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Raccolta di poesie di Carlo Ricci
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Settembre II

Poi a sera

dietro la schiena del giorno adagiato sull'equinozio autunnale

getto lo sguardo curioso in quel giardino del vicinato,

nel tramonto che imbruna, s'abbandona.

 

Sullo steccato abbandonato

s'imbrunano i legni curvi, quasi

stati d'animo ormai spesi,

così appesi ora

si guardano come per conforto; poi

tracce del giorno nel prato, sparse

e linee funeree

di grasse formiche nere

sperse,

uscite dopo il temporale.

*

Settembre

Il mattino, il giardino

oltre il campo, il bosco

quei fraseggi di rami che conosco;

paesaggi di burrasca

prima del rabbuiarsi del cielo, presto. Fa fresco

esco, e li avvicino;

è come se volessero ricomporre il giorno

una lesione del vento, un sasso rotto

l'incrinatura del Tempo.

Li ascolto.

*

Il giardino dei germogli in fiore

I palmizi ormai hanno raggiunto il tiglio

hanno più o meno i miei anni. Come allora

nel giardino dei germogli in fiore

ogni siepe ha un eco

ogni angolo ha il racconto di un giorno. C'è ancora il nascondiglio appartato

il sentore dei giochi spericolati, il mormorio attenuato delle ortensie

le corse sfrenate oltre lo stagno delle ninfee. Il ciliegio

dove m'arrampicavo e mi sentivo invincibile.

 

Ancora oggi ti vengo a cercare, e ancora ti trovo.

Ancora ti guardo. Ma

 

ora ti riguardo con la cautela del ricordo

ti sfioro con la leggerezza dell'orma:

ancora mi dice che ci sei passato, che non si è dimenticato

del tuo stare un tempo,

ora che il Tempo ci assottiglia e si fa insistente

mi ricorda che lì cresceva il tuo stelo esiguo.

Così ora ti guardo come si guarda la luna

dove tutto è nel medesimo languore.

E lo sguardo allora fugge l'ora che preme

e l'accorciarsi nella penombra, a sera.

*

Attraversiamo per i campi

Allora attraversiamo per i campi

senza lamentele

verso le colline accoglienti. Avessi l'accoglienza dell'erba

il suo dire di foltezza essenziale. Il colorato delle vigne. La sostanza.

Allora ti calpesto in semplicità

enciclopedica tribù di gambi mentre scoloro dentro nubi.

E ti sfioro nel verdeggiante: tu che tieni in grembo

i tuoi fiori, le gramigne. Infine ti onoro antica morbidezza,

antica sacerdotessa del crescere.

 

Tagliamo per i campi allora

senza cautele

a respirare il largo e il vasto del prato; l'erba ci chiama

a raccolta al nuovo vanto di primavera. Noi lemuri

nel massimo sole d'inverno. Allora

 

poniamo gli scheletri nella terra umida

nella goccia espansiva che sgorga alla pozza affiorante.

Nello scrigno originario. Ritorniamo dunque a essa

specchiandosi nel nostro essere sequenza corrotta.

 

Immoliamo le lunghe barbe bianche

per acclamazione.

Le chincaglie

i moti rivoluzionari dei pianeti

le spine dorsali rattrappite. Le anticaglie.

Con la gentilezza in mano, in equilibrio aneliamo.

Alla semplice erba. La saggia.

*

Magari pioverą

C'è una strana calma d'aria umida diffusa

magari pioverà

forse è meglio prendersi un caffè.

In punta di piedi camminando lentamente

il silenzio ci raggiunge, fa figure sul muro

ci pone nel geroglifico immoto di un ricordo

un fruscio dove restiamo come anime vaganti

sempre in attesa che succeda qualcosa.

Se usciamo fuori i rigagnoli della parete

un cielo ingombro ci parlerà.

Sono certo che un cielo come questo

ci parlerà.

