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Raccolta di poesie di Robert Wasp Pirsig
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Leggenda del vino venuta all’orecchio dell’acqua

C’era chi credeva che 
l’acqua è respiro soltanto 
per una parte degli esseri viventi,
ma il resto poteva considerare
l’accesso dalla terra per usare
almeno un riflesso condizionato
dalle gocce.
 
Giunse così anche a noi la vicenda
di quelli che se ne erano riempita
la bocca per tacere di peggio, 
prendendo a testimone la fonte:
così segreta, così mammana
di tutti i corsi, anche quelli
che ci fanno umani a sbafo,
attraversando le gole.
 
E poi vennero quelli delle Terre Alte
che toccano il cielo con un dito
per fissare le catinelle al rovescio;
e quelli delle Valli a Capire, portati
dalle catene da attraversare.
Mancavano quelli delle Terre di Mezzo,
è vero, ma è un'altra storia fantastica
da seguire altrove.
 
Gli intervenuti ebbero contezza
del fiasco del vino, diventato sangue
in una tavolata a numero chiuso.
E che la sua leggenda è un prestito
dell'acqua pura officinale e immolata
capace di produrre tutti i sangui necessari.


Id: 74611 Data: 23/02/2026 23:02:57

*

Pio

La carne è debole, si legge da Matteo,

ma a quanto so non è certo rivolto

ai lupi: quelli azzannano dove l’osso

si fa anello e nasce lo sposalizio

con le fauci. In un colpo solo

la vittima conosce la fragilità

dei detti e il ruolo dello stomaco.

Non stento a crederci, ma guardo

il braccio e gli ammennicoli alle dita

da un’altra prospettiva: la carne 

è l’humus delle ossa in fiori

come il più variegato dei bouquet 

che curato fa salotto 

ma in vaso secca.

 


Id: 74551 Data: 12/02/2026 17:30:19

*

Passo all’ora che mi fissa

Le idee non sono più di moda
mentre la manifattura chiede
ai modelli di proporsi da soli
lavorando a vuoto.
Si presentò uguale a mia madre
quando allargando il suo campo
d’azione accettò il mare quale rogo
ma non si bruciò dal lato vigoroso.
Questo ignoriamo dell’amore: mostra
le cuciture oltre la passerella.
La passerella è un ingranaggio 
della vista e, sì, salda pure il conto 
con l’amor proprio
benché non ci appartenga: 
il vestito è l'alibi degli attaccapanni 
che sostengono quanto non regge.
Non l’ho mai detto che vengo
da cinquanta passi da adesso
dove l’idea manteneva vivi
i cognomi col pensiero.
Ora è il momento del risparmio
di opinioni: siamo ciechi
nelle imbastiture.
È la peggiore pratica 
di recupero dei vuoti.
 


Id: 74520 Data: 07/02/2026 23:34:04

*

Scendo a compromessi

Compromessi è un paese atipico,

volubile tanto che le margherite

non si fanno portatrici di risposte.

Gli amanti le tengono da conto

ma non accettano se vanno loro

contro.

In ugual misura si concede il prato

alle pozze istruendo le calzature 

a camminare in punta di piedi

per condurre la parola al banco

di prova.

Le scuole sono di strada mentre

l’esempio è messo in piazza senza

volerlo e i programmi prevedono

che i visi siano zaini colmi

di espressioni. 

L’aspetto del sorriso si adagia 

alla tensione del profilo acquoso. 

Compromessi è un pantano 

che inghiotte l’esca del successo 

ma affiora lo scheletro del tormento.

Ogni Dio è al corrente dei fatti 

di Terra, eppure tirano l’acqua

al loro mulino dato il prezzo

alle stelle.

 


Id: 74451 Data: 26/01/2026 23:53:04

*

Scoppia nel parco

La panchina ha un aspetto 

riposante. Guardo a lei

più disteso. Sarà la forma

su cui siedono gli occhi,

ma i due braccioli a mezzo

busto ispirano un cedimento. 

Il buongusto suggerisce che

il termine del disagio cada 

in una nuvola di parole, 

ma per periodi circoscritti

ripariamo nelle note.

La seduta trasforma l’intera

azione in frazioni di lei.

Da un pezzo i suoi gesti

li colgo distanti dal resto. 

Dice che lì non c’è misura

per la quale può fare paura

lo spazio a contatto di pelle:

mi sembra un verso a rotelle

per allontanarsi in un niente

e fare male adeguatamente.

 


Id: 74401 Data: 19/01/2026 15:33:54

*

Ecco tutto

In un soffio il naso diventa 

il tuo missile dal volto

congenito, che urla solitudine

e colpisce la bocca sui denti.

Mi trovo nell'agguato dei doppioni

che dotano di repliche diverse.

Anche l’uso si ripete,

così le orecchie rompono

il silenzio, gli occhi lo creano,

le braccia scuotono il petto 

e i seni avvicinano altre doppiezze 

incapaci di fuggirne 

su due piedi.

 


Id: 74365 Data: 14/01/2026 12:12:44

*

Dell’una cosa fatta in due

Ci abbracciamo con trasporto:

nell’abitacolo viaggiare da sogno

in sogno come lo dici a voce

ma insisti con le dita, stringe il campo

da petto a petto. L’intimità

resa sacra dai giornali-paravento

isola questa sera dal firmamento

meno ampio del sentimento

ma più votato dalle stelle 

che per una certa unità riversano

angosture di scambi e grazia

nottetempo. Funzionano

a motore spento come discese

dalla lingua seducente.

 


Id: 74342 Data: 10/01/2026 23:40:16

*

Un duplicato del resto

Era nello specchio, sopra il lavandino,

una parlata confidenziale a denti stretti

tra loro e le setole, così intima

che sentivo i pensieri non le parole.

I miei denti sono passeri repubblicani,

che hanno in comune il nido e la lingua.

Non più bianchi, non più veri, non più

adatti allo scopo, cadono ad uno ad uno

sul miraggio di un bacio: l’età fa il deserto,

pure "lo sconsiglio" ti becca, per altro.

 


Id: 74302 Data: 05/01/2026 15:29:27

*

Luoghi da sconsacrare

Il parcheggio in piazza 

è quel non luogo a procedere

colmo di metallo 

più di quanto ne serva

per contaminare l’ambiente.

E con loro ruote che andranno 

ad eliche o altre diavolerie 

che già ci trasportano a breve.

Dei monumenti sappiamo le targhe 

mentre il busto esposto al vento 

è una minuzia degradata, in memoria 

del primo Sindaco fermato lì

con una manovra dei sostenitori 

di merito. Ci sono ali in discesa

dove non ti aspetti le grinfie.

Quello che piomba dall’alto

coniuga convenienza come credo:

il paradiso si spera,

ma il purgatorio è presente.

 


Id: 74252 Data: 29/12/2025 15:45:25

*

Chi controlla il prodotto

A Laura Turra,

per la tua meravigliosa alterità.

 

Solleva la prua se navighi la pagina

fino al rigo in controsenso; ricorda: 

il rigo, quando lascia l’incolonnamento,

mantiene a galla il pensiero.

É un fatto di accoglienza retta

dal voltare pagina per curiosità

che non deve essere al termine

orizzontale ma scavo profondo.

Accogli il diverso con la generosità

dei lieviti che informano la tua pasta

di crescenza.

 

 


Id: 74210 Data: 22/12/2025 13:14:15

*

Che non ci manchi il mistero

Ovunque sia ben ci sta, il mistero

spogliato dalla rivelazione e lasciato

nudo a “oh!”, un indizio sonoro 

di meraviglia e stupidore

che riduce il fenomeno a lascia 

o rattoppa. 

Poi, come sai, stimola la crescita 

della sapienza che diffonde il fuoco

senza amare le sue ceneri. Può farlo

spingendo le congetture dal dubbio

ai fasci di nervi, soprattutto batte

sul timpano in tempi diversi 

la musica della rivelazione.

Credo si debba essere grati alla stoffa 

che veste l’Universo e Dio stesso,  

perchè quando la tiro 

per stirarla a mio piacimento 

tu prendi un’altra piega.


Id: 74193 Data: 19/12/2025 17:10:22

*

In un certo senso

Siamo stati concessi in uso 

a noi stessi e non alla contabilità 

dei capi comunque si ergano soli

ma allo sviluppo di trame in futuro.

Non come ragni ma con i ragni

le cui tele sono fatte ad opera d’arte

e catturano occhi in breve tempo.

Le dovremmo conoscere a menadito

ricordando a chi domina su altre vite

che può finire in un giro inatteso

dove qualcuno qualcosa darà

un taglio alle sue pretese.

Perché questo è tutto:

stare nel mondo con il mondo in testa.

 


Id: 74087 Data: 01/12/2025 16:40:05

*

Fuori di me

L’universo in seduta plenaria, e appena

in formato, decise: la pelle non è un limite. 

Starci dentro è difesa dei confini, 

con la precauzione di contare 

quanto una piccola parte del tutto, 

magari la ‘o’. 

Nessuno degli altri esseri viventi obbiettò 

e non sappiamo se questo atteggiamento 

si diffuse con la polvere o con il respiro 

del resto degli elementi. Segnatamente,

il gas di risulta o la materia oscura.

Ora noi, con l’esistenza intera, siamo 

secondi nei processi del tempo iniziato

quando il tutt’uno divenne pluralità

di chiarezze per combattere 

la gravità che ci trattiene

a corpo sicuro.

 


Id: 74072 Data: 29/11/2025 12:23:11

*

Nessun dorma

Drone ‹dróun› o, all'ital., ‹dróne› 

(propr. «fuco, pecchione; ronzio»):

questi sono gli “uccelli di rogo”

dei quali canterà la Diva funesta 

la Vita disonorata

la Pace inadeguata l’Ira intatta 

che ci perseguitano in formazioni

di passo.

Andandosene, sanno di dover tornare

a volo, sempre più in quota e da più lontano

dirette, ma precisamente dove annidati

stanno corpi senza riferimento anagrafico

o condizione o legami o celie o cosa

seria. Perché ci sia una nuova voragine

su cui stendere un velo pietoso

che informi i caduti a vuoto.

 


Id: 74028 Data: 24/11/2025 15:01:06

*

¿Qué le está pasando a la margarita?

Qualcosa indicava che non ero all’altezza 

della margherita: questione di prospettiva, 

mi giustificavo. Supino sul prato, gli occhi

ponevano l’orizzonte sulla terra in risposta

alla verticalità dei fuochi, sottraendomi 

all’artificio della fuga dall’inadeguatezza.

Ma non ero all’altezza del seminterrato,

il fiore sporadico da quel lato, ma diffuso

per distacco sul gambo - come Bikila nel 60 -,

capace di emettere sentenze alternando

un verbo ad una negazione: è un vaso, 

ho scoperto, un bouquet di gialli che gli insetti

risolvono servendosi di algoritmi di volo,

più dei risolventi artificiali in uso nei listati 

dei data center da supermecato.

Dal mio punto di vista la baia conteneva

la fonda di mercantili piccoli come i petali

e scuri, che il bianco non bastava a schiarirli

in aria, ma di più in cresta d'onda.

Ho pensato a Dio, che non viene per l’ape

ma manda la margherita che non si trova

lì per un fioretto.


Id: 73996 Data: 20/11/2025 12:22:08

*

Ho liberato il tempo dal dato

Disancorato ormai, mentre oggi ormare

è davvero sporadico e leggero 

nonostante il peso aumenti. 

Penso che quanto dato sia opportuno

svanisca, anzi, evito evocarlo perché:

chi lo riconoscebbe per ora?

Quindi ormai è sinonimo di ‘ricordo 

poco’ e ho ricordi che contano meno 

su due piedi. Diciamo 7 o 8 

e sto tornando al sei che è di strada 

per arrivare a zero, mero contenitore 

del silenzio perpetuo, come portato oltre

con fine, riciclato oserei dire.

Sicché ciò che mi racconta è niente più 

dell’anagrafe che va bene a breve 

ma sfido i motori di ricerca

a trovarmi in seguito… Prendo a bordo

il cantiere fermo a guardare, simbolo 

della prima venuta e moderatore 

del talk 'agitato per mia natura':

è questo mare che si riafferma a tavola. 

Mi figuro di esservi scagliato 

come deriva dal dato.

 


Id: 73943 Data: 10/11/2025 15:05:09

*

Per un soffio non si scuotono

Crea un nemico se vuoi farti degli amici.

E più odiato sarà l’avversario più all’indice

puoi aggiungere alleanze. Un nemico annoda

i capi e li tiene a tiro, ma se fai la ruota

il mozzo si consuma. Sii meno remo

che scalmo. Agitati e vedrai farsi nebbia

i propositi. Tocca il fondo rotulando

sui fianchi e, accucciato dietro sacchi

di convenienza, mantieni il confine 

tra palesi e celato.

E ricorda: la campitura della tela

come sostiene il ragno ha l’aria

di un visto appena.

 


Id: 73859 Data: 23/10/2025 11:54:19

*

Sono secche

È il momento dell’involo: 

chi decolla, chi atterra, chi 

si libra senza peso sul suolo

poi s'intesta la stagione così

pioggia nel suo ruolo. 

La pista non è data, è il ramo

su cui rulla in difesa dello sviluppo nudo

che lascia inappagati i suoi nodi.

Si fa per cogliere il cuore a modo 

di un antico richiamo: una calamita 

o talvolta una calamità?

 


Id: 73830 Data: 18/10/2025 11:32:50

*

Su posto

Devo vivere mi dico a scapito del remo 

fino alla pensione. Attraccato al molo 

del balcone e cullato nel porto a casa 

ogni fantasia dalla rete ‒ faccio presente 

all’afa che il terrazzo non è un panfilo 

e il richiamo dell’acqua non viene

dal bicchiere ma dallo scroscio 

della doccia in barba al sapone. 

Ironia dell’afa: se lo spirito vitale 

si mantiene nell’ombra, la noia

esce allo scoperto come al fresco.

Uno scatto immediato fuori dal solido

ozio. Nei condotti sanguigni il brivido 

libera il crocicchio dei vasi dal tedio 

del circolo solito. I polmoni a tal proposito

cambiano aria con tutto il cuore.

Vivere non è difendibile a lungo se non

sei in una posizione ideale: cioè essere

preso in parola da te stesso in persona.

Uno scatto immediato e l’avampiede è 

sulla pedata ma un gradino più giù 

sfugge ai passanti come un saluto

contenga tanta narrazione. 

La città che ti aspetti trova l’accordo 

con lo sconto della partitura: i suoni

picchiano in testa come motori.

Faccio festa sul posto. 

 


Id: 73403 Data: 15/07/2025 15:08:16

*

Sono in penitente

Abiti di buona fattura sono la passione, 

una perfetta tecnica di duplicazione 

delle immagini ad occhi chiusi, la mimica

aleatoria nel sonno, la spesa contenuta 

per mantenere il buio, lei residente

in un secolo non meno guerrafondaio di questo, 

e comunque fu amore e comunque furono figli 

e non tutte le foglie furono distrutte dagli incendi.

Direi che è una prassi consolidata il visto 

al chek-in del ricordo. L'abito ci spoglia a mano 

a mano che lo riponiamo in un senso o nell’altro.

Così ci trasformiamo in ante. Ma prima 

i neuriti fanno da nastro trasportatore 

alla velocità cosiddetta del pensiero 

incuranti che le espressioni facciali

coinvolgono dall’esterno grazie al rumore

dentro. 

 


Id: 73306 Data: 24/06/2025 15:45:13

*

Allei

Per te ho attraversato pagine in diversi punti,

sbucando in periodi altalenanti - controversi, 

se si vuole - addetti allo scambio di veduto. 

In parallelo ho stabilito la nostra latitudine:

fissando l'altezza della stella polare (tu) dagli

angeli orizzontali che assistono allo scambio

di cromie tra giorni e notti che non sembravano 

in grado di mantenere la stessa tinta da soli. 

Scomparivano dall’orizzonte su delle lancette 

che giravano in tondo, inseguendo un luogo. 

Fisso il letto come circostanza di rotta, per altro, 

tra secche parole che sarebbe d’obbligo evitare 

sotto coperta dove barcamenandomi penso: eri 

equilibrio a pelle e vedi adesso come sei dentro. 

Torna fra di noi l’epoca della caccia di corsa, 

ma dalle mani partono diverse intenzioni:

le dita mostrano il tremore padrone che danno 

ai nervi sia titubanza che invocazione.

E ti amo indietro nel tempo come avanti ad ora.

 


Id: 73221 Data: 05/06/2025 10:38:31

*

Non vi rubo spazio

L'orizzonte è disposto a difendersi

dall'accusa di attrarre i più promettenti.

Questo mi fa supporre che si accampi

nelle voci più che nell'altezza dei fuochi. 

Si difende sostenuto dai suoi delfini.

Poi evolve in acqua quando a riva.

Per come la vedo io: "quando sei a terra

non è concesso l’aereo: dei quattro elementi,

due sono uniti con lo stesso mezzo”. E allora

entrai in una carlinga così tanto tardi

che rimasi fermo per l'intero volo.

In quel corridoio del cielo bastò un carrello

per fare la spesa con la fede senza etichette.

"Puoi prendere tutto quanto ti serve

ma non porti via niente," mi dissero,

"solo l’inguine ingrossato dal lino, che

per fortuna non ti fa uccello." È l'unica

testimonianza del cielo che i piedi

si prendono. Puoi camminare sulle nuvole,

o scendere, ma volare non è un fatto

di scarpe se conosci la materia. Con le ali

l'ape copre la distanza, questo regge. 

Tra le ali e il dorso, un intrigo di atomi.

Tra atomo e atomo, Dio: è il nom de plume

della nostra quantità nell'acquasantiera del credo

che così esiste ma non è tale piuttosto quale.


Id: 73121 Data: 15/05/2025 12:24:38

*

Svegliammore

Uso il peso della parola per misurare 

l’amore. E le tue labbra che le magliano

al sole. Hai notato come peso e lunghezza

nella penombra

non siano direttamente proporzionate? 

Puoi non pensare che è argomento

di discussione, ma scoppietta il desiderio 

in preda al fuoco e si fa cenere. 

La mente parla con le briciole del corpo 

così che tanti sostengono sia il cuore 

a volere il morso.

In modo naturale rispondi con l’indice

e trasmetti a gesti il dialogo 

che utilizza la lingua contingente

con un’altra lingua agnostica.

Ci preferiamo distesi in luogo

della brutta piega che prende

il buon senso.

Saper leggere il manifesto dice 

quanto si conosca il glossario 

delle effusioni e assegna al divino 

la muscolatura del ruolo, 

come è dato dall’apprensione. 

A segno può venire utile il grembo 

sul quale esibiamo il nesso tra fibra 

e sussulto, contrazione e spirito 

di corpo. Cito a memoria perché tu

me lo fai presente. Questa parte 

manca nell’agiografia di ogni santo

giorno: il calendario avanza a perdita

d’occhi e sfoglio quanto mi pare passato

convinto che il passato ci abbia fatti

grandi ma incompleti: opere fortificate 

che adesso sono dati per deposito.

Ma tu sappi che t’amo perché sei 

paziente ed io il malessere 

con sorte di mantenimento.

 


Id: 73034 Data: 30/04/2025 17:39:28

*

Con la fratellanza che ci vuole

Ciao belluomo, gli dissi a memoria. 

Altero nella sindone del ricordo, ora 

rattrappito quanto un postino seccato 

da una stagione fuori porta, a mezzo solstizio. 

(Per quelle canoniche si può dire messa 

lì apposta; le altre indicano che è possibile 

leggere abbraccio il loro stato di famiglia 

qualsiasi pantomima faccia a vista.)

 

E questo sarà per sempre l’incontro. Meglio:

istruttoria di un ritrovamento. Quindi prova,

come sei di noi in campo, genitori compresi, 

maturati da germogli, sfioriti in un soffio 

di clemenza dato il grecale che viene per tempo.

Il legame accomuna le frequenze: il sangue 

ha avuto bisogno di una trasmissione da zero

riconosciuta con una sigla. Poi, scaletta di respiro.

 

Annuncia come eri quando ti viene, fratello! 

Alba sotto gli occhi di tutti, eri, e dai gesti

si vedono i segni come rallentano; primo 

nel raccolto, l’amore ti ha dato la falce 

dell’esempio per volontà del maltempo 

che ad ottobre diventa freno della pesca. 

Ciao, Antò!, gli ho detto lui presente, 

siamo contemporanei alla lettera 

 

per documento. 

 


Id: 72940 Data: 17/04/2025 10:59:08

*

Storia vecchia per nuova data

Tra noi ansimava la chiacchiera di recente 

con l’elenco di ieri sempre più rado. Tanto

c’è di bello nei resoconti che il vino tira 

dalla sua parte i bicchieri e noi presi di mira 

dai fatti, siamo fatti di quando in quando.

Che c’è di meglio delle relazioni date

per memoria dei figli, e di questo e quello

purtroppo non ci sono i protagonisti

dotati di spirito sano? Gareggiamo

a rifarne le pose in un gioco di fonti amarose

(ma per dio accessibili da tempio 

come sbocco delle date, ad es.)

 


Id: 72851 Data: 03/04/2025 11:28:29

*

La città che viene via

Gli indirizzi che popolano il GPS

sono nell’orbita bassa della Terra; 

giungono come svolte che fanno senso. 

Nella voce dei chip sono riconoscibili 

lo stradario in forma di onde per l'ascolto

e la seduzione delle pizzerie da asporto.

Fa specie che tutte le svolte cercate

in terra vengano dritte dai circuiti

integrati mentre in fondo galleggia 

il Torrione in via Torrione alla deriva 

del quartiere ‒ altisonante per altro, 

ricercato, invece che sicuro, incapace 

di evitare il cemento a presa rapida 

e ingegnosamente al verde: si può

dire evasione.

 

Ci ho fatto un pensiero. Come questo:

nessuna abitazione in via di proposito

si stabilisce a casaccia, ma tutte - proprio

tutte - fanno da tappe ai fiaschi passati,

ovverosia andiamo in rovina coi motori

fuori regime o in folle oceaniche.

Una boutade che spiega la quiddità del tempo. 

Allora gioisco per avere ancora posto 

sul citofono e dirimpetto il portinaio 

che mi consegna i saluti in tromba magna. 

Lui oltrepassa la soglia dell’orecchio 

alla spicciolata, perché il silenzio non paga 

in soldoni ma in particolari momenti ingoia 

le scale, rose dalle pedate con l’avampiede

in posa.

 


Id: 72756 Data: 18/03/2025 11:27:16

*

La voce che circola nei vasi

Bornon 110395

 

Quando si affacciò l’ipotesi che saresti venuto,

la notte dei pesci non era ancora a pelo d’acqua, 

in realtà caddi dalle nuvole senza volerlo

affondando in grembo, dove tu mettevi

radici per un fatto d’amore che mi ha fatto 

rinascere… 

Oh-o, storia vecchia, la rinascita!

Non so se crederci in buona fede o se 

per un corso di riparazione vengono 

le parole a gocciolare in bocca contro

la siccità del pensiero. 

Di tutta la comunicazione che avrei voluto, 

queste portalettere mi parvero corrispondenti 

a mattoni, come dico tuttora, per cantierare 

un sogno. 

Poi: ‒ È nato, è nato! ‒ Annunciava tua nonna 

in quel nido di vispi, e tutta la sanità del caso 

era presente. 

Tua madre aperta alle stelle dei pesci 

e tu entravi nel locale ‒ e per locale intendo 

l’universo in atto. 

Prendesti ad abitarmi da fuori perché 

nel tuo immenso tremavo a mente 

del rischio nascente. 

Nascosto ma fluente nei vasi ti parlo 

come permesso a dimora.

 


Id: 72670 Data: 28/02/2025 13:51:07

*

Mi occupo dello spettacolo in atto

Se quelli davanti a me sono andati via

non è che io ora veda meglio la messa

in scena della vita. 

Ho soltanto la sensazione che il pubblico 

di prima abbia abbandonato la sala 

conoscendo la fine. 

Adesso in coscienza suppone lo spettacolo

che da qui non si vede, benché messo all’indice

in un volume rilegato.

Non sanno di aver assistito al meglio, 

ora che il meglio è pari al nulla a pretendere. 

Il palco resta aperto alle stelle, la parte

si può scegliere come conviene. 

Persino evitare i fiori incoronati con più 

monete nella tasca giusta: una pratica 

dovuta ai manutentori di passaggio.

Una buona cosa per far posto a quanti

applaudiranno in altri ruoli. I ruoli…

Stanne certo sono presi, ma uno, uno

soltanto è dovuto a te. 

Reciterai e sarai multiforme senza saperlo: 

attore, protagonista o comparsa, e spettatore, 

finanche autore; ma talvolta sarai maschera 

con il giusto spirito mentre nel buio  

con la tua piccola luce accompagni 

alla poltrona un vecchio legnoso perché, 

si sa, la vista e le giunture sono legate 

alla corteccia, come un fiore all’occhiello. 

 


Id: 72571 Data: 11/02/2025 14:57:02

*

Un ripiano si addice a posto

Mio padre è esposto a nordovest e conta 

dal tramonto la sorgente che non vede.

Mia madre apre la sfilata in favore di camera:

è meravigliata, vede cose dell’altro mondo 

e i parenti con il loro cordoglio fanno cornice 

più o meno a giorno.

Dunque, sulla mensola la distanza è garanzia

di appartenenza, perché gli anni seguono 

centimetri per giorni.

Stanno lì per adesso, quegli adesso inestimabili

che gli occhi scorrono come grani in un rosario

di congiunzioni. 

Un plotone familiare sotto il fuoco di fila 

delle rivisitazioni e/o dei paradossi 

di caduti e risorti a vista.

Frazioni d’acqua per ognuno di quei frame, 

pontificazioni di sangui a volte, a volte

unanimità di giorni. 

Vado tra loro come la goccia nel polsino

quando dal rubinetto al viso esplode: 

un brivido e un disagio: la vita, insomma.

Sono passato tra di loro come futuro nudo.

In altre parole, ho fatto il mio tempo fuori

da queste madreviti ma la filettatura

è su di loro come ritorno. 

Sono ancora robusti, benché soltanto busti

digitali, ritoccabili dove serve - e a me 

tocca tanto il cuore e la mente, 

partendo dalla credenza che uno stipo

è adatto a conservare l’intimo e lo spirito, oltre

la forma e quel succo in luce.

Di tanta pasta fatto.

 


Id: 72441 Data: 24/01/2025 15:38:41

*

A te che sei pubblico sul comò

Occupato dai presenti ma con una buona esposizione

degli assenti mentre va in scena il quotidiano

e si lavora al personaggio in un’altra sede 

- discosta, concessa al vero, esposta 

con l'odonimo al termine del corso.

Quelli davanti sono dotati di spirito proprio,

le seconde file pregne di unanimità: la mia

lacunosa interpretazione della loro vivacità.

Il parterre è la copertura della vecchia Singer

che, smesso l’uso domestico, superato 

l’afflato creativo del “mamma non fa una piega

ma affina i punti al taglio con corrente”,

è una macchina da cucire portata dal passato

si coglie nelle icone, sulle quali non soltanto

l'insetto della memoria si posa con l'amabilità

delle parole, ma anche l'ingiuria delle stagioni

incassate dalla mente lasciano imbastiture

che cuci con l'interpredazione.

 


Id: 72397 Data: 15/01/2025 15:41:31

*

Faccia di circostanza

C’erano tante tentazioni tra gli addobbi,

a tratti persino i locali con le loro penisole

si tuffavano tra i turisti in corso - che è 

un po’ come voler avere la testa altrove

quando sei sovrappeso e chiedi un prosecco

fidando su quelle sedute che hai di fronte.

Gli auguri hanno un valore che finisce 

sul conto tra le effervescenze del riso;

o, più contingente, il riso è facile preda 

di una banda di rivenditori. 

Nei correnti ovunque, le gambe delle banche 

sono di carta. Le carte hanno valore di debito 

o di credito e comunque strusciano sul fondo, 

si consumano come un passista che punta 

al traguardo e unge col sudore quest’aria

di rifacimenti e come l’ultimo merlo 

sul forte la carnale becca la pelle lisa 

nella piega al centro dove le preci 

di alcuni cari scomparsi fanno volume 

ancora capaci di acquistare vita

per quanto ricordi. Capisco che il limite 

umano è dato dal bisogno versus desiderio.

Lascio il primo in debito di risorse di spesa. 

Trovo una risorsa in termini di fuga:

lascio lo stagno del calendario

con la faccia di bronzo.

 


Id: 72375 Data: 10/01/2025 17:19:02

*

Resiste la fermata

L’uomo dei rifiuti ha abbastanza chiavi

per aggiungere peso ai portoni.

È smilzo: uno che svolta nei sarcofagi

mentre macina chilometri e sacchi per via

della fame e del superfluo, dei quali disfarsi

in tempo consentito.

Ha imparato a differenziare come insegna

la giunta in comune: da un lato il potere

dall’altro il servizio: cosa renda di più

è palese, ordinanza natale.

Ama la notte, per quanto si vede,

ma fa in fretta ad uscirne per rientrare

nel cuore di lei, sposata in un solo giorno

con l’inseparabile anulare ad accogliere

il giallo risolto. E il bacio

che dovrebbe avere il sapore peggiore della città

accetta il bidone.

 


Id: 72128 Data: 30/11/2024 14:08:36

*

Alle piante non mancano i piedi

Nel cortile c’è uno spazio risicato 

in cui parcheggiano piccoli fusti 

rampicanti e automobili ossificate

che portano acqua di scambio 

a caldo. Oso dire che i motori

non sono isolati ma gli isolati 

vanno continuamente in giro

a darsi ragioni. Si raffreddano 

con il mutualismo tra cemento e ferro 

che mette in ombra altre coabitazioni.

Quando le prendo a norma di convivenza,

edera e carrozzerie mi pare offrano la stessa 

somma di percorsi con addizioni diverse.

Ho dato alla casa un valore certo: mi ospita

la benedico mi calma la cerco mi tatua 

la sua immobilità nella tempesta: la mente 

qui è plastica e imballa i piedi 

a sorte.

 


Id: 72076 Data: 18/11/2024 16:33:24

*

Per andare avanti

Un amico mi ha chiesto dei soldi

in prestito - come aspettarsi a febbraio

il sostegno del suo sole anemico

e, nel raggio rimasto, mi sono rivolto 

ad un parente del quale conosco

la sfera di appartenenza - diciamo

come fosse marzo che dispone di ore

calde in via d’arrivo, esposte a sud.

Lui allora lo ha chiesto al suo compagno

quasi pieno di colori ma più al verde 

di me in amore (il cuore è sempre un prato 

in allestimento in cui bruca la pecora

del malessere) però questa volta il seme

non poteva dare piacere e lo ha domandato 

alla donna che segretamente frequenta:

un’ape, a suo dire, in via d’estinzione.

Lei ha pensato bene di sottoporre la richiesta

al marito, in attesa di grano quanto un silos

che non sa nulla della messe in scena

ed ha chiesto a me quella prestazione.

Sembra un girotondo de ante annum 

oppure oggi per andare avanti.

 


Id: 72024 Data: 11/11/2024 12:53:08

*

Un punto a favore

Il giglio di mare si estingue tra le orme

delle correnti che vengono dal porto 

e perdono grasso lungo la battigia.

Chi è corrente non sempre va di fretta: 

spesso l’amore, anzi: certo, l’amore!, 

chiede di accogliere a tempo debito 

una promessa di millemila partenze

che fecero l’epoca dei corrieri

in genere. 

Più o meno ai giorni della grande 

alzata di spalle per la funzione dell’orizzonte

che sollevato a davanzale e, giù di lì, il vento 

con l’aria di stare a facciata in altri elementi: 

odori di rilievo, roulette dei semi, 

imposte chiuse dove il sole batte in durata 

la notte e amori freschi, amori brevi un ahhh!, 

ingialliti col bacio, spacciati dai denti 

nei possedimenti.

I piedi a sostegno dello jogging increspano 

il piano della sabbia: orma per orma

l’occhio trova energia nel punto in cui

fa buona pesca.

 


Id: 71688 Data: 07/09/2024 13:47:07

*

Mai fatta un’opera buona

Sono un esempio per questo

i caduti greci fermi sulle piattaforme

di Poseidonia con l’aria dei fatti di cronaca 

legati a queste orme e agli agenti secreti 

dall’atmosfera.

Certo la performance dei costruttori

è ricca di talento per la buona disposizione 

delle pietre (il cuore è la roccia
che origina vette o fa battere i deserti)

ma i marmi per quanto duri 

hanno diritto alle trombe.

A caldo direi non c’è più tempio 

per questo: inesorabile agisce 

quel verme solitario dell’orologio 

che digerisce persino l’universo.

Perculiamo i climatologi sostenendo che 

come fu o come non fu, l’inferno 

era già finito al fresco, sottolineavi 

con successo. Ma davvero 

è successo? Cosa è, allora? Il successo 

è quel riconoscimento che la polvere 

dà per le parole al vento, udite udite!  

E la polvere qui è tanta: finisce sull’alloro, 

sulle orme, scrocchia in memoria con calore

a volte. Voglio aprire una fabbrica

di condizionatori, questa sera. Gente

che sappia ripetermi “stai fresco, stai fresco” 

come fa la grandine schiacciata dalle suole.

Ma il frigo di casa non basta, lo so.

La sua accuratezza non è sempre fredda, a volte 

usa un gelo di qualità umana che innesca

il deperimento sgominando il cuore e la pietra

anche se si contrappongono allo stesso tempo.

 


Id: 71625 Data: 28/08/2024 15:34:56

*

Interruzione dell’acqua

L’avviso era per gli utenti 

una presa di coscienza:

posi gli occhi sul comunicato 

ma non è che basti il linguaggio

burocratico ad affrontare

la pulizia dell’essere. 

“Il giorno tot, dall’ora tale 

all’ora poi, verrà interrotta 

l’erogazione dell’acqua 

per riparazione dei guasti 

della condotta.”  

Tutto in un fiato come i cirri 

all’improvviso compaiono 

in un’atmosfera serena 

interrompendo lo scattering 

scoperto nell’azzurro a tutto spiano.

Il giorno tot allora tale 

fino ad allora poi, verrà interrotta 

l’erogazione dell’acqua 

per la condotta… La condotta!

è sempre stata il cruccio

che mi ha reso tardo sui libri,

senza la lingua acconcia

al primo bacio e inadatto

per le occasioni che contano.

Non ho fatto caso che la lettura 

stracciava dai legacci la memoria 

tanto da creare una similitudine: 

essere umani significa portatori 

malati di candore angelico

o divini scolapasta.

 


Id: 71540 Data: 17/07/2024 11:53:46

*

Che succede se

Se ti prendo per mano è che mi aspetto

tu mi dia una mano e non per usarla

quale altra presa in giro. Intorno

non si vede anima che sostenga 

la fisicità dei contemporanei 

(lo spirito è quello di sempre: 

lo avverto ma non viene dato 

per certo) eppue, sommando i vigili assenti 

ai passanti distratti si ottiene per addizione 

una certezza: la Terra è rotonda o piatta

ma occupata con tanto sentimento. 

Quando provi a superare la solitudine, 

un frettoloso saluto misura la velocità

con cui attraversiamo le storie incidenti. 

Preferisco evitare quei cenni col capo 

e dichiarare apertamente non ricordo 

il tuo nome però la faccia scava il silenzio 

da sola e dice qualcosa che serve a poco. 

Così la riconoscenza dà alla memoria un ruolo

da protagonista, ma quando la notte 

salta sulla schiena e lancia al galoppo 

la sonnolenza, una cuspide della stanchezza

equivale alle dita messe alle strette

dipanate dal dorso.

 


Id: 71478 Data: 08/07/2024 15:04:53

*

La parola stufa

La tua sagacia chiedeva attenzioni 

straordinarie, quasi una pulizia dell’ascolto

di modo che per capire la vera natura 

che la lingua coltiva occorre guardare

come si piega il gambo del tono

quando lo modelli a pieni polmoni.

Una ricerca di contaminazione, la mia

prende la parola e non dichiara

che davvero il fornitore è il Devoto Oli.

Quindi apparendo a volte stucchevole

tagliavi il detto come il grano 

alla base, quello, per intenderci, 

che secca una volta e per sempre. 

Giallo per giallo, aspetto che maturi lo sfusato 

più che quelli montatori, te ne uscivi. 

Le tue parole fioriscono nello stomaco 

o sono porzioni di suono 

che la mente incolla col senno di poi? Chiedevi. 

Sei un rondone che pare dia lezioni di acrobazia

ma sopra di lui è il falco che impara come piantare

gli artigli picchiando sodo. 

Questa esposizione non dà lavoro,

dice l’ombra al sole. E fa caldo 

come la parola stufa.

 


Id: 71452 Data: 04/07/2024 17:52:59

*

I residenti

Con una spudorata somiglianza 

ai composti volatili (presi a modello 

di aereo, dei o chi ne fa le veci) il drone usa 

comandi remoti per colpire adesso: sfrutta 

questo paradosso in presa diretta

poi tira fuori lo spirito innato 

e dissolve i concorrenti. Suggerisco 

di salvare i contatti in una memoria

capiente. Ricordo per l’occasione 

profili associati ai fumi molesti: ovunque 

(che in arte è l’universo) viene fatto divieto

guidare in stato d’ebrezza; ma la brezza, 

spero, qual buon vento ci meni al fresco.

Può far male come quando sudiamo 

esposti ad una tiritela di perché e quando

nullafacenti. Niente è peggio ma viene

destinato in successione ai morti,

che, come si sa, sono svitati  realmente.

Sono cerniere battenti senza bandiera. 

Con gli zoccoli, zoccoli a tamburello, 

ventre a terra, taranta il capriolo in salvo 

dal lupo - che cerca il tenero o l’indifeso 

o il malridotto o questa terna insieme - 

ma il lupo rifiuta il domestico succulento 

per un naturale sospetto: “In una mano 

tesa ed aperta c’è sempre un inganno 

che di là passa alla gola e viene all’orecchio

quando è subdolo sapere e tacere

come sopravvivono i resi denti

alle tante primavere.”

 


Id: 71288 Data: 19/06/2024 12:00:15

*

Quando posso prendo fiato

Lo dichiaro ai mercanti di letizia e a quelli

della compassione: lasciate che la vecchia

Europa argini patemi a voce spiegata, e mostri 

il negozio fronte strada in pieno traffico

di vettovaglie. 

Non curatevi del dettaglio, spingete sull’ingrosso 

e sulla trasparenza: gli oceani quotidianamente

sbattono il capo su uno dei capi del profilo costiero 

a perdita d’occhio. E l'occhio vaga a filo dell'onta,

piccolo canotto sopra

mentre sotto sotto tante buone intenzioni

a mano aperta si tendono verso l'ovest che affonda.

Aumenta il deserto dove le dune si agglomerano

in cemento: aspettiamo che il vento setacci

il grido dell’allodola 

a ridosso di un miraggio svanito in pace.

La realtà può colpire fino a togliere il fiato.

Il sogno prende corpo quando proietta ombra.

Il perno è la luce. Anzi, dicendo “senza contare

che la notte è primigenia”,

il desiderio cerca conferma ad una mandata.

 


Id: 71238 Data: 14/06/2024 11:45:42

*

La cecità delle piante

Sia lode alle campanule tanto timorate 

da nascondere nelle rogge lo scarabocchio 

in fuga. Diventano ombre a frotte 

di cinquanta al dì, qui (nel confine sotto

stimato) e più di mille al dì, là (ovunque 

perduto). Sono minori che sfuggono 

al sacco della malavita. Una quantità 

inusitata - già se fosse uno soltanto -

calpestata da mostri che pesano

la primavera in carne ed ossa.

Alcuni raccolti in un bouquet da salotto

altri semplicemente spazzati da un’onta

e soggiogati a piacere - molte parti 

in patchwork orrendi portati all’inutile

eterno. E taccio di quelli dilaniati o ridotti 

in terra dai guerrafondai, come sacchi 

in trincea. 

Solo credere all’inesistente permette

di sopportare la scomparsa in un’altra 

presenza. Fiore piegato dai colpi

d’aria viziata: un respiro che secca.


Id: 71141 Data: 06/06/2024 14:34:40

*

Chi sono

Sono terreno della peggiore specie,

friabile fino a comparire minerale

a più riprese. 

Questo è il nocciolo; questo, in terra.

È l’umanità che aumenta il volume

mentre si perde la polpa. Il succo

è indifferente. Non ne afferro il senso,

ma magari il frutto non sarà tormento.

Allora sia lode ai polmoni verdi, ai vomeri

rossi, alle gocce ingiallite dal pulviscolo 

atmosferico. Non fate caso alle differenze

come le differenze non fanno un caso di noi.

Adesso il prato è un libro aperto

e i papaveri seccati segnano punti salienti,

il meglio esposto nel dialogo con il vento:

Lui piaga quel che gli pare 

ma offre ossigeno a noleggio, a lungo termine

si spera. Fino ad allora sarò stato consentito 

da una presa di posizione di due terreni, 

mantenuta forse per qualche minuto 

e depositata nel ventre con la speranza 

che fossi una cima, non la frana che devasta

l'alveo dove ha messo piede.

Un  serio problema, vi dico, in base al dettato

'servi del podere per cambiare la terra.'

Non ne afferro il senso, ma magari nel solco

si trasformerà la trincea.

 


Id: 71059 Data: 28/05/2024 14:49:18

*

Sollievo a stento

Sostengo il traino e il ruolo del rimorchio

ma non li adotto con la conoscenza dovuta: 

nella storia di un trasporto ha una sua parte 

la risoluzione della motrice.

Vado dietro dichiarazioni, a traino dei suoni; 

aggancio gli occhi alle forme ma credo 

che in ogni senso mi trascini l’emozione.

Siamo meno che stelle ma l’ignoto ci cova:

quanto trasporta? Siamo rotabili, percorsi

da colpe che ci solcano e nel tragitto

ignorano i segnali dei lavori in corso.

Un colpo di sonno ci porta fuori alle volte. 

Sollevi il mento e vedi coriandoli fermi

che fanno la festa a qualcuno che non si può raggiungere.

Le mappe stellari appaiono come segreti

di cui si parla solo di persona; e si cercano segni

per trovare sereno. Dopo la pioggia ho un’altra idea 

delle brutta aria che trova il sole. La stella 

sostituta in ogni fede, e ne sono testimone, 

come sospetto, credo, come poltergeist per verso.

Vado dietro voci, figure, apparenze, coltivo giochi 

di ruolo e sono stalker per Gil, mi infilo nei panni

come una lama crea nel tronco la distopia

del guardaroba, pieno di pinze a molla dette mollette 

per indicare che, se ci sei dentro, il vestito 

non ha un ometto, ma una sorta di tensione sartoriale: 

la cucitura tra essere ed apparire di sostegno. 

Sostengo il rimorchio mentre indosso il suo bel maglione, 

più alto e in forma di me. Capisco l’insopprimibile 

pesantezza del precedente, sicché superare l’anagrafe

è di uso comune quando la sete dell’età ti prende, 

per ciò se ci fosse sollievo nel bicchiere

squaglierei anche il vetro per berne.

 


Id: 70997 Data: 21/05/2024 15:04:55

*

Derive

Sembravi rassegnato all’estate

che muta i costumi, porta le vivande

ai rinfreschi e le vele che fanno camiciole

per quelle rotte. 

Averne vissute tante sull’onda

non è successo, ma esercizio

che auguro agli sgombri,

checché si racconti dei pesci azzurri

o alla ricerca delle dimore in questa 

o altre nuvole di parole.

In cielo ora non guasterebbero

tante penne scagliate come droni.

L’estate cambia le figure geometriche piane

in poligoni di tiro per gli occhi e, se

l’inclinazione lo consente, impiega

lo schizzo per preparare il disegno

al gioco delle ombre: un motivo

per mettere a fuoco i sogni

dei carovanieri del posto.

Io ne bevo, ma tu ancora sei 

fonte a gocce. Così cerco derive 

che tornino amabili. 

 


Id: 70936 Data: 15/05/2024 11:22:26

*

In coronata

"[...]Se un uomo si vanta delle sue poesie,

verrà amato dagli stolti.

Se un uomo si vanta delle sue poesie e ama gli stolti,

non scriverà più.

Se un uomo prova un ardente desiderio di attenzione per le sue poesie,

sarà come un somaro al chiaro di luna [...]"

(Mark Strand, Il nuovo manuale di poesia)

 

Achille annegando in un mare di ragioni 

l’ondata di collera che non bastava coscienza 

per contenerla, nemmeno si accorse che Ettore

aveva preso un granchio e gli andò contro

col suo furore come se l’altro gli avesse

troncato netta una chela o l’incendio delle tolde

achee avesse distrutto le passerelle di Atena. 

Ettore si accorse che la ferita è tale se guarisce, 

ma nelle orecchie la pressione della battaglia

è un viavai di pesci (avrebbe detto un banco,

ma che branchia sarebbe quella della squama

che rende un quasi eterno oceano occupato

dal suo dettaglio vitale mentre spunta per tempo

la tempesta del Mirmidone?). 

E tu, Antifo, che non hai amato come me 

quel Rombodituono, sognando sulla mia isola

di essergli compagno in almeno una azione

da acrobata sottoporta, non puoi capire quanto

il Divo fosse un vero colpitore per gli avversari

di turno. Immarcabile anche con riserva di schieramento.

Opposte, le fazioni fanno intera la guerra; alleate, 

sono più divise che uniformi. Vedi, mio giovane amico,

resta la trovata del cavallo con la pancia piena.

