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Raccolta di poesie di Quin
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Bisogni vitali

BISOGNI VITALI

 

Al fine della notte

quando il sogno si scosta

la voglia di urinare

contro il sonno che inghiotte

dicono sia la prostata,

però so che è il mare.

                                    QuinSett21

*

Sonetto di (da) corsa

SONETTO DI (DA) CORSA

 

Facce diverse, anime, corpi, storie

e fra di loro un tessuto di vita

dal tempo più che da altro definita

e da qualche fatica e scarse glorie.

 

L’intreccio delle voci ti confonde,

sai riconoscerle ad una ad una,

come nel mare argentato di luna

una e un’altra fra inseguite onde

 

però l’insieme è un suono complesso

con note nuove sul fondo sempre uguale

perché l’accordo da anni è lo stesso

 

come lo sciabordio di un mare interno,

non è l’oceano, è molto più banale

ma è quello che l’autunno è per l’inverno.

                                                QuinxRob10Sett21

*

Eredità

EREDITA'

 

(a A.J.J.)

 

Un bambino disegna,

disegna un bambino,

a volte una casa,

a volte una danza.

Il poeta gli dice:

"Mi serve il tuo aiuto."

e così per due ore

loro due in una stanza 

lavorano insieme

ognuno al suo sogno.

 

Però questo, e un sorriso 

che da sempre è presente

ma a tratti sparisce

o insegue degli altri,

soprattutto quel volto

troppe volte sparito,

cementano un buio

oramai seppellito.

 

Il poeta ha saputo

dimenticare i nomi,

e ha pagato lui stesso

e anche fatto pagare

tutti i prezzi che costa

imparare a guardare

nel giorno la notte 

e la notte la sera.

 

Ma senza più la luce

di quella luna greca:

il ragazzo disegna,

continua a disegnare

- che altro non sa fare -

ciò che non può vedere,

può soltanto sognare.

                      QuinEnCachetteAgo21

 

 

 

*

InAttesa

InAspettata

 

Non sei affatto quella che aspettavo,

sei troppo giovane e bella e curiosa 

e non capisco davvero che cosa

fa sì ch'io sia non soltanto il tuo schiavo.

 

Vengo da un mondo in cui prendere e dare

li conduce(va) un avaro bisogno,

un tempo ostile, di cui mi vergogno,

davanti a te e al tuo regalare

 

e al tuo ripetere che servi sciocchi

ne hai avuti d'intorno abbastanza

e vuoi ballare una diversa danza

 

con uno che ti senta e che ti tocchi

da pari a pari nella nondistanza

di occhi che sprofondano negli occhi.

                         QuinEnCachetteAgo21

 

*

La vraie vie

LA VRAIE VIE

 

Forse è con lei che la vita è più vera

costretta fra il bisogno e la morte

in giornate via via sempre più corte,

con l'alba che sconfina nella sera,

 

e le leggi costringono lo spazio

mentre il tempo lo schiacciano le ore,

per un involucro che lento muore

nel buio che ha sepolto anche lo strazio.

 

Mi spiace ma appartengo a un'altra storia

tutta inventata, tutta da inventare,

folle, fantastica, sciocca, illusoria

 

in cui la sola regola è sognare

e ogni sconfitta è anche una vittoria

e ogni vittoria è un ricominciare.

                                      QuinEnCachetteAgo21

*

Colori

COLORI

 

La vita è color carne

però a volte sbiadisce

quando niente consola

e non sai più che farne.

 

Allora vira al viola

o al rosso vermiglio

mentre un sogno svanisce 

come perdere un figlio.

 

Se il viola del tramonto

è lo stesso dell'alba,

solo nel rendiconto 

 

può sembrare più scialba

questa vita, una sola,

che arriva e poi va via.

 

Pure ogni giorno un corpo,

una nuova parola,

aggiungono poesia.

                          QuinFregAgo21

*

Agapanto

AGAPANTO
(ἀγάπη ἄνθος)
 
Questo  fiore ha bisogno di luce,
quasi mai meno di sei ore al giorno,
le radici affollate all'intorno
che a dividerle presto si riduce
 
da quel pervinca di cieli invernali,
a sera, prima di entrare in un letto,
a pochi fili avvizziti a dispetto
di cure che parevano irreali.
 
Cos'altro sai che separi la vita
da quella morteinvita ch’è il deserto
di un’altra solitudine infinita?
 
È così arduo avere un cuore aperto,
un'anima un po’ meno avvilita
a interpretare il tuo futuro incerto?
                                                  QuinPcmAgo21
                  (a Бэлла e Marc)
 

*

Dal bianco al verde

DAL BIANCO AL VERDE

 

Ho cercato la donna della mia vita.

Non che l'avessi perduta,

non l'avevo mai avuta,

come fosse una perdita infinita.

 

Per la vita ho cercato

fra entusiasmo e delusioni,

tentativi e cadute,

nel tempo che è passato.

 

Ho trovato la donna della mia vita

e sono stati incontri e sparizioni,

collisioni e contusioni,

confusioni e collusioni.

 

Ho trovato la donna della mia vita:

era vestita di bianco

poi è passato un tempo

e adesso sono stanco;

 

il tempo di capire

che c'è un bianco di festa

e un bianco per il lutto

e una donna funesta

 

non ha vita da offrire

se non poche ore estorte

in calcoli meschini

fatti per non morire. 

 

E se la sua esistenza

da un senso alla mia vita

è il senso di un'assenza

che va verso la morte.

 

Quindi ho trovato altrove,

non il bianco ma il verde

di una vita più viva

che resta e non si perde.

                  (QuinCdaLug21)

 

(Triste, de una tristeza sin olvido

como si no fuera un sentido

sino la marca de lo que es perdido)

*

I quattro

I QUATTRO

 

Il vento, la pelle, il mare, le stelle;

l'anima, il corpo, la madre, il desiderio;

Eolo, Afrodite, Poseidone, Astrea,

quella che Ovidio chiama "ultima dea":

ognuno di loro ci nutre e divora,

ciascuno di loro ci slancia e ci spezza.

 

A nulla ci giova il nostro buon criterio,

a fare di un anno, un giorno o un'ora

un tempo di gioia oppure di asprezza.

 

Sottrarsi a quelli è annullare noi,

talvolta lo fanno le streghe, o gli eroi;

noi altri che siamo figure da poco

vaghiamo inseguendo ciò che agita dentro,

pedine che avvertono il senso del gioco

ma sempre e per sempre lontane dal centro.

 

Soltanto talvolta quegli dei potenti,

di certo annoiati dai nostri lamenti,

per mezzo di un vino, un volto, uno sguardo

ci mostrano il vero, ma spesso in ritardo.

                                   QuinDaHydraaCapoSunioneoltreLug21

 

"Vinta giace la bontà e la vergine Astrea,

ultima degli dei, lascia la terra madida di sangue."

(Ovidio, Le metamorfosi)  

 

*

Guardare indietro

GUARDARE INDIETRO

 

Mi serve la tua pelle e a te la mia

per tracciare un contorno, un confine

al sangue evanescente e troppo fine

che ogni giorno si perde per via.

 

Ma la tua terra è sotto dittatura:

vecchi sovrani hanno dettato legge,

mentre la mia a fatica si regge

su un'euforia ch'e' contronatura.

 

Tu chiudi le frontiere, io i porti,

io scruto il mare, tu innalzi castelli:

non c'è ragione che lenisca i torti

 

e non trasformi le frasi in duelli.

Solo il ricordo resta che conforti

di giorni vivi, silenziosi e belli.

                                      QuinMlSGiu21

 

 

*

Luci nella notte

Luci nella notte

 

Sempre verso dei fari navighiamo

gli occhi respinti da nebbie di specchio

o a scandagliare la notte abbagliati

non dalla luce ma dal nero intorno.

 

I lampi accendono vecchi bagliori:

un calore di pelle, un nome, un viso,

dolciamare ferite dal passato

è proprio là che vogliamo tornare.

 

Ridotto a un niente tutto quel che siamo

la nave, noi, i compagni vicini,

siamo soltanto il nostro sguardo stanco,

 

fisso da sempre su quel fascio bianco

che roteando spazza i confini

fra cielo e mare e subito scompare.

                                               QuinPCmMaggio 21

*

La vie »
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*

Il servo e i Padroni

Il servo e i Padroni

 

Altri ti hanno non io che ti amo,

(questo che sento tu così lo chiami).

Né so per certo se quelli ti amino,

però tu accorri a ogni loro richiamo.

 

Sono amanti esigenti e geniali,

e instancabili e dolci e sapienti:

ti lasciano spossata fra i tormenti

di un piacere che ha vette siderali.

 

Però non oso essere geloso

ché non può il servo invidiare il padrone,

non lo permette la sua condizione

 d’uomo da poco, succube e ossequioso.

 

Loro ti danno ciò che non so darti

e insieme a loro tu sei, sei te stessa,

e vera come sei vorrei baciarti

 

ma non mi azzardo ché potrei svegliarti

e strapparti a quel sogno in cui sei messa

non dalle mie ma dalle loro arti.

 

Riesco a spiare a volte i vostri amplessi,

quando il buio mi rende protervo

eppure il gioco colloso dei sessi

 

posso osservarlo soltanto da servo.

Ma certe notti te con quelli stessi,

il Sonno e il Corpo, vegliando preservo.

                                               QuinconGioiaMar21

*

Le altre, tu

LE ALTRE, TU

 

Vorrei incontrarti di nuovo. Ancora.

Ché sei tutte le donne che ho incontrato.

Incontrarti vorrei, adesso, ora,

pur se non è più tempo d’imenei

e ho molta paura e tu sei stanca.

Perché tutte le altre hanno lasciato

ognuna un piccolo segno,

il morso di una mela,

curva traccia di denti,

castone vuoto oramai di diamanti.

E ora la polpa si disvela bianca

pronta per te che sei

la prima donna che mi ha incontrato.

                                               QuinconGioiafeb21

*

Un filo d’erba

UN FILO D’ERBA

 

Oggi so a che somiglia il paradiso:

A un poeta che ti ama senza sosta,

Non ignorando il prezzo che ti costa

E non perdendo un istante il sorriso

 

So però pure di che sa l’inferno

Come una lunga estate senza inverno

Come una spiaggia che non ha più mare

Come una vita a non dimenticare

 

Fra inferno e paradiso scelgo te

Senza neppure chiedermi perché

Se il tempo e tu mi lasciate una scelta

 

E se non dura che sia alla svelta

Come precipita un tango nel casquè

Come un’erba piantata  e poi divelta

                                     QuinperDelfipercasoGiu18

*

Il Golem

IL GOLEM

 

Capisco a volte il bisogno di un Dio,             

uno che stia là sopra, non immerso             

in questo indecifrabile brusio,                      

come un chimico in camice bianco,             

intento a analizzare attraverso                    

una sua lente tersa e luminosa                    

tutta una tiepida massa fangosa,                 

a studiarla da sopra, e di fianco,                  

in un asettico laboratorio,                            

per poi distratto rivolgersi altrove               

con un suo gesto stanco e derisorio.           