*

Dove restare

Si cammina in bilico

verso un punto che chiama

schivando i silenzi di ogni cellula. Siamo rimasti qui per secoli

ai crocevia

nei bordi delle strade sui cofani delle macchine

a studiare le mappe per non precipitare

ai lati indizi d'esistenze fittizie, di nature morte.

Le curve sembrano cancelli chiusi verso l'oltre

come a dirci -su quali cardini viriamo?- Eppure

avevamo carte sicure a indicare i grandi laghi d'occidente

la posizione certa dei venti

ma i contorni stanno scomparendo;

adesso

ci sono ombre cadute sugli occhi.

In fondo un ponte come se si gettasse sul mare

dove vorremmo proseguire, dove

non saremo raggiunti. Dove restare.

*

Resti

Resta questa volta celeste

dove c'è un eco che si fa essenza

la giusta compensazione che dalla corteccia del mondo

giunge qui

e dissolve in una poesia che guarisce

acquieta il rumore delle cicale

che alza dallo stagno questa stagione spoglia.

Erano le undici

e si varcava il limite della notte

quando tutte le ombre tornano nel placato

s'appoggiano alla maniglia che gira le porte dell'infinito.

Restare lì, in quel luogo senza età.

*

Ringhiano le strade

Intanto ringhiano le strade

imperi di lamiere

scuotono i tombini i metalli tirando il freno a mano

scatta il rosso

ora si sta per un po' in agguato. Lo sbraito

dei semafori dirige l'orchestra, ma è

un giorno qualsiasi

anche oggi il benzinaio è aperto, l'edicola

sfodera i giornali. Anche oggi

puntualmente

va in onda il reality. In fondo

 

questa città ci ha voluto bene

ci ha dato tutto il suo asfalto -Io

vi ho inventato- dice -vi ho dato a tutti il numero

per la fila alla cassa.- Questa città

ci conosce, sa i peccati di gola -ognuno

avrà il suo turno- ci dice

con voce soft.

 

Ogni angolo di strada ha strappato qualcosa

ci sono occhi appiccicati dappertutto

tanto ormai a cosa servono

presto saremo bendaggi telecomandati

dalle nostre menti in esilio. Noi saremo in alto

supremi nell'elenco

pura elucubrazione

e da dietro i vetri vedremo i corpi lasciati a se stessi girovagare in tondo. E

senza rancore, li saluteremo.

*

Questa cittą

Queste strade ci hanno consumato le suole

tra i rivoli delle pedonali

in quell'antico profumo di basalto

qualcuno sbuca dai tombini e ci rammenda le facce, ci dice

che sta lì solo per caso a osservare il paesaggio

di sguardi che non si aprono. Ciascuno

porta dietro soltanto il suo allontanarsi, è un sabato qualsiasi

l'eco che ci porta uscendo dai muri

dove le sillabe alloggiano mute.

 

L'abbiamo attraversata tutta, per spigoli

per squadri

ci hanno detto i numeri degli anni che si compiono

a staffilate oppure arrancando. Ecco come

ci porge i volti

come strati di luce e ci siamo stati a mozzafiato

nel conto dei metri misurati con l'impazienza che ferisce. Perdurare

ci fa terrestri

in questo girovagare con il volto solcato dentro i fascicoli di ogni isolato.

Dai vicoli poi per finire impaginati. Una carta.

Una carta color opaco quello che ci resta.

 

Questa città potrebbe anche esserci clemente

abbiamo seguito le sue indicazioni, i suoi consigli pubblicitari

a carponi andando per i cunicoli

poi in cima alle rocche

come tante gocce

che innervano le svolte al sedimento. Forse

ci potrebbe anche sorridere

questo luogo percorso migliaia di volte.

*

Una goccia sul ramo sfiorato dal vento

Alloggiamo in un intermezzo infinito che scorre

da un terminale all'altro

un corpo tenue eroso dal vento

molteplici gesti e un riflesso acqueo sopre le foglie

il tormento dell'aria e dell'acqua nel vorticoso fiume. E rammendiamo facce

con decadenti linee nell'erba che ondeggia dietro ordini complicati

dove si avanza lenti.

