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Raccolta di poesie di Rosetta Sacchi
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Un tempo infedele

E’ un tempo morto

che si frappone

tra il giorno e la notte

tra luci ed ombre

che non ha nome

non ha senso non ha suono.

È un tempo infedele

un testimone comprato

un custode di false verità.

È un tempo che non chiede

e non fa sconti, che ha scordato

la melodia degli attimi.

*

Vorrei che il dolore fosse pioggia

Vorrei che il dolore fosse pioggia.

E dopo, io vorrei essere la pietra grigia

lo scoglio aguzzo

una tegola del tetto levigata

 

Invece ho questi occhi

che sembrano fiammelle

al consumarsi della cera

questi laghi torbidi

questi fondali gremiti di carcasse

 

Vorrei che il dolore divenisse nebbia

quel velo madido che il mondo acquieta

di sera e al mattino si leva e tra le nubi

che van diradando mostra un sole acerbo.

 

*

Tormento

E corro spesso dentro labirinti tra gli specchi

il pensiero al filo un filo che frena ad ogni ansa

l’orizzonte vago

le immagini un albero in piena fioritura

 

un’esplosione folle e dimentico

la ragione del mio andare persa nell’affanno

e nel timore di ombre remote e future

e vivo il turbine d’un sentimento

 

un impasto tra tempesta e fiume

e scavo la mia carne le mie ossa

brucio nell’ira e nella rabbia.

E attendo nuovi equilibri da una calamità o da un miracolo.

 

*

Non ti parlo se non attraverso gli occhi

Non ti sento se non attraverso chi

viene a visitarti e ti parla della terra

delle fasi lunari di una notte di stelle

così remote e dei miei passi

del percorso dell’indice delle mie fatiche

dei miei pensieri messi alle sbarre

 

non esisto se non attraverso la tua voce

che suona e canta e svela intimità profonde

all’altrui orecchio che mi maledice

invidiando persino il mio inquieto esistere

 

non ti parlo se non attraverso gli occhi

spesso smarriti in altre galassie

spesso al riparo dentro lunghi silenzi

spesso spenti mentre guardi altrove.

*

Sono solo un uomo

Vorrei essere il cane

il cane che corre fino all’uscio

che m’accompagna per un tratto di strada

e fiuta l’aria al mio ritorno

 

vorrei essere il gatto

il gatto sulle mie ginocchia

il gatto che ronfa

o sbuca in un vicolo di notte

che salta da un tavolo alla sedia

 

vorrei essere il gallo

il gallo sull’aia con tutte le galline intorno

cantare tre volte prima d’un ripensamento

rinnegando il mio tempo di noia

e la mia disperazione

 

vorrei essere l’uccello

l’uccello migratore

l’uccello che sta sul ramo e non discorre

col timido canarino nella gabbia

l’uccello che starnazza nella pozza

e non sa di tramonti e mutazioni

 

vorrei essere un sasso

un sasso levigato dall’acqua

un sasso che rotola in discesa

un sasso bianco come il foglio

che ho davanti come il pugno

d’un giglio in mezzo al verde

come l’ala d’un gabbiano appeso al cielo

 

vorrei essere tutte queste cose

e cento e mille altre ancora

ma sono solo un uomo, un uomo solo,

l’essere più infelice sulla terra.

*

Una stagione indefinita

Si attendono soluzioni che d’un tratto si fanno distanti

un cambio di rotta un disegno svanito una svolta

e si raccoglie la stella perdente scivolata in una crepa

certezza ancora vivente su tante chimere.

 

Non è reale la scia luminosa nell’aria che imbruna

non cambia il destino non muta l’attesa di chi

al traguardo non trova che sterili terre siepi

infestate dune di sabbia. Al dissolversi

non c’è che polvere e nebbia

e il sentiero sottile percettibile appena ora sepolto.

 

Non ceri non luna potranno allumare la notte.

Le ombre sui muri il verbo delirante

gli occhi sbarrati e  il torpore di un’anima affranta

testimoni di una stagione ora indefinita.

*

Ed ora dobbiamo vivere per tornare liberi

In questa stanza tutto tace anche i pensieri

c’è un tempo qui che non ha misura chiuso nel buio

un mondo dentro un cerchio una musica che culla

quasi un letto di foglie uno stare indecisi tra colori e suoni

un silenzio che non domanda voci

 

Le presunte verità gareggiano fuori

sulle bocche di ignari e di folli

ci sarà un giorno nuovo quando

sorrideremo con gli occhi e non solo

quando conteremo i passi che ci separano

le volte che andremo ripetendo amore

le lacrime versate per un malinteso

 

In questa stanza c’è ordine nel caos consueto

c’è fatica e riposo c’è deserto

e clamore di strade festose.

Ed ora dobbiamo vivere per tornare liberi

con ostinazione, senza contare gli addii.

 

*

Capita sovente

Capita sovente che in mille faccende indaffarati

ci fermiano per distrarci l’attimo che basta

al pensiero di una “ cosa prelibata “

e il desiderio della pietanza preferita

accende un languorino ed incita la fame.

 

Allor conviene volgere la mente altrove

perché il tempo di desinare è ancor distante

per risparmiarci almeno quel supplizio

giacchè sugl’imprevisti non abbiam comando.

 

A sera invece la vita ci dà una tregua

ed il tempo pure scivola abbattuto

non c’importa della nebbia che discende

ed il buio non ci opprime,  è un guanto di velluto.

 

Vorremmo accanto chi c’empie il cuor di gioia

e c’intrattiene con vezzi e con moine

gustando un piatto allegro quanto il vino

che se bevuto di poco oltremisura

non reca danno alcuno ed anzi acquieta

l’ansia ed invoglia ad un salutare “sonno”.

 

Eppure quando il giorno è terminato

e con esso pure l’affanno e la fatica

crolliamo su una sedia e non più pensiamo

all’agognato piatto e al vino rosso.

 

Chi c’empie il cuor di gioia, troppo distante,

ci appare solo in sogno, sempre che il sonno

giunga puntuale e non ci burli.

*

L’amore è un orbo che non può vedere

Credono di conoscere l’amore quelli che

mano nella mano vanno

per le dritte vie e sognano oltre il sogno

estranei al profilo delle ombre sopra i muri

e che non sanno dell’asperità degli scogli

loro hanno di fronte il mare azzurro

appena mosso da mille incrinature

e vivono di vele e luce e canti di sirene

 

ma l’amore è quello che s’ostina

a remare dove c’è burrasca

ad agitare le acque con le braccia

da sponda a sponda fino ad un nuovo approdo

è quando non siamo a bordo né sul fondale

 

l’amore è un orbo che non può vedere

le impetuose inaspettate turbolenze

le vele issate e quelle ammainate

né contare le scialuppe in acqua

ma sa sempre dove finisce il mare.

 

*

Mischiando le parole

Quella battaglia immane!

Il nostro tempo non è lo stesso

insieme per il mondo,

seguendo gli schemi si rimane a piedi

la festa non è festa.

Luna,

my star,

se solo sapessi

raccoglierti in un vaso di vetro

per dipingerti d’immenso!

La piccola foglia

la valigia

Icaro

l’umanità chiusa

dopo il silenzio…

Ecco:

il trenino dei desideri.

*

Visioni

Enfasi – disperazione.

In anomalie del vivere

traduco quel morbo antico

gioia che si divide tra smarrita e sognata.

E un tarlo mi corrode.

 

Sanguina il sole all’orizzonte.

Dove io non sono tu non sei

Vittima di visioni dove cado

restando rannicchiata.

E tutto da me è staccato.

 

L'aria mi trapassa tra corteccia e carne

senza l'aderenza al corpo d'un vestito.

E non c’è spazio tra me e la terra

tra me e una sedia tra me e la vita.

 

Forse sto già migrando

per morire in qualche posto ignoto

diverso da questo dannato suolo.

Io ho radici nel vuoto, non come la quercia.

 

*

Ottobre

Ed oggi sento il vento le raffiche sul collo

dopo le folate tiepide del dì dinanzi

E guardo il cielo terso

spazzato dalle nubi

proprio a me di fronte.

Alle mie spalle invece,

levo il capo

e l’aria è cupa

e muta e sbigottita

pare fermenti

in improvvisi scrosci.

Ma forse il bianco impastato

dentro il grigio, va diradando

fino a dissolversi.

 

Noi,

distratti per un attimo

colti di sorpresa dall’azzurro in fioritura.

 

Dicono di marzo

che s’incapriccia per le vie,

scapestrato monello,

chiudendo e aprendo ombrelli.

Ma ogni mese vuole imitare il pazzerello

quand’anche per un lasso di tempo molto breve.

 

Il ronzio di un’ape dagli acini migrato

m’attraversa la strada

la mano scansa in viso

un invisibile passaggio

poco più di un solletico,

uno scatto all'indietro.

 

Per fugaci istanti

l’anima dimentica

le sue impervie vie,

è un’ombra che s’allunga

nella magia del sogno.

 

Ed io penso al fuoco

ai carboni accesi

alle caldarroste a due dita di novello.

E all’imminente inverno

al buio più propenso all’agognata quiete

in cui le rimembranze più in fondo custodite

tornano alla vita in quel rimuginare

dei miei pensieri, lento,

un logorio che spesso non approda a niente.

 

 

 

*

Io no

Io non ascolto le parole

ma so capire se muovono dal cuore

se il cielo indirizza i venti e placa le bufere

per il filo di brezza

 

io non ascolto le parole

vado oltre il suono

dove l’emozione è il freddo e caldo insieme

ed una sedia mi sorregge perché in piedi cederei,

le gambe molli gli occhi dentro scavi fondi

d’un vivere sofferto custodito come reliquia.

 

Io ascolto i silenzi, quei lunghi ponti

che vestono le attese di speranza

e piango per ogni desiderio abortito

per ogni viaggio pagato ed interrotto

per ogni stazione imprevista

 

io non ascolto le parole

non sono il mare fermo

non m’abbandono a riva

nel miraggio del sole

non cedo alle illusioni

amo l’aria fosca quanto basta

per agognare il sereno

ma non vivo senza onde.

 

*

Non c’è nessuno

E’ inutile bussare lì

non c’è una porta né una casa

forse un dì vi daranno una tenda

dicendovi…

ecco la vostra nuova casa

tutto è come prima

mobili vettovaglie e suppellettili.

 

Ma i quadri l’han venduti

tele e cornici e i cassetti

sono sgombri d’ogni cosa.

Un dì vi diranno di pazientare

chiedendovi ancora un sacrificio

ma per una casa vuota

per un sogno da tempo tramontato.

*

I loro orizzonti sono di nebbia

Da questa sponda non giungono

sono nascosti dietro siepi e muri

come a dover stanare il nemico

sentono l’odore dei pampini

il profumo dell’olivo

ma stanno al buio dentro le case

dietro le loro ragnatele

tramano per ore

hanno progetti efferati

e qui vengono di notte

solo per spiare,

alcuni da molto lontano

si soffermano sulla riva

da tanta quiete attratti,

gli artefici delle bufere.

I loro orizzonti sono di nebbia.

*

Nella stagione della vendemmia

E’ un silenzio che sa di fumo e polvere

come fossero tutti sotto le macerie

è un silenzio vuoto senza voci dentro

senza racconti senza memorie

è un silenzio che cade come nebbia

e cancella ogni nome ogni vita ogni volto.

Nella stagione della vendemmia

hanno raccontato menzogne.

*

Serenata

Il tempo giovanile ormai è passato

d’una chitarra sotto la finestra

di note che stridule giungevano

pur dopo tante prove mal riuscite.

 

Erano strimpellate d’un innamorato

alla fanciulla che col cuore in pena

andava avanti e indietro per la stanza

prima d’affacciarsi sulla soglia

tra un vaso di gerani e una barchetta

che costruiva sempre con la carta

ad ingannar l’attesa e la luna

lo sguardo un po’ maliardo sopra il tetto.

 

Ora nero un gatto sbuca dentro un vicolo

e l’ombra s’illumina e scompare

spenta è la finestra e pur deserta

di vasi di gerani e di barchetta.

 

*

E penso a quando eravamo un’isola

E penso

a quando eravamo un’isola

e ai soli, tutti con la pretesa di una luce intensa

gare inutili nastri barriere voli

pianeti intorno talvolta impazziti

nell’aria brusii scrosci crepitii schiocchi

silenzi improvvisi parole travisate

maschere per ogni dì della settimana

e penso…

 

E penso

a quando all’isola approdarono in tanti

e i corvi stonarono sul coro dei pennuti

anche le palme smisero il canto

sebbene il vento le spettinasse con tenacia.

*

Settembre, l’autunno

Un tempo strambo tra sole ed ombre

i passi leggeri come le vesti

di fiori un’esplosione sotto i raggi

tra le maglie di ferro

e i rampicanti a uniformar lo sfondo

quando più l’occhio addentro si sospinge,

una specie di nicchia

l’effigie d’una madonnina nella pietra.

 

Ma ecco le piogge insistenti i tetti lucidi

le strade mondate dalla polvere e dai rami

ecco gli ombrelli rovesciati

il battere delle imposte sui muri

le mani infreddolite il passo svelto

le finestre chiuse

 

e settembre, dopo l’afa l’azzurro cielo

i corvi le biciclette i pantaloni corti

le frotte di ragazzi in piazza,

è autunno col vestito scuro il volto cupo

il suo momento brutto la sua mestizia

l’ira come per qualcosa andato storto.

 

 

*

Canto oltre il delirio

Hanno il suono flebile dei pensieri lassi desiosi di pace

i miei passi lenti noncuranti della strada

è uno strano ritorno la soglia dopo l’erta

in un sospiro rubato al silenzio

quando un altro giorno muore e la sera

t’accorgi d’una strana avarizia

 

delle poche parole tante sono morte negli anni

tante le abbiamo pronunciate bendati

quelle leggere il peso d’una carezza

trascurate per l’inclemenza crescente delle stagioni

 

Ti sovviene la morte col suo gelido fiato

a cancellare il torpore del tuo ordine inverso

tornano gli sguardi allo specchio riflessi

come lampi incrinati nell’aria

come scie meteoritiche fuggenti

 

è un abisso diverso quello in cui scivoli

al riparo dal rumore del giorno dove sai

che la poesia salverà il mondo

( è più di uno slogan è una fede )

ma è vera nell’attimo che sfiori l’eterno

 

poi impallidisce e tu tramonti col capo

reclinato d’un fiore. Il suolo l’ultima cosa

che sfiori stremato lontano dal ricordo

di quando carponi brucavi la strada

 

Comprendete ora la forza d’ una fiammella

nel buio universo tra i venti e quel suo ancheggiare

per resistere ancora all’ignoto

 

I passi lenti nella mente erano celeri

e i campi arati e i frutti caduti nel fango

le foglie ingiallite e i rami irti come armi sguainate

ci hanno fatto scordare il percorso la sua immane fatica

 

e i passi percettibili appena nel loro avanzare

si sono fermati una sosta soltanto una panchina deserta

l’orologio fermo ad una bieca stazione

 

la sera vestita di qualche vaga promessa

per placare le insidie del giorno

e fermare la morte e quel silenzio

che divideva il fruscio della seta dal cigolio della porta

 

poi con qualcuno abbiamo indossato la luce

sfiorandoci nel bacio più casto

abbiamo pregato inginocchiandoci

perché il dolore non fosse privilegio dell’anima

 

abbiamo immaginato traguardi con l’occhio d’un folle

e siamo tornati indietro nostalgici a guardare i binari

viaggi mai intrapresi scogli i passi fruscianti

la stessa voce dei nostri pensieri così uniti e così distanti

 

quando le mani operose davano vita alle cose

e i nostri piedi andavano lenti sotto cieli diversi

abbiamo coltivato fiori mietuto le spighe

irrigato la terra ed atteso il maturar delle vigne

abbiamo vissuto più di una vita

la nostra e quella dei cercatori di sogni.

 

 

*

L’orizzonte

Parole,

accartocciate come foglie,

cadono

Un sole malato nascondo dentro gli occhi

un sorriso che non svelo muore in un filo

 

L’anima ha cambiato la sua dimora

tra i pensieri che mi annichiliscono

e memorie scolorite

Hanno le grinze delle rose le labbra

al tramontar del giorno

 

Un gatto intona un miagolio

in un vicolo cieco

duettando con la mia voce insicura,

un lamento che al confronto stride.

 

*

La vita

E poi si lascia il giorno fuori l’uscio

accelerando il passo dove il cielo

allenta la bisaccia seminando

diamanti a destra e a manca, luce a iosa


Si danza sopra l’acqua e tra le fiamme

si accendono promesse che resistono

il fuoco d’un cerino eppur si avanza

con forza e con coraggio

 

Si crescono speranze si combatte

per dare al mondo quasi un bell’aspetto

un corpo più compatto un’armonia

ch’è sintesi d’amore ed è rispetto

 

Si sogna ma quando mente e corpo

cadono molli in grinze e scoramenti

col peso d’una piuma come un trave

si approda ad un’amara cognizione

 

d’aver perduto tempo assai prezioso

sottratto ai propri cari e a se stessi,

quegli esseri sì avvezzi a stare zitti

nel  sopportar la croce con fierezza.

 

 

*

Quel sorriso di remote stagioni

L’assenza ha un linguaggio

che non si dimentica

così il perseverare

in stranezze e fughe

premonitore

di un’oscurità da cui non si risale

 

ha indossato panni diversi

la solitudine

prima di mentire a se stessa

indifferente agli occhi di  una folla (invisibile)

mentre sulla riva tramontava il giorno

e la notte scendeva, eterna.

 

 

"Si tessono le lodi, da morto, di chi nella vita è stato spesso ignorato."

- Rosetta Sacchi -

*

E rido

E rido

di come le opinioni cambiano.

Vittima o carnefice?

Le bocche tacciono alfine

quando il pensiero illumina.

Tra la folla il fariseo addita i suoi adepti,

ora false amicizie.

*

Frottole

Mancano segmenti alla retta

il nome non può essere lo stesso.