Non come noi che immersi nel liquame      

fin sui capelli, proviamo a nuotare,              

e mentre c’ingegniamo a respirare,             

neanche fossimo nati con le squame,                      

meditando perplessi osserviamo                 

con torpidi occhi terrosi i nostri                   

corpi di fango, le dita, le mani,                     

un po’ stupiti e un po’ timorosi                    

come di fronte a angeli o mostri,                 

e fra di noi incerti ci scambiamo

versi di fango, per dirci fangosi                    

pensieri, che pure ci paiono strani.              

E vagando cerchiamo in ogni dove

fino ad immaginarci, dietro l’angolo

un dio diverso, un Golem di fango.

                      (a JLB, naturalmente)QuinMar21

*

Un corpo, due anime, i tempi

UN CORPO, DUE ANIME, I TEMPI

 

Sulla collina fitta di ginestre

dopo la lunga valle ondulata,

la zolla si apre in terra dissodata

da mani nude operose e maldestre.

 

Mogano umido abbruna le dita:

le bagni nell’argento del torrente

e l’acqua viva che diventa ardente

guida la tua ricerca mai finita.

 

Più tardi un ritmo nasce, sono passi

fra tramonti lucidi e infiammati

e distanze tracciate da compassi.

 

I tempi sono dilatati e lenti, 

il mondo ruota intorno a tre assi,

a volte, solo a volte, coerenti.

                                               QuinconGioiafeb21

*

Gelosia

GELOSIA

 

Cosa ti dà il potere divino

di evocare fantasmi profani

che mi azzannano come dei cani

la pelle morbida di un bambino?

 

E vedo cose che non sanno stare

nella realtà ma che nella mia mente

formano un mondo vivo e presente

in cui non posso se non disperare.

 

Quando ti apparti a inviare messaggi

o se sparisci, solo per un’ora,

ti vedo già che con la bocca assaggi

uno il cui sesso dolce t’innamora

 

E so come lo afferri e poi lo accogli

e quanto godi e poi lo fai godere

regalandogli tutto il tuo piacere

e sento in bocca il gusto che ti togli,

 

come non fai con me che sono "nido"

e "sicurezza" – mi sussurri piano –

 io raggelato in un muto grido

 

che resta quando mi prendi la mano,

mentre ti abbraccio, ti ascolto, sorrido,

senza essere più un essere umano.

                                      QuinconGioiaFeb21

*

Marienbad

MARIENBAD

 

Nel susseguirsi continuo di sale

e passatoie fra stucchi dorati,

dove i passi risuonano ovattati,

mentre di nuovo il passato ti assale

 

l’ansia ti coglie, non è mai sparita,

che l’altro sia una belva assassina,

nell’ombra, dietro l’angolo, vicina,

in queste stanze in cui vaghi smarrita.

 

Eppure ancora una volta ritorni

a ricercare il passato perduto,

se si annidasse nei prossimi giorni.

 

Un dubbio vago compare: ma se

fosse quell’altro, sognato e temuto,

ad aver lui paura di te?

                                               QuinFeb21

 

*

Molti “Amori” e un po’ di amore

Molti “AMORI” e un po’ d’amore

 

“Amore” è un’amor(-)fa religione

con i suoi riti e i suoi officianti

a cui nessuno crede eppure in tanti

fanno la fila per la Comunione

 

“Amore” che si sogna è fantasia

come un film proiettato su uno schermo

mentre al tuo posto in sala resti fermo

da spettatore o membro di giuria

 

Ciò che chiamano “Amore” è un malinteso:

sconosciuti s’incontrano per caso

ognuno un poco e per un po’ persuaso

che l’altro è quello che da sempre ha atteso

 

E’ chiaro poi che “Amore” è una follia

a inventarsi ciò che non esiste

ricostruendo scene troppo viste

finché la vita non le porta via

 

“Amore” normalmente è una battaglia

fra due vite e due bisogni opposti

dove vincere conta, non i costi

di un’inane infinita schermaglia

 

Ciò che vien detto “Amore” è una scommessa,

in cui nessuno vince e ognuno perde

sul rosso, il nero, il giallo, il viola, il verde

tutta la posta che ci aveva messa

 

“Amore” è solo un fatto occasionale

un momento fra i tanti del giorno

senza che esista un eterno ritorno

a rendere quell’attimo speciale

 

“Amore” è in fondo un accomodamento

fatto di noia e di rassegnazione

fingendo sia la giusta soluzione

all’impossibile disequazione

 

“Amore” è vita che si mette in mostra

priva com’è di qualsivoglia senso

(parola questa, ora che ci penso,

che come “amore” è quasi solo nostra)

 

“Amore” è tanti e differenti amori

quello di un bimbo allattato al seno

quello di chi ne ha sempre fatto a meno

o di chi ha infranto troppi cuori

 

“Amore” è un cocktail di serotonina,

(per noi nati fra feci e urine)

di dopamina e di endorfine

poi, alla fine, un po’ di ossitocina

 

“Amore” forse è solo desiderio

ma se si spegne allora cosa resta?

come gli addobbi finita la festa

o un letto vuoto dopo un adulterio

 

L’amore che subiamo è tutto questo

caso, bisogno, corpi, confusione,

destino, voglia, determinazione,

e scontri e incontri e anche tutto il resto

 

L’amore fra di noi è una parola,

soltanto, come “il senso” o “la tua vita”

e può essere vuota o riempita:

non lo farò da solo o tu da sola.

                                 QuinconGioiaFeb21

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Poesia d’amore!

POESIA D’AMORE!

 

L’abbiamo sempre chiamato                         

Con il nome sbagliato                                 

Cantandolo in poesie, in ballate                  

In rime banali e abusate                              

Con cuore, più di rado con dolore                 

Sempre preso per un altro, scambiato           

In culla come fosse un neonato            

Il cui destino a forza va mutato                  

Sottratto con astuzia al fato                       

E preso infine nelle nostre mani,                 

Da noi, malati d’ὕβϱις umani                       

Come davvero fossimo capaci                    

Di falsi duraturi e efficaci                          

Scambiato, in un inganno perverso             

In qualcosa di affatto diverso                      

Lui nostro e non l’esatto inverso                 

Mentre invece come un odore                       

(e torna la rima perduta in “ore”                  

Priva ormai del minimo colore)            

Ci porta indietro a un prima, ad un crinale,

Il mare immenso e sull’antemurale              

Noi che sogniamo ma non era un sogno       

Come sul bordo di qualcosa, un ciglio          

Dove non eravamo che una culla                  

Un’eventualità  dell’esistente                      

Però non cambia veramente nulla                

Lui nonostante noi rimane il figlio            

Di Πενια e Ποροσ, povertà e espediente,                                   

Insomma, di un ubriaco bisogno.

                                       QuinTempofa

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Lezioni di nuoto

LEZIONI DI NUOTO

 

Noi che per mare non sappiamo andare

E abbiamo al più una donna in un sol porto

E non ci tiene amore ma conforto,

Chè da quel porto vorremmo salpare

 

Noi che ogni inverno trova impreparati

Con addosso i vestiti di altre estati

Quando il caldo e le fate sono un sogno

E di coprirsi non c’è più bisogno

 

Voi superiori, scaltri, smaliziati

Per cui la vita va sempre in discesa

Ed è un guadagno e mai una spesa

 

Prima che vi mettiate a giudicare,

Vi supplichiamo, non fateci torto:

Stiamo ancora imparando a nuotare!

                                               QuinGen19

 

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Il dono della nebbia »
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Il viaggio (gli dei)

 

                                  IL VIAGGIO

                                     (gli dei)

 

                                                         A quale gioco bizzarro giochiamo?                                                               Non è un gioco, è solo dove andiamo.

 

Dal niente, un prima di buio infinito

Più lui che noi, ricco e avvolgente,

Umido, caldo, simile a niente

Nel tempo lento che batte rotondo                                   

Da toni ed echi arcani scandito.

 

Poi, come uscendo da un mare profondo

Si spezza il velo dell’acqua in frammenti,

Fradici ancora, sorpresi, dolenti,

Soggetti a nuova forza e a nuova legge,

Eccoci entrati altri al nuovo mondo.

 

Come un cristallo che si infrange in schegge

E ti disvela ciò che stava dietro

Mentre per sempre può ferirti il vetro

Il guscio fragile più non comprime

E ciò ch’è solo ormai da solo regge.

 

Quel vento troppo freddo che ci opprime

E ignoti mali venuti dal niente

Luci accese poi spente, accese e  spente:

Nasce un’attesa che a tratti finisce

In pause che la quiete mai redime.

 

Il dolore provato non sparisce

E il corpo, vulnerabile confine,

Mai più è lo stesso, il prima è alla fine

Dissolto in tracce già labili e scarne

Anche se il tempo quel taglio guarisce.

 

Il corpo, lui, la scatola di carne,

Che non contiene né è contenuto

Pure pare che sia a forza tenuto

Fra la paura in bilico e il coraggio

A prender colpi ed altrettanti darne.

 

E’ iniziato oramai un lungo viaggio

Fatto di mostri osceni divoranti

Forse alle spalle o forse più avanti

I ringhi a sopraffare i guaiti

Sotto un sole di cui siamo l’ostaggio.

 

Intanto solo afasici vagiti

Ma già ci parlano onnipotenti

A noi confusi e ancora balbuzienti

Come un vento caldo, una brezza,

Gli dei, da sempre solo presagiti                             

Nella loro infinita grandezza:

Come sostiene tiepida la notte

L’acqua, la stessa del mare che inghiotte

Là dove speri, le speranze tolte,

Loro, insieme, timore e salvezza.

 

Tremendi Quelli ma a incontrarli, a volte,

Fra faggi a cerchio antichi e nodosi

E pioppi filtro a fasci numinosi

Per ogni dove di colpo diffusi

Dolcissimi. Noi, le membra disciolte.

 

Sono tempi tremendi e confusi

Tutto accade ma tutto è inusuale

Tutto è di fronte, nel bene e nel male

Nel mentre che assoggettati subiamo

Poteri e forze e da cui siamo esclusi.

 

Non siamo soli e tanto più lo siamo

Scoprendo gli altri umani differenti

Come più saldi e completi e presenti,

Integri loro, e forse in agguato

E li cerchiamo ma prima li temiamo,

 

Perché chi mai che la vita ha iniziato

Accosterebbe uno non suo figlio,

Con la paura del morso, dell’artiglio

Pericolosi come sono e siamo

Senza esservi spinto o trascinato?

