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I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.
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Leggenda del vino venuta all’orecchio dell’acqua
C’era chi credeva che l’acqua è respiro soltanto per una parte degli esseri viventi, ma il resto poteva considerare l’accesso dalla terra per usare almeno un riflesso condizionato dalle gocce. Giunse così anche a noi la vicenda di quelli che se ne erano riempita la bocca per tacere di peggio, prendendo a testimone la fonte: così segreta, così mammana di tutti i corsi, anche quelli che ci fanno umani a sbafo, attraversando le gole. E poi vennero quelli delle Terre Alte che toccano il cielo con un dito per fissare le catinelle al rovescio; e quelli delle Valli a Capire, portati dalle catene da attraversare. Mancavano quelli delle Terre di Mezzo, è vero, ma è un'altra storia fantastica da seguire altrove. Gli intervenuti ebbero contezza del fiasco del vino, diventato sangue in una tavolata a numero chiuso. E che la sua leggenda è un prestito dell'acqua pura officinale e immolata capace di produrre tutti i sangui necessari.
Id: 74611 Data: 23/02/2026 23:02:57
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Pio
La carne è debole, si legge da Matteo, ma a quanto so non è certo rivolto ai lupi: quelli azzannano dove l’osso si fa anello e nasce lo sposalizio con le fauci. In un colpo solo la vittima conosce la fragilità dei detti e il ruolo dello stomaco. Non stento a crederci, ma guardo il braccio e gli ammennicoli alle dita da un’altra prospettiva: la carne è l’humus delle ossa in fiori come il più variegato dei bouquet che curato fa salotto ma in vaso secca.
Id: 74551 Data: 12/02/2026 17:30:19
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Passo all’ora che mi fissa
Le idee non sono più di moda mentre la manifattura chiede ai modelli di proporsi da soli lavorando a vuoto. Si presentò uguale a mia madre quando allargando il suo campo d’azione accettò il mare quale rogo ma non si bruciò dal lato vigoroso. Questo ignoriamo dell’amore: mostra le cuciture oltre la passerella. La passerella è un ingranaggio della vista e, sì, salda pure il conto con l’amor proprio benché non ci appartenga: il vestito è l'alibi degli attaccapanni che sostengono quanto non regge. Non l’ho mai detto che vengo da cinquanta passi da adesso dove l’idea manteneva vivi i cognomi col pensiero. Ora è il momento del risparmio di opinioni: siamo ciechi nelle imbastiture. È la peggiore pratica di recupero dei vuoti.
Id: 74520 Data: 07/02/2026 23:34:04
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Scendo a compromessi
Compromessi è un paese atipico, volubile tanto che le margherite non si fanno portatrici di risposte. Gli amanti le tengono da conto ma non accettano se vanno loro contro. In ugual misura si concede il prato alle pozze istruendo le calzature a camminare in punta di piedi per condurre la parola al banco di prova. Le scuole sono di strada mentre l’esempio è messo in piazza senza volerlo e i programmi prevedono che i visi siano zaini colmi di espressioni. L’aspetto del sorriso si adagia alla tensione del profilo acquoso. Compromessi è un pantano che inghiotte l’esca del successo ma affiora lo scheletro del tormento. Ogni Dio è al corrente dei fatti di Terra, eppure tirano l’acqua al loro mulino dato il prezzo alle stelle.
Id: 74451 Data: 26/01/2026 23:53:04
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Scoppia nel parco
La panchina ha un aspetto riposante. Guardo a lei più disteso. Sarà la forma su cui siedono gli occhi, ma i due braccioli a mezzo busto ispirano un cedimento. Il buongusto suggerisce che il termine del disagio cada in una nuvola di parole, ma per periodi circoscritti ripariamo nelle note. La seduta trasforma l’intera azione in frazioni di lei. Da un pezzo i suoi gesti li colgo distanti dal resto. Dice che lì non c’è misura per la quale può fare paura lo spazio a contatto di pelle: mi sembra un verso a rotelle per allontanarsi in un niente e fare male adeguatamente.
Id: 74401 Data: 19/01/2026 15:33:54
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Ecco tutto
In un soffio il naso diventa il tuo missile dal volto congenito, che urla solitudine e colpisce la bocca sui denti. Mi trovo nell'agguato dei doppioni che dotano di repliche diverse. Anche l’uso si ripete, così le orecchie rompono il silenzio, gli occhi lo creano, le braccia scuotono il petto e i seni avvicinano altre doppiezze incapaci di fuggirne su due piedi.
Id: 74365 Data: 14/01/2026 12:12:44
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Dell’una cosa fatta in due
Ci abbracciamo con trasporto: nell’abitacolo viaggiare da sogno in sogno come lo dici a voce ma insisti con le dita, stringe il campo da petto a petto. L’intimità resa sacra dai giornali-paravento isola questa sera dal firmamento meno ampio del sentimento ma più votato dalle stelle che per una certa unità riversano angosture di scambi e grazia nottetempo. Funzionano a motore spento come discese dalla lingua seducente.
Id: 74342 Data: 10/01/2026 23:40:16
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Un duplicato del resto
Era nello specchio, sopra il lavandino, una parlata confidenziale a denti stretti tra loro e le setole, così intima che sentivo i pensieri non le parole. I miei denti sono passeri repubblicani, che hanno in comune il nido e la lingua. Non più bianchi, non più veri, non più adatti allo scopo, cadono ad uno ad uno sul miraggio di un bacio: l’età fa il deserto, pure "lo sconsiglio" ti becca, per altro.
Id: 74302 Data: 05/01/2026 15:29:27
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Luoghi da sconsacrare
Il parcheggio in piazza è quel non luogo a procedere colmo di metallo più di quanto ne serva per contaminare l’ambiente. E con loro ruote che andranno ad eliche o altre diavolerie che già ci trasportano a breve. Dei monumenti sappiamo le targhe mentre il busto esposto al vento è una minuzia degradata, in memoria del primo Sindaco fermato lì con una manovra dei sostenitori di merito. Ci sono ali in discesa dove non ti aspetti le grinfie. Quello che piomba dall’alto coniuga convenienza come credo: il paradiso si spera, ma il purgatorio è presente.
Id: 74252 Data: 29/12/2025 15:45:25
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Chi controlla il prodotto
A Laura Turra, per la tua meravigliosa alterità. Solleva la prua se navighi la pagina fino al rigo in controsenso; ricorda: il rigo, quando lascia l’incolonnamento, mantiene a galla il pensiero. É un fatto di accoglienza retta dal voltare pagina per curiosità che non deve essere al termine orizzontale ma scavo profondo. Accogli il diverso con la generosità dei lieviti che informano la tua pasta di crescenza.
Id: 74210 Data: 22/12/2025 13:14:15
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Che non ci manchi il mistero
Ovunque sia ben ci sta, il mistero spogliato dalla rivelazione e lasciato nudo a “oh!”, un indizio sonoro di meraviglia e stupidore che riduce il fenomeno a lascia o rattoppa. Poi, come sai, stimola la crescita della sapienza che diffonde il fuoco senza amare le sue ceneri. Può farlo spingendo le congetture dal dubbio ai fasci di nervi, soprattutto batte sul timpano in tempi diversi la musica della rivelazione. Credo si debba essere grati alla stoffa che veste l’Universo e Dio stesso, perchè quando la tiro per stirarla a mio piacimento tu prendi un’altra piega.
Id: 74193 Data: 19/12/2025 17:10:22
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In un certo senso
Siamo stati concessi in uso a noi stessi e non alla contabilità dei capi comunque si ergano soli ma allo sviluppo di trame in futuro. Non come ragni ma con i ragni le cui tele sono fatte ad opera d’arte e catturano occhi in breve tempo. Le dovremmo conoscere a menadito ricordando a chi domina su altre vite che può finire in un giro inatteso dove qualcuno qualcosa darà un taglio alle sue pretese. Perché questo è tutto: stare nel mondo con il mondo in testa.
Id: 74087 Data: 01/12/2025 16:40:05
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Fuori di me
L’universo in seduta plenaria, e appena in formato, decise: la pelle non è un limite. Starci dentro è difesa dei confini, con la precauzione di contare quanto una piccola parte del tutto, magari la ‘o’. Nessuno degli altri esseri viventi obbiettò e non sappiamo se questo atteggiamento si diffuse con la polvere o con il respiro del resto degli elementi. Segnatamente, il gas di risulta o la materia oscura. Ora noi, con l’esistenza intera, siamo secondi nei processi del tempo iniziato quando il tutt’uno divenne pluralità di chiarezze per combattere la gravità che ci trattiene a corpo sicuro.
Id: 74072 Data: 29/11/2025 12:23:11
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Nessun dorma
Drone ‹dróun› o, all'ital., ‹dróne› (propr. «fuco, pecchione; ronzio»): questi sono gli “uccelli di rogo” dei quali canterà la Diva funesta la Vita disonorata la Pace inadeguata l’Ira intatta che ci perseguitano in formazioni di passo. Andandosene, sanno di dover tornare a volo, sempre più in quota e da più lontano dirette, ma precisamente dove annidati stanno corpi senza riferimento anagrafico o condizione o legami o celie o cosa seria. Perché ci sia una nuova voragine su cui stendere un velo pietoso che informi i caduti a vuoto.
Id: 74028 Data: 24/11/2025 15:01:06
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¿Qué le está pasando a la margarita?
Qualcosa indicava che non ero all’altezza della margherita: questione di prospettiva, mi giustificavo. Supino sul prato, gli occhi ponevano l’orizzonte sulla terra in risposta alla verticalità dei fuochi, sottraendomi all’artificio della fuga dall’inadeguatezza. Ma non ero all’altezza del seminterrato, il fiore sporadico da quel lato, ma diffuso per distacco sul gambo - come Bikila nel 60 -, capace di emettere sentenze alternando un verbo ad una negazione: è un vaso, ho scoperto, un bouquet di gialli che gli insetti risolvono servendosi di algoritmi di volo, più dei risolventi artificiali in uso nei listati dei data center da supermecato. Dal mio punto di vista la baia conteneva la fonda di mercantili piccoli come i petali e scuri, che il bianco non bastava a schiarirli in aria, ma di più in cresta d'onda. Ho pensato a Dio, che non viene per l’ape ma manda la margherita che non si trova lì per un fioretto.
Id: 73996 Data: 20/11/2025 12:22:08
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Ho liberato il tempo dal dato
Disancorato ormai, mentre oggi ormare è davvero sporadico e leggero nonostante il peso aumenti. Penso che quanto dato sia opportuno svanisca, anzi, evito evocarlo perché: chi lo riconoscebbe per ora? Quindi ormai è sinonimo di ‘ricordo poco’ e ho ricordi che contano meno su due piedi. Diciamo 7 o 8 e sto tornando al sei che è di strada per arrivare a zero, mero contenitore del silenzio perpetuo, come portato oltre con fine, riciclato oserei dire. Sicché ciò che mi racconta è niente più dell’anagrafe che va bene a breve ma sfido i motori di ricerca a trovarmi in seguito… Prendo a bordo il cantiere fermo a guardare, simbolo della prima venuta e moderatore del talk 'agitato per mia natura':
è questo mare che si riafferma a tavola. Mi figuro di esservi scagliato come deriva dal dato.
Id: 73943 Data: 10/11/2025 15:05:09
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Per un soffio non si scuotono
Crea un nemico se vuoi farti degli amici. E più odiato sarà l’avversario più all’indice puoi aggiungere alleanze. Un nemico annoda i capi e li tiene a tiro, ma se fai la ruota il mozzo si consuma. Sii meno remo che scalmo. Agitati e vedrai farsi nebbia i propositi. Tocca il fondo rotulando sui fianchi e, accucciato dietro sacchi di convenienza, mantieni il confine tra palesi e celato. E ricorda: la campitura della tela come sostiene il ragno ha l’aria di un visto appena.
Id: 73859 Data: 23/10/2025 11:54:19
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Sono secche
È il momento dell’involo: chi decolla, chi atterra, chi si libra senza peso sul suolo poi s'intesta la stagione così pioggia nel suo ruolo. La pista non è data, è il ramo su cui rulla in difesa dello sviluppo nudo che lascia inappagati i suoi nodi. Si fa per cogliere il cuore a modo di un antico richiamo: una calamita o talvolta una calamità?
Id: 73830 Data: 18/10/2025 11:32:50
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Su posto
Devo vivere mi dico a scapito del remo fino alla pensione. Attraccato al molo del balcone e cullato nel porto a casa ogni fantasia dalla rete ‒ faccio presente all’afa che il terrazzo non è un panfilo e il richiamo dell’acqua non viene dal bicchiere ma dallo scroscio della doccia in barba al sapone. Ironia dell’afa: se lo spirito vitale si mantiene nell’ombra, la noia esce allo scoperto come al fresco. Uno scatto immediato fuori dal solido ozio. Nei condotti sanguigni il brivido libera il crocicchio dei vasi dal tedio del circolo solito. I polmoni a tal proposito cambiano aria con tutto il cuore. Vivere non è difendibile a lungo se non sei in una posizione ideale: cioè essere preso in parola da te stesso in persona. Uno scatto immediato e l’avampiede è sulla pedata ma un gradino più giù sfugge ai passanti come un saluto contenga tanta narrazione. La città che ti aspetti trova l’accordo con lo sconto della partitura: i suoni picchiano in testa come motori. Faccio festa sul posto.
Id: 73403 Data: 15/07/2025 15:08:16
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Sono in penitente
Abiti di buona fattura sono la passione, una perfetta tecnica di duplicazione delle immagini ad occhi chiusi, la mimica aleatoria nel sonno, la spesa contenuta per mantenere il buio, lei residente in un secolo non meno guerrafondaio di questo, e comunque fu amore e comunque furono figli e non tutte le foglie furono distrutte dagli incendi. Direi che è una prassi consolidata il visto al chek-in del ricordo. L'abito ci spoglia a mano a mano che lo riponiamo in un senso o nell’altro. Così ci trasformiamo in ante. Ma prima i neuriti fanno da nastro trasportatore alla velocità cosiddetta del pensiero incuranti che le espressioni facciali coinvolgono dall’esterno grazie al rumore dentro.
Id: 73306 Data: 24/06/2025 15:45:13
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Allei
Per te ho attraversato pagine in diversi punti, sbucando in periodi altalenanti - controversi, se si vuole - addetti allo scambio di veduto. In parallelo ho stabilito la nostra latitudine: fissando l'altezza della stella polare (tu) dagli angeli orizzontali che assistono allo scambio di cromie tra giorni e notti che non sembravano in grado di mantenere la stessa tinta da soli. Scomparivano dall’orizzonte su delle lancette che giravano in tondo, inseguendo un luogo. Fisso il letto come circostanza di rotta, per altro, tra secche parole che sarebbe d’obbligo evitare sotto coperta dove barcamenandomi penso: eri equilibrio a pelle e vedi adesso come sei dentro. Torna fra di noi l’epoca della caccia di corsa, ma dalle mani partono diverse intenzioni: le dita mostrano il tremore padrone che danno ai nervi sia titubanza che invocazione. E ti amo indietro nel tempo come avanti ad ora.
Id: 73221 Data: 05/06/2025 10:38:31
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Non vi rubo spazio
L'orizzonte è disposto a difendersi dall'accusa di attrarre i più promettenti. Questo mi fa supporre che si accampi nelle voci più che nell'altezza dei fuochi. Si difende sostenuto dai suoi delfini. Poi evolve in acqua quando a riva. Per come la vedo io: "quando sei a terra non è concesso l’aereo: dei quattro elementi, due sono uniti con lo stesso mezzo”. E allora entrai in una carlinga così tanto tardi che rimasi fermo per l'intero volo. In quel corridoio del cielo bastò un carrello per fare la spesa con la fede senza etichette. "Puoi prendere tutto quanto ti serve ma non porti via niente," mi dissero, "solo l’inguine ingrossato dal lino, che per fortuna non ti fa uccello." È l'unica testimonianza del cielo che i piedi si prendono. Puoi camminare sulle nuvole, o scendere, ma volare non è un fatto di scarpe se conosci la materia. Con le ali l'ape copre la distanza, questo regge. Tra le ali e il dorso, un intrigo di atomi. Tra atomo e atomo, Dio: è il nom de plume della nostra quantità nell'acquasantiera del credo che così esiste ma non è tale piuttosto quale.
Id: 73121 Data: 15/05/2025 12:24:38
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Svegliammore
Uso il peso della parola per misurare l’amore. E le tue labbra che le magliano al sole. Hai notato come peso e lunghezza nella penombra non siano direttamente proporzionate? Puoi non pensare che è argomento di discussione, ma scoppietta il desiderio in preda al fuoco e si fa cenere. La mente parla con le briciole del corpo così che tanti sostengono sia il cuore a volere il morso. In modo naturale rispondi con l’indice e trasmetti a gesti il dialogo che utilizza la lingua contingente con un’altra lingua agnostica. Ci preferiamo distesi in luogo della brutta piega che prende il buon senso. Saper leggere il manifesto dice quanto si conosca il glossario delle effusioni e assegna al divino la muscolatura del ruolo, come è dato dall’apprensione. A segno può venire utile il grembo sul quale esibiamo il nesso tra fibra e sussulto, contrazione e spirito di corpo. Cito a memoria perché tu me lo fai presente. Questa parte manca nell’agiografia di ogni santo giorno: il calendario avanza a perdita d’occhi e sfoglio quanto mi pare passato convinto che il passato ci abbia fatti grandi ma incompleti: opere fortificate che adesso sono dati per deposito. Ma tu sappi che t’amo perché sei paziente ed io il malessere con sorte di mantenimento.
Id: 73034 Data: 30/04/2025 17:39:28
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Con la fratellanza che ci vuole
Ciao belluomo, gli dissi a memoria. Altero nella sindone del ricordo, ora rattrappito quanto un postino seccato da una stagione fuori porta, a mezzo solstizio. (Per quelle canoniche si può dire messa lì apposta; le altre indicano che è possibile leggere abbraccio il loro stato di famiglia qualsiasi pantomima faccia a vista.) E questo sarà per sempre l’incontro. Meglio: istruttoria di un ritrovamento. Quindi prova, come sei di noi in campo, genitori compresi, maturati da germogli, sfioriti in un soffio di clemenza dato il grecale che viene per tempo. Il legame accomuna le frequenze: il sangue ha avuto bisogno di una trasmissione da zero riconosciuta con una sigla. Poi, scaletta di respiro. Annuncia come eri quando ti viene, fratello! Alba sotto gli occhi di tutti, eri, e dai gesti si vedono i segni come rallentano; primo nel raccolto, l’amore ti ha dato la falce dell’esempio per volontà del maltempo che ad ottobre diventa freno della pesca. Ciao, Antò!, gli ho detto lui presente, siamo contemporanei alla lettera per documento.
Id: 72940 Data: 17/04/2025 10:59:08
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Storia vecchia per nuova data
Tra noi ansimava la chiacchiera di recente con l’elenco di ieri sempre più rado. Tanto c’è di bello nei resoconti che il vino tira dalla sua parte i bicchieri e noi presi di mira dai fatti, siamo fatti di quando in quando. Che c’è di meglio delle relazioni date per memoria dei figli, e di questo e quello purtroppo non ci sono i protagonisti dotati di spirito sano? Gareggiamo a rifarne le pose in un gioco di fonti amarose (ma per dio accessibili da tempio come sbocco delle date, ad es.)
Id: 72851 Data: 03/04/2025 11:28:29
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La città che viene via
Gli indirizzi che popolano il GPS sono nell’orbita bassa della Terra; giungono come svolte che fanno senso. Nella voce dei chip sono riconoscibili lo stradario in forma di onde per l'ascolto e la seduzione delle pizzerie da asporto. Fa specie che tutte le svolte cercate in terra vengano dritte dai circuiti integrati mentre in fondo galleggia il Torrione in via Torrione alla deriva del quartiere ‒ altisonante per altro, ricercato, invece che sicuro, incapace di evitare il cemento a presa rapida e ingegnosamente al verde: si può dire evasione. Ci ho fatto un pensiero. Come questo: nessuna abitazione in via di proposito si stabilisce a casaccia, ma tutte - proprio tutte - fanno da tappe ai fiaschi passati, ovverosia andiamo in rovina coi motori fuori regime o in folle oceaniche. Una boutade che spiega la quiddità del tempo. Allora gioisco per avere ancora posto sul citofono e dirimpetto il portinaio che mi consegna i saluti in tromba magna. Lui oltrepassa la soglia dell’orecchio alla spicciolata, perché il silenzio non paga in soldoni ma in particolari momenti ingoia le scale, rose dalle pedate con l’avampiede in posa.
Id: 72756 Data: 18/03/2025 11:27:16
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La voce che circola nei vasi
Bornon 110395 Quando si affacciò l’ipotesi che saresti venuto, la notte dei pesci non era ancora a pelo d’acqua, in realtà caddi dalle nuvole senza volerlo affondando in grembo, dove tu mettevi radici per un fatto d’amore che mi ha fatto rinascere… Oh-o, storia vecchia, la rinascita! Non so se crederci in buona fede o se per un corso di riparazione vengono le parole a gocciolare in bocca contro la siccità del pensiero. Di tutta la comunicazione che avrei voluto, queste portalettere mi parvero corrispondenti a mattoni, come dico tuttora, per cantierare un sogno. Poi: ‒ È nato, è nato! ‒ Annunciava tua nonna in quel nido di vispi, e tutta la sanità del caso era presente. Tua madre aperta alle stelle dei pesci e tu entravi nel locale ‒ e per locale intendo l’universo in atto. Prendesti ad abitarmi da fuori perché nel tuo immenso tremavo a mente del rischio nascente. Nascosto ma fluente nei vasi ti parlo come permesso a dimora.
Id: 72670 Data: 28/02/2025 13:51:07
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Mi occupo dello spettacolo in atto
Se quelli davanti a me sono andati via non è che io ora veda meglio la messa in scena della vita. Ho soltanto la sensazione che il pubblico di prima abbia abbandonato la sala conoscendo la fine. Adesso in coscienza suppone lo spettacolo che da qui non si vede, benché messo all’indice in un volume rilegato. Non sanno di aver assistito al meglio, ora che il meglio è pari al nulla a pretendere. Il palco resta aperto alle stelle, la parte si può scegliere come conviene. Persino evitare i fiori incoronati con più monete nella tasca giusta: una pratica dovuta ai manutentori di passaggio. Una buona cosa per far posto a quanti applaudiranno in altri ruoli. I ruoli… Stanne certo sono presi, ma uno, uno soltanto è dovuto a te. Reciterai e sarai multiforme senza saperlo: attore, protagonista o comparsa, e spettatore, finanche autore; ma talvolta sarai maschera con il giusto spirito mentre nel buio con la tua piccola luce accompagni alla poltrona un vecchio legnoso perché, si sa, la vista e le giunture sono legate alla corteccia, come un fiore all’occhiello.
Id: 72571 Data: 11/02/2025 14:57:02
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Un ripiano si addice a posto
Mio padre è esposto a nordovest e conta dal tramonto la sorgente che non vede. Mia madre apre la sfilata in favore di camera: è meravigliata, vede cose dell’altro mondo e i parenti con il loro cordoglio fanno cornice più o meno a giorno. Dunque, sulla mensola la distanza è garanzia di appartenenza, perché gli anni seguono centimetri per giorni. Stanno lì per adesso, quegli adesso inestimabili che gli occhi scorrono come grani in un rosario di congiunzioni. Un plotone familiare sotto il fuoco di fila delle rivisitazioni e/o dei paradossi di caduti e risorti a vista. Frazioni d’acqua per ognuno di quei frame, pontificazioni di sangui a volte, a volte unanimità di giorni. Vado tra loro come la goccia nel polsino quando dal rubinetto al viso esplode: un brivido e un disagio: la vita, insomma. Sono passato tra di loro come futuro nudo. In altre parole, ho fatto il mio tempo fuori da queste madreviti ma la filettatura è su di loro come ritorno. Sono ancora robusti, benché soltanto busti digitali, ritoccabili dove serve - e a me tocca tanto il cuore e la mente, partendo dalla credenza che uno stipo è adatto a conservare l’intimo e lo spirito, oltre la forma e quel succo in luce. Di tanta pasta fatto.
Id: 72441 Data: 24/01/2025 15:38:41
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A te che sei pubblico sul comò
Occupato dai presenti ma con una buona esposizione degli assenti mentre va in scena il quotidiano e si lavora al personaggio in un’altra sede - discosta, concessa al vero, esposta con l'odonimo al termine del corso. Quelli davanti sono dotati di spirito proprio, le seconde file pregne di unanimità: la mia lacunosa interpretazione della loro vivacità. Il parterre è la copertura della vecchia Singer che, smesso l’uso domestico, superato l’afflato creativo del “mamma non fa una piega ma affina i punti al taglio con corrente”, è una macchina da cucire portata dal passato si coglie nelle icone, sulle quali non soltanto l'insetto della memoria si posa con l'amabilità delle parole, ma anche l'ingiuria delle stagioni incassate dalla mente lasciano imbastiture che cuci con l'interpredazione.
Id: 72397 Data: 15/01/2025 15:41:31
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Faccia di circostanza
C’erano tante tentazioni tra gli addobbi, a tratti persino i locali con le loro penisole si tuffavano tra i turisti in corso - che è un po’ come voler avere la testa altrove quando sei sovrappeso e chiedi un prosecco fidando su quelle sedute che hai di fronte. Gli auguri hanno un valore che finisce sul conto tra le effervescenze del riso; o, più contingente, il riso è facile preda di una banda di rivenditori. Nei correnti ovunque, le gambe delle banche sono di carta. Le carte hanno valore di debito o di credito e comunque strusciano sul fondo, si consumano come un passista che punta al traguardo e unge col sudore quest’aria di rifacimenti e come l’ultimo merlo sul forte la carnale becca la pelle lisa nella piega al centro dove le preci di alcuni cari scomparsi fanno volume ancora capaci di acquistare vita per quanto ricordi. Capisco che il limite umano è dato dal bisogno versus desiderio. Lascio il primo in debito di risorse di spesa. Trovo una risorsa in termini di fuga: lascio lo stagno del calendario con la faccia di bronzo.
Id: 72375 Data: 10/01/2025 17:19:02
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Resiste la fermata
L’uomo dei rifiuti ha abbastanza chiavi per aggiungere peso ai portoni. È smilzo: uno che svolta nei sarcofagi mentre macina chilometri e sacchi per via della fame e del superfluo, dei quali disfarsi in tempo consentito. Ha imparato a differenziare come insegna la giunta in comune: da un lato il potere dall’altro il servizio: cosa renda di più è palese, ordinanza natale. Ama la notte, per quanto si vede, ma fa in fretta ad uscirne per rientrare nel cuore di lei, sposata in un solo giorno con l’inseparabile anulare ad accogliere il giallo risolto. E il bacio che dovrebbe avere il sapore peggiore della città accetta il bidone.
Id: 72128 Data: 30/11/2024 14:08:36
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Alle piante non mancano i piedi
Nel cortile c’è uno spazio risicato in cui parcheggiano piccoli fusti rampicanti e automobili ossificate che portano acqua di scambio a caldo. Oso dire che i motori non sono isolati ma gli isolati vanno continuamente in giro a darsi ragioni. Si raffreddano con il mutualismo tra cemento e ferro che mette in ombra altre coabitazioni. Quando le prendo a norma di convivenza, edera e carrozzerie mi pare offrano la stessa somma di percorsi con addizioni diverse. Ho dato alla casa un valore certo: mi ospita la benedico mi calma la cerco mi tatua la sua immobilità nella tempesta: la mente qui è plastica e imballa i piedi a sorte.
Id: 72076 Data: 18/11/2024 16:33:24
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Per andare avanti
Un amico mi ha chiesto dei soldi in prestito - come aspettarsi a febbraio il sostegno del suo sole anemico e, nel raggio rimasto, mi sono rivolto ad un parente del quale conosco la sfera di appartenenza - diciamo come fosse marzo che dispone di ore calde in via d’arrivo, esposte a sud. Lui allora lo ha chiesto al suo compagno quasi pieno di colori ma più al verde di me in amore (il cuore è sempre un prato in allestimento in cui bruca la pecora del malessere) però questa volta il seme non poteva dare piacere e lo ha domandato alla donna che segretamente frequenta: un’ape, a suo dire, in via d’estinzione. Lei ha pensato bene di sottoporre la richiesta al marito, in attesa di grano quanto un silos che non sa nulla della messe in scena ed ha chiesto a me quella prestazione. Sembra un girotondo de ante annum oppure oggi per andare avanti.
Id: 72024 Data: 11/11/2024 12:53:08
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Un punto a favore
Il giglio di mare si estingue tra le orme delle correnti che vengono dal porto e perdono grasso lungo la battigia. Chi è corrente non sempre va di fretta: spesso l’amore, anzi: certo, l’amore!, chiede di accogliere a tempo debito una promessa di millemila partenze che fecero l’epoca dei corrieri in genere. Più o meno ai giorni della grande alzata di spalle per la funzione dell’orizzonte che sollevato a davanzale e, giù di lì, il vento con l’aria di stare a facciata in altri elementi: odori di rilievo, roulette dei semi, imposte chiuse dove il sole batte in durata la notte e amori freschi, amori brevi un ahhh!, ingialliti col bacio, spacciati dai denti nei possedimenti. I piedi a sostegno dello jogging increspano il piano della sabbia: orma per orma l’occhio trova energia nel punto in cui fa buona pesca.
Id: 71688 Data: 07/09/2024 13:47:07
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Mai fatta un’opera buona
Sono un esempio per questo i caduti greci fermi sulle piattaforme di Poseidonia con l’aria dei fatti di cronaca legati a queste orme e agli agenti secreti dall’atmosfera. Certo la performance dei costruttori è ricca di talento per la buona disposizione delle pietre (il cuore è la roccia che origina vette o fa battere i deserti) ma i marmi per quanto duri hanno diritto alle trombe. A caldo direi non c’è più tempio per questo: inesorabile agisce quel verme solitario dell’orologio che digerisce persino l’universo. Perculiamo i climatologi sostenendo che come fu o come non fu, l’inferno era già finito al fresco, sottolineavi con successo. Ma davvero è successo? Cosa è, allora? Il successo è quel riconoscimento che la polvere dà per le parole al vento, udite udite! E la polvere qui è tanta: finisce sull’alloro, sulle orme, scrocchia in memoria con calore a volte. Voglio aprire una fabbrica di condizionatori, questa sera. Gente che sappia ripetermi “stai fresco, stai fresco” come fa la grandine schiacciata dalle suole. Ma il frigo di casa non basta, lo so. La sua accuratezza non è sempre fredda, a volte usa un gelo di qualità umana che innesca il deperimento sgominando il cuore e la pietra anche se si contrappongono allo stesso tempo.
Id: 71625 Data: 28/08/2024 15:34:56
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Interruzione dell’acqua
L’avviso era per gli utenti una presa di coscienza: posi gli occhi sul comunicato ma non è che basti il linguaggio burocratico ad affrontare la pulizia dell’essere. “Il giorno tot, dall’ora tale all’ora poi, verrà interrotta l’erogazione dell’acqua per riparazione dei guasti della condotta.” Tutto in un fiato come i cirri all’improvviso compaiono in un’atmosfera serena interrompendo lo scattering scoperto nell’azzurro a tutto spiano. Il giorno tot allora tale fino ad allora poi, verrà interrotta l’erogazione dell’acqua per la condotta… La condotta! è sempre stata il cruccio che mi ha reso tardo sui libri, senza la lingua acconcia al primo bacio e inadatto per le occasioni che contano. Non ho fatto caso che la lettura stracciava dai legacci la memoria tanto da creare una similitudine: essere umani significa portatori malati di candore angelico o divini scolapasta.
Id: 71540 Data: 17/07/2024 11:53:46
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Che succede se
Se ti prendo per mano è che mi aspetto tu mi dia una mano e non per usarla quale altra presa in giro. Intorno non si vede anima che sostenga la fisicità dei contemporanei (lo spirito è quello di sempre: lo avverto ma non viene dato per certo) eppue, sommando i vigili assenti ai passanti distratti si ottiene per addizione una certezza: la Terra è rotonda o piatta ma occupata con tanto sentimento. Quando provi a superare la solitudine, un frettoloso saluto misura la velocità con cui attraversiamo le storie incidenti. Preferisco evitare quei cenni col capo e dichiarare apertamente non ricordo il tuo nome però la faccia scava il silenzio da sola e dice qualcosa che serve a poco. Così la riconoscenza dà alla memoria un ruolo da protagonista, ma quando la notte salta sulla schiena e lancia al galoppo la sonnolenza, una cuspide della stanchezza equivale alle dita messe alle strette dipanate dal dorso.
Id: 71478 Data: 08/07/2024 15:04:53
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La parola stufa
La tua sagacia chiedeva attenzioni straordinarie, quasi una pulizia dell’ascolto di modo che per capire la vera natura che la lingua coltiva occorre guardare come si piega il gambo del tono quando lo modelli a pieni polmoni. Una ricerca di contaminazione, la mia prende la parola e non dichiara che davvero il fornitore è il Devoto Oli. Quindi apparendo a volte stucchevole tagliavi il detto come il grano alla base, quello, per intenderci, che secca una volta e per sempre. Giallo per giallo, aspetto che maturi lo sfusato più che quelli montatori, te ne uscivi. Le tue parole fioriscono nello stomaco o sono porzioni di suono che la mente incolla col senno di poi? Chiedevi. Sei un rondone che pare dia lezioni di acrobazia ma sopra di lui è il falco che impara come piantare gli artigli picchiando sodo. Questa esposizione non dà lavoro, dice l’ombra al sole. E fa caldo come la parola stufa.
Id: 71452 Data: 04/07/2024 17:52:59
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I residenti
Con una spudorata somiglianza ai composti volatili (presi a modello di aereo, dei o chi ne fa le veci) il drone usa comandi remoti per colpire adesso: sfrutta questo paradosso in presa diretta poi tira fuori lo spirito innato e dissolve i concorrenti. Suggerisco di salvare i contatti in una memoria capiente. Ricordo per l’occasione profili associati ai fumi molesti: ovunque (che in arte è l’universo) viene fatto divieto guidare in stato d’ebrezza; ma la brezza, spero, qual buon vento ci meni al fresco. Può far male come quando sudiamo esposti ad una tiritela di perché e quando nullafacenti. Niente è peggio ma viene destinato in successione ai morti, che, come si sa, sono svitati realmente. Sono cerniere battenti senza bandiera. Con gli zoccoli, zoccoli a tamburello, ventre a terra, taranta il capriolo in salvo dal lupo - che cerca il tenero o l’indifeso o il malridotto o questa terna insieme - ma il lupo rifiuta il domestico succulento per un naturale sospetto: “In una mano tesa ed aperta c’è sempre un inganno che di là passa alla gola e viene all’orecchio quando è subdolo sapere e tacere come sopravvivono i resi denti alle tante primavere.”
Id: 71288 Data: 19/06/2024 12:00:15
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Quando posso prendo fiato
Lo dichiaro ai mercanti di letizia e a quelli della compassione: lasciate che la vecchia Europa argini patemi a voce spiegata, e mostri il negozio fronte strada in pieno traffico di vettovaglie. Non curatevi del dettaglio, spingete sull’ingrosso e sulla trasparenza: gli oceani quotidianamente sbattono il capo su uno dei capi del profilo costiero a perdita d’occhio. E l'occhio vaga a filo dell'onta, piccolo canotto sopra mentre sotto sotto tante buone intenzioni a mano aperta si tendono verso l'ovest che affonda. Aumenta il deserto dove le dune si agglomerano in cemento: aspettiamo che il vento setacci il grido dell’allodola a ridosso di un miraggio svanito in pace. La realtà può colpire fino a togliere il fiato. Il sogno prende corpo quando proietta ombra. Il perno è la luce. Anzi, dicendo “senza contare che la notte è primigenia”, il desiderio cerca conferma ad una mandata.
Id: 71238 Data: 14/06/2024 11:45:42
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La cecità delle piante
Sia lode alle campanule tanto timorate da nascondere nelle rogge lo scarabocchio in fuga. Diventano ombre a frotte di cinquanta al dì, qui (nel confine sotto stimato) e più di mille al dì, là (ovunque perduto). Sono minori che sfuggono al sacco della malavita. Una quantità inusitata - già se fosse uno soltanto - calpestata da mostri che pesano la primavera in carne ed ossa. Alcuni raccolti in un bouquet da salotto altri semplicemente spazzati da un’onta e soggiogati a piacere - molte parti in patchwork orrendi portati all’inutile eterno. E taccio di quelli dilaniati o ridotti in terra dai guerrafondai, come sacchi in trincea. Solo credere all’inesistente permette di sopportare la scomparsa in un’altra presenza. Fiore piegato dai colpi d’aria viziata: un respiro che secca.
Id: 71141 Data: 06/06/2024 14:34:40
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Chi sono
Sono terreno della peggiore specie, friabile fino a comparire minerale a più riprese. Questo è il nocciolo; questo, in terra. È l’umanità che aumenta il volume mentre si perde la polpa. Il succo è indifferente. Non ne afferro il senso, ma magari il frutto non sarà tormento. Allora sia lode ai polmoni verdi, ai vomeri rossi, alle gocce ingiallite dal pulviscolo atmosferico. Non fate caso alle differenze come le differenze non fanno un caso di noi. Adesso il prato è un libro aperto e i papaveri seccati segnano punti salienti, il meglio esposto nel dialogo con il vento: Lui piaga quel che gli pare ma offre ossigeno a noleggio, a lungo termine si spera. Fino ad allora sarò stato consentito da una presa di posizione di due terreni, mantenuta forse per qualche minuto e depositata nel ventre con la speranza che fossi una cima, non la frana che devasta l'alveo dove ha messo piede. Un serio problema, vi dico, in base al dettato 'servi del podere per cambiare la terra.' Non ne afferro il senso, ma magari nel solco si trasformerà la trincea.
Id: 71059 Data: 28/05/2024 14:49:18
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Sollievo a stento
Sostengo il traino e il ruolo del rimorchio ma non li adotto con la conoscenza dovuta: nella storia di un trasporto ha una sua parte la risoluzione della motrice. Vado dietro dichiarazioni, a traino dei suoni; aggancio gli occhi alle forme ma credo che in ogni senso mi trascini l’emozione. Siamo meno che stelle ma l’ignoto ci cova: quanto trasporta? Siamo rotabili, percorsi da colpe che ci solcano e nel tragitto ignorano i segnali dei lavori in corso. Un colpo di sonno ci porta fuori alle volte. Sollevi il mento e vedi coriandoli fermi che fanno la festa a qualcuno che non si può raggiungere. Le mappe stellari appaiono come segreti di cui si parla solo di persona; e si cercano segni per trovare sereno. Dopo la pioggia ho un’altra idea delle brutta aria che trova il sole. La stella sostituta in ogni fede, e ne sono testimone, come sospetto, credo, come poltergeist per verso. Vado dietro voci, figure, apparenze, coltivo giochi di ruolo e sono stalker per Gil, mi infilo nei panni come una lama crea nel tronco la distopia del guardaroba, pieno di pinze a molla dette mollette per indicare che, se ci sei dentro, il vestito non ha un ometto, ma una sorta di tensione sartoriale: la cucitura tra essere ed apparire di sostegno. Sostengo il rimorchio mentre indosso il suo bel maglione, più alto e in forma di me. Capisco l’insopprimibile pesantezza del precedente, sicché superare l’anagrafe è di uso comune quando la sete dell’età ti prende, per ciò se ci fosse sollievo nel bicchiere squaglierei anche il vetro per berne.
Id: 70997 Data: 21/05/2024 15:04:55
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Derive
Sembravi rassegnato all’estate che muta i costumi, porta le vivande ai rinfreschi e le vele che fanno camiciole per quelle rotte. Averne vissute tante sull’onda non è successo, ma esercizio che auguro agli sgombri, checché si racconti dei pesci azzurri o alla ricerca delle dimore in questa o altre nuvole di parole. In cielo ora non guasterebbero tante penne scagliate come droni. L’estate cambia le figure geometriche piane in poligoni di tiro per gli occhi e, se l’inclinazione lo consente, impiega lo schizzo per preparare il disegno al gioco delle ombre: un motivo per mettere a fuoco i sogni dei carovanieri del posto. Io ne bevo, ma tu ancora sei fonte a gocce. Così cerco derive che tornino amabili.
Id: 70936 Data: 15/05/2024 11:22:26
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In coronata
"[...]Se un uomo si vanta delle sue poesie, verrà amato dagli stolti. Se un uomo si vanta delle sue poesie e ama gli stolti, non scriverà più. Se un uomo prova un ardente desiderio di attenzione per le sue poesie, sarà come un somaro al chiaro di luna [...]" (Mark Strand, Il nuovo manuale di poesia) Achille annegando in un mare di ragioni l’ondata di collera che non bastava coscienza per contenerla, nemmeno si accorse che Ettore aveva preso un granchio e gli andò contro col suo furore come se l’altro gli avesse troncato netta una chela o l’incendio delle tolde achee avesse distrutto le passerelle di Atena. Ettore si accorse che la ferita è tale se guarisce, ma nelle orecchie la pressione della battaglia è un viavai di pesci (avrebbe detto un banco, ma che branchia sarebbe quella della squama che rende un quasi eterno oceano occupato dal suo dettaglio vitale mentre spunta per tempo la tempesta del Mirmidone?). E tu, Antifo, che non hai amato come me quel Rombodituono, sognando sulla mia isola di essergli compagno in almeno una azione da acrobata sottoporta, non puoi capire quanto il Divo fosse un vero colpitore per gli avversari di turno. Immarcabile anche con riserva di schieramento. Opposte, le fazioni fanno intera la guerra; alleate, sono più divise che uniformi. Vedi, mio giovane amico, resta la trovata del cavallo con la pancia piena. Una odisseata se vuoi: mettere due teste equestri sul fusto di una trireme e lasciarla davanti alla porta sinistra perché si pensasse ad un dono maldestro! Ma ti pare che dopo millemila cadaveri si ricordi una sola corona?