Cosa può saperne un punto,  direte

un minuscolo punto sperduto nell’oceano…

ma voi ostinati a rimanere a galla

affonderete nella melma.

Frottole,  frottole

non c’è nessuna luce in fondo al tunnel

solo nomi destinati a sparire.

E sarà notte nonostante l’obolo.

*

E’ un luogo morto

È un luogo morto

Qui si portano i fiori tra loro

si guardano in viso al lume dei ceri

Qui sono le impronte le une sull’altre

uguali monotone vuote indistinte

Qui il vento talvolta reca olezzo di fiori

ma in questo luogo si compongono

solo fiori di carta e si scrivono i nomi

di chi in fila attende lo scambio dei doni.

E’ un luogo di morti.

*

Lasciatemi divertire, disse il poeta

Lasciatemi divertire disse il poeta

gioco con le parole scavo con le mani

traggo suoni faccio rumore

mi zittisco come se d’improvviso

toccassi il sacro suolo

 

Sono poeta? Scrivo, passo il tempo

domandando di me alla coscienza

quando il cuore è in letargo

per difesa per avaria per esperimento

scarabocchio l’anima celo i suoi segni

giusto il tempo di distrarmi

l’attimo di quiete prima del vento

 

perché quand’è bufera i miei occhi narrano

di ogni timore di ogni speranza caduta

di ogni tramonto di cose lontane

ma lasciatemi divertire

ora le parole sono come le farfalle sui fiori

 

e i miei pensieri non hanno spine

sono come le medaglie sul petto

per una buona azione

come sul naso i fiocchi

quando c’è neve

e il bianco vince il cielo

e il bianco è un giorno nuovo

 

lasciatemi divertire

è il mio passatempo

ingannare la vita

perché non m’illuda ancora.

*

La vita talvolta

La vita talvolta smette di guardarti in viso

divaga si distrae si nasconde cerca riparo al buio

per vie diverse giunge dove già sei

l’anima inchiodata da stenti e patimenti.

E non ti vede e tu non vedi Lei.

E non ti ascolta e non ascolti Lei

nel travaglio che lascia il mondo fuori

e dentro tarla ad ogni nuovo giorno.

 

*

La lucertola

Ha disertato il muro screpolato

per il cemento levigato

mutando direzione.

Orizzontale è un verme

una lumaca un grosso insetto

non importa quale.

Non una foglia o un ramo nei suoi pressi

non una pietra o una crepa nella crosta.

Lontana dal rosso dal verde

dall’ocra delle foglie

lontana dal fosso

dal mormorio dell’acqua

dal rigurgito del fango.

Immobile

tra l’ammasso di polvere

tra il grigio ed il colore

nell’angolo in fondo.

Il tempo di destarsi,

l’ombra d’un piede

che annaspa.

Scompare.

 

 

 

*

In memoria di te.

Discreto lo sguardo si posa per l’ultima volta

su ciò che hai amato: le opere i pensieri

i segreti dell’anima tua ora fiaccata

ed il verbo solo per dare spessore al silenzio

compagno di sempre. Rimembranze nel cuore

di chi ha saputo comprendere il tuo essere libero

fino alla soglia d’un vivere nuovo.

Otri gonfie di vento hanno ingrigito il cielo di maldicenze

e in cento volti t’hanno dipinto

ma un rapido sguardo è bastato

per capire che là tu non c’eri.

 

 

Si può far tacere la propria vita

ma non la propria morte

 

 

*

E penso

Ha strani meteorismi questa sera

boati che si rincorrono nell’aria

prolungati sordi cupi

un borbottare conscio del suo rumore.

E penso a quando il vento scuote le fronde

e lascia solo poche foglie ai rami

o a come tu spesso scuoti il capo

scrollando a terra i ricordi belli.

E guardo il cielo

la luna che svapora

dietro un cumulo di nubi.

E m’accompagno anche questa sera

ad una notte popolata e insonne.

*

E quando

E quando taglieremo il nastro vittoriosi

avremo sempre dinanzi nuovi scogli

e non ci sarà tempo per lucidar le armi

che altre battaglie ci metteranno a dura prova.

L’orizzonte sarà nei nostri occhi per un attimo

poi tornerà effimero talvolta nebuloso.

La vita è così.  Un respiro profondo

tra un affanno e l’altro.

*

Per altre vie

Per altre vie conduce il pensiero

sulla china c'è una luce che trema.

Si spegnerà travolta dall’ennesima burrasca.

 

Eppure le stelle presagirono un diverso epilogo

quando  la luna per un attimo fu distratta

dal sorvegliar la terra.

*

Uno strano sapere

Sapevo del filo teso nel vuoto

del titubare

del passo insicuro

del tornare indietro ai primordi

dell’eco di corde

un pizzicare di suoni

tintinnii lontani tra l’erba brucata.

Sapevo del mutare dei giorni

di un desinare in silenzio

di braccia conserte la sera

prima di isole o approdi.

 

Sapevo di cumuli d’anni

senza segni ad incider la pelle

di aritmie ed affanni

timori di perdere il dì seguente

ogni sudata conquista

sapevo di ombre e segnali

di cieli per metà oscuri

di dadi nell’aria

di lune nere di fuochi

nelle case degli altri

e di bracieri dormienti

ovunque ho avuto dimora.

*

Settembre

Più corto il giorno

più triste il mio cammino.

Accelera il passo

prima del tramonto

per la desiata quiete.

Promessa che si rinnova

tregua all’affanno

del quotidiano vivere.

 

Le fatiche smesse

chiuse nel sacco

torneranno domani

come carboni tra la cenere.

Vincono le allodole

sul frinire delle cicale

nelle ore d’afa,

ma la brezza mitiga le sere

in questo strascico d’estate

prossimo a morire.

*

Non c’è di che gioire a questo mondo

Quel ramo è troppo dritto o troppo curvo

la rosa è aulente sì ma ha troppe spine

la margherita ha un petalo piegato

Lei ride, gli occhi belli e i denti storti.

Non c’è di che gioire a questo mondo.

Il brutto è brutto e il bello

è bello...ma non lo è troppo.

Si cerca ovunque un neo specie se il ramo

insiste sul terreno che non è nostro

e la rosa affaccia all’altrui cancello

o il vento spettina la margheritina

perfetta... se non per il petalo piegato.

*

Il tempo nel suo scorrere lento

L’attesa alla vita toglie spazio

ed il tempo nel suo scorrere lento

non è che un supplizio senza fine.

*

Noi

I mondi lontani son tanti di passi e richiami sonanti

tra fredde pareti su un trave il corpo non trova riposo

non erano tutte certezze le vaghe promesse visioni

di luoghi più ameni forse mete di giorni pensati reali.

 

Non resta più traccia del tempo che fluente discreto scorreva

e ci accomiatava concordi seppur del distacco dolenti.

All’alba sono solo tramonti a narrare le nostre vicende

noi lembi scostati di labbra in attesa di suoni più allegri

noi sponde in eterno divise d’un fiume sempre irruento.

*

La notte più lunga

Quando al crocevia ho perso i tuoi occhi

ciecamente ho continuato a camminare.

 

V’erano siepi muraglie pali scogli

a separarmi dal giorno.

 

E’ stata la notte più lunga,

sì, quella senza i tuoi occhi!

*

A ritroso

Non per giungere al punto di partenza

quando dinanzi avevamo solo la strada

ma per riesumare istanti magici pensati ovvi

obliando l’affanno dell’erta

asperità di scogli abissi.

Eppure abbiamo issato bandiere

ad ogni meta insperata

abbiamo sorriso con gli occhi bassi

ad ogni riappacificazione

ostinati nel nostro viso deformato.

Abbiamo azzardato voli

sfiorando rami irti e cupole di foglie

oltrepassando il velo delle nubi.

E questo spiega perché

non si cancella in un attimo

tutto il tempo trascorso.

Si riscrive

con le promesse cadute

le speranze mutate

e le certezze tenaci,

abbarbicate all’anima.

 

*

Se il silenzio ora fosse suono

Se il silenzio ora fosse suono

giungerebbe a te come violino

in una notte di luna piena

 

della nostra voce non resterebbe che l’armonia

e delle parole cadrebbe l’affanno

come un vestito ai nostri piedi

 

delle nostre bocche non rimarrebbe

che il fremito dei baci ed il respiro

smanioso di sempre nuovi approdi.

 

*

Il dolore che non si racconta

E poi c’è il dolore che non si racconta

quello che scava dentro con un bisturi

e rievoca sguardi mani tese

bocche ridenti suoni.

 

Ora tutto è fermo una linea piatta

senza sobbalzi

solo il dolore graffia attraversandomi

come fossi una pista di ghiaccio.

*

Bacio

Un bacio saetta scivola sul petto
quando la notte giunge
e in dormiveglia m’appari
radioso in viso.
E quella luce improvvisa sulle ombre
è un pugno carezza sferrato di sorpresa.

 

 

 

Poesia nata da un esercizio con le parole : bacio, pugno

*

Caos

L’ordine sovvertito ed il caos regnante

al chiuso come pure in ogni spazio aperto

fanno pensare si sia toccato il fondo.

Accadono eventi di una tale gravità

indefiniti ed inclassificabili

ad opera di folli e d’ignoranti

di presuntuosi ed irriverenti.

Non si conoscono le mezze misure.

La voce alta oppure quasi assente

il silenzio assoluto o il frastuono

il fare spasmodico o il rimanere inerti.

 

Spesso si dice che non esiste ora

più scura della mezzanotte.

Ed a torto si pensa che esiste un apice

che nessuno può oltrepassare.

Nulla di più sbagliato!

E’ sconcertante... ma quel che accade

è lungi da ogn’ipotesi e da ogn'immaginare.

 

 

 

*

Una parola che cade

Talvolta lo schianto è abnorme

d’una parola che cade

il rimbalzare ha un suono altro il tonfo.

Del cupo dentro, fuori inoffensiva ironia.

Genesi del verbo spesso non è il pensiero

ma lo spirito turbato dalle vicessitudini.

Un tarlo invisibile.  E nasce deforme ogni parola,

diviene feroce in un attimo.

 

*

Hanno dimenticato

Hanno dimenticato il bene fatto

le pennellate dentro la cornice

perché uno scarabocchio apparisse opera d’arte

hanno cancellato le lotte e i compromessi

per il traguardo d’un quieto vivere

le attese eterne di veder errori rimediati

e ravvedimenti per i limiti e gli eccessi

 

hanno dimenticato il lavoro speso

per fare d’una baracca una casa accogliente

e di un terreno sterile un verdeggiante prato.

Hanno dimenticato in fretta trascurando

il peso delle ombre e dei fantasmi.

Chi ha issato le vele non s’è accorto

dei troppi rimasti a terra

per indolenza o per inettitudine.

 

 

*

Vecchi incontri che sembrano nuovi

Si cambia paese città e ogni altro luogo

e s’incontrano spesso volti che non sono nuovi

che fecero altrove comparsa

ed ebbero vita più o meno breve.

Nomi mutati diversi per esseri che s’appellavano

in uno o due modi e forse anche tre.

Ricorrendo a un’iperbole potrei dire ch’erano cento.

 

C’è sempre chi serba memoria di tempi trascorsi

persone comportamenti.

Pensandoci bene potrei anche affermare

che nulla è più normale dell’essere strani.

Bisogna ora solo prestare attenzione

chè non tornino attuali vizi abitudini rudi ambizioni

modi vicende scambi e percorsi già noti.

*

Vorrei correre al mare

Vorrei correre al mare come fossi fiume

e vestirmi di vento e sentire al passaggio

un murmure antico farsi canto

quando levo lo sguardo e ti cerco nel firmamento

e farsi nenia quando scivolo sul fondo e non ti sento

chiusa nel vortice della mia sofferenza.

 

Vorrei suonare le campane come fosse festa

quando invece le mani stringono mondi di carta

e il mio bicchiere non fa rumore levato in aria

e il vuoto ha memorie potenti come boomerang.

Vorrei spegnere i pensieri e chiudere gli occhi

rimanendo in equilibrio sopra un asse

il tempo d’un’alba che non tenga conto dell’ora

e che colga l’eterno in un attimo breve.

 

Vorrei riscrivere i sogni se ai sogni dispersi

si può dare un nuovo indirizzo

e prevedere i viaggi dove tu viaggi

ed io t’attendo e il traguardo è lo stesso.

Vorrei correre al mare come fossi fiume

felice d’essere nel divenire senza domandarmi

se  c’è differenza tra il vivere e il morire

vorrei essere mare ora che non sono più fiume.

*

Dimentico di dirvi che son morta

Non conosco tregua né riposo

in mille cose m’adopro e mi dimeno

supero ostacoli smusso angoli e limo

la mia rabbia per appianarne le asperità

raggiungo ogni traguardo coi miei mezzi.

Sudore e sangue segnano l’effigie

resisto alle brutture d’una vita

distratta e disattenta o forse spenta.

 

Dimentico di dirvi che son morta.

 

 

*

Quei chilometri di via

Quei chilometri di via dalla prigione alla finestra

al vento alla sua danza tra le tende

al tuo sguardo mosso

alle smorfie in cui piegava il viso

ogni qualvolta la voce con un tintinnio di campanelli

spezzava il silenzio incredulo a quelle pause inattese,

quei chilometri ora non sono che un tratto di matita cancellato

ammasso di polvere d’una strada chiusa.

Ora lo spazio è angusto piantonato.

Un nicchio che un faro di sorpresa alluma.

 

*

Saturazione

È il rivolo sul viso

al vibrare d’uno spiffero d’aria

sentirsi stretti in un involucro

incollati confusi dissolti.

 

Anche la luce opprime…

oltre al filo teso del pensiero

e noi muti appesi al tempo

nostalgici e desiosi

d’ogni cosa che varia

dall’attuale fermento.

 

Morire in quest’apnea...

prima dell’immersione in mare

o in un bicchiere.

*

Ora è il silenzio

Ora è il silenzio e tutto è ricomposto

anche i pensieri hanno un nuovo assetto

e quel che giunge da accanita sorte

ha l’aria d’essere persino razionale.

 

Fuori la canicola è opprimente

dentro un vento gelido che sferza.

Racconta di altri soli e lune nuove

ed ora di una solitudine più amara.

*

Solo meteore

M’investi dirottandomi

verso oscuri abissi.

Nessuna stella cade.

Ancora un’illusione…

il fragore è lo spasmo d’una risata

che mi salva dal perdere il senno.

*

10 agosto

Pensieri silenti intimi desideri

in una notte di lacrime o carboni?

Resteremo a rincorrere lo sciame

e a dare nuovo afflato alla speranza.

*

Lacrime del cielo

Saranno ancora lacrime del cielo

tra sfavillanti fuochi?

Nuovi supplizi?

Come quando una rondine

giacque riversa al suolo

e le bambole

non varcarono mai l’uscio?

*

Così è la morte

Cancella e riscrive

lascia progetti in sospeso

promesse incompiute

riapre scrigni e dentro sigilla

sogni segreti e le cose più belle

 

riesuma antiche memorie

canta le pecche dei vivi

denuncia le assenze

ogni effimera comparsa

la vanità d’un vivere vuoto

le finzioni e menzogne

i pensieri taciuti.

 

E ride...

di chi piange

eredità inesistenti

beni mai posseduti.

*

Tra occhio e piede

Spesso l’inquietudine ho incontrato

quando ambivo andare oltre l’orizzonte

ma l’occhio s’arrestava al muro

all’angolo di strada

allo scorcio di panorama alla finestra

alla siepe alta che invadeva sul ciglio

la polvere e la strada.

 

Dal suo sommo osservava il piede,

stanco dopo tanto peregrinare e senza meta,

oltre l’angolo di strada

e tra le spighe in un mare verde

oltrepassando il muro e quella siepe

così fitta di foglie e così cupa.

 

Dire non so chi è più bravo

e se è una gara una tale meraviglia!

*

C’è ancora qualcuno che ti parla di morte

Scegli un angolo al buio

per ricomporre memorie.

Chiudi le imposte spranghi la porta

spegni i rumori e riaccompagni le croci

al loro calvario tra pianto e preghiere.

 

Piovono fiori poi foglie poi neve

passano mesi che sembrano uguali

tornano istanti di vita fugace.

Tornano solitudini sempre più amare

premature partenze indefinite paure.

 

E poi quando il tempo si finge tuo amico

c’è ancora qualcuno che ti parla di morte.

*

Calura

Oggi tace il vento.

Il dì trascorso sputava fuoco

spietate fauci come di belva

nell’aria il fumo di bruciate stoppie

pungente alle narici.

 

Il passo il trainar d’un carro, in salita

 l’affanno d’un infruttuoso tempo decapitato

l’insofferenza all’apice il ventilatore una mitraglia

il cervello come in avaria  l'urlo in gola fermo

per non destar sospetto ma c’era da uscir di senno.

 

Oggi un caldo sfatto macera la stanza

la foga affievolita come dopo l’incendio l’arso

fuori l’aria fresca una zattera nel mare ondoso

e dentro… un alito tra le tende alla finestra

auspicio di una tregua forse d’un giorno solo

forse più duratura ma oggi piove… lo dicevano da ieri.

Allora pioverà.

 

*

Ho sceso gradini d’acqua

Ho sceso gradini d’acqua

specchio torbido di foglie morte

fino al leccio e al castagno
e fino alle pendici del vulcano

cratere infuocato
bocca di lava spenta.
Ho dormito sulle sue sponde tutta la notte.

*

Quel limbo infinito

Non tra quelle vive pagine

segrete ed inesplorate

s’è compiuto il mistero

sospeso è ancora il filo

il viaggio il destino di parole

seminate per le vie

 

altre vendemmie m’attendono

filari meno radi che non lasciano

intravedere il cielo e le sfumature

del viola verso il nero

a dar pensiero a chi è lungi

dal penetrare la verità

 

ecco…

possedere è un’inquietudine che non appaga

ma crea labirinti dove anche le attese

si spingono troppo lontano

 

quelle pagine vive erano una sfida

(vinta?) senza competizione

un narrare incessante

senza alcuna intenzione.

