chiudi | stampa

Raccolta di poesie di paolo massimo rossi
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

La lettera

(Quando non c'era Internet per comunicare).

LA LETTERA
La lettera che aspetto mi porterà i tuoi segni
io li conosco e riconosco ogni volta e vorrei
abbandonarmi all’idea che in essi sia chiaro
il suono della tua voce.

È un desiderio infantile io credo leggendo
che il segno porti alla voce e questa
a un gioco ripetuto di parole.

Sempre la grazia di te mi riempie
Guardando il foglio teso e segnato
Da parole cariche della tua fiducia
il rapporto tra noi e lo spazio ed il tempo.

È questo il desiderio che leggo nelle linee
veloci e angolose a cui affidi sicura
i suoni lenti ed ampi del cuore.

*

Specchio di notte

SPECCHIO DI NOTTE

Pensieri come specchio
su un vetro buio di notte.
A un tratto strani presagi
e tutto si muta.
Forme visioni parvenze incompiute
perfette nella loro inconsistenza.

*

Deserto

DESERTO
Tenda immensa di fumo di canto
di sguardi sfuggenti o attenti glissando,
meandri di musica ignota a Descartes
in ritmi non ricevuti per grazia,
ma venienti da profumato e antico
giardino che notti portatrici di fiabe
crearono lievi per Ravel o per Grieg.
Movenze di sensualissimo flesso,
illusione a occhi inadatti a capire
i lascivi e obliàti abbandoni
assetati di primitivi piaceri.
Si avvicina, mi guarda, mi ascolta,
mi sfiora con artigli dolcissimi,
privi di sangue, lievi e leggeri
lontani da laceranti ferite,
ma usi a languide tumide labbra.
Giri di vesti, colori di erbe
di rosso e viola, il fuoco che brucia
rivela a me Zoroastro, a me solo,
iniziato in periferico cerchio,
umile eppure sfrontato a cercare
ombre stordenti di complici odori
in una glabra e umida seta,
impudica offerta con sguardi di brace.
Ed è dolce affogare – farò a meno
di ogni respiro, mi nutro di umori –.
Un solo strumento in armonico suono
accompagna la fiamma danzante,
mentre il mondo intorno si offusca e si scalda
vagando come assenzio stordente
in languide ingovernabili ebbrezze
che si svelano per dire sì sempre sì.

*

Oriente

ORIENTE

Questo spazio infinito
questo odore di sabbia
questa luce accecante
questa spada di Allah
questa Aden lontana
questa morte di Paul.
Non salirà sino al cielo
l’immeritevole scritto
solo mia l’emozione
imperfetta coscienza.

Dasht-e-kavìr, dove l’acqua svanisce
di timida vergogna per non offendere il sole,
la terra segnata, l’agnello sgozzato
e un’ombra nera di donna iterante,
incerta e sicura in marcia ed immobile.

Questa strada a Marùn
questa origine vaga
di fuochi eruttati
dalla terra profonda
manomessa dall’uomo
malusata nel mondo.
Notti abbaglianti
guida per le stelle
i nomadi ignorano
la strada è già nota.

Villaggio di pietra dove vita è silente,
dove il creato ebbe il suo inizio non detto,
non avvenuto ma senza dubbio creduto,
l’entropia nelle parole in sequenza
acquieterà le afasiche credenze di tanti.

Quelle volte sonanti
quell’odore di erbe
quel pavimento invisibile
quella porta nascosta
quel portone immanente.
Un sottile confine d’argilla
che la strada ferisce
dal bazàr sino al sole
da rumori indistinti
al suono certo del vento

*

Le facce della notte

Aprirai la finestra
E vedrai nella notte
Come attonite mummie
facce bianche di morti
che dalla fossa parlano
immobili al buio.

Ebbero un’anima
Che in silenzio attese
credule felicità
e provvisori affanni?