Una odisseata se vuoi: mettere due teste equestri

sul fusto di una trireme e lasciarla davanti

alla porta sinistra perché si pensasse ad un dono

maldestro! Ma ti pare che dopo millemila 

cadaveri si ricordi una sola corona?


Id: 70838 Data: 03/05/2024 15:01:03

*

Furore con gemito

Mi fecero entrare nella chioma del Pelide.

Sotto di essa un’orda di guerre e duelli

e brevi pause sul kline (aggiungeranno

una ics per chi raffredda).

Così accadeva nella tenda mentre sulla piana

mosconi e tafani sgraziavano gli argomenti

di arti, con torti perché nella furia manca 

la lucidà di colpo.

Avevo già venduto rotte aleatorie per approdi

casuali con buona pace delle tratte turistiche. 

Un lavoraccio, lo riconosco, Antifo! Più della rosa

che per catturare il sole salì sul ficus

incuneandosi senza sfogliarlo. Privo di capo, il male 

non ha seguito e può essere il principio del bene. 

Come noi ora, andò a sedersi sullo scoglio 

che è la platea dell’orizzonte

dove puoi vedere a fondo un sogno o un sarago

con il suo argento, le pinne gialle e la macchia nera

in coda mostrare la freccia mentre passa 

la caviglia. Lui non prestò attenzione, perché a colpirlo

non bastavo le parole. 

Quale impulso rimise in campo il figlio di Teti? 

Il cambio di turno in amore con l’assente di turno. 

Eros rende schiavo chi ritiene schiavo l’amante

fino alla contr'azione dei lumi. E si sa che la fiamma

riscalda se si contengono le lingue.

La vendetta non chiede argomenti a sostegno,

ma furore con gemito. 

 


Id: 70589 Data: 22/04/2024 12:32:56

*

Essere combattuto

Si sa che nell’erba ‒ pure incolta o ignorante ‒,

le greggi muovono le mandibole più che l'occhio 

del ciclope. E siamo consapevoli che il ciclone

è nell’aria una guerra tra elementi cosiddetti

avventori del locale. Ma davvero davvero ciò

che entra nella carne prende sapore a memoria?

Questo mi chiedevi, Antifo dal bianco chitone,

e risposi con una gemma da orto retore: e se Paride 

avesse informato il re padre delle sue intenzioni, 

più che informarsi della regina da ratto, quali dei

tanti sarebbero ancora con noi?

Il sangue non è aereo ma schizza nello spazio

spinto dal cuore oltre il necessario, se tanto tanto

se ne fa mansione. Uno shuttle lanciato nell’orbita 

di pachamama, che mi piacerebbe conoscere, Antifo. 

La tua linfa cola dai denti del monocolo gigante 

lì impalato per avere tregua. E fu la fuga a renderci

soli con tutta la luce che venne dopo.

Come ti dissi sul pontile, quel che atterrisce 

nella partenza per la guerra è di farla 

in tempo. 

 


Id: 70523 Data: 11/04/2024 12:20:03

*

Paradono

La sensazione è che nel giardino di mio padre

un pezzo di terra somigli alla luna, e adesso

manca (non la terra nè la luna). 

Tanto sporadica vi appare la vita che la motozappa 

è un lusso. Eppure lo spazio è fecondo 

ancorché pieno di polveri che si aggregano

nei telescopi.

“Quindi ti dico, Polite, amico mio, cerca la terra 

che ti portò a bordo con il bagaglio di guerra

e rendila fertile per la lingua naturale dei volatili

e per ogni genere di vermi, uomini compresi,

ma non credere alla salvezza che lo scudo 

offre: quello sbarca ai porti solo le ripartenze.”

Polite, demone di scoglio, accorto nello sguardo

amava la donna che mi amava e io non amai

più del viaggio tra millemila ignoti, così lo interrammo

in quell’orto mentre annodava all’albero di maestra cime

venute dall’altro mondo. Intrecci di battaglie

tra colpisci e schiva, affonda e strappa, fino

alla Mustang verde lasciata in dono sotto le mura

e che nel motore aveva uomini affamati di marmi

e bronzi.

Un bagaglio di corpi straziati e colpi strazianti

che quei doganieri non colsero nel mental detector.

Paradosso del dono: la sorpresa

non è sempre una gioia. 

Come la sorte.

 


Id: 70493 Data: 08/04/2024 13:09:07

*

Fregata

“Non mi fido della resistenza della costola, 

Euriloco, perché la fiancata vibra per cedere

al torneo dei remi.” 

La mano erpice sull’impugnatura usa il fulcro 

dello scalmo per tirare a sè il mare restio 

a qualsiasi solco (la marea, per definizione, 

si muove se viene attratta dalla parola lunatica, 

o anche se riceve una spinta pari al volume 

che la segna.) 

Lui, Euriloco, preso da una mosca inseguita 

a scarti del capo, improvvisi quanto netti, 

- quell’attenzione degna di miglior preda -,

non aveva altro che reagire ai fastidi.

Un poco a memoria e tanto per l’umore: 

come l’amore… quando l’hai assaggiato. 

Gustava la prua da polena, Euriloco, e apriva 

il libeccio come le fregate sanno fare, gonfiate

e rosse con la magia dei corteggiatori: in ogni 

vagabondo si trova una direzione che fa gola.

Fanno leva sulle isole come la gialla stagione

dei mosconi. Oppure le gocce di sudore. Pieghi

la schiena e la rialzi per attrarre a te il vogatore;

e questo sembra il bel presente: lo sforzo prende

lo spazio tra il ventre e un mondo di carnieri. 

Chi si apre non vede meglio, perciò anche in terra

seguiamo chi è in voga. Tra tanti elementi, 

Euriloco, arma l’anima un soffio 

dal mare abbandonato. 

 


Id: 70459 Data: 04/04/2024 12:32:19

*

Alla prima uscita

Attua la risalita dal tronco la banda 

delle gemme a scoppio come venne 

viene marzo a giorni nel solito giro 

di attrazione tra i corpi celesti e non

previsti dai massaggiatori dell’orto.

Quanti ne saranno? Anche tra gli astri 

sono innumeri i rovesci di atmosfera. 

Proprio quella giusta non si vede.

La razza umana è davvero una replica 

di ciò che la sovrasta, perché cadendo

i frutti restano nel perimetro della chioma

cannibalizzati dalla radice. Così va il grosso 

e il piccolo a perdere gli anni nel fiore 

degli anni da finire. Oh che meravigliose suzioni

ci aspettano per tornare in circolo! Dai capillari

alle barbe è come passare in salotto dove solo il sofà 

ha fede nella distensione quanto nei congedi.

È battaglia per l’idraulica in quelle trincee: 

se ti appoggi a pena, le palpebre serrate 

fanno incubi su due piedi. 

 


Id: 70387 Data: 25/03/2024 16:44:37

*

Silenzio a parole

Poggiato alle pasque con l’agnello 

di glassa e mandorlato per tenere 

a freno la lingua al servizio degli occhi,

troppo vivace e già fonte di strepiti 

di lungo corso, stava l’uomo 

con la gamba incrociata alla caviglia, 

come se gli arti fossero inferiori quando 

si incontrano e superiori se si tengono 

mano nella mano.

Sia detto, perciò, che la coscienza del sè

non ha niente a che fare con i trascorsi 

della bocca ma da quelli toccati di persona. 

Diventa essere lo strepito e si cuce 

ai bronchi con il filo di fumo a piombo, 

proprio lì dove vorresti avere un bruco, 

segno che per introdurre echi nel silenzio 

occorre fragore di consunzione. 

Ossia ruggini dall’umido dei desideri 

che hanno fatto le balaustre in cuore.

Ma se si scioglie la caviglia, se la gamba 

funziona, al diavolo la posa, urlerà 

la pasqua in gola!

La mia generazione ebbe i fiori 

con millemila comunioni. Fine della concorrenza. 

Condivisione, perché la concorrenza esaspera 

la solitudine più della velatura nel fuori onda. 

Oggi decollano i pamphlet delle rivelazioni.

Per questo gli aereoplani creano il flusso d’aria 

necessario al volo mentre gli uccelli fanno meglio 

da stormi. Si dice sia capzioso ogni silenzio, 

ma dietro lo strepitio della memoria 

come nella dissoluzione dei sogni 

c’è un dialogo muto o un foglio 

che fanno le veci, messa in conto 

la potabilità della parola.

 


Id: 70258 Data: 08/03/2024 13:55:27

*

Con le squame nella rete

Liberaci dalle maglie della rete o tu 

che porti sul carapace l’endecaverso

cui non dobbiamo il verbo e il bacio, 

ma il flusso e la gabbia. Fai che non sia

la parola il tragico croupier e le promesse

spuntino nelle misure d’acqua come i bicchieri

e la lingua, che per questo si pone da terra. 

E la terra, questa terra, scruta le onde

per il miele dei pesci ma ha perso

la cittadinanza delle sardine

per conquistare la nazione dei motoscafi. 

Ai piedi della sabbia c’erano calzature 

che facevano incespicare la risacca. Figure

perse o lasciate con l’orizzonte contratto.

Per fortuna, e per liquidità disponibile,

l’onda porterà la soglia marina più avanti 

e la terra, questa, sarà scoperta dai tetti. 

E, lì, il giovane avanza.

 


Id: 70197 Data: 29/02/2024 10:48:15

*

Gigi

Stanno scomparendo i miei sorrisi

dai visi che li avevano portati al mondo 

come identità di spirito. 

Si stanno riducendo i nomi da cercare: 

sulle porte e nei portoni cambiano 

le voci ai citofoni.

Gigi è un dente della vecchia città 

che ricordo di nuovo, forse perché 

adesso lo avverto con la lingua 

caposaldo d’amore.

Ah, che mese gennaio che ha spento 

luci e amicizia in corso! Ingigantivano

le feste dei datari e le date guizzavano

senza contenersi al largo. 

Ma adesso il golfo fermo si accosta

al tuo scoglio con il suo marmo bianco.

Dall’ultima volta i cristalli del sale

pruriginosi attestati dell’acqua

si trasferiscono in lacrime

testimoni della fortuna 

di averti in corpo.

  

(a L.L. - RIP)

 


Id: 69869 Data: 16/01/2024 13:32:12

*

In cima al calendario

Siamo nel primo foglio

del calendario. Siamo lassù, 

tra i fori che testimoniano 

lo strappo o la giravolta

dei mesi accartocciati. Siamo

a cavalcioni dei flûte di rigore.

È la prova che in quel punto 

lo spirito dichiara il sangue 

un buon trasporto e mischia 

il capogiro con un rigurgito

del cambiamento mai avvenuto. 

 

Poiché è visibile il mondo 

dopo il diluvio tergiversato,

posso affermare che noi siamo 

lo scroscio peggiore venuto 

in terra - nessun’altra terribilità 

è stata così tanto invasata.

Nell’improbabile visione 

della colomba nella cerchia 

degli ulivi, la verità dei rami 

sta nella bocca dei cannoni

dove i falchi beccano pallottole

mentre l’anima rincula 

e i bossoli vuoti sono espulsi 

come fronzoli della ragione. 

 

L’uomo seduto accanto a me 

rifà il brindisi fino alle lacrime, 

senza pietà. Ha chinato il capo 

perché fare la festa a qualcuno 

impone che solo alzando il gomito 

si lascino i ruderi in pace.

 


Id: 69775 Data: 03/01/2024 18:15:16

*

Impiccata all’alba l’ex sposa bambina

In alto staziona il piombo dell’acqua

e sotto il timore dell’onda che dona l’invaso.

Di sicuro una furia lascia il segno

della stessa taglia. Comunque sia, 

poco cambia se non cambia l’abitudine 

di punire con malvagità il dolore 

che ti procura ciò che non comprendi. 

Pare scontato, ma è difficile spiegarlo 

anche in cielo che tutto comprende.

 

È inutile la violenza dell’uragano

per scardinare le imposte. Un battente

alla finestra si riconosce dalle nocche 

brutali piuttosto che dall’usura delle cerniere. 

E pare non si asciughino le lame sul gocciolatoio 

con la stessa aria dei polmoni, ma di taglio 

diverso: il mordente lascia a bocca asciutta. 

 

Quando castighi infliggendo privazioni

rinvigorisci la disperazione che porta

alle conquiste. Le conquiste sono colpi 

sotto la cintura, dove la lingua si riduce 

all’articolo maschile presupposto male. 

Voi vorreste che l’uragano e il suo piombo, 

ligio alla vigliaccheria del precipitato

dall’alto, violento fino all’atterraggio, 

dimorasse in cucina, al vostro fianco? No? 

Non lasciamo che ci faccia strada.


Id: 69674 Data: 20/12/2023 11:37:39

*

Quindi punto il dito

Dalla sua posizione il computer

risponde congiuntamente all’uso 

delle dita e alle corbellerie della

mente. Come questa che segue:

l’umanità, quando viene colpita

dalla sua stessa ferocia, si strappa 

la pelle ma non scopre gli occhi.

Naturalmente, non tutto è dato:

questo è a conoscenza anche

delle macchine. Le macchine prive

di dubbi ma zeppe di mobili virgole

che le biblioteche hanno ceduto

in conto capitale, a titolo perso:

in formazioni come per migrare

contenuti a più continenti. Dando

le spalle al cielo, il pianeta oceano 

accetta isole sintetiche e le solleva. 

Da terra, dove passano gli eserciti 

in calore degli imperatori correnti. 

Noto come le truppe in assetto di foglie 

non fanno gli stessi passi delle marce:

cadono verdi, mimetizzati a morte.

Li coglie la strada priva di segnaletica 

orizzontale che indichi la direzione 

del fronte e la corsia della pace. 

Se per questa necessita l’intelligenza

meglio mantenersi al naturale.

 


Id: 69578 Data: 03/12/2023 18:24:48

*

Per aspera ad aster

Guardavo l’aster tra i quasi troppi

anni nel giardino che conta. L’anagrafe 

è arida: a ‘sto punto la stagione è desolante. 

Svetta il numero ecumenico dei decenni, 

una frana ha spogliato il fianco, la pietraia

di pochi giorni muta. Come si racconta 

è la roccia scalata per scavare una buca. 

E in quella buca ci getta la mancanza 

di fiato sopraggiunta.

 

Nel giardino l’aster si espone e viola

il suo traguardo. Lilla, per meglio indicare

la giovane pianta lì in persona. Quel fiore 

ha tutta l’aria per gonfiarmi il petto: 

luminoso, snello, profilo egizio, fa capolino

il mento, e la fragile raggiera finita

nella cruna di settembre per cucire

la bocca a ciò che sento.

 

Provo amore per una chioma di petali 

influente. Quando la distanza tra due esseri

supera l’orizzonte compresso dall’anagrafe,

la posa che osservi mette tumulto

nelle fibre del giusto orientamento:

una contrapposizione artificiosa

usata in natura solo dalla moka

in attesa del caffé.

 

Le lancio uno sguardo appena vivo

mentre infuria la nemesi di stagione.

Non voglio andarmene. Adesso no.

 


Id: 69240 Data: 12/10/2023 12:20:45

*

Lavoro consonante

Siamo trasformatori efficienti, 

figli del consumo corrente.

Siamo i contatori delle rivoluzioni,

abbiamo il calendario nell'orbita.

Facciamo solo letture di controllo,

noi che abbiamo contratto il male

del tempo: non coniugare il futuro. 

E non c’è un’oncia di vita nella biosfera 

che non trovi parcheggio al centro commerciale

- perché mettersi in vetrina non è male

se il bel vedere arricchisce il panorama.

Trasmutiamo l’immaginabile in commestibile,

poi in compostabile, quindi in salumeria. 

Il salumiere ha le mani legate e so

che mi leggono gli accoliti delle vendite

prima che il bisogno sia manifesto. 

Il foglio che accoglie quanto mi fa a fette  

ha un peso nell'economia della carne. 

Utilizza un albero di natura morta

che sulla carta paga il bosco.

Portiamo dentro la tara delle asce

per la circostanza delle pareti attrezzate. 

Siamo le borse o solo le cartelle, fate voi.

Gil, il mio giovane mental coach, 

figlio di altri figli, padre dei padri 

che parcheggiano in lui, sogna

ancora quei sogni che non rimboccano

le coperte, anzi, lo scoprono per freddarlo.

Per questo testo la trasformazione

in argomento.

 

 


Id: 69190 Data: 03/10/2023 17:21:17

*

Per certi versi sono già passato

Mi fa notare che la mia sintassi è a placche

e genera protusioni della spina verbale.

In pratica, la discopatia compare in parole povere

storpiando il tronco a capo,

cosa che addolora il lettore. Un obbrobrio,

per il suo gusto. Le voglio spiegare

che scrivo mela: che peccato!, ma intanto la zolla 

sulla quale insiste la regione frontale 

sposta l’espressione e genera vela: che pescato!, 

Lei obietta che è solo un gioco lessicale, non certo poesia.

Vorrei sottolineare che davvero io vedo il frutto

gonfiarsi nel vento e trasportare l'umanità

sulla riva sbagliata (nemmeno le dico che tutto nasce

dal fare rotta su Dio!). La pancia in piena forma 

gravida della polpa ora gravita

in un gioco che più di un gioco

non sarà mai.

Navigo tra le righe come un brigantino

con il sento in poppa. Serve spiegare

le parti di un componimento? Gli ingredienti

non sono quelli soliti, d'accordo, però

il cuoco impiatta a modo suo grani

carni e crocchie di angosture comuni.

Io lo faccio svuotando la polpa in vista

dell'ultimo torto che andrà in porto:

noi scemati da incomprensioni. 

 


Id: 68929 Data: 27/08/2023 18:19:00

*

Chiamo chi amo

Lascio Wyslan alla fonda sul letto

- il distributore dei sogni fuori servizio -

e sempre più mi pare Cohen, Leonard,

che da poco ha attraccato al molo di sottoterra.

Me lo sento.

I tratti del loro viso insinuano circostanze 

d'altro genere e halleluja, Atlantide: who by fire,

ma sono scrostature dall’idioma di turno, 

paradigmi di contorno. 

Il naso come il promontorio di capodorso,

sotto lo zenit increscioso degli occhi

fissati nel silenzio fotogenico, oltre il golfo

labiale, oltre le parole misurate a frotte.

Questione di stili da non prendere con le mode: 

ascolta la voce di questi - dicevo alla testa

del gruppo -, non il mormorio di fondo.

Dance me to the end of love o tell me 

the truth about love.

Preso da queste note, entro in una goccia

per scoprire se sul loro oceano versato a mano

ci sia un tifone tremendo. La poesia è doccia o scolo? 

La chiromante direbbe di seguire la linea letta 

mano a mano che il cuore viene spinto fuori

ad un palmo dal cervello. Sudo, sì: 

fatico a capire chi ha lasciato il letto e perché. 

E poi chiamo chi amo, per scrivere solo.

 


Id: 68896 Data: 21/08/2023 15:13:58

*

Non era proprio così

Ti guardo da edera, cielo a secco,

e tra le tue pietre acconciate a vapore 

qual cosa crepa.

Sarà l’altra quota o la glande miopia

che mette radici ad ogni occhiata; 

se guardo precisamente, trovo 

corrispondenze in ferie. 

Che ho scritto di te, ieri? 

Dillo per bene. Lo darò per buono.

E il chiaro dia letto, non lo scuro che tergiversa

sui connotanti. Dall’autobus passato, 

solo alcuni scendono con la mente fresca. 

Ma tutti, tutti, hanno ceduto il posto: è segno 

della ribellione degli occhi, la spina più fragile della rosa: 

e la formidabile pelle impone da petalo 

un profondo fremito. Profumo di qualcuno, qui,

che certo scriveva meglio.

Non c'è altra acrobazia nel luogo 

oltre l'agilità che hanno le tue ciglia. 

Ricordo la scintilla innescata dalla carezza: 

provocò un tremore tenero 

sulle labbra prima che il viso combattesse

l'allusione del desiderio. 

E il fragile rossore si posò 

in asse col petalo e l’ansia del testo. Quanto

durano, come insinuano freni 

in questi corpi con tanto spazio? 

Sulla schiena, campo esposto a semi labbra, 

una formidabile sonnolenza istantaneamente ritrae le ali.

Dichiaro nulla senza un buon evocato.

 


Id: 68862 Data: 16/08/2023 11:53:03

*

Formi d’abilità

I 

La diffusione dello spazio si insinua

in una porzione di vetro a seguito

di un raggio; e sette, otto bagliori 

compaiono nell’inchiostro che ora è

spiegata alla finestra come notte 

che addensa il fumo solare. 

Che viene dopo? L’uomo è chiaro 

e taglia corto dalla parte in corsa. 

Tentenna mentre forma il vissuto 

che combacia a mala pena: in poche 

parole annaspa il vero bisogno, 

un po' annebbia.

II

Nel buio amiamo i precedenti apparsi

a onor del vero corrispondenti

a incrostazioni di polvere nell’umido

io ricordo ancora. Sarebbe tardi, comunque

per carteggiare la mente; e il formidabile 

occhio del satellite se non staziona

va come un tremo. Torniamo alla luna

per sondare l’uniterso. Un modo 

per scoprire che il panorama nasconde 

l’insopprimibile.

III

Le mie due finestre si battono il petto 

e scambiano il vento con le carte

di getto. Agitano i loro segreti; 

compaiono assi nei riflessi

di vetro: la mano vincente è la vita

bara, bara è il suo paradosso, ma

mischia le carte come un gambler 

ad ogni piè sospiro. In questo senso 

punto sul cuore e perdo la testa. 

Il cuore è un totem. 

IV

Gli idoli mantengono il legno in solido

alle credenze, mentre il sangue gira 

per la terra contenuto dai presenti 

e in seguito a scapicollo esce di taglio.

Largo, a lungo, un lago nel pagliaccio

battente. Ora il seno poggia sul braccio:

il capezzolo incoronato è preso, il raggio 

cola a goccia di latte, fa una chiazzata. 

I tuoi occhi spariscono in un battito di ciglia:

cala come una briscola sul carico cuore

in un punto perso.

 


Id: 68833 Data: 11/08/2023 11:02:40

*

Macro mondi

C’è un trucco nella materia che la lega

al mistico starsene nel nulla 

ed alla compostezza dei luoghi 

naturalmente sventagliati in noi. 

Una magia che si potrebbe chiamare 

regolamento dei corpi, qualcosa simile 

alla consegna della posta. Alla lettera, 

la notizia è ad uso del mittente, mentre

il postino può immaginare, come da prassi 

esterna, osservando il destinatario appena 

divulga la nota pur non facendone parola.

Se anche l’aprisse, dico: se forzando 

leggesse, sarebbe comunque incomprensibile

la qualità del legante che la sua scienza

darebbe a quanto riunito sulla carta

- non mostrato, ripeto, nel messaggio

ma dandone segno alle volte 

per quella ragione oscura che è materia

da tenere d'occhio: mistero impenetrabile 

dal latore del presente.

 


Id: 68232 Data: 11/05/2023 16:40:55

*

Perché tarda a venire

L’altro giorno passavo per imminente 

primavera oggi rigurgito d’inverno. La posta

in gioco è fare uno strappo al solito. 

Una toppa a zonzo per coprire questo straccio 

di tempo; e molto altro provoca l’aria aperta 

agitando merli gazze tortore colombi gabbiani 

tre rondini che si riprendono a volo mentre 

le piccole taglie provano spavento: passeri 

storni pettirossi portano il battito altrove.

Questa congettura nasce dalla immobilità

cui mi costringe la vecchia rigida sfilacciata  

pezza dove viene utile un po’ di colore

e rammendata a fiori perché, sì, la mente 

è un buon sarto, ma si illude con un po' di stile. 

Voglio dire pensa a se stessa disegnata 

in modo divino, però approssima i passi

come un marinaio di stagione in stagione 

riduce le rotte quando avverte la spiaggia

in luogo dell’orizzonte, giacché falso è 

quel calore che ora sfugge alla rete e non

basta per sollevare maree con il satellite.

Nella polvere ci sono orme che contavano

per i pescatori di frodo, cioè: fuori stagione

anche la capitaneria ha il cuore a terra.

Amata mia, ma chi parla a te, si sente ora

di parola? 

 


Id: 68110 Data: 20/04/2023 13:11:01

*

Via di fuga

Riflettevo sull’Universo, tenendo bene a mente

che sono di parte, doverosamente polvere 

sotto il tappeto delle stelle, nascosto

agli occhi di chi entra o esce dal sistema.

Come granello vorrei evitare mi spazzi via

la saggina dell’orologio che fissa il tempo

con i miei occhi, ma come respiro gonfio 

il petto nell’abito azzurro e mi tengo al nome 

che sento spesso nel primo frammento.

Anche oggi sono specchio di una galassia

al centro della quale c'è un bruco nero

chiamato Addì14aprile e un orizzonte

di emozioni si trasforma in ciò che dentro 

si chiarirà qualche anno dopo. Perciò rifletto 

in questa parte di via Torrione, convessa

perché la curvano radici fuori sede, e temo 

che il tappeto si sollevi dal suo disegno 

finché non ci separi nel tratteggio - in fondo 

siamo già contratti sulla parola. Rifletto questo 

ad altezza d’uomo, quindi da terra.

 


Id: 68083 Data: 15/04/2023 14:34:24

*

Com’è che sei venuta a bordo

Sapevo che c’è un limite nel punto che ti mento 

tra le guance. Appena sotto il labbro sporto 

in un imbuto lungimirante data la caduta

di stille: depressione che mostra resistenze, 

si racconta deserto, d’una che cumula grami 

di colpa e spinte temerarie a commetterne

ancora. “Mi fai sabbia perché la rabbia

scompaia, Tempo?” E mi sposto dal venerdì

alla nuova settimana in un amen in pronunciato.

Lei di molti anni ma di molti più giovane, 

eppure così prossima da venire a bordo. 

A momenti la moltiplico per ufficio, siamo ora 

e sono per pochi momenti. Sfuggo al cielo 

che mi bracca. Ho l’aspetto di un ladro; 

e quella del derubato. C’è, tra noi, più aria 

che prigione, però i polmoni sgomitano 

per contrarsi e lo sterno fa da perno. 

Niente di troppo, beninteso; tirano come idrovore 

il tuo fluido che mi è necessario. Non bevo più

da me, per l’inguaribile siccità della vecchiezza:

la precipitazione dei giorni evapora nel buio 

così dentro di me io levo te.

 


Id: 68047 Data: 07/04/2023 14:48:08

*

Vorrei prendermi un po’ di tempo

Vorrei prendermi un po’ di tempo - dagli anni

in disuso. Non tanti, ma tanto a lungo.

Vorrei contare meno sul calendario, magari

con le dita anchilosate fare altri numeri

con l’aspirazione di affascinarti. Sì sì, so 

che aspiro un’aria viziata che appesantisce 

l’anagrafe e so che le date hanno porte 

aperte fino all’ora della chiusura, come nei pub

che fanno ai sobri torture con le spine,

quindi fuga dalla notte angusta, amore 

in fiamma e sparge la cenere in un soffio: 

follia, follia! Chi ama gioca al buio

e per niente perde la mano perché alla luce

non si perdona la percezione del vero. 

E se accadesse, tu saresti spenta dalla verità 

delle rughe.

 


Id: 67987 Data: 28/03/2023 19:01:26

*

Questa nuvola curva

È stata servita su un piatto di vetro, dal secolo

ventesimo e precedenti, a mezzo risucchio 

del sole o dal respiro accalorato dei fossili, sfugge 

ai nostri occhi perché teme di essere riconosciuta

e si tiene bene in forma come se le stagioni

non si chiudessero apertamente - espressioni 

in uso nel teleschermo, paradosso del vuoto 

arrendere. Così ci mostra la resa formale: la forma 

seduta stante ridotta a copritetto. Trattiene

il grigio tortora per confondere i falchi

con l’ombrello ma è familiare alla cipria

del tramonto, ed io so che non di là

verrà tempesta.

 


Id: 67185 Data: 15/11/2022 18:14:58

*

Come funziona la grazia negli occhi

 

Lui aveva perso qualche diottria 

valutando gli occhi sui quali metteva

mano a turno. “Ma questo non serve,” 

dicevano,“tanto crolliamo alla distanza 

come convenuto.” Lei, invece, si era alzata:

 “Idiota… Secondo te perché le statue

non hanno i denti?” Mormorò col busto

intrappolato in un niente si mostra per niente

quindi il tronco non è necessariamente di legno. 

Poi, versa le labbra nel caffé, sicché si sente solo 

quel che tira su dalle pieghe il contorno del corpo. 

Aveva aggiustato il letto piegando a fisarmonica

coperta e lenzuolo, in modo che ai lati

si formassero due genziane per quella finta

freschezza che corrobora la vista; e riteneva

che lo scuotimento dato dovesse essere multiplo

per rendere più complessa la ritenzione

degli acari in odore di sè. Questo pensa lui 

è il riflesso della grazia: l’amore scoperto

non sa scrollarsi gli occhi di dosso e crede

chissà che. Pensò che spesso per l’amo c’è

desiderio quanto esca, valga per il bacio 

come per chi ha bocca. 

 


Id: 67113 Data: 07/11/2022 17:39:29

*

Pensare aumenta il peso

 

Penso e mangio, addento e sono.

Oh-o!, faccio anche peggio

da buon umano che va scomparendo, 

ma quando penso e dico mordo il letto 

come se bocconi cercassi il piacere

alla lingua partecipe, precipitando

dalla balaustra dei denti - incisivi, 

credo, quanto buona parte degli accenti. 

Tonici, finché non terrorizzano il ventre

- molle per la brutta piega che prende

il fremito, fior fiore del famelico. 

Sono morsi e rimordenti da una sorta

di rumine del cervello: rimestano l’idea

che per taluni paralleli in continenti 

anche le briciole farebbero festa. 

Se smettessi di pensare perderei peso

come già feci, a difesa del reso.


Id: 65561 Data: 12/04/2022 17:06:20

*

Per tanto questa

 

Non condanno la rosa o la mora

che scelgono le spine per la difesa

e per finire vengono alle mani.

Assolvo il dovere raccapricciante 

del dolore procurato per sopravvivere 

allo strappo tra noi e la terra, se non che

le radici vive macchinano il riavvio 

delle fioriture. Sembra che si rivolgano 

al cielo da commilitoni. Come interrata 

la prima vera mente sul miracolo in erba: 

si ripete, quindi genera greggi e per tempo

adopera la santa veste verde per cogliere 

spunti di nuove generazioni al passo corrente. 

Tatto e udito dal punto di vista dell’odore 

aspirano all’universo nei limiti della radura. 

In questo piccolo spazio, dove annaspa 

l’ex uomo del grano col suo numero per intero, 

l’infinito prende parte perché tanto gli torna, 

a noi rimane la spina del nome. E nel nome

più vuoto conquista una cosa per volta 

all’oscuro che da tempo ci provoca.

 

 

 


Id: 65456 Data: 28/03/2022 14:53:40

*

Reduci dall’umanità

 

Dove c’era quel palazzone paglierino

con modanature caserecce e inserti 

indaco più volte che finestre, a stento 

si mantengono le rovine costruite 

dalle bombe. Un bersaglio a mira 

dei droni. L’aria unge l’acciaio 

per reggere il colpo. L’aria si sporca 

senza volerlo: i corpi volanti adesso 

sono artifici macchinosi e letali,

scopiazzano gli ingegneri demolitori, 

ma con assoluta perizia strumentale

eseguono l’ordine di devastazione.

Oggi è il quattromiliardesimo giorno 

che viene à la Terre comme à la Guerre. 

Nei parlamenti lo sparato è d’obbligo

ma la morte non è in discussione:

aumenta il prodotto interno lordo

di sangue: un rifiuto dei viventi, pare.

 


Id: 65323 Data: 09/03/2022 14:45:27

*

Le gerle colme di fake

 

Per volontà dell'odore che attrae

ci denaturiamo. All’artificio chimico

chiediamo il magnetismo, per entrare 

nel fuoco rilasciamo l’anima dai pori

come una calamita. Per questo

non reggo davanti ai fiori: non tutti, 

non sempre, mi colgono nelle rivendite 

mai altrove: ora non frequento più i prati; 

l’erba non mi attrae e temo per le api.

In realtà, temo si tratti per me. 

Annuso l’aria e credo che l’anima

sia bruco più che farfalla. Le ali 

si formano in rari casi. Per volontà 

di odorare, camminiamo coi giornali, 

ma le edicole vengono curate 

dai boss delle strade per i vincoli

che il buon dio ha presidiato a lungo

senza darne notizia ai loro affiliati.

Ora la guerra chiede i suoi certificati

e l’anagrafe li spedisce sui marmi.

Non è bastato il trasparente, il molle 

igienizzante ad affermare l’emergenza 

della luce sulle perdute somme 

racimolate dagli ortolani e dai fornai. 

Verrà la trincea? E cammineremo 

curvi in pieno diritto.

 


Id: 65246 Data: 24/02/2022 13:48:03

*

Cala la seta

Calano le azioni del gelo mentre recuperano 

le azioni del campo; in quella borsa la brina 

è un affare: investe la zolla, investe il fondo 

dei semi. Il terreno si avventa. Non c’è altro. 

Nelle buche si consegna la posta in tempo. 

La posta è il premio di sollevarsi in barba ai fossi.

Essere un prato, insomma, con una sola radice.

Ma a folate, tra mittenti e destinatari, si sciupa 

la busta nell’angolo del francobullo. In nome

della scienza, gira voce che il timbro sia falso. 

Annuncia il malessere - e già che ci siamo, speravo

che l’indirizzo non fosse il mio. Ma il male in persona

ti cerca per bene. Vaglia l’omissione del contatto

e ti trova a naso. Un segugio indiavolato.

Stamattina, all’uscita dal tunnel Quarantena, 

sul lungomare Marconi, il sole era basso

sui colli. Tanto basso che mi ha spinto

ad un colpo di testa: improvvisa caduta di stille.

Passa, ho pensato, tra inverno e pandemia

una relazione parassita che ammala, dichiara

freddo "i sintomi ti governano". Ho conosciuto

questo gelo nonostante fossi coperto. Ora so 

che se cala la seta mi comporto come pecora

alla tosatura: accettare la nudità purché liberi

dal peso e dai parassiti; e missione compiuta.

Con i suoi gradi, i miei eroi e la supponenza

degli scampati, ho tolto il bavaglio preservativo,

ho bevuto con un guscio di noce oceani

per le sete perse: amante di vita e nascosta 

nella lunga esitazione del frutto maturo

che da lontano ha raccolto i semi grezzi 

e li ha raffinati, temendo che fossero distolti

dal terreno, come si può avere una marcia in più

se mette a repentaglio anche il morso?

Siamo semi, io dico, e andiamo sparpagliati.

 

 


Id: 65031 Data: 22/01/2022 14:15:45

*

Abbiamo messo Natale alla porta

 

Non tutti. Buona parte degli usci

ramifica e regge le plastiche in tono

fruttiamo auguri, naturalmente. 

Niente neve. Me ne accorgo

perché in giro c’è gelo ma non candore.

Fioccano virus a distesa. Fioccano 

sui distesi per aria. Fioccheranno 

per correggerci? Nascono meno bambini, 

ma i Gesù sono sempre gli stessi. 

 

 


Id: 64824 Data: 17/12/2021 15:42:53

*

Sarei venuto anche per meno

 

Credo di aver consumato settantamila pasti

da un giorno all’altro. (Importa la distanza

tra questi due?) Tutto sommato, sarei venuto 

anche per meno. Ne ha tratto energia 

la bettolina rossa nel mar del torace. 

Ha avuto porti e scali a sazietà - con le loro femmine: 

porte e scale per isolarsi dal grezzo con una prece

densa, corporativa del pane e dei pesci. 

Ci furono naufraghi? No, nessuno. Nessuna

notizia fa più scalpore. In me, d’altronde 

l’oceano prende il sangue come concorrente

ma solo una piccola parte lo contiene. Quella 

delle scialuppe che usano i temi, o la ciglia

che ha tagliato le orde con la polena al vento.

Vedo il cielo più qui che lassù, e il leviatano 

come ci numera sotto i boccoli e le insegne. 

Sono un uomo a sbafo, sono stato a sbafo di persona. 

Ho messo la prua tra seni e baie, e balie 

mi hanno morso perchè le mordevo.

Ho consumato i denti ma non li cambierei

per questo. Incisivi fino ad un cento punto,

poi hanno perso giudizio con gusto, e uso

le labbra quando bacio il pane che addora ‘e muffa.

Così non temo la prossima cenere confuso 

nel legno spoglio perché amo il fumo 

e quell’ultima voluta che mi spira. 

 


Id: 64782 Data: 10/12/2021 14:06:01

*

Be one

 

Per tornare a me ho preso energia
da una buona forchetta. Quattro denti
infilati in un serto di avori cui mancano
quelli decidui per il riso. Decadenza
sul serio. In un uomo, qualsiasi umido
destabilizza l’orizzonte: diventa vacuo,
inaudito, come fiamma la gola! Più sotto,
il ventre lancia a pelli un mare gibboso
e privo di armamenti. Deserto in mezzo:
mi tocca la vela ammainata
sul bompresso. Lì è il punto,
lì è il punto sul quale cadono
gli ombelichi e criticano gli occhi.
Pontificatori! Se fosse un male comune
il mezzo gaudio mi avrebbe depresso.
Che invidia per il vecchio universo
più in forma di me.

 


Id: 64655 Data: 19/11/2021 18:36:21

*

Stramazzo

 

Gli ultimi a cedere sono gli occhi.

Perdono prima il fuoco, poi travasano

nebbia sul posto: ricordo i complementi, 

così è la memoria a sistemare particolari 

orfani come adottati in somma; va bene

finché anche bene ti va. 

 

Le distanze con le loro impalcature mi fissano 

con la peggiore saldatura: i riconoscimenti 

sono per natura estesi e, con quelle venature 

in bella vista, diventano scia, pietra 

miliare, tombali - are per ali, o alias 

degli immobili. 

 

Dentro di me ci sono soste e passaggi 

che l’orografia della mente chiama valli 

a cercare i culmini delle costole. 

Vere iniezioni: pungenti e mediche; 

il loro siero cura ma, oltre le dosi consigliate, 

intossica. La visione dei tratti persi, 

più che il sangue come si pensa, tormenta 

nel reflusso per ritorsione; va bene

finché solo bene ci vedi.

 


Id: 64586 Data: 10/11/2021 16:47:31

*

Trancio di stagione

 

Una brezza ridicola mette di buon umore

le foglie. Foglie che si trattengono 

dal lasciarsi andare in punto di morte, 

mentre qualsiasi tono acceso dal rosso 

al giallo spento dice agonia: questo è 

quando i colori diventano lingua da soli. 

Rami che non le mollano perché tanto 

è scontata la nudità che non costa

l’impudicizia in successione. Un po'

come fidarsi della pelle per restringere

il campo dell'amore. Il vivente 

si nutre di luce in un certo senso,

eppure fino a ieri l’ombra 

ha retto per bene. 

Ora ci lascia a pezzi.

 


Id: 64525 Data: 02/11/2021 15:29:45

*

Ad esca

 

L’arroganza delle calzature svela l’ottusità

della ghiaia: gli stivaletti hanno un peso

ma la singola pietra non si sente offesa.

Ostenta sicurezza con il passo in cadenza, 

ma è carenza della stessa 

se la guardia prende fiducia dalla mano

sulla fondina - che più o meno significa

il coraggio non è nelle cose 

ma le cose ne rappresentano un mezzo. 

Tempestato dalle dita, l’alveare del caricatore

ospita api di piombo. La regina è un’arma 

a colpo sicuro quando i profumi vanno 

in fiuto e diventa chivalà l’odore di altra vita 

acquattata nei cassonetti. La parola d’ordine 

è l’amo prende la bocca per la gola. Nessuno 

se ne ricorda ma ricordiamo i pesci per la risposta.

Così le notti ad occhiate sono generative 

di altri fedeli lumi, numi, o a volte fumi. 

E mi accorgo solo adesso che questo passo 

mi lascia residui del percorso, polvere di stallo.

 


Id: 64110 Data: 22/09/2021 15:18:50

*

Ad uno

 

Anthonalexis ballava sulla rena di Stavros, 

Grecia che ha sfondato il Mediterraneo, entrando 

nel piano americano perché quel cinema prende 

i luoghi che non ha dalla carta che gli manca

e li intesta nei titoli a mo’ di esca fotografica

inquadrata in una trama già scritta. 

 

Mi prese Creta per 7dì7, una volta trentenne 

- l’unico 30 con lode. E dire “mi prese” 

è pleonastico perché tutto era già 

avvenuto in una sala da pubblico notturno, 

lì senza più tornarci, ma a lungo riandando

come un prurito sull’arto mancante.

 

Calzavo delle bruttissime birkenstock

che da ore stavano in piedi sperando 

che il syrtaki le mettesse in un angolo

della taverna. Due danzatori a cottimo

usavano le gambe per riconoscimento:

fai un salto da noi, provati (in italiano grezzo 

 

ad un greco grezzo). La mala pianta

regge meglio il vento dal lato dei fusti storici.

Birkenstock e syrtaki come limo e scoglio,

ostili anche per gli ortopedici, ma la musica 

coinvolge la tensione dei muscoli invisibili 

dopo che l’hai resa nota in calore, Mikis. 

 

Resterai all’opera nei millenni che seguono, 

ma tu ripassi. Io no.

 


Id: 63976 Data: 09/09/2021 12:17:28

*

Eroshood

 

La vita è la freccia che colpisce a morte i sensi. 

Chi è l’arciere? L’anagrafe ha le sue mire antiche.

Sottrae pagine dal tuo ricco annuario

per dare attrattiva agli stenti dell'età:

fastidiosa quanto i ronzii della menzogna

che relega gli occhi a fonte di gioia.

Cos’è la gioia? Una tavola

da surf sull'onda dell'inquietudine. 

L'equilibrio è mantenere l'ombellico

nel perimetro dei piedi, così se il colpo

di fulmine è la tua vetta, meglio evitare

che con passione si precipiti in discesa.   

Torni bersaglio della vita che avresti detto 

grazia d’amore, a scanso d’equivoci

adesso.

 


Id: 63861 Data: 23/08/2021 18:43:42

*

Quanto è ubiquo

 

Il fiato grosso fa la canicola a chiare lettere. 

Seguendo la lingua mi do un tono

tra i morsi e le arcate. Nel centro storico

manca l’acqua, ma la birra avanza.

Parlare ci scalda. Stufa persino 

una sillaba. 

La pelle liquida il peso come secreto.

Denti e vocali si rinfrescano con lo stesso

sapore di mente e per saggiare il fresco, 

oggi, ho tolto ai ponti un fiume di parole. 

La zona precisa è un vincolo chiuso,

un affetto che non farà strada,

tuttavia la lingua agitandosi nel porto

schiocca a sorso e promuove le corde a suoni. 

Chi dorme ha ora il sonno in umido. 

Dopo, saprà di sudore e vapore; e un alone 

imbratterà la canotta del dubbio: 

ho ragione a cercare nell’ombra 

la frescura? Non mi pare ora. 

Posso sentire una punta di amaro 

nella confusione o in fondo alla birra

o parlando di gossip delle stelle con Gil. 

Le parole che usiamo sono contemporanee 

ma in fiati distanti a volontà.

 


Id: 63849 Data: 21/08/2021 16:00:59

*

Bada

L’invocazione della donna anziana

alla sua badante turba la passeggiata

perché s’indovina che fu bella 

da corsa; e quando è in corsa il corpo 

è condotto a regola d’arte. Il tono 

è il suo ottano: ora si risolleva

in prossimità dell’aiuto o detona

nel vuoto. È presuntuoso, lo so,

perché rigido si attiene alla figura

di battello in una tempesta perfetta. 

A questo punto, l’attenzione 

focalizza il punto di caduta: di lì

a poco le foglie ammattiranno. 

Credo sia resilienza, la sua 

la mia la nostra indifferenza. 

Nello scorcio tra i soprammobili 

le somiglia il profilo della luna 

quando incontra la lunga mano

del sole nello stesso luogo 

in cui segna chi gli gira intorno.

Lì sanguina il buio una materia oscura, 

ma quella vampata semina ceneri: 

e per fortuna, con una voce fioca invoca 

altre forme umane da mettere a fuoco.

 


Id: 63815 Data: 17/08/2021 19:39:16

*

Come parcheggio

 

Ho messo le mani tra la roba della notte. 

Il vento ha sfidato a sorte

il giorno sulle foglie del platano 

che pare di guardia ma è solo di legno, 

un’opinione che si consolida

appena diventa chiara l’ora.

Un rombo rado diventa sordo 

sulla tangeziale, direzione calma 

- che è un’altra vita diretta a boh!

come un reperto sotto le dita condite 

di pieghe. 

Si ferma ad un palmo dal polso, 

una data che ha già tutto, proprio tutto nelle more, 

i libri e il cortile, le navate e i sogni, 

roba da notte predetta e che forse 

mi raccoglie o è qualcos’altro

che uscirà in fiori.

 


Id: 63793 Data: 13/08/2021 17:59:31

*

‘Sto agosto sto

 

In un angolo in cui la luce contagia

la buona lettura, la serenità 

segue la memoria e mette tra le mani

un bicchiere che fa il vuoto a modo suo. 

Questo significa degno di nota

ma suona inutile se cerchi serenità.

Il testo descrive l’ansia non la calma.

Attendere è per breve tempo una diligenza ferma,

ma a lungo si trasforma in moto.

Cammini in vista dell’arrivo 

mentre scatta in posa da finisseur

l’orologio sul mobile a giorno corre 

per dirla tutta ma la frase inumana 

è in quanto avviene.

 


Id: 63713 Data: 31/07/2021 18:20:15

*

A fa

 

Sono qui da tempo per darmi ora 

ai ventilatori col fiato grosso. 