 

Pure, se fra di noi non ci scontriamo,

Ancora chiusi dentro a un nostro regno

Ma mossi da un odore, un gesto, un segno,

O da sogni tuttora indefiniti

A ogni incontro curiosi ci annusiamo.

 

Suoni sconnessi, ringhi o grugniti,

E grida di rabbia e di pianto

 

(Da quando Eva la mitocondriale

Disse “pericolo” e poi “figlio” e “grotta”,

E’ una catena mai più interrotta,

Forse arricchita ma non più di tanto,

Di bizzarri versi da animale)

 

 Poi inventiamo il sacrificio e il canto

In un gioco che ancora oggi perdura

Per farci spazio fra Loro nei miti.

 

Per ottenere una più assidua cura

Da quei demiurghi dall’ignota prole

Rubiamo loro le prime  parole

Di una lingua mai bene imparata

Contro un mondo che ancora fa paura,

 

Ma quel prima, o quell’ora incantata,

Dimenticato, subito sepolto,

Per sempre resta senza più un volto

Della coscienza relegato al bordo

Come parola mai più pronunciata,

 

Nell ’inspiegabile sognoricordo

Di un tempo indicibilmente felice

Presenza troppo forte, cicatrice

Che, come fossimo poveri o poeti,

Ci risprofonda in un bisogno sordo.

 

Crescono dentro mirabili reti

Come giocano in mare i delfini

Di quegli Dei superiamo i confini

Che mai avremmo osato varcare

E li scopriamo prossimi e consueti.

 

Però al contrario di loro del mare

Cominciamo a vederci speciali

Noi vuoti che non trovano uguali

Esistenze di essenze a brandelli

Mossi a presumere, a rivendicare.

 

Non siamo un poco noi come Quelli

Capaci di fare e di disfare

Di creare, uccidere e annientare

Forse su un’altra sfera, un altro passo,

Ma ugualmente potenti, forti, belli?

 

Com’è altra la scheggia da un sasso

Una spiga da un rovo di more

Un verso che canta da un rumore

Com’è diverso il grano dal loglio

Vediamo noi altrove e il mondo in basso.

 

Non bastano più l’ape e un trifoglio

Né un quadrifoglio, per fare un prato

Delle lucciole il fato è segnato

E del loro caotico bagliore.

Non siamo nudi, il mondo è già più spoglio.

 

Ma pazientiamo per secoli e ore

Le opere durano infiniti giorni

Albe, partenze, tramonti, ritorni

Veloci lampi, effimeri barbagli,

Ognuno nasce, ognuno poi muore.

 

Tutta la scena è fatta di dettagli

Di piccole figure tratteggiate

Dal tempo e da noi dimenticate

Nel quadro complessivo ch’è restato

Come fossero fuggevoli abbagli,

 

Perché è la stoffa che mostra il filato

E tante vite fanno una storia

Che prolungando una stessa memoria

Da fuori a dentro e poi da dentro a fuori

Costruisce al presente il suo passato.

 

Come una spugna d’acqua, di errori

C’impregna il tempo, e ci slancia avanti:

Siamo uguali, siamo unici e tanti

Oramai siamo, questo è certo siamo,

Dei nostri Dei non di troppo inferiori.

 

E anzi ingenuamente ibridiamo

Quei Grandi dalla storia invecchiati

Proliferano i bastardi nati

Da intrecci spuri come usucapioni

In stirpi che via via sostituiamo.

 

Altri miti, altre facce, altri troni

Le gerarchie, chi è di meno e chi tanto

Chi guarda o è visto, il cencio o il manto

E il pane e il sangue e l’acqua e il vino

Grandi sui servi i piccoli padroni.

 

Chi comanda è per sangue divino

La sua parola la chiamiamo legge

Sudditi e servi sterminato gregge

Dove l’uno all’uno è sempre uguale

Voce sottile, negata, al confino.

 

Si spezza in due la finta solidale

Schiera di chi ha conosciuto il terrore

Uno prostrato all’altro vincitore

Senza che l’altro o l’uno ne gioisca

Fra i due malati dello stesso male.

 

È necessario che uno perisca

O almeno ceda sé, dall’altro vinto

Come un colore da un colore è tinto

Come la luce crea l’ombra e la sfiora

Come una voce che un’altra zittisca.

 

Ma non è un gioco a due, c’è sempre ancora

Quella parola che mai più fu detta

E il silenzio che dentro ci getta

Mentre nel vuoto il vivere è immerso

Prende le nostre vite e le scolora.

 

Non ci fa vivi, ci passa attraverso

Nel ricordo di ciò di cui manchiamo

E un nome nuovo apposta inventiamo

E lo cantiamo ancora e ancora

Perché il suo vero rimanga sommerso.

 

Forse è legato al tempo che svapora

Come la fiamma è figlia del fuoco

Che per lui non siamo altro che un gioco

Piccole ombre al suo vivo cospetto

Qualche cosa che c’è soltanto un’ora.

 

Eppur ci muove, quel potere stretto

A risuonare in lotte di eco affini

Ma siamo mai veramente vicini?

(Una risposta un giorno tu l’hai data

Malgrado tutto non lo siamo, hai detto,

 

Tu che il gran vecchio di parola alata

Non tollerava, e in particolare,

La tua viva abitudine di andare

Correndo al mattino, allegro flutto,

A piedi nudi nell’erba bagnata).

 

Gira e rigira tutto intorno a tutto

E ad intervalli il fiume si inarca.

Cade la testa di qualche monarca

Quando una folla risponde a un richiamo.

Un vecchio mondo sembra ormai distrutto.

 

E questo ci fa essere: udiamo

Dei rumori che vengono da fuori

Per noi sono cannoni non rumori

E i cannoni son macchine cantanti

In vista di una morte, lo sappiamo.

 

Guardiamo non più in alto ma più avanti

Un vino rosso imbeve i nostri solchi

A fatica tracciati dai bifolchi

Linee confuse, faticate, estorte

Al sangue non di pochi ma dei tanti.

 

Col solo libero mandato a morte

Profanati, gli Dei sono lontani

Le loro spoglie contese dai cani

Che fanno ressa intorno alla caduta,

Muore una libertà mai stata nostra.

 

Dei vecchi tempi l’ora è venuta

Ma i tempi nuovi non sono cambiati

Cancelliamo confini assodati

Sotto un maglio che batte e ribatte

E il fiume il suo corso non muta.

 

Crescono intanto le parole esatte

Come algoritmi, costruiamo l’astratto

Non ciò che è ma ciò che viene fatto

Replicato in diversi assemblaggi

Ci nutre e sazia come un nuovo latte.

 

Nuove macchine, nuovi ingranaggi

Danno la vita a forze più potenti

Ci scopriamo capaci di portenti

Che con un incredibile clamore

Aprono nuovi infiniti paesaggi.

 

Anche se ancora a lungo si muore

Apre e chiude le porte il bifronte

Già alte svettano sull’ orizzonte,

Come soffici guglie incantate,

Torreggianti colonne di vapore.

 

E sono grattacieli sull’Eufrate

Destinati a portare fino al cielo,

Col nostro nome un nuovo vangelo

Di alti destini che sono già scritti,

Noi e le nostre scatole fatate.

 

Si cresce in fretta, a forza di conflitti,

Di rivolte a decidere chi siamo

Anche se in verità non lo sappiamo

Per quanto nuovi, arditi e forti.

Ma crescono i doveri e i diritti.

 

Nello spazio spalancato dai morti,

Dalla passione, da altrettanto odio,

Liberi il tempo di un episodio

Come avvoltoio che divora e vola,

Ci sentiamo ormai vivi, risorti.

 

La capovolta B di una parola

Sembra uno scherzo a cui ridiamo tutti:

Dimentichiamo presto i troppi lutti

Che a fatica fin qui ci hanno portato

E una nuova ricchezza ci consola.

 

Dio non è morto, è stato catturato

Riadattato su scopi più attenti

Il nuovo sogno che ci fa contenti

È l’esser parte di un grande disegno

Che ci promette un futuro incantato:

 

Siamo ciascuno una parte del regno

Tutto è possibile, tutto è concesso

Certo domani se non proprio adesso

Con sforzi tenaci e indefessi

Volontà, coraggio e assiduo impegno.

 

Siamo noi i padroni di noi stessi

Servi obbedienti perché non costretti

Non soggetti ma singoli progetti

Ognuno al centro di un sogno fecondo

Liberi infine e mai più oppressi.

 

Se non, forse, da un’ansia di fondo

Di aver più cose, più libertà, più noi

E non soffrire, no, né ora né poi,

Ché alla morte e al suo vile assalto

E’ negato per sempre un posto al mondo.

 

Lo sguardo fisso avanti sull’asfalto

Corriamo dietro al nostro miraggio

Per lo più ciechi ai compagni di viaggio

E a noi stessi, a ciò che ci pervade,

Stregati ormai da stelle non più in alto.

 

Ma tutto è scontato, tutto accade

Sanno forse le cavie nella ruota

Che esiste un’altra vita, forse idiota,

Di cui percorrere le ore quieti

Oltre a questa da cui non si evade?

 

“Per la salute di tutti i criceti

E degli animali in generale

Il movimento è fondamentale;

Nella cattività dei roditori

Una ruota o altri giochi discreti

Saranno di certo risolutori.

Tuttavia la sola ruota può farsi

Un alienante modo di sfogarsi;

Per questi animaletti giulivi

Si provvedano quindi altri accessori.”

 

Non siamo soli, siamo complessivi,

Un fluire continuo di parole

Mostrando tutto come pelli al sole

Troppo bruciati in un continuo affanno

Da sguardi che ci fan sentire vivi.

 

Parole in serie che neppure sanno

Cosa sia il silenzio dell’ascolto:

Come un abito che ti viene tolto

Mentre invece è l’altro che svestiamo

E sono uno per parte il corpo e il panno.

 

Ma ancora,  se fra noi non ci ignoriamo

Liberi a volte da ogni disegno

Come angeli volati sopra il segno

Oltre il quale ogni uomo si arresta,

A volte, rare volte, ci ascoltiamo.

 

E quando accade sempre è manifesta

La nostalgia di una qualche presenza

Di un dio di infinita pazienza.

Non quello che senza sosta ha sedotte

Le nostre vite e ancora le calpesta

 

E sostiene e lancia in alto e inghiotte

Così come col naufrago fa il mare

Blu nel profondo e bianco a spumeggiare

Mentre affondiamo sempre ripetendo

La parola che appartiene alla notte.

 

No, tutto un altro dio sarà attendendo

Dopo quello vissuto e infine morto

Senza alcuno a dargli conforto

Celato in lui ogni suo desiderio

Talvolta in pianto però mai ridendo.