 

Resistiamo in questa inesorabile accortezza mentre

attraversiamo pozzanghere ai bordi del marciapiede

come se tutto s'immobilizzasse nel fotogramma

dove ogni cellula che rimane impressa sfugge

e si disperde nelle direzioni tra il blu cobalto che fuoriesce dalle pietre

portando fiori, portando sibili

andature lievi.

 

Siamo dentro le cose come dentro cappotti

seduti sulle panchine a vedere la pioggia cadere

superfici lucide per ogni stagione che si ripete

impaginati sulle pellicole opache quasi come teoremi irrisolti e si vorrebbe

anche se non si può svanire

nel leggero tremore di una goccia sul ramo sfiorato dal vento

come il pallore festivo quando attenuato

scende.

*

Qui sempre si torna

Alla radice, qui sempre si torna

negli equinozi

nei cerchi d'acqua dissipati nel vento

spossati naufraghi del tempo

buttati dagli oceani resistiamo nei nostri racconti minori

sui muri di provincia. In fondo

sagome strette derubate di poco.

 

Ci fu consegnato, una volta

l'odore del mosto cinto nei casolari

dal grido dei papaveri. Erano sillabe

quelle stesse che ci hanno tenuto nel verso

e ci chiamano comne atti di forza. Qui

abbiamo preso parola. Qui siamo.

*

Sorgi aurora

Può bastare aprire la vetrata, scostare le tende

e aspettare. Allora

 

sorgi aurora

dalla vasta visione d'oro d'oriente

per la grande cavalcata. Cresci valchiria dalle chiuse dei monti.

Vieni a noi dal nero

dalla fiaba, dai giranti del cielo. Vieni a noi

al rosso, alla rugiada. Ai pascoli occidentali. Vieni

cavalcatura bionda

per la favola in attesa

bordata di luna. Adesso vieni per l'avventura e apri

le serrature del silenzio

con capelli folti.

In questo nascente giorno randagio

vieni indiavolata

con il fuoco delle comete.

Nel nostro andare sbandato, dea sanguigna

spanditi per le arterie del mio mantello.

In semplicità, vieni. Io ti vengo dietro.

*

La forma del Tempo

Può sembrare strano stare lì a caricare l'ora

ancora a girare la chiavetta nel segreto dell'orologio

a districarsi di soppiatto nel vecchio arnese art déco che ruggisce d'eterno

sull'impalcato. Ma forse è questo retaggio antico

d'introdursi nell'irrisolto del meccanismo cruento

che sta lì come in un nido al sicuro a covare dentro e lo vai a stanare

come un trofeo d'attaccare alla parete

lui che sta lì in disparte e scruta come un satrapo ottomano

come se con distacco reggesse il mondo, da oriente. Ma

ci tiene per il bavero e allora non ci resta

che sbirciare nell'atto

il problema irrisolto di noi abitatori d'occidente

impantanati sull'asse orizzontale, nei cruciverba tra lo Spazio e il Tempo.

E forse è questo

sadico e cruciale roteare nella piaga che non cicatrizza

l'enigma

che ci lega indissolubilmente al nesso.

 

Però se hai

il contatore digitale ti precludi il legame diretto

con questo assioma maledetto.

*

Lontananze

Devono essere mute le lettere che ho inciso

nella condensa della vetrata

visto che non è passato nessuno. Per indizio

ho lasciato un calzino sulla porta

come a dire qui c'è qualcuno

che sta facendo un caffè, prende una gassosa. Che

ha rimesso in piano i bastoni delle tende

ha ridato un po' di smalto alle prese del citofono spente

mentre sopra si sente un rumore di doccia e sbattere qualcosa

ma forse

è il quadro del mare sul muro che risciacqua un grumo di sabbia erosa.