 

Pensando al mio libro che porta il titolo di "Quel limbo infinito"

*

Agosto

Nulla è mutato

siedo l’attimo di una stella cadente

sul torrido muro assordata dalle cicale

è un frinire che sale anche il coro di voci

che mi tarlano dentro

 

Altri passi rincorro

per vedere indelebili

orme più chiare

al tempo d’un percorso sospeso

a fuochi mai spenti

sotto la cenere grigia

e barcollo di solitudine

nelle notti di luna

tra l’abbaiare d’un cane

ed un faro avaro di luce

 

Memorie che sfoglio

nostalgie di strumenti stonati

e piazze fino all’orlo riempite,

rimbombo, della goccia l’inatteso stillare

che sempre tradiva nell’istante distratto.

*

Attimi di te

Tramava alle nostre spalle il domani

e nuovi timori covava nel suo seno

ma la speranza ci raggiungeva sempre

come brezza sull’imbrunire

 

dal tuo labbro ascoltavo

il verbo tanto atteso

non il ripetersi di parole stanche

lasciate cadere come per inerzia

 

ma il silenzio che mutava in canto

per scemare poi in dolce nenia

quando tu eri l’attimo di vita vera

tra visione e meraviglia.

 

*

Il segreto per vivere felici

Spesso le parole sono aborti del pensiero

così distante dalla corporea sofferenza.

 

La luna in cielo osserva sbigottita

una terra insoddisfatta,

mai stanca de suoi cicli

e un uomo sogna più morbidi giacigli

per sopportare la ruvidezza delle pietre.

 

Spesso le speranze sono vane

e luna e terra ci appaiono lontane in egual modo

ci si consola col profumo d’una rosa

quando il giardino ci è precluso

laddove altri hanno ereditato solo spine.

*

Tiro alla fune

Ad un estremo la vita coi suoi grovigli

e le sue impellenze e sorprese

e lo stupore di attimi fugaci

ad allentare la morsa della fatica.
All'altro una forza che scema e svela

la cieca rassegnazione alla sorte (buona o cattiva).

 

Ogni richiamo messo a tacere

è un soldato che ci cade dinanzi

e noi sconfitti nell’ultima battaglia

già avviati alla meta sediamo sul ciglio,

la memoria ad enumerare sventure

obliando medaglie ed i tanti  traguardi felici.

 

*

Slow and sexy blues

Ora m’aspetto di vederti

ora che il tempo s’è distratto

e non ci domanda di correre

né di fermarci

ora che non è necessario

distinguere tra albe e tramonti

ma l’orizzonte è così ampio

e grondante di luce.

 

I miei piedi battono il ritmo

il cuore flette sul ritornello

musica e voce graffiano il silenzio

come il tuo pensiero gli abissi dell’anima

come i tuoi occhi il buio più nero.

 

Lento e sexy il tuo respiro

giunge alla mia nuca

e posso sentire le tue mani sui fianchi

e dopo tanto immaginare

notti di luna piena e calici silenziosi

aspettare ancora di vederti

come sempre pensoso

reduce da un giorno pesante.

 

Ma tu sorprendimi con un sorriso

che abbia il sapore d’un sogno

anche se non sappiamo se è vero

un sorriso tenace

come  un morso alla terra prima del paradiso.

 

In ascolto di slow and sexy blues

 

*

Attendevo un miracolo

Attendevo un miracolo

una stella buona

una pioggia benefica sul capo

mentre immaginavo a fatica

un percorso dritto un riparo

di legno o di rami e foglie

o di braccia

quasi un nido.

E c’erano occhi accesi la sera

come fari

ed un silenzio assoluto

a far sì che la mente percepisse

più di un miraggio

non un’illusione

ma una promessa.

 

*

E mi domando

Sei forse tra le cose che non scrivi

le parole troncate le sillabe farfugliate

per confondere il silenzio?

 

Questo tempo che passa prende ogni energia

ed allontana dal nostro essere liberi

non ci dà più attimi per un pensiero

che non sia un’ambascia,

avulso da timori e dubbi

 

un pensiero che sia una pausa

la sosta su uno scalino

una carezza indefinita

un sorso d’aria pura.

 

Sei forse tra le cose che fanno rumore

le speranze seppellite i desideri zittiti

per circoscrivere il dolore?

 

Questa vita domanda incessantemente

ci consuma nell’attesa non dà tregua

 non fa sconti ha sorprese amare

non regala più niente.

 

*

Traslocare

E poi si cambiano le case e non solo.

Ed i sogni finiscono nel cassetto dei pegni da pagare,

quasi per errore, mentre si tenta di porre ordine al caos

 

e le abitudini generano nuove abitudini

i pensieri mutano si dividono

i problemi aumentano.

 

Finchè vivere non diventa solo una corsa ad ostacoli

finchè l’affanno non ci ferma il respiro

mentre la vita continua a correre senza di noi.

*

Panchine

Ora cammino su di un filo spezzato

più a memoria che in equilibrio

le parole divelte dal pensiero

_come foglie d’autunno_

pendono dal labbro

vanno a morire

sugli umidi sentieri

e sulle panchine vuote

lavate dalla pioggia

o cosparse di polvere

 quando il tempo è secco.

*

Oltre le illusioni

Una pioggia d’oro nella sfera di vetro

 nasconde e svela il paesaggio

flash si susseguono allo sguardo

luce ed ombre

 

 (noi sobbalzati da un ritmo serrato)

 

balenii d’un esistere allegro

oltre le illusioni o i miraggi

e più su del monotono vivere,

nel suo scorrere lento.

 

 

*

Vorrei anch’io parlare ad una capra

Vorrei anch’io parlare ad una capra e in quel belato

far giungere il lamento d’un dolore che più non racconto

tanto è antico e tanto ha infastidito l’altrui orecchio

o parlerei forse ad un cane zoppicante che meglio saprebbe dire

come ci si sente dietro l’uscio in un’attesa vana e al freddo

anche quando l’atmosfera fuori è ardente.

 

Dicono dell’uccellino in gabbia, specie se non accompagnato,

che per amore non canta bensì per rabbia,

io tra quattro mura sconto il monotono canto che nell’aria

delle tortore si diffonde. Ecco giusto un verso che ha il vizio

d’essere un lamento e che troppo spesso mi dà noia.

Questo tubare senza tregua che rievoca la pena del viverti distante.

*

Ha troppe notti il giorno

(Addii)

 

Sorgono soli e tramontano in questo giorno interminabile

che scaccia nuvole e rivela tetti ed alture in lontananza

che sente affanni e s’interroga su chi accusar dei sospiri

 

Muoiono lune in questo tempo di rumori assiepati

e discordi pensieri di naufraghe speranze e miraggi

mentre nell’aria si diffondono note d’archi e di fiati

 

Ha vie opposte la solitudine fughe ed esili

vele strappate e binari morti ha falsi giacigli

soste e riprese ha finzioni che interpretano stati di quiete

 

Ha troppe notti il giorno senza intervalli

soli che muoiono al sorgere giù per le valli

tempo che rotola e lascia il peso delle memorie.

 

*

Il mare

Non torno più a guardare il mare ondoso

nuvole in fuga su scogli flagellati

e scrosci d’impeto che giungono fino a riva.

Bramo il silenzio e sulla sua coltre

il fitto cinguettio tra i rami

il vento quando spettina le chiome

col suo passo leggero dentro i vicoli.

Il silenzio e il mare...

quando è un fluire di lucciole

mentre annotta.

*

Vivere

Ti consegnano la chiave e cambiano la serratura

quando sei già sul punto di sciogliere l’enigma.

D’improvviso tutto muta in un sepolcrale silenzio.

Agonizzante e sudato accogli la luce del giorno

o la sveglia d’un’ora qualsiasi che urla.

E' solo un breve passaggio e sei

di nuovo perpendicolare al suolo,

a decidere il passo o la sosta.

 

*

Del tuo viso

Del tuo viso,
dello sguardo immoto
so il traghettare dei pensieri
il virare

i gorghi

il limaccioso fondo
l'apnea.

Il riaffiorare in superficie
il carezzar le sponde.

*

Nell’eco di lacrime silenti

Ora il pensiero gela

nell’eco di lacrime silenti

nodi al petto a tenere stretti

gli istanti più recenti e già distanti.

Il pensiero riascolta quella voce

che divenne muta prima che le stelle

diventassero ceri nello spasmo della notte.

 

 

 

- un 13 di luglio -

 

*

Ognuno ha il proprio calice

T’appropinqui alla soglia

dell’invisibile

in ogni limite l’apogeo

dal cielo tocchi il fondo

i suoi abissi incolmabili le sue gravidanze

il mutar delle attese.

 

Un sorriso trafigge la ragnatela

l’umana impotenza in ogni desiderare

si gode  il podio

ognuno ha il proprio calice

e addosso solo la nuda verità.

 

*

D’un tronco so

D’un tronco so l’incavo e il dosso

di come credendo dritta l’ansa si cade

o di come si affonda deficiente in equilibrio

di come a stento s’attraversa un dorso grezzo

ipotizzandolo spianato

so di asperità ed increspature

di sobbalzi passi singultanti

virgole in volo bruschi approdi.

 

Ho l’indice di chi caduto giace

e il nome di chi risale ardito

l'esempio d’un differente andare

dal vivere uguale in una stagione lenta

d’un tronco so l’incespicare tra i nodi

il zigzagare scostante le lunghe file

fino ai rami il trascinarsi come per inerzia

il gonfiarsi ed il ritirarsi tra le crepe.

 

 

*

La signora misteriosa

Non piovono solo foglie

pure rami esili fili spinosi

nel nodo che divarica spazi

e mulinelli di terra e sabbia

 

Imbrattato il passo sulle orme antiche

in alto un cielo volubile

nuvole copulanti

nuvole spesse su nuvole rade

 

Muto quel rintocco

manchi di un tono in più

mentre ti preannuncia

tra sfumature ed assenze.

 

La signora misteriosa

da lassù scruta

oscura in volto

questa terra inquieta.

*

Mastro Geppetto

Non sa del mio dolore
mentre mi scolpisce

ed io conto ad una ad una
le mie giunture.


Qualche lacrima ristagna
nell' incavo dell'occhio
nonostante questo mio sguardo fisso

di burattino.

*

Uno stato provvisorio

D’improvviso

il nero torna chiaro

l’opaco un velo

i colori netti,

confini e non grovigli

come se una mano

avesse avuto occhi

ed intelletto

ripristinando l’ordine

prima disfatto.

Uno stato provvisorio

che però mi giova.

Le case sono case

gli alberi alberi

e la strada

solo l’ultima fatica

prima della sera.

 

*

E’ giorno

Solo un trillo empie l'aria
più tardi, roco
un tubare di tortore.
M'assedia.

Di cornacchie, improvviso
uno stuolo sul capo.
Lo schiamazzo interrompe
dei passi la quiete.

*

Sentieri

Erano i sentieri di polvere e sabbia
di terra battuta e sassi
le pause fugaci di un tempo
sottratto alla dritta via
e allo stare attenti al percorso
dove si guardava solo avanti

perdendo il panorama ai lati della strada.

*

E poi ti scrivono

E poi ti scrivono dal nord e tu a sud hai l’afa sulla pelle

il fuoco acceso il pranzo d’obbligo i tuoi affanni

che non vuoi elencare perché sai che così è la vita

e poi ti pensano in altri lidi che sei padrona del tempo

che non hai figli non hai camicie da stirare non hai doveri

non hai valigie da disfare case da pulire file per le spese

 

e poi sorridono e vorrebbero tu sorridessi

fanno progetti e vorrebbero ti entusiasmassi

gioiscono e vorrebbero tu varcassi la soglia

della tua tristezza una seconda pelle

a cui hai fatto il vezzo ordinando ai tuoi occhi

di non commuoversi perché sarebbe inutile

come dire alle stelle di non cadere in mare

quando vogliono rimanere in cielo.

*

I tuoi occhi

I tuoi occhi sono il mare bruno

quando accoglie la notte e la luce pare assente

sono due sponde nude dopo l'onda

sono le labbra mute che disegnano il vuoto.

I tuoi occhi sono giardini fioriti
sono zefiri che profumano di zagare
ed abbracciano il vuoto quando é pieno
di quel che occhio estraneo non vede.


I tuoi occhi sono i monti all'imbrunire
un profilo fragile quasi assente

quando un velo appanna l'orizzonte.
I tuoi occhi sono lumi.

 

I tuoi occhi sono fari

quando la tempesta strappa vele al mare.
I tuoi occhi sono arcobaleni

quando il maremoto in me si placa

 

per un gesto non gradito

un tuo spontaneo errare senza meta

un pensiero che si posa dove non dovrebbe stare.
I tuoi occhi sono eterni, l'infinito dove naufragare.

 

*

I sogni

I sogni non hanno nido

spiccano il volo quando il momento è più propizio

planano come a fermare l’aria quando è truce

s’imbattono in cupe chiome o irti rami

trafiggono le nubi affiorano in un lembo di sereno

sono silenziosi quando cantano

e fanno rumore quando tentano di sopprimerli.

I sogni sono viaggiatori senza bagagli.

 

*

Stanchezza

Non è per l’erta

il passo troppo svelto

l’afa.

E’ questo pensiero

che oggi ha abbracciato mille cose

che ha dato vita a timori e speranze

che ha intrapreso un cammino

lo ha sospeso è tornato indietro

ha cambiato programma

è questo pensiero che era lì

poi qui che correva inciampando

e tornava rimuginando,

più di un nodo

più di un affanno

più di un’ansia…

il timore che il tempo

passava invano

e che del giorno una volta trascorso

non sarebbe rimasto più nulla.

 

 

 

 

 

*

Amore

Entrasti in chiesa

forse un istante dopo

forse ore

per camminare

sul mio stesso suolo.

Altra prova d’amor

non reclama l’anima

né attende.

*

Nell’anima

Forse la gioia è passata per la croce

qui l’origine non muta crea

e i colori sembrano smentire

il candore che cancella il buio

qui risiede l’amore ci son le prove

solo i poeti credono che l’amore

dimori nel cuore. E’ per la rima.

 

Ma qui è il passo ed il cammino

l’esplorazione le tracce il premio

il velo rubato alle farfalle le vele in mare

le sfumature delle perle.

 

Forse il silenzio è passato per la voce

qui le stanze sono vere

e i pavimenti non sono di vetro

i fari sono gli occhi che hai avuto di fronte

quando hai incontrato l'anima gemella.

*

Pensiero

Sei dove domandi d’essere
i tuoi spazi sono dappertutto
i tuoi passi invisibili
i tuoi piedi inesistenti.
Senza proferir parola parli
senza vedere vedi
senza toccare tocchi
non sei vicino né lontano.

*

Ascoltando l’Adagio di Bach

Lasciai un dì andare una barchetta

gambe gracili sotto un vestito di carta

e l’osservai sparire all’orizzonte.

I piedi nudi oggi nel solletico dell’onda

nel fluttuo affiora una bottiglia e approda a riva

la sua anima un mistero stinto in un rotolino.

Attendo sempre  il giorno al suo tramontare

il chiasso scema e la luna tonda stampata in cielo

il passo mi rischiara. Adagio il mio pensiero muove

plana dove l’aria è un velo sopra il mare e dove

la tua visione è amore,  promessa che s’avvera.

*

Non ho alternativa alle tue corde

Io amo il sax te l’avrò detto mille volte
ma non ho alternativa alle tue corde
se non questo silenzio sovrumano
che mi confonde alle tante ombre
danzo sui muri al pizzicare e vibro
come sul fiore una farfalla
un motivetto riesumo dal tempo
mentre penso a te amore mio lontano
e vorrei dirti dormi che nel cuore
ogni nota è gioia ed è dolore
e vorrei dirti approda che non è tempo
di cavalcare il mare, dove una vela
accoglie promesse già mature.

*

Primavera ormai passata.

Primavera

di fragole acerbe

ciliegie succose

di erba tagliata ai cigli

odore di pioggia

su zolle riarse

e rami spogliati

dal vento improvviso.

 

Rosa lo sciame

nell’aria di petali

all’alba un trillo festoso

e balconi di luce

nostalgia di gerani

screziati.

 

Rintocco di ore

campanile che taglia

le nuvole rade

caldo il profumo

alle nari

del pane sfornato

sale la verde collina

capriccio di rose e di spine

ai cancelli

nuova vita che sboccia.

*

Quando guardi l’orizzonte

E’ lunga la via e poco sicura la meta

per via del tempo così indefinito e così breve

quando guardi l’orizzonte e non ti domandi più nulla.

Una mano ti ferma e tu arresti il respiro

un pensiero ti invita al silenzio

e tu taci la tempesta che ti scuote,

non è ferma l’aria ma il vento è dalla tua parte

e vai noncurante di chi ti dice fermati e taci e ascolta.

 

La tua voce non è la tua voce è l’eco di tanti traguardi falliti

di voli interrotti di ali bruciate di attese tradite

è il grido soffocato dentro notti fioche quando la luna

è uno spicchio immaturo smarrito distratto

e non c’è più uno stolto ad indicarla col dito,

così lontana dall’essere piena e dall’essere nuova

così vuota del suo gravido corpo sospeso nel vuoto.

*

Paure

Poli dove non voglio stare

anomalie del vivere

aspettative che cadono

come foglie dai rami

sintesi di quel morbo.

Un tarlo che mi corrode.

Fossi di legno non sanguinerei

né avrei lacrime per panorami tramontati.

Oltre le mie paure non so andare...

di perdere il tuo cuore,

la mia dimora

dove ho radici ben salde, ora.

*

L’Aurora

Sorge dal mare ridente il sole.

Si libra Aurora, nel cielo
tenebroso per l'ora
e fosco di nubi,
tra le mani recando di rose
una ghirlanda, solleva di fiori
piccoli serti, a inframmentare
del velo notturno la cupa oscurità,

prima dell’alba nuova e tenue di colori.

Fosforo dinanzi il cammino rischiara
la torcia nella mano egli conduce
al seguito il carro trainato
da cavalli, agili e ardenti,
quattro animali, diversi nel manto
per nuances di colori
a significar della luce
il grado ad ogn’istante differente,
prima dell’apparir del sole.