In tal modo la calura si avventa:

spaccia per refrigerio acqua 

di produzione propria.

Pochi convenevoli, appare scivolosa, imbratta 

di odori anche la cucina che ha già le sue cipolle. 

Da una vita 

faccio il possibile per riparare 

in un cuore freddo 

ma la mia rosa non ne vuol sapere

e imbavaglio e lenisco la zampogna dei fuchi

e cambio sacrifici propiziatori

per un paradiso fresco, di giornata.

Non so come la vigna prenda la vampa 

dal solco dei mesi e la trasformi 

in nutrimento. A me non riesce, 

sicché mi distendo nel letto.

Settembre è l’orco degli acini

ma è luglio che lucida i vini.

Tra loro a fa come viene detto.

 


Id: 63667 Data: 22/07/2021 10:38:53

*

La calma secca

 

La secca manifesta la prossimità dell’approdo, 

e mente; non viene qual ora,

come va accadendo che chiusi 

gli occhi al fresco lasci la voce 

inzuppata nel primitivo bevuto a notte fonda.

Il corpo cricchia sul cardine del torpore.

Orrendo come zuppo

ancora di sonno temo essere d’acqua, 

ma più salato, meno squamato, uguale 

lungomare preso di petto e ripreso 

dai maloamen che mi finiscono dentro.

Orrendo ad onta del letto

in condizioni agitate emergo dalla salamoia

tuttavia scrivo la calma secca.

 


Id: 63577 Data: 07/07/2021 11:55:57

*

Curiosità da non perdere

 

L’arcobaleno raccoglie i gradienti del genere 

luce scomposta a nastri in vera pelle; 

nastri da regalo privi di nodi 

che si tengono insieme da more. 

Sempre bianco come nient’altro 

il gelsomino colto dal sole. Vivaio

di fuoco, serra il celeste impero. 

La curiosità tratta l’attenzione 

con un occhio particolare. Insoddisfacente

nonostante l’organza in corteo 

il raso intubato con volant

e il fresco cotone del sorriso che gioca

sulla costa d’avorio.

Dai loro punti interminabili, le voglie

prendono le stelle con rotte instabili, 

non a vista. Si nascondono, in una parola.

Le sorprendiamo e ci sorprendono.

Abbiamo potenti visioni, ma svaniscono 

in fretta quando indichiamo l’autore.

Un dito sollevato al cielo crea un vuoto

d’aria per l’appunto. Chi altri legge

oltre la battuta curiosa delle penne?

Gli uccelli sono scrittori volatili?

Su di un muretto del parcheggio, 

una coppia si sottopone al giudizio 

dell’ombra per un po’ di ormoni:

in genere sembra un luogo comune

ma a bassa voce si crea il deserto 

intorno. C’è un miraggio in corso

e qualsiasi cosa sembri non si scompone.

 


Id: 63536 Data: 30/06/2021 17:07:34

*

Il velo bianco

 

Per adesso è quella stella turgida

dai lembi focosi a proporre lo spazio

come divisorio.

Qui intorno la rena è l’orizzonte degli eventi:

una generazione di cosiddette influenze

che illustrano pelli e perline 

come fuga dalla singolarità dei vivi e vegeti. 

Prendo sassi per quello che sono

e li calpesto perché scalciandoli

non mi tolgono la sabbia dai piedi. 

Rimbalzano sulla consistenza esterna

col desiderio che rappresentano: certo,

privo di freni è solo l’occhio 

- a volte aquila a volte remora;

a volte chissà cosa gli prende

per trattenersi nell’orbita del belvedere

con qualcosa dentro.

Ma davvero porta lenti il mare 

spaesato nel vederci ancora 

come ci aveva in mente?

 


Id: 63467 Data: 19/06/2021 15:44:47

*

Di fatto diversi

Che li sentiate o meno, io faccio versi.

Per meglio dire: li emetto prima che vadano persi.

Come un richiamo per l’allodola,

il suono è falso che cola

mentre invade la gola

la disfluenza della parola

che ad ora

mi coinvolge in un drappello sonoro 

che pattuglia l’esempio per farne scempio.

Non sto affermando che: “nell’ombra della rosa

si colloca precisamente ciò che il seme aveva in mente”,

ma è vero che la luce deforma il pavimento

già dai punti di contatto con l’altare.

Lì, mi lascia beatitudini rare:

leggere. 

 


Id: 63327 Data: 31/05/2021 17:33:05

*

Con formazione dell’ossido

Affollato di osanna e di congetture terrificanti 

il presente è frenato dalle remore

più ventose. 

Come uno squalo, senza alcun dubbio 

non conviene stare su pini

(un uomo a pancia in su fa la fronda al letto

e le sue braccia sembrano ramoscelli 

mentre il tronco ad ogni finestra

libera le branchie dai denti).

Ma che porta l’anima nel tascapane?

Per fragilità naturale la prudenza è a salve

una salva mirata nelle grazie 

di esperti angeli - che fanno bene, 

pure nel guazzabuglio di sè. Siamo 

moltiplicati per i piani come le case 

abusive, illeciti fino a sera, poi ci consegniamo

per legge allo schermo.

La gioia, così colpita, mette subbuglio

nei turpiloqui. Comunque

ci ricoveriamo nella fibra ottica 

che arriva alle fibre naturali e le fredda:

che altro vuoi si veda oltre il muscolo del gelo

nella solitudine dei fiocchi?

 


Id: 62337 Data: 26/02/2021 11:55:15

*

Chautauqua del viavai

 

Il giorno viene a dosso

con il tremito delle pietre:

saliscendi da vecchio detto terremotto.

 

I lampioni si piegano al metro

necessario per scansare i marciapiedi

e spingono altro come chi siede

sulla molla compressa

delle sospensioni, a ruota libera.

 

Vi ritrovo lì gambe di ferro

dritte tanto da ritenere

che sia la terra le belle anche

dalle quali uscite in forza alla luce

dov’è incamminarsi a cottimo

in quanto ricordo.

 


Id: 61663 Data: 06/01/2021 20:39:55

*

In un posto grande un giorno

 

Il mio mondo, guardate, non è così grande

come il vostro. È minuto, 

perché non ci vuole molto tempo

per girarlo tutto. Saranno 8 strade, 

non tanto lunghe, sapete; bastano

quattro passi da un capo all’altro,

tanto non occorre il visto

per metterlo in luce. Due piazze 

e qualche vicolo cieco

a modo di rami secchi.

Neppure tanti palazzi, pochi portoni

forse solo un cortile che va

scomparendo - se non è già sparito

perché mancano i parcheggi

ed occorre adattarsi come possibile

sul posto.

Godo un po’ dei locali

quanto basta ad innalzare l’orizzonte

senza rubare spazio alle stelle.

 

Pies: auguri ovunque siate e con chiunque stiate.


Id: 61486 Data: 24/12/2020 22:06:18

*

Trattativa per il futuro

 

Le dita spinte a contare non hanno numeri

sufficienti per indicare chi cadrà prima

di arrivare alle stelle. Per questo

i giorni vengono uno dietro l’altro

infilati a misura

di anno luce.

Per molto meno la grazia delle farfalle

imperla lo sguardo ma l’ipnosi vera

nasce

dalle ali che ormai si tengono

quasi a memoria.

Ne troveremo altrove? 

Il mio inferno è saperlo ora

che non ci arrivo.

 


Id: 61256 Data: 07/12/2020 20:30:06

*

Sono illeso in genere

 

Non amo le differenze: sono vapori, 

sublimazioni in genere.

Tu diresti ancoraggi che si sciolgono 

lungo le memorie del secolo scorso 

porto di secoli a vela e moli di ideali

per aria. Io dico nuvole, dissimili

in quanto aspetto

ma se contassero le molecole 

le capacità sarebbero identiche.

Stanno dentro contumelie, accusa

la finestra, nata rivolta all'ovest.

E può farlo, perché il vetro non è

che conservi la trasparenza

come cura le diversità con desinenze 

di riflesso. Un brutto a fare questo.

E il suono riprodotto in effetti

si spiega con notazioni 

che sono per loro già nelle more 

libertà curata dalle spine.

 


Id: 60455 Data: 04/10/2020 23:34:21

*

Giuramanti alla luna

 

Ti giuro: non sei sola. Al tuo fianco

un fianco aperto viene porto 

e ormeggiano gli occhi 

come tenessero in cima 

una voce: “Olà, dammi corda! Lega

due navicelle a un palmo 

come anello."

Un nodo semplice e vano

che mi abiti a lungo. 

Ti giuro che non parlo a vuoto. Che ascolto

il tuo respiro farsi netto,

poi lordo il tuo silenzio con “sei splendida”

mentre appari coperta sul ventre

ma trapeli

con un raggio monco.

 


Id: 60370 Data: 29/09/2020 13:59:29

*

Per via dell’età

 

Sono coetaneo del boom - un boom scontato. 

Scomparso già prima di incontrarlo - uno spettro 

di latte, metalli, talismani. 

Crebbero in seno a tre guerre - spettri con catene 

di produzione. Andavano contro l’onda - i figli dei fiori.

E provocarono l’uragano dei colori - era il momento 

del vento nuovo. 

Si annodavano le vecchie foglie con un fiocco di luce

- da non crederci. 

Chi aveva in mente lo spauracchio delle rivoluzioni 

protesse il suo orticello e nessuno lo beccò 

se non a tarda sera - quando il piombo fiorì. 

Io avevo una finestra

per fare quello che mi pareva sufficiente: piantare 

sopra le nuvole una tenda celeste - e gli occhi come picchetti.

Non l'ha ancora strappata la mano della tormenta.

Non la passerà liscia in questo secolo.

Ma basta una brezza a rendere arroganti i vascelli.

Per loro è come se dal fasciame schizzassero via i chiodi

per fissare le nuove rotte.

Tuttavia la calafatura dell’età benedice 

la pancia della vela che fa schiumare il vecchio 

sulle creste dei giovani. 

 

 


Id: 60259 Data: 19/09/2020 16:49:42

*

I capelli si fanno vecchi prima dei piedi

 

Non di tanto tempo - di un pelo appena.

C’è una formula che lo spiega - relativamente 

alla gravità del pettine. 

Per lo stesso principio invecchiano 

quasi subito i pensieri che volano - leali all’idea

che per la terra occorre parlare da terra.

I fringuelli invecchiano meno delle aquile,

ma le aquile sembrano le loro lancette.

Le radici segnano il metro con le barbe - allungate per tempo. 

E gli uomini tendono allo spazio

che nulla calpesta - invecchiando senza cautele.

Il cuore, che è un nanosecondo più vicino

alla pensione di quanto non lo sia il fringuello,

batte ancora i piedi.

 


Id: 60219 Data: 15/09/2020 14:48:36

*

Ierofania personale

 

E mi lasciò l’angelo la sua forma - dall'indice.

Mi dedicò un’arca alla base del naso - segno di silenzio. 

Non parlò per farlo - per farlo fu più chiaro.

Perché io non ascoltassi quale demonio

a parlarne a mia volta - per saperne di più.

Ma che avrei potuto raccontare

del chiarore lasciato?

Difatti non chiedo altro.

 


Id: 60176 Data: 12/09/2020 14:45:58

*

L’arma che mi spunta

 

Esco sempre con l'arma che mi spunta

dal cortile. Una strana faccenda, questa,

finché non trovai quel posto a turno. Solo

l’ascella del fabbricato sormonta ad est

un pelo di strada; e non c’è condòmino

che possa evitare via Palestro se vuole trovarsi 

al centro dove la mira aspetta.

Aspetto un sintomo di via, poi il tossicchiare cupo

colpisce il finestrino. Pam! Un riflesso stolido,

la corbelleria del vetro che si maschera

con quel che mostra mentre l’essere trasparente 

scarrozza il panorama in un colpo annotta.  

Non c’è minaccia in questa ostensione: grilletto

sotto il piede destro e tra le mani

il proiettile. 

La punto in ogni direzione, ma è un'arma

e devo stare attento ad esibirla

perché fa presto a diventare bersaglio 

del peggiore commento.

Oh, un'arma dà coraggio per settedecimi,

quel che avanza per intero sono extension di genere, 

grandeur du mâle.

Ma va bene così: se rincuora, pompa.

 

 


Id: 59967 Data: 28/08/2020 12:05:10

*

Guardando dal baco della serratura

 

 

Il ghiaccio in cima che nemmeno

uno stecco lo terrebbe su, figurarsi l’aria 

calda che resta nell’ombra e soffia 

sul fuoco, sbriciolando il gelo

con il riferimento ai passatempo.

Il ghiacciaio soffre l’afa come me e te e

precipita per via del mare. 

Sa che lascia la stella per la clavelina,

lo stambecco per il tonno e trova

lo scandaglio dove portava il rampino. 

Sa che nessuna rete di pentimenti 

comuni lo farà riemergere fino lassù, 

seppure, cotto a vapore, nevica.

In questo andirivieni di mutazioni

affrettate, c'è la posta in gioco.

Bussa più volte il clima; e alla domanda

chi è? risponde con la naturalezza

sgominata dagli uomini.

 

 


Id: 59746 Data: 08/08/2020 13:17:21

*

Diluita la forma in gioco

 

Non ho dolori che giustifichino un malessere

e il rigo, che normalmente si accavalla sopra 

piagature e stilemi, va alzando il gomito

con licenza

di spalla

mentre un indice imbottiglia il firmamento 

in segni da terra.

Prendiamo il tempo e nello stesso tempio 

un dio in breve

coglie l'attimo.

Il tempio è uno, solo se non è finito lo spazio

percorso a velocità ubiqua: in quanto divino,

inspiegabilmente.

Per questo gli stiamo dietro, o appena partiti

riceviamo la punzonatura in acqua.

Ci tocca un vento leggiero 

che continuamente volta pagina 

in vero sfoglia.

Ma tu capisci in che modo

doni sollievo?

 

 


Id: 59621 Data: 28/07/2020 19:09:11

*

Discorso sulla fame d’entendre

 

Oggi è venuta fame ad un’ora insolita.

La fame, intesa come razzia dei valori

più bassi dell’orizzonte, ma sopra il campanile

normanno, dio degli stormi, sparuto

nella sagoma di un rapace meccanico, 

tiene lontano la frotta di rondini e di turisti

come mai fino a mo (questo mo è un’ora cruciale,

una identità che distanzia le costole dalla lingua). 

Dura da digerire in tal modo, eh? 

Convengo che la poesia si collochi altrove… 

L’estro non è del corpo rimasto a terra, tuttavia

il pensiero è più rapido della parola di un’incollatura.

Ed allora ecco manifestarsi più alto il sole 

inchiodato ad uno zenit strumentale dai beoni.

Prende la marmaglia nel mezzo proprio come

la solitudine del fulcro modifica lo stato della leva. 

Così non va, quindi mi levo. Eccola qui: la fame 

è venuta all’appuntamento. Piena di speranza 

che lo zenit sia una doccia, per altro, della quale 

si apprezza la finezza del fresco nello scroscio

che preme sui pori con il tocco della goccia. 

Sia benedetta la fame di sapere. Sfogliavo 

sul web i quotidiani a suon di mo lo saprò.

Una edicola elettrica con strilli pieni 

di illuminazioni ripetute. In questo senso,

un cimitero di notizie piene di pareri;

e più di uno urlava: “Ignorante!” e giù 

un pernacchio da far tremare il video… 

Ma lui, lui, il dio degli stormi, lui sa

che trovare risposte è ingoiare rospi 

stando bocconi nel fango. 

 

 


Id: 59581 Data: 25/07/2020 11:43:56

*

Ecco la goccia

 

Alle quattro del pomeriggio basta 

moltiplicare per due quel che viene

per avere una sera con più porte.

Ogni porta è naturalmente chi so

e chi trovo. In giro a secondo

le lancette. Farne parte è umano

finché si dà corda, oltre tutto chissà.

Il buio maggiore viene dall'universo

che da est si svela e, fine lavoro, la vista

dal colle mostra il dorso del coccodrillo costiero.

Salerno è la sua bocca con tante case a denti stretti.

E tanta carie si fa strada. 

Il buio minore è la speranza

con la quale chiedo soccorso alla voluta

di fumo, di volta in volta. 

“Fatti nuvola!” Le urlo da lugliatico

con l'afa che pelle diventa liquida bava

come per una fresca concessione all’ecce stilla, 

della quale si disse che diede a sorte

quest'homo.

 


Id: 59475 Data: 15/07/2020 18:51:01

*

Litotipia del mandorlo

 

Ad agosto è colto ed a settembre ignora

che ne sarà del latte dopo 

la riduzione del seme ad una compressa

poltiglia buona per gli impacchi sulla punta dell’insetto.

E similmente ama ama ama la fioritura

detta in precedenza. 

Rimanere bambini a pendolo 

tra nuove primavere e quelle che declinano

nella polpa

dovrebbe essere l’argomento del momento  

ma se si asciuga il sogno, riposare

ovvia.

E tu bianca comparsa nel risveglio, 

le guance sottratte alle gemme, gemme 

inalberate per tanto poco in un alfabeto

sfacciato, malizioso, sciolto nel ramo

da una linfa visionaria: sembra arte, ma

ad arte il vento le accusa di aver messo in fretta

i denti. 

E si sente terso. 

 

 


Id: 59444 Data: 13/07/2020 20:32:04

*

Si battono con fini

 

Ci difende un confine 

sorvolato da sortilegi del cosmo 

a velocità di fuoco, a pieni polmoni.

Propagandano piccole lampare

infettive - che chiamare batteri 

è dar loro la nostra origine a mala pena. 

Di questi tempi passano idee vuote 

sotto la cappa di mondi venuti alla luce 

per delazione di forze oscure.

Chiedo un’isola che s’incagli a riva

ad onta del tirreno congenito, o balcone, 

su cui traverso gli immondi stellati da uomini 

laddove il sole snocciola a pappardella le sue visioni.

Ed io sempre più sono un clandestino d’amare 

come chi è messo sul mio stesso piano:

siamo tasti e poco altro ci rende strumenti 

oltre le note in calce.

 

 


Id: 59374 Data: 09/07/2020 12:05:13

*

Il salto di vino

 

Lo riteneva un segnale risoluto, una 

rappresentanza viva e personale 

come l’ombra e l’impronta.

La pelle è una sacca nell’aria, si disse,

in cui finiscono organi competenti:

sapeva anche questo mentre lo faceva. 

Ma di essere bianco o essere nero, 

alla polvere che indossa il respiro

e infine cerca ricambio nel sole, che importa?

Poiché niente è bianco e nessuno 

è nero, piuttosto tutti tinte tenere, o pressappoco, 

lascerò che si interroghino fino al crogiolo

sulla tentazione dello spirito: quello che,

attenzione!, va sotto ribolle.

Per millemila secondi misurò le gocce

e millemila tra vasi a fiori ad ora.

 

 


Id: 59269 Data: 30/06/2020 13:02:07

*

Le due sul molo

Quando ci arriviamo

Dobbiamo confessare che siamo il possibile

Siamo il miracoloso, la vera meraviglia di questo mondo.

Maya Angelou da “Una coraggiosa e sorprendente verità"



Magari il porto turistico è un bel posto 

per barcamenarsi. Magari lì non costa.

Ed è noto il calmiere dell’onda

diffuso dalla sua altezza quando si avventa

e i natanti ne tengono conto

e sembrano piastrelle smosse

ai piedi del promontorio. 

 

Sono le due. Si direbbe oltretutto 

che qui stiamo ad aspettare un treno. 

Quelli così veloci da portarti qui 

prima che io ti veda. Se non ci fosse 

la pacatezza del pomeriggio, che cala 

l’amo nella sera e abbocca il fresco 

con l’argento alle calcagna, come

insabbiare la paura di perderci?

 

Era la tua mano un sollievo e scoperta 

riva nella mia mano. La stessa mano

in apnea nel sudore adesso, tra millemila 

esempi che a memoria si muovono. 

Parlano di fare mente locale nella marea.

 

 


Id: 59215 Data: 26/06/2020 10:39:01

*

Nessuno ama la tempesta

 

 

La tempesta scatena la sua rabbia naturale. 

Entra da una finestra a rombo spalancata,

da un punto cardinale tanto ampio

che avverti tracimare il vetro 

nonostante la sua lucidità. Tempesta 

che aggroviglia le emozioni al coperto, 

convoglia i toni e li staziona in noi. E, 

se ci fai caso, rimanerne fuori è tenersi dentro

l’insegnamento più efficace della furia 

diffuso dai banchi del cielo. 

Se cadessero quelle gocce nere

dai larghi calamai che chiamare nuvole

fa specie, maturerebbe la meraviglia 

per come tracciano le verticali 

che in seguito scopri fiumi e oceani.

La sciarada del vento sembra far ricorso 

alle sillabe d’acqua per una soluzione

che faccia luce. 

 

 


Id: 59169 Data: 22/06/2020 20:14:24

*

Giovane a venire

 

Prendo dal caffè una parte da lattante

che schiuma almeno un dito 

ed una ad occhi serrati, con le palpebre al limite.

Esco dal seminario di creative 

writing dichiaratamente zolla rivoltata:

la parola è un vomere tirato da buoi, 

un testo è lo stagno in cui le mie papere

somigliano ad ogni altra vita

con i dovuti lustri. 

Ma la scrittura, ullallà!... Scrivere riporta 

l’impeto dei sensi ai bianchi di scuola

- che poi: siamo tutti corolle in cinta 

allo stame giusto?

Prato, sì, prato al verde, pieno di corrimano

delle formiche con l’umore di spillare borbottii,

e nel silenzio dei tuffi secolari la sera distribuisce

l’atmosfera come fosse stato 

visto violare.

 

 


Id: 59078 Data: 16/06/2020 16:58:48

*

Fino alla noia

E che io possa vivere a lungo per ammirare

quanto bene le tue poesie accendono il fuoco.

Dylan Thomas 



Passiamoci sopra. O l’una o l’altro.

Bacche sul mare, finché possibile 

fuorviare il rancore dalla pupilla.

Trabocca e ciglia dove rugano

i giorni con lingue sostanziali, 

somigliandoci sempre più

all’aspetto che dovremmo ricordare. 

Mi credi? Le pagine non bastano a spiegarmi. 

Non ci sono parole o sono Temistocle nella gola 

e prendono posizione con oltre molte lettere 

di cordoglio. 

Chi le ha battute tutte? In una volta la timidezza

fa da chiave. Prendi i me, prendi tutti i me.

Sono cose cui dare fiducia in te.

E riceverne.

Grazie per la confidenza, ma torniamo a lei. 

Siamo, diciamoci la verità, come uccelli 

che mutano le penne e le abbandonano

per altre sfere. La poesia è difficile. Tocco

il tasto solitudine con il dito salvavita:

l’indice del  motore di ricerca. Uguale per tutti.

Di solito, le bocche nell’aria si concedono ossigeno,

la mia asciuga i panni sporchi che si levano in famiglia. 

Dal terrazzo vedo la terra che si consuma 

mentre Nina mestola l’aria col panno unto. 

Mestola non è vocabolariato, e nemmeno 

vocabolariato lo è. S'inventa l'inesistente mia sorella,

celebre imprecazione del luogo. Il prezzo

degli affetti è volgare. Questa rissa mortifica

i cortili: discorso vecchio: sono gli stessi luoghi 

in cui si sollevava/solleva l’avambraccio 

di Cesare, opponendo la stola allo strazio 

della lama con vento? Così gli imperi si disfano, 

andando a ritroso, dopo qualche generazione

di sventurati. La cattiva notizia è che attraversiamo

la ferita del male con un fraseggio incapace.

Passiamoci sopra: la lingua audace 

porta mano a mano le cose alla bocca.

 

 


Id: 59031 Data: 13/06/2020 14:06:03

*

Per poterci stare

"Non è ancora possibile affermare perché i calabroni visitano i fiori già sperimentati da altri insetti, ma potrebbe darsi che ritengano la presenza di un altro calabrone un'efficiente scorciatoia per il successo."

da lescienze.it

 

Riposami. Il braccio sotto il capo di modo che 

il sonno sia retto mentre curva l’ombra

il primo sogno disponibile e sguscia un

calabrone tra due gambi visitati.

Il celebre magnete del nettare

attrae oltre le spine chi passa a vie di ratto. 

Il calabrone si sforza e stantuffa spiegando 

le ali in un modo che l’ombra riflette, tuttavia 

gli elicotteri, imitatori di razza, dimostrano 

che il veleno è nell’aria. 

È un’ammissione cui pensare: l’ospite entra 

da una macchia - o ricordo o spina o batterio - 

e si adegua a tal punto che diventa noi 

per il numero delle sue repliche. 

Lo dico da ospite. Lo dico da mondo 

consumato in un mondo di sole 

parole, ma non c’è verso che mi abitui 

alla sua dinamica. 

Sogno davvero di girare al largo dagli anni

che mi diedero i Pesci? Oggi è un parapetto

dal quale mi affaccio e il fondo, che mi alza,

a stento legge. Sono il comandante dell'

onda sull'onda. Scia nella scia inattaccabile.

Seduta stante, l’anima fa quadrato. Da qui

l'approdo ci salda. Del comandante si perde

traccia ed è sbagliato

credere che l’orma resti sul litorale:

lascia una lisca limata dalla raspa della risacca,

ma conta

aver attraversato tanto con un guscio di voce.

 

 


Id: 58927 Data: 06/06/2020 16:04:00

*

Il reduce

 

Ci salvammo a stento. Benché quasi tutti 

le sparassero a salve. Meglio in saluti che 

gli alberi le poiane le tigri le megattere e 

tutta quella vita possibile gettata al vento. 

Sparavano ben poco per la verità, ma in 

numero superiore a parole. 

Colpivano in modo sistematico, tant'è che

sostituirono le aste e, moltiplicandosi, 

ottennero di dividerci in cortili.

Non funzionò. Sfuggii al limine del divino.  

Se ne trova menzione in testi sontuosi

con gli indici che prevedono la direzione 

dei passi - nei bei tomi, o nella mens sana 

in torpore sano, la parola sazia a stento. 

A lungo, però, gli stenti fecero da trincea

salvandomi dalle cariche e dalle bandiere.

Non morii per ostensione. Acquattato nella

buona condotta, sostituii il salmo

con alcuni composti a distanza. E vennero

profusi come sorrisi aperti meno di lenti stretti,

ma più efficienti di altri raccoglitori diversi.

Credimi: furono date parole anche a vuoto 

e mutando la lingua qualcuno saliva 

senza apparire altro.

 

 

 

 


Id: 58789 Data: 29/05/2020 11:58:19

*

Horror vacui, M

 

Il vuoto ha perso il passo 

e non si muove foglia 

dove il vento non coglie. 

Da giorni 

qualche anima fa fatica a restare 

nei vestiti. Da giorni, ovunque 

non pare il posto giusto, ma mi 

richiami dal calendario immane.

Porto fiori al tuo ritratto? Ritratta, 

sarebbe magnifico. Ricadresti a me.

Al cielo non guasterebbe un soffio in più.

Non così altrove: dovrei sollevare 

il marmo per ridarti la volta del respiro, però 

il profumo avvertirebbe gli organi che tornare 

è l’idea fissa dell'amato gene per il bene amaro.

Allora penso a te che scorri 

nella radice opportuna. Che mi 

avevi detto? Mi consumo; e tremavi: vaga 

fiammella che ancora metto a fuoco.

 

 


Id: 58519 Data: 11/05/2020 14:10:16

*

Tableau vivant

 

 

Ha saputo vedere il bosco in un solo ceduo 

- vedeva lontano, con altro senso, a lungo andare.

Ha esaltato il temperamento dell’universo

da fenomeno a corrimano. 

Questo è quello che tace nel caos

e non è ancora ammutolito per intero.

Questo è quello che ti serve, scrisse.

Dov’è dunque il boscaiolo, mi chiedo?

Il rude speranzoso è stato il peggiore ufficio 

di collocamento di forza lavoro, naturalmente.

Compito ingrato il suo: rispondere al telefono 

intanto che innaffia il suo alto piano. 

Perciò è rimasto fuori, dal mondo dei piantagrane

che lo irritano con la pratica dell’autocertificazione. 

Una burocrazia di pergamene sommerge

i chiarimenti: in pratica, la luce che passa dall’inchiostro

in veste di gomma. E carte stupefacenti, 

da millenni, gli costano un oppio della testa:

la pietra dava più tavole talvolta.

 

 


Id: 58483 Data: 09/05/2020 11:04:05

*

Colto senza ragione

 

Voglio solo parlare

semplicemente: chiedo questa grazia.

Giorgos Seferis

 

Per bontà orografica qui il clima prende ordini 

dal maestrale fino alle 17. A quell’ora

il golfo schiuma il suo plissée. Se vuoi

avere un oceano, slaccia la cinta dei monti,

affonda un'isola, scosta il braccio del vecchio

continente,  e lascia calare sullo sfondo 

i rossi su dozzine di dettagli. Case diventano

occhi per occhi di gatto. Ma alle 20 

resta la luce sopravvissuta, teneramente 

sparsa da ritrovi particolari. Dentro di me 

lo spirito rimasto fagocizza lo spirito 

passato per quel meccanismo atavico 

che copre i lasciti con l’oscuro. Tuttavia 

generoso perché insieme scompare 

il tempo perso. Il traffico è sporadico 

e si può fermare piú a lungo l'attimo. 

Si contiene senza fatica ai semafori 

che contano i secondi secondo la loro tabella 

e ne danno consapevolezza ai non vedenti 

con un esile bip di fretta. Chi può vedere la luce

è abilitato all’ascolto di coloro che sono nel buio. 

Ci sono venti che non durano a lungo 

ma più del metallo che fiorisce ruggine 

sulle maglie del recinto di una ex fabbrica 

marzotto. Ehi! Un gatto abita quel cortile, 

si struscia, solleva la coda e mostra il culo 

che culo non è ma papavero cupo. Sbeffeggia? 

Gli parlo nonostante il rumore di fondo:

insegna come essere con una lingua sola

isola a turno. 

 

 


Id: 58427 Data: 05/05/2020 17:56:34

*

Prova del suono

 

Puoi non crederci, ma mi sento a brandelli.

Mi sento tante voci con la mia come rotta. 

Sono lontane dal mio percorso e nemmeno 

sanno di aver lasciato ceneri del bivacco. Come 

in un accampamento si affollano all’ingresso

e non posso fermarle. Al limite, mi apposto.

 

Sono a pezzi. Sono reduci, in attesa di scomparire.

Puntualmente trattenute dall’anomalia del polso 

che si batte contro le misure dell’orologio. Ora, 

quest’ora, è una carezza,  non dura, eppure

ne sento la forza esplosiva, contenuta 

del manrovescio, te ne rendi conto?

 

Le voci leniscono la decadenza del tempo 

- in questo modo mi prendo cura dello sfinimento. 

Penso al mondo come una cattedra davanti 

la lavagna: qualcuno detta e su di me scrive

e cancella: una violenza inimmaginabile! 

Penso al mondo che si scopre e lascia noi 

 

a fargli da ordinatori, come se un soffio 

possa riaggiustare la sua capigliatura aborigena. 

Siamo voci? Disperse nell’aria per trovare 

sostegno? Siamo aquiloni? E se poi l’aquilone 

sbanda e taglia la corda, la corda si divide in due: 

cosa trattiene e cosa lascia andare! 

 

Un esercizio ambiguo di legamenti

al dipartimento della roccia e della goccia

con quell’ansia di penetrazione congenita

nel torace e altrove, confezionati dal sole 

che monta in calore se il suo raggio si posa 

su certe curve, come dicono. Ma è il petto 

 

la cassa più battuta dal tempo. E si risentono 

del presente ad una voce - le voci rimanendo

a cenni.

 


Id: 58324 Data: 29/04/2020 13:11:21

*

Come trovo l’alba

 

L’alba è comparsa. Sai quando appare?  

Come esce dal buio questo fantasma quotidiano? 

L’alba ha spirito da vendere a chi ha sorrisi  

in tutto il corpo, ma è una successione

di contorni soffusi: le anime variegate 

mentre si formano incontro. Si formano 

pur non avendo forma, non è divino?

L’alba è quella donna che libera i capelli,

quindi ingarbuglia le dita per farne trecce, 

le annida sulla nuca con forcine lunghe, 

come denti da latte che celebrano lo stridore, 

ne fa un toupée - biondo netto, preciso 

con striature squillanti... Non è divino? 

Lei li portava leggeri ed era nel vetro il silicio

che taglia a segmenti il maschio raggio. 

Entrava da destra, lì in fondo, dove la porta 

è tra due colline: a destra, fronte a nord, 

tra due caseggiati, due alte guardie 

piene di cordoni lucenti. Finestre, finestre 

delle quali aperture è sinonimo di giorno pieno, 

superata l’aurora, da cittadina di rilievo, 

col buon caffè che prende piede ovunque. 

Un gorgoglio da cucina in fermento, dal becco 

della moka, così lo spirito prende gusto dal nome.

Infine, con un tripudio di convenuti intorno,

si dà un senso. Lei esattamente non c’era

- esattamente misericordiosa, intendo -, 

giacché per essere è giunta alla finestra. 

E gioca coi corpuscoli della luce dimostrando

che il raggio può mettere mano sui corpi

per misurare l’anima a chiunque. 

Io, rintronato adesso più dal vuoto che dal traffico, 

sono in tempo, troppo a lungo per un poco.

 

 


Id: 58084 Data: 16/04/2020 21:33:47

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Piccolo mondo infido

 

 

Dato il congegno di protezione, la chiave

più ovvia è liberare il pensiero come riflesso 

dalla fonte. Sono anch’io un virus e che 

lo sappia o no, l’universo mi ospita con cura. 

Il rapporto di similitudine con la minaccia 

attuale è uno a chissà quando - si può

vedere il tasso in una proiezione del bosco. 

Direi della misura, ma mancano indizi, 

giacché le ombre gettate dalle stelle 

non fanno scintille ma buchi neri. 

E di questi si osserva solo l’ultimo 

orizzonte: l’evento dilatazione in corso.

Le cellule saranno pianetini, immagino; 

e intere nebulose girano in questa forma

che sono. Ci sono nane rosse nelle vene,

plasma e orbite sussidiarie fanno il resto. 

Sono un universo in cui i virus 

hanno atteggiamenti da uomo. Infidi, 

speculatori, assassini e distruttori

fino a demolire la loro abitazione  

perché gli ospitali diano spazio

agli immobili.

 

 


Id: 57838 Data: 05/04/2020 10:52:54

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Baba Jagà

 

Proprio stasera il battito è impazzito.

E non è da te, cuore in saldo. 

Se hai tanta voglia d’aria, ti cedo 

a un corpo forestale. Allora, che? 

Un motore deficiente: lo stomaco. Il mio 

guarda avanti, oltre la cintura: il temibile

orizzonte del vino e del piatto. Una locomotiva

a stantuffo vaporizza il centro del torace. 

Contiene una salita, un vicolo cieco,

un vero budello; ed è una vela, 

una vela alle prese con un uragano, schiocca 

più di una notte in bianco al buio. Strano 

come la speranza si riduca 

a un suono d’allarme che scemi i pensieri. 

Il battito è nello strumento con un numero di petali

invalidi a primavera. Dovrei cercare

insetti romantici, ma ascolto soltanto

un cicaleccio apotropaico che lo misura 

a rotta di balle. Vorrei un filosofo, adesso; 

o un esperto d’anime. No, non l’estremo untore. 

Ho coscienza che il suono modifichi il tempo: 

me lo allunghi e lo esasperi sul lenzuolo

trasformandolo in garza ladra tra le pieghe in tensione. 

Cinque ore in codice giallo, trasposizione cromatica

di un pronto soccorso privo di fuori

e circa mille fantasmi appassionati di nuove figure.

Dureranno meno del virus sul vetro, ma contagiano

un fiasco divino; in un modo o nell'altro

la preghiera ci rende soli. Scioglie uno spettro,

ma le catene non spariscono così facilmente. 

Tirano, tirano, tirano. Rinfocolano l’unico

pensiero che fa il mestiere di uomo nero.

Che cosa è la paura? Ah, mistero! Sembra

abbia il respiro della salvezza.

Se non fosse chiaro, la paura 

mi ha messo gli occhi addosso, per fortuna.

 

 


Id: 57650 Data: 27/03/2020 12:00:22

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Virando controvento

 

Se galleggiare è vivere ondeggiando, preferisco 

interpretare lo scoglio come posto di blocco 

in questo mare che traffica inutilmente sale 

sulle rotte dei mercanti del banale.

Flottare? Pfuiii! 

Mi piace la clausura nel convento dei pesci. 

E più vanno in profondità, più sono eremo.

Sarei così un chiostro eroso e consunto, debilitato

ma sano fino in fondo. Ai piedi della darsena 

o, magari, in un seno che mi lasci di sasso.

E se il leviatano viene da levante col subdolo

mezzo di un eee-tcì! o uno smackk!

io vorrei sentirmi la compieta della spiaggia

sulla quale si frange - o, come pare venire

da questa immensa rena: nelle tue mani affido 

il mio spirito, alleluia, alleluia, alleluia:

tu esisti da te.

 

 

 


Id: 57119 Data: 01/03/2020 11:12:35

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Come viene all’oca la pelle d’uomo

 

Corro sulle pietre; e le smusso non volendo altro 

che carezzare la terra il più tardi possibile. Tardi 

è per l’ora, per il qua qua qua nel mio cortile. 

Anche fuori: ovunque l’oscurità abbagli, la notte 

coglie le foglie con buona voglia. Io, un ramo

di come. Sono le due a.m. continuamente, 

per amore di l’una e l’altro in pieno corso, 

la mia acqua fa i conti con i galleggianti. 

Molti di questi invitano ad un’esca di scena. 

Qualcuno è un verme, ma sostanzialmente 

l’umanità è un’opera a ciclo aperto. 

 

Dichiaro che scrivo solo perché sono pennuto.

E scrivo sapendo che non m’innalza affatto:

le ali affrontano le aie per liberare il cielo

dall’ingombro dei volanti, ma sono ottimi

manubri per l’equilibrio in terra. In teoria, 

certi voli raggiungono altezze eccitanti;

quindi: o la testa tra le nuvole o dentro sogni. 

In quest’aria che lascia fare a cuor leggero

viene la pelle d’uomo. E viene sia la terra 

che l’acqua come pompieri all’inferno. 

Ecco il fuoco. Arriva il fuoco senza fiamma: 

lo strepitìo mette il contagio all’opera.

 

A questo punto, entro di diritto nella fisiognomica

con il vezzo eterno. Si dice che nulla duri per sempre.

La pelle, ad esempio, perché muta parla del tempo?

Sono palmata: vuol dire che l'acqua è un deserto?

Starnazzare: com'è che ci fu dato un solo verbo?

Sappiamo che non è vero, sappiamo che ne abbiamo

ma la coniugazione misura a mala pena i toni. 

So della costruzione dell’Universo con la faccia tosta

di un Botto solerte e, più precisamente, la luce 

è cinica con la lanterna: tanta fatica per qualche

bagliore nell'immensa tenebra, per dirla in breve.

 


Id: 57098 Data: 29/02/2020 12:07:34

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Come viene la pelle d’oca

 

Nel padiglione del laboratorio 

le antenne contano le formiche diviso due.

Ma qualcosa le moltiplica per la regina.

Una trasmissione netta, penso binaria, 

assegna gli indirizzi con il gusto del posto. Così 

i tassisti si combinano come imenotteri 

e in viaggio seguono corsie usurate, ma indiscusse,

agevolate dai segnali degli elettrodotti

da tastiera. Non c’è il sole tra questi. Anche

la polvere ricorda una cordigliera in fin di vita.

Le cose stanno così: nell’universo corrono 

più formiche che innumerevoli corpi, 

eppure solo i tassisti guidano veramente

per i passeggeri, sicché il tassametro

segni il valore che non si perde ancora.

Quest’ultima notizia somiglia alla prima

data, e la pelle muta. Si impunta.

 

 

 


Id: 57039 Data: 26/02/2020 12:42:38

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Con tutta la forza che ci fonda

 

La distanza tra l’ape e me è abissale 

già a salve. La saluto ora che si perde, 

e direi che avanzo nel soliloquio.

Ma la distanza non è nelle ali che ci misurano 

nei salti. Talvolta in alto. Come copula dell’aereo.

Salta agli occhi questo divario inumano, certo, 

ma insufficiente a tenerci lontani.

Insetto meno di me, ha ragione dell’impero 

del vento, poco attore ma tanta scena. 

E non è ancora abbastanza. Cosa manca allora?

Sono convinto che la distanza

stia tutta nella cura maniacale di diffondere

i petali, possederne l’alfabeto e imbrattarsi

dei contenuti: l’ape coltiva il linguaggio efficiente, 

invece io - e con me il potere, l’epica e i sentimenti -

trovo comprensibile un linguaggio solo 

nell’aria viziata.

All’aperto mi colloco tra i semi incoscienti.

Coltivo la loro stravaganza: quella nettezza,

quella diversità di infilarsi nella terra

in altre parole.

 

 


Id: 56799 Data: 15/02/2020 15:18:28

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Chiara testimonianza in vita

 

Alla luce del sole il profilo greve

è l’unica valuta su cui conta il tuo stato 

per il dovuto. Sei insoluto: che speravi?

Altre domande salgono a galla 

e stanno bocconi. Come un mare tra i denti?

L’ombra sull’acqua convince uno o due

risposte a stare fresche. Cannizzi che inquinano.

Tu sai che ogni morso riduce il biasimo della fame,

e per questo, ovunque, la denutrizione avanza. 

Dio butta un occhio alle bocche che non mancano

e dà una mano a chi le usa ancora. 

Un’ombra è un esempio curioso della sua chiara testimonianza.

L’ultima che si mantiene è una raccolta di punti premio, 

un borsellino di risparmi finché potrai spenderti.

Non sopravvivere coi resti.

 


Id: 56709 Data: 12/02/2020 11:37:37

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Non fare che passi

 

Scavo detriti perché ogni storia è un alveo

che tracima fonti senza tregua - quel che raccogli

dal calendario è il residuo delle date - e scopro

che ogni gesto di passaggio perdutamente adultera.

Così l’uva matura zuccheri fino a seccarsene.

Una farfalla frequenta il glicine per sporcarsi.

L’amore sta a lungo nel corpo per includerne un altro.

È un oceano il pavimento quando sollecita il piede.

Lo inquadra e scatta cento orme in sequenza

ma nessuna fretta porta ad affondare: emerge

una sinuosità adattativa che ci tiene a galla.

Questa similitudine è migliore delle pinne

se navighi in cattive acque.

Ma non giustifica la congettura che un altro secolo

è passato di qui ed io con lui padre di questa traccia.

Darsi da fare altro è una sollecitudine che muove solo aria.

Come scriverlo senza dilaniare le carte?

Non sono capace di amare i solitari,

eppure metto mano alle labbra.

 

 

 


Id: 56632 Data: 08/02/2020 11:35:19

*

Costolatura del battito

 

Dietro le bandiere si spostano le montagne; 

e dove arrivano le vette si piantano bandiere

- ci sono catene che non smettono di legarsi.

Ma tu che puoi toglierci l’urlo in pieno sonno 

dacci oggi l’armonia che intona lune e soli. 

Oh mamma! o-oh! e-eh! Cantava da dio.

Lo davano per morto, ed era morto, ma

ci dava dentro con un bel sentimento. 

Era un crooner dietro la patina celeste

tra l’acquasantiera delle nuvole e l’ombrello 

di ceri che non vedono e non si sentono.

 

Roca, sofferta, incendiata, la voce arrivava 

al fondo della notte dove sedeva di guardia 

per il suo regno e il pane quotidiano. 

Quella notte la riflessione della luna 

era il più lucido vincolo al sole. Qualcuno 

diceva “si distende sul mare quello che sta

in cielo: se l’anima è a strappo, l’effetto

ci toglierà il fiato”. A questo punto 

l’uomo batte sul tasto canc, sicché 

la frase “farò meglio domani” 

è già diventata pura intenzione.

 

Oh mamma! o-oh! e-eh!, cantava; e noi dietro

come i luoghi che appaiono nel nome dei santi 

simili a boe che legano al porto ogni essere 

scafato se, navigando, ha seguito una stella. Così

niente resta nel panorama passando per il vetro, 

tranne la pagina densa e disordinata

che le voci indirizzano all’occhio. 

Il cantante non scrive quel che canta bene

- lo ha già fatto meglio la boa, la stella, l'ombra -

o dal basso verrà chiesta un'altra riflessione.

 

Oh mamma! o-oh! e-eh! La notte piena e 

la maglia ubriaca hanno un tono confidenziale:

intimità vocale che ti rende splendente. Il sottile velo 

del vetro tra noi amanti copre la prima amata: 

il buio appare alla punta del dito non le lune 

e i soli come indicato.

 


Id: 56583 Data: 06/02/2020 10:13:09

*

L’orologio è stato

 

Ti interroga sulla vita: come non dargli corda?

Suona ora dal quadrante numeroso

uno sciame di tictac, nettare allo stesso tempo.

E per sette sere di seguito

percorse da un capo all’altro del contegno perso,

tumefatto da lancette: ore e ore 

in un alveare di cemento - la regina assente.

Passo in tempo, ma vado a momenti.

Non è argomento da prendere con le molle.

Un collo di bottiglia a perdita d’occhio, la finestra. 

La fronte è un calderone, avverte il nulla 

pungente aguzzino della mattonella,

frustato il pavimento, sommesso il gemito.