Al disco poi passano un brano che non si capisce niente

forse è solo un po' di polvere sulla testina del grammofono

forse è solo un rimasuglio d'afasia. In ogni caso

non aggiunge nulla al dunque della contesa

la questione è che forse non voglio essere collegato al mondo

in lentezza di connessione o forse

c'è un principio d'amnesia.

O forse non so. Infatti

 

avevo scritto HELP anche se un po' sbiadito

ma soltanto alla fine del giorno ho pensato che abito in campagna

dove è raro che passa qualcuno

per il lungo del prato.

*

La notte

Eccola la notte, divarica le gambe

può sembrare una cosa buia, un luogo

appartenuto ai sepolti

stesa sulle tempie dei fantasmi

dove batte il cuore dei perduti. Siamo dove

 

non ci guardate in un abbraccio lungo senza luce

consegnati a una rovina irresistibile

l'unica che ci comprende e ci aspetta. Dove

precipitare. L'unica.

*

In questo andare sparso per le ore

E' così residuo il tuo persistere

sulle stese dei colli che ti fanno circo

e sottovoce ti parla il torrente di vertigini

e tenebre? Qui dove

 

nascondo i volti e sfuggono le cose

ho accatastato giorni

tra questi suoli solidi e immoti. Dove le contemplazioni

sono alberi immensi

perfette le atmosfere e le stazioni.

 

Sono lontano, lontana

è ormai la strada delle luci

e m'inoltro per gli sterpi; sono nei rami ora

 

tutto il mio esistere

è di queste gore

 

e in questo andare sparso per le ore

 

soltanto foglie: sento i prati

i papaveri, i temporali.

*

Parlami con voce umida

Parlami con voce umida

con i tuoi barattoli

travasa per le crepe delle anfore. Vieni

pioggia

 

conosco la tua lingua. Lo sbuffo

il tonfo lo strillo

la mistica argilla che porta. Sto al gioco battagliero

alla folle corsa precipitata. Allora

 

sto nella pioggia

nel suo odore avido. Voglio stare

nel tuo essere subbuglio

e da dentro la mia acqua ti reclamo. Ti reclamo

dal mio sangue placato. Allora tu vieni  in alchimia liquida

a saturare il taglio

con aghi di stilla. In accoglienza

per te aprirò sempre la mia dimora

alla danza battente.

Alla furibonda venuta.

 

*

Questo giorno che arranca

Questo giorno che arranca

è come annegare nel fisso del muro

in un cantone di luce che raggruma. Rovistare

per ragnatele a scardinare

serrature di buio. La spaventosa fissità

dei rottami.

 

Questo giorno che arranca

è come frequentare luoghi chiusi di stanze. E

non ci sono distanze

nei buchi delle cantine, ora navigo nei rifiuti di vento

del mio vascello fantasma. Annego di Tempo. Oggi

sciacquo il vasetto dell'olio. Faccio e disfaccio il guardaroba.

Mi rimetto a parlare col pescetto rosso. E'

 

questa poltiglia collosa la gronda

dove ammucchio il fogliame. Poi d'improvviso

si alza il vento che dice -Non temete, vi porterò via.-

Disse il vento che s'alzò dal greto del fiume.

 

*

La primavera che tarda

La primavera che tarda

è un esilio di finestre chiuse. Le pareti

del caseggiato sono un po' scrostate

una voce da sotto chiama. Va sù per la grondaia

ma c'è un rispondere nascosto. Dov'è il rampicante

che ricuce le crepe del trascorso? Nessuno

 

esce a sgrossare il silenzio

in un rinascere che smuova le cose. Il glicine

è ancora un rameggiare lento

e stiamo qui a raccogliere un accenno. A lanciare

un sasso sul vetro. Sei tu, aspettanza

 

quel lume sull'abbaino

che brucia così piano?

*

In quel lasso che l’imbrunire

E sto qui, a te frontale

a osservare il tuo enigma di ombra.