I loro occhi ciechi
Ignorano degli altri
Il silente dolore.
Ridono quelle facce
Notturne sfigurate
nell’attimo di un vuoto
che fu ultima paura

*

Segreti. Gelosia

Segreti.
Gelosie.
Vezzi da collezionisti di masochismi e bugie
intrecciati a confondere tracce labili d’amore.
Affari d’amore.
Languidi romantici sms a inseguimento
o biofisici approfondimenti?
Chiedo: la solitudine dell’anima può convivere
con la frequentazione di sensi assetati?
Impari è la lotta tra le parole viaggianti nell'aria
e gli sguardi e le carezze di corpi protesi e vicini a toccarsi
ognuno a offrire il proprio pudore
all’impudore dell’altro.

*

La notte

Era troppo tempo che non uscivo di notte
a percorrere strade note solo a memorie irreali.
Ho scritto, una volta,
che i nottambuli sono sempre gli stessi.
Non so, più nessuno conosco,
se il mondo è deserto hanno avuto paura anche loro,
gli ultimi della mia razza.

E mentre il tempo è indolente
un altro mondo esiste,
asciutto e pulito, in cui vivono
ora e forse, tutti quelli
che furono sconosciuti compagni,
se chiedono ancora, se sognano,
se le passioni guidano i gesti,
se le membra e il cuore hanno
dolcissime la culla ed il letto.

Ma oggi sono fuori
Per cercare ancora di me,
guardando riflessi confusi
ascoltando rumori argentati,
forse veloci, forse brillanti:
sarò bersaglio da colpire di fronte
o da ferire, uomo in quel mondo,
con dardi come strali di parole.

Era tempo dunque che uscissi di notte
a percorrere luoghi già usati in ritorni d’inverno,
e non importa se i nottambuli
più non sono gli stessi,
ecco, qualcuno mi è attorno
nella strada che è segno di attese,
è desiderio di vivere il loro,
- quelli di una nuova razza -.

*

Sera d’inverno

Mai è stata sera d’inverno così
Immobile ansia sulla mia pelle
Io sono l’ombra che si allaccia in silenzio
Quasi compagna che illude e corrompe.

Mai è stata sera d’inverno così
La luce è debole e fredda nelle mie mani
Usta di sudario in lattiginoso celarsi
Speranza e salvezza ai miei sensi in attesa.
Non ho freddo perché in me nasce
Un greve dominio di gelo in agguato
E non mi copro perché sono il vento
Che come materia riveste gli oggetti.

Io sono infine gli oggetti creati nel nulla
E che dal nulla ritornano al mondo
Nell’ora di nebbia densa e avvolgente
Che si affanna a velare il tramonto.
Allora mi perdo in un’ombra tranquilla
Mentre non ho più la coscienza
Del corpo tediosamente assopito
Un nulla, un irrefragabile sogno
Che a volte silenzioso mi vince.

*

Il buio nell’anima

IL BUIO NELL’ANIMA

Nell'uggia d'inverno
Piove frusciando
Sul mio volto segnato
Da una smorfia ghignosa.
Nella cornice di nebbia
La pelle tremula e nuda
strozzata dalle spire del tempo
Pallida sparge il suo pianto.
Un affanno, un richiamo
Una voce che trema
e che aspra minaccia
Mentre roca m'insulta.

*

Omaggio a Léo Ferré


OMAGGIO A LÉO FERRÉ

Ti ho incontrata per caso
- in un dove o in un quando
questo non importa -
senza sapere
se ci si è sfiorati
se ciò risponda al vero.
Si è portati a credere
o a sognare di una storia antica.
Ma se quando parli sorridi
quel dove e quel quando
vivono di propria e leggera
sensualità di bellezza creatrice.
Non dirò dunque di bohème
non dirò della mia vita d’artista
ben altro lirico sguardo
ne ha cantato un dolce
violento e anarchico
irraggiungibile vivere.
Io per te amando te
ne ho scoperto il sognare
il suo costruire uno stampo
per i mortali che cercano
e che forse troveranno
se fede albergherà nei cuori

*

I portici scuri

Mi perdo sotto portici scuri
specchio ombroso del cuore.
Un’altra notte mi aspetta:
fantasma che agita il sonno
della voce muta nel petto
eco al mio andare
ansia di poter dire di me
nell’altalena tra nebbia e chiarore.