Id: 70838 Data: 03/05/2024 15:01:03
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Furore con gemito
Mi fecero entrare nella chioma del Pelide. Sotto di essa un’orda di guerre e duelli e brevi pause sul kline (aggiungeranno una ics per chi raffredda). Così accadeva nella tenda mentre sulla piana mosconi e tafani sgraziavano gli argomenti di arti, con torti perché nella furia manca la lucidà di colpo. Avevo già venduto rotte aleatorie per approdi casuali con buona pace delle tratte turistiche. Un lavoraccio, lo riconosco, Antifo! Più della rosa che per catturare il sole salì sul ficus incuneandosi senza sfogliarlo. Privo di capo, il male non ha seguito e può essere il principio del bene. Come noi ora, andò a sedersi sullo scoglio che è la platea dell’orizzonte dove puoi vedere a fondo un sogno o un sarago con il suo argento, le pinne gialle e la macchia nera in coda mostrare la freccia mentre passa la caviglia. Lui non prestò attenzione, perché a colpirlo non bastavo le parole. Quale impulso rimise in campo il figlio di Teti? Il cambio di turno in amore con l’assente di turno. Eros rende schiavo chi ritiene schiavo l’amante fino alla contr'azione dei lumi. E si sa che la fiamma riscalda se si contengono le lingue. La vendetta non chiede argomenti a sostegno, ma furore con gemito.
Id: 70589 Data: 22/04/2024 12:32:56
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Essere combattuto
Si sa che nell’erba ‒ pure incolta o ignorante ‒, le greggi muovono le mandibole più che l'occhio del ciclope. E siamo consapevoli che il ciclone è nell’aria una guerra tra elementi cosiddetti avventori del locale. Ma davvero davvero ciò che entra nella carne prende sapore a memoria? Questo mi chiedevi, Antifo dal bianco chitone, e risposi con una gemma da orto retore: e se Paride avesse informato il re padre delle sue intenzioni, più che informarsi della regina da ratto, quali dei tanti sarebbero ancora con noi? Il sangue non è aereo ma schizza nello spazio spinto dal cuore oltre il necessario, se tanto tanto se ne fa mansione. Uno shuttle lanciato nell’orbita di pachamama, che mi piacerebbe conoscere, Antifo. La tua linfa cola dai denti del monocolo gigante lì impalato per avere tregua. E fu la fuga a renderci soli con tutta la luce che venne dopo. Come ti dissi sul pontile, quel che atterrisce nella partenza per la guerra è di farla in tempo.
Id: 70523 Data: 11/04/2024 12:20:03
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Paradono
La sensazione è che nel giardino di mio padre un pezzo di terra somigli alla luna, e adesso manca (non la terra nè la luna). Tanto sporadica vi appare la vita che la motozappa è un lusso. Eppure lo spazio è fecondo ancorché pieno di polveri che si aggregano nei telescopi. “Quindi ti dico, Polite, amico mio, cerca la terra che ti portò a bordo con il bagaglio di guerra e rendila fertile per la lingua naturale dei volatili e per ogni genere di vermi, uomini compresi, ma non credere alla salvezza che lo scudo offre: quello sbarca ai porti solo le ripartenze.” Polite, demone di scoglio, accorto nello sguardo amava la donna che mi amava e io non amai più del viaggio tra millemila ignoti, così lo interrammo in quell’orto mentre annodava all’albero di maestra cime venute dall’altro mondo. Intrecci di battaglie tra colpisci e schiva, affonda e strappa, fino alla Mustang verde lasciata in dono sotto le mura e che nel motore aveva uomini affamati di marmi e bronzi. Un bagaglio di corpi straziati e colpi strazianti che quei doganieri non colsero nel mental detector. Paradosso del dono: la sorpresa non è sempre una gioia. Come la sorte.
Id: 70493 Data: 08/04/2024 13:09:07
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Fregata
“Non mi fido della resistenza della costola, Euriloco, perché la fiancata vibra per cedere al torneo dei remi.” La mano erpice sull’impugnatura usa il fulcro dello scalmo per tirare a sè il mare restio a qualsiasi solco (la marea, per definizione, si muove se viene attratta dalla parola lunatica, o anche se riceve una spinta pari al volume che la segna.) Lui, Euriloco, preso da una mosca inseguita a scarti del capo, improvvisi quanto netti, - quell’attenzione degna di miglior preda -, non aveva altro che reagire ai fastidi. Un poco a memoria e tanto per l’umore: come l’amore… quando l’hai assaggiato. Gustava la prua da polena, Euriloco, e apriva il libeccio come le fregate sanno fare, gonfiate e rosse con la magia dei corteggiatori: in ogni vagabondo si trova una direzione che fa gola. Fanno leva sulle isole come la gialla stagione dei mosconi. Oppure le gocce di sudore. Pieghi la schiena e la rialzi per attrarre a te il vogatore; e questo sembra il bel presente: lo sforzo prende lo spazio tra il ventre e un mondo di carnieri. Chi si apre non vede meglio, perciò anche in terra seguiamo chi è in voga. Tra tanti elementi, Euriloco, arma l’anima un soffio dal mare abbandonato.
Id: 70459 Data: 04/04/2024 12:32:19
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Alla prima uscita
Attua la risalita dal tronco la banda delle gemme a scoppio come venne viene marzo a giorni nel solito giro di attrazione tra i corpi celesti e non previsti dai massaggiatori dell’orto. Quanti ne saranno? Anche tra gli astri sono innumeri i rovesci di atmosfera. Proprio quella giusta non si vede. La razza umana è davvero una replica di ciò che la sovrasta, perché cadendo i frutti restano nel perimetro della chioma cannibalizzati dalla radice. Così va il grosso e il piccolo a perdere gli anni nel fiore degli anni da finire. Oh che meravigliose suzioni ci aspettano per tornare in circolo! Dai capillari alle barbe è come passare in salotto dove solo il sofà ha fede nella distensione quanto nei congedi. È battaglia per l’idraulica in quelle trincee: se ti appoggi a pena, le palpebre serrate fanno incubi su due piedi.
Id: 70387 Data: 25/03/2024 16:44:37
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Silenzio a parole
Poggiato alle pasque con l’agnello di glassa e mandorlato per tenere a freno la lingua al servizio degli occhi, troppo vivace e già fonte di strepiti di lungo corso, stava l’uomo con la gamba incrociata alla caviglia, come se gli arti fossero inferiori quando si incontrano e superiori se si tengono mano nella mano. Sia detto, perciò, che la coscienza del sè non ha niente a che fare con i trascorsi della bocca ma da quelli toccati di persona. Diventa essere lo strepito e si cuce ai bronchi con il filo di fumo a piombo, proprio lì dove vorresti avere un bruco, segno che per introdurre echi nel silenzio occorre fragore di consunzione. Ossia ruggini dall’umido dei desideri che hanno fatto le balaustre in cuore. Ma se si scioglie la caviglia, se la gamba funziona, al diavolo la posa, urlerà la pasqua in gola! La mia generazione ebbe i fiori con millemila comunioni. Fine della concorrenza. Condivisione, perché la concorrenza esaspera la solitudine più della velatura nel fuori onda. Oggi decollano i pamphlet delle rivelazioni. Per questo gli aereoplani creano il flusso d’aria necessario al volo mentre gli uccelli fanno meglio da stormi. Si dice sia capzioso ogni silenzio, ma dietro lo strepitio della memoria come nella dissoluzione dei sogni c’è un dialogo muto o un foglio che fanno le veci, messa in conto la potabilità della parola.
Id: 70258 Data: 08/03/2024 13:55:27
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Con le squame nella rete
Liberaci dalle maglie della rete o tu che porti sul carapace l’endecaverso cui non dobbiamo il verbo e il bacio, ma il flusso e la gabbia. Fai che non sia la parola il tragico croupier e le promesse spuntino nelle misure d’acqua come i bicchieri e la lingua, che per questo si pone da terra. E la terra, questa terra, scruta le onde per il miele dei pesci ma ha perso la cittadinanza delle sardine per conquistare la nazione dei motoscafi. Ai piedi della sabbia c’erano calzature che facevano incespicare la risacca. Figure perse o lasciate con l’orizzonte contratto. Per fortuna, e per liquidità disponibile, l’onda porterà la soglia marina più avanti e la terra, questa, sarà scoperta dai tetti. E, lì, il giovane avanza.
Id: 70197 Data: 29/02/2024 10:48:15
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Gigi
Stanno scomparendo i miei sorrisi dai visi che li avevano portati al mondo come identità di spirito. Si stanno riducendo i nomi da cercare: sulle porte e nei portoni cambiano le voci ai citofoni. Gigi è un dente della vecchia città che ricordo di nuovo, forse perché adesso lo avverto con la lingua caposaldo d’amore. Ah, che mese gennaio che ha spento luci e amicizia in corso! Ingigantivano le feste dei datari e le date guizzavano senza contenersi al largo. Ma adesso il golfo fermo si accosta al tuo scoglio con il suo marmo bianco. Dall’ultima volta i cristalli del sale pruriginosi attestati dell’acqua si trasferiscono in lacrime testimoni della fortuna di averti in corpo. (a L.L. - RIP)
Id: 69869 Data: 16/01/2024 13:32:12
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In cima al calendario
Siamo nel primo foglio del calendario. Siamo lassù, tra i fori che testimoniano lo strappo o la giravolta dei mesi accartocciati. Siamo a cavalcioni dei flûte di rigore. È la prova che in quel punto lo spirito dichiara il sangue un buon trasporto e mischia il capogiro con un rigurgito del cambiamento mai avvenuto. Poiché è visibile il mondo dopo il diluvio tergiversato, posso affermare che noi siamo lo scroscio peggiore venuto in terra - nessun’altra terribilità è stata così tanto invasata. Nell’improbabile visione della colomba nella cerchia degli ulivi, la verità dei rami sta nella bocca dei cannoni dove i falchi beccano pallottole mentre l’anima rincula e i bossoli vuoti sono espulsi come fronzoli della ragione. L’uomo seduto accanto a me rifà il brindisi fino alle lacrime, senza pietà. Ha chinato il capo perché fare la festa a qualcuno impone che solo alzando il gomito si lascino i ruderi in pace.
Id: 69775 Data: 03/01/2024 18:15:16
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Impiccata all’alba l’ex sposa bambina
In alto staziona il piombo dell’acqua e sotto il timore dell’onda che dona l’invaso. Di sicuro una furia lascia il segno della stessa taglia. Comunque sia, poco cambia se non cambia l’abitudine di punire con malvagità il dolore che ti procura ciò che non comprendi. Pare scontato, ma è difficile spiegarlo anche in cielo che tutto comprende. È inutile la violenza dell’uragano per scardinare le imposte. Un battente alla finestra si riconosce dalle nocche brutali piuttosto che dall’usura delle cerniere. E pare non si asciughino le lame sul gocciolatoio con la stessa aria dei polmoni, ma di taglio diverso: il mordente lascia a bocca asciutta. Quando castighi infliggendo privazioni rinvigorisci la disperazione che porta alle conquiste. Le conquiste sono colpi sotto la cintura, dove la lingua si riduce all’articolo maschile presupposto male. Voi vorreste che l’uragano e il suo piombo, ligio alla vigliaccheria del precipitato dall’alto, violento fino all’atterraggio, dimorasse in cucina, al vostro fianco? No? Non lasciamo che ci faccia strada.
Id: 69674 Data: 20/12/2023 11:37:39
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Quindi punto il dito
Dalla sua posizione il computer risponde congiuntamente all’uso delle dita e alle corbellerie della mente. Come questa che segue: l’umanità, quando viene colpita dalla sua stessa ferocia, si strappa la pelle ma non scopre gli occhi. Naturalmente, non tutto è dato: questo è a conoscenza anche delle macchine. Le macchine prive di dubbi ma zeppe di mobili virgole che le biblioteche hanno ceduto in conto capitale, a titolo perso: in formazioni come per migrare contenuti a più continenti. Dando le spalle al cielo, il pianeta oceano accetta isole sintetiche e le solleva. Da terra, dove passano gli eserciti in calore degli imperatori correnti. Noto come le truppe in assetto di foglie non fanno gli stessi passi delle marce: cadono verdi, mimetizzati a morte. Li coglie la strada priva di segnaletica orizzontale che indichi la direzione del fronte e la corsia della pace. Se per questa necessita l’intelligenza meglio mantenersi al naturale.
Id: 69578 Data: 03/12/2023 18:24:48
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Per aspera ad aster
Guardavo l’aster tra i quasi troppi anni nel giardino che conta. L’anagrafe è arida: a ‘sto punto la stagione è desolante. Svetta il numero ecumenico dei decenni, una frana ha spogliato il fianco, la pietraia di pochi giorni muta. Come si racconta è la roccia scalata per scavare una buca. E in quella buca ci getta la mancanza di fiato sopraggiunta. Nel giardino l’aster si espone e viola il suo traguardo. Lilla, per meglio indicare la giovane pianta lì in persona. Quel fiore ha tutta l’aria per gonfiarmi il petto: luminoso, snello, profilo egizio, fa capolino il mento, e la fragile raggiera finita nella cruna di settembre per cucire la bocca a ciò che sento. Provo amore per una chioma di petali influente. Quando la distanza tra due esseri supera l’orizzonte compresso dall’anagrafe, la posa che osservi mette tumulto nelle fibre del giusto orientamento: una contrapposizione artificiosa usata in natura solo dalla moka in attesa del caffé. Le lancio uno sguardo appena vivo mentre infuria la nemesi di stagione. Non voglio andarmene. Adesso no.
Id: 69240 Data: 12/10/2023 12:20:45
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Lavoro consonante
Siamo trasformatori efficienti, figli del consumo corrente. Siamo i contatori delle rivoluzioni, abbiamo il calendario nell'orbita. Facciamo solo letture di controllo, noi che abbiamo contratto il male del tempo: non coniugare il futuro. E non c’è un’oncia di vita nella biosfera che non trovi parcheggio al centro commerciale - perché mettersi in vetrina non è male se il bel vedere arricchisce il panorama. Trasmutiamo l’immaginabile in commestibile, poi in compostabile, quindi in salumeria. Il salumiere ha le mani legate e so che mi leggono gli accoliti delle vendite prima che il bisogno sia manifesto. Il foglio che accoglie quanto mi fa a fette ha un peso nell'economia della carne. Utilizza un albero di natura morta che sulla carta paga il bosco. Portiamo dentro la tara delle asce per la circostanza delle pareti attrezzate. Siamo le borse o solo le cartelle, fate voi. Gil, il mio giovane mental coach, figlio di altri figli, padre dei padri che parcheggiano in lui, sogna ancora quei sogni che non rimboccano le coperte, anzi, lo scoprono per freddarlo. Per questo testo la trasformazione in argomento.
Id: 69190 Data: 03/10/2023 17:21:17
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Per certi versi sono già passato
Mi fa notare che la mia sintassi è a placche e genera protusioni della spina verbale. In pratica, la discopatia compare in parole povere storpiando il tronco a capo, cosa che addolora il lettore. Un obbrobrio, per il suo gusto. Le voglio spiegare che scrivo mela: che peccato!, ma intanto la zolla sulla quale insiste la regione frontale sposta l’espressione e genera vela: che pescato!, Lei obietta che è solo un gioco lessicale, non certo poesia. Vorrei sottolineare che davvero io vedo il frutto gonfiarsi nel vento e trasportare l'umanità sulla riva sbagliata (nemmeno le dico che tutto nasce dal fare rotta su Dio!). La pancia in piena forma gravida della polpa ora gravita in un gioco che più di un gioco non sarà mai. Navigo tra le righe come un brigantino con il sento in poppa. Serve spiegare le parti di un componimento? Gli ingredienti non sono quelli soliti, d'accordo, però il cuoco impiatta a modo suo grani carni e crocchie di angosture comuni. Io lo faccio svuotando la polpa in vista dell'ultimo torto che andrà in porto: noi scemati da incomprensioni.
Id: 68929 Data: 27/08/2023 18:19:00
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Chiamo chi amo
Lascio Wyslan alla fonda sul letto - il distributore dei sogni fuori servizio - e sempre più mi pare Cohen, Leonard, che da poco ha attraccato al molo di sottoterra. Me lo sento. I tratti del loro viso insinuano circostanze d'altro genere e halleluja, Atlantide: who by fire, ma sono scrostature dall’idioma di turno, paradigmi di contorno. Il naso come il promontorio di capodorso, sotto lo zenit increscioso degli occhi fissati nel silenzio fotogenico, oltre il golfo labiale, oltre le parole misurate a frotte. Questione di stili da non prendere con le mode: ascolta la voce di questi - dicevo alla testa del gruppo -, non il mormorio di fondo. Dance me to the end of love o tell me the truth about love. Preso da queste note, entro in una goccia per scoprire se sul loro oceano versato a mano ci sia un tifone tremendo. La poesia è doccia o scolo? La chiromante direbbe di seguire la linea letta mano a mano che il cuore viene spinto fuori ad un palmo dal cervello. Sudo, sì: fatico a capire chi ha lasciato il letto e perché. E poi chiamo chi amo, per scrivere solo.
Id: 68896 Data: 21/08/2023 15:13:58
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Non era proprio così
Ti guardo da edera, cielo a secco, e tra le tue pietre acconciate a vapore qual cosa crepa. Sarà l’altra quota o la glande miopia che mette radici ad ogni occhiata; se guardo precisamente, trovo corrispondenze in ferie. Che ho scritto di te, ieri? Dillo per bene. Lo darò per buono. E il chiaro dia letto, non lo scuro che tergiversa sui connotanti. Dall’autobus passato, solo alcuni scendono con la mente fresca. Ma tutti, tutti, hanno ceduto il posto: è segno della ribellione degli occhi, la spina più fragile della rosa: e la formidabile pelle impone da petalo un profondo fremito. Profumo di qualcuno, qui, che certo scriveva meglio. Non c'è altra acrobazia nel luogo oltre l'agilità che hanno le tue ciglia. Ricordo la scintilla innescata dalla carezza: provocò un tremore tenero sulle labbra prima che il viso combattesse l'allusione del desiderio. E il fragile rossore si posò in asse col petalo e l’ansia del testo. Quanto durano, come insinuano freni in questi corpi con tanto spazio? Sulla schiena, campo esposto a semi labbra, una formidabile sonnolenza istantaneamente ritrae le ali. Dichiaro nulla senza un buon evocato.
Id: 68862 Data: 16/08/2023 11:53:03
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Formi d’abilità
I La diffusione dello spazio si insinua in una porzione di vetro a seguito di un raggio; e sette, otto bagliori compaiono nell’inchiostro che ora è spiegata alla finestra come notte che addensa il fumo solare. Che viene dopo? L’uomo è chiaro e taglia corto dalla parte in corsa. Tentenna mentre forma il vissuto che combacia a mala pena: in poche parole annaspa il vero bisogno, un po' annebbia. II Nel buio amiamo i precedenti apparsi a onor del vero corrispondenti a incrostazioni di polvere nell’umido io ricordo ancora. Sarebbe tardi, comunque per carteggiare la mente; e il formidabile occhio del satellite se non staziona va come un tremo. Torniamo alla luna per sondare l’uniterso. Un modo per scoprire che il panorama nasconde l’insopprimibile. III Le mie due finestre si battono il petto e scambiano il vento con le carte di getto. Agitano i loro segreti; compaiono assi nei riflessi di vetro: la mano vincente è la vita bara, bara è il suo paradosso, ma mischia le carte come un gambler ad ogni piè sospiro. In questo senso punto sul cuore e perdo la testa. Il cuore è un totem. IV Gli idoli mantengono il legno in solido alle credenze, mentre il sangue gira per la terra contenuto dai presenti e in seguito a scapicollo esce di taglio. Largo, a lungo, un lago nel pagliaccio battente. Ora il seno poggia sul braccio: il capezzolo incoronato è preso, il raggio cola a goccia di latte, fa una chiazzata. I tuoi occhi spariscono in un battito di ciglia: cala come una briscola sul carico cuore in un punto perso.
Id: 68833 Data: 11/08/2023 11:02:40
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Macro mondi
C’è un trucco nella materia che la lega al mistico starsene nel nulla ed alla compostezza dei luoghi naturalmente sventagliati in noi. Una magia che si potrebbe chiamare regolamento dei corpi, qualcosa simile alla consegna della posta. Alla lettera, la notizia è ad uso del mittente, mentre il postino può immaginare, come da prassi esterna, osservando il destinatario appena divulga la nota pur non facendone parola. Se anche l’aprisse, dico: se forzando leggesse, sarebbe comunque incomprensibile la qualità del legante che la sua scienza darebbe a quanto riunito sulla carta - non mostrato, ripeto, nel messaggio ma dandone segno alle volte per quella ragione oscura che è materia da tenere d'occhio: mistero impenetrabile dal latore del presente.
Id: 68232 Data: 11/05/2023 16:40:55
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Perché tarda a venire
L’altro giorno passavo per imminente primavera oggi rigurgito d’inverno. La posta in gioco è fare uno strappo al solito. Una toppa a zonzo per coprire questo straccio di tempo; e molto altro provoca l’aria aperta agitando merli gazze tortore colombi gabbiani tre rondini che si riprendono a volo mentre le piccole taglie provano spavento: passeri storni pettirossi portano il battito altrove. Questa congettura nasce dalla immobilità cui mi costringe la vecchia rigida sfilacciata pezza dove viene utile un po’ di colore e rammendata a fiori perché, sì, la mente è un buon sarto, ma si illude con un po' di stile. Voglio dire pensa a se stessa disegnata in modo divino, però approssima i passi come un marinaio di stagione in stagione riduce le rotte quando avverte la spiaggia in luogo dell’orizzonte, giacché falso è quel calore che ora sfugge alla rete e non basta per sollevare maree con il satellite. Nella polvere ci sono orme che contavano per i pescatori di frodo, cioè: fuori stagione anche la capitaneria ha il cuore a terra. Amata mia, ma chi parla a te, si sente ora di parola?
Id: 68110 Data: 20/04/2023 13:11:01
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Via di fuga
Riflettevo sull’Universo, tenendo bene a mente che sono di parte, doverosamente polvere sotto il tappeto delle stelle, nascosto agli occhi di chi entra o esce dal sistema. Come granello vorrei evitare mi spazzi via la saggina dell’orologio che fissa il tempo con i miei occhi, ma come respiro gonfio il petto nell’abito azzurro e mi tengo al nome che sento spesso nel primo frammento. Anche oggi sono specchio di una galassia al centro della quale c'è un bruco nero chiamato Addì14aprile e un orizzonte di emozioni si trasforma in ciò che dentro si chiarirà qualche anno dopo. Perciò rifletto in questa parte di via Torrione, convessa perché la curvano radici fuori sede, e temo che il tappeto si sollevi dal suo disegno finché non ci separi nel tratteggio - in fondo siamo già contratti sulla parola. Rifletto questo ad altezza d’uomo, quindi da terra.
Id: 68083 Data: 15/04/2023 14:34:24
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Com’è che sei venuta a bordo
Sapevo che c’è un limite nel punto che ti mento tra le guance. Appena sotto il labbro sporto in un imbuto lungimirante data la caduta di stille: depressione che mostra resistenze, si racconta deserto, d’una che cumula grami di colpa e spinte temerarie a commetterne ancora. “Mi fai sabbia perché la rabbia scompaia, Tempo?” E mi sposto dal venerdì alla nuova settimana in un amen in pronunciato. Lei di molti anni ma di molti più giovane, eppure così prossima da venire a bordo. A momenti la moltiplico per ufficio, siamo ora e sono per pochi momenti. Sfuggo al cielo che mi bracca. Ho l’aspetto di un ladro; e quella del derubato. C’è, tra noi, più aria che prigione, però i polmoni sgomitano per contrarsi e lo sterno fa da perno. Niente di troppo, beninteso; tirano come idrovore il tuo fluido che mi è necessario. Non bevo più da me, per l’inguaribile siccità della vecchiezza: la precipitazione dei giorni evapora nel buio così dentro di me io levo te.
Id: 68047 Data: 07/04/2023 14:48:08
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Vorrei prendermi un po’ di tempo
Vorrei prendermi un po’ di tempo - dagli anni in disuso. Non tanti, ma tanto a lungo. Vorrei contare meno sul calendario, magari con le dita anchilosate fare altri numeri con l’aspirazione di affascinarti. Sì sì, so che aspiro un’aria viziata che appesantisce l’anagrafe e so che le date hanno porte aperte fino all’ora della chiusura, come nei pub che fanno ai sobri torture con le spine, quindi fuga dalla notte angusta, amore in fiamma e sparge la cenere in un soffio: follia, follia! Chi ama gioca al buio e per niente perde la mano perché alla luce non si perdona la percezione del vero. E se accadesse, tu saresti spenta dalla verità delle rughe.
Id: 67987 Data: 28/03/2023 19:01:26
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Questa nuvola curva
È stata servita su un piatto di vetro, dal secolo ventesimo e precedenti, a mezzo risucchio del sole o dal respiro accalorato dei fossili, sfugge ai nostri occhi perché teme di essere riconosciuta e si tiene bene in forma come se le stagioni non si chiudessero apertamente - espressioni in uso nel teleschermo, paradosso del vuoto arrendere. Così ci mostra la resa formale: la forma seduta stante ridotta a copritetto. Trattiene il grigio tortora per confondere i falchi con l’ombrello ma è familiare alla cipria del tramonto, ed io so che non di là verrà tempesta.
Id: 67185 Data: 15/11/2022 18:14:58
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Come funziona la grazia negli occhi
Lui aveva perso qualche diottria valutando gli occhi sui quali metteva mano a turno. “Ma questo non serve,” dicevano,“tanto crolliamo alla distanza come convenuto.” Lei, invece, si era alzata: “Idiota… Secondo te perché le statue non hanno i denti?” Mormorò col busto intrappolato in un niente si mostra per niente quindi il tronco non è necessariamente di legno. Poi, versa le labbra nel caffé, sicché si sente solo quel che tira su dalle pieghe il contorno del corpo. Aveva aggiustato il letto piegando a fisarmonica coperta e lenzuolo, in modo che ai lati si formassero due genziane per quella finta freschezza che corrobora la vista; e riteneva che lo scuotimento dato dovesse essere multiplo per rendere più complessa la ritenzione degli acari in odore di sè. Questo pensa lui è il riflesso della grazia: l’amore scoperto non sa scrollarsi gli occhi di dosso e crede chissà che. Pensò che spesso per l’amo c’è desiderio quanto esca, valga per il bacio come per chi ha bocca.
Id: 67113 Data: 07/11/2022 17:39:29
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Pensare aumenta il peso
Penso e mangio, addento e sono. Oh-o!, faccio anche peggio da buon umano che va scomparendo, ma quando penso e dico mordo il letto come se bocconi cercassi il piacere alla lingua partecipe, precipitando dalla balaustra dei denti - incisivi, credo, quanto buona parte degli accenti. Tonici, finché non terrorizzano il ventre - molle per la brutta piega che prende il fremito, fior fiore del famelico. Sono morsi e rimordenti da una sorta di rumine del cervello: rimestano l’idea che per taluni paralleli in continenti anche le briciole farebbero festa. Se smettessi di pensare perderei peso come già feci, a difesa del reso.
Id: 65561 Data: 12/04/2022 17:06:20
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Per tanto questa
Non condanno la rosa o la mora che scelgono le spine per la difesa e per finire vengono alle mani. Assolvo il dovere raccapricciante del dolore procurato per sopravvivere allo strappo tra noi e la terra, se non che le radici vive macchinano il riavvio delle fioriture. Sembra che si rivolgano al cielo da commilitoni. Come interrata la prima vera mente sul miracolo in erba: si ripete, quindi genera greggi e per tempo adopera la santa veste verde per cogliere spunti di nuove generazioni al passo corrente. Tatto e udito dal punto di vista dell’odore aspirano all’universo nei limiti della radura. In questo piccolo spazio, dove annaspa l’ex uomo del grano col suo numero per intero, l’infinito prende parte perché tanto gli torna, a noi rimane la spina del nome. E nel nome più vuoto conquista una cosa per volta all’oscuro che da tempo ci provoca.
Id: 65456 Data: 28/03/2022 14:53:40
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Reduci dall’umanità
Dove c’era quel palazzone paglierino con modanature caserecce e inserti indaco più volte che finestre, a stento si mantengono le rovine costruite dalle bombe. Un bersaglio a mira dei droni. L’aria unge l’acciaio per reggere il colpo. L’aria si sporca senza volerlo: i corpi volanti adesso sono artifici macchinosi e letali, scopiazzano gli ingegneri demolitori, ma con assoluta perizia strumentale eseguono l’ordine di devastazione. Oggi è il quattromiliardesimo giorno che viene à la Terre comme à la Guerre. Nei parlamenti lo sparato è d’obbligo ma la morte non è in discussione: aumenta il prodotto interno lordo di sangue: un rifiuto dei viventi, pare.
Id: 65323 Data: 09/03/2022 14:45:27
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Le gerle colme di fake
Per volontà dell'odore che attrae ci denaturiamo. All’artificio chimico chiediamo il magnetismo, per entrare nel fuoco rilasciamo l’anima dai pori come una calamita. Per questo non reggo davanti ai fiori: non tutti, non sempre, mi colgono nelle rivendite mai altrove: ora non frequento più i prati; l’erba non mi attrae e temo per le api. In realtà, temo si tratti per me. Annuso l’aria e credo che l’anima sia bruco più che farfalla. Le ali si formano in rari casi. Per volontà di odorare, camminiamo coi giornali, ma le edicole vengono curate dai boss delle strade per i vincoli che il buon dio ha presidiato a lungo senza darne notizia ai loro affiliati. Ora la guerra chiede i suoi certificati e l’anagrafe li spedisce sui marmi. Non è bastato il trasparente, il molle igienizzante ad affermare l’emergenza della luce sulle perdute somme racimolate dagli ortolani e dai fornai. Verrà la trincea? E cammineremo curvi in pieno diritto.
Id: 65246 Data: 24/02/2022 13:48:03
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Cala la seta
Calano le azioni del gelo mentre recuperano le azioni del campo; in quella borsa la brina è un affare: investe la zolla, investe il fondo dei semi. Il terreno si avventa. Non c’è altro. Nelle buche si consegna la posta in tempo. La posta è il premio di sollevarsi in barba ai fossi. Essere un prato, insomma, con una sola radice. Ma a folate, tra mittenti e destinatari, si sciupa la busta nell’angolo del francobullo. In nome della scienza, gira voce che il timbro sia falso. Annuncia il malessere - e già che ci siamo, speravo che l’indirizzo non fosse il mio. Ma il male in persona ti cerca per bene. Vaglia l’omissione del contatto e ti trova a naso. Un segugio indiavolato. Stamattina, all’uscita dal tunnel Quarantena, sul lungomare Marconi, il sole era basso sui colli. Tanto basso che mi ha spinto ad un colpo di testa: improvvisa caduta di stille. Passa, ho pensato, tra inverno e pandemia una relazione parassita che ammala, dichiara freddo "i sintomi ti governano". Ho conosciuto questo gelo nonostante fossi coperto. Ora so che se cala la seta mi comporto come pecora alla tosatura: accettare la nudità purché liberi dal peso e dai parassiti; e missione compiuta. Con i suoi gradi, i miei eroi e la supponenza degli scampati, ho tolto il bavaglio preservativo, ho bevuto con un guscio di noce oceani per le sete perse: amante di vita e nascosta nella lunga esitazione del frutto maturo che da lontano ha raccolto i semi grezzi e li ha raffinati, temendo che fossero distolti dal terreno, come si può avere una marcia in più se mette a repentaglio anche il morso? Siamo semi, io dico, e andiamo sparpagliati.
Id: 65031 Data: 22/01/2022 14:15:45
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Abbiamo messo Natale alla porta
Non tutti. Buona parte degli usci ramifica e regge le plastiche in tono fruttiamo auguri, naturalmente. Niente neve. Me ne accorgo perché in giro c’è gelo ma non candore. Fioccano virus a distesa. Fioccano sui distesi per aria. Fioccheranno per correggerci? Nascono meno bambini, ma i Gesù sono sempre gli stessi.
Id: 64824 Data: 17/12/2021 15:42:53
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Sarei venuto anche per meno
Credo di aver consumato settantamila pasti da un giorno all’altro. (Importa la distanza tra questi due?) Tutto sommato, sarei venuto anche per meno. Ne ha tratto energia la bettolina rossa nel mar del torace. Ha avuto porti e scali a sazietà - con le loro femmine: porte e scale per isolarsi dal grezzo con una prece densa, corporativa del pane e dei pesci. Ci furono naufraghi? No, nessuno. Nessuna notizia fa più scalpore. In me, d’altronde l’oceano prende il sangue come concorrente ma solo una piccola parte lo contiene. Quella delle scialuppe che usano i temi, o la ciglia che ha tagliato le orde con la polena al vento. Vedo il cielo più qui che lassù, e il leviatano come ci numera sotto i boccoli e le insegne. Sono un uomo a sbafo, sono stato a sbafo di persona. Ho messo la prua tra seni e baie, e balie mi hanno morso perchè le mordevo. Ho consumato i denti ma non li cambierei per questo. Incisivi fino ad un cento punto, poi hanno perso giudizio con gusto, e uso le labbra quando bacio il pane che addora ‘e muffa. Così non temo la prossima cenere confuso nel legno spoglio perché amo il fumo e quell’ultima voluta che mi spira.
Id: 64782 Data: 10/12/2021 14:06:01
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Be one
Per tornare a me ho preso energia da una buona forchetta. Quattro denti infilati in un serto di avori cui mancano quelli decidui per il riso. Decadenza sul serio. In un uomo, qualsiasi umido destabilizza l’orizzonte: diventa vacuo, inaudito, come fiamma la gola! Più sotto, il ventre lancia a pelli un mare gibboso e privo di armamenti. Deserto in mezzo: mi tocca la vela ammainata sul bompresso. Lì è il punto, lì è il punto sul quale cadono gli ombelichi e criticano gli occhi. Pontificatori! Se fosse un male comune il mezzo gaudio mi avrebbe depresso. Che invidia per il vecchio universo più in forma di me.
Id: 64655 Data: 19/11/2021 18:36:21
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Stramazzo
Gli ultimi a cedere sono gli occhi. Perdono prima il fuoco, poi travasano nebbia sul posto: ricordo i complementi, così è la memoria a sistemare particolari orfani come adottati in somma; va bene finché anche bene ti va. Le distanze con le loro impalcature mi fissano con la peggiore saldatura: i riconoscimenti sono per natura estesi e, con quelle venature in bella vista, diventano scia, pietra miliare, tombali - are per ali, o alias degli immobili. Dentro di me ci sono soste e passaggi che l’orografia della mente chiama valli a cercare i culmini delle costole. Vere iniezioni: pungenti e mediche; il loro siero cura ma, oltre le dosi consigliate, intossica. La visione dei tratti persi, più che il sangue come si pensa, tormenta nel reflusso per ritorsione; va bene finché solo bene ci vedi.
Id: 64586 Data: 10/11/2021 16:47:31
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Trancio di stagione
Una brezza ridicola mette di buon umore le foglie. Foglie che si trattengono dal lasciarsi andare in punto di morte, mentre qualsiasi tono acceso dal rosso al giallo spento dice agonia: questo è quando i colori diventano lingua da soli. Rami che non le mollano perché tanto è scontata la nudità che non costa l’impudicizia in successione. Un po' come fidarsi della pelle per restringere il campo dell'amore. Il vivente si nutre di luce in un certo senso, eppure fino a ieri l’ombra ha retto per bene. Ora ci lascia a pezzi.
Id: 64525 Data: 02/11/2021 15:29:45
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Ad esca
L’arroganza delle calzature svela l’ottusità della ghiaia: gli stivaletti hanno un peso ma la singola pietra non si sente offesa. Ostenta sicurezza con il passo in cadenza, ma è carenza della stessa se la guardia prende fiducia dalla mano sulla fondina - che più o meno significa il coraggio non è nelle cose ma le cose ne rappresentano un mezzo. Tempestato dalle dita, l’alveare del caricatore ospita api di piombo. La regina è un’arma a colpo sicuro quando i profumi vanno in fiuto e diventa chivalà l’odore di altra vita acquattata nei cassonetti. La parola d’ordine è l’amo prende la bocca per la gola. Nessuno se ne ricorda ma ricordiamo i pesci per la risposta. Così le notti ad occhiate sono generative di altri fedeli lumi, numi, o a volte fumi. E mi accorgo solo adesso che questo passo mi lascia residui del percorso, polvere di stallo.
Id: 64110 Data: 22/09/2021 15:18:50
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Ad uno
Anthonalexis ballava sulla rena di Stavros, Grecia che ha sfondato il Mediterraneo, entrando nel piano americano perché quel cinema prende i luoghi che non ha dalla carta che gli manca e li intesta nei titoli a mo’ di esca fotografica inquadrata in una trama già scritta. Mi prese Creta per 7dì7, una volta trentenne - l’unico 30 con lode. E dire “mi prese” è pleonastico perché tutto era già avvenuto in una sala da pubblico notturno, lì senza più tornarci, ma a lungo riandando come un prurito sull’arto mancante. Calzavo delle bruttissime birkenstock che da ore stavano in piedi sperando che il syrtaki le mettesse in un angolo della taverna. Due danzatori a cottimo usavano le gambe per riconoscimento: fai un salto da noi, provati (in italiano grezzo ad un greco grezzo). La mala pianta regge meglio il vento dal lato dei fusti storici. Birkenstock e syrtaki come limo e scoglio, ostili anche per gli ortopedici, ma la musica coinvolge la tensione dei muscoli invisibili dopo che l’hai resa nota in calore, Mikis. Resterai all’opera nei millenni che seguono, ma tu ripassi. Io no.
Id: 63976 Data: 09/09/2021 12:17:28
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Eroshood
La vita è la freccia che colpisce a morte i sensi. Chi è l’arciere? L’anagrafe ha le sue mire antiche. Sottrae pagine dal tuo ricco annuario per dare attrattiva agli stenti dell'età: fastidiosa quanto i ronzii della menzogna che relega gli occhi a fonte di gioia. Cos’è la gioia? Una tavola da surf sull'onda dell'inquietudine. L'equilibrio è mantenere l'ombellico nel perimetro dei piedi, così se il colpo di fulmine è la tua vetta, meglio evitare che con passione si precipiti in discesa. Torni bersaglio della vita che avresti detto grazia d’amore, a scanso d’equivoci adesso.
Id: 63861 Data: 23/08/2021 18:43:42
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Quanto è ubiquo
Il fiato grosso fa la canicola a chiare lettere. Seguendo la lingua mi do un tono tra i morsi e le arcate. Nel centro storico manca l’acqua, ma la birra avanza. Parlare ci scalda. Stufa persino una sillaba. La pelle liquida il peso come secreto. Denti e vocali si rinfrescano con lo stesso sapore di mente e per saggiare il fresco, oggi, ho tolto ai ponti un fiume di parole. La zona precisa è un vincolo chiuso, un affetto che non farà strada, tuttavia la lingua agitandosi nel porto schiocca a sorso e promuove le corde a suoni. Chi dorme ha ora il sonno in umido. Dopo, saprà di sudore e vapore; e un alone imbratterà la canotta del dubbio: ho ragione a cercare nell’ombra la frescura? Non mi pare ora. Posso sentire una punta di amaro nella confusione o in fondo alla birra o parlando di gossip delle stelle con Gil. Le parole che usiamo sono contemporanee ma in fiati distanti a volontà.
Id: 63849 Data: 21/08/2021 16:00:59
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Bada
L’invocazione della donna anziana alla sua badante turba la passeggiata perché s’indovina che fu bella da corsa; e quando è in corsa il corpo è condotto a regola d’arte. Il tono è il suo ottano: ora si risolleva in prossimità dell’aiuto o detona nel vuoto. È presuntuoso, lo so, perché rigido si attiene alla figura di battello in una tempesta perfetta. A questo punto, l’attenzione focalizza il punto di caduta: di lì a poco le foglie ammattiranno. Credo sia resilienza, la sua la mia la nostra indifferenza. Nello scorcio tra i soprammobili le somiglia il profilo della luna quando incontra la lunga mano del sole nello stesso luogo in cui segna chi gli gira intorno. Lì sanguina il buio una materia oscura, ma quella vampata semina ceneri: e per fortuna, con una voce fioca invoca altre forme umane da mettere a fuoco.
Id: 63815 Data: 17/08/2021 19:39:16
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Come parcheggio
Ho messo le mani tra la roba della notte. Il vento ha sfidato a sorte il giorno sulle foglie del platano che pare di guardia ma è solo di legno, un’opinione che si consolida appena diventa chiara l’ora. Un rombo rado diventa sordo sulla tangeziale, direzione calma - che è un’altra vita diretta a boh! come un reperto sotto le dita condite di pieghe. Si ferma ad un palmo dal polso, una data che ha già tutto, proprio tutto nelle more, i libri e il cortile, le navate e i sogni, roba da notte predetta e che forse mi raccoglie o è qualcos’altro che uscirà in fiori.
Id: 63793 Data: 13/08/2021 17:59:31
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‘Sto agosto sto
In un angolo in cui la luce contagia la buona lettura, la serenità segue la memoria e mette tra le mani un bicchiere che fa il vuoto a modo suo. Questo significa degno di nota ma suona inutile se cerchi serenità. Il testo descrive l’ansia non la calma. Attendere è per breve tempo una diligenza ferma, ma a lungo si trasforma in moto. Cammini in vista dell’arrivo mentre scatta in posa da finisseur l’orologio sul mobile a giorno corre per dirla tutta ma la frase inumana è in quanto avviene.
Id: 63713 Data: 31/07/2021 18:20:15
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A fa
Sono qui da tempo per darmi ora ai ventilatori col fiato grosso. In tal modo la calura si avventa: spaccia per refrigerio acqua di produzione propria. Pochi convenevoli, appare scivolosa, imbratta di odori anche la cucina che ha già le sue cipolle. Da una vita faccio il possibile per riparare in un cuore freddo ma la mia rosa non ne vuol sapere e imbavaglio e lenisco la zampogna dei fuchi e cambio sacrifici propiziatori per un paradiso fresco, di giornata. Non so come la vigna prenda la vampa dal solco dei mesi e la trasformi in nutrimento. A me non riesce, sicché mi distendo nel letto. Settembre è l’orco degli acini ma è luglio che lucida i vini. Tra loro a fa come viene detto.