 

Sì, venga il tempo di un dio poco serio

Che ci trasporti prima dell’ignoto

E ci insegni a volare sopra il vuoto

Scherzando insieme di ciò che finora

Era taciuto e del suo vituperio.

 

E sarà ridere e ridere ancora,

Di quell’abisso che portiamo dentro

Mettendoci un po’ fuori, non più al centro

Lo patiremo ma non come lo stesso

Come su un fiume un ponte dimora.

 

Verrà, forse verrà ma non adesso.

 

Intanto avanti come sempre andiamo

E continuiamo come sempre siamo

Spiriti persi in cerca di un dio

Come eravamo allora, al nostro ingresso,

Da quando siamo uno sproloquìo

Brusio per voce sola incessante

Parole altrui, parole apprese, tante

Parole dette ma dimenticando,

Parole a cui diamo il nome di io.

 

                                                E tu? Come, non vedi? Sto evolvendo!

                                                Ma no, chiediti se non stai morendo.

 

QuinOtt16

 

*

Una sula (da Weinsteniana)

UNA SULA (*)

 

.....

Una sula su un’isola remota

Vive con una compagna di gesso

Senza risposte muore, fa lo stesso:

E’ la sorte di molti a molti ignota

                                               .....

                                        (da WEINSTENIANA QuinLivRomfeb18)

 

(*) (Cfr: https://www.washingtonpost.com/news/animalia/wp/2018/02/02/nigel-the-worlds-loneliest-bird-dies-next-to-the-concrete-decoy-he-loved/)

*

Domande

DOMANDE

 

Il buio certe sere in inverno

arriva e sembra un antico ricordo,

come ci fosse nel passato un giorno

in cui abbiamo scoperto l’inferno

 

di essere soli. E inetti in fondo

così, da soli, a tenere insieme

le domande improvvide e blasfeme

che qualche sera ci poneva il mondo

 

spingendo come giù da una scarpata,

quasi ridotta a un casuale errore,

la nostra vita presente e passata.

 

Però ti prego, vieni, per favore,

e ogni domanda sia dimenticata

amalgamando i corpi nel calore.

                                        QuinNov20

 

*

Una brutta poesia inconcludente

UNA BRUTTA POESIA INCONCLUDENTE

 

Sono superflue e vuote le parole

Messe qui in fila a dire poco o niente

Men che meno  nell’enfasi e da sole

O nel brusio confuso della gente

 

E poi perché sono soltanto nostre

Come ci fossimo apposta inventati

Delle private fantasiose giostre?

Chi forse mai degli altri animati

 

Le usa, chi dei vivi sulla terra?

Parlano i gatti, i cani, i delfini?

Dicono amore, morte forse guerra?

 

E s’è così, perché noi così affini

In questo buio che tutti ci afferra

Restiamo stretti nei nostri confini?

                                               Quin Nov20

 

 

*

Utero

 UTERO

 

Oh cullami stavolta

Come mai sono stato cullato

E siano il tuo volto e il tuo seno

Cielo e terra di un orizzonte 

Concavo, in attesa, ripiegato

Intorno a me nascituro sereno

Questa volta davvero preparato

Forte di te, non segnato da un meno,

Acqua che sgorga da una piena fonte,

Anima in pace, corpo acquietato. 

 

Quel che otterrai non sarà più un poeta

Dal canto acuto che scavalca gli anni

E turba anche l'anima più forte

Ma un uomo saldo, dalla vita lieta

Che saprà governare gioie e affanni

E andrà tranquillo incontro alla sua morte.                               

                                                    QuinNax15

*

La tua porta

LA tua PORTA

 

Fammi entrare ti prego, la brancata

di parei accozzati in brutte paia

che il magrebino dalla faccia gaia

ostende stesi sulla staccionata:

 

pare sia solo questa la realtà

a guardarla col tempo a tutto tondo

che infine troveremmo a questo mondo.

Tu perciò fammi entrare per pietà

 

dalla tua porta indocile e gentile

che dà su un mondo mio mai scordato

tanto più caldo e tanto meno ostile.

 

O sulla soglia lasciami sdraiato,

la fronte contro il suo legno sottile

fino a quando il momento sia passato.

                                                     QuinFregSett20

*

Buio

BUIO

 

E’ scesa sull’estate

una cappa di lutto

come quel brutto sole

che brillava su York.

Se anche bruciano ancora

le fiamme di una volta

sono ridotte a brace,

a carboncini scuri

che scrivono sui muri

bianchi per cieli azzurri.

Un nome senza corpo

ha ceduto il suo posto

a corpi senza nome,

corpi come quei soli

che la notte cancella

senza neanche il tramonto.

Se ciò che esiste è quello

che vedete voi tutti

quando io ho gli occhi chiusi,

con le braci ormai spente

nel buio della sera

non sono più visibile,

non mi vedete più.

                      QuinFregSett20

*

οὐκέτι ἤξω πρὸς σέ, οὐκέτι ἤξω

NON PIÙ VERRÒ DA TE, NON PIÙ VERRÒ 

 

Forse che il corpo è stanco di sognare, 

l'occhio continua per assuefazione

e in questa nuova, strana condizione 

non ci sarà se non un aspettare.

 

Togliete a un uomo tutte le sue stelle

e solo vagherà nella sua notte,

gli occhi affondati nel buio che inghiotte

e un involucro chiuso la sua pelle.

 

Pure di stelle è pieno il cielo terso,

se non le vede ormai è solo in fondo

perché appartengono a un luogo diverso.

 

Un legame è reciso, forse è un velo,

fra il suo corpo e il corpo del mondo:

è cosa d'altri ormai guardare il cielo.

                                                    QuinCdALug20

*

Figure e fuoco

FIGURE E FUOCO

 

Incubo ricorrente il desiderio 

che il mondo infrange in singole figure 

irraggiungibili e troppo pure

mentre segna la carne il suo imperio

 

Lembi di stoffa agitati dal vento 

metronomi impazziti a ondeggiare 

ma le mani non sanno più afferrare

e il tuo morso si è fatto cosi lento

 

E' un'ora piu lucida e più dura

nell'inverno del tuo malcontento 

col vivere ridotto a sinecura

 

Splende per altri un sole disattento 

l'aria d'intorno è diventata scura

presto il tuo fuoco sarà del tutto spento.

                                                          QuiFregGiu20

 

 

*

Sera

SERA

 

Viene la sera dopo molto sole,

contro il cielo si stagliano le fronde 

di alti pini come bronzee onde

e il pensiero va in cerca di parole.

 

Parole aperte, semplici e chiare

per aiutare l'anima a sperare

che tutto questo fumo spesso denso

possa celare o ricevere un senso.

 

La memoria setaccia quel ch'è stato

mentre ti chiedi se in ciò che hai sognato

ci sia qualcosa che vada salvato.

 

Il passato, il futuro, il presente,

si fondono in un punto evanescente 

che chiameresti "io" ma è poco o niente.

 

Soltanto quando quelle tue parole

perdono senso e volano da sole

si fa più lieve il peso che ti duole.

                                           QuinFregGiu20

*

Aral

ARAL

 

Come passano in fretta queste notti 

gonfie di sogni e subito finite 

per me che vorrei stare in quelle vite

che non hanno più niente della mia.

 

Forse per gli anni, forse per usura

i miei sogni li ho persi per via

o è la vita stessa che li inghiotte 

lasciando al posto una stanca paura

 

di non potere più desiderare

il corpo di un amore, un volto, un riso

e di avere perduto un paradiso 

 

di cui neanche avvertivo l'esistenza. 

Ma forse imparerò a stare senza

come una barca lontana dal mare.

                                             QuinFregGiu20

*

Sessantatrè

63

 

Sessantatre: sia questa una poesia

visto che altro non ho se non parole

per trattenere questo stanco sole

che la nebbia del tempio porta via.

 

Io

sono solo parole e forse, al fondo,

qualche flebile battito del cuore,

mio contributo a questo rumore

che penso sia il canto del mondo.

 

Chè la totalità pura dei fatti

è un ordito confuso di rumori

da cui i poeti, come pure i matti,

con riquadri di luce abbagliante

mettono a fuoco e isolano fuori

un fuggitivo e già perduto istante.

                                        QuinGiu2020

*

La sorcière et le nonprince

LA SORCIÈRE ET LE NONPRINCE

 

“Mèta non è distruggerla ma entrarci”

Dici ma no, le loro facce truci

Gridano: Che si spezzi, la si squarci

Quello che conta è che la strega bruci.”

                                     (merçi Mr. Michel Ocelot)

 

Quando nel tempo la fortezza appare

E attrae e orienta tutto il tempo intorno

Colui che sogna non può indietreggiare

Ora che un fato ha segnato il suo giorno

 

E ultimo e solo come un unicorno

In questo assedio continua a sognare

Il suo viaggio, leggenda di un ritorno

Da cui non c’è mai verso di tornare

 

Ma chi è fra le mura alte e bianche

Che ignora la violenza che la salva,

Alleggerendo le sue membra stanche

E mescolando il suo bianco col malva?

 

E dove troverà lei, l’assediata

Il coraggio, e dove l’assediante

Lei da una vita ormai quasi sprecata?

Lui dal suo desiderio disperante?

 

La gente guarda, blasé, annoiata

Questa vicenda troppo raccontata.

La narrerà più tardi un mendicante

Ma sarà solo una fra le tante.

                                  QuinsenzAleGen17

*

L’orizzonte

L’ORIZZONTE

 

La linea d’orizzonte che confina

Si abbassa proseguendo la salita.

Ne prende il posto una nuova, infinita,

Mentre sale una musica vicina.

 

E’  il desiderio che ci fa futuri

Quella conferma che manca alle spalle

E ci condanna  come in una valle

Stretti a sperare in un nuovo che duri

 

E noi con lui, ritrovando e scoprendo

Di fronte e indietro fra risate e pianti.

Per questo il bello non è che il tremendo

 

Al suo principio. Bello è ritrovare

Quando lo sguardo vola dritto avanti

E il corpo affonda nel liquido mare.

                                   QuindaLelo23Maggio20

*

Stelle

STELLE

 

Non hai notato mentre camminavi

che il cielo, il mondo, si era fatto scuro?

Pure eri certo, come uomo tranquillo,

di non aver paura nella notte

ma adesso forse sai ch’era soltanto

per via del sole, quel sole abbagliante.

 

E d’altra parte siamo gente nuova,

oggi convinti di essere grandi

per quanto sia passato così poco

dalle parole estreme degli schiavi

e ci imbarazzi questo nuovo stato

che ha accelerato, lasciandoci indietro.

 

Eppure ancora fissiamo le stelle

dopo aver fatto a pezzi  l’illusione

che siano loro a dettarci la strada.