Apollo d’aureola incorniciato
alla guida del carro d’oro
l’aria scuote, in un balzo leggero
e nel suo drappo avvolto.

Si scompone la luce calda
nei colori luminosi dei veli
a riparar giovani corpi di fanciulle,
le ore, danzanti intorno al sole
in un trionfo di luce.

E il drappeggio di nubi appare,
una scena leggera che cala
sul blu della notte.

 

Poesia pubblicata il 23/04/2015
sul sito "Scrivere" - ispirata al dipinto  di Guido Reni-

*

Le tue labbra erano ciliegie

Le tue labbra erano ciliegie

e quel dettaglio che sfuggiva

quando il risveglio

lasciava solo strascichi del sogno

nei giorni di magra

e il desiderio forte

mi torceva le viscere.

Noi ad opposti poli

ed io a domandarmi

se il tuo cielo fosse anche il mio

mentre le tue labbra insanguinavano l’aria

quando il vento s’alzava

ed io chiudevo gli occhi

per un istante in più del tuo sapore.

Orfana del ramo pendevo da te

così maturo nei miei pensieri.

*

Effervescenza

Punti minuscoli si legano tra loro

ha il colore del mare l’infinito

e quel lucore abbaglia forse più dei lumi

che le notti accendono quando gli animi

ben disposti a sognare cedono all’oblio.

Effervescenza lievita schiumando,

nel profondo v’è un abisso oscuro

cripta di suoni e di tesori, distante

dalla vita che esplode in superficie.

Trasparenza che rapisce la luce

e si veste di bianco e l’azzurro sovrasta

va poi diradando in gocciole e scie

che tremano alla brezza.

*

Sofferenza

Dirò che mi fai soffrire? Mai!

Chè della sofferenza c’è chi gode

chi dal suo evolversi trae giovamento.

Hai mai visto qualcuno gioire

per i tuoi successi?

Hai mai sentito qualche altro

dolersi per le tue sventure?

Forse sì

con parole menzognere e moine

con sorrisi compiacenti… davanti

ma alle spalle quante trappole

quanti inganni e tranelli.

Dirò che mi fai soffrire? No!

Chè dalla sofferenza risalgo,

traggo insegnamento e semmai

affino l’arte di sopravviverti.

*

Incompreso

Volevo fare il pilota

non mangiavo

mi procuravo il cibo

solo per continuare a volare

volevo un posto tranquillo

per le mie acrobazie

volevo andare lontano.

Espulso incompreso

mi sono fermato

dove pensavo

fosse la mia meta ultima.

Chiang mi ha insegnato

a volare con il pensiero

mi ha spiegato che oltre

c’è solo l’Amore.

*

Narciso

Del brutto anatroccolo serbo il timore

quando il ventre materno m’era nido e scudo

stemperato ora è l’originario grigio

un argenteo riflesso alla luce che cala.

Sull’ombra cupa il candore d’un ventaglio

che s’apre s’impenna come onda del mare,

fletto appena lo sguardo... pendo

solo per amore del collo flessuoso.

*

Alla luna ho domandato

Spesso l’inquietudine amara

ha fermato i miei passi

ha bruciato le parole sulle labbra

come stoppie in mezzo al campo

mi ha restituito pensieri monchi.

E le ali sono rimaste lì,

come un sogno precluso alle mie notti.

Ho guardato il vuoto

come si guarda un foglio vergine

senza segni o immagini e percorsi

e poi come si guarda un foglio nero

senza luci né ombre né colori

ed ho atteso senza sapere cosa

avrebbe spazzato via la mia inquietudine

ed ho atteso che il giorno al suo declino

mi promettesse la luna in un profilo vago

e che la notte le raccontasse storie

per trattenerla in cielo.

Alla luna ho domandato

se sono più gli amanti che i poeti

a farfugliare parole incomprensibili

a prendersi per mano come bambini

a confidar segreti o a sognare.

*

Io l’isola e il mare

Ed era lì al limite ed io al largo

la meta agognata e misteriosa

ed era ferma selvaggia ed inesplorata

ed io paziente nell’immenso mare

ed era approdo alla terraferma

ed io lo sguardo avanti

l’ombra distante

ed era tutto nel mio orizzonte

io planante, i miei pensieri altrove.

*

L’attesa

C’è bonaccia nei miei pensieri

mi fiancheggia un mare fermo

mentre scruto il vuoto

colmo di te dei tuoi passi

delle tue mani delle tue assenze.

Il tempo passa. Passa e non muta

tesse una tela che io disfo

a sua insaputa.

L’attesa, una mezza condanna

che amo e che bramo… eterna.

 

*

E piovve manna da te

Piovve manna da te
ed io saziai
ogni mia interminabile
fame passata
straripò il torrente
e nell’impeto della corsa
fino al mare
portò via con sé pelle
e cellule e sangue
e nel respiro crescente
calmò la furia
della sua passione.


Fu buio d’intorno
in oscure cavità
celai lo scrigno
dei miei tesori
penetrasti di luce
le mie tenebre
e crebbe il fermento
nella terra.


Ritrovai l’attimo d’eterno
nella tempesta
di fiamme e brividi
aggrappata allo scoglio
e ai tuoi vestiti
là dove il cielo
sconfinò nel mare
là dove la parola
abortì il silenzio.

*

Momenti dell’essere

Correre come volare.

Tra cielo e terra

un mare mosso d’erba.

Si sfrangia la criniera

nel respiro del vento,

un vortice di pensieri

improvviso s’acquieta.

Sono momenti dell’essere

lontano dal frastuono del mondo.

*

Giugno non ti riconosco

acrostico

 

Giusto te aspettavo al varco

Immaturo ti presenti dopo maggio

Ultimo mese che t’ha preceduto

Giro per le strade solitarie e il vento

Non promette alcun cambiamento

Oso una veste leggera ma è inverno

 

Nonostante la cattività pensavo

Ormai a passeggiate nel bosco

Non lontano dal paese o a viaggi in mare

 

Tu sei in combutta col virus

Irremovibile insisti col tuo monito

 

Resto dentro e scrivo poesie e sogno

Instancabile l’ispirazione mi sorregge ancora

Come quando fuori imperversava la bufera

Ostacolando ogni mio progetto

Non avevo che i miei pensieri

Ora gli uccelli trillano alla mia finestra

Sono in festa anch’io per metà tempo

Coloro la mensa l’attesa le pareti ma poi

Oscura è la mia notte senza luna e senza te.

*

Rosso ed oro

Dov’è la luce e dove l’ombra poco importa

ma che un raggio non bruci fragili corolle

sì che importa. Il vento, assente, non agita

ali di carta così le mie vesti cucite addosso

nulla dicono della mia fragilità.

Rosso ed oro…

cosi vicini alla terra e così distanti!

*

Di che pelle sei

Di che pelle sei quando sorridi

e il sole bacia i fiori sopra il muretto

di che pelle piangi quando il cielo

è un abisso al contrario dove

vorresti lanciare un sasso ma non puoi

di che pelle sogni quando dormi

poche ore e le altre pensi

a chi non mangia a chi muore

ai bordi della strada

a chi è solo con un calice che trema

tra le mani bianche o nere

o gialle o arancione…

*

Biglia

Il pensiero di un istante, sferico disegno

a catturare icone di mondi immensi.

La cupola del cielo cade come fosse sabbia,

era all’origine l’occhio azzurro d’un bambino

ora una lama che taglia sottile la collina

e sotto il mare maschera un fondo

dove s’inabissa un sasso.

Colpa del filtro se una biglia prende colori

e luce ed interpreta il suono tornando ad eco

e rotola in uno sfondo che varia mentre l’anima

entra in silenzio nel nero della notte.

 

*

Una scia di luce fino a te

E’ uno dei momenti rari in cui non bramo

un vivere diverso da questa continua corsa

in salita. Nuova linfa m’attraversa e di speme

s’illumina la via dove il passo muove leggero

sempre più addestrato alla fatica.

 

Ma ho il cuore gonfio di pena per non trovarti

sulla porta ad aspettarmi come nel recente sogno

dopo anni di magra, mentre il palmo d’una mano

posa sui miei occhi leggera una carezza

ed il pensiero, così imprendibile,  è una scia di luce fino a te.

*

Chi non è più

Il tempo scalfisce ad ogni passo

la mente di chi resta.

Chi non è più esiste in assenza

di gesti parole moti del cuore.

Immutabile eterno

danza in un vortice di foglie

o nel volo s’innalza in acrobazie

tra bianche scie ed incroci

d’aquiloni o gabbiani.

 

I tanti luoghi scrivono di scenari

apparentemente diversi.

Chi non è più vive

ogni partenza senza l’affanno

nel cuore sapendo d’essere

ovunque noi siamo.

Vivi ed eruditi d’un sapere

che lievita inutile

finchè placheremo l’arsura

apprendendo un nuovo alfabeto.

 

 

*

Vorrei promesse vere per te

Vorrei promesse vere per te,

d’un passo allegro mentre la radio suona

e tu l’occhio fino, le mani operose

artefice di sempre nuove magie

 

ma odo un cigolio, uno stridere improvviso

ed uno sbadiglio confuso nel lamento

per questa vita che si sta riprendendo tutto

e l’affanno del tuo respiro ad una minima fatica.

 

Un altro anno ancora a ricordare insieme

i tempi passati di mietiture e floridi raccolti

mentre lo so,  avverti il mio pensiero baciare

il candore della tua chioma nel riflesso pallido del sole.

 

 

A mia madre nel giorno del suo compleanno.

 

*

Da tempo non mi volto indietro

Come in una bisaccia tengo strette le mie cose

poche stavolta, ho rinchiuso i miei pensieri

barattando col caso un cervello vuoto per un po’ di quiete

 

non avverto che il peso del corpo ma cessa

se i piedi all’improvviso si fermano. 

Un albero secolare un muro la strada sterrata

una panchina l’orologio in piazza, oltre... la chiesa.

 

Ma non in questo ordine…

Da tempo non mi volto indietro

ora i miei occhi ascoltano solo i tuoi silenzi

e agognano un sorriso dopo ogni bufera.

 

*

In quella casa

Perché torno sui miei passi non so

e in quella casa dalle persiane rotte

dove il tetto stride sopra il capo

e il pavimento vacilla sotto il piede.

 

Il vento muove il mare sugli scogli

e il mare lascia perle nella sabbia

io vado incontro al mare

e incontro al vento

 

e sbatto sugli scogli mentre cerco

la luce del sole quando è giorno

e delle stelle il brillio quando le ombre

affollano le vie i muri e i miei pensieri.

 

E poche perle rinvengo sulla riva,

parole ritraggono fedeli immagini reali

o fantasie di tempi ormai passati

puliti veri mentre ora il fango è ovunque

 

e affonda il passo anche dove il verde

illude e ondeggia come un mare nella brezza

e reca la tacita promessa del frutto

che (necessariamente) segue al fiore.

 

 

*

Guardami ancora prima del buio

Non lenisce la solitudine un canto alla radio,

più simile ad  un gracidare di rane che nel vento

si leva, in una stagione senza promesse.

 

La cantilena di giorni che pesano anche da fermi

e mille espedienti per rimanere svegli la sera

quando le palpebre sbattono come imposte.

Accade anche a me di cancellare il mondo

per interminabili istanti e migrare lontano.

 

Guardami ancora prima del buio

mentre scivolo come una stella nel mare!

Rimani, nell’onda che mi avvolge voluttuosa.

Ha il sapore di te e del tuo abbraccio

le rare volte che sogno ed intorno regna la quiete.

*

Ricorrenze

Doveva finire un venerdì

la tua tribolazione, di maggio,

l’aria fredda d’una finestra

spalancata a spegnerti il respiro?

 

Non amo i fiori dai colori allegri

quasi a smentire un funesto giorno.

La memoria è piena di fiori rossi e gialli

e di foglie a stormi e di stagioni tristi.

 

Esonda come un fiume in piena

ed io travolta dall’impeto mi dimeno.

Non so nuotare. Altro guaio, altro affanno.

 

Giungerò al sospirato giorno?

Del ringraziamento, dico …

per essere ancora viva,

così sarcastica e spesso isterica,

e lamentarmi della casualità?

 

Dovevo nascere anche quell’anno a maggio,

dopo l’infausto interminabile venerdì?

Odio i fiori. Anche le rose rosse,

tre,  appassite,  il cimelio d’un altro viaggio,

per altro borgo, da me distante.

*

Nel giorno del mio compleanno

Abbondanza di parole e fiori reca il giorno

immagini allegre quasi il sunto d’un pensiero

istanti in cui la vita cessa il ritmo

e la dura lotta per una pausa

ma anche il gioco annienta

mentre promette divertimento e quiete

 

mi nutro ma non mi sfamo

il cielo sta barattando nuvole

con pochi raggi, alieno un viaggio

dove tra cime verdi e rami

si levano gorgheggi.

 

Sei come in una nicchia, in fondo,

oltre le siepi sì da apparir distante

ma in questa assenza sei il trillo

che mi desta e muta l’ore sul finire

e ad ogni attesa che non ha nome

imprime nuovo sigillo.

Un bacio in volo o il segno d’una mano

che scava un foglio abbozzando carezze.

*

E’ superbia?

Spesso per non parlare di qualità evidenti

si cerca negli altri il minimo difetto.

Ma un viso sì perfetto al nostro sguardo

cessa d’essere bello per un neo?

Forse per tale dettaglio è unico e particolare

e aumenta in noi ammirazione e stima.

 

Mi viene giusto in mente la superbia,

un lato messo in evidenza

da chi incline alla critica generalizzata

mal sopportava un “giudizio” assai cortese  

espresso in modo schietto al suo riguardo.

*

Sono passate le nubi

Sono passate le nubi sopra il capo

erano scure e di pioggia erano gonfie.

Tu non le hai viste?

Eri a me daccanto

tra uno spiraglio di luce e quel velo

così opaco e alquanto misterioso.

 

Carovane sospinte dal libeccio

a bordo draghi e fantasmi

e strani personaggi

che spesso io mi figuro quando

il tormento ha un peso

che mi sfianca nella fuga

e reca affanno al mio respiro.

 

Sono passate le nubi e la pioggia

è scesa copiosa su di me soltanto

sottile e persistente mentre ho atteso

dopo il baluginio un arcobaleno.

Inutilmente ho atteso ed ho trovato

la luna sfatta in cielo

e il tempo insonne

e la notte avara

di sogni e di speranze.

 

 

 

*

Nostalgia

Era terra di aiuole, ai piedi

di tempestose cime,

e di papaveri rossi tra le spighe

prima che tutt’intorno

crescessero rovi e cardi ed ortica

e la mucillagine attecchisse

ai muri tra le crepe.

 

Era terra di sogno e di speranze

il nido di nuove partenze

e dove il cuore faceva ritorno,

era uno schizzo a matita

ora un foglio sbiadito.

*

Le ore lente e celeri

Cessato il ritmo delle cose intorno

che detta azioni e priorità

il tempo poi s’arresta d’improvviso

e l’ore han più minuti e lente

vanno al declino, ad una ad una.

 

S’accompagna a tale sensazione

una quiescenza che non è riposo

ma innesca l’iter di pensieri dolorosi

e tristi eventi, di fatti che han lasciato

in noi profondi solchi, ricordi

che si pensavano sepolti

ma son riemersi forti.

 

E ci si accorge che il ruminare

il bolo è fatica che strema.

Ed il ritmo di cose nuove,

che all’inizio paventa, è minor stento

ed allontana silenzi che fan rumore.

 

 

*

Padre

Nubi all’alba minacciose

e boati in lontananza, innocui.

Non mi sorprende tale esordio

padre, era previsto. Ma il lievitare

nel cuore della pena mi annichilisce.

 

Dovrei sapere ormai che la terra

non ti da affanno ed il tuo viso

dentro la cornice mi rasserena

quando il pensiero cede

e gli occhi hanno di te più urgenza.

 

Perché so che non è solo dal cielo

che mi guardi. Non udirei quella voce

domandarmi: perché piangi?

Son qui nella stanza accanto

e so della tua croce.

 

 

 16/08/1920

11/05/1984

 

*

Giuda

E poi ti chiederanno se mi conosci

e tu sapendo di mentire dirai di no.

Del mio tempo infinito dirai

che è passato in un istante

mentre io ancora parlo prego divago

sogno creo cancello e lascio segni di me

e mi consegno ad una nuova alba.

 

Ti chiederanno quante stagioni ho vissuto

in questa vita che è un nido dove covano

gioie e dolori e dove il pianto,

se per le spine o per le rose,

non fa più differenza.

E tu sapendo di mentire dirai

che non mi hai visto piangere mai.

 

- Allegoria di un tradimento -

*

Sono andati via scontenti

Sono andati via scontenti

a torto o a ragione

per capriccio o in preda alla rabbia

portando il conto delle pecche altrui

minimizzando i propri errori

 

ed ora tornano a capo basso

stessi vizi, visi nascosti tra le bende

nomi uguali o diversi.

In petto una nuova medaglia,

il rumore dei tacchi

sul tappeto rosso, interminabile...

convinti di dividere il trono

con chi eccelle in stupidità ed arroganza.

 

 Ma quale mente sana

piantando fiori nel fango

può sbalordirsi se muoiono?

 

*

Questo coro di mosche improvviso

Questo coro di mosche improvviso

ora distrae i miei pensieri

sul filo di latte del fico.

Intenti traditi soste impreviste

e la curiosità di guardare indietro

oltre l'angolo, dove l’attesa si deforma

scivolando dal suo riparo.

 

Guardo l’aria come fosse sul punto di svuotarsi

dopo l’avverarsi delle cose inutili

per le quali non mi dibatto tra tristezza e noia.

Nell’indecisione riscrivo viaggi sull’altalena.

Sei nel punto più alto

quando mi sospingo sulla punta dei piedi

volando tra squarci d'azzurro.