*

In assenza di suoni

IN ASSENZA DI SUONI

Torno ancora e non vedo
Il paese mi accoglie
con attonito inverno.
Qui vivrò il mio non detto
Il mio non avvenuto
Sogni fermi in attesa
Delle voglie sospese.
Torno ancora e non vedo
Nel paese che aspetta
Il suo tutto incompiuto
E col tutto i morbosi
Vagheggiati piaceri
Del corpo e dell’anima.
Mentre vita fluisce
in assenza di suoni.

*

Andando, correndo

ANDANDO CORRENDO

Andando
Correndo in tondo
Sospinto dal vento
Stordendo i pensieri
Derviscio anelante
Fanciullesca vertigo
Per un riso innocente
Aperto e sognante
Di ebbrezze future
Di irraggiungibile
Perfetto assoluto
Falsificabile vero
Segno obliàbile
Di rarefatto sentire
Che quel vento
Consunto di sé
Implacato violenta.

*

canto quinto Nuovo meretricio

CANTO QUINTO

(NUOVO MERETRICIO)

A volte le parole, per vanità
Meretrici, si svendono in enfasi
Sottomesse a lacrimevoli sensi
Invano tesi a commuovere cuori
Con velleitari e pretesi languori.
Esse, mostrando artefatti belletti,
Posson tradire ogni amorsofia,
Avvilire ogni dodeca, ogni
Epta, ogni decaritmica sillaba,
E pendule di romantici trimetri
Infiascarsi in alessandrini d’accatto.
Sì che il Cielo d’Alcamo, in tanti, e
Con invidia esiziale, proverebbero
A umiliare con barbare rime
In calligrammiche infìde fattezze.
Ma può accadere che la notte infine
S’accenda, Polimnia danzi con Clio,
decapiti gli ecolalici suoni,
S’inveri in nuove inattese armonie
Allor che la vanità parolaia,
Fluente nell’accattonaggio dei like,
offra un’utile morte a se stessa.
Si ruppe infine la diga e il torrente
Increspato di candida spuma
E padrone invece del proprio fluire
Mai rassicurante decise per sé.
A vera poesia s’arresero
Gli scortesi profanatori dell’essere,
Allor che i versi sviliron le rime
Tra cuori e lacrimevoli amori,
Per cercare una nuova modernità.
Quella tornante da ere passate,
Come accadde per l’oca felice
Che i parisiensi modi permise,
(Furon le penne a uccidere il calamo).
E tempo arrivò che un nuovovecchio
poeta chiese a un ultimo sogno
Se mai Jack da backroad sarebbe tornato
A fustigare i cultori dell’enfasi,
Color che rimano mare con cuore,
Che usano il pallore lunare per
Sedurre e ingannare le anime illuse.

*

canto quarto I cammini del desiderio

CANTO QUARTO

(CAMMINI DEL DESIDERIO)

Musici sognatori concertano
In flautati e incrociati accordi,
fantasie che l’anima accarezza
In attesa che fiamma lunginante
Ecciti, in un vagheggiato fuoco,
Lo stupore di bendisposte vaine,
peraltro non eiaculate ancora.
Libertà di scendere o bruciare,
Tertium non identificabile,
Sarebbe illusorio salvavita.
Intimità di sospirati amori
E irreprimibili ingenuità del cuore
Ansiose chiedono risposte invere,
ma a quale richiedente grazia?
Diffida o vanìloqua dialettica?
Ora, l’ermeticamente usata lingua,
Tra desideri materialmente
Mutanti e cadenze artificiose,
tocca e usa con sale e lacrime
un indagare vacuamente invaso.
Vedere per godere, guardare per
Capire, come delacroce fece
Allor che in Sardanàpalo morente
Mostrò un annoiato ghigno rivolto
Alle sue donne nude e in lacrime,
Allacciate a eunuchi e nuovi amanti.
Ma tutto potrebbe rivelarsi come
un finto seducente happening,
un universo che dal nulla erompe,
specchio di umane e risognate ombre.
Musicale trio in blu maggiore
Accompagna l’onda del desiderio
Là dove febbrilmente aspettano
sensuali sguardi e casuali amplessi,
Morbose pulsioni erotizzanti,
E voglie di epitelici abbandoni.