Chissà non sia oramai venuto il tempo

di provare a vederle e noi con loro.

                                                QuinMag20

*

Lettere

LETTERE

 

Ogni volta la grafia mi chiama

con l’opulenza delle forme onciali

e lo slancio dei fili diseguali

e anche s’è ormai ottusa la mia lama

che quante volte ha provato a tagliare

pure aggredisce agli angoli la busta

finché non tengo il foglio fra le mani

e mi metto frenetico a frugare

in cerca di quel segno, quasi un niente,

che alla luce di un ieri onnipresente

dipani dritti tutti i miei domani.

Ma in questi giorni ormai solo rileggo

da una lettera gualcita e frusta

lo stesso testo noto e abusato.

Vero è però che negli ultimi tempi

di lettere ne arrivano assai meno:

forse le poste viaggiano a rilento

o il mio indirizzo si è dimenticato.

                                               QuinApr20

*

Sonetto splendido per gli 11 anni di Alice

SONETTO SPLENDIDO  PER GLI 11 ANNI DI ALICE

(segue al Sonetto strano per gli 11 anni di Alice)

 

Ma come no, e vuoi che mi ci danni?

Che inventi nuove rime e scintillanti

Per versi vivi, allegri, incalzanti

Con sudore di fronte e duri affanni?

 

Per chi mi hai preso, per un menestrello

Uno di quei giullari provenzali

Che sfornavano versi mai banali

Il primo bello e l’ultimo … più bello?

 

E allora, sia! Ti farò un canzoniere,

Rutilanti, infocati madrigali

E odi e filastrocche e epigrammi

 

E haiku e tanka e teneri imenei

Dolci, struggenti epitalami in rima

E prima o poi, battendo il giusto tasto

 

Chansons de toile oppure un bel contrasto

E lievi cantigas de romaria

E versi sciolti e liberi e piani

 

E un trobar clus e versi maltusiani

Poi imenei, alessandrini e aubade

E ballatette, gliommeri e viadeyre

 

E forme nuove, inusitate, vere

Ciascuna che ti esalti e che ti osanni.

Questo e di più (quando avrai dodici anni!)

                                  QuinperAli4Giu18

 

*

Sonetto strano per gli 11 anni di Alice

SONETTO STRANO PER GLI 11 ANNI DI ALICE

(segue al Sonetto brutto per gli 11 anni di Alice)

 

A volte sono poche le parole

Si sono perse o noi non le troviamo

E come foglie cadute da un ramo

Non sanno più come mostrarsi al sole

 

Pure fanno un tappeto per le suole

Di una ragazza in corsa sul ricamo

Di nervi e vene (anche noi le abbiamo)

Però ancora non sa quello che vuole

 

Da una corsa che è lunga e insieme corta

Per questa voglia che porti con te

Di fare tuo ciò che ancora ti è alieno.

 

Sii, vivi, gioisci e sopporta

Perché ha il suo senso la vita com'è,

che lo veniamo a conoscere o meno.(*)

                                  QuinperAli4Giu18

 

*

Sonetto brutto per gli 11 anni di Alice

SONETTO BRUTTO PER GLI 11 ANNI DI ALICE

(precede il Sonetto strano per gli 11 anni di Alice)

 

Ok, compi undici anni, e allora?

Forse la festa è cominciata ora?

Quattromila e quindici giorni

Non uno uguale, non uno che torni,

Con te motore a tutto ciò che faccio

A parte qualche poesia abborracciata:

Sei una boccia da curling lanciata

E la mia vita è una scopa da ghiaccio

 

Sei la mia lotta contro l’entropia,

Battaglia persa perché non sei mia

Però una gara, questa, l’ho già vinta

 

Perché nel mentre tu scivoli via

Starò a guardare, sia quello che sia

L’effetto lungo di una vecchia spinta.

                                     QuinperAli4Giu18

 

*

Waves

WAVES

 

L’onda sulla battigia si frantuma

Priva di tutta l’energia già spesa,

Dopo l’ultimo arco si è arresa

In una lingua oleosa di schiuma

 

Che ancora corre in avanti protesa

Sopra la sabbia che assorbe e consuma.

Così di un sogno esausto nell’attesa

Resta il biancore d’aria di una piuma.

 

Verranno altre onde in altalena

Erte le creste, concave le gole,

E si ripeterà la stessa scena.

 

E sono gocce adesso le parole

O forse grani, anch’esse, della rena

Di una clessidra che scintilla al sole.

                                                     QuinMag18

 

*

Medusa

MEDUSA

 

Dietro di lei  la porta si è chiusa,

I suoi capelli una macchia confusa.

Nell’aria quasi un senso di morte,

Come da sempre di fronte alle porte.

 

Formica, legno, pannello piatto,

Il tempo scorre ma non passa affatto

Per il tuo sguardo che rimane fisso,

Fra i quarti d’ora si allarga un abisso.

 

Rimani immobile e viene stravolto,

Mentre un ricordo ti tiene avvinghiato,

Tutto quel tempo che intanto ti è tolto.

 

Sogni diventi futuro il passato

E dopo un tempo ch’è poco, ch’è molto,

La porta ruota a scoprire il suo volto.

                                                           QuinGen20 (*)

 (*) The graduate, dal min.1.25.10 a 1.25.30

*

Algebra

ALGEBRA

 

Un anno viene meno, uno arriva

L’algebra dice: il conto è pareggiato

Non è forse così? Non hai imparato

Che il numero dei giorni che appariva

 

Un tempo virtualmente illimitato

E’ esattamente quello delle notti

E che alle albe seguono i tramonti

In un tragitto sempre reiterato?

 

E noi in mezzo, come fra due specchi,

Fra quei riflessi a crederci infiniti

Ma non è solo un diventare vecchi

 

Questo giocarsela fra sesso e vino

Mentre alternando versi e prosecchi

Confondiamo l’umano col divino.

                                   Quinfrail2019eil2020

 

Grazie a Walter Mereu e al suo "non abbiate timore" pubblicato su questo sito: le poesie efficaci suscitano altre parole, non sempre migliori. 

*

Specchi

SPECCHI

 

Calda la pelle quando mi ti accosti

E perfetto che ero mi confondo

Saldo il confine del mio spazio tondo

Ma il dentro coi suoi squarci fuori esposti

 

Perduto al mezzo di due specchi opposti

Ho presentito l’essere del mondo

E io lontano, al solito, dal fondo

I cui recessi restano nascosti

 

Una voce traversa l’infinito

Con le sue repliche a renderlo denso

E mi riporta un verso, un tempo, un mito

 

Una memoria  fatta di consenso

Che mi tralascia, sedotto e bandito,

In un mio spazio col suo scarno senso.

                                               QuinDic19

*

Finale di-partita

Finale di-partita

 

 

Li paghi tutti insieme i falsi investimenti

Quelle carte truccate che hai prese per vincenti

Ma forse son le regole ad essere cambiate

Non le conosci più o le hai sempre ignorate

 

E ti ritrovi in mano solo donne perdenti

Figure colorate piano piano sbiadenti

Carte che ora non sai neanche chi le ha giocate

Come da grande scordi le storie sulle fate

 

E se era un gioco hai perso e ormai non vincerai

Nemmeno nei tuoi sogni che più non sognerai

Perché la carne è stanca, le dita arrugginite

 

Non è più tempo sai di stupide partite

I giochi sono fatti, la posta in gioco tolta

Adesso stai in silenzio, solo, se puoi, ascolta.

                                                           Quin Dic 19

*

Sangue bianco

SANGUE BIANCO

 

Ho un mio male nel sangue, leucemia

che prolifera immagini irreali

ricavando visioni sempre uguali

di una vita che mai è stata mia.

 

E se mi tiene in vita anche fa strame

di molti volti truccati e imploranti

che come il mio stanno protesi avanti

perché hanno fame, solamente fame

 di essere visti, soltanto di sguardi.

 

Io li calpesto, li passo attraverso,

e non li vedo, tutto divorando,

a buon diritto: io sono diverso.

Ma qualcosa è cambiato, adesso è tardi

 

e avverto che il mio male va scemando.

Senza di lui mi sento un po' perso.

È la mia vita che se ne sta andando.

                                                  QuinEloSett19

 

 

 

*

Il delfino

IL DELFINO

 

E' un lampo raro, uno per una vita

quando il tuo guscio, schermo a semisfera

che ti accompagna fino dalla culla,

completa indietro il suo sviluppo e azzera

 

quel punto opaco, unico tuo vanto,

che vede tutto e di cui non sai nulla.

Per una volta cederai di schianto,

dimenticando che sei, ciò che era.

 

Trocoide in viaggio nel mare indistinto

ne sarai parte, sì, sarai, soltanto,

e abbandonandoti a un  avito istinto,

 

fra te e il delfino unico esperanto,

ascolterai, da vincitore vinto,

non sai se un riso o un antico pianto.

                                       QuinPdcAgo19

*

Il sentiero

 

IL SENTIERO

 

E ancora cerchi vagando nel bosco 

il tuo percorso quale sia fra i tanti 

che dal tuo ieri ti porti piu avanti,

a tratti illuminato, a tratti fosco.

 

Ma chi è mai lei, questa donna di specchio

che fa in schegge di luce il tuo passato

rimescolando tutto ciò che è stato 

e tramutando in un giovane un vecchio?

 

Nessun debito è  stato cancellato 

mentre ti graffiano le gambe i rovi

e il sentiero ti sembra dipanato,

 

ma non per questo sai dove ti trovi 

(o se lo sai lo hai già dimenticato)

e la tua vita è solo ciò che provi.

                                   QuinCdaLug19

*

Tempi

TEMPI

 

Gira la mosca intorno al formaggio,

Il tosaerba ronza il suo rumore,

Corrono inesorabili le ore:

Tutto si muove e tutto è di passaggio

 

Dura il groviglio di immagini e scene

Non più del tempo della proiezione,

Sono due in uno il re e il buffone

In una trama che a stento si tiene.

 

Però ci avvincono i molti colori,

il movimento, i caratteri forti,

ci commuoviamo di addii e amori,

 

siamo più vivi o un po’ meno morti.

Ma a un tratto i giorni sono corti,

cade il menisco fra il dentro e il fuori

 

si mostra intero il percorso del viaggio,

saluti il mondo con i suoi odori,

che già ti pare un lontano miraggio.

                                         QuinCastellanoSett18

*

Tempo

TEMPO

 

Nel pomeriggio assonnato  e indolente 

mentre i colori si fissano al sole

e sono rare e fiacche le parole 

uno stormire, venuto dal niente

 

alto di fronde, improvvisamente

non un uccello più che voli o canti

né il sottofondo di insetti ronzanti:

allora sai che nulla è permanente 

 

e tu da solo rimani a pensarti

sempre lo stesso e a te stesso uguale, 

senza nessuno a cui allearti.