*

11 maggio 1984

 La pioggia sottile al rintocco

dei passi e della campana

ha sempre un che di mestizia

Tu nella nuda terra …

sei un brivido nei nostri pensieri

ad ogni passaggio del vento

tra i foschi cipressi

 

la nostra pena è sentire

la tua sofferenza

tra i ceri ed il marmo.

Ma è la pena dei vivi.

E i morti hanno altre missioni.

 

Sbagliavamo a cercarti di giorno

a poca distanza da casa,

con accanimento.

Stranamente,

la quiete giungeva la sera

mentre tu ci guardavi

in un tripudio di stelle.

E sorridevi...

 

 

a mio padre

*

Una bella cover

Scorri l’indice di fretta

mentre immagini volano

appropriate ardite strane

consuete.

Interpreta il lettore

questo disordine incorniciato,

all’apparenza nuovo?

Disarmonie di parole suoni,

falsi arcobaleni.

Volti noti estranei nostri

violano ogni regola

di chi dietro le quinte tace.

E le promesse sempre lontane

come il sole all’orizzonte

mentre tramonta l’ultimo sogno.

*

Maggio mese mio prediletto

Muove il vento ancora le nubi
Avanzando furioso per le vie
Genuflette giunchi e spettina
Grigie chiome di donne anziane
Indaffarate ad affrettar il passo
Ostacolato da raffiche più forti

Ma è primavera nell’aria e s’avverte
E sul coro consueto del mattino
S’eleva il grido acuto delle rondini
E stridono i pensieri sulla cessata quiete

Mi rammento il tempo infantile quando
Immersa nel verde coglievo margherite
O inseguivo le farfalle su odorose aiuole

Poi fu la stagione dei premi e delle ammende
Risvegli dopo crudi rigori e letarghi
Escogitati per limitare i danni d’una vita
Disposta più a prendere che a dare
Immancabile a maggio ritornava
La voglia di viaggi e nuove mete
E la vita in una nuova fioritura
Tutt’intorno a me e dentro il cuore
Torna ancora e al tempo che avanza
Oppone un fiore recato dal giardino.

 

Poesia pubblicata su "Scrivere" il 04-05-2018

col titolo di "Maggio"

 


*

Le parole che da me non odi

Quando il mattino è un trillo

e il sole un gioco tra le nubi

e il caldo infante di pochi giorni

già si distrae in innumerevoli capricci

 

ed io tenendoti per mano,

vorrei dirti le parole che

da me non odi quando a sera

spesso anche l’aria è veleno,

con la sua quiete impudente

come fosse ignara della nostra pena

mentre il sonno gareggia con l’attesa

e la notte reca altri timori,

 

quando il mattino è vero,

la tristezza scava segni sul viso.

La lentezza mi assale in quel vago

peregrinare per solitari sentieri

ed il pensiero solo t’accoglie

come fosse un nido tiepido e gaio.

 

Ed il pensiero mi redime dal peso

di parole ingiuste inadatte insensate,

quelle che ascolti in silenzio

quando la notte

ci cade addosso... esausta.

 

*

L’oblio una meta concessa a pochi

Annoiati e stanchi

poniamo freno ad una corsa inutile.

Ci sovvien alla memoria

il tempo spensierato dell’incoscienza

quando ogni conquista ci allietava.

Abbiamo accresciuto il ritmo

fino al desiderio del letargo.

La vita un disegno su un foglio

cancellato più volte ora ci opprime

come un groviglio di scarabocchi,

la vista persa in quell’inganno.

E i compleanni così attesi

quasi fossero miracoli di sogni

sostenibili, spesso son chiodi

fissati al muro a ricordarci

pericoli e fallimenti.

L’oblio una meta concessa a pochi

fluttuanti tra terra e cielo

ignari del vento sottile e dell’orlo del buio.

 

*

Ultimo giorno d’aprile

Mesi che corrono lenti monotoni spenti

distinti dal nome diverso le stesse ombre

la fatica di convogliare il pensiero

verso itinerari di verde e di luce

 

mesi rimuginanti parole progetti lontani

confusi dentro una stagione ibernata

l’oppressione di un nemico che vaga

non visto letale che dove s’annida

prolifera ed è innaturale pensare

di starsene quieti in attesa perenne

 

mesi frenati di eventi sospesi

di speranze or più fioche or più accese

che torni lo stato chiamato normale.

Sarà estate o forse d’autunno

o ancor più lontano

quando avremo compreso

che l’anomalo è il corso ordinario.

*

E penso al mare

E penso al mare

al suo irrequieto viaggio

a come s’erge sugli scogli

e giunge a riva,

la solitaria riva

dove la luna splende

indisturbata

in questa differente primavera.

 

E penso al mare

al mare immenso

qui confinata

tra le pareti stinte

protesa alla finestra

ad annusare l’aria,

l’orecchio ripagato

da un suono più canoro

dopo il grugare delle tortore.

 

E penso al mare

al suo silenzio cupo

quando il vento muore,

l’anima mia fremente

il corpo lasso

nella notte di sogni

brevi un lampo.

*

Dov’è la mia terra?

Qui il clima è freddo

sebbene si sudi

ad ogni passo che avanza

qui si vive emulando chi

di vizi ha opulenza

 

qui le parole sono

sbuffi di vaporiera

ed i pensieri treni deragliati,

i sogni praterie bruciate.

Qui alla vita stanno cambiando il nome.

*

Migrano a sera i miei pensieri

Un grido di rondini ha zittito l’aria

gremita di più sommessi suoni

e dopo il tiepido sole del mattino

il tempo è presto mutato.

 

Sul silenzio si levano le note

ora d’un violoncello

migrano a sera i miei pensieri

verso l’oblio e la mitezza del tuo sguardo.

*

Verso l’Infinito

Come distingueremo vita e morte

se uguale sofferenza strazia l’anima.

Mai ti spauriva il pensiero del distacco

dalla materia. La tua anima sempre leggera

come brezza al morir del giorno,

quando narravi di visioni

e della quiete profonda

del tuo mondo pulito.

 

Verrà l’autunno un dì,  di foglie

allegre e della rimembranza

di tutte le gioie vissute

e in cui diremo alla luna,

noi savi ricchi di spirito

e senza più affanno,

“E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l'etate
del mio dolore”.

 

In memoria di B.G. scomparso la notte scorsa.

 

I versi in grassetto sono tratti dalla poesia "Alla Luna" di Giacomo Leopardi.

 

*

Cambiamento

Vorrei avere parole nuove

ma a nulla varrebbe fissare il vuoto

ascoltando il silenzio

 

altrove e in tempi andati scavo

per vedere affiorare tra le mani

emozioni più vive lontane

 

ora la quiete fa male più del rombo

dei motori per la strada

più dello schiamazzo selvaggio

dei ragazzini quando fanno a gara

a chi grida più forte.

 

Ho sete e nulla che plachi l’arsura

ho fame e cibo indigesto nel piatto

ho parole che intorbidiscono il mio pensiero.

*

Rassegnazione

Talvolta la verità di un fatto è inconfutabile

benchè ostinatamente ricusata

e non servono ipotesi né analisi

o spostare i tasselli nel mosaico.

Non v’è speranza di mutar la sorte,

nessuna secondaria via

e non v’è scampo.

 

Sicchè altre sembianze assume,

dopo l’ultimo esperimento escogitato,

la resa, quando in preda allo sconforto

non più si oppone resistenza

e della quotidiana lotta della mente

in bilico tra poli d’opposti segni,

non v’è traccia se non in quel setaccio

che oscillando riporta i grani in superficie.

 

 

 

*

Una pena che non s’acquieta

Domanda di vivere il pensiero,
discorde dal corpo traviato

da un dolore che non vuol
testimoni né più brama la luce

ma vorrebbe porre fine al supplizio.

 

Non stringono un lembo le mani,
del lenzuolo, una piuma che pesa una trave…
Promette la notte un inganno meno crudele.

Menzogna! É una pena che non s’acquieta,

col solo morire del giorno.

*

Abbiamo vissuto il miglior tempo

Abbiamo vissuto il miglior tempo

sapendo che poi non avremmo potuto

chiedere la luna.

Pur fra diversità di opinioni attese esacerbanti,

abbandoni pensati come le burrasche

che giungono improvvise, taciti compromessi

 

e quello che non è mai accaduto è stato il più bel sogno.

Ora non abbiamo che istanti piogge di petali

e sentieri di foglie e brezze dalla nostra parte

a sospingere i nostri passi nella stessa direzione

e un bacio ad ogni congiuntura.

 

Abbiamo vissuto il miglior tempo,

quello fantasticato sul gioco delle ombre

quello conquistato nell’irrequietezza

quello non ereditato

mai scritto sui muri

mai in volo su striscioni colorati

mai dimenticato.

*

Chi ti pose in castigo?

Interminabile il tempo

quando il dolore

annienta il corpo

e la mente affossa.

 

Vuoto orizzonte dinanzi

come pure scavando

affannata col desio

di rianimare istanti felici

nello scrigno colmo solo

di antiche amare memorie.

 

Un giorno ancora, espiato,

talvolta vissuto come fosse l’ultimo

Un lume consunto che uno spicchio

appena rischiara di tutto l’oscuro.

 

Chi ti pose in castigo, rammenti,

riprendendosi il dono?

 

*

Spesso gli inetti chiamano popoli in raccolta

Vola l’asino e l’elefante nasce da un uovo,

la proboscide scava nella sabbia

e rinviene tesori. E’ vero,  qualcuno grida

e chi mette in dubbio una simile verità

è condannato al rogo.

 

Così è se vi pare, bla bla bla

sul rimescolio di parole,

cancellando per riscrivere

le stesse futili canzoni.

Qualcuno dice io no

ma  indossa la museruola,

le orecchie penzoloni,

guaisce inascoltato.

 

Spesso gli inetti chiamano popoli in raccolta

allineati e coperti in  un solo grido.

L’imbecille di turno, la corona di carta sul capo,

circondato dal fumo dell’incenso.

*

Tu non scrivi poesie d’amore

Tu sei balsamo sulle ferite dell’anima

distilli parole in un calice e scaldi il cuore

col nostro elisir tra desideri e sospiri

negli occhi non vani miraggi

ma ostacoli vinti

per sempre nuovi traguardi.

 

Tu sei la forza che innalza ali

troppe volte spezzate

il vento che insiste e scansa

quel velo di noia e la tristezza

accendendo il sorriso dove il buio

non lascia presagire spiragli.

 

Tu sei il rimpianto di cose mai avute

nostalgia di un rito conosciuto

a memoria e non celebrato

tu segui caparbio i tuoi itinerari

dove io mi penso assente ed imperfetta.

 

Tu spiani ogni via perché anche la croce

si trasformi in delizia e non scrivi

poesie d’amore perché non direbbero

il bene profondo che hai nel cuore

e che il pensiero non svela

anche quando il fuoco dilaga

di un’immensa passione.

 

 

*

Il tempo indefinito

E’ questo il tempo di un bacio

di labbra che farfugliano sillabe

e benedicono intime emozioni

 

è questo il tempo di una carezza

pensata mutata affidata alla notte

di mani come ali e pennelli e lingue di fuoco

 

è questo il tempo di allontanare paure

procrastinare abbracci

costruire speranze

 

il tempo indefinito

barattato tra un si ed un no

in bilico tra un’ipotesi

ed un sogno

 

il tempo ostinato

fatto per noi

per il nostro domani

chiaro da sempre.

*

Ali bianche

Ali bianche ha la mia notte

perché un gabbiano

è il sogno di un bambino

che non ha mai visto un treno

ed il suo fischio gli assomiglia

anche se il bambino sa che il cielo

non  è il grigio rumore delle rotaie.

 

Ali bianche ha l’alba che non ha visto

salpare barchette di carta sull’acqua

o su tele  incompiute quando le speranze

avevano un nome diverso.

 

Ali bianche ha il tempo quando è luce

e si rallegra dell’assenza delle ombre

o di aver vinto la tempestosa notte

Ali bianche il sudario che accoglie

l’anima mia flagellata dal male.

 

 

*

L’amore distante

Passi che s’affrettano fino alla soglia

dentro ancora l’odore di fritto

e l’aroma del caffè

 

mi distraggo fissando i quadri

alla parete e pensando già

ad un calice di rosso ed un tost

 

e a quell’attimo d’immensità

accarezzando il silenzio

con le mani e con le labbra

 

un mare che si tuffa nel buio

cercando le stelle

il pensiero lontano da numeri

e bilanci e curve.

 

Nessuna ipotesi o previsione

io la sera e la tua distanza,

un vestito che indosso da tempo.

*

Piove

Ben interpreta il cielo l’urgenza della terra.

Ogni stilla scivolando al suolo è un pianto

che la mestizia nel cuor rinnova.

 

Avevamo lasciato il giorno e la sua quiete

per l’aria tiepida serale ed ora siam svegli

in quest’alba smunta di una  acerba primavera.

 

Come ci avessero sottratto il panorama,

rubando il quadro dentro la cornice!

 

 

*

La notte

Le mie mani operose sono morte
e le mie braccia pesano come tronchi
quando non sono rami spogli.


É quando senti i miei passi
ed io sono lontana.
É quando senti la mia voce
ed il silenzio urla il mio dolore.
É quando pensi di abbracciarmi
ed il nulla accogli col suo corpo
mutevole e sfuggente.


La notte
vago tra parole che non ricordo
mentre i pensieri tessono indisturbati
una fitta trama. E’ la tela dove

cadono i miei sogni.


Ed è quando sento la tua voce

mentre ti allontani.
É quando sento le tue mani

ed il tuo risveglio mentre non ci sono.
É quando l'alito di un bacio mi sfiora
ma l’alba é un fiore

che il vento sfoglia

e disperde nel nulla.

*

E’ una primavera silenziosa

E’ una primavera silenziosa

così sospirata e tanto attesa

giunta come all’improvviso

dopo un inverno lungo

più di una stagione,

un inverno non certo di rigore

ma di sorprese amare ed insospettate,

che ancora resta nelle case

quando coi gomiti sopra al davanzale

si guarda il sole fuori, nitido nel cielo

senza delle nubi il velo

e degli uccellini si insegue il coro

prima di scorgere più alto

un armonioso trillo l’acuto

d’un fischio o un gorgheggio

ascrivibile ad una specie.

 

Ma il tempo allegro è solo un flash

sulla lentezza d’una mestizia

che ora ha più solide radici.

Si sta come incartati

nei gesti e nelle parole,

i passi svelti e nel contempo lenti

per respirare una natura in fiore.

Un risveglio che sembra non ci appartiene.

 

*

La parabola

Chi è costui? Muta forse il corso delle acque?

Devia il sentiero dai suoi binari?

Ordina al mare d’innalzarsi

turbolento o di contrarsi

fino all’appiattimento?

 

Costretto al Pianeta ed alle sue brutture

e ignora l’universo spaziale... se lo ignora

è per il limite, ha in  sé una minima

porzione che  discende dal “divino”.

 

Costui è folle, dicono. Un pazzo visionario.

Ma non sarà forse un saggio lungimirante,

un eccelso cultore del libero pensiero?

 

Ascoltatemi,  nella taverna

stanno desinando in quattro o cinque

tra risate e schiamazzo generale.

In mezzo a loro c’è una toga.

Ad un tavolo un po’ distante,

qualcuno con un piatto di minestra.

 

Il pazzo visionario  (o forse

il saggio lungimirante )

attratto dal tavolo in penombra

si ferma. Se ne disconosce la ragione.

Quel che accade tra i due non reca noia

agli altri commensali nè li offende.

Il resto tutto da interpretare!

*

Input output

In bilico tra regole e trasgressioni
tra chi dice si e chi dice no.
Un tiro alla fune
sotto un cielo nero.
Respiro una terra vergine
ed un’aria vuota.


Il corpo stanco cede

abbagliato dallo schermo,

sotto lo sciame dei pensieri.
Un lieve brusio sembra un grido.
M'inceppo. Memoria piena.

Partenza da zero.

*

Se la notte fosse un drappo di velluto

Se la notte fosse un drappo di velluto,

senza uno spiraglio,  non distinguerei

quegli occhi che mi scrutano.

Un gatto nero in armonia con le mie ombre.

 

I sogni ora hanno un altro nome,

per sintomi son  simili ai desideri.

Vedo fumo denso e non arcobaleni.

Ma non dispero.

 

Ho provato a ripercorrere all’indietro

quel sentiero. Ho udito i passi di mia madre.

Correva nel mentre ripeteva del tutto incredula,

non posso camminare.

*

L’augurio della domenica delle Palme

Quanti ramoscelli nel becco d’una colomba

e quante palme spezzate a predicar la pace e la speranza!

Immagini non necessarie appena l’anno trascorso,

oggi che tutto ci è negato, le nostre parole

sono così scritte ed i nostri baci ed ogni abbraccio

tra le pagine d’un social.  E noi senza alternativa.

 

Ma col coraggio e la speranza del domani.

Promettendoci rametti d’ulivo ogni qualvolta

ci troveremo gli uni di fronte agli altri

vincendo la presunzione dei nostri pensieri

e la superbia dei nostri gesti.

*

Guerra nella guerra

E penso al turbamento dei singoli

alle abitudini d’una vita già grama,

di fallimenti ed ostacoli

e di patimenti, un dì dimenticati

anche se per breve, in piazza.

 

Chiodo su chiodo il peso

spinge il corpo nel baratro

chi più non si domanda quanto

male discenda dalla sorte

quanto dall’ira d’un dio

cieco o forse stanco,

o solamente distratto.

*

Siamo ora invisibili

Siamo spariti dallo spiazzo

tanto amato dalle folle che schiamazzano

siamo al confine. Il nostro volto la nostra identità.

Liberi da chimere e inganni.

 

Non avevamo tempo per l’aria

un correre febbrile un diniego ai nostri bisogni.

Non avevamo tempo per la terra

i nostri passi al tramonto una cadenza muta

dopo aver dato voce alle emozioni  

e mitigato silenzi con equità.

Non avevamo tempo per l’acqua

né per il fuoco. Elementi in noi dal nascere.

