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Raccolta di poesie di Maria Rosa Giannalia
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Lattesa



Laveva attesa a lungo. Finalmente era arrivata. Era sicuramente lei, la intravedeva dalle persiane socchiuse. Non riusciva a scorgerla in maniera chiara, ne intravedeva la sagoma nella controluce del primo pomeriggio: i capelli ancora lunghi e arricciati, la flessuosit del corpo magro e slanciato, landatura dinoccolata sui tacchi bassi. Non poteva sbagliarsi: era quellandatura che, fin da piccola, aveva fatto dire a tutti i familiari, parenti ed amici: tutta suo padre. Matilde era il suo ritratto. Da piccola non si distaccava mai da libri. Quella della lettura era la stessa sua passione. In famiglia nessun altro amava cos tanto i libri come sua figlia. Gliela aveva trasmessa col moderato atto damore tra s e la moglie allatto del concepimento La sua famiglia si distingueva per la moderazione in tutto: nel bere, nel mangiare, nel parlare, nel fare lamore. Persino nel pregare. La famiglia di Nino era una di quelle di cui tutti dicevano ma che gente per bene. Mai un litigio, mai nessun vicino aveva sentito provenire da quella casa un grido, una bestemmia, come pure se ne sentivano in quella vanedda dove abitava quella gente di poco conto, gli scricchianespole, come li chiamavano tutti, che se ne dicevano di tutti i colori, abbanniandosi lun laltro davanti a chiunque, leggendosi la vita in pubblico in mezzo alla strada.
Nino no, era una persona corretta, un lavoratore, un uomo mite, amante della famiglia , rispettoso di tutti. E cos tutta la sua famiglia.
Questa figlia, solo questa figlia era riuscita male. Troppi grilli aveva questa figlia. Non voleva mai stare alle regole della famiglia. Come se non appartenesse a quella gente, a quel paese , a quella strada.
Nino in tutti i modi laveva scoraggiata dallandarsene via da l, ma lei se nera andata lo stesso. Se nera andata via con un brunello, anche se era laureato. La laurea non gli serviva a niente, sempre brunello rimaneva. Il brunello gli aveva giurato che dopo il matrimonio, avrebbe fatto di tutto per riportare in quel paese la figlia, che era uscita di casa ancora neanche ventenne, che s, lavrebbe riportata. Erano passati venti anni e lui non laveva pi rivista prima dora. Quindi non poteva sbagliarsi. Era lei, era Matilde.
Nino non usc dalla porta di casa ad attenderla. Aspett che fosse lei a bussare , mentre lui fumava lennesima sigaretta. La via era lunga e prima che Matilde arrivasse, lui avrebbe avuto tutto il tempo di fumarne almeno la met. Dallangolo della stanza da pranzo al piano terra le lucine dellalbero di Natale riverberavano a intermittenza la fioca luce colorata nei vetri della porta-finestra moltiplicando quello spazio come se al di l della porta ci fosse ancora unaltra stanza. La stanza invece era una sola, ed era lunica in cui la famiglia si riuniva per mangiare e per conversare.
Nellangolo, proprio sotto lalbero, la moglie aveva sistemato un minuscolo presepio, con la culla vuota nella mangiatoia. Ci volevano altri due giorni al Natale. La luce del pomeriggio era tanta nella strada, perch il Natale al sud pieno di sole e, ad occidente, la sagoma di Matilde continuava ad avanzare a passi svelti diventando sempre pi visibile.
Il giorno prima lei si era annunciata con una telefonata veloce, aveva detto arrivo domani alle quattro del pomeriggio, ci siete a casa, e lui disse solo un s di tutte le centinaia di migliaia di parole che aveva tenuto in serbo per quel momento.
La figlia prodiga.