 

In quel lasso

che l'imbrunire volge a sera

e gli alberi diventano neri

e la collina una sagoma minacciosa. Forse

è per questo che c'è voglia di scappare e gli animali

tornano alla fossa e l'ora

si fa disadorna

e il paesaggio inospitale. Nel lieve stacco

 

siamo a vacillare

nel corto di noi

con passi di tedio e niente più ci consola.

Per fortuna

il crepuscolo è un durare breve.

*

E intanto il vento

E intanto il vento

si fa sentire con voce grossa.

Sbatte con l'artiglieria di montagna

le alberature, le prende a secchiate. Calpesta d'acqua

la campagna e la scuote. E questo

rumore di vento

è come una mura di procella che spiana boschi

atterrisce animali

sciupa gli addobbi delle case.

 

E mi fa fare pensieri di nuvole annerite

ora che la notte scende dalle alture

e con dita di ghiaccio snerva l'erba e spaventa

le primule appena nate.

*

Universo

Perché sei così lontano?

 

Vorrei parlarti

racconta il tuo arcano

-ce lo devi!- Sono qui

prostrato, all'ascolto.

Questa polvere

così vicina

straziata

non ha più ombra,

è già scritto.

 

Vengo a cercarti

la notte

su questo prato desolato

nel tuo rumore

che mi accolga

al vago errore, e

seppur corto

duri abbastanza

da illudere un altro giorno

che avanza.

*

Marzo

Guardo al passaggio invernale

là in fondo nell'aria c'è un bosco

contenuto nel suo volto di velluto, fosco.

 

Vi cerco foglie che non ci sono

impagino brani ancora spogli di me, che non conosco

 

bianco è questo foglio, dentro

non escono parole, ma rami del tempo vuoto.

 

E ancora tracce d'inverno

nei prati rilassati dal silenzio

dietro strami di foschia, al centro

il mio paesaggio e malinconia

 

dove vorrei crescessero parole e arbusti

mentre lo sguardo s'allontana su quel foglio

che fugge

nel transito, verso l'ora nuova.

 

Ascolta allora il rumore del bosco.

Ascoltalo con gli occhi dei rami

è come un singhiozzo; la luce, a Marzo

non è ancora un taglio nell'ombra

e quanto cielo d'inverno è passato

fra fronda e fronda, se il cielo è una ferita

ancora aperta, tra radice e foglia. Ma ora ho riunito

tutte le foglie nel vento

e guardo al ricordo dei giorni del freddo

del sole velato, dei graffi ruvidi e d'ogni spiegazione raccolta.

Così torno nel rumore del vento, da dentro

sfoglio il lento soffio d'Aprile.

*

Passaggi invernali

E' deserto chiarore dentro quest'alba d'inchiostro

come una valle chiusa di silenzio; fuori

il giorno giace, germoglia lenti confini

di vacue brine, è brusio fugace.

 

Lembi di prato, il telo del gelo e oltre

un velo di bruma

il bosco ritagliato; più in alto

un taglio di cielo, l'odore del risveglio nel profilo del borgo, poi

più in là grovigli di colline

ancora un po' accigliate, e molto più in là

oltre il margine del foglio

lamina il mare.

 

Poi convogli di solitudine

le nuvole, forme di silenzio, nere.

Scende. E' pioggia oggi.

Cadono le ore sulla schiena del giorno

che s'incurva

ed è un suono sordo, sottile

e gocce, cadenze di parole nel rumore.

Il prato intanto si riposa, ascolta.

L'erba, le foglie in un walzer di vento là

nel passaggio stretto

un faggio colto impreparato s'adegua

si attiene alla forma dell'acqua, si piega;

nel fiore nell'attimo un insetto

misura la saggezza dell'acqua

modifica l'assetto, riaffiora.

Come in un paesaggio netto, anch'io fuori

nel passo dopo il passo che misuro;

allora smetto, rientro in me

e in questo momento

in questo miraggio, in questa pioggia, resto.

*

Laghi mari oceani

Il lago sta nella forma circolare, specchio

del momento in me e dentro

il cielo è un riflesso essenziale. Poi isole

al centro, nel silenzio

come forme affievolite di se stesse

talvola nuvole lattee, talvolta

linee brevi, di onde.