 

Lo senti dentro che è ingiusto e non vale,

cercando un luogo in cui ripararti

sotto la pioggia, in pieno temporale. 

                                                    QuinPcLug19

*

Miscellanea

MISCELLANEA

 

Lampi d’estate e antiche ballate,

Ore distratte in tiepide case,

Come oscure pratiche inevase

Ferite aperte ma dimenticate

 

E poi le facce, ovunque, affastellate

Come parole e tu sei la frase.

Questo è un editto, un decreto, un ukase

E mai possibile non lo capiate:

 

Siate chi siete, siate, siate, siate!

Ché non c’è altrove, non c’è un domani,

Né un perché, un chi, un altrimenti

Non è un bel gioco per farci contenti

Solo una cosa stretta fra le mani

Una fra tante, subito passate.

                                     QuinNov15

 

*

Iperico

IPERICO

 

Lampi di giallo caldo che raccoglie

La luce intorno e la restituisce 

E dietro il fondo verde delle foglie 

E intorno il mondo che tace e annuisce

 

Trasformatori di aria in colore

Come esplosioni, non una ma tante,

Pronte ad offrire nettare e stupore 

A qualche insetto o a un raro passante.

 

E stanno insieme il tempo e il fiore,

Via via ideando rinascite e morti

Lasciano indietro gli anni e le ore 

 

Come avanzando partecipi e assorti

Lungo il percorso da sempre ulteriore 

Di navi in mezzo a un mare senza porti. 

                                                       QuinPcLug19

*

Fate e streghe

FATE E STREGHE

 

Fra blu e celeste di un oblungo spazio

Che si rifiuta di essere descritto

Corrono in alto immagini di fate

Sempre appena comparse in lontananza

 

Sola difesa dal continuo strazio

Per un cuore sfiancato anche se invitto

Vengono a te le streghe mai domate

E subirai la loro arroganza

 

Fiele dolciastro a volte incantatrice

Ma se resisti rischi la rovina

Questo è il suono del vento che lo dice

 

Così mentre discendi la tua china

Cercando – illuso – di esser felice

Vedi già farsi sera la mattina.

                                   QuinΦισκGiu19

*

Un po’ di desiderio

UN PO’ DI DESIDERIO

 

Come, lei, senza un nome, evocherà,                

Il disperato che non ha più vita                      

Lei, sconosciuta che darà pietà

No, non pietà, la simpatia gratuìta               

 

Quell’impossibile eventualità                         

Di un po’ di leggerezza confluita                   

Dentro a un vuoto che la assorbirà                 

In un inferno di fame infinita?                    

 

Tu, bisogno incistato e onnipotente               

Che insieme vede e nega l’offerente                         

Con quale nome mai la chiamerai?                

 

Tu che il tuo nome hai perso o più non sai              

E con il nome hai perso l’esistente                  

Tu che senza qualcuno non sei niente           

 

Chi potrà mai offrire al disseccato                         

Te, a cui la sete ha tolto il senno                          

Quei quattro piccoli nei in quadrato,            

O solo quell’ accenno                                           

Di un sorriso adombrato?                                         

 

Involto inerme la pelle ti parla                                 

Dice cose che non puoi sopportare                   

Come un passo che non puoi valicare                       

Ti ingiunge  e insieme vieta di toccarla        

 

E della voce il suono                                       

Morbido puro assenso                            

E l’odore che è un tuono                                           

Senza il lampo del senso                                

 

Involucro animato                                          

Pronto a smembrarti se non è smembrato      

Quel corpo è un ponte senza chiave in volta   

Con due inizi e senza alcuna fine                 

Gettato in giravolta                                       

Sopra un buio invisibile confine                   

Fra risa e pianti                                              

Fra anime vicine                                            

Senza fine  distanti.                                  

 

Non cercare più un nome da dire,

Sarà il suo desiderio a chiamarti.                  

Non fuggire, non spaventarti,                                

Non esiste altro modo di morire.                     

                                           Qgiu15

*

Desiderio

DESIDERIO

 

Nulla è abbastanza

E un’immagine nasce

E filtra il mondo

Mai davvero visto

Così lo vivi ma infine sbiadisce

E si allontana il sistema stellare

Che deformava il tuo tempo e lo spazio

 

La presa scema e si va a allentare

Di quella forza che vincola e lancia

E senza guida ti lascia a vagare

Non più satellite, perso nel nulla

E ciò che esiste è infinita distanza

 

No, non sparisce, di colpo distilla

Solo un esangue e confuso ricordo:

Ero così,  ero io per davvero

Quella figura che non riconosco

Mentre sfuggendo da distante guardo?

 

Erano sue le genziane e le labbra

E le ginestre dai rami di frusta

E la speranza di una vita giusta

O forse ogni e tutta la speranza.

 

Solo rimane la disorbitata

Libera corsa senza alcuna meta

Di un corpo ormai fissato alla sua forma

La vita è altro, mobile e inquieta,

E tu la osservi, lontana, scontento.

                                               QuinGiu19

*

D. dopo l’aquila

D. DOPO L’AQUILA

 

Bella,

per quanto ancora dopo tanti anni                

non so davvero che sia la bellezza,              

bella come una poesia sgangherata                                  

che poi ch’è stata composta a fatica                       

scorre veloce e è come illuminata                                               

da una sua luce di oggi e anzi antica                           

che mette a fuoco da tempi distanti               

l’ora presente nella sua interezza,                          

nel suo essere usata e insieme soglia.

Così sei tu, ilare porta aperta

per cui il passato sorpreso germoglia

mentre il tuo sguardo lo tocca e sconcerta

e il tuo sorriso gli rende la voglia

di andare nuovo in questa strada incerta.

                                  Quin per D. Mar18

 

*

Nevertheless

 

NEVERTHELESS

(Effetti secondari)

 

La incontrerai? Ma sappi                        

Per splendida che sia,                                

Per strana e mai incontrata,                           

Per quanto sembri tutto,                              

Non colmerà quel vuoto                                       

Che porti come un lutto,                              

Come una chiamata                                                                          

Verso la nostalgia                                         

E che, per lenti strappi                                    

 

Lo splendore che pure                             

Tanto ti ha conquistato,                                

Nonostante le cure                               

Dell’amore donato,                                          

Come un trucco di dei                                   

Tradirà te e lei                                      

Prima che il primo gallo                  

Nell’alba di corallo                                     

Due volte abbia cantato.                         

 

Resta triste e contento                                  

Perché pur tuttavia                                     

Quel pieno che non sana                                    

Quel vuoto che lo chiama,                    

Non son che una biella,                                      

Uno snodo, un volano,                             

Come l’acqua di un fiume                 

Che fra tiepide brume                                         

Scivola molto piano                                    

Quasi inseguendo il vento,        

                                           

E andando come sia                                             

Corre verso l’ignoto                                 

Mare che lo cancella                              

Ma indietro per la via                                     

Le pale di un molino                               

Ha mantenuto in moto.                                     

 

Nella farina bianca,                   

Nel pane che ora sforni,            

Trovi un altro splendore            

Di cui non sei più servo            

Ma che invece ti affranca           

E libera i tuoi giorni:                 

 

E’ un pieno più modesto           

Intriso un po’ di vuoto,             

E un nutrimento onesto,           

Fatto dal tuo sudore,                 

In questo nuovo moto              

Riempie le tue ore.    

                    QuinChissàquando

*

Photograph

PHOTOGRAPHfoto

(The days are just packed) *

 

Se pure i sogni a star lì irrealizzati

O peggio a compiersi e rivelare

Che resta sempre un vuoto da colmare

Te li ritrovi infiacchiti e svuotati

 

Quasi che i tuoi  troppi anni passati

Prima sospinto poi solo a sperare

Come uno scafo l’andare per mare

Li avessero pian piano scolorati

 

Allora studia, come dietro a un vetro

Quell’immagine che fissa un momento,

E ricordando – è un sogno all’indietro –

 

Sappi che quella donna e il tuo sgomento

Sono l’unico e solo vero metro

Della tua vita ch’è scheggia, frammento.

                                                           QuinxGioiaGen19

 

(*) "The days are just packed", è il titolo del fumetto di Calvin e Hobbes che la donna nella fotografia sta leggendo. A loro due, singolarmente e insieme, oltre che a Bill Watterson, il loro autore, la mia gratitudine per il prestito.

*

Il vento ci porterà

IL VENTO CI PORTERA'

Quella ha sognato di me e mi vuole,
Pure non riesco a desiderarla
Per quanto care siano le parole
Quando mi parla

Siamo finzioni, ruoli mal vestiti,
Ami calati, tramagli sospesi
E siamo vermi o pesci sbandati:
Predoni presi

E la mia voglia di te ha paura
Occhi di donna e corpo da bambina,
Il tuo parlarmi non mi rassicura
Se mi avvicina

Dal tuo sguardo al tuo sesso e' un lungo viaggio
Senz'altra mappa che quello che accade,
E parto solo, smarrito e in svantaggio
Come chi cade

Dentro a un sogno in cui tutto puo' avvenire
Dopo una lenta vertigine nera:
Che la caduta ti faccia salire
O che sia sera

Mi sento in balia di un destino
Che e' forse solo mio, forse di tanti
Senz'altra scelta che questo cammino
Che ha te davanti

Ma la fatica taglia il cuore in parti
Il sesso e' molle, contratto l'addome
E cerco in qualche modo di toccarti
Ma non so come!

Flusso mai laminare, turbolento
Pure sei cio' di cui io sono privo,
Sei il volto luminoso dell'arrivo:
Si leva il vento.
                QuinxGioiaCdaLug18 (*)

(*) Devo a Paul Verlaine l'ultimo verso - e quello successivo, nè scritto nè pronunciato; ai Noir Desir (cioe' a Denis Barthe, Bertrand Cantat, Jean-Paul Roy, Serge Teyssot-Gay ) il titolo, a un certo Catullo il tono dei primi 4 versi. Grazie a tutti.

 

*

Neso e Cassità »
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*

Non in silenzio

NON IN SILENZIO

 

Dove siete, fiumincorsa parole

adesso che avrei bisogno di voi?

Voi che sapreste come lavatoi

mondare il taglio che ora mi duole

 

d’acqua salata o di sangue denso

e aprirlo a un altro dandogli il senso

almeno di essere esposto e beante

fica in attesa di ognivoglia amante?

 

O almeno, se nessuno vi ascoltasse

di raccontare, a lei e a lei soltanto

la mia tristezza e questo fluido pianto

 

perché vivere è questo: poco o tanto

e nel silenzio è solo rimpianto

come un coro in cui non si cantasse.