 

Siamo ora invisibili

come abbiamo sempre desiderato

senza suggelli ed etichette

scevri da invidie e congetture

siamo puri come siamo nati

perciò irraggiungibili.

Ed il cammino è nostro come il tempo

come il diritto alla noia e alla tristezza

e la paura è nostra come il coraggio 

e come la speranza d’una vita

diversa oltre i cancelli.

 

 

*

Viaggiare in cartolina

Muoversi senza spostarsi

fingere d’essere stati in cento città

attraversare antichi borghi

per viuzze e mercatini, segrete nicchie

e panorami. E visitare castelli e chiese

ma arginando ogni capriccio,

vivendo d'ogni scoperta lo stupore.

 

Saranno così anche le feste, per un tempo indefinito,

le palme non benedette, la colomba segregata in chiesa

e le nostre case senza un filo di polvere sui mobili

dall’aria sacra come luoghi solitari di preghiera.

Domanderemo cieli di speranza, rifugiati nell'oscurità

per sognare e cercando quiete nello scrigno della memoria

quando il  clamore dei pensieri ci restituirà una mente stordita.

*

Se non fosse un foglio

Se non fosse un foglio, un foglio bianco,

ancora per poco bianco, a narrarti di me

dell’insondabile, dello scoglio del suono

su questo silenzio di parole lontane

dal primitivo senso.

 

Se non fosse un foglio, non più bianco,

imbrattato di matita o d'inchiostro

o di  sangue o sudore

o del nulla che stilla da un’attesa incorporea...

 

Se non fosse un foglio sarebbe un campo arato

scuro, una fila di solchi uguali dopo il travaglio

del vomere tra le zolle. Un campo arato, fecondo

in ogni fenditura toccata dal cielo e da benevola sorte.

 

*

Nell’erba incolta ecco una calla

Si può andare uno per volta,

chi al meriggio chi prima del tramonto

per la via silenziosa e dritta che costeggia

la ferrovia. Di  metallo è pregna l’aria

che promette nebbia al calar del giorno.

E dell’odore dell’erba sul ciglio,

oltre le  selvatiche radure ed il pattume.

 

Ho udito un fischio all’improvviso

 quando al treno io non pensavo

nè al mondo che corre

ed al panorama in posa.

Rotto il silenzio, la trama dei pensieri,

qualche ricordo d’altre sortite a piedi,

 per attutire della vita il frastuono.

Ora  solo  pochi passi, quasi contati

e facendo attenzione a rimaner da solo.

 

Dopo esser rientrato potrai fare

anche tu lo stesso mio tragitto,

avremo così quasi l’impressione

 d’essere stati insieme a passeggiare,

mano nella mano e  senza proferir parola,

 com’è nostro ormai antico vezzo.

 

Però ti racconto perché l’ho amato

questo breve lasso fuori,  lungi da casa.

 

Camminavo a passo svelto, gli occhi bassi,

mi chino al suolo, e con  gran stupore,

nell’erba incolta  tra gli sterpi, ecco una calla.

In prossimità della via ferrata.

Sarà un segno? Tu cosa mi dici?

 

*

Non vedo nessun cane sotto il lampione spento

La strada non è che un segmento,

da una porta che si chiude

fin sulla soglia di casa.

E per il prato nessuna indicazione.

 

Hai visto mai un prato per le vie del borgo?

Eppure il verde è un mare che lievita da giorni

nella mente oppressa da un vago dolore.

 

Ed anche una capra legata e solitaria,

tu l'hai mai vista?

Nel silenzio è uguale un belato

al guaire d’un cane,

fermo nell’angolo più remoto

e poco illuminato.

 

Solo una voce che geme,

monotona ed invisibile.

Eppure non vedo nessun cane

sotto il lampione spento.

*

Una domenica bestiale

Milano è presto non ti svegliare

nonostante il cambio del fuso.

Canta sottovoce sulle note

di questa dolce canzone…

 

ma che domenica bestiale

la mia domenica senza te!

 

Sogno di mangiare un fiore

sfogliando le tue dita

mentre ti parlo d’amore.

 

Nostalgia o rimpianto

di cose perdute ( o mai avute ).

Parole sussurrate all’orecchio

in riva al mare o sul lago.

 

La vittoria d’un pigro pensiero

sul risveglio forzato,

nel senno di poi, si rivela un errore…

 

Amore,  ti ricordi Concato?

 

Sto pensando ad un giro in barca,

per questo sorrido…

magari domani, quando Milano

riprenderà a sognare.

 

 

Sulle note della canzone di Fabio Concato

Domenica bestiale – anno 1982 -

 

 

*

Un sabato qualunque

Oggi non voglio udire numeri

di passaggi e di mete ultime,

nessuna categoria o distinzione.

Sono nella mia casa, le pareti

dipinte di speranza e nuova vita.

 

Il mio amore ha occhi ed orecchie,

braccia immense ed una bocca

che parla di te solo e di te domanda.

Ma tu sorridimi: sarà di nuovo primavera quando

sarà risveglio da questa morte ora necessaria.

*

Ho incontrato Nino

Ho incontrato Nino su in paese

tutto affaccendato e pensieroso.

È mio amico, sebbene in modo vago…

chè a parlar d’Amicizia non si può qui,

aprendo una semplice parentesi.

Ma di lui so le cose salienti senza che

mai le abbia in giro domandate.

 

Ha tirato dritto, poco tempo aveva...

o si trattava invece di fretta immotivata?

L’ho incrociato qualche mattina dopo

per le vie d’un borgo non lontano,

a  pochi chilometri dal nostro.

 

Un sorriso largo sulla bocca

e mille domande a fior di labbra…

tanto che se gli avessi dato retta

il tempo sarebbe così trascorso

fino a quasi l'ora del tramonto.

 

Un elenco di cose avevo con me

ed i minuti contati e le mie tappe

già tutte con criterio disegnate.

L’ho salutato perciò con fare assai cortese,

come s’addice  alle buone maniere,

rinviando la grande chiacchierata

alla calma mortale,  su in paese.

*

Senza titolo

E sulla neve piove

stagione d’acqua pare

l’infante primavera.

 

S’infradiciano i muri

quelli già malandati.

Lo scrocchio delle ossa

ad ogni passo

racconta travagli

e vecchi patimenti.

 

Sul fiume,  leggere vanno

le barchette di carta

di altre primavere.

*

La solitudine della margherita

Quel che vedo è un cerchio e tutti dentro

quelli che fingono di ridere e di piangere

che si baciano e si salutano con calore

che applaudono le loro nefandezze.

 

Sollevandomi sul gambo ho provato

a guardare oltre il cancello il cielo,

così sereno ed irraggiungibile.

Uno stuolo di fedeli dalla terra

ripeteva m’ama non m’ama…

 

in una margherita tutto si conta,

anche i petali

e al pari, di me,  c’è chi si gloria 

di conoscere i pensieri

i desideri i gesti.

*

Il cielo è grigio e nevica

Il cielo è  grigio e nevica,

la musica al pc e navigo.

Lavoro, pausa. Rifletto, evado...

il gioco non rilassa ma impiega

della mente energia,

inutile espediente.

Il pensiero ha altre vie.

 

Non è inverno e non è primavera

è un tempo morto di ricordi

persone sepolte amori finiti

scrigni: un tesoro di perle ed appunti.

Conchiglie rinvenute nella sabbia

in stagioni diverse di sole all’aperto.

 

E' un tempo morto che corre

un martedì che pare domenica

e domani non è lunedì.

*

E’ profumo di te

E' profumo di te
in una lacrima
che solca le ciglia
e gela carezze sul viso,
di un amore finito
in un tunnel
freddo ed oscuro
nel silenzio di attese
lontane.

 
E' profumo di te
nei miei occhi
che incontrano i tuoi
pensosi mentre
la pelle mi sfiori
senza toccarmi.


E' profumo di te
che non osi baciarmi
ma respiri il mio viso
spaccandomi il cuore.
Sta tremando il mio corpo
sotto stelle sparute.


Sono un fiore reciso
sul tuo ventre chinato.
Ed è profumo di te
dentro il palmo dischiuso.

 

Pubblicato su  "Scrivere" il 03/05/2014

 

*

Ed io che non sono poeta

I poeti parlano di guerre e carestie

di drammi sociali e disastri ambientali.

Li pensate in un’arca

in attesa che il diluvio si plachi.

Li pensate su di un’isola 

a sognare, dondolandosi sull’amaca.

Li pensate sulle nuvole tranquilli,

come al bar a giocare a carte.

I poeti parlano di droga e di Alzheimer

di eutanasia ed oblio e di follia e di fame,

sono tra noi talvolta piangono

consolando talvolta cercano conforto.

Ed io che non sono poeta

leggo i poeti che raccontano l’amore.

*

E quando avremo cambiato abitudini

E quando avremo cambiato abitudini

ridefinito il concetto di libertà

imparato che l’amore sta nella rinuncia

e nel sacrificio, comprenderemo anche

perché i figli ora sorvegliano i genitori

da lontano e perché i genitori

sono sempre in apprensione per i figli .

 

Quando i giornali parleranno di cose diverse

e vedremo i  numeri azzerarsi

e torneremo a morire di vecchiaia

o d’altro morbo

avremo vinto questa guerra.

 

Ricorderemo il contagio e la cattività.

Le strade vuote e i negozi chiusi

le chiese deserte e gli alberi spogli,

anche se fioriti. E ad ogni abbraccio

e ad ogni bacio ritornerà la voce

dell’astinenza e i tanti sguardi appesi

al silenzio e a un granello di speranza.

 

 

*

I navigli

Sotto il tuo sguardo

scorrevano botteghe ed osterie,

mentre passeggiavi per il canale,

la sigaretta tra le labbra.

Finchè non scomparivi  nello spazio ristretto

del tuo "disordine necessario".

 

Oggi forse diresti “non l’amo più Milano”,

come allora,  al tuo ritorno alla città,

quella "grassa signora piena di inutili orpelli".

I tuoi navigli oggi sono pieni di gente,

di gente che corre e cammina,

mentre il contagio stermina vite.

 

 

Non l’amo più Milano. È diventata una belva che non è più la nostra città. Adesso è una grassa signora piena di inutili orpelli.

- Alda Merini -

 

 

 

 

*

Amore, noi eravamo abituati alle distanze

Amore, noi eravamo abituati alle distanze,

su di esse abbiamo edificato i nostri sogni

costruito speranze ed immaginato ponti.

 

Ma ora sappiamo che un bacio

costa un prezzo troppo alto

così come un abbraccio

e non troviamo le parole giuste.

 

Ci raccontiamo silenzi profondi

evitando il calore d’ogni gesto

e dirottiamo il pensiero altrove, 

come a disegnare per noi  il futuro.

*

Il tempo forse ha lavorato di notte

Il tempo forse ha lavorato di notte

tra ombre ed assenze e all'alba

ha appeso al muro un nuovo dipinto.

 

Un diverso sentire ora punge

come fossimo solo un groviglio di spine

e chiude groppi alla gola.

 

E' un gareggiare del corpo con la mente,

inquieto, fino all’ultimo fiato.

Intorno, un sepolcrale silenzio.

 

*

Lo scorrere lento dei minuti

Lo scorrere lento dei minuti,

quando la stanchezza giunge

e gli occhi non vedono che un giaciglio

e le parole muoiono

prima della soglia delle labbra,

è indicibile tormento

un cadere senza preavviso

in un tunnel senza pareti.

E spesso i due estremi s’assomigliano.

*

Un orizzonte troppo lontano

Non v’era sentore in autunno

del dilagare del nuovo male

un mare di foglie sussurrava

nel vento che nasceva piano

all’alba per lievitare fino a sera.

 

Nostalgia di quelle ore turbolente

e delle nuvole in cielo come carovane.

Quando il pensiero falliva l’intento

mi traghettavano al tuo mesto sentire.

 

Ora il sole cancella le nebbie e s’impone

al giorno che avanza. Sfiora le case

bacia l’asfalto. Fuori…  E noi,  dentro

a sospirare come avessimo dinanzi

soltanto un orizzonte troppo lontano.

*

Dovrà bastarci un raggio tra le tende

Dovrà bastarci un raggio tra le tende,

mentre il vento danza

e solleva la polvere nel viale.

E l’aria... al riparo delle case.

 

Vorremmo correre lungo il ciglio

della strada ed inebriarci dell’odore

dell’erba tagliata e di acerbe

corolle dentro un mare verde...

 

ma dovrà bastarci chiudere gli occhi

per un po’  e volare, dimenticando

il male  che serpeggia per le vie.

 

Siamo soli, così distanti, ma uniti

in un oscuro silenzio che pesa

eppur insegue promesse buone

e nuovo bene.

 

 

*

Tra pochi giorni sarà Primavera

Un chiacchiericcio sommesso giunge dalla strada

chiuse le serrande dei negozi chiusa la chiesa

deserta la panchina nella piazza.

 

Un coro d’uccelletti empie l’aria e risuona

il richiamo delle allodole come a celare

il tedioso tubare delle tortore.

 

Il vento è lieve, una carezza appena

sulla terra ancora  nera ed arsa.

Tra pochi giorni sarà Primavera.

*

State a casa

Rovistate nei cassetti se volete

o ponete ordine, leggete versi

o il  vostro autore preferito

sulle note di un “adagio” o di un “silenzio”.

Raccontate favole ai più piccoli

chè loro sentono la pena dei grandi

ed interrogate le mamme silenziose

e preoccupate per i figli fuori,

le mamme che sanno di altre guerre

ed ora ascoltano, tacendo il loro affanno.

 

Sorridete chè il sorriso vale cento abbracci

e per i baci c’è tutto il tempo ancora.

Vi bacerete sulla soglia e per le strade

per ogni occasione e ad ogni incontro.

Ma ora state a casa, e state quieti

come ad aspettare un premio,

chè la vita vale non uno

ma cento, mille sacrifici.

*

Paura

Cammini per strada,

un giorno normale

di vento chetato

di aria che odora

di cespi fioriti

e di pane sfornato.

 

Cammini da solo,

silente serpeggia un timore

come se all’improvviso

tutto potesse cambiare.

 

E’ un tumulto che cresce

e viaggia sospeso

tra angoscia e speranza

ad un arcano silenzio.

 

E’ un solo pensiero

che invade la mente

cercando più lievi risposte

ad un fatto che pesa.

 

 

*

Se m’interroghi, ti spiego

Tu mi parli di spine

di rovi, di cespi d’ortica.

Sono la rosa deliziosa

ed intensa dal profumo

inebriante ma ho aculei

disseminati sul gambo.

E non per ornamento…

 

Se m’interroghi,  ti spiego.

E ti narro di pro e di contro

di disattenzioni di mani

di sguardi di voci.

Ma dell’altrui spine,

mi spiace,

io non ho competenza.

*

Donna

Se potessi nascere di nuovo
sarei ancora donna
più di quanto io sono.
Ti lascerei la rabbia
la superbia
la maledetta tua ostinazione.
Ti lascerei godere dei tuoi vizi.
Ti lascerei alla tua disperazione.
A me basta dei modi la grazia
la dolcezza innata
e quel candore
con cui disarmo le tue ostilità.
Non chiamarmi con un altro nome.
Cinque lettere dell’alfabeto
mi definiscono alla perfezione.



Nel giorno della Festa della Donna propongo questo testo pensato e scritto con una certa ironia.

Pubblicato sul sito Scrivere in data 08/03/2012

Nel 2019 sempre su Scrivere un altro autore ha pubblicato un testo sulle donne,  ma impostato diversamente, dal titolo "Cinque lettere dal gran significato",  che richiama, ma solo nel titolo, riassumendola, la mia poesia.

 

 


*

Una casa non ho

E c’era un albero
e tra i rami un nido
ed in quel nido
talvolta un tal frastuono
che io scordavo del pensier l'affanno.


E c'era un bel giardino intorno,
oltre la soglia del vento tra le tende,
il glicine i ranuncoli al cancello

e il gelsomino e il suono d'una voce

che giungeva anche se di rado
a redimere da parole scivolate,
discordi da un sentire assai gentile.


E c'era una mano sulla sfera,

la lampada famosa d'Aladino,

artefice d'uno spirito che era afflato

ed era gioia ed era vita e spinta

nel proseguir il cammino periglioso

ed irto verso l'agognata meta.


Non corpo non ombra ma presenza,

nel nulla il tutto ed un connubio di mutua appartenenza…

E c'era un nome,  una favola moderna,

che m'accompagna ora nei prati dell'infanzia

tra viole e margherite ed aquiloni

che sfidano gli angeli ed i gabbiani.

 

Un nome che era solo mio

e non toccava l'altrui terra

né solcava mari e cieli.

Era il tuo nome… che era anche il mio.


 

  

 

*

Senza titolo

Ti scrivono dal fronte parlandoti di un’altra guerra

ma il tuo conflitto è diverso.

T'accompagni con le ombre

mentre sogni solo di vivere.

Non c’è alba né tramonto

nel tempo che t'attraversa

ma una mano che d'improvviso 

strappa i colori all’orizzonte.

*

Sono tra le cose che sfuggono

Sono tra le cose che sfuggono

non lancio richiami non ho appelli

da fare non nutro illusioni.

So che a me la montagna non viene

ma io non andrò alla montagna.

 

Non cerco parole,  le uniche

salvate nell’arca sono quelle d’amore,

appartengono al sogno e alla luce.

 

Oltre la soglia ho solo silenzi.

Onde che s’innalzano

ed avvolgono e che si ritraggono,

onde che s’assestano

e svelano nuda la riva.

 

 

*

Tra il dire e il fare

Sempre è così

nell’ignoranza d’un limite.

Si rompono gli argini e si straripa…

altro ingombro dinanzi a sommarsi

al peso d’un’ordinaria fatica.

Regole che appartengono

ad un sempre trascurato

ora minano l’equilibrio

in chi è più fragile.

 

Tangibile

una libertà assottigliata

sottomessa

ad una realtà  mutata.

Tra il dire e il fare occorre

restare coi piedi ben saldi

distinguendo il superfluo

dall’essenziale né  deviare

per sentieri che celano

altri pericoli oscuri.

