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Raccolta di poesie di Robert Wasp Pirsig
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Per via dell’età

 

Sono coetaneo del boom - un boom scontato. 

Scomparso già prima di incontrarlo - uno spettro 

di latte, metalli, talismani. 

Crebbero in seno a tre guerre - spettri con catene 

di produzione. Andavano contro l’onda - i figli dei fiori.

E provocarono l’uragano dei colori - era il momento 

del vento nuovo. 

Si annodavano le vecchie foglie con un fiocco di luce

- da non crederci. 

Chi aveva in mente lo spauracchio delle rivoluzioni 

protesse il suo orticello e nessuno lo beccò 

se non a tarda sera - quando il piombo fiorì. 

Io avevo una finestra

per fare quello che mi pareva sufficiente: piantare 

sopra le nuvole una tenda celeste - e gli occhi come picchetti.

Non l'ha ancora strappata la mano della tormenta.

Non la passerà liscia in questo secolo.

Ma basta una brezza a rendere arroganti i vascelli.

Per loro è come se dal fasciame schizzassero via i chiodi

per fissare le nuove rotte.

Tuttavia la calafatura dell’età benedice 

la pancia della vela che fa schiumare il vecchio 

sulle creste dei giovani. 

 

 

*

I capelli si fanno vecchi prima dei piedi

 

Non di tanto tempo - di un pelo appena.

C’è una formula che lo spiega - relativamente 

alla gravità del pettine. 

Per lo stesso principio invecchiano 

quasi subito i pensieri che volano - leali all’idea

che per la terra occorre parlare da terra.

I fringuelli invecchiano meno delle aquile,

ma le aquile sembrano le loro lancette.

Le radici segnano il metro con le barbe - allungate per tempo. 

E gli uomini tendono allo spazio

che nulla calpesta - invecchiando senza cautele.

Il cuore, che è un nanosecondo più vicino

alla pensione di quanto non lo sia il fringuello,

batte ancora i piedi.

 

*

Ierofania personale

 

E mi lasciò l’angelo la sua forma - dall'indice.

Mi dedicò un’arca alla base del naso - segno di silenzio. 

Non parlò per farlo - per farlo fu più chiaro.

Perché io non ascoltassi quale demonio

a parlarne a mia volta - per saperne di più.

Ma che avrei potuto raccontare

del chiarore lasciato?

Difatti non chiedo altro.

 

*

L’arma che mi spunta

 

Esco sempre con l'arma che mi spunta

dal cortile. Una strana faccenda, questa,

finché non trovai quel posto a turno. Solo

l’ascella del fabbricato sormonta ad est

un pelo di strada; e non c’è condòmino

che possa evitare via Palestro se vuole trovarsi 

al centro dove la mira aspetta.

Aspetto un sintomo di via, poi il tossicchiare cupo

colpisce il finestrino. Pam! Un riflesso stolido,

la corbelleria del vetro che si maschera

con quel che mostra mentre l’essere trasparente 

scarrozza il panorama in un colpo annotta.  

Non c’è minaccia in questa ostensione: grilletto

sotto il piede destro e tra le mani

il proiettile. 

La punto in ogni direzione, ma è un'arma

e devo stare attento ad esibirla

perché fa presto a diventare bersaglio 

del peggiore commento.

Oh, un'arma dà coraggio per settedecimi,

quel che avanza per intero sono extension di genere, 

grandeur du mâle.

Ma va bene così: se rincuora, pompa.

 

 

*

Diluita la forma in gioco

 

Non ho dolori che giustifichino un malessere

e il rigo, che normalmente si accavalla sopra 

piagature e stilemi, va alzando il gomito

con licenza

di spalla

mentre un indice imbottiglia il firmamento 

in segni da terra.

Prendiamo il tempo e nello stesso tempio 

un dio in breve

coglie l'attimo.

Il tempio è uno, solo se non è finito lo spazio

percorso a velocità ubiqua: in quanto divino,

inspiegabilmente.

Per questo gli stiamo dietro, o appena partiti

riceviamo la punzonatura in acqua.

Ci tocca un vento leggiero 

che continuamente volta pagina 

in vero sfoglia.

Ma tu capisci in che modo

doni sollievo?

 

 

*

Discorso sulla fame d’entendre

 

Oggi è venuta fame ad un’ora insolita.

La fame, intesa come razzia dei valori

più bassi dell’orizzonte, ma sopra il campanile

normanno, dio degli stormi, sparuto

nella sagoma di un rapace meccanico, 

tiene lontano la frotta di rondini e di turisti

come mai fino a mo (questo mo è un’ora cruciale,

una identità che distanzia le costole dalla lingua). 

Dura da digerire in tal modo, eh? 

Convengo che la poesia si collochi altrove… 

L’estro non è del corpo rimasto a terra, tuttavia

il pensiero è più rapido della parola di un’incollatura.

Ed allora ecco manifestarsi più alto il sole 

inchiodato ad uno zenit strumentale dai beoni.

Prende la marmaglia nel mezzo proprio come

la solitudine del fulcro modifica lo stato della leva. 

Così non va, quindi mi levo. Eccola qui: la fame 

è venuta all’appuntamento. Piena di speranza 

che lo zenit sia una doccia, per altro, della quale 

si apprezza la finezza del fresco nello scroscio

che preme sui pori con il tocco della goccia. 

Sia benedetta la fame di sapere. Sfogliavo 

sul web i quotidiani a suon di mo lo saprò.

Una edicola elettrica con strilli pieni 

di illuminazioni ripetute. In questo senso,

un cimitero di notizie piene di pareri;

e più di uno urlava: “Ignorante!” e giù 

un pernacchio da far tremare il video… 

Ma lui, lui, il dio degli stormi, lui sa

che trovare risposte è ingoiare rospi 

stando bocconi nel fango. 

 

 

*

Ecco la goccia

 

Alle quattro del pomeriggio basta 

moltiplicare per due quel che viene

per avere una sera con più porte.

Ogni porta è naturalmente chi so

e chi trovo. In giro a secondo

le lancette. Farne parte è umano

finché si dà corda, oltre tutto chissà.

Il buio maggiore viene dall'universo

che da est si svela e, fine lavoro, la vista

dal colle mostra il dorso del coccodrillo costiero.

Salerno è la sua bocca con tante case a denti stretti.

E tanta carie si fa strada. 

Il buio minore è la speranza

con la quale chiedo soccorso alla voluta

di fumo, di volta in volta. 

“Fatti nuvola!” Le urlo da lugliatico

con l'afa che pelle diventa liquida bava

come per una fresca concessione all’ecce stilla

della quale si disse che diede a sorte

quest'homo.

 

*

Litotipia del mandorlo

 

Ad agosto è colto ed a settembre ignora

che ne sarà del latte dopo 

la riduzione del seme ad una compressa

poltiglia buona per gli impacchi sulla punta dell’insetto.

E similmente ama ama ama la fioritura

detta in precedenza. 

Rimanere bambini a pendolo 

tra nuove primavere e quelle che declinano

nella polpa

dovrebbe essere l’argomento del momento  

ma se si asciuga il sogno, riposare

ovvia.

E tu bianca comparsa nel risveglio, 

le guance sottratte alle gemme, gemme 

inalberate per tanto poco in un alfabeto

sfacciato, malizioso, sciolto nel ramo

da una linfa visionaria: sembra arte, ma

ad arte il vento le accusa di aver messo in fretta

i denti. 

E si sente terso. 

 

 

*

Si battono con fini

 

Ci difende un confine a pieni polmoni 

sorvolato da sortilegi del cosmo 

a velocità di fuoco. Propagandano

piccole lampare infettive - che chiamare batteri 

è dar loro la nostra origine a mala pena. 

Di questi tempi passano idee vuote 

sotto la cappa di mondi venuti alla luce 

per delazione di forze oscure.

Chiedo un’isola che s’incagli a riva

ad onta del tirreno congenito, o balcone, 

su cui traverso gli immondi stellati da uomini 

laddove il sole snocciola a pappardella le sue visioni.

Ed io sempre più sono un clandestino d’amare 

come chi è messo sul mio stesso piano:

siamo tasti e poco altro ci rende strumenti 

oltre le note in calce.

 

 

*

Fatti in là

 

 

Ricavo un antro nello specchio

prima del letargo inappellabile,

come tutti del resto in questo tratto

che sempre più approssima a brutto muso

la sagoma delle arcate dentali

e più vicino è, rifletto

al confine delle date, ai santi apostrofi

del pensiero perso, ai licheni e alla cenere

che li apprende, proprio mentre l’atmosfera 

incarna un nuovo scompartimento di ferie.

Molti lì dentro si stringeranno all’onda, 

altri alla medica e alla stella, qualcuno cadrà 

nell’incontinenza dei germi

e forse solo cento faranno posto ai seguenti venti. 

Ma ti ricordo come eravamo: lungimiranti 

fino al naso, più in là brevilinei, volitivi

dalla sera in poi, con la lingua che faceva spazio

ad altri mondi che si dicono

agli intimi; e qui e adesso 

non ne rispettiamo il metro.

 

 

*

Il salto di vino

 

Lo riteneva un segnale risoluto, una 

rappresentanza viva e personale 

come l’ombra e l’impronta.

La pelle è una sacca nell’aria, si disse,

in cui finiscono organi competenti:

sapeva anche questo mentre lo faceva. 

Ma di essere bianco o essere nero, 

alla polvere che indossa il respiro

e infine cerca ricambio nel sole, che importa?

Poiché niente è bianco e nessuno 

è nero, piuttosto tutti tinte tenere, o pressappoco, 

lascerò che si interroghino fino al crogiolo

sulla tentazione dello spirito: quello che,

attenzione!, va sotto ribolle.

Per millemila secondi misurò le gocce

e millemila tra vasi a fiori ad ora.

 

 

*

Le due sul molo

Quando ci arriviamo

Dobbiamo confessare che siamo il possibile

Siamo il miracoloso, la vera meraviglia di questo mondo.

Maya Angelou da “Una coraggiosa e sorprendente verità"



Magari il porto turistico è un bel posto 

per barcamenarsi. Magari lì non costa.

Ed è noto il calmiere dell’onda

diffuso dalla sua altezza quando si avventa

e i natanti ne tengono conto

e sembrano piastrelle smosse

ai piedi del promontorio. 

 

Sono le due. Si direbbe oltretutto 

che qui stiamo ad aspettare un treno. 

Quelli così veloci da portarti qui 

prima che io ti veda. Se non ci fosse 

la pacatezza del pomeriggio, che cala 

l’amo nella sera e abbocca il fresco 

con l’argento alle calcagna, come

insabbiare la paura di perderci?

 

Era la tua mano un sollievo e scoperta 

riva nella mia mano. La stessa mano

in apnea nel sudore adesso, tra millemila 

esempi che a memoria si muovono. 

Parlano di fare mente locale nella marea.

 

 

*

Nessuno ama la tempesta

 

 

La tempesta scatena la sua rabbia naturale. 

Entra da una finestra a rombo spalancata,

da un punto cardinale tanto ampio

che avverti tracimare il vetro 

nonostante la sua lucidità. Tempesta 

che aggroviglia le emozioni al coperto, 

convoglia i toni e li staziona in noi. E, 

se ci fai caso, rimanerne fuori è tenersi dentro

l’insegnamento più efficace della furia 

diffuso dai banchi del cielo. 

Se cadessero quelle gocce nere

dai larghi calamai che chiamare nuvole

fa specie, maturerebbe la meraviglia 

per come tracciano le verticali 

che in seguito scopri fiumi e oceani.

La sciarada del vento sembra far ricorso 

alle sillabe d’acqua per una soluzione

che faccia luce. 

 

 

*

Giovane a venire

 

Prendo dal caffè una parte da lattante

che schiuma almeno un dito 

ed una ad occhi serrati, con le palpebre al limite.

Esco dal seminario di creative 

writing dichiaratamente zolla rivoltata:

la parola è un vomere tirato da buoi, 

un testo è lo stagno in cui le mie papere

somigliano ad ogni altra vita

con i dovuti lustri. 

Ma la scrittura, ullallà!... Scrivere riporta 

l’impeto dei sensi ai bianchi di scuola

- che poi: siamo tutti corolle in cinta 

allo stame giusto?

Prato, sì, prato al verde, pieno di corrimano

delle formiche con l’umore di spillare borbottii,

e nel silenzio dei tuffi secolari la sera distribuisce

l’atmosfera come fosse stato 

visto violare.

 

 

*

Fino alla noia

E che io possa vivere a lungo per ammirare

quanto bene le tue poesie accendono il fuoco.

Dylan Thomas 



Passiamoci sopra. O l’una o l’altro.

Bacche sul mare, finché possibile 

fuorviare il rancore dalla pupilla.

Trabocca e ciglia dove rugano

i giorni con lingue sostanziali, 

somigliandoci sempre più

all’aspetto che dovremmo ricordare. 

Mi credi? Le pagine non bastano a spiegarmi. 

Non ci sono parole o sono Temistocle nella gola 

e prendono posizione con oltre molte lettere 

di cordoglio. 

Chi le ha battute tutte? In una volta la timidezza

fa da chiave. Prendi i me, prendi tutti i me.

Sono cose cui dare fiducia in te.

E riceverne.

Grazie per la confidenza, ma torniamo a lei. 

Siamo, diciamoci la verità, come uccelli 

che mutano le penne e le abbandonano

per altre sfere. La poesia è difficile. Tocco

il tasto solitudine con il dito salvavita:

l’indice del  motore di ricerca. Uguale per tutti.

Di solito, le bocche nell’aria si concedono ossigeno,

la mia asciuga i panni sporchi che si levano in famiglia. 

Dal terrazzo vedo la terra che si consuma 

mentre Nina mestola l’aria col panno unto. 

Mestola non è vocabolariato, e nemmeno 

vocabolariato lo è. S'inventa l'inesistente mia sorella,

celebre imprecazione del luogo. Il prezzo

degli affetti è volgare. Questa rissa mortifica

i cortili: discorso vecchio: sono gli stessi luoghi 

in cui si sollevava/solleva l’avambraccio 

di Cesare, opponendo la stola allo strazio 

della lama con vento? Così gli imperi si disfano, 

andando a ritroso, dopo qualche generazione

di sventurati. La cattiva notizia è che attraversiamo

la ferita del male con un fraseggio incapace.

Passiamoci sopra: la lingua audace 

porta mano a mano le cose alla bocca.

 

 

*

Per poterci stare

"Non è ancora possibile affermare perché i calabroni visitano i fiori già sperimentati da altri insetti, ma potrebbe darsi che ritengano la presenza di un altro calabrone un'efficiente scorciatoia per il successo."

da lescienze.it

 

Riposami. Il braccio sotto il capo di modo che 

il sonno sia retto mentre curva l’ombra

il primo sogno disponibile e sguscia un

calabrone tra due gambi visitati.

Il celebre magnete del nettare

attrae oltre le spine chi passa a vie di ratto. 

Il calabrone si sforza e stantuffa spiegando 

le ali in un modo che l’ombra riflette, tuttavia 

gli elicotteri, imitatori di razza, dimostrano 

che il veleno è nell’aria. 

È un’ammissione cui pensare: l’ospite entra 

da una macchia - o ricordo o spina o batterio - 

e si adegua a tal punto che diventa noi 

per il numero delle sue repliche. 

Lo dico da ospite. Lo dico da mondo 

consumato in un mondo di sole 

parole, ma non c’è verso che mi abitui 

alla sua dinamica. 

Sogno davvero di girare al largo dagli anni

che mi diedero i Pesci? Oggi è un parapetto

dal quale mi affaccio e il fondo, che mi alza,

a stento legge. Sono il comandante dell'

onda sull'onda. Scia nella scia inattaccabile.

Seduta stante, l’anima fa quadrato. Da qui

l'approdo ci salda. Del comandante si perde

traccia ed è sbagliato

credere che l’orma resti sul litorale:

lascia una lisca limata dalla raspa della risacca,

ma conta

aver attraversato tanto con un guscio di voce.

 

 

*

Il reduce

 

Ci salvammo a stento. Benché quasi tutti 

le sparassero a salve. Meglio in saluti che 

gli alberi le poiane le tigri le megattere e 

tutta quella vita possibile gettata al vento. 

Sparavano ben poco per la verità, ma in 

numero superiore a parole. 

Colpivano in modo sistematico, tant'è che

sostituirono le aste e, moltiplicandosi, 

ottennero di dividerci in cortili.

Non funzionò. Sfuggii al limine del divino.  

Se ne trova menzione in testi sontuosi

con gli indici che prevedono la direzione 

dei passi - nei bei tomi, o nella mens sana 

in torpore sano, la parola sazia a stento. 

A lungo, però, gli stenti fecero da trincea

salvandomi dalle cariche e dalle bandiere.

Non morii per ostensione. Acquattato nella

buona condotta, sostituii il salmo

con alcuni composti a distanza. E vennero

profusi come sorrisi aperti meno di lenti stretti,

ma più efficienti di altri raccoglitori diversi.

Credimi: furono date parole anche a vuoto 

e mutando la lingua qualcuno saliva 

senza apparire altro.

 

 

 

 

*

Horror vacui, M

 

Il vuoto ha perso il passo 

e non si muove foglia 

dove il vento non coglie. 

Da giorni 

qualche anima fa fatica a restare 

nei vestiti. Da giorni, ovunque 

non pare il posto giusto, ma mi 

richiami dal calendario immane.

Porto fiori al tuo ritratto? Ritratta, 

sarebbe magnifico. Ricadresti a me.

Al cielo non guasterebbe un soffio in più.

Non così altrove: dovrei sollevare 

il marmo per ridarti la volta del respiro, però 

il profumo avvertirebbe gli organi che tornare 

è l’idea fissa dell'amato gene per il bene amaro.

Allora penso a te che scorri 

nella radice opportuna. Che mi 

avevi detto? Mi consumo; e tremavi: vaga 

fiammella che ancora metto a fuoco.

 

 

*

Tableau vivant

 

 

Ha saputo vedere il bosco in un solo ceduo 

vedeva lontano, con altro senso, a lungo andare.

Ha esaltato il temperamento dell’universo

da fenomeno a corrimano. 

Questo è quello che tace nel caos

e non è ancora ammutolito per intero.

Questo è quello che ti serve, scrisse.

Dov’è dunque il boscaiolo, mi chiedo?

Il rude speranzoso è stato il peggiore ufficio 

di collocamento di forza lavoro, naturalmente.

Compito ingrato il suo: rispondere al telefono 

intanto che innaffia il suo alto piano. 

Perciò è rimasto fuori, dal mondo dei piantagrane

che lo irritano con la pratica dell’autocertificazione. 

Una burocrazia di pergamene sommerge

i chiarimenti: in pratica, la luce che passa dall’inchiostro

in veste di gomma. E carte stupefacenti, 

da millenni, gli costano un oppio della testa:

la pietra dava più tavole talvolta.

 

 

*

Colto senza ragione

 

Voglio solo parlare

semplicemente: chiedo questa grazia.

Giorgos Seferis

 

Per bontà orografica qui il clima prende ordini 

dal maestrale fino alle 17. A quell’ora

il golfo schiuma il suo plissée. Se vuoi

avere un oceano, slaccia la cinta dei monti,

affonda un'isola, scosta il braccio del vecchio

continente,  e lascia calare sullo sfondo 

i rossi su dozzine di dettagli. Case diventano

occhi per occhi di gatto. Ma alle 20 

resta la luce sopravvissuta, teneramente 

sparsa da ritrovi particolari. Dentro di me 

lo spirito rimasto fagocizza lo spirito 

passato per quel meccanismo atavico 

che copre i lasciti con l’oscuro. Tuttavia 

generoso perché insieme scompare 

il tempo perso. Il traffico è sporadico 

e si può fermare piú a lungo l'attimo. 

Si contiene senza fatica ai semafori 

che contano i secondi secondo la loro tabella 

e ne danno consapevolezza ai non vedenti 

con un esile bip di fretta. Chi può vedere la luce

è abilitato all’ascolto di coloro che sono nel buio. 

Ci sono venti che non durano a lungo 

ma più del metallo che fiorisce ruggine 

sulle maglie del recinto di una ex fabbrica 

marzotto. Ehi! Un gatto abita quel cortile, 

si struscia, solleva la coda e mostra il culo 

che culo non è ma papavero cupo. Sbeffeggia? 

Gli parlo nonostante il rumore di fondo:

insegna come essere con una lingua sola

isola a turno. 

 

 

*

Prova del suono

 

Puoi non crederci, ma mi sento a brandelli.

Mi sento tante voci con la mia come rotta. 

Sono lontane dal mio percorso e nemmeno 

sanno di aver lasciato ceneri del bivacco. Come 

in un accampamento si affollano all’ingresso

e non posso fermarle. Al limite, mi apposto.

 

Sono a pezzi. Sono reduci, in attesa di scomparire.

Puntualmente trattenute dall’anomalia del polso 

che si batte contro le misure dell’orologio. Ora, 

quest’ora, è una carezza,  non dura, eppure

ne sento la forza esplosiva, contenuta 

del manrovescio, te ne rendi conto?

 

Le voci leniscono la decadenza del tempo 

- in questo modo mi prendo cura dello sfinimento. 

Penso al mondo come una cattedra davanti 

la lavagna: qualcuno detta e su di me scrive

e cancella: una violenza inimmaginabile! 

Penso al mondo che si scopre e lascia noi 

 

a fargli da ordinatori, come se un soffio 

possa riaggiustare la sua capigliatura aborigena. 

Siamo voci? Disperse nell’aria per trovare 

sostegno? Siamo aquiloni? E se poi l’aquilone 

sbanda e taglia la corda, la corda si divide in due: 

cosa trattiene e cosa lascia andare! 

 

Un esercizio ambiguo di legamenti

al dipartimento della roccia e della goccia

con quell’ansia di penetrazione congenita

nel torace e altrove, confezionati dal sole 

che monta in calore se il suo raggio si posa 

su certe curve, come dicono. Ma è il petto 

 

la cassa più battuta dal tempo. E si risentono 

del presente ad una voce - le voci rimanendo

a cenni.

 

*

Come trovo l’alba

 

L’alba è comparsa. Sai quando appare?  

Come esce dal buio questo fantasma quotidiano? 

L’alba ha spirito da vendere a chi ha sorrisi  

in tutto il corpo, ma è una successione

di contorni soffusi: le anime variegate 

mentre si formano incontro. Si formano 

pur non avendo forma, non è divino?

L’alba è quella donna che libera i capelli,

quindi ingarbuglia le dita per farne trecce, 

le annida sulla nuca con forcine lunghe, 

come denti da latte che celebrano lo stridore, 

ne fa un toupée - biondo netto, preciso 

con striature squillanti... Non è divino? 

Lei li portava leggeri ed era nel vetro il silicio

che taglia a segmenti il maschio raggio. 

Entrava da destra, lì in fondo, dove la porta 

è tra due colline: a destra, fronte a nord, 

tra due caseggiati, due alte guardie 

piene di cordoni lucenti. Finestre, finestre 

delle quali aperture è sinonimo di giorno pieno, 

superata l’aurora, da cittadina di rilievo, 

col buon caffè che prende piede ovunque. 

Un gorgoglio da cucina in fermento, dal becco 

della moka, così lo spirito prende gusto dal nome.

Infine, con un tripudio di convenuti intorno,

si dà un senso. Lei esattamente non c’era

- esattamente misericordiosa, intendo -, 

giacché per essere è giunta alla finestra. 

E gioca coi corpuscoli della luce dimostrando

che il raggio può mettere mano sui corpi

per misurare l’anima a chiunque. 

Io, rintronato adesso più dal vuoto che dal traffico, 

sono in tempo, troppo a lungo per un poco.

 

 

*

Piccolo mondo infido

 

 

Dato il congegno di protezione, la chiave

più ovvia è liberare il pensiero come riflesso 

dalla fonte. Sono anch’io un virus e che 

lo sappia o no, l’universo mi ospita con cura. 

Il rapporto di similitudine con la minaccia 

attuale è uno a chissà quando - si può

vedere il tasso in una proiezione del bosco. 

Direi della misura, ma mancano indizi, 

giacché le ombre gettate dalle stelle 

non fanno scintille ma buchi neri. 

E di questi si osserva solo l’ultimo 

orizzonte: l’evento dilatazione in corso.

Le cellule saranno pianetini, immagino; 

e intere nebulose girano in questa forma

che sono. Ci sono nane rosse nelle vene,

plasma e orbite sussidiarie fanno il resto. 

Sono un universo in cui i virus 

hanno atteggiamenti da uomo. Infidi, 

speculatori, assassini e distruttori

fino a demolire la loro abitazione  

perché gli ospitali diano spazio

agli immobili.

 

 

*

Baba Jagà

 

Proprio stasera il battito è impazzito.

E non è da te, cuore in saldo. 

Se hai tanta voglia d’aria, ti cedo 

a un corpo forestale. Allora, che? 

Un motore deficiente: lo stomaco. Il mio 

guarda avanti, oltre la cintura: il temibile

orizzonte del vino e del piatto. Una locomotiva

a stantuffo vaporizza il centro del torace. 

Contiene una salita, un vicolo cieco,

un vero budello; ed è una vela, 

una vela alle prese con un uragano, schiocca 

più di una notte in bianco al buio. Strano 

come la speranza si riduca 

a un suono d’allarme che scemi i pensieri. 

Il battito è nello strumento con un numero di petali

invalidi a primavera. Dovrei cercare

insetti romantici, ma ascolto soltanto

un cicaleccio apotropaico che lo misura 

a rotta di balle. Vorrei un filosofo, adesso; 

o un esperto d’anime. No, non l’estremo untore. 

Ho coscienza che il suono modifichi il tempo: 

me lo allunghi e lo esasperi sul lenzuolo

trasformandolo in garza ladra tra le pieghe in tensione. 

Cinque ore in codice giallo, trasposizione cromatica

di un pronto soccorso privo di fuori

e circa mille fantasmi appassionati di nuove figure.

Dureranno meno del virus sul vetro, ma contagiano

un fiasco divino; in un modo o nell'altro

la preghiera ci rende soli. Scioglie uno spettro,

ma le catene non spariscono così facilmente. 

Tirano, tirano, tirano. Rinfocolano l’unico

pensiero che fa il mestiere di uomo nero.

Che cosa è la paura? Ah, mistero! Sembra

abbia il respiro della salvezza.

Se non fosse chiaro, la paura 

mi ha messo gli occhi addosso, per fortuna.

 

 

*

Virando controvento

 

Se galleggiare è vivere ondeggiando, preferisco 

interpretare lo scoglio come posto di blocco 

in questo mare che traffica inutilmente sale 

sulle rotte dei mercanti del banale.

Flottare? Pfuiii! 

Mi piace la clausura nel convento dei pesci. 

E più vanno in profondità, più sono eremo.

Sarei così un chiostro eroso e consunto, debilitato

ma sano fino in fondo. Ai piedi della darsena 

o, magari, in un seno che mi lasci di sasso.

E se il leviatano viene da levante col subdolo

mezzo di un eee-tcì! o uno smackk!

io vorrei sentirmi la compieta della spiaggia

sulla quale si frange - o, come pare venire

da questa immensa rena: nelle tue mani affido 

il mio spirito, alleluia, alleluia, alleluia:

tu esisti da te.

 

 

 

*

Come viene all’oca la pelle d’uomo

 

Corro sulle pietre; e le smusso non volendo altro 

che carezzare la terra il più tardi possibile. Tardi 

è per l’ora, per il qua qua qua nel mio cortile. 

Anche fuori: ovunque l’oscurità abbagli, la notte 

coglie le foglie con buona voglia. Io, un ramo

di come. Sono le due a.m. continuamente, 

per amore di l’una e l’altro in pieno corso, 

la mia acqua fa i conti con i galleggianti. 

Molti di questi invitano ad un’esca di scena. 

Qualcuno è un verme, ma sostanzialmente 

l’umanità è un’opera a ciclo aperto. 

 

Dichiaro che scrivo solo perché sono pennuto.

E scrivo sapendo che non m’innalza affatto:

le ali affrontano le aie per liberare il cielo

dall’ingombro dei volanti, ma sono ottimi

manubri per l’equilibrio in terra. In teoria, 

certi voli raggiungono altezze eccitanti;

quindi: o la testa tra le nuvole o dentro sogni. 

In quest’aria che lascia fare a cuor leggero

viene la pelle d’uomo. E viene sia la terra 

che l’acqua come pompieri all’inferno. 

Ecco il fuoco. Arriva il fuoco senza fiamma: 

lo strepitìo mette il contagio all’opera.

 

A questo punto, entro di diritto nella fisiognomica

con il vezzo eterno. Si dice che nulla duri per sempre.

La pelle, ad esempio, perché muta parla del tempo?

Sono palmata: vuol dire che l'acqua è un deserto?

Starnazzare: com'è che ci fu dato un solo verbo?

Sappiamo che non è vero, sappiamo che ne abbiamo

ma la coniugazione misura a mala pena i toni. 

So della costruzione dell’Universo con la faccia tosta

di un Botto solerte e, più precisamente, la luce 

è cinica con la lanterna: tanta fatica per qualche

bagliore nell'immensa tenebra, per dirla in breve.

 

*

Come viene la pelle d’oca

 

Nel padiglione del laboratorio 

le antenne contano le formiche diviso due.

Ma qualcosa le moltiplica per la regina.

Una trasmissione netta, penso binaria, 

assegna gli indirizzi con il gusto del posto. Così 

i tassisti si combinano come imenotteri 

e in viaggio seguono corsie usurate, ma indiscusse,

agevolate dai segnali degli elettrodotti

da tastiera. Non c’è il sole tra questi. Anche

la polvere ricorda una cordigliera in fin di vita.

Le cose stanno così: nell’universo corrono 

più formiche che innumerevoli corpi, 

eppure solo i tassisti guidano veramente

per i passeggeri, sicché il tassametro

segni il valore che non si perde ancora.

Quest’ultima notizia somiglia alla prima

data, e la pelle muta. Si impunta.

 

 

 

*

Con tutta la forza che ci fonda

 

La distanza tra l’ape e me è abissale 

già a salve. La saluto ora che si perde, 

e direi che avanzo nel soliloquio.

Ma la distanza non è nelle ali che ci misurano 

nei salti. Talvolta in alto. Come copula dell’aereo.

Salta agli occhi questo divario inumano, certo, 

ma insufficiente a tenerci lontani.

Insetto meno di me, ha ragione dell’impero 

del vento, poco attore ma tanta scena. 

E non è ancora abbastanza. Cosa manca allora?

Sono convinto che la distanza

stia tutta nella cura maniacale di diffondere

i petali, possederne l’alfabeto e imbrattarsi

dei contenuti: l’ape coltiva il linguaggio efficiente, 

invece io - e con me il potere, l’epica e i sentimenti -

trovo comprensibile un linguaggio solo 

nell’aria viziata.

All’aperto mi colloco tra i semi incoscienti.

Coltivo la loro stravaganza: quella nettezza,

quella diversità di infilarsi nella terra

in altre parole.

 

 

*

Chiara testimonianza in vita

 

Alla luce del sole il profilo greve

è l’unica valuta su cui conta il tuo stato 

per il dovuto. Sei insoluto: che speravi?

Altre domande salgono a galla 

e stanno bocconi. Come un mare tra i denti?

L’ombra sull’acqua convince uno o due

risposte a stare fresche. Cannizzi che inquinano.