Id: 63667 Data: 22/07/2021 10:38:53
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La calma secca
La secca manifesta la prossimità dell’approdo, e mente; non viene qual ora, come va accadendo che chiusi gli occhi al fresco lasci la voce inzuppata nel primitivo bevuto a notte fonda. Il corpo cricchia sul cardine del torpore. Orrendo come zuppo ancora di sonno temo essere d’acqua, ma più salato, meno squamato, uguale lungomare preso di petto e ripreso dai maloamen che mi finiscono dentro. Orrendo ad onta del letto in condizioni agitate emergo dalla salamoia tuttavia scrivo la calma secca.
Id: 63577 Data: 07/07/2021 11:55:57
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Curiosità da non perdere
L’arcobaleno raccoglie i gradienti del genere luce scomposta a nastri in vera pelle; nastri da regalo privi di nodi che si tengono insieme da more. Sempre bianco come nient’altro il gelsomino colto dal sole. Vivaio di fuoco, serra il celeste impero. La curiosità tratta l’attenzione con un occhio particolare. Insoddisfacente nonostante l’organza in corteo il raso intubato con volant e il fresco cotone del sorriso che gioca sulla costa d’avorio. Dai loro punti interminabili, le voglie prendono le stelle con rotte instabili, non a vista. Si nascondono, in una parola. Le sorprendiamo e ci sorprendono. Abbiamo potenti visioni, ma svaniscono in fretta quando indichiamo l’autore. Un dito sollevato al cielo crea un vuoto d’aria per l’appunto. Chi altri legge oltre la battuta curiosa delle penne? Gli uccelli sono scrittori volatili? Su di un muretto del parcheggio, una coppia si sottopone al giudizio dell’ombra per un po’ di ormoni: in genere sembra un luogo comune ma a bassa voce si crea il deserto intorno. C’è un miraggio in corso e qualsiasi cosa sembri non si scompone.
Id: 63536 Data: 30/06/2021 17:07:34
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Il velo bianco
Per adesso è quella stella turgida dai lembi focosi a proporre lo spazio come divisorio. Qui intorno la rena è l’orizzonte degli eventi: una generazione di cosiddette influenze che illustrano pelli e perline come fuga dalla singolarità dei vivi e vegeti. Prendo sassi per quello che sono e li calpesto perché scalciandoli non mi tolgono la sabbia dai piedi. Rimbalzano sulla consistenza esterna col desiderio che rappresentano: certo, privo di freni è solo l’occhio - a volte aquila a volte remora; a volte chissà cosa gli prende per trattenersi nell’orbita del belvedere con qualcosa dentro. Ma davvero porta lenti il mare spaesato nel vederci ancora come ci aveva in mente?
Id: 63467 Data: 19/06/2021 15:44:47
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Di fatto diversi
Che li sentiate o meno, io faccio versi. Per meglio dire: li emetto prima che vadano persi. Come un richiamo per l’allodola, il suono è falso che cola mentre invade la gola la disfluenza della parola che ad ora mi coinvolge in un drappello sonoro che pattuglia l’esempio per farne scempio. Non sto affermando che: “nell’ombra della rosa si colloca precisamente ciò che il seme aveva in mente”, ma è vero che la luce deforma il pavimento già dai punti di contatto con l’altare. Lì, mi lascia beatitudini rare: leggere.
Id: 63327 Data: 31/05/2021 17:33:05
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Con formazione dell’ossido
Affollato di osanna e di congetture terrificanti il presente è frenato dalle remore più ventose. Come uno squalo, senza alcun dubbio non conviene stare su pini (un uomo a pancia in su fa la fronda al letto e le sue braccia sembrano ramoscelli mentre il tronco ad ogni finestra libera le branchie dai denti). Ma che porta l’anima nel tascapane? Per fragilità naturale la prudenza è a salve una salva mirata nelle grazie di esperti angeli - che fanno bene, pure nel guazzabuglio di sè. Siamo moltiplicati per i piani come le case abusive, illeciti fino a sera, poi ci consegniamo per legge allo schermo. La gioia, così colpita, mette subbuglio nei turpiloqui. Comunque ci ricoveriamo nella fibra ottica che arriva alle fibre naturali e le fredda: che altro vuoi si veda oltre il muscolo del gelo nella solitudine dei fiocchi?
Id: 62337 Data: 26/02/2021 11:55:15
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Chautauqua del viavai
Il giorno viene a dosso con il tremito delle pietre: saliscendi da vecchio detto terremotto. I lampioni si piegano al metro necessario per scansare i marciapiedi e spingono altro come chi siede sulla molla compressa delle sospensioni, a ruota libera. Vi ritrovo lì gambe di ferro dritte tanto da ritenere che sia la terra le belle anche dalle quali uscite in forza alla luce dov’è incamminarsi a cottimo in quanto ricordo.
Id: 61663 Data: 06/01/2021 20:39:55
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In un posto grande un giorno
Il mio mondo, guardate, non è così grande come il vostro. È minuto, perché non ci vuole molto tempo per girarlo tutto. Saranno 8 strade, non tanto lunghe, sapete; bastano quattro passi da un capo all’altro, tanto non occorre il visto per metterlo in luce. Due piazze e qualche vicolo cieco a modo di rami secchi. Neppure tanti palazzi, pochi portoni forse solo un cortile che va scomparendo - se non è già sparito perché mancano i parcheggi ed occorre adattarsi come possibile sul posto. Godo un po’ dei locali quanto basta ad innalzare l’orizzonte senza rubare spazio alle stelle. Pies: auguri ovunque siate e con chiunque stiate.
Id: 61486 Data: 24/12/2020 22:06:18
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Trattativa per il futuro
Le dita spinte a contare non hanno numeri sufficienti per indicare chi cadrà prima di arrivare alle stelle. Per questo i giorni vengono uno dietro l’altro infilati a misura di anno luce. Per molto meno la grazia delle farfalle imperla lo sguardo ma l’ipnosi vera nasce dalle ali che ormai si tengono quasi a memoria. Ne troveremo altrove? Il mio inferno è saperlo ora che non ci arrivo.
Id: 61256 Data: 07/12/2020 20:30:06
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Sono illeso in genere
Non amo le differenze: sono vapori, sublimazioni in genere. Tu diresti ancoraggi che si sciolgono lungo le memorie del secolo scorso porto di secoli a vela e moli di ideali per aria. Io dico nuvole, dissimili in quanto aspetto ma se contassero le molecole le capacità sarebbero identiche. Stanno dentro contumelie, accusa la finestra, nata rivolta all'ovest. E può farlo, perché il vetro non è che conservi la trasparenza come cura le diversità con desinenze di riflesso. Un brutto a fare questo. E il suono riprodotto in effetti si spiega con notazioni che sono per loro già nelle more libertà curata dalle spine.
Id: 60455 Data: 04/10/2020 23:34:21
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Giuramanti alla luna
Ti giuro: non sei sola. Al tuo fianco un fianco aperto viene porto e ormeggiano gli occhi come tenessero in cima una voce: “Olà, dammi corda! Lega due navicelle a un palmo come anello." Un nodo semplice e vano che mi abiti a lungo. Ti giuro che non parlo a vuoto. Che ascolto il tuo respiro farsi netto, poi lordo il tuo silenzio con “sei splendida” mentre appari coperta sul ventre ma trapeli con un raggio monco.
Id: 60370 Data: 29/09/2020 13:59:29
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Per via dell’età
Sono coetaneo del boom - un boom scontato. Scomparso già prima di incontrarlo - uno spettro di latte, metalli, talismani. Crebbero in seno a tre guerre - spettri con catene di produzione. Andavano contro l’onda - i figli dei fiori. E provocarono l’uragano dei colori - era il momento del vento nuovo. Si annodavano le vecchie foglie con un fiocco di luce - da non crederci. Chi aveva in mente lo spauracchio delle rivoluzioni protesse il suo orticello e nessuno lo beccò se non a tarda sera - quando il piombo fiorì. Io avevo una finestra per fare quello che mi pareva sufficiente: piantare sopra le nuvole una tenda celeste - e gli occhi come picchetti. Non l'ha ancora strappata la mano della tormenta. Non la passerà liscia in questo secolo. Ma basta una brezza a rendere arroganti i vascelli. Per loro è come se dal fasciame schizzassero via i chiodi per fissare le nuove rotte. Tuttavia la calafatura dell’età benedice la pancia della vela che fa schiumare il vecchio sulle creste dei giovani.
Id: 60259 Data: 19/09/2020 16:49:42
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I capelli si fanno vecchi prima dei piedi
Non di tanto tempo - di un pelo appena. C’è una formula che lo spiega - relativamente alla gravità del pettine. Per lo stesso principio invecchiano quasi subito i pensieri che volano - leali all’idea che per la terra occorre parlare da terra. I fringuelli invecchiano meno delle aquile, ma le aquile sembrano le loro lancette. Le radici segnano il metro con le barbe - allungate per tempo. E gli uomini tendono allo spazio che nulla calpesta - invecchiando senza cautele. Il cuore, che è un nanosecondo più vicino alla pensione di quanto non lo sia il fringuello, batte ancora i piedi.
Id: 60219 Data: 15/09/2020 14:48:36
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Ierofania personale
E mi lasciò l’angelo la sua forma - dall'indice. Mi dedicò un’arca alla base del naso - segno di silenzio. Non parlò per farlo - per farlo fu più chiaro. Perché io non ascoltassi quale demonio a parlarne a mia volta - per saperne di più. Ma che avrei potuto raccontare del chiarore lasciato? Difatti non chiedo altro.
Id: 60176 Data: 12/09/2020 14:45:58
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L’arma che mi spunta
Esco sempre con l'arma che mi spunta dal cortile. Una strana faccenda, questa, finché non trovai quel posto a turno. Solo l’ascella del fabbricato sormonta ad est un pelo di strada; e non c’è condòmino che possa evitare via Palestro se vuole trovarsi al centro dove la mira aspetta. Aspetto un sintomo di via, poi il tossicchiare cupo colpisce il finestrino. Pam! Un riflesso stolido, la corbelleria del vetro che si maschera con quel che mostra mentre l’essere trasparente scarrozza il panorama in un colpo annotta. Non c’è minaccia in questa ostensione: grilletto sotto il piede destro e tra le mani il proiettile. La punto in ogni direzione, ma è un'arma e devo stare attento ad esibirla perché fa presto a diventare bersaglio del peggiore commento. Oh, un'arma dà coraggio per settedecimi, quel che avanza per intero sono extension di genere, grandeur du mâle. Ma va bene così: se rincuora, pompa.
Id: 59967 Data: 28/08/2020 12:05:10
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Guardando dal baco della serratura
Il ghiaccio in cima che nemmeno uno stecco lo terrebbe su, figurarsi l’aria calda che resta nell’ombra e soffia sul fuoco, sbriciolando il gelo con il riferimento ai passatempo. Il ghiacciaio soffre l’afa come me e te e precipita per via del mare. Sa che lascia la stella per la clavelina, lo stambecco per il tonno e trova lo scandaglio dove portava il rampino. Sa che nessuna rete di pentimenti comuni lo farà riemergere fino lassù, seppure, cotto a vapore, nevica. In questo andirivieni di mutazioni affrettate, c'è la posta in gioco. Bussa più volte il clima; e alla domanda chi è? risponde con la naturalezza sgominata dagli uomini.
Id: 59746 Data: 08/08/2020 13:17:21
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Diluita la forma in gioco
Non ho dolori che giustifichino un malessere e il rigo, che normalmente si accavalla sopra piagature e stilemi, va alzando il gomito con licenza di spalla mentre un indice imbottiglia il firmamento in segni da terra. Prendiamo il tempo e nello stesso tempio un dio in breve coglie l'attimo. Il tempio è uno, solo se non è finito lo spazio percorso a velocità ubiqua: in quanto divino, inspiegabilmente. Per questo gli stiamo dietro, o appena partiti riceviamo la punzonatura in acqua. Ci tocca un vento leggiero che continuamente volta pagina in vero sfoglia. Ma tu capisci in che modo doni sollievo?
Id: 59621 Data: 28/07/2020 19:09:11
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Discorso sulla fame d’entendre
Oggi è venuta fame ad un’ora insolita. La fame, intesa come razzia dei valori più bassi dell’orizzonte, ma sopra il campanile normanno, dio degli stormi, sparuto nella sagoma di un rapace meccanico, tiene lontano la frotta di rondini e di turisti come mai fino a mo (questo mo è un’ora cruciale, una identità che distanzia le costole dalla lingua). Dura da digerire in tal modo, eh? Convengo che la poesia si collochi altrove… L’estro non è del corpo rimasto a terra, tuttavia il pensiero è più rapido della parola di un’incollatura. Ed allora ecco manifestarsi più alto il sole inchiodato ad uno zenit strumentale dai beoni. Prende la marmaglia nel mezzo proprio come la solitudine del fulcro modifica lo stato della leva. Così non va, quindi mi levo. Eccola qui: la fame è venuta all’appuntamento. Piena di speranza che lo zenit sia una doccia, per altro, della quale si apprezza la finezza del fresco nello scroscio che preme sui pori con il tocco della goccia. Sia benedetta la fame di sapere. Sfogliavo sul web i quotidiani a suon di mo lo saprò. Una edicola elettrica con strilli pieni di illuminazioni ripetute. In questo senso, un cimitero di notizie piene di pareri; e più di uno urlava: “Ignorante!” e giù un pernacchio da far tremare il video… Ma lui, lui, il dio degli stormi, lui sa che trovare risposte è ingoiare rospi stando bocconi nel fango.
Id: 59581 Data: 25/07/2020 11:43:56
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Ecco la goccia
Alle quattro del pomeriggio basta moltiplicare per due quel che viene per avere una sera con più porte. Ogni porta è naturalmente chi so e chi trovo. In giro a secondo le lancette. Farne parte è umano finché si dà corda, oltre tutto chissà. Il buio maggiore viene dall'universo che da est si svela e, fine lavoro, la vista dal colle mostra il dorso del coccodrillo costiero. Salerno è la sua bocca con tante case a denti stretti. E tanta carie si fa strada. Il buio minore è la speranza con la quale chiedo soccorso alla voluta di fumo, di volta in volta. “Fatti nuvola!” Le urlo da lugliatico con l'afa che pelle diventa liquida bava come per una fresca concessione all’ecce stilla, della quale si disse che diede a sorte quest'homo.
Id: 59475 Data: 15/07/2020 18:51:01
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Litotipia del mandorlo
Ad agosto è colto ed a settembre ignora che ne sarà del latte dopo la riduzione del seme ad una compressa poltiglia buona per gli impacchi sulla punta dell’insetto. E similmente ama ama ama la fioritura detta in precedenza. Rimanere bambini a pendolo tra nuove primavere e quelle che declinano nella polpa dovrebbe essere l’argomento del momento ma se si asciuga il sogno, riposare ovvia. E tu bianca comparsa nel risveglio, le guance sottratte alle gemme, gemme inalberate per tanto poco in un alfabeto sfacciato, malizioso, sciolto nel ramo da una linfa visionaria: sembra arte, ma ad arte il vento le accusa di aver messo in fretta i denti. E si sente terso.
Id: 59444 Data: 13/07/2020 20:32:04
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Si battono con fini
Ci difende un confine sorvolato da sortilegi del cosmo a velocità di fuoco, a pieni polmoni. Propagandano piccole lampare infettive - che chiamare batteri è dar loro la nostra origine a mala pena. Di questi tempi passano idee vuote sotto la cappa di mondi venuti alla luce per delazione di forze oscure. Chiedo un’isola che s’incagli a riva ad onta del tirreno congenito, o balcone, su cui traverso gli immondi stellati da uomini laddove il sole snocciola a pappardella le sue visioni. Ed io sempre più sono un clandestino d’amare come chi è messo sul mio stesso piano: siamo tasti e poco altro ci rende strumenti oltre le note in calce.
Id: 59374 Data: 09/07/2020 12:05:13
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Il salto di vino
Lo riteneva un segnale risoluto, una rappresentanza viva e personale come l’ombra e l’impronta. La pelle è una sacca nell’aria, si disse, in cui finiscono organi competenti: sapeva anche questo mentre lo faceva. Ma di essere bianco o essere nero, alla polvere che indossa il respiro e infine cerca ricambio nel sole, che importa? Poiché niente è bianco e nessuno è nero, piuttosto tutti tinte tenere, o pressappoco, lascerò che si interroghino fino al crogiolo sulla tentazione dello spirito: quello che, attenzione!, va sotto ribolle. Per millemila secondi misurò le gocce e millemila tra vasi a fiori ad ora.
Id: 59269 Data: 30/06/2020 13:02:07
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Le due sul molo
Quando ci arriviamo Dobbiamo confessare che siamo il possibile Siamo il miracoloso, la vera meraviglia di questo mondo. Maya Angelou da “Una coraggiosa e sorprendente verità"
Magari il porto turistico è un bel posto per barcamenarsi. Magari lì non costa. Ed è noto il calmiere dell’onda diffuso dalla sua altezza quando si avventa e i natanti ne tengono conto e sembrano piastrelle smosse ai piedi del promontorio. Sono le due. Si direbbe oltretutto che qui stiamo ad aspettare un treno. Quelli così veloci da portarti qui prima che io ti veda. Se non ci fosse la pacatezza del pomeriggio, che cala l’amo nella sera e abbocca il fresco con l’argento alle calcagna, come insabbiare la paura di perderci? Era la tua mano un sollievo e scoperta riva nella mia mano. La stessa mano in apnea nel sudore adesso, tra millemila esempi che a memoria si muovono. Parlano di fare mente locale nella marea.
Id: 59215 Data: 26/06/2020 10:39:01
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Nessuno ama la tempesta
La tempesta scatena la sua rabbia naturale. Entra da una finestra a rombo spalancata, da un punto cardinale tanto ampio che avverti tracimare il vetro nonostante la sua lucidità. Tempesta che aggroviglia le emozioni al coperto, convoglia i toni e li staziona in noi. E, se ci fai caso, rimanerne fuori è tenersi dentro l’insegnamento più efficace della furia diffuso dai banchi del cielo. Se cadessero quelle gocce nere dai larghi calamai che chiamare nuvole fa specie, maturerebbe la meraviglia per come tracciano le verticali che in seguito scopri fiumi e oceani. La sciarada del vento sembra far ricorso alle sillabe d’acqua per una soluzione che faccia luce.
Id: 59169 Data: 22/06/2020 20:14:24
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Giovane a venire
Prendo dal caffè una parte da lattante che schiuma almeno un dito ed una ad occhi serrati, con le palpebre al limite. Esco dal seminario di creative writing dichiaratamente zolla rivoltata: la parola è un vomere tirato da buoi, un testo è lo stagno in cui le mie papere somigliano ad ogni altra vita con i dovuti lustri. Ma la scrittura, ullallà!... Scrivere riporta l’impeto dei sensi ai bianchi di scuola - che poi: siamo tutti corolle in cinta allo stame giusto? Prato, sì, prato al verde, pieno di corrimano delle formiche con l’umore di spillare borbottii, e nel silenzio dei tuffi secolari la sera distribuisce l’atmosfera come fosse stato visto violare.
Id: 59078 Data: 16/06/2020 16:58:48
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Fino alla noia
E che io possa vivere a lungo per ammirare quanto bene le tue poesie accendono il fuoco. Dylan Thomas
Passiamoci sopra. O l’una o l’altro. Bacche sul mare, finché possibile fuorviare il rancore dalla pupilla. Trabocca e ciglia dove rugano i giorni con lingue sostanziali, somigliandoci sempre più all’aspetto che dovremmo ricordare. Mi credi? Le pagine non bastano a spiegarmi. Non ci sono parole o sono Temistocle nella gola e prendono posizione con oltre molte lettere di cordoglio. Chi le ha battute tutte? In una volta la timidezza fa da chiave. Prendi i me, prendi tutti i me. Sono cose cui dare fiducia in te. E riceverne. Grazie per la confidenza, ma torniamo a lei. Siamo, diciamoci la verità, come uccelli che mutano le penne e le abbandonano per altre sfere. La poesia è difficile. Tocco il tasto solitudine con il dito salvavita: l’indice del motore di ricerca. Uguale per tutti. Di solito, le bocche nell’aria si concedono ossigeno, la mia asciuga i panni sporchi che si levano in famiglia. Dal terrazzo vedo la terra che si consuma mentre Nina mestola l’aria col panno unto. Mestola non è vocabolariato, e nemmeno vocabolariato lo è. S'inventa l'inesistente mia sorella, celebre imprecazione del luogo. Il prezzo degli affetti è volgare. Questa rissa mortifica i cortili: discorso vecchio: sono gli stessi luoghi in cui si sollevava/solleva l’avambraccio di Cesare, opponendo la stola allo strazio della lama con vento? Così gli imperi si disfano, andando a ritroso, dopo qualche generazione di sventurati. La cattiva notizia è che attraversiamo la ferita del male con un fraseggio incapace. Passiamoci sopra: la lingua audace porta mano a mano le cose alla bocca.
Id: 59031 Data: 13/06/2020 14:06:03
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Per poterci stare
"Non è ancora possibile affermare perché i calabroni visitano i fiori già sperimentati da altri insetti, ma potrebbe darsi che ritengano la presenza di un altro calabrone un'efficiente scorciatoia per il successo." da lescienze.it Riposami. Il braccio sotto il capo di modo che il sonno sia retto mentre curva l’ombra il primo sogno disponibile e sguscia un calabrone tra due gambi visitati. Il celebre magnete del nettare attrae oltre le spine chi passa a vie di ratto. Il calabrone si sforza e stantuffa spiegando le ali in un modo che l’ombra riflette, tuttavia gli elicotteri, imitatori di razza, dimostrano che il veleno è nell’aria. È un’ammissione cui pensare: l’ospite entra da una macchia - o ricordo o spina o batterio - e si adegua a tal punto che diventa noi per il numero delle sue repliche. Lo dico da ospite. Lo dico da mondo consumato in un mondo di sole parole, ma non c’è verso che mi abitui alla sua dinamica. Sogno davvero di girare al largo dagli anni che mi diedero i Pesci? Oggi è un parapetto dal quale mi affaccio e il fondo, che mi alza, a stento legge. Sono il comandante dell' onda sull'onda. Scia nella scia inattaccabile. Seduta stante, l’anima fa quadrato. Da qui l'approdo ci salda. Del comandante si perde traccia ed è sbagliato credere che l’orma resti sul litorale: lascia una lisca limata dalla raspa della risacca, ma conta aver attraversato tanto con un guscio di voce.
Id: 58927 Data: 06/06/2020 16:04:00
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Il reduce
Ci salvammo a stento. Benché quasi tutti le sparassero a salve. Meglio in saluti che gli alberi le poiane le tigri le megattere e tutta quella vita possibile gettata al vento. Sparavano ben poco per la verità, ma in numero superiore a parole. Colpivano in modo sistematico, tant'è che sostituirono le aste e, moltiplicandosi, ottennero di dividerci in cortili. Non funzionò. Sfuggii al limine del divino. Se ne trova menzione in testi sontuosi con gli indici che prevedono la direzione dei passi - nei bei tomi, o nella mens sana in torpore sano, la parola sazia a stento. A lungo, però, gli stenti fecero da trincea salvandomi dalle cariche e dalle bandiere. Non morii per ostensione. Acquattato nella buona condotta, sostituii il salmo con alcuni composti a distanza. E vennero profusi come sorrisi aperti meno di lenti stretti, ma più efficienti di altri raccoglitori diversi. Credimi: furono date parole anche a vuoto e mutando la lingua qualcuno saliva senza apparire altro.
Id: 58789 Data: 29/05/2020 11:58:19
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Horror vacui, M
Il vuoto ha perso il passo e non si muove foglia dove il vento non coglie. Da giorni qualche anima fa fatica a restare nei vestiti. Da giorni, ovunque non pare il posto giusto, ma mi richiami dal calendario immane. Porto fiori al tuo ritratto? Ritratta, sarebbe magnifico. Ricadresti a me. Al cielo non guasterebbe un soffio in più. Non così altrove: dovrei sollevare il marmo per ridarti la volta del respiro, però il profumo avvertirebbe gli organi che tornare è l’idea fissa dell'amato gene per il bene amaro. Allora penso a te che scorri nella radice opportuna. Che mi avevi detto? Mi consumo; e tremavi: vaga fiammella che ancora metto a fuoco.
Id: 58519 Data: 11/05/2020 14:10:16
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Tableau vivant
Ha saputo vedere il bosco in un solo ceduo - vedeva lontano, con altro senso, a lungo andare. Ha esaltato il temperamento dell’universo da fenomeno a corrimano. Questo è quello che tace nel caos e non è ancora ammutolito per intero. Questo è quello che ti serve, scrisse. Dov’è dunque il boscaiolo, mi chiedo? Il rude speranzoso è stato il peggiore ufficio di collocamento di forza lavoro, naturalmente. Compito ingrato il suo: rispondere al telefono intanto che innaffia il suo alto piano. Perciò è rimasto fuori, dal mondo dei piantagrane che lo irritano con la pratica dell’autocertificazione. Una burocrazia di pergamene sommerge i chiarimenti: in pratica, la luce che passa dall’inchiostro in veste di gomma. E carte stupefacenti, da millenni, gli costano un oppio della testa: la pietra dava più tavole talvolta.
Id: 58483 Data: 09/05/2020 11:04:05
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Colto senza ragione
Voglio solo parlare semplicemente: chiedo questa grazia. Giorgos Seferis Per bontà orografica qui il clima prende ordini dal maestrale fino alle 17. A quell’ora il golfo schiuma il suo plissée. Se vuoi avere un oceano, slaccia la cinta dei monti, affonda un'isola, scosta il braccio del vecchio continente, e lascia calare sullo sfondo i rossi su dozzine di dettagli. Case diventano occhi per occhi di gatto. Ma alle 20 resta la luce sopravvissuta, teneramente sparsa da ritrovi particolari. Dentro di me lo spirito rimasto fagocizza lo spirito passato per quel meccanismo atavico che copre i lasciti con l’oscuro. Tuttavia generoso perché insieme scompare il tempo perso. Il traffico è sporadico e si può fermare piú a lungo l'attimo. Si contiene senza fatica ai semafori che contano i secondi secondo la loro tabella e ne danno consapevolezza ai non vedenti con un esile bip di fretta. Chi può vedere la luce è abilitato all’ascolto di coloro che sono nel buio. Ci sono venti che non durano a lungo ma più del metallo che fiorisce ruggine sulle maglie del recinto di una ex fabbrica marzotto. Ehi! Un gatto abita quel cortile, si struscia, solleva la coda e mostra il culo che culo non è ma papavero cupo. Sbeffeggia? Gli parlo nonostante il rumore di fondo: insegna come essere con una lingua sola isola a turno.
Id: 58427 Data: 05/05/2020 17:56:34
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Prova del suono
Puoi non crederci, ma mi sento a brandelli. Mi sento tante voci con la mia come rotta. Sono lontane dal mio percorso e nemmeno sanno di aver lasciato ceneri del bivacco. Come in un accampamento si affollano all’ingresso e non posso fermarle. Al limite, mi apposto. Sono a pezzi. Sono reduci, in attesa di scomparire. Puntualmente trattenute dall’anomalia del polso che si batte contro le misure dell’orologio. Ora, quest’ora, è una carezza, non dura, eppure ne sento la forza esplosiva, contenuta del manrovescio, te ne rendi conto? Le voci leniscono la decadenza del tempo - in questo modo mi prendo cura dello sfinimento. Penso al mondo come una cattedra davanti la lavagna: qualcuno detta e su di me scrive e cancella: una violenza inimmaginabile! Penso al mondo che si scopre e lascia noi a fargli da ordinatori, come se un soffio possa riaggiustare la sua capigliatura aborigena. Siamo voci? Disperse nell’aria per trovare sostegno? Siamo aquiloni? E se poi l’aquilone sbanda e taglia la corda, la corda si divide in due: cosa trattiene e cosa lascia andare! Un esercizio ambiguo di legamenti al dipartimento della roccia e della goccia con quell’ansia di penetrazione congenita nel torace e altrove, confezionati dal sole che monta in calore se il suo raggio si posa su certe curve, come dicono. Ma è il petto la cassa più battuta dal tempo. E si risentono del presente ad una voce - le voci rimanendo a cenni.
Id: 58324 Data: 29/04/2020 13:11:21
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Come trovo l’alba
L’alba è comparsa. Sai quando appare? Come esce dal buio questo fantasma quotidiano? L’alba ha spirito da vendere a chi ha sorrisi in tutto il corpo, ma è una successione di contorni soffusi: le anime variegate mentre si formano incontro. Si formano pur non avendo forma, non è divino? L’alba è quella donna che libera i capelli, quindi ingarbuglia le dita per farne trecce, le annida sulla nuca con forcine lunghe, come denti da latte che celebrano lo stridore, ne fa un toupée - biondo netto, preciso con striature squillanti... Non è divino? Lei li portava leggeri ed era nel vetro il silicio che taglia a segmenti il maschio raggio. Entrava da destra, lì in fondo, dove la porta è tra due colline: a destra, fronte a nord, tra due caseggiati, due alte guardie piene di cordoni lucenti. Finestre, finestre delle quali aperture è sinonimo di giorno pieno, superata l’aurora, da cittadina di rilievo, col buon caffè che prende piede ovunque. Un gorgoglio da cucina in fermento, dal becco della moka, così lo spirito prende gusto dal nome. Infine, con un tripudio di convenuti intorno, si dà un senso. Lei esattamente non c’era - esattamente misericordiosa, intendo -, giacché per essere è giunta alla finestra. E gioca coi corpuscoli della luce dimostrando che il raggio può mettere mano sui corpi per misurare l’anima a chiunque. Io, rintronato adesso più dal vuoto che dal traffico, sono in tempo, troppo a lungo per un poco.
Id: 58084 Data: 16/04/2020 21:33:47
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Piccolo mondo infido
Dato il congegno di protezione, la chiave più ovvia è liberare il pensiero come riflesso dalla fonte. Sono anch’io un virus e che lo sappia o no, l’universo mi ospita con cura. Il rapporto di similitudine con la minaccia attuale è uno a chissà quando - si può vedere il tasso in una proiezione del bosco. Direi della misura, ma mancano indizi, giacché le ombre gettate dalle stelle non fanno scintille ma buchi neri. E di questi si osserva solo l’ultimo orizzonte: l’evento dilatazione in corso. Le cellule saranno pianetini, immagino; e intere nebulose girano in questa forma che sono. Ci sono nane rosse nelle vene, plasma e orbite sussidiarie fanno il resto. Sono un universo in cui i virus hanno atteggiamenti da uomo. Infidi, speculatori, assassini e distruttori fino a demolire la loro abitazione perché gli ospitali diano spazio agli immobili.
Id: 57838 Data: 05/04/2020 10:52:54
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Baba Jagà
Proprio stasera il battito è impazzito. E non è da te, cuore in saldo. Se hai tanta voglia d’aria, ti cedo a un corpo forestale. Allora, che? Un motore deficiente: lo stomaco. Il mio guarda avanti, oltre la cintura: il temibile orizzonte del vino e del piatto. Una locomotiva a stantuffo vaporizza il centro del torace. Contiene una salita, un vicolo cieco, un vero budello; ed è una vela, una vela alle prese con un uragano, schiocca più di una notte in bianco al buio. Strano come la speranza si riduca a un suono d’allarme che scemi i pensieri. Il battito è nello strumento con un numero di petali invalidi a primavera. Dovrei cercare insetti romantici, ma ascolto soltanto un cicaleccio apotropaico che lo misura a rotta di balle. Vorrei un filosofo, adesso; o un esperto d’anime. No, non l’estremo untore. Ho coscienza che il suono modifichi il tempo: me lo allunghi e lo esasperi sul lenzuolo trasformandolo in garza ladra tra le pieghe in tensione. Cinque ore in codice giallo, trasposizione cromatica di un pronto soccorso privo di fuori e circa mille fantasmi appassionati di nuove figure. Dureranno meno del virus sul vetro, ma contagiano un fiasco divino; in un modo o nell'altro la preghiera ci rende soli. Scioglie uno spettro, ma le catene non spariscono così facilmente. Tirano, tirano, tirano. Rinfocolano l’unico pensiero che fa il mestiere di uomo nero. Che cosa è la paura? Ah, mistero! Sembra abbia il respiro della salvezza. Se non fosse chiaro, la paura mi ha messo gli occhi addosso, per fortuna.
Id: 57650 Data: 27/03/2020 12:00:22
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Virando controvento
Se galleggiare è vivere ondeggiando, preferisco interpretare lo scoglio come posto di blocco in questo mare che traffica inutilmente sale sulle rotte dei mercanti del banale. Flottare? Pfuiii! Mi piace la clausura nel convento dei pesci. E più vanno in profondità, più sono eremo. Sarei così un chiostro eroso e consunto, debilitato ma sano fino in fondo. Ai piedi della darsena o, magari, in un seno che mi lasci di sasso. E se il leviatano viene da levante col subdolo mezzo di un eee-tcì! o uno smackk! io vorrei sentirmi la compieta della spiaggia sulla quale si frange - o, come pare venire da questa immensa rena: nelle tue mani affido il mio spirito, alleluia, alleluia, alleluia: tu esisti da te.
Id: 57119 Data: 01/03/2020 11:12:35
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Come viene all’oca la pelle d’uomo
Corro sulle pietre; e le smusso non volendo altro che carezzare la terra il più tardi possibile. Tardi è per l’ora, per il qua qua qua nel mio cortile. Anche fuori: ovunque l’oscurità abbagli, la notte coglie le foglie con buona voglia. Io, un ramo di come. Sono le due a.m. continuamente, per amore di l’una e l’altro in pieno corso, la mia acqua fa i conti con i galleggianti. Molti di questi invitano ad un’esca di scena. Qualcuno è un verme, ma sostanzialmente l’umanità è un’opera a ciclo aperto. Dichiaro che scrivo solo perché sono pennuto. E scrivo sapendo che non m’innalza affatto: le ali affrontano le aie per liberare il cielo dall’ingombro dei volanti, ma sono ottimi manubri per l’equilibrio in terra. In teoria, certi voli raggiungono altezze eccitanti; quindi: o la testa tra le nuvole o dentro sogni. In quest’aria che lascia fare a cuor leggero viene la pelle d’uomo. E viene sia la terra che l’acqua come pompieri all’inferno. Ecco il fuoco. Arriva il fuoco senza fiamma: lo strepitìo mette il contagio all’opera. A questo punto, entro di diritto nella fisiognomica con il vezzo eterno. Si dice che nulla duri per sempre. La pelle, ad esempio, perché muta parla del tempo? Sono palmata: vuol dire che l'acqua è un deserto? Starnazzare: com'è che ci fu dato un solo verbo? Sappiamo che non è vero, sappiamo che ne abbiamo ma la coniugazione misura a mala pena i toni. So della costruzione dell’Universo con la faccia tosta di un Botto solerte e, più precisamente, la luce è cinica con la lanterna: tanta fatica per qualche bagliore nell'immensa tenebra, per dirla in breve.
Id: 57098 Data: 29/02/2020 12:07:34
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Come viene la pelle d’oca
Nel padiglione del laboratorio le antenne contano le formiche diviso due. Ma qualcosa le moltiplica per la regina. Una trasmissione netta, penso binaria, assegna gli indirizzi con il gusto del posto. Così i tassisti si combinano come imenotteri e in viaggio seguono corsie usurate, ma indiscusse, agevolate dai segnali degli elettrodotti da tastiera. Non c’è il sole tra questi. Anche la polvere ricorda una cordigliera in fin di vita. Le cose stanno così: nell’universo corrono più formiche che innumerevoli corpi, eppure solo i tassisti guidano veramente per i passeggeri, sicché il tassametro segni il valore che non si perde ancora. Quest’ultima notizia somiglia alla prima data, e la pelle muta. Si impunta.
Id: 57039 Data: 26/02/2020 12:42:38
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Con tutta la forza che ci fonda
La distanza tra l’ape e me è abissale già a salve. La saluto ora che si perde, e direi che avanzo nel soliloquio. Ma la distanza non è nelle ali che ci misurano nei salti. Talvolta in alto. Come copula dell’aereo. Salta agli occhi questo divario inumano, certo, ma insufficiente a tenerci lontani. Insetto meno di me, ha ragione dell’impero del vento, poco attore ma tanta scena. E non è ancora abbastanza. Cosa manca allora? Sono convinto che la distanza stia tutta nella cura maniacale di diffondere i petali, possederne l’alfabeto e imbrattarsi dei contenuti: l’ape coltiva il linguaggio efficiente, invece io - e con me il potere, l’epica e i sentimenti - trovo comprensibile un linguaggio solo nell’aria viziata. All’aperto mi colloco tra i semi incoscienti. Coltivo la loro stravaganza: quella nettezza, quella diversità di infilarsi nella terra in altre parole.
Id: 56799 Data: 15/02/2020 15:18:28
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Chiara testimonianza in vita
Alla luce del sole il profilo greve è l’unica valuta su cui conta il tuo stato per il dovuto. Sei insoluto: che speravi? Altre domande salgono a galla e stanno bocconi. Come un mare tra i denti? L’ombra sull’acqua convince uno o due risposte a stare fresche. Cannizzi che inquinano. Tu sai che ogni morso riduce il biasimo della fame, e per questo, ovunque, la denutrizione avanza. Dio butta un occhio alle bocche che non mancano e dà una mano a chi le usa ancora. Un’ombra è un esempio curioso della sua chiara testimonianza. L’ultima che si mantiene è una raccolta di punti premio, un borsellino di risparmi finché potrai spenderti. Non sopravvivere coi resti.
Id: 56709 Data: 12/02/2020 11:37:37
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Non fare che passi
Scavo detriti perché ogni storia è un alveo che tracima fonti senza tregua - quel che raccogli dal calendario è il residuo delle date - e scopro che ogni gesto di passaggio perdutamente adultera. Così l’uva matura zuccheri fino a seccarsene. Una farfalla frequenta il glicine per sporcarsi. L’amore sta a lungo nel corpo per includerne un altro. È un oceano il pavimento quando sollecita il piede. Lo inquadra e scatta cento orme in sequenza ma nessuna fretta porta ad affondare: emerge una sinuosità adattativa che ci tiene a galla. Questa similitudine è migliore delle pinne se navighi in cattive acque. Ma non giustifica la congettura che un altro secolo è passato di qui ed io con lui padre di questa traccia. Darsi da fare altro è una sollecitudine che muove solo aria. Come scriverlo senza dilaniare le carte? Non sono capace di amare i solitari, eppure metto mano alle labbra.
Id: 56632 Data: 08/02/2020 11:35:19
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Costolatura del battito
Dietro le bandiere si spostano le montagne; e dove arrivano le vette si piantano bandiere - ci sono catene che non smettono di legarsi. Ma tu che puoi toglierci l’urlo in pieno sonno dacci oggi l’armonia che intona lune e soli. Oh mamma! o-oh! e-eh! Cantava da dio. Lo davano per morto, ed era morto, ma ci dava dentro con un bel sentimento. Era un crooner dietro la patina celeste tra l’acquasantiera delle nuvole e l’ombrello di ceri che non vedono e non si sentono. Roca, sofferta, incendiata, la voce arrivava al fondo della notte dove sedeva di guardia per il suo regno e il pane quotidiano. Quella notte la riflessione della luna era il più lucido vincolo al sole. Qualcuno diceva “si distende sul mare quello che sta in cielo: se l’anima è a strappo, l’effetto ci toglierà il fiato”. A questo punto l’uomo batte sul tasto canc, sicché la frase “farò meglio domani” è già diventata pura intenzione. Oh mamma! o-oh! e-eh!, cantava; e noi dietro come i luoghi che appaiono nel nome dei santi simili a boe che legano al porto ogni essere scafato se, navigando, ha seguito una stella. Così niente resta nel panorama passando per il vetro, tranne la pagina densa e disordinata che le voci indirizzano all’occhio. Il cantante non scrive quel che canta bene - lo ha già fatto meglio la boa, la stella, l'ombra - o dal basso verrà chiesta un'altra riflessione. Oh mamma! o-oh! e-eh! La notte piena e la maglia ubriaca hanno un tono confidenziale: intimità vocale che ti rende splendente. Il sottile velo del vetro tra noi amanti copre la prima amata: il buio appare alla punta del dito non le lune e i soli come indicato.
Id: 56583 Data: 06/02/2020 10:13:09
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L’orologio è stato
Ti interroga sulla vita: come non dargli corda? Suona ora dal quadrante numeroso uno sciame di tictac, nettare allo stesso tempo. E per sette sere di seguito percorse da un capo all’altro del contegno perso, tumefatto da lancette: ore e ore in un alveare di cemento - la regina assente. Passo in tempo, ma vado a momenti. Non è argomento da prendere con le molle. Un collo di bottiglia a perdita d’occhio, la finestra. La fronte è un calderone, avverte il nulla pungente aguzzino della mattonella, frustato il pavimento, sommesso il gemito. Non bussare oggi, non bussare dubbio. Il nulla - non è per qualcosa - è per niente comodo; io ho letto di noi, del resto, della fuga, del cielo, dei santarelli; il nulla ha regole che non speri di mantenere in vita, né ai polsi, né alle costole. Esalta l’incoscienza dell’universo: gli occhi da stella sono uno schianto a vederli adesso. Dov’era il caos, rimaniamo svegli. Noi, non la mosca, non il cefalo, non la rosa né il pappafico a pensarci bene: tutti nello stesso calderone con coscienza o senza. Il creatore, se c’è, non sa di averne fatto parte: l’opera sarà completata in seguito dai suoi aiutanti prediletti: noi, l’acqua, il vento, il fuoco, il cinemascope. La casa fa da coperchio alla via così. Il pavimento ci chiude tra falesie segrete, neppure erose dall’onda sospetta. Onda? Ombra? Amor mio? Sei tu quello che mi batte in petto con un soffio congenito.