Non bussare oggi, non bussare dubbio. Il nulla

- non è per qualcosa - è per niente comodo; io ho letto

di noi, del resto, della fuga, del cielo, dei santarelli;

il nulla ha regole che non speri di mantenere in vita,

né ai polsi, né alle costole. Esalta l’incoscienza 

dell’universo: gli occhi da stella sono uno schianto 

a vederli adesso. Dov’era il caos, rimaniamo svegli.

Noi, non la mosca, non il cefalo, non la rosa

né il pappafico a pensarci bene: tutti nello stesso 

calderone con coscienza o senza.

Il creatore, se c’è, non sa 

di averne fatto parte: l’opera sarà completata

in seguito dai suoi aiutanti prediletti: noi,

l’acqua, il vento, il fuoco, il cinemascope.

La casa fa da coperchio alla via così.

Il pavimento ci chiude tra falesie segrete, 

neppure erose dall’onda sospetta. Onda? 

Ombra? Amor mio? Sei tu quello che mi batte

in petto con un soffio congenito.

 


Id: 56447 Data: 31/01/2020 16:09:10

*

Non mi toccano altre terre

 

Saranno anni che il vento

controlla le tentazioni delle vele.

Ne viene a capo dando loro una pancia.

Un apprendistato da porto.

I marinai sanno che il sartiame è una guêpière 

della bella randa - e l’avvolgono.    

Tu osservi che un triangolo di stoffa ben portato

ha un effetto di spinta naturale

fino alla calma che isola -  è nell’amo 

che il naufrago vede sostegno.

Si dirà: è questo l’attimo bitorzoluto. 

È il momento questo delle propaggini 

nude e delle scaramucce sotto coperta. 

Ho uno sterno fatto a chiglia, due scalmi

sotto le ascelle, una poppa da atleta, muscoli 

legnosi: sono un battello in secca - o, almeno,

verrò a capo con la pancia, ma sono il vento 

il cui soffio è la mente del golfo 

come si dice - e guarda cadere 

le braccia che portano pioggia: 

niente liquida il cielo più del mare che generò.

 

 


Id: 55584 Data: 30/11/2019 12:29:00

*

Prima di saperlo

 

Penso a te come circondata di nudi.

Che perdono gli abiti propri

ed alla tua presenza si rivestono 

di conoscenza che resta. 

Gli oggetti sono investiti di te.

Questo luogo ha la tua identità.

Le date, ad esempio, vengono da numeri ripetuti

e si ricordano per gesti. Così piena 

la mimica del calendario fa la fronda

di luci in città

e lungo la strada pezzi di Natale 

normalmente si alleano alle ruggini dei rami

e provocano 

memorie che si riducono in me

- è piccolo questo me quando non ne prendi parte! 

Più si avvicina un uomo all’inverno

e più ferocemente trattiene 

la foglia che mantenne il pensiero alla chioma.

Ora so: intorno alle radici gira voce 

che i frutti dell’ultima stagione 

cadano da un cielo irripetibile.

Prima di saperlo,

chiedevo da non crederci. 

 

 


Id: 55526 Data: 25/11/2019 15:04:20

*

Per parlarti ad ora

 

L’udito accompagna le parole

più ascoltate con una nota consunta, le più belle

sono stazzonate. Tutte 

dal lavabo della gola alla scorreria al sole.

Pericolosa: mentre si asciugano dell’umido, 

restano appese.

Ai tuoi occhi sembrano camicie con i polsini risvoltati, 

ma sono tute da lavoro con le alette sollevate. 

Hai saputo di me che le stiro. 

Ne stiro molte, e tante - troppe -

metto a ferro e fuoco.

Quando poi ferro e fuoco sono mente e cuore

il territorio che va in cenere è questo foglio 

- o il mio quando passeggio nei tuoi silenzi.


Id: 55504 Data: 24/11/2019 10:16:18

*

Come mostro in tempo

 

L’attrazione è una turbolenza del sangue

che scuote i sensi mentre volano parole

dagli occhi aperti. Una fuga come un’altra.

In un posto aereo. Un contagio a vista

per il modo con cui mischia le parti.

Questo è inesprimibile con una metafora, 

però è vero che il rospo e la principessa

non si attrarranno mai. Perderanno entrambi 

e lo stagno manterrà le distanze. 

L’uno nello specchio che lo trattiene, l’altra

respinta dal brutto mosso. Che bacio 

si vede se un'ondata irresponsabile 

agita ogni riflessione?

Guarda noi: come ci tocca l’affronto.

Della principessa paludi dieci decimi

di sembianza e lisci capelli. E sono poco

di te. Poi, nessun’altra pelle sostiene la pelle

meglio delle tue carni avvolte.

Per quanto mi riguarda, sia la bocca

matura che il cuore folle 

si mostrano in tempo.

 

 

 


Id: 55460 Data: 21/11/2019 21:07:06

*

Da che parte il mai avuto

 

Che cosa manca nel sacco del giorno?

C’è luce che non dà modo di amarla

e stracci che non si asciugano

come furono cuciti

atti per dare una forma alla festa

che dentro si tiene. Anche così, 

non pensare che sia meglio l’oroscopo 

dettato da chi vede le stelle con lenti

lenti allineamenti che non ci prendono.

Il mattino dopo la corsa delle nuvole

rilascia visioni che la notte considera

gettoni nelle mani di un croupier.

Uno di noi disse, all’amore perso:

oh perso amore! L’altro capì dell’altro.

Chi dei due ha l’anima più eccentrica?

Dici di te: ho visto, e non occorre

aggiungere altro: la vita va di fretta

e tu, prima che poi, vuoterai il sacco 

in terra. Che male c’è osservo.

 

 


Id: 55440 Data: 19/11/2019 11:37:24

*

Il vecchio senti mento ancora

 

Che chiedere all’amore maturo?

Torna sui tuoi passi al punto in cui 

non lasciavi orme; le pedate erano

a mezza aria sullo sterno ottuso.
L’amore è più largo di tutte le bocche

che incontra. Marquez racconta 

che in un angolo del mondo accade

all’improvviso per una volta.

E non è piatto, e per niente infinito. 

In questo angolo tu non vieni più. 

Hai fatto posto ad altro e quindi 

posso trattenerti soltanto lo stretto

necessario nel sogno e nel bicchiere. 

Nel tempo come momento sottratto

c’è l’ultimo bacio con la luna storta. 

Mio desiderio deluso, che ti aspetti?

Devo alla profondità della solitudine 

la mancata chiaroveggenza del vertice 

che impone di sporgersi sul precipizio

per sapere il punto dov’è: è dove tu manchi 

ed io suppongo viva un certo me 

che perde luce.

 


Id: 55414 Data: 17/11/2019 17:41:48

*

L’affondo

 

L’aria si è svuotata delle tue spalle.

Poco altro può reggere il confronto.

Alle tue spalle la circospezione dello sguardo

crea dissonanza tra le cose residenti

e l’ampiezza del vuoto. Non più

la chiglia del naso, non il cilindro

della gola, non il contagio della voce.

Diverso è il disappunto della soglia:

come traguardo; pertanto, sei vincitrice

attraversandola per il mondo.

Vorrei la stessa ansia che ti allena. 

Mi privo del carattere se vuoi. 

Non bacio la vocale sulla bocca, 

non uso il labiale sul seno, 

né il morso tamburello sulla schiena. 

Se gli occhi fossero fuori rotta 

io sbanderei e dovrei agire subito 

sui vani che ricordo cosicché il cuore 

sfegatato non affondi negli assenti. 

 

 


Id: 55366 Data: 14/11/2019 09:11:03

*

In nome e per conto di LUCA

To last universal common ancestor (LUCA)

 

I

La fonte è il dato in comune.

Dopo, lo spartiacque del nome 

aumenta la portata della mutazione. 

Siamo il delta del fiume dei morti?

Io sono sicuro di aver trasformato

i morti in forza; e da morto manterrò 

in vita chissà quanti elementi.

C’è un monòmero tra i miei avi: 

una tessera del mosaico come figuro.

Figura il tempo necessario in forma. 

Anche di millepiedi. O di trifoglio. 

È indipendente da me. È una scala

o un ascensore in funzione. 

Funziona da dio quando prova 

i vestiti nel suo camerino all’oscuro.

Che parte interpreta? Chi lo osserva 

con attenzione  ne diventa l’automa.

Non ho saputo scrivere quest’ultima 

parola come libertà del luogo.

 

II

Chi diavolo mi ha messo la carne intorno? 

Non sapeva che è la scusa della polvere

per abusare del verbo dell’argilla? Posati.

Per ogni dove ha scritto

come andare fino all’osso.

Sono una bottiglia con una rotta. 

Un galleggiante di vetro 

con lo spirito giusto.

Questa forma è inutile se affondi. 

Ha percorso tanta strada tra luna e sole.

La mente era vigile soprattutto negli incroci, 

per quanto la rotatoria del cuore 

disciplini il traffico degli stimoli

nelle strade ottuse.

Ho un corpo intessuto di vicoli ciechi

e sono una città boriosa con più luci

artificiali che illuminazioni spontanee.

Eppure, l’illuminazione prende la foglia 

che bestemmia e zoppica in volo 

e si avventa e si avvita come un'ala sola,

poi si rialza all’ordine del giorno. 

 

 


Id: 55146 Data: 28/10/2019 12:38:57

*

In seguito al lontano

 

Il polpo trovò la sua polpa consistente 

e potè mettere al mondo i polpastrelli.

Alzandosi da terra, l’aria - meno nota 

dell’onda - gelava gli strumenti a fiato. 

Fu l’astro d’oriente a fare il nembo 

in mille pezzi sulle nascite incessanti 

che vestivano verde l’argilla e la silice,

mentre per loro si dovette aspettare

un collo intero un polso un dito un voto

perfino la borsa di madreperla. 

L’acqua si intestò ogni maternità 

occorresse per rendere utili le fontanelle,

mentre l’oceano era percorso da brividi

dovuti ai continenti che andavano facendosi

paesi. Ondate di gelosia sulle traversate 

accordarono i meravigliosi generi nascenti

alle nuore miracolose lasciate a terra. 

Si separavano le famiglie meno dei viaggi

o del piacere in quel senso.

In seguito fu dimostrato che sulla roccia

si poteva edificare la residenza

di un tale ministero

e, come un ben servito, vi scrissero 

le leggi più pesanti dell’universo

capaci di dare un tetto anche alle stelle.

Cominciava così la favola che ha dettato

la vena, prima che le penne scoprissero 

che da sole non farebbero il volo.

 

 


Id: 55083 Data: 24/10/2019 09:23:41

*

Paradigmi di autovalutazione

 

Un uomo è solo 

nella misura in cui pensando ad altro 

nessun altro lo consola;

di solito una porta chiosa.

Un uomo è vuoto 

nella misura in cui il pensiero 

parla da terra;

di solito la parola quota.

Un uomo è immaturo

nella misura in cui chiede una mano

abbracciando l’idea di possederla;

di solito la porta aperta.

Un uomo è debole 

nella misura in cui la lingua

è un nervo a fior di pelle;

di solito il muscolo tace.

Un uomo è vile

nella misura in cui il fegato

si riduce a palle;

di solito controlla il fianco.   

Da uomo ho fondate ragioni 

per curare la manutenzione

dei miei congegni.

 

 


Id: 55047 Data: 21/10/2019 10:43:42

*

Esito nella passeggiata

Camminare allunga la portata dell’orologio

mentre il polso della prima ora non è più. 

Guardarsi intorno è terribile perchè non sei compreso.

È vero, però, che gli occhi vanno a fuoco lenti, 

lenti spesse e volentieri. Ovunque li poggi 

restano a fissarsi ma ritornano lucidi. 

Domani appare come dovuto torna sole. 

Da un lato spiaggia che scivola 

nella clessidra fino a farsi fottuta;

dall’altro, strada che fila via subito. 

 

Ma è bello il chiasso dei motori furiosi, 

anche se è l'ingranaggio che consuma il mondo. 

Intanto i miei passi cadono come uccelli 

che a  mezzo volo se la fanno a piedi. 

Piombano sulla terra per niente rotta. 

Così, trovando ancora tempo nel cammino, 

entro nei tuoi occhi per cercare una poesia. 

Non la cerco in me, perché non c’è. C’è 

una lanterna analfabeta che impara la luce 

come tu me la lasci vedere: da barlumi. 

 

Prendo parte dei tuoi rifiuti. Questo

il cammino fatto, forse la giusta cura.

E che tu ci creda o meno, sono un bruco

nei solchi del tuo campo visivo.

Dove ognuno si pianta, senza dubbio, 

nel verso che ha già pagato sull’unghia.

 


Id: 55004 Data: 17/10/2019 21:28:51

*

Congedo del riccio

 

Il contegno è necessario. Ma non è una posa

l’aplomb del bosco quando si celebra il ritorno

del sonno. Il bosco calmo è messo a nudo 

per il più antico rito di abbassare la febbre 

di stagione. Il bosco, che se ne sta andando 

a dormire, finge di preparare la sveglia.

A me piace rintanare a novembre. Nel legno

come sottoterra dormire è un poco morire. 

Sì, la durata non coincide, ma rende l'idea. 

Fateci caso: Lazzaro è l’unico ad alzare un dito.

Quanti Lazzaro conosci? Nessuno, ma tanti sono

nei racconti e ne escono vivi. Questo suggerisce 

in realtà di aggomitolarsi con la mente 

in un libro. La mente è un polpo, un ragno, 

una televisione. È sveglia e pone domande 

di rinvenimento al sangue che la mantiene. 

Gli aculei sono una copertura. La nostra naturale

finzione. Rannicchiati rispondiamo male, 

come quando aggrottati manca la luce, ma distesi

non ce la caviamo meglio. Lo sa bene la volpe

che ci orina addosso; non offende, chiede

di abbassare le difese. Quante Nazioni 

si voltano e non si rivoltano? Quante tane

sono invase dai cingoli? Quanti colpi bussano?

Penso sia il sonno a scioglierci per intero: 

il gelo della veglia al fuoco ci intona al tronco.

Gli inverni che verranno si accorciano indosso.

 

 


Id: 54962 Data: 14/10/2019 09:56:10

*

Tirata per i capelli

 

Eravamo in testa. Con uno scarto bruciante

la ciocca ricadde come un arco costituzionale

a disagio sulla moneta, glabra al centro.  

Perché no? Rifletteva il cielo annerendo o

si copriva. Tocca ad ognuno cadere. Impariamo 

solo così facendo il bavero e la pochette. 

Non è abbastanza sapere che aria tira, 

ma è sufficiente poter contare sul capo. 

Già... Il capo! Qualcuno lo avverta che Dio

è qui… E si traveste a stento. La stessa anima 

tiene conto dell’apparenza, ma in buona sostanza 

è presa dai capelli la sua legittima conoscenza. 

Come ogni radice, il bulbo paga la debolezza 

dell’essere. Su, gente! Cerchiamo la carezza 

a dita aperte. Questo il nostro manifesto,

così che il cattivo pensiero lasci 

il vuoto e con buona cura 

si abbandoni la permanente 

ansia di darci un taglio.  

 

    


Id: 54941 Data: 11/10/2019 14:47:20

*

Dialogo tra le claveline

 

Muoviamoci in sincronia nel flusso e nel riflusso, 

amiche. Mie, loro. Non siate dure, ma resistenti. 

Così è la storia sommersa quando parla di voi.

Quanto più corta è l’onda tanto più il movimento

spazza il palco marino. Sul fondale c’è tensione.

La fanghiglia si solleva e rivoluziona l’armonia,

la platea non ci sta, ma resta muto il branco di pesci.

La trasparenza richiede quiete, ma la violenza

nel torbido trova i suoi canoni maschili. Eppure,

deturpate siamo divine. Poseidone lo dice.

Non interviene perché se lo facesse perderebbe

appeal tra i suoi sgherri, maschi anche loro. 

Le chiglie hanno un rapido sollevarsi. Pupille 

nella darsena che ci osservano. A scena aperta.

Muoviamoci in sincronia, ripete la prima.

La sorella accanto, lo ribadisce e prosegue.

L’oriente propone un complesso di strumenti 

Danzate con me. Quando le onde assaltano il molo, 

noi a mezza acqua facciamoci valere. Siamo 

uno spettacolo della natura, non snaturiamoci. 

 

 


Id: 54916 Data: 09/10/2019 10:41:49

*

Monologo del cefalo

 

Era sopra di me a distanza di voce. L’onda 

un ostacolo all’ascolto dall’alto. Non so quanto alto, 

certo diverse lingue. Dall'alto è un riferimento 

terrestre caduto dal cielo. Ma il cielo per noi è fine 

che fa acqua da tutte le parti. Prima, lo ricordo,  

le claveline danzavano immaginandosi braccia

per insegnare flessuosità ai moli. Poi questi

preferirono l’esercizio che fermava le ondate.

 

Poiché mi insinuavo in quell’armonia

come uno spettatore che cerca posto in platea,

non mi meragliò sentire: “Ti prenderò, dannato pesce!”,

e: “Sei scaltro, ma tra un po’ sarai fritto!”, oppure: “Stai solo 

allungando il destino di una pinna appena.” Parole simili

nel nostro mondo attirano più dell’esca.

E noi siamo cibo che va di bocca in bocca

in crescendo. Come una diceria, sostengo.

 

Diciamo - per questo - che la natura è presa in giro ma rifratta: 

una bella immagine spezzata in diversi punti:

la ferocia, il ghigno, la menzogna, e via via di peggio.

Più comunemente rumore di fondo sempre in onda.

In fondo, ognuno di noi ha in mente un oceano calmo 

agitato dallo spirito necessario a lasciarlo in pace. 

Una vastità ridotta a nugolo dalla perdita 

di significato delle cose quando le abbandoni.

 

Dal mio punto di vista il cielo è a stretto contatto

con la fine peggiore ma non la contiene. La contiene

la terra che però ci consegna a nuovi verbi; potrei dire

volare, oppure fiorisco, perfino di striscio. Ma, ci giurerei, 

andrà in fumo come dice il tizio sopra di me. 

Vorrei che a saperne fossero cefali e claveline. 

Farei un salto di qualità potendo conservare 

coscienza delle scaglie o mantere insieme elementi

 

con molte attrazioni del genere.

 

 


Id: 54868 Data: 03/10/2019 11:14:39

*

Non chiamatemi

 

Ho parlato ai pesci all’aria aperta

perché gli uccelli erano già all’erta

e non è possibile raggiungerli a voce.

Succede quando le mani diventano foce

dei pensieri. E i gesti correnti. 

La testa si sgombra

tanto che le parole non affondano

e vanno oltre

il fenomeno ottico del letto. 

Ho parlato ai pesci in modo corretto,

io sento. Senza mettere l’amo al posto del bene.

Perché per bene intendo rispetto

e per amo evito pene.

Così succede e succederà la bonaccia

per queste vele con la chiglia vocale.

I pesci - con la testa già immersa

nell’inquinamento - si agitavano

tanto da sembrare angeli nel vetro.

Come se dal vetro potessero mostrarci

che non sono assuefatti al silenzio. 

Ma che mostro dall’essere trasparente?

La falsità è una maschera di bellezza o

di sopravvivenza. Per l’umano e la belva. 

I pesci ascoltano? No, ma sentono quello che li accosta

alle padelle e si lanciano a nuoto le bocche serrate.

I pesci sono riuniti nel grande ordine

delle maree, in cui pure la plastica discinta

si isola, circondata da cattivi esempi.

Chiederò ai sedici petali della rosa

che vengano correnti dall’abisso dei venti

cosicché almeno la loro accoglienza li tenga 

al riparo dall’esca: don't call me 

Ishmael.

 

 

 


Id: 54840 Data: 30/09/2019 23:16:58

*

Ad libitum

 

Venga il Patrono delle viti. Il ferramento

dal tannino. A salvare il mio primitivo. 

Con la sua impossibile trasposizione

dello spirito in salute. E sottolineo di questa reliquia 

il clima nella scrittura. La mano rimasta del tutto.

Come direi a saggio e dotto vino. Il rosso

è un congiuntivo in carne. Il bianco sofisticato 

comparve a Cana da un otre; e va otre per la fesseria

della mia bocca. 

Per ora, ti invito a sopportare quest’acqua torva. 

In comprensibile ora. Il sole rosola, 

i pampini si slacciano, i novelli s’iniziano al freddo. 

È sobria la stella creativa, l’astro 

quando occorre - tranne, lo vediamo tutti, 

se si perde in nuvolaglia; e sarà tra poco l’ovvio

di questa male detta. 

Allora discenda il Patrono 

con il dolce di vino in stile nuovo ed un miracolo

sulla lingua ci porti. Non è più

aprire porte in mente quanto moltiplicare lucernai

per le visioni. Quest’organo ci vede? O Patrono. Vede

noi da dentro oppure produce solo echi?

Apre al cielo la sua casa di giada, risponde. Un pensiero

custode, adesso citofono, poi teletrasporto, infine vuoto.

Donaci uno spiraglio a tuo comodo, o tu!

Graziaci con almeno il segno della comprensione!

Quello della compassione sia con passione.

Non sempre efficace tra dono e perdono.

Tra bue e tue e mia e sia. Vieni

ripetendo più sillabe che contano. 

Sui fondi piatti liberati

saltano le voci a consumo 

(ad lib).

 

 


Id: 54779 Data: 24/09/2019 11:05:17

*

In parte è tutto

 

 

Per quanto efficace sia la scomparsa

mai completamente il sangue si annienta. In parte. 

Lo portiamo a zonzo finché passa. Annientare

è tipico di un sistema degenerato 

in cui "dimentica" è una libertà vigilata.

Tuttavia trascorso il tempo per ciò che matura

il mancato raccolto rotola lungo la china. 

In parte del foglio. Se nell’inchiostro si scivola.

Chi sono io per dirlo? Quello, in fondo. 

(NdA: in primissimo piano, il particolare

diventa una distrazione dalla trama.) È tutto.

È bene che il testo sia sottoposto a prova.

Di tensione. Di interpretazione. Se può spezzare la voce.

È messo alle corde lo stridore delle metonimie. 

Ossia: è un peccato ma non una colpa il punto.  

Una sincope, secondo me. Per grazia di dio ho fatto di peggio. 

Ad ogni modo retorica è una rosa non rosa. 

Eppure, la lucentezza della lettura è con senso diffuso.

O anche con torto. In parte. Si prenda ad esempio l'autunno. 

Si insinua in estate per indicare dove risuscita il rosso.

Lʼultima parola non è ancora venuta.

Pochi lo avvertono, ma l’autore

copre quel terribile evento con la dissolvenza

nel lungo periodo. Tuttavia trascorso il periodo 

della rosa non rosa, tornerà lo stesso. In parte con senso.

O anche con torno. Lo vedrò dalla zolla.

In tal modo si libera il gelo, in parte

adesso. È tutto.

 

 


Id: 54753 Data: 21/09/2019 10:19:36

*

Vado a ripetizione

 

Le figure in memoria sono contrappesi. Fuori

tempo, fuori misura, fuori posto. Fuori i nomi 

si tengono ai volti. Qualcuno viene a stento 

per la tremenda potatura della rivisitazione. 

Come panni stazzonati le labbra stirano vapori. 

Amarezza è la trama delle pieghe. Inquietudine 

le combina grosse. Quanto ho perso qui è sollievo 

altrove. Non riposo. Lasciatemi dire che la mente 

fa tutto da sola, anche perché gli occhi sono fattori 

della luce che attraversa il torpore del panorama 

senza metterlo a fuoco. Uno sguardo dalla finestra 

respira sul ventre della strada. Via via nel vetro c’è

la distanza tra l’imbocco di oggi e lo sbocco di ieri.

Notte nella residenza del dovere andare avanti:

note che si lacerano sui se. Accomodati, dico 

ad uno con le mie fattezze: la figura viva è sacra

per le sue cattive abitudini. Le cattive non cedono. 

Dalle buone ho preso la lezione delle candele.

Piccole fiammelle, talmente intense da consumarsi

in breve. Da quelle votive passa un fulmine d’amore.

Fatto di voci leggere, talmente sottili da confondere

i nomi in sorti. A ripetizione.

 


Id: 54692 Data: 16/09/2019 12:51:28

*

Teoria di un vecchio andazzo

 

La convinzione è sostenuta. Fissa 

le parole come i cani che ascoltano

se c’è da capire. E distinguono le sicure 

 

dagli scoppi. Dalla piega del viso.

La piega fa molto quando il significato 

non fa breccia. Il tono è colore. Ossia

il fiore: è un ordine delle piante.

 

Quando dialogano cambiano aria. I vecchi

sono in circolo, poco sangue ma tanta linfa.

Uno parla al ritmo di quante ne ho passate 

quante ne ho viste che ne sai tu di quello che 

eccetera. Non necessariamente in successione, 

ma sullo stesso trono fatale. 

 

Non c’è futuro temuto che non somigli 

dannatamente al passato dimenticato.

Questa convinzione è diffusa. Divaghiamo

per altro. Come passeri sul filo a mezzaria.

Fanno per aggrapparsi a volo, ma le ali 

non danno una mano. Le ali pesano un seme

 

meglio delle carte. Ne sono stato testimone 

nei giorni del ramino, spillati al calendario. 

Arrivano in questo foglio come ogni sera. 

Dicono appiani tutto. Tutto si fonde piano: 

un rigo o la notte greve; e passi da lei a cose

in un loop ideale tra candido e quijote.

Questa convinzione è nata su due piedi

e muore con la resa delle scarpe.

 

 


Id: 54664 Data: 13/09/2019 12:58:25

*

Dell’uomo che non ho potuto

La fisicità è urtata dall’ombra. Spinta 

dall'ingorgo dei fotoni. A sua volta. 

Disegna quel che la mantiene. Con ragione.

Per mettersi in luce serve un congegno brillante.

Questo testo è a grandezza naturale

ma talmente oscuro che puoi vedere figure

solo a corto raggio. Sagome impagliate

dello stesso imbalsamatore. 

 

Ma tu vedi solo la forma, non distingui 

simili pagliuzze. Piccola - è piccolissima, 

quasi null’altro è più sottile. Sono mattoncini 

per costruire a faccia vista. Vengono alla luce 

e dicono niente. Sei tu che li ordini a tuo modo 

e va bene così.

 

Devi prendere luce luce luce. Altrove.

Lo devi alla luce. Alla luce di questa cronaca

al buio che ci tocca. Conserva ogni lumetto.

Offrilo per averne ancora. Entra nella luminosa

congestione di segni e libera il pensiero

prima di doverlo. 

 

Diventa eterno per essere longevo: non puoi 

se non si muove un esercito dietro te. Guarda

ogni cesare dalle truppe ferme. Guarda

l’accampamento che si radica in una polla

di terra. Sentinella! Guarda la cava ordinata 

da chi avrebbe dovuto mettersi in prosa. 

 

Ah la tensione umana per l’immortalità! Nella pietra, 

il tempo si getta nei minerali, sedimenta così 

il sapore di un gesto quotidiano: sa di quelli. 

Finché l'apparato tiene si dice adombra, poi 

il ritrovamento tocca l'ipotesi e suturiamo 

la conoscenza con un termine, come viene. 

In parole, opere e/o missioni.

 

 

 


Id: 54637 Data: 08/09/2019 13:41:17

*

Il cortile superato dal corpo

 

(Il bullone infantile. E il perno su cui avvitava, nell’approssimazione di uno spazio apprendistato. Ricordo ero tale, o che altro significa animare il presente di una sembianza posseduta tra date capesante svuotate del mollusco rimasto. Oh, che bel bocconcino è stato!)

 

Le ragazze avevano calamità inconsapevoli,

delle quali si diceva, sognando anche.

Ancora mi chiedo quale effetto ebbero 

le prime volte del nailon sotto le gonne 

dentro di loro.

 

Che cosa le rendeva slanciate? L’abbandono

dei calzini bianchi o il bianco bacio sulla scala A?

A me capitò vicino l’albero di giuda,  a bordo

dell’aiuola con la forma a u e lì il tremore mi colse 

preannunciando addii a qualcosa di più minaccioso 

del cielo in penombra che spodesta un grande giorno. 

E a letto poi non c’era battito che non suonasse da uomo. 

 

Ci sono segreti nella femminilità che superano

l’accordo tra il cortile e il corpo vago: stretti o che; 

e domande ignorate che avremmo dovuto porci

e che ci prendono in seguito per niente.

  

(Direi, al modo di una guerra di corsa: si ruba al calendario più che le pagine da navigare quelle già navigate, simili alle barchette di carta puntute ma tozze che nel lungo flusso - e riflusso - restituiscono un foglio impregnato, non il rigo diritto ancora. La vie est un bien-être pernicieux, mon vieux!)

 


Id: 54498 Data: 24/08/2019 10:39:49

*

A qualcuno piace saldo

 

 

L’uomo scendeva le scale temendo alle spalle

una dama bianca. Un amore col senno di poi.

La luna sulla scacchiera dei coppi diffonde la sua storia di riflesso. 

La dama bianca cala su quel cuore finendo altrove.

Dai riferimenti direi che il ciclismo non vive più storie epiche, 

ma il cuore è un pessimo finisseur nell’amore tortuoso 

o esce da un incendio con un secchio di ceneri.

Un finisseur sceglie la curva in salita, uno scattista 

ieratico è preso dalla discesa in fiamme.

Io ti amo così, con quei saldi nel petto

che hanno il merito di aprire le camicie.

Non ho visto tutto questo per caso

e se per caso dovessi rivederlo, riconoscerei

che è un caso diverso, di corsa a vuoto.

Il saldo della impermanenza.

 

 


Id: 54325 Data: 02/08/2019 21:07:23

*

Tentativi di messi

 

 

Chi ha torto un capello ha in testa ragioni 

per dannare la sua venuta al tondo. A capo 

chino riconosco la profezia della caduta:

niente dura, né il cielo né i suoi sostenitori

arcani, maggiori dello stesso tondo. Essi

dipendono dalle nostre invenzioni e il loro

tondo fu raso al suolo di primo pelo:

ciò che salì alle stelle fu il prezzo

troppo alto per noi, poveri di sempre.

Venne tutto a galla in una luminosa notte

madre allo stesso tempo, visibile a lungo

ma irraggiungibile con il freno della pelle.

Le salutiamo e quelle nemmeno si curano 

di un nuovo essere umano o non essere luce

(angelo, ad esempio: guest to the star system) 

prossimo alla  neve. Come la neve è una carta 

del gelo, siamo giocati dal vapore, regione 

popolare dell’Uniterso. Così ci sciogliamo 

in senso stretto, scagliati nello spazio 

tra l’elisione e la crasi del crunch, futuro big 

dei bruchi neri. Di bounce simili, ricordo

un’estasi fa, al mare. Andavo con atti impuri

dove l'onda solleva il sesso in vista della balneazione. 

Poi il nuoto ebbe la meglio sullo spirito nudo

e gettai l’àncora atroce. Redenzione sul dorso.

 

 


Id: 54298 Data: 30/07/2019 21:21:26

*

Per dire niente da dire

 

Il corso laurea in buona salute 

come afferma il mio cardiologo. Conviene

dio, ma in forma vento. Del luogo anche.

Un toccasana il vento. Ma una lama

è presente. Breve e affilato passa 

diventato ormai radente. Una lama

che combina altro alla pelle. In città 

si raffreddano vetrine crude.

Tante, sorrette da ombre cupe. 

Per questo il corso indossa vetrofanie 

scontate che urlano. Non ho due soldi 

per dar loro ascolto e le orecchie si barattano

solo a voce. Ho cuore e polmoni 

e muscoli polisemici nei piedi

che dovrebbero essere nudi al verde 

(devono capire i messaggi del terreno)

ma sono lontani dal clamore dei gesti polemici

- non tirano calci, diventano commenti di strada - 

dando l'idea che c'è un efficace parlamento

solo se guardi altri vuoti. Mi sento in debito 

con questo secolo, ma passerà in tempo. 

Per ora metto in un bicchiere la ricercatezza

delle fontanelle a getto. L'afa estrae liquidi 

da ogni dove: scova ed estrae l'acqua 

che nemmeno mi accorgevo di avere 

a disposizione. Possibile siano tante gocce? 

Sopra le ciglia la seccatura che mi coglie. 

E forma pozze su pezze di cotone. 

Che cogliere dall'ombra se non il solo

ha senso che la forma? 

 

 


Id: 54267 Data: 27/07/2019 11:15:50

*

A capo di buona speranza

 

Ci sono più oggi sulla sabbia che orme

umane in tutti gli altri giorni. Umano:

me ne accorgo quando ti avverto che

dentro di me c'è ovunque un uomo,

malumori compresi; e cerchio alla testa:

nessun miracolo somiglia alla morte

- chissà perché non se ne esce. Non è

il mare e non è il pesce, nemmeno l’amo.

O se ne corregge il risultato o il nome

è più angosciante di calendario.

Volesse dio un tipo diverso - un fine

adescatore, un tafano della pesca -,

non me ne andrei così presto. Normale

che serva altrove. Servo alla tomba

meno di un crisantemo al sole.

Dal momento che mi desti aria

e gonfio mi alzai goffo dal primo confine.

A distanza di molti lĭ, padre dei tufi,

anche questo bacino si svuota.

Un lĭ è pari a circa 360 spazi, meno 

dei confini delle stagioni e passa.  

Quanti ancora da fare? Volesse dio

solo i suoi stessi tipi, farei la salita

senza l'acqua alla gola. 

 


Id: 54254 Data: 24/07/2019 21:21:54

*

Così per

 

(La mia eco è un lampione che fa chiarezza alla via così, su questa rotta, per cui tutto sembra in onda come affondo. L'epoca è quella tremante fatalità che scatena la superficie infuocata dalla vita, altro perché passa.)

 

La notte ci ha superati. Quasi doppia

della sua età è la gente su cui si spande.

La rotazione del pianeta in pieno vigore

rende possibile che ci sorpassi la luna

senza alcun freno. È così veloce

che si squarta per scomparire o

rifarsi intera eccetto subito.

Guida con lucidità i tentacoli luminosi. 

Le idee come flute vuoti, la torridità

versata in terra. Il fulcro della sete

non so dov’è. Fa leva sulla mente 

l’arsura del riso. Le labbra strette

sono al confine del campo muto.

La parola secca da che astro è presa?

La percentuale di sedute legate alle stelle

è pari a 7 su tutte. Ma sono talmente forti 

che una sola non nuoce al giorno, anzi

lo segna. Siamo diventati una specie

ricca di schermi e ascolti, rovine rifiuti scorie.

Che altro si conserva? Le pagine

sono traumi rimasti che si stringono 

una all’altra come per fare muro 

o sotterfugi per rilegare gli scritti 

della pinacoteca di led.

 

(Il miracolo capace di elettrizzarmi è che partendo da me sono arrivato a te un giorno: grazie, chiunque ed ovunque tu sia.)

 


Id: 54100 Data: 10/07/2019 23:00:56

*

Cedo in me

(Spesso lui mi interroga sulla vita. Un argomento da prendere come se impugnassi un remo. In coppia è anche peggio. Non fa domande chiare. La fronte aggrottata è una margherita da interrogare. Non odi fruscii, ma senti il turbine da dove arriva.)

 

 

L’alba ci converte in stringhe

e mettiamo i mocassini per evitare le strette.

Di norma siamo sanguinolenti, poi acceleriamo 

esponendo la vena. 

Chiamiamo artista un bambino. 

E lo è anche privo di armamentario. 

Qualsiasi attrezzo lo inventi. 

Questo mi dice che l’universo è opera

di un bambino immenso quanto te, Gil. 

Solo un bambino può creare dal nulla.

Ma si può dire solo un bambino? 

È un segreto, ma si dovrebbe pronunciare mondo intero. 

La voce non deve essere adatta, ma adattarsi.

Si solleva dal diaframma, regolata la pompa del ventre.

Dal profondo viene una contrazione controllata e lenta 

come il nuoto della medusa. Modula 

una leggera emissione che trema negli alveoli, 

vibra a basse frequenze la corda 

e scaglia la parola mondo come per sferragliare 

lì dov’era bambino e si capisce commozione.

Io ti amo, figlio mio, e se un uomo adora un altro uomo

due volte sanguina dello stesso essere.

 

(Quando vedo scomparire il mio bambino e devo scavare detrito a detrito ciò che lo ricopre - ogni gesto acquisito perdutamente lo adultera -, quale mondo risponde?)

 


Id: 54036 Data: 05/07/2019 15:58:43

*

Non c’è altro mezzo

 

 

(Siamo abituati alla monumentalità dagli occhi. E dall'ascolto. Tocchiamo le macerie per cauterizzare la memoria. Capita, osservando i luoghi più stretti a noi, uno stupore squilibrato dai cambiamenti che ci fanno passare per ruderi.) 

 

Fatta l’estate, resta la stagione un disordine

di scoperte in sole basse ondate. Agita

le mani per scuotere l’afa: nessuna frescura.

Oso dire: somiglia a pranotentativi

che sollevano lo spirito, ma da pesci

all'uscio la riva di Josif che dice. A riva

una vista ricorda l’acqua com’è adesso:

spalancata e misterica oltre il dovuto. 

Dice vorrei tentare la notte adulta dell’ottantasei, 

nelle piazzole, tra uno strapiombo sul seno

meno pericoloso di un perché farlo e si faceva

in fretta - pure se la chiarezza veniva in seguito.

Del resto, quando una meteora s’infuoca 

come la vedi, che domanda ti poni? o è desiderio

espresso? Visualizzi l’aria se c’è un calore

che insinua tremori: il suo corpo era una tela

o un nome dimenticato ma perfetto per la sera.

Passano due giovani fiere con la pelle di stoffa

più attraenti del vento. L’afa sembra affievolire

nel nostro mezzo: è che per certi aspetti

si oscura ogni altro esempio. 

 

(Lui carezza lo spirito, antenato della specie quadrumane. Rafforza l’idea che ogni opera rimane intatta perchè lo sguardo non la cancella, ma niente è più duro del tempo.)

 

 


Id: 54005 Data: 02/07/2019 22:44:09

*

Ancora suono

(Il litorale si sgrana mentre bottoni dorati riuniscono tenebra ed asfalto. I lampioni escono dalle asole della notte come teste di ponte di un esercito di soli che avviciniamo ma non ci raggiunge.)  

 

Gli viene in mente all’improvviso, credo

- io credo ha una valenza di brezza termica:

tutta la notte solca il mare piena di figure luminose.

La bocca si apre al miracolo più dolce: sbadiglio

la luna appena compresa, a lungo rosa dal tetto

inesistente. E' un tarassaco staccato dallo stelo

steso. Stella non è, si vede, dico. Te ne accorgi

se il riflesso raggiunge la bianchezza dello spettro,

dice: sembra la morte più dolce, lo sbadiglio, ti pare? 

Sono rimasto fanciullo, ma è timore di crescere.

Taccio, perché in un sacco di silenzio la paura

è il gatto che non ti aspetti e mi sconvolge

il suono del tempo. Taciamo, per dirla tutta,

ad ansie congiunte. Temo che questa osservazione

non lo soddisfi: la morte più dolce è sapersi vestire

da tempo per non scomparire del tutto.

 

(Sul braccio più lungo del nuovo porto, lo smeraldo del faro lampeggia davvero convinto che una piccola luce, nel lutto della buonanotte, permetta l’ormeggio dei feretri nell’attenzione dovuta.)

 


Id: 53882 Data: 21/06/2019 15:10:34

*

Prova del suono

(Avevamo parcheggiato in prossimità del lido dei carabinieri, dimentichi che, per bontà orografica, qui maggio è graduato e prende ordini non dai residenti ma dall’anticiclone e dal maestrale che alle 17, ora locale, smette di corrugare il golfo come una gonna orlata di futili merletti sopra la vita che vi si imerge. Alle 20 c’è la luce sopravvissuta, teneramente diffusa e priva di ombre. Ieratica per il solo fatto di mostrare lo spirito di tutto, non tutto lo spirito dovuto. Lui accarezza ma non coglie il papavero che ci aveva attratti, io lo avrei colto senza ragione, solo per quel meccanismo atavico che distrugge il bello per niente. Il traffico è sporadico. Si contiene senza fatica ai semafori che contano i secondi secondo la loro tabella e ne danno consapevolezza ai non vedenti con un esile bip di fretta.)

 

Senti, dice - indica qualcosa nei colori

che si accovacciano nella sera come attori

nel camerino dopo un ruolo faticoso -, la mente

sottolinea brandelli, dando così ricovero alle voci  

fino alle parole dell'altro mondo che si fanno segno

prima di togliersi di torno. Ascoltarle promette

nuovi suoni e il suono è connaturato 

nei lotti dell’universo, dice, nel circondario,

nella corolla puntuta delle stelle.

Anche la carezza più dolce, lieve,

ha in sè una forza trattenuta che può esplodere,

te ne rendi conto? Ovunque, ovunque… Ah!

E’ la sua verità. La verità degli altri

è comoda: si sceglie per evitare che la nostra

sparga sale sulle ferite certe - certe ferite

sono una cura, avvolte.

L’universo possiede un principio, dice ora,

di violenza inimmaginabile; non siamo da meno:

non puoi, dice, rimanere calmo

se sei l’aquilone che annusa l’aria per cogliere il vento;

se l’aquilone sbanda e taglia la corda;

se l’opera non riesce compiuta

e volare è diviso in due: cosa trattiene e

cosa ti lascia andare. Nessuno sa perché.

Esistere è starci dentro per un pelo

con un bagaglio di suoni da buttare fuori.

Persino il sole è una valigia in calore, dice,

e ride in modo stridulo - da cardine consumato.

Andiamo ancora insieme senza dare colpa ai segni.

 

(Poggiamo la schiena ad un suv bianco, fermo a spina di pesce sul marciapiede, come ogni altra tra i platani di via Clark. Alberi che non durano a lungo, ma più del metallo che l’aria salmastra liquida come ruggine. Ci parliamo togliendo il rumore di fondo: come il mare con con lingua di sabbia.)

 


Id: 53784 Data: 12/06/2019 23:43:20

*

Passeggiata a lucido

 

(Ho odiato via Clark per la sua forma scontata. Occupa una direttrice, ma non è quella dell’ufficio dell’igiene pubblica. Ciò che non è plausibile è la distribuzione del rifiuto: tra le piante, in una siepe di gelsomino, nell’aiuola della rotatoria presa dagli scarichi, tra i masselli che si sollevano dal marciapiede: cicche, cartacce, le stesse buste delle quali un legislatore disse basta!èoradifinirle... Anche un preservativo&goal, scarpe sinistre, siringhe ambidestre. C’è di peggio, ma serve alla sopravvivenza di diversi esseri: millepiedi che rimano in cammino, formiche che si somigliano, topi funamboli, eccetera. Infine, fiancheggiamo un piccolo frutteto, diviso dalla strada con una rete in preda all’edera più scura dell’asfalto. Così attraversiamo l'epoca.)

 

Ricordavo questo terreno curato fino all'intrusione

nella spiaggia, dice - e indica il muro confuso

dalle erbe spontanee, conguaglio tra le pietre e l'orto.

Più curato che fruttuoso, come talune menti.

La mente è un bene, dice, normalmente

tremulo. Confusa dalla chiarezza, agisce quasi

una rivolta di sensi, la parola vacilla tra ondate di gesti.

Ci vuole un punto fermo. Una virgola si avvicina,

ma sorpassa appena ripreso il fiato. Ti voglio bene,

dice. Come l’orizzonte il bene non ha mezzi,

una misura efficace, un certo metro. E’ angostura, cibo

dell’anima. Tanto sapore ha questo frutto che

l’arancio, nel giardino incolto, si perde, ma insinua

il suo affetto per il raggio in una buccia che la figlia

rotonda produce. Dice proprio “rotonda” come si dice

“dentro la pelle la fabbrica dello spirito è un mistero”.

Non è un bene che si esprime, dice: è asintomatico,

prende in giro un nome e lo scaraventa in mente.

E una mente assillata, dice, è normalmente tremula.

Trema la strada sotto il passeggero. Trema meno

sotto il gomito della sera, ma puoi farti indietro.

Nel tempo esiste solo l’immediato “avanti”

e il suo cuore è giardino a momenti.

 

(In questo tratto di via Clark, torna spesso il dolore per non più di 100, 120 passi, che sommano circa tre, quattro ricordi, poi il mare ruba la scena. Non puoi parlare a memoria, si improvvisa ad ondate: il mare in passato era il mio giorno, tutti i giorni. La notte viene solo dopo che ha attraversato la città, precipitando da San Liberatore. Rotola come un autocarro in folle ed ha lo stesso gorgoglio dello stomaco riempito di bocconi masticati in fretta. I palazzi diradano sulla tavola della luce morente, si informano dai lampioni. Niente di più e niente di meno che sfuggenti, e noi dietro.)

 


Id: 53718 Data: 06/06/2019 11:01:11

*

Pensando a vita

 

(Camminavamo su di un marciapiede stretto, tanto da essere più che immorale - persino le puttane lo evitavano: da questo lato non si guadagna in strada. Strada con tutte le strade del mondo che le vanno dietro, standole davanti come fossero in giro. Quel che c’è sopra, intorno, sotto, da mille secoli e nello stesso momento in cui arrossa occidente, schianterebbe se crollasse; ugualmente, dentro, una via si forma: distesa la sera, pronta la notte in breve, raggiunta dal giorno poi: è la Vita. E’ un uomo e crede. Ricorda, dice. Anche tu, non vedi? Ti prego, dice, camminiamo ancora… Prende un frutto dallo zaino, lo addenta, lo assapora; cola, dall’angolo delle labbra che faticano a stringersi, il sottile umidore del succo: fila il ragno della carie e saliva. Le guance formate dal boccone, gli occhi socchiusi. Anche Dio morde l’uomo; prima, però, lo bacia finché respira.)