Tu sai che ogni morso riduce il biasimo della fame,

e per questo, ovunque, la denutrizione avanza. 

Dio butta un occhio alle bocche che non mancano

e dà una mano a chi le usa ancora. 

Un’ombra è un esempio curioso della sua chiara testimonianza.

L’ultima che si mantiene è una raccolta di punti premio, 

un borsellino di risparmi finché potrai spenderti.

Non sopravvivere coi resti.

 

*

Non fare che passi

 

Scavo detriti perché ogni storia è un alveo

che tracima fonti senza tregua - quel che raccogli

dal calendario è il residuo delle date - e scopro

che ogni gesto di passaggio perdutamente adultera.

Così l’uva matura zuccheri fino a seccarsene.

Una farfalla frequenta il glicine per sporcarsi.

L’amore sta a lungo nel corpo per includerne un altro.

È un oceano il pavimento quando sollecita il piede.

Lo inquadra e scatta cento orme in sequenza

ma nessuna fretta porta ad affondare: emerge

una sinuosità adattativa che ci tiene a galla.

Questa similitudine è migliore delle pinne

se navighi in cattive acque.

Ma non giustifica la congettura che un altro secolo

è passato di qui ed io con lui padre di questa traccia.

Darsi da fare altro è una sollecitudine che muove solo aria.

Come scriverlo senza dilaniare le carte?

Non sono capace di amare i solitari,

eppure metto mano alle labbra.

 

 

 

*

Costolatura del battito

 

Dietro le bandiere si spostano le montagne; 

e dove arrivano le vette si piantano bandiere

- ci sono catene che non smettono di legarsi.

Ma tu che puoi toglierci l’urlo in pieno sonno 

dacci oggi l’armonia che intona lune e soli. 

Oh mamma! o-oh! e-eh! Cantava da dio.

Lo davano per morto, ed era morto, ma

ci dava dentro con un bel sentimento. 

Era un crooner dietro la patina celeste

tra l’acquasantiera delle nuvole e l’ombrello 

di ceri che non vedono e non si sentono.

 

Roca, sofferta, incendiata, la voce arrivava 

al fondo della notte dove sedeva di guardia 

per il suo regno e il pane quotidiano. 

Quella notte la riflessione della luna 

era il più lucido vincolo al sole. Qualcuno 

diceva “si distende sul mare quello che sta

in cielo: se l’anima è a strappo, l’effetto

ci toglierà il fiato”. A questo punto 

l’uomo batte sul tasto canc, sicché 

la frase “farò meglio domani” 

è già diventata pura intenzione.

 

Oh mamma! o-oh! e-eh!, cantava; e noi dietro

come i luoghi che appaiono nel nome dei santi 

simili a boe che legano al porto ogni essere 

scafato se, navigando, ha seguito una stella. Così

niente resta nel panorama passando per il vetro, 

tranne la pagina densa e disordinata

che le voci indirizzano all’occhio. 

Il cantante non scrive quel che canta bene

- lo ha già fatto meglio la boa, la stella, l'ombra -

o dal basso verrà chiesta un'altra riflessione.

 

Oh mamma! o-oh! e-eh! La notte piena e 

la maglia ubriaca hanno un tono confidenziale:

intimità vocale che ti rende splendente. Il sottile velo 

del vetro tra noi amanti copre la prima amata: 

il buio appare alla punta del dito non le lune 

e i soli come indicato.

 

*

L’orologio è stato

 

Ti interroga sulla vita: come non dargli corda?

Suona ora dal quadrante numeroso

uno sciame di tictac, nettare allo stesso tempo.

E per sette sere di seguito

percorse da un capo all’altro del contegno perso,

tumefatto da lancette: ore e ore 

in un alveare di cemento - la regina assente.

Passo in tempo, ma vado a momenti.

Non è argomento da prendere con le molle.

Un collo di bottiglia a perdita d’occhio, la finestra. 

La fronte è un calderone, avverte il nulla 

pungente aguzzino della mattonella,

frustato il pavimento, sommesso il gemito.

Non bussare oggi, non bussare dubbio. Il nulla

- non è per qualcosa - è per niente comodo; io ho letto

di noi, del resto, della fuga, del cielo, dei santarelli;

il nulla ha regole che non speri di mantenere in vita,

né ai polsi, né alle costole. Esalta l’incoscienza 

dell’universo: gli occhi da stella sono uno schianto 

a vederli adesso. Dov’era il caos, rimaniamo svegli.

Noi, non la mosca, non il cefalo, non la rosa

né il pappafico a pensarci bene: tutti nello stesso 

calderone con coscienza o senza.

Il creatore, se c’è, non sa 

di averne fatto parte: l’opera sarà completata

in seguito dai suoi aiutanti prediletti: noi,

l’acqua, il vento, il fuoco, il cinemascope.

La casa fa da coperchio alla via così.

Il pavimento ci chiude tra falesie segrete, 

neppure erose dall’onda sospetta. Onda? 

Ombra? Amor mio? Sei tu quello che mi batte

in petto con un soffio congenito.

 

*

Non mi toccano altre terre

 

Saranno anni che il vento

controlla le tentazioni delle vele.

Ne viene a capo dando loro una pancia.

Un apprendistato da porto.

I marinai sanno che il sartiame è una guêpière 

della bella randa - e l’avvolgono.    

Tu osservi che un triangolo di stoffa ben portato

ha un effetto di spinta naturale

fino alla calma che isola -  è nell’amo 

che il naufrago vede sostegno.

Si dirà: è questo l’attimo bitorzoluto. 

È il momento questo delle propaggini 

nude e delle scaramucce sotto coperta. 

Ho uno sterno fatto a chiglia, due scalmi

sotto le ascelle, una poppa da atleta, muscoli 

legnosi: sono un battello in secca - o, almeno,

verrò a capo con la pancia, ma sono il vento 

il cui soffio è la mente del golfo 

come si dice - e guarda cadere 

le braccia che portano pioggia: 

niente liquida il cielo più del mare che generò.

 

 

*

Prima di saperlo

 

Penso a te come circondata di nudi.

Che perdono gli abiti propri

ed alla tua presenza si rivestono 

di conoscenza che resta. 

Gli oggetti sono investiti di te.

Questo luogo ha la tua identità.

Le date, ad esempio, vengono da numeri ripetuti

e si ricordano per gesti. Così piena 

la mimica del calendario fa la fronda

di luci in città

e lungo la strada pezzi di Natale 

normalmente si alleano alle ruggini dei rami

e provocano 

memorie che si riducono in me

è piccolo questo me quando non ne prendi parte! 

Più si avvicina un uomo all’inverno

e più ferocemente trattiene 

la foglia che mantenne il pensiero alla chioma.

Ora so: intorno alle radici gira voce 

che i frutti dell’ultima stagione 

cadano da un cielo irripetibile.

Prima di saperlo,

chiedevo da non crederci. 

 

 

*

Per parlarti ad ora

 

L’udito accompagna le parole

più ascoltate con una nota consunta, le più belle

sono stazzonate. Tutte 

dal lavabo della gola alla scorreria al sole.

Pericolosa: mentre si asciugano dell’umido, 

restano appese.

Ai tuoi occhi sembrano camicie con i polsini risvoltati, 

ma sono tute da lavoro con le alette sollevate. 

Hai saputo di me che le stiro. 

Ne stiro molte, e tante - troppe -

metto a ferro e fuoco.

Quando poi ferro e fuoco sono mente e cuore

il territorio che va in cenere è questo foglio 

- o il mio quando passeggio nei tuoi silenzi.

*

Come mostro in tempo

 

L’attrazione è una turbolenza del sangue

che scuote i sensi mentre volano parole

dagli occhi aperti. Una fuga come un’altra.

In un posto aereo. Un contagio a vista

per il modo con cui mischia le parti.

Questo è inesprimibile con una metafora, 

però è vero che il rospo e la principessa

non si attrarranno mai. Perderanno entrambi 

e lo stagno manterrà le distanze. 

L’uno nello specchio che lo trattiene, l’altra

respinta dal brutto mosso. Che bacio 

si vede se un'ondata irresponsabile 

agita ogni riflessione?

Guarda noi: come ci tocca l’affronto.

Della principessa paludi dieci decimi

di sembianza e lisci capelli. E sono poco

di te. Poi, nessun’altra pelle sostiene la pelle

meglio delle tue carni avvolte.

Per quanto mi riguarda, sia la bocca

matura che il cuore folle 

si mostrano in tempo.

 

 

 

*

Da che parte il mai avuto

 

Che cosa manca nel sacco del giorno?

C’è luce che non dà modo di amarla

e stracci che non si asciugano

come furono cuciti

atti per dare una forma alla festa

che dentro si tiene. Anche così, 

non pensare che sia meglio l’oroscopo 

dettato da chi vede le stelle con lenti

lenti allineamenti che non ci prendono.

Il mattino dopo la corsa delle nuvole

rilascia visioni che la notte considera

gettoni nelle mani di un croupier.

Uno di noi disse, all’amore perso:

oh perso amore! L’altro capì dell’altro.

Chi dei due ha l’anima più eccentrica?

Dici di te: ho visto, e non occorre

aggiungere altro: la vita va di fretta

e tu, prima che poi, vuoterai il sacco 

in terra. Che male c’è osservo.

 

 

*

Il vecchio senti mento ancora

 

Che chiedere all’amore maturo?

Torna sui tuoi passi al punto in cui 

non lasciavi orme; le pedate erano

a mezza aria sullo sterno ottuso.
L’amore è più largo di tutte le bocche

che incontra. Marquez racconta 

che in un angolo del mondo accade

all’improvviso per una volta.

E non è piatto, e per niente infinito. 

In questo angolo tu non vieni più. 

Hai fatto posto ad altro e quindi 

posso trattenerti soltanto lo stretto

necessario nel sogno e nel bicchiere. 

Nel tempo come momento sottratto

c’è l’ultimo bacio con la luna storta. 

Mio desiderio deluso, che ti aspetti?

Devo alla profondità della solitudine 

la mancata chiaroveggenza del vertice 

che impone di sporgersi sul precipizio

per sapere il punto dov’è: è dove tu manchi 

ed io suppongo viva un certo me 

che perde luce.

 

*

L’affondo

 

L’aria si è svuotata delle tue spalle.

Poco altro può reggere il confronto.

Alle tue spalle la circospezione dello sguardo

crea dissonanza tra le cose residenti

e l’ampiezza del vuoto. Non più

la chiglia del naso, non il cilindro

della gola, non il contagio della voce.

Diverso è il disappunto della soglia:

come traguardo; pertanto, sei vincitrice

attraversandola per il mondo.

Vorrei la stessa ansia che ti allena. 

Mi privo del carattere se vuoi. 

Non bacio la vocale sulla bocca, 

non uso il labiale sul seno, 

né il morso tamburello sulla schiena. 

Se gli occhi fossero fuori rotta 

io sbanderei e dovrei agire subito 

sui vani che ricordo cosicché il cuore 

sfegatato non affondi negli assenti. 

 

 

*

In nome e per conto di LUCA

To last universal common ancestor (LUCA)

 

I

La fonte è il dato in comune.

Dopo, lo spartiacque del nome 

aumenta la portata della mutazione. 

Siamo il delta del fiume dei morti?

Io sono sicuro di aver trasformato

i morti in forza; e da morto manterrò 

in vita chissà quanti elementi.

C’è un monòmero tra i miei avi: 

una tessera del mosaico come figuro.

Figura il tempo necessario in forma. 

Anche di millepiedi. O di trifoglio. 

È indipendente da me. È una scala

o un ascensore in funzione. 

Funziona da dio quando prova 

i vestiti nel suo camerino all’oscuro.

Che parte interpreta? Chi lo osserva 

con attenzione  ne diventa l’automa.

Non ho saputo scrivere quest’ultima 

parola come libertà del luogo.

 

II

Chi diavolo mi ha messo la carne intorno? 

Non sapeva che è la scusa della polvere

per abusare del verbo dell’argilla? Posati.

Per ogni dove ha scritto

come andare fino all’osso.

Sono una bottiglia con una rotta. 

Un galleggiante di vetro 

con lo spirito giusto.

Questa forma è inutile se affondi. 

Ha percorso tanta strada tra luna e sole.

La mente era vigile soprattutto negli incroci, 

per quanto la rotatoria del cuore 

disciplini il traffico degli stimoli

nelle strade ottuse.

Ho un corpo intessuto di vicoli ciechi

e sono una città boriosa con più luci

artificiali che illuminazioni spontanee.

Eppure, l’illuminazione prende la foglia 

che bestemmia e zoppica in volo 

e si avventa e si avvita come un'ala sola,

poi si rialza all’ordine del giorno. 

 

 

*

In seguito al lontano

 

Il polpo trovò la sua polpa consistente 

e potè mettere al mondo i polpastrelli.

Alzandosi da terra, l’aria - meno nota 

dell’onda - gelava gli strumenti a fiato. 

Fu l’astro d’oriente a fare il nembo 

in mille pezzi sulle nascite incessanti 

che vestivano verde l’argilla e la silice,

mentre per loro si dovette aspettare

un collo intero un polso un dito un voto

perfino la borsa di madreperla. 

L’acqua si intestò ogni maternità 

occorresse per rendere utili le fontanelle,

mentre l’oceano era percorso da brividi

dovuti ai continenti che andavano facendosi

paesi. Ondate di gelosia sulle traversate 

accordarono i meravigliosi generi nascenti

alle nuore miracolose lasciate a terra. 

Si separavano le famiglie meno dei viaggi

o del piacere in quel senso.

In seguito fu dimostrato che sulla roccia

si poteva edificare la residenza

di un tale ministero

e, come un ben servito, vi scrissero 

le leggi più pesanti dell’universo

capaci di dare un tetto anche alle stelle.

Cominciava così la favola che ha dettato

la vena, prima che le penne scoprissero 

che da sole non farebbero il volo.

 

 

*

Paradigmi di autovalutazione

 

Un uomo è solo 

nella misura in cui pensando ad altro 

nessun altro lo consola;

di solito una porta chiosa.

Un uomo è vuoto 

nella misura in cui il pensiero 

parla da terra;

di solito la parola quota.

Un uomo è immaturo

nella misura in cui chiede una mano

abbracciando l’idea di possederla;

di solito la porta aperta.

Un uomo è debole 

nella misura in cui la lingua

è un nervo a fior di pelle;

di solito il muscolo tace.

Un uomo è vile

nella misura in cui il fegato

si riduce a palle;

di solito controlla il fianco.   

Da uomo ho fondate ragioni 

per curare la manutenzione

dei miei congegni.

 

 

*

Esito nella passeggiata

Camminare allunga la portata dell’orologio

mentre il polso della prima ora non è più. 

Guardarsi intorno è terribile perchè non sei compreso.

È vero, però, che gli occhi vanno a fuoco lenti, 

lenti spesse e volentieri. Ovunque li poggi 

restano a fissarsi ma ritornano lucidi. 

Domani appare come dovuto torna sole. 

Da un lato spiaggia che scivola 

nella clessidra fino a farsi fottuta;

dall’altro, strada che fila via subito. 

 

Ma è bello il chiasso dei motori furiosi, 

anche se è l'ingranaggio che consuma il mondo. 

Intanto i miei passi cadono come uccelli 

che a  mezzo volo se la fanno a piedi. 

Piombano sulla terra per niente rotta. 

Così, trovando ancora tempo nel cammino, 

entro nei tuoi occhi per cercare una poesia. 

Non la cerco in me, perché non c’è. C’è 

una lanterna analfabeta che impara la luce 

come tu me la lasci vedere: da barlumi. 

 

Prendo parte dei tuoi rifiuti. Questo

il cammino fatto, forse la giusta cura.

E che tu ci creda o meno, sono un bruco

nei solchi del tuo campo visivo.

Dove ognuno si pianta, senza dubbio, 

nel verso che ha già pagato sull’unghia.

 

*

Congedo del riccio

 

Il contegno è necessario. Ma non è una posa

l’aplomb del bosco quando si celebra il ritorno

del sonno. Il bosco calmo è messo a nudo 

per il più antico rito di abbassare la febbre 

di stagione. Il bosco, che se ne sta andando 

a dormire, finge di preparare la sveglia.

A me piace rintanare a novembre. Nel legno

come sottoterra dormire è un poco morire. 

Sì, la durata non coincide, ma rende l'idea. 

Fateci caso: Lazzaro è l’unico ad alzare un dito.

Quanti Lazzaro conosci? Nessuno, ma tanti sono

nei racconti e ne escono vivi. Questo suggerisce 

in realtà di aggomitolarsi con la mente 

in un libro. La mente è un polpo, un ragno, 

una televisione. È sveglia e pone domande 

di rinvenimento al sangue che la mantiene. 

Gli aculei sono una copertura. La nostra naturale

finzione. Rannicchiati rispondiamo male, 

come quando aggrottati manca la luce, ma distesi

non ce la caviamo meglio. Lo sa bene la volpe

che ci orina addosso; non offende, chiede

di abbassare le difese. Quante Nazioni 

si voltano e non si rivoltano? Quante tane

sono invase dai cingoli? Quanti colpi bussano?

Penso sia il sonno a scioglierci per intero: 

il gelo della veglia al fuoco ci intona al tronco.

Gli inverni che verranno si accorciano indosso.

 

 

*

Tirata per i capelli

 

Eravamo in testa. Con uno scarto bruciante

la ciocca ricadde come un arco costituzionale

a disagio sulla moneta, glabra al centro.  

Perché no? Rifletteva il cielo annerendo o

si copriva. Tocca ad ognuno cadere. Impariamo 

solo così facendo il bavero e la pochette. 

Non è abbastanza sapere che aria tira, 

ma è sufficiente poter contare sul capo. 

Già... Il capo! Qualcuno lo avverta che Dio

è qui… E si traveste a stento. La stessa anima 

tiene conto dell’apparenza, ma in buona sostanza 

è presa dai capelli la sua legittima conoscenza. 

Come ogni radice, il bulbo paga la debolezza 

dell’essere. Su, gente! Cerchiamo la carezza 

a dita aperte. Questo il nostro manifesto,

così che il cattivo pensiero lasci 

il vuoto e con buona cura 

si abbandoni la permanente 

ansia di darci un taglio.  

 

    

*

Dialogo tra le claveline

 

Muoviamoci in sincronia nel flusso e nel riflusso, 

amiche. Mie, loro. Non siate dure, ma resistenti. 

Così è la storia sommersa quando parla di voi.

Quanto più corta è l’onda tanto più il movimento

spazza il palco marino. Sul fondale c’è tensione.

La fanghiglia si solleva e rivoluziona l’armonia,

la platea non ci sta, ma resta muto il branco di pesci.

La trasparenza richiede quiete, ma la violenza

nel torbido trova i suoi canoni maschili. Eppure,

deturpate siamo divine. Poseidone lo dice.

Non interviene perché se lo facesse perderebbe

appeal tra i suoi sgherri, maschi anche loro. 

Le chiglie hanno un rapido sollevarsi. Pupille 

nella darsena che ci osservano. A scena aperta.

Muoviamoci in sincronia, ripete la prima.

La sorella accanto, lo ribadisce e prosegue.

L’oriente propone un complesso di strumenti 

Danzate con me. Quando le onde assaltano il molo, 

noi a mezza acqua facciamoci valere. Siamo 

uno spettacolo della natura, non snaturiamoci. 

 

 

*

Monologo del cefalo

 

Era sopra di me ad una distanza superiore alla voce dell’acqua. 

Un ostacolo all’ascolto dall’alto. Non so quanto alto, 

certo diverse lingue. Dall'alto, osservo, è un riferimento 

terrestre caduto dal cielo. Ma il cielo per noi è fine 

che fa acqua da tutte le parti. Prima, lo ricordo,  

le claveline danzavano immaginandosi braccia

per insegnare flessuosità ai moli. Poi questi

preferirono l’esercizio che fermava le ondate.

 

Poiché mi insinuavo in quell’armonia

come uno spettatore che cerca posto in platea,

non mi meragliò sentire: “Ti prenderò, dannato pesce!”,

e: “Sei scaltro, ma tra un po’ sarai fritto!”, oppure: “Stai solo 

allungando il destino di una pinna appena.” Parole simili

nel nostro mondo attirano più dell’esca.

E noi siamo cibo che va di bocca in bocca

in crescendo. Come una diceria, sostengo.

 

Diciamo - per questo - che la natura è presa in giro ma rifratta: 

una bella immagine spezzata in diversi punti:

la ferocia, il ghigno, la menzogna, e via via di peggio.

Più comunemente rumore di fondo sempre in onda.

In fondo, ognuno di noi ha in mente un oceano calmo 

agitato dallo spirito necessario a lasciarlo in pace. 

Una vastità ridotta a nugolo dalla perdita 

di significato delle cose quando le abbandoni.

 

Dal mio punto di vista il cielo è a stretto contatto

con la fine peggiore ma non la contiene. La contiene

la terra che però ci consegna a nuovi verbi; potrei dire

volare, oppure fiorisco, perfino di striscio. Ma, ci giurerei, 

andrà in fumo come dice il tizio sopra di me. 

Vorrei che a saperne fossero cefali e claveline. 

Farei un salto di qualità potendo conservare 

coscienza delle scaglie o mantere insieme elementi

 

con molte attrazioni del genere.

 

 

*

Non chiamatemi

 

Ho parlato ai pesci all’aria aperta

perché gli uccelli erano già all’erta

e non è possibile raggiungerli a voce.

Succede quando le mani diventano foce

dei pensieri. E i gesti correnti. 

La testa si sgombra

tanto che le parole non affondano

e vanno oltre

il fenomeno ottico del letto. 

Ho parlato ai pesci in modo corretto,

io sento. Senza mettere l’amo al posto del bene.

Perché per bene intendo rispetto

e per amo evito pene.

Così succede e succederà la bonaccia

per queste vele con la chiglia vocale.

I pesci - con la testa già immersa

nell’inquinamento - si agitavano

tanto da sembrare angeli nel vetro.

Come se dal vetro potessero mostrarci

che non sono assuefatti al silenzio. 

Ma che mostro dall’essere trasparente?

La falsità è una maschera di bellezza o

di sopravvivenza. Per l’umano e la belva

I pesci ascoltano? No, ma sentono quello che li accosta

alle padelle e si lanciano a nuoto le bocche serrate.

I pesci sono riuniti nel grande ordine

delle maree, in cui pure la plastica discinta

si isola, circondata da cattivi esempi.

Chiederò ai sedici petali della rosa

che vengano correnti dall’abisso dei venti

cosicché almeno la loro accoglienza li tenga 

al riparo dall’esca: don't call me 

Ishmael.

 

 

 

*

Ad libitum

 

Venga il Patrono delle viti. Il ferramento

dal tannino. A salvare il mio primitivo. 

Con la sua impossibile trasposizione

dello spirito in salute. E sottolineo di questa reliquia 

il clima nella scrittura. La mano rimasta del tutto.

Come direi a saggio e dotto vino. Il rosso

è un congiuntivo in carne. Il bianco sofisticato 

comparve a Cana da un otre; e va otre per la fesseria

della mia bocca. 

Per ora, ti invito a sopportare quest’acqua torva. 

In comprensibile ora. Il sole rosola, 

i pampini si slacciano, i novelli s’iniziano al freddo. 

È sobria la stella creativa, l’astro 

quando occorre - tranne, lo vediamo tutti, 

se si perde in nuvolaglia; e sarà tra poco l’ovvio

di questa male detta. 

Allora discenda il Patrono 

con il dolce di vino in stile nuovo ed un miracolo

sulla lingua ci porti. Non è più

aprire porte in mente quanto moltiplicare lucernai

per le visioni. Quest’organo ci vede? O Patrono. Vede

noi da dentro oppure produce solo echi?

Apre al cielo la sua casa di giada, risponde. Un pensiero

custode, adesso citofono, poi teletrasporto, infine vuoto.

Donaci uno spiraglio a tuo comodo, o tu!

Graziaci con almeno il segno della comprensione!

Quello della compassione sia con passione.

Non sempre efficace tra dono e perdono.

Tra bue e tue e mia e sia. Vieni

ripetendo più sillabe che contano. 

Sui fondi piatti liberati

saltano le voci a consumo 

(ad lib).

 

 

*

In parte è tutto

 

 

Per quanto efficace sia la scomparsa

mai completamente il sangue si annienta. In parte. 

Lo portiamo a zonzo finché passa. Annientare

è tipico di un sistema degenerato 

in cui "dimentica" è una libertà vigilata.

Tuttavia trascorso il tempo per ciò che matura

il mancato raccolto rotola lungo la china. 

In parte del foglio. Se nell’inchiostro si scivola.

Chi sono io per dirlo? Quello, in fondo. 

(NdA: in primissimo piano, il particolare

diventa una distrazione dalla trama.) È tutto.

È bene che il testo sia sottoposto a prova.

Di tensione. Di interpretazione. Se può spezzare la voce.

È messo alle corde lo stridore delle metonimie. 

Ossia: è un peccato ma non una colpa il punto.  

Una sincope, secondo me. Per grazia di dio ho fatto di peggio. 

Ad ogni modo retorica è una rosa non rosa. 

Eppure, la lucentezza della lettura è con senso diffuso.

O anche con torto. In parte. Si prenda ad esempio l'autunno. 

Si insinua in estate per indicare dove risuscita il rosso.

Lʼultima parola non è ancora venuta.

Pochi lo avvertono, ma l’autore

copre quel terribile evento con la dissolvenza

nel lungo periodo. Tuttavia trascorso il periodo 

della rosa non rosa, tornerà lo stesso. In parte con senso.

O anche con torno. Lo vedrò dalla zolla.

In tal modo si libera il gelo, in parte

adesso. È tutto.

 

 

*

Vado a ripetizione

 

Le figure in memoria sono contrappesi. Fuori

tempo, fuori misura, fuori posto. Fuori i nomi 

si tengono ai volti. Qualcuno viene a stento 

per la tremenda potatura della rivisitazione. 

Come panni stazzonati le labbra stirano vapori. 

Amarezza è la trama delle pieghe. Inquietudine 

le combina grosse. Quanto ho perso qui è sollievo 

altrove. Non riposo. Lasciatemi dire che la mente 

fa tutto da sola, anche perché gli occhi sono fattori 

della luce che attraversa il torpore del panorama 

senza metterlo a fuoco. Uno sguardo dalla finestra 

respira sul ventre della strada. Via via nel vetro c’è

la distanza tra l’imbocco di oggi e lo sbocco di ieri.

Notte nella residenza del dovere andare avanti:

note che si lacerano sui se. Accomodati, dico 

ad uno con le mie fattezze: la figura viva è sacra

per le sue cattive abitudini. Le cattive non cedono. 

Dalle buone ho preso la lezione delle candele.

Piccole fiammelle, talmente intense da consumarsi

in breve. Da quelle votive passa un fulmine d’amore.

Fatto di voci leggere, talmente sottili da confondere

i nomi in sorti. A ripetizione.

 

*

Teoria di un vecchio andazzo

 

La convinzione è sostenuta. Fissa 

le parole come i cani che ascoltano

se c’è da capire. E distinguono le sicure 

 

dagli scoppi. Dalla piega del viso.

La piega fa molto quando il significato 

non fa breccia. Il tono è colore. Ossia

il fiore: è un ordine delle piante.

 

Quando dialogano cambiano aria. I vecchi

sono in circolo, poco sangue ma tanta linfa.

Uno parla al ritmo di quante ne ho passate 

quante ne ho viste che ne sai tu di quello che 

eccetera. Non necessariamente in successione, 

ma sullo stesso trono fatale. 

 

Non c’è futuro temuto che non somigli 

dannatamente al passato dimenticato.

Questa convinzione è diffusa. Divaghiamo

per altro. Come passeri sul filo a mezzaria.

Fanno per aggrapparsi a volo, ma le ali 

non danno una mano. Le ali pesano un seme

 

meglio delle carte. Ne sono stato testimone 

nei giorni del ramino, spillati al calendario. 

Arrivano in questo foglio come ogni sera. 

Dicono appiani tutto. Tutto si fonde piano: 

un rigo o la notte greve; e passi da lei a cose

in un loop ideale tra candido e quijote.

Questa convinzione è nata su due piedi

e muore con la resa delle scarpe.

 

 

*

Dell’uomo che non ho potuto

La fisicità è urtata dall’ombra. Spinta 

dall'ingorgo dei fotoni. A sua volta. 

Disegna quel che la mantiene. Con ragione.

Per mettersi in luce serve un congegno brillante.

Questo testo è a grandezza naturale

ma talmente oscuro che puoi vedere figure

solo a corto raggio. Sagome impagliate

dello stesso imbalsamatore. 

 

Ma tu vedi solo la forma, non distingui 

simili pagliuzze. Piccola - è piccolissima, 

quasi null’altro è più sottile. Sono mattoncini 

per costruire a faccia vista. Vengono alla luce 

e dicono niente. Sei tu che li ordini a tuo modo 

e va bene così.

 

Devi prendere luce luce luce. Altrove.

Lo devi alla luce. Alla luce di questa cronaca

al buio che ci tocca. Conserva ogni lumetto.

Offrilo per averne ancora. Entra nella luminosa

congestione di segni e libera il pensiero

prima di doverlo. 

 

Diventa eterno per essere longevo: non puoi 

se non si muove un esercito dietro te. Guarda

ogni cesare dalle truppe ferme. Guarda

l’accampamento che si radica in una polla

di terra. Sentinella! Guarda la cava ordinata 

da chi avrebbe dovuto mettersi in prosa. 

 

Ah la tensione umana per l’immortalità! Nella pietra, 

il tempo si getta nei minerali, sedimenta così 

il sapore di un gesto quotidiano: sa di quelli. 

Finché l'apparato tiene si dice adombra, poi 

il ritrovamento tocca l'ipotesi e suturiamo 

la conoscenza con un termine, come viene. 

In parole, opere e/o missioni.

 

 

 

*

Il cortile superato dal corpo

 

(Il bullone infantile. E il perno su cui avvitava, nell’approssimazione di uno spazio apprendistato. Ricordo ero tale, o che altro significa animare il presente di una sembianza posseduta tra date capesante svuotate del mollusco rimasto. Oh, che bel bocconcino è stato!)

 

Le ragazze avevano calamità inconsapevoli,

delle quali si diceva, sognando anche.

Ancora mi chiedo quale effetto ebbero 

le prime volte del nailon sotto le gonne 

dentro di loro.

 

Che cosa le rendeva slanciate? L’abbandono

dei calzini bianchi o il bianco bacio sulla scala A?

A me capitò vicino l’albero di giuda,  a bordo

dell’aiuola con la forma a u e lì il tremore mi colse 

preannunciando addii a qualcosa di più minaccioso 

del cielo in penombra che spodesta un grande giorno. 

E a letto poi non c’era battito che non suonasse da uomo. 

 

Ci sono segreti nella femminilità che superano

l’accordo tra il cortile e il corpo vago: stretti o che; 

e domande ignorate che avremmo dovuto porci

e che ci prendono in seguito per niente.

  

(Direi, al modo di una guerra di corsa: si ruba al calendario più che le pagine da navigare quelle già navigate, simili alle barchette di carta puntute ma tozze che nel lungo flusso - e riflusso - restituiscono un foglio impregnato, non il rigo diritto ancora. La vie est un bien-être pernicieux, mon vieux!)

 

*

A qualcuno piace saldo

 

 

L’uomo scendeva le scale temendo alle spalle

una dama bianca. Un amore col senno di poi.

