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Raccolta di poesie di Livia
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Doomsday clock

 

https://thebulletin-org.translate.goog/2020/01/press-release-it-is-now-100-seconds-to-midnight/?_x_tr_sl=en&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc

  

 

Doomsday Clock  - (L’orologio dell’apocalisse)

 

90 secondi, midnight o'clock,

a mezzanotte precisa

spariremo

 

polvere e cenere

poi sarà la neve così candida

morbidamente pulita

a stendere il suo freddo silenzio

sulla nostra ignominia di piccoli uomini,

noi formiche ammassate

dove ci faremo mancare l’aria

in quell’ultimo centimetro di cielo

 

non reggeremo la forza

per entrare nell'era nuova dell’acquario

né mai saremo -l’uomo che verrà-

oltre la soglia del DNA  

nella nostra bibbia cammuffata

 

Dio fece a sua somiglianza l’Uomo

promettendogli una fine

con effetti speciali multicolor

persino Assenzio, la stella,

nel suo ultimo splendore

metterà a tacere potere e avidità

 

 

 

 

 

*

Parole nuove

 

Parole nuove 

 

 

 

Quando un giorno

ti vedrò arrivare

con le tue gambe fatte di vento

scriverò parole nuove

che ti somiglino

 

 

*

Amsterdam

 

Amsterdam

 

 

Amsterdam

dei vapori e delle nebbie

del mercato all’angolo dei fiori

lanterne rosse frementi sui canali

ove trasuda ebbra la notte 

senza assoluzione

 

sai di piogge sante

nel ferro dei tramnvaj 

nei cesti di bulbi a primavera

degli ombrelli  a quadri  ripiegati

e cafè incisi nei vicoli di pietra

 

e sei colore  

di fiamminghi tubetti

dei pittori e dei murales

osceni e sacri senza idioma

mostri incauta tutta

la tua varia nuda umanità

 

 

*

Brusii dell’imbrunire

 

Brusii dell’imbrunire

  

 

Ho capito che l’onda non risacca
nelle immense vie del vento
 

vedi l’albero nei suoi nudi rami

sulla rètina al sol morente
dita rattrappite al cielo
sanguina anche ultimo brusìo di luce

 

s’intrattengono le brine ai nodi 

 

immobile sta l'albero trafitto

 

 

*

Nell’atomo rosso di un sole

Nell’atomo rosso di un sole

  

Non c’è verso che tenga

la scrittura, filosofia di pura libertà

per  gli esseri davvero liberi

dove riconosci al primo tocco

i segni di una mano disarmata

priva di pallottole nascoste

o lanterne melense di carta

 

ti protegge l’infinito

ti avvolge nel cadere

e cadiamo semplici

nell’involucro di goccia

liberi come pollini

appena l’acqua, sfiorando

nell’impercettibile vibrar del ciglio

 

come un tasto di pianoforte

cadi nel malinconico abitare

attraverso un imbroglio di strade

ove l’incrocio vero è il tuo sesto senso

ed inghiottendo buio vai

respirando luce

 

schiudo le mani

come in un solstizio d’inverno

nessuna mai fu storia di pietre

 

 

*

Dalla collina un mare verde

Dalla collina un mare verde

 

E’ un gelo di steppa

l’immobilità di chi ti ignora

che per certi occhi sei sempre la stessa

una figura, una santa, una puttana,

una che non s’avvicina, una che t’invade  

una caramella, un’insolente

una inutile fantasia, un'imperfetta melodia

una, una qualunque che per come la vedi

deve andar di logica comune  

 

per quanto modesta o chiassosa sia

nella poesia risiede la mia casa,

in questo rinnovato silenzio

amo il timido fiore, il più invisibile

confinato nel sottobosco dei pensieri

si accontenta del mio sguardo

e così… grazie

 

non sai da qui quanto la collina

si apre nel suo verde-mare

qui ho piantato alberi ovunque

anche sotto la pioggia

nei notturni degli orologi spaiati

forse qualcuno ha capito

o forse no

 

 

 

*

Il tuo libro era bellissimo

 

Il tuo libro era bellissimo

 