Id: 56447 Data: 31/01/2020 16:09:10
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Non mi toccano altre terre
Saranno anni che il vento controlla le tentazioni delle vele. Ne viene a capo dando loro una pancia. Un apprendistato da porto. I marinai sanno che il sartiame è una guêpière della bella randa - e l’avvolgono. Tu osservi che un triangolo di stoffa ben portato ha un effetto di spinta naturale fino alla calma che isola - è nell’amo che il naufrago vede sostegno. Si dirà: è questo l’attimo bitorzoluto. È il momento questo delle propaggini nude e delle scaramucce sotto coperta. Ho uno sterno fatto a chiglia, due scalmi sotto le ascelle, una poppa da atleta, muscoli legnosi: sono un battello in secca - o, almeno, verrò a capo con la pancia, ma sono il vento il cui soffio è la mente del golfo come si dice - e guarda cadere le braccia che portano pioggia: niente liquida il cielo più del mare che generò.
Id: 55584 Data: 30/11/2019 12:29:00
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Prima di saperlo
Penso a te come circondata di nudi. Che perdono gli abiti propri ed alla tua presenza si rivestono di conoscenza che resta. Gli oggetti sono investiti di te. Questo luogo ha la tua identità. Le date, ad esempio, vengono da numeri ripetuti e si ricordano per gesti. Così piena la mimica del calendario fa la fronda di luci in città e lungo la strada pezzi di Natale normalmente si alleano alle ruggini dei rami e provocano memorie che si riducono in me - è piccolo questo me quando non ne prendi parte! Più si avvicina un uomo all’inverno e più ferocemente trattiene la foglia che mantenne il pensiero alla chioma. Ora so: intorno alle radici gira voce che i frutti dell’ultima stagione cadano da un cielo irripetibile. Prima di saperlo, chiedevo da non crederci.
Id: 55526 Data: 25/11/2019 15:04:20
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Per parlarti ad ora
L’udito accompagna le parole più ascoltate con una nota consunta, le più belle sono stazzonate. Tutte dal lavabo della gola alla scorreria al sole. Pericolosa: mentre si asciugano dell’umido, restano appese. Ai tuoi occhi sembrano camicie con i polsini risvoltati, ma sono tute da lavoro con le alette sollevate. Hai saputo di me che le stiro. Ne stiro molte, e tante - troppe - metto a ferro e fuoco. Quando poi ferro e fuoco sono mente e cuore il territorio che va in cenere è questo foglio - o il mio quando passeggio nei tuoi silenzi.
Id: 55504 Data: 24/11/2019 10:16:18
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Come mostro in tempo
L’attrazione è una turbolenza del sangue che scuote i sensi mentre volano parole dagli occhi aperti. Una fuga come un’altra. In un posto aereo. Un contagio a vista per il modo con cui mischia le parti. Questo è inesprimibile con una metafora, però è vero che il rospo e la principessa non si attrarranno mai. Perderanno entrambi e lo stagno manterrà le distanze. L’uno nello specchio che lo trattiene, l’altra respinta dal brutto mosso. Che bacio si vede se un'ondata irresponsabile agita ogni riflessione? Guarda noi: come ci tocca l’affronto. Della principessa paludi dieci decimi di sembianza e lisci capelli. E sono poco di te. Poi, nessun’altra pelle sostiene la pelle meglio delle tue carni avvolte. Per quanto mi riguarda, sia la bocca matura che il cuore folle si mostrano in tempo.
Id: 55460 Data: 21/11/2019 21:07:06
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Da che parte il mai avuto
Che cosa manca nel sacco del giorno? C’è luce che non dà modo di amarla e stracci che non si asciugano come furono cuciti atti per dare una forma alla festa che dentro si tiene. Anche così, non pensare che sia meglio l’oroscopo dettato da chi vede le stelle con lenti lenti allineamenti che non ci prendono. Il mattino dopo la corsa delle nuvole rilascia visioni che la notte considera gettoni nelle mani di un croupier. Uno di noi disse, all’amore perso: oh perso amore! L’altro capì dell’altro. Chi dei due ha l’anima più eccentrica? Dici di te: ho visto, e non occorre aggiungere altro: la vita va di fretta e tu, prima che poi, vuoterai il sacco in terra. Che male c’è osservo.
Id: 55440 Data: 19/11/2019 11:37:24
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Il vecchio senti mento ancora
Che chiedere all’amore maturo? Torna sui tuoi passi al punto in cui non lasciavi orme; le pedate erano a mezza aria sullo sterno ottuso. L’amore è più largo di tutte le bocche che incontra. Marquez racconta che in un angolo del mondo accade all’improvviso per una volta. E non è piatto, e per niente infinito. In questo angolo tu non vieni più. Hai fatto posto ad altro e quindi posso trattenerti soltanto lo stretto necessario nel sogno e nel bicchiere. Nel tempo come momento sottratto c’è l’ultimo bacio con la luna storta. Mio desiderio deluso, che ti aspetti? Devo alla profondità della solitudine la mancata chiaroveggenza del vertice che impone di sporgersi sul precipizio per sapere il punto dov’è: è dove tu manchi ed io suppongo viva un certo me che perde luce.
Id: 55414 Data: 17/11/2019 17:41:48
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L’affondo
L’aria si è svuotata delle tue spalle. Poco altro può reggere il confronto. Alle tue spalle la circospezione dello sguardo crea dissonanza tra le cose residenti e l’ampiezza del vuoto. Non più la chiglia del naso, non il cilindro della gola, non il contagio della voce. Diverso è il disappunto della soglia: come traguardo; pertanto, sei vincitrice attraversandola per il mondo. Vorrei la stessa ansia che ti allena. Mi privo del carattere se vuoi. Non bacio la vocale sulla bocca, non uso il labiale sul seno, né il morso tamburello sulla schiena. Se gli occhi fossero fuori rotta io sbanderei e dovrei agire subito sui vani che ricordo cosicché il cuore sfegatato non affondi negli assenti.
Id: 55366 Data: 14/11/2019 09:11:03
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In nome e per conto di LUCA
To last universal common ancestor (LUCA) I La fonte è il dato in comune. Dopo, lo spartiacque del nome aumenta la portata della mutazione. Siamo il delta del fiume dei morti? Io sono sicuro di aver trasformato i morti in forza; e da morto manterrò in vita chissà quanti elementi. C’è un monòmero tra i miei avi: una tessera del mosaico come figuro. Figura il tempo necessario in forma. Anche di millepiedi. O di trifoglio. È indipendente da me. È una scala o un ascensore in funzione. Funziona da dio quando prova i vestiti nel suo camerino all’oscuro. Che parte interpreta? Chi lo osserva con attenzione ne diventa l’automa. Non ho saputo scrivere quest’ultima parola come libertà del luogo. II Chi diavolo mi ha messo la carne intorno? Non sapeva che è la scusa della polvere per abusare del verbo dell’argilla? Posati. Per ogni dove ha scritto come andare fino all’osso. Sono una bottiglia con una rotta. Un galleggiante di vetro con lo spirito giusto. Questa forma è inutile se affondi. Ha percorso tanta strada tra luna e sole. La mente era vigile soprattutto negli incroci, per quanto la rotatoria del cuore disciplini il traffico degli stimoli nelle strade ottuse. Ho un corpo intessuto di vicoli ciechi e sono una città boriosa con più luci artificiali che illuminazioni spontanee. Eppure, l’illuminazione prende la foglia che bestemmia e zoppica in volo e si avventa e si avvita come un'ala sola, poi si rialza all’ordine del giorno.
Id: 55146 Data: 28/10/2019 12:38:57
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In seguito al lontano
Il polpo trovò la sua polpa consistente e potè mettere al mondo i polpastrelli. Alzandosi da terra, l’aria - meno nota dell’onda - gelava gli strumenti a fiato. Fu l’astro d’oriente a fare il nembo in mille pezzi sulle nascite incessanti che vestivano verde l’argilla e la silice, mentre per loro si dovette aspettare un collo intero un polso un dito un voto perfino la borsa di madreperla. L’acqua si intestò ogni maternità occorresse per rendere utili le fontanelle, mentre l’oceano era percorso da brividi dovuti ai continenti che andavano facendosi paesi. Ondate di gelosia sulle traversate accordarono i meravigliosi generi nascenti alle nuore miracolose lasciate a terra. Si separavano le famiglie meno dei viaggi o del piacere in quel senso. In seguito fu dimostrato che sulla roccia si poteva edificare la residenza di un tale ministero e, come un ben servito, vi scrissero le leggi più pesanti dell’universo capaci di dare un tetto anche alle stelle. Cominciava così la favola che ha dettato la vena, prima che le penne scoprissero che da sole non farebbero il volo.
Id: 55083 Data: 24/10/2019 09:23:41
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Paradigmi di autovalutazione
Un uomo è solo nella misura in cui pensando ad altro nessun altro lo consola; di solito una porta chiosa. Un uomo è vuoto nella misura in cui il pensiero parla da terra; di solito la parola quota. Un uomo è immaturo nella misura in cui chiede una mano abbracciando l’idea di possederla; di solito la porta aperta. Un uomo è debole nella misura in cui la lingua è un nervo a fior di pelle; di solito il muscolo tace. Un uomo è vile nella misura in cui il fegato si riduce a palle; di solito controlla il fianco. Da uomo ho fondate ragioni per curare la manutenzione dei miei congegni.
Id: 55047 Data: 21/10/2019 10:43:42
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Esito nella passeggiata
Camminare allunga la portata dell’orologio mentre il polso della prima ora non è più. Guardarsi intorno è terribile perchè non sei compreso. È vero, però, che gli occhi vanno a fuoco lenti, lenti spesse e volentieri. Ovunque li poggi restano a fissarsi ma ritornano lucidi. Domani appare come dovuto torna sole. Da un lato spiaggia che scivola nella clessidra fino a farsi fottuta; dall’altro, strada che fila via subito. Ma è bello il chiasso dei motori furiosi, anche se è l'ingranaggio che consuma il mondo. Intanto i miei passi cadono come uccelli che a mezzo volo se la fanno a piedi. Piombano sulla terra per niente rotta. Così, trovando ancora tempo nel cammino, entro nei tuoi occhi per cercare una poesia. Non la cerco in me, perché non c’è. C’è una lanterna analfabeta che impara la luce come tu me la lasci vedere: da barlumi. Prendo parte dei tuoi rifiuti. Questo il cammino fatto, forse la giusta cura. E che tu ci creda o meno, sono un bruco nei solchi del tuo campo visivo. Dove ognuno si pianta, senza dubbio, nel verso che ha già pagato sull’unghia.
Id: 55004 Data: 17/10/2019 21:28:51
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Congedo del riccio
Il contegno è necessario. Ma non è una posa l’aplomb del bosco quando si celebra il ritorno del sonno. Il bosco calmo è messo a nudo per il più antico rito di abbassare la febbre di stagione. Il bosco, che se ne sta andando a dormire, finge di preparare la sveglia. A me piace rintanare a novembre. Nel legno come sottoterra dormire è un poco morire. Sì, la durata non coincide, ma rende l'idea. Fateci caso: Lazzaro è l’unico ad alzare un dito. Quanti Lazzaro conosci? Nessuno, ma tanti sono nei racconti e ne escono vivi. Questo suggerisce in realtà di aggomitolarsi con la mente in un libro. La mente è un polpo, un ragno, una televisione. È sveglia e pone domande di rinvenimento al sangue che la mantiene. Gli aculei sono una copertura. La nostra naturale finzione. Rannicchiati rispondiamo male, come quando aggrottati manca la luce, ma distesi non ce la caviamo meglio. Lo sa bene la volpe che ci orina addosso; non offende, chiede di abbassare le difese. Quante Nazioni si voltano e non si rivoltano? Quante tane sono invase dai cingoli? Quanti colpi bussano? Penso sia il sonno a scioglierci per intero: il gelo della veglia al fuoco ci intona al tronco. Gli inverni che verranno si accorciano indosso.
Id: 54962 Data: 14/10/2019 09:56:10
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Tirata per i capelli
Eravamo in testa. Con uno scarto bruciante la ciocca ricadde come un arco costituzionale a disagio sulla moneta, glabra al centro. Perché no? Rifletteva il cielo annerendo o si copriva. Tocca ad ognuno cadere. Impariamo solo così facendo il bavero e la pochette. Non è abbastanza sapere che aria tira, ma è sufficiente poter contare sul capo. Già... Il capo! Qualcuno lo avverta che Dio è qui… E si traveste a stento. La stessa anima tiene conto dell’apparenza, ma in buona sostanza è presa dai capelli la sua legittima conoscenza. Come ogni radice, il bulbo paga la debolezza dell’essere. Su, gente! Cerchiamo la carezza a dita aperte. Questo il nostro manifesto, così che il cattivo pensiero lasci il vuoto e con buona cura si abbandoni la permanente ansia di darci un taglio.
Id: 54941 Data: 11/10/2019 14:47:20
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Dialogo tra le claveline
Muoviamoci in sincronia nel flusso e nel riflusso, amiche. Mie, loro. Non siate dure, ma resistenti. Così è la storia sommersa quando parla di voi. Quanto più corta è l’onda tanto più il movimento spazza il palco marino. Sul fondale c’è tensione. La fanghiglia si solleva e rivoluziona l’armonia, la platea non ci sta, ma resta muto il branco di pesci. La trasparenza richiede quiete, ma la violenza nel torbido trova i suoi canoni maschili. Eppure, deturpate siamo divine. Poseidone lo dice. Non interviene perché se lo facesse perderebbe appeal tra i suoi sgherri, maschi anche loro. Le chiglie hanno un rapido sollevarsi. Pupille nella darsena che ci osservano. A scena aperta. Muoviamoci in sincronia, ripete la prima. La sorella accanto, lo ribadisce e prosegue. L’oriente propone un complesso di strumenti Danzate con me. Quando le onde assaltano il molo, noi a mezza acqua facciamoci valere. Siamo uno spettacolo della natura, non snaturiamoci.
Id: 54916 Data: 09/10/2019 10:41:49
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Monologo del cefalo
Era sopra di me a distanza di voce. L’onda un ostacolo all’ascolto dall’alto. Non so quanto alto, certo diverse lingue. Dall'alto è un riferimento terrestre caduto dal cielo. Ma il cielo per noi è fine che fa acqua da tutte le parti. Prima, lo ricordo, le claveline danzavano immaginandosi braccia per insegnare flessuosità ai moli. Poi questi preferirono l’esercizio che fermava le ondate. Poiché mi insinuavo in quell’armonia come uno spettatore che cerca posto in platea, non mi meragliò sentire: “Ti prenderò, dannato pesce!”, e: “Sei scaltro, ma tra un po’ sarai fritto!”, oppure: “Stai solo allungando il destino di una pinna appena.” Parole simili nel nostro mondo attirano più dell’esca. E noi siamo cibo che va di bocca in bocca in crescendo. Come una diceria, sostengo. Diciamo - per questo - che la natura è presa in giro ma rifratta: una bella immagine spezzata in diversi punti: la ferocia, il ghigno, la menzogna, e via via di peggio. Più comunemente rumore di fondo sempre in onda. In fondo, ognuno di noi ha in mente un oceano calmo agitato dallo spirito necessario a lasciarlo in pace. Una vastità ridotta a nugolo dalla perdita di significato delle cose quando le abbandoni. Dal mio punto di vista il cielo è a stretto contatto con la fine peggiore ma non la contiene. La contiene la terra che però ci consegna a nuovi verbi; potrei dire volare, oppure fiorisco, perfino di striscio. Ma, ci giurerei, andrà in fumo come dice il tizio sopra di me. Vorrei che a saperne fossero cefali e claveline. Farei un salto di qualità potendo conservare coscienza delle scaglie o mantere insieme elementi con molte attrazioni del genere.
Id: 54868 Data: 03/10/2019 11:14:39
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Non chiamatemi
Ho parlato ai pesci all’aria aperta perché gli uccelli erano già all’erta e non è possibile raggiungerli a voce. Succede quando le mani diventano foce dei pensieri. E i gesti correnti. La testa si sgombra tanto che le parole non affondano e vanno oltre il fenomeno ottico del letto. Ho parlato ai pesci in modo corretto, io sento. Senza mettere l’amo al posto del bene. Perché per bene intendo rispetto e per amo evito pene. Così succede e succederà la bonaccia per queste vele con la chiglia vocale. I pesci - con la testa già immersa nell’inquinamento - si agitavano tanto da sembrare angeli nel vetro. Come se dal vetro potessero mostrarci che non sono assuefatti al silenzio. Ma che mostro dall’essere trasparente? La falsità è una maschera di bellezza o di sopravvivenza. Per l’umano e la belva. I pesci ascoltano? No, ma sentono quello che li accosta alle padelle e si lanciano a nuoto le bocche serrate. I pesci sono riuniti nel grande ordine delle maree, in cui pure la plastica discinta si isola, circondata da cattivi esempi. Chiederò ai sedici petali della rosa che vengano correnti dall’abisso dei venti cosicché almeno la loro accoglienza li tenga al riparo dall’esca: don't call me Ishmael.
Id: 54840 Data: 30/09/2019 23:16:58
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Ad libitum
Venga il Patrono delle viti. Il ferramento dal tannino. A salvare il mio primitivo. Con la sua impossibile trasposizione dello spirito in salute. E sottolineo di questa reliquia il clima nella scrittura. La mano rimasta del tutto. Come direi a saggio e dotto vino. Il rosso è un congiuntivo in carne. Il bianco sofisticato comparve a Cana da un otre; e va otre per la fesseria della mia bocca. Per ora, ti invito a sopportare quest’acqua torva. In comprensibile ora. Il sole rosola, i pampini si slacciano, i novelli s’iniziano al freddo. È sobria la stella creativa, l’astro quando occorre - tranne, lo vediamo tutti, se si perde in nuvolaglia; e sarà tra poco l’ovvio di questa male detta. Allora discenda il Patrono con il dolce di vino in stile nuovo ed un miracolo sulla lingua ci porti. Non è più aprire porte in mente quanto moltiplicare lucernai per le visioni. Quest’organo ci vede? O Patrono. Vede noi da dentro oppure produce solo echi? Apre al cielo la sua casa di giada, risponde. Un pensiero custode, adesso citofono, poi teletrasporto, infine vuoto. Donaci uno spiraglio a tuo comodo, o tu! Graziaci con almeno il segno della comprensione! Quello della compassione sia con passione. Non sempre efficace tra dono e perdono. Tra bue e tue e mia e sia. Vieni ripetendo più sillabe che contano. Sui fondi piatti liberati saltano le voci a consumo (ad lib).
Id: 54779 Data: 24/09/2019 11:05:17
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In parte è tutto
Per quanto efficace sia la scomparsa mai completamente il sangue si annienta. In parte. Lo portiamo a zonzo finché passa. Annientare è tipico di un sistema degenerato in cui "dimentica" è una libertà vigilata. Tuttavia trascorso il tempo per ciò che matura il mancato raccolto rotola lungo la china. In parte del foglio. Se nell’inchiostro si scivola. Chi sono io per dirlo? Quello, in fondo. (NdA: in primissimo piano, il particolare diventa una distrazione dalla trama.) È tutto. È bene che il testo sia sottoposto a prova. Di tensione. Di interpretazione. Se può spezzare la voce. È messo alle corde lo stridore delle metonimie. Ossia: è un peccato ma non una colpa il punto. Una sincope, secondo me. Per grazia di dio ho fatto di peggio. Ad ogni modo retorica è una rosa non rosa. Eppure, la lucentezza della lettura è con senso diffuso. O anche con torto. In parte. Si prenda ad esempio l'autunno. Si insinua in estate per indicare dove risuscita il rosso. Lʼultima parola non è ancora venuta. Pochi lo avvertono, ma l’autore copre quel terribile evento con la dissolvenza nel lungo periodo. Tuttavia trascorso il periodo della rosa non rosa, tornerà lo stesso. In parte con senso. O anche con torno. Lo vedrò dalla zolla. In tal modo si libera il gelo, in parte adesso. È tutto.
Id: 54753 Data: 21/09/2019 10:19:36
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Vado a ripetizione
Le figure in memoria sono contrappesi. Fuori tempo, fuori misura, fuori posto. Fuori i nomi si tengono ai volti. Qualcuno viene a stento per la tremenda potatura della rivisitazione. Come panni stazzonati le labbra stirano vapori. Amarezza è la trama delle pieghe. Inquietudine le combina grosse. Quanto ho perso qui è sollievo altrove. Non riposo. Lasciatemi dire che la mente fa tutto da sola, anche perché gli occhi sono fattori della luce che attraversa il torpore del panorama senza metterlo a fuoco. Uno sguardo dalla finestra respira sul ventre della strada. Via via nel vetro c’è la distanza tra l’imbocco di oggi e lo sbocco di ieri. Notte nella residenza del dovere andare avanti: note che si lacerano sui se. Accomodati, dico ad uno con le mie fattezze: la figura viva è sacra per le sue cattive abitudini. Le cattive non cedono. Dalle buone ho preso la lezione delle candele. Piccole fiammelle, talmente intense da consumarsi in breve. Da quelle votive passa un fulmine d’amore. Fatto di voci leggere, talmente sottili da confondere i nomi in sorti. A ripetizione.
Id: 54692 Data: 16/09/2019 12:51:28
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Teoria di un vecchio andazzo
La convinzione è sostenuta. Fissa le parole come i cani che ascoltano se c’è da capire. E distinguono le sicure dagli scoppi. Dalla piega del viso. La piega fa molto quando il significato non fa breccia. Il tono è colore. Ossia il fiore: è un ordine delle piante. Quando dialogano cambiano aria. I vecchi sono in circolo, poco sangue ma tanta linfa. Uno parla al ritmo di quante ne ho passate quante ne ho viste che ne sai tu di quello che eccetera. Non necessariamente in successione, ma sullo stesso trono fatale. Non c’è futuro temuto che non somigli dannatamente al passato dimenticato. Questa convinzione è diffusa. Divaghiamo per altro. Come passeri sul filo a mezzaria. Fanno per aggrapparsi a volo, ma le ali non danno una mano. Le ali pesano un seme meglio delle carte. Ne sono stato testimone nei giorni del ramino, spillati al calendario. Arrivano in questo foglio come ogni sera. Dicono appiani tutto. Tutto si fonde piano: un rigo o la notte greve; e passi da lei a cose in un loop ideale tra candido e quijote. Questa convinzione è nata su due piedi e muore con la resa delle scarpe.
Id: 54664 Data: 13/09/2019 12:58:25
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Dell’uomo che non ho potuto
La fisicità è urtata dall’ombra. Spinta dall'ingorgo dei fotoni. A sua volta. Disegna quel che la mantiene. Con ragione. Per mettersi in luce serve un congegno brillante. Questo testo è a grandezza naturale ma talmente oscuro che puoi vedere figure solo a corto raggio. Sagome impagliate dello stesso imbalsamatore. Ma tu vedi solo la forma, non distingui simili pagliuzze. Piccola - è piccolissima, quasi null’altro è più sottile. Sono mattoncini per costruire a faccia vista. Vengono alla luce e dicono niente. Sei tu che li ordini a tuo modo e va bene così. Devi prendere luce luce luce. Altrove. Lo devi alla luce. Alla luce di questa cronaca al buio che ci tocca. Conserva ogni lumetto. Offrilo per averne ancora. Entra nella luminosa congestione di segni e libera il pensiero prima di doverlo. Diventa eterno per essere longevo: non puoi se non si muove un esercito dietro te. Guarda ogni cesare dalle truppe ferme. Guarda l’accampamento che si radica in una polla di terra. Sentinella! Guarda la cava ordinata da chi avrebbe dovuto mettersi in prosa. Ah la tensione umana per l’immortalità! Nella pietra, il tempo si getta nei minerali, sedimenta così il sapore di un gesto quotidiano: sa di quelli. Finché l'apparato tiene si dice adombra, poi il ritrovamento tocca l'ipotesi e suturiamo la conoscenza con un termine, come viene. In parole, opere e/o missioni.
Id: 54637 Data: 08/09/2019 13:41:17
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Il cortile superato dal corpo
(Il bullone infantile. E il perno su cui avvitava, nell’approssimazione di uno spazio apprendistato. Ricordo ero tale, o che altro significa animare il presente di una sembianza posseduta tra date capesante svuotate del mollusco rimasto. Oh, che bel bocconcino è stato!) Le ragazze avevano calamità inconsapevoli, delle quali si diceva, sognando anche. Ancora mi chiedo quale effetto ebbero le prime volte del nailon sotto le gonne dentro di loro. Che cosa le rendeva slanciate? L’abbandono dei calzini bianchi o il bianco bacio sulla scala A? A me capitò vicino l’albero di giuda, a bordo dell’aiuola con la forma a u e lì il tremore mi colse preannunciando addii a qualcosa di più minaccioso del cielo in penombra che spodesta un grande giorno. E a letto poi non c’era battito che non suonasse da uomo. Ci sono segreti nella femminilità che superano l’accordo tra il cortile e il corpo vago: stretti o che; e domande ignorate che avremmo dovuto porci e che ci prendono in seguito per niente. (Direi, al modo di una guerra di corsa: si ruba al calendario più che le pagine da navigare quelle già navigate, simili alle barchette di carta puntute ma tozze che nel lungo flusso - e riflusso - restituiscono un foglio impregnato, non il rigo diritto ancora. La vie est un bien-être pernicieux, mon vieux!)
Id: 54498 Data: 24/08/2019 10:39:49
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A qualcuno piace saldo
L’uomo scendeva le scale temendo alle spalle una dama bianca. Un amore col senno di poi. La luna sulla scacchiera dei coppi diffonde la sua storia di riflesso. La dama bianca cala su quel cuore finendo altrove. Dai riferimenti direi che il ciclismo non vive più storie epiche, ma il cuore è un pessimo finisseur nell’amore tortuoso o esce da un incendio con un secchio di ceneri. Un finisseur sceglie la curva in salita, uno scattista ieratico è preso dalla discesa in fiamme. Io ti amo così, con quei saldi nel petto che hanno il merito di aprire le camicie. Non ho visto tutto questo per caso e se per caso dovessi rivederlo, riconoscerei che è un caso diverso, di corsa a vuoto. Il saldo della impermanenza.
Id: 54325 Data: 02/08/2019 21:07:23
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Tentativi di messi
Chi ha torto un capello ha in testa ragioni per dannare la sua venuta al tondo. A capo chino riconosco la profezia della caduta: niente dura, né il cielo né i suoi sostenitori arcani, maggiori dello stesso tondo. Essi dipendono dalle nostre invenzioni e il loro tondo fu raso al suolo di primo pelo: ciò che salì alle stelle fu il prezzo troppo alto per noi, poveri di sempre. Venne tutto a galla in una luminosa notte madre allo stesso tempo, visibile a lungo ma irraggiungibile con il freno della pelle. Le salutiamo e quelle nemmeno si curano di un nuovo essere umano o non essere luce (angelo, ad esempio: guest to the star system) prossimo alla neve. Come la neve è una carta del gelo, siamo giocati dal vapore, regione popolare dell’Uniterso. Così ci sciogliamo in senso stretto, scagliati nello spazio tra l’elisione e la crasi del crunch, futuro big dei bruchi neri. Di bounce simili, ricordo un’estasi fa, al mare. Andavo con atti impuri dove l'onda solleva il sesso in vista della balneazione. Poi il nuoto ebbe la meglio sullo spirito nudo e gettai l’àncora atroce. Redenzione sul dorso.
Id: 54298 Data: 30/07/2019 21:21:26
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Per dire niente da dire
Il corso laurea in buona salute come afferma il mio cardiologo. Conviene dio, ma in forma vento. Del luogo anche. Un toccasana il vento. Ma una lama è presente. Breve e affilato passa diventato ormai radente. Una lama che combina altro alla pelle. In città si raffreddano vetrine crude. Tante, sorrette da ombre cupe. Per questo il corso indossa vetrofanie scontate che urlano. Non ho due soldi per dar loro ascolto e le orecchie si barattano solo a voce. Ho cuore e polmoni e muscoli polisemici nei piedi che dovrebbero essere nudi al verde (devono capire i messaggi del terreno) ma sono lontani dal clamore dei gesti polemici - non tirano calci, diventano commenti di strada - dando l'idea che c'è un efficace parlamento solo se guardi altri vuoti. Mi sento in debito con questo secolo, ma passerà in tempo. Per ora metto in un bicchiere la ricercatezza delle fontanelle a getto. L'afa estrae liquidi da ogni dove: scova ed estrae l'acqua che nemmeno mi accorgevo di avere a disposizione. Possibile siano tante gocce? Sopra le ciglia la seccatura che mi coglie. E forma pozze su pezze di cotone. Che cogliere dall'ombra se non il solo ha senso che la forma?
Id: 54267 Data: 27/07/2019 11:15:50
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A capo di buona speranza
Ci sono più oggi sulla sabbia che orme umane in tutti gli altri giorni. Umano: me ne accorgo quando ti avverto che dentro di me c'è ovunque un uomo, malumori compresi; e cerchio alla testa: nessun miracolo somiglia alla morte - chissà perché non se ne esce. Non è il mare e non è il pesce, nemmeno l’amo. O se ne corregge il risultato o il nome è più angosciante di calendario. Volesse dio un tipo diverso - un fine adescatore, un tafano della pesca -, non me ne andrei così presto. Normale che serva altrove. Servo alla tomba meno di un crisantemo al sole. Dal momento che mi desti aria e gonfio mi alzai goffo dal primo confine. A distanza di molti lĭ, padre dei tufi, anche questo bacino si svuota. Un lĭ è pari a circa 360 spazi, meno dei confini delle stagioni e passa. Quanti ancora da fare? Volesse dio solo i suoi stessi tipi, farei la salita senza l'acqua alla gola.
Id: 54254 Data: 24/07/2019 21:21:54
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Così per
(La mia eco è un lampione che fa chiarezza alla via così, su questa rotta, per cui tutto sembra in onda come affondo. L'epoca è quella tremante fatalità che scatena la superficie infuocata dalla vita, altro perché passa.) La notte ci ha superati. Quasi doppia della sua età è la gente su cui si spande. La rotazione del pianeta in pieno vigore rende possibile che ci sorpassi la luna senza alcun freno. È così veloce che si squarta per scomparire o rifarsi intera eccetto subito. Guida con lucidità i tentacoli luminosi. Le idee come flute vuoti, la torridità versata in terra. Il fulcro della sete non so dov’è. Fa leva sulla mente l’arsura del riso. Le labbra strette sono al confine del campo muto. La parola secca da che astro è presa? La percentuale di sedute legate alle stelle è pari a 7 su tutte. Ma sono talmente forti che una sola non nuoce al giorno, anzi lo segna. Siamo diventati una specie ricca di schermi e ascolti, rovine rifiuti scorie. Che altro si conserva? Le pagine sono traumi rimasti che si stringono una all’altra come per fare muro o sotterfugi per rilegare gli scritti della pinacoteca di led. (Il miracolo capace di elettrizzarmi è che partendo da me sono arrivato a te un giorno: grazie, chiunque ed ovunque tu sia.)
Id: 54100 Data: 10/07/2019 23:00:56
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Cedo in me
(Spesso lui mi interroga sulla vita. Un argomento da prendere come se impugnassi un remo. In coppia è anche peggio. Non fa domande chiare. La fronte aggrottata è una margherita da interrogare. Non odi fruscii, ma senti il turbine da dove arriva.) L’alba ci converte in stringhe e mettiamo i mocassini per evitare le strette. Di norma siamo sanguinolenti, poi acceleriamo esponendo la vena. Chiamiamo artista un bambino. E lo è anche privo di armamentario. Qualsiasi attrezzo lo inventi. Questo mi dice che l’universo è opera di un bambino immenso quanto te, Gil. Solo un bambino può creare dal nulla. Ma si può dire solo un bambino? È un segreto, ma si dovrebbe pronunciare mondo intero. La voce non deve essere adatta, ma adattarsi. Si solleva dal diaframma, regolata la pompa del ventre. Dal profondo viene una contrazione controllata e lenta come il nuoto della medusa. Modula una leggera emissione che trema negli alveoli, vibra a basse frequenze la corda e scaglia la parola mondo come per sferragliare lì dov’era bambino e si capisce commozione. Io ti amo, figlio mio, e se un uomo adora un altro uomo due volte sanguina dello stesso essere. (Quando vedo scomparire il mio bambino e devo scavare detrito a detrito ciò che lo ricopre - ogni gesto acquisito perdutamente lo adultera -, quale mondo risponde?)
Id: 54036 Data: 05/07/2019 15:58:43
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Non c’è altro mezzo
(Siamo abituati alla monumentalità dagli occhi. E dall'ascolto. Tocchiamo le macerie per cauterizzare la memoria. Capita, osservando i luoghi più stretti a noi, uno stupore squilibrato dai cambiamenti che ci fanno passare per ruderi.) Fatta l’estate, resta la stagione un disordine di scoperte in sole basse ondate. Agita le mani per scuotere l’afa: nessuna frescura. Oso dire: somiglia a pranotentativi che sollevano lo spirito, ma da pesci all'uscio la riva di Josif che dice. A riva una vista ricorda l’acqua com’è adesso: spalancata e misterica oltre il dovuto. Dice vorrei tentare la notte adulta dell’ottantasei, nelle piazzole, tra uno strapiombo sul seno meno pericoloso di un perché farlo e si faceva in fretta - pure se la chiarezza veniva in seguito. Del resto, quando una meteora s’infuoca come la vedi, che domanda ti poni? o è desiderio espresso? Visualizzi l’aria se c’è un calore che insinua tremori: il suo corpo era una tela o un nome dimenticato ma perfetto per la sera. Passano due giovani fiere con la pelle di stoffa più attraenti del vento. L’afa sembra affievolire nel nostro mezzo: è che per certi aspetti si oscura ogni altro esempio. (Lui carezza lo spirito, antenato della specie quadrumane. Rafforza l’idea che ogni opera rimane intatta perchè lo sguardo non la cancella, ma niente è più duro del tempo.)
Id: 54005 Data: 02/07/2019 22:44:09
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Ancora suono
(Il litorale si sgrana mentre bottoni dorati riuniscono tenebra ed asfalto. I lampioni escono dalle asole della notte come teste di ponte di un esercito di soli che avviciniamo ma non ci raggiunge.) Gli viene in mente all’improvviso, credo - io credo ha una valenza di brezza termica: tutta la notte solca il mare piena di figure luminose. La bocca si apre al miracolo più dolce: sbadiglio la luna appena compresa, a lungo rosa dal tetto inesistente. E' un tarassaco staccato dallo stelo steso. Stella non è, si vede, dico. Te ne accorgi se il riflesso raggiunge la bianchezza dello spettro, dice: sembra la morte più dolce, lo sbadiglio, ti pare? Sono rimasto fanciullo, ma è timore di crescere. Taccio, perché in un sacco di silenzio la paura è il gatto che non ti aspetti e mi sconvolge il suono del tempo. Taciamo, per dirla tutta, ad ansie congiunte. Temo che questa osservazione non lo soddisfi: la morte più dolce è sapersi vestire da tempo per non scomparire del tutto. (Sul braccio più lungo del nuovo porto, lo smeraldo del faro lampeggia davvero convinto che una piccola luce, nel lutto della buonanotte, permetta l’ormeggio dei feretri nell’attenzione dovuta.)
Id: 53882 Data: 21/06/2019 15:10:34
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Prova del suono
(Avevamo parcheggiato in prossimità del lido dei carabinieri, dimentichi che, per bontà orografica, qui maggio è graduato e prende ordini non dai residenti ma dall’anticiclone e dal maestrale che alle 17, ora locale, smette di corrugare il golfo come una gonna orlata di futili merletti sopra la vita che vi si imerge. Alle 20 c’è la luce sopravvissuta, teneramente diffusa e priva di ombre. Ieratica per il solo fatto di mostrare lo spirito di tutto, non tutto lo spirito dovuto. Lui accarezza ma non coglie il papavero che ci aveva attratti, io lo avrei colto senza ragione, solo per quel meccanismo atavico che distrugge il bello per niente. Il traffico è sporadico. Si contiene senza fatica ai semafori che contano i secondi secondo la loro tabella e ne danno consapevolezza ai non vedenti con un esile bip di fretta.) Senti, dice - indica qualcosa nei colori che si accovacciano nella sera come attori nel camerino dopo un ruolo faticoso -, la mente sottolinea brandelli, dando così ricovero alle voci fino alle parole dell'altro mondo che si fanno segno prima di togliersi di torno. Ascoltarle promette nuovi suoni e il suono è connaturato nei lotti dell’universo, dice, nel circondario, nella corolla puntuta delle stelle. Anche la carezza più dolce, lieve, ha in sè una forza trattenuta che può esplodere, te ne rendi conto? Ovunque, ovunque… Ah! E’ la sua verità. La verità degli altri è comoda: si sceglie per evitare che la nostra sparga sale sulle ferite certe - certe ferite sono una cura, avvolte. L’universo possiede un principio, dice ora, di violenza inimmaginabile; non siamo da meno: non puoi, dice, rimanere calmo se sei l’aquilone che annusa l’aria per cogliere il vento; se l’aquilone sbanda e taglia la corda; se l’opera non riesce compiuta e volare è diviso in due: cosa trattiene e cosa ti lascia andare. Nessuno sa perché. Esistere è starci dentro per un pelo con un bagaglio di suoni da buttare fuori. Persino il sole è una valigia in calore, dice, e ride in modo stridulo - da cardine consumato. Andiamo ancora insieme senza dare colpa ai segni. (Poggiamo la schiena ad un suv bianco, fermo a spina di pesce sul marciapiede, come ogni altra tra i platani di via Clark. Alberi che non durano a lungo, ma più del metallo che l’aria salmastra liquida come ruggine. Ci parliamo togliendo il rumore di fondo: come il mare con con lingua di sabbia.)
Id: 53784 Data: 12/06/2019 23:43:20
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Passeggiata a lucido
(Ho odiato via Clark per la sua forma scontata. Occupa una direttrice, ma non è quella dell’ufficio dell’igiene pubblica. Ciò che non è plausibile è la distribuzione del rifiuto: tra le piante, in una siepe di gelsomino, nell’aiuola della rotatoria presa dagli scarichi, tra i masselli che si sollevano dal marciapiede: cicche, cartacce, le stesse buste delle quali un legislatore disse basta!èoradifinirle... Anche un preservativo&goal, scarpe sinistre, siringhe ambidestre. C’è di peggio, ma serve alla sopravvivenza di diversi esseri: millepiedi che rimano in cammino, formiche che si somigliano, topi funamboli, eccetera. Infine, fiancheggiamo un piccolo frutteto, diviso dalla strada con una rete in preda all’edera più scura dell’asfalto. Così attraversiamo l'epoca.) Ricordavo questo terreno curato fino all'intrusione nella spiaggia, dice - e indica il muro confuso dalle erbe spontanee, conguaglio tra le pietre e l'orto. Più curato che fruttuoso, come talune menti. La mente è un bene, dice, normalmente tremulo. Confusa dalla chiarezza, agisce quasi una rivolta di sensi, la parola vacilla tra ondate di gesti. Ci vuole un punto fermo. Una virgola si avvicina, ma sorpassa appena ripreso il fiato. Ti voglio bene, dice. Come l’orizzonte il bene non ha mezzi, una misura efficace, un certo metro. E’ angostura, cibo dell’anima. Tanto sapore ha questo frutto che l’arancio, nel giardino incolto, si perde, ma insinua il suo affetto per il raggio in una buccia che la figlia rotonda produce. Dice proprio “rotonda” come si dice “dentro la pelle la fabbrica dello spirito è un mistero”. Non è un bene che si esprime, dice: è asintomatico, prende in giro un nome e lo scaraventa in mente. E una mente assillata, dice, è normalmente tremula. Trema la strada sotto il passeggero. Trema meno sotto il gomito della sera, ma puoi farti indietro. Nel tempo esiste solo l’immediato “avanti” e il suo cuore è giardino a momenti. (In questo tratto di via Clark, torna spesso il dolore per non più di 100, 120 passi, che sommano circa tre, quattro ricordi, poi il mare ruba la scena. Non puoi parlare a memoria, si improvvisa ad ondate: il mare in passato era il mio giorno, tutti i giorni. La notte viene solo dopo che ha attraversato la città, precipitando da San Liberatore. Rotola come un autocarro in folle ed ha lo stesso gorgoglio dello stomaco riempito di bocconi masticati in fretta. I palazzi diradano sulla tavola della luce morente, si informano dai lampioni. Niente di più e niente di meno che sfuggenti, e noi dietro.)