La luna sulla scacchiera dei coppi diffonde la sua storia di riflesso. 

La dama bianca cala su quel cuore finendo altrove.

Dai riferimenti direi che il ciclismo non vive più storie epiche, 

ma il cuore è un pessimo finisseur nell’amore tortuoso 

o esce da un incendio con un secchio di ceneri.

Un finisseur sceglie la curva in salita, uno scattista 

ieratico è preso dalla discesa in fiamme.

Io ti amo così, con quei saldi nel petto

che hanno il merito di aprire le camicie.

Non ho visto tutto questo per caso

e se per caso dovessi rivederlo, riconoscerei

che è un caso diverso, di corsa a vuoto.

Il saldo della impermanenza.

 

 

*

Tentativi di messi

 

 

Chi ha torto un capello ha in testa ragioni 

per dannare la sua venuta al tondo. A capo 

chino riconosco la profezia della caduta:

niente dura, né il cielo né i suoi sostenitori

arcani, maggiori dello stesso tondo. Essi

dipendono dalle nostre invenzioni e il loro

tondo fu raso al suolo di primo pelo:

ciò che salì alle stelle fu il prezzo

troppo alto per noi, poveri di sempre.

Venne tutto a galla in una luminosa notte

madre allo stesso tempo, visibile a lungo

ma irraggiungibile con il freno della pelle.

Le salutiamo e quelle nemmeno si curano 

di un nuovo essere umano o non essere luce

(angelo, ad esempio: guest to the star system) 

prossimo alla  neve. Come la neve è una carta 

del gelo, siamo giocati dal vapore, regione 

popolare dell’Uniterso. Così ci sciogliamo 

in senso stretto, scagliati nello spazio 

tra l’elisione e la crasi del crunch, futuro big 

dei bruchi neri. Di bounce simili, ricordo

un’estasi fa, al mare. Andavo con atti impuri

dove l'onda solleva il sesso in vista della balneazione. 

Poi il nuoto ebbe la meglio sullo spirito nudo

e gettai l’àncora atroce. Redenzione sul dorso.

 

 

*

Per dire niente da dire

 

Il corso laurea in buona salute 

come afferma il mio cardiologo. Conviene

dio, ma in forma vento. Del luogo anche.

Un toccasana il vento. Ma una lama

è presente. Breve e affilato passa 

diventato ormai radente. Una lama

che combina altro alla pelle. In città 

si raffreddano vetrine crude.

Tante, sorrette da ombre cupe. 

Per questo il corso indossa vetrofanie 

scontate che urlano. Non ho due soldi 

per dar loro ascolto e le orecchie si barattano

solo a voce. Ho cuore e polmoni 

e muscoli polisemici nei piedi

che dovrebbero essere nudi al verde 

(devono capire i messaggi del terreno)

ma sono lontani dal clamore dei gesti polemici

- non tirano calci, diventano commenti di strada - 

dando l'idea che c'è un efficace parlamento

solo se guardi altri vuoti. Mi sento in debito 

con questo secolo, ma passerà in tempo. 

Per ora metto in un bicchiere la ricercatezza

delle fontanelle a getto. L'afa estrae liquidi 

da ogni dove: scova ed estrae l'acqua 

che nemmeno mi accorgevo di avere 

a disposizione. Possibile siano tante gocce? 

Sopra le ciglia la seccatura che mi coglie. 

E forma pozze su pezze di cotone. 

Che cogliere dall'ombra se non il solo

ha senso che la forma? 

 

 

*

A capo di buona speranza

 

Ci sono più oggi sulla sabbia che orme

umane in tutti gli altri giorni. Umano:

me ne accorgo quando ti avverto che

dentro di me c'è ovunque un uomo,

malumori compresi; e cerchio alla testa:

nessun miracolo somiglia alla morte

- chissà perché non se ne esce. Non è

il mare e non è il pesce, nemmeno l’amo.

O se ne corregge il risultato o il nome

è più angosciante di calendario.

Volesse dio un tipo diverso - un fine

adescatore, un tafano della pesca -,

non me ne andrei così presto. Normale

che serva altrove. Servo alla tomba

meno di un crisantemo al sole.

Dal momento che mi desti aria

e gonfio mi alzai goffo dal primo confine.

A distanza di molti lĭ, padre dei tufi,

anche questo bacino si svuota.

Un lĭ è pari a circa 360 spazi, meno 

dei confini delle stagioni e passa.  

Quanti ancora da fare? Volesse dio

solo i suoi stessi tipi, farei la salita

senza l'acqua alla gola. 

 

*

Così per

 

(La mia eco è un lampione che fa chiarezza alla via così, su questa rotta, per cui tutto sembra in onda come affondo. L'epoca è quella tremante fatalità che scatena la superficie infuocata dalla vita, altro perché passa.)

 

La notte ci ha superati. Quasi doppia

della sua età è la gente su cui si spande.

La rotazione del pianeta in pieno vigore

rende possibile che ci sorpassi la luna

senza alcun freno. È così veloce

che si squarta per scomparire o

rifarsi intera eccetto subito.

Guida con lucidità i tentacoli luminosi. 

Le idee come flute vuoti, la torridità

versata in terra. Il fulcro della sete

non so dov’è. Fa leva sulla mente 

l’arsura del riso. Le labbra strette

sono al confine del campo muto.

La parola secca da che astro è presa?

La percentuale di sedute legate alle stelle

è pari a 7 su tutte. Ma sono talmente forti 

che una sola non nuoce al giorno, anzi

lo segna. Siamo diventati una specie

ricca di schermi e ascolti, rovine rifiuti scorie.

Che altro si conserva? Le pagine

sono traumi rimasti che si stringono 

una all’altra come per fare muro 

o sotterfugi per rilegare gli scritti 

della pinacoteca di led.

 

(Il miracolo capace di elettrizzarmi è che partendo da me sono arrivato a te un giorno: grazie, chiunque ed ovunque tu sia.)

 

*

Cedo in me

(Spesso lui mi interroga sulla vita. Un argomento da prendere come se impugnassi un remo. In coppia è anche peggio. Non fa domande chiare. La fronte aggrottata è una margherita da interrogare. Non odi fruscii, ma senti il turbine da dove arriva.)

 

 

L’alba ci converte in stringhe

e mettiamo i mocassini per evitare le strette.

Di norma siamo sanguinolenti, poi acceleriamo 

esponendo la vena. 

Chiamiamo artista un bambino. 

E lo è anche privo di armamentario. 

Qualsiasi attrezzo lo inventi. 

Questo mi dice che l’universo è opera

di un bambino immenso quanto te, Gil. 

Solo un bambino può creare dal nulla.

Ma si può dire solo un bambino? 

È un segreto, ma si dovrebbe pronunciare mondo intero. 

La voce non deve essere adatta, ma adattarsi.

Si solleva dal diaframma, regolata la pompa del ventre.

Dal profondo viene una contrazione controllata e lenta 

come il nuoto della medusa. Modula 

una leggera emissione che trema negli alveoli, 

vibra a basse frequenze la corda 

e scaglia la parola mondo come per sferragliare 

lì dov’era bambino e si capisce commozione.

Io ti amo, figlio mio, e se un uomo adora un altro uomo

due volte sanguina dello stesso essere.

 

(Quando vedo scomparire il mio bambino e devo scavare detrito a detrito ciò che lo ricopre - ogni gesto acquisito perdutamente lo adultera -, quale mondo risponde?)

 

*

Non c’è altro mezzo

 

 

(Siamo abituati alla monumentalità dagli occhi. E dall'ascolto. Tocchiamo le macerie per cauterizzare la memoria. Capita, osservando i luoghi più stretti a noi, uno stupore squilibrato dai cambiamenti che ci fanno passare per ruderi.) 

 

Fatta l’estate, resta la stagione un disordine

di scoperte in sole basse ondate. Agita

le mani per scuotere l’afa: nessuna frescura.

Oso dire: somiglia a pranotentativi

che sollevano lo spirito, ma da pesci

all'uscio la riva di Josif che dice. A riva

una vista ricorda l’acqua com’è adesso:

spalancata e misterica oltre il dovuto. 

Dice vorrei tentare la notte adulta dell’ottantasei, 

nelle piazzole, tra uno strapiombo sul seno

meno pericoloso di un perché farlo e si faceva

in fretta - pure se la chiarezza veniva in seguito.

Del resto, quando una meteora s’infuoca 

come la vedi, che domanda ti poni? o è desiderio

espresso? Visualizzi l’aria se c’è un calore

che insinua tremori: il suo corpo era una tela

o un nome dimenticato ma perfetto per la sera.

Passano due giovani fiere con la pelle di stoffa

più attraenti del vento. L’afa sembra affievolire

nel nostro mezzo: è che per certi aspetti

si oscura ogni altro esempio. 

 

(Lui carezza lo spirito, antenato della specie quadrumane. Rafforza l’idea che ogni opera rimane intatta perchè lo sguardo non la cancella, ma niente è più duro del tempo.)

 

 

*

Ancora suono

(Il litorale si sgrana mentre bottoni dorati riuniscono tenebra ed asfalto. I lampioni escono dalle asole della notte come teste di ponte di un esercito di soli che avviciniamo ma non ci raggiunge.)  

 

Gli viene in mente all’improvviso, credo

- io credo ha una valenza di brezza termica:

tutta la notte solca il mare piena di figure luminose.

La bocca si apre al miracolo più dolce: sbadiglio

la luna appena compresa, a lungo rosa dal tetto

inesistente. E' un tarassaco staccato dallo stelo

steso. Stella non è, si vede, dico. Te ne accorgi

se il riflesso raggiunge la bianchezza dello spettro,

dice: sembra la morte più dolce, lo sbadiglio, ti pare? 

Sono rimasto fanciullo, ma è timore di crescere.

Taccio, perché in un sacco di silenzio la paura

è il gatto che non ti aspetti e mi sconvolge

il suono del tempo. Taciamo, per dirla tutta,

ad ansie congiunte. Temo che questa osservazione

non lo soddisfi: la morte più dolce è sapersi vestire

da tempo per non scomparire del tutto.

 

(Sul braccio più lungo del nuovo porto, lo smeraldo del faro lampeggia davvero convinto che una piccola luce, nel lutto della buonanotte, permetta l’ormeggio dei feretri nell’attenzione dovuta.)

 

*

Passeggiata a lucido

 

(Ho odiato via Clark per la sua forma scontata. Occupa una direttrice, ma non è quella dell’ufficio dell’igiene pubblica. Ciò che non è plausibile è la distribuzione del rifiuto: tra le piante, in una siepe di gelsomino, nell’aiuola della rotatoria presa dagli scarichi, tra i masselli che si sollevano dal marciapiede: cicche, cartacce, le stesse buste delle quali un legislatore disse basta!èoradifinirle... Anche un preservativo&goal, scarpe sinistre, siringhe ambidestre. C’è di peggio, ma serve alla sopravvivenza di diversi esseri: millepiedi che rimano in cammino, formiche che si somigliano, topi funamboli, eccetera. Infine, fiancheggiamo un piccolo frutteto, diviso dalla strada con una rete in preda all’edera più scura dell’asfalto. Così attraversiamo l'epoca.)

 

Ricordavo questo terreno curato fino all'intrusione

nella spiaggia, dice - e indica il muro confuso

dalle erbe spontanee, conguaglio tra le pietre e l'orto.

Più curato che fruttuoso, come talune menti.

La mente è un bene, dice, normalmente

tremulo. Confusa dalla chiarezza, agisce quasi

una rivolta di sensi, la parola vacilla tra ondate di gesti.

Ci vuole un punto fermo. Una virgola si avvicina,

ma sorpassa appena ripreso il fiato. Ti voglio bene,

dice. Come l’orizzonte il bene non ha mezzi,

una misura efficace, un certo metro. E’ angostura, cibo

dell’anima. Tanto sapore ha questo frutto che

l’arancio, nel giardino incolto, si perde, ma insinua

il suo affetto per il raggio in una buccia che la figlia

rotonda produce. Dice proprio “rotonda” come si dice

“dentro la pelle la fabbrica dello spirito è un mistero”.

Non è un bene che si esprime, dice: è asintomatico,

prende in giro un nome e lo scaraventa in mente.

E una mente assillata, dice, è normalmente tremula.

Trema la strada sotto il passeggero. Trema meno

sotto il gomito della sera, ma puoi farti indietro.

Nel tempo esiste solo l’immediato “avanti”

e il suo cuore è giardino a momenti.

 

(In questo tratto di via Clark, torna spesso il dolore per non più di 100, 120 passi, che sommano circa tre, quattro ricordi, poi il mare ruba la scena. Non puoi parlare a memoria, si improvvisa ad ondate: il mare in passato era il mio giorno, tutti i giorni. La notte viene solo dopo che ha attraversato la città, precipitando da San Liberatore. Rotola come un autocarro in folle ed ha lo stesso gorgoglio dello stomaco riempito di bocconi masticati in fretta. I palazzi diradano sulla tavola della luce morente, si informano dai lampioni. Niente di più e niente di meno che sfuggenti, e noi dietro.)

 

*

Pensando a vita

 

(Camminavamo su di un marciapiede stretto, tanto da essere più che immorale - persino le puttane lo evitavano: da questo lato non si guadagna in strada. Strada con tutte le strade del mondo che le vanno dietro, standole davanti come fossero in giro. Quel che c’è sopra, intorno, sotto, da mille secoli e nello stesso momento in cui arrossa occidente, schianterebbe se crollasse; ugualmente, dentro, una via si forma: distesa la sera, pronta la notte in breve, raggiunta dal giorno poi: è la Vita. E’ un uomo e crede. Ricorda, dice. Anche tu, non vedi? Ti prego, dice, camminiamo ancora… Prende un frutto dallo zaino, lo addenta, lo assapora; cola, dall’angolo delle labbra che faticano a stringersi, il sottile umidore del succo: fila il ragno della carie e saliva. Le guance formate dal boccone, gli occhi socchiusi. Anche Dio morde l’uomo; prima, però, lo bacia finché respira.)

 

E’ la vita, dice, indicando siringhe piantate

in una mecap lungo via Clark. La città in cammino

chissà da quanto. E noi al seguito come nuvole alle volte.

Vedi, la vita è fuori di sé e rientra quando è tardi,

ad un’ora che non ci è dato possedere o usare la chiave

per riaprirla, dice. Non c’è serratura dall’altra parte, dice.

E muove le mani a tentoni fingendo di aprirsi un varco.

Dice: se si chiudono i polmoni, come le porte di Troia,

è il buio che le serra e dentro truppe di cenere sanno

di nessuno più che Odisseo. Bisogna temere questo?

No, no! Abbiamo perso e loro devastano i luoghi

in cui cuore e altri ammennicoli teneri si accavallano.

Non devi temerlo se perdi conoscenza. Ora respira,

respira piano, respira - solleva il diaframma.

Il diaframma è un gabbiano ingabbiato nel torace.

Inspira dal naso lungo tre passi, poi gonfia l’addome,

come un aerostato per salire, espira dalla bocca in cinque falcate.

Vedi gli uccelli più lemmi che umani? E ride!

Ride con quel suono stridulo di cardini consumati.

E’ strano, mi dico, mentre davvero ci sorvola un gabbiano.

Lascia che la lingua si fermi ai denti, alle pedonali,

alle elemosine fuori dai supermercati, continua.

Il fiato lo mette in ginocchio. Dice che dio si rivela

mentre celebra questa breve messa in scena: la vita.

E’ la vita, mio dio, la vita, dice, la vita è dio - ovvio.

Parla, parla: ha un traffico in gola e forse, chissà,

la sua mente è la cosa più vigile che incontriamo.

Lì, ai piedi del muro in via Clark,  pungivene ed erbacce

come disperazione comanda e l’incuria protegge.

Borbotta come una motoretta. Diventa un’eco.

Mi attrae il gabbiano che spiega le ali. Capisco

che plana senza sbavature: l’aria è mossa e l’ombra

cade su noi come sale. Indica un papavero rosso,

di quel rosso inopportuno e luminoso come l'attesa

- di una passione, di una dimora, come ovunque

può venire bene a cadere. Quel papavero, dice,

osserva i comandamenti delle vele e dei venti.

Non le domeniche o gli anni, dice. Uno stelo, se vuoi,

è il suo orologio. E la vita è tempo. La vita, il nostro stelo,

suppongo l’unico dio rimasto disponibile, dice.

Dice dio come mettesse sul bavero un papavero rosso,

non il colore per gusto delle cianfrusaglie ideologiche,

ma per la profezia del polline che inarca resurrezioni,

senza la quale tutte le terre devasterebbero le costole

dell’acqua. Gli dico vorrei ancora un po’ di dio

da spendere bene. Ridiamo a pena.

 

(Questo tratto di strada porta ad una rotatoria che pone domande: assi che procurano vortici nel sangue, innescando pensieri terribili - una rotatoria, in fondo, è un circolo vizioso, un paradosso della strada, come non so dove porta e vado a vuoto. Lui diceva parole pesanti - io non capivo perché, ma sentivo: la fronte corrucciata, le arcate sopraccigliari aggrottate e strette, la partecipazione amara del taglio delle labbra sparite. Di modo che, osservandomi, sembro dubbioso che siamo noi a fare il cammino, non il contrario.)

 

 

*

Seduta sulla sua sedia: vuota

 

 

(L’alba è comparsa, apparizione delle note solide: i convenuti lucidi - si riconoscono convenienti. L’alba è, perciò, contagio della luce per contorno; e poi: presa di possesso dei volumi, anche lettura, donna che si stira i capelli, quindi ingarbuglia le dita per farne trecce, le annida sulla nuca con forcine lunghe come denti di tricheco, ne fa un toupet: nero preciso, con striature ramate - o forse nervi del sole. Lei entrava da destra, lì in fondo, dove la porta è tra due colline, a destra, fronte a nord. Entrare è sinonimo di giorno pieno, superata l’aurora, cittadina di rilievo, e il buon caffè. Un gorgoglio da cucina in fermento, sopra il bricco della moka.)

 

Ciao, Matì. Sei santa, ora. Ti preferivo piena

della grazia dei figli - tu che mi chiamavi

nel dialetto dei colli, con un soffio

come si alita sulle mani per vincere

il freddo - e viene quasi condensa.

Volevi essere ad altezza di benedizione ma,

più bassa - quasi di otto dita - da vero terreno,

terrena delle più fertili - quattro orgogli

in un solo battito e altro rimasto nello stesso solco.

Ora sei c’era, della migliore forma - la memoria

ti eternerà ancora per poco: quanto conta oggi.

 

(Lei esattamente non c'era - esattamente donna, dico -, giacché per esserlo è stata giunta al padre sopra tutto. E gioca nei corpuscoli della luce e ne spezza il raggio che le è prono. Io, rintronato più dal vuoto che dal silenzio, le do corpo in tempo, a lungo per un po’.)

 

 

*

Come venuto dall’altro cielo

 

 

(Piove. Come una sottigliezza appena percepita in un discorso nebuloso. E’ solitudine che precipita, non greve né opprimente; diremmo: rigenera - può liberare gli intonaci dal sale marino, e le forze ritornano dove la pelle è gonfia. Gil guarda in alto con gli occhi socchiusi. Chissà se gli giova questa riflessione: la goccia è sola quando cade, come tutti i frutti. Il vapore è densità, la foschia, quindi, comunione - la folla, suffragio di gioia ma equivoca. Sull’asfalto, e in auto, passano volti gelidi. Nessuno guarda dal lato che scorre. Sembra che i viaggiatori siano trainati da un filo invisibile, ma aggrovigliato e temibile, legato ad un segnalatore luminoso. Tutto è rapido, tranne la voce.)

 

Guardava le strisce pedonali iniziare

con la procedura dei guadi - si presentano

come appoggi che affiorano dall’incoscienza:

sono viscidi con una buona intenzione, sono

lanterne roche - o pandemoni rissosi. Occorre

stare in guardia: se l’acqua supera la pioggia,

e se entra nelle scarpe, scalza lo spirito buono:

è giusto ed avviene in fretta. L’inganno

è il vero mestiere delle pozze. Sono notti potenti.

Una sorta di contumacia lacustre, di equivoco

da marciapiede, come le maleparole che nascondono

il fondo pronunciato di solito sottovoce.   

La donna teneva su di sè un tetto fittizio,

momentaneo, urgente a modo suo. Una cartellina

gialla sempre più spugna, più curva - tipico

della rigidità del cielo nell’accezione di fronte

futuro, avamposto dell’olio santo.

Il timore, da una suola all’altra, è un acceleratore

di brividi e unisce le pozzanghere al passato.

Alla maniera di un fermo immagine ristagna

ciò che si specchia dall’alto e non torna

memoria che sappia spegnere la sigaretta.

Corso Emanuele è corto quanto basta

per fare due passi, Gil: camminiamo affiancati

finché ci è dato - come un martello la pioggia

porta male, come una seta dove poggia

luccica la terra a mare.

 

(Corre voce che chi attraversa la strada produca un’eco con le orme, ora, ma nessuno ascolta altro quando il cammino porta dove vorrebbe andare. Una donna tiene alta la cartella sui capelli neri, si bagna le spalle, il viso si riga e vede cose che noi uomini non potremo mai immaginare - come Roy, ti ricordo; un’altra usa un balcone, resta all’asciutto; e ansima: pioverà ancora per poco, ma non lontano una sirena gela. Volevo anche dire che il mio Gil è contagio vitale.)

 

*

Per ora cosa viene a galla

 

L’alba è sorpresa - per come la vedo io -

quando coglie l’anima ferma e ricorrente

per la marca temporale al cancello adesso.

I guardiani a quell’ora finiscono nei caffè

aprendo la corolla delle labbra alle brioches.

Da quali posti tornano a letto? Entrano

nelle telecamere le loro figure curve e rette

escono dalla messa a fuoco fino a sera.

Più di una donna si libera di improbi viri

al ritmo circadiano ti credo/non ti credo.

Viene domani ed è lo stesso oggi, sospetto.

Chiudono fabbriche e perdono capelli

ma raccontano in modo truculento che:

sì, amo, però rivestendomi non lo indosso.

Un’esca di scena gocciola nel Maremedio

tra le terre serve, come ancelle. E’ vera

la didascalia della foto di un delfino lungo

sulla spiaggia corta: fanno tanto lavoro

le correnti per assiepare le plastiche

nello stomaco dell’oceano, ma l’oceano

segna la carne sulla lavagna dei sogni

e circa tante onde tremano per la libertà

dei morti. Vorrei sapere da dove vengono

- con precisione: i guardiani, le plastiche,

i cancelli, le anime, i delfini, eccetera.

Ed anche ho sempre voluto un camion

di latta pesta, per un bambino secreto

da tutte le cianfrusaglie che qui ho messo.

 

 

*

Scelte da sole

 

 

Non solo curva l’atmosfera

attratta da epoche remote

ma manca l’aria nel liquido quotidiano,

come un’altra marea che scagli la pelle a fondo.

Siamo nati in ogni momento, e soli non ci viene bene.

Piuttosto, usciti dal ventre, un'arena

e passeggiate prive di meta indeboliscono il desiderio

di legarsi allo spazio per distendersi.

Mi muovo in pieno centro

perché è noto quanto l’equilibrio legittimi

gli isolati vecchi: non per altro la città abbonda

di verdi per i patetici.

Va nei due sensi la marcia

e marcia in vista di un saluto sfuggente. Si forma

l’osso nella bussola per sostenere i nervi tesi:

il buon giorno perde l’orientamento per mesi.

Sai come capita: gli occhi negli incroci osservano le scarpe

dove prende corpo l’altro uguale

e l’altro - dal sorriso congenito - intima

una muta chiassosa

per la lepre più paurosa che folle.

Una contraddizione in termini, alla fine della vicenda.

Ciò che un uomo dovrebbe amare negli incontri

è la prospettiva della strada che avanza

e viene meno. C’è in ogni solitudine

il cromosoma dell’orso. Artigli pronunciati

come parole graffianti e zanne superiori alla bocca.

In questo modo

se anche dici ciao, qualcuno avverte un morso,

conta di seminare il sospetto.

 

 

*

Presa di petto

 

Le montagne si alzano come discrete nottule.

Si proteggono dai torti del vento

aggiustando opportunamente gli spigoli,

dove pensano curve e smussi da tempo.

Annidano ai loro piedi il centro della Terra

e il mare ricorrente.

Quando me ne accorgo è tutto fatto il buio

legato alla finestra.

Sul nero fondo si staglia questo assillo:

un’idiota è un buon confidente. Io lo sono?

Come vedi uso la parte scalabile dell’universo

per arrivarci, pure se non lo penso.

Appartiene alla cerchia delle guglie e delle pietre,

ma meno grumoso per quanto si vede.

Mi prendono a ripetizione le luci al suolo

che fanno le veci degli ammassi stellari

con grande naturalezza.

Ormai è noto che il caos ufficiale è una congettura

precedente al sole. Dopo tutto si poteva respirare.

Anche il massiccio luminoso era contenuto bene,

fino all’esplosione dei troni e degli altari,

angeli maledetti che inventarono la guerra prima degli eserciti.

L’ho sostenuto a stento

dando un’occhiata in giro per gli anni a venire:

devo un mio senso al tremore

in questa notte che ancora esalta le differenze

tra la mente che interroga e l’amata presa di petto.

 

 

*

Rimesso in moto

 

 

Abbiamo lasciato la linea

di partenza con l’aria delle api

all’avvento dei fiori. La strada

era quello stelo sul quale case e traverse

sono petali in forma di sosta

come corolle a giorno. I motori

fanno la loro parte di spinta

sul dorso e tanto vibra lo sguardo

quando la manetta eccita

la schiena; e si curva condotti

dal sangue con le ginocchia in fuori.

L’occhio è però più veloce grazie alla luce

o forse la luce lo raggiunge prima

che si posi a destinazione. Può darsi

che la destinazione non esista e sia

fuga il riposo in altro luogo.

Così spero il tuo corpo di turno

dove mi trovo.

 

 

 

*

In una volta

 

Sono l’ultima stazione. Che può dire

l’ultima stazione quando arrivano figure

senza ombra di dubbio a destinazione?

Aspettavo la tolleranza che pochi conoscono:

è giunta in seguito, come ricordi.

In quanto stazione ho un nome macabro:

fossa comune quindi crematorio o mattatoio. Qui

il numero enorme viene per la notte più lunga del numero

che non è sul biglietto, o il biglietto è stampato

sul braccio della morte. E pochi bagagli, segnatamente l’oro,

scavato nel sangue, come diversivo: una vecchia storia

comoda ad ogni modo.

Ora ti chiedo: se è mancata la pietà prima di me

serve ricordarsene per un solo giorno,

e per un ceppo solo, quasi che all’albereto mancasse

la varietà delle piante minori?

Sono l’ultima stazione, o l’ultimo passo,

o l’ultimo respiro, e a quanto pare

ancora una occasione per non mancare

l’unica notte capace di avvolgere i due emisferi della storia

in una volta sola.

 

 

 

*

Ogni pentimana

 

Venendo il venerdì, la sera implica il sabato

ad oriente espresso dalle alture del Cilento

già domenica. E rasserena ovunque dimori

lo stato d’animo erede del vecchio impero

dei cesari, che si mantiene sulle carte con le truppe

votate al potere. Ad un certo punto delle attese,

il turbamento si presenta come reggimento,

ma per l’orologio umano le lancette hanno l’andatura

dei ponti. Un soffione d’acqua o altro disimpegno

tra il letto e la porta è il motore più veloce

per dare corso alle fughe, mentre nient’altro ci spiega

meglio del sonno profondo. Sono antico

quanto un triciclo di ferro e cigolo da quel rosso

imbarazzato che mi distingueva in erba.

Tanto mi secca.

 

*

Conciato per le feste

 

A nome della festa vivo l’attesa

con termini e modalità d’uso prescritti

dall’attesa corrente. Questo spirito

non è passeggero. Lo è il corpo

con precipitosi saliscendi di bagagli

lasciati come resi

più un binario calcolato in tempo.

Pochi parlano di me senza fretta

e lemmi lemmi sono terra che mi attraversa.

Ad ogni festa il suo tepore, quindi nel tepore

versare tono novello, e bere leggero

il desiderio che non smetto di trattenere:

parola mia, sono conciato per le feste.

Sono un uomo che ha un secolo in mente

e mezzi cui il corpo non crede.

Non basta una data medicina, temo.

 

 

 

*

Lascio a sentire qualcuno

 

Durante la pioggia si impegna l’acqua a catinelle.

Si impegna ottusamente a colpire nei colletti.

Oh, se fossero guidate da animelle

questi battesimi attratti

sotto pelle.

Vorrei cadesse la pioggia che mi passa in testa

distratta dal cielo, presa dal gesto

della terra che apre il torace

in santa pace.

Vorrei piovesse per un gioco d’epoca che mi attrae

in una cruna della strada. La strada è in tal senso

una cucitura a filo di case arlecchino.

Uno stile che ha tolto al quartiere

le asole pedonali del marciapiedi.

Mi raggiunge uno schizzo brunato per via

del fango lecito, quello terraterra, intendo,

lanciato dalla mano dell’onda che provoca:

credo l’abbia prima aperta sulle nuvole

nelle pozze, come porta,

poi innesca il riflesso, e traversa.

Anche il panorama gode di questa entratura.

Via Palestro increspa i pedoni correnti.

Prese di fretta, le orme se ne vanno

come i fiati; più tosta l’idea. Resta

quello che la corsa verticale non toglie

alla staffetta: i testimoni si perdono

maldestra mente.

L’occhio raddoppia i gradi per il tratto in salita

e questo agevola i citofoni a fare testo.

E’ il nettare del posto l’anagrafe.

Vorrei dire loro che mezza età se ne è andata

con un paese consanguineo

buttato a dosso.

 

 

*

Da anno in hanno

 

 

Il bel futuro venga per tutti i luoghi comuni

e sulle zolle personalizzate da semi incoscienti;

sugli acciai congiunti a cieli ferrati ma intrattabili; e sulle viti

che resistono, benché infatuate delle ruggini.

Sia a chilometro zero il buon futuro

per le tue e le mie nervature abissali

dove i batiscafi dei nomi riemergono

per cambiare equipaggio.

Dolci e terribili i mari acquattati nei corpi.

Va conciato per le feste

l’uomo

affrettato più di quanto lo ripara.  

Chi domani vive adesso fatica

ma meglio si adatta all’epoca seguente:

basta una data incolume nel lunario

del suo campo. Il suo campo futuro

attraversato dalle parole non a prese

come in gola. Abbiate prati in mente

più che solitudini affollate in contumacia

piene di vocazioni salmodianti.

Non temete i caduti, dice il bosco,

pur se facilmente avvampa l'idea terribile

dei fossili. Nulla rispetto a quanto duole

osservare la gelatina delle stelle

come impiastriccia chissà che

ci aspetta. Date di nuovo.

 

 

 

*

Tra la folla di colpo

Non amo lo spirito armato di odio

ma, diomio!, da oggi vorrei armare l’odio

con lo spirito dell’amo. Esca da me

l’incolumità del bene, la boria

della tolleranza, la sicumera del perdono.

E’ l’occhio la porta,

l’ogiva della mente: rimanesse

solo questo, i bersagli amerebbero distendersi.

La follia si serve di altri sicari: le mani

con un talento per la forma stretta. Poi,

la figura si dà alla macchia con una mira precisa.