Strani modi di parlare ha la gente

accartocciati dentro all’ 1-nessuno-100.000

collezionando podi  d’ori e d’argenti

ambite medaglie olimpiche

da gettare al vento dopo le vittorie

magra consolazione siffatta seduzione

 

parlò bene quel filosofo

un vulcano di cuori giocati a carte e quarantotto

in goliarda compagnìa e lì, dentro,

c’era anche il mio abbinato al due di coppe

 

ti lascio un fiore a stella, amico mio

è il fiore dell’addio

per dirti il bene che stava in ogni petalo

d’inchiostro e senza alcun rancore

e con dolcezza me ne vado

 

Ma quanto è vero che la parola è immensa

bene, affetto, protezione

ed è più fragile, se viene dal cuore

e da un cuore solo,

ha sempre il suo verbo

da coniugare all’infinito lì ove non

percepisce nebulose astrali

di mille modi senza uno riconoscerne,

chiaramente vede senza mai sbagliare.

 

 

*

Nell’improvviso di ogni cosa che risuona

Nell’improvviso di ogni cosa che risuona

 

E piovvero ore come chiodi 

e piovvero nuvole acide

mentre il fulmine seghettato rideva

nel morso della vita.

 

E tu com’eri, creatura insonne

fra il grano e la lavanda viola

il cordoncino di seta smarrito sul sentiero

il veleno nascosto nell’anello

la chiave di lettura serrata nei pugni

 

immortalato dentro i miei canti

in un dedalo d‘anni lunghi come il mio affetto    

 

nell’improvviso di ogni cosa che risuona, stai.

e come Provenza io più non sono

 

ho camminato senza più trovarti

ed ora,

fuori dai teatri a recita degli applausi finti 

mi innamora l’ombra della luna,

ritrovo l’eco giusta, l'aria pulita

 

luce di purissimo cristallo

ogni pulviscolo nei vicoli

 

 

*

Rivisitazione sulle lapidi di Lucius e Aner

Rivisitazione sulle lapidi di Lucius e Aner 

 

Dove sono Lucius Atherton e Aner Clute, il seducente rubacuori e la peccatrice di Spoon River?

Essi dormono sulla collina di Spoon River…

 

LUCIUS ATHERTON

 

Ho la mia croce sulla collina di Spoon-River

Io, Atherton Lucius

di Spoon l’attraente fante di cuori

che mai pensava d’invecchiare

 

qui accanto a me

giace Aner Clute la prostituta

(ma chissà se mai lo fu l’inquieta Aner)

indubbio è che le promisi di sposarla

ma il mio riso sapeva di menzogna

perché dell’amore amavo l’idea

e invero tutte, inclusa Aner,

 

quando mi scoprii la prima ruga, pensai

-  questo è un effetto ottico…  -

ma lo specchio irridente mi rispose

- guardati Lucius, la vecchiaia menzogna non conosce -

Col tempo poi le lettere mi sembravano sfocare

Perché dovette capitare proprio a me ?

 

Dopo -quella cosa-, sdentato e ormai ingrigito

più nessuna mi guardava con incanto

nemmeno la cameriera del Mayer’s restaurant

dove a pensione m’ero trasferito.

 

Il passare rapido del tempo ho rinnegato

per trent’anni ancora d’illusioni

Io Lucius Atherton,

il dismesso don giovanni di campagna,

ed ora ho una lapide sdentata e sciatta come me,

da qui non passa mai nessuno

che possa ricordarmi giovane e bello

nei giorni lievi dell’estate

 

 

ANER CLUTE

 

Fui di Spoon-River la vergogna

ma a parlare era solo la calunnia

perché mai io finii sulla strada,

ogni sera davanti al mio cancello

trovavo Lucius ed Homer Clapp

 

in verità io amavo il primo

dei suoi gesti l’eleganza

e del suo riso la menzogna

un’estate mi chiese di sposarlo

(o forse io lo immaginai ?)

ma Lucius si recava ai matrimoni

che non erano mai i “suoi “

 

giaccio qui accanto a lui

ogni giorno qualcuno porta fiori alla mia tomba

ma nessuno può sentire la mia supplica

- date a Lucius una foglia del suo cedro

chè possa riposare estati lievi,

sotto l’ombra dei suoi fragili rimpianti –

 

 

*

Il vento alle vele

 

Il vento alle vele 

 

Il vento alle vele

brucia l’anestetico compresso

sulla garza delle labbra

ognuno governa il suo vascello

fra tempeste e bonacce

e nei notturni andanti

la luna scende al mare

a bersi della visione il sogno.

