’ali di vetro e di ossa cave

mentre ti dimentichi di volare.

 

Si, bambina mia

io ti so

 

con tutta la bellezza delle cose fragili.

*

Lo spazio fra due punti

Ecco il fiore dalle foglie scarne,
la farfalla dimenticata sugli spilli.

 

Figlia di Imran, di quante croci è fatta
la sabbia che calpesti?

 

Il respiro è pianta che germoglia sulla pietra.
La tua mano, un velo sottile che si posa sulle cose.

*

Non avrò memoria #GiornoMemoria

Non sono niente

 

fra i mucchi d’ossa senza fiori,

fra i lembi di terra senz’occhi.

 

Nel mio futuro c’è questo buio ammuffito

a gocciolarmi su una fossa senza nome.

 

Forse un giorno qualcuno ricorderà

almeno una delle righe del mio pigiama;

 

solo io

non avrò memoria

*

Il profumo

C'eri tu al posto di questa balaustra sporca di sabbia,

 

e la tua casa inghiottita da una voragine spaventosa

insieme ai roseti, alle terrazze umide di frutti,

ai riflessi gialli dei cedri sull'acqua

ferma dei volti.

 

Oggi il vento mi porta il profumo di fiori che non esistono

come ultima traccia di vita sul pendio, prima delle gelate.

 

Qui c'era la tua sola stanza a trattenere il cielo

quando ora non bastano a contenerci

muri infiniti.

*

La camera oscura

Dalle forcine tirate strette spuntano

ali di carta, e ciocche come bracci. E’ già

 

inverno. Culleremo bozzoli malati

 

dentro tulipani venati di grigio: e pioverà. Fumi antichi

scoloreranno l’ottone degli specchi. Il lampadario

 

sarà un trapezio senza rete

per pianti nascosti

*

La città dei fiori chiari

La signora delle bambole si chiamava

Clara: la vetrina

 

 

berciava immagini di plastica viziata

e il mio piccolo cappotto, e il tuo

 

in frammenti sparsi. C’erano balconi

dai gerani violenti

 

e fa diesis urlati

dietro tende sempre chiuse; c’erano

 

fiori chiari

sulle tue mani

 

sottili

come giunchi d’acqua

*

Ho lasciato andare il tempo

Le nostre mani,

non più.

 

Non più il caldo dei fiati contro il triste

nitore dei vetri; non il rosa sbiadito

di un fiore di stoffa a svernare,

da solo

 

con l’aria che resta socchiusa fra le porte

fino al tenue disgelo dei mattini.

*

Nel tuo ricordo

Permetti alle sonorità latenti di trasfonderti

l’effluvio dei lilium, a compenso della poca luce

desiderata. Prendi fiato

pensando a quante stazioni

ci separarono

 

e a quanti nidi d’ossa avresti potuto

assomigliare

semplicemente abbracciandomi; a quante

ombre

ti si confonderebbero addosso,

ora,

se non ci fosse la neve.

*

Dicembre

Trasognati. Pur senza neve, ora,

lasciarsi attutire. Su questa strada

 

tutto è casuale: l’incrocio dei passi,

le spalle che si sfiorano, gli occhi

 

che non si riconoscono. E poi il vento

caldo,

che ci piange addosso i petali, e la sabbia

come un lamento di gente lontana; lo stesso

vento

 

che ora canta fra i miei capelli

l’inascoltata malinconia dei rami.

*

L’abito color avorio

La testa, le mani,

l’abito color avorio.

 

Stanno lì, sospesi sulla gruccia

in attesa di dimenticarsi a vicenda.

 

In questo purgatorio di scarpe spaiate,

la radio a valvole tartaglia In the mood

appannando i vetri

 

e tu dipingi

fiori recisi, improbabili

fiori

 

per inventarti la vita

dentro una morte che non profuma

*

Lei non s’accorge

Oscura brumosa l’eclissi del giorno

del giovane viso il candore di seta

di seta i raffermi sentori dei fogli.

 

Piene di vento le tende vacillano

poderose vele inzuppate di mare

d’aspre folate rigurgito salmastro.