*

Pensando all’isola felice

I numeri sono fermi anche la mente

di chi si ostina a camminar bendato.

Se impervio è il cammino si prosegue

solo se all’orizzonte nitido rimane

il profilo di quell’isola felice dove

tutti ristoro hanno trovato.

 

Ma ahimè questo riparo ora

è una bolgia tra percorsi contorti

ed in uno stallo che perdura.

Col voler fare di tutta l’erba un fascio,

 l’odor di fradiciume ora si è sparso

e persiste nell’aria così a lungo…

 

Li vedo spesso in sogno i mendicanti

di briciole e di parole false, di applausi

e di lodi e di sorrisi al buio che

la luce svela in un digrignar di denti.

 

Chi è stato un umile viandante per vie

predestinate al sogno,  amante

d’un pensiero mai contaminato,

si duole di tutto il tempo speso

e approda sconsolato? (ma non credo…)

tra il genere umano, quello incompreso.

 

*

E’ bello amarti

E mentre compi mille acrobazie

e passi da un argomento all’altro

la mano sull’orecchio

l’indice destro in un nervoso gesto

a scansare il colletto della polo

e lo sguardo fuori, ad un uccello in volo…

 

(quel passaggio ci distoglie dalla noia

o dal coraggio che manca a certe nostre azioni).

 

Sorridi ed il contagio è presto giunto

alle mie labbra ora appena schiuse.

E mi commuovi dicendomi d’un tratto

è bello amarti. Sei un raggio che dritto

mi trafigge ed ad abbassar la palpebra costringe

celando la tiepida discesa d’una lacrima.

*

E’ breve il tempo mio stasera

Potrei ora sbalordire la platea

e con termini d’effetto

dire del mio giorno cruento

del giogo del sonno come morte

del dubbio del risveglio

e di questo mio stato lasso

raccontare cose esorbitanti.

 

Ma il tempo mio stasera è troppo breve

quanto una sosta sopra una panchina

o un cenno di saluto con la mano

quanto un sorso per chetar l’arsura

o il pensiero d’un bacio dato all’aria.

Sì breve è il tempo mio che il sogno

avvertito si tiene già lontano e le membra vinte

cadono e stordite, sopra un giaciglio,

in questa notte buia.

*

Si muta ad ogni soffio

Corto il respiro, affanno d’innumerevoli passi.

Non si tiene il conto di scalfitture

nè di sillabe e singhiozzi sulla rima delle labbra,

sola necessità il silenzio tra alternanze di luci

ed ombre mentre i pensieri nati liberi

sono stuprati al primo approdo.

 

Ogni speranza è vana, passa per troppi filtri.

Diversità perseguite ora sepolte in un mare

troppo monotono ed uguale.

Si nasce ad ogni alba mutilati nel desiderio

con arti consapevoli di moti e gesti,

la mente spesso avulsa, protesa in altri lidi.

 

Si muta ad ogni soffio. Fragilità di vetro.

Nessuna appartenenza a quell’afflato,

sul filo teso nel vuoto

in lotta perenne d’equilibrio.

*

Sotto un vestito di carta

Vorrei accendere speranze come stelle

ed avere chiaro in mente piano viaggio meta.

I sognatori hanno mani vuote

e a volte ali di cera. Hanno parole

che restano incomprese

e croci a rievocar battaglie.

 

Vorrei amarti sfiorando

i tuoi palmi distesi,

con gli occhi nel tuo viso

la bocca sulla pelle,

fremente sulle tue ginocchia.

 

Vorrei essere leggera come brezza

e cingerti nel ritmo d’una danza…

Ma non sono che una ballerina di neve

sotto un vestito di carta.

 

*

Non ho udito che il vento

Oggi non ho udito che il vento

la sua voce il fischio

il borbottio il lamento...

ed ora che è sera

un petalo arso

s’infradicia al suolo

con l’acqua che il cielo rovescia,

d’improvviso

veemente.

*

Uno strano inquilino?

Non è per il bassorilievo sul portone

che sostano e scrutano l’androne.

 

L’occhio ha il suo limite specie

se vestito d’opaco, dell’anima

non ha alcun riflesso.

 

Non per le stanze sontuose

avanzano, per le preziose nicchie

i drappi alle finestre

e le parole che suonano

come un carillon.

 

Ma per quell’inquilino

che libero s’aggira

e tanto più caparbio

quando più è additato

pel suo comportamento.

 

E’ per il pensiero di quell’inquilino

che non teme mai l’altrui giudizio.

 

*

Un ramo sul mio cammino, già fiorito

(Riflessioni di febbraio)

 

Un ramo sul mio cammino, già fiorito

che era febbraio appena cominciato,

aderente a quel senso unico di sbieco

m’indica ogni dì la meta:

 

il quotidiano mio sostentamento

ed insieme pena non poco lieve

per non riuscire bene come una volta

giovinetta, la voce sempre incline al canto.

 

Ma ora la vita evolve ed il tempo scorre

pur tra dolori fisici (usure?) che l’anima

spesso sotterrano sospinta

nello strapiombo dal suo elevato cielo.

 

Come non avesse abbastanza affanno

tra diatribe varie e scorni costretta

ad accomodamenti di vedute

in tante diversità incomprese.

 

L’inverno al mio paese poco s'è fermato

E’ stato di passaggio cinque sei giorni?

Ed il sole di febbraio è già un inganno...

tra pochi giorni poi saremo a marzo

assai noto per far danno e capricci.

 

Spero però d'avere ascolto

chiamando in causa il suo buon senso.

È scapestrato e birichino, ma un ragazzo

e nel veder la terra già traviata

da mali nuovi e così oscuri, avrà clemenza.

*

E poi è come dopo una burrasca

Ed è come essere attraversata

da venti opposti.

Come la terra gemi ad ogni passo,

ancora, quando tutto

sembra essersi acquietato.

 

E poi è come dopo una burrasca

raccogli cocci di te li assembli,

ti levi in piedi e cammini a fatica

tra rantoli e respiri affannosi.

La luce tutto ciò che domandi.

*

Se fossi tu la via?

Se fossi tu la via?
Ed io le orme distratte
sulla sabbia
il capriccio dell’onda
la brezza sul collo
il pensiero fisso
lo specchio distorto
la fuga?

Se fossi tu la via?
Ed io un appunto
conficcato al chiodo
un fiore reciso
un nido vuoto
un mendicante
di parole
un sogno infranto?

 

 

Pubblicata su "Scrivere" il 07-09-2012

*

Un demone in me

Darei sfogo solo all’ira,

permarrebbe l’incomprensione.

V’è un percorso ciclico

per gli uomini e per le cose.

E sfociare nella monotonia è inevitabile.

Non mi duplico non mi ripeto non domando.

M’aspetto lumi nella notte più oscura

ma se anche tardassero o io attendessi invano,

rimarrei al buio nella mia fede atavica.

 

Mi racconto proprio quando sono restia

ad incontri-scontri. C’è un demone in me

perspicace ed attento che mi salva

dalle “buone intenzioni” del genere umano.

Il resto è niente: tentativi falliti

desideri incompiuti ed una verità travisata.

Mi amo per l’ostinata coerenza.

 

*

Prestami gli occhi

Prestami gli occhi

che i miei guardano il suolo

arido freddo grossolano

e la sottile crepa e l’abisso

(immaginato) oltre la falla.

Scendono nel cuore della terra

dove tanti han trovato già la pace.

 

Prestami gli occhi

che i miei sono muti e se puntano

al cielo pensano agli aquiloni perduti

ai palloncini sgonfi caduti da una nube

alle ali di cera ai voli dirottati.

 

Prestami gli occhi

sto per salire, ora che la strada è vuota,

fin sulla vetta, sul ramo,

nella zittita  chioma,

per quella  porzione di stelle

che appartiene solo alla mia notte.

 

 

 

*

Cinque pensieri tristi e un breve canto d’amore

Trilla l’aria alle prime luci.

Fa opaco il vetro il fiato.

Giacigli scomposti deserti,

memorie di solitudini.

 

Acerbo pensarti:

tu già ai tuoi affanni

io nell’ennesima battaglia

che non ti racconterò, dopo.

 

Il sole sul capo,

sul tuo sentiero piove?

Non dirmi… mi parli

attraverso le ossa,

scricchiolante

ad ogni mio movimento.

Avanzi. Mi ascolto.

 

Questo bacio al tramonto

è giunto così inaspettato.

Forse il premio per la pazienza?

Forse al coraggio per tessere

un ordito di attese,

sfogliando pagine

spesso al contrario?

 

La luna ha già invaso il cielo.

È immensa. Ci osserva:

noi piccoli, in egual modo.

Non fa differenza il peso.

 

 

E poi,  quando tocco i tuoi pensieri

m’accorgo di nicchie inesplorate

e di sentieri impercorribili.

Nascondo gli occhi tra le anse.

Come appari mutevole ad ogni postura…

il mio stato è limbico.

Quando muovi le labbra odo

come il silenzio di te parla

e m’accorgo di necessità cadute

e del tempo sprecato in aridità.

E poi, quando allarghi le braccia

sento come si popola il vuoto

ed io cado ai margini ebbra

dell’odore dell’aria che tu respiri.

Quando guardo il tuo viso

ogni linea è una via

già attraversata, m’appartiene.

Leggo ogni fioritura, ogni autunno.

Sei la terra da cui amo guardare

ogni notte il mio cielo!

*

A mia madre

Quanti passi tutt'insieme ho udito di te.

I tuoi. I tuoi e un tripode. I tuoi e il sibilo

d’un girello sul pavimento.

E i tonfi e le cadenze strane d’un corpo

magro che fa peso e che vacilla.

 

Ma la leggerezza del tuo piede

e il ritmo come di danza, improvviso,

ecco la sorpresa! Nel dormiveglia

d’una stanza schiudo una conchiglia

vecchia d’anni e la perla è intatta!

*

Vorrei alzare gli occhi al cielo

Vorrei alzare gli occhi al cielo

e ringraziare Iddio per questo giorno

giunto alla fine. E raccontare alla luna

d’altri tormenti e d’altre pene,

d’un desiderio che lievita a dismisura

d’un amore che chiede strade nuove.

 

Ma il tempo a volte è un treno

che corre portandosi via il panorama.

Me ne sto penzoloni gli occhi bassi

stanca di parole e di silenzi, amara...

solo sperando nella clemenza della notte.

*

In amor chi più ama più s’affanna

In amor chi più ama più s'affanna

l'altro di compiacer per cui se l'altro

disdegna le effusioni e s’allontana

senza una vera ragione vuol dir

che non ama in egual misura o forse

avverte d’avere come un cappio al collo.


Ma chi ama soffre e fa mille esperimenti
e quando non lacrima s'arma di pazienza.
Modifica persino il suo comportamento

e s'adegua al modo d’ essere dell'altro.


Chi più ama si sa che infine cede

e non s’accorge che nel cuor tutto è mutato.

Il tempo però che passa e non tanto il fato
a zoppicanti storie pone fine.
E il fuoco non più alimentato

carbone tra la cenere è domato.

 

 

*

Un mare piatto

Sono cadute vite

e sogni e speranze

su di un mare piatto

troppo simile alla terra.

C’è puzza di marcio

in ogni zolla e in ogni rivolo.

Venti antichi cori atoni

occhi che non vedono.

 

Nell’aria polvere.

Burrasche che spingono le folle.

Amici sulla carta,

ora stanno in quarantena

muti nascosti dietro l’angolo

o una siepe

prossimi a migrare

persi in congetture

e spesso in letargo

(apparente)

seminando zizzania.

 

 

 

*

Ti penso assai lontano

Un fischio ed un garbato trillo

fuori stamani

io tra le pareti e i miei pensieri,

 un po’ stonati.

 

Sulla sinistra nei pressi d’una casa

un ramo nudo mi desta dal fermento

e mi sgomenta. Non vedo la ridente fioritura

solo quel ramo dal vento devastato.

 

Ti penso assai lontano e mi rattristo

ma tra l’orecchio e il collo

muove un bisbiglio.

Non odo che una sillaba straziata.

E poi,  il tepore del tuo fiato.

*

Poi torneremo dentro il sogno

E ci lasciamo scivolare

tra le vesti leggere della notte

sedendo sui gradini del silenzio.

Tace anche l’allocco appollaiato tra i rami,

poco più in alto i nostri sogni hanno fatto il nido.

 

Riposeranno le ali prima d’aprirsi al cielo

ad inseguire un luccichio di stelle.

E sarà brina al mattino sopra il prato

dove il passo sosterà interrogando il giorno.

Sarà clemente il tempo e prodigo di speme.

 

Ci abbandoniamo lievi nella nenia

chiusi nei nostri corpi,

noi soavi come piume,

in un turbine o in altalena,

innestando braccia come rami.

 

E un bacio ci parrà vero

caduto tra le dune

rotolando fino alla soglia del mattino.

Poi torneremo dentro il sogno

nell’oscura cripta della notte.

*

I poeti incompresi

Quelli che raccontano l'Infinito

quasi Leopardi abbia gettato solo le basi
quelli che non si limitano a sognare
ma urlano alla luna e se ne stanno

col naso in aria a contar le stelle.

 

I poeti che indossano Montale
ad ogni affanno. E ad ogni feritoia
incontrano  il male di vivere
camminando  piano,

sulla groppa il peso dell'universo.


E i poeti taciturni persi

nei pensieri e nei loro amori
che scrivono un poema in tre parole
trafitti da un raggio che è già sera.


I poeti amanti delle contraddizioni

e i poeti maledetti tre volte

e quelli che scrivono normale

e  di tanto in tanto nei vocabolari

rinvengono termini antichi,

poco usati taluni, altri poetici.


I poeti che scrivono bla bla

drin drin tri tri o fru fru fru

e forse si vogliono solo divertire

in questo tempo in cui tutto è stato detto.

 

I poeti di cantilene e filastrocche

e delle odi per ogni cosa inanimata o astratta

ma che non sono felici come Neruda

 "fino all'ultimo profondo angolino nel cuore”…

 

sono forse i poeti incompresi?

*

Senza più tarli

Ho un legno nuovo e senza tarli.

Ascolta … ora il silenzio è vero

ed è assoluto. E non ha peso

come l’aria – un vuoto -

senza uccelli, senza lo sciabordio

del rio e lo stormire delle foglie

e con  la solitudine che non fa più paura.

 

Su bianche pareti dipingerò le stelle

per me per te per chi vorrà capire

ma sarà amore e sarà vita.

Sarà solo pensiero?

Un legno senza tarli non ha voce.

Un legno senza tarli

è un legno vuoto o pieno?

*

Colmo il vuoto col coro dei pensieri

E’ facile smarrirsi nel dubbio

nei limiti nel vizio e quasi in bilico

tra l’essere e il non essere.

 

Non conto mai le assenze,

il tempo è oro… ma colmo il vuoto

col coro dei pensieri.

 

Si prestano il verbo e gli occhi

a chi è di fronte perché varchi la soglia

dell’anima. Nessuna chiave.

 

Solo i fantasmi hanno piedi scalzi,

sono senz’anima

perché non hanno occhi.

 

 

*

Canto d’amore per te

Ho sempre scritto per te

per quello che non hai mai detto

per come mi guardi

per i tuoi gesti sempre troppo cauti

per i tuoi baci così casti

e l’ardore dei tuoi silenzi.

 

Ho sempre scritto per te

che sai ascoltare le parole

che non hanno suono

e gli acuti sopra ogni coro

per te che m’accompagni ad ogni istante

e sei ombra e respiro

per te che t’innesti nei miei pensieri

e mi sei veglia e sonno.

 

Scrivo per te che d’ogni mia sillaba

conosci il senso,

per i tuoi occhi e la tua bocca,

per le tue mani così lievi.

 

Scrivo per te che mi ami

e mi dai le ali

e m’inventi in mille forme

ed accendi i miei tramonti,

 

per te amor mio che sarai sempre

quel che ora sei e sei stato

per tutto il tempo che non ti ho avuto.

*

Il primo bacio

Il primo bacio

forse sarà l’ultimo.

L’ultimo il primo,

per noi che viviamo

aspettando

ancora di nascere.

*

Passi al ritmo d’un lento ruminare

Arriverà forse un giorno nuovo

di vie diverse di passi attenti

che muovono al ritmo

d’un lento ruminare.

 

Ancora siepi a baluardo

delle nostre case

e ignote mete d’un passato

che torna ad eco

nel vizio dei pensieri

che sfidano il filo spinato.

 

Ma i desideri... sediamoli

per un attimo ancora,

prima che prendano il sopravvento,

mentre cresce la marea.

 

*

Riscrivendo scenografie

 

E le parole chiedono parole

come gli applausi altri applausi.

 Abbandoniamo il panorama

 riscrivendo scenografie,

 gli occhi distrattamente

 narrano di similitudini.

 

Appagamento relativo.

Nascono indovini e fattucchiere

 e tutti han percorso le stesse vie.

Chi può dire quanto ingannevole

 sia la verità e quanto la bugia…

 

 

*

Un dì

Un dì pregavo ad ogni affanno o pena

ed un sorriso a sera come un lampo

breve tagliava ogni traguardo.

Or se la bocca soccombe alla parola

quel farfugliare è un blasfemo.

 

Così taccio e sopporto un peso

che ad un esile corpo non s’addice.

La fine del giorno è la mia resa

con la lusinga d’una magra quiete

Eppur la notte  è un fermento…

 

quanto rumore fanno i pensieri

mentre il corpo è già vinto!

*

Frammento

Tornerò a te nel turbine del vento
e nel rigurgito dell’onda,
giungerò a te per ogni angolo
su sentieri di polvere e fiori e foglie.

 

 Nelle ore colme di malinconia

ti vedrò riempire anfore di sogni

 - i nostri sogni taciti e lievi –

 

E sarò una stella sopra i tuoi silenzi

un frammento di luce nel buio della notte.

 

 

*

Non ho mai smesso di volare

Posso tornare a questa terra

piangere stagioni inclementi

e tasselli mancanti

e trame fitte e nodi stretti,

aprire l’otre di speranze nuove

su vie deserte.