Id: 53718 Data: 06/06/2019 11:01:11
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Pensando a vita
(Camminavamo su di un marciapiede stretto, tanto da essere più che immorale - persino le puttane lo evitavano: da questo lato non si guadagna in strada. Strada con tutte le strade del mondo che le vanno dietro, standole davanti come fossero in giro. Quel che c’è sopra, intorno, sotto, da mille secoli e nello stesso momento in cui arrossa occidente, schianterebbe se crollasse; ugualmente, dentro, una via si forma: distesa la sera, pronta la notte in breve, raggiunta dal giorno poi: è la Vita. E’ un uomo e crede. Ricorda, dice. Anche tu, non vedi? Ti prego, dice, camminiamo ancora… Prende un frutto dallo zaino, lo addenta, lo assapora; cola, dall’angolo delle labbra che faticano a stringersi, il sottile umidore del succo: fila il ragno della carie e saliva. Le guance formate dal boccone, gli occhi socchiusi. Anche Dio morde l’uomo; prima, però, lo bacia finché respira.) E’ la vita, dice, indicando siringhe piantate in una mecap lungo via Clark. La città in cammino chissà da quanto. E noi al seguito come nuvole alle volte. Vedi, la vita è fuori di sé e rientra quando è tardi, ad un’ora che non ci è dato possedere o usare la chiave per riaprirla, dice. Non c’è serratura dall’altra parte, dice. E muove le mani a tentoni fingendo di aprirsi un varco. Dice: se si chiudono i polmoni, come le porte di Troia, è il buio che le serra e dentro truppe di cenere sanno di nessuno più che Odisseo. Bisogna temere questo? No, no! Abbiamo perso e loro devastano i luoghi in cui cuore e altri ammennicoli teneri si accavallano. Non devi temerlo se perdi conoscenza. Ora respira, respira piano, respira - solleva il diaframma. Il diaframma è un gabbiano ingabbiato nel torace. Inspira dal naso lungo tre passi, poi gonfia l’addome, come un aerostato per salire, espira dalla bocca in cinque falcate. Vedi gli uccelli più lemmi che umani? E ride! Ride con quel suono stridulo di cardini consumati. E’ strano, mi dico, mentre davvero ci sorvola un gabbiano. Lascia che la lingua si fermi ai denti, alle pedonali, alle elemosine fuori dai supermercati, continua. Il fiato lo mette in ginocchio. Dice che dio si rivela mentre celebra questa breve messa in scena: la vita. E’ la vita, mio dio, la vita, dice, la vita è dio - ovvio. Parla, parla: ha un traffico in gola e forse, chissà, la sua mente è la cosa più vigile che incontriamo. Lì, ai piedi del muro in via Clark, pungivene ed erbacce come disperazione comanda e l’incuria protegge. Borbotta come una motoretta. Diventa un’eco. Mi attrae il gabbiano che spiega le ali. Capisco che plana senza sbavature: l’aria è mossa e l’ombra cade su noi come sale. Indica un papavero rosso, di quel rosso inopportuno e luminoso come l'attesa - di una passione, di una dimora, come ovunque può venire bene a cadere. Quel papavero, dice, osserva i comandamenti delle vele e dei venti. Non le domeniche o gli anni, dice. Uno stelo, se vuoi, è il suo orologio. E la vita è tempo. La vita, il nostro stelo, suppongo l’unico dio rimasto disponibile, dice. Dice dio come mettesse sul bavero un papavero rosso, non il colore per gusto delle cianfrusaglie ideologiche, ma per la profezia del polline che inarca resurrezioni, senza la quale tutte le terre devasterebbero le costole dell’acqua. Gli dico vorrei ancora un po’ di dio da spendere bene. Ridiamo a pena. (Questo tratto di strada porta ad una rotatoria che pone domande: assi che procurano vortici nel sangue, innescando pensieri terribili - una rotatoria, in fondo, è un circolo vizioso, un paradosso della strada, come non so dove porta e vado a vuoto. Lui diceva parole pesanti - io non capivo perché, ma sentivo: la fronte corrucciata, le arcate sopraccigliari aggrottate e strette, la partecipazione amara del taglio delle labbra sparite. Di modo che, osservandomi, sembro dubbioso che siamo noi a fare il cammino, non il contrario.)
Id: 53628 Data: 30/05/2019 11:22:33
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Seduta sulla sua sedia: vuota
(L’alba è comparsa, apparizione delle note solide: i convenuti lucidi - si riconoscono convenienti. L’alba è, perciò, contagio della luce per contorno; e poi: presa di possesso dei volumi, anche lettura, donna che si stira i capelli, quindi ingarbuglia le dita per farne trecce, le annida sulla nuca con forcine lunghe come denti di tricheco, ne fa un toupet: nero preciso, con striature ramate - o forse nervi del sole. Lei entrava da destra, lì in fondo, dove la porta è tra due colline, a destra, fronte a nord. Entrare è sinonimo di giorno pieno, superata l’aurora, cittadina di rilievo, e il buon caffè. Un gorgoglio da cucina in fermento, sopra il bricco della moka.) Ciao, Matì. Sei santa, ora. Ti preferivo piena della grazia dei figli - tu che mi chiamavi nel dialetto dei colli, con un soffio come si alita sulle mani per vincere il freddo - e viene quasi condensa. Volevi essere ad altezza di benedizione ma, più bassa - quasi di otto dita - da vero terreno, terrena delle più fertili - quattro orgogli in un solo battito e altro rimasto nello stesso solco. Ora sei c’era, della migliore forma - la memoria ti eternerà ancora per poco: quanto conta oggi. (Lei esattamente non c'era - esattamente donna, dico -, giacché per esserlo è stata giunta al padre sopra tutto. E gioca nei corpuscoli della luce e ne spezza il raggio che le è prono. Io, rintronato più dal vuoto che dal silenzio, le do corpo in tempo, a lungo per un po’.)
Id: 53428 Data: 15/05/2019 10:48:22
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Come venuto dall’altro cielo
(Piove. Come una sottigliezza appena percepita in un discorso nebuloso. E’ solitudine che precipita, non greve né opprimente; diremmo: rigenera - può liberare gli intonaci dal sale marino, e le forze ritornano dove la pelle è gonfia. Gil guarda in alto con gli occhi socchiusi. Chissà se gli giova questa riflessione: la goccia è sola quando cade, come tutti i frutti. Il vapore è densità, la foschia, quindi, comunione - la folla, suffragio di gioia ma equivoca. Sull’asfalto, e in auto, passano volti gelidi. Nessuno guarda dal lato che scorre. Sembra che i viaggiatori siano trainati da un filo invisibile, ma aggrovigliato e temibile, legato ad un segnalatore luminoso. Tutto è rapido, tranne la voce.) Guardava le strisce pedonali iniziare con la procedura dei guadi - si presentano come appoggi che affiorano dall’incoscienza: sono viscidi con una buona intenzione, sono lanterne roche - o pandemoni rissosi. Occorre stare in guardia: se l’acqua supera la pioggia, e se entra nelle scarpe, scalza lo spirito buono: è giusto ed avviene in fretta. L’inganno è il vero mestiere delle pozze. Sono notti potenti. Una sorta di contumacia lacustre, di equivoco da marciapiede, come le maleparole che nascondono il fondo pronunciato di solito sottovoce. La donna teneva su di sè un tetto fittizio, momentaneo, urgente a modo suo. Una cartellina gialla sempre più spugna, più curva - tipico della rigidità del cielo nell’accezione di fronte futuro, avamposto dell’olio santo. Il timore, da una suola all’altra, è un acceleratore di brividi e unisce le pozzanghere al passato. Alla maniera di un fermo immagine ristagna ciò che si specchia dall’alto e non torna memoria che sappia spegnere la sigaretta. Corso Emanuele è corto quanto basta per fare due passi, Gil: camminiamo affiancati finché ci è dato - come un martello la pioggia porta male, come una seta dove poggia luccica la terra a mare. (Corre voce che chi attraversa la strada produca un’eco con le orme, ora, ma nessuno ascolta altro quando il cammino porta dove vorrebbe andare. Una donna tiene alta la cartella sui capelli neri, si bagna le spalle, il viso si riga e vede cose che noi uomini non potremo mai immaginare - come Roy, ti ricordo; un’altra usa un balcone, resta all’asciutto; e ansima: pioverà ancora per poco, ma non lontano una sirena gela. Volevo anche dire che il mio Gil è contagio vitale.)
Id: 53370 Data: 10/05/2019 12:08:16
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Per ora cosa viene a galla
L’alba è sorpresa - per come la vedo io - quando coglie l’anima ferma e ricorrente per la marca temporale al cancello adesso. I guardiani a quell’ora finiscono nei caffè aprendo la corolla delle labbra alle brioches. Da quali posti tornano a letto? Entrano nelle telecamere le loro figure curve e rette escono dalla messa a fuoco fino a sera. Più di una donna si libera di improbi viri al ritmo circadiano ti credo/non ti credo. Viene domani ed è lo stesso oggi, sospetto. Chiudono fabbriche e perdono capelli ma raccontano in modo truculento che: sì, amo, però rivestendomi non lo indosso. Un’esca di scena gocciola nel Maremedio tra le terre serve, come ancelle. E’ vera la didascalia della foto di un delfino lungo sulla spiaggia corta: fanno tanto lavoro le correnti per assiepare le plastiche nello stomaco dell’oceano, ma l’oceano segna la carne sulla lavagna dei sogni e circa tante onde tremano per la libertà dei morti. Vorrei sapere da dove vengono - con precisione: i guardiani, le plastiche, i cancelli, le anime, i delfini, eccetera. Ed anche ho sempre voluto un camion di latta pesta, per un bambino secreto da tutte le cianfrusaglie che qui ho messo.
Id: 53116 Data: 19/04/2019 21:58:43
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Scelte da sole
Non solo curva l’atmosfera attratta da epoche remote ma manca l’aria nel liquido quotidiano, come un’altra marea che scagli la pelle a fondo. Siamo nati in ogni momento, e soli non ci viene bene. Piuttosto, usciti dal ventre, un'arena e passeggiate prive di meta indeboliscono il desiderio di legarsi allo spazio per distendersi. Mi muovo in pieno centro perché è noto quanto l’equilibrio legittimi gli isolati vecchi: non per altro la città abbonda di verdi per i patetici. Va nei due sensi la marcia e marcia in vista di un saluto sfuggente. Si forma l’osso nella bussola per sostenere i nervi tesi: il buon giorno perde l’orientamento per mesi. Sai come capita: gli occhi negli incroci osservano le scarpe dove prende corpo l’altro uguale e l’altro - dal sorriso congenito - intima una muta chiassosa per la lepre più paurosa che folle. Una contraddizione in termini, alla fine della vicenda. Ciò che un uomo dovrebbe amare negli incontri è la prospettiva della strada che avanza e viene meno. C’è in ogni solitudine il cromosoma dell’orso. Artigli pronunciati come parole graffianti e zanne superiori alla bocca. In questo modo se anche dici ciao, qualcuno avverte un morso, conta di seminare il sospetto.
Id: 52839 Data: 28/03/2019 19:28:02
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Presa di petto
Le montagne si alzano come discrete nottule. Si proteggono dai torti del vento aggiustando opportunamente gli spigoli, dove pensano curve e smussi da tempo. Annidano ai loro piedi il centro della Terra e il mare ricorrente. Quando me ne accorgo è tutto fatto il buio legato alla finestra. Sul nero fondo si staglia questo assillo: un’idiota è un buon confidente. Io lo sono? Come vedi uso la parte scalabile dell’universo per arrivarci, pure se non lo penso. Appartiene alla cerchia delle guglie e delle pietre, ma meno grumoso per quanto si vede. Mi prendono a ripetizione le luci al suolo che fanno le veci degli ammassi stellari con grande naturalezza. Ormai è noto che il caos ufficiale è una congettura precedente al sole. Dopo tutto si poteva respirare. Anche il massiccio luminoso era contenuto bene, fino all’esplosione dei troni e degli altari, angeli maledetti che inventarono la guerra prima degli eserciti. L’ho sostenuto a stento dando un’occhiata in giro per gli anni a venire: devo un mio senso al tremore in questa notte che ancora esalta le differenze tra la mente che interroga e l’amata presa di petto.
Id: 52214 Data: 11/02/2019 11:43:28
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Rimesso in moto
Abbiamo lasciato la linea di partenza con l’aria delle api all’avvento dei fiori. La strada era quello stelo sul quale case e traverse sono petali in forma di sosta come corolle a giorno. I motori fanno la loro parte di spinta sul dorso e tanto vibra lo sguardo quando la manetta eccita la schiena; e si curva condotti dal sangue con le ginocchia in fuori. L’occhio è però più veloce grazie alla luce o forse la luce lo raggiunge prima che si posi a destinazione. Può darsi che la destinazione non esista e sia fuga il riposo in altro luogo. Così spero il tuo corpo di turno dove mi trovo.
Id: 52178 Data: 08/02/2019 18:52:19
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In una volta
Sono l’ultima stazione. Che può dire l’ultima stazione quando arrivano figure senza ombra di dubbio a destinazione? Aspettavo la tolleranza che pochi conoscono: è giunta in seguito, come ricordi. In quanto stazione ho un nome macabro: fossa comune quindi crematorio o mattatoio. Qui il numero enorme viene per la notte più lunga del numero che non è sul biglietto, o il biglietto è stampato sul braccio della morte. E pochi bagagli, segnatamente l’oro, scavato nel sangue, come diversivo: una vecchia storia comoda ad ogni modo. Ora ti chiedo: se è mancata la pietà prima di me serve ricordarsene per un solo giorno, e per un ceppo solo, quasi che all’albereto mancasse la varietà delle piante minori? Sono l’ultima stazione, o l’ultimo passo, o l’ultimo respiro, e a quanto pare ancora una occasione per non mancare l’unica notte capace di avvolgere i due emisferi della storia in una volta sola.
Id: 52090 Data: 31/01/2019 11:56:15
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Ogni pentimana
Venendo il venerdì, la sera implica il sabato ad oriente espresso dalle alture del Cilento già domenica. E rasserena ovunque dimori lo stato d’animo erede del vecchio impero dei cesari, che si mantiene sulle carte con le truppe votate al potere. Ad un certo punto delle attese, il turbamento si presenta come reggimento, ma per l’orologio umano le lancette hanno l’andatura dei ponti. Un soffione d’acqua o altro disimpegno tra il letto e la porta è il motore più veloce per dare corso alle fughe, mentre nient’altro ci spiega meglio del sonno profondo. Sono antico quanto un triciclo di ferro e cigolo da quel rosso imbarazzato che mi distingueva in erba. Tanto mi secca.
Id: 51907 Data: 18/01/2019 17:33:53
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Conciato per le feste
A nome della festa vivo l’attesa con termini e modalità d’uso prescritti dall’attesa corrente. Questo spirito non è passeggero. Lo è il corpo con precipitosi saliscendi di bagagli lasciati come resi più un binario calcolato in tempo. Pochi parlano di me senza fretta e lemmi lemmi sono terra che mi attraversa. Ad ogni festa il suo tepore, quindi nel tepore versare tono novello, e bere leggero il desiderio che non smetto di trattenere: parola mia, sono conciato per le feste. Sono un uomo che ha un secolo in mente e mezzi cui il corpo non crede. Non basta una data medicina, temo.
Id: 51824 Data: 12/01/2019 15:13:20
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Lascio a sentire qualcuno
Durante la pioggia si impegna l’acqua a catinelle. Si impegna ottusamente a colpire nei colletti. Oh, se fossero guidate da animelle questi battesimi attratti sotto pelle. Vorrei cadesse la pioggia che mi passa in testa distratta dal cielo, presa dal gesto della terra che apre il torace in santa pace. Vorrei piovesse per un gioco d’epoca che mi attrae in una cruna della strada. La strada è in tal senso una cucitura a filo di case arlecchino. Uno stile che ha tolto al quartiere le asole pedonali del marciapiedi. Mi raggiunge uno schizzo brunato per via del fango lecito, quello terraterra, intendo, lanciato dalla mano dell’onda che provoca: credo l’abbia prima aperta sulle nuvole nelle pozze, come porta, poi innesca il riflesso, e traversa. Anche il panorama gode di questa entratura. Via Palestro increspa i pedoni correnti. Prese di fretta, le orme se ne vanno come i fiati; più tosta l’idea. Resta quello che la corsa verticale non toglie alla staffetta: i testimoni si perdono maldestra mente. L’occhio raddoppia i gradi per il tratto in salita e questo agevola i citofoni a fare testo. E’ il nettare del posto l’anagrafe. Vorrei dire loro che mezza età se ne è andata con un paese consanguineo buttato a dosso.
Id: 51753 Data: 05/01/2019 16:02:16
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Da anno in hanno
Il bel futuro venga per tutti i luoghi comuni e sulle zolle personalizzate da semi incoscienti; sugli acciai congiunti a cieli ferrati ma intrattabili; e sulle viti che resistono, benché infatuate delle ruggini. Sia a chilometro zero il buon futuro per le tue e le mie nervature abissali dove i batiscafi dei nomi riemergono per cambiare equipaggio. Dolci e terribili i mari acquattati nei corpi. Va conciato per le feste l’uomo affrettato più di quanto lo ripara. Chi domani vive adesso fatica ma meglio si adatta all’epoca seguente: basta una data incolume nel lunario del suo campo. Il suo campo futuro attraversato dalle parole non a prese come in gola. Abbiate prati in mente più che solitudini affollate in contumacia piene di vocazioni salmodianti. Non temete i caduti, dice il bosco, pur se facilmente avvampa l'idea terribile dei fossili. Nulla rispetto a quanto duole osservare la gelatina delle stelle come impiastriccia chissà che ci aspetta. Date di nuovo.
Id: 51690 Data: 29/12/2018 22:34:37
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Tra la folla di colpo
Non amo lo spirito armato di odio ma, diomio!, da oggi vorrei armare l’odio con lo spirito dell’amo. Esca da me l’incolumità del bene, la boria della tolleranza, la sicumera del perdono. E’ l’occhio la porta, l’ogiva della mente: rimanesse solo questo, i bersagli amerebbero distendersi. La follia si serve di altri sicari: le mani con un talento per la forma stretta. Poi, la figura si dà alla macchia con una mira precisa. (E’ noto l’agguato degli accenti sulle vocali, mentre in genere ogni lingua mette in scena il tono consonante). Vedi l’opera umana nel sacro acconto al paradiso sconosciuto e amabile, animato inspiegabilmente da vittime. Una brutalità insinuante credo. Dio grande per comodità di raccolto è tra gli uomini una macina di ombre, adatto ad ammattire i semi lucidi. Oh, si può non essere d’accordo, e, si fa per dire, ritenerci espianti dal suo fianco. In realtà, la vita si ama e si arma; insegna che di minuto in minuto il tutto si compone; l’eterno è per adesso fin che ne resta ombra. Ombre appannaggio dei luoghi. Chi convoca queste truppe antesignane della luce? E le luci non si muovono da sole... Ovunque un lume vaga per il lato tragico del prato, interra radicalmente le sue tane: cosa ci sfuggì allora? Tane ora dette tetti e prato detto cielo: ho trovato il lucernaio a pezzi: il bene, il buon proposito, il perdono, solo fusti alfabetici in inverno percossi dal rancore, rancore, rancore. Torpore. Li sento come gramigna: medicinale che non si sa fino a che punto, poi infestante fino alla lama nel campo mietuto a gran voce. Che fa la gramigna, oppure i soffioni? Irretiscono le crepe in un terreno sordo a dovere.
Id: 51612 Data: 20/12/2018 10:16:32
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La consuetudine del calendario
Trattiamo il tempo con misure esatte e precisamente legato al polso, per le vicende dei bicchieri, torte e bouquet o per mancanze ricorrenti. In quest’ora superficiale nel cuore del pianeta in un momento passa più gravità che secondi ma tra le stelle è da tempo perso un delirio eterno. Questo è un gesto cortese volto al mio volto passeggero come rivolto al sole, o per sole visioni in espansione. Chi lo sceglie tema di fondo? Chi lo impiega senza correzione? L’embrione dell’uomo fatto da poco rompe le acque e piomba in cielo con la lancetta che conta di meno.
Id: 51476 Data: 05/12/2018 12:00:49
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A bordo di ombre
Una fila spiantata dalla sua terra non disordina il cammino ma il coyote ci passa sopra. I confini tra gli uomini pare seguano la linea del rifiuto e il fiuto dei doganieri li segna. E se qualcuno nutre speranze come i ragni all’avvento dei voli sappia che i passi fanno clamore quando si riducono a torto. Allora, chi li vuole ridotti? Dove hanno lasciato il muro: Nessuno!, risponde un coro; nessuno di quel coro muove la bocca, eppure parlano come fiammiferi nei gasdotti, ma Nessuno è davvero un eroe. Al gigante cambia l’occhio in dote: non basta; dal muro abbattuto si alza il muro spietato: per uno che cade meglio si arma il muro risorto. Come crepa ogni ombra vi giunge.
Id: 51392 Data: 28/11/2018 12:30:29
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I, Yemen!
Ti so senza parola e non posso darti ascolto. Hai poca voce, nessun volto: io non so a chi prestare orecchio. Se gridi aiuto non è certo giunga: la guerra scatena il silenzio per definizione. Lì è il deserto, dicono, ma qui il deserto occupa la pietà benché la pietà mai conquisti le dune. Questo manda all’aria vite inarrivate a compimento, denti da latte che cadono perché non diventino vecchi nemici: l’innocenza degli invisibili è sempre stata vittima della geometria dei bersagli. Ti leggo, ma tu non scrivi; ti raccontano con la lingua dello sterminio ad onta dell’alfabeto dei morti che tutti sanno muti - corollario dei segni cancellati dagli interpreti. Così la linea del fuoco mantiene il tono del rimbombo: capisco dove va il colpo ma la mira resta ignota. In qualche modo ho saputo del cordone che ti soffoca. E’ il parlare dell’acqua a far dubitare che la fonte sia pura. Ignoro in quale raggio la sete smetta di essere letale: io sono vivo a sorsi ma non è la notizia e né meno quanto l’indifferenza stagni le gocce.
Id: 51334 Data: 21/11/2018 10:42:14
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Semidei: qui voi sareste dei semi
Quindi, se io non fossi quanto voi siete, ditemi a che serve dubitare di quel ventre tra le stelle. Con precisione: oltre figlio di. Viene spontanea l’incertezza che esisto come castagno o seppia, di più ancora fa il tramonto prima della corbelleria che la notte è morte soltanto breve. Il viaggio in terra, come sostengo, è salubre per quanto l’atmosfera sia meno di un congegno sottratto al vuoto prima che le alghe divenissero verghe. Voglio dirvi che ho tanta forza, ma non fatica. Che brucia in me la corsa ma il piede è debole. Che c’è un imbroglio nel vetro come nella pietra. Tutto questo mentre l’osservazione del cielo pone un limite agli a pelli: li trattiene. E aggiungo che una gragnuola di corpi celesti non fanno molta strada, né cadono, ma ci investono con richieste di attenzione. Dell’aria mossa dalla mia bocca a vento, ammetto che è locale benché minacci tempesta per chi vanvera del resto. Oggi api legittime producono miele ma il circuito degli insetti non aumenta il nutrimento. So anche questo: la parola è un badile che scava pozzi all’idea che basti un verbo a cambiarci in niente ed io coniugo lo sbaglio a mente.
Id: 51269 Data: 14/11/2018 12:04:46
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La piena del figlio
Se io fossi morto come da tempo voi sareste vivi come vi sento. Teneri. Teneri e impellenti. E vi vedrei, ripresi da terra. Ripresi, dico. Non citati dall’inchiostro. Ma salienti, se l’altro mondo fosse cristalliera dell’universo nel salotto buono oppure chiesa dell’unisono. Non ci sarebbero rimandi tra peltro e vetro ma angeli perfetti nella camera da letto. E se io fossi come penso di tornare mare che cita l'orizzonte in agguato, sareste bastimenti per una rotta agiata.
Id: 51137 Data: 03/11/2018 22:45:26
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Indicata in chiusura
C’è per ora la lancetta: disegna quanto non saprei cancellare dal quadrante della sera. Prima dell’aurora si è alzato il timore. Un disco rosso anch’esso. E appena dopo, da doppione, l’accampamento dei raggi è esploso. Una pessima finestra il fazzoletto che uso. Imbevuta di profumi l’ape del sogno procura il miele diurno, ma la vespa velutina è la sua notte più terribile, il reale preso a volo. In alto quel che era luce è luce fievole a norma ma opportunamente lasciata all’ombra; e se per scorrevolezza muta il fuoco, cioè cala la tempra, in fiamma all’orizzonte, anche l'ultima veduta si farà cenere: sopravvissuti negli altri non più noi e non in forma, tanto lievi da uscire dagli occhi con una liquidità sospesa.
Id: 50932 Data: 18/10/2018 22:04:00
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E solo sono resti
Ho smesso con l’odio: la coda soprattutto tende la cometa nell’orbita, io la lasciai di ghiaccio perché si sciogliesse dove fioriva l’acqua. E l’acqua mostrò come in un adulto si muovono le remore. Corpi accostati ma di tutt’altro genere. La finisco con l’odio, simulo in fretta il vento, sbuffo, accalco sul muro altri rinvenimenti, figure temo. L’estate morta cadeva dal costume sulla sedia, scostumatamente poggiata alla spalliera. Per questo sbandai, ma era un riccio lacrimale con la piccola voce velata insistente controllata da un lato, per dire prendi una legittima indifferenza dall’odio, dalla coda dell’occhio, dall’orbita, prendi il costoso timbro dell’abbandono e prendi il distacco dalla mancanza di seguito per menare passi sopra una lastra incandescente: è la strada quando riparti carico del fervore dell’universo - ammettendo che l’universo si allarghi con la stessa dinamica nel vuoto sempre - e solo sono resti.
Id: 50885 Data: 13/10/2018 15:14:13
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Evanescenza del tratto formale
Il sangue è il pulsante delle vene. Lo tasta l’anno, nel giorno convenuto. La nascita e l’inquietudine, che la perseguita, sono da un momento all’altro continenti; piena di nebbia è la navata a mente. Chi accompagna la grazia all’altare? Il dubbio sta sul sagrato come un muschio nell’umido. A lato dei colonnati la fede sbanda tra assopimento e risveglio tremante. Come il melo mette a nudo il condotto e la peculiarità della linfa per il vitalizio. Una radice, se ne può parlare io credo, mi frusta: c’è un nervo in qualsiasi braccio di terra che sostiene i passeggeri. Come un tronco in ogni acino. Autunno! Vieni con la tua parte rissosa unicamente al nodo più antico: questo assimila me nell’ultima stagione di legno vivo all’anima del discorso. Ciononostante si affermano le mani simulando la ridda di foglie come conviene. Ogni distacco procura lavoro a terra, pare. In realtà le fabbriche ci portano sulla schiena. E cedono le spalle, come cedono gli stralli. Gli abbracci sono vele per quelle traversate che hanno un porto disarmato dal mare: una per una si deformano le navate; e i partenti cadono, cedono i nervi, come rotte sulla grande mappa dove c’è meno spazio al largo che tra le nostre voci sbarcate a volo.
Id: 50824 Data: 09/10/2018 11:56:54
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Object trouvé
Vista nel profondo l’anima non si trova che a disagio. Un timbro stinto in calce alla nuca. La luna che vedi ebbe lo stesso fazzoletto di cielo. Dammi una lente, ti dico, una lente capace di farmi vedere i suoi crateri. Chi manipolerà il resoconto? Serpenti e lucertole che cambiano pelle per non cambiare idea, beh, pure il contrario, come dei tormenti. La vitaccia, lì dove la prendemmo, secca si è fatta pensiero inebriante. Oggi ne sono assuefatto. Tipico prodotto lo spirito. Cambio la ricetta, dissi. Ne rafforzerò l’umore terragno, dissi. E’ venuta con un retrogusto di fabbrica, sentenzi. Ti chiedo: è una linfa, un gas, una maceria, cos’è? Ribolle presa dall’evanescenza, ma il borbottìo contagia l’aria che già sa di reticenze, del suo intoccabile decalogo, della stima per un santo scorbutico che cala i quattro assi del miracolo. Ieri, in pieno martedì, mettendomi a nudo, affacciato ad una emozione, fronte a balcone, l’occhio nella veglia di una malattia da sopire, ho messo piede in tutto me stesso. Non mi trovo che a disagio.
Id: 50709 Data: 28/09/2018 12:59:17
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Prevedendo il chiuso
Respiriamo mentre andiamo al limite. Oppure andiamo avendo dismesso la cura in un battito. La morte è un fulgido solo. Al limite, l’alibi della ritirata diventa: «tirare il fiato». Ma non giurerei sulla causa, neppure mentre mi riparo. Non sempre, a ben vedere, attraverso l’accampamento delle nuvole, né mi pare si affaccino da esse le guardianie dei templi. O i segugi del Primo Portento. Più antico del tempo è il buio, involucro dello sputo che ti fece nella bella notte a sua insaputa. Ma tu, nel mercato degli occhi confusi, muovi timori come dune che hanno motivo d’essere mobili tra gli arredi adunati sotto il cielo. Lì non altro che acqua a vapore, o imprecisioni di stagione; glasse luminose, venti a stormi, rituali della goccia. Il traffico anche qui è saldato in aria. Il tanfo del motore umano - soffocante, congegnato per le basse quote, in odore di frizioni bruciate, rimesso a norma dal legislatore, non abbatte che i pedoni a passo d’uomo. Corri. Corri. Salta. Salta di seguito in seguito, salta alle volte dove indico le striature delle aviovie. Indico, e non ti dico, dove i cursori del cielo fanno razzie dei passeggeri. E se ti è sacro il sangue col quale mi porti l’orizzonte ad occhi nudi, ospitami ancora, figlio mio, nel purgatorio tra i tuoi fuochi.
Id: 50525 Data: 12/09/2018 12:08:17
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È stasi e tormento
La polvere della strada, levata dai piedi e portata in giro come cimelio, si deposita ovunque entro il termine di velatura. Questo termine muove niente, sta sopra tutto. Non fa una grinza. Il mio percorso ha la cura dello straccio, ma disattende le indicazioni: nessuna strada porta il tuo nome e la pianta nega che almeno una conduca a te. Anche Roma in questo secolo ha ridotto i suoi confini: le cupole non reggono che il buon vecchio firmamento. Dai suoi fianchi si capisce il limite della specie (vicolo, viale, via, corso: un tanto alla metro, poco davvero) come le luminarie che ci prendono dai capelli, bicchiere in mano, a tentoni. Il cuore della città è una residua curva retta da storie legate approssimativamente alla sommità delle polveri rimaste. In un bar con sole donne spunta la mia velatura e altrove supera ogni resistenza con l’invidia dei cimeli nella piccola teca (i cimeli infilano la guerra di soppiatto nelle belle vetrine di via Condotti, ma la pace interiore mostra l’occhio caduto). Così qui passo come pochi - eppure troppi - templi che abbandonano i ruderi in tempo.
Id: 50463 Data: 07/09/2018 13:03:41
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Non ti ho amata per poco
Per tanto così sboccia altro: un’occhiata distratta dove manchi tra la folla del Corso (chi se ne accorge?) - e non ti cerco passante ma rimasta al caffé. Sono questa apparenza in cui tutti sono tutto pur di comparire diversi nello sciame di polveri in un raggio retto memorabilmente come diretto è qualsiasi frontespizio di vocali verticali, o finestre ignorate. Sicché sbocciano convenevoli taciuti per dirsi t’amo e pertanto: come stai?, sei bella da notarti ancora o come me ti curva la sfida dell’ora? poi, svelta, non rispondi: e tu non cambi mai, ti avrei chiamato; sì, ma quando tra noi?, a settembre quando ci lasciammo in bocca appena un morso insaziabile.
Id: 50229 Data: 22/08/2018 12:05:39
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Il trucco del sole
Facce di bronzo ovunque. Come se non bastasse, esposto a onde, si riflette malconcio. Emerge il fastidio del mare saturo di truppe che sbancano baie, seni e sabbie di tanti secoli in pochi secondi. Sbarca il lunario prima della fame, un ambulante di merce dozzinale. Battaglia sul posto. Al sole. Preso così di petto, l’esercito non sa che farsene del fronte. Un uomo è banale quando pensa che la risacca faccia meglio della guerra nel cancellare orme continenti con vapori fatiscenti nei bacini sotto sale. Quello stesso bagnato dal sangue rimasto a bordo.
Id: 50086 Data: 10/08/2018 15:40:53
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L’uomo che lanciava i cocchi
L’atmosfera è quella di una luce che si spegne lanciando a tentoni il buio in natura. Una maglia scura trattiene la fabbrica normalmente in stabile. All’uomo bastò accenderla con un semplice fiat qualcosa. Questo sacro mandato fu ricevuto dai capi e in capo ad ognuno pose il ferro e il design una casco integrale e diversi add-on (tra cui l'aria terracquea, l’amuleto labiale). Lo stregone non tanto giovane, neppure vecchio si può dire, non potè udire il suo nome un po’ per il marmo ma molto per il villaggio in cui correva l’anno globale giacché nei piccoli insediamenti circo stanziali era la data che non tornava: spariva da tutte le tavole il piatto e il concavo cielo fatica. Eppure era giorno fatto e il loro riepilogo mostrava che vivo e vegeto sono antinomìe per il solo calato.
Id: 49887 Data: 28/07/2018 10:48:40
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Data da un nome
A mama per sempre La tua lingua è seguita da sempre: sana sempre, libera sempre, protesa sempre, sempre linfa per taluni complementi solo tuoi, per dire sempre potrebbe esserci qualsiasi altro giorno in questa finestra e mille nascite ancora in tempo per diventare attendo. Lo sguardo coglie prima della mano il punto che interrompe l’attesa con un saluto, luogo dell’incontro postumo ma consueto per via della concitazione dove vago non è il traffico nè paragonabili tra loro visi e case, ossia passanti inquieti e immobili, ma ripida la fretta presente. A memoria sei come eri, vera in questa residenza che puoi chiamare la mia vecchia pelle, derisa dal vento di ponente, folata e basta che nulla insegue, ed anche per cosí poco vengo. Lo scrivo avendo visto tre cose appena: una, un e la tua fugacità seduta sull'orlo del marciapiedi: cos'altro trema dalla genesi in poi in un ambito di nostri turismi ingenui come mi salta all'occhio la tua trasparenza?
Id: 49744 Data: 16/07/2018 22:36:26
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Scriverei come l’oro
Acqua acqua acqua! E per carità non si dica che ho sete. Appena mi muovo il più vicino trema con il corpo perso. Perso: per con so: so dopo per. Fare, ecco, fare le vicissitudini nella vita magra. Ho lasciato molte stuoie a casa, una è libera. Libera: cioè senza riposo: il pensiero è l’unico che se ne occupi: la occupa con l’attesa il porto. Mi sono rotolato in esse, poi venne il fango, benché sia raro che piova. E il fango sommerge le stuoie: sono ciò che mi preme: non sono letto da chi legge da stuoia. Di tanti possibili dormiveglia mi strizza l’occhio appena quanto costa in fede. La fede non viene per caso: lo dico nel caso io non torni a loro. Vittoria? Non ancora: chi ha inventato il futuro sapeva che esiste o, almeno, ha un riferimento a bordo. Vedete quanta angoscia galleggia? Io ne scrivo ed è l’antica abitudine di aggrapparsi a niente per reggere e parlarne, risentito come se fossi questo solo.
Id: 49425 Data: 23/06/2018 14:05:44
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Una Thule
A Cristina Bizzarri anima straordinaria, straordinario ingegno. Che cosa sia l’uomo e cosa la sua figura è apprezzabile differenza se li si guarda da sole. Ben altro apparirebbe se osservassimo dalla somma delle verticali fin qui fatte per sollevarci; li cercassimo da google a sera contrariando i gomiti i polsi le dieci; ognuno stesse sul cuore della poltrona mentre viene trafitto da un raggio del monitor ed è subito tastiera; i dubbi battessero le certezze a parole grosse; in quest’ora - e solo al sole - l’uomo è nudo e la figura non ne tiene conto; l’uomo porta in sé un fiume ma nessuna foce; fosse navigabile a memoria, volubile al suolo; questo fa dell’amore un argomento di schianto senza tenere conto, o fattore di quanto realmente figurammo a monte; ai piedi di una montagna arrivano scarpate? Neanderthal si è solo sgrossato, affinato ed ampliata la vista, per il resto si dica dell’altro. Il gioco linguistico ha reso dominante chi l'ha meglio esercitato: niente di più niente. Ciò che si ricorda è in fondo la conseguenza del gioco, il risultato ottenuto dalle piante. Se ne vedono i frutti i fusti i semi. Siamo a parole e siamo avventori faziosi che lasciano briciole dove bivaccano. Il fatto che la cucina non ci soddisfi è un problema di gusti, di sapori, di precedenti tavolate e, forse, di incapacità a scegliere la credenza giusta. Le figure si affermano finché ci sono benchè non le pensi tali e rimandi. Ciò che ci sforziamo di fare è elencarle per resa, riconoscibili per sentito dire come visti da noi, per noi, così da introdurle all'appello, non perchè manchino di dimensione, semplicemente non sappiamo trovarla (potrebbe benissimo esistere in una qualsiasi altra parte della sconfinata persona, o altra stanza che dir si voglia). A maggior ragione, quindi, è opportuno chiarire che intorno la lingua del luogo non è la nostra, ma quella che ci ha preceduto mutandoci e che mutiamo mai muti, in natura.
Id: 49210 Data: 08/06/2018 14:39:58
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Radice chi
Lascia che ti dica dove hanno mente fiori erbe tronchi frutti, la tanto stramba foglia al vento. Naviga lasca ora per ora: ma che ne sa il fuoco, o la precipitazione, che non le può niente e per tutto serve cervello: anche nel cuore della terra? La radice è presa dal condominio della vena e del minerale segreto: com’era verde la sua avallata grazia nel circondario terruto, posto se osa come io penso in forma non forma di mani aggrappate, barbe comprese, senza ombra di dubbio protese - nel senso del richiamo all’aria aperta protratta da cloni a colori. Vero orizzonte sottoterra, credo, col solo proprietario terriero che si conosca a ragione d’orma: la radice con il sesso in cielo.
Id: 49191 Data: 07/06/2018 11:08:36
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John George (Jack) Phillips
Ero legato dal punto alla linea. Più che altro manifesti brevi da uccelli first class o passere complici, rimessi in una follia liquida e canuta (queste specie si barcamenano ovunque annotti la scorribanda fluida sui ponti). Drammaticamente inoltre, la ricchezza è sopra la linea di galleggiamento. In quel punto la vita riduce il raggio a nulla, il cerchio si stringe e fonda l’isteria di bordo che sale al seguito di: prima donne e bambini, per la miseria! Tutto quanto sovrastante l’acqua, grasso e benessere meno di magro e greve sottocoperta, precipita oltre gli abissi convenuti all’oceano. Avevo avuto l’avviso delle bianche isole in movimento lento, massicci altolocati quanto bel vedere passeggeri. Che vuoi ci facciano? Lo scafo è duro, si era detto, duro fino alla cintola. E riponevo la striscia rotta sulla rotta corrente. La colpa è lì, sommersa. Non è un alibi una moneta a parola, ma una sola per dream trip o to die, sono un dannato prezzo! Maledetto è vero, ma con lo spirito giusto si accetta questo frangente già alla partenza. E quando di colpo la morte ferma le lancette in tempo, nemmeno l’anima è pronta al momento, né comprende la fretta del gelo, l’avidità della corsa, ogni sorta di attrazione congenita ai sensi che ora come oro non suonano bene.
Id: 48984 Data: 22/05/2018 20:00:47
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Ma
Sei qui dentro per altro e sei fuori luogo ancora. E sei stata tra l’altro rapida a liberarti della fiammella e certo in mente prendi merito della parola che mi resta santa, povera santa Ma: mettiti dove vuoi ti veda. Nell'occhio da posta a volo e nella voce rotta che ricordo a pezzi. In piena luce come in ombra e nel ventricolo sinistro del tempo più dotato di battute universali del torace arreso al momento. E sei perfetta, umida atmosfera, perchè ancora la mia iride attraversi. Posso dirti grazie senza renderti amore e battito per adesso?
Id: 48862 Data: 14/05/2018 03:13:37
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Come a caduta
A Laura Turra, cui ho rubato il verso inclinato. Con il passamontagna calato sulla cima, le nuvole rapiscono raggi minacciando tempesta ma da fori impercettibili comunque salta agli occhi la rettitudine della stella. E tu con passato riassumi il vento. Il sistema universale invade il sistema palese: nulla ferma la luce piuttosto curva l’attrazione di tessere grigi, non colore come la diceria della mente. E per questo il glicine non trema e non teme di essere “un labirinto / il mare” dove il filo di vento guida il bene velato. Così ti incontro dove eri mentre altrove non ti appartengo, né quindi chiedo di te altre congiunzioni copulative. Per es.: lontananza e desiderio; da tempo siamo congiunti a sorte e la distanza avverte questo tratto che tanto niente disegna.
Id: 48681 Data: 01/05/2018 13:35:44
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Quando torna la viva scomparsa
Nel sistema medico-decimale il sussurro, l’ansimo, è diagnosi prima dell’urlo: geme come una se mente. Risiede in un frammento del millimetro, tra atomo e attonito, con lo spessore pallido di un velo, o il sottile diaframma di pelle tra glutei e camicia. Lega amo e polipo, tentacolo al buio, torna e scava con il principio del vento l’ubiquità tra persone prive di viso riviste abrase. La comparsa perde peso se la notte evapora in spirito. Una goccia da asporto coglie la fessura tra labbra e fa gola. Schiuma relitti e sguscia il cuore. Copro la resa con l’intuito che fingo. Recito a memoria le parole che cambiano continuamente il non visto in vita, oppure mi prometto l’abisso che avrebbe scavato la scomparsa - sobria, certo, inappuntabile, ma dolorosamente in corso. C’è la sua gioia che guadagna posto risalendo a mente, salubre e nuda; o a ragione proseguo integerrimo - bavero alzato, occhi spenti, mani giunte da prima - il nostro fondamento. E forse neppure: solo mi illudo che esista un entroterra di ospiti salvati dal contagio che si respira.
Id: 48636 Data: 27/04/2018 22:56:38
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Ho rivisto la radice che penso
Yannis è fermo, pranzo quotidiano di radici, segno di numerali della durata di tanto respiro. Scrivere è togliersi dalla testa qualcosa, magari in stile dorico. Mikis coltivava le note per una ginestra a cappella - voce sempre verde: ignoravo che questo fusto è come una foglia e il giallo è fare volume con poco. La musica può: amo il sirtaki e quinn. Allora io trovavo scarafaggi singolari tutti i puntini dell’iscrizione “G. Vicinanza” dove si entrava nel secolo in corso d’opera e si usciva dalle pagine precedenti con la stessa campanella. Come cedui. Cedui a lungo andare, non per sempre. Ed io abbattuto, dannatamente privo di verticalità tanto da essere succinto fino al nudo congiuntivo del tempo: un suono muto era il sonno, poi diventato sonoro come i trattori. Sveglia! E alzo la schiena addolorata dalle lancette. Avviarsi sbattendo è delle folaghe e delle finestre. Nell’autobus è impossibile correggere i percorsi, ma ogni fermata ti apre nuovamente le porte sul luogo dove comincia la suola il suo inferno e la libertà il tuo miglior consumo. Per intenderci, la lettura di un passo coincide non all’apertura delle gambe ma allo scorrere del rigo più avanti e se riesci a tenere a mente la direzione come la porta alla bocca il belpoeta puoi sperare che un seme ti faccia strada nella terra. O solo la terra brucherà le mie parole.