*

Vorrei dirtelo stanotte

VORREI DIRTELO STANOTTE
Vorrei dirti stanotte
Parole che non ti ho mai detto
Erano dentro di me
E non le conoscevo ancora
Per dire che ti cercavo
E non potevo più aspettare.
Vorrei dirti stanotte
Che volevo sentirti vicina
Per affidarti i pensieri
Che oggi ho scritto per te
E ricordarti che cercare e pensare
Possono vivere insieme.
Mentre i nostri passi notturni
Raccontano di noi
E vorrei dirtelo stanotte
Con parole a fior di labbra.

*

Canto terzo

CANTO TERZO

(PANTA REI)

Inverato in sinusoidali e impazienti curve
L’ entropico orizzonte di euristico trovare
albeggia in vagheggiati compimenti.
Allor che poesia fecondò intatti grembi
invalso fu il fondato immaginare
che l’anima racchiuda l’intelletto
e destinata sia a soffrire se glissando
dimentichi l’offerta d’un intenso affetto.
Ma l’abitudine può ucciderne l’afflato
preferendo un oscuro male senso
allo stile d’un’onesta conoscenza,
sì che l’anima nel rogo d’una pira
bruci e in aria si dissolva come fumo
in attesa che il freddo la riaddensi
e l’irruvidisca in stoffa sulla pelle.
Passa il tempo e il work s’attarda nel suo progress
Mentre l’ansia può generar sconforto
e a volte il malinconico supporre
che sia un vuoto sospettare il vostro,
mad words miei cari e mai perduti masters!
È così che il tempo fuggendo passa
Ineffabile in un muto divenire
allor che cerca in ricordi amati
la desiderata promessa del fluire.

*

Omaggio ad Archiloco

γλαΰκ` ορά βαθΰσ γαρ ήδε κΰμασίν ταρασσετάι.
(Omaggio ad Archiloco)

Guarda Glauco
il ribollire del mare dal suo imo invisibile
dove un immobile buio dalle inerti sonanze
ancora può unire Creta con Lectis,
là dove il tempo si erge a mito e memoria
di un labirintico andare in altri sognanti viaggi.

In quel mare violato da nuovi profananti rumori
forse ancora resiste un silenzio e un ricordo
di umanità non corrotta da luccicanti bisogni,
eppure ancora protesa a conoscenza e virtù,
inobliabili guide per futuri creatori di abbagliante poesia.

Guarda dunque Glauco,
dal tuo mondo di antica lirica e poetica voce,
guarda là dove quel mare ostinato
sembra fermo in attesa di nuove speranze e di accecanti ritorni,
e che il tuo sguardo, inconoscibile ai più,
sia infine senza perdono.

*

Il bagno del mago

IL BAGNO DEL MAGO
Bagnandomi nudo nella vasca
ho bevuto dell'acqua saponata
Verdolivastra all'apparenza
Nutriente rituale
Magia sperimentale.
Stupori sensoriali
di bolle in rapporto di pressione,
mi solleticano arcane e
qual gorgoglio di temperato magma
mi fan trattenere la voglia d'orinare.
Allora
Acquezzando i voluttuari
Sogni di banale transitorietà,
e di acidula pienezza colorati,
ridicolizzo l'immacolata umidità.
Così mi vidi,
Occulto e riservato,
uscendo (non più in braccio)
freddo gocciolante
di un giorno di piacere
di un uomo di piacere: il mio.
Così lo vidi:
Alto taglio da sotto le ginocchia
nella specchiera ovalizzata
esperto bagnerciante
di vapore saturato
indugiante e intemerato.
L'ora richiedeva, il tempo ripressava.
Stanco dell'abbraccio
mi decisi e scavalcai la vasca
maledicendo infine i benparlanti.
Blu nell’accappatoio,
e in procinto di spiccare il volo,
(tarocco d'ovvietà),
spalancai le braccia
e nell'ora occulta
palesai l'intimità.
Distratto dal diletto
Sono scivolato sul sapone
Sono morto così
risorgerò presto.