(E’ noto

l’agguato degli accenti sulle vocali,

mentre in genere ogni lingua mette in scena

il tono consonante). Vedi

l’opera umana nel sacro acconto al paradiso

sconosciuto e amabile, animato inspiegabilmente da vittime.

Una brutalità insinuante credo. Dio grande

per comodità di raccolto

è tra gli uomini una macina di ombre, adatto

ad ammattire i semi lucidi.

Oh, si può non essere d’accordo,

e, si fa per dire, ritenerci espianti dal suo fianco.

In realtà, la vita si ama e si arma; insegna che di minuto

in minuto il tutto si compone; l’eterno è per adesso

fin che ne resta ombra. Ombre appannaggio dei luoghi.

Chi convoca queste truppe antesignane della luce?

E le luci

non si muovono da sole... Ovunque un lume

vaga per il lato tragico del prato, interra radicalmente

le sue tane: cosa ci sfuggì allora? Tane ora dette tetti e

prato detto cielo: ho trovato il lucernaio a pezzi:

il bene, il buon proposito, il perdono,

solo fusti alfabetici in inverno

percossi dal rancore, rancore, rancore.

Torpore.

Li sento come gramigna: medicinale che non si sa

fino a che punto, poi infestante

fino alla lama nel campo mietuto a gran voce.

Che fa la gramigna, oppure i soffioni? Irretiscono

le crepe

in un terreno sordo a dovere.

 

 

 

*

La consuetudine del calendario

 

Trattiamo il tempo con misure esatte

e precisamente

legato al polso, per le vicende

dei bicchieri, torte e bouquet

o per mancanze ricorrenti.

In quest’ora superficiale

nel cuore del pianeta in un momento

passa più gravità che secondi

ma tra le stelle è da tempo perso

un delirio eterno.

Questo è un gesto cortese

volto al mio volto passeggero

come rivolto al sole, o per sole

visioni in espansione.

Chi lo sceglie tema di fondo? Chi lo impiega

senza correzione? L’embrione dell’uomo

fatto da poco

rompe le acque e piomba in cielo

con la lancetta che conta di meno.

 

 

 

*

A bordo di ombre

 

 

Una fila spiantata dalla sua terra

non disordina il cammino ma il coyote

ci passa sopra.

I confini tra gli uomini  

pare seguano la linea del rifiuto

e il fiuto dei doganieri li segna.

E se qualcuno nutre speranze

come i ragni all’avvento dei voli

sappia che i passi fanno clamore

quando si riducono a torto.

Allora, chi li vuole ridotti? Dove

hanno lasciato il muro: Nessuno!,

risponde un coro; nessuno di quel coro

muove la bocca, eppure parlano

come fiammiferi nei gasdotti,

ma Nessuno è davvero un eroe.

Al gigante cambia l’occhio in dote: non basta;

dal muro abbattuto si alza il muro spietato:

per uno che cade meglio si arma

il muro risorto. Come crepa

ogni ombra vi giunge.

 

 

*

I, Yemen!

 

 

Ti so senza parola e non posso darti ascolto.

Hai poca voce, nessun volto: io non so

a chi prestare orecchio. Se gridi aiuto

non è certo giunga: la guerra scatena il silenzio

per definizione.

Lì è il deserto, dicono, ma qui il deserto

occupa la pietà benché la pietà mai conquisti

le dune.

Questo manda all’aria vite inarrivate

a compimento, denti da latte che cadono

perché non diventino vecchi nemici:

l’innocenza degli invisibili è sempre

stata vittima della geometria dei bersagli.

 

Ti leggo, ma tu non scrivi; ti raccontano

con la lingua dello sterminio ad onta

dell’alfabeto dei morti che tutti sanno muti

- corollario dei segni cancellati dagli interpreti.

Così la linea del fuoco mantiene il tono

del rimbombo: capisco dove va il colpo

ma la mira resta ignota.

In qualche modo ho saputo del cordone

che ti soffoca. E’ il parlare dell’acqua

a far dubitare che la fonte sia pura.

Ignoro in quale raggio la sete smetta

di essere letale: io sono vivo a sorsi

ma non è la notizia e né meno

quanto l’indifferenza stagni le gocce.

 

 

 

*

Semidei: qui voi sareste dei semi

 

 

Quindi, se io non fossi quanto voi siete,

ditemi a che serve dubitare di quel ventre

tra le stelle. Con precisione: oltre figlio di.

Viene spontanea l’incertezza che esisto

come castagno o seppia, di più ancora

fa il tramonto prima della corbelleria

che la notte è morte soltanto breve.

Il viaggio in terra, come sostengo, è salubre

per quanto l’atmosfera sia meno di un congegno

sottratto al vuoto prima che le alghe divenissero verghe.

Voglio dirvi che ho tanta forza, ma non fatica.

Che brucia in me la corsa ma il piede è debole.

Che c’è un imbroglio nel vetro come nella pietra.

Tutto questo mentre l’osservazione del cielo

pone un limite agli a pelli: li trattiene.

E aggiungo che una gragnuola di corpi celesti

non fanno molta strada, né cadono, ma

ci investono con richieste di attenzione.

Dell’aria mossa dalla mia bocca a vento,

ammetto che è locale benché minacci

tempesta per chi vanvera del resto.

Oggi api legittime producono miele

ma il circuito degli insetti non aumenta

il nutrimento. So anche questo: la parola

è un badile che scava pozzi all’idea

che basti un verbo a cambiarci in niente

ed io coniugo lo sbaglio a mente.

 

 

 

*

La piena del figlio

 

 

Se io fossi morto come da tempo voi

sareste vivi come vi sento. Teneri.

Teneri e impellenti. E vi vedrei,

ripresi da terra. Ripresi, dico.

Non citati dall’inchiostro. Ma salienti,

se l’altro mondo fosse cristalliera

dell’universo nel salotto buono

oppure chiesa dell’unisono.

Non ci sarebbero rimandi tra peltro e vetro

ma angeli perfetti nella camera da letto.

E se io fossi come penso di tornare

mare che cita l'orizzonte in agguato,

sareste bastimenti per una rotta agiata.

 

 

 

*

Indicata in chiusura

C’è per ora la lancetta: disegna

quanto non saprei cancellare

dal quadrante della sera.

Prima dell’aurora si è alzato

il timore. Un disco rosso anch’esso.

E appena dopo, da doppione, l’accampamento

dei raggi è esploso. Una pessima finestra

il fazzoletto che uso. Imbevuta di profumi

l’ape del sogno procura il miele diurno,

ma la vespa velutina è la sua notte più terribile,

il reale preso a volo.

In alto quel che era luce è luce fievole

a norma ma opportunamente lasciata

all’ombra; e se per scorrevolezza muta

il fuoco, cioè cala la tempra, in fiamma

all’orizzonte, anche l'ultima veduta

si farà cenere: sopravvissuti

negli altri non più noi e non in forma,

tanto lievi da uscire dagli occhi

con una liquidità sospesa.

 

 

*

E solo sono resti

 

 

Ho smesso con l’odio: la coda soprattutto

tende la cometa nell’orbita, io la lasciai

di ghiaccio perché si sciogliesse dove fioriva

l’acqua. E l’acqua mostrò come in un adulto

si muovono le remore. Corpi accostati  ma

di tutt’altro genere. La finisco con l’odio,

simulo in fretta il vento, sbuffo, accalco

sul muro altri rinvenimenti, figure temo.

L’estate morta cadeva dal costume sulla sedia,

scostumatamente poggiata alla spalliera.

Per questo sbandai, ma era un riccio lacrimale

con la piccola voce velata insistente controllata

da un lato, per dire prendi una legittima indifferenza

dall’odio, dalla coda dell’occhio, dall’orbita,

prendi il costoso timbro dell’abbandono

e prendi il distacco dalla mancanza di seguito

per menare passi sopra una lastra incandescente:

è la strada quando riparti carico del fervore

dell’universo - ammettendo che l’universo

si allarghi con la stessa dinamica nel vuoto

sempre - e solo sono resti.

 

 

 

*

Evanescenza del tratto formale

 

 

Il sangue è il pulsante delle vene. Lo tasta

l’anno, nel giorno convenuto. La nascita

e l’inquietudine, che la perseguita, sono

da un momento all’altro continenti; piena

di nebbia è la navata a mente. Chi

accompagna la grazia all’altare? Il dubbio

sta sul sagrato come un muschio nell’umido.  

A lato dei colonnati la fede sbanda

tra assopimento e risveglio tremante.

Come il melo mette a nudo il condotto

e la peculiarità della linfa per il vitalizio.

Una radice, se ne può parlare io credo, mi frusta:

c’è un nervo in qualsiasi braccio di terra

che sostiene i passeggeri. Come un tronco

in ogni acino. Autunno! Vieni con la tua parte

rissosa unicamente al nodo più antico: questo

assimila me nell’ultima stagione di legno vivo

all’anima del discorso. Ciononostante si affermano

le mani simulando la ridda di foglie come conviene.

Ogni distacco procura lavoro a terra, pare.

In realtà le fabbriche ci portano sulla schiena.

E cedono le spalle, come cedono gli stralli.

Gli abbracci sono vele per quelle traversate

che hanno un porto disarmato dal mare:

una per una si deformano le navate; e i partenti

cadono, cedono i nervi, come rotte

sulla grande mappa dove c’è meno spazio

al largo che tra le nostre voci sbarcate a volo.

 

 

 

*

Object trouvé

 

 

Vista nel profondo l’anima

non si trova che a disagio.

Un timbro stinto in calce alla nuca.

La luna che vedi ebbe lo stesso fazzoletto

di cielo. Dammi una lente, ti dico, una lente

capace di farmi vedere i suoi crateri.

Chi manipolerà il resoconto? Serpenti

e lucertole che cambiano pelle per non cambiare idea,

beh, pure il contrario, come dei tormenti.

La vitaccia, lì dove la prendemmo,

secca si è fatta pensiero inebriante.

Oggi ne sono assuefatto. Tipico prodotto

lo spirito. Cambio la ricetta, dissi.

Ne rafforzerò l’umore terragno, dissi.

E’ venuta con un retrogusto di fabbrica, sentenzi.

Ti chiedo: è una linfa, un gas, una maceria, cos’è?

Ribolle presa dall’evanescenza,

ma il borbottìo contagia l’aria che già sa

di reticenze, del suo intoccabile decalogo,

della stima per un santo scorbutico

che cala i quattro assi del miracolo.

Ieri, in pieno martedì, mettendomi a nudo,

affacciato ad una emozione, fronte a balcone,

l’occhio nella veglia di una malattia da sopire,

ho messo piede in tutto me stesso.

Non mi trovo che a disagio.

 

 

 

*

Prevedendo il chiuso

 

 

Respiriamo mentre andiamo al limite.

Oppure andiamo avendo dismesso la cura

in un battito. La morte è un fulgido solo.

Al limite, l’alibi della ritirata diventa:

«tirare il fiato». Ma non giurerei sulla causa,

neppure mentre mi riparo.

 

Non sempre, a ben vedere, attraverso

l’accampamento delle nuvole, né mi pare

si affaccino da esse le guardianie dei templi.

O i segugi del Primo Portento. Più antico

del tempo è il buio, involucro dello sputo

che ti fece nella bella notte a sua insaputa.

 

Ma tu, nel mercato degli occhi confusi,

muovi timori come dune che hanno motivo

d’essere mobili tra gli arredi adunati sotto

il cielo. Lì non altro che acqua a vapore, o

imprecisioni di stagione; glasse luminose,

venti a stormi, rituali della goccia.

 

Il traffico anche qui è saldato in aria.

Il tanfo del motore umano - soffocante,

congegnato per le basse quote, in odore

di frizioni bruciate, rimesso a norma

dal legislatore, non abbatte che i pedoni

a passo d’uomo. Corri. Corri. Salta.

 

Salta di seguito in seguito, salta alle volte

dove indico le striature delle aviovie. Indico,

e non ti dico, dove i cursori del cielo

fanno razzie dei passeggeri. E se ti è sacro

il sangue col quale mi porti l’orizzonte

ad occhi nudi, ospitami ancora, figlio mio,

nel purgatorio tra i tuoi fuochi.

 

 

 

*

È stasi e tormento

 

 

La polvere della strada, levata dai piedi

e portata in giro come cimelio, si deposita

ovunque entro il termine di velatura. Questo

termine muove niente, sta sopra tutto.

Non fa una grinza.

Il mio percorso ha la cura dello straccio,

ma disattende le indicazioni: nessuna strada

porta il tuo nome e la pianta nega

che almeno una conduca a te. Anche Roma

in questo secolo ha ridotto i suoi confini: le cupole

non reggono che il buon vecchio firmamento.

Dai suoi fianchi si capisce il limite

della specie (vicolo, viale, via, corso:

un tanto alla metro, poco davvero)

come le luminarie che ci prendono

dai capelli, bicchiere in mano, a tentoni.

Il cuore della città è una residua curva

retta da storie legate approssimativamente

alla sommità delle polveri rimaste.

In un bar con sole donne spunta la mia

velatura e altrove supera ogni resistenza

con l’invidia dei cimeli nella piccola teca

(i cimeli infilano la guerra di soppiatto

nelle belle vetrine di via Condotti, ma

la pace interiore mostra l’occhio caduto).

Così qui passo come pochi - eppure troppi -

templi che abbandonano i ruderi

in tempo.

 

 

 

 

*

Non ti ho amata per poco

 

 

Per tanto così sboccia altro:

un’occhiata distratta dove manchi

tra la folla del Corso (chi se ne accorge?)

- e non ti cerco passante ma rimasta al caffé.

Sono questa apparenza in cui tutti sono tutto

pur di comparire diversi nello sciame di polveri

in un raggio retto memorabilmente

come diretto è qualsiasi frontespizio

di vocali verticali, o finestre ignorate.

Sicché sbocciano convenevoli taciuti

per dirsi t’amo e pertanto: come stai?,

sei bella da notarti ancora o come me

ti curva la sfida dell’ora? poi, svelta, non rispondi:

e tu non cambi mai, ti avrei chiamato;

sì, ma quando tra noi?,

a settembre quando ci lasciammo

in bocca appena un morso

insaziabile.

 

 

 

*

Il trucco del sole

 

 

Facce di bronzo ovunque.

Come se non bastasse, esposto

a onde, si riflette malconcio.

Emerge il fastidio del mare

saturo di truppe che sbancano baie,

seni e sabbie di tanti secoli

in pochi secondi. Sbarca

il lunario prima della fame,

un ambulante di merce dozzinale.

Battaglia sul posto. Al sole.  

Preso così di petto, l’esercito

non sa che farsene del fronte.

Un uomo è banale quando pensa

che la risacca faccia meglio

della guerra nel cancellare orme

continenti con vapori fatiscenti

nei bacini sotto sale. Quello stesso

bagnato dal sangue rimasto a bordo.

 

 

 

*

L’uomo che lanciava i cocchi

 

 

L’atmosfera è quella di una luce che si spegne

lanciando a tentoni il buio in natura.

Una maglia scura trattiene la fabbrica

normalmente in stabile.

All’uomo bastò accenderla

con un semplice fiat qualcosa.

Questo sacro mandato fu ricevuto dai capi

e in capo ad ognuno pose il ferro e il design

una casco integrale e diversi add-on

(tra cui l'aria terracquea, l’amuleto labiale).

Lo stregone non tanto giovane,

neppure vecchio si può dire,

non potè udire il suo nome

un po’ per il marmo ma molto per il villaggio

in cui correva l’anno globale

giacché nei piccoli insediamenti circo stanziali

era la data che non tornava: spariva

da tutte le tavole il piatto e il concavo cielo

fatica. Eppure era giorno fatto e il loro riepilogo

mostrava che vivo e vegeto sono antinomìe

per il solo calato.

 

 

 

*

Data da un nome

 A mama per sempre

 

La tua lingua è seguita da sempre:

sana sempre, libera sempre,

protesa sempre, sempre linfa

per taluni complementi

solo tuoi, per dire sempre

potrebbe esserci qualsiasi altro giorno in questa finestra

e mille nascite ancora in tempo

per diventare attendo.

Lo sguardo coglie prima della mano il punto

che interrompe l’attesa con un saluto, luogo

dell’incontro postumo ma consueto

per via della concitazione

dove vago non è il traffico nè paragonabili tra loro

visi e case, ossia passanti inquieti e immobili,

ma ripida la fretta presente.

A memoria sei come eri, vera in questa residenza

che puoi chiamare la mia vecchia pelle, derisa

dal vento di ponente, folata e basta

che nulla insegue, ed anche per cosí poco vengo.

Lo scrivo avendo visto tre cose appena: una, un

e la tua fugacità seduta sull'orlo del marciapiedi: cos'altro

trema dalla genesi in poi

in un ambito di nostri turismi ingenui

come mi salta all'occhio la tua trasparenza?

 

 

 

*

Scriverei come l’oro

Acqua acqua acqua! E per carità

non si dica che ho sete. Appena mi muovo

il più vicino trema con il corpo perso.

Perso: per con so: so dopo per. Fare, ecco,

fare le vicissitudini nella vita magra.

Ho lasciato molte stuoie a casa, una è libera.

Libera: cioè senza riposo: il pensiero

è l’unico che se ne occupi: la occupa

con l’attesa il porto. Mi sono rotolato in esse, poi

venne il fango, benché sia raro che piova.

E il fango sommerge le stuoie: sono

ciò che mi preme: non sono letto

da chi legge da stuoia.

Di tanti possibili dormiveglia

mi strizza l’occhio appena quanto costa

in fede. La fede non viene per caso:

lo dico nel caso io non torni a loro. Vittoria?

Non ancora: chi ha inventato il futuro sapeva

che esiste o, almeno, ha un riferimento

a bordo.

Vedete quanta angoscia galleggia?

Io ne scrivo ed è l’antica abitudine

di aggrapparsi a niente per reggere

e parlarne, risentito come se fossi

questo solo.

 

 

 

*

Una Thule

A Cristina Bizzarri

anima straordinaria,

straordinario ingegno.

 

Che cosa sia l’uomo e cosa la sua figura

è apprezzabile differenza se li si guarda da sole.

Ben altro apparirebbe se

osservassimo dalla somma delle verticali

fin qui fatte per sollevarci;

li cercassimo da google a sera

contrariando i gomiti i polsi le dieci;

ognuno stesse sul cuore della poltrona

mentre viene trafitto da un raggio del monitor

ed è subito tastiera;

i dubbi battessero le certezze a parole grosse;

in quest’ora - e solo al sole - l’uomo è nudo

e la figura non ne tiene conto;

l’uomo porta in sé un fiume ma nessuna foce;

fosse navigabile a memoria, volubile al suolo;

questo fa dell’amore un argomento di schianto

senza tenere conto, o fattore

di quanto realmente figurammo a monte;

ai piedi di una montagna arrivano scarpate?

 

Neanderthal si è solo sgrossato, affinato

ed ampliata la vista, per il resto si dica dell’altro.

Il gioco linguistico ha reso dominante

chi l'ha meglio esercitato: niente di più niente.

Ciò che si ricorda è in fondo la conseguenza del gioco,

il risultato ottenuto dalle piante.

Se ne vedono i frutti i fusti i semi. Siamo a parole

e siamo avventori faziosi che lasciano briciole dove bivaccano.

Il fatto che la cucina non ci soddisfi è un problema

di gusti, di sapori, di precedenti tavolate e,

forse, di incapacità a scegliere la credenza giusta.

Le figure si affermano finché ci sono

benchè non le pensi tali e rimandi.

Ciò che ci sforziamo di fare è elencarle per resa,

riconoscibili per sentito dire come visti

da noi, per noi, così da introdurle all'appello,

non perchè manchino di dimensione,

semplicemente non sappiamo trovarla

(potrebbe benissimo esistere

in una qualsiasi altra parte della sconfinata persona,

o altra stanza che dir si voglia).

A maggior ragione, quindi, è opportuno chiarire

che intorno la lingua del luogo non è la nostra,

ma quella che ci ha preceduto mutandoci

e che mutiamo mai muti, in natura.

 

 

 

*

Radice chi

 

 

Lascia che ti dica dove hanno mente

fiori erbe tronchi frutti, la tanto stramba

foglia al vento. Naviga lasca

ora per ora: ma che ne sa

il fuoco, o la precipitazione,

che non le può niente e per tutto

serve cervello: anche nel cuore della terra?

La radice è presa dal condominio

della vena e del minerale segreto:

com’era verde la sua avallata grazia

nel circondario terruto, posto se osa

come io penso in forma non forma

di mani aggrappate, barbe comprese,

senza ombra di dubbio protese

- nel senso del richiamo all’aria aperta

protratta da cloni a colori.

Vero orizzonte sottoterra, credo, col solo

proprietario terriero che si conosca

a ragione d’orma: la radice

con il sesso in cielo.

 

 

 

*

John George (Jack) Phillips

 

 

Ero legato dal punto alla linea.

Più che altro manifesti brevi

da uccelli first class o passere

complici, rimessi in una follia

liquida e canuta (queste specie

si barcamenano ovunque annotti

la scorribanda fluida sui ponti).

Drammaticamente inoltre, la ricchezza

è sopra la linea di galleggiamento.

In quel punto la vita riduce il raggio

a nulla, il cerchio si stringe e fonda

l’isteria di bordo che sale al seguito

di: prima donne e bambini, per la miseria!

Tutto quanto sovrastante l’acqua,

grasso e benessere meno di magro

e greve sottocoperta, precipita

oltre gli abissi convenuti all’oceano.

 

Avevo avuto l’avviso delle bianche

isole in movimento lento, massicci

altolocati quanto bel vedere passeggeri.

Che vuoi ci facciano? Lo scafo è duro,

si era detto, duro fino alla cintola.  

E riponevo la striscia rotta sulla rotta

corrente. La colpa è lì, sommersa.

Non è un alibi una moneta a parola,

ma una sola per dream trip o to die,

sono un dannato prezzo! Maledetto

è vero, ma con lo spirito giusto si accetta

questo frangente già alla partenza.

E quando di colpo la morte ferma

le lancette in tempo, nemmeno l’anima

è pronta al momento, né comprende

la fretta del gelo, l’avidità della corsa,

ogni sorta di attrazione congenita ai sensi  

che ora come oro non suonano bene.

 

 

 

*

Ma

Sei qui dentro per altro

e sei fuori luogo ancora.

E sei stata tra l’altro rapida

a liberarti della fiammella

e certo in mente prendi merito

della parola che mi resta

santa, povera santa Ma:

mettiti dove vuoi ti veda.

Nell'occhio da posta a volo  

e nella voce rotta che ricordo

a pezzi. In piena luce come in ombra

e nel ventricolo sinistro del tempo

più dotato di battute universali

del torace arreso al momento.

E sei perfetta, umida atmosfera,

perchè ancora la mia iride attraversi.

Posso dirti grazie senza renderti

amore e battito per adesso?

 

 

 

 

 

*

Come a caduta

 

 

A Laura Turra,

cui ho rubato il verso inclinato.

 

Con il passamontagna calato sulla cima,

le nuvole rapiscono raggi minacciando tempesta

ma da fori impercettibili comunque

salta agli occhi la rettitudine della stella.

E tu con passato riassumi il vento.

Il sistema universale invade il sistema

palese: nulla ferma la luce piuttosto curva

l’attrazione di tessere grigi, non colore

come la diceria della mente. E per questo

il glicine non trema e non teme di essere

“un labirinto / il mare” dove il filo di vento

guida il bene velato. Così ti incontro

dove eri mentre altrove non ti appartengo,

né quindi chiedo di te altre congiunzioni

copulative. Per es.: lontananza e desiderio;

da tempo siamo congiunti a sorte  

e la distanza avverte questo tratto

che tanto niente disegna.

 

 

 

*

Quando torna la viva scomparsa

 

 

Nel sistema medico-decimale

il sussurro, l’ansimo, è diagnosi

prima dell’urlo: geme come una

se mente. Risiede in un frammento

del millimetro, tra atomo e attonito,

con lo spessore pallido di un velo,

o il sottile diaframma di pelle

tra glutei e camicia. Lega amo

e polipo, tentacolo al buio, torna

e scava con il principio del vento

l’ubiquità tra persone prive di viso

riviste abrase. La comparsa perde

peso se la notte evapora in spirito.

Una goccia da asporto coglie

la fessura tra labbra e fa gola.

Schiuma relitti e sguscia il cuore.

Copro la resa con l’intuito che fingo.

Recito a memoria le parole che cambiano

continuamente il non visto in vita,

oppure mi prometto l’abisso

che avrebbe scavato la scomparsa

- sobria, certo, inappuntabile,

ma dolorosamente in corso.

C’è la sua gioia che guadagna posto

risalendo a mente, salubre e nuda;

o a ragione proseguo integerrimo

- bavero alzato, occhi spenti, mani

giunte da prima - il nostro fondamento.

E forse neppure: solo mi illudo

che esista un entroterra di ospiti

salvati dal contagio che si respira.

 

 

 

 

 

 

*

Ho rivisto la radice che penso

 

 

Yannis è fermo, pranzo quotidiano

di radici, segno di numerali

della durata di tanto respiro.

Scrivere è togliersi dalla testa qualcosa,

magari in stile dorico.

Mikis coltivava le note per una ginestra

a cappella - voce sempre verde: ignoravo

che questo fusto è come una foglia

e il giallo è fare volume con poco.

La musica può: amo il sirtaki e quinn.

Allora io trovavo scarafaggi singolari

tutti i puntini dell’iscrizione “G. Vicinanza”

dove si entrava nel secolo in corso d’opera

e si usciva dalle pagine precedenti

con la stessa campanella. Come cedui.

Cedui a lungo andare, non per sempre.

Ed io abbattuto, dannatamente privo

di verticalità tanto da essere succinto

fino al nudo congiuntivo del tempo:

un suono muto era il sonno, poi

diventato sonoro come i trattori.

Sveglia! E alzo la schiena addolorata

dalle lancette. Avviarsi sbattendo

è delle folaghe e delle finestre.

Nell’autobus è impossibile correggere

i percorsi, ma ogni fermata ti apre

nuovamente le porte sul luogo

dove comincia la suola il suo inferno

e la libertà il tuo miglior consumo.

Per intenderci, la lettura di un passo

coincide non all’apertura delle gambe

ma allo scorrere del rigo più avanti

e se riesci a tenere a mente la direzione

come la porta alla bocca il belpoeta

puoi sperare che un seme ti faccia strada

nella terra. O solo la terra brucherà

le mie parole.

 

 

 

*

Combustione interna di un uomo a scoppio

 

 

Questa forma custodisce tremori:

figlio padre io piccoli luoghi comuni

fratello fratello e tu sorella madre.

E se pare una teca presa dalla polvere

non c’è velatura migliore: un soffio e

la grana minuta vive in un largo minuto

dove è mandato del verbo occultare

la riduzione della luce. Nel campo

dell’anima, la forma è meno del contorno

contenuto, a momenti più di noi, detto

per compagnia o per ridurre l’oscuro.

Nella luce accadono gli occhi a menadito,

poi per buona fortuna non si perdono al buio.

Mi tocca? Lascia che deponga la pelle.

E dentro le palpebre il talento, la pietra,

né miliare né contundente, ma una scheggia.

Falla da scafo tra rive a vista a vampate.

Questa forma è inesatta. Tutta la natura lo è.

E dunque, il vento ricapitola il maltolto.

La primavera non strappa il riso che sul viso

germoglia, amaro dopo appena un giorno.

Il vento raccoglie negli angoli l’esito graduale

della sua forza, lo fa con insistenza

come chi sente il rifiuto inutile e può strappare

persino il colore dei tegumenti da solo.

Dall’insegnamento del monte fonda

ripari che s’incuneino nel luogo; e idee

concesse ai piedi che le gambe reggano.

Ho trovato un eremo nella teca e per tutto il bordo

una circolazione artificiosa. Così il sangue

si inventa parallelo della fionda e centra

bersagli rifiutando di mirare al suolo.

Gil, la tecnica della mia descrizione contiene

il creato e il falso; la chiave e la toppa.

In effetti è l’unica reliquia del mio girotondo:

l’eternità a cottimo, finché si conserva.

Non credere al tempo dell’ozio, dove cade

la scheggia, la gamba, l’ora io e il noi turgido,

capezzolo e compagnia bella.

Di questa teca appassionati ai gangli eccitati

tanto vibranti da non essere visibili, come dio.

E Dio mi piace così com’è: levato

da terra e posto da capo nel cielo migliore.

Io ricomincio esattamente dal tempo io

per dimenticarmene quando la paura

ordina il caos e vento che non smette.

Con precisione vedo le tue mani depormi

venendo dalla radice come fogli, e stecco

ancora.

 

 

 

*

Questa prima truce

 

 

Ci sono ombre da sole. Ovvero:

per trovare compagnia si ripetono,

dividono il suolo in componimenti persi.

E non attirano gli occhi, anzi li svuotano,

chissà perché. Come una incontinenza,

resta coperta dalla notte di neritudine.

Ma è a tratti, retta da nervi lucenti,

conserva la memoria dei contorni,

la mente fresca.  

Una punteggiatura, ti dico,

scritta a capo, ad personam. Possiamo

prenderne virgola due, e fare il nostro

racconto, ingabbiati nel monitor,

un quadretto ciascuno.

Con uguale sostanza, stimiamo di sfuggire

all’amo, e siamo sparuti, sciolti noti per poco

mossi.

Appostati come camaleonti, ma

scagliati a più riprese da ciò che ci prende,

fingiamo di avere aria intorno

adagiati per la potenza persa

non troviamo pace che di vetro.

 

 

 

*

Umano a rotta di collo

 

 

Due passeri che si inseguono in volo

creano una coppia in un momento di forza

stagionale, una rotazione nel calendario,

io trovo; un moto dell’essere lì nasce;

lì, giusto a breve, si forma un giorno.

Quale profilo scaglia in me questo orizzonte?

Occhi che pur di vedere mettono a fuoco

i palazzi e le siepi con l’idea e le ruggini

delle cose che dettano composizioni

segrete, inespresse perché così si usa

nel solito modo: da umano a rotta

di collo, che non trova riposo a volo.

 

 

 

*

Ready made

 

 

Ho trovato una bottiglia di vino

sulla soglia del negozio di libri

e sono contento. Dentro

si intuiva l’esatta quantità d’aria

che la macchina di produzione

insuffla nella goccia rovente.

Più sopra c’erano i testi tanto diversi

quanto le parole usate lo permettono,

ma in fondo sempre le stesse, qualcuna

ineccepibile, altre di nuovo sole. Fuori  

così vengono le bottiglie, tutte uguali

fino alla bocca che le sonda.

E’ l’industria, bell’uomo, scarna

ed efficiente! E’ il macchinario che

banalmente  va dove seccano i bicchieri.

Una bottiglia, diamine, una bottiglia!

Solo un’isola di vetro... E intorno il soffio

di un cratere emerso; erutta ebbrezza

- fino ad un certo punto: quel vetro scuro

che, vuoi o non vuoi, strascica la pronuncia,

coinvolge la mente fino all’evanescenza.

Gli oggetti così composti sono presi

da almeno un pensiero: faccio presente

che il contenuto non è compreso.

Viene dopo, riempie quanto serve.

 

 

 

*

Non so quanto per bene

 

 

Conosco uomini che armano l’amo

con un’esca infinita. In effetti

so di me anche altro, o peggio.

E non per caso. Né meno il pesce

che a bocca mostra labbra salubri

e nel morso trova il calesse per l’aria.