 

Siate poeti di una setta estinta

sciolti all’albero maestro

in balìa della luce delle stelle

in balìa d’un soffio di cielo,

albatros raminghi

dipinti ai voli oltreconfine.

Certe immensità non tornano

spumano via come onde fra le onde

 

 

*

A margine di riga

 

Declinando,

quando il sole chiude la corolla ai fiori

i profumi rinserrati in sé.
Sopraffatta dall’afasìa che torna
conto i passi del gambero
la mia lingua a corto di traduzione
una deriva senza bagnanti
tiene insieme i drappi delle labbra
e vanno, a profusione
con l’idioma dei balbuzienti idioti
i miei insetti di pensiero
che al sole depongono uova come larve
omissioni, parole, verità.
Declinando ancora un passo sotto
a margine di riga
sotto il cumulo dello schermo luminoso
osservo un gesto (ritirato)
era forse un “sol” di polpastrello
un tocco di poesia
una sottile piuma alata.

 

 

*

Rubo quello che mi piace

 

Rubo quello che mi piace

 

Nascondo le dita

che vorrebbero rubare

è innocente rubare qualcosa

nei giardini di chi non coltiva

fiori di plastica,

se domani ti manca un tulipano

pensami

 

 

*

Il tempo non porta cicatrici

Il tempo non porta cicatrici

 

Questa candela ti ha parlato di me

ancora è un lume nel buio

e se la cera consunta la renderà minima

basteranno tutti i ponti, i prati, i deserti

che abbiamo attraversato

con le nostre fughe di parole

le nostre figure immateriali

ombreggiate di sole e pioggia.

Tu eri lì ogni sacra stagione

a dipingere un ovale perfetto

del mio viso sconosciuto

e le gentili Madonne, e i Cristi

illuminati dalla tua grazia

hanno accarezzato i gesti della tua anima.

Noi ci siamo solo seduti accanto

così giovani e... sorridi ?,

nella penombra d’angoli e spine

un posto inacessibile ma bello come te  

e saremo ancora lì, senza cicatrici,

su un mozzicone spento di candela

ancora in una zolla di terra nascosta

nell’altra parte del cielo.

 

 

*

Colletti bianchi

Colletti bianchi

 

Questa idea della felicità 
tappata negli spiragli inattesi
è appena un soffio 
schiusa fra le pieghe delle cose,
lo vedi anche tu

ch’è solo una libellula sulle dita
un impalpabile afferrare
per non precipitare

dentro gli orologi fermi sulle piazze 

declamanti gli orologiai del nulla. 


Che paesaggio la mente… 
scale, finestre, e gradini 

e da ognidove un miraggio,
e che scialbo concetto ho io
dell’aristocrazia sciacalla e funzionaria 
che manda avanti calcoli, opportunismo,

e amici degli amici

privi di talento e viaggi
dentro un vero centimetro di fede.
Scendo alla prossima

dove l’aria è periferia

dove lo sguardo sprofonda

oltre il semplice guardare

 

 

*

Gli occhi dei piccioni

Gli occhi dei piccioni

  

I numeri,

cosa vuoi che siano i numeri

un cruciverba di logiche

nodi d’esistenza.

Quando gli antichi incrociavano le stelle

risolvevano equazioni più semplici

del nostro linguaggio,

pensa a un alfabeto da imparare

ad occhi chiusi

dentro un giorno qualunque,

di timide intenzioni

come fosse il primo giorno di scuola

ove accendere una luce.

Noi, qui, in questi deserti raggrinziti di smog

abbiamo gli occhi dei piccioni

la sorda malinconia ripresa in volo

da vite scese dal cornicione

 

 

 

*

900 e la bellezza

La bellezza è una ferita

 

Un giorno un chiodo cade da una parete... fran, ha ragione lui, l’autore. ...fran... cade.
Naturalmente.
Ha ragione lui.
Un giorno un chiodo cade e non sai perché debba essere proprio quel giorno ma è così.