Id: 48519 Data: 19/04/2018 10:04:40
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Combustione interna di un uomo a scoppio
Questa forma custodisce tremori: figlio padre io piccoli luoghi comuni fratello fratello e tu sorella madre. E se pare una teca presa dalla polvere non c’è velatura migliore: un soffio e la grana minuta vive in un largo minuto dove è mandato del verbo occultare la riduzione della luce. Nel campo dell’anima, la forma è meno del contorno contenuto, a momenti più di noi, detto per compagnia o per ridurre l’oscuro. Nella luce accadono gli occhi a menadito, poi per buona fortuna non si perdono al buio. Mi tocca? Lascia che deponga la pelle. E dentro le palpebre il talento, la pietra, né miliare né contundente, ma una scheggia. Falla da scafo tra rive a vista a vampate. Questa forma è inesatta. Tutta la natura lo è. E dunque, il vento ricapitola il maltolto. La primavera non strappa il riso che sul viso germoglia, amaro dopo appena un giorno. Il vento raccoglie negli angoli l’esito graduale della sua forza, lo fa con insistenza come chi sente il rifiuto inutile e può strappare persino il colore dei tegumenti da solo. Dall’insegnamento del monte fonda ripari che s’incuneino nel luogo; e idee concesse ai piedi che le gambe reggano. Ho trovato un eremo nella teca e per tutto il bordo una circolazione artificiosa. Così il sangue si inventa parallelo della fionda e centra bersagli rifiutando di mirare al suolo. Gil, la tecnica della mia descrizione contiene il creato e il falso; la chiave e la toppa. In effetti è l’unica reliquia del mio girotondo: l’eternità a cottimo, finché si conserva. Non credere al tempo dell’ozio, dove cade la scheggia, la gamba, l’ora io e il noi turgido, capezzolo e compagnia bella. Di questa teca appassionati ai gangli eccitati tanto vibranti da non essere visibili, come dio. E Dio mi piace così com’è: levato da terra e posto da capo nel cielo migliore. Io ricomincio esattamente dal tempo io per dimenticarmene quando la paura ordina il caos e vento che non smette. Con precisione vedo le tue mani depormi venendo dalla radice come fogli, e stecco ancora.
Id: 48406 Data: 10/04/2018 13:46:12
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Questa prima truce
Ci sono ombre da sole. Ovvero: per trovare compagnia si ripetono, dividono il suolo in componimenti persi. E non attirano gli occhi, anzi li svuotano, chissà perché. Come una incontinenza, resta coperta dalla notte di neritudine. Ma è a tratti, retta da nervi lucenti, conserva la memoria dei contorni, la mente fresca. Una punteggiatura, ti dico, scritta a capo, ad personam. Possiamo prenderne virgola due, e fare il nostro racconto, ingabbiati nel monitor, un quadretto ciascuno. Con uguale sostanza, stimiamo di sfuggire all’amo, e siamo sparuti, sciolti noti per poco mossi. Appostati come camaleonti, ma scagliati a più riprese da ciò che ci prende, fingiamo di avere aria intorno adagiati per la potenza persa non troviamo pace che di vetro.
Id: 48257 Data: 01/04/2018 00:01:41
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Umano a rotta di collo
Due passeri che si inseguono in volo creano una coppia in un momento di forza stagionale, una rotazione nel calendario, io trovo; un moto dell’essere lì nasce; lì, giusto a breve, si forma un giorno. Quale profilo scaglia in me questo orizzonte? Occhi che pur di vedere mettono a fuoco i palazzi e le siepi con l’idea e le ruggini delle cose che dettano composizioni segrete, inespresse perché così si usa nel solito modo: da umano a rotta di collo, che non trova riposo a volo.
Id: 48096 Data: 22/03/2018 20:46:34
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Ready made
Ho trovato una bottiglia di vino sulla soglia del negozio di libri e sono contento. Dentro si intuiva l’esatta quantità d’aria che la macchina di produzione insuffla nella goccia rovente. Più sopra c’erano i testi tanto diversi quanto le parole usate lo permettono, ma in fondo sempre le stesse, qualcuna ineccepibile, altre di nuovo sole. Fuori così vengono le bottiglie, tutte uguali fino alla bocca che le sonda. E’ l’industria, bell’uomo, scarna ed efficiente! E’ il macchinario che banalmente va dove seccano i bicchieri. Una bottiglia, diamine, una bottiglia! Solo un’isola di vetro... E intorno il soffio di un cratere emerso; erutta ebbrezza - fino ad un certo punto: quel vetro scuro che, vuoi o non vuoi, strascica la pronuncia, coinvolge la mente fino all’evanescenza. Gli oggetti così composti sono presi da almeno un pensiero: faccio presente che il contenuto non è compreso. Viene dopo, riempie quanto serve.
Id: 47825 Data: 11/03/2018 18:38:25
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Non so quanto per bene
Conosco uomini che armano l’amo con un’esca infinita. In effetti so di me anche altro, o peggio. E non per caso. Né meno il pesce che a bocca mostra labbra salubri e nel morso trova il calesse per l’aria. Fa presto a prenderne atto l’altro mondo - lo stomaco. C’entra poco, ma l’ago dell’universo cuce il frutteto alla terra e la prassi del pianeta alla fioritura del melo. Questo di più: abbiamo bisogno del sarto quando scegliamo uno stile di vita. E via via tutte le cose stanno insieme per ben figurare, ma si legherebbero anche senza la mente che le congiunge - sarà vero? Chi pone questa domanda si priva di un suono, ma priva di suono sorge la setticemia nel silenzio; la parola è l’anticorpo ma anche il patogeno, allora muto e sordo sterilizzano le bende - pure l’eco. Conosco questi uomini da posta, ma non ne vengo a capo. Ne sono piccola parte, un’altra parte è presa da un sacco di bende. Fui anche seguace del verbo ti direi - lo ammetto. Così da simile viene familiare: è il pesce il mio vero antenato. Dopo, non è cambiato. Per questo io dico sorge la setticemia nel silenzio; e sia il muto che il sordo usano le bende che al cieco non toccano - non è in vista. Forse perché accovacciato sui talloni ardenti, il tramonto si presenta senza temere il seguito. Si annuncia come un servitore del buio: serve la vecchiaia quando fa da esca all’alba? In qualsiasi buio, la luce annuda la distanza tra futuri oscuri, presente la scelta - non so quanto per bene.
Id: 47624 Data: 01/03/2018 23:24:19
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Che ti dice questo
C’è uno spazio tra le stagioni in cui si instaura l’incomprensione del tempo, come un cespite ereditato ma mai riscosso, una condanna del passato che è presente, una minusvalenza residua, un soldo in vista. E questa furbizia mi consuma, più del deserto che avanza nel ventre africano, più del ghiaccio ridotto al sessantesimo parallelo, più della certezza che questi due non s’incontreranno, più del meno male ci sei, angelo mio. Che ti dice questo? Ho paura. E tu sai che la paura è il ricovero del sangue nella sua trincea, dietro la pelle, nell’umida data. Terrore della pagina stimata e non raggiungibile. Se per astuzia stringi i gomiti al tuo calendario e corri, il perimetro della cella diventa una cerchia di amicizie canute. Il tempo atmosferico, con la sua alternanza fisiologica è il muro; l’ambito che non si sposta: la data t’insegue perché deve passare in te e solo lei il confine: che terribile accorgimento essere umano a vita.
Id: 47394 Data: 20/02/2018 15:29:06
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Il compianto notturno cittadino
Ed è così che mi prendo la vista cittadina, salito nel punto più alto della casa. Sopra il suo dorso di cemento e ferro, solo nel perimetro di tanti feretri, nel compianto lutto cittadino - che paiono fatui i lampioni e le animelle lassù -, da un abbaino schietto, io la prendo. Com’è. Com’è che la pendola non vede l’ora ma le conviene? La segna il ritmo celebre dell’attimo, la bestia famelica che ha dentro e che dentro consuma la mia carne - non il tessuto, intendo, ma l’altra intoccabile e celibe - e questo è quanto so dell’amore cui sono soggetto. E’ nell’ordine del tempo, vive da tempo come i gibboni sulla canopia, dondola e trama di saltare qua e là: risalta a momenti. Ad una altezza pari alla sua profondità la passione non trema più. Il braccio proteso non la raggiunge, ma l’arto ormai non è più lungo: la vecchiaia è una attività che va scomparendo.
Id: 47303 Data: 17/02/2018 12:58:23
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In nome, e per contro
Ora, nel momento in cui la mimosa scoppia, una donna espone la sua mammella secca. I loro rami sono teneri per la goccia di linfa che non coagula in vita. La pianta si commenta da sole, giallo con un taglio netto, ma c’è una soluzione: l’olio del vento cauterizza il mozzo. La donna dà un’occhiaia al corpo in viaggio nel corpo. Le dita sono garze: accarezzano un sogno; le palpebre sono superate dagli occhi. Come è bianca la lunula sull’unghia! Com’è bianco incisivo e corona le labbra infantili ma annose; lo sguardo separa i fiati in buoni e in ombre cattive il ventre nativo. Non c’è punto in comune tra le due, tranne il gesto che vorrei maturasse da ora per loro: Amor mio, evito alla mimosa il taglio che non chiese e alla donna donerò la speranza di una goccia che non mancherà al tuo bouquet da sposa.
Id: 47176 Data: 13/02/2018 13:29:27
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Evoè
Se c’è qualcosa che le mie ossa sopportano bene è sentirsi sussurrare che già c’erano, che restano. Si muovevano ovunque con altro aspetto: fuso del vapore, congegno del raggio, magnete vagabondo, pulviscolo di nomi. Da tempo appartengono ad un uomo legato al raccolto, al sudore che genera, al seme trovato caro, come il resto della storia. Se conta il sangue, se il muscolo è il tuo e il futuro di un altro, ma non ti opprime, il tuo ginocchio regge particelle inavvertibili e composte dalla stessa forza che ha cucito galassie. E questo è molto oscuro, però che luce il pensiero che tutto quanto è in me è tutto quello che c’è fuori da me! Quanta spaziosità intorno al nome ruota. Tu chiama come ti pare chi o cosa ci informa; io non so, comunque penso a ragione. La donna che trovò il mio sogno delirante spinse il cancello e mi cacciò via da sé, in queste pagine, imbarcato sul rigo, seguo le stelle che seguono in me. Credo che ordinarie convergenze in vita quanto straordinarie chimiche primordiali facciano il genere, non solo il cognome. Parlavo al mio ginocchio che ascoltava piegato. Sussurravo, perché le parole appesantiscono i tendini dell’aria; e questa precipita; e ci sono pezzi vitali anche lì; e perdono la presa; e decadono; e una nuova cura sembra la caduta. Una caduta in basso, direi, perché non c’è alto che tenga ad altro, e non c’è lato che non si misuri nell’altro. Siamo il tuttuno che viene in mente a farsi sapere.
Id: 47134 Data: 11/02/2018 14:56:45
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Le trame sospese
Come tutti, ho storie che mi raccontano mantenute in una scatola piuttosto comune tranne per quella certa origine da tronchi diversi, se pure familiari. Ossia: per la stessa radice valgono i fatti dalla terra al senso del cambiamento adattato al resto. Parlo, mi parlano, ascolto, mi ascoltano, ci sono e non ci sono: c’è mercato in un corpo e nell’altro forse una folla si anima: così la lingua è nacchera e territorio di scambio. Le parole si alzano uguali fino ai tetti, poi la vastità ne abusa, le sparpaglia; separa le deboli come i rapaci sullo stormo. Per la loro invocazione l’animo adotta la bocca, l’udito è in conflitto perenne con gli occhi e lo sguardo punta altrove, fissando il ventre dei nomi per capire se ancora figlia due o tre o più figure in attese. Comunque, sia sempre lodata la spugna rosa. i suoi alveoli aerati per il sostegno al lavoro delle sillabe che abitano il favo della voce e, corda a corda, annodano il vocabolario al discorso, al corso, al so; e agli strumenti della narrazione. Avrò detto il giusto? Poco importa: in questa pagina muta la nacchera in ballo.
Id: 47036 Data: 06/02/2018 23:23:03
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A vostro nome
a D.P. nel grando mare d'inverno Nella baia quattro gabbiani (che numero, questo!) Non di più i bottoni sul risvolto scuro dell’onda; chiamavano casa la goccia, orlo dove arrivava l’occhio, silenzio i pesci: per ciò la rada e tanta cantilena della risacca né meno sapeva come aprirli a volo. Ora, se quattro sterni sull’acqua non riuscivano a convincermi di seguito, cos’altro può spingere scoglio e tempesta a fare il primo passo nell’entroterra? Sesso e amore, non c’è dubbio, sono oceani: ne possiedono indole e dorso, uccelli e seni. Quattro ineffabili galleggianti in mente, dove l’orizzonte è l’idea, e l’idea è medusa lemme, lemme: l’emme dalla quale fu fatto insuperabile per brevità, il corso dei fatti di metallo dagli accoliti del convenuto irreale. E l’incredibile riflesso di luce che orla di gesso filante la bella ondina, lei, amore del mio più antico amore, unico brillante che mi concede la mossa, è l’idea per un uomo nella cerchia di tanta dissolutezza, rotta al vento: la chiamo. Ma c’è un pensiero che mangia il ventre, adesso: una tenia salmastra invoca coerenza. Niente di meglio, gabbiani, che sapere a nome vostro il suo e, a nome suo, il mio.
Id: 46962 Data: 03/02/2018 14:35:31
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Se solo mi sollevassi
Se mi sentirò sollevato potrò guardare meglio. Osservate come si alza il vento per poi cadere in disgrazia, immobile; o diventare grazia del respiro, perla dello sterno. La fortuna è nell’aria una similitudine presa alle volte. Che vi dice questo? La libertà a tutto sesto può toccare terra, poi non è nell’arco, ma reperto in genere. In me, in te; in te e me allo stesso tempo. L’istante che ci apprezza soffia in ugual modo sopra foglie e sassi e ingranaggi, spinto dalla schiena: tirato dal capo venne tra le mani come mollica. Prima che vedessi il grano, ero solo; e non solo interno. Ero segreto; acqua per neve, attesa per carezza. Ero nel ventre diviso: da una parte indistinto, dall’altra uovo col guscio aperto.
Id: 46930 Data: 01/02/2018 14:03:50
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Venuto a bordo di un corpo
Perché veniamo a bordo di un corpo come nuovi confini, altri territori immediatamente stretti, che invocano le case e le aiuole; la strada, poi più spazio oltre frontiera, visionando anche le stelle in un sogno antico, ma intriso ora nel risveglio che segue. E veniamo a bordo perché curve a miliardi ci congiungono ai bacini, alle sagome residenti, ai profili che suonano richiami, affetti da urlo, usati uno per uno. Ognuno primitivo e schiavo: schiavo, sentimi bene, salvato a fatica. Per questo veniamo a bordo al posto dei remi.
Id: 46880 Data: 29/01/2018 18:04:05
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Top onomastico
Qui è tanta l’erica che il cortile si scopre appena curato dal pudore del viavai. Beati passeggeri che hanno fedi sopra a tutto! Letti, gli uomini conservano la soffitta per accatastare brevi momenti, ma i piedi si piantano sulla coperta: fummo marinai venendo, sbarcammo sul petto di una baia lattiginosa, rivolteremo la strada, peli o cuori sfrattati dalle case; talora entrambi. Al muro, penso, circondato. Il muro ha il ruolo di ospite e come universo possiede la fattezza di un luogo perbene ma inimmaginabile dal suo interno. Sì: i muri dividono, ma danno sostegno. Cara, il vetro è un muro, lo è la distanza, il silenzio lo è, lo diventa l’isolato. Alcune stanze sono rette a tinte vive, le vedo ovunque si alzi la mattina, eppure quasi crepano dove certe muffe risiedono, così che, se pure tentino, le finestre non prendono sole al chiuso, e perdono ogni altro riflesso in nome della tapparella; e fatti per le chiacchiere pettegole avanzano al cancello fino alla pelle. Sento il cuore stanco costruirmi da un pezzo.
Id: 46838 Data: 27/01/2018 14:05:03
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Manco per la testa
Il viale è preso dalla rotazione intorno al lungo mare: entrambi sono vuoti ma come riempiti di perdite d’occhi. Questa conformità nello sguardo non mi meraviglia. Le piante si somigliano da occidente all’est perché sono invariabilmente protese al sole, non a noi. Continuare ad ombra. In basso si tocca. Si crede in alto. Farebbe testo, ma la natura non scrive perché ha altre passioni: canto colori modellazione sfondi; senza urgenze. Noi siamo frettolosi a causa del clamore che procurano gli orologi di polso. Nell’ora della prima luce, la più antica rivista parlò di gossip tra pomo e mano: finì male l’ozio e venne la strada in salita priva di scollinamenti. Gli asfaltatori si sentirono sollevati come ora le piume fingono il riposo mentre chiudono il becco i saliscendi alati e per meno di un torpore lasciano i luoghi a furor di popolo. Non mancherebbe l’aria se mancassero i polmoni, così non mancano i sogni se ci manca il sonno.
Id: 46527 Data: 14/01/2018 18:34:18
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Elegia del sale per corre voce
Tra costa e costa mi ha lasciato liquido, sospeso, il volto scuro, mosso ma non tanto al sicuro vela alla luna già disarmata, stanca, così che le nude ossa sono rimaste qui. Ve lo ricordo, costui: Luigi, nome di bordo divenuto fonte per chi indossa il suo ex sangue fluido ancora nell’ossido ferroso del corallo rosso gioiello del mondo di sale. Eppure quell’anima resta reale se per acutezza del suo cristallo in petto corre voce che implora.
Id: 46488 Data: 13/01/2018 11:38:16
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La convalescenza del gelo
Ho visto più di cento stagioni in processione. Sono il rosario della terra per un girone. Un corteo comune, ricco di devoti migratori. Grani, uve, aranceti, mandorli come tedofori si passano l’istante di fiamma o la somma dei drammi. Lascia che io le conti ancora, almeno ricordando come seguiamo e dove posano le spoglie quando l’eclisse degli occhi diventa totale e l’astro dal fuoco scompare. Ho visto più luce di quanta ne contiene il cuore benché all’inizio del percorso vennero fuori i container cinesi e le ginestre coinvolte nella resa alle bitte del porto, ai troppi ormeggi sorti. Su tutto, la statua del tempo apre la corsa. E che potremmo fare se non correre, forse, dietro al pensiero di fine stagioni? L’unica certezza è che l’anagrafe cronica è la filigrana di quella banconota che solo il gelo al cambio quota.
Id: 46461 Data: 12/01/2018 12:47:56
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Deposizione del sospetto
Candida l’aria di gennaio frizza la piazza folla di pangloss in saldo. Qualcuno ti vede, ma nessun chi sei. Gli occhi mirano sui capi. L’isola pedonale è un territorio di ciaccole d’ormeggio ai moli delle supervetrine. Nessuna frase ricovera per intero l’udito: si va per esclamazioni, feriti dal brusio inestricabile dei mozzi acuti. Mille donne sono più di mille uomini, e mille bambini sono meno dei loro segnali acustici. Un buio privo di quarti lunati scoppia di luminarie esigenti, il buon meteo fiocca acquisti e nervi fiacchi, e tu superba mentegatta, felina mi avii dove il fiato condensa e fumo. Pensa quanto ci rende superflui la cornucopia del flusso che passa al volo. Stormi verso la notte che dileguano migrazione dall’alba. Stormi di mani deposte in strette volanti col sospetto che siano spoglie di ali.
Id: 46376 Data: 09/01/2018 12:21:53
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Parole da insaziabile a figlio
Sia analemma su di te a lungo. E invoco la boria celeste con la comicità della stella funambolica e fessa. Che ti tocchi ilare; e gioia ti venga come da fare a mare, nasello all’insù, riccio benvisto che tanto le somigli. Prima che l’infinito, se lo ha, segni come sua l’invenzione dell’otto e ne prenda possesso togliendoti il merito di avermi sconfinato. Ti ho desiderato, figlio commesso, in osservanza al minino comune multiplo umano, numero che non è quantità, ma quasità convenuta per amare se stesso: un giunto cardanico, uno snodo emozionale tra pronomi non allineati. Tu, io, noi: questo il meglio. Così l’interminabile prossimo farà catena di te e me.
Id: 46197 Data: 04/01/2018 15:03:58
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Detto da un po’ meridiano
Che io conservi il numero di ieri, hanno detto, o diffonda quello di oggi, anno sperato, poco torna ai trasvolatori delle linee virtuali per fette. Nel grande Impero dell’Orso, ben undici volte avrebbe dovuto suonare lo spicchio ma l’ente per l’ordine delle lancette ne fa contare nove, e comanda, in generale, inverno. Fredda notte in cui tutto dovrebbe cambiare sul dorso di atlantide ma niente muta dalla sua spina convenzionale alla follia dei cuochi artificiali sopra la fame ignorata. E devo ammettere, inshallah, che il tempo dov’è cominciato lì finirà, custodito nelle teche anagrafiche come ogni momento libero di diventare effimero mentre l’universo è naturalmente miliardario con la nostra moneta bisestile ma quanto è povero, per dio!
Id: 46129 Data: 02/01/2018 13:22:54
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Dirò presso lo spirito
L’anima accartocciata non fa una grinza. Qualcosa come una rada, la foresta dall’alto, queste terrazze. Lo spirito emerge sicuro da un giorno all’altro, ma in quale momento soltanto il cielo può capirlo. Manca dell’angoscia nei nervi, della silfide nel sangue: è in tregua. Ma tregua è una parola bianca, lunatica. Più delle bianche spume, più delle polveri d’acqua sotto il tappeto della foschia costiera. E domani, al più tardi Natale, lo farà affiorare e poi schiantarsi come niente costruito in noi per fermarlo. Naturalmente questo spirito è pusillanime: si alza per poi ritrarsi subito dopo averti abitato. Su di lui poggia il manto dell’inevitabile dio comune a carni, legni, plastiche e minerali, come riportato. Sia in questo il colmo della leggerezza. Sia l’uomo allegro; e la ruggine via dalle palle! Anzi, via le ruggini che passano per infiorescenze dell’opera ossidativa dell’umore. Il rancore vada dai piedi alla strada, via via attraversi il ballo, il canto, le sirene, i legami; consegni noi al fasciame spiaggiato, da prima che Odisseo lo testimoniasse nel ventre del cavallo sacro. In realtà, questa astuzia è tipicamente umana per quanto vaga. E vaga l’anima si accartoccia, vede poco oltre: non è la notte ma ci siamo, pare distesa, e trascende la ruggine perché possa ancora invocare: “salvami, salvami o spirito salvo, dal sospetto che marcire si meriti!”
Id: 45840 Data: 20/12/2017 11:51:21
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Dirò che presso lo spirito
Cavo lo scritto e l’orale. Cavo il pensiero, se la cava Gil presso il libro, prossimo all’esame finale, al congedo votato fra un anno a partire da casa, dov’è oggi comunque. Accartocciata, l’anima ha spigoli semplici meno complessi. E queste terrazze, per le quali lo spirito è costa cruda, è cava, mancano dell’angoscia di nervi e di piatte terre per nulla sedute. Diversamente bianche spume, denti dell’acqua, polveri per la foschia, domani, al più tardi a Natale, le farà sbocciare. Sia in questo il colmo della leggerezza. Sia l’uomo allegro; e la ruggine via dalle inferriate! Anzi, via le inferriate tra terrazzi che chiedono di passare per confini costruiti dall’opera geografica delle strade. Può ritenersi continente ciò che la piazza separa? Un rancore marino prende dai piedi, via via attraverso e consegna noi a tutto il fasciame, plastiche, metalli da prima che Ulisse si facesse avanti. In realtà non è mai accaduto di risiedere sul mare, è l’oceano che colma precipizi terrestri, quindi i crepacci sono salati e l’anima accartocciata si vede poco, pare distesa. Se si potesse costruire oggi il futuro sul mare sarebbe contento mio padre, ma è in una vastità tanto piccola per lui che le ossa sono rimaste qui. Ve lo ricordo, mio padre: Luigi, dal nome sbagliato a seguito del varo devozionale che, come i limoni le alici e i tonni, è per noi convenzionale. Seduto sul muretto nella darsena di Cetara mentre ogni onda atterrandolo gridava “perché si giunge alla riva più vecchi che stanchi?” E giù risate, digrignando il salmastro e la sabbia. O era rabbia? Quell’uomo, così antico che la ruggine non ne poteva più di fiorirgli nel sangue, appena assentiva. Naturalmente, le onde sono pusillanimi: si alzano per poi ritrarsi dopo averti coglionato. Su di loro poggia il manto dell’inevitabile dio di tutti: carni, legni, plastiche e minerali, come riportato. E dove io copro il sangue con migliaia di camini porosi, lui trascende in ruggine perché possa invocare salvami, salvami dal sospetto che marcire si meriti, se non diversamente conciati.
Id: 45755 Data: 16/12/2017 11:39:58
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Dirò dell’età congenita, inguaribile
Se posso ruotare su di un fianco e russare leggero lo devo a un gesto di gratitudine vs la postura della piccola morte: accarezzi la spalla quanto basta a creare un punto d’appoggio e sollevi il tuo sogno da un borbottio vecchio stile ad un convenevole posto. Ricco di orbite tremanti, apogeo della carezza furtiva - una fase più lunga del quarto lunare -, l’una e l’altro, tu ed io che saremmo inguaribili, prima saniamo distanze poi ci eclissiamo tra cucina e salotto. Quale diritto ha il corpo di mancare l’appello in questa stagione? Recuperi sonno dalla pesantezza del suono, e, ribaltata, l’intera fabbrica del respiro muta il ruglio in fondo. In questa congerie, l’età dei fossili irreprimibili simula la vicenda dell’incontro, ma devi essere cieca per desiderarlo ancora. O, forse, per riconoscere la bontà dei tuoi occhi, occorre io resti allo scuro.
Id: 45705 Data: 14/12/2017 13:09:55
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Parlo per quel che serve al vento
L’idiozia è concepire questa come vela, o lembo o fiocco: inventare un verso è come dire a chi entra dalla finestra che è permesso. Non serve lasciare aperto, ha con sé gli attrezzi. Se scosta una tenda, rompe come niente il cielo che avevi messo intero. A questo punto abuso di una tua incertezza. Insinuo l’etimo, scompiglio i sensi: nuoce gravemente l’estro. Sul pacchetto c’è la mia figura con un danno terribile da tastiera. La poesia sul pomello del battente tentenna. Evita di bussare, intanto si introduce. Ti trova curvo, o forse appena disteso: le gambe perse tra la spalliera e la mattonella. Una bocca seduta cambia poco: il verso uscendone letto, meno. Ho paura che questo non piaccia, ho paura per me che aspetto il prossimo, che provoco vento, che guardo l’orologio, non fermo il tempo. Ho parlato con un amico: “Bob, questo gesto è perso. Se sei passeggero, e resti tra l’anagrafe e lo zero, ti conservi sereno nel cielo che l'intruso ha rotto.” Le fessure branchiali di uno squalo somigliano inconsapevolmente a www.
Id: 45623 Data: 11/12/2017 22:46:22
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Parlo della grazia a tutta forza
Per l’esattezza non le occorre dinamica muscolare, come il fendente o l’artiglio, ma è maiuscola la sua dimensione, e inarrivabile: da lettera fatta a posta, né alfa né omega, purtuttavia ci comprende con l’ausilio del seno, o altri seni; e la sua genìa contiene legittimamente la prima parola nel ventre, per cui l’universo intorno - pretestuoso, fino a spegnere quella sua benedetta luce in modo esplosivo -, è soltanto cosa, non chi. Chi è lei.
Id: 45526 Data: 06/12/2017 23:44:45
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Parlo della candida che mi prese
Era l’anno avvenire di quelli che accadono per la follia di crederli possibili subito ma talmente distanti che il futuro li accerta a più vite aggiunte e amenità tipo fatti sopravvenienti. Già! Ma cos’è un “fatto sopravveniente”? Per secoli la moneta da 5 Lire si è mossa nella volta oscura come mancia dell’Universo, spesa da noi in proiezioni. Io c’ero, tu vagheggiavi ancora, rosa vizza, amata come gemma e in quanto gemmi a vista non sai se m’ami ancora. Ma era quell’anno che al satellite si poteva pensare come cortile, e non da terra. Questo consentì al mio bambino, l’essere che avrebbe lasciato, su almeno il senno di quest’uomo, l’orma. Piena di sogni priva però di corpo, di contusioni e divenire. Era l’anno del bianco e nero arcobaleno della storia. Il piccolo soggiorno col mondo enorme nello schermo, persino circo descritto nella stanza, e lo Stagno contemporaneo che annunciava nuova vita tra due creste del respiro, troppo breve per andare oltre.
Id: 45493 Data: 05/12/2017 14:36:46
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Parlo solo in buona compagnia
Il vino dà modo alla vigna di sopravvivere nella forma di vetro. Il gusto asprigno è pungente in quanto riflesso della lingua come schiocco; e persistono in copia l’uomo accasciato e la tavola rimbandita. E si sappia che in questa casa io nutro il tempo con piatti momenti, anche vuoti, anche sporchi, soprattutto viene naturale il confronto di opinioni tra sè e se usare un verso a sorteggio. Viene il pensiero in gessato. Vedo eserciti di grafemi, aste in resta, truppe elementari sul foglio di battaglia, una carta stropicciata dal vecchio portaordini trafelato. L’occasione non fa il pretesto in genere, ma il pre testo è affollato di intenzioni per donarsi; e se trovo deserto qui intorno, questa è l’oasi nella quale l’ombra è la migliore compagna; ossia: l’idea di un sorso non tocca l’acqua, liscia la carta e tocca a quel lume nel vetro, già al mattino, scaraventare la ragione nelle scarpe e dirle va, va, va oltretutto, come si dice, pare faccia il buon viso a cattiva sorte. O il viso cattivo pare faccia da buona sorte.
Id: 45456 Data: 03/12/2017 13:41:36
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Dirò adesso è tempo debito
Il pruno è così felicemente nudo che le radici si specchiano nei rami per scoprirsi a fondo. Questa visione consente il nutrimento sotterraneo della più soverchia figura: la similitudine tra i fusti. Pensa che spirito possiede il giardino: prima della sommità esposta nella nicchia atmosferica, nei principi di talee, nel dubbio della mutazione. Ad un’unica occhiata, l’intera pianta mostra l’annuario delle scadenze. La stagione è annotata in cima, il tempo complessivo è l’anello moltiplicato i giri nel tronco, il giorno che non può trattenere sfogliato a maggior ragione. In pratica, tutta l’astuzia è spogliarsi da sé per superare la solitudine e prendere confidenza col gelo.
Id: 45422 Data: 01/12/2017 18:44:27
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Dirò di un sogno a corpo libero
Sul copriletto dove vive il gelo, e presumo anche l’acqua si copra, trovo l’insonnia inadatta per l’ora, benché il tempo faccia in tempo a fermarsi nei condotti del tepore. Poi: è freddo fuori. Volta e si rivolta il corpo perché lo spazio è certo, ma impalpabile al buio, tanto che il vecchio sangue corre e batte e scivola e si rimette in piedi. Sulla parete il pensiero fila a fronte come un ragno: immobile, fautore dell’agguato a cottimo (più la posa è sostenuta, più la vittima appare). Freddo, e dirò ineccepibile in un certo senso, fa missione di ingrandire ombre e pare questa o quello altrove. Ogni falena deve sembrargli un’orca ma per la falena lui è quel pescatore il cui amo precede il morso. Pur con la sua statura, qui il cielo è più basso qualunque atmosfera sogni e si piega a me per espugnare la mente con il suo cavallo: un occhio, e l’altro che lo segue. Mi sento liquido in questi frangenti come scritto dall’acqua all’approdo.
Id: 45355 Data: 28/11/2017 11:10:44
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Dirò parole di seconda mano
Una piccolezza, sì; io, sì, cerco un nome praticabile a dismisura o altri incitabili, qui versati a fior di labbra, o, per le labbra, zucchero filato come un cumulonembo e morso voracemente a piacere illuso che addentandolo il loro aereo mi prenda (non sempre la lettura è vera fame e mai la fame si sazia di letture, qualche volta la pancia si riempie a passeggio) e cito - cito tasto a tasto ogni lettera -, le contusioni dei traduttori (perché la lingua non si ferisce ma si cura, quindi riporto le inferenze cui dare fiducia, come vetro smerigliato dal quale leggi una forma e riconosci un corpo comune). Così le parole annotano rapide, viste da finestre che riflettono un fiume.
Id: 45291 Data: 24/11/2017 14:49:22
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Monte Stella
La montagna è appena più di un colle, ovvero l’una e l’altro, quindi bipolare: vetta e valle sono depressione e slancio non molto distanti. Come venne fuori? Spinte profonde o vicissitudini planetarie, forse continenti che se le danno di santa ragione -, le hanno poi tolto l’increspatura, la taglia forte, i picchi caracollanti, gravi e acuti scacciati dalle lingue correnti con fabbricati sfibbrati. La curva da desnuda un grecale a pennello. Piena di cicatrici, il fianco sotto i miei occhi ha ceduto più e più volte allo scoramento, frana come quell’altra figura che ho in mente ma non sottomano: il vento col suo nomignolo imperversa nel mio costato sinuoso come il serpente d’asfalto giù a valle. Dev’essere nata in una lontana alba della notte terrestre o, presa in piena pangea, la sua posa corretta è dovuta alla marcata scalfittura della pioggia che traccia innanzitutto i righi mentre solo i quadretti si conservano. Avvalla ai piedi una guarnitura verde nei bassi bianchi di foschia, e i fabbricati per quanto detto, quasi commenti moderni, ospitano parenti e altre famiglie o soli stretti, forse stranieri, convenevoli adesso.
Id: 45255 Data: 22/11/2017 15:27:07
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Tanka italiano
Povertà * Occhi nel vuoto. Mani nude cercano carità ignota, Le ricchezze parlano di vuoti che costano. * pochi spiccioli: posso donare questo ai più piccoli. Ma non basta il gesto, occorre dare il resto! * Sono povero però questa camera è un impero. Mi soccorre libera: ama come desidero. * Vivo fermo là: su gelidi gradoni aspetto pietà. Il marmo s’appassiona quando la gente dona. * Sii come foglia che dà fiato a radici non le artiglia. Da fiducioso, dici, la carità fa felici. * La rosa freme ma non la neve teme se pure preme la nudità del seme che all’addiaccio geme. * Devo speranza quando il cielo prende tanta distanza. Il cielo che pretende si salga se non scende. * Sempre le braccia prive di fratellanza sono minaccia. Dai loro importanza, fai bene abbastanza. * Fame e bisogni indifferentemente lasciano segni. Tanto, troppo in gente il danno che non senti.
Id: 45156 Data: 17/11/2017 10:03:19
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Fa freddo e treni
Ogni stazione digerisce i treni - fame binaria. Ma se davvero partire è morire chiedo il resto alla fermata quando inscena calma - freno indigesto. Tra le banchine colgo l’inverno acuto - non mi comprende l’amore osato. Da quale ramo leva? - Cado io solo.
Id: 45134 Data: 16/11/2017 16:56:28
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Nuovo è tornare
Maggiore trasparenza chiede alla finestra il suo segreto, rincasando distesa, nel cono d’ombra dell’uomo. Così come è, mostra il profilo della stessa specie degli oggetti fino a sommare in lei l’occupazione del nero. Inciampa nel buio domani e un calendario di singole voci sfoglia l'albero dei nomi. Se la parola adesso fosse con vocazione, sarebbe intensa e tanto appariscente da sembrare urlo. Lasciatemi stare in questa chiarità che ultima il mondo, dice l’anima trasandata, la gatta buia con fusa, la fucina in disordine, il piatto sapere e il verticale insoluto. So che corpo e mente viaggiano in modo diverso: il primo nel metro e nel ferro, l’altra a seconda che il sole si affacci o meno nel vano dell’ora. Poco si apre al nuovo. Nuovo è tornare più vecchio ancora.
Id: 45099 Data: 14/11/2017 19:28:15
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Della lettera a voce
“appagnato / senza sapiri” D.M. ad Arbadom Proteso per la lingua, un architrave legge il tono della stanza; la parola indossa l’eco e sfila; il piancito regge l’attitudine ai passi alti; la mezzeria del fiato conforma il diaframma: è una passerella al santo portato, che alloggia in gola: il fiato la percorre; soma il portento della voce; questa è la pubblicità di una nuova fondazione: così la pianta disegna il carpentiere; siano o meno volatili gli utensili del colore, l’ape dell’accento poggia il rigo pendulo su chi piega il muscolo dell’alfabeto; orlo, innesto e forra, ruglia il sangue e mette a fuoco il dente, lo forgia, ne saggia l’offerta, conia una parcella magra, di fame, nemmeno un grazie, ma sii benedetto tu che fai opera degli altri vuoti (dico di me a costui); questa consapevolezza fa presa nel creato; l’esempio del silenzio trova adatto l’uso del verbo migliorato con il suono, prima viene la corda adatta, da sigma lunato, per il fenicio al siculo, l’alessandrino cupo, il genio “appagnato / senza sapiri autru” - chissà se ho scritto la tua lingua nel modo giusto per dire altro di me che tu intendi.
Id: 45053 Data: 12/11/2017 19:15:53
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Le temps: un trompe-l’œil maladroit
Sembra essere molto tardi per tornare a qualsiasi ieri. Ogni data collassa, cede di peso. Le date sono spalle malmesse per quel ponte che l’attimo regge solo a mente fresca. Ah! Le lancette come bombardieri sulle macerie: erano costruzioni durate niente, per quel che in giro si sente, o nulla o momenti. La casamatta del cranio custodisce la guerra di riferimenti: una cantina inaccessibile in cui maturano i numeri; spremuti, e quelli duri si mitigano, nella ferita a quadretti. Numeri spiegati ma intrattabili non lasciano spazio a luci efficienti. La notte spazza i viandanti con la luminescente saggina dei clacson. Per legge, gli abbaglianti lampeggiano ma i motori non devono tuonare. L’età dei passi muove in silenzio un tanto al metro. Com’era facile saltare il cancello al rientro del giorno sulle gambe e col gomito in bilico prima che si svegliassero l’acqua e il secchio nei portoni! Fino ad un certo punto, e poi mai più, una caffettiera si avviava al compito di scossa nelle asperità del dormiveglia. Almeno un altro borbottio passa dalla camera da letto e mi raggiunge: non rispondo, come sa un uomo che passa il tempo, che finge il bel sonno ma tra le pupille invoca un punto o l’altro che usava a membro.
Id: 45028 Data: 10/11/2017 17:49:44
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Palabras de aliento por mi novio
C’è un senso nel viandare con un solo lume acceso nella testa. Marco Armando Ribani A Marco Se resti con gli occhi sgranati, mi sono detto, sulla strategia dei contabili oppressi dalle date, sulle date irriguardose dei doveri/dovesarai, ma non ti meraviglia l’alito di un gladiolo o il battito del neon a fine carriera, non ti accorgerai che tuo figlio è partito da te. Poiché ti è noto che il prossimo attimo è il risultato di un algoritmo di battiti più gli aliti se, e solo se, il cuore conserto divide il numero finito per l’uno dato (fa lo stesso: la sussidiarietà del Decimo emendamento, la conturbanza del quarto verso, la mancata presa del portiere sullo zero a zero), occorre tu prenda coscienza dell’enorme posta in palio: lui deve seguire la sua strada; tu la salita non l’hai fatta per godere fino ai piedi della stessa temendo ti si spegnesse il petto. Perché lui dovrebbe scegliere la soluzione che tu, stupido, non hai applicato passo passo? Nemmeno posso costringerlo nel mio verso che si perde.
Id: 44919 Data: 04/11/2017 09:28:28
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Venerazione della sedia
È un residuo della stanchezza che acuisce l’autunno. Provo sdegno per aver visto un uomo fatto a pezzi da giovani iene in un luogo non suo né loro ma patibolo comune. Sia sempre che le vittime non perdano la testa. Un viale vero mostra il concistoro di lembi, verdi al tempo della predicazione dei semi, liberati dagli omeri dei tronchi. Quanti pesci rossi cadono dall’alto e prima di boccheggiare si sentono le ascelle dei piccioli scricchiolare per tenersi a galla. Si diffondono squame a tinte roche, a cordini staccati, dalle parabole inascoltabili. Come un affetto reciso, un canto spezzato. Qualsiasi bene si sfoglia: e più annuda il costato. Come credo tra i lombi una saittella si otturi, poi la mente rastrella, aggruma, non distingue la grata. Non è esattamente inverno per lo straniero colpito, ma il freddo cala sulla vicenda al modo di ripassare in fretta l’invisibile confine dello scempio. La stanchezza chiama con tono soffuso: siedi, diventa vicissitudine della notte. Oppure nota a riposo.
Id: 44889 Data: 02/11/2017 09:45:54
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Turbativa d’astri
Il vero problema è l’immaginato. Appare sulla retina non l’oggetto ma ciò che a memoria abbiamo toccato. Osservo una ruga: non arriccia lo specchio; nell’ottica di un frangente anche l’anagrafe diventa un fiore all’occhiello, lo stelo minuto dietro il bavero del tempo. Da un punto parte il futuro, ma non so dove è passato. Non saprei trovare quel punto. E’ soltanto uno, diamine! Oppure sono troppi e tutti fanno la stessa strada. Chiudi gli occhi, e luce fu. Allora, Isaia si alzò tra gli astanti come un cedro dritto prima del rimboschimento. Assalonne fece segni convenuti per zittire Gioele pieno di invettiva contro gli Assiri; il sacerdote mostrò il frutto precedendo la gemmazione di un’altra stagione: ”Non ci sarà più un bimbo che viva solo pochi giorni, né un vecchio che dei suoi giorni non giunga alla pienezza.” Ed io, non tanto vecchio come allora, riflettevo che questa è la poesia, pur non sapendone e stando tra tanti che professavano di conoscerla, frequentarla, addirittura ne facevano ovunque! Avrei dovuto sentirmi perso; però no!, non lo ero. Ecco la piega che non prende lo specchio presente. Anche a me è accaduto (succederà anche a te, ne sono certo) di sperare diversamente, e oltre, il circondario del campo del Seminario o ai Salesiani, ma senza più poterne uscire. Da ragazzo, i muscoli si formavano sul terreno dei santi che, per la gibbosità dei rosari, a quanto pare mantiene in alto i passi e le mani. In seguito quei paradisi si sono svuotati, come se per i crediti del cielo occorresse un piano regolatore meno effimero della figura del cedro. Da quel giorno, Isaia non tornò più sull’argomento, benché richiesto. Egli considerava profetico che: “perché il più giovane morirà a cento anni chi non raggiunge i cento anni sarà considerato maledetto.” Non ebbe il tempo di verificarlo, e spero non tocchi a me, o a te, contraddirlo, ma le rughe tra loro già ne parlano.