Fa presto a prenderne atto l’altro mondo

- lo stomaco.

C’entra poco, ma l’ago dell’universo

cuce il frutteto alla terra e la prassi

del pianeta alla fioritura del melo.

Questo di più: abbiamo bisogno del sarto

quando scegliamo uno stile di vita.

E via via tutte le cose stanno insieme

per ben figurare, ma si legherebbero

anche senza la mente che le congiunge

- sarà vero?

Chi pone questa domanda si priva di un suono,

ma priva di suono sorge la setticemia

nel silenzio; la parola è l’anticorpo

ma anche il patogeno, allora muto

e sordo sterilizzano le bende

- pure l’eco.

Conosco questi uomini da posta,

ma non ne vengo a capo. Ne sono

piccola parte, un’altra parte è presa

da un sacco di bende.

Fui anche seguace del verbo ti direi

- lo ammetto.

Così da simile viene familiare: è il pesce

il mio vero antenato. Dopo, non è cambiato.

Per questo io dico sorge la setticemia

nel silenzio; e sia il muto che il sordo

usano le bende che al cieco non toccano

- non è in vista.

Forse perché accovacciato sui talloni ardenti,

il tramonto si presenta senza temere il seguito.

Si annuncia come un servitore del buio:

serve la vecchiaia quando fa da esca all’alba?

In qualsiasi buio, la luce annuda la distanza

tra futuri oscuri, presente la scelta

- non so quanto per bene.

 

 

 

 

*

Che ti dice questo

 

 

C’è uno spazio tra le stagioni

in cui si instaura l’incomprensione del tempo,

come un cespite ereditato ma mai riscosso,

una condanna del passato che è presente,

una minusvalenza residua, un soldo in vista.

E questa furbizia mi consuma,

più del deserto che avanza nel ventre africano,

più del ghiaccio ridotto al sessantesimo parallelo,

più della certezza che questi due non s’incontreranno,

più del meno male ci sei, angelo mio.

Che ti dice questo?

 

Ho paura. E tu sai che la paura è il ricovero

del sangue nella sua trincea, dietro la pelle, nell’umida data.

Terrore della pagina stimata e non raggiungibile.

Se per astuzia stringi i gomiti al tuo calendario e corri,

il perimetro della cella diventa una cerchia

di amicizie canute.

Il tempo atmosferico, con la sua alternanza fisiologica

è il muro; l’ambito che non si sposta:

la data t’insegue perché deve passare in te

e solo lei il confine:

che terribile accorgimento essere umano

a vita.

 

 

 

*

Il compianto notturno cittadino

 

 

Ed è così che mi prendo la vista cittadina,

salito nel punto più alto della casa.

Sopra il suo dorso di cemento e ferro,

solo nel perimetro di tanti feretri,

nel compianto lutto cittadino

- che paiono fatui i lampioni e le animelle lassù -,

da un abbaino schietto,

io la prendo. Com’è.

Com’è che la pendola non vede l’ora

ma le conviene? La segna il ritmo celebre dell’attimo,  

la bestia famelica che ha dentro

e che dentro consuma la mia carne

- non il tessuto, intendo, ma l’altra

intoccabile e celibe -  e questo è quanto so

dell’amore cui sono soggetto.

E’ nell’ordine del tempo, vive da tempo

come i gibboni sulla canopia, dondola

e trama di saltare qua e là: risalta a momenti.

Ad una altezza pari alla sua profondità

la passione non trema più. Il braccio

proteso non la raggiunge, ma l’arto

ormai non è più lungo: la vecchiaia

è una attività che va scomparendo.

 

 

 

*

In nome, e per contro

 

 

Ora, nel momento in cui la mimosa scoppia,

una donna espone la sua mammella secca.

I loro rami sono teneri per la goccia di linfa

che non coagula in vita. La pianta si commenta

da sole, giallo con un taglio netto, ma c’è

una soluzione: l’olio del vento cauterizza il mozzo.

La donna dà un’occhiaia al corpo in viaggio nel corpo.

Le dita sono garze: accarezzano un sogno;

le palpebre sono superate dagli occhi.

Come è bianca la lunula sull’unghia! Com’è

bianco incisivo e corona le labbra infantili

ma annose; lo sguardo separa i fiati in buoni

e in ombre cattive il ventre nativo.

Non c’è punto in comune tra le due, tranne

il gesto che vorrei maturasse da ora per loro:

Amor mio, evito alla mimosa il taglio che non chiese

e alla donna donerò la speranza di una goccia

che non mancherà al tuo bouquet da sposa.

 

 

 

*

Evoè

 

 

Se c’è qualcosa che le mie ossa sopportano bene

è sentirsi sussurrare che già c’erano, che restano.

Si muovevano ovunque con altro aspetto:

fuso del vapore, congegno del raggio,

magnete vagabondo, pulviscolo di nomi.

Da tempo appartengono ad un uomo legato

al raccolto, al sudore che genera, al seme

trovato caro, come il resto della storia.

Se conta il sangue, se il muscolo è il tuo

e il futuro di un altro, ma non ti opprime,

il tuo ginocchio regge particelle inavvertibili

e composte dalla stessa forza che ha cucito galassie.  

E questo è molto oscuro, però che luce

il pensiero che tutto quanto è in me

è tutto quello che c’è fuori da me!

Quanta spaziosità intorno al nome ruota.

Tu chiama come ti pare chi o cosa ci informa;

io non so, comunque penso a ragione.

La donna che trovò il mio sogno delirante

spinse il cancello e mi cacciò via da sé,

in queste pagine, imbarcato sul rigo,

seguo le stelle che seguono in me.

Credo che ordinarie convergenze in vita

quanto straordinarie chimiche primordiali

facciano il genere, non solo il cognome.

Parlavo al mio ginocchio che ascoltava

piegato. Sussurravo, perché le parole

appesantiscono i tendini dell’aria; e questa

precipita; e ci sono pezzi vitali anche lì;

e perdono la presa; e decadono; e una nuova

cura sembra la caduta. Una caduta in basso,

direi, perché non c’è alto che tenga ad altro,

e non c’è lato che non si misuri nell’altro.

Siamo il tuttuno che viene in mente

a farsi sapere.

 

*

Le trame sospese

 

Come tutti, ho storie che mi raccontano

mantenute in una scatola piuttosto comune

tranne per quella certa origine da tronchi

diversi, se pure familiari. Ossia: per la stessa

radice valgono i fatti dalla terra al senso

del cambiamento adattato al resto. Parlo,

mi parlano, ascolto, mi ascoltano, ci sono

e non ci sono: c’è mercato in un corpo e

nell’altro forse una folla si anima: così

la lingua è nacchera e territorio di scambio.

Le parole si alzano uguali fino ai tetti,

poi la vastità ne abusa, le sparpaglia;

separa le deboli come i rapaci sullo stormo.

Per la loro invocazione l’animo adotta la bocca,

l’udito è in conflitto perenne con gli occhi

e lo sguardo punta altrove, fissando il ventre

dei nomi per capire se ancora figlia due o tre

o più figure in attese.

Comunque, sia sempre lodata la spugna rosa.

i suoi alveoli aerati per il sostegno al lavoro

delle sillabe che abitano il favo della voce e,

corda a corda, annodano il vocabolario al

discorso, al corso, al so; e agli strumenti

della narrazione. Avrò detto il giusto?

Poco importa: in questa pagina muta

la nacchera in ballo.

 

 

 

*

A vostro nome

a D.P.

nel grando mare d'inverno

 

 

Nella baia quattro gabbiani (che numero,

questo!) Non di più i bottoni sul risvolto

scuro dell’onda; chiamavano casa la goccia,

orlo dove arrivava l’occhio, silenzio i pesci:

per ciò la rada e tanta cantilena della risacca

né meno sapeva come aprirli a volo.

 

Ora, se quattro sterni sull’acqua non riuscivano

a convincermi di seguito, cos’altro può spingere

scoglio e tempesta a fare il primo passo

nell’entroterra? Sesso e amore, non c’è dubbio,

sono oceani: ne possiedono indole e dorso,

uccelli e seni.

 

Quattro ineffabili galleggianti in mente, dove

l’orizzonte è l’idea, e l’idea è medusa lemme,

lemme: l’emme dalla quale fu fatto insuperabile

per brevità, il corso dei fatti di metallo dagli

accoliti del convenuto irreale. E l’incredibile

riflesso di luce che orla di gesso filante

la bella ondina, lei, amore del mio più antico

amore, unico brillante che mi concede

la mossa, è l’idea per un uomo nella cerchia

di tanta dissolutezza, rotta al vento: la chiamo.

 

Ma c’è un pensiero che mangia il ventre, adesso:

una tenia salmastra invoca coerenza. Niente

di meglio, gabbiani, che sapere a nome vostro

il suo e, a nome suo, il mio.

 

 

 

 

*

Se solo mi sollevassi

 

 

Se mi sentirò sollevato potrò guardare meglio.

Osservate come si alza il vento per poi cadere

in disgrazia, immobile; o diventare grazia

del respiro, perla dello sterno. La fortuna

è nell’aria una similitudine presa alle volte.

Che vi dice questo? La libertà a tutto sesto

può toccare terra, poi non è nell’arco,

ma reperto in genere. In me, in te;

in te e me allo stesso tempo. L’istante

che ci apprezza soffia in ugual modo

sopra foglie e sassi e ingranaggi,

spinto dalla schiena: tirato dal capo

venne tra le mani come mollica.

Prima che vedessi il grano, ero solo;

e non solo interno. Ero segreto;

acqua per neve, attesa per carezza.

Ero nel ventre diviso: da una parte

indistinto, dall’altra uovo col guscio aperto.

 

 

 

 

*

Venuto a bordo di un corpo

 

 

Perché veniamo a bordo di un corpo

come nuovi confini, altri territori

immediatamente stretti, che invocano

le case e le aiuole; la strada, poi

più spazio oltre frontiera, visionando

anche le stelle in un sogno antico, ma

intriso ora nel risveglio che segue.

E veniamo a bordo perché curve

a miliardi ci congiungono ai bacini,

alle sagome residenti, ai profili che

suonano richiami, affetti da urlo,

usati uno per uno. Ognuno

primitivo e schiavo: schiavo,

sentimi bene, salvato a fatica.

Per questo veniamo a bordo

al posto dei remi.

 

 

 

 

*

Top onomastico

 

 

Qui è tanta l’erica che il cortile si scopre

appena curato dal pudore del viavai.

Beati passeggeri che hanno fedi

sopra a tutto! Letti, gli uomini

conservano la soffitta per accatastare

brevi momenti, ma i piedi si piantano

sulla coperta: fummo marinai venendo,

sbarcammo sul petto di una baia lattiginosa,

rivolteremo la strada, peli o cuori sfrattati

dalle case; talora entrambi.

 

Al muro, penso, circondato. Il muro

ha il ruolo di ospite e come universo

possiede la fattezza di un luogo perbene

ma inimmaginabile dal suo interno.

Sì: i muri dividono, ma danno sostegno.

Cara, il vetro è un muro, lo è la distanza,

il silenzio lo è, lo diventa l’isolato.

 

Alcune stanze sono rette a tinte vive,

le vedo ovunque si alzi la mattina,

eppure quasi crepano dove certe muffe

risiedono, così che, se pure tentino, le finestre

non prendono sole al chiuso, e perdono

ogni altro riflesso in nome della tapparella;

e fatti

per le chiacchiere pettegole

avanzano al cancello fino alla pelle.

 

Sento il cuore stanco

costruirmi da un pezzo.

 

 

 

*

Manco per la testa

 

 

Il viale è preso dalla rotazione

intorno al lungo mare: entrambi sono vuoti

ma come riempiti di perdite d’occhi.

Questa conformità nello sguardo non mi meraviglia.

Le piante si somigliano da occidente all’est

perché sono invariabilmente protese

al sole, non a noi. Continuare ad ombra.

In basso si tocca. Si crede in alto. Farebbe testo,

ma la natura non scrive perché ha altre passioni:

canto colori modellazione sfondi; senza urgenze.

Noi siamo frettolosi a causa del clamore

che procurano gli orologi di polso.

Nell’ora della prima luce, la più antica rivista

parlò di gossip tra pomo e mano: finì male l’ozio

e venne la strada in salita priva di scollinamenti.

Gli asfaltatori si sentirono sollevati come ora le piume

fingono il riposo mentre chiudono il becco i saliscendi

alati e per meno di un torpore lasciano i luoghi

a furor di popolo. Non mancherebbe l’aria

se mancassero i polmoni, così non mancano

i sogni se ci manca il sonno.

 

 

 

*

Elegia del sale per corre voce

 

 

Tra costa e costa mi ha lasciato

liquido, sospeso, il volto scuro,

mosso ma non tanto al sicuro

vela alla luna già disarmata,

 

stanca, così che le nude ossa

sono rimaste qui. Ve lo ricordo,

costui: Luigi, nome di bordo

divenuto fonte per chi indossa

 

il suo ex sangue fluido ancora

nell’ossido ferroso del corallo

rosso gioiello del mondo di sale.

 

Eppure quell’anima resta reale

se per acutezza del suo cristallo

in petto corre voce che implora.

 

 

 

*

La convalescenza del gelo

 

 

Ho visto più di cento stagioni in processione.

Sono il rosario della terra per un girone.

Un corteo comune, ricco di devoti migratori.

Grani, uve, aranceti, mandorli come tedofori

si passano l’istante di fiamma

o la somma dei drammi.

 

Lascia che io le conti ancora, almeno ricordando

come seguiamo e dove posano le spoglie quando

l’eclisse degli occhi diventa totale

e l’astro dal fuoco scompare.

 

Ho visto più luce di quanta ne contiene il cuore

benché all’inizio del percorso vennero fuori

i container cinesi e le ginestre coinvolte nella resa

alle bitte del porto, ai troppi ormeggi sorti.

 

Su tutto, la statua del tempo apre la corsa.

E che potremmo fare se non correre, forse,

dietro al pensiero di fine stagioni? L’unica

certezza è che l’anagrafe cronica

è la filigrana di quella banconota

che solo il gelo al cambio quota.

 

 

 

*

Deposizione del sospetto

 

 

Candida l’aria di gennaio frizza la piazza

folla di pangloss in saldo. Qualcuno ti vede, ma nessun chi sei.

Gli occhi mirano sui capi. L’isola pedonale

è un territorio di ciaccole d’ormeggio

ai moli delle supervetrine.

Nessuna frase ricovera per intero l’udito: si va

per esclamazioni, feriti dal brusio inestricabile

dei mozzi acuti.

Mille donne sono più di mille uomini, e mille bambini

sono meno dei loro segnali acustici.

Un buio privo di quarti lunati scoppia di luminarie esigenti,

il buon meteo fiocca acquisti e nervi fiacchi, e tu superba mentegatta,

felina mi avii dove il fiato condensa e fumo.

Pensa quanto ci rende superflui la cornucopia del flusso

che passa al volo. Stormi verso la notte che dileguano

migrazione dall’alba. Stormi di mani deposte

in strette volanti col sospetto che siano spoglie di ali.

 

 

 

 

*

Parole da insaziabile a figlio

Sia analemma su di te a lungo. E invoco

la boria celeste con la comicità della stella

funambolica e fessa.

Che ti tocchi ilare; e gioia ti venga

come da fare a mare, nasello all’insù,

riccio benvisto che tanto le somigli.

Prima che l’infinito, se lo ha, segni

come sua l’invenzione dell’otto

e ne prenda possesso togliendoti

il merito di avermi sconfinato.

Ti ho desiderato, figlio commesso,

in osservanza al minino comune multiplo

umano, numero che non è quantità,

ma quasità convenuta per amare se stesso:

un giunto cardanico, uno snodo

emozionale tra pronomi non allineati.

Tu, io, noi: questo il meglio.

Così l’interminabile prossimo farà catena

di te e me.

 

 

 

*

Detto da un po’ meridiano

 

 

Che io conservi il numero di ieri, hanno detto,

o diffonda quello di oggi, anno sperato,

poco torna ai trasvolatori delle linee virtuali per fette.

Nel grande Impero dell’Orso, ben undici volte

avrebbe dovuto suonare lo spicchio  

ma l’ente per l’ordine delle lancette

ne fa contare nove, e comanda, in generale,

inverno. Fredda notte in cui tutto dovrebbe

cambiare sul dorso di atlantide ma niente muta

dalla sua spina convenzionale alla follia

dei cuochi artificiali sopra la fame ignorata.

E devo ammettere, inshallah, che il tempo

dov’è cominciato lì finirà, custodito

nelle teche anagrafiche come ogni momento

libero di diventare effimero

mentre l’universo è naturalmente miliardario

con la nostra moneta bisestile

ma quanto è povero, per dio!

 

 

 

*

Dirò presso lo spirito

 

 

L’anima accartocciata non fa una grinza.

Qualcosa come una rada, la foresta dall’alto,

queste terrazze. Lo spirito emerge sicuro

da un giorno all’altro, ma in quale momento

soltanto il cielo può capirlo. Manca dell’angoscia

nei nervi, della silfide nel sangue: è in tregua.

Ma tregua è una parola bianca, lunatica.

Più delle bianche spume, più delle polveri d’acqua

sotto il tappeto della foschia costiera. E domani,

al più tardi Natale, lo farà affiorare e poi schiantarsi

come niente costruito in noi per fermarlo.

Naturalmente questo spirito è pusillanime: si alza

per poi ritrarsi subito dopo averti abitato.

Su di lui

poggia il manto dell’inevitabile dio comune

a carni, legni, plastiche e minerali, come riportato.

Sia in questo il colmo della leggerezza.

Sia l’uomo allegro; e la ruggine via dalle palle!

Anzi, via le ruggini che passano per infiorescenze

dell’opera ossidativa dell’umore. Il rancore

vada dai piedi alla strada, via via attraversi

il ballo, il canto, le sirene, i legami; consegni noi

al fasciame spiaggiato, da prima che Odisseo

lo testimoniasse nel ventre del cavallo sacro.

In realtà, questa astuzia è tipicamente umana

per quanto vaga. E vaga l’anima si accartoccia,

vede poco oltre: non è la notte ma ci siamo,

pare distesa, e trascende la ruggine

perché possa ancora invocare:

“salvami, salvami o spirito salvo,

dal sospetto che marcire si meriti!

 

 

 

*

Dirò che presso lo spirito

 

 

Cavo lo scritto e l’orale. Cavo il pensiero,

se la cava Gil presso il libro, prossimo all’esame finale,

al congedo votato fra un anno a partire da casa,

dov’è oggi comunque.

Accartocciata, l’anima ha spigoli semplici

meno complessi. E queste terrazze,

per le quali lo spirito è costa cruda, è cava,  

mancano dell’angoscia di nervi e di piatte terre

per nulla sedute. Diversamente bianche

spume, denti dell’acqua, polveri per la foschia,

domani, al più tardi a Natale, le farà sbocciare.

Sia in questo il colmo della leggerezza.

Sia l’uomo allegro; e la ruggine via dalle inferriate!

Anzi, via le inferriate tra terrazzi che chiedono

di passare per confini

costruiti dall’opera geografica delle strade.

Può ritenersi continente ciò che la piazza separa?

Un rancore marino prende dai piedi, via via attraverso

e consegna noi a tutto il fasciame, plastiche, metalli

da prima che Ulisse si facesse avanti.

In realtà non è mai accaduto di risiedere sul mare, è l’oceano

che colma precipizi terrestri, quindi i crepacci sono salati

e l’anima accartocciata si vede poco, pare distesa.

Se si potesse costruire oggi il futuro sul mare

sarebbe contento mio padre, ma è in una vastità tanto piccola per lui

che le ossa sono rimaste qui.

Ve lo ricordo, mio padre: Luigi, dal nome sbagliato

a seguito del varo devozionale che, come i limoni

le alici e i tonni, è per noi convenzionale. Seduto sul muretto

nella darsena di Cetara mentre ogni onda atterrandolo

gridava “perché si giunge alla riva più vecchi che stanchi?”

E giù risate, digrignando il salmastro e la sabbia. O era rabbia?

Quell’uomo, così antico che la ruggine non ne poteva più

di fiorirgli nel sangue, appena assentiva.

Naturalmente, le onde sono pusillanimi: si alzano per poi ritrarsi

dopo averti coglionato. Su di loro

poggia il manto dell’inevitabile dio

di tutti: carni, legni, plastiche e minerali, come riportato.  

E dove io copro il sangue con migliaia di camini porosi,

lui trascende in ruggine perché possa invocare

salvami, salvami dal sospetto

che marcire si meriti,

se non diversamente conciati.

 

 

 

*

Dirò dell’età congenita, inguaribile

 

 

Se posso ruotare su di un fianco

e russare leggero lo devo a un gesto

di gratitudine vs la postura della piccola morte:

accarezzi la spalla quanto basta

a creare un punto d’appoggio

e sollevi il tuo sogno

da un borbottio vecchio stile

ad un convenevole posto.

Ricco di orbite tremanti,

apogeo della carezza furtiva - una fase più lunga del quarto lunare -,

l’una e l’altro, tu ed io che saremmo inguaribili,

prima saniamo distanze

poi ci eclissiamo tra cucina e salotto.

Quale diritto ha il corpo di mancare l’appello

in questa stagione?

Recuperi sonno dalla pesantezza del suono,

e, ribaltata, l’intera fabbrica del respiro muta

il ruglio in fondo. In questa congerie,

l’età dei fossili irreprimibili simula

la vicenda dell’incontro, ma devi essere cieca

per desiderarlo ancora. O, forse,

per riconoscere la bontà dei tuoi occhi,

occorre io resti allo scuro.

 

 

 

*

Parlo per quel che serve al vento

 

 

L’idiozia è concepire questa come vela,

o lembo o fiocco: inventare un verso

è come dire a chi entra dalla finestra

che è permesso. Non serve lasciare aperto,

ha con sé gli attrezzi. Se scosta una tenda,

rompe come niente il cielo che avevi messo intero.

A questo punto abuso di una tua incertezza.

Insinuo l’etimo, scompiglio i sensi: nuoce gravemente

l’estro. Sul pacchetto c’è la mia figura con un danno

terribile da tastiera.

La poesia sul pomello del battente tentenna.

Evita di bussare, intanto si introduce.

Ti trova curvo, o forse appena disteso: le gambe perse  

tra la spalliera e la mattonella. Una bocca seduta

cambia poco: il verso uscendone letto, meno.

Ho paura che questo non piaccia, ho paura

per me che aspetto il prossimo, che provoco vento,

che guardo l’orologio, non fermo il tempo.

Ho parlato con un amico: “Bob,

questo gesto è perso. Se sei passeggero,

e resti tra l’anagrafe e lo zero, ti conservi

sereno nel cielo che l'intruso ha rotto.”

Le fessure branchiali di uno squalo

somigliano inconsapevolmente a www.

 

 

 

*

Parlo della grazia a tutta forza

 

 

Per l’esattezza non le occorre dinamica muscolare,

come il fendente o l’artiglio, ma è maiuscola

la sua dimensione, e inarrivabile:

da lettera fatta a posta, né alfa né omega,

purtuttavia ci comprende

con l’ausilio del seno, o altri seni;

e la sua genìa contiene

legittimamente

la prima parola nel ventre, per cui l’universo intorno

- pretestuoso,

fino a spegnere quella sua benedetta luce in modo esplosivo -,

è soltanto cosa, non chi.

Chi è lei.

 

 

*

Parlo della candida che mi prese

 

 

Era l’anno avvenire

di quelli che accadono per la follia di crederli

possibili subito ma talmente distanti che

il futuro li accerta a più vite aggiunte

e amenità tipo fatti sopravvenienti.

Già! Ma cos’è un “fatto sopravveniente”?

Per secoli la moneta da 5 Lire si è mossa

nella volta oscura come mancia dell’Universo,

spesa da noi in proiezioni. Io c’ero,

tu vagheggiavi ancora, rosa vizza, amata come gemma

e in quanto gemmi a vista non sai se m’ami ancora.

Ma era quell’anno che al satellite si poteva pensare

come cortile, e non da terra.

Questo consentì al mio bambino, l’essere

che avrebbe lasciato, su almeno il senno

di quest’uomo, l’orma. Piena di sogni

priva però di corpo, di contusioni e divenire.

Era l’anno del bianco e nero arcobaleno della storia.

Il piccolo soggiorno col mondo enorme nello schermo,

persino circo descritto nella stanza, e lo Stagno

contemporaneo che annunciava nuova vita

tra due creste del respiro, troppo breve

per andare oltre.

 

 

 

*

Parlo solo in buona compagnia

 

 

Il vino dà modo alla vigna

di sopravvivere nella forma di vetro.

Il gusto asprigno è pungente in quanto riflesso

della lingua come schiocco; e persistono in copia

l’uomo accasciato e la tavola rimbandita.

E si sappia che in questa casa io nutro il tempo  

con piatti momenti, anche vuoti,

anche sporchi, soprattutto viene naturale

il confronto di opinioni tra sè e se

usare un verso a sorteggio. Viene il pensiero in gessato.

Vedo eserciti di grafemi, aste in resta, truppe

elementari sul foglio di battaglia, una carta

stropicciata dal vecchio portaordini trafelato.

L’occasione non fa il pretesto in genere,

ma il pre testo è affollato di intenzioni per donarsi;

e se trovo deserto qui intorno, questa è l’oasi

nella quale l’ombra è la migliore compagna; ossia:

l’idea di un sorso non tocca l’acqua, liscia la carta

e tocca a quel lume nel vetro, già al mattino,

scaraventare la ragione nelle scarpe

e dirle va, va, va oltretutto, come si dice,

pare faccia il buon viso a cattiva sorte.

O il viso cattivo pare faccia da buona sorte.

 

 

 

*

Dirò adesso è tempo debito

 

 

Il pruno è così felicemente nudo

che le radici si specchiano nei rami

per scoprirsi a fondo.

Questa visione consente il nutrimento sotterraneo

della più soverchia figura: la similitudine

tra i fusti. Pensa che spirito possiede il giardino:

prima della sommità esposta nella nicchia atmosferica,

nei principi di talee, nel dubbio della mutazione.

Ad un’unica occhiata, l’intera pianta

mostra l’annuario delle scadenze.

La stagione è annotata in cima, il tempo

complessivo è l’anello moltiplicato i giri nel tronco,

il giorno che non può trattenere sfogliato a maggior ragione.

In pratica, tutta l’astuzia è spogliarsi da sé

per superare la solitudine

e prendere confidenza col gelo.

 

 

 

*

Dirò di un sogno a corpo libero

 

 

Sul copriletto dove vive il gelo,

e presumo anche l’acqua si copra,

trovo l’insonnia inadatta per l’ora, benché

il tempo faccia in tempo a fermarsi

nei condotti del tepore. Poi: è freddo fuori.

Volta e si rivolta il corpo perché lo spazio è certo,

ma impalpabile al buio, tanto che il vecchio sangue

corre e batte e scivola e si rimette in piedi. Sulla parete

il pensiero fila a fronte come un ragno:

immobile, fautore dell’agguato a cottimo (più la posa

è sostenuta, più la vittima appare). Freddo,

e dirò ineccepibile in un certo senso, fa missione

di ingrandire ombre e pare questa o quello altrove.

Ogni falena deve sembrargli un’orca

ma per la falena lui è quel pescatore il cui amo

precede il morso.

Pur con la sua statura, qui il cielo è più basso

qualunque atmosfera sogni

e si piega a me per espugnare la mente

con il suo cavallo: un occhio,

e l’altro che lo segue.

Mi sento liquido in questi frangenti

come scritto dall’acqua all’approdo.

 

 

 

 

*

Dirò parole di seconda mano

 

 

Una piccolezza, sì; io, sì, cerco

un nome praticabile a dismisura

o altri incitabili, qui versati

a fior di labbra, o, per le labbra, zucchero

filato come un cumulonembo

e morso voracemente a piacere

illuso che addentandolo

il loro aereo mi prenda

(non sempre la lettura è vera fame

e mai la fame si sazia di letture, qualche volta

la pancia si riempie a passeggio)

e cito - cito tasto a tasto ogni lettera -,

le contusioni dei traduttori (perché la lingua

non si ferisce ma si cura, quindi

riporto le inferenze cui dare fiducia,

come vetro smerigliato dal quale leggi una forma

e riconosci un corpo comune).

Così le parole annotano rapide,

viste da finestre che riflettono un fiume.

 

 

 

*

Monte Stella

 

 

La montagna è appena più di un colle, ovvero

l’una e l’altro, quindi bipolare: vetta e valle

sono depressione e slancio non molto distanti.

Come venne fuori? Spinte profonde

o vicissitudini planetarie, forse continenti

che se le danno di santa ragione -, le hanno poi tolto l’increspatura,

la taglia forte, i picchi caracollanti, gravi e acuti

scacciati dalle lingue correnti

con fabbricati sfibbrati.

   

La curva da desnuda un grecale a pennello.

Piena di cicatrici, il fianco sotto i miei occhi

ha ceduto più e più volte allo scoramento,

frana come quell’altra figura che ho in mente

ma non sottomano: il vento col suo nomignolo

imperversa nel mio costato

sinuoso come il serpente d’asfalto giù a valle.

Dev’essere nata in una lontana alba della notte terrestre o,

presa in piena pangea, la sua posa corretta

è dovuta alla marcata scalfittura della pioggia

che traccia innanzitutto i righi

mentre solo i quadretti si conservano.

 

Avvalla ai piedi una guarnitura verde nei bassi bianchi

di foschia, e i fabbricati per quanto detto,

quasi commenti moderni, ospitano parenti

e altre famiglie o soli stretti, forse stranieri,

convenevoli adesso.

 

 

 

*

Tanka italiano

Povertà

 

*

Occhi nel vuoto.

Mani nude cercano

carità ignota,

 

Le ricchezze parlano

di vuoti che costano.

 

*

pochi spiccioli:

posso donare questo

ai più piccoli.

 

Ma non basta il gesto,

occorre dare il resto!

 

*

Sono povero

però questa camera

è un impero.

 

Mi soccorre libera:

ama come desidero.

 

*

Vivo fermo là:

su gelidi gradoni

aspetto pietà.

 

Il marmo s’appassiona

quando la gente dona.

 

*

Sii come foglia

che dà fiato a radici

non le artiglia.

 

Da fiducioso, dici,

la carità fa felici.

 

*

La rosa freme

ma non la neve teme

se pure preme

 

la nudità del seme

che all’addiaccio geme.

 

*

Devo speranza

quando il cielo prende

tanta distanza.

 

Il cielo che pretende

si salga se non scende.

 

*

Sempre le braccia

prive di fratellanza

sono minaccia.

 

Dai loro importanza,

fai bene abbastanza.

 

*

Fame e bisogni

indifferentemente

lasciano segni.

 

Tanto, troppo in gente

il danno che non senti.

 

 

 

*

Fa freddo e treni

Ogni stazione

digerisce i treni

- fame binaria.

 

Ma se davvero

partire è morire

chiedo il resto

 

alla fermata

quando inscena calma

-  freno indigesto.

 

Tra le banchine

colgo l’inverno acuto

- non mi comprende

 

l’amore osato.

Da quale ramo leva?

- Cado io solo.  

 

 

 

 

 

 

*

Nuovo è tornare

Maggiore trasparenza chiede alla finestra

il suo segreto, rincasando distesa, nel cono

d’ombra dell’uomo. Così come è, mostra

il profilo della stessa specie degli oggetti

fino a sommare in lei l’occupazione del nero.