 

E davanti a noi sul libro aperto

lieve si china la sua ciocca d’oro

distrattamente mi sfiora le dita.

 

Quanto si spinge remota quest’onda!

Ora lambisce l'ignota sua sponda

dove l’amore non approda.

*

Umbratile

Così lieve

nello sbocciare inverso

 

che si fa inverno, radice: un circolo

di pietre

contro l’inerzia del giorno. Nel tuo bacio

geme l’acquiescenza dei ricordi; una candela

di più

che ci spegne in segreto

 

come fece il muschio

sul vecchio roseto

*

Limes

C’è uno spazio fra le guance

 

che solo il sale ricorda. Siamo viandanti

di lungo corso: una ricerca di passi

sulla sabbia asciutta, e di spine

da accogliere in grembo

 

quando il frutto non matura.

*

Il vento del mare

Ci sono giorni che l’intonaco

mi si scolla dal volto; e

accade

 

quel tutto che si aggruma e si vetrifica

come gli occhi di certi santi di legno

che contendono al dolore

il salso; quell'odore

 

che di me si porta via

il vento del mare

 

 

nelle ore disabitate.

*

Le amiche

Per questa salita

non ci sono ritorni,

 

solo gradini. Qui

ci si incontra in sottotono

 

fra gli specchi del caffè Torino

che moltiplicano ombre e candele

 

esasperandoti la gonna finto- vintage

dove il rosa non fiorisce. Fuori

 

sempre gli stessi marciapiedi, da fumare

sognando uno qualsiasi dei tanti altrove

che sanno di narghilè per turisti; quel

punto di te che nessuno conosce

 

da dove puoi indovinare

la stanchezza delle onde

e scriverla; mentre io

ti guardo

 

e ripenso che il tuo petto è scarno

perché ti hanno scavato

il cuore, da bambina

 

così che il vuoto ti fosse leggero

*

Senza radici

Mi hai forgiato inodore

a misura di terra

 

ma è sotto la malta

che stagnano i fiori

 

come ali

schiumate dal distacco

*

Mai vestirsi di viola

Ti brillerò sulla mano

  

anche oggi. Ho tanta di quella pasta di vetro al collo

da velare lo scarmiglio dei pensieri e dei capelli;

 

e tu

che nascondi l’aria dietro la schiena,

allenterai la presa, ancora una volta

 

dopo avermi gettato addosso voci e pietre

come si getta il pane: nascondendo il viso.

*

La svolta

Le mie gambe, come scatole accatastate

portano il peso di ogni principio; nello spiazzo

incolto

 

 

dove vene, sogni e fiori di lavanda

sono un unico

fascio

 

di sterpi da recidere.

*

Basalto

Noi siamo

il silenzio che ci unisce:

 

una ginestra

e il suo abbraccio di cenere.

*

Equinozi

La schiusa mi coglie fragile,

  

ingiallita ai bordi - come cosa morta

mentre nasce ogni cosa; un seccume

di pagina

  

nell’aria che odora di radici

nuove - ancora una volta in ritardo

sulla mia stagione. Cadrò. D’altronde

Graziosa diceva

 

che autunno non s’accoppia a primavera

*

C’è una fiamma

Distanze. La diafana

certezza dell’ora, che passa

 

 

nel sentirsi

tremare, in una foglia

per cadere, infine; restituirsi

 

alla terra; e cos’è

ogni sera, in fondo

 

se non un ritorno

*

Foliage

Non temo il gelo

nè i silenzi di pietra degli angeli

in fila come soldati sul sentiero

 

non temo

  

il bianco e il nero che giocano a dadi

su un tappeto verde prato,

fra umori di terra

  

e croci che incrudiscono al sole

 

ma la sento mia

io

 

questa desolazione immobile, eppur carica

di tutte le vite che ho amato

insieme a me sepolte

nel folto

chiuso

 

di una lacrima, onda fra le onde

di quel mondo in tempesta

dove perfino la morte

naufraga

*

Binario 5

Si aspetta; sempre. E nell’aspettare

 

si diventa foto in bianco e nero

per ricordare cose: il paltò

senza tasche, l’orologio

indietro. Si resta così,

modelli in carta

 

 

di profumi dimenticati