Allinterno della stanza , proprio di fronte alla persiana marrone scuro che separava la casa dal fuori, cera una sottile parete che divideva quel luogo dalla cucina, dove sua moglie passava quasi tutto il giorno. Ma adesso lei non cera. Era dalla sua vicina di casa per il rosario del pomeriggio. Non lo mancava mai, neanche quel giorno.
Lui, Nino, invece, si era sbrigato presto. Aveva organizzato tutto per rimanere in casa. Si era fatto portare dai suoi manovali di giovent che gli serbavano affetto e devozione, una cassa molto grande che era fino ad allora rimasta in soffitta e che, da solo, non era capace di trasportare.
Era ormai pi vicino agli ottanta che ai settantanni e di certo tutta quellet non gli consentiva pi certe manovre che un tempo avrebbe svolto con unagilit noncurante.
Si sentiva troppo vecchio ma non abbastanza da darsi pace per il fatto che , mentre i suoi figli maschi erano rimasti a una tirata di schioppo da casa sua, proprio lei, lunica figlia, fosse andava via cos tanto lontano con quel brunello duomo. Chiss come quei ventanni anni avevano cambiato il viso di Matilde, chiss cosa avrebbe raccontato della sua vita e del suo lavoro, chiss se aveva avuto dei figli. Non sapeva niente di lei. Dal giorno che se nera andata via da quel posto l, non aveva pi scambiato con lei neppure un saluto per cartolina. Era andata via con la sua maledizione, aveva fatto di testa sua, aveva voluto organizzarsi la sua vita lontano da loro, dalla famiglia, dai fratelli. Ma come aveva potuto.
Adesso stava per arrivare ed aveva scelto di farlo due giorni prima di Natale, da sola. Senza il brunello. Senza neppure portarsi appresso una valigia. Senza figli, se ne aveva. La vedeva, non aveva niente in mano, solo un piccolo zaino dietro le spalle. Era sola.
Nino fumava aspirando grandi boccate da quella sigaretta che stringeva tra il medio e lindice della sua mano nodosa con dei grossi peli in molta evidenza e le unghia quadrate.
Continuava a sbirciare dietro le persiane.
Attendeva.
Aveva preparato la cassa, laveva collocata di lato allalbero di Natale, un po discosta dal presepio, ma ugualmente in bella vista. Quella cassa attendeva da ventanni, relegata in soffitta. Era la cassa di Matilde e nessuno mai laveva aperta dopo la sua partenza.
Sua moglie era ritornata, ne sentiva i passi dietro quel sottile muro tra la stanza dove si trovava e la cucina. Sentiva dei piccoli rumori ovattati, come di oggetti poggiati delicatamente sul tavolo. Sentiva anche il tossicchiare sincopato e quel vezzo che aveva sua moglie di raschiare la gola come per schiarirsi una voce che non usciva mai a modularsi in parole. Nannina era una donna silenziosa. Capiva che aveva portato da fuori qualcosa, sicuramente pensava di cucinare, per la sera, un po di pasta, qualche uovo. Non aveva perso labitudine, sua moglie, di far fronte al fabbisogno proteico della famiglia con le quantit di uova e legumi che riempivano la tavola di tutti i giorni. Nannina, adesso rimestava nella ciotola di plastica tuorli e albumi, lui, Nino, lo capiva dal rumore attutito e fievole del mestolo di legno che sbatteva sulle pareti rotonde. Ecco, cos anche stasera non ci sarebbe stato un pasto speciale. Non si sarebbe festeggiato. Non cera neppure tutta la famiglia in casa e Nino immaginava che Matilde di certo non si sarebbe fermata fino a Natale.
La cassa era sempre nellangolo. E lui non laveva mai voluta aprire nonostante le insistenze della moglie ma cosa stai l ad aspettare ad aprirla, tanto lei oramai non verr pi. Almeno vediamo che cosa ha lasciato.