Inciampa nel buio domani e un calendario

di singole voci sfoglia l'albero dei nomi.

Se la parola adesso fosse con vocazione, sarebbe

intensa e tanto appariscente da sembrare urlo.

Lasciatemi stare in questa chiarità che ultima

il mondo, dice l’anima trasandata, la gatta buia

con fusa, la fucina in disordine, il piatto sapere

e il verticale insoluto.

So che corpo e mente viaggiano in modo diverso:

il primo nel metro e nel ferro, l’altra a seconda

che il sole si affacci o meno nel vano dell’ora.

Poco si apre al nuovo. Nuovo è tornare

più vecchio ancora.

 

 

 

 

*

Della lettera a voce

“appagnato / senza sapiri”

D.M.

 

ad Arbadom

 

Proteso per la lingua, un architrave

legge il tono della stanza; la parola

indossa l’eco e sfila; il piancito regge

l’attitudine ai passi alti; la mezzeria

del fiato conforma il diaframma:

è una passerella al santo portato,

che alloggia in gola: il fiato la percorre;

soma il portento della voce;

questa è la pubblicità di una nuova

fondazione: così la pianta disegna

il carpentiere; siano o meno volatili

gli utensili del colore, l’ape dell’accento

poggia il rigo pendulo su chi piega

il muscolo dell’alfabeto;

orlo, innesto e forra, ruglia il sangue

e mette a fuoco il dente, lo forgia,

ne saggia l’offerta, conia  una parcella

magra, di fame, nemmeno un grazie, ma

sii benedetto tu che fai opera

degli altri vuoti (dico di me a costui);

questa consapevolezza fa presa nel creato;

l’esempio del silenzio trova adatto l’uso

del verbo migliorato con il suono, prima

viene la corda adatta, da sigma lunato,

per il fenicio al siculo, l’alessandrino

cupo, il genio “appagnato / senza sapiri autru”

- chissà se ho scritto la tua lingua nel modo giusto 

per dire altro di me che tu intendi.

 

 

 

 

*

Le temps: un trompe-l’œil maladroit

 

 

Sembra essere molto tardi

per tornare a qualsiasi ieri.

Ogni data collassa, cede di peso.

Le date sono spalle malmesse

per quel ponte che l’attimo regge

solo a mente fresca.

 

Ah! Le lancette come bombardieri

sulle macerie: erano costruzioni

durate niente, per quel che in giro si sente,

o nulla o momenti.

La casamatta del cranio custodisce la guerra

di riferimenti: una cantina

inaccessibile in cui maturano i numeri;

spremuti, e quelli duri si mitigano,

nella ferita a quadretti.

 

Numeri spiegati ma intrattabili

non lasciano spazio a luci efficienti.

La notte spazza i viandanti con la luminescente

saggina dei clacson. Per legge, gli abbaglianti

lampeggiano ma i motori non devono tuonare.

L’età dei passi muove in silenzio un tanto al metro.

Com’era facile saltare il cancello al rientro del giorno

sulle gambe e col gomito in bilico

prima che si svegliassero l’acqua e il secchio nei portoni!

 

Fino ad un certo punto, e poi mai più,

una caffettiera si avviava al compito di scossa

nelle asperità del dormiveglia. Almeno

un altro borbottio passa dalla camera da letto

e mi raggiunge: non rispondo, come sa un uomo

che passa il tempo, che finge il bel sonno

ma tra le pupille invoca un punto o l’altro

che usava a membro.

 

 

 

*

Palabras de aliento por mi novio

 

 

C’è un senso nel viandare con un solo lume

acceso nella testa.

Marco Armando Ribani

 

A Marco

 

Se resti con gli occhi sgranati, mi sono detto,

sulla strategia dei contabili oppressi dalle date,

sulle date irriguardose dei doveri/dovesarai,

ma non ti meraviglia l’alito di un gladiolo

o il battito del neon a fine carriera,

non ti accorgerai che tuo figlio è partito da te.

Poiché ti è noto che il prossimo attimo è il risultato

di un algoritmo di battiti più gli aliti se, e solo se,

il cuore conserto divide il numero finito per l’uno

dato (fa lo stesso: la sussidiarietà del Decimo

emendamento, la conturbanza del quarto verso,

la mancata presa del portiere sullo zero a zero),

occorre tu prenda coscienza dell’enorme posta in palio:

lui deve seguire la sua strada; tu la salita non l’hai fatta

per godere fino ai piedi della stessa temendo ti si spegnesse il petto.

Perché lui dovrebbe scegliere la soluzione

che tu, stupido, non hai applicato passo passo?

Nemmeno posso costringerlo nel mio verso

che si perde.

 

 

 

*

Venerazione della sedia

 

 

È un residuo della stanchezza che acuisce l’autunno.

Provo sdegno per aver visto un uomo

fatto a pezzi da giovani iene in un luogo

non suo né loro ma patibolo comune.

Sia sempre che le vittime non perdano la testa.

Un viale vero mostra il concistoro di lembi,

verdi al tempo della predicazione dei semi,

liberati dagli omeri dei tronchi.

Quanti pesci rossi cadono dall’alto

e prima di boccheggiare si sentono le ascelle

dei piccioli scricchiolare per tenersi a galla.

Si diffondono squame a tinte roche,

a cordini staccati, dalle parabole inascoltabili.

Come un affetto reciso, un canto spezzato.

Qualsiasi bene si sfoglia: e più annuda il costato.

Come credo tra i lombi una saittella si otturi,

poi la mente rastrella, aggruma, non distingue la grata.

Non è esattamente inverno per lo straniero colpito,

ma il freddo cala sulla vicenda al modo di ripassare in fretta

l’invisibile confine dello scempio.

La stanchezza chiama con tono soffuso: siedi,

diventa vicissitudine della notte.

Oppure nota a riposo.

 

 

 

*

Turbativa d’astri

 

 

Il vero problema è l’immaginato.

Appare sulla retina non l’oggetto

ma ciò che a memoria abbiamo toccato.

Osservo una ruga: non arriccia lo specchio;

nell’ottica di un frangente anche l’anagrafe

diventa un fiore all’occhiello, lo stelo minuto

dietro il bavero del tempo.

Da un punto parte il futuro, ma non so

dove è passato. Non saprei trovare quel punto.

E’ soltanto uno, diamine! Oppure sono troppi

e tutti fanno la stessa strada. Chiudi gli occhi, e luce fu.

Allora, Isaia si alzò tra gli astanti come un cedro dritto

prima del rimboschimento. Assalonne fece segni

convenuti per zittire Gioele pieno di  invettiva

contro gli Assiri; il sacerdote mostrò il frutto

precedendo la gemmazione di un’altra stagione:

”Non ci sarà più un bimbo che viva solo pochi giorni,

né un vecchio che dei suoi giorni non giunga alla pienezza.”

Ed io, non tanto vecchio come allora, riflettevo

che questa è la poesia, pur non sapendone

e stando tra tanti che professavano di conoscerla,

frequentarla, addirittura ne facevano ovunque!

Avrei dovuto sentirmi perso; però no!, non lo ero.

Ecco la piega che non prende lo specchio presente.

Anche a me è accaduto (succederà anche a te, ne sono certo)

di sperare diversamente, e oltre, il circondario del campo

del Seminario o ai Salesiani, ma senza più poterne uscire.

Da ragazzo, i muscoli si formavano

sul terreno dei santi che, per la gibbosità dei rosari,

a quanto pare mantiene in alto i passi e le mani.

In seguito quei paradisi si sono svuotati,

come se per i crediti del cielo  

occorresse un piano regolatore meno effimero

della figura del cedro.

Da quel giorno, Isaia non tornò più sull’argomento,

benché richiesto. Egli considerava profetico che:

“perché il più giovane morirà a cento anni

chi non raggiunge i cento anni sarà considerato maledetto.”

Non ebbe il tempo di verificarlo,

e spero non tocchi a me, o a te, contraddirlo,

ma le rughe tra loro già ne parlano.

 

 

 

*

Effimeride

 

 

Non ho più creduto alla terribilità dei fulmini

da quando ho scoperto che Giove si riproduce

per mitosi; ed è quindi un fungo.

Nel sottobosco della ionosfera, in quella

che normalmente è la nuvolaglia di mezzo,

c’è un bell’ambiente in cui aquila e cigno

non coesistono ma si inseguono.

Prima che venga sera, il mio grembo

avrà una eco gemella del mio signore, disse Leda

parlando alla portinaia. E il suo uomo

che non ne sapeva niente, vide il lampo

riflesso dal gocciolatoio sul lavello.

Non si rese conto che quella tumescenza

era più veloce delle saette del Catatumbo.

Oppure, la donna esprimeva assenso materno

benché un uovo non è esattamente

figlio di una provetta!

E in uno almeno la poesia trovava i suoi numi,

il che complica la Nemesi

per le rivendicazioni di genere.  

Anche la narrazione entra in gioco:

qualsiasi parola è spora di un effimero

quotidiano chiamato respiro

finché si replica.

 

 

 

*

A saggio

 

 

Luigi: amabile; e per ciò amato a braccio,

oggi buonanima a sangue freddo

nel conglomerato dei simulacri, sopra

la biancheria con infioriture gialle

sul comodino di noce pressato dalle luci votive

che tarlano a spegnersi, era un buon soggetto.

Senza dubbio il migliore dei complementi

quando chiarivano che fossi figlio di.

In pratica, un uomo con pochi verbi, ideale

nell'attesa dell’età che dicono giusta,

quella che avvia i tuoi guai; per niente

pesante, eppure roccia, selenite da mare.

Con la sintesi della vendemmia vive oggi

nell’uva costiera che in gola porta il suo

succo spaesato, nettare allo spasmo.

Dio solo sa quante sardine ha costretto

a seguirlo in riva alla tavola, quando in vita

una parola era discreta cintura della fame,

a cortezza variabile, mai intimidita

da medicane e dal marmo.

Il mio nervato bianco qui ci separa.

Il molo del sacrario emerge nella foschia

costiera, imbarcadero delle venature che vanno

a dorso del colle, convenuto di mortella e ginestra.

Tra gli assi scarnificati del suo scafo laborioso

alla via nel secolo ventesimo, breve corso

perché noi siamo piccole case a volte arabe,

non ci è voluto molto all’abile artigiana

restituire l’organico al minerale

e, a me, i nostri minuti passati,

che sono poi presenti e futuri sostanziali.

Come nelle mareggiate, qui i muscoli labiali

si saziano di sale; ancora qui le sue mani

cotonate dal cordame, profilate dalle unghie ocra;

qui i righi segnati dal catrame delle nazionali

- il suo fumo mi ha reso dipendente prima che occupato -

e pure contagio, quindi, grafite del mio corpo:

ora come ora torni a salto.

 

 

 

*

Corsa a perdi stato

 

 

Io corro. Normalmente corro.

E correndo accelero il giorno.

Normalmente non mi allunga la vita.

Quello che dura è duro, il molle s’informi.

Nasce così la sensazione ‒ in forza del foglio

oppure fossile dell’età del gioco ‒

che i miei passi aumentino la velocità

di rotazione del pianeta

sul dito del giocoliere Atlante:

il titano che mi pensa criceto.

Vedi, amica mia, amico!, ti seguo a ruota

per l’esercizio del cuore millantato

che in via eccezionale sopporta un traffico

stupefacente: a tratti mobile o in fermo.

È significativo che solo ho amato riamato

due uomini all’impazzata: ad uno

sono sopravvissuto, l’altro mi sopravviverà.

Questo la dice lunga su quanto duri il respiro.  

Tutto sommato gli organi reflui

appesantiti da un affanno circostanziale

riposano meglio nel futuro prossimo

che in quello già remoto per ora,

e ore spero.

 

 

 

 

*

L’iniziale

 

 

Riporto qui l’iniziale, l’avvento di questa

figura sfilacciata dalla nebbia, trapelata;

lungimirante, certo, quando fu necessario

imprimerla come il timbro; e non solo

per questo continuo a trovarla sanguigna

emme. Sollievo come due colli sul ventre

in una notte ruvida, vetrosa, di contenimento.

Emme priva di indirizzo ma che risiede

o in un papavero o più in alto verso il frumento.

Emme che non parla ma dice, iniziando da altro,

proseguito in questi segni, ogiva del suo spirito,

aumentato dagli affanni, esaudito nel gesto

godibile della fonte ripresa dall’acqua.

Emme temeraria con il coraggio dei porti

naturali, delle baie più grandi dei mari

che accolgono carghi sconosciuti e piedi

privati di orme o, comunque, di questo lato.

Emme traghetto con la stiva tra le anche.

Emme congiunta al legno, emme di miele.

Emme contagiosa per il trasecolare diffuso,

quindi eterno, incessante, seno universale.

Emme sorniona come stella, come tratto

del raggio, ossia luce che chiede spazio

e annienta le setticemie oscure del cosmo.

Emme convessa che scorgeva da lontano figli,

da lontano chiama figlio ciò che si perde,

da vicino sussurra padre l’umore nel palmo

fiorito dalla terra nel punto in cui ha battuto.

Emme che sopporta l’eco del lamento

e ripete che il chiodo fuorisce: “fuori esce

dal mio petto quando nel suo entra e fora.”

Emme attraversata dal mio corpo, complice

l’alfabeto che le toglieva la parola primitiva;

emme che mi hai lasciato più dritto del rigo,

più preciso dei quadretti, spillato da quaderno.

Emme con le scapole non alate ma di piuma,

emme volatile come ogni finito terrestre

che ritengo a mente porziuncola del sempre.

Emme votiva, statua di cellule contuse

dai ceri sfiammati eppure ancora in cute.

Emme di Matilde, come di Madre:

come meraviglia, persino in morte.

 

 

 

*

Con cosa ti ho colpito

 

 

In tutte le misure

l’acqua mostra un potere immenso.

Cambia e adesca terre,

supportata come tabarro fondo

o toga luminosa.

Nel millimetro è sorniona,

pronta a diradare una folla.

Nel metro è congiunta,

guarda quanta ne raccogli.

Nel miglio è marina,

per chilometri nelle vene

di continenti interi

e tra i continenti è ponte

sul quale le chiglie confabulano

e i piedi si arrestano.

In pieno universo è fonte

di una rete oscura

che pesca pietre e gela

le claveline delle comete.

Non può essere ferita:

si chiude troppo in fretta.

Ma se ti chiamo acqua

perché non corri?

 

 

 

*

Coll’uso

 

 

Portano al naufrago un remo intero,

e uno inservibile perché non c’è.

Accompagnano il gesto e l’oggetto

con un sé remoto rimesso a nuoto.

Parole che l’assente non conferma.

Neppure udite, quindi, né meno perse.

 

Il soccorso è una maglia di lana,

intima e usurata, pregna di afrori

che generi, e aloni come corone.

E’ un must per i marinai spiaggiati

sulla penisola del divano. Così

io fondo il salotto di carenaggio.

 

La maturità dei porti non la vedi da

lontano, ma dal fondo partendo. Ma

non è per le mattonelle oblique che

i piedi poggiano divergendo il verso.

Il pavimento è la traccia più seguita

quando l’inquietudine piega la fronte

per sbarcare una passeggera tormenta.

 

Tuttavia, il parquet meglio rappresenta

la lisca della stanza, come avesse branchie

piuttosto che il diaframma del mondo

in una finestra. In quel punto, l’arco

solare scaglia le sue frecciate a bordo

dell’arietta capace di ottobre. Arriva

nell’ombra il gabbiano e viene il grido

col quale prende il volo un tacco.

 

Ci sono porte in casa che se non apro

le sento difese. Ma, allora, perché sentirsi

alle strette per prendere il largo? Comunque,

quest’ala è palindroma di un’altra volata.

 

 

 

*

Da vero?

 

 

Sono sicuro che qualcosa di vero c’è.

Vero: non tutto è falso, non sempre pare.

Lo vedo dall’inutilità delle raffigurazioni,

definite artistiche appena, senza dar torto a voi,

al nume che vi s’impiglia, al metamero

della triglia cui so miglio e miglia fatte.

Il riconoscimento lancia un generoso

appello: tu ci sei, resto, e dove?

L’orizzonte è fittizzio anche scritto qui.

Virginale, l’ombra della coscienza suona

l’incoscienza dei morti, si sentì

(questo è da sapere, ma buio e consistenza

bloccano la visuale: il mio spirito

venne mattutino e aggiornato

al seno vizzo, scontato).

Non tutto il minerale è indossato;

so con certezza che si trasforma in noi

per annidarsi nella congiuntura tra l’orma

e il nucleo del pianeta (vero).

Non sarò per questo mai alto locato.

Intanto, è terribile che l’orizzonte sia solo respiro:

perso, si perde il vero falso.

 

 

 

*

Allo scomparso sarà data ragione

 

 

Oggi mi sento cosmo nel cosmo.

E tutto ciò che vedo, tocco o ascolto

è cosmo, ma in pectore, come me.

Anche quello che rumora in sottofondo,

o romba e spiattella atomi ovunque.

Il mio universo confina altri universi:

un numero indecifrabile finito qui.

Vedo tutto, tocco tutto, ascolto tutto:

tutto è il poeta morto che vivo ricordo

e ogni cosa sua, e animale che gli parlò,

e, pure, onda che lo annegò: lui

non smette di lievitare nel fosso stellato.

Oppure è una immensa camera di scoppio,

motore di innumerevoli motori

a scappamento ridotto. Il fumo, amici,

fa male innanzitutto al tabacco e la voce, cara,

rovina la cornucopia del petto. Solo afferra

questa bolla di gas all’oscuro

delle incredibili reazioni che scatena,

ma dolce e amara spingono le mani con giunti

la sua vena triangolare,

come una insegna del miracolo a vento. L’abisso

pieno di rotte ben oltre le tavole: un fardello

senza pari può su portare.

È un precetto di bordo segnato dal mare fondato.

 

 

 

 

*

Principio di sollevamento

 

 

Potreste obiettare che è affondato l’Impero

per il semplice fatto che il Siceliota

austero non rivelò se galleggiare attiene

ai polli quanto a ciò che li sostiene fino

all'ultimo boccone. E sareste come le genti

che fecero leva sulla sua mente. Così

il contagio del dialetto geniale fu vinto

da una lingua letale.

Tutto quanto sappiamo - la prima scienza,

intendo, fino all’ultima coscienza del saggio

- è per l’osservazione molto più che premio

alla ragione. L’accaduto fu registrato

nelle strutture ingrate di quel certo ambiente

di marmo e kòllema fiorito inconsciamente.

I segni agglomerati sono rimasti e, benché

la pietra riduca la storia vasta alle ossa,

ciò che non si mostra per intero è indice

della mano ricostruita al vero, non sempre

reale come resa dove si sostituisce

alla parte lesa.

 

 

 

*

All’epoca dei fatti

 

 

Poiché a noi è concessa soltanto un’era

dell’universo, osserviamo le briciole

supponendo siano di un pane intero

e vogliamo capire chi lo ha fatto a pezzi.

Lui, invece, resta di ghiaccio e non si cura

di una dichiarazione del genere. Preda

di una bevanda oscura in una hobbleskirt

coperta da brevetto americano, ci tiene

come effervescenza tra le tante bolle

che arrivano al naso, ma non vedono

il capo. Tutto questo dà euforia e la vista

aspetta echi senza alzare la voce. Quel

colore di tumefazione, quel colore è preso

dal viso quando le risposte ti sfuggono.

Saremo bevuti, ma spunteremo ancora

dall’oriente del nulla come sopra viventi,

non superstiti, piuttosto reduci dalla messa

a terra: nient’altro ci serra. Là fuori

regna la mutazione, intesa dai cuori

come crasi di movimento silenzioso.

Non ho esperienza diretta delle onde

di fondo, ma dicono sia l'inizio raggiunto.

La gravità si diffonde come una formula,

al suo passaggio un pensiero distorce tempo

e luoghi di vecchi discorsi. Una qualità

enorme servita al padre di tutti i padri

insegnando a tavola la forchetta ai figli.

Anche presa da lontano, questa idea

non allevia la fatica di doverla sostenere.

Ossia: parlo senza il travaglio della credenza.

Lascerò che un altro dubbio mi sorregga,

una scansia inarrivabile sulla quale poggio

nulla che sia a misura di buona prova.

Come un sestante mi pongo all’angolo:

non calcolo, lascio il controllo a chi ha vista.

 

 

 

*

Dell’ultima lettera ai quattro venti

 

 

Mi è giunta una soffiata: Eolo non c’entra

con gli abiti sollevati dai corpi tremanti.

Li aggredisce la marea delle mani; e l’opera

d’amore, che non è presiedere le convenzioni

sull'argomento cuore, batte sui martelletti

vocali e viene il mormorio come a riva

struscia la chiglia e ruglia l’aria sulle creste.

Perché non esiste la calma se qualcuno soffia

sul collo. L'atmosfera in quel luogo, sia esso

buio oppure inutilmente al sole, con uno strumento

invisibile, magari, fa pressione - io so -

da una parte all’altra della carotide,

poi accalca suoni l'emozione chiamata terrore

restituendo le onomatopee del corpo

o della resistenza ai colpi.

Vorrei conoscere a fondo i quattro cardini

della sua rosa: tramontana, levante, ostro

e ponente, tra i due seni, la corda vocale,

vibrante nord, e il ventre infuocato deserto.

Li avvicino con una banderuola che ruota,

e ruotando indica che: ognuno di voi è salubre

fino alle ossa, poi sbatte la porta e il dolore,

già sulla soglia, fa fatica a mantere colonne

di fogli di riso, come sumi-e rosso labiale

(questa “e” oltre a congiungere pigmenti diventa

pittura nel luogo in cui c’è: non il bacio

ma il suo mito vergato da un ricordo). Nulla

cambia per le fossette se gli angoli

della bocca aprono il fusto dei fianchi;

e tracolla il volto. Il viso è una bella platea

quando le ciglia applaudono; e salubri

dovrebbero essere i loro intermedi: gregale,

scirocco, libeccio e maestrale, diciamo la mezza

misura del naso, le gote scoscese, la fronte

a picco, la gola più adatta in quel punto.

Tornando all’amore, con l’aria che tira,

è chiaro che un’isola percossa da folate

sarà solo uno scoglio. Questa congettura

diventa assassinio - each man kills the thing he loves

quando la violenza trasforma il desiderio

in una maledetta psicosi. Sembra una diavoleria

ma è un soltanto il vuoto in un uomo.

O rosa, abbi cura di te da sola; e sola

guardati dal vento di controvento, anche  

per questo ti amo, come amo il prato ma

non lo pianterei in salotto o, desiderando

dormire tra verbena e rosa, non n’eradico

per adagiarle nel mio letto. Men che meno

soffierei il seme su posto.

 

 

 

*

Della prima lettera al potente Impero

 

 

Dal mio punto di vista, o potente, siete

immane. E il punto dal quale esamino il drappo

starsandstripes, con l’intero firmamento in stato

di guerra, è meno dell’eco che l’occhio recupera

dal vostro raggio. Tanto più grande la forza

quanto estesa tra due oceani la polveriera

che chiamate terra.

Ecco il punto: niente vi ferma, né la natura

violenta, né la violenta mano che l’ha preceduta.

Come la vite aggressiva e tentacolare, eppure

piena di nettare di dee, la fondina dell’uva

ballonzola al fianco degli ulivi e sulla spalla

dei ponti pesa quanto resta di totem e bisonti.

Oh, a noi bastarono cesari e crocchie sempiterne:

ne abbiamo aspersi fanghi col sangue puro! Ma voi

non vi fermate mai. Da seicento anni marciate

in avanti e in alto, con il sistema del santo metallo

e il cuore di silicio. Che meraviglia!, il muscolo

del doppio continente ha superato il plaid

che l’ossido di carbonio ha ridotto a cencio

appeso ad un filo sulla terrazza del cosmo.

Il vostro dominio si infila verticale tra lune

che auspicano un nuovo nord, e bussole

che ormai segnano solo il tempo perso,

santabarbara planetaria dall’orbita intrasigente.

Fatelo fuori, o potente Impero, asciugate la sfera

se il rosso vi scuote: comunque una vena resta

e comprende l’arcobaleno che le corre dentro.

 

 

 

 

*

Della prima lettera alle donne in genere

 

 

Desidero dire alla donne che amo l’acqua

che le disseta, immagino sappiate perché.

Come invaso, da una a riva a tutte; come

l’ultima goccia, al limite del mento volitivo,

solitaria eppure avvertita persa, rincorsa.

Penso ve ne siate accorte, benché non pare

mostriate attenzione a questo satellite rozzo

incatenato nello spazio delle vostre orbite.

Al vostro cospetto mi sento come inatteso,

sconosciuto, infine stazionato, anche superfluo.

Oltretutto certo di non attrarvi abbastanza.

Francamente, non mi metto in vetrina

perché mi sfugge il senso da voi cercato

nello specchio occasionale quando anch’io

mi guardo e mi trovo tale, purtroppo

privo di riflessi pronti. Così vetri e manichini

hanno più fortuna di prendervi in giro,

ma io nel chiuso non vi terrei all’oscuro:

se potessi aprire una finestra nell’anima

vedreste il ramo singolare farsi fronda

per il nutrimento che il vostro sguardo aggiunge.

Ma il desiderio può diventare uno zoccolo duro

e in qualche caso calpestare la parola amore.

Aggiungo che qualora vi abbia dato fastidio

il mio sguardo insistente - vi assicuro che mai

ho creduto facile suscitare il vostro interesse -,

vorrei che le scuse affidate a questi pochi led,

che ancora mi servono, sollecitassero il vostro

perdono, giustificato perché l’occhio, le labbra

o le dita corsare vi raggiungono senza ceri

e la richiestra di una vostra grazia fu fatta

a priori con questa preghiera:

“Salve, Regine, quando mancate

sono in genere più vuoto.”

 

 

*

A memoria

 

(to R.C.)

 

 

Oggi ho aperto gli occhi come un sepolcro.

Un parallelo opportuno perché nello specchio

ho visto una pietra corrugata muoversi

verso destra, dal lato dell’occhio sottomesso.

Intendo che, se un cattivo risveglio c’è stato,

è avvenuto cercando di rimuovere la pietra

dello scomparso. Subito mi è sembrato

superfluo l’appello ai viventi: chi è dentro,

da dentro chiama e rispondo a memoria.

Ma la sola parvenza non giurerebbe sul vero

rinvenimento della grazia e della contumelia

data l’assenza della fonte che mi rincresce.

I fuoriusciti non mancano di denti, ma della

lingua che parla all’esterno. All’esterno,

in quel preciso momento, è nato un gioco

dialettico sostituendo una lettera:

nei vivi, la carne è presa dai verbi;

nei morti, la carne è presa dai vermi.

Appare quasi  in tempo chi per me recita

la parte dell’ora ed entra nell’orologio

con un passato lancinante: e qui ti volevo,

qualsiasi amico tu fossi.

Soprattutto, non ci sei come convenuto a voce.

Mi hai lasciato al di qua del tuo primo orizzonte.

Mi hai dato il compito di muovere la pietra

dal tuo nome, poi riporla sul tumulo che aspetta:

un simulacro da pensare nel limite dell’azzurro

e della sarabanda nel sangue, resi netti

per quanto adesso parlo solo di eri.

 

 

*

All’oca mento

 

 

E giù pretese come un falco: saremmo arrivati prima

librati al di sopra dei precetti e atterrati

per giunta!

Che sguazza nell’uomo

oltre il pensiero di bruciare più in fretta

di case e poderi, ma dopo ogni antenato?

Spirito dell’uragano! O spirito dell’acqua, a morirne:

a morirne, intendo, senza la perifrasi

della sofferenza anzitempo. Un pino si schianta

e due automobilisti inventano ricordi

che già c’erano: vivi ancora.

E anch’io falco, così: come tentando, vorrei dire,

nel mio corpo sempre meno originale

Un corpo perde originalità come qualsiasi

mezzo di passaggio - tanto più i suoi atti

comunque non mancano.

Sentivo, da Eracle, a fatica spintosi a una certa vetta,

per via di racconti censiti quanto dati miracolosi,

che la roccia è nuda, come se una neve di calcare,

del primo momento di fuoco procurato,

la ricoprisse senza la perifrasi della panglotta.

Sicché la fiamma multilingue aveva provveduto

ad incenerire il verde tailleur con cui monti,

alture basse, valli profonde, pianure infossate,

depliants

con belle passeggiate degli occhi

erano volati ai santi, quelli terrestri.

Atmosfere di guadi improbabili, in questo secolo

dai secoli a venire: magre e/o secche.

Ma il mezzo uomo che parla è di pietra già adesso

e su questa pietra leggo un pronostico.

Non guardo la bocca

che per le parole è la riga mossa

ma il segno tipico

del corpo che rifiuta l’ombra che la tocca.

Odo il dolore sferragliare più delle sue cause.

Perifrasi della vecchiaia, certo, ma cauta

proprio per l’attraversamento del doppio senso

di marcia.

 

 

 

*

Song of the porter’s son (white blues)

 

 

Datemi qualche passo in più

(hum) datemi qualche passo in più:

non chiedo altro perché non posso

(hum) datemi almeno un passo!

 

Non voglio che sia come una corsa

(hum) non ne avrei tutta la forza

quindi datemi quel passo in più!

- Ragazzo, usa i tacchi anche tu.

 

- Ho detto che vado fino a lassù

(hum) devo salire salire sempre più su.

Quanto è bello il signore del settimo piano

le scarpe di vernice e le monete in mano.

 

- Ragazzo, non hai che pezze sul culo

(hum) E’ la vita che ti scalcia da mulo

- Datemi adesso qualche passo in più

(hum) Datemi almeno un passo in più.

 

Finchè il signore del settimo piano

ha quelle scarpe, mi negherà una mano.

(hum) Quindi voglio andare più su

Datemi almeno una moneta in più.

 

 

 

*

Una vicenda continua mai compresa

 

 

Dafne, prima di alloro, con un cappello a cloche

e un fiocco verde, già fuggiva alla mistica

aggressione del tempo:

“Apollo è un furfante carrozzato, un dio

ingiustificabile, tende al sole, getta ombre

sull’Olimpo, come quelli della stessa risma.

Marmo d’ufficio e carta bollata, con testi assorti.

Io li condanno, avverso le deità perchè vengono

nei templi a tentoni, a braccia con serti, a scrocco,

e non c’è modo di apparirgli senza ferite.

Sono come noi, solo come noi siamo noi;

non di versi gli abietti – di poeti ne ho conosciuti

solo in pectore.

Niente può essere soprannaturale se di umano

concepimento, anche nella cerchia del sintomo

e della conseguenza, del giglio e della folgore,

del visto e, ancor più, del sentito: dal carbonio

alla parola, credo.

Di calibro uguale i miei conterranei: coinvolti

da una certa atmosfera vengono presi dall’ansia

di possesso, cedono al potere di acquisto

come all’acquisto di potere. Si spendono a vuoto.

Che c’è di sovrumano, quindi? Lo sforzo vero

è del neutrino, dico io, che ha le sue ragioni -

talché il semplice elemento, uno all’anno,

interagisce con il corpo senza farsi vedere,

ma qualcosa ci trapassa, e lo vorremmo,

con gentilezza, nei limiti della pelle;

in tal modo labbra mani conforti provano

a toccarci ma non c’è contatto, nonostante

la violenza lasci un segno, afferma la scienza,

esatto se possibile.