 

E’ la vita, dice, indicando siringhe piantate

in una mecap lungo via Clark. La città in cammino

chissà da quanto. E noi al seguito come nuvole alle volte.

Vedi, la vita è fuori di sé e rientra quando è tardi,

ad un’ora che non ci è dato possedere o usare la chiave

per riaprirla, dice. Non c’è serratura dall’altra parte, dice.

E muove le mani a tentoni fingendo di aprirsi un varco.

Dice: se si chiudono i polmoni, come le porte di Troia,

è il buio che le serra e dentro truppe di cenere sanno

di nessuno più che Odisseo. Bisogna temere questo?

No, no! Abbiamo perso e loro devastano i luoghi

in cui cuore e altri ammennicoli teneri si accavallano.

Non devi temerlo se perdi conoscenza. Ora respira,

respira piano, respira - solleva il diaframma.

Il diaframma è un gabbiano ingabbiato nel torace.

Inspira dal naso lungo tre passi, poi gonfia l’addome,

come un aerostato per salire, espira dalla bocca in cinque falcate.

Vedi gli uccelli più lemmi che umani? E ride!

Ride con quel suono stridulo di cardini consumati.

E’ strano, mi dico, mentre davvero ci sorvola un gabbiano.

Lascia che la lingua si fermi ai denti, alle pedonali,

alle elemosine fuori dai supermercati, continua.

Il fiato lo mette in ginocchio. Dice che dio si rivela

mentre celebra questa breve messa in scena: la vita.

E’ la vita, mio dio, la vita, dice, la vita è dio - ovvio.

Parla, parla: ha un traffico in gola e forse, chissà,

la sua mente è la cosa più vigile che incontriamo.

Lì, ai piedi del muro in via Clark,  pungivene ed erbacce

come disperazione comanda e l’incuria protegge.

Borbotta come una motoretta. Diventa un’eco.

Mi attrae il gabbiano che spiega le ali. Capisco

che plana senza sbavature: l’aria è mossa e l’ombra

cade su noi come sale. Indica un papavero rosso,

di quel rosso inopportuno e luminoso come l'attesa

- di una passione, di una dimora, come ovunque

può venire bene a cadere. Quel papavero, dice,

osserva i comandamenti delle vele e dei venti.

Non le domeniche o gli anni, dice. Uno stelo, se vuoi,

è il suo orologio. E la vita è tempo. La vita, il nostro stelo,

suppongo l’unico dio rimasto disponibile, dice.

Dice dio come mettesse sul bavero un papavero rosso,

non il colore per gusto delle cianfrusaglie ideologiche,

ma per la profezia del polline che inarca resurrezioni,

senza la quale tutte le terre devasterebbero le costole

dell’acqua. Gli dico vorrei ancora un po’ di dio

da spendere bene. Ridiamo a pena.

 

(Questo tratto di strada porta ad una rotatoria che pone domande: assi che procurano vortici nel sangue, innescando pensieri terribili - una rotatoria, in fondo, è un circolo vizioso, un paradosso della strada, come non so dove porta e vado a vuoto. Lui diceva parole pesanti - io non capivo perché, ma sentivo: la fronte corrucciata, le arcate sopraccigliari aggrottate e strette, la partecipazione amara del taglio delle labbra sparite. Di modo che, osservandomi, sembro dubbioso che siamo noi a fare il cammino, non il contrario.)

 

 


Id: 53628 Data: 30/05/2019 11:22:33

*

Seduta sulla sua sedia: vuota

 

 

(L’alba è comparsa, apparizione delle note solide: i convenuti lucidi - si riconoscono convenienti. L’alba è, perciò, contagio della luce per contorno; e poi: presa di possesso dei volumi, anche lettura, donna che si stira i capelli, quindi ingarbuglia le dita per farne trecce, le annida sulla nuca con forcine lunghe come denti di tricheco, ne fa un toupet: nero preciso, con striature ramate - o forse nervi del sole. Lei entrava da destra, lì in fondo, dove la porta è tra due colline, a destra, fronte a nord. Entrare è sinonimo di giorno pieno, superata l’aurora, cittadina di rilievo, e il buon caffè. Un gorgoglio da cucina in fermento, sopra il bricco della moka.)

 

Ciao, Matì. Sei santa, ora. Ti preferivo piena

della grazia dei figli - tu che mi chiamavi

nel dialetto dei colli, con un soffio

come si alita sulle mani per vincere

il freddo - e viene quasi condensa.

Volevi essere ad altezza di benedizione ma,

più bassa - quasi di otto dita - da vero terreno,

terrena delle più fertili - quattro orgogli

in un solo battito e altro rimasto nello stesso solco.

Ora sei c’era, della migliore forma - la memoria

ti eternerà ancora per poco: quanto conta oggi.

 

(Lei esattamente non c'era - esattamente donna, dico -, giacché per esserlo è stata giunta al padre sopra tutto. E gioca nei corpuscoli della luce e ne spezza il raggio che le è prono. Io, rintronato più dal vuoto che dal silenzio, le do corpo in tempo, a lungo per un po’.)

 

 


Id: 53428 Data: 15/05/2019 10:48:22

*

Come venuto dall’altro cielo

 

 

(Piove. Come una sottigliezza appena percepita in un discorso nebuloso. E’ solitudine che precipita, non greve né opprimente; diremmo: rigenera - può liberare gli intonaci dal sale marino, e le forze ritornano dove la pelle è gonfia. Gil guarda in alto con gli occhi socchiusi. Chissà se gli giova questa riflessione: la goccia è sola quando cade, come tutti i frutti. Il vapore è densità, la foschia, quindi, comunione - la folla, suffragio di gioia ma equivoca. Sull’asfalto, e in auto, passano volti gelidi. Nessuno guarda dal lato che scorre. Sembra che i viaggiatori siano trainati da un filo invisibile, ma aggrovigliato e temibile, legato ad un segnalatore luminoso. Tutto è rapido, tranne la voce.)

 

Guardava le strisce pedonali iniziare

con la procedura dei guadi - si presentano

come appoggi che affiorano dall’incoscienza:

sono viscidi con una buona intenzione, sono

lanterne roche - o pandemoni rissosi. Occorre

stare in guardia: se l’acqua supera la pioggia,

e se entra nelle scarpe, scalza lo spirito buono:

è giusto ed avviene in fretta. L’inganno

è il vero mestiere delle pozze. Sono notti potenti.

Una sorta di contumacia lacustre, di equivoco

da marciapiede, come le maleparole che nascondono

il fondo pronunciato di solito sottovoce.   

La donna teneva su di sè un tetto fittizio,

momentaneo, urgente a modo suo. Una cartellina

gialla sempre più spugna, più curva - tipico

della rigidità del cielo nell’accezione di fronte

futuro, avamposto dell’olio santo.

Il timore, da una suola all’altra, è un acceleratore

di brividi e unisce le pozzanghere al passato.

Alla maniera di un fermo immagine ristagna

ciò che si specchia dall’alto e non torna

memoria che sappia spegnere la sigaretta.

Corso Emanuele è corto quanto basta

per fare due passi, Gil: camminiamo affiancati

finché ci è dato - come un martello la pioggia

porta male, come una seta dove poggia

luccica la terra a mare.

 

(Corre voce che chi attraversa la strada produca un’eco con le orme, ora, ma nessuno ascolta altro quando il cammino porta dove vorrebbe andare. Una donna tiene alta la cartella sui capelli neri, si bagna le spalle, il viso si riga e vede cose che noi uomini non potremo mai immaginare - come Roy, ti ricordo; un’altra usa un balcone, resta all’asciutto; e ansima: pioverà ancora per poco, ma non lontano una sirena gela. Volevo anche dire che il mio Gil è contagio vitale.)

 


Id: 53370 Data: 10/05/2019 12:08:16

*

Per ora cosa viene a galla

 

L’alba è sorpresa - per come la vedo io -

quando coglie l’anima ferma e ricorrente

per la marca temporale al cancello adesso.

I guardiani a quell’ora finiscono nei caffè

aprendo la corolla delle labbra alle brioches.

Da quali posti tornano a letto? Entrano

nelle telecamere le loro figure curve e rette

escono dalla messa a fuoco fino a sera.

Più di una donna si libera di improbi viri

al ritmo circadiano ti credo/non ti credo.

Viene domani ed è lo stesso oggi, sospetto.

Chiudono fabbriche e perdono capelli

ma raccontano in modo truculento che:

sì, amo, però rivestendomi non lo indosso.

Un’esca di scena gocciola nel Maremedio

tra le terre serve, come ancelle. E’ vera

la didascalia della foto di un delfino lungo

sulla spiaggia corta: fanno tanto lavoro

le correnti per assiepare le plastiche

nello stomaco dell’oceano, ma l’oceano

segna la carne sulla lavagna dei sogni

e circa tante onde tremano per la libertà

dei morti. Vorrei sapere da dove vengono

- con precisione: i guardiani, le plastiche,

i cancelli, le anime, i delfini, eccetera.

Ed anche ho sempre voluto un camion

di latta pesta, per un bambino secreto

da tutte le cianfrusaglie che qui ho messo.

 

 


Id: 53116 Data: 19/04/2019 21:58:43

*

Scelte da sole

 

 

Non solo curva l’atmosfera

attratta da epoche remote

ma manca l’aria nel liquido quotidiano,

come un’altra marea che scagli la pelle a fondo.

Siamo nati in ogni momento, e soli non ci viene bene.

Piuttosto, usciti dal ventre, un'arena

e passeggiate prive di meta indeboliscono il desiderio

di legarsi allo spazio per distendersi.

Mi muovo in pieno centro

perché è noto quanto l’equilibrio legittimi

gli isolati vecchi: non per altro la città abbonda

di verdi per i patetici.

Va nei due sensi la marcia

e marcia in vista di un saluto sfuggente. Si forma

l’osso nella bussola per sostenere i nervi tesi:

il buon giorno perde l’orientamento per mesi.

Sai come capita: gli occhi negli incroci osservano le scarpe

dove prende corpo l’altro uguale

e l’altro - dal sorriso congenito - intima

una muta chiassosa

per la lepre più paurosa che folle.

Una contraddizione in termini, alla fine della vicenda.

Ciò che un uomo dovrebbe amare negli incontri

è la prospettiva della strada che avanza

e viene meno. C’è in ogni solitudine

il cromosoma dell’orso. Artigli pronunciati

come parole graffianti e zanne superiori alla bocca.

In questo modo

se anche dici ciao, qualcuno avverte un morso,

conta di seminare il sospetto.

 

 


Id: 52839 Data: 28/03/2019 19:28:02

*

Presa di petto

 

Le montagne si alzano come discrete nottule.

Si proteggono dai torti del vento

aggiustando opportunamente gli spigoli,

dove pensano curve e smussi da tempo.

Annidano ai loro piedi il centro della Terra

e il mare ricorrente.

Quando me ne accorgo è tutto fatto il buio

legato alla finestra.

Sul nero fondo si staglia questo assillo:

un’idiota è un buon confidente. Io lo sono?

Come vedi uso la parte scalabile dell’universo

per arrivarci, pure se non lo penso.

Appartiene alla cerchia delle guglie e delle pietre,

ma meno grumoso per quanto si vede.

Mi prendono a ripetizione le luci al suolo

che fanno le veci degli ammassi stellari

con grande naturalezza.

Ormai è noto che il caos ufficiale è una congettura

precedente al sole. Dopo tutto si poteva respirare.

Anche il massiccio luminoso era contenuto bene,

fino all’esplosione dei troni e degli altari,

angeli maledetti che inventarono la guerra prima degli eserciti.

L’ho sostenuto a stento

dando un’occhiata in giro per gli anni a venire:

devo un mio senso al tremore

in questa notte che ancora esalta le differenze

tra la mente che interroga e l’amata presa di petto.

 

 


Id: 52214 Data: 11/02/2019 11:43:28

*

Rimesso in moto

 

 

Abbiamo lasciato la linea

di partenza con l’aria delle api

all’avvento dei fiori. La strada

era quello stelo sul quale case e traverse

sono petali in forma di sosta

come corolle a giorno. I motori

fanno la loro parte di spinta

sul dorso e tanto vibra lo sguardo

quando la manetta eccita

la schiena; e si curva condotti

dal sangue con le ginocchia in fuori.

L’occhio è però più veloce grazie alla luce

o forse la luce lo raggiunge prima

che si posi a destinazione. Può darsi

che la destinazione non esista e sia

fuga il riposo in altro luogo.

Così spero il tuo corpo di turno

dove mi trovo.

 

 

 


Id: 52178 Data: 08/02/2019 18:52:19

*

In una volta

 

Sono l’ultima stazione. Che può dire

l’ultima stazione quando arrivano figure

senza ombra di dubbio a destinazione?

Aspettavo la tolleranza che pochi conoscono:

è giunta in seguito, come ricordi.

In quanto stazione ho un nome macabro:

fossa comune quindi crematorio o mattatoio. Qui

il numero enorme viene per la notte più lunga del numero

che non è sul biglietto, o il biglietto è stampato

sul braccio della morte. E pochi bagagli, segnatamente l’oro,

scavato nel sangue, come diversivo: una vecchia storia

comoda ad ogni modo.

Ora ti chiedo: se è mancata la pietà prima di me

serve ricordarsene per un solo giorno,

e per un ceppo solo, quasi che all’albereto mancasse

la varietà delle piante minori?

Sono l’ultima stazione, o l’ultimo passo,

o l’ultimo respiro, e a quanto pare

ancora una occasione per non mancare

l’unica notte capace di avvolgere i due emisferi della storia

in una volta sola.

 

 

 


Id: 52090 Data: 31/01/2019 11:56:15

*

Ogni pentimana

 

Venendo il venerdì, la sera implica il sabato

ad oriente espresso dalle alture del Cilento

già domenica. E rasserena ovunque dimori

lo stato d’animo erede del vecchio impero

dei cesari, che si mantiene sulle carte con le truppe

votate al potere. Ad un certo punto delle attese,

il turbamento si presenta come reggimento,

ma per l’orologio umano le lancette hanno l’andatura

dei ponti. Un soffione d’acqua o altro disimpegno

tra il letto e la porta è il motore più veloce

per dare corso alle fughe, mentre nient’altro ci spiega

meglio del sonno profondo. Sono antico

quanto un triciclo di ferro e cigolo da quel rosso

imbarazzato che mi distingueva in erba.

Tanto mi secca.

 


Id: 51907 Data: 18/01/2019 17:33:53

*

Conciato per le feste

 

A nome della festa vivo l’attesa

con termini e modalità d’uso prescritti

dall’attesa corrente. Questo spirito

non è passeggero. Lo è il corpo

con precipitosi saliscendi di bagagli

lasciati come resi

più un binario calcolato in tempo.

Pochi parlano di me senza fretta

e lemmi lemmi sono terra che mi attraversa.

Ad ogni festa il suo tepore, quindi nel tepore

versare tono novello, e bere leggero

il desiderio che non smetto di trattenere:

parola mia, sono conciato per le feste.

Sono un uomo che ha un secolo in mente

e mezzi cui il corpo non crede.

Non basta una data medicina, temo.

 

 

 


Id: 51824 Data: 12/01/2019 15:13:20

*

Lascio a sentire qualcuno

 

Durante la pioggia si impegna l’acqua a catinelle.

Si impegna ottusamente a colpire nei colletti.

Oh, se fossero guidate da animelle

questi battesimi attratti

sotto pelle.

Vorrei cadesse la pioggia che mi passa in testa

distratta dal cielo, presa dal gesto

della terra che apre il torace

in santa pace.

Vorrei piovesse per un gioco d’epoca che mi attrae

in una cruna della strada. La strada è in tal senso

una cucitura a filo di case arlecchino.

Uno stile che ha tolto al quartiere

le asole pedonali del marciapiedi.

Mi raggiunge uno schizzo brunato per via

del fango lecito, quello terraterra, intendo,

lanciato dalla mano dell’onda che provoca:

credo l’abbia prima aperta sulle nuvole

nelle pozze, come porta,

poi innesca il riflesso, e traversa.

Anche il panorama gode di questa entratura.

Via Palestro increspa i pedoni correnti.

Prese di fretta, le orme se ne vanno

come i fiati; più tosta l’idea. Resta

quello che la corsa verticale non toglie

alla staffetta: i testimoni si perdono

maldestra mente.

L’occhio raddoppia i gradi per il tratto in salita

e questo agevola i citofoni a fare testo.

E’ il nettare del posto l’anagrafe.

Vorrei dire loro che mezza età se ne è andata

con un paese consanguineo

buttato a dosso.

 

 


Id: 51753 Data: 05/01/2019 16:02:16

*

Da anno in hanno

 

 

Il bel futuro venga per tutti i luoghi comuni

e sulle zolle personalizzate da semi incoscienti;

sugli acciai congiunti a cieli ferrati ma intrattabili; e sulle viti

che resistono, benché infatuate delle ruggini.

Sia a chilometro zero il buon futuro

per le tue e le mie nervature abissali

dove i batiscafi dei nomi riemergono

per cambiare equipaggio.

Dolci e terribili i mari acquattati nei corpi.

Va conciato per le feste

l’uomo

affrettato più di quanto lo ripara.  

Chi domani vive adesso fatica

ma meglio si adatta all’epoca seguente:

basta una data incolume nel lunario

del suo campo. Il suo campo futuro

attraversato dalle parole non a prese

come in gola. Abbiate prati in mente

più che solitudini affollate in contumacia

piene di vocazioni salmodianti.

Non temete i caduti, dice il bosco,

pur se facilmente avvampa l'idea terribile

dei fossili. Nulla rispetto a quanto duole

osservare la gelatina delle stelle

come impiastriccia chissà che

ci aspetta. Date di nuovo.

 

 

 


Id: 51690 Data: 29/12/2018 22:34:37

*

Tra la folla di colpo

Non amo lo spirito armato di odio

ma, diomio!, da oggi vorrei armare l’odio

con lo spirito dell’amo. Esca da me

l’incolumità del bene, la boria

della tolleranza, la sicumera del perdono.

E’ l’occhio la porta,

l’ogiva della mente: rimanesse

solo questo, i bersagli amerebbero distendersi.

La follia si serve di altri sicari: le mani

con un talento per la forma stretta. Poi,

la figura si dà alla macchia con una mira precisa.

(E’ noto

l’agguato degli accenti sulle vocali,

mentre in genere ogni lingua mette in scena

il tono consonante). Vedi

l’opera umana nel sacro acconto al paradiso

sconosciuto e amabile, animato inspiegabilmente da vittime.

Una brutalità insinuante credo. Dio grande

per comodità di raccolto

è tra gli uomini una macina di ombre, adatto

ad ammattire i semi lucidi.

Oh, si può non essere d’accordo,

e, si fa per dire, ritenerci espianti dal suo fianco.

In realtà, la vita si ama e si arma; insegna che di minuto

in minuto il tutto si compone; l’eterno è per adesso

fin che ne resta ombra. Ombre appannaggio dei luoghi.

Chi convoca queste truppe antesignane della luce?

E le luci

non si muovono da sole... Ovunque un lume

vaga per il lato tragico del prato, interra radicalmente

le sue tane: cosa ci sfuggì allora? Tane ora dette tetti e

prato detto cielo: ho trovato il lucernaio a pezzi:

il bene, il buon proposito, il perdono,

solo fusti alfabetici in inverno

percossi dal rancore, rancore, rancore.

Torpore.

Li sento come gramigna: medicinale che non si sa

fino a che punto, poi infestante

fino alla lama nel campo mietuto a gran voce.

Che fa la gramigna, oppure i soffioni? Irretiscono

le crepe

in un terreno sordo a dovere.

 

 

 


Id: 51612 Data: 20/12/2018 10:16:32

*

La consuetudine del calendario

 

Trattiamo il tempo con misure esatte

e precisamente

legato al polso, per le vicende

dei bicchieri, torte e bouquet

o per mancanze ricorrenti.

In quest’ora superficiale

nel cuore del pianeta in un momento

passa più gravità che secondi

ma tra le stelle è da tempo perso

un delirio eterno.

Questo è un gesto cortese

volto al mio volto passeggero

come rivolto al sole, o per sole

visioni in espansione.

Chi lo sceglie tema di fondo? Chi lo impiega

senza correzione? L’embrione dell’uomo

fatto da poco

rompe le acque e piomba in cielo

con la lancetta che conta di meno.

 

 

 


Id: 51476 Data: 05/12/2018 12:00:49

*

A bordo di ombre

 

 

Una fila spiantata dalla sua terra

non disordina il cammino ma il coyote

ci passa sopra.

I confini tra gli uomini  

pare seguano la linea del rifiuto

e il fiuto dei doganieri li segna.

E se qualcuno nutre speranze

come i ragni all’avvento dei voli

sappia che i passi fanno clamore

quando si riducono a torto.

Allora, chi li vuole ridotti? Dove

hanno lasciato il muro: Nessuno!,

risponde un coro; nessuno di quel coro

muove la bocca, eppure parlano

come fiammiferi nei gasdotti,

ma Nessuno è davvero un eroe.

Al gigante cambia l’occhio in dote: non basta;

dal muro abbattuto si alza il muro spietato:

per uno che cade meglio si arma

il muro risorto. Come crepa

ogni ombra vi giunge.

 

 


Id: 51392 Data: 28/11/2018 12:30:29

*

I, Yemen!

 

 

Ti so senza parola e non posso darti ascolto.

Hai poca voce, nessun volto: io non so

a chi prestare orecchio. Se gridi aiuto

non è certo giunga: la guerra scatena il silenzio

per definizione.

Lì è il deserto, dicono, ma qui il deserto

occupa la pietà benché la pietà mai conquisti

le dune.

Questo manda all’aria vite inarrivate

a compimento, denti da latte che cadono

perché non diventino vecchi nemici:

l’innocenza degli invisibili è sempre

stata vittima della geometria dei bersagli.

 

Ti leggo, ma tu non scrivi; ti raccontano

con la lingua dello sterminio ad onta

dell’alfabeto dei morti che tutti sanno muti

- corollario dei segni cancellati dagli interpreti.

Così la linea del fuoco mantiene il tono

del rimbombo: capisco dove va il colpo

ma la mira resta ignota.

In qualche modo ho saputo del cordone

che ti soffoca. E’ il parlare dell’acqua

a far dubitare che la fonte sia pura.

Ignoro in quale raggio la sete smetta

di essere letale: io sono vivo a sorsi

ma non è la notizia e né meno

quanto l’indifferenza stagni le gocce.

 

 

 


Id: 51334 Data: 21/11/2018 10:42:14

*

Semidei: qui voi sareste dei semi

 

 

Quindi, se io non fossi quanto voi siete,

ditemi a che serve dubitare di quel ventre

tra le stelle. Con precisione: oltre figlio di.

Viene spontanea l’incertezza che esisto

come castagno o seppia, di più ancora

fa il tramonto prima della corbelleria

che la notte è morte soltanto breve.

Il viaggio in terra, come sostengo, è salubre

per quanto l’atmosfera sia meno di un congegno

sottratto al vuoto prima che le alghe divenissero verghe.

Voglio dirvi che ho tanta forza, ma non fatica.

Che brucia in me la corsa ma il piede è debole.

Che c’è un imbroglio nel vetro come nella pietra.

Tutto questo mentre l’osservazione del cielo

pone un limite agli a pelli: li trattiene.

E aggiungo che una gragnuola di corpi celesti

non fanno molta strada, né cadono, ma

ci investono con richieste di attenzione.

Dell’aria mossa dalla mia bocca a vento,

ammetto che è locale benché minacci

tempesta per chi vanvera del resto.

Oggi api legittime producono miele

ma il circuito degli insetti non aumenta

il nutrimento. So anche questo: la parola

è un badile che scava pozzi all’idea

che basti un verbo a cambiarci in niente

ed io coniugo lo sbaglio a mente.

 

 

 


Id: 51269 Data: 14/11/2018 12:04:46

*

La piena del figlio

 

 

Se io fossi morto come da tempo voi

sareste vivi come vi sento. Teneri.

Teneri e impellenti. E vi vedrei,

ripresi da terra. Ripresi, dico.

Non citati dall’inchiostro. Ma salienti,

se l’altro mondo fosse cristalliera

dell’universo nel salotto buono

oppure chiesa dell’unisono.

Non ci sarebbero rimandi tra peltro e vetro

ma angeli perfetti nella camera da letto.

E se io fossi come penso di tornare

mare che cita l'orizzonte in agguato,

sareste bastimenti per una rotta agiata.

 

 

 


Id: 51137 Data: 03/11/2018 22:45:26

*

Indicata in chiusura

C’è per ora la lancetta: disegna

quanto non saprei cancellare

dal quadrante della sera.

Prima dell’aurora si è alzato

il timore. Un disco rosso anch’esso.

E appena dopo, da doppione, l’accampamento

dei raggi è esploso. Una pessima finestra

il fazzoletto che uso. Imbevuta di profumi

l’ape del sogno procura il miele diurno,

ma la vespa velutina è la sua notte più terribile,

il reale preso a volo.

In alto quel che era luce è luce fievole

a norma ma opportunamente lasciata

all’ombra; e se per scorrevolezza muta

il fuoco, cioè cala la tempra, in fiamma

all’orizzonte, anche l'ultima veduta

si farà cenere: sopravvissuti

negli altri non più noi e non in forma,

tanto lievi da uscire dagli occhi

con una liquidità sospesa.

 

 


Id: 50932 Data: 18/10/2018 22:04:00

*

E solo sono resti

 

 

Ho smesso con l’odio: la coda soprattutto

tende la cometa nell’orbita, io la lasciai

di ghiaccio perché si sciogliesse dove fioriva

l’acqua. E l’acqua mostrò come in un adulto

si muovono le remore. Corpi accostati  ma

di tutt’altro genere. La finisco con l’odio,

simulo in fretta il vento, sbuffo, accalco

sul muro altri rinvenimenti, figure temo.

L’estate morta cadeva dal costume sulla sedia,

scostumatamente poggiata alla spalliera.

Per questo sbandai, ma era un riccio lacrimale

con la piccola voce velata insistente controllata

da un lato, per dire prendi una legittima indifferenza

dall’odio, dalla coda dell’occhio, dall’orbita,

prendi il costoso timbro dell’abbandono

e prendi il distacco dalla mancanza di seguito

per menare passi sopra una lastra incandescente:

è la strada quando riparti carico del fervore

dell’universo - ammettendo che l’universo

si allarghi con la stessa dinamica nel vuoto

sempre - e solo sono resti.

 

 

 


Id: 50885 Data: 13/10/2018 15:14:13

*

Evanescenza del tratto formale

 

 

Il sangue è il pulsante delle vene. Lo tasta

l’anno, nel giorno convenuto. La nascita

e l’inquietudine, che la perseguita, sono

da un momento all’altro continenti; piena

di nebbia è la navata a mente. Chi

accompagna la grazia all’altare? Il dubbio

sta sul sagrato come un muschio nell’umido.  

A lato dei colonnati la fede sbanda

tra assopimento e risveglio tremante.

Come il melo mette a nudo il condotto

e la peculiarità della linfa per il vitalizio.

Una radice, se ne può parlare io credo, mi frusta:

c’è un nervo in qualsiasi braccio di terra

che sostiene i passeggeri. Come un tronco

in ogni acino. Autunno! Vieni con la tua parte

rissosa unicamente al nodo più antico: questo

assimila me nell’ultima stagione di legno vivo

all’anima del discorso. Ciononostante si affermano

le mani simulando la ridda di foglie come conviene.

Ogni distacco procura lavoro a terra, pare.

In realtà le fabbriche ci portano sulla schiena.

E cedono le spalle, come cedono gli stralli.

Gli abbracci sono vele per quelle traversate

che hanno un porto disarmato dal mare:

una per una si deformano le navate; e i partenti

cadono, cedono i nervi, come rotte

sulla grande mappa dove c’è meno spazio

al largo che tra le nostre voci sbarcate a volo.

 

 

 


Id: 50824 Data: 09/10/2018 11:56:54

*

Object trouvé

 

 

Vista nel profondo l’anima

non si trova che a disagio.

Un timbro stinto in calce alla nuca.

La luna che vedi ebbe lo stesso fazzoletto

di cielo. Dammi una lente, ti dico, una lente

capace di farmi vedere i suoi crateri.

Chi manipolerà il resoconto? Serpenti

e lucertole che cambiano pelle per non cambiare idea,

beh, pure il contrario, come dei tormenti.

La vitaccia, lì dove la prendemmo,

secca si è fatta pensiero inebriante.

Oggi ne sono assuefatto. Tipico prodotto

lo spirito. Cambio la ricetta, dissi.

Ne rafforzerò l’umore terragno, dissi.

E’ venuta con un retrogusto di fabbrica, sentenzi.

Ti chiedo: è una linfa, un gas, una maceria, cos’è?

Ribolle presa dall’evanescenza,

ma il borbottìo contagia l’aria che già sa

di reticenze, del suo intoccabile decalogo,

della stima per un santo scorbutico

che cala i quattro assi del miracolo.

Ieri, in pieno martedì, mettendomi a nudo,

affacciato ad una emozione, fronte a balcone,

l’occhio nella veglia di una malattia da sopire,

ho messo piede in tutto me stesso.

Non mi trovo che a disagio.

 

 

 


Id: 50709 Data: 28/09/2018 12:59:17

*

Prevedendo il chiuso

 

 

Respiriamo mentre andiamo al limite.

Oppure andiamo avendo dismesso la cura

in un battito. La morte è un fulgido solo.

Al limite, l’alibi della ritirata diventa:

«tirare il fiato». Ma non giurerei sulla causa,

neppure mentre mi riparo.

 

Non sempre, a ben vedere, attraverso

l’accampamento delle nuvole, né mi pare

si affaccino da esse le guardianie dei templi.

O i segugi del Primo Portento. Più antico

del tempo è il buio, involucro dello sputo

che ti fece nella bella notte a sua insaputa.

 

Ma tu, nel mercato degli occhi confusi,

muovi timori come dune che hanno motivo

d’essere mobili tra gli arredi adunati sotto

il cielo. Lì non altro che acqua a vapore, o

imprecisioni di stagione; glasse luminose,

venti a stormi, rituali della goccia.

 

Il traffico anche qui è saldato in aria.

Il tanfo del motore umano - soffocante,

congegnato per le basse quote, in odore

di frizioni bruciate, rimesso a norma

dal legislatore, non abbatte che i pedoni

a passo d’uomo. Corri. Corri. Salta.

 

Salta di seguito in seguito, salta alle volte

dove indico le striature delle aviovie. Indico,

e non ti dico, dove i cursori del cielo

fanno razzie dei passeggeri. E se ti è sacro

il sangue col quale mi porti l’orizzonte

ad occhi nudi, ospitami ancora, figlio mio,

nel purgatorio tra i tuoi fuochi.

 

 

 


Id: 50525 Data: 12/09/2018 12:08:17

*

È stasi e tormento

 

 

La polvere della strada, levata dai piedi

e portata in giro come cimelio, si deposita

ovunque entro il termine di velatura. Questo

termine muove niente, sta sopra tutto.

Non fa una grinza.

Il mio percorso ha la cura dello straccio,

ma disattende le indicazioni: nessuna strada

porta il tuo nome e la pianta nega

che almeno una conduca a te. Anche Roma

in questo secolo ha ridotto i suoi confini: le cupole

non reggono che il buon vecchio firmamento.

Dai suoi fianchi si capisce il limite

della specie (vicolo, viale, via, corso:

un tanto alla metro, poco davvero)

come le luminarie che ci prendono

dai capelli, bicchiere in mano, a tentoni.

Il cuore della città è una residua curva

retta da storie legate approssimativamente

alla sommità delle polveri rimaste.

In un bar con sole donne spunta la mia

velatura e altrove supera ogni resistenza

con l’invidia dei cimeli nella piccola teca

(i cimeli infilano la guerra di soppiatto

nelle belle vetrine di via Condotti, ma

la pace interiore mostra l’occhio caduto).

Così qui passo come pochi - eppure troppi -

templi che abbandonano i ruderi

in tempo.

 

 

 

 


Id: 50463 Data: 07/09/2018 13:03:41

*

Non ti ho amata per poco

 

 

Per tanto così sboccia altro:

un’occhiata distratta dove manchi

tra la folla del Corso (chi se ne accorge?)

- e non ti cerco passante ma rimasta al caffé.

Sono questa apparenza in cui tutti sono tutto

pur di comparire diversi nello sciame di polveri

in un raggio retto memorabilmente

come diretto è qualsiasi frontespizio

di vocali verticali, o finestre ignorate.

Sicché sbocciano convenevoli taciuti

per dirsi t’amo e pertanto: come stai?,

sei bella da notarti ancora o come me

ti curva la sfida dell’ora? poi, svelta, non rispondi:

e tu non cambi mai, ti avrei chiamato;

sì, ma quando tra noi?,

a settembre quando ci lasciammo

in bocca appena un morso

insaziabile.

 

 

 


Id: 50229 Data: 22/08/2018 12:05:39

*

Il trucco del sole

 

 

Facce di bronzo ovunque.

Come se non bastasse, esposto

a onde, si riflette malconcio.

Emerge il fastidio del mare

saturo di truppe che sbancano baie,

seni e sabbie di tanti secoli

in pochi secondi. Sbarca

il lunario prima della fame,

un ambulante di merce dozzinale.

Battaglia sul posto. Al sole.  

Preso così di petto, l’esercito

non sa che farsene del fronte.

Un uomo è banale quando pensa

che la risacca faccia meglio

della guerra nel cancellare orme

continenti con vapori fatiscenti

nei bacini sotto sale. Quello stesso

bagnato dal sangue rimasto a bordo.

 

 

 


Id: 50086 Data: 10/08/2018 15:40:53

*

L’uomo che lanciava i cocchi

 

 

L’atmosfera è quella di una luce che si spegne

lanciando a tentoni il buio in natura.

Una maglia scura trattiene la fabbrica

normalmente in stabile.

All’uomo bastò accenderla

con un semplice fiat qualcosa.

Questo sacro mandato fu ricevuto dai capi

e in capo ad ognuno pose il ferro e il design

una casco integrale e diversi add-on

(tra cui l'aria terracquea, l’amuleto labiale).

Lo stregone non tanto giovane,

neppure vecchio si può dire,

non potè udire il suo nome

un po’ per il marmo ma molto per il villaggio

in cui correva l’anno globale

giacché nei piccoli insediamenti circo stanziali

era la data che non tornava: spariva

da tutte le tavole il piatto e il concavo cielo

fatica. Eppure era giorno fatto e il loro riepilogo

mostrava che vivo e vegeto sono antinomìe

per il solo calato.

 

 

 


Id: 49887 Data: 28/07/2018 10:48:40

*

Data da un nome

 A mama per sempre

 

La tua lingua è seguita da sempre:

sana sempre, libera sempre,

protesa sempre, sempre linfa

per taluni complementi

solo tuoi, per dire sempre

potrebbe esserci qualsiasi altro giorno in questa finestra

e mille nascite ancora in tempo

per diventare attendo.

Lo sguardo coglie prima della mano il punto

che interrompe l’attesa con un saluto, luogo

dell’incontro postumo ma consueto

per via della concitazione

dove vago non è il traffico nè paragonabili tra loro

visi e case, ossia passanti inquieti e immobili,

ma ripida la fretta presente.

A memoria sei come eri, vera in questa residenza

che puoi chiamare la mia vecchia pelle, derisa

dal vento di ponente, folata e basta

che nulla insegue, ed anche per cosí poco vengo.

Lo scrivo avendo visto tre cose appena: una, un

e la tua fugacità seduta sull'orlo del marciapiedi: cos'altro

trema dalla genesi in poi

in un ambito di nostri turismi ingenui

come mi salta all'occhio la tua trasparenza?

 

 

 


Id: 49744 Data: 16/07/2018 22:36:26

*

Scriverei come l’oro

Acqua acqua acqua! E per carità

non si dica che ho sete. Appena mi muovo

il più vicino trema con il corpo perso.

Perso: per con so: so dopo per. Fare, ecco,

fare le vicissitudini nella vita magra.

Ho lasciato molte stuoie a casa, una è libera.

Libera: cioè senza riposo: il pensiero

è l’unico che se ne occupi: la occupa

con l’attesa il porto. Mi sono rotolato in esse, poi

venne il fango, benché sia raro che piova.

E il fango sommerge le stuoie: sono

ciò che mi preme: non sono letto

da chi legge da stuoia.

Di tanti possibili dormiveglia

mi strizza l’occhio appena quanto costa

in fede. La fede non viene per caso:

lo dico nel caso io non torni a loro. Vittoria?

Non ancora: chi ha inventato il futuro sapeva

che esiste o, almeno, ha un riferimento

a bordo.

Vedete quanta angoscia galleggia?

Io ne scrivo ed è l’antica abitudine

di aggrapparsi a niente per reggere

e parlarne, risentito come se fossi

questo solo.

 

 

 


Id: 49425 Data: 23/06/2018 14:05:44

*

Una Thule

A Cristina Bizzarri

anima straordinaria,

straordinario ingegno.

 

Che cosa sia l’uomo e cosa la sua figura

è apprezzabile differenza se li si guarda da sole.

Ben altro apparirebbe se

osservassimo dalla somma delle verticali

fin qui fatte per sollevarci;

li cercassimo da google a sera

contrariando i gomiti i polsi le dieci;

ognuno stesse sul cuore della poltrona

mentre viene trafitto da un raggio del monitor

ed è subito tastiera;

i dubbi battessero le certezze a parole grosse;

in quest’ora - e solo al sole - l’uomo è nudo

e la figura non ne tiene conto;

l’uomo porta in sé un fiume ma nessuna foce;

fosse navigabile a memoria, volubile al suolo;

questo fa dell’amore un argomento di schianto

senza tenere conto, o fattore

di quanto realmente figurammo a monte;

ai piedi di una montagna arrivano scarpate?

 

Neanderthal si è solo sgrossato, affinato

ed ampliata la vista, per il resto si dica dell’altro.

Il gioco linguistico ha reso dominante

chi l'ha meglio esercitato: niente di più niente.

Ciò che si ricorda è in fondo la conseguenza del gioco,

il risultato ottenuto dalle piante.

Se ne vedono i frutti i fusti i semi. Siamo a parole

e siamo avventori faziosi che lasciano briciole dove bivaccano.

Il fatto che la cucina non ci soddisfi è un problema

di gusti, di sapori, di precedenti tavolate e,

forse, di incapacità a scegliere la credenza giusta.

Le figure si affermano finché ci sono

benchè non le pensi tali e rimandi.

Ciò che ci sforziamo di fare è elencarle per resa,

riconoscibili per sentito dire come visti

da noi, per noi, così da introdurle all'appello,

non perchè manchino di dimensione,

semplicemente non sappiamo trovarla

(potrebbe benissimo esistere

in una qualsiasi altra parte della sconfinata persona,

o altra stanza che dir si voglia).

A maggior ragione, quindi, è opportuno chiarire

che intorno la lingua del luogo non è la nostra,

ma quella che ci ha preceduto mutandoci

e che mutiamo mai muti, in natura.

 

 

 


Id: 49210 Data: 08/06/2018 14:39:58

*

Radice chi

 

 

Lascia che ti dica dove hanno mente

fiori erbe tronchi frutti, la tanto stramba

foglia al vento. Naviga lasca

ora per ora: ma che ne sa

il fuoco, o la precipitazione,

che non le può niente e per tutto

serve cervello: anche nel cuore della terra?

La radice è presa dal condominio

della vena e del minerale segreto:

com’era verde la sua avallata grazia

nel circondario terruto, posto se osa

come io penso in forma non forma

di mani aggrappate, barbe comprese,

senza ombra di dubbio protese

- nel senso del richiamo all’aria aperta

protratta da cloni a colori.

Vero orizzonte sottoterra, credo, col solo

proprietario terriero che si conosca

a ragione d’orma: la radice

con il sesso in cielo.

 

 

 


Id: 49191 Data: 07/06/2018 11:08:36

*

John George (Jack) Phillips

 

 

Ero legato dal punto alla linea.

Più che altro manifesti brevi

da uccelli first class o passere

complici, rimessi in una follia

liquida e canuta (queste specie

si barcamenano ovunque annotti

la scorribanda fluida sui ponti).

Drammaticamente inoltre, la ricchezza

è sopra la linea di galleggiamento.

In quel punto la vita riduce il raggio

a nulla, il cerchio si stringe e fonda

l’isteria di bordo che sale al seguito

di: prima donne e bambini, per la miseria!

Tutto quanto sovrastante l’acqua,

grasso e benessere meno di magro

e greve sottocoperta, precipita

oltre gli abissi convenuti all’oceano.

 

Avevo avuto l’avviso delle bianche

isole in movimento lento, massicci

altolocati quanto bel vedere passeggeri.

Che vuoi ci facciano? Lo scafo è duro,

si era detto, duro fino alla cintola.  

E riponevo la striscia rotta sulla rotta

corrente. La colpa è lì, sommersa.

Non è un alibi una moneta a parola,

ma una sola per dream trip o to die,

sono un dannato prezzo! Maledetto

è vero, ma con lo spirito giusto si accetta

questo frangente già alla partenza.

E quando di colpo la morte ferma

le lancette in tempo, nemmeno l’anima

è pronta al momento, né comprende

la fretta del gelo, l’avidità della corsa,

ogni sorta di attrazione congenita ai sensi  

che ora come oro non suonano bene.

 

 

 


Id: 48984 Data: 22/05/2018 20:00:47

*

Ma

Sei qui dentro per altro

e sei fuori luogo ancora.

E sei stata tra l’altro rapida

a liberarti della fiammella

e certo in mente prendi merito

della parola che mi resta

santa, povera santa Ma:

mettiti dove vuoi ti veda.

Nell'occhio da posta a volo  

e nella voce rotta che ricordo

a pezzi. In piena luce come in ombra

e nel ventricolo sinistro del tempo

più dotato di battute universali

del torace arreso al momento.

E sei perfetta, umida atmosfera,

perchè ancora la mia iride attraversi.

Posso dirti grazie senza renderti

amore e battito per adesso?

 

 

 

 

 


Id: 48862 Data: 14/05/2018 03:13:37

*

Come a caduta

 

 

A Laura Turra,

cui ho rubato il verso inclinato.

 

Con il passamontagna calato sulla cima,

le nuvole rapiscono raggi minacciando tempesta

ma da fori impercettibili comunque

salta agli occhi la rettitudine della stella.

E tu con passato riassumi il vento.

Il sistema universale invade il sistema

palese: nulla ferma la luce piuttosto curva

l’attrazione di tessere grigi, non colore

come la diceria della mente. E per questo

il glicine non trema e non teme di essere

“un labirinto / il mare” dove il filo di vento

guida il bene velato. Così ti incontro

dove eri mentre altrove non ti appartengo,

né quindi chiedo di te altre congiunzioni

copulative. Per es.: lontananza e desiderio;

da tempo siamo congiunti a sorte  

e la distanza avverte questo tratto

che tanto niente disegna.

 

 

 


Id: 48681 Data: 01/05/2018 13:35:44

*

Quando torna la viva scomparsa

 

 

Nel sistema medico-decimale

il sussurro, l’ansimo, è diagnosi

prima dell’urlo: geme come una

se mente. Risiede in un frammento

del millimetro, tra atomo e attonito,

con lo spessore pallido di un velo,

o il sottile diaframma di pelle

tra glutei e camicia. Lega amo

e polipo, tentacolo al buio, torna

e scava con il principio del vento

l’ubiquità tra persone prive di viso

riviste abrase. La comparsa perde

peso se la notte evapora in spirito.

Una goccia da asporto coglie

la fessura tra labbra e fa gola.

Schiuma relitti e sguscia il cuore.

Copro la resa con l’intuito che fingo.

Recito a memoria le parole che cambiano

continuamente il non visto in vita,

oppure mi prometto l’abisso

che avrebbe scavato la scomparsa

- sobria, certo, inappuntabile,

ma dolorosamente in corso.

C’è la sua gioia che guadagna posto

risalendo a mente, salubre e nuda;

o a ragione proseguo integerrimo

- bavero alzato, occhi spenti, mani

giunte da prima - il nostro fondamento.

E forse neppure: solo mi illudo

che esista un entroterra di ospiti

salvati dal contagio che si respira.

 

 

 

 

 

 


Id: 48636 Data: 27/04/2018 22:56:38

*

Ho rivisto la radice che penso

 

 

Yannis è fermo, pranzo quotidiano

di radici, segno di numerali

della durata di tanto respiro.

Scrivere è togliersi dalla testa qualcosa,

magari in stile dorico.

Mikis coltivava le note per una ginestra

a cappella - voce sempre verde: ignoravo

che questo fusto è come una foglia

e il giallo è fare volume con poco.

La musica può: amo il sirtaki e quinn.

Allora io trovavo scarafaggi singolari

tutti i puntini dell’iscrizione “G. Vicinanza”

dove si entrava nel secolo in corso d’opera

e si usciva dalle pagine precedenti

con la stessa campanella. Come cedui.

Cedui a lungo andare, non per sempre.

Ed io abbattuto, dannatamente privo

di verticalità tanto da essere succinto

fino al nudo congiuntivo del tempo:

un suono muto era il sonno, poi

diventato sonoro come i trattori.

Sveglia! E alzo la schiena addolorata

dalle lancette. Avviarsi sbattendo

è delle folaghe e delle finestre.

Nell’autobus è impossibile correggere

i percorsi, ma ogni fermata ti apre

nuovamente le porte sul luogo

dove comincia la suola il suo inferno

e la libertà il tuo miglior consumo.

Per intenderci, la lettura di un passo

coincide non all’apertura delle gambe

ma allo scorrere del rigo più avanti

e se riesci a tenere a mente la direzione

come la porta alla bocca il belpoeta

puoi sperare che un seme ti faccia strada

nella terra. O solo la terra brucherà

le mie parole.