Nino era sempre stato irremovibile. Gli sembrava che la figlia avesse diritto a quella riservatezza, a quella intimit che per tutta la sua adolescenza non aveva mai potuto avere. E poi lui non voleva veramente sapere. Non voleva sapere perch in un pomeriggio di sole invernale, come questo di adesso, Matilde fosse semplicemente uscita da casa con la sua borsa piena di niente, con addosso solo i jeans e una giacca di panno nero, sempre la stessa da quando aveva compiuto quindici anni, e se ne fosse andata via, semplicemente. Incurante della voragine dellassenza scavata dentro il suo cuore.
E adesso Matilde era qui, a pochi metri da lui. Nino, al di qua della persiana, non visto, la guardava: era sempre bellissima ma gi due solchi appena accennati agli angoli della bocca gli toglievano lillusione che tutto quel tempo non ci fosse mai stato tra loro.
Matilde arrivata , ha aperto la persiana da sola, infilando la mano tra le due liste di legno colorato, come era solita fare da piccola, aprendo dallesterno la piccola serratura: vede il padre - ne immagina lattesa - ritto, nonostante let e le ginocchia malferme. Accenna un veloce bacio sulla guancia scavata e ispida di barba incolta. Nino non ricambia. Chiama subito la moglie che accorre veloce con il mestolo in una mano e gli occhi gi lucidi.
La stanza al piano terra subito piena di quelle presenze. Il divano scuro appoggiato alla parete di destra sempre l al suo posto, con qualche squarcio in pi, da dove occhieggia limbottitura di cascame bianco. Matilde si siede col vigore della stanchezza, il divano traballa: niente stato cambiato, neppure la gamba anteriore rotta durante il trasporto distratto e frettoloso che i messi notificatori avevano fatto dellunico bene mobile pignorato, la Singer , che Nannina aveva ricevuto in regalo dal marito durante la sola festa di compleanno riservatale dalla famiglia.
Adesso sono l tutti e tre, Matilde seduta in quel divano, la madre di ritorno dalla cucina dove era corsa velocemente a lavarsi e mani per meglio abbracciare la figlia, e lui, Nino, seduto sulla sedia di sempre in attesa di spiegazioni.
Matilde vede la cassa, si avvicina, alzandosi da quel divano in sommario equilibrio, e si meraviglia di trovare ancora chiusa la serratura. Perch lhai portata qui pap, pens, cosa vuol dire questa messa in scena? Cosa pensi di trovare? Ci sono ancora tutti i miei libri di scuola e nientaltro. Potevi pure buttarla via .
Invece , avvicinandosi al padre, lo ringrazia di avergliela fatta trovare. Pens anche che lasciandola chiusa, lui avesse voluto rispettare in qualche modo la sua scelta. Adesso la cassa l e lei non sa che farsene. Non ha pi la chiave per quella serratura, chiss dove andata a finire. Nella fretta della partenza, non aveva pensato di portarla con s.
Chiede al padre di scardinarla: c una cosa che appartiene solo a te, gli disse.
Nino aveva ancora le mani robuste e forti e con un abile colpo di martello, portato velocemente dalla moglie, fa saltare tutto. La cassa si apre cigolando nei due cardini di ferro. E una cassa di legno, rinforzata da liste di metallo verniciato di verde. Un sentore di polvere si sprigiona dallinterno. Matilde prende dalla sommit della catasta di libri ammassati, una busta sottile, bianca, senza destinatario. La d al padre, gli dice tua. Porgendola con la sua mano destra, fredda, lo invita a leggerla, ecco neanche questo coraggio ho avuto, di lasciartela prima di andare, pensa.
Nino inforca gli occhiali, non vuole aspettare pi. Le lenti spesse da presbite allargano i contorni dei suoi occhi che riverberano luce di innocenza nonostante la vecchiaia. Davanti alla figlia lesse:

Villalba, 10 ottobre 1970

Pap,
lo so che maledirai questo giorno e gli altri a venire, dopo che avrai letto questa mia lettera. Ma non voglio chiederti perdono. Non ho nulla da farmi perdonare. Io adesso ho solo diciannove anni e tu, quando ti dissi che volevo sposarmi, mi desti uno schiaffo, mi dicesti che ancora non ero nellet giusta, che neppure la legge consentiva i matrimoni ai minorenni, che avrei dovuto aspettare la maggiore et, cio i ventuno anni, come minimo. Cos mi dicesti allora, che ne avevo solo sedici e andavo ancora al liceo, quel liceo che mi hai maledetto fin da quando ho iniziato a studiare. Ho cercato di aspettare. Di anni ne sono passati solo tre, non ce la faccio ad aspettare i ventuno. Il brunello, come tu lo chiami, ha molti anni pi di me, gi laureato, sapr bene procurare di che vivere a tutti e due, non preoccuparti. Lui sar un magistrato tra non molto, come spera, e non pu pi stare qui. DEVE andare via. E io VOGLIO andare con lui, perch lo amo, e perch non amo questo paese, questa terra, questa gente. Pap, io non la amo questa Sicilia. Voglio andarmene al pi presto e non posso pi aspettare. Non voglio pi vederti tornare avvilito dal lavoro, nei giorni in cui questa gente, la tua gente, non la mia, ti costringe a comprare il materiale edile per costruire le case che tu sai fare tanto bene, ai prezzi esagerati cui non puoi sottrarti, in cui questa gente, la tua gente, ti costringe ad assumere come lavoranti degli scalzacani che incassano senza fatica. Che anzi, la notte vanno a rubare tutto ci che possono arraffare, costringendoti ad acquistare sempre nuovi sacchi di cemento, nuovi conci di tufo, nuove impastatrici. E tu? Cosa fai tu? Tu lo sai chi sono i ladri, eppure non dici nulla, ti alzi al mattino allalba, e con i pantaloni rigidi di tutta la calce e il cemento che mamma non riesce a togliere con le sue sole mani, vai al lavoro dove ti ammazzi a spaccarti la schiena sotto il crudele sole dellestate, per portare a casa cosa? La mamma fa solo frittate e minestre di fagioli, anche la domenica. E neanche uno straccio di macchina da cucire pu rimanere a sua disposizione, quella macchina pignorata che ieri hanno portato via gli uscieri per venderla allasta chiss dove, la macchina con la quale lei ci faceva i vestiti che non poteva comprarci. Che fai tu, pap? Che fanno tutti i tuoi amici? Subite le angherie e i soprusi di questi quattro delinquenti di paese, a cui voi qui non volete dare neppure il nome,- perch la mafia non esiste, dite, e lhanno inventata quelli del nord e voi non sapete neppure cosa significhi-, ma che fuori di qui si chiamano mafiosi ,e che voi riverite con la coppola in mano ogni domenica quando andate a messa e il prete li accoglie anche in chiesa invece di sbatterli fuori a calci. Che fate voi, quando vedete calpestare i diritti dei vostri figli, la possibilit di farli studiare, che fate? Li portate con voi a lavorare perch i soldi servono, dite. Ma a chi? Non sono soldi per voi, quelli che tuoi amici e compagni, i vostri figli, guadagnano spaccandosi il culo ogni giorno o, come dici tu, buttando il sangue dalla mattina alla sera.
Io qui non ci voglio stare, pap, io me ne vado, che tu voglia o no. IO ME NE VADO. Oggi, subito. Non lascio pi passare neanche un minuto. Non ho il tempo di abbracciare la mamma e i miei fratelli, non so se tu lo farai per me.
Matilde

Nino, ripiega la lettera che Matilde non gli aveva consegnata al tempo della sua ribellione e guarda la figlia: una luce nuova la illumina. I suoi nuovi occhi vedono la casa, la moglie, i figli, il paese, gli amici, le strade, e si riempiono di lacrime.




Id: 65097 Data: 30/01/2022 20:30:59

*

Laltro amore

e la vide e lam
la rincorse la baci
labbracci la cull
e fece del suo corpo un mantello
la copr la scald
e in lei sparse il suo seme
lei fugg
la raggiunse la ferm
lavvinse e la picchi
e ancora laccarezz
e le sue ferite aperte
lecc e guar
ma lei di soppiatto part
lo abbandon.