Id: 44841 Data: 29/10/2017 18:29:16
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Effimeride
Non ho più creduto alla terribilità dei fulmini da quando ho scoperto che Giove si riproduce per mitosi; ed è quindi un fungo. Nel sottobosco della ionosfera, in quella che normalmente è la nuvolaglia di mezzo, c’è un bell’ambiente in cui aquila e cigno non coesistono ma si inseguono. Prima che venga sera, il mio grembo avrà una eco gemella del mio signore, disse Leda parlando alla portinaia. E il suo uomo che non ne sapeva niente, vide il lampo riflesso dal gocciolatoio sul lavello. Non si rese conto che quella tumescenza era più veloce delle saette del Catatumbo. Oppure, la donna esprimeva assenso materno benché un uovo non è esattamente figlio di una provetta! E in uno almeno la poesia trovava i suoi numi, il che complica la Nemesi per le rivendicazioni di genere. Anche la narrazione entra in gioco: qualsiasi parola è spora di un effimero quotidiano chiamato respiro finché si replica.
Id: 44796 Data: 26/10/2017 20:31:03
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A saggio
Luigi: amabile; e per ciò amato a braccio, oggi buonanima a sangue freddo nel conglomerato dei simulacri, sopra la biancheria con infioriture gialle sul comodino di noce pressato dalle luci votive che tarlano a spegnersi, era un buon soggetto. Senza dubbio il migliore dei complementi quando chiarivano che fossi figlio di. In pratica, un uomo con pochi verbi, ideale nell'attesa dell’età che dicono giusta, quella che avvia i tuoi guai; per niente pesante, eppure roccia, selenite da mare. Con la sintesi della vendemmia vive oggi nell’uva costiera che in gola porta il suo succo spaesato, nettare allo spasmo. Dio solo sa quante sardine ha costretto a seguirlo in riva alla tavola, quando in vita una parola era discreta cintura della fame, a cortezza variabile, mai intimidita da medicane e dal marmo. Il mio nervato bianco qui ci separa. Il molo del sacrario emerge nella foschia costiera, imbarcadero delle venature che vanno a dorso del colle, convenuto di mortella e ginestra. Tra gli assi scarnificati del suo scafo laborioso alla via nel secolo ventesimo, breve corso perché noi siamo piccole case a volte arabe, non ci è voluto molto all’abile artigiana restituire l’organico al minerale e, a me, i nostri minuti passati, che sono poi presenti e futuri sostanziali. Come nelle mareggiate, qui i muscoli labiali si saziano di sale; ancora qui le sue mani cotonate dal cordame, profilate dalle unghie ocra; qui i righi segnati dal catrame delle nazionali - il suo fumo mi ha reso dipendente prima che occupato - e pure contagio, quindi, grafite del mio corpo: ora come ora torni a salto.
Id: 44721 Data: 21/10/2017 18:30:53
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Corsa a perdi stato
Io corro. Normalmente corro. E correndo accelero il giorno. Normalmente non mi allunga la vita. Quello che dura è duro, il molle s’informi. Nasce così la sensazione ‒ in forza del foglio oppure fossile dell’età del gioco ‒ che i miei passi aumentino la velocità di rotazione del pianeta sul dito del giocoliere Atlante: il titano che mi pensa criceto. Vedi, amica mia, amico!, ti seguo a ruota per l’esercizio del cuore millantato che in via eccezionale sopporta un traffico stupefacente: a tratti mobile o in fermo. È significativo che solo ho amato riamato due uomini all’impazzata: ad uno sono sopravvissuto, l’altro mi sopravviverà. Questo la dice lunga su quanto duri il respiro. Tutto sommato gli organi reflui appesantiti da un affanno circostanziale riposano meglio nel futuro prossimo che in quello già remoto per ora, e ore spero.
Id: 44696 Data: 19/10/2017 20:31:10
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L’iniziale
Riporto qui l’iniziale, l’avvento di questa figura sfilacciata dalla nebbia, trapelata; lungimirante, certo, quando fu necessario imprimerla come il timbro; e non solo per questo continuo a trovarla sanguigna emme. Sollievo come due colli sul ventre in una notte ruvida, vetrosa, di contenimento. Emme priva di indirizzo ma che risiede o in un papavero o più in alto verso il frumento. Emme che non parla ma dice, iniziando da altro, proseguito in questi segni, ogiva del suo spirito, aumentato dagli affanni, esaudito nel gesto godibile della fonte ripresa dall’acqua. Emme temeraria con il coraggio dei porti naturali, delle baie più grandi dei mari che accolgono carghi sconosciuti e piedi privati di orme o, comunque, di questo lato. Emme traghetto con la stiva tra le anche. Emme congiunta al legno, emme di miele. Emme contagiosa per il trasecolare diffuso, quindi eterno, incessante, seno universale. Emme sorniona come stella, come tratto del raggio, ossia luce che chiede spazio e annienta le setticemie oscure del cosmo. Emme convessa che scorgeva da lontano figli, da lontano chiama figlio ciò che si perde, da vicino sussurra padre l’umore nel palmo fiorito dalla terra nel punto in cui ha battuto. Emme che sopporta l’eco del lamento e ripete che il chiodo fuorisce: “fuori esce dal mio petto quando nel suo entra e fora.” Emme attraversata dal mio corpo, complice l’alfabeto che le toglieva la parola primitiva; emme che mi hai lasciato più dritto del rigo, più preciso dei quadretti, spillato da quaderno. Emme con le scapole non alate ma di piuma, emme volatile come ogni finito terrestre che ritengo a mente porziuncola del sempre. Emme votiva, statua di cellule contuse dai ceri sfiammati eppure ancora in cute. Emme di Matilde, come di Madre: come meraviglia, persino in morte.
Id: 44645 Data: 16/10/2017 16:27:04
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Con cosa ti ho colpito
In tutte le misure l’acqua mostra un potere immenso. Cambia e adesca terre, supportata come tabarro fondo o toga luminosa. Nel millimetro è sorniona, pronta a diradare una folla. Nel metro è congiunta, guarda quanta ne raccogli. Nel miglio è marina, per chilometri nelle vene di continenti interi e tra i continenti è ponte sul quale le chiglie confabulano e i piedi si arrestano. In pieno universo è fonte di una rete oscura che pesca pietre e gela le claveline delle comete. Non può essere ferita: si chiude troppo in fretta. Ma se ti chiamo acqua perché non corri?
Id: 44606 Data: 13/10/2017 17:34:41
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Coll’uso
Portano al naufrago un remo intero, e uno inservibile perché non c’è. Accompagnano il gesto e l’oggetto con un sé remoto rimesso a nuoto. Parole che l’assente non conferma. Neppure udite, quindi, né meno perse. Il soccorso è una maglia di lana, intima e usurata, pregna di afrori che generi, e aloni come corone. E’ un must per i marinai spiaggiati sulla penisola del divano. Così io fondo il salotto di carenaggio. La maturità dei porti non la vedi da lontano, ma dal fondo partendo. Ma non è per le mattonelle oblique che i piedi poggiano divergendo il verso. Il pavimento è la traccia più seguita quando l’inquietudine piega la fronte per sbarcare una passeggera tormenta. Tuttavia, il parquet meglio rappresenta la lisca della stanza, come avesse branchie piuttosto che il diaframma del mondo in una finestra. In quel punto, l’arco solare scaglia le sue frecciate a bordo dell’arietta capace di ottobre. Arriva nell’ombra il gabbiano e viene il grido col quale prende il volo un tacco. Ci sono porte in casa che se non apro le sento difese. Ma, allora, perché sentirsi alle strette per prendere il largo? Comunque, quest’ala è palindroma di un’altra volata.
Id: 44558 Data: 09/10/2017 20:25:21
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Da vero?
Sono sicuro che qualcosa di vero c’è. Vero: non tutto è falso, non sempre pare. Lo vedo dall’inutilità delle raffigurazioni, definite artistiche appena, senza dar torto a voi, al nume che vi s’impiglia, al metamero della triglia cui so miglio e miglia fatte. Il riconoscimento lancia un generoso appello: tu ci sei, resto, e dove? L’orizzonte è fittizzio anche scritto qui. Virginale, l’ombra della coscienza suona l’incoscienza dei morti, si sentì (questo è da sapere, ma buio e consistenza bloccano la visuale: il mio spirito venne mattutino e aggiornato al seno vizzo, scontato). Non tutto il minerale è indossato; so con certezza che si trasforma in noi per annidarsi nella congiuntura tra l’orma e il nucleo del pianeta (vero). Non sarò per questo mai alto locato. Intanto, è terribile che l’orizzonte sia solo respiro: perso, si perde il vero falso.
Id: 44519 Data: 06/10/2017 20:19:34
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Di una risposta come viene
Ci dicemmo che saresti arrivata nel verso proclamato letto, convenendo non sul perché ma annunciata dall’idea in seguito portata: ora ci abitano come caseggiati. Così non di chiaro molto, è evidente, però tu capisci come si dovrebbero amare gli animali domestici se bene escano dal giro dei residenti. I miei rifiuti, raccolti con decenza, sono per me un’atto tenero. Il contrario di cancella è correggimi, se non sbaglio.
Id: 44478 Data: 03/10/2017 22:13:46
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Allo scomparso sarà data ragione
Oggi mi sento cosmo nel cosmo. E tutto ciò che vedo, tocco o ascolto è cosmo, ma in pectore, come me. Anche quello che rumora in sottofondo, o romba e spiattella atomi ovunque. Il mio universo confina altri universi: un numero indecifrabile finito qui. Vedo tutto, tocco tutto, ascolto tutto: tutto è il poeta morto che vivo ricordo e ogni cosa sua, e animale che gli parlò, e, pure, onda che lo annegò: lui non smette di lievitare nel fosso stellato. Oppure è una immensa camera di scoppio, motore di innumerevoli motori a scappamento ridotto. Il fumo, amici, fa male innanzitutto al tabacco e la voce, cara, rovina la cornucopia del petto. Solo afferra questa bolla di gas all’oscuro delle incredibili reazioni che scatena, ma dolce e amara spingono le mani con giunti la sua vena triangolare, come una insegna del miracolo a vento. L’abisso pieno di rotte ben oltre le tavole: un fardello senza pari può su portare. È un precetto di bordo segnato dal mare fondato.
Id: 44457 Data: 02/10/2017 17:10:47
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Principio di sollevamento
Potreste obiettare che è affondato l’Impero per il semplice fatto che il Siceliota austero non rivelò se galleggiare attiene ai polli quanto a ciò che li sostiene fino all'ultimo boccone. E sareste come le genti che fecero leva sulla sua mente. Così il contagio del dialetto geniale fu vinto da una lingua letale. Tutto quanto sappiamo - la prima scienza, intendo, fino all’ultima coscienza del saggio - è per l’osservazione molto più che premio alla ragione. L’accaduto fu registrato nelle strutture ingrate di quel certo ambiente di marmo e kòllema fiorito inconsciamente. I segni agglomerati sono rimasti e, benché la pietra riduca la storia vasta alle ossa, ciò che non si mostra per intero è indice della mano ricostruita al vero, non sempre reale come resa dove si sostituisce alla parte lesa.
Id: 44431 Data: 30/09/2017 10:10:57
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All’epoca dei fatti
Poiché a noi è concessa soltanto un’era dell’universo, osserviamo le briciole supponendo siano di un pane intero e vogliamo capire chi lo ha fatto a pezzi. Lui, invece, resta di ghiaccio e non si cura di una dichiarazione del genere. Preda di una bevanda oscura in una hobbleskirt coperta da brevetto americano, ci tiene come effervescenza tra le tante bolle che arrivano al naso, ma non vedono il capo. Tutto questo dà euforia e la vista aspetta echi senza alzare la voce. Quel colore di tumefazione, quel colore è preso dal viso quando le risposte ti sfuggono. Saremo bevuti, ma spunteremo ancora dall’oriente del nulla come sopra viventi, non superstiti, piuttosto reduci dalla messa a terra: nient’altro ci serra. Là fuori regna la mutazione, intesa dai cuori come crasi di movimento silenzioso. Non ho esperienza diretta delle onde di fondo, ma dicono sia l'inizio raggiunto. La gravità si diffonde come una formula, al suo passaggio un pensiero distorce tempo e luoghi di vecchi discorsi. Una qualità enorme servita al padre di tutti i padri insegnando a tavola la forchetta ai figli. Anche presa da lontano, questa idea non allevia la fatica di doverla sostenere. Ossia: parlo senza il travaglio della credenza. Lascerò che un altro dubbio mi sorregga, una scansia inarrivabile sulla quale poggio nulla che sia a misura di buona prova. Come un sestante mi pongo all’angolo: non calcolo, lascio il controllo a chi ha vista.
Id: 44413 Data: 28/09/2017 10:41:56
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Dell’ultima lettera ai quattro venti
Mi è giunta una soffiata: Eolo non c’entra con gli abiti sollevati dai corpi tremanti. Li aggredisce la marea delle mani; e l’opera d’amore, che non è presiedere le convenzioni sull'argomento cuore, batte sui martelletti vocali e viene il mormorio come a riva struscia la chiglia e ruglia l’aria sulle creste. Perché non esiste la calma se qualcuno soffia sul collo. L'atmosfera in quel luogo, sia esso buio oppure inutilmente al sole, con uno strumento invisibile, magari, fa pressione - io so - da una parte all’altra della carotide, poi accalca suoni l'emozione chiamata terrore restituendo le onomatopee del corpo o della resistenza ai colpi. Vorrei conoscere a fondo i quattro cardini della sua rosa: tramontana, levante, ostro e ponente, tra i due seni, la corda vocale, vibrante nord, e il ventre infuocato deserto. Li avvicino con una banderuola che ruota, e ruotando indica che: ognuno di voi è salubre fino alle ossa, poi sbatte la porta e il dolore, già sulla soglia, fa fatica a mantere colonne di fogli di riso, come sumi-e rosso labiale (questa “e” oltre a congiungere pigmenti diventa pittura nel luogo in cui c’è: non il bacio ma il suo mito vergato da un ricordo). Nulla cambia per le fossette se gli angoli della bocca aprono il fusto dei fianchi; e tracolla il volto. Il viso è una bella platea quando le ciglia applaudono; e salubri dovrebbero essere i loro intermedi: gregale, scirocco, libeccio e maestrale, diciamo la mezza misura del naso, le gote scoscese, la fronte a picco, la gola più adatta in quel punto. Tornando all’amore, con l’aria che tira, è chiaro che un’isola percossa da folate sarà solo uno scoglio. Questa congettura diventa assassinio - each man kills the thing he loves - quando la violenza trasforma il desiderio in una maledetta psicosi. Sembra una diavoleria ma è un soltanto il vuoto in un uomo. O rosa, abbi cura di te da sola; e sola guardati dal vento di controvento, anche per questo ti amo, come amo il prato ma non lo pianterei in salotto o, desiderando dormire tra verbena e rosa, non n’eradico per adagiarle nel mio letto. Men che meno soffierei il seme su posto.
Id: 44344 Data: 23/09/2017 18:16:44
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Della prima lettera al potente Impero
Dal mio punto di vista, o potente, siete immane. E il punto dal quale esamino il drappo starsandstripes, con l’intero firmamento in stato di guerra, è meno dell’eco che l’occhio recupera dal vostro raggio. Tanto più grande la forza quanto estesa tra due oceani la polveriera che chiamate terra. Ecco il punto: niente vi ferma, né la natura violenta, né la violenta mano che l’ha preceduta. Come la vite aggressiva e tentacolare, eppure piena di nettare di dee, la fondina dell’uva ballonzola al fianco degli ulivi e sulla spalla dei ponti pesa quanto resta di totem e bisonti. Oh, a noi bastarono cesari e crocchie sempiterne: ne abbiamo aspersi fanghi col sangue puro! Ma voi non vi fermate mai. Da seicento anni marciate in avanti e in alto, con il sistema del santo metallo e il cuore di silicio. Che meraviglia!, il muscolo del doppio continente ha superato il plaid che l’ossido di carbonio ha ridotto a cencio appeso ad un filo sulla terrazza del cosmo. Il vostro dominio si infila verticale tra lune che auspicano un nuovo nord, e bussole che ormai segnano solo il tempo perso, santabarbara planetaria dall’orbita intrasigente. Fatelo fuori, o potente Impero, asciugate la sfera se il rosso vi scuote: comunque una vena resta e comprende l’arcobaleno che le corre dentro.
Id: 44317 Data: 21/09/2017 22:56:56
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Della prima lettera alle donne in genere
Desidero dire alla donne che amo l’acqua che le disseta, immagino sappiate perché. Come invaso, da una a riva a tutte; come l’ultima goccia, al limite del mento volitivo, solitaria eppure avvertita persa, rincorsa. Penso ve ne siate accorte, benché non pare mostriate attenzione a questo satellite rozzo incatenato nello spazio delle vostre orbite. Al vostro cospetto mi sento come inatteso, sconosciuto, infine stazionato, anche superfluo. Oltretutto certo di non attrarvi abbastanza. Francamente, non mi metto in vetrina perché mi sfugge il senso da voi cercato nello specchio occasionale quando anch’io mi guardo e mi trovo tale, purtroppo privo di riflessi pronti. Così vetri e manichini hanno più fortuna di prendervi in giro, ma io nel chiuso non vi terrei all’oscuro: se potessi aprire una finestra nell’anima vedreste il ramo singolare farsi fronda per il nutrimento che il vostro sguardo aggiunge. Ma il desiderio può diventare uno zoccolo duro e in qualche caso calpestare la parola amore. Aggiungo che qualora vi abbia dato fastidio il mio sguardo insistente - vi assicuro che mai ho creduto facile suscitare il vostro interesse -, vorrei che le scuse affidate a questi pochi led, che ancora mi servono, sollecitassero il vostro perdono, giustificato perché l’occhio, le labbra o le dita corsare vi raggiungono senza ceri e la richiestra di una vostra grazia fu fatta a priori con questa preghiera: “Salve, Regine, quando mancate sono in genere più vuoto.”
Id: 44265 Data: 18/09/2017 12:50:51
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A memoria
(to R.C.) Oggi ho aperto gli occhi come un sepolcro. Un parallelo opportuno perché nello specchio ho visto una pietra corrugata muoversi verso destra, dal lato dell’occhio sottomesso. Intendo che, se un cattivo risveglio c’è stato, è avvenuto cercando di rimuovere la pietra dello scomparso. Subito mi è sembrato superfluo l’appello ai viventi: chi è dentro, da dentro chiama e rispondo a memoria. Ma la sola parvenza non giurerebbe sul vero rinvenimento della grazia e della contumelia data l’assenza della fonte che mi rincresce. I fuoriusciti non mancano di denti, ma della lingua che parla all’esterno. All’esterno, in quel preciso momento, è nato un gioco dialettico sostituendo una lettera: nei vivi, la carne è presa dai verbi; nei morti, la carne è presa dai vermi. Appare quasi in tempo chi per me recita la parte dell’ora ed entra nell’orologio con un passato lancinante: e qui ti volevo, qualsiasi amico tu fossi. Soprattutto, non ci sei come convenuto a voce. Mi hai lasciato al di qua del tuo primo orizzonte. Mi hai dato il compito di muovere la pietra dal tuo nome, poi riporla sul tumulo che aspetta: un simulacro da pensare nel limite dell’azzurro e della sarabanda nel sangue, resi netti per quanto adesso parlo solo di eri.
Id: 44227 Data: 15/09/2017 16:31:42
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All’oca mento
E giù pretese come un falco: saremmo arrivati prima librati al di sopra dei precetti e atterrati per giunta! Che sguazza nell’uomo oltre il pensiero di bruciare più in fretta di case e poderi, ma dopo ogni antenato? Spirito dell’uragano! O spirito dell’acqua, a morirne: a morirne, intendo, senza la perifrasi della sofferenza anzitempo. Un pino si schianta e due automobilisti inventano ricordi che già c’erano: vivi ancora. E anch’io falco, così: come tentando, vorrei dire, nel mio corpo sempre meno originale Un corpo perde originalità come qualsiasi mezzo di passaggio - tanto più i suoi atti comunque non mancano. Sentivo, da Eracle, a fatica spintosi a una certa vetta, per via di racconti censiti quanto dati miracolosi, che la roccia è nuda, come se una neve di calcare, del primo momento di fuoco procurato, la ricoprisse senza la perifrasi della panglotta. Sicché la fiamma multilingue aveva provveduto ad incenerire il verde tailleur con cui monti, alture basse, valli profonde, pianure infossate, depliants con belle passeggiate degli occhi erano volati ai santi, quelli terrestri. Atmosfere di guadi improbabili, in questo secolo dai secoli a venire: magre e/o secche. Ma il mezzo uomo che parla è di pietra già adesso e su questa pietra leggo un pronostico. Non guardo la bocca che per le parole è la riga mossa ma il segno tipico del corpo che rifiuta l’ombra che la tocca. Odo il dolore sferragliare più delle sue cause. Perifrasi della vecchiaia, certo, ma cauta proprio per l’attraversamento del doppio senso di marcia.
Id: 44189 Data: 13/09/2017 14:16:05
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Song of the porter’s son (white blues)
Datemi qualche passo in più (hum) datemi qualche passo in più: non chiedo altro perché non posso (hum) datemi almeno un passo! Non voglio che sia come una corsa (hum) non ne avrei tutta la forza quindi datemi quel passo in più! - Ragazzo, usa i tacchi anche tu. - Ho detto che vado fino a lassù (hum) devo salire salire sempre più su. Quanto è bello il signore del settimo piano le scarpe di vernice e le monete in mano. - Ragazzo, non hai che pezze sul culo (hum) E’ la vita che ti scalcia da mulo - Datemi adesso qualche passo in più (hum) Datemi almeno un passo in più. Finchè il signore del settimo piano ha quelle scarpe, mi negherà una mano. (hum) Quindi voglio andare più su Datemi almeno una moneta in più.
Id: 44183 Data: 13/09/2017 10:11:18
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Una vicenda continua mai compresa
Dafne, prima di alloro, con un cappello a cloche e un fiocco verde, già fuggiva alla mistica aggressione del tempo: “Apollo è un furfante carrozzato, un dio ingiustificabile, tende al sole, getta ombre sull’Olimpo, come quelli della stessa risma. Marmo d’ufficio e carta bollata, con testi assorti. Io li condanno, avverso le deità perchè vengono nei templi a tentoni, a braccia con serti, a scrocco, e non c’è modo di apparirgli senza ferite. Sono come noi, solo come noi siamo noi; non di versi gli abietti – di poeti ne ho conosciuti solo in pectore. Niente può essere soprannaturale se di umano concepimento, anche nella cerchia del sintomo e della conseguenza, del giglio e della folgore, del visto e, ancor più, del sentito: dal carbonio alla parola, credo. Di calibro uguale i miei conterranei: coinvolti da una certa atmosfera vengono presi dall’ansia di possesso, cedono al potere di acquisto come all’acquisto di potere. Si spendono a vuoto. Che c’è di sovrumano, quindi? Lo sforzo vero è del neutrino, dico io, che ha le sue ragioni - talché il semplice elemento, uno all’anno, interagisce con il corpo senza farsi vedere, ma qualcosa ci trapassa, e lo vorremmo, con gentilezza, nei limiti della pelle; in tal modo labbra mani conforti provano a toccarci ma non c’è contatto, nonostante la violenza lasci un segno, afferma la scienza, esatto se possibile. Ho rivisto Apollo: un tiro dei calabroni.”
Id: 44159 Data: 11/09/2017 13:02:46
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Nato per casa
Tutto quanto un tempo non c’era, ora c’è. E’ quasi vero il contrario, oppure molto è cambiato inavvertitamente. Io, certo. Quanto è certa la casa in cui sono nato, quasi vera come allora. Cos’è mai allora? Tanti gatti non ci sono più, le persone invece si legano con una domanda: dove sei? Lo sai dove sono, lo sai come. Puoi partire da loro e insieme ritrovarli all’arrivo. Un po’ contraffatti dagli eventi, ma perseveranti, più che altro si occupano di sicuro.
Id: 44100 Data: 07/09/2017 12:20:24
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La restituzione del mar tolto
It had all been working so well and now, Well, it just kind of came apart in the hand As a change is voiced, sharp As a fishhook in the throat, and decorative tears flowed Past us into a basin called infinity. J. Ashbery “Vetiver” Essere d’acqua è innanzitutto fuorviare la luce. Che lascia la sua fabbrica per te, che non ti trova nel luogo cui sei tolto. Questa quota è raggiunta dall’anima se, oppure quando, lo scafandro dell’avverbio ancòra diventa àncora lì. In pratica, il raggio nel suo verso diretto, trapassa le spume e si rafforza spezzandosi privo di vescica natatoria. Fino al punto in cui i sottomarini diventano pesci lanterna e aberrazioni dal corpo fluorescente. Come i pensieri più intimi che non hanno spine, ma atti remoti. Vengono spinti dall’acqua come dice eureka!, verso alto, talmente alto, che la limpida urna li contiene nel salotto universale. Attraversano strati a più riprese, parole lì messe per aria e altre incomprensibili onde che furono tue e continuamente vibrano stelle. Oh poeta, mare frugale del basso porto, ho una goccia di conoscenza cui non so più dare bacino! Non avverti lo sciabordio di una chiglia rompere il silenzio del tuo abisso? Ti è servito avere tutti quei moli per i pochi saluti che attraccano? Sì, una bitta resta libera per nuove cime.
Id: 44068 Data: 05/09/2017 10:08:55
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Della prima lettera a Lui
Egregio Signore, dato l’ovunque da Voi frequentato tra goccia e mare, nella goccia e nel mare, dal fondo salubre al fondo fiammeggiante, nel fondo terrestre e nel fondo stellato, accertiamo l’inspiegabile irreperibilità che già Vi distingueva, nonostante testimoni di sicura fede affermino la presenza di almeno una Vostra orma sulla pur assolata e/o miserevole spiaggia umana. Il nostro Ufficio Certificazione per le Entità Sovrannaturali, del quale qui si risparmia l’acronimo, impiegato in altre faccende di palese contraffazione del vero per comprenderne il vitale mistero - leggasi semplicemente: credenze tra si dice e si pensa -, è coinvolto nell’inchiesta su alcune voci che Vi attribuiscono la stessa latitanza, oltremodo comune tra i colpevoli, ma ci pare ancor più caratteristica, fuorviante di chi, giunto al potere per autoproclamazione (si cita la premessa inequivocabile: “Io sono il Signore [...]” eccetera, con tutto il ben messo seguente) fatta in luogo isolato e, pare, ad unico orecchio, incisa su pietra con arte prettamente umana, in cui è possibile ravvedere non già la dichiarata divinità, quanto un mero artificio dell’attributo nascosto. Con rammarico annotiamo che, pur avendo bussato a numerose porte finemente a volte incise, regalmente terrene, e ai battenti aperte, tali indirizzi risultavano comunque deserti. Rimettiamo questa comunicazione agli atti del vento, nostro e Vostro efficiente messaggero che, si spera, consegni con obbligo di ricevuta l’invito a comparire almeno a tempo debito.
Id: 44032 Data: 02/09/2017 17:32:50
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Perché non ti ho amata prima
Certo, ho amato tanto, ma non sapevo chi. Certo, ho amato tanto, ma non sapevo chi. Chi era ovunque e trovarla si rivelò piuttosto semplice. Tu non c’eri mai, sicché eri quando non chi. Chi si presentò con cento corpi e mille erano le storie che portava. Oh, per carità!, tutte amate a loro misura per ciò che attendevano ma non io, per quanto facessi, collimavo alla loro. Chi fece la vita aveva ricamato i miei giorni con un cotone che non le cuciva a me. Chi, ricordo, fu a volte vittima e altre carnefice: vidi i nostri sangui mai confusi, alterni, sì, o contemporanei, ma sempre distinti. Ma chi oggi lo so fu indispensabile a portarmi a te, altrimenti non saresti amore, angelo e rosa. Chi mi sembrò questo, ma non solo questo sei tu.
Id: 43986 Data: 30/08/2017 12:13:40
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Nondimeno
Si fa presto a chiedere ancora uno spicchio, ma la vita non si taglia a fette: è intera o non è. Si fa presto a dire sera. O me ne torno a casa. Dov’è più quell’accidente, la porta socchiusa? Ora è una entrata di scene, attori, comunque. La casa ha quattro musi: se si apre la bocca, una finestra sbatte. Quanto tormenta? Tutto il suono ch’è meglio udire prevede il silenzio, e il silenzio mantiene: casa, porta, finestra, salute a noi, e a voi che non vi assistete da fuori. In questa casa non entrano parole, nondimeno i gatti si curano il pelo.
Id: 43954 Data: 28/08/2017 10:56:08
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Comunque si faccia, si farà
Come un seme sfrontato che ha per posta il cielo e prova spedito la consegna del suo fascio di nervi tesi, Gil va dove ha cuspide la parabola del sentiero. In pieno coglie la notte dai petali gialli. quando il polline dell’alba lo sazia quando i fanali per questo si chiudono. Liscio come uno zimbello, se ne infischia di chi viene o si ferma: il suo richiamo è come i motori a scoppio con le marmitte aperte. Ha un vocabolario stridulo, acuto quanto basta agli esami per un titolo lungo che con la luna non serve ma nei sogni, oh sì!, è indispensabile vegliare. Sembra una torre campanaria, io la sua pieve. Per intenderci: le nostre porte si aprono su silenzi diversi. E’ certo che il suo mattutino introduce meglio il mio vespro. Così mi dona un altro tempo.
Id: 43930 Data: 25/08/2017 18:56:48
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Dont take my word for it
Questa sete è degli antichi viventi, i più giovani sono portatori di venti. Forse trenta borracce; oggi le trovi vuote, ma domani alla fonte del loro tempo comincerà il travaso. Dunque, era questo all’avvio: un gioco di aurore plateali sul litorale, o di gialli tascabili nel pomeriggio che ora poco sfoglio, mancando il vizio delle notizie, alla radio, alla compagnia tipica dei pesci. Ieri, il paralume finto cinese si è acceso all’improvviso: per poco meno, una strana forma come una grazia viene dal più alto stelo possibile: la botte dei venti primitivi. Una spremitura di aria fritta, credo maggiore dell’intenso bombardamento tardivo: sembra una follia, ma è possibile che a scriverlo sia un universo piccolo piccolo.
Id: 43908 Data: 23/08/2017 21:47:50
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Così rispondo
A JeaNando, a Gion: grazie alle vostre voci. Mi chiede della poesia cose che non so così rispondo che Ettore giaceva come un grano di silice cristallina nel senso della sabbia. Libero di salire ai numi ma non di alzarsi su di loro. Ilio - se di Ilio si trattava, piuttosto che Caraibi o York o Pietroburgo, e qualsiasi posto in cui nascono e muoiono questi suoni più vicini alle ferite che alle garze - le mani sfatte dagli scritti, appare a ragione. Negli esametri epici, il guerriero è stuprato dalla ferocia dell’aedo che lo attraversa col canovaccio della voce. La poesia è quell’uomo riverso sulla spiaggia come un grano di silice cristallina: guarda, respira ancora.
Id: 43826 Data: 17/08/2017 00:44:44
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Ho fatto appena in tempo
E’ facile dire vivo, ma non basta una trama da soli. Se indossi il minuto, reggi il filo per tutto il tempo, piccolo orologio, subacqueo come le intenzioni, opera viva queste ultime, ma da ore sommerse. Il fine è prendere possesso degli occhi: a loro comando le mani si toccano, e dici qui batte qualcosa con l’orecchio che poggia sul paiolo. Prendi il remo da uomo, in pugna uomo! Tanto è fuori di sé lo scalmo, che il rematore investiga la fiancata. C’è il grasso, c’è la bracciata pluriennale, c’è il respiro guarito e il naso a fiocina. Nella fase di leva, il giorno è un secco esercizio di progressione nei pori del maestrale, la resistenza dell’acqua è organizzata in drappelli di onde, ciniche a prua, infagottate in schiume oleose a poppa, ma un legno che le abbia aperte c’è stato. Vorrei essere così turchese. O una goletta. Ogni asse, tanto ordinata, perfetta nello specchio sul quale galleggia per la voglia di respirare: rossa la chiglia, bianca la pancia, celeste la murata prima del cielo. Tutto il fasciame del rigo che trattiene sale, la parola orizzonte come baia, seno; capezzolo lo scoglio sotto un panno verde d’alghe che a stento lancia gli spruzzi formicolanti in aria. Ho atteso abbastanza e prendo dalla barba a gambe levate.
Id: 43809 Data: 14/08/2017 14:36:27
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Da goccia a scroscio
L’afa, che scioglie la timidezza come grasso dai puri, sollecita la formula: “Quanto dura?” E’ la battuta che evoca la fine del discorso, perciò è moto comune socializzare non all’ingresso ma negli ascensori. Salendo, c’è più tempo di notare le sillabe toniche su piani diversi, come aloni delle parole. Tuttavia la goccia si forma nella ruga: il viso appartiene al culto del colpo, anzi, la pelle è il vivo sacrario delle ossa e amenità di afrori. Manca quell’anima che le fa da costume. O, tutt’al più, illude. Nella calura, l’ostia del sole non è la sola che dà comunione. Nemmeno il succo dell’ombra viene dal frutto dei muri. Penso ad una insenatura. Penso all’acqua del fico ai piedi di un hotel, poi abbattuto. E l'uno e l'altra lasciano tubi. Penso al tuo vento come sorgente. Perchè ti parlo con tanto sconforto? La città è un forno malandato. Le strutture di cemento dilatandosi parlano chiaro: l’afa crea nei giunti qualche turista a caso. Gechi sfuggenti, o pelli mutanti. Le fontanelle fanno fatica a giustificarsi: dove manca, l’acqua comunque non ci bada. In questo contesto, le strade vivono dell’onomastica che diamo frequentandole a seguito di, a parte i cartelli di soste vietate, passi insicuri che oscurano il cielo all’asfalto; così mi fermo con l’afa alla porta, le braccia scadute ad arti in disuso. Il mio pallore, visto a maggio, ad agosto è una goccia portentosa per similitudine.
Id: 43780 Data: 11/08/2017 10:33:23
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Ti ricorderò con me, in fondo
Benché la sfera affettiva contagi il braccio fino a farne circonferenza in vita, dell'unica che ancora posseggo e mi possiede, un corpo più è lontano più torna a notte fonda. Mi piace cercarti in quel vetro che termina nello sguardo, in un riconoscimento che manco perché non passo più lì sotto. Eri nello studio, nel tinello, o cos’altro era quella sorta di pelle? Appena trattenuta, ma quasi vi si appoggia, l’ala della casa che abiti adesso, sconosciuta perché non passo lì sotto. Non saprei dirti in quale punto di via Gonzaga tu ancora richiami all’ora. E quell’ora che viene a nome tuo, albina come ogni altra soffusa visione a notte fonda, consegna croissant caldi al quarto piano. O era il quinto, il secondo, il settimo cielo? Le strade hanno di buono l’immaginazione: le vedi a pezzi, adesive solo ai portoni, che non si aprono se non stacchi gli occhi dal quotidiano che scorri. Sono cronache veloci, composte dalle linotipie delle bocche e come gli articoli danno genere al fatto che ti racconto. So che ti esponi sempre a mezzogiorno, ma non con lo stesso azzurro (sotto cui passammo lievi); so che indossi il minuto con sofferenza, appena fuori dallo studio, dal tinello, da cos’altro è una sorta di pelle. So che doni le tue gambe all’aria. So che i maschi ne calcano il vento e tentennano nell’opera di rinvenimento. Non so in quale strada questo avviene, ma so che essa prende consapevolezza di non essere solo asfalto quando la frequenti. La mia creatività sceglie la vista che le va a genio, trova un riferimento al citofono che ha cancellato il tuo cognome privo di lettere, come tutti i corvi dei microfoni che gracchiano “chi è?” Ancora vago intorno per ricollocarti nell’afa in un poco d’ombra. Nell’afa, gli assenti incoraggiano il sudore per la fatica di vederli liquidi, immobili, e il mio fiato, timbro catarroso di un pensiero che va raffreddandosi, fonde idee, o le fonda. Non è un modello d’amore tutto questo, è una pietra e con essa ho fermato l’onda che saliva in bocca.
Id: 43746 Data: 08/08/2017 11:48:52
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Della prima lettera all’Artista citato *
Ineluttabilmente questa Terra non è d’acqua. Ma è possibile navigarla a lungo. Metto in chiaro subito che il vascello dev’essere fatto ad arte. Niente chiodi, ma cunei di legno sul fasciame. Caviglie è il nome, non meno del passo. Posso dirti che il poeta è un naufrago che canta a perdifiato, e lo perde davvero se fa per affondare, però l’Artista somiglia a Dio come nessun altro. Dio, in arte, si fa chiamare miracolo e alle tue mani questo passa. Torno alla prima affermazione: se l’acqua santa è di questa terra, diventa improrogabile l’ascolto quando viene in circolo. Ossia: il rigo che benedici, ti attraversa con la voce in ginocchio. Io ti viaggio quando posso come un molo come alleggio della verbena e delle acacie, del capitello e del barocco, del fuoco della montagna eretica, del gambero e della parola gorgo che mi attrae. Ali, si direbbero, mosse ad Arte, come citato dalla lingua a vela. (*) ad Arbadom
Id: 43694 Data: 01/08/2017 19:46:02
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Sto nello spazio da tempo irrisorio
Una dritta sulle orbite mancherebbe della gravità attuale e, più che la scienza, la curiosità impiega la ricerca nella vaga, ossignore!, imprecisa rotta dei rematori (dalle secche dell’Universo affiorano santabarbare inchiavardate e fonde, vele a cottimo, capitani in saldo, ancore canute e cuochi in scatole da notte: l’oscurità è la forza d’animo delle stelle, ma quello che non rende è l’alfabeto degli uomini). Uno di noi raccontava la straordinaria figura di Hawking. Ho pensato di lui: la mente è cura o condanna del male che spetala la carne migliore: il tessuto già scomposto in vita, per via delle rughe croniche, confabula lucido da un buco nero tornato alla luce. Quell’uomo è molto più grande di noi messi insieme, enorme nel nostro breve tragitto da some, benché stringa le spalle per forza maggiore. Ossignore: è grandioso!, lumine ben oltre il midollo. Poi proseguimmo la discussione con più anima dei santi laici nelle navate erbose e di altri fenomeni gaudiosi come un gol: avevo con me la “Guida galattica per aut…” Ma questo c’entra solo col panico che mi prende qui a bordo.
Id: 43681 Data: 31/07/2017 23:06:03
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Sciolti e per bene
Ricorderai come le dita armeggiassero sui nodi della tua pelle. Gasse d’amanti, certo: tu sai come avviene, no? Il corrente entra nel dormiente. In una mano tieni il primo e l’occhietto che fai, con l’altra stringi il mio braccio all’anca. La bocca è l’anello, la stanza mi sfugge. "Stringimi, stringimi!" Avrei voluto sentire, invece che: "Oh, Signore!" Per una sola perla ho dovuto sciogliere i legacci del grido dentro me. Più che altro come fosse il mugolio la fonte dell’urlo. Non fu visto, né percepito. Così come solo io sapevo che la luna ti faceva sua luna; e me: luna della luna della luna. Sembrano orbite dipendenti, ma è un fenomeno di atmosfere. Il rosario di satelliti nello spazio curvo della schiena (a tutt’oggi il migliore orizzonte degli eventi osservabile da un poggiatesta). Eppure attraevi quanto l’antica lingua delle stelle. Tutti quei nomi persi e, tra essi, chi c’era. O è il complesso formato dal caos precedente.
Id: 43563 Data: 21/07/2017 10:37:36
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Da lontano mi pareva ancora
Sono ai piedi di San Liberatore, quindi ignoro altre processioni. Questo è un giorno passato in un tempo imperfetto, dubito torni, perciò lo ricordo. Qualcuno è sul colle che anticipa la vetta già con le ossa, meno volatili di tutto l’incenso che lo colse, ma più restie a lasciare la roccia. La roccia col suo guano a vapori in una fiamma azzurrognola. Per capirci, questo è un monte che si innalza e profila il papiro del tramonto. Proseguendo nell’ovest, il cerchio si chiude in un raggio, unico filo di voce che ruota nel sangue. Il suo regno di curve nervose e di carta rosastra sostiene un saraceno tornato alla luce per una certa manipolazione della storia. Con ognuno dei miei genitori riposa, al modo di commessi dopo il lavoro. Ho più genitori che figli: non so se è una colpa, avendo ricevuto indicazioni in tal senso ma devo aver tralasciato qualche ordine. Il mare è una guantiera lì sotto, e sopra più tazze di spuma che congiunzioni. Ma io sono qui, quindi ignoro altrove. Lì, manca la giusta materia di seduzione. Manca, mi dite, il conguaglio dell’onda, il resto è lasciato all’occhio se il panorama paga la consumazione del luogo. Eppure - io so - ci sono molte lenti nei ricordi, tanto poco reali da farli apparire dagherrotipi, eppure altro è il congegno di posa. Sono qui, quindi ignoro immaginarmi altrove.