*

Canto secondo

CANTO SECONDO

(AMPLESSI)

Allor che furono umide e parlanti
le profuamate ed assetate sticchie
di gemmate e desiderate amanti,
perbenismi equivoci tornarono
nel nulla umiliati dall’amore,
chiuso essendo il passo che svilir vorrebbe,
con le ombre di conformismi triti,
il piacere che vive il suo bruciare.
Inverato fu il segreto dell’onda,
Fluente e increspata di spuma,
Esondante da febbril natura
E da stordenti e risognate voglie.
Tatti morbosi esploran l’epitelio,
Accorrono ai desiderati sguardi,
All’oscenità di flautati spacchi,
Ai non mai abbastanza diletti varchi.
Furono infrante le difese aduse
A negare l’estasi possibile
Per sensi avvezzi a morbosi sogni
Armonici all’ampiezza del fiottare.
Scrisse il poeta ti offrirò la bocca,
E la musa ne modellò l’aspetto.
Figure iteranti dalla luce all’ombra
Apparvero in una marcia immobile
Verso un illusorio creato inizio,
Forse avvenuto e, in un morente dubbio,
da fumose connivenze immaginato.
Ma dall’ inanimato pressappoco
Può accadere che un preciso turbinoso
Amore possa avvolgere ogni cuore,
Ogni pulsione d’ irrefrenati
Desideri in apnea di cieca attesa.

*

Canto primo Epifanica

Dal mio quaderno dei Canti.

CANTO PRIMO

EPIFANICA

Giovane luna, madre di tutte le storie
Vecchio sole, antenato di origini ignote.
La terra sembra vivere avulsa dagli astri
Che ciechi vanno in cerca di ombre opaline
Da violare con bagli di luce diafàna.
Tronchi bui nascono da parti silvani
Come da fesse anali mondate dal sangue.
Sono alberi scuri in sottoboschi di rovi,
Epigoni di inverni appena piovosi.
La parola indomata è garante di vita,
Rugge e muggisce contro guardi villani,
Distillando ferocia a irresponsabili
Falsari di incertezze inverate.
Gli uomini aspettano eccentrici amori
Fusi in liquidi occhi preludio dell’eros,
Oscura coloritura di piaceri sognati,
Umido solco tra fottibili natiche.
Saccheggiando la rostandiana poesia,
Qual Cyrano che scrisse segrete parole
Per sedurre l’alter di Roxanne esitante,
Il nuovo poeta canta rare eleganze,
Mira la diavolangela grazia di un sogno,
Recupera voglie d’ un indomo fluire.
Ma vaghi imitatori tornano a sognare,
Inseguendo la bellezza come pretesa
Di sensi assonnati per conformismi
Che si arrogano illusori diritti.
Quelli che per abbagli e riti a consumo,
S’affannano a seguire ogni foia, a dire
L’indicibile, seguendo ubbie irreali.
Poeta si mosse verso letteratura
Dubbiosa di vera materia indagata.
Oscura è la faccia nascosta della luna
Che si protegge da sentimentalismi solo
All’ apparenza seducenti per anime
E cuori pronti a ogni moda.
Enfasi si perde, fine ingloriosa,
E con quella il mercato del Brown detto Dan,
Dove tra mondi celati alla luce
ineffabile la terra mostra il suo fango.
Sperando l’uomo guarda il poeta
Ahspirando ahlitando a immobile luna
Cui l’acne facciale non vieta il rimando
A languidi sensi già deliquianti.
Per il poeta bellezza allora fu il sogno
E segreto nutrì il suo candido amore.

*

Oriente

Microsoft JScript runtime error '800a003e'

Input past end of file

/testi_raccolta.asp, line 88