                                    QuinperAlefeb17

*

The island in the middle

THE ISLAND IN THE MIDDLE

 

Un inibitore dei recettori                                                            

Della serotonina                                                                

Poi una donna vestita di bianco                                       

Nella penombra di un  aeroporto                          

Strani piccoli sfolgoranti attori                                       

Di una scena azzurrina                                                             

Per un copione nuovo e mai stanco.                                  

 

Da oggi mai più dirai che la vita                                      

Anche quella che dai per acquisita                                   

Non ti è sempre vicina                                                                               

O che ti ha fatto torto                                                        

 

E in quel gioco duro e controverso                                                       

Che è il passo indietro del pagare il prezzo                                     

Del guadagno che fa l’altro contento                                       

Quando si tratta di fare il giro                                         

Dell’isola di mezzo                                                            

Nel senso del tempo o all’inverso                                       

Sarà solo lo spazio di un respiro                                       

Poi lascerai che a guidarti sia il vento.

                                     QuinZanziGen14

 

*

Attesa al varco

ATTESA AL VARCO

 

Io sarò là quando cedendo agli anni                           

Avrai imparato ad averne paura                                  

Quando troppo abusata e meno dura                                    

La tua bellezza non farà più danni                                  

Non più capace del suo inganno strano                      

Che finge che sia tu la portatrice                                

Non per ciò triste, non di ciò felice                              

Di quel che sempre nella vita invano                                   

Cercando quello che non c’è mai è stato                      

Come una rotta una stella  inseguiamo.

                          

In quel domani avrò sempre abitato                  

E quel giorno se questo è il nostro fato                       

Liberi entrambi di esser quel che siamo                      

Ti accoglierò con un trito: “Ti amo!”

                                           Quin Chissàquando 

 

*

Il porto (o il mare)

IL PORTO (O IL MARE)

 

Il y a deux sortes de gens / il y a les vivants / Et ceux qui sont en mer. Jacques Brel                               

Ci sono tre tipi di uomini: i vivi, i morti e quelli che vanno per mare. Platone?

 

 

La stradine che scendono al porto                  

Solcano il paese come fiumi                           

Torrenti che promettono profumi                   

Di spezie e di donne di altri mari                   

 

D'altronde, se non sei ancora morto               

Anche tu incontrerai quel bivio incerto         

Che porta da una parte verso il porto                        

E dall’altra conduce al mare aperto                

 

Fare vela senza altro conforto                         

Che quel poco di scienza che hai del mare      

O da una casa (solida?) guardare                  

Chi ha avuto il coraggio di partire.

                                       QuinChissàquando      

 

*

Il poeta (2)

IL POETA (2)

 

Vi narrerò l’infinita bellezza

Del gioco una tantum sotto il sole

Delle parole nella loro asprezza

E lascerò che parlino da sole

 

Dirò desiderio senza contezza

Come colui che non sa ciò che vuole

Poi anima come si dice brezza

E pure corpo, anche se un po’ duole

 

Il cielo mi sarà uno spazio aperto

Solcato alto da voli augurali

E il mare, sì, dovrà esserci il mare

 

Così sarà, certo se anche a voi pare

Perché non siamo tutti quanti uguali

In questo nostro, vostro e mio, sconcerto.

                                          Quin BalealMar16

*

Il mare (1)

IL MARE (1)

 

 

Quando ti accorgerai del mio desiderio                 

Che certo schiavo di troppa bellezza                      

Ma di più ancora e con miglior criterio                 

Fratello di ogni tua debolezza                              

Come un cane sull’usta perduto                            

Giù basso il naso che il vento accarezza               

Ti segue ovunque ai tuoi passi incollato               

Ti stupirai o invece capirai                                                                  

Che  lo avevi da sempre saputo?                     

E ora quel sogno che vorrebbe  aiuto

Dimmi, fanciulla, lo deriderai                              

Come un miraggio senile e insensato?                          

 

Non farlo donna, non voler strafare                     

Non prenderti gioco del tempo                              

o di me                                                       

Che’ entrambi nuotiamo                                       

io e te                                                                  

In uno stesso identico mare.

                                      Quinchissàquandoedove

 

*

Specchi e meduse

           

      SPECCHI E MEDUSE

  

       AB =√x2+y2+z2-(ct)2    

 

Non coi miei occhi vedo te, me, questo

lucido specchio di vetro argentato                                

(in cui scopro un volto invecchiato

come quando da un sogno mi ridesto)

 

Dentro ho occhi antichi immersi nel mondo 

e non soltanto per un’ora o un giorno

ma in mezzo al tempo e con il tempo intorno

come meduse nel mare più fondo

 

Così fra i miei e quelli mi frastorno

e non so più se sono o sono stato,

un punto in moto o un eterno ritorno

 

e forse il solo vero rivelato

sta alle spalle di quello specchio tondo

poggiato a caso al centro di un prato.

                                               QuinMag19

 

 

equaz

 

 

*

Il mio amore è un’artista di strada

IL MIO AMORE È UN'ARTISTA DI STRADA

 

Il mio amore è un'artista di strada

Lo vedi da quel lampo nei suoi occhi

Azzurri come angeli barocchi

Tanto chiari che la gente ci bada

 

Però il suo sguardo che ride leggero

(Il suo mestiere in fondo è l'allegria)

Non perde mai un fondo più severo

Una tensione che non va mai via

 

Perché - è il bello dell’acrobazia -

Ogni suo volo è una rischiosa danza

Contro la forza che ti schiaccia a terra.

 

E io, che sono figlio di una guerra

Non saprò mai colmare la distanza

Da lei, o dalla strada, come sia.

 

Però so che, qualsiasi cosa accada,

Non scambierò per un gioco il suo gioco

Come fosse un affare da poco

Raccontandolo per ciò che non è:

 

Il mio amore è un'artista di strada:

Lei la conosce, e mi porta con sé.                 

                            QuinxGioiaCdAAgo15/Roma26Gen19

 

*

Un senso al tempo

UN SENSO AL TEMPO

Che metterai fra te e la tua morte
Per rallentare il tempo o dargli il senso?
Una genziana, un vento, un vino denso
O una compagna nuova, sconosciuta,
Mai immaginata, mai vista o voluta.
Non certo i versi di poesie contorte.
                                        QuinCdaLug17

*

Guardando te

GUARDANDO TE

 

Come altre volte ti stavo guardando

Con gli occhi troppo vicini al tuo viso

Quando di colpo per qualcuno dentro

L'arco dei denti si è fatto sorriso

E dalla curva del collo su al mento

Il quadro dal dettaglio ricreandosi

È apparso un volto che era del passato.

 

Il cerchio che si era completato

Mostrava come il tempo non sia

Il fiume che ci muove e porta via

Ma dentro noi una lunga addizione

Di istanti che in noi cercano un accordo

E che la vita é quella condizione

Di un sogno che insegue un ricordo.

                         QuinconGioiaPcAgo18

 

*

Falsa partenza

FALSA PARTENZA

 

E’ già lontano il brusio della gente

Assiepata sul molo, il bastimento

Che sta partendo, alto e imponente

Grande muraglia sferzata dal vento

 

Sotto una luna che il mare sottende

L’ultima cima ha lasciato la bitta

L’acqua dilaga, si allarga, si estende

Dietro alla poppa,  a babordo, a dritta.

 

Ma ancora questa la credi partenza

Con la tua vita abusata che sbanda

Orfana ormai di quel tempo recente

 

Quando ancora credevi all’esistenza

Di una risposta mentre è la domanda

Che adesso invecchia e non chiede più niente.

                                                Quin Giu18

 

*

Imeneo

IMENEO

 

Ti sposerei domani,

Subito, ora, adesso,

In questo giorno breve in cui rimani                 

Se solamente ci fosse ancora                        

Il tempo per un dopo, se non fosse                             

Riarso il corpo e insieme a lui il coraggio               

 

E però sì, ti sposerò lo stesso                          

Pronto a morire nel tempo di un’ora            

Travolto dal tuo sisma, dalle scosse,            

Ti sposerò perché non sono saggio                            

 

E lo farò perché tu sei la vita                         

Molesta e breve, spesso  indigesta             

Ma vista nel tuo specchio infinita.                       

 

Pure, nel poco tempo che mi resta,                              

Aspetterò che piova sul mio terreno spoglio  

Già, lascerò che piova, anche se non voglio.

                                             QuinperGioiaepoiaSivia&Pino15Sett18

 

*

L’alba prossima

L’ALBA PROSSIMA

 

Quando cala la luce e si fa scialba

e il mondo si riduce

a un nudo bianco e nero,

si accorciano le strade

quando il più è percorso.

 

O sono gli occhi ad essere stanchi?

O le gambe di andare,

il cuore di pompare?

No, l’anima, soltanto,

incomincia a capire:

nulla distingue il tramonto dall’alba.

 

                                                 QuinFeb17

*

Modesto invito (con Addendum)

MODESTO INVITO A DISCETTAR DI MORTE

 

Mi è richiesta, ci siamo proposta                         

Consuelo e io, accoppiata maldestra,                  

Proprio per oggi, in un giorno di festa                           

Una poesia che vi invogli a parlare                     

Della morte, come oggi ci appare                         

Così incombente e prossima e finale                          

Tanto che ogni giorno fa un po’ male                

 

Così ho provato a buttar giù parole                     

Come un delirio in un giorno di sole                 

Ma non n’è uscito il vecchio farci i conti          

O il comunque tenerci sempre pronti,                

L’accettazione, il cercare un accordo,                            

La compiutezza al saperla finita                       

La vita, come ripete  il ricordo                

Di chi ci ha fatto, presenza sparita                     

 

No, le mie rime  se ne sono andate

Per conto loro, come indifferenti

A dire autunno sì, e foglie cadenti

Ma in incredibili voli e planate

 

E anche foglie al ramo abbarbicate

Forti di vecchi rancori e lamenti

E desideri non spenti e potenti

Anche solo di vite immaginate

 

E i rossi e i gialli e gli sprazzi di verde

Che il riflesso di un’acqua disperde

In parole invernali sempre  vive

Poco sagge, arrischiate, corrive

 

Insomma, dentro ai miei versi avventati

Come una sabbia che scorre fra le dita

Per quanto tristi, a volte disperati

Non ho trovato morte, solo vita.

                                          

 

ADDENDUM

 

E allora sia l’invito a riesumare

Ciò che è stato ma è forse da inventare:

 

Te lo ricordi quel bacio rubato

Labbra a contatto per mezzo secondo

E il sorprendente arrestarsi del mondo

Ricordi ancora o l’hai già scordato?

 

Che nei tuoi sogni torni, come un tarlo

Sei tu quella, sei viva, non scordarlo.