La bellezza ferisce anche quando si porta via chiodi e quadri. E  tu non sai più farne a meno. Come quelle parole che appena bastevoli mancano sempre di un soffio il centro perfetto. E che sono lì a ricordarti che sanguini violentemente sotto il sole incurante di averle sentite sprofondare come una lama tagliente, sottilissima, dentro la sensazione calda delle viscere. Non ha gioia perfetta la vera bellezza.

È feroce, insopprimibile, indelicata, è … lieve.   
Ecco perché devia da un’estetica comune. Le parole sono rami che invitano l’aria, la bellezza è un sogno d’aria, un senso che non ragioni. Che accogli come ti prende. La bellezza.

 

La bellezza, sì, è una ferita, una macchia di papaveri nel prato che dilaga nei pori della terra in modi indiscreti e profondi, acuminati, paradossalmente fragili.
Un giorno ti volti e capisci che non puoi più farne a meno, che la sai finalmente riconoscere, ha un sapore, un colore, un odore, una presenza nei capelli profumati della ragazza che ti viaggia accanto in tram,  nell’ombra di due piccioni intenti a tubare sui fili elettrici della tua città.

 

E se ne sta nascosta sotto una grondaia intrisa di pioggia, rannicchiata, smarrita dal gran frastuono del mondo, gli schiamazzi di chi passa, la violenza di chi calpesta le orme degli altri. Se ne sta lì e tu ti volti, così, improvvisamente e capisci tutto.

Tutto quello che c’è da capire senza una parola.
E ti ferisci, non puoi far altro perché cominci ad amarla mentre la perdi ancora.

 

 

*

Trattienilo questo fanciullo

 Trovassimo anche noi un puro, discreto, sottile lembo umano,

una nostra fertile riva tra pietra e corrente. 

(R.M.Rilke – La Seconda Elegia - da Elegie Duiniesi)

 

Trattienilo questo fanciullo

 

Trattienilo

questo fanciullo,

latore di un’anima lontana

 

come l’eco di un’urna chiusa

lui risponde

 

trattienilo nel peso indescrivibile

dentro la cavità di ogni vena viva,

lui è quel piccolo adolescente smarrito

in cerca delle sue lusinghe

soavemente arrotolato nel pensiero pensato

morbidamente morto in sé

 

inquietamente

 

Io amo questo fanciullo morto

nelle sue inguaribili convalescenze

impassibile di colori falsati,

bianco tappeto di un invernale destino  

agli incroci degli sguardi straniti

solo miei

 

attòniti

 

Se lo potessero vedere

fra la platea dei morti recitanti

gli assegnerebbero il sorriso stordito degli angeli

di coloro che la felicità confondono

protesa verso un altro mondo 

bellissima e dannata felicità

come un dono inatteso

appeso oltre la forca del tempo

 

 

 

*

Crisalide

Crisalide

dieci cicatrici preziose
e tingono di vero l’illusione
che tu sia da qualche parte,
rosari luminosi per la musa che oggi
indossa le tue impronte
io non sono niente,
anzi dovrei scusarmi ora che la farfalla
non c’è più, e tutto si trasforma.
Ma tu, come vivi 
ascolti ancora il suono delle parole
gli incubi la notte
dove ti ripari d’inverno,

l’inverno della tua tristezza...
Hai acceso il fuoco ?
Senti freddo da una eternità e il tuo fiore protesta.
Stavi  la’ fuori a guardare lo scempio
delle tue ruvide amarezze
"perché da me non può  nascere nulla nemmeno un fiore"

erano questi i diluvi senza fine
le negazioni, la pioggia battente
A cosa serve la poesia? A salvarci,

a salvarti da te, pensavo.

a ridarti un fuoco, un segno, 
dovresti tornare a casa, sai
mettere due quadri, misurare l’ampiezza del giardino
e delle braccia
accendere un lume dietro le finestre,
vivere ugualmente legando le ossa frantumate
incollarle alla tua inusitata dolcezza
compromessi di vita per uscire dai diluvi.

Il mare gonfio è un’onda di schiuma improvvisa
che ti prende la vita, ti sbatte altrove
ma non ti uccide.

E se per caso scrivimi un saluto

se ricordi il mio nome.