Id: 43525 Data: 17/07/2017 22:32:39
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Della terza lettera a chi, o meglio
Da qui in avanti giro come un’ombra tra rigo e rigo, da parola a parola, persino sulle sillabe mi allungo. Tu non lo vedi, nè io sottolineo dove l’ombra poco si impegna alla diffusione della forma. Constata come segno i miei confini. Vengo da un punto infinito ma non sono il solo. Vengo quindi da una lucina in carne ed ossa. Sono l’ombra che scurisce i toni; le palpebre, le palpebre delle vocali dovrebbero stringersi un poco e la voce acquistare ombra, che è poi l’eco quando rimbalza in chi ti ascolta, permettendo di apparire in un punto del discorso in cui la tua passione accoglie lo iota che nascondo o quel grafema inusuale non asservito a qualche comunicazione. Sì, è così, giacché mi entusiasma si propaghi questo gioco e, da amante che gioca all’amore, prediligo la strategia dell’ombra - la mia propria, la tua portata, forse tremolanti per questa ragione. Riesci, adesso, a scorgere come ammasso lemmi? Non dove capita, ma sotto la tua luce che getta ulteriori ombre più nette delle mie sfumature. Le accentuo mentre godono di te, anzi, mi aiuta che si raccolgano in un profilo: il tuo. Danno statura da punto a punto, benché mi riducano a cosa. Io che torno a cosa, mi stendo e tu che dici? Niente. Il silenzio, dove c’è l’origine di un deserto. Capisci? Questa è un’oasi, come la chiamiamo, è una distesa di voce, non farebbe per me scoprire la fisiognomica di tante dune. Così è il deserto che si mostra al tuo vento, oppure tu viaggi con la tua carovana di pensieri. Potresti avere capelli grigi, o un berretto da baseball, una kefiah o un basco, addirittura un elmetto: io ho consonanti sacre, della fede nel verbo. Tu incespichi nella selva di virgole: io davvero sono caduto a questo punto. Puoi cogliere la mia ombra in questo spazio, la sua pressione che non curva la pietra di un qualche muro secco, ruderi di intenzioni che pesano da sole. Mi stendo con il preciso scopo delle parole mimetiche: celare, non tanto il senso, quanto proiezioni intrattabili altrimenti. Anche tu cerchi una luce che ci sopravviva: se c’è, nessuna sofferenza. Comunque, non sarò io a darne, o addirittura accenderla, ma tu dopo avermi spento. Fallo subito: mi piace apparire a volte, a volte non dritto.
Id: 43514 Data: 16/07/2017 13:00:45
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Da una domanda, o altro
"Ma per oltrepassare la nostalgia non sarà forse necessario decifrare il codice della spiritualità? Come perdere per sempre la via del ritorno? Oppure: perdere per sempre la via del ritorno, si ma come?" Aledi. Se tu fossi un carro, un carro lanciato in una prateria di ore - in questo senso acuta -, una prateria mossa da più rilievi, rilievi mossi nello stesso senso che rende sano il distacco da ogni bivacco di fortuna, (ma anche nella sosta la ruota gira nel verso dell’inizio) perché avanti non c’è sentiero ma la tua anima è il sentiero e lo spirito il tiro a due, a quattro, a millemila coppie, ti parrebbe, come a me pare, che in qualsiasi anno della nostra avventura, anche in questo, siamo pioneri e non smettiamo di avanzare anche stando in un accampamento a riposare. Se tu fossi carro non potresti scegliere tra essere vivente o essere morente, né ti piacerebbe o meno il carico: farebbe fede l’elasticità della tua fibra. Quindi, se tu fossi il carro come io lo sono, potremmo dover abbandonare tutto il bagaglio prima del guado profondo; e di rive se ne incontrano a sbafo. E lì non c’è sentiero, pista o terreno da battere, solo il tiro che va oltre: quel tiro che devi curare; e curi meglio. Se tu davvero fossi un carro in cammino, puoi pensare di farcela da solo, ma mai sperarlo, o il traino finisce nel prossimo agguato. Ciò che so da me è che sono un carro, non il falegname, che mai vorrei essere, perchè tra questi e il figlio qualcuno, qualcosa, pone sempre l’attacco dei chiodi, ma il tiro, ben curato, ha proseguito chi sa per dove.
Id: 43484 Data: 13/07/2017 11:28:17
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Della seconda lettera a Gion e Ale
Il tempo mi dice ciò che sono. Cambio e sono lo stesso. Mi svuoto della mia vita e resta la mia vita. Mark Strand Questa è della distanza come ci pare. Per un quarto qui la chiamano luna anche i piloti, e i piloti, nel porto, incoraggiano gli arrivi. Più lontano si vedono i gabbiani, più sperato è l’approdo, e lo senti dal tono prendere il sopravvento: “è là, è là!” Chiunque trovi il là avrà il suo da fare per restare nel nostro inventario. Potete guardare l’orologio, credetemi, mettere sul centro l’indice verticale: a mezzogiorno puntando il nord, alle dodici vi verrà di vedermi alle sei con le due lancette a distesa, come campane intransigenti. Mi è difficile rappresentare il magnetismo vitale della vostra specie. Difficile, non improbabile. Un uomo che oltrepassa la nostalgia perde il gemito ma recupera il grido. Io mormoro per la sciatteria del costato, pagato il giusto prezzo alle risacche, quando mi adagio inatteso all’ombra di chissà.
Id: 43463 Data: 11/07/2017 17:50:17
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Circonlocuzione degli affetti serali
Da tanto lontano il cielo è davvero cielo, in realtà lo ricevo come una galleria tremenda. Non se ne esce. Nè si entra, semplicemente la fine coincide ad un punto qualsiasi in cui l’inizio è un gemito in partenza. E tu passi nel suo ventre, come malloppo da una bocca che non c’è, e lo percorri fidandoti di una guaina sottile, dei gas crudi, delle mire sornione di lucette flebili. Niente di più ci è dato essere che sangue in cerca di una ferita aperta. Il molo Manfredi regge un feretro del genio di Zaha Hadid, così il golfo recupera la conchiglia che lei immaginò come specchio del cosmo sulla ceramica del dorso. Tuttavia, è possibile cogliere perle da talune vaghezze puntute sotto l’effetto degli occhi. Esco a cercarne l’esempio, benché mi sia chiaro che i dettagli sono contraffatti dall’afa che veste di sete la sera. Da lontano il cielo è un amico, gli va riconosciuto. Un amico è un bene affidabile come le aiuole. Maurizio pedala quasi sbiancato dal buio, è civilmente coniugato al manubrio, il volto esprime saluti legando con un filo di voce la pedalata a gocce di sudore. Qualcuna va alla palma che lo sorpassa in altezza. Si inerpica su di un raggio in pieno lungomare, dove, per restare agli scogli, occorre deglutire molto equilibrio e starsene in bilico sotto i gabbiani a pensare al meno. Detto così, l’affetto serale è una carezza del luogo ed io, tipicamente accecato, rappresento un uomo posto a lato del proprio sudario o quel quasi candelabro sulla coperta di Zaha. Ma è solo la luce che cambia mandato.
Id: 43455 Data: 11/07/2017 10:51:17
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Interpunzioni, o dell’angelo del bacio
Due o tre magnolie vizze non si sono radicate dal lato dei soprammobili assiepati, tra i quali, congiunto, ti hanno posto lucido e sostenuto. Nel domino della sintassi, catena in righe, abbattuta da una rima - come nella scala quaranta la poesia è un gioco di figura in figura, seme per seme. Sei mancata, che non è morire ma dare credito ad un biglietto di viaggio; e io suppongo ancora tu sia fioriera, su ruote certo, però forestiera in questo percuotibile momento, amica mia. Per buona parte, gli steli ti somigliano, occhi fraudolenti che cadono dai petali come pagine stropicciate, spume di profumi; oppure, avendoti parlato già prima, ma chissà quando e dove, hai sopportato, posto che venga vivo di nuovo in te, da anima scalata, lo spirito dell’udito, lingua e cava orale, quell’ultimo dialogo in cui ostinatamente si ripeteva Ritsos “e là nel suo cortile costruisce pressappoco un albero. / In questo “pressappoco” sta la poesia. La vedi?", così convincente quando colloca almeno un dubbio o un ritrovamento nel palinsesto dei merli. Questi uccelli, dicevi, possiedono un fischio puro, cavato da un verso altissimo meglio di una siringa, un flauto allegro e vario, condizionato a ripetersi fino alla noia. E qui, e lì, rifacevi la rima con un gesto plateale, privo di penna ma dello stesso colore dell’aria percossa, quindi fluido e deciso per infondere sostegno in un italiano quasi perfetto benché francofona. Quale parola serri, adesso, seccata con il segno delle labbra che ti accigliano?
Id: 43415 Data: 06/07/2017 21:48:18
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Ricognizione di Flavio Gioia
Amo venire qui sulla scorta del raggio, giacché nella penombra non si vedono i delfini come tengono alla piazza il bordo della vasca. Stanno incuranti che l’artista ne abbia fatto un’esca. Mi chiedo se la creatività debba entrare nel marmo e modificarlo, oppure uscire dall’opera e cambiare la pietra in messaggio. O se è vero che cambiando i fattori mentali la somma comunque, e sempre, sia un viaggio massacrante. Forse il giusto è combinato nell’intimo segnato. Il segreto non è indicato dalla bussola degli occhi; piuttosto si manifesta in quella parte della piazza che incanala la città ottusa, con più seni che balie. Questo descrive la geometria dei soliti a più piani: i piccoli balconi sono la retta delle finestre con le gonne di ferro a coste. Le regge un catafalco architettonico con il senso del sole. Eppure, se si sporge un panno, si riceve una multa. Come se l’amore entrando nella carne non modificasse l’ospite, rendendolo terribilmente fragile fino a ritrarsi. I delfini mi seguono in un mare di pietra.
Id: 43290 Data: 23/06/2017 18:04:27
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Per chiunque sia fatto
Più avanti c’è il garage Garibaldi e posto per l’auto. Lì, Enzo e Rino, sono più fratelli degli scogli di Vietri. Lì parcheggiavo annottando i pensieri e le carte. Soprattutto in questo modo si partiva al verde. Già!, ma dov’è la vespa che passa da semaforo a semaforo - come natura vuole - e frenate fuoribonde al rosso - di frizione in frizione. Come tornare al punto in cui l’anagrafe cieca recupera almeno un barlume dal tramonto? Ecco, ci sono! Il passeggio sul lungomare è frainteso se il sorriso diventa sonoro. Sul molo che chiamavamo Pennello, coppie strategiche tormentavano il mare percorrendolo intimamente. A volte si fermavano ventre su ventre, come toast farciti di movimenti in tutti i sensi. Le lingue scosse, sussurri come veli quando il buio serve a poco, la ringhiera che faceva da letto, non abbastanza distesi e piuttosto rozzi. Chi stava sugli scogli non notava i cormorani. L’uomo si muove a proprio agio prima della barriera. In qualche caso il futuro non fa nascere dubbi su ciò che mostra: ogni ostacolo verrà superato con una buona pagella. Nel passato non conviene stare: non cambia mai niente. Nè puoi rientrare nella porta che si chiuse alle tue spalle. Lo si vede da come ha lasciato la chiave nella toppa. Nonostante la processione di onde sbuffa e trame bianche irretiscano l’orizzonte, due cormorani tra i pinguini luminosi sulla scogliera confondono quest’angolo kitch in un nido di becchi gioiosi. La realtà prepara l’incubo, non il sogno.
Id: 43224 Data: 18/06/2017 23:29:07
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Il giorno che mi tocca
Se molti luoghi alimentano fiammelle, e sono angoli invasi da un rosso torpore o sono trincee in cui calano truppe ignote, presto in via Torrione scoppierà un incendio. Di che parli, amico? Nessun lettore conosce strade per sentito dire. Siamo coinvolti quando l’astuzia delle emozioni segna la geografia del sangue giornaliero, mutando in questo modo i viadotti in languori. Più avanti c’è il garage: lì parcheggiavo di notte i pensieri e le carte. E c’è la corteccia dei platani che spira ora, nonostante la loro stanchezza si calcoli cerchio a cerchio, anulari a modo mio, privi di sbocco. Spira anche la brezza e giace sul braccio la mano. Poggio le dita ancora abili nel solletico, per sentire la linfa che si consegna; carezzo la scorza secca, dove posso la lascio cadere: scaglie contorte di cellule rose crepitano sotto le suole come accenti stranieri di truppe che sparano a mitraglia. La chiave della crescita è quel filo invisibile nel tronco, infantile quanto i coriandoli, e come il sogno che ci sgorga. Tuttavia, l’ombra insignita dell’ordine delle forbici, adatta la mia ombra al puzzle dell’asfalto pieno di chiazze d’olio: naturalmente è stanca del visibilio di metri percorsi. I gesti ricevono la trasfusione di aria in assetto da uomo. Qui inseguo un tempo remoto. Le piante di ogni specie, prevengono in futuro mettendosi nude, eppure i precedenti di un ramo sono le epistasi del fusto secondo stagione: come fra me e te, Gil, c’è il garage dei sogni, l’inventario delle fioriture nel cuore della cellulosa, mentre il tronco cede ai suoi ultimi sbocci. C’è la spinta dello scirocco sulle scocche ocra. Tutto avanza nell’universo, pure tornando indietro, e l’ocra, o la lucidità che decade al contrario della luce, ammattisce sulle mascelle nate per denti. la bocca su di un altro collo ad hoc. (Words In Progress - 1) Se molti luoghi alimentano fiammelle e sono angoli invasi da un rosso torpore - o sono trincee in cui calano ombre ignote - presto in via Torrione scoppierà un incendio. Di che parli, amico? Nessun lettore conosce strade per sentito dire. Ci lasciamo coinvolgere quando l’astuzia delle emozioni segna la geografia del sangue giornaliero, mutando in questo modo i viadotti in languori. E c’è la corteccia dei platani che spira ora, nonostante la loro stanchezza si calcoli cerchio a cerchio, anulari a modo loro, come i miei privi di sbocco. Spira anche la brezza e giace sul braccio la giacca che lei non vuole. Poggio le dita ancora abili nel solletico, per sentire la linfa che si consegna al cuore; carezzo la scorza secca, dove posso la lascio cadere: scaglie contorte di cellule rose crepitano sotto le suole come accenti stranieri sulla passeggiata in via Torrione. La chiave della crescita è quel filo invisibile nel tronco, infantile quanto i coriandoli, e adulta fino alla morte. Tuttavia, l’ombra insignita dell’ordine delle forbici, adatta la mia ombra al puzzle di chiome pieno di chiazze d’olio: naturalmente è stanca del visibilio di metri percorsi. I gesti ricevono la trasfusione di aria in assetto da uomo. Qui inseguo un tempo remoto. Le piante di ogni specie prevedono il futuro mettendosi nude, eppure i precedenti di un ramo sono le epistasi del fusto secondo stagione: come fra me e te, Gil, c’è il bene dei sogni, l’inventario delle fioriture nel cuore della cellula rosa mentre il tronco cede ai suoi ultimi sbocci. C’è la spinta dello scirocco che scema e va passeggera sulle scocche ocra. E l’ocra, o la lucidità che decade al contrario della luce, ammattisce sulle mascelle nate per denti. Tutto avanza nell’universo, pure tornando indietro: la bocca si spera su di un altro collo ad hoc. (Words In Progress - 2) I Molti luoghi alimentano fiammelle, e sono angoli invasi da un rosso torpore o sono domande cui rispondo alla lettera. Via Torrione procura sempre un incendio. Di che parli, amico? Nessun lettore conosce strade per sentito dire. Ci lasciamo coinvolgere quando l’astuzia delle emozioni aggira il sangue giornaliero, mutando in questo modo i viadotti in voci, come un gps. Le radici dei platani sollevano il marciapiede. Un tizio afferma che la corteccia si rinnova ora, nonostante la stanchezza si calcoli cerchio a cerchio, anulari a modo loro, privi di sbocco. Spira anche la brezza e giace sul braccio la giacca che non vuole sudare. II Infilo dita appena abili nelle tasche del legno per sentire la linfa eretta fino ai suoi polmoni, o più di un ciclo che ruota; carezzo la scorza secca: dove posso la lascio cadere; scaglie contorte di cellule rose crepitano sotto le suole come accenti stranieri sui coni del Nettuno. La chiave della crescita è la lingua invisibile nel tronco, infantile quanto i coriandoli, e adulta ritorna alla terra. Tuttavia, l’ombra insignita dell’ordine delle forbici, adatta la mia ombra al puzzle di chiome pieno di chiazze d’olio: naturalmente è sfinita da un visibilio di incastri artificiosi. III I gesti ricevono la trasfusione di aria in assetto da uomo. Questo è quanto serve alla vita per immergersi nel corpo. Qui inseguo un tempo remoto. Le piante di ogni specie, prevedono il futuro mettendosi nude, eppure i precedenti di un ramo sono le epistasi del fusto secondo stagione: come fra me e te, Gil, c’è il bene coetaneo che doni, se pure tra padre e figlio colgo l’inventario delle fioriture nel cordoglio della separazione. Nel cuore della corteccia, l’albero conta sempre meno sugli ultimi sbocci. Tanto sale lo scirocco sulle tabelle, che scema il nome della strada, quindi, Lettore, puoi ritenerla ovunque; e tu, Amico, obiettare al vento che la lucidità seduta in grembo decade al contrario della luce quando ammattisce sulle mascelle nate per denti. Tutto avanza nell’universo, pure tornando indietro: così la bocca spera su di un altro collo ad hoc.
Id: 43201 Data: 17/06/2017 14:31:15
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Trama del viaggio a bordo
Incerte come appena composto il bagaglio le dita inattuali discutono aggrovigliandosi nella fragilità del biglietto. Spiegazzato, tipo certi discorsi colti sul litorale per gli assembramenti di plastica che spiaggiano al netto dei bagnati e intasano i ricoveri dei granchi. Basterebbe che l’acqua rimanesse nella polla e andare lì a berne con le mani, magari deterse col limone. Ebbene: vorrei essere un viaggio sereno per dove nulla coinvolge il peggio. Il piccolo foglio d’imbarco perde la postura di vela e accentua il dislocamento del traghetto per Positano. Qui davanti si assiepano gelsomini su pagliarelle. Non sarà sufficiente per i fiori questa resistenza. Così domani dove non mi fermo, non mancherò. Domani, lavorando sul fumo di oggi, mancherò. Posso mancare a questi giovani sulle tavole da vento? No. Ho preparato loro un secolo di merda e francamente aver seguito in diretta l’orma sul satellite e l’approccio affollato di metalli su Marte non li ha avvicinati a me. Né i pezzi di universo dal cuore di pietra, né il cuore del loro universo fatto a pezzi. Il futuro è potermi vedere non come adesso.
Id: 43122 Data: 09/06/2017 12:28:40
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Constatazione del grido
Non c’é tra le lepri l’idea di sentirsi convenienza. Immagino sappiano degli artigli; in qualche modo l’erba e la gibbosità dello spiazzo vive in loro come un grido di all’erta, così pure la sonorità del circondario tanto simile al fruscio di un precipitato celeste ovvero implacabile. Cosa le convince a misurare ali con corsa, udito con vista che se fosse un’ombra soltanto sarebbero solitudine quieta? Sono nato dopo cinquant’anni che questo avveniva di continuo: ne porto segni lungo le costole, le sordide caviglie, e poiché era una bella domenica di un gocciolare quasi trasparente, tanto che dissero dura poco, trattandosi di un velo umido in piena afa, sfinì prima la luna, quindi ovunque fossi si vedeva chi ne fa le veci diffusamente: l’alone, non il satellite. La lepre, mi chiedo, perché sostiene il rapace?
Id: 43085 Data: 06/06/2017 16:46:41
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Della circostanza ignoto
Questo treno colpisce l’occhio e sento un saluto sferragliare in bocca. Un saluto indistinto è passeggero. Parte: se ti tocca, diventa una bolla colorsale. Questo convoglio liquida tinta e grani. Viene dallo sguardo, va sulla guancia. Nonostante la distanza sia una misura falsa, sono qui e affermo che è attendibile dirsi lontani a distanza di bacio. Una misura falsa, quando non è vago. Ma niente corregge la curvatura del sangue nel suo tour esistenziale. Un pensiero può superare il non visto tra te e me e quel che lasci alle spalle: se non si fa il vuoto, il vagone ciabatta nel ventre, ma se è vero che c’è, il vuoto si sostiene a stento: nessuna partenza trova l’appoggio adatto. Vedo bene il volto con le gallerie che verranno. Una domanda ti porrei: che dirai dello stesso ventricolo che pulsa nel buio?
Id: 43068 Data: 05/06/2017 15:06:14
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Come dire sono qui per adesso
Spalla contro tramonto, volto alla sera, tutto il corpo meridiano e tallone di Achille, preso dalla feccia del tempo. Una lancetta, nota come angustia da pendola, ripete mai tornare indietro e tutto sommato nemmeno al gambero questo è possibile. L’altra lancetta, con più decadenza, lenta di ora in ora, aumenta fino a sette volte la densità del buio. Forse di più. In realtà, la manopola della luce agisce per rotazione del luogo, mentre il cuore genera un cono di nomi tanto vari al gusto da riconoscerli sciolti. Forse la schiena non ha papille adatte. Davvero credo non sopporti come dovrebbe saltare l’asticella del giorno, perciò si poggia alla barriera del sole. Mi riposa. Arrossando, amo osservare i vecchi che avanzano in una luce matura, priva di fulgori, ma intatta mentre attraversa le rughe. Un uomo che rallenta in prossimità dell’ultimo incrocio è prudente, è anche sveglio: io temo freni a lungo. In questo momento, l’occidente investiga sulla natura del ripiego: quanta forza deve avere il pensiero per abbattere la diatriba delle barriere? Del corallo consideri prima la vita o il gioiello? Tu mi segui? Attraverso anch’io questa fase nota alle spugne come spremitura. Tuttavia, la porosità della mente ancora permette d'inseguire la forma di un tempo. Soprattutto, la lingua fiammella e vive da genero.
Id: 42932 Data: 25/05/2017 14:33:09
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Odio
Unge i condotti, li sotterra, inchiavarda le linee del deserto. Guardando da duna a duna, ciò che si muove è luna. Stessa sabbia, forse la sua, identica luce. Solo il calpestio cambia le orme. E l’odio. Quando la voce è brusca, si solleva, divide noi in tante n e troppe o (la i moltiplica rifiuti). Lettere come profezie, che sono proiettili futuri. Ripetendosi, gli individui colpiscono a lungo. Il vetro si è rotto per la mira coincidente con il foro sul muro. In quel punto, il ragno del sangue intesse la sua tela feroce. Puoi capire dalla vocale quanto il corpo debba appiattirsi per restare nell’ombra. E se la voce supera i bastioni del tempo, la catapulta dei led funziona più della legenda che esplica il disegno del verme: una n per le gambe, due o per le mani, settanta i per gli imeni intatti, che farebbero millemila anime deliranti in attesa dei resti. Precedendo la geometria dell’incrocio, questa strada annuncia il timbro dello scontro, come dai due lati della trasfusione i sangui confluenti allertano anticorpi. Allora: alzati, Yûsuf, prendi con te il bambino, la donna e fuggi in una pagina immacolata, resta là finchè il libro completi l’ultima profezia: la scrittura è un alibi dell'inchiostro; Dio, se scrive, scrive in natura. Yûsuf così fece, ma con sè prese anche lo stilo con il quale vergava i suoi osanna al legno di cedro. Al legno rimandò i contenuti come pagine vuote, nel legno verificò la profezia che lo aveva toccato. Ora è nei testi sacri, senza poterli riunire. Così scrivo, oggi, perché vorrei dare il mio alibi come parole già scritte in natura: la vera frontiera è la pelle. La pelle che odia essere divisa. Il pregiudizio è il miglior frontaliere, la guardia alzata, il tomo della voce. Passa nell’aria dalla graticola dei denti: convoglia tre, ma non esattamente tre, furie tremende: colpo, rumore, bestia.
Id: 42909 Data: 23/05/2017 14:33:40
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Finito in mente
Tuttavia il contenitore dello spazio regge da un qualche secolo il decadimento (nel primo non si potè stampare a piombo e la stella si accendeva piano, prendeva dai gas purulenti fili e tramava la festa, ma coriandoli erano pietre enormi, intratta- bili, che si aggregano come montagne incolte quando piove lava e ci va di mezzo la vetta fino ai piedi). Ad una certa ora tutto ebbe inizio: si svegliò l’eternità e decise di esistere solo nella mutazione, o come energia o come viene a mente dalla sua epica futura, ossia inesistente adesso. Seduto ai comandi, l’essere inseguito, cuscinetto dei mondi, da puleggia, o di dura lega o carne di ghiaccio, aleggia in un vuoto incompreso, credo, assente. Chiedo, o informe, o tuttoforma, sembiante del mercurio, procuratore del lampo e delle candele, e termometro di autentiche febbri arcobaleno, celebre nel coro delle fiamme come scintilla e come acqua, se l’astronave che mi tiene in piedi navighi dal peggio al peggio, curvando il miraggio di miliardi di esopianeti, esonavicelle, esosi non finiti con sensi. O tu: asciuga gli occhi ai telescopi in tempo.
Id: 42855 Data: 18/05/2017 23:37:16
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Affacciati a dì rotto
Giacché è inspiegabile come il profilo tagli l’orizzonte - e non pare vero il confine legato all’altezza degli occhi -, mi sconforta sollevare il capo mentre il mento lo insegue nel golfo. Fino alle navi nel formicaio marino, operaie inaffondabili nel getto d’acqua che qualcuno gli ha messo sotto e sopra panni stesi a strapiombo come nuvole arrivano sul labbro dove un respiro non può respingerli ma li asciuga veloce e ti pare sconvolto il tempo. Non di meno l’alito è semema di cuore, cioè apre una rotta sonora all’amore, all’amata, all’amaro naviglio del sangue. Al portone bussa una formica umana, vista da qui sembra una scialuppa. Anche l’amore trattiene il naso nella metà terrestre, perché per l’essenza, dai tuoi innumerevoli pori, quel demone è chimica dell’assenza. Sento che il tempo odora d’alghe e di guano sugli scogli. (Il mio naso è un gargoyle attaccato alla fronte con calce e mantello di peli, un lusso rubizzo, ricco di influenza, cornucopia del fazzoletto). E sospetto che parta da lì qualsiasi avvenimento: certo, non fa volare gli aerei, ma lo sguardo è pilota dell’idea. Le narici per niente fremono: che dice l’assente? Il naso in controluce contraddice il bello apparente nel verso del gocciolatoio, che è meglio non ripetere. Come niente valuto la polvere e l’angelo, come niente i soli sono davvero a terra. Che c’entra questo con il mio dirimpettaio che riduce il cielo aperto ad ogni finestra? Crede alla polvere, o aspetta l’angelo, non di meno è terreno fertile. Ci osserviamo di sbieco, silouette domenicali col fiato in ringhiera e, a volte, il sabato sentiamo un: come va? Chi domanda è sempre l’ultimo a rispondere.
Id: 42786 Data: 13/05/2017 16:16:53
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Cenni di sfinimento
I frangivento - famiglia, scuola, amici, corpo di bacco, di venere, foglie larghe, sfrangiate, mazzola, riva, rivera, tabacco, sacramenti, penne, discodance - evitarono la brutta piega della spiga dorsale, il fiero per l’animale, come la vista degli armadi mantiene la stanza meglio disposta. Se fu possibile attraversare il vetro con uno sguardo, altrettanto non potè accadere all’odio che la camera mostrava per le grandi sostanze. Quanto più il cemento assimila il comportamento della roccia, tanto più i luoghi perdono la geometria dei manufatti. Nessuno di noi conserva l’insegnamento se non ripetendo l’errore: come lezione, dopo l’inutile pretesa del silenzio, come corda di salva- mento. Tuttavia, i ruderi, i più muti testimoni del fatto, raramente svelano l’accaduto che si immagina. Trovai Strand appoggiato ad un vecchio magazzino: “ If a man lets his poems go naked, he shall fear death. If a man fears death, he shall be saved by his poems.” E così via di peggio. L’ho avuto sotto gli occhi per anni e mai l’ho tradotto, in realtà. Una lingua ostica, la poesia, se deve saldare debiti. Pensavo a quelle case costiere colorate come pesci tropicali. Pensavo che sto nel parallelo necessario dove il corallo è proprio della barriera, non dell’onda nè del fondale, pensavo al viaggio di nozze in cui scomparve mio padre: non pensavo nel giorno della sua nascita. Amavo, ed amo, questa mappa terrena dei secoli perché farne parte era per me impensabile. Se fossi venuto prima, sarei mio padre; dopo, chissà se mio figlio. Amo, ed amavo, il punto di entrata in scena. Era ridere grazie ai frangivento. Era, il riso, la spiga dorsale. Come quando un contadino ti porge la mano con il saluto di ben arrivato e la roncola per il tronco da sfrondare.
Id: 42747 Data: 09/05/2017 22:32:27
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Sinestesia di colpo
Nel bowling, lo strike agguata i birilli. Il disegno di Ennio è in vista. Affronta il tiro seguendo linee che Aphrodite dalla pista di fianco gli suggerisce. La palla lucente, con gli occhi scuri come nei fumetti, segna misure d’aria fino alla bocca fonda: a squarciagola. Lascia le dita al punto di partenza e dopo un rumore di squarcio nel parquet, scivola rotola invaghita dei moai bianchi, abbatte la loro fissità inespressiva. Che suggeriscono, ora, distesi nella buca di recupero, con l’anima incerta presa dal sollevatore di ferro che li artiglia da rapace in stile meccano per adulti? Sulla pista di fianco la giovane donna si concentra. Non è una dea - che l’Olimpo perdoni i leggins strappati, le movenze da pendolo di raso -, ma le luci non accecano come chi preghiamo rimanga a bordo. La biglia è enorme e i tendini della mano fanno fatica non meno della spalla basculante al ritmo della musica di tamburi. Che scarica nel sangue il groove oltre un sangue più dinamico e dritto? Le molecole primitive del pavone, o la giostra dell’anello. Più il ritmo ci assorda, più le gambe simulano l’udito, mentre il peso - qualsiasi oggetto investito dal sole ha un’ombra più pesante di noi che non lascia mai la terra e pare impedisca di perdersi - libera le braccia come il celebre albatro di Charles. Oh, so bene che è bello se dura poco, dice il birillo, urtato dal peso che rovina l'insieme.
Id: 42647 Data: 30/04/2017 23:08:53
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Drift of School
Gil lanciò lo zainetto verso casa, colpendo me per la precisione, in attesa di occuparsi di onde come in seguito ha fatto con il windsurf. È così che un piccolo fotone parte dal cerchio del sole e, muovendosi di corsa, va da pupilla a corteccia, migra energia ai neuroni nelle loro stazioni. Mai uscito subito, Gil, come quei numeri attesi per la tombola. Saltava sui tasti della scala e intimamente sceglieva l’armonia dei gradini. Inventava compagni assenti, seminandone due o tre come gli suggeriva il tendine del genio. Un bambino è sempre attuale quando va in scena: la dinamica del vento mimata dalle ombre e chissà da quanti meccanici dell’aviazione. Davanti all’aula magna uno sciame di ominidi scuote Vicinanza, un bronzo caduto al fronte. Ha ancora la mano sul petto che acquista valore mentre la mitragliata di dita lo colpisce da eroe. Tante braccia alzate, la metà erano volti arrossati. Nessuno di loro si arrende e ridono a velo, zuccheri festosi per il glucosio nei denti esposto con gioia. La gioia batte più della lancetta che corre in cuore, tuttavia è abbastanza veloce in questo quadrante perchè l’altra possa segnare il tempo alla ragione; vicino e distante da te è sereno o turbine ora.
Id: 42629 Data: 29/04/2017 19:50:26
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Robert Maynard Pirsig
Mi ha colto di sorpresa la notizia che adesso fai per volare; e che devo considerarlo già fatto, il più vertiginoso decollo delle spoglie mortali. Chissà se guardandoti da terra, io posso vedere di che argilla sei fatto, come le tue ali sorte da minerale, atomo per aria, vaso per vaso. Non mi è più possibile considerarti faro: ora sei stella e non vaghi, togli facce al mio diamante con la tua cesoia di due raggi.
Id: 42568 Data: 25/04/2017 22:22:10
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Dove ormeggia il suono
Il libeccio spiaggia le cartilagini del verbo. Parlo al vento e quello ha tra le mani i ricci, li apre o, forse, soddisfa i resti, tira su col naso il golfo e una nassa ariosa cala nei polmoni. In mente il verso nuota come una seppia (a strappi, ubriaco, eppure sinuoso: questo perchè anche la seppia è di parola). Può bastare? No! Sarà che ho visto un saltafango camminare in un documentario. La lingua pare lasci orme che scompaiono: non sempre, qualche profondo segno resta. Il pesce con fatica indossa l’aria, ma porta in mano l’onda che non spetta alla sabbia. Che idea, la sabbia! Sembra avere una densità coerente alle maglie aderenti al busto del mare. Quanto ci ha preso la rete? Suvvia! Scrolli alla fontana i granelli incollati alle caviglie poi le spazza l’africo con la sua saggina, non io. Io tolgo via la costa con un gesto spazientito! E le coste cadono sul riso dei frangenti: lame, proprio per ciò vanno a fondo. Fino a questa non poesia, quasi al tramonto: l’ovest, non tu, o certe volte tu, io e l’ovest, con il rumore del vento, dimentichiamo sulla tastiera la notte. Su su su. Tira col naso il bagnasciuga, aprile è fresco ancora. Il perioftalmo mi ha portato qui: ex pesce, primitivo degli uomini galleggianti nello spazio. Prossimo allo zero assoluto, la mente vaga per mettere a fuoco la distanza del naufragio. E già cantileno piccolezze che la risacca cancella, come le orme e le voci delle torri di avvistamento alla deriva. Sono consanguineo delle claveline e non patirò del distacco dalle radici. Guarda amico, la lingua, che appena l’onda si alza affonda, sale nel libeccio ed ha sapore sipido, scivola su questo foglio a luci bianche o spente (vento che, si dice, può sfogliare pagine ma non legge le note). Ribalta libri e spume sui granelli - questo schermo è in effetti l’ultima spiaggia ancora libera. Il respiro, invece, che di mestiere fa la vita, riconosce la semplicità dei segni vivi dove ormeggia il suono.
Id: 42545 Data: 24/04/2017 12:06:10
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Proiezione su misura
Sogno di trovare spazio tra le sequoie, che ho visto solo nella foresta dei led. Abbi pietà del mio desiderio, o possente Sherman sulla superba faglia cui appartieni. Non saprei riconoscerle dal vero, tranne per la somiglianza con il dito medio. Non così alto, beninteso, nè tanto attivo come frangivento da mezza costa: un vecchio, i denti conici scadenti (che trova nei pini marittimi a Ravello). Spunta con la celerità del vento, neutrale e benefico, il respiro ossigenato dalla sua porta di clorofilla aperta. Oppure entro dalla radice estesa - quanto un’isola, sulla quale sbarcano i secoli terreni come se i piedi del tronco temessero di scorticare la cianciola del tempo. Perché il tempo confina col cielo e se sono nell’aria un valico e la vita, prima comparve la terra all’acqua che nafragava, poi: chi emerse per respirare; e venne statua per trasmutazione del reso, così lo spazio si ritenne attivo per la tipica corrispondenza di una riva ad un punto di partenza. E dov’è ora la tenera Rossella, donna salubre, quasi fosse argilla per il corso del tempo: già esisteva il margine del ruscello, poiché minerale e cuore erano fluido verde. E allo stesso margine questo albero non la offende, piuttosto il flusso la mantenga sciolta, io spero, giacché irriga ancora, ma è la sua mano che mi ha piantato in un solco fresco: sequoia, davvero, che va seccando per una proiezione a misura di legno.
Id: 42490 Data: 20/04/2017 23:05:37
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Secondo PP
Non tutti i tributi sono versati dalle borse: il sangue è moneta dovuta all’Impero quanto al Sinedrio. Come avrei potuto prevedere che avrebbe avuto più statue di Tiberio e tutti i cesari venuti o da venire al mondo? Lui ne era al corrente e Claudia suggerì che fosse l’uomo per me. Con lo stesso rigore delle rivolte, volli tenermi fuori da quelle vene. Il catino volò in aria per liberarmi dalla pressione di bocche inferme come le colonne del Tempio. Io dovevo mettere i chiodi perché il quadro si reggesse. Il legno venne dai loro alberi. il dipinto dal cielo. Era più vasto dell’acqua sparsa in terra, più profondo dell’ignoto oltre il cancello di Ercole; come non bastasse, era chiaro che sarei scivolato sul dorso della storia senza lasciare segno se la sua parola non mi avesse preso letteralmente.
Id: 42470 Data: 18/04/2017 20:08:25
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La precedente
Dico anch’io che è meglio un solo fuoco che darsi alla cenere dopo un lungo gioco assistito dai coinquilini a scena muta mentre ti avvolge il buio già ossuto. Il piroscafo scelse la notte prima della sera per consegnarsi alla passione della bufera (che è poi quella di ridurre il senso dei natanti a ferri della costiera). Neppure mi prendeva per la mano che l’ombra s’allungava più lontano: un’ombra strana, liberata dall’insano rotolio degli occhi fino al piano della strada, oltre le barche, meglio della caccia dei gabbiani. derubati, quanto me, da un amo finanche. Piegato su me stesso, la barca cintata dal parabordo affannato, che voleva uscirne, che voleva prima fermarsi poi trafiggersi il respiro cardinale nella bussola del dolore vano (perchè a che serve il mare se è già vissuto?) come: a che serve che io le sussurri inudito: barca cantata in una notte sorda, definitiva, chiamata barca nel tremore del cielo occidentale zattera iniziata dallo spirito falegname al fondo amato arca incessante con il seno universale sul ventre temerario, piena dell’audacia dei porti: uno solo stimato, con due bracci ininterrotti e due fari come occhi, sorgenti a me perché sorgesse l’orizzonte, traghetto sornione come un ponte, come i valichi, barca pane, barca vino, barca rito della prima parola - foglia rimasta nella mezzeria dell’aria mentre l’albero si abbatte sulla plancia contratta, caravella che scorge da lontano il vezzeggiativo e da lontano chiama santini: figlio, dall’altro mondo non perdo il tuo approdo incerto, nè l’ormeggio tenero, scialuppa in tutto, scialuppa per tutto: scialuppa ovunque, bastimento oltre il velo della foschia, pappagorgia dei nembi sotto il mento del cosmo, di ogni dio adiposo, nave con le scapole alate, coi fianchi volanti di marmo sulla sua acqua inavvertibile (come galleggia sulla terra!), battello ora reliquia dell’infinito, carico delle stesse reliquie infinite nell’infinita mappa finita a memoria, cargo di cellule sfiammate eppure ascese a luce; nave per tutte queste rotte: madre rotta, ora.
Id: 42345 Data: 11/04/2017 11:43:38
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Il natante diverso
Non è possibile sapere che ti porta via (l’Irno è così astuto dove rincara la scia che il limo non si lamenta quando si accascia) ma certo inalbera il residuo che lascia. Questa città non simula la ferita del fiume come finge il lungoriva la figura che desumo. E poiché del tuo amore conosco l’equilibrio sembra facile vederti dominare lo spazio dove la corrente può portarmi ancora ed ancora gli eroi non hanno un nome una stele, il lume eterno che ci addolora, la pagina coscienziosa di un bel tomo. Ma ogni città lo prevede: una strada non si nega, per quanto termini o degradi. Il corso d’acqua stretto come due gambe ha il riflesso dei tuoi fianchi per entrambi.
Id: 42324 Data: 09/04/2017 19:33:50
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Per poco seguito
Non importa quanto manchi al frutto maturo, qui o da un’altra parte (immaginando, parlavi di tuo figlio con un filo di voce che legava i suoi fianchi al mio autunno). Comunque, saturo di semi fino a scoppiare l’inguine, nei panni ingialliti del grano obliquo, stava raccolto nella sua stanza per la concomitanza irrisolta tra corsa per la vita e vita per la corsa. Il frumento (in un vago ricordo) somiglia al trionfo dei ricci sull’arco del sopracciglio. Quell’anno, la sua pelle era liscia, tanto che l’incavo delle rughe volitive cancellava subito tutti i righi dal diario immacolato degli affanni. Viene sempre il momento in cui (dicevi), diventati sapere comune, anche i più lievi diventano ritmici come marinai ai remi - e, cantando naufragi, sperano un’isola domi il timore futuro, sicché una sagola sulla spiaggia (i nostri nomi annodati) riannodi l’ancoraggio. L’avventura, nell’uomo, è antecedente alle ali per questo fatta la carne, l’essere nel vuoto cala come un rapace, o una chiaroveggenza audace. Vengo al dunque (ci ha ripetuto, lo ripeto): ha avuto casa e l’ha portata in spalla, come un mantello di risa ma più ampio, sguaiato e franco della sua sarabanda di capelli, provvista a volontà di onde.
Id: 42299 Data: 08/04/2017 12:18:01
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Risalendo il maschio
Uno spazio risicato infila Arechi nella storia. E più ancora il suo rudere convoca pietre vive chiamandole col nome; proprio: angolare, chiave di volta, breccia. Oggi su di loro trionfa la pioggia a colpi singoli. Ricordo ciò che già scrosci: i capelli su cui si posa singolarmente agli angoli, il grigio a iosa. Tuttavia più saltuario un limoneto versa tanti gialli quanti vengono in mente a te.
Id: 42165 Data: 30/03/2017 20:32:15
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Chi ti svegli
Mi scopro appena; e tre, quattro riverberi scintillano. E’ il segno che la notte si riduce ad arco. Scocca la freccia caustica: pallida luce che per rincorrere la mano inciampa nel fantasma del tuo seno. Non viene per meno il panorama che cerca agiatezza crepitando come un ruvido panno nel vetro del più crudele inganno: la realtà è incolpevole della lentezza con cui la solitudine carica la tua leva Che altro urgeva? La vita, lo so: accaparrarsi lembi di sete nella tinozza tracimante del pianeta. Eppure, all’alba il sole è atono, invisibile cavicchio cui si appende il cielo e di là vagheggia la tua sintassi al muro. L’ombra in silenzio è nell’occhio lanciato sull’intonaco perché un profilo più duro inanelli le vertebre come un cedro. A quest’ora è difficile sentirmi allegro quasi che il giorno sia l’asola e il bottone che si stacca chieda parola.
Id: 42134 Data: 28/03/2017 22:05:49
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Shabine
E che ti posso dire se non ci sei? Santo rosso di mare, un po' inglese, negro e olandese: sei stato tanto, e sei la mia nazione. E se anche fossi rimasto, come ti avrei parlato? Parlare a te con la mia lingua corta! Vedrai Joseph e gli altri, i mie amati. O nemmeno ci si incontra in quella Terra di evanescenze. Sulla sua soglia si ferma la voce che è poi quanto di te resta, oltre la firma in calce a parole. https://www.youtube.com/watch?v=mz-NRI43PWk
Id: 41985 Data: 18/03/2017 15:29:12
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