                                          QuinNov17

 

*

Gli occhi del poeta #poesiapoeti

GLI OCCHI DEL POETA

 

Li avete mai guardati negli occhi i poeti?

Non dico quelli veri e "laureati"

I raffinati e virtuosi esteti

Che in versi abilmente cesellati

Trascrivono emozioni imperiture

Tradotte in arabeschi delicati,

 

Né dico, è ovvio, le mie rime impure

Per cui non ho che una modesta stima:

Io sono solo uno che "ci prova"

Mischiando narcisismo e umiltà

E per mancanza di capacità,

Svanisce e lascia lì il vuoto di prima

In cui qualcuno a volte si ritrova.

 

Invece lui li ha umidi e svagati

Gli occhi, dico, e non vedono niente

A tratti fissi al vuoto a tratti al cielo

Come smarriti o coperti da un velo

Solo di rado allegri e illuminati

Se d’un tratto la piega discendente

Delle labbra si alza in un sorriso

Contagioso e presto condiviso

Cui sempre resta un fondo un po’ dolente.

 

Gli oscilla il capo dietro alle parole

Che viaggiano nell’aria come in volo

Ci sono solo quelle e per lui solo:

un uomo solo con le sue parole

 

Però quello che dice lascia un segno

Sei lì e ti chiedi se non sia follia

Quel canto altrui che ti porta via

Come fa un’onda col pezzo di legno

 

Ora mi chiedo: è un servo o un padrone

E ciò che canta è suo o è del mondo

E lui subisce solo e non si oppone

O fruga l’universo fino al fondo

 

Dicendo l’io, la vita e anche l’altro,

Che con la morte il cerchio richiude

Con quelle sue poche parole nude

Che sembrano parlare di tutt’altro?

 

Ma poi li chiude gli occhi ed è soltanto

Un cristo appeso alla sua strana croce

E al silenzio appartiene il suo canto

Come al silenzio torna la sua voce.

                       QuinMar18 (a P.S., grato)

 

*

Com se hace el amor

COMO SE HACE EL AMOR

 

Come si fa l’amore?

Si prende dal passato

Un antico dolore

Mai davvero scordato

 

Si finge che sia andato

Come vanno le ore

Di un giorno un po’ sprecato

Senza troppo clamore

 

Si cancella e si mente

Come si nega un lutto

Fingendo che il presente

Sia veramente tutto

 

Che si possa incollare

Ciò che nasce spezzato

Come dai cocci un vaso

Sparpagliati dal caso

 

Ma è un volo molto breve

Di uccelli senza ali

Degni solo di  scherno

 

Resta una traccia lieve

Droga per noi mortali

Che ha un profumo di eterno.

                                   QuinMar18

 

*

Interrogativi

INTERROGATIVI

 

Ma la vita è un diritto o un dovere?

Una dura fatica o un piacere?

E qual è la strada da imparare

Godere, o soltanto non star male?

Verranno giorni di pioggia verticale

Cosa faremo, staremo a guardare?

                                 Quin  ott15

 

*

I am a lighthouse!

I am a lighthouse!

 

Una casa come                   

Sopra uno scoglio                        

Di un faro i riflessi            

Laggiù senza nome           

Su un’isola avvolta            

In tiepida bruma:               

Se una vita avessi              

Così, come voglio                

Per sempre o una volta        

Allora io credo                    

Sì, credo saprei                   

Da fragile aedo                   

Come gli alisei                   

Scordando me stesso                 

Morire di schiuma. 

                     Quin?quando?

 

“And then, and then - this was one of those moments when

an enormous need urged him, without being conscious what it was, to

approach any woman, to force them, he did not care how, his need was so

great, to give him what he wanted: sympathy. ….” V. Wolfe To the lighthouse

 

*

Il poeta#poesiapoeti

IL POETA

 

Cosa cerca il poeta in quel che suole

Senza mai crederci chiamar poesia?

In una forma forse di follia

Di costruirsi un fallo di parole.

 

                               QuinZanziago14

 

*

Hydra

HYDRA

 

back cover of Songs from a room Leonard Cohen

 

Dove finiamo io, Dio, l'esistenza

Se tu seduta in fondo alla stanza

Seminuda nella luce che avanza

Annulli tutto con la tua presenza?

Che cos'hai tu di cui non so star senza 

Tu placida lattaia in gravidanza

E imperatrice degli elfi che danza?

Non può essere solo apparenza,

 

Sei tu, tu SEI, questo lo so vedere

Pur se il mio sguardo resta allibito

In te inizia e finisce l'infinito

Mentre noi siamo ombre passeggere.

                                          QuinZanziago14

(To Marianne Ihlen, then)

  Leonard Cohen on Marianne: “I thought she was a simple milkmaid but i discovered she was the imperial majesty of the black forest or a snow queen – something out of the north, made of crystals and darkness. Aside from all those mystical things, she’s a very good housekeeper.” Judy Collins on L.C.'s song Suzanne: "It was very present and yet it was very mystical at the same time."

 

                               

 

 

*

La via regia

LA VIA REGIA

(Elogio del backstage)

 

Ma sì, ditemi pure ch’è triviale

Che non è bello,  che a volte fa male

Ma in certi casi un bel rapporto anale

È il solo modo anche se amatoriale

 

Per toccare qualcuno

Per cui non sei nessuno

Per aprirlo(ah!)al diverso:

Non c’è proprio altro verso.

 

Così beffando il Dio

Il suo, ma pure il mio,

Che ha fatto questo mondo

Crudele e inverecondo

 

Su un letto o in un cesso

Arrivare al possesso

Intimo e finale

Da uomo ad animale

 

E inseminare un’anima

Frugando a piene mani

Come un verme da pesca

Penetra in una pesca.

 

Qmar15

 

*

La genziana

Sarà oramai marcita la genziana                        

Il cui blu intenso specchiava testardo        

Quell’aria alta che tesa vibrava                      

Ed eri il centro esatto di due mondi                     

Mentre sembrava che quel tuo momento   

Per sempre uguale sarebbe restato.                    

 

Oggi che tutto quello è quasi andato                    

Soprattutto non essere codardo:                

Non rifuggirla, evitando il riscontro          

Fra questo tempo che pare ti sfrondi         

Col movimento lento di una frana             

E l’uomo che mai sei davvero stato.                  

 

Oh, puoi ridurla al suo sapore amaro,        

Puoi dirne il nome, sperando ti ascolti      

Se non un dio, qualcuno a cui sei caro,     

Puoi ricercarla, domandando ai volti           

Quello di santa e questo di puttana           

Che viso avrà il tuo antico sgomento.       

 

Te la ricordi ancora la genziana                 

Che faccia aveva venendoti incontro        

E il suo odore nel mentre ti guardava        

E poi da te ha distolto lo sguardo             

E dolcemente ti ha dimenticato                 

Più attenta a un nuovo alito di vento?         

                             Quin con D. Mar18

 

*

Fra aneto e cinnamomo

Dove mai troverai la pace uomo                          

che di ogni umor di vita prosciugato  

dentro al deserto viaggi verso un posto                   

in cui non c’è nessuno che ti aspetta?    

                                    

Non qui fra l’ombravento che accarezza,

come un’essenza colma di dolcezza                  

la tua pelle riarsa e stanca                                       

di quella vuota terra troppo bianca:                        

questo è solo un sollievo che scompare:

per un istante hai smesso di cercare.            

 

Non fra i glifi inintelligibili                         

tracciati da antichissimi scribi                               

parole altrui, che una cupola getta                          

in cerchio in alto su un tempio composto                

a celebrare una donna al passato   

ricordando in turchese e giallo cromo.                     

       

Quelle parole no, non ti riguardano         

e il decifrarle solo ti ritarda.                               

 

Dove troverai  mai ciò che ti manca?                                                  

Chiedilo a lei, pellegrina perduta                                 

lei come te dentro al mondo caduta,

se per caso nel suo e nel tuo viaggio                        

appare a entrambi lo stesso miraggio.                           

Forse lei ha qualcosa da offrirti                               

se il tuo bisogno non ti copre gli occhi                  

e ancora riesci a vederla e la tocchi.                    

       

Se un giorno mai la incontri fra la gente              

folta al mercato lascia che a colpirti                        

immagine isolata ed evidente                            

come da tutto diversa e più pura                    

nell’intrico di  vesti e viola e gialle                        

sia più della figura l’andatura.                               

   

Insegui l’ondeggiare delle spalle.                             

Ora rincorrila, subito, presto,

Fra gli odori di aneto e cinnamomo            

Fermala, senza alcun pretesto,                            

chiedilo a lei, anche se con lo sguardo

ancora chiuso, accecato dal sole.                                

 

Parlale ormai, da uomo schivo e tardo,  

di a lei le tue balbettanti parole.

Lei forse sa, lei forse può. E’ con lei                    

e nel tuo viaggio verso lei che tace                              

che tu sei diventato quel che sei.                                            

E’ lei che infine può offrirti la pace                         

quale che sia, foss’anche solamente                         

quella di chi non cerca ormai più niente.          

 

Di chi non cerca ma invece riscopre                    

una parola ormai dimenticata                             

ciottolo strano che la spiaggia copre               

scheggia di voce dal mare smussata              

 

E non sapevi di averla perduta                                 

come chi guarda e non riesce a vedere                

o uno che ha sete ma non sa più bere                     

quasi l’acqua gli fosse sconosciuta.                          

 

Chè lunghi e vuoti sono stati i giorni                 

Di cui il deserto ha cancellato il conto

Stando all’addiaccio o sotto yurte o tende            

Forse è arrivato il tempo che ritorni,                        

Quella parola, forse ora sei pronto:

E non più solo: qualcuno ti attende                   

 

Entrando in lei come si viene al mondo            

Dirai: “Così, ecco, è così che era”                          

Tirando  su come da una miniera                      

Quel po’ di  te che era rimasto in fondo          

 

Ma se quaggiù fra cinnamomo e aneto             

Lei non dovesse oggi palesarsi                                 

Cercala ancora con cuore più lieto

Sarà domani, chi lo sa, può darsi.                      

                                      Quin SamarkandeRomaLug17

*

Il poeta e la donna #poesiapoeti

Quando un poeta, di qualsiasi età,

Volto, voce, comunque un poeta

Vede una donna non è un’ora lieta

Perché lui lo sa che non è lei quella

Neppure veramente così bella

Da così tanto e per sempre smarrita

E in verità mai realmente esistita.

 

Ma sa che neanche questa incontrerà.

 

Sa pure che se uno sconvolgimento

Di ogni ordine dell’universo

Permettesse un accadere diverso

E un nuovo inusitato momento

Lì, in quell’istante, in quella via

Lo cogliesse infine impreparato

Sarebbe la morte di ciò che è stato.

O l’inizio di una nuova poesia.

                                             Qnov14