 

 

 


Id: 48519 Data: 19/04/2018 10:04:40

*

Combustione interna di un uomo a scoppio

 

 

Questa forma custodisce tremori:

figlio padre io piccoli luoghi comuni

fratello fratello e tu sorella madre.

E se pare una teca presa dalla polvere

non c’è velatura migliore: un soffio e

la grana minuta vive in un largo minuto

dove è mandato del verbo occultare

la riduzione della luce. Nel campo

dell’anima, la forma è meno del contorno

contenuto, a momenti più di noi, detto

per compagnia o per ridurre l’oscuro.

Nella luce accadono gli occhi a menadito,

poi per buona fortuna non si perdono al buio.

Mi tocca? Lascia che deponga la pelle.

E dentro le palpebre il talento, la pietra,

né miliare né contundente, ma una scheggia.

Falla da scafo tra rive a vista a vampate.

Questa forma è inesatta. Tutta la natura lo è.

E dunque, il vento ricapitola il maltolto.

La primavera non strappa il riso che sul viso

germoglia, amaro dopo appena un giorno.

Il vento raccoglie negli angoli l’esito graduale

della sua forza, lo fa con insistenza

come chi sente il rifiuto inutile e può strappare

persino il colore dei tegumenti da solo.

Dall’insegnamento del monte fonda

ripari che s’incuneino nel luogo; e idee

concesse ai piedi che le gambe reggano.

Ho trovato un eremo nella teca e per tutto il bordo

una circolazione artificiosa. Così il sangue

si inventa parallelo della fionda e centra

bersagli rifiutando di mirare al suolo.

Gil, la tecnica della mia descrizione contiene

il creato e il falso; la chiave e la toppa.

In effetti è l’unica reliquia del mio girotondo:

l’eternità a cottimo, finché si conserva.

Non credere al tempo dell’ozio, dove cade

la scheggia, la gamba, l’ora io e il noi turgido,

capezzolo e compagnia bella.

Di questa teca appassionati ai gangli eccitati

tanto vibranti da non essere visibili, come dio.

E Dio mi piace così com’è: levato

da terra e posto da capo nel cielo migliore.

Io ricomincio esattamente dal tempo io

per dimenticarmene quando la paura

ordina il caos e vento che non smette.

Con precisione vedo le tue mani depormi

venendo dalla radice come fogli, e stecco

ancora.

 

 

 


Id: 48406 Data: 10/04/2018 13:46:12

*

Questa prima truce

 

 

Ci sono ombre da sole. Ovvero:

per trovare compagnia si ripetono,

dividono il suolo in componimenti persi.

E non attirano gli occhi, anzi li svuotano,

chissà perché. Come una incontinenza,

resta coperta dalla notte di neritudine.

Ma è a tratti, retta da nervi lucenti,

conserva la memoria dei contorni,

la mente fresca.  

Una punteggiatura, ti dico,

scritta a capo, ad personam. Possiamo

prenderne virgola due, e fare il nostro

racconto, ingabbiati nel monitor,

un quadretto ciascuno.

Con uguale sostanza, stimiamo di sfuggire

all’amo, e siamo sparuti, sciolti noti per poco

mossi.

Appostati come camaleonti, ma

scagliati a più riprese da ciò che ci prende,

fingiamo di avere aria intorno

adagiati per la potenza persa

non troviamo pace che di vetro.

 

 

 


Id: 48257 Data: 01/04/2018 00:01:41

*

Umano a rotta di collo

 

 

Due passeri che si inseguono in volo

creano una coppia in un momento di forza

stagionale, una rotazione nel calendario,

io trovo; un moto dell’essere lì nasce;

lì, giusto a breve, si forma un giorno.

Quale profilo scaglia in me questo orizzonte?

Occhi che pur di vedere mettono a fuoco

i palazzi e le siepi con l’idea e le ruggini

delle cose che dettano composizioni

segrete, inespresse perché così si usa

nel solito modo: da umano a rotta

di collo, che non trova riposo a volo.

 

 

 


Id: 48096 Data: 22/03/2018 20:46:34

*

Ready made

 

 

Ho trovato una bottiglia di vino

sulla soglia del negozio di libri

e sono contento. Dentro

si intuiva l’esatta quantità d’aria

che la macchina di produzione

insuffla nella goccia rovente.

Più sopra c’erano i testi tanto diversi

quanto le parole usate lo permettono,

ma in fondo sempre le stesse, qualcuna

ineccepibile, altre di nuovo sole. Fuori  

così vengono le bottiglie, tutte uguali

fino alla bocca che le sonda.

E’ l’industria, bell’uomo, scarna

ed efficiente! E’ il macchinario che

banalmente  va dove seccano i bicchieri.

Una bottiglia, diamine, una bottiglia!

Solo un’isola di vetro... E intorno il soffio

di un cratere emerso; erutta ebbrezza

- fino ad un certo punto: quel vetro scuro

che, vuoi o non vuoi, strascica la pronuncia,

coinvolge la mente fino all’evanescenza.

Gli oggetti così composti sono presi

da almeno un pensiero: faccio presente

che il contenuto non è compreso.

Viene dopo, riempie quanto serve.

 

 

 


Id: 47825 Data: 11/03/2018 18:38:25

*

Non so quanto per bene

 

 

Conosco uomini che armano l’amo

con un’esca infinita. In effetti

so di me anche altro, o peggio.

E non per caso. Né meno il pesce

che a bocca mostra labbra salubri

e nel morso trova il calesse per l’aria.

Fa presto a prenderne atto l’altro mondo

- lo stomaco.

C’entra poco, ma l’ago dell’universo

cuce il frutteto alla terra e la prassi

del pianeta alla fioritura del melo.

Questo di più: abbiamo bisogno del sarto

quando scegliamo uno stile di vita.

E via via tutte le cose stanno insieme

per ben figurare, ma si legherebbero

anche senza la mente che le congiunge

- sarà vero?

Chi pone questa domanda si priva di un suono,

ma priva di suono sorge la setticemia

nel silenzio; la parola è l’anticorpo

ma anche il patogeno, allora muto

e sordo sterilizzano le bende

- pure l’eco.

Conosco questi uomini da posta,

ma non ne vengo a capo. Ne sono

piccola parte, un’altra parte è presa

da un sacco di bende.

Fui anche seguace del verbo ti direi

- lo ammetto.

Così da simile viene familiare: è il pesce

il mio vero antenato. Dopo, non è cambiato.

Per questo io dico sorge la setticemia

nel silenzio; e sia il muto che il sordo

usano le bende che al cieco non toccano

- non è in vista.

Forse perché accovacciato sui talloni ardenti,

il tramonto si presenta senza temere il seguito.

Si annuncia come un servitore del buio:

serve la vecchiaia quando fa da esca all’alba?

In qualsiasi buio, la luce annuda la distanza

tra futuri oscuri, presente la scelta

- non so quanto per bene.

 

 

 

 


Id: 47624 Data: 01/03/2018 23:24:19

*

Che ti dice questo

 

 

C’è uno spazio tra le stagioni

in cui si instaura l’incomprensione del tempo,

come un cespite ereditato ma mai riscosso,

una condanna del passato che è presente,

una minusvalenza residua, un soldo in vista.

E questa furbizia mi consuma,

più del deserto che avanza nel ventre africano,

più del ghiaccio ridotto al sessantesimo parallelo,

più della certezza che questi due non s’incontreranno,

più del meno male ci sei, angelo mio.

Che ti dice questo?

 

Ho paura. E tu sai che la paura è il ricovero

del sangue nella sua trincea, dietro la pelle, nell’umida data.

Terrore della pagina stimata e non raggiungibile.

Se per astuzia stringi i gomiti al tuo calendario e corri,

il perimetro della cella diventa una cerchia

di amicizie canute.

Il tempo atmosferico, con la sua alternanza fisiologica

è il muro; l’ambito che non si sposta:

la data t’insegue perché deve passare in te

e solo lei il confine:

che terribile accorgimento essere umano

a vita.

 

 

 


Id: 47394 Data: 20/02/2018 15:29:06

*

Il compianto notturno cittadino

 

 

Ed è così che mi prendo la vista cittadina,

salito nel punto più alto della casa.

Sopra il suo dorso di cemento e ferro,

solo nel perimetro di tanti feretri,

nel compianto lutto cittadino

- che paiono fatui i lampioni e le animelle lassù -,

da un abbaino schietto,

io la prendo. Com’è.

Com’è che la pendola non vede l’ora

ma le conviene? La segna il ritmo celebre dell’attimo,  

la bestia famelica che ha dentro

e che dentro consuma la mia carne

- non il tessuto, intendo, ma l’altra

intoccabile e celibe -  e questo è quanto so

dell’amore cui sono soggetto.

E’ nell’ordine del tempo, vive da tempo

come i gibboni sulla canopia, dondola

e trama di saltare qua e là: risalta a momenti.

Ad una altezza pari alla sua profondità

la passione non trema più. Il braccio

proteso non la raggiunge, ma l’arto

ormai non è più lungo: la vecchiaia

è una attività che va scomparendo.

 

 

 


Id: 47303 Data: 17/02/2018 12:58:23

*

In nome, e per contro

 

 

Ora, nel momento in cui la mimosa scoppia,

una donna espone la sua mammella secca.

I loro rami sono teneri per la goccia di linfa

che non coagula in vita. La pianta si commenta

da sole, giallo con un taglio netto, ma c’è

una soluzione: l’olio del vento cauterizza il mozzo.

La donna dà un’occhiaia al corpo in viaggio nel corpo.

Le dita sono garze: accarezzano un sogno;

le palpebre sono superate dagli occhi.

Come è bianca la lunula sull’unghia! Com’è

bianco incisivo e corona le labbra infantili

ma annose; lo sguardo separa i fiati in buoni

e in ombre cattive il ventre nativo.

Non c’è punto in comune tra le due, tranne

il gesto che vorrei maturasse da ora per loro:

Amor mio, evito alla mimosa il taglio che non chiese

e alla donna donerò la speranza di una goccia

che non mancherà al tuo bouquet da sposa.

 

 

 


Id: 47176 Data: 13/02/2018 13:29:27

*

Evoè

 

 

Se c’è qualcosa che le mie ossa sopportano bene

è sentirsi sussurrare che già c’erano, che restano.

Si muovevano ovunque con altro aspetto:

fuso del vapore, congegno del raggio,

magnete vagabondo, pulviscolo di nomi.

Da tempo appartengono ad un uomo legato

al raccolto, al sudore che genera, al seme

trovato caro, come il resto della storia.

Se conta il sangue, se il muscolo è il tuo

e il futuro di un altro, ma non ti opprime,

il tuo ginocchio regge particelle inavvertibili

e composte dalla stessa forza che ha cucito galassie.  

E questo è molto oscuro, però che luce

il pensiero che tutto quanto è in me

è tutto quello che c’è fuori da me!

Quanta spaziosità intorno al nome ruota.

Tu chiama come ti pare chi o cosa ci informa;

io non so, comunque penso a ragione.

La donna che trovò il mio sogno delirante

spinse il cancello e mi cacciò via da sé,

in queste pagine, imbarcato sul rigo,

seguo le stelle che seguono in me.

Credo che ordinarie convergenze in vita

quanto straordinarie chimiche primordiali

facciano il genere, non solo il cognome.

Parlavo al mio ginocchio che ascoltava

piegato. Sussurravo, perché le parole

appesantiscono i tendini dell’aria; e questa

precipita; e ci sono pezzi vitali anche lì;

e perdono la presa; e decadono; e una nuova

cura sembra la caduta. Una caduta in basso,

direi, perché non c’è alto che tenga ad altro,

e non c’è lato che non si misuri nell’altro.

Siamo il tuttuno che viene in mente

a farsi sapere.

 


Id: 47134 Data: 11/02/2018 14:56:45

*

Le trame sospese

 

Come tutti, ho storie che mi raccontano

mantenute in una scatola piuttosto comune

tranne per quella certa origine da tronchi

diversi, se pure familiari. Ossia: per la stessa

radice valgono i fatti dalla terra al senso

del cambiamento adattato al resto. Parlo,

mi parlano, ascolto, mi ascoltano, ci sono

e non ci sono: c’è mercato in un corpo e

nell’altro forse una folla si anima: così

la lingua è nacchera e territorio di scambio.

Le parole si alzano uguali fino ai tetti,

poi la vastità ne abusa, le sparpaglia;

separa le deboli come i rapaci sullo stormo.

Per la loro invocazione l’animo adotta la bocca,

l’udito è in conflitto perenne con gli occhi

e lo sguardo punta altrove, fissando il ventre

dei nomi per capire se ancora figlia due o tre

o più figure in attese.

Comunque, sia sempre lodata la spugna rosa.

i suoi alveoli aerati per il sostegno al lavoro

delle sillabe che abitano il favo della voce e,

corda a corda, annodano il vocabolario al

discorso, al corso, al so; e agli strumenti

della narrazione. Avrò detto il giusto?

Poco importa: in questa pagina muta

la nacchera in ballo.

 

 

 


Id: 47036 Data: 06/02/2018 23:23:03

*

A vostro nome

a D.P.

nel grando mare d'inverno

 

 

Nella baia quattro gabbiani (che numero,

questo!) Non di più i bottoni sul risvolto

scuro dell’onda; chiamavano casa la goccia,

orlo dove arrivava l’occhio, silenzio i pesci:

per ciò la rada e tanta cantilena della risacca

né meno sapeva come aprirli a volo.

 

Ora, se quattro sterni sull’acqua non riuscivano

a convincermi di seguito, cos’altro può spingere

scoglio e tempesta a fare il primo passo

nell’entroterra? Sesso e amore, non c’è dubbio,

sono oceani: ne possiedono indole e dorso,

uccelli e seni.

 

Quattro ineffabili galleggianti in mente, dove

l’orizzonte è l’idea, e l’idea è medusa lemme,

lemme: l’emme dalla quale fu fatto insuperabile

per brevità, il corso dei fatti di metallo dagli

accoliti del convenuto irreale. E l’incredibile

riflesso di luce che orla di gesso filante

la bella ondina, lei, amore del mio più antico

amore, unico brillante che mi concede

la mossa, è l’idea per un uomo nella cerchia

di tanta dissolutezza, rotta al vento: la chiamo.

 

Ma c’è un pensiero che mangia il ventre, adesso:

una tenia salmastra invoca coerenza. Niente

di meglio, gabbiani, che sapere a nome vostro

il suo e, a nome suo, il mio.

 

 

 

 


Id: 46962 Data: 03/02/2018 14:35:31

*

Se solo mi sollevassi

 

 

Se mi sentirò sollevato potrò guardare meglio.

Osservate come si alza il vento per poi cadere

in disgrazia, immobile; o diventare grazia

del respiro, perla dello sterno. La fortuna

è nell’aria una similitudine presa alle volte.

Che vi dice questo? La libertà a tutto sesto

può toccare terra, poi non è nell’arco,

ma reperto in genere. In me, in te;

in te e me allo stesso tempo. L’istante

che ci apprezza soffia in ugual modo

sopra foglie e sassi e ingranaggi,

spinto dalla schiena: tirato dal capo

venne tra le mani come mollica.

Prima che vedessi il grano, ero solo;

e non solo interno. Ero segreto;

acqua per neve, attesa per carezza.

Ero nel ventre diviso: da una parte

indistinto, dall’altra uovo col guscio aperto.

 

 

 

 


Id: 46930 Data: 01/02/2018 14:03:50

*

Venuto a bordo di un corpo

 

 

Perché veniamo a bordo di un corpo

come nuovi confini, altri territori

immediatamente stretti, che invocano

le case e le aiuole; la strada, poi

più spazio oltre frontiera, visionando

anche le stelle in un sogno antico, ma

intriso ora nel risveglio che segue.

E veniamo a bordo perché curve

a miliardi ci congiungono ai bacini,

alle sagome residenti, ai profili che

suonano richiami, affetti da urlo,

usati uno per uno. Ognuno

primitivo e schiavo: schiavo,

sentimi bene, salvato a fatica.

Per questo veniamo a bordo

al posto dei remi.

 

 

 

 


Id: 46880 Data: 29/01/2018 18:04:05

*

Top onomastico

 

 

Qui è tanta l’erica che il cortile si scopre

appena curato dal pudore del viavai.

Beati passeggeri che hanno fedi

sopra a tutto! Letti, gli uomini

conservano la soffitta per accatastare

brevi momenti, ma i piedi si piantano

sulla coperta: fummo marinai venendo,

sbarcammo sul petto di una baia lattiginosa,

rivolteremo la strada, peli o cuori sfrattati

dalle case; talora entrambi.

 

Al muro, penso, circondato. Il muro

ha il ruolo di ospite e come universo

possiede la fattezza di un luogo perbene

ma inimmaginabile dal suo interno.

Sì: i muri dividono, ma danno sostegno.

Cara, il vetro è un muro, lo è la distanza,

il silenzio lo è, lo diventa l’isolato.

 

Alcune stanze sono rette a tinte vive,

le vedo ovunque si alzi la mattina,

eppure quasi crepano dove certe muffe

risiedono, così che, se pure tentino, le finestre

non prendono sole al chiuso, e perdono

ogni altro riflesso in nome della tapparella;

e fatti

per le chiacchiere pettegole

avanzano al cancello fino alla pelle.

 

Sento il cuore stanco

costruirmi da un pezzo.

 

 

 


Id: 46838 Data: 27/01/2018 14:05:03

*

Manco per la testa

 

 

Il viale è preso dalla rotazione

intorno al lungo mare: entrambi sono vuoti

ma come riempiti di perdite d’occhi.

Questa conformità nello sguardo non mi meraviglia.

Le piante si somigliano da occidente all’est

perché sono invariabilmente protese

al sole, non a noi. Continuare ad ombra.

In basso si tocca. Si crede in alto. Farebbe testo,

ma la natura non scrive perché ha altre passioni:

canto colori modellazione sfondi; senza urgenze.

Noi siamo frettolosi a causa del clamore

che procurano gli orologi di polso.

Nell’ora della prima luce, la più antica rivista

parlò di gossip tra pomo e mano: finì male l’ozio

e venne la strada in salita priva di scollinamenti.

Gli asfaltatori si sentirono sollevati come ora le piume

fingono il riposo mentre chiudono il becco i saliscendi

alati e per meno di un torpore lasciano i luoghi

a furor di popolo. Non mancherebbe l’aria

se mancassero i polmoni, così non mancano

i sogni se ci manca il sonno.

 

 

 


Id: 46527 Data: 14/01/2018 18:34:18

*

Elegia del sale per corre voce

 

 

Tra costa e costa mi ha lasciato

liquido, sospeso, il volto scuro,

mosso ma non tanto al sicuro

vela alla luna già disarmata,

 

stanca, così che le nude ossa

sono rimaste qui. Ve lo ricordo,

costui: Luigi, nome di bordo

divenuto fonte per chi indossa

 

il suo ex sangue fluido ancora

nell’ossido ferroso del corallo

rosso gioiello del mondo di sale.

 

Eppure quell’anima resta reale

se per acutezza del suo cristallo

in petto corre voce che implora.

 

 

 


Id: 46488 Data: 13/01/2018 11:38:16

*

La convalescenza del gelo

 

 

Ho visto più di cento stagioni in processione.

Sono il rosario della terra per un girone.

Un corteo comune, ricco di devoti migratori.

Grani, uve, aranceti, mandorli come tedofori

si passano l’istante di fiamma

o la somma dei drammi.

 

Lascia che io le conti ancora, almeno ricordando

come seguiamo e dove posano le spoglie quando

l’eclisse degli occhi diventa totale

e l’astro dal fuoco scompare.

 

Ho visto più luce di quanta ne contiene il cuore

benché all’inizio del percorso vennero fuori

i container cinesi e le ginestre coinvolte nella resa

alle bitte del porto, ai troppi ormeggi sorti.

 

Su tutto, la statua del tempo apre la corsa.

E che potremmo fare se non correre, forse,

dietro al pensiero di fine stagioni? L’unica

certezza è che l’anagrafe cronica

è la filigrana di quella banconota

che solo il gelo al cambio quota.

 

 

 


Id: 46461 Data: 12/01/2018 12:47:56

*

Deposizione del sospetto

 

 

Candida l’aria di gennaio frizza la piazza

folla di pangloss in saldo. Qualcuno ti vede, ma nessun chi sei.

Gli occhi mirano sui capi. L’isola pedonale

è un territorio di ciaccole d’ormeggio

ai moli delle supervetrine.

Nessuna frase ricovera per intero l’udito: si va

per esclamazioni, feriti dal brusio inestricabile

dei mozzi acuti.

Mille donne sono più di mille uomini, e mille bambini

sono meno dei loro segnali acustici.

Un buio privo di quarti lunati scoppia di luminarie esigenti,

il buon meteo fiocca acquisti e nervi fiacchi, e tu superba mentegatta,

felina mi avii dove il fiato condensa e fumo.

Pensa quanto ci rende superflui la cornucopia del flusso

che passa al volo. Stormi verso la notte che dileguano

migrazione dall’alba. Stormi di mani deposte

in strette volanti col sospetto che siano spoglie di ali.

 

 

 

 


Id: 46376 Data: 09/01/2018 12:21:53

*

Parole da insaziabile a figlio

Sia analemma su di te a lungo. E invoco

la boria celeste con la comicità della stella

funambolica e fessa.

Che ti tocchi ilare; e gioia ti venga

come da fare a mare, nasello all’insù,

riccio benvisto che tanto le somigli.

Prima che l’infinito, se lo ha, segni

come sua l’invenzione dell’otto

e ne prenda possesso togliendoti

il merito di avermi sconfinato.

Ti ho desiderato, figlio commesso,

in osservanza al minino comune multiplo

umano, numero che non è quantità,

ma quasità convenuta per amare se stesso:

un giunto cardanico, uno snodo

emozionale tra pronomi non allineati.

Tu, io, noi: questo il meglio.

Così l’interminabile prossimo farà catena

di te e me.

 

 

 


Id: 46197 Data: 04/01/2018 15:03:58

*

Detto da un po’ meridiano

 

 

Che io conservi il numero di ieri, hanno detto,

o diffonda quello di oggi, anno sperato,

poco torna ai trasvolatori delle linee virtuali per fette.

Nel grande Impero dell’Orso, ben undici volte

avrebbe dovuto suonare lo spicchio  

ma l’ente per l’ordine delle lancette

ne fa contare nove, e comanda, in generale,

inverno. Fredda notte in cui tutto dovrebbe

cambiare sul dorso di atlantide ma niente muta

dalla sua spina convenzionale alla follia

dei cuochi artificiali sopra la fame ignorata.

E devo ammettere, inshallah, che il tempo

dov’è cominciato lì finirà, custodito

nelle teche anagrafiche come ogni momento

libero di diventare effimero

mentre l’universo è naturalmente miliardario

con la nostra moneta bisestile

ma quanto è povero, per dio!

 

 

 


Id: 46129 Data: 02/01/2018 13:22:54

*

Dirò presso lo spirito

 

 

L’anima accartocciata non fa una grinza.

Qualcosa come una rada, la foresta dall’alto,

queste terrazze. Lo spirito emerge sicuro

da un giorno all’altro, ma in quale momento

soltanto il cielo può capirlo. Manca dell’angoscia

nei nervi, della silfide nel sangue: è in tregua.

Ma tregua è una parola bianca, lunatica.

Più delle bianche spume, più delle polveri d’acqua

sotto il tappeto della foschia costiera. E domani,

al più tardi Natale, lo farà affiorare e poi schiantarsi

come niente costruito in noi per fermarlo.

Naturalmente questo spirito è pusillanime: si alza

per poi ritrarsi subito dopo averti abitato.

Su di lui

poggia il manto dell’inevitabile dio comune

a carni, legni, plastiche e minerali, come riportato.

Sia in questo il colmo della leggerezza.

Sia l’uomo allegro; e la ruggine via dalle palle!

Anzi, via le ruggini che passano per infiorescenze

dell’opera ossidativa dell’umore. Il rancore

vada dai piedi alla strada, via via attraversi

il ballo, il canto, le sirene, i legami; consegni noi

al fasciame spiaggiato, da prima che Odisseo

lo testimoniasse nel ventre del cavallo sacro.

In realtà, questa astuzia è tipicamente umana

per quanto vaga. E vaga l’anima si accartoccia,

vede poco oltre: non è la notte ma ci siamo,

pare distesa, e trascende la ruggine

perché possa ancora invocare:

“salvami, salvami o spirito salvo,

dal sospetto che marcire si meriti!”

 

 

 


Id: 45840 Data: 20/12/2017 11:51:21

*

Dirò che presso lo spirito

 

 

Cavo lo scritto e l’orale. Cavo il pensiero,

se la cava Gil presso il libro, prossimo all’esame finale,

al congedo votato fra un anno a partire da casa,

dov’è oggi comunque.

Accartocciata, l’anima ha spigoli semplici

meno complessi. E queste terrazze,

per le quali lo spirito è costa cruda, è cava,  

mancano dell’angoscia di nervi e di piatte terre

per nulla sedute. Diversamente bianche

spume, denti dell’acqua, polveri per la foschia,

domani, al più tardi a Natale, le farà sbocciare.

Sia in questo il colmo della leggerezza.

Sia l’uomo allegro; e la ruggine via dalle inferriate!

Anzi, via le inferriate tra terrazzi che chiedono

di passare per confini

costruiti dall’opera geografica delle strade.

Può ritenersi continente ciò che la piazza separa?

Un rancore marino prende dai piedi, via via attraverso

e consegna noi a tutto il fasciame, plastiche, metalli

da prima che Ulisse si facesse avanti.

In realtà non è mai accaduto di risiedere sul mare, è l’oceano

che colma precipizi terrestri, quindi i crepacci sono salati

e l’anima accartocciata si vede poco, pare distesa.

Se si potesse costruire oggi il futuro sul mare

sarebbe contento mio padre, ma è in una vastità tanto piccola per lui

che le ossa sono rimaste qui.

Ve lo ricordo, mio padre: Luigi, dal nome sbagliato

a seguito del varo devozionale che, come i limoni

le alici e i tonni, è per noi convenzionale. Seduto sul muretto

nella darsena di Cetara mentre ogni onda atterrandolo

gridava “perché si giunge alla riva più vecchi che stanchi?”

E giù risate, digrignando il salmastro e la sabbia. O era rabbia?

Quell’uomo, così antico che la ruggine non ne poteva più

di fiorirgli nel sangue, appena assentiva.

Naturalmente, le onde sono pusillanimi: si alzano per poi ritrarsi

dopo averti coglionato. Su di loro

poggia il manto dell’inevitabile dio

di tutti: carni, legni, plastiche e minerali, come riportato.  

E dove io copro il sangue con migliaia di camini porosi,

lui trascende in ruggine perché possa invocare

salvami, salvami dal sospetto

che marcire si meriti,

se non diversamente conciati.

 

 

 


Id: 45755 Data: 16/12/2017 11:39:58

*

Dirò dell’età congenita, inguaribile

 

 

Se posso ruotare su di un fianco

e russare leggero lo devo a un gesto

di gratitudine vs la postura della piccola morte:

accarezzi la spalla quanto basta

a creare un punto d’appoggio

e sollevi il tuo sogno

da un borbottio vecchio stile

ad un convenevole posto.

Ricco di orbite tremanti,

apogeo della carezza furtiva - una fase più lunga del quarto lunare -,

l’una e l’altro, tu ed io che saremmo inguaribili,

prima saniamo distanze

poi ci eclissiamo tra cucina e salotto.

Quale diritto ha il corpo di mancare l’appello

in questa stagione?

Recuperi sonno dalla pesantezza del suono,

e, ribaltata, l’intera fabbrica del respiro muta

il ruglio in fondo. In questa congerie,

l’età dei fossili irreprimibili simula

la vicenda dell’incontro, ma devi essere cieca

per desiderarlo ancora. O, forse,

per riconoscere la bontà dei tuoi occhi,

occorre io resti allo scuro.

 

 

 


Id: 45705 Data: 14/12/2017 13:09:55

*

Parlo per quel che serve al vento

 

 

L’idiozia è concepire questa come vela,

o lembo o fiocco: inventare un verso

è come dire a chi entra dalla finestra

che è permesso. Non serve lasciare aperto,

ha con sé gli attrezzi. Se scosta una tenda,

rompe come niente il cielo che avevi messo intero.

A questo punto abuso di una tua incertezza.

Insinuo l’etimo, scompiglio i sensi: nuoce gravemente

l’estro. Sul pacchetto c’è la mia figura con un danno

terribile da tastiera.

La poesia sul pomello del battente tentenna.

Evita di bussare, intanto si introduce.

Ti trova curvo, o forse appena disteso: le gambe perse  

tra la spalliera e la mattonella. Una bocca seduta

cambia poco: il verso uscendone letto, meno.

Ho paura che questo non piaccia, ho paura

per me che aspetto il prossimo, che provoco vento,

che guardo l’orologio, non fermo il tempo.

Ho parlato con un amico: “Bob,

questo gesto è perso. Se sei passeggero,

e resti tra l’anagrafe e lo zero, ti conservi

sereno nel cielo che l'intruso ha rotto.”

Le fessure branchiali di uno squalo

somigliano inconsapevolmente a www.

 

 

 


Id: 45623 Data: 11/12/2017 22:46:22

*

Parlo della grazia a tutta forza

 

 

Per l’esattezza non le occorre dinamica muscolare,

come il fendente o l’artiglio, ma è maiuscola

la sua dimensione, e inarrivabile:

da lettera fatta a posta, né alfa né omega,

purtuttavia ci comprende

con l’ausilio del seno, o altri seni;

e la sua genìa contiene

legittimamente

la prima parola nel ventre, per cui l’universo intorno

- pretestuoso,

fino a spegnere quella sua benedetta luce in modo esplosivo -,

è soltanto cosa, non chi.

Chi è lei.

 

 


Id: 45526 Data: 06/12/2017 23:44:45

*

Parlo della candida che mi prese

 

 

Era l’anno avvenire

di quelli che accadono per la follia di crederli

possibili subito ma talmente distanti che

il futuro li accerta a più vite aggiunte

e amenità tipo fatti sopravvenienti.

Già! Ma cos’è un “fatto sopravveniente”?

Per secoli la moneta da 5 Lire si è mossa

nella volta oscura come mancia dell’Universo,

spesa da noi in proiezioni. Io c’ero,

tu vagheggiavi ancora, rosa vizza, amata come gemma

e in quanto gemmi a vista non sai se m’ami ancora.

Ma era quell’anno che al satellite si poteva pensare

come cortile, e non da terra.

Questo consentì al mio bambino, l’essere

che avrebbe lasciato, su almeno il senno

di quest’uomo, l’orma. Piena di sogni

priva però di corpo, di contusioni e divenire.

Era l’anno del bianco e nero arcobaleno della storia.

Il piccolo soggiorno col mondo enorme nello schermo,

persino circo descritto nella stanza, e lo Stagno

contemporaneo che annunciava nuova vita

tra due creste del respiro, troppo breve

per andare oltre.

 

 

 


Id: 45493 Data: 05/12/2017 14:36:46

*

Parlo solo in buona compagnia

 

 

Il vino dà modo alla vigna

di sopravvivere nella forma di vetro.

Il gusto asprigno è pungente in quanto riflesso

della lingua come schiocco; e persistono in copia

l’uomo accasciato e la tavola rimbandita.

E si sappia che in questa casa io nutro il tempo  

con piatti momenti, anche vuoti,

anche sporchi, soprattutto viene naturale

il confronto di opinioni tra sè e se

usare un verso a sorteggio. Viene il pensiero in gessato.

Vedo eserciti di grafemi, aste in resta, truppe

elementari sul foglio di battaglia, una carta

stropicciata dal vecchio portaordini trafelato.

L’occasione non fa il pretesto in genere,

ma il pre testo è affollato di intenzioni per donarsi;

e se trovo deserto qui intorno, questa è l’oasi

nella quale l’ombra è la migliore compagna; ossia:

l’idea di un sorso non tocca l’acqua, liscia la carta

e tocca a quel lume nel vetro, già al mattino,

scaraventare la ragione nelle scarpe

e dirle va, va, va oltretutto, come si dice,

pare faccia il buon viso a cattiva sorte.

O il viso cattivo pare faccia da buona sorte.

 

 

 


Id: 45456 Data: 03/12/2017 13:41:36

*

Dirò adesso è tempo debito

 

 

Il pruno è così felicemente nudo

che le radici si specchiano nei rami

per scoprirsi a fondo.

Questa visione consente il nutrimento sotterraneo

della più soverchia figura: la similitudine

tra i fusti. Pensa che spirito possiede il giardino:

prima della sommità esposta nella nicchia atmosferica,

nei principi di talee, nel dubbio della mutazione.

Ad un’unica occhiata, l’intera pianta

mostra l’annuario delle scadenze.

La stagione è annotata in cima, il tempo

complessivo è l’anello moltiplicato i giri nel tronco,

il giorno che non può trattenere sfogliato a maggior ragione.

In pratica, tutta l’astuzia è spogliarsi da sé

per superare la solitudine

e prendere confidenza col gelo.

 

 

 


Id: 45422 Data: 01/12/2017 18:44:27

*

Dirò di un sogno a corpo libero

 

 

Sul copriletto dove vive il gelo,

e presumo anche l’acqua si copra,

trovo l’insonnia inadatta per l’ora, benché

il tempo faccia in tempo a fermarsi

nei condotti del tepore. Poi: è freddo fuori.

Volta e si rivolta il corpo perché lo spazio è certo,

ma impalpabile al buio, tanto che il vecchio sangue

corre e batte e scivola e si rimette in piedi. Sulla parete

il pensiero fila a fronte come un ragno:

immobile, fautore dell’agguato a cottimo (più la posa

è sostenuta, più la vittima appare). Freddo,

e dirò ineccepibile in un certo senso, fa missione

di ingrandire ombre e pare questa o quello altrove.

Ogni falena deve sembrargli un’orca

ma per la falena lui è quel pescatore il cui amo

precede il morso.

Pur con la sua statura, qui il cielo è più basso

qualunque atmosfera sogni

e si piega a me per espugnare la mente

con il suo cavallo: un occhio,

e l’altro che lo segue.

Mi sento liquido in questi frangenti

come scritto dall’acqua all’approdo.

 

 

 

 


Id: 45355 Data: 28/11/2017 11:10:44

*

Dirò parole di seconda mano

 

 

Una piccolezza, sì; io, sì, cerco

un nome praticabile a dismisura

o altri incitabili, qui versati

a fior di labbra, o, per le labbra, zucchero

filato come un cumulonembo

e morso voracemente a piacere

illuso che addentandolo

il loro aereo mi prenda

(non sempre la lettura è vera fame

e mai la fame si sazia di letture, qualche volta

la pancia si riempie a passeggio)

e cito - cito tasto a tasto ogni lettera -,

le contusioni dei traduttori (perché la lingua

non si ferisce ma si cura, quindi

riporto le inferenze cui dare fiducia,

come vetro smerigliato dal quale leggi una forma

e riconosci un corpo comune).

Così le parole annotano rapide,

viste da finestre che riflettono un fiume.

 

 

 


Id: 45291 Data: 24/11/2017 14:49:22

*

Monte Stella

 

 

La montagna è appena più di un colle, ovvero

l’una e l’altro, quindi bipolare: vetta e valle

sono depressione e slancio non molto distanti.

Come venne fuori? Spinte profonde

o vicissitudini planetarie, forse continenti

che se le danno di santa ragione -, le hanno poi tolto l’increspatura,

la taglia forte, i picchi caracollanti, gravi e acuti

scacciati dalle lingue correnti

con fabbricati sfibbrati.

   

La curva da desnuda un grecale a pennello.

Piena di cicatrici, il fianco sotto i miei occhi

ha ceduto più e più volte allo scoramento,

frana come quell’altra figura che ho in mente

ma non sottomano: il vento col suo nomignolo

imperversa nel mio costato

sinuoso come il serpente d’asfalto giù a valle.

Dev’essere nata in una lontana alba della notte terrestre o,

presa in piena pangea, la sua posa corretta

è dovuta alla marcata scalfittura della pioggia

che traccia innanzitutto i righi

mentre solo i quadretti si conservano.

 

Avvalla ai piedi una guarnitura verde nei bassi bianchi

di foschia, e i fabbricati per quanto detto,

quasi commenti moderni, ospitano parenti

e altre famiglie o soli stretti, forse stranieri,

convenevoli adesso.

 

 

 


Id: 45255 Data: 22/11/2017 15:27:07

*

Tanka italiano

Povertà

 

*

Occhi nel vuoto.

Mani nude cercano

carità ignota,

 

Le ricchezze parlano

di vuoti che costano.

 

*

pochi spiccioli:

posso donare questo

ai più piccoli.

 

Ma non basta il gesto,

occorre dare il resto!

 

*

Sono povero

però questa camera

è un impero.

 

Mi soccorre libera:

ama come desidero.

 

*

Vivo fermo là:

su gelidi gradoni

aspetto pietà.

 

Il marmo s’appassiona

quando la gente dona.

 

*

Sii come foglia

che dà fiato a radici

non le artiglia.

 

Da fiducioso, dici,

la carità fa felici.

 

*

La rosa freme

ma non la neve teme

se pure preme

 

la nudità del seme

che all’addiaccio geme.

 

*

Devo speranza

quando il cielo prende

tanta distanza.

 

Il cielo che pretende

si salga se non scende.

 

*

Sempre le braccia

prive di fratellanza

sono minaccia.

 

Dai loro importanza,

fai bene abbastanza.

 

*

Fame e bisogni

indifferentemente

lasciano segni.

 

Tanto, troppo in gente

il danno che non senti.

 

 

 


Id: 45156 Data: 17/11/2017 10:03:19

*

Fa freddo e treni

Ogni stazione

digerisce i treni

- fame binaria.

 

Ma se davvero

partire è morire

chiedo il resto

 

alla fermata

quando inscena calma

-  freno indigesto.

 

Tra le banchine

colgo l’inverno acuto

- non mi comprende

 

l’amore osato.

Da quale ramo leva?

- Cado io solo.  

 

 

 

 

 

 


Id: 45134 Data: 16/11/2017 16:56:28

*

Nuovo è tornare

Maggiore trasparenza chiede alla finestra

il suo segreto, rincasando distesa, nel cono

d’ombra dell’uomo. Così come è, mostra

il profilo della stessa specie degli oggetti

fino a sommare in lei l’occupazione del nero.

Inciampa nel buio domani e un calendario

di singole voci sfoglia l'albero dei nomi.

Se la parola adesso fosse con vocazione, sarebbe

intensa e tanto appariscente da sembrare urlo.

Lasciatemi stare in questa chiarità che ultima

il mondo, dice l’anima trasandata, la gatta buia

con fusa, la fucina in disordine, il piatto sapere

e il verticale insoluto.

So che corpo e mente viaggiano in modo diverso:

il primo nel metro e nel ferro, l’altra a seconda

che il sole si affacci o meno nel vano dell’ora.

Poco si apre al nuovo. Nuovo è tornare

più vecchio ancora.

 

 

 

 


Id: 45099 Data: 14/11/2017 19:28:15

*

Della lettera a voce

“appagnato / senza sapiri”

D.M.

 

ad Arbadom

 

Proteso per la lingua, un architrave

legge il tono della stanza; la parola

indossa l’eco e sfila; il piancito regge

l’attitudine ai passi alti; la mezzeria

del fiato conforma il diaframma:

è una passerella al santo portato,

che alloggia in gola: il fiato la percorre;

soma il portento della voce;

questa è la pubblicità di una nuova

fondazione: così la pianta disegna

il carpentiere; siano o meno volatili

gli utensili del colore, l’ape dell’accento

poggia il rigo pendulo su chi piega

il muscolo dell’alfabeto;

orlo, innesto e forra, ruglia il sangue

e mette a fuoco il dente, lo forgia,

ne saggia l’offerta, conia  una parcella

magra, di fame, nemmeno un grazie, ma

sii benedetto tu che fai opera

degli altri vuoti (dico di me a costui);

questa consapevolezza fa presa nel creato;

l’esempio del silenzio trova adatto l’uso

del verbo migliorato con il suono, prima

viene la corda adatta, da sigma lunato,

per il fenicio al siculo, l’alessandrino

cupo, il genio “appagnato / senza sapiri autru”

- chissà se ho scritto la tua lingua nel modo giusto 

per dire altro di me che tu intendi.

 

 

 

 


Id: 45053 Data: 12/11/2017 19:15:53

*

Le temps: un trompe-l’œil maladroit

 

 

Sembra essere molto tardi

per tornare a qualsiasi ieri.

Ogni data collassa, cede di peso.

Le date sono spalle malmesse

per quel ponte che l’attimo regge

solo a mente fresca.

 

Ah! Le lancette come bombardieri

sulle macerie: erano costruzioni

durate niente, per quel che in giro si sente,

o nulla o momenti.

La casamatta del cranio custodisce la guerra

di riferimenti: una cantina

inaccessibile in cui maturano i numeri;

spremuti, e quelli duri si mitigano,

nella ferita a quadretti.

 

Numeri spiegati ma intrattabili

non lasciano spazio a luci efficienti.

La notte spazza i viandanti con la luminescente

saggina dei clacson. Per legge, gli abbaglianti

lampeggiano ma i motori non devono tuonare.

L’età dei passi muove in silenzio un tanto al metro.

Com’era facile saltare il cancello al rientro del giorno

sulle gambe e col gomito in bilico

prima che si svegliassero l’acqua e il secchio nei portoni!

 

Fino ad un certo punto, e poi mai più,

una caffettiera si avviava al compito di scossa

nelle asperità del dormiveglia. Almeno

un altro borbottio passa dalla camera da letto

e mi raggiunge: non rispondo, come sa un uomo

che passa il tempo, che finge il bel sonno

ma tra le pupille invoca un punto o l’altro

che usava a membro.

 

 

 


Id: 45028 Data: 10/11/2017 17:49:44

*

Palabras de aliento por mi novio

 

 

C’è un senso nel viandare con un solo lume

acceso nella testa.

Marco Armando Ribani

 

A Marco

 

Se resti con gli occhi sgranati, mi sono detto,

sulla strategia dei contabili oppressi dalle date,

sulle date irriguardose dei doveri/dovesarai,

ma non ti meraviglia l’alito di un gladiolo

o il battito del neon a fine carriera,

non ti accorgerai che tuo figlio è partito da te.

Poiché ti è noto che il prossimo attimo è il risultato

di un algoritmo di battiti più gli aliti se, e solo se,

il cuore conserto divide il numero finito per l’uno

dato (fa lo stesso: la sussidiarietà del Decimo

emendamento, la conturbanza del quarto verso,

la mancata presa del portiere sullo zero a zero),

occorre tu prenda coscienza dell’enorme posta in palio:

lui deve seguire la sua strada; tu la salita non l’hai fatta

per godere fino ai piedi della stessa temendo ti si spegnesse il petto.

Perché lui dovrebbe scegliere la soluzione

che tu, stupido, non hai applicato passo passo?

Nemmeno posso costringerlo nel mio verso

che si perde.

 

 

 


Id: 44919 Data: 04/11/2017 09:28:28

*

Venerazione della sedia

 

 

È un residuo della stanchezza che acuisce l’autunno.

Provo sdegno per aver visto un uomo

fatto a pezzi da giovani iene in un luogo

non suo né loro ma patibolo comune.

Sia sempre che le vittime non perdano la testa.

Un viale vero mostra il concistoro di lembi,

verdi al tempo della predicazione dei semi,

liberati dagli omeri dei tronchi.

Quanti pesci rossi cadono dall’alto

e prima di boccheggiare si sentono le ascelle

dei piccioli scricchiolare per tenersi a galla.

Si diffondono squame a tinte roche,

a cordini staccati, dalle parabole inascoltabili.

Come un affetto reciso, un canto spezzato.

Qualsiasi bene si sfoglia: e più annuda il costato.

Come credo tra i lombi una saittella si otturi,

poi la mente rastrella, aggruma, non distingue la grata.

Non è esattamente inverno per lo straniero colpito,

ma il freddo cala sulla vicenda al modo di ripassare in fretta

l’invisibile confine dello scempio.

La stanchezza chiama con tono soffuso: siedi,

diventa vicissitudine della notte.

Oppure nota a riposo.

 

 

 


Id: 44889 Data: 02/11/2017 09:45:54

*

Turbativa d’astri

 

 

Il vero problema è l’immaginato.

Appare sulla retina non l’oggetto

ma ciò che a memoria abbiamo toccato.

Osservo una ruga: non arriccia lo specchio;

nell’ottica di un frangente anche l’anagrafe

diventa un fiore all’occhiello, lo stelo minuto

dietro il bavero del tempo.

Da un punto parte il futuro, ma non so

dove è passato. Non saprei trovare quel punto.

E’ soltanto uno, diamine! Oppure sono troppi

e tutti fanno la stessa strada. Chiudi gli occhi, e luce fu.

Allora, Isaia si alzò tra gli astanti come un cedro dritto

prima del rimboschimento. Assalonne fece segni

convenuti per zittire Gioele pieno di  invettiva

contro gli Assiri; il sacerdote mostrò il frutto

precedendo la gemmazione di un’altra stagione:

”Non ci sarà più un bimbo che viva solo pochi giorni,

né un vecchio che dei suoi giorni non giunga alla pienezza.”

Ed io, non tanto vecchio come allora, riflettevo

che questa è la poesia, pur non sapendone

e stando tra tanti che professavano di conoscerla,

frequentarla, addirittura ne facevano ovunque!