Ho rivisto Apollo: un tiro dei calabroni.”

 

 

 

 

*

Nato per casa

 

 

Tutto quanto un tempo non c’era, ora c’è.

E’ quasi vero il contrario, oppure

molto è cambiato inavvertitamente.

Io, certo.

Quanto è certa la casa in cui sono nato,

quasi vera come allora.

Cos’è mai allora?

Tanti gatti non ci sono più, le persone invece

si legano con una domanda: dove sei?

Lo sai dove sono, lo sai come.

Puoi partire da loro

e insieme ritrovarli all’arrivo.

Un po’ contraffatti dagli eventi, ma perseveranti,

più che altro si occupano di sicuro.

 

 

 

*

La restituzione del mar tolto

 

 

It had all been working so well and now,

Well, it just kind of came apart in the hand

As a change is voiced, sharp

As a fishhook in the throat, and decorative tears flowed

Past us into a basin called infinity.

J. Ashbery “Vetiver”

 

Essere d’acqua è innanzitutto fuorviare la luce.

Che lascia la sua fabbrica per te,

che non ti trova nel luogo cui sei tolto.

Questa quota è raggiunta dall’anima

se, oppure quando, lo scafandro

dell’avverbio ancòra diventa àncora lì.

In pratica, il raggio nel suo verso diretto,

trapassa le spume e si rafforza spezzandosi

privo di vescica natatoria.

Fino al punto in cui i sottomarini

diventano pesci lanterna e aberrazioni

dal corpo fluorescente.

Come i pensieri più intimi che non hanno spine,

ma atti remoti.

Vengono spinti dall’acqua come dice eureka!,

verso alto, talmente alto, che la limpida urna li contiene

nel salotto universale.

Attraversano strati a più riprese, parole lì messe per aria

e altre incomprensibili onde che furono tue

e continuamente vibrano stelle.

Oh poeta, mare frugale del basso porto,

ho una goccia di conoscenza cui non so più dare bacino!

Non avverti lo sciabordio di una chiglia

rompere il silenzio del tuo abisso?

Ti è servito avere tutti quei moli

per i pochi saluti che attraccano?

Sì, una bitta resta libera per nuove cime.

 

 

*

Della prima lettera a Lui

 

 

Egregio Signore,

dato l’ovunque da Voi frequentato

tra goccia e mare, nella goccia e nel mare,

dal fondo salubre al fondo fiammeggiante,

nel fondo terrestre e nel fondo stellato,

accertiamo l’inspiegabile irreperibilità

che già Vi distingueva,

nonostante testimoni di sicura fede

affermino la presenza di almeno una Vostra orma

sulla pur assolata e/o miserevole spiaggia umana.

 

Il nostro Ufficio Certificazione per le Entità Sovrannaturali,

del quale qui si risparmia l’acronimo, impiegato

in altre faccende di palese contraffazione del vero

per comprenderne il vitale mistero

- leggasi semplicemente: credenze tra si dice e si pensa -,

è coinvolto nell’inchiesta su alcune voci

che Vi attribuiscono la stessa latitanza, oltremodo comune

tra i colpevoli, ma ci pare

ancor più caratteristica, fuorviante

di chi, giunto al potere per autoproclamazione

(si cita la premessa inequivocabile: “Io sono il Signore [...]”

eccetera, con tutto il ben messo seguente) fatta in luogo isolato e,

pare, ad unico orecchio, incisa su pietra

con arte prettamente umana,

in cui è possibile ravvedere non già la dichiarata divinità,

quanto un mero artificio dell’attributo nascosto.

Con rammarico annotiamo che,

pur avendo bussato a numerose porte

finemente a volte

incise, regalmente terrene, e ai battenti aperte,

tali indirizzi risultavano comunque deserti.

 

Rimettiamo questa comunicazione agli atti del vento,

nostro e Vostro efficiente messaggero

che, si spera, consegni con obbligo di ricevuta

l’invito a comparire almeno a tempo debito.

 

*

Perché non ti ho amata prima

 

 

Certo, ho amato tanto, ma non sapevo chi.

E chi era ovunque, quindi trovarla fu piuttosto semplice.

Tu non c’eri mai, sicché non sei chi.

Chi si presentò con cento corpi

e mille erano le storie che portava.

Oh, per carità!, tutte amate a loro misura,

per ciò che chiedevano e per quanto potessi

nessuna con la tua.

Chi fece la vita ricamò i miei giorni

che puntualmente si scucivano.

Chi, ricordo, fu a volte vittima e altre carnefice:

vidi i nostri sangui mai confusi, alterni a volte,

altre contemporanei, ma sempre distinti.

Ma chi, oggi lo so, fu indispensabile a portarmi te,

altrimenti non saresti stata amore, angelo e rosa.  

Chi mi sembrò questo,

ma questo sei tu.

 

 

*

Nondimeno

 

 

Si fa presto a chiedere ancora uno spicchio,

ma la vita non si taglia a fette: è intera

o non è.

Si fa presto a dire sera. O me ne torno a casa.

Dov’è più quell’accidente, la porta socchiusa?

Ora è una entrata di scene,

attori, comunque.

La casa ha quattro musi: se si apre la bocca,

una finestra sbatte. Quanto tormenta?

Tutto il suono ch’è meglio udire

prevede il silenzio,

e il silenzio mantiene: casa, porta, finestra, salute

a noi, e a voi che non vi assistete da fuori.

In questa casa non entrano parole, nondimeno

i gatti si curano il pelo.

 

 

 

*

Comunque si faccia, si farà

 

 

Come un seme sfrontato

che ha per posta il cielo

e prova spedito la consegna del suo fascio

di nervi tesi, Gil va dove ha cuspide

la parabola del sentiero.

In pieno coglie la notte dai petali gialli.

quando il polline dell’alba lo sazia

quando i fanali per questo si chiudono.

Liscio come uno zimbello, se ne infischia

di chi viene o si ferma: il suo richiamo è

come i motori a scoppio con le marmitte aperte.

Ha un vocabolario stridulo,

acuto quanto basta agli esami

per un titolo lungo che con la luna non serve

ma nei sogni, oh sì!, è indispensabile

vegliare. 

Sembra una torre campanaria, io la sua pieve.

Per intenderci: le nostre porte si aprono

su silenzi diversi.

E’ certo che il suo mattutino

introduce meglio il mio vespro.

Così mi dona un altro tempo.

 

 

 

*

Don’t take my word for it

 

 

Questa sete è degli antichi viventi, i più giovani

sono portatori di venti. Forse trenta borracce;

oggi le trovi vuote, ma domani

alla fonte del loro tempo comincerà il travaso.

Dunque, era questo all’avvio:

un gioco di aurore plateali sul litorale,

o di gialli tascabili nel pomeriggio che ora

poco sfoglio, mancando il vizio delle notizie,

alla radio, alla compagnia tipica dei pesci.

Ieri, il paralume finto cinese si è acceso

all’improvviso: per poco meno, una strana forma

come una grazia viene dal più alto stelo possibile:

la botte dei venti primitivi.

Una spremitura di aria fritta, credo maggiore

dell’intenso bombardamento tardivo:

sembra una follia, ma è possibile

che a scriverlo sia un universo

piccolo piccolo.

 

 

 

*

Così rispondo

A JeaNando, a Gion:

grazie alle vostre voci.

 

Mi chiede della poesia cose che non so

così rispondo che Ettore giaceva

come un grano di silice cristallina

nel senso della sabbia.

Libero di salire ai numi

ma non di alzarsi su di loro.

Ilio - se di Ilio si trattava,

piuttosto che Caraibi o York o Pietroburgo,

e qualsiasi posto in cui nascono e muoiono

questi suoni più vicini alle ferite che alle garze -

le mani sfatte dagli scritti, appare a ragione.

Negli esametri epici, il guerriero è stuprato

dalla ferocia dell’aedo che lo attraversa

col canovaccio della voce. La poesia

è quell’uomo riverso sulla spiaggia

come un grano di silice cristallina:

guarda, respira ancora.

 

 

 

*

Ho fatto appena in tempo

 

 

E’ facile dire vivo, ma non basta una trama da soli.

Se indossi il minuto, reggi il filo per tutto il tempo, piccolo

orologio, subacqueo come le intenzioni,

opera viva queste ultime, ma da ore sommerse.

Il fine è prendere possesso degli occhi:

a loro comando le mani si toccano,

e dici qui batte qualcosa

con l’orecchio che poggia sul paiolo.

Prendi il remo da uomo, in pugna uomo!

Tanto è fuori di sé lo scalmo,

che il rematore investiga la fiancata.

C’è il grasso, c’è la bracciata pluriennale, c’è

il respiro guarito e il naso a fiocina.

Nella fase di leva, il giorno è un secco esercizio

di progressione nei pori del maestrale,

la resistenza dell’acqua è organizzata in drappelli

di onde, ciniche a prua, infagottate in schiume oleose

a poppa, ma un legno che le abbia aperte c’è stato.

Vorrei essere così turchese. O una goletta.

Ogni asse, tanto ordinata, perfetta nello specchio

sul quale galleggia per la voglia di respirare: rossa la chiglia,

bianca la pancia, celeste la murata prima del cielo.

Tutto il fasciame del rigo che trattiene sale,

la parola orizzonte

come baia, seno; capezzolo lo scoglio sotto un panno verde

d’alghe che a stento lancia gli spruzzi

formicolanti in aria.

Ho atteso abbastanza e prendo

dalla barba a gambe levate.

 

 

 

 

*

Da goccia a scroscio

 

 

L’afa, che scioglie la timidezza come grasso dai puri,

sollecita la formula: “Quanto dura?”

E’ la battuta che evoca la fine del discorso,

perciò è moto comune

socializzare non all’ingresso ma negli ascensori.

Salendo, c’è più tempo

di notare le sillabe toniche su piani diversi,

come aloni delle parole.

Tuttavia la goccia si forma nella ruga:

il viso appartiene al culto del colpo,

anzi, la pelle è il vivo sacrario delle ossa

e amenità di afrori.

Manca quell’anima che le fa da costume.

O, tutt’al più, illude.

Nella calura, l’ostia del sole non è la sola

che dà comunione.

Nemmeno il succo dell’ombra viene dal frutto dei muri.

Penso ad una insenatura.

Penso all’acqua del fico ai piedi di un hotel, poi abbattuto.

E l'uno e l'altra lasciano tubi.

Penso al tuo vento come sorgente.

Perchè ti parlo con tanto sconforto?

La città è un forno malandato. Le strutture di cemento

dilatandosi parlano chiaro: l’afa crea nei giunti

qualche turista a caso.

Gechi sfuggenti, o pelli mutanti.

Le fontanelle fanno fatica a giustificarsi:

dove manca, l’acqua comunque non ci bada.

In questo contesto, le strade vivono dell’onomastica

che diamo frequentandole a seguito di, a parte i cartelli

di soste vietate, passi insicuri

che oscurano il cielo all’asfalto; così mi fermo

con l’afa alla porta, le braccia scadute ad arti

in disuso.

Il mio pallore, visto a maggio, ad agosto

è una goccia portentosa per similitudine.

 

 

*

Ti ricorderò con me, in fondo

 

 

Benché la sfera affettiva contagi il braccio

fino a farne circonferenza in vita, dell'unica

che ancora posseggo e mi possiede, un corpo

più è lontano più torna a notte fonda.

Mi piace cercarti in quel vetro che termina

nello sguardo, in un riconoscimento che manco

perché non passo più lì sotto. Eri nello studio,

nel tinello, o cos’altro era quella sorta di pelle?

Appena trattenuta, ma quasi vi si appoggia, l’ala

della casa che abiti adesso, sconosciuta perché

non passo lì sotto. Non saprei dirti

in quale punto di via Gonzaga tu ancora richiami

all’ora. E quell’ora che viene a nome tuo, albina

come ogni altra soffusa visione a notte fonda,

consegna croissant caldi al quarto piano.

O era il quinto, il secondo, il settimo cielo?   

Le strade hanno di buono l’immaginazione:

le vedi a pezzi, adesive solo ai portoni,

che non si aprono se non stacchi gli occhi

dal quotidiano che scorri. Sono cronache veloci,

composte dalle linotipie delle bocche e come

gli articoli danno genere al fatto che ti racconto.

So che ti esponi sempre a mezzogiorno,

ma non con lo stesso azzurro (sotto cui passammo lievi);

so che indossi il minuto con sofferenza, appena fuori

dallo studio, dal tinello, da cos’altro è una sorta di pelle.

So che doni le tue gambe all’aria. So che i maschi

ne calcano il vento e tentennano nell’opera di rinvenimento.

Non so in quale strada questo avviene, ma so che essa

prende consapevolezza di non essere solo asfalto

quando la frequenti.

La mia creatività sceglie la vista che le va a genio,

trova un riferimento al citofono che ha cancellato

il tuo cognome privo di lettere, come tutti i corvi

dei microfoni che gracchiano  “chi è?”

Ancora vago intorno per ricollocarti nell’afa in un poco

d’ombra. Nell’afa, gli assenti incoraggiano

il sudore per la fatica di vederli liquidi, immobili,

e il mio fiato, timbro catarroso di un pensiero

che va raffreddandosi, fonde idee, o le fonda.

Non è un modello d’amore tutto questo,

è una pietra e con essa ho fermato

l’onda che saliva in bocca.

 

 

 

*

Della prima lettera all’Artista citato *

 

 

Ineluttabilmente questa Terra non è d’acqua.

Ma è possibile navigarla a lungo.

Metto in chiaro subito

che il vascello dev’essere fatto ad arte.

Niente chiodi, ma cunei di legno sul fasciame.

Caviglie è il nome, non meno del passo.

Posso dirti che il poeta è un naufrago che canta

a perdifiato, e lo perde davvero

se fa per affondare,

però l’Artista somiglia a Dio come nessun altro.

Dio, in arte, si fa chiamare miracolo

e alle tue mani questo passa.

Torno alla prima affermazione: se l’acqua

santa è di questa terra, diventa improrogabile

l’ascolto quando viene in circolo.

Ossia:

il rigo che benedici, ti attraversa

con la voce in ginocchio.

Io ti viaggio quando posso come un molo

come alleggio

della verbena e delle acacie, del capitello e del barocco,

del  fuoco della montagna eretica,

del gambero e della parola gorgo che mi attrae.

Ali, si direbbero, mosse ad Arte,

come citato

dalla lingua a vela.

 

(*) ad Arbadom

 

 

*

Sto nello spazio da tempo irrisorio

 

 

Una dritta sulle orbite mancherebbe della gravità attuale

e, più  che la scienza, la curiosità impiega la ricerca

nella vaga, ossignore!, imprecisa rotta dei rematori

(dalle secche dell’Universo affiorano

santabarbare inchiavardate e fonde, vele a cottimo,

capitani in saldo, ancore canute e cuochi in scatole da notte:

l’oscurità è la forza d’animo delle stelle, ma quello

che non rende è l’alfabeto degli uomini).

Uno di noi raccontava la straordinaria figura

di Hawking. Ho pensato di lui: la mente

è cura o condanna del male che spetala

la carne migliore: il tessuto già scomposto in vita,

per via delle rughe croniche, confabula lucido

da un buco nero tornato alla luce.

Quell’uomo è molto più grande di noi messi insieme,

enorme nel nostro breve tragitto da some,

benché stringa le spalle per forza maggiore.

Ossignore: è grandioso!, lumine ben oltre il midollo.

Poi proseguimmo la discussione con più anima

dei santi laici nelle navate erbose

e di altri fenomeni gaudiosi come un gol:

avevo con me la “Guida galattica per aut…”

Ma questo c’entra solo col panico

che mi prende qui a bordo.  

 

 

 

*

Sciolti e per bene

 

 

Ricorderai come le dita armeggiassero

sui nodi della tua pelle. Gasse d’amanti,

certo: tu sai come avviene, no?

Il corrente entra nel dormiente.

In una mano tieni il primo e l’occhietto che fai,

con l’altra stringi il mio braccio all’anca.

La bocca è l’anello, la stanza mi sfugge.

"Stringimi, stringimi!" Avrei voluto sentire,

invece che: "Oh, Signore!"

Per una sola perla ho dovuto sciogliere

i legacci del grido dentro me. Più che altro

come fosse il mugolio la fonte dell’urlo.

Non fu visto, né percepito.

Così come solo io sapevo che la luna ti faceva

sua luna; e me: luna della luna della luna.

Sembrano orbite dipendenti, ma è un fenomeno di atmosfere.

Il rosario di satelliti nello spazio curvo della schiena

(a tutt’oggi il migliore orizzonte degli eventi

osservabile da un poggiatesta).

Eppure attraevi quanto l’antica lingua delle stelle.

Tutti quei nomi persi e, tra essi, chi c’era. O

è il complesso formato

dal caos precedente.

 

 

*

Da lontano mi pareva ancora

 

 

Sono ai piedi di San Liberatore,

quindi ignoro altre processioni.

Questo è un giorno passato in un

tempo imperfetto, dubito torni, perciò

lo ricordo.

Qualcuno è sul colle che anticipa la vetta

già con le ossa, meno volatili di tutto

l’incenso che lo colse, ma più restie

a lasciare la roccia. La roccia col suo guano

a vapori in una fiamma azzurrognola.

Per capirci,

questo è un monte che si innalza e profila

il papiro del tramonto. Proseguendo

nell’ovest, il cerchio si chiude in un raggio,

unico filo di voce che ruota nel sangue.

Il suo regno di curve nervose e di carta

rosastra sostiene un saraceno tornato

alla luce

per una certa manipolazione della storia.

Con ognuno dei miei genitori riposa,

al modo di commessi dopo il lavoro.

Ho più genitori che figli: non so se è

una colpa, avendo ricevuto indicazioni

in tal senso

ma devo aver tralasciato qualche ordine.

Il mare è una guantiera lì sotto, e sopra

più tazze di spuma che congiunzioni.

Ma io sono qui, quindi ignoro altrove.

Lì, manca la giusta materia di seduzione.

Manca,

mi dite, il conguaglio dell’onda, il resto

è lasciato all’occhio se il panorama paga

la consumazione del luogo. Eppure - io so -

ci sono molte lenti nei ricordi, tanto

poco reali da farli apparire dagherrotipi,

eppure altro è  il congegno di posa.

Sono qui,

quindi ignoro immaginarmi altrove.

 

 

 

*

Della terza lettera a chi, o meglio

 

 

Da qui in avanti giro come un’ombra

tra rigo e rigo, da parola a parola, persino

sulle sillabe mi allungo. Tu non lo vedi, nè

io sottolineo dove l’ombra poco si impegna

alla diffusione della forma. Constata come

segno i miei confini. Vengo da un punto infinito

ma non sono il solo. Vengo quindi da una lucina

in carne ed ossa. Sono l’ombra che scurisce i toni;

le palpebre, le palpebre delle vocali dovrebbero

stringersi un poco e la voce acquistare ombra,

che è poi l’eco quando rimbalza in chi ti ascolta,

permettendo di apparire in un punto del discorso

in cui la tua passione accoglie lo iota che nascondo

o quel grafema inusuale non asservito a qualche

comunicazione. Sì, è così, giacché mi entusiasma

si propaghi questo gioco e, da amante che gioca

all’amore, prediligo la strategia dell’ombra

- la mia propria, la tua portata, forse tremolanti

per questa ragione.

Riesci, adesso, a scorgere come ammasso

lemmi? Non dove capita, ma sotto la tua luce

che getta ulteriori ombre più nette delle mie

sfumature. Le accentuo mentre godono di te,

anzi, mi aiuta che si raccolgano in un profilo: il tuo.

Danno statura da punto a punto, benché mi riducano

a cosa. Io che torno a cosa, mi stendo e tu

che dici? Niente. Il silenzio, dove c’è l’origine

di un deserto. Capisci? Questa è un’oasi, come la

chiamiamo, è una distesa di voce, non farebbe per me

scoprire la fisiognomica di tante dune. Così

è il deserto che si mostra al tuo vento, oppure

tu viaggi con la tua carovana di pensieri. Potresti

avere capelli grigi, o un berretto da baseball,

una kefiah o un basco, addirittura un elmetto:

io ho consonanti sacre, della fede nel verbo. Tu

incespichi nella selva di virgole: io davvero

sono caduto a questo punto. Puoi cogliere

la mia ombra in questo spazio, la sua pressione

che non curva la pietra di un qualche muro secco,

ruderi di intenzioni che pesano da sole.

Mi stendo con il preciso scopo delle parole

mimetiche: celare, non tanto il senso, quanto

proiezioni intrattabili altrimenti. Anche tu

cerchi una luce che ci sopravviva: se c’è,

nessuna sofferenza. Comunque, non sarò io

a darne, o addirittura accenderla, ma tu

dopo avermi spento. Fallo subito: mi piace

apparire a volte, a volte non dritto.

 

 

 

*

Da una domanda, o altro

 

"Ma per oltrepassare la nostalgia non sarà forse necessario decifrare il codice della spiritualità?

Come perdere per sempre la via del ritorno?

Oppure: perdere per sempre la via del ritorno, si ma come?"

Aledi.

 

Se tu fossi un carro, un carro lanciato in una prateria

di ore - in questo senso acuta -, una prateria mossa

da più rilievi, rilievi mossi nello stesso senso

che rende sano il distacco da ogni bivacco di fortuna,

(ma anche nella sosta la ruota gira nel verso dell’inizio)

perché avanti non c’è sentiero ma

la tua anima è il sentiero e lo spirito

il tiro a due, a quattro, a millemila coppie, ti parrebbe,

come a me pare, che in qualsiasi anno

della nostra avventura, anche in questo,

siamo pioneri e non smettiamo di avanzare

anche stando in un accampamento a riposare.

Se tu fossi carro non potresti scegliere tra

essere vivente o essere morente, né ti piacerebbe

o meno il carico: farebbe fede l’elasticità della tua fibra.

Quindi, se tu fossi il carro come io lo sono,

potremmo dover abbandonare tutto il bagaglio

prima del guado profondo; e di rive se ne incontrano a sbafo.

E lì non c’è sentiero, pista o terreno da battere, solo il tiro

che va oltre: quel tiro che devi curare; e curi meglio.

Se tu davvero fossi un carro in cammino, puoi pensare

di farcela da solo, ma mai sperarlo, o il traino finisce

nel prossimo agguato.

Ciò che so da me è che sono un carro, non il falegname,

che mai vorrei essere, perchè tra questi e il figlio

qualcuno, qualcosa, pone sempre l’attacco dei chiodi,

ma il tiro, ben curato, ha proseguito chi sa per dove.

 

 

 

*

Della seconda lettera a Gion e Ale

 

                                                                                       Il tempo mi dice ciò che sono. Cambio e sono lo stesso.

                                                                                       Mi svuoto della mia vita e resta la mia vita.

                                                                                                                                                          Mark Strand

 

Questa è della distanza come ci pare.

Per un quarto qui la chiamano luna anche i piloti,

e i piloti, nel porto, incoraggiano gli arrivi.

Più lontano si vedono i gabbiani,

più sperato è l’approdo, e lo senti dal tono

prendere il sopravvento: “è là, è là!”

Chiunque trovi il là avrà il suo da fare

per restare nel nostro inventario.

Potete guardare l’orologio, credetemi,

mettere sul centro l’indice verticale: a mezzogiorno

puntando il nord, alle dodici vi verrà di vedermi

alle sei con le due lancette a distesa,

come campane intransigenti.

Mi è difficile rappresentare il magnetismo vitale

della vostra specie. Difficile, non improbabile.

Un uomo che oltrepassa la nostalgia

perde il gemito ma recupera il grido.

Io mormoro per la sciatteria del costato,

pagato il giusto prezzo alle risacche,

quando mi adagio inatteso all’ombra di chissà.

 

 

 

*

Circonlocuzione degli affetti serali

 

 

Da tanto lontano il cielo è davvero cielo,

in realtà lo ricevo come una galleria tremenda.

Non se ne esce. Nè si entra, semplicemente

la fine coincide ad un punto qualsiasi

in cui l’inizio è un gemito in partenza.

E tu passi nel suo ventre, come malloppo

da una bocca che non c’è,

e lo percorri

fidandoti di una guaina sottile, dei gas crudi,

delle mire sornione di lucette flebili.

Niente di più ci è dato essere

che sangue in cerca di una ferita aperta.

 

Il molo Manfredi regge un feretro del genio

di Zaha Hadid, così il golfo recupera

la conchiglia che lei immaginò come specchio

del cosmo sulla ceramica del dorso.

Tuttavia, è possibile cogliere perle

da talune vaghezze puntute

sotto l’effetto degli occhi.

Esco a cercarne l’esempio, benché mi sia chiaro

che i dettagli sono contraffatti dall’afa

che veste di sete la sera.

 

Da lontano il cielo è un amico, gli va riconosciuto.

Un amico è un bene affidabile come le aiuole.

Maurizio pedala quasi sbiancato dal buio,

è civilmente coniugato al manubrio,

il volto esprime saluti legando

con un filo di voce la pedalata a gocce di sudore.

Qualcuna va alla palma che lo sorpassa in altezza.

Si inerpica su di un raggio in pieno lungomare,

dove, per restare agli scogli,

occorre deglutire molto equilibrio

e starsene in bilico sotto i gabbiani

a pensare al meno.

 

Detto così, l’affetto serale è una carezza del luogo

ed io, tipicamente accecato, rappresento un uomo

posto a lato del proprio sudario 

o quel quasi candelabro sulla coperta di Zaha.

Ma è solo la luce che cambia mandato.

 

 

 

*

Interpunzioni, o dell’angelo del bacio

 

 

Due o tre magnolie vizze non si sono radicate

dal lato dei soprammobili assiepati, tra i quali,

congiunto, ti hanno posto lucido e sostenuto.

Nel domino della sintassi, catena in righe,

abbattuta da una rima - come nella scala quaranta

la poesia è un gioco di figura in figura, seme per seme.

Sei mancata, che non è morire ma dare credito

ad un biglietto di viaggio; e io suppongo ancora

tu sia fioriera, su ruote certo, però forestiera

in questo percuotibile momento, amica mia.

Per buona parte, gli steli ti somigliano,

occhi fraudolenti che cadono dai petali

come pagine stropicciate, spume di profumi;

oppure, avendoti parlato già prima, ma chissà

quando e dove, hai sopportato, posto che venga

vivo di nuovo in te, da anima scalata, lo spirito

dell’udito, lingua e cava orale, quell’ultimo dialogo

in cui ostinatamente si ripeteva Ritsos e là

nel suo cortile costruisce pressappoco un albero.

/ In questo “pressappoco” sta la poesia. La vedi?",

così convincente quando colloca almeno

un dubbio o un ritrovamento nel palinsesto

dei merli. Questi uccelli, dicevi, possiedono

un fischio puro, cavato da un verso altissimo

meglio di una siringa, un flauto allegro e vario,

condizionato a ripetersi fino alla noia. E qui, e lì,

rifacevi la rima con un gesto plateale, privo

di penna ma dello stesso colore dell’aria percossa,

quindi fluido e deciso per infondere sostegno

in un italiano quasi perfetto benché francofona.

Quale parola serri, adesso, seccata con il segno

delle labbra che ti accigliano?

 

 

 

 

*

Ricognizione di Flavio Gioia

 

 

Amo venire qui sulla scorta del raggio,

giacché nella penombra non si vedono i delfini

come tengono alla piazza il bordo della vasca.

Stanno incuranti che l’artista ne abbia fatto un’esca.

Mi chiedo se la creatività debba entrare nel marmo

e modificarlo, oppure uscire dall’opera

e cambiare la pietra in messaggio. O se è vero

che cambiando i fattori mentali la somma

comunque, e sempre, sia un viaggio massacrante.

Forse il giusto è combinato nell’intimo segnato.

Il segreto non è indicato dalla bussola degli occhi;

piuttosto si manifesta in quella parte della piazza

che incanala la città ottusa, con più seni che balie.

Questo descrive la geometria dei soliti a più piani:

i piccoli balconi sono la retta delle finestre

con le gonne di ferro a coste.

Le regge un catafalco architettonico con il senso del sole.

Eppure, se si sporge un panno, si riceve una multa.

Come se l’amore entrando nella carne

non modificasse l’ospite, rendendolo

terribilmente fragile fino a ritrarsi.

I delfini mi seguono in un mare di pietra.

 

*

Per chiunque sia fatto

 

 

Più avanti c’è il garage Garibaldi e posto per l’auto.

Lì, Enzo e Rino, sono più fratelli degli scogli di Vietri.

Lì parcheggiavo annottando i pensieri e le carte.

Soprattutto in questo modo si partiva al verde.

Già!, ma dov’è la vespa che passa da semaforo

a semaforo - come natura vuole - e frenate

fuoribonde al rosso - di frizione in frizione.

Come tornare al punto in cui l’anagrafe cieca

recupera almeno un barlume dal tramonto?

Ecco, ci sono! Il passeggio sul lungomare

è frainteso se il sorriso diventa sonoro. Sul molo

che chiamavamo Pennello, coppie strategiche

tormentavano il mare percorrendolo intimamente.

A volte si fermavano ventre su ventre, come toast

farciti di movimenti in tutti i sensi. Le lingue scosse,

sussurri come veli quando il buio serve a poco,

la ringhiera che faceva da letto, non abbastanza

distesi e piuttosto rozzi. Chi stava sugli scogli

non notava i cormorani. L’uomo si muove

a proprio agio prima della barriera. In qualche caso

il futuro non fa nascere dubbi su ciò che mostra:

ogni ostacolo verrà superato con una buona pagella.

Nel passato non conviene stare: non cambia mai niente.

Nè puoi rientrare nella porta che si chiuse alle tue spalle.

Lo si vede da come ha lasciato la chiave nella toppa.

Nonostante la processione di onde sbuffa e trame

bianche irretiscano l’orizzonte, due cormorani

tra i pinguini luminosi sulla scogliera confondono

quest’angolo kitch in un nido di becchi gioiosi.

La realtà prepara l’incubo, non il sogno.

 

*

Il giorno che mi tocca

 

 

Se molti luoghi alimentano fiammelle,

e sono angoli invasi da un rosso torpore o sono trincee

in cui calano truppe ignote, presto in via Torrione

scoppierà un incendio.

Di che parli, amico? Nessun lettore

conosce strade per sentito dire. Siamo coinvolti

quando l’astuzia delle emozioni segna la geografia

del sangue giornaliero, mutando in questo modo

i viadotti in languori. Più avanti c’è il garage:

lì parcheggiavo di notte i pensieri e le carte.

 

E c’è la corteccia dei platani che spira ora,

nonostante la loro stanchezza si calcoli

cerchio a cerchio, anulari a modo mio,

privi di sbocco. Spira anche la brezza e giace

sul braccio la mano. Poggio le dita ancora abili

nel solletico, per sentire la linfa che si consegna;

carezzo la scorza secca, dove posso la lascio cadere:

scaglie contorte di cellule rose crepitano sotto le suole

come accenti stranieri di truppe che sparano a mitraglia.  

La chiave della crescita è quel filo invisibile

nel tronco, infantile quanto i coriandoli,

e come il sogno che ci sgorga.

Tuttavia, l’ombra insignita dell’ordine delle forbici,

adatta la mia ombra al puzzle dell’asfalto

pieno di chiazze d’olio: naturalmente è

stanca del visibilio di metri percorsi.

 

I gesti ricevono la trasfusione di aria in assetto da uomo.