 

*

Il marchio di Caino

Il marchio di Caino

 

Mio nonno Caino uccise suo fratello

in un campo di grano

fra le spighe insanguinate

portiamo in faccia

il suo dna

le nostre cellule ricombinate

e ora ne ho capito il segreto

 

ma forse voi pensate che Dio sia giusto…

 

Nephilim caduti o Cherubini

spettri di un cosmo centrifugato

credenza nomade 

fra le parole di una Bibbia

di cui ho perso il segno         

 

questa nostra mortalità esposta,

ci marchia

nella condanna del nascere

 

 

*

Certe mattine come sono

Certe mattine come sono

  

Alla pioggia che ingrigisce l’asfalto

in un velo sfrangiato di bitume

agli ombrelli a scacchi rossi

vuoti d’orbita nei passi, 

come sono pallidi gli autunni

di sfiducia alle parole

di poca fede dietro le sacrestie del cuore,

come sono sfocate le verità dei fari

sulla lente storpiata del vetro,

e gocciola e va lenta quando bussa 

sul parabrezza,  ritmica

  

 

 

*

Archeologist

Archeologist

  

Scavo fra le rovine di un tempio pagano

con la mia penna fuori tempo

una predestinazione, ho pensato,

ma perché io ?

Vengo dal pipistrello, spirito guida

e non lo sapevo 

prima di aver smarrito il senso del tempo

prima di aver sostato nell’ipogeo

ascoltando in un perfetto silenzio

l’insieme delle loro storie

 

 

 

 

 

 

 

 

22 marzo 2018

Archeologist – Livia

*

blu notte

Blu notte

 

Randagi della luna

adepti alle straziate fughe

in un quarto di finestra

 

accesa 

 

a notte

 

 

 

*

dal Cinese

dal Cinese 
 
Primavera di chi non ha niente
di chi ha camminato i confini,
e quando son tornati
erano diversi,
polvere e sassi frantumati
dalle fionde malelingue
e quel riso primavera che figurava bene
e meglio, nel menù di un cuoco per finta cinese
riesumato nel piatto del giorno, 
quando il riso lo nascondevi in una manica
piega impercettibile
magìa?
O vicino all’angolo della bocca,
la tua bocca bella di parole
che ricordavano la pioggia malinconica
o il pianto di chi è solo come te,
delle volte penso
se hai ancora quell’ombra di carezza

*

Frastagliati

Frastagliati
 
Eppure ti ho baciato rivadimare
nella tua linea frastagliata
col mio linguaggio sbagliato
ho accettato il sale sulle labbra
le tue ferite a cielo aperto
ma oltre
dietro l’invisibile
si aprivano vene e sorgive e fontanili
di luccichii dorati come illusioni.
Torno sempre a cercarti
con la carezza di un’onda
più leggera.
Silenziosa.

*

Ungaretti e i suoi fiumi

Ungaretti e i suoi fiumi

ci guardava dentro

scopriva se stesso

 
in fondo se l’acqua portasse in ogni rivolo
la vera goccia
l’unica sacra ragione per cui siamo qui
sapremmo riunire estuari e affluenti
attraversare canali sconosciuti
come fanno le farfalle
per parlarci di quell'altra vita
 
ostinati a rimanere nel buio
di una livida luna
abbiamo dimenticato
ogni memoria d’acqua
e questi fiumi gutturali, smemorati
hanno una voce che scende a valle
 
vuota
 
 

*

Le vele

 

Fino a quando furono di carta
pareva avessero le ali
visitando il nord e il sud degli orizzonti
per me, un viaggiare verso le isole vergini 
un nuovo mondo sospeso
fra le spezie delle americhe perdute,
sopra i legni corrosi dal sale,
vascelli di carta, di parole e schiume
le sentivo salire dalle dita, 
queste fragili onde d'inchiostro
avevano la presunzione 
di portare un poco di felicità
 
 

*

mezzogiorno di cuoco

 
Punti d’arrivo, bilanci
i panta rei lasciati da una filosofia non scritta
ci penso domani che tanto domani arriva
burrasca o tempesta 
spaghetti al tonno, acciughe, capperi, 
e fiamma bassa per il sugo
un tablet, infinito mappamondo oltre i confini del tavolo
sempre questa assurda voglia di parole,
- per come sanno palpitare, certe parole -
che azzurra il mio rettangolo di cielo 
mi guarda dai vetri, un po’ nuvolo e un po’ grigio 
fors'anche un po’ infinito, ottobre malinconico 
mentre passa il giorno,
il mezzogiorno.