Avrei dovuto sentirmi perso; però no!, non lo ero.

Ecco la piega che non prende lo specchio presente.

Anche a me è accaduto (succederà anche a te, ne sono certo)

di sperare diversamente, e oltre, il circondario del campo

del Seminario o ai Salesiani, ma senza più poterne uscire.

Da ragazzo, i muscoli si formavano

sul terreno dei santi che, per la gibbosità dei rosari,

a quanto pare mantiene in alto i passi e le mani.

In seguito quei paradisi si sono svuotati,

come se per i crediti del cielo  

occorresse un piano regolatore meno effimero

della figura del cedro.

Da quel giorno, Isaia non tornò più sull’argomento,

benché richiesto. Egli considerava profetico che:

“perché il più giovane morirà a cento anni

chi non raggiunge i cento anni sarà considerato maledetto.”

Non ebbe il tempo di verificarlo,

e spero non tocchi a me, o a te, contraddirlo,

ma le rughe tra loro già ne parlano.

 

 

 


Id: 44841 Data: 29/10/2017 18:29:16

*

Effimeride

 

 

Non ho più creduto alla terribilità dei fulmini

da quando ho scoperto che Giove si riproduce

per mitosi; ed è quindi un fungo.

Nel sottobosco della ionosfera, in quella

che normalmente è la nuvolaglia di mezzo,

c’è un bell’ambiente in cui aquila e cigno

non coesistono ma si inseguono.

Prima che venga sera, il mio grembo

avrà una eco gemella del mio signore, disse Leda

parlando alla portinaia. E il suo uomo

che non ne sapeva niente, vide il lampo

riflesso dal gocciolatoio sul lavello.

Non si rese conto che quella tumescenza

era più veloce delle saette del Catatumbo.

Oppure, la donna esprimeva assenso materno

benché un uovo non è esattamente

figlio di una provetta!

E in uno almeno la poesia trovava i suoi numi,

il che complica la Nemesi

per le rivendicazioni di genere.  

Anche la narrazione entra in gioco:

qualsiasi parola è spora di un effimero

quotidiano chiamato respiro

finché si replica.

 

 

 


Id: 44796 Data: 26/10/2017 20:31:03

*

A saggio

 

 

Luigi: amabile; e per ciò amato a braccio,

oggi buonanima a sangue freddo

nel conglomerato dei simulacri, sopra

la biancheria con infioriture gialle

sul comodino di noce pressato dalle luci votive

che tarlano a spegnersi, era un buon soggetto.

Senza dubbio il migliore dei complementi

quando chiarivano che fossi figlio di.

In pratica, un uomo con pochi verbi, ideale

nell'attesa dell’età che dicono giusta,

quella che avvia i tuoi guai; per niente

pesante, eppure roccia, selenite da mare.

Con la sintesi della vendemmia vive oggi

nell’uva costiera che in gola porta il suo

succo spaesato, nettare allo spasmo.

Dio solo sa quante sardine ha costretto

a seguirlo in riva alla tavola, quando in vita

una parola era discreta cintura della fame,

a cortezza variabile, mai intimidita

da medicane e dal marmo.

Il mio nervato bianco qui ci separa.

Il molo del sacrario emerge nella foschia

costiera, imbarcadero delle venature che vanno

a dorso del colle, convenuto di mortella e ginestra.

Tra gli assi scarnificati del suo scafo laborioso

alla via nel secolo ventesimo, breve corso

perché noi siamo piccole case a volte arabe,

non ci è voluto molto all’abile artigiana

restituire l’organico al minerale

e, a me, i nostri minuti passati,

che sono poi presenti e futuri sostanziali.

Come nelle mareggiate, qui i muscoli labiali

si saziano di sale; ancora qui le sue mani

cotonate dal cordame, profilate dalle unghie ocra;

qui i righi segnati dal catrame delle nazionali

- il suo fumo mi ha reso dipendente prima che occupato -

e pure contagio, quindi, grafite del mio corpo:

ora come ora torni a salto.

 

 

 


Id: 44721 Data: 21/10/2017 18:30:53

*

Corsa a perdi stato

 

 

Io corro. Normalmente corro.

E correndo accelero il giorno.

Normalmente non mi allunga la vita.

Quello che dura è duro, il molle s’informi.

Nasce così la sensazione ‒ in forza del foglio

oppure fossile dell’età del gioco ‒

che i miei passi aumentino la velocità

di rotazione del pianeta

sul dito del giocoliere Atlante:

il titano che mi pensa criceto.

Vedi, amica mia, amico!, ti seguo a ruota

per l’esercizio del cuore millantato

che in via eccezionale sopporta un traffico

stupefacente: a tratti mobile o in fermo.

È significativo che solo ho amato riamato

due uomini all’impazzata: ad uno

sono sopravvissuto, l’altro mi sopravviverà.

Questo la dice lunga su quanto duri il respiro.  

Tutto sommato gli organi reflui

appesantiti da un affanno circostanziale

riposano meglio nel futuro prossimo

che in quello già remoto per ora,

e ore spero.

 

 

 

 


Id: 44696 Data: 19/10/2017 20:31:10

*

L’iniziale

 

 

Riporto qui l’iniziale, l’avvento di questa

figura sfilacciata dalla nebbia, trapelata;

lungimirante, certo, quando fu necessario

imprimerla come il timbro; e non solo

per questo continuo a trovarla sanguigna

emme. Sollievo come due colli sul ventre

in una notte ruvida, vetrosa, di contenimento.

Emme priva di indirizzo ma che risiede

o in un papavero o più in alto verso il frumento.

Emme che non parla ma dice, iniziando da altro,

proseguito in questi segni, ogiva del suo spirito,

aumentato dagli affanni, esaudito nel gesto

godibile della fonte ripresa dall’acqua.

Emme temeraria con il coraggio dei porti

naturali, delle baie più grandi dei mari

che accolgono carghi sconosciuti e piedi

privati di orme o, comunque, di questo lato.

Emme traghetto con la stiva tra le anche.

Emme congiunta al legno, emme di miele.

Emme contagiosa per il trasecolare diffuso,

quindi eterno, incessante, seno universale.

Emme sorniona come stella, come tratto

del raggio, ossia luce che chiede spazio

e annienta le setticemie oscure del cosmo.

Emme convessa che scorgeva da lontano figli,

da lontano chiama figlio ciò che si perde,

da vicino sussurra padre l’umore nel palmo

fiorito dalla terra nel punto in cui ha battuto.

Emme che sopporta l’eco del lamento

e ripete che il chiodo fuorisce: “fuori esce

dal mio petto quando nel suo entra e fora.”

Emme attraversata dal mio corpo, complice

l’alfabeto che le toglieva la parola primitiva;

emme che mi hai lasciato più dritto del rigo,

più preciso dei quadretti, spillato da quaderno.

Emme con le scapole non alate ma di piuma,

emme volatile come ogni finito terrestre

che ritengo a mente porziuncola del sempre.

Emme votiva, statua di cellule contuse

dai ceri sfiammati eppure ancora in cute.

Emme di Matilde, come di Madre:

come meraviglia, persino in morte.

 

 

 


Id: 44645 Data: 16/10/2017 16:27:04

*

Con cosa ti ho colpito

 

 

In tutte le misure

l’acqua mostra un potere immenso.

Cambia e adesca terre,

supportata come tabarro fondo

o toga luminosa.

Nel millimetro è sorniona,

pronta a diradare una folla.

Nel metro è congiunta,

guarda quanta ne raccogli.

Nel miglio è marina,

per chilometri nelle vene

di continenti interi

e tra i continenti è ponte

sul quale le chiglie confabulano

e i piedi si arrestano.

In pieno universo è fonte

di una rete oscura

che pesca pietre e gela

le claveline delle comete.

Non può essere ferita:

si chiude troppo in fretta.

Ma se ti chiamo acqua

perché non corri?

 

 

 


Id: 44606 Data: 13/10/2017 17:34:41

*

Coll’uso

 

 

Portano al naufrago un remo intero,

e uno inservibile perché non c’è.

Accompagnano il gesto e l’oggetto

con un sé remoto rimesso a nuoto.

Parole che l’assente non conferma.

Neppure udite, quindi, né meno perse.

 

Il soccorso è una maglia di lana,

intima e usurata, pregna di afrori

che generi, e aloni come corone.

E’ un must per i marinai spiaggiati

sulla penisola del divano. Così

io fondo il salotto di carenaggio.

 

La maturità dei porti non la vedi da

lontano, ma dal fondo partendo. Ma

non è per le mattonelle oblique che

i piedi poggiano divergendo il verso.

Il pavimento è la traccia più seguita

quando l’inquietudine piega la fronte

per sbarcare una passeggera tormenta.

 

Tuttavia, il parquet meglio rappresenta

la lisca della stanza, come avesse branchie

piuttosto che il diaframma del mondo

in una finestra. In quel punto, l’arco

solare scaglia le sue frecciate a bordo

dell’arietta capace di ottobre. Arriva

nell’ombra il gabbiano e viene il grido

col quale prende il volo un tacco.

 

Ci sono porte in casa che se non apro

le sento difese. Ma, allora, perché sentirsi

alle strette per prendere il largo? Comunque,

quest’ala è palindroma di un’altra volata.

 

 

 


Id: 44558 Data: 09/10/2017 20:25:21

*

Da vero?

 

 

Sono sicuro che qualcosa di vero c’è.

Vero: non tutto è falso, non sempre pare.

Lo vedo dall’inutilità delle raffigurazioni,

definite artistiche appena, senza dar torto a voi,

al nume che vi s’impiglia, al metamero

della triglia cui so miglio e miglia fatte.

Il riconoscimento lancia un generoso

appello: tu ci sei, resto, e dove?

L’orizzonte è fittizzio anche scritto qui.

Virginale, l’ombra della coscienza suona

l’incoscienza dei morti, si sentì

(questo è da sapere, ma buio e consistenza

bloccano la visuale: il mio spirito

venne mattutino e aggiornato

al seno vizzo, scontato).

Non tutto il minerale è indossato;

so con certezza che si trasforma in noi

per annidarsi nella congiuntura tra l’orma

e il nucleo del pianeta (vero).

Non sarò per questo mai alto locato.

Intanto, è terribile che l’orizzonte sia solo respiro:

perso, si perde il vero falso.

 

 

 


Id: 44519 Data: 06/10/2017 20:19:34

*

Di una risposta come viene

 

 

Ci dicemmo che saresti arrivata nel verso

proclamato letto, convenendo

non sul perché ma annunciata dall’idea

in seguito portata: ora ci abitano

come caseggiati.

Così non di chiaro molto, è evidente,

però tu capisci

come si dovrebbero amare

gli animali domestici se bene

escano dal giro dei residenti.

I miei rifiuti, raccolti con decenza,

sono per me un’atto tenero.

Il contrario di cancella è

correggimi, se non sbaglio.

 

 

 


Id: 44478 Data: 03/10/2017 22:13:46

*

Allo scomparso sarà data ragione

 

 

Oggi mi sento cosmo nel cosmo.

E tutto ciò che vedo, tocco o ascolto

è cosmo, ma in pectore, come me.

Anche quello che rumora in sottofondo,

o romba e spiattella atomi ovunque.

Il mio universo confina altri universi:

un numero indecifrabile finito qui.

Vedo tutto, tocco tutto, ascolto tutto:

tutto è il poeta morto che vivo ricordo

e ogni cosa sua, e animale che gli parlò,

e, pure, onda che lo annegò: lui

non smette di lievitare nel fosso stellato.

Oppure è una immensa camera di scoppio,

motore di innumerevoli motori

a scappamento ridotto. Il fumo, amici,

fa male innanzitutto al tabacco e la voce, cara,

rovina la cornucopia del petto. Solo afferra

questa bolla di gas all’oscuro

delle incredibili reazioni che scatena,

ma dolce e amara spingono le mani con giunti

la sua vena triangolare,

come una insegna del miracolo a vento. L’abisso

pieno di rotte ben oltre le tavole: un fardello

senza pari può su portare.

È un precetto di bordo segnato dal mare fondato.

 

 

 

 


Id: 44457 Data: 02/10/2017 17:10:47

*

Principio di sollevamento

 

 

Potreste obiettare che è affondato l’Impero

per il semplice fatto che il Siceliota

austero non rivelò se galleggiare attiene

ai polli quanto a ciò che li sostiene fino

all'ultimo boccone. E sareste come le genti

che fecero leva sulla sua mente. Così

il contagio del dialetto geniale fu vinto

da una lingua letale.

Tutto quanto sappiamo - la prima scienza,

intendo, fino all’ultima coscienza del saggio

- è per l’osservazione molto più che premio

alla ragione. L’accaduto fu registrato

nelle strutture ingrate di quel certo ambiente

di marmo e kòllema fiorito inconsciamente.

I segni agglomerati sono rimasti e, benché

la pietra riduca la storia vasta alle ossa,

ciò che non si mostra per intero è indice

della mano ricostruita al vero, non sempre

reale come resa dove si sostituisce

alla parte lesa.

 

 

 


Id: 44431 Data: 30/09/2017 10:10:57

*

All’epoca dei fatti

 

 

Poiché a noi è concessa soltanto un’era

dell’universo, osserviamo le briciole

supponendo siano di un pane intero

e vogliamo capire chi lo ha fatto a pezzi.

Lui, invece, resta di ghiaccio e non si cura

di una dichiarazione del genere. Preda

di una bevanda oscura in una hobbleskirt

coperta da brevetto americano, ci tiene

come effervescenza tra le tante bolle

che arrivano al naso, ma non vedono

il capo. Tutto questo dà euforia e la vista

aspetta echi senza alzare la voce. Quel

colore di tumefazione, quel colore è preso

dal viso quando le risposte ti sfuggono.

Saremo bevuti, ma spunteremo ancora

dall’oriente del nulla come sopra viventi,

non superstiti, piuttosto reduci dalla messa

a terra: nient’altro ci serra. Là fuori

regna la mutazione, intesa dai cuori

come crasi di movimento silenzioso.

Non ho esperienza diretta delle onde

di fondo, ma dicono sia l'inizio raggiunto.

La gravità si diffonde come una formula,

al suo passaggio un pensiero distorce tempo

e luoghi di vecchi discorsi. Una qualità

enorme servita al padre di tutti i padri

insegnando a tavola la forchetta ai figli.

Anche presa da lontano, questa idea

non allevia la fatica di doverla sostenere.

Ossia: parlo senza il travaglio della credenza.

Lascerò che un altro dubbio mi sorregga,

una scansia inarrivabile sulla quale poggio

nulla che sia a misura di buona prova.

Come un sestante mi pongo all’angolo:

non calcolo, lascio il controllo a chi ha vista.

 

 

 


Id: 44413 Data: 28/09/2017 10:41:56

*

Dell’ultima lettera ai quattro venti

 

 

Mi è giunta una soffiata: Eolo non c’entra

con gli abiti sollevati dai corpi tremanti.

Li aggredisce la marea delle mani; e l’opera

d’amore, che non è presiedere le convenzioni

sull'argomento cuore, batte sui martelletti

vocali e viene il mormorio come a riva

struscia la chiglia e ruglia l’aria sulle creste.

Perché non esiste la calma se qualcuno soffia

sul collo. L'atmosfera in quel luogo, sia esso

buio oppure inutilmente al sole, con uno strumento

invisibile, magari, fa pressione - io so -

da una parte all’altra della carotide,

poi accalca suoni l'emozione chiamata terrore

restituendo le onomatopee del corpo

o della resistenza ai colpi.

Vorrei conoscere a fondo i quattro cardini

della sua rosa: tramontana, levante, ostro

e ponente, tra i due seni, la corda vocale,

vibrante nord, e il ventre infuocato deserto.

Li avvicino con una banderuola che ruota,

e ruotando indica che: ognuno di voi è salubre

fino alle ossa, poi sbatte la porta e il dolore,

già sulla soglia, fa fatica a mantere colonne

di fogli di riso, come sumi-e rosso labiale

(questa “e” oltre a congiungere pigmenti diventa

pittura nel luogo in cui c’è: non il bacio

ma il suo mito vergato da un ricordo). Nulla

cambia per le fossette se gli angoli

della bocca aprono il fusto dei fianchi;

e tracolla il volto. Il viso è una bella platea

quando le ciglia applaudono; e salubri

dovrebbero essere i loro intermedi: gregale,

scirocco, libeccio e maestrale, diciamo la mezza

misura del naso, le gote scoscese, la fronte

a picco, la gola più adatta in quel punto.

Tornando all’amore, con l’aria che tira,

è chiaro che un’isola percossa da folate

sarà solo uno scoglio. Questa congettura

diventa assassinio - each man kills the thing he loves - 

quando la violenza trasforma il desiderio

in una maledetta psicosi. Sembra una diavoleria

ma è un soltanto il vuoto in un uomo.

O rosa, abbi cura di te da sola; e sola

guardati dal vento di controvento, anche  

per questo ti amo, come amo il prato ma

non lo pianterei in salotto o, desiderando

dormire tra verbena e rosa, non n’eradico

per adagiarle nel mio letto. Men che meno

soffierei il seme su posto.

 

 

 


Id: 44344 Data: 23/09/2017 18:16:44

*

Della prima lettera al potente Impero

 

 

Dal mio punto di vista, o potente, siete

immane. E il punto dal quale esamino il drappo

starsandstripes, con l’intero firmamento in stato

di guerra, è meno dell’eco che l’occhio recupera

dal vostro raggio. Tanto più grande la forza

quanto estesa tra due oceani la polveriera

che chiamate terra.

Ecco il punto: niente vi ferma, né la natura

violenta, né la violenta mano che l’ha preceduta.

Come la vite aggressiva e tentacolare, eppure

piena di nettare di dee, la fondina dell’uva

ballonzola al fianco degli ulivi e sulla spalla

dei ponti pesa quanto resta di totem e bisonti.

Oh, a noi bastarono cesari e crocchie sempiterne:

ne abbiamo aspersi fanghi col sangue puro! Ma voi

non vi fermate mai. Da seicento anni marciate

in avanti e in alto, con il sistema del santo metallo

e il cuore di silicio. Che meraviglia!, il muscolo

del doppio continente ha superato il plaid

che l’ossido di carbonio ha ridotto a cencio

appeso ad un filo sulla terrazza del cosmo.

Il vostro dominio si infila verticale tra lune

che auspicano un nuovo nord, e bussole

che ormai segnano solo il tempo perso,

santabarbara planetaria dall’orbita intrasigente.

Fatelo fuori, o potente Impero, asciugate la sfera

se il rosso vi scuote: comunque una vena resta

e comprende l’arcobaleno che le corre dentro.

 

 

 

 


Id: 44317 Data: 21/09/2017 22:56:56

*

Della prima lettera alle donne in genere

 

 

Desidero dire alla donne che amo l’acqua

che le disseta, immagino sappiate perché.

Come invaso, da una a riva a tutte; come

l’ultima goccia, al limite del mento volitivo,

solitaria eppure avvertita persa, rincorsa.

Penso ve ne siate accorte, benché non pare

mostriate attenzione a questo satellite rozzo

incatenato nello spazio delle vostre orbite.

Al vostro cospetto mi sento come inatteso,

sconosciuto, infine stazionato, anche superfluo.

Oltretutto certo di non attrarvi abbastanza.

Francamente, non mi metto in vetrina

perché mi sfugge il senso da voi cercato

nello specchio occasionale quando anch’io

mi guardo e mi trovo tale, purtroppo

privo di riflessi pronti. Così vetri e manichini

hanno più fortuna di prendervi in giro,

ma io nel chiuso non vi terrei all’oscuro:

se potessi aprire una finestra nell’anima

vedreste il ramo singolare farsi fronda

per il nutrimento che il vostro sguardo aggiunge.

Ma il desiderio può diventare uno zoccolo duro

e in qualche caso calpestare la parola amore.

Aggiungo che qualora vi abbia dato fastidio

il mio sguardo insistente - vi assicuro che mai

ho creduto facile suscitare il vostro interesse -,

vorrei che le scuse affidate a questi pochi led,

che ancora mi servono, sollecitassero il vostro

perdono, giustificato perché l’occhio, le labbra

o le dita corsare vi raggiungono senza ceri

e la richiestra di una vostra grazia fu fatta

a priori con questa preghiera:

“Salve, Regine, quando mancate

sono in genere più vuoto.”

 

 


Id: 44265 Data: 18/09/2017 12:50:51

*

A memoria

 

(to R.C.)

 

 

Oggi ho aperto gli occhi come un sepolcro.

Un parallelo opportuno perché nello specchio

ho visto una pietra corrugata muoversi

verso destra, dal lato dell’occhio sottomesso.

Intendo che, se un cattivo risveglio c’è stato,

è avvenuto cercando di rimuovere la pietra

dello scomparso. Subito mi è sembrato

superfluo l’appello ai viventi: chi è dentro,

da dentro chiama e rispondo a memoria.

Ma la sola parvenza non giurerebbe sul vero

rinvenimento della grazia e della contumelia

data l’assenza della fonte che mi rincresce.

I fuoriusciti non mancano di denti, ma della

lingua che parla all’esterno. All’esterno,

in quel preciso momento, è nato un gioco

dialettico sostituendo una lettera:

nei vivi, la carne è presa dai verbi;

nei morti, la carne è presa dai vermi.

Appare quasi  in tempo chi per me recita

la parte dell’ora ed entra nell’orologio

con un passato lancinante: e qui ti volevo,

qualsiasi amico tu fossi.

Soprattutto, non ci sei come convenuto a voce.

Mi hai lasciato al di qua del tuo primo orizzonte.

Mi hai dato il compito di muovere la pietra

dal tuo nome, poi riporla sul tumulo che aspetta:

un simulacro da pensare nel limite dell’azzurro

e della sarabanda nel sangue, resi netti

per quanto adesso parlo solo di eri.

 

 


Id: 44227 Data: 15/09/2017 16:31:42

*

All’oca mento

 

 

E giù pretese come un falco: saremmo arrivati prima

librati al di sopra dei precetti e atterrati

per giunta!

Che sguazza nell’uomo

oltre il pensiero di bruciare più in fretta

di case e poderi, ma dopo ogni antenato?

Spirito dell’uragano! O spirito dell’acqua, a morirne:

a morirne, intendo, senza la perifrasi

della sofferenza anzitempo. Un pino si schianta

e due automobilisti inventano ricordi

che già c’erano: vivi ancora.

E anch’io falco, così: come tentando, vorrei dire,

nel mio corpo sempre meno originale

Un corpo perde originalità come qualsiasi

mezzo di passaggio - tanto più i suoi atti

comunque non mancano.

Sentivo, da Eracle, a fatica spintosi a una certa vetta,

per via di racconti censiti quanto dati miracolosi,

che la roccia è nuda, come se una neve di calcare,

del primo momento di fuoco procurato,

la ricoprisse senza la perifrasi della panglotta.

Sicché la fiamma multilingue aveva provveduto

ad incenerire il verde tailleur con cui monti,

alture basse, valli profonde, pianure infossate,

depliants

con belle passeggiate degli occhi

erano volati ai santi, quelli terrestri.

Atmosfere di guadi improbabili, in questo secolo

dai secoli a venire: magre e/o secche.

Ma il mezzo uomo che parla è di pietra già adesso

e su questa pietra leggo un pronostico.

Non guardo la bocca

che per le parole è la riga mossa

ma il segno tipico

del corpo che rifiuta l’ombra che la tocca.

Odo il dolore sferragliare più delle sue cause.

Perifrasi della vecchiaia, certo, ma cauta

proprio per l’attraversamento del doppio senso

di marcia.

 

 

 


Id: 44189 Data: 13/09/2017 14:16:05

*

Song of the porter’s son (white blues)

 

 

Datemi qualche passo in più

(hum) datemi qualche passo in più:

non chiedo altro perché non posso

(hum) datemi almeno un passo!

 

Non voglio che sia come una corsa

(hum) non ne avrei tutta la forza

quindi datemi quel passo in più!

- Ragazzo, usa i tacchi anche tu.

 

- Ho detto che vado fino a lassù

(hum) devo salire salire sempre più su.

Quanto è bello il signore del settimo piano

le scarpe di vernice e le monete in mano.

 

- Ragazzo, non hai che pezze sul culo

(hum) E’ la vita che ti scalcia da mulo

- Datemi adesso qualche passo in più

(hum) Datemi almeno un passo in più.

 

Finchè il signore del settimo piano

ha quelle scarpe, mi negherà una mano.

(hum) Quindi voglio andare più su

Datemi almeno una moneta in più.

 

 

 


Id: 44183 Data: 13/09/2017 10:11:18

*

Una vicenda continua mai compresa

 

 

Dafne, prima di alloro, con un cappello a cloche

e un fiocco verde, già fuggiva alla mistica

aggressione del tempo:

“Apollo è un furfante carrozzato, un dio

ingiustificabile, tende al sole, getta ombre

sull’Olimpo, come quelli della stessa risma.

Marmo d’ufficio e carta bollata, con testi assorti.

Io li condanno, avverso le deità perchè vengono

nei templi a tentoni, a braccia con serti, a scrocco,

e non c’è modo di apparirgli senza ferite.

Sono come noi, solo come noi siamo noi;

non di versi gli abietti – di poeti ne ho conosciuti

solo in pectore.

Niente può essere soprannaturale se di umano

concepimento, anche nella cerchia del sintomo

e della conseguenza, del giglio e della folgore,

del visto e, ancor più, del sentito: dal carbonio

alla parola, credo.

Di calibro uguale i miei conterranei: coinvolti

da una certa atmosfera vengono presi dall’ansia

di possesso, cedono al potere di acquisto

come all’acquisto di potere. Si spendono a vuoto.

Che c’è di sovrumano, quindi? Lo sforzo vero

è del neutrino, dico io, che ha le sue ragioni -

talché il semplice elemento, uno all’anno,

interagisce con il corpo senza farsi vedere,

ma qualcosa ci trapassa, e lo vorremmo,

con gentilezza, nei limiti della pelle;

in tal modo labbra mani conforti provano

a toccarci ma non c’è contatto, nonostante

la violenza lasci un segno, afferma la scienza,

esatto se possibile.

Ho rivisto Apollo: un tiro dei calabroni.”

 

 

 

 


Id: 44159 Data: 11/09/2017 13:02:46

*

Nato per casa

 

 

Tutto quanto un tempo non c’era, ora c’è.

E’ quasi vero il contrario, oppure

molto è cambiato inavvertitamente.

Io, certo.

Quanto è certa la casa in cui sono nato,

quasi vera come allora.

Cos’è mai allora?

Tanti gatti non ci sono più, le persone invece

si legano con una domanda: dove sei?

Lo sai dove sono, lo sai come.

Puoi partire da loro

e insieme ritrovarli all’arrivo.

Un po’ contraffatti dagli eventi, ma perseveranti,

più che altro si occupano di sicuro.

 

 

 


Id: 44100 Data: 07/09/2017 12:20:24

*

La restituzione del mar tolto

 

 

It had all been working so well and now,

Well, it just kind of came apart in the hand

As a change is voiced, sharp

As a fishhook in the throat, and decorative tears flowed

Past us into a basin called infinity.

J. Ashbery “Vetiver”

 

Essere d’acqua è innanzitutto fuorviare la luce.

Che lascia la sua fabbrica per te,

che non ti trova nel luogo cui sei tolto.

Questa quota è raggiunta dall’anima

se, oppure quando, lo scafandro

dell’avverbio ancòra diventa àncora lì.

In pratica, il raggio nel suo verso diretto,

trapassa le spume e si rafforza spezzandosi

privo di vescica natatoria.

Fino al punto in cui i sottomarini

diventano pesci lanterna e aberrazioni

dal corpo fluorescente.

Come i pensieri più intimi che non hanno spine,

ma atti remoti.

Vengono spinti dall’acqua come dice eureka!,

verso alto, talmente alto, che la limpida urna li contiene

nel salotto universale.

Attraversano strati a più riprese, parole lì messe per aria

e altre incomprensibili onde che furono tue

e continuamente vibrano stelle.

Oh poeta, mare frugale del basso porto,

ho una goccia di conoscenza cui non so più dare bacino!

Non avverti lo sciabordio di una chiglia

rompere il silenzio del tuo abisso?

Ti è servito avere tutti quei moli

per i pochi saluti che attraccano?

Sì, una bitta resta libera per nuove cime.

 

 


Id: 44068 Data: 05/09/2017 10:08:55

*

Della prima lettera a Lui

 

 

Egregio Signore,

dato l’ovunque da Voi frequentato

tra goccia e mare, nella goccia e nel mare,

dal fondo salubre al fondo fiammeggiante,

nel fondo terrestre e nel fondo stellato,

accertiamo l’inspiegabile irreperibilità

che già Vi distingueva,

nonostante testimoni di sicura fede

affermino la presenza di almeno una Vostra orma

sulla pur assolata e/o miserevole spiaggia umana.

 

Il nostro Ufficio Certificazione per le Entità Sovrannaturali,

del quale qui si risparmia l’acronimo, impiegato

in altre faccende di palese contraffazione del vero

per comprenderne il vitale mistero

- leggasi semplicemente: credenze tra si dice e si pensa -,

è coinvolto nell’inchiesta su alcune voci

che Vi attribuiscono la stessa latitanza, oltremodo comune

tra i colpevoli, ma ci pare

ancor più caratteristica, fuorviante

di chi, giunto al potere per autoproclamazione

(si cita la premessa inequivocabile: “Io sono il Signore [...]”

eccetera, con tutto il ben messo seguente) fatta in luogo isolato e,

pare, ad unico orecchio, incisa su pietra

con arte prettamente umana,

in cui è possibile ravvedere non già la dichiarata divinità,

quanto un mero artificio dell’attributo nascosto.

Con rammarico annotiamo che,

pur avendo bussato a numerose porte

finemente a volte

incise, regalmente terrene, e ai battenti aperte,

tali indirizzi risultavano comunque deserti.

 

Rimettiamo questa comunicazione agli atti del vento,

nostro e Vostro efficiente messaggero

che, si spera, consegni con obbligo di ricevuta

l’invito a comparire almeno a tempo debito.

 


Id: 44032 Data: 02/09/2017 17:32:50

*

Perché non ti ho amata prima

 

 

Certo, ho amato tanto, ma non sapevo chi.

Certo, ho amato tanto, ma non sapevo chi.

Chi era ovunque e trovarla si rivelò

piuttosto semplice.

Tu non c’eri mai, sicché eri quando non chi.

Chi si presentò con cento corpi

e mille erano le storie che portava.

Oh, per carità!, tutte amate a loro misura

per ciò che attendevano ma non io,

per quanto facessi, collimavo alla loro.

Chi fece la vita aveva ricamato i miei giorni

con un cotone che non le cuciva a me.

Chi, ricordo, fu a volte vittima e altre carnefice:

vidi i nostri sangui mai confusi, alterni, sì,

o contemporanei, ma sempre distinti.

Ma chi oggi lo so fu indispensabile

a portarmi a te, altrimenti non saresti

amore, angelo e rosa.

Chi mi sembrò questo,

ma non solo questo sei tu.

 

 

 


Id: 43986 Data: 30/08/2017 12:13:40

*

Nondimeno

 

 

Si fa presto a chiedere ancora uno spicchio,

ma la vita non si taglia a fette: è intera

o non è.

Si fa presto a dire sera. O me ne torno a casa.

Dov’è più quell’accidente, la porta socchiusa?

Ora è una entrata di scene,

attori, comunque.

La casa ha quattro musi: se si apre la bocca,

una finestra sbatte. Quanto tormenta?

Tutto il suono ch’è meglio udire

prevede il silenzio,

e il silenzio mantiene: casa, porta, finestra, salute

a noi, e a voi che non vi assistete da fuori.

In questa casa non entrano parole, nondimeno

i gatti si curano il pelo.

 

 

 


Id: 43954 Data: 28/08/2017 10:56:08

*

Comunque si faccia, si farà

 

 

Come un seme sfrontato

che ha per posta il cielo

e prova spedito la consegna del suo fascio

di nervi tesi, Gil va dove ha cuspide

la parabola del sentiero.

In pieno coglie la notte dai petali gialli.

quando il polline dell’alba lo sazia

quando i fanali per questo si chiudono.

Liscio come uno zimbello, se ne infischia

di chi viene o si ferma: il suo richiamo è

come i motori a scoppio con le marmitte aperte.

Ha un vocabolario stridulo,

acuto quanto basta agli esami

per un titolo lungo che con la luna non serve

ma nei sogni, oh sì!, è indispensabile

vegliare. 

Sembra una torre campanaria, io la sua pieve.

Per intenderci: le nostre porte si aprono

su silenzi diversi.

E’ certo che il suo mattutino

introduce meglio il mio vespro.

Così mi dona un altro tempo.

 

 

 


Id: 43930 Data: 25/08/2017 18:56:48

*

Don’t take my word for it

 

 

Questa sete è degli antichi viventi, i più giovani

sono portatori di venti. Forse trenta borracce;

oggi le trovi vuote, ma domani

alla fonte del loro tempo comincerà il travaso.

Dunque, era questo all’avvio:

un gioco di aurore plateali sul litorale,

o di gialli tascabili nel pomeriggio che ora

poco sfoglio, mancando il vizio delle notizie,

alla radio, alla compagnia tipica dei pesci.

Ieri, il paralume finto cinese si è acceso

all’improvviso: per poco meno, una strana forma

come una grazia viene dal più alto stelo possibile:

la botte dei venti primitivi.

Una spremitura di aria fritta, credo maggiore

dell’intenso bombardamento tardivo:

sembra una follia, ma è possibile

che a scriverlo sia un universo

piccolo piccolo.

 

 

 


Id: 43908 Data: 23/08/2017 21:47:50

*

Così rispondo

A JeaNando, a Gion:

grazie alle vostre voci.

 

Mi chiede della poesia cose che non so

così rispondo che Ettore giaceva

come un grano di silice cristallina

nel senso della sabbia.

Libero di salire ai numi

ma non di alzarsi su di loro.

Ilio - se di Ilio si trattava,

piuttosto che Caraibi o York o Pietroburgo,

e qualsiasi posto in cui nascono e muoiono

questi suoni più vicini alle ferite che alle garze -

le mani sfatte dagli scritti, appare a ragione.

Negli esametri epici, il guerriero è stuprato

dalla ferocia dell’aedo che lo attraversa

col canovaccio della voce. La poesia

è quell’uomo riverso sulla spiaggia

come un grano di silice cristallina:

guarda, respira ancora.

 

 

 


Id: 43826 Data: 17/08/2017 00:44:44

*

Ho fatto appena in tempo

 

 

E’ facile dire vivo, ma non basta una trama da soli.

Se indossi il minuto, reggi il filo per tutto il tempo, piccolo

orologio, subacqueo come le intenzioni,

opera viva queste ultime, ma da ore sommerse.

Il fine è prendere possesso degli occhi:

a loro comando le mani si toccano,

e dici qui batte qualcosa

con l’orecchio che poggia sul paiolo.

Prendi il remo da uomo, in pugna uomo!

Tanto è fuori di sé lo scalmo,

che il rematore investiga la fiancata.

C’è il grasso, c’è la bracciata pluriennale, c’è

il respiro guarito e il naso a fiocina.

Nella fase di leva, il giorno è un secco esercizio

di progressione nei pori del maestrale,

la resistenza dell’acqua è organizzata in drappelli

di onde, ciniche a prua, infagottate in schiume oleose

a poppa, ma un legno che le abbia aperte c’è stato.

Vorrei essere così turchese. O una goletta.

Ogni asse, tanto ordinata, perfetta nello specchio

sul quale galleggia per la voglia di respirare: rossa la chiglia,

bianca la pancia, celeste la murata prima del cielo.

Tutto il fasciame del rigo che trattiene sale,

la parola orizzonte

come baia, seno; capezzolo lo scoglio sotto un panno verde

d’alghe che a stento lancia gli spruzzi

formicolanti in aria.

Ho atteso abbastanza e prendo

dalla barba a gambe levate.

 

 

 

 


Id: 43809 Data: 14/08/2017 14:36:27

*

Da goccia a scroscio

 

 

L’afa, che scioglie la timidezza come grasso dai puri,

sollecita la formula: “Quanto dura?”

E’ la battuta che evoca la fine del discorso,

perciò è moto comune

socializzare non all’ingresso ma negli ascensori.

Salendo, c’è più tempo

di notare le sillabe toniche su piani diversi,

come aloni delle parole.

Tuttavia la goccia si forma nella ruga:

il viso appartiene al culto del colpo,

anzi, la pelle è il vivo sacrario delle ossa

e amenità di afrori.

Manca quell’anima che le fa da costume.

O, tutt’al più, illude.

Nella calura, l’ostia del sole non è la sola

che dà comunione.

Nemmeno il succo dell’ombra viene dal frutto dei muri.

Penso ad una insenatura.

Penso all’acqua del fico ai piedi di un hotel, poi abbattuto.

E l'uno e l'altra lasciano tubi.

Penso al tuo vento come sorgente.

Perchè ti parlo con tanto sconforto?

La città è un forno malandato. Le strutture di cemento

dilatandosi parlano chiaro: l’afa crea nei giunti

qualche turista a caso.

Gechi sfuggenti, o pelli mutanti.

Le fontanelle fanno fatica a giustificarsi:

dove manca, l’acqua comunque non ci bada.

In questo contesto, le strade vivono dell’onomastica

che diamo frequentandole a seguito di, a parte i cartelli

di soste vietate, passi insicuri

che oscurano il cielo all’asfalto; così mi fermo

con l’afa alla porta, le braccia scadute ad arti

in disuso.

Il mio pallore, visto a maggio, ad agosto

è una goccia portentosa per similitudine.

 

 


Id: 43780 Data: 11/08/2017 10:33:23

*

Ti ricorderò con me, in fondo

 

 

Benché la sfera affettiva contagi il braccio

fino a farne circonferenza in vita, dell'unica

che ancora posseggo e mi possiede, un corpo

più è lontano più torna a notte fonda.

Mi piace cercarti in quel vetro che termina

nello sguardo, in un riconoscimento che manco

perché non passo più lì sotto. Eri nello studio,

nel tinello, o cos’altro era quella sorta di pelle?

Appena trattenuta, ma quasi vi si appoggia, l’ala

della casa che abiti adesso, sconosciuta perché

non passo lì sotto. Non saprei dirti

in quale punto di via Gonzaga tu ancora richiami

all’ora. E quell’ora che viene a nome tuo, albina

come ogni altra soffusa visione a notte fonda,

consegna croissant caldi al quarto piano.

O era il quinto, il secondo, il settimo cielo?   

Le strade hanno di buono l’immaginazione:

le vedi a pezzi, adesive solo ai portoni,

che non si aprono se non stacchi gli occhi

dal quotidiano che scorri. Sono cronache veloci,

composte dalle linotipie delle bocche e come

gli articoli danno genere al fatto che ti racconto.

So che ti esponi sempre a mezzogiorno,

ma non con lo stesso azzurro (sotto cui passammo lievi);

so che indossi il minuto con sofferenza, appena fuori

dallo studio, dal tinello, da cos’altro è una sorta di pelle.

So che doni le tue gambe all’aria. So che i maschi

ne calcano il vento e tentennano nell’opera di rinvenimento.

Non so in quale strada questo avviene, ma so che essa

prende consapevolezza di non essere solo asfalto

quando la frequenti.

La mia creatività sceglie la vista che le va a genio,

trova un riferimento al citofono che ha cancellato

il tuo cognome privo di lettere, come tutti i corvi

dei microfoni che gracchiano  “chi è?”

Ancora vago intorno per ricollocarti nell’afa in un poco

d’ombra. Nell’afa, gli assenti incoraggiano

il sudore per la fatica di vederli liquidi, immobili,

e il mio fiato, timbro catarroso di un pensiero

che va raffreddandosi, fonde idee, o le fonda.

Non è un modello d’amore tutto questo,

è una pietra e con essa ho fermato

l’onda che saliva in bocca.

 

 

 


Id: 43746 Data: 08/08/2017 11:48:52

*

Della prima lettera all’Artista citato *

 

 

Ineluttabilmente questa Terra non è d’acqua.

Ma è possibile navigarla a lungo.

Metto in chiaro subito

che il vascello dev’essere fatto ad arte.

Niente chiodi, ma cunei di legno sul fasciame.

Caviglie è il nome, non meno del passo.

Posso dirti che il poeta è un naufrago che canta

a perdifiato, e lo perde davvero

se fa per affondare,

però l’Artista somiglia a Dio come nessun altro.

Dio, in arte, si fa chiamare miracolo

e alle tue mani questo passa.

Torno alla prima affermazione: se l’acqua

santa è di questa terra, diventa improrogabile

l’ascolto quando viene in circolo.

Ossia:

il rigo che benedici, ti attraversa

con la voce in ginocchio.

Io ti viaggio quando posso come un molo

come alleggio

della verbena e delle acacie, del capitello e del barocco,

del  fuoco della montagna eretica,

del gambero e della parola gorgo che mi attrae.

Ali, si direbbero, mosse ad Arte,

come citato

dalla lingua a vela.

 

(*) ad Arbadom

 

 


Id: 43694 Data: 01/08/2017 19:46:02

*

Sto nello spazio da tempo irrisorio

 

 

Una dritta sulle orbite mancherebbe della gravità attuale

e, più  che la scienza, la curiosità impiega la ricerca

nella vaga, ossignore!, imprecisa rotta dei rematori

(dalle secche dell’Universo affiorano

santabarbare inchiavardate e fonde, vele a cottimo,

capitani in saldo, ancore canute e cuochi in scatole da notte:

l’oscurità è la forza d’animo delle stelle, ma quello

che non rende è l’alfabeto degli uomini).

Uno di noi raccontava la straordinaria figura

di Hawking. Ho pensato di lui: la mente

è cura o condanna del male che spetala

la carne migliore: il tessuto già scomposto in vita,

per via delle rughe croniche, confabula lucido

da un buco nero tornato alla luce.

Quell’uomo è molto più grande di noi messi insieme,

enorme nel nostro breve tragitto da some,

benché stringa le spalle per forza maggiore.

Ossignore: è grandioso!, lumine ben oltre il midollo.

Poi proseguimmo la discussione con più anima

dei santi laici nelle navate erbose

e di altri fenomeni gaudiosi come un gol:

avevo con me la “Guida galattica per aut…”

Ma questo c’entra solo col panico

che mi prende qui a bordo.  

 

 

 


Id: 43681 Data: 31/07/2017 23:06:03

*

Sciolti e per bene

 

 

Ricorderai come le dita armeggiassero

sui nodi della tua pelle. Gasse d’amanti,

certo: tu sai come avviene, no?

Il corrente entra nel dormiente.

In una mano tieni il primo e l’occhietto che fai,

con l’altra stringi il mio braccio all’anca.

La bocca è l’anello, la stanza mi sfugge.

"Stringimi, stringimi!" Avrei voluto sentire,

invece che: "Oh, Signore!"

Per una sola perla ho dovuto sciogliere

i legacci del grido dentro me. Più che altro

come fosse il mugolio la fonte dell’urlo.

Non fu visto, né percepito.

Così come solo io sapevo che la luna ti faceva

sua luna; e me: luna della luna della luna.

Sembrano orbite dipendenti, ma è un fenomeno di atmosfere.

Il rosario di satelliti nello spazio curvo della schiena

(a tutt’oggi il migliore orizzonte degli eventi

osservabile da un poggiatesta).

Eppure attraevi quanto l’antica lingua delle stelle.

Tutti quei nomi persi e, tra essi, chi c’era. O

è il complesso formato

dal caos precedente.

 

 


Id: 43563 Data: 21/07/2017 10:37:36

*

Da lontano mi pareva ancora

 

 

Sono ai piedi di San Liberatore,

quindi ignoro altre processioni.

Questo è un giorno passato in un

tempo imperfetto, dubito torni, perciò

lo ricordo.

Qualcuno è sul colle che anticipa la vetta

già con le ossa, meno volatili di tutto

l’incenso che lo colse, ma più restie

a lasciare la roccia. La roccia col suo guano

a vapori in una fiamma azzurrognola.

Per capirci,

questo è un monte che si innalza e profila

il papiro del tramonto. Proseguendo

nell’ovest, il cerchio si chiude in un raggio,

unico filo di voce che ruota nel sangue.

Il suo regno di curve nervose e di carta

rosastra sostiene un saraceno tornato

alla luce

per una certa manipolazione della storia.

Con ognuno dei miei genitori riposa,

al modo di commessi dopo il lavoro.

Ho più genitori che figli: non so se è

una colpa, avendo ricevuto indicazioni

in tal senso

ma devo aver tralasciato qualche ordine.

Il mare è una guantiera lì sotto, e sopra

più tazze di spuma che congiunzioni.

Ma io sono qui, quindi ignoro altrove.

Lì, manca la giusta materia di seduzione.

Manca,

mi dite, il conguaglio dell’onda, il resto

è lasciato all’occhio se il panorama paga

la consumazione del luogo. Eppure - io so -

ci sono molte lenti nei ricordi, tanto

poco reali da farli apparire dagherrotipi,

eppure altro è  il congegno di posa.

Sono qui,

quindi ignoro immaginarmi altrove.

 

 

 


Id: 43525 Data: 17/07/2017 22:32:39

*

Della terza lettera a chi, o meglio

 

 

Da qui in avanti giro come un’ombra

tra rigo e rigo, da parola a parola, persino

sulle sillabe mi allungo. Tu non lo vedi, nè

io sottolineo dove l’ombra poco si impegna

alla diffusione della forma. Constata come

segno i miei confini. Vengo da un punto infinito

ma non sono il solo. Vengo quindi da una lucina

in carne ed ossa. Sono l’ombra che scurisce i toni;

le palpebre, le palpebre delle vocali dovrebbero

stringersi un poco e la voce acquistare ombra,

che è poi l’eco quando rimbalza in chi ti ascolta,

permettendo di apparire in un punto del discorso

in cui la tua passione accoglie lo iota che nascondo

o quel grafema inusuale non asservito a qualche

comunicazione. Sì, è così, giacché mi entusiasma

si propaghi questo gioco e, da amante che gioca

all’amore, prediligo la strategia dell’ombra

- la mia propria, la tua portata, forse tremolanti

per questa ragione.