 

Il mare è come un modo di essere

solo, bastante; sta in me

attraverso gli occhi, incagliato.

Tra me e il vento, solo il molo

e ogni onda è un attimo preso

al tempo, e allo stare, io dentro

come una terra emersa dal giorno

senza nome, tra abisso e il cielo.

 

Il mare è una dimensione orizzontale: si sta

appena sopra la superficie, rarefatti.

L'oceano invece

non è solo un'acqua più grande, è uno spazio

denso, massivo, inconcepibile. Ed è

spessore, come un luogo

delle cose grosse, uno spazio eroico

più difficile da attraversare.

*

Il segreto era chiuso nel labirinto

Perfetta era l'era dei cunicoli oscuri,

 

delle piramidi.

Il segreto era chiuso

nel labirinto. Là antiche divinità celavano

il segreto del Tempo e

dello Spazio. Gli Dei saggi

non l'avrebbero mai concesso ai mortali

in gioco c'era il potere sul Mondo.

 

Ti avevano lasciato il Tempo invariante

senza complessità, scorrere immobile

nei giorni inesatti.

 

Nei cerchi di pietra il monolite

era la cruna dell'universo.

 

Ti avevano concesso la linea simbolica

la superfice piatta

la semplicità senza profondità.

 

Tutto è cambiato poi. Quando

 

hai ucciso il Minotauro

risolto l'enigma del labirinto.

Così sei diventato il sovrano del Mondo.

*

Gennaio

Solo forme rilassate e l'aria è densa, fuori

l'inverno ha tracciato i confini con gli occhi della neve

 

ha preso il posto delle cose

 

e le ha messe sotto, nel silenzio

e un foglio bianco.

 

Dentro la stanza l'aria è ferma, e c'è silenzio

come un giorno senza nome; le cose stanno lì

tra me e la neve

senza accento.

 

C'è un foglio bianco anche sul tavolo

e il futuro,

e altre cose semplici;

cerco di dare un senso, scandaglio

la geometria del luogo

in ogni dettaglio: un libro aperto

 

il portacenere occupato, righe e righelli

libri chiusi, la serie delle penne

messe lì a ventaglio,

e l'ombra tagliata

 

della luce

vicino al sigaro fumato.

*

Sui viali dell’inverno

Così il Tempo s'invola

nei tanti minuscoli stridori

 

e ora che l'erba accosta le rovine

d'un estraniante dopo,

 

quali ripari vado cercando

sotto l'ombra grande dei ciliegi

se i passi sono

 

rami

foglie

e massi

 

dove patteggio il mio elidermi

 

casualmente.

E sui viali dell'inverno

 

cui poggia eroso il Mondo intero

procede esatto

 

lo sguardo millenario

della pioggia.

*

Guarda quei giorni

Guarda quei giorni

estinti

 

parcheggiati tra le rovine.

 

Poi

questi strani giorni

verso

una casuale fine; e il tavolo

 

è levigato a notte.

 

Segui ancora il torrente

intatto

che avanza luminoso nella boscaglia;

 

questa carne, e questo corpo

vegeta sinuoso

nella sterpaglia.

*

Immutabilitą (nella terra desolata)

Le meridiane non hanno più ombra

da effondere

nelle dune consumate e inerti

nelle spiagge erose

nei labirinti ancora aperti;

 

le clessidre non hanno più polvere

da sparpagliare

su sabbie immobili,

nei labili ritagli

in atonici deserti

 

e avverti

 

attoniti orologi d'oniriche torri d'argento

non aver più ruote dentate

da dissipare

negl'immaginari ingranaggi

di un asfittico laconico movimento.

 

L'essenziale organismo meccanico

non ha più pesi da lasciar cadere

nella staticità

di un etereo magmatico insabbiamento,

 

e non vi sono più parole

da disarticolare

all'avanzare di un esistanziale enigmatico Tempo.