E ancora soffr
il suo cuore cav
lo pest lo sminuzz
lo impast con la terra
del suo giardino e per sempre
lo zitt
e ancora and e altre
abbracci e baci
ma non sparse il suo seme
e pi non am
e invecchi ma non nelloblio
del suo stesso dolore
e disse: -muoio!-
e svan nel pulviscolo dalba
di un giorno dinverno.





Id: 65006 Data: 19/01/2022 19:05:03

*

Regalo

Regalo

 

 

Che grande regalo

m’hai fatto quest’oggi

Palermo!

Le lastre di grigio

selciato

scavato dai passi

di mille bambini

di madri abbronzate

dal sole africano

di facce olivastre

e turbanti di lino

di occhi bistrati

di donne col velo

mettevano in ombra

il grande sfacelo

dei marmi e dei tufi

di Ballarò.

 

Il concento di voci bizzarre

s’alzava di tono

al mio passo veloce

e non una voce stonava.

Nel grande mercato

in mezzo alle lingue diverse

dai suoni stranieri

discorsi fluivano interi

nei loro messaggi di vita.

 

Lo zenzero si mescolava

allo zafferano

e il pepe africano

inondava

di effluvi la via.

E intanto più avanti

odorosa s’offriva

una bianca pomelia

dai fiori striati di giallo,

e una rosa tardiva

intrecciava i colori

ai canti dei venditori

modulati nell’aria bollente

del  sole crudele agostano.

E la folla dei tuoi abitanti

intenti a comprare ogni cosa

fluiva scomposta  ariosa

in mezzo alla luce.

 

D’incanto s’aperse

Il portone

di Casa Professa:

le note sonore di un organo

vecchio di anni e di storia

si aprivano a chiunque

volesse sentire,

gli altari di marmi intrecciati

diversi per forme e colori

si offrivano a tutti

per niente,

così come sempre

tu fai coi tuoi doni più belli

e  inattesi:

li mostri al passante

distratto

e d’un tratto ti mostri

così come sei,

senza belletto.

 

Che grande regalo

m’hai fatto quest’oggi

Palermo

a non farmi pagare il biglietto!

 

 

 


Id: 37068 Data: 28/03/2016 22:01:35

*

Le bambine

Nell’una la tremula  lacrima

della gota rosata

si affianca al sorriso  luminoso

nell’altra il cruccio di diniego

a tutte le richieste offusca il riso

che non tarda a illuminare

gli occhi di stelle pennellati

con l’azzurro di cielo

urla e strepiti invadono la casa

per uno straccio conteso o per un gioco.

Durano poco i pianti

e l’infanzia dei profumi

stupisce l’aria intorno

e abita  il mio esistere

la vostra ilarità.

 

30 settembre 2012

 


Id: 29604 Data: 31/12/2014 19:14:35

*

Specchio

 

 

 

 

il volto che rimandano i bagliori

dello specchio sbilenco

mi guarda…

l’insulto del tempo

indifferente  non mi  ferisce

(l‘abitudine lenta  ai guasti preserva

da improvvisi stupori…)

è la meraviglia assente dall’iride

aperta a visioni ormai note

è la lascivia dei giorni

che incomincia adesso

a scavare nel fondo

e mi aspetta in agguato

ridendo sguaiata

del mio terrore.

 

6 aprile 2006


Id: 29560 Data: 29/12/2014 10:34:26

*

Sguardo

Sguardo

 

Se il tempo di vecchiaia

negare mi dovesse i miei ricordi

legandomi all’effimero presente

dell’oggi informe

e se una scelta

consentita mi fosse (una sola!)

il tuo sguardo eleggerei

tra tutte, padre.

Il tuo sguardo ridente da bambino

che accompagnò i miei anni

facendomi scoprire ogni mattino

la bellezza del giorno.

E nel nero della notte

il solo splendore delle stelle.

 

 

26/09/2006


Id: 29531 Data: 27/12/2014 17:28:44