Riesci, adesso, a scorgere come ammasso

lemmi? Non dove capita, ma sotto la tua luce

che getta ulteriori ombre più nette delle mie

sfumature. Le accentuo mentre godono di te,

anzi, mi aiuta che si raccolgano in un profilo: il tuo.

Danno statura da punto a punto, benché mi riducano

a cosa. Io che torno a cosa, mi stendo e tu

che dici? Niente. Il silenzio, dove c’è l’origine

di un deserto. Capisci? Questa è un’oasi, come la

chiamiamo, è una distesa di voce, non farebbe per me

scoprire la fisiognomica di tante dune. Così

è il deserto che si mostra al tuo vento, oppure

tu viaggi con la tua carovana di pensieri. Potresti

avere capelli grigi, o un berretto da baseball,

una kefiah o un basco, addirittura un elmetto:

io ho consonanti sacre, della fede nel verbo. Tu

incespichi nella selva di virgole: io davvero

sono caduto a questo punto. Puoi cogliere

la mia ombra in questo spazio, la sua pressione

che non curva la pietra di un qualche muro secco,

ruderi di intenzioni che pesano da sole.

Mi stendo con il preciso scopo delle parole

mimetiche: celare, non tanto il senso, quanto

proiezioni intrattabili altrimenti. Anche tu

cerchi una luce che ci sopravviva: se c’è,

nessuna sofferenza. Comunque, non sarò io

a darne, o addirittura accenderla, ma tu

dopo avermi spento. Fallo subito: mi piace

apparire a volte, a volte non dritto.

 

 

 


Id: 43514 Data: 16/07/2017 13:00:45

*

Da una domanda, o altro

 

"Ma per oltrepassare la nostalgia non sarà forse necessario decifrare il codice della spiritualità?

Come perdere per sempre la via del ritorno?

Oppure: perdere per sempre la via del ritorno, si ma come?"

Aledi.

 

Se tu fossi un carro, un carro lanciato in una prateria

di ore - in questo senso acuta -, una prateria mossa

da più rilievi, rilievi mossi nello stesso senso

che rende sano il distacco da ogni bivacco di fortuna,

(ma anche nella sosta la ruota gira nel verso dell’inizio)

perché avanti non c’è sentiero ma

la tua anima è il sentiero e lo spirito

il tiro a due, a quattro, a millemila coppie, ti parrebbe,

come a me pare, che in qualsiasi anno

della nostra avventura, anche in questo,

siamo pioneri e non smettiamo di avanzare

anche stando in un accampamento a riposare.

Se tu fossi carro non potresti scegliere tra

essere vivente o essere morente, né ti piacerebbe

o meno il carico: farebbe fede l’elasticità della tua fibra.

Quindi, se tu fossi il carro come io lo sono,

potremmo dover abbandonare tutto il bagaglio

prima del guado profondo; e di rive se ne incontrano a sbafo.

E lì non c’è sentiero, pista o terreno da battere, solo il tiro

che va oltre: quel tiro che devi curare; e curi meglio.

Se tu davvero fossi un carro in cammino, puoi pensare

di farcela da solo, ma mai sperarlo, o il traino finisce

nel prossimo agguato.

Ciò che so da me è che sono un carro, non il falegname,

che mai vorrei essere, perchè tra questi e il figlio

qualcuno, qualcosa, pone sempre l’attacco dei chiodi,

ma il tiro, ben curato, ha proseguito chi sa per dove.

 

 

 


Id: 43484 Data: 13/07/2017 11:28:17

*

Della seconda lettera a Gion e Ale

 

                                                                                       Il tempo mi dice ciò che sono. Cambio e sono lo stesso.

                                                                                       Mi svuoto della mia vita e resta la mia vita.

                                                                                                                                                          Mark Strand

 

Questa è della distanza come ci pare.

Per un quarto qui la chiamano luna anche i piloti,

e i piloti, nel porto, incoraggiano gli arrivi.

Più lontano si vedono i gabbiani,

più sperato è l’approdo, e lo senti dal tono

prendere il sopravvento: “è là, è là!”

Chiunque trovi il là avrà il suo da fare

per restare nel nostro inventario.

Potete guardare l’orologio, credetemi,

mettere sul centro l’indice verticale: a mezzogiorno

puntando il nord, alle dodici vi verrà di vedermi

alle sei con le due lancette a distesa,

come campane intransigenti.

Mi è difficile rappresentare il magnetismo vitale

della vostra specie. Difficile, non improbabile.

Un uomo che oltrepassa la nostalgia

perde il gemito ma recupera il grido.

Io mormoro per la sciatteria del costato,

pagato il giusto prezzo alle risacche,

quando mi adagio inatteso all’ombra di chissà.

 

 

 


Id: 43463 Data: 11/07/2017 17:50:17

*

Circonlocuzione degli affetti serali

 

 

Da tanto lontano il cielo è davvero cielo,

in realtà lo ricevo come una galleria tremenda.

Non se ne esce. Nè si entra, semplicemente

la fine coincide ad un punto qualsiasi

in cui l’inizio è un gemito in partenza.

E tu passi nel suo ventre, come malloppo

da una bocca che non c’è,

e lo percorri

fidandoti di una guaina sottile, dei gas crudi,

delle mire sornione di lucette flebili.

Niente di più ci è dato essere

che sangue in cerca di una ferita aperta.

 

Il molo Manfredi regge un feretro del genio

di Zaha Hadid, così il golfo recupera

la conchiglia che lei immaginò come specchio

del cosmo sulla ceramica del dorso.

Tuttavia, è possibile cogliere perle

da talune vaghezze puntute

sotto l’effetto degli occhi.

Esco a cercarne l’esempio, benché mi sia chiaro

che i dettagli sono contraffatti dall’afa

che veste di sete la sera.

 

Da lontano il cielo è un amico, gli va riconosciuto.

Un amico è un bene affidabile come le aiuole.

Maurizio pedala quasi sbiancato dal buio,

è civilmente coniugato al manubrio,

il volto esprime saluti legando

con un filo di voce la pedalata a gocce di sudore.

Qualcuna va alla palma che lo sorpassa in altezza.

Si inerpica su di un raggio in pieno lungomare,

dove, per restare agli scogli,

occorre deglutire molto equilibrio

e starsene in bilico sotto i gabbiani

a pensare al meno.

 

Detto così, l’affetto serale è una carezza del luogo

ed io, tipicamente accecato, rappresento un uomo

posto a lato del proprio sudario 

o quel quasi candelabro sulla coperta di Zaha.

Ma è solo la luce che cambia mandato.

 

 

 


Id: 43455 Data: 11/07/2017 10:51:17

*

Interpunzioni, o dell’angelo del bacio

 

 

Due o tre magnolie vizze non si sono radicate

dal lato dei soprammobili assiepati, tra i quali,

congiunto, ti hanno posto lucido e sostenuto.

Nel domino della sintassi, catena in righe,

abbattuta da una rima - come nella scala quaranta

la poesia è un gioco di figura in figura, seme per seme.

Sei mancata, che non è morire ma dare credito

ad un biglietto di viaggio; e io suppongo ancora

tu sia fioriera, su ruote certo, però forestiera

in questo percuotibile momento, amica mia.

Per buona parte, gli steli ti somigliano,

occhi fraudolenti che cadono dai petali

come pagine stropicciate, spume di profumi;

oppure, avendoti parlato già prima, ma chissà

quando e dove, hai sopportato, posto che venga

vivo di nuovo in te, da anima scalata, lo spirito

dell’udito, lingua e cava orale, quell’ultimo dialogo

in cui ostinatamente si ripeteva Ritsos “e là

nel suo cortile costruisce pressappoco un albero.

/ In questo “pressappoco” sta la poesia. La vedi?",

così convincente quando colloca almeno

un dubbio o un ritrovamento nel palinsesto

dei merli. Questi uccelli, dicevi, possiedono

un fischio puro, cavato da un verso altissimo

meglio di una siringa, un flauto allegro e vario,

condizionato a ripetersi fino alla noia. E qui, e lì,

rifacevi la rima con un gesto plateale, privo

di penna ma dello stesso colore dell’aria percossa,

quindi fluido e deciso per infondere sostegno

in un italiano quasi perfetto benché francofona.

Quale parola serri, adesso, seccata con il segno

delle labbra che ti accigliano?

 

 

 

 


Id: 43415 Data: 06/07/2017 21:48:18

*

Ricognizione di Flavio Gioia

 

 

Amo venire qui sulla scorta del raggio,

giacché nella penombra non si vedono i delfini

come tengono alla piazza il bordo della vasca.

Stanno incuranti che l’artista ne abbia fatto un’esca.

Mi chiedo se la creatività debba entrare nel marmo

e modificarlo, oppure uscire dall’opera

e cambiare la pietra in messaggio. O se è vero

che cambiando i fattori mentali la somma

comunque, e sempre, sia un viaggio massacrante.

Forse il giusto è combinato nell’intimo segnato.

Il segreto non è indicato dalla bussola degli occhi;

piuttosto si manifesta in quella parte della piazza

che incanala la città ottusa, con più seni che balie.

Questo descrive la geometria dei soliti a più piani:

i piccoli balconi sono la retta delle finestre

con le gonne di ferro a coste.

Le regge un catafalco architettonico con il senso del sole.

Eppure, se si sporge un panno, si riceve una multa.

Come se l’amore entrando nella carne

non modificasse l’ospite, rendendolo

terribilmente fragile fino a ritrarsi.

I delfini mi seguono in un mare di pietra.

 


Id: 43290 Data: 23/06/2017 18:04:27

*

Per chiunque sia fatto

 

 

Più avanti c’è il garage Garibaldi e posto per l’auto.

Lì, Enzo e Rino, sono più fratelli degli scogli di Vietri.

Lì parcheggiavo annottando i pensieri e le carte.

Soprattutto in questo modo si partiva al verde.

Già!, ma dov’è la vespa che passa da semaforo

a semaforo - come natura vuole - e frenate

fuoribonde al rosso - di frizione in frizione.

Come tornare al punto in cui l’anagrafe cieca

recupera almeno un barlume dal tramonto?

Ecco, ci sono! Il passeggio sul lungomare

è frainteso se il sorriso diventa sonoro. Sul molo

che chiamavamo Pennello, coppie strategiche

tormentavano il mare percorrendolo intimamente.

A volte si fermavano ventre su ventre, come toast

farciti di movimenti in tutti i sensi. Le lingue scosse,

sussurri come veli quando il buio serve a poco,

la ringhiera che faceva da letto, non abbastanza

distesi e piuttosto rozzi. Chi stava sugli scogli

non notava i cormorani. L’uomo si muove

a proprio agio prima della barriera. In qualche caso

il futuro non fa nascere dubbi su ciò che mostra:

ogni ostacolo verrà superato con una buona pagella.

Nel passato non conviene stare: non cambia mai niente.

Nè puoi rientrare nella porta che si chiuse alle tue spalle.

Lo si vede da come ha lasciato la chiave nella toppa.

Nonostante la processione di onde sbuffa e trame

bianche irretiscano l’orizzonte, due cormorani

tra i pinguini luminosi sulla scogliera confondono

quest’angolo kitch in un nido di becchi gioiosi.

La realtà prepara l’incubo, non il sogno.

 


Id: 43224 Data: 18/06/2017 23:29:07

*

Il giorno che mi tocca

 

 

Se molti luoghi alimentano fiammelle,

e sono angoli invasi da un rosso torpore o sono trincee

in cui calano truppe ignote, presto in via Torrione

scoppierà un incendio.

Di che parli, amico? Nessun lettore

conosce strade per sentito dire. Siamo coinvolti

quando l’astuzia delle emozioni segna la geografia

del sangue giornaliero, mutando in questo modo

i viadotti in languori. Più avanti c’è il garage:

lì parcheggiavo di notte i pensieri e le carte.

 

E c’è la corteccia dei platani che spira ora,

nonostante la loro stanchezza si calcoli

cerchio a cerchio, anulari a modo mio,

privi di sbocco. Spira anche la brezza e giace

sul braccio la mano. Poggio le dita ancora abili

nel solletico, per sentire la linfa che si consegna;

carezzo la scorza secca, dove posso la lascio cadere:

scaglie contorte di cellule rose crepitano sotto le suole

come accenti stranieri di truppe che sparano a mitraglia.  

La chiave della crescita è quel filo invisibile

nel tronco, infantile quanto i coriandoli,

e come il sogno che ci sgorga.

Tuttavia, l’ombra insignita dell’ordine delle forbici,

adatta la mia ombra al puzzle dell’asfalto

pieno di chiazze d’olio: naturalmente è

stanca del visibilio di metri percorsi.

 

I gesti ricevono la trasfusione di aria in assetto da uomo.

Qui inseguo un tempo remoto. Le piante di ogni specie,

prevengono in futuro mettendosi nude,

eppure i precedenti di un ramo

sono le epistasi del fusto secondo stagione: come fra me

e te, Gil, c’è il garage dei sogni, l’inventario delle fioriture

nel cuore della cellulosa, mentre il tronco

cede ai suoi ultimi sbocci. C’è la spinta

dello scirocco sulle scocche ocra.

Tutto avanza nell’universo, pure tornando indietro,

e l’ocra, o la lucidità che decade al contrario della luce,

ammattisce sulle mascelle nate per denti.

la bocca su di un altro collo ad hoc.

 

(Words In Progress - 1)

 

Se molti luoghi alimentano fiammelle

e sono angoli invasi da un rosso torpore

- o sono trincee in cui calano ombre ignote -

presto in via Torrione scoppierà un incendio.

Di che parli, amico? Nessun lettore conosce

strade per sentito dire. Ci lasciamo coinvolgere

quando l’astuzia delle emozioni segna la geografia

del sangue giornaliero, mutando in questo modo

i viadotti in languori.

 

E c’è la corteccia dei platani che spira ora,

nonostante la loro stanchezza si calcoli

cerchio a cerchio, anulari a modo loro,

come i miei privi di sbocco. Spira anche la brezza

e giace sul braccio la giacca che lei non vuole.

Poggio le dita ancora abili nel solletico,

per sentire la linfa che si consegna al cuore;

carezzo la scorza secca, dove posso la lascio cadere:

scaglie contorte di cellule rose crepitano sotto le suole

come accenti stranieri sulla passeggiata in via Torrione. 

La chiave della crescita è quel filo invisibile nel tronco,

infantile quanto i coriandoli, e adulta fino alla morte.

Tuttavia, l’ombra insignita dell’ordine delle forbici,

adatta la mia ombra al puzzle di chiome

pieno di chiazze d’olio: naturalmente è

stanca del visibilio di metri percorsi.

 

I gesti ricevono la trasfusione di aria in assetto da uomo.

Qui inseguo un tempo remoto. Le piante di ogni specie

prevedono il futuro mettendosi nude, eppure i precedenti

di un ramo sono le epistasi del fusto secondo stagione:

come fra me e te, Gil, c’è il bene dei sogni, l’inventario

delle fioriture nel cuore della cellula rosa mentre il tronco

cede ai suoi ultimi sbocci. C’è la spinta dello scirocco

che scema e va passeggera sulle scocche ocra.

E l’ocra, o la lucidità che decade al contrario della luce,

ammattisce sulle mascelle nate per denti.

Tutto avanza nell’universo, pure tornando indietro:

la bocca si spera su di un altro collo ad hoc.

 

(Words In Progress - 2)

 

I

Molti luoghi alimentano fiammelle,

e sono angoli invasi da un rosso torpore

o sono domande cui rispondo alla lettera.

Via Torrione procura sempre un incendio.

Di che parli, amico? Nessun lettore conosce

strade per sentito dire. Ci lasciamo coinvolgere

quando l’astuzia delle emozioni aggira

il sangue giornaliero, mutando in questo modo

i viadotti in voci, come un gps.  

 

Le radici dei platani sollevano il marciapiede.

Un tizio afferma che la corteccia si rinnova ora,

nonostante la stanchezza si calcoli

cerchio a cerchio, anulari a modo loro,

privi di sbocco. Spira anche la brezza e giace

sul braccio la giacca che non vuole sudare.

 

II

Infilo dita appena abili nelle tasche del legno

per sentire la linfa eretta fino ai suoi polmoni,

o più di un ciclo che ruota; carezzo la scorza secca:

dove posso la lascio cadere; scaglie contorte

di cellule rose crepitano sotto le suole

come accenti stranieri sui coni del Nettuno.

 

La chiave della crescita è la lingua invisibile nel tronco,

infantile quanto i coriandoli, e adulta ritorna alla terra.

Tuttavia, l’ombra insignita dell’ordine delle forbici, 

adatta la mia ombra al puzzle di chiome

pieno di chiazze d’olio: naturalmente è

sfinita da un visibilio di incastri artificiosi.

 

III

I gesti ricevono la trasfusione di aria in assetto da uomo.

Questo è quanto serve alla vita per immergersi nel corpo.

Qui inseguo un tempo remoto. Le piante di ogni specie,

prevedono il futuro mettendosi nude, eppure i precedenti

di un ramo sono le epistasi del fusto secondo stagione:

come fra me e te, Gil, c’è il bene coetaneo che doni, se pure

tra padre e figlio colgo l’inventario delle fioriture nel cordoglio

della separazione. Nel cuore della corteccia, l’albero conta

sempre meno sugli ultimi sbocci.

 

Tanto sale lo scirocco sulle tabelle, che scema

il nome della strada, quindi, Lettore, puoi ritenerla

ovunque; e tu, Amico, obiettare al vento che la lucidità

seduta in grembo decade al contrario della luce

quando ammattisce sulle mascelle nate per denti.

 

Tutto avanza nell’universo, pure tornando indietro:

così la bocca spera su di un altro collo ad hoc.

 

 


Id: 43201 Data: 17/06/2017 14:31:15

*

Trama del viaggio a bordo

 

 

Incerte come appena composto il bagaglio

le dita inattuali discutono aggrovigliandosi

nella fragilità del biglietto.

Spiegazzato, tipo certi discorsi colti

sul litorale per gli assembramenti di plastica

che spiaggiano al netto dei bagnati

e intasano i ricoveri dei granchi.

Basterebbe che l’acqua rimanesse nella polla

e andare lì a berne con le mani,

magari deterse col limone.

Ebbene: vorrei essere un viaggio

sereno per dove nulla coinvolge il peggio.

Il piccolo foglio d’imbarco perde

la postura di vela e accentua il dislocamento

del traghetto per Positano. Qui davanti

si assiepano gelsomini su pagliarelle.

Non sarà sufficiente per i fiori questa resistenza.

Così domani dove non mi fermo, non mancherò.

Domani, lavorando sul fumo di oggi, mancherò.

Posso mancare a questi giovani sulle tavole da vento?

No. Ho preparato loro un secolo di merda

e francamente aver seguito in diretta

l’orma sul satellite

e l’approccio affollato di metalli su Marte

non li ha avvicinati a me.

Né i pezzi di universo dal cuore di pietra,

né il cuore del loro universo fatto a pezzi.

Il futuro è potermi vedere non come adesso.

 

 

 


Id: 43122 Data: 09/06/2017 12:28:40

*

Constatazione del grido

 

 

Non c’é tra le lepri l’idea

di sentirsi convenienza. Immagino

sappiano degli artigli; in qualche modo

l’erba e la gibbosità dello spiazzo

vive in loro come un grido di all’erta,

così pure la sonorità del circondario

tanto simile al fruscio di un precipitato  

celeste ovvero implacabile.

Cosa le convince

a misurare ali con corsa, udito con vista

che se fosse un’ombra soltanto

sarebbero solitudine quieta?

Sono nato dopo cinquant’anni che questo

avveniva di continuo: ne porto segni

lungo le costole, le sordide caviglie, e poiché

era una bella domenica di un gocciolare

quasi trasparente, tanto che dissero

dura poco, trattandosi di un velo

umido in piena afa, sfinì prima la luna,

quindi ovunque fossi si vedeva

chi ne fa le veci diffusamente:

l’alone, non il satellite.

La lepre, mi chiedo, perché

sostiene il rapace?

 

 

 


Id: 43085 Data: 06/06/2017 16:46:41

*

Della circostanza ignoto

 

 

Questo treno colpisce l’occhio

e sento un saluto sferragliare

in bocca. Un saluto indistinto

è passeggero. Parte: se ti tocca,

diventa una bolla colorsale.

Questo convoglio liquida tinta e grani.

Viene dallo sguardo, va sulla guancia.

Nonostante la distanza

sia una misura falsa, sono qui

e affermo che è attendibile

dirsi lontani a distanza di bacio.

Una misura falsa, quando non è vago.

Ma niente corregge la curvatura

del sangue nel suo tour esistenziale.

Un pensiero può superare il non visto

tra te e me e quel che lasci alle spalle:

se non si fa il vuoto, il vagone

ciabatta nel ventre, ma se è vero

che c’è, il vuoto si sostiene a stento:

nessuna partenza trova l’appoggio adatto.

Vedo bene il volto con le gallerie

che verranno. Una domanda ti porrei:

che dirai dello stesso

ventricolo che pulsa nel buio?

 

 

 


Id: 43068 Data: 05/06/2017 15:06:14

*

Come dire sono qui per adesso

 

 

Spalla contro tramonto, volto alla sera,

tutto il corpo meridiano e tallone di Achille,

preso dalla feccia del tempo. Una lancetta,

nota come angustia da pendola, ripete

mai tornare indietro e tutto sommato

nemmeno al gambero questo è possibile. L’altra

lancetta, con più decadenza, lenta di ora in ora,

aumenta fino a sette volte la densità del buio.

Forse di più. In realtà, la manopola della luce

agisce per rotazione del luogo, mentre il cuore

genera un cono di nomi tanto vari al gusto

da riconoscerli sciolti. Forse la schiena non ha

papille adatte. Davvero credo non sopporti

come dovrebbe saltare l’asticella del giorno,

perciò si poggia alla barriera del sole. Mi riposa.

Arrossando, amo osservare i vecchi che avanzano

in una luce matura, priva di fulgori, ma intatta

mentre attraversa le rughe. Un uomo che rallenta

in prossimità dell’ultimo incrocio è prudente,

è anche sveglio: io temo freni a lungo. In questo

momento, l’occidente investiga sulla natura

del ripiego: quanta forza deve avere il pensiero

per abbattere la diatriba delle barriere? Del corallo

consideri prima la vita o il gioiello? Tu mi segui?

Attraverso anch’io questa fase nota alle spugne

come spremitura. Tuttavia, la porosità della mente

ancora permette d'inseguire la forma di un tempo.

Soprattutto, la lingua fiammella e vive da genero.

 

 

 


Id: 42932 Data: 25/05/2017 14:33:09

*

Odio

 

 

Unge i condotti, li sotterra, inchiavarda

le linee del deserto. Guardando da duna

a duna, ciò che si muove è luna. Stessa sabbia,

forse la sua, identica luce. Solo il calpestio

cambia le orme.

                        E l’odio.

Quando la voce è brusca, si solleva,

divide noi in tante n e troppe o

(la i moltiplica rifiuti). Lettere come profezie,

che sono proiettili futuri. Ripetendosi,

gli individui colpiscono a lungo.

Il vetro si è rotto per la mira coincidente

con il foro sul muro. In quel punto, il ragno

del sangue intesse la sua tela feroce. Puoi capire

dalla vocale quanto il corpo debba appiattirsi

per restare nell’ombra.

E se la voce supera i bastioni del tempo, la catapulta

dei led funziona più della legenda che esplica il disegno

del verme: una n per le gambe, due o per le mani,

settanta i per gli imeni intatti, che farebbero millemila

anime deliranti in attesa dei resti.

Precedendo la geometria dell’incrocio, questa strada

annuncia il timbro dello scontro, come dai due lati

della trasfusione i sangui confluenti allertano anticorpi.

 

Allora: alzati, Yûsuf, prendi con te il bambino,

la donna e fuggi in una pagina immacolata, resta là

finchè il libro completi l’ultima profezia: la scrittura

è un alibi dell'inchiostro; Dio, se scrive, scrive in natura.

Yûsuf così fece, ma con sè prese anche lo stilo

con il quale vergava i suoi osanna al legno di cedro.

Al legno rimandò i contenuti come pagine vuote,

nel legno verificò la profezia che lo aveva toccato.

Ora è nei testi sacri, senza poterli riunire.

Così scrivo, oggi, perché vorrei dare il mio alibi

come parole già scritte in natura: la vera frontiera

è la pelle. La pelle che odia essere divisa.

Il pregiudizio è il miglior frontaliere,

la guardia alzata, il tomo della voce.

Passa nell’aria dalla graticola dei denti: convoglia tre,

ma non esattamente tre, furie tremende:

colpo, rumore, bestia.   

 

 

 


Id: 42909 Data: 23/05/2017 14:33:40

*

Finito in mente

 

 

Tuttavia il contenitore dello spazio regge

da un qualche secolo il decadimento

(nel primo non si potè stampare a piombo

e la stella si accendeva piano, prendeva

dai gas purulenti fili e tramava la festa,

ma coriandoli erano pietre enormi, intratta-

bili, che si aggregano come montagne

incolte quando piove lava e ci va di mezzo

la vetta fino ai piedi).

Ad una certa ora tutto ebbe inizio:

si svegliò l’eternità e decise di esistere

solo nella mutazione, o come energia

o come viene a mente dalla sua epica

futura, ossia inesistente adesso.

 

Seduto ai comandi, l’essere inseguito,

cuscinetto dei mondi, da puleggia,

o di dura lega o carne di ghiaccio, aleggia

in un vuoto incompreso, credo, assente.

Chiedo, o informe, o tuttoforma, sembiante

del mercurio, procuratore del lampo e delle

candele, e termometro di autentiche febbri

arcobaleno, celebre nel coro delle fiamme

come scintilla e come acqua, se l’astronave

che mi tiene in piedi navighi dal peggio

al peggio, curvando il miraggio di miliardi

di esopianeti, esonavicelle, esosi non finiti

con sensi. O tu:

asciuga gli occhi ai telescopi in tempo.

 

 

 


Id: 42855 Data: 18/05/2017 23:37:16

*

Affacciati a dì rotto

 

 

Giacché è inspiegabile come il profilo

tagli l’orizzonte - e non pare vero il confine

legato all’altezza degli occhi -, mi sconforta

sollevare il capo mentre il mento lo insegue

nel golfo.

Fino alle navi nel formicaio marino, operaie

inaffondabili nel getto d’acqua che qualcuno gli ha messo sotto

e sopra panni stesi a strapiombo come nuvole

arrivano sul labbro dove un respiro non può respingerli

ma li asciuga veloce e ti pare sconvolto il tempo.

Non di meno l’alito è semema di cuore,

cioè apre una rotta sonora all’amore, all’amata, all’amaro

naviglio del sangue.

Al portone bussa una formica umana, vista da qui sembra una scialuppa.

Anche l’amore trattiene il naso nella metà terrestre,

perché per l’essenza, dai tuoi innumerevoli pori,

quel demone è chimica dell’assenza.

Sento che il tempo odora d’alghe e di guano sugli scogli.

(Il mio naso è un gargoyle attaccato alla fronte

con calce e mantello di peli, un lusso rubizzo, ricco

di influenza, cornucopia del fazzoletto).

E sospetto che parta da lì qualsiasi avvenimento:

certo, non fa volare gli aerei, ma lo sguardo è pilota

dell’idea.

Le narici per niente fremono: che dice l’assente?

Il naso in controluce contraddice il bello

apparente nel verso del gocciolatoio, che è meglio

non ripetere. Come niente valuto la polvere e l’angelo,

come niente i soli sono davvero a terra.

Che c’entra questo con il mio dirimpettaio

che riduce il cielo aperto ad ogni finestra?

Crede alla polvere, o aspetta l’angelo,

non di meno è terreno fertile. Ci osserviamo

di sbieco, silouette domenicali col fiato in ringhiera

e, a volte, il sabato sentiamo un: come va?

Chi domanda è sempre l’ultimo a rispondere.

 

 

 


Id: 42786 Data: 13/05/2017 16:16:53

*

Cenni di sfinimento

 

 

I frangivento - famiglia, scuola, amici,

corpo di bacco, di venere, foglie larghe,

sfrangiate, mazzola, riva, rivera, tabacco,

sacramenti, penne, discodance - evitarono

la brutta piega della spiga dorsale, il fiero

per l’animale, come la vista degli armadi

mantiene la stanza meglio disposta.

Se fu possibile attraversare il vetro

con uno sguardo, altrettanto non potè accadere

all’odio che la camera mostrava per le grandi

sostanze. Quanto più il cemento assimila

il comportamento della roccia, tanto più

i luoghi perdono la geometria dei manufatti.

Nessuno di noi conserva l’insegnamento

se non ripetendo l’errore: come lezione, dopo

l’inutile pretesa del silenzio, come corda di salva-

mento. Tuttavia, i ruderi, i più muti testimoni del fatto,

raramente svelano l’accaduto che si immagina.

Trovai Strand appoggiato ad un vecchio magazzino:

“ If a man lets his poems go naked,

              he shall fear death.

If a man fears death,

              he shall be saved by his poems.”

E così via di peggio. L’ho avuto sotto gli occhi

per anni e mai l’ho tradotto, in realtà. Una lingua

ostica, la poesia, se deve saldare debiti. Pensavo

a quelle case costiere colorate come pesci tropicali.

Pensavo che sto nel parallelo necessario dove il corallo

è proprio della barriera, non dell’onda nè del fondale,

pensavo al viaggio di nozze in cui scomparve

mio padre: non pensavo nel giorno della sua nascita.

Amavo, ed amo, questa mappa terrena dei secoli

perché farne parte era per me impensabile. Se fossi

venuto prima, sarei mio padre; dopo, chissà se mio figlio.

Amo, ed amavo, il punto di entrata in scena. Era ridere

grazie ai frangivento. Era, il riso, la spiga dorsale.

Come quando un contadino ti porge la mano

con il saluto di ben arrivato e la roncola

per il tronco da sfrondare.

 

 


Id: 42747 Data: 09/05/2017 22:32:27

*

Sinestesia di colpo

 

 

Nel bowling, lo strike agguata i birilli. Il disegno

di Ennio è in vista. Affronta il tiro seguendo linee

che Aphrodite dalla pista di fianco gli suggerisce.

La palla lucente, con gli occhi scuri come nei fumetti,

segna misure d’aria fino alla bocca fonda: a squarciagola.

Lascia le dita al punto di partenza e dopo un rumore

di squarcio nel parquet, scivola rotola invaghita

dei moai bianchi, abbatte la loro fissità inespressiva.

 

Che suggeriscono, ora, distesi nella buca di recupero,

con l’anima incerta presa dal sollevatore di ferro

che li artiglia da rapace in stile meccano per adulti?

 

Sulla pista di fianco la giovane donna si concentra.

Non è una dea - che l’Olimpo perdoni i leggins

strappati, le movenze da pendolo di raso -, ma

le luci non accecano come chi preghiamo rimanga

a bordo. La biglia è enorme e i tendini della mano

fanno fatica non meno della spalla basculante

al ritmo della musica di tamburi.

                                    Che scarica nel sangue

il groove oltre un sangue più dinamico e dritto?

Le molecole primitive del pavone, o la giostra

dell’anello. Più il ritmo ci assorda, più le gambe

simulano l’udito, mentre il peso - qualsiasi oggetto

investito dal sole ha un’ombra più pesante di noi

che non lascia mai la terra e pare impedisca di perdersi -

libera le braccia come il celebre albatro di Charles.

 

Oh, so bene che è bello se dura poco, dice il birillo,

urtato dal peso che rovina l'insieme. 

 

 

 


Id: 42647 Data: 30/04/2017 23:08:53

*

Drift of School

 

 

Gil lanciò lo zainetto verso casa, colpendo me

per la precisione, in attesa di occuparsi di onde

come in seguito ha fatto con il windsurf. È così

che un piccolo fotone parte dal cerchio del sole

e, muovendosi di corsa, va da pupilla a corteccia,

migra energia ai neuroni nelle loro stazioni.

 

Mai uscito subito, Gil, come quei numeri attesi

per la tombola. Saltava sui tasti della scala

e intimamente sceglieva l’armonia dei gradini.

Inventava compagni assenti, seminandone due

o tre come gli suggeriva il tendine del genio.

Un bambino è sempre attuale quando va in scena:

la dinamica del vento mimata dalle ombre

e chissà da quanti meccanici dell’aviazione.

 

Davanti all’aula magna uno sciame di ominidi

scuote Vicinanza, un bronzo caduto al fronte.

Ha ancora la mano sul petto che acquista valore

mentre la mitragliata di dita lo colpisce da eroe.

Tante braccia alzate, la metà erano volti arrossati.

Nessuno di loro si arrende e ridono a velo, zuccheri

festosi per il glucosio nei denti esposto con gioia.

La gioia batte più della lancetta che corre in cuore,

tuttavia è abbastanza veloce in questo quadrante

perchè l’altra possa segnare il tempo alla ragione;

 

vicino e distante da te è sereno o turbine ora.

 

 

 


Id: 42629 Data: 29/04/2017 19:50:26

*

Robert Maynard Pirsig

Mi ha colto di sorpresa la notizia

che adesso fai per volare; e che devo

considerarlo già fatto, il più vertiginoso

decollo delle spoglie mortali. Chissà

se guardandoti da terra, io posso vedere

di che argilla sei fatto, come le tue ali

sorte da minerale, atomo per aria,

vaso per vaso. Non mi è più possibile

considerarti faro: ora sei stella e non vaghi,

togli facce al mio diamante con la tua cesoia

di due raggi.

 

 

 


Id: 42568 Data: 25/04/2017 22:22:10

*

Dove ormeggia il suono

 

 

Il libeccio spiaggia le cartilagini del verbo.

Parlo al vento e quello ha tra le mani i ricci,

li apre o, forse, soddisfa i resti, tira su col naso

il golfo e una nassa ariosa cala nei polmoni.

In mente il verso nuota come una seppia

(a strappi, ubriaco, eppure sinuoso: questo

perchè anche la seppia è di parola). Può bastare?

No! Sarà che ho visto un saltafango camminare

in un documentario. La lingua pare lasci

orme che scompaiono: non sempre,

qualche profondo segno resta. Il pesce

con fatica indossa l’aria, ma porta

in mano l’onda che non spetta alla sabbia.

Che idea, la sabbia! Sembra avere una densità

coerente alle maglie aderenti al busto del mare.

Quanto ci ha preso la rete? Suvvia! Scrolli

alla fontana i granelli incollati alle caviglie

poi le spazza l’africo con la sua saggina, non io.

Io tolgo via la costa con un gesto spazientito!

E le coste cadono sul riso dei frangenti: lame,

proprio per ciò vanno a fondo. Fino a questa

non poesia, quasi al tramonto: l’ovest, non tu,

o certe volte tu, io e l’ovest, con il rumore

del vento, dimentichiamo sulla tastiera la notte.

Su su su. Tira col naso il bagnasciuga, aprile

è fresco ancora. Il perioftalmo mi ha portato qui:

ex pesce, primitivo degli uomini galleggianti

nello spazio. Prossimo allo zero assoluto, la mente

vaga per mettere a fuoco la distanza del naufragio.

E già cantileno piccolezze che la risacca cancella,

come le orme e le voci delle torri di avvistamento

alla deriva. Sono consanguineo delle claveline

e non patirò del distacco dalle radici. Guarda

amico, la lingua, che appena l’onda si alza affonda,

sale nel libeccio ed ha sapore sipido, scivola

su questo foglio a luci bianche o spente

(vento che, si dice, può sfogliare pagine

ma non legge le note). Ribalta libri e spume

sui granelli -  questo schermo è in effetti l’ultima

spiaggia ancora libera. Il respiro, invece,

che di mestiere fa la vita, riconosce

la semplicità dei segni vivi

dove ormeggia il suono.

 

 

 


Id: 42545 Data: 24/04/2017 12:06:10

*

Proiezione su misura

 

 

Sogno di trovare spazio tra le sequoie,

che ho visto solo nella foresta dei led.

Abbi pietà del mio desiderio, o possente

Sherman sulla superba faglia cui appartieni.

Non saprei riconoscerle dal vero, tranne

per la somiglianza con il dito medio.

Non così alto, beninteso, nè tanto attivo

come frangivento da mezza costa:

un vecchio, i denti conici scadenti

(che trova nei pini marittimi a Ravello).

 

Spunta con la celerità del vento, neutrale

e benefico, il respiro ossigenato

dalla sua porta di clorofilla aperta. Oppure

entro dalla radice estesa - quanto un’isola,

sulla quale sbarcano i secoli terreni

come se i piedi del tronco temessero

di scorticare la cianciola del tempo.

Perché il tempo confina col cielo

e se sono nell’aria un valico e la vita,

prima comparve la terra all’acqua che nafragava,

poi: chi emerse per respirare; e venne statua

per trasmutazione del reso, così lo spazio

si ritenne attivo per la tipica corrispondenza

di una riva ad un punto di partenza.

 

E dov’è ora la tenera Rossella, donna

salubre, quasi fosse argilla per il corso

del tempo: già esisteva il margine

del ruscello, poiché minerale e cuore

erano fluido verde. E allo stesso margine

questo albero non la offende, piuttosto

il flusso la mantenga sciolta, io spero,

giacché irriga ancora, ma è la sua mano

che mi ha piantato in un solco fresco:

sequoia, davvero, che va seccando

per una proiezione a misura di legno.

 

 

 

 


Id: 42490 Data: 20/04/2017 23:05:37

*

Secondo PP

 

 

Non tutti i tributi sono versati dalle borse:

il sangue è moneta dovuta all’Impero

quanto al Sinedrio. Come avrei potuto

prevedere che avrebbe avuto più statue

di Tiberio e tutti i cesari venuti o da venire

al mondo? Lui ne era al corrente

e Claudia suggerì che fosse l’uomo per me.

Con lo stesso rigore delle rivolte,

volli tenermi fuori da quelle vene.  

Il catino volò in aria per liberarmi

dalla pressione di bocche inferme

come le colonne del Tempio.

Io dovevo mettere i chiodi perché

il quadro si reggesse. Il legno venne

dai loro alberi. il dipinto dal cielo.

Era più vasto dell’acqua sparsa in terra,

più profondo dell’ignoto oltre il cancello

di Ercole; come non bastasse, era chiaro

che sarei scivolato sul dorso della storia

senza lasciare segno se la sua parola

non mi avesse preso letteralmente.

 

 


Id: 42470 Data: 18/04/2017 20:08:25

*

La precedente

 

 

Dico anch’io che è meglio un solo fuoco

che darsi alla cenere dopo un lungo gioco

assistito dai coinquilini a scena muta

mentre ti avvolge il buio già ossuto.

Il piroscafo scelse la notte prima della sera

per consegnarsi alla passione della bufera

(che è poi quella di ridurre

il senso dei natanti a ferri della costiera).

Neppure mi prendeva per la mano

che l’ombra s’allungava più lontano:

un’ombra strana, liberata dall’insano

rotolio degli occhi fino al piano

della strada, oltre le barche,

meglio della caccia dei gabbiani.

derubati, quanto me, da un amo finanche.

Piegato su me stesso, la barca cintata

dal parabordo affannato, che voleva uscirne,

che voleva prima fermarsi poi trafiggersi

il respiro cardinale nella bussola del dolore vano

(perchè a che serve il mare se è già vissuto?)

come: a che serve che io le sussurri inudito:

barca cantata in una notte sorda, definitiva,

chiamata barca nel tremore del cielo occidentale

zattera iniziata dallo spirito falegname al fondo amato

arca incessante con il seno universale sul ventre temerario,

piena dell’audacia dei porti: uno solo stimato,

con due bracci ininterrotti e due fari come occhi,

sorgenti a me perché sorgesse l’orizzonte,

traghetto sornione come un ponte, come i valichi,

barca pane, barca vino, barca rito della prima parola

- foglia rimasta nella mezzeria dell’aria

mentre l’albero si abbatte sulla plancia contratta,

caravella che scorge da lontano il vezzeggiativo

e da lontano chiama santini: figlio, dall’altro mondo

non perdo il tuo approdo incerto, nè l’ormeggio tenero,

scialuppa in tutto, scialuppa per tutto: scialuppa ovunque,

bastimento oltre il velo della foschia, pappagorgia dei nembi

sotto il mento del cosmo, di ogni dio adiposo,

nave con le scapole alate, coi fianchi volanti di marmo

sulla sua acqua inavvertibile (come galleggia sulla terra!),

battello ora reliquia dell’infinito,

carico delle stesse reliquie infinite

nell’infinita mappa finita a memoria,

cargo di cellule sfiammate eppure ascese a luce;

nave per tutte queste rotte: madre rotta, ora.

 

 

 


Id: 42345 Data: 11/04/2017 11:43:38

*

Il natante diverso

 

 

Non è possibile sapere che ti porta via

(l’Irno è così astuto dove rincara la scia

che il limo non si lamenta quando si accascia)

ma certo inalbera il residuo che lascia.

Questa città non simula la ferita del fiume

come finge il lungoriva la figura che desumo.

E poiché del tuo amore conosco l’equilibrio

sembra facile vederti dominare lo spazio

dove la corrente può portarmi ancora

ed ancora gli eroi non hanno un nome

una stele, il lume eterno che ci addolora,

la pagina coscienziosa di un bel tomo.

Ma ogni città lo prevede: una strada

non si nega, per quanto termini o degradi.

Il corso d’acqua stretto come due gambe

ha il riflesso dei tuoi fianchi per entrambi.

 

 


Id: 42324 Data: 09/04/2017 19:33:50

*

Per poco seguito

 

 

Non importa quanto manchi al frutto maturo,

qui o da un’altra parte (immaginando, parlavi

di tuo figlio con un filo di voce che legava

i suoi fianchi al mio autunno). Comunque, saturo

di semi fino a scoppiare l’inguine, nei panni

ingialliti del grano obliquo, stava raccolto

nella sua stanza per la concomitanza irrisolta

tra corsa per la vita e vita per la corsa.

Il frumento (in un vago ricordo) somiglia

al trionfo dei ricci sull’arco del sopracciglio.

Quell’anno,

la sua pelle era liscia, tanto che l’incavo delle rughe

volitive cancellava subito tutti i righi

dal diario immacolato degli affanni.

Viene sempre il momento in cui (dicevi),

diventati sapere comune, anche i più lievi

diventano ritmici come marinai ai remi

- e, cantando naufragi, sperano un’isola domi

il timore futuro, sicché una sagola sulla spiaggia

(i nostri nomi annodati) riannodi l’ancoraggio.

L’avventura, nell’uomo, è antecedente alle ali

per questo fatta la carne, l’essere nel vuoto cala

come un rapace, o una chiaroveggenza audace.   

Vengo al dunque (ci ha ripetuto, lo ripeto): ha avuto casa

e l’ha portata in spalla, come un mantello di risa

ma più ampio, sguaiato e franco della sua sarabanda

di capelli, provvista a volontà di onde.

 

 

 

 


Id: 42299 Data: 08/04/2017 12:18:01

*

Risalendo il maschio

 

 

Uno spazio risicato infila Arechi nella storia.

E più ancora il suo rudere convoca pietre vive

chiamandole col nome; proprio: angolare, chiave

di volta, breccia.

Oggi su di loro trionfa la pioggia a colpi singoli.

Ricordo ciò che già scrosci: i capelli su cui si posa

singolarmente agli angoli,

il grigio a iosa.

Tuttavia più saltuario un limoneto versa

tanti gialli quanti vengono in mente a te.

 

 


Id: 42165 Data: 30/03/2017 20:32:15

*

Chi ti svegli

 

 

Mi scopro appena; e tre, quattro riverberi scintillano.

E’ il segno che la notte si riduce

ad arco.

Scocca

la freccia caustica: pallida luce

che per rincorrere la mano

inciampa nel fantasma del tuo seno.

Non viene per meno

il panorama che cerca agiatezza

crepitando come un ruvido panno

nel vetro del più crudele inganno:

la realtà è incolpevole della lentezza

con cui la solitudine carica la tua leva

Che altro urgeva?

La vita, lo so: accaparrarsi lembi di sete

nella tinozza tracimante del pianeta.

Eppure, all’alba il sole è atono, invisibile cavicchio

cui si appende il cielo e di là vagheggia la tua sintassi al muro.

L’ombra in silenzio è nell’occhio

lanciato sull’intonaco perché un profilo più duro

inanelli le vertebre come un cedro.

A quest’ora è difficile sentirmi allegro

quasi che il giorno sia l’asola

e il bottone che si stacca chieda parola.

 

 

 


Id: 42134 Data: 28/03/2017 22:05:49

*

Shabine

 

 

E che ti posso dire se non ci sei?

Santo rosso di mare,

un po' inglese, negro e olandese:

sei stato tanto, e sei la mia nazione.

E se anche fossi rimasto, come ti avrei parlato?

Parlare a te con la mia lingua corta!

Vedrai Joseph e gli altri,  i mie amati. O nemmeno

ci si incontra in quella Terra di evanescenze.

Sulla sua soglia si ferma la voce

che è poi quanto di te resta, oltre la firma in calce

a parole.

 

https://www.youtube.com/watch?v=mz-NRI43PWk

 

 


Id: 41985 Data: 18/03/2017 15:29:12