Qui inseguo un tempo remoto. Le piante di ogni specie,

prevengono in futuro mettendosi nude,

eppure i precedenti di un ramo

sono le epistasi del fusto secondo stagione: come fra me

e te, Gil, c’è il garage dei sogni, l’inventario delle fioriture

nel cuore della cellulosa, mentre il tronco

cede ai suoi ultimi sbocci. C’è la spinta

dello scirocco sulle scocche ocra.

Tutto avanza nell’universo, pure tornando indietro,

e l’ocra, o la lucidità che decade al contrario della luce,

ammattisce sulle mascelle nate per denti.

la bocca su di un altro collo ad hoc.

 

(Words In Progress - 1)

 

Se molti luoghi alimentano fiammelle

e sono angoli invasi da un rosso torpore

- o sono trincee in cui calano ombre ignote -

presto in via Torrione scoppierà un incendio.

Di che parli, amico? Nessun lettore conosce

strade per sentito dire. Ci lasciamo coinvolgere

quando l’astuzia delle emozioni segna la geografia

del sangue giornaliero, mutando in questo modo

i viadotti in languori.

 

E c’è la corteccia dei platani che spira ora,

nonostante la loro stanchezza si calcoli

cerchio a cerchio, anulari a modo loro,

come i miei privi di sbocco. Spira anche la brezza

e giace sul braccio la giacca che lei non vuole.

Poggio le dita ancora abili nel solletico,

per sentire la linfa che si consegna al cuore;

carezzo la scorza secca, dove posso la lascio cadere:

scaglie contorte di cellule rose crepitano sotto le suole

come accenti stranieri sulla passeggiata in via Torrione. 

La chiave della crescita è quel filo invisibile nel tronco,

infantile quanto i coriandoli, e adulta fino alla morte.

Tuttavia, l’ombra insignita dell’ordine delle forbici,

adatta la mia ombra al puzzle di chiome

pieno di chiazze d’olio: naturalmente è

stanca del visibilio di metri percorsi.

 

I gesti ricevono la trasfusione di aria in assetto da uomo.

Qui inseguo un tempo remoto. Le piante di ogni specie

prevedono il futuro mettendosi nude, eppure i precedenti

di un ramo sono le epistasi del fusto secondo stagione:

come fra me e te, Gil, c’è il bene dei sogni, l’inventario

delle fioriture nel cuore della cellula rosa mentre il tronco

cede ai suoi ultimi sbocci. C’è la spinta dello scirocco

che scema e va passeggera sulle scocche ocra.

E l’ocra, o la lucidità che decade al contrario della luce,

ammattisce sulle mascelle nate per denti.

Tutto avanza nell’universo, pure tornando indietro:

la bocca si spera su di un altro collo ad hoc.

 

(Words In Progress - 2)

 

I

Molti luoghi alimentano fiammelle,

e sono angoli invasi da un rosso torpore

o sono domande cui rispondo alla lettera.

Via Torrione procura sempre un incendio.

Di che parli, amico? Nessun lettore conosce

strade per sentito dire. Ci lasciamo coinvolgere

quando l’astuzia delle emozioni aggira

il sangue giornaliero, mutando in questo modo

i viadotti in voci, come un gps.  

 

Le radici dei platani sollevano il marciapiede.

Un tizio afferma che la corteccia si rinnova ora,

nonostante la stanchezza si calcoli

cerchio a cerchio, anulari a modo loro,

privi di sbocco. Spira anche la brezza e giace

sul braccio la giacca che non vuole sudare.

 

II

Infilo dita appena abili nelle tasche del legno

per sentire la linfa eretta fino ai suoi polmoni,

o più di un ciclo che ruota; carezzo la scorza secca:

dove posso la lascio cadere; scaglie contorte

di cellule rose crepitano sotto le suole

come accenti stranieri sui coni del Nettuno.

 

La chiave della crescita è la lingua invisibile nel tronco,

infantile quanto i coriandoli, e adulta ritorna alla terra.

Tuttavia, l’ombra insignita dell’ordine delle forbici, 

adatta la mia ombra al puzzle di chiome

pieno di chiazze d’olio: naturalmente è

sfinita da un visibilio di incastri artificiosi.

 

III

I gesti ricevono la trasfusione di aria in assetto da uomo.

Questo è quanto serve alla vita per immergersi nel corpo.

Qui inseguo un tempo remoto. Le piante di ogni specie,

prevedono il futuro mettendosi nude, eppure i precedenti

di un ramo sono le epistasi del fusto secondo stagione:

come fra me e te, Gil, c’è il bene coetaneo che doni, se pure

tra padre e figlio colgo l’inventario delle fioriture nel cordoglio

della separazione. Nel cuore della corteccia, l’albero conta

sempre meno sugli ultimi sbocci.

 

Tanto sale lo scirocco sulle tabelle, che scema

il nome della strada, quindi, Lettore, puoi ritenerla

ovunque; e tu, Amico, obiettare al vento che la lucidità

seduta in grembo decade al contrario della luce

quando ammattisce sulle mascelle nate per denti.

 

Tutto avanza nell’universo, pure tornando indietro:

così la bocca spera su di un altro collo ad hoc.

 

 

*

Trama del viaggio a bordo

 

 

Incerte come appena composto il bagaglio

le dita inattuali discutono aggrovigliandosi

nella fragilità del biglietto.

Spiegazzato, tipo certi discorsi colti

sul litorale per gli assembramenti di plastica

che spiaggiano al netto dei bagnati

e intasano i ricoveri dei granchi.

Basterebbe che l’acqua rimanesse nella polla

e andare lì a berne con le mani,

magari deterse col limone.

Ebbene: vorrei essere un viaggio

sereno per dove nulla coinvolge il peggio.

Il piccolo foglio d’imbarco perde

la postura di vela e accentua il dislocamento

del traghetto per Positano. Qui davanti

si assiepano gelsomini su pagliarelle.

Non sarà sufficiente per i fiori questa resistenza.

Così domani dove non mi fermo, non mancherò.

Domani, lavorando sul fumo di oggi, mancherò.

Posso mancare a questi giovani sulle tavole da vento?

No. Ho preparato loro un secolo di merda

e francamente aver seguito in diretta

l’orma sul satellite

e l’approccio affollato di metalli su Marte

non li ha avvicinati a me.

Né i pezzi di universo dal cuore di pietra,

né il cuore del loro universo fatto a pezzi.

Il futuro è potermi vedere non come adesso.

 

 

 

*

Constatazione del grido

 

 

Non c’é tra le lepri l’idea

di sentirsi convenienza. Immagino

sappiano degli artigli; in qualche modo

l’erba e la gibbosità dello spiazzo

vive in loro come un grido di all’erta,

così pure la sonorità del circondario

tanto simile al fruscio di un precipitato  

celeste ovvero implacabile.

Cosa le convince

a misurare ali con corsa, udito con vista

che se fosse un’ombra soltanto

sarebbero solitudine quieta?

Sono nato dopo cinquant’anni che questo

avveniva di continuo: ne porto segni

lungo le costole, le sordide caviglie, e poiché

era una bella domenica di un gocciolare

quasi trasparente, tanto che dissero

dura poco, trattandosi di un velo

umido in piena afa, sfinì prima la luna,

quindi ovunque fossi si vedeva

chi ne fa le veci diffusamente:

l’alone, non il satellite.

La lepre, mi chiedo, perché

sostiene il rapace?

 

 

 

*

Della circostanza ignoto

 

 

Questo treno colpisce l’occhio

e sento un saluto sferragliare

in bocca. Un saluto indistinto

è passeggero. Parte: se ti tocca,

diventa una bolla colorsale.

Questo convoglio liquida tinta e grani.

Viene dallo sguardo, va sulla guancia.

Nonostante la distanza

sia una misura falsa, sono qui

e affermo che è attendibile

dirsi lontani a distanza di bacio.

Una misura falsa, quando non è vago.

Ma niente corregge la curvatura

del sangue nel suo tour esistenziale.

Un pensiero può superare il non visto

tra te e me e quel che lasci alle spalle:

se non si fa il vuoto, il vagone

ciabatta nel ventre, ma se è vero

che c’è, il vuoto si sostiene a stento:

nessuna partenza trova l’appoggio adatto.

Vedo bene il volto con le gallerie

che verranno. Una domanda ti porrei:

che dirai dello stesso

ventricolo che pulsa nel buio?

 

 

 

*

Come dire sono qui per adesso

 

 

Spalla contro tramonto, volto alla sera,

tutto il corpo meridiano e tallone di Achille,

preso dalla feccia del tempo. Una lancetta,

nota come angustia da pendola, ripete

mai tornare indietro e tutto sommato

nemmeno al gambero questo è possibile. L’altra

lancetta, con più decadenza, lenta di ora in ora,

aumenta fino a sette volte la densità del buio.

Forse di più. In realtà, la manopola della luce

agisce per rotazione del luogo, mentre il cuore

genera un cono di nomi tanto vari al gusto

da riconoscerli sciolti. Forse la schiena non ha

papille adatte. Davvero credo non sopporti

come dovrebbe saltare l’asticella del giorno,

perciò si poggia alla barriera del sole. Mi riposa.

Arrossando, amo osservare i vecchi che avanzano

in una luce matura, priva di fulgori, ma intatta

mentre attraversa le rughe. Un uomo che rallenta

in prossimità dell’ultimo incrocio è prudente,

è anche sveglio: io temo freni a lungo. In questo

momento, l’occidente investiga sulla natura

del ripiego: quanta forza deve avere il pensiero

per abbattere la diatriba delle barriere? Del corallo

consideri prima la vita o il gioiello? Tu mi segui?

Attraverso anch’io questa fase nota alle spugne

come spremitura. Tuttavia, la porosità della mente

ancora permette d'inseguire la forma di un tempo.

Soprattutto, la lingua fiammella e vive da genero.

 

 

 

*

Odio

 

 

Unge i condotti, li sotterra, inchiavarda

le linee del deserto. Guardando da duna

a duna, ciò che si muove è luna. Stessa sabbia,

forse la sua, identica luce. Solo il calpestio

cambia le orme.

                        E l’odio.

Quando la voce è brusca, si solleva,

divide noi in tante n e troppe o

(la i moltiplica rifiuti). Lettere come profezie,

che sono proiettili futuri. Ripetendosi,

gli individui colpiscono a lungo.

Il vetro si è rotto per la mira coincidente

con il foro sul muro. In quel punto, il ragno

del sangue intesse la sua tela feroce. Puoi capire

dalla vocale quanto il corpo debba appiattirsi

per restare nell’ombra.

E se la voce supera i bastioni del tempo, la catapulta

dei led funziona più della legenda che esplica il disegno

del verme: una n per le gambe, due o per le mani,

settanta i per gli imeni intatti, che farebbero millemila

anime deliranti in attesa dei resti.

Precedendo la geometria dell’incrocio, questa strada

annuncia il timbro dello scontro, come dai due lati

della trasfusione i sangui confluenti allertano anticorpi.

 

Allora: alzati, Yûsuf, prendi con te il bambino,

la donna e fuggi in una pagina immacolata, resta là

finchè il libro completi l’ultima profezia: la scrittura

è un alibi dell'inchiostro; Dio, se scrive, scrive in natura.

Yûsuf così fece, ma con sè prese anche lo stilo

con il quale vergava i suoi osanna al legno di cedro.

Al legno rimandò i contenuti come pagine vuote,

nel legno verificò la profezia che lo aveva toccato.

Ora è nei testi sacri, senza poterli riunire.

Così scrivo, oggi, perché vorrei dare il mio alibi

come parole già scritte in natura: la vera frontiera

è la pelle. La pelle che odia essere divisa.

Il pregiudizio è il miglior frontaliere,

la guardia alzata, il tomo della voce.

Passa nell’aria dalla graticola dei denti: convoglia tre,

ma non esattamente tre, furie tremende:

colpo, rumore, bestia.   

 

 

 

*

Finito in mente

 

 

Tuttavia il contenitore dello spazio regge

da un qualche secolo il decadimento

(nel primo non si potè stampare a piombo

e la stella si accendeva piano, prendeva

dai gas purulenti fili e tramava la festa,

ma coriandoli erano pietre enormi, intratta-

bili, che si aggregano come montagne

incolte quando piove lava e ci va di mezzo

la vetta fino ai piedi).

Ad una certa ora tutto ebbe inizio:

si svegliò l’eternità e decise di esistere

solo nella mutazione, o come energia

o come viene a mente dalla sua epica

futura, ossia inesistente adesso.

 

Seduto ai comandi, l’essere inseguito,

cuscinetto dei mondi, da puleggia,

o di dura lega o carne di ghiaccio, aleggia

in un vuoto incompreso, credo, assente.

Chiedo, o informe, o tuttoforma, sembiante

del mercurio, procuratore del lampo e delle

candele, e termometro di autentiche febbri

arcobaleno, celebre nel coro delle fiamme

come scintilla e come acqua, se l’astronave

che mi tiene in piedi navighi dal peggio

al peggio, curvando il miraggio di miliardi

di esopianeti, esonavicelle, esosi non finiti

con sensi. O tu:

asciuga gli occhi ai telescopi in tempo.

 

 

 

*

Affacciati a dì rotto

 

 

Giacché è inspiegabile come il profilo

tagli l’orizzonte - e non pare vero il confine

legato all’altezza degli occhi -, mi sconforta

sollevare il capo mentre il mento lo insegue

nel golfo.

Fino alle navi nel formicaio marino, operaie

inaffondabili nel getto d’acqua che qualcuno gli ha messo sotto

e sopra panni stesi a strapiombo come nuvole

arrivano sul labbro dove un respiro non può respingerli

ma li asciuga veloce e ti pare sconvolto il tempo.

Non di meno l’alito è semema di cuore,

cioè apre una rotta sonora all’amore, all’amata, all’amaro

naviglio del sangue.

Al portone bussa una formica umana, vista da qui sembra una scialuppa.

Anche l’amore trattiene il naso nella metà terrestre,

perché per l’essenza, dai tuoi innumerevoli pori,

quel demone è chimica dell’assenza.

Sento che il tempo odora d’alghe e di guano sugli scogli.

(Il mio naso è un gargoyle attaccato alla fronte

con calce e mantello di peli, un lusso rubizzo, ricco

di influenza, cornucopia del fazzoletto).

E sospetto che parta da lì qualsiasi avvenimento:

certo, non fa volare gli aerei, ma lo sguardo è pilota

dell’idea.

Le narici per niente fremono: che dice l’assente?

Il naso in controluce contraddice il bello

apparente nel verso del gocciolatoio, che è meglio

non ripetere. Come niente valuto la polvere e l’angelo,

come niente i soli sono davvero a terra.

Che c’entra questo con il mio dirimpettaio

che riduce il cielo aperto ad ogni finestra?

Crede alla polvere, o aspetta l’angelo,

non di meno è terreno fertile. Ci osserviamo

di sbieco, silouette domenicali col fiato in ringhiera

e, a volte, il sabato sentiamo un: come va?

Chi domanda è sempre l’ultimo a rispondere.

 

 

 

*

Cenni di sfinimento

 

 

I frangivento - famiglia, scuola, amici,

corpo di bacco, di venere, foglie larghe,

sfrangiate, mazzola, riva, rivera, tabacco,

sacramenti, penne, discodance - evitarono

la brutta piega della spiga dorsale, il fiero

per l’animale, come la vista degli armadi

mantiene la stanza meglio disposta.

Se fu possibile attraversare il vetro

con uno sguardo, altrettanto non potè accadere

all’odio che la camera mostrava per le grandi

sostanze. Quanto più il cemento assimila

il comportamento della roccia, tanto più

i luoghi perdono la geometria dei manufatti.

Nessuno di noi conserva l’insegnamento

se non ripetendo l’errore: come lezione, dopo

l’inutile pretesa del silenzio, come corda di salva-

mento. Tuttavia, i ruderi, i più muti testimoni del fatto,

raramente svelano l’accaduto che si immagina.

Trovai Strand appoggiato ad un vecchio magazzino:

“ If a man lets his poems go naked,

              he shall fear death.

If a man fears death,

              he shall be saved by his poems.”

E così via di peggio. L’ho avuto sotto gli occhi

per anni e mai l’ho tradotto, in realtà. Una lingua

ostica, la poesia, se deve saldare debiti. Pensavo

a quelle case costiere colorate come pesci tropicali.

Pensavo che sto nel parallelo necessario dove il corallo

è proprio della barriera, non dell’onda nè del fondale,

pensavo al viaggio di nozze in cui scomparve

mio padre: non pensavo nel giorno della sua nascita.

Amavo, ed amo, questa mappa terrena dei secoli

perché farne parte era per me impensabile. Se fossi

venuto prima, sarei mio padre; dopo, chissà se mio figlio.

Amo, ed amavo, il punto di entrata in scena. Era ridere

grazie ai frangivento. Era, il riso, la spiga dorsale.

Come quando un contadino ti porge la mano

con il saluto di ben arrivato e la roncola

per il tronco da sfrondare.

 

 

*

Sinestesia di colpo

 

 

Nel bowling, lo strike agguata i birilli. Il disegno

di Ennio è in vista. Affronta il tiro seguendo linee

che Aphrodite dalla pista di fianco gli suggerisce.

La palla lucente, con gli occhi scuri come nei fumetti,

segna misure d’aria fino alla bocca fonda: a squarciagola.

Lascia le dita al punto di partenza e dopo un rumore

di squarcio nel parquet, scivola rotola invaghita

dei moai bianchi, abbatte la loro fissità inespressiva.

 

Che suggeriscono, ora, distesi nella buca di recupero,

con l’anima incerta presa dal sollevatore di ferro

che li artiglia da rapace in stile meccano per adulti?

 

Sulla pista di fianco la giovane donna si concentra.

Non è una dea - che l’Olimpo perdoni i leggins

strappati, le movenze da pendolo di raso -, ma

le luci non accecano come chi preghiamo rimanga

a bordo. La biglia è enorme e i tendini della mano

fanno fatica non meno della spalla basculante

al ritmo della musica di tamburi.

                                    Che scarica nel sangue

il groove oltre un sangue più dinamico e dritto?

Le molecole primitive del pavone, o la giostra

dell’anello. Più il ritmo ci assorda, più le gambe

simulano l’udito, mentre il peso - qualsiasi oggetto

investito dal sole ha un’ombra più pesante di noi

che non lascia mai la terra e pare impedisca di perdersi -

libera le braccia come il celebre albatro di Charles.

 

Oh, so bene che è bello se dura poco, dice il birillo,

urtato dal peso che rovina l'insieme. 

 

 

 

*

Drift of School

 

 

Gil lanciò lo zainetto verso casa, colpendo me

per la precisione, in attesa di occuparsi di onde

come in seguito ha fatto con il windsurf. È così

che un piccolo fotone parte dal cerchio del sole

e, muovendosi di corsa, va da pupilla a corteccia,

migra energia ai neuroni nelle loro stazioni.

 

Mai uscito subito, Gil, come quei numeri attesi

per la tombola. Saltava sui tasti della scala

e intimamente sceglieva l’armonia dei gradini.

Inventava compagni assenti, seminandone due

o tre come gli suggeriva il tendine del genio.

Un bambino è sempre attuale quando va in scena:

la dinamica del vento mimata dalle ombre

e chissà da quanti meccanici dell’aviazione.

 

Davanti all’aula magna uno sciame di ominidi

scuote Vicinanza, un bronzo caduto al fronte.

Ha ancora la mano sul petto che acquista valore

mentre la mitragliata di dita lo colpisce da eroe.

Tante braccia alzate, la metà erano volti arrossati.

Nessuno di loro si arrende e ridono a velo, zuccheri

festosi per il glucosio nei denti esposto con gioia.

La gioia batte più della lancetta che corre in cuore,

tuttavia è abbastanza veloce in questo quadrante

perchè l’altra possa segnare il tempo alla ragione;

 

vicino e distante da te è sereno o turbine ora.

 

 

 

*

Robert Maynard Pirsig

Mi ha colto di sorpresa la notizia

che adesso fai per volare; e che devo

considerarlo già fatto, il più vertiginoso

decollo delle spoglie mortali. Chissà

se guardandoti da terra, io posso vedere

di che argilla sei fatto, come le tue ali

sorte da minerale, atomo per aria,

vaso per vaso. Non mi è più possibile

considerarti faro: ora sei stella e non vaghi,

togli facce al mio diamante con la tua cesoia

di due raggi.

 

 

 

*

Dove ormeggia il suono

 

 

Il libeccio spiaggia le cartilagini del verbo.

Parlo al vento e quello ha tra le mani i ricci,

li apre o, forse, soddisfa i resti, tira su col naso

il golfo e una nassa ariosa cala nei polmoni.

In mente il verso nuota come una seppia

(a strappi, ubriaco, eppure sinuoso: questo

perchè anche la seppia è di parola). Può bastare?

No! Sarà che ho visto un saltafango camminare

in un documentario. La lingua pare lasci

orme che scompaiono: non sempre,

qualche profondo segno resta. Il pesce

con fatica indossa l’aria, ma porta

in mano l’onda che non spetta alla sabbia.

Che idea, la sabbia! Sembra avere una densità

coerente alle maglie aderenti al busto del mare.

Quanto ci ha preso la rete? Suvvia! Scrolli

alla fontana i granelli incollati alle caviglie

poi le spazza l’africo con la sua saggina, non io.

Io tolgo via la costa con un gesto spazientito!

E le coste cadono sul riso dei frangenti: lame,

proprio per ciò vanno a fondo. Fino a questa

non poesia, quasi al tramonto: l’ovest, non tu,

o certe volte tu, io e l’ovest, con il rumore

del vento, dimentichiamo sulla tastiera la notte.

Su su su. Tira col naso il bagnasciuga, aprile

è fresco ancora. Il perioftalmo mi ha portato qui:

ex pesce, primitivo degli uomini galleggianti

nello spazio. Prossimo allo zero assoluto, la mente

vaga per mettere a fuoco la distanza del naufragio.

E già cantileno piccolezze che la risacca cancella,

come le orme e le voci delle torri di avvistamento

alla deriva. Sono consanguineo delle claveline

e non patirò del distacco dalle radici. Guarda

amico, la lingua, che appena l’onda si alza affonda,

sale nel libeccio ed ha sapore sipido, scivola

su questo foglio a luci bianche o spente

(vento che, si dice, può sfogliare pagine

ma non legge le note). Ribalta libri e spume

sui granelli -  questo schermo è in effetti l’ultima

spiaggia ancora libera. Il respiro, invece,

che di mestiere fa la vita, riconosce

la semplicità dei segni vivi

dove ormeggia il suono.

 

 

 

*

Proiezione su misura

 

 

Sogno di trovare spazio tra le sequoie,

che ho visto solo nella foresta dei led.

Abbi pietà del mio desiderio, o possente

Sherman sulla superba faglia cui appartieni.

Non saprei riconoscerle dal vero, tranne

per la somiglianza con il dito medio.

Non così alto, beninteso, nè tanto attivo

come frangivento da mezza costa:

un vecchio, i denti conici scadenti

(che trova nei pini marittimi a Ravello).

 

Spunta con la celerità del vento, neutrale

e benefico, il respiro ossigenato

dalla sua porta di clorofilla aperta. Oppure

entro dalla radice estesa - quanto un’isola,

sulla quale sbarcano i secoli terreni

come se i piedi del tronco temessero

di scorticare la cianciola del tempo.

Perché il tempo confina col cielo

e se sono nell’aria un valico e la vita,

prima comparve la terra all’acqua che nafragava,

poi: chi emerse per respirare; e venne statua

per trasmutazione del reso, così lo spazio

si ritenne attivo per la tipica corrispondenza

di una riva ad un punto di partenza.

 

E dov’è ora la tenera Rossella, donna

salubre, quasi fosse argilla per il corso

del tempo: già esisteva il margine

del ruscello, poiché minerale e cuore

erano fluido verde. E allo stesso margine

questo albero non la offende, piuttosto

il flusso la mantenga sciolta, io spero,

giacché irriga ancora, ma è la sua mano

che mi ha piantato in un solco fresco:

sequoia, davvero, che va seccando

per una proiezione a misura di legno.

 

 

 

 

*

Secondo PP

 

 

Non tutti i tributi sono versati dalle borse:

il sangue è moneta dovuta all’Impero

quanto al Sinedrio. Come avrei potuto

prevedere che avrebbe avuto più statue

di Tiberio e tutti i cesari venuti o da venire

al mondo? Lui ne era al corrente

e Claudia suggerì che fosse l’uomo per me.

Con lo stesso rigore delle rivolte,

volli tenermi fuori da quelle vene.  

Il catino volò in aria per liberarmi

dalla pressione di bocche inferme

come le colonne del Tempio.

Io dovevo mettere i chiodi perché

il quadro si reggesse. Il legno venne

dai loro alberi. il dipinto dal cielo.

Era più vasto dell’acqua sparsa in terra,

più profondo dell’ignoto oltre il cancello

di Ercole; come non bastasse, era chiaro

che sarei scivolato sul dorso della storia

senza lasciare segno se la sua parola

non mi avesse preso letteralmente.

 

 

*

La precedente

 

 

Dico anch’io che è meglio un solo fuoco

che darsi alla cenere dopo un lungo gioco

assistito dai coinquilini a scena muta

mentre ti avvolge il buio già ossuto.

Il piroscafo scelse la notte prima della sera

per consegnarsi alla passione della bufera

(che è poi quella di ridurre

il senso dei natanti a ferri della costiera).

Neppure mi prendeva per la mano

che l’ombra s’allungava più lontano:

un’ombra strana, liberata dall’insano

rotolio degli occhi fino al piano

della strada, oltre le barche,

meglio della caccia dei gabbiani.

derubati, quanto me, da un amo finanche.

Piegato su me stesso, la barca cintata

dal parabordo affannato, che voleva uscirne,

che voleva prima fermarsi poi trafiggersi

il respiro cardinale nella bussola del dolore vano

(perchè a che serve il mare se è già vissuto?)

come: a che serve che io le sussurri inudito:

barca cantata in una notte sorda, definitiva,

chiamata barca nel tremore del cielo occidentale

zattera iniziata dallo spirito falegname al fondo amato

arca incessante con il seno universale sul ventre temerario,

piena dell’audacia dei porti: uno solo stimato,

con due bracci ininterrotti e due fari come occhi,

sorgenti a me perché sorgesse l’orizzonte,

traghetto sornione come un ponte, come i valichi,

barca pane, barca vino, barca rito della prima parola

- foglia rimasta nella mezzeria dell’aria

mentre l’albero si abbatte sulla plancia contratta,

caravella che scorge da lontano il vezzeggiativo

e da lontano chiama santini: figlio, dall’altro mondo

non perdo il tuo approdo incerto, nè l’ormeggio tenero,

scialuppa in tutto, scialuppa per tutto: scialuppa ovunque,

bastimento oltre il velo della foschia, pappagorgia dei nembi

sotto il mento del cosmo, di ogni dio adiposo,

nave con le scapole alate, coi fianchi volanti di marmo

sulla sua acqua inavvertibile (come galleggia sulla terra!),

battello ora reliquia dell’infinito,

carico delle stesse reliquie infinite

nell’infinita mappa finita a memoria,

cargo di cellule sfiammate eppure ascese a luce;

nave per tutte queste rotte: madre rotta, ora.

 

 

 

*

Il natante diverso

 

 

Non è possibile sapere che ti porta via

(l’Irno è così astuto dove rincara la scia

che il limo non si lamenta quando si accascia)

ma certo inalbera il residuo che lascia.

Questa città non simula la ferita del fiume

come finge il lungoriva la figura che desumo.

E poiché del tuo amore conosco l’equilibrio

sembra facile vederti dominare lo spazio

dove la corrente può portarmi ancora

ed ancora gli eroi non hanno un nome

una stele, il lume eterno che ci addolora,

la pagina coscienziosa di un bel tomo.

Ma ogni città lo prevede: una strada

non si nega, per quanto termini o degradi.

Il corso d’acqua stretto come due gambe

ha il riflesso dei tuoi fianchi per entrambi.

 

 

*

Per poco seguito

 

 

Non importa quanto manchi al frutto maturo,

qui o da un’altra parte (immaginando, parlavi

di tuo figlio con un filo di voce che legava

i suoi fianchi al mio autunno). Comunque, saturo

di semi fino a scoppiare l’inguine, nei panni

ingialliti del grano obliquo, stava raccolto

nella sua stanza per la concomitanza irrisolta

tra corsa per la vita e vita per la corsa.

Il frumento (in un vago ricordo) somiglia

al trionfo dei ricci sull’arco del sopracciglio.

Quell’anno,

la sua pelle era liscia, tanto che l’incavo delle rughe

volitive cancellava subito tutti i righi

dal diario immacolato degli affanni.

Viene sempre il momento in cui (dicevi),

diventati sapere comune, anche i più lievi

diventano ritmici come marinai ai remi

- e, cantando naufragi, sperano un’isola domi

il timore futuro, sicché una sagola sulla spiaggia

(i nostri nomi annodati) riannodi l’ancoraggio.

L’avventura, nell’uomo, è antecedente alle ali

per questo fatta la carne, l’essere nel vuoto cala

come un rapace, o una chiaroveggenza audace.   

Vengo al dunque (ci ha ripetuto, lo ripeto): ha avuto casa

e l’ha portata in spalla, come un mantello di risa

ma più ampio, sguaiato e franco della sua sarabanda

di capelli, provvista a volontà di onde.

 

 

 

 

*

Risalendo il maschio

 

 

Uno spazio risicato infila Arechi nella storia.

E più ancora il suo rudere convoca pietre vive

chiamandole col nome; proprio: angolare, chiave

di volta, breccia.

Oggi su di loro trionfa la pioggia a colpi singoli.

Ricordo ciò che già scrosci: i capelli su cui si posa

singolarmente agli angoli,

il grigio a iosa.

Tuttavia più saltuario un limoneto versa

tanti gialli quanti vengono in mente a te.

 

 

*

Chi ti svegli

 

 

Mi scopro appena; e tre, quattro riverberi scintillano.

E’ il segno che la notte si riduce

ad arco.

Scocca

la freccia caustica: pallida luce

che per rincorrere la mano

inciampa nel fantasma del tuo seno.

Non viene per meno

il panorama che cerca agiatezza

crepitando come un ruvido panno

nel vetro del più crudele inganno:

la realtà è incolpevole della lentezza

con cui la solitudine carica la tua leva

Che altro urgeva?

La vita, lo so: accaparrarsi lembi di sete

nella tinozza tracimante del pianeta.

Eppure, all’alba il sole è atono, invisibile cavicchio

cui si appende il cielo e di là vagheggia la tua sintassi al muro.

L’ombra in silenzio è nell’occhio

lanciato sull’intonaco perché un profilo più duro

inanelli le vertebre come un cedro.

A quest’ora è difficile sentirmi allegro

quasi che il giorno sia l’asola

e il bottone che si stacca chieda parola.

 

 

 

*

Shabine

 

 

E che ti posso dire se non ci sei?

Santo rosso di mare,

un po' inglese, negro e olandese:

sei stato tanto, e sei la mia nazione.

E se anche fossi rimasto, come ti avrei parlato?

Parlare a te con la mia lingua corta!

Vedrai Joseph e gli altri,  i mie amati. O nemmeno

ci si incontra in quella Terra di evanescenze.

Sulla sua soglia si ferma la voce

che è poi quanto di te resta, oltre la firma in calce

a parole.

 

https://www.youtube.com/watch?v=mz-NRI43PWk