 

Ho caviglie come ali.

M’addestro al passo del pensiero.

 

Posso toccare il cielo

ed incontrarti in un bacio,

uno di quei baci che schioccano

come becchi nei nidi tra le fronde

e vanno tra le nuvole,

bolle che mutano forma

colorando la luce.

 

Sfumando l’orizzonte...

non ho mai smesso di volare.

 

*

Mi cresco un male che a dirlo sembra lieve...

Mi cresco un male che a dirlo sembra lieve

e mi annovera tra i folli o gl'infelici.
Tale é il tormento che non trovo quiete…
tra ipotesi pensieri e fantasie.

Se é dono quell'attimo di un vagito
e tale convinzione prende forza
nella breve stagione spensierata,

ogni conquista poi é dura lotta
e ad ogni trionfo piccolo o importante

del dono non v’è memoria ma coscienza

di quel vago peregrinar per triste meta.

*

Vedo che mi stai guardando

Vedo che stai guardando sotto le lenti
quel baffo un po’ marcato sopra il labbro...
Lo sguardo sempre fisso, poi ti domandi
dove é finito quel dente sì macchiato,
memoria di una caduta dal castello.

Sai, quel baffo io ce l'ho lasciato
per non toglierti il divertimento
E con gli occhi a sorridere ho imparato…
che tutti mi dicono: son cosi belli!

Tu invece da acuto osservatore
avrai notato sul pallido mio viso
quella rughetta che, se rido, si allarga

intorno alla palpebra inferiore.

 

 

 

 

La parola “castello” nel quinto verso è riferita a “letto a castello”

*

Il tempo perduto

E' un ghigno sulla bocca, non ha  voce

l’emozione approdata all’amarezza.

 

Vanno visi di cui non ricordi gli occhi

e mani di cui si son persi i gesti.

 

E l’attimo regge tutto il peso

di nostalgie e rimpianti.

 

Bisogna fermarsi per capire

che correre è un affanno inutile.

 

E l’inquietudine è solo nell’animo

di chi si preoccupa del panorama.

 

Ora tutto è mutato,

anche le scene.

 

La memoria è un’onda che ritraendosi

restituisce la riva intatta.

 

 

 

*

Scrivo di cose futili

Scrivo di cose futili

di ignoranza conclamata

di verità negate e cori di maschere.

 

Scrivo di angeli senz’ali e di santi,

di regni di sabbia e tempo speso male.

 

Scrivo per uscire da questa fossa

dove sono rimasta a lungo

senza cibo e senz’aria.

*

Senza titolo

Chiuso è il castello,

le chiavi in fondo al pozzo

ma le finestre han le imposte rotte

e i muri crepe e falle

e dal soffitto piove acqua e vento.

 

Il ponte levatoio, ormai abbassato,

l’accesso ora consente in egual modo

ad agnelli e lupi. Tu guardi...

e non distingui alle pareti

gli obbrobri dagli affreschi.

*

E’ un macigno ora che spingiamo

È un macigno ora che spingiamo

con l’aiuto di mani e piedi.

Vinceremo questo tempo morto

e il male dentro, necessario.

 

È un macigno che non ci legheranno

alla caviglia. Tornerà alla memoria

come un’ombra, in una forma

indistinta, spinosa agli angoli.

 

Il senso c’era e il sogno era

nella forza del pensiero.

Finchè dall’orlo non scivolò una goccia

di cui s’è persa traccia tra le crepe.

*

E’ fuggito via il giardiniere

E’ fuggito via il giardiniere forse per mare
o forse in volo portando via le primule e le rose
lasciando tra le viole un non ti scordar di me.

E’ in viaggio e non risponde al cellulare
le chiavi del cancello dentro un vaso
o sotto un prato o forse sono in casa
tra le lattine e i chicchi di caffè.

 

Ha portato via il sole ed il temporale
e l’arcobaleno con tutti i suoi colori
a passi celeri è fuggito ed in silenzio
coi progetti i sogni e le sue mani,
un dì operose forse ora tremanti
nella nebbia fitta e nella notte buia
chiudendo dentro il vuoto solo il nulla.

 

Tutto tace e tutto pare fermo.
Passa un guardiano ora di tanto in tanto
e osserva intorno quella strana quiete.
Vagano in terra anime già spente
talune smarrite e senza più una meta.
Lui passa, osserva e scuote solo il capo.

 

 

Pubblicata su "Scrivere" il 10/12/2019

*

Ha il tuo nome la vita

Spesso i miei passi seguono il vento

e le foglie, nel loro ignaro peregrinare.

Invocare il tuo nome mi resuscita

dal rosso e dal giallo

scrollato addosso alla terra.

E divengo Luce.

*

Non volevamo la luna

Le parole hanno perduto ogni senso

per troppo tempo inascoltate,

pendono mature nel vuoto cadono

come foglie ormai secche dai rami.

 

Siamo rimasti troppo a lungo ad aspettare

sognando un mondo che non esiste

ormai da tempo. Non volevamo la luna

ma camminare allegri fischiettando

 

le mani in tasca e i nostri sogni nel paltò.

Non volevamo la luna, sta bene lassù,

in cielo, così come un lampione

sul ciglio della strada e un faro sulla torre.

*

Non aggiungete un posto a tavola

C’è troppo ordine nei vostri posti

le vostre regole sono una trappola.

Camminate a passi lenti e studiate

ogni parola, nessuna inflessione nella voce

 

e le vostre risate non risuonano fragorose,

lo sguardo basso sui piatti.

La vostra mensa è piena

ed io non più fame da tempo

né voglia di ascoltare menzogne.

 

Fuori l’onda flagella la riva.

Com’è vicino al mio dolore

lo sciabordio del mare!

*

Di chi è quel passo silenzioso?

Di chi è quel passo silenzioso

di chi la mano?

Quando han deposto un bacio sulla fronte

quando hanno colto le primule nel prato?

 

Odo una voce che non conosco

e sento il fiato di un’ombra dietro al collo.

Ho un nome addosso che non m’abbandona

come un vestito e a volte come un velo.

*

Ci vuole un albero

Tra i rami il cielo è uno specchio

e le stelle si possono toccare.

E i nidi tra le fronde

han pigolii sommessi.

E acuti,  fischi e chiurli.

Tra i rami volano piume,

stridono becchi e s’agitano ali,

in un fruscio lieve.

 

E’ così che sono le case quando son vive...

amore,  non sogni anche tu  una casa così

dove la fame è saziata con poco,

una casa che non pesa, sospesa,

come gli aquiloni tenuti da un filo,

mentre i bambini corrono, corrono

dissennati, nel verde?

*

Quelle cose d’importanza marginale

Vi sono cose d’importanza marginale

che se perdute ci lasciano un gran vuoto

come fossimo d’un tratto d’aria privi

o delle vesti ci trovassimo sguarniti.

 

E  ciò accade a maggior ragione

se quel ch’è stato giudicato secondario

spronati ci ha nel quotidiano vivere

e d’ausilio ci è stato per "le altre cose"

che, sempre a parer nostro, rappresentano

 il vero fulcro della vita.

 

Noi con le pause il relax e il diversivo

abbiam vissuto senza avvertire il peso

di qualche azione che, fino alla meta,

s’è rivelata, strada facendo, dura impresa.

E  senza neppure quella noia

in cui incappiamo inevitabilmente

nelle attività che sono di routine.

 

*

Come intorno ci fosse solo il vuoto

Chiodi seminati sul sentiero

ed ombre nascoste dietro l’angolo

parole false, torbidi sguardi...

La nebbia si è diradata all’orizzonte

ed ha restituito ogni cosa ai nostri sguardi.

 

I piedi fermi s’interrogano smarriti.

E’ come essere giunti alla fine della strada

e accorgersi d’essere nudi,

senza casa senza sogni senz’aria.

Come intorno ci fosse solo il vuoto…

*

Nei miei rari approdi all’Isola

Nei miei rari approdi all’isola

ho visto morti che credevano d’esser vivi

e molti uomini coi paraocchi

ed altri che sapevano il loro giorno a memoria.

 

Odo litanie nell’aria, vuota di suono

del fischio dei merli e del gracchiare dei corvi

o del trillo d’un pettirosso.

 

E vedo lapidi e nomi che si ripetono,

quelli dei morti e quelli dei morti

che pensano d’esser vivi.

*

La speranza

E resti con un piede dentro

e un piede oltre la soglia

tra le cose che non dimentichi

e i fiori in volo con le stelle

sotto un cielo dove sai

che non accadono miracoli.

 

Ma la speranza è un lume

che talvolta resiste alla pioggia

e a venti bizzarri ed ardimentosi.

*

Rivelazione

Di quei sentieri,

impercettibili quasi

tra pietre e terra e cespi,

ora è chiaro il disegno.

 

Passaggio prediletto di chi

con ridicoli camuffamenti

ha sempre evitato la strada maestra,

agevole e non adombrata da rami.

*

E poi... i nodi vengono al pettine

E poi i nodi vengono al pettine

cadono maschere dal viso.

Amici di cui la mente

già aveva sospetto

di condotta non retta,

ora restano nudi.

 

Come son brutti!

Pure la morte li scansa…

Son sempre tra i piedi,

ma han cura di tenersi distanti.

Il caso, è vero,  tesse spesso la trama

ma poi, a volte, il destino

incastra i furbi a dovere!

*

Le avversità

Le nostre menti sono le stesse

lì il tempo non è giunto

nessuna incrinatura abrasione piega.

 

Le avversità ci hanno scalfito

forse in modo diverso.

 

E chi con nuovo entusiasmo

ora mira a cieli lontani,

chi teme il nero dietro un’aria tersa.

 

*

Passaggi

Voli bassi in cerca di briciole,

punti che dopo poco macchiano il cielo.

Gli unici passaggi che non destano sospetti.

 

Mani protese lungo il tragitto. Trappole.

Sulle disgrazie altrui si calca sempre il piede

e la parola, se giunge, attraversa fiumi d’ipocrisia.

 

*

Altrove nel momento sbagliato

Inconsciamente la vita

ha domandato un attimo

perchè il caso non decidesse

un diverso traguardo

 

un rumore udito in sogno

presagio di un’esplosione:

pietre e schegge e ruggine e polvere.

La salvezza: trovarsi altrove

nel momento sbagliato.

*

Verità

Vi sono muri alti e assai massicci

e scogli ad alture somiglianti

onde di cui non si vede il picco

abissi che non mostrano il fondo

col semplice abbassare dello sguardo.

 

Ma vi è chi valicando muri e scogli

e sulla sommità delle onde e degli abissi

alto si leva e libero sorvola

cieli che narrano di grandi verità,

inoppugnabili.

*

La cruna

In quella cruna spessa tutto passa

il filo d’erba il fusto ed il capello.

 

E tutto sembra avere il suo rilievo

se il varco nominato è il solo noto.

*

Il nuovo anno

Ed ora che tutte le parole sono state spese

ed ho invocato parole nuove

e constatato che non v’è una sola sillaba

che spieghi il mio pensiero

 

ora che negli occhi hai letto lo smarrimento

ed io il dolore e tu il pentimento e noi la disperazione

per non aver saputo vincere il delirio di azioni insane

ora che tutto è compiuto e nulla riesce a convincerci

d’essere in buona fede quando pensiamo tutti di avere ragione

 

ora che avremmo bisogno di un istante lungo un anno

ecco che il tempo muta, è solo un foglio staccato alla parete

il movimento d’una lancetta il vibrare d’un’ala

un letargo inaspettato che giunge provvidenziale.

 

E l’alba nuova è tutta lì,  in un respiro.

 

 

 

*

Impossibile ora è sognare

Non v’è obbligo a camminare

per vie sterrate o alberati viali.

Cambi di rotta o parallele vie

spesso definiscono il male minore.

 

Impossibile ora è sognare

per chi monco delle ali

non scorda le rare perle

disseminate in un mare di ghiande.

*

Il pomo marcio

Come son giunti al torsolo

in tanti e per un foro minuto,

un dietro l’altro? Come?

 

Erano lì annidati. Da sempre.

Cresciuti col seme

e invadendo la polpa.

 

Ecco come mutan le sorti

ed una quasi certezza

arretra in elusa promessa…

*

Ti ritrovo lì, dove tutto è in ordine

Ti ritrovo lì dove tutto è in ordine

anche lo scialle dimenticato sul divano

le ciabatte nell’angolo più recondito

nel raggio di un lume in una stanza

piena di troppi vuoti e troppi affanni.

 

Ti ritrovo dove i pensieri vanno

e s’eclissano dal mondo ed io attendo

letarghi o sogni mentre la luna splende

sui tesori di questa terra e sulle sue magagne.

 

Ti ritrovo lì dove improvviso nasce il vento

ed incalza e nuovo impeto infonde al canto

che mi figuro in questo tempo santo

di giovani donne e di pastori.

 

Odo lontano tra un suon di campanelli

lo stormir delle fronde e un rumore di passi

sul pietrisco e come in sogno

il bisbiglìo discreto della tua voce.

 

 

 

 

 

*

Dicembre

Uno schiaffo in viso il vento del mattino

ed un raggio di sole è lo scherzo inatteso

d’un bimbo monello. Malandrino lo  sguardo

ed un ghigno di lato  mentre penso

ad amori sepolti o lontani.

 

Son le note nell’aria d’un bianco Natale

e lo stormire dei cipressi tra il grigio

delle nubi in cammino.

 

*

Senza titolo

Inutile rimuginare

e tra innumerevoli ipotesi

figurarsi miracoli

troppo a lungo attesi...

 

Quel pane amaro

lasciato incustodito

è ora così duro ch'è pasto

indigesto persino ad un mastino!

*

Non so dove vanno a morire i miei passi

Non so dove vanno a morire i miei passi

penso a lidi antichi miraggi ed oasi

nel deserto e penso a floride siepi.

 

Non so cosa chiedono i miei occhi

stormi passano celeri e non mi domando

se si tratti di corvi o gabbiani.

 

Né levo lo sguardo. L’acuto grido

non è il gracchiare grave che l’aria graffia

ed il bianco nitore è preferibile al nero.

 

Testimone di tanto clamore l’orecchio

il pensiero distratto un istante assai breve

ritorna allo svago consueto.

 

Così può apparire a chi a me dinanzi

legge assenze e non viaggi nei miei occhi

attratti da più quieti orizzonti.

 

*

Solo un disegno a matita

L’altra casa, sonno d’amaca ed ombre cinesi alle pareti,

di lume fioco e veli e calici in alto... allegri

di giochi d’acqua e voli, di visioni e speranze sottese

 

l’altra casa di schizzi di inchiostro e fogli accartocciati

di parole balbettate ed occhi accesi dal desiderio,

di acquerelli sparsi a terra, l’altra casa giaciglio

 

di verde onde miranti al cielo tra fischi di merli

e quarti di luna, di stelle cadenti e castelli di sabbia

l’altra casa senza chiavi senza grate alle finestre

 

di sole e di vento di ali sospese, di mutamenti

e di tesori nascosti, ora è svanita nel nulla.

Non era che un disegno a matita.

 

*

Se tu comprendessi il timore del fallimento

Se tu comprendessi l’incomprensibile

ora potrei dire di amarti non come chi

seppure in modo ignaro riflette,

l’occhio fisso ad una bilancia che pende da un lato,

su ogni deficienza o carenza. Il peso d’una groppa

spezza l’equilibrio, facendo cadere ogni altezza.

 

Eppure so distinguere piuma e trave

un’ala che sfiora una rosa

da un volo sospeso sull’intero giardino.

Eppure so capire una mano quasi distratta

in un gesto gentile ed il turbine d’emozioni

d’un palmo che serra dell’altro le dita

per trattenerne in petto il respiro.

 

Se tu comprendessi il timore del fallimento

di chi pur discernendo tinte forti da tenui

e tempeste da brevi piovaschi, non sa far differenze

ora potrei dire di amarti non come chi

folle scaglia saette nell’aria seppellendo il sorriso

d’un tratto nell’abisso più oscuro.

 

 

*

Ora s’annega

E’ stata un’attesa vaga

ed inutile.

I dadi lanciati in aria

come per gioco.

Possibilità sprecate

in promesse mute,

d’aria e d’acqua.

 

Ecco ora s’annega

oppure è un nodo

a serrare la gola,

la sorte mutata

per mano di esseri

inetti e di filistei.

 

*

Ogni tanto t’adombri

Ogni tanto t’adombri

come la luna a sera tra i nembi

e scrivi stringhe, non attendi

repliche, non domandi non neghi.

 

Ogni tanto delle stelle ti appropri

lasci il cielo sbrecciato

e il lume spento alla finestra

che da sulla strada.

 

Ogni tanto dimentichi la pena

d’istanti senza canto né vele

e le ombre che affiorano e vanno

il passo svelto come l’altr’anno.

 

E lasci vuoti che incutono timore

e cose che cadono e fanno fragore.

Ogni tanto mi ami senza la luce negli occhi

con lo sguardo abbassato

che vorrebbe spogliarmi

di una vita sì grama ed inerme.

 

Ed osservi il cammino percorso

di spine e di sassi e di gocciole sparse

di brina e di pianto.

 

Ogni tanto mi ami oltre ogni umano

sentire l’amore. Ed è sublime!

*

E’ freddo all’improvviso

Rimugina il pensiero su binari chiusi

e deviazioni su quei voli sopra fili spinati

e gira la lama nella piaga

 

Inutile affaccendarsi sulla retta via

agguati nei vicoli ombre dietro l’angolo

dicono che il tempo è mutato

 

Vorrei dire di provar sollievo

ma è un fallimento questo trave

piazzato di traverso sulla via

 

E’ freddo all’improvviso.

Ed è come essere nudi.

*

Piove a dirotto

Lo sguardo chino

sorveglia i passi per le vie

tra le pozze nel mezzo ed i cigli

straripanti di terra e rami.

 

E sempre penso a quella casa muta,

le tegole rotte e le finestre chiuse.

E busso…ancora busso all’uscio

anche se conscia di tante stanze vuote.

 

Piove… E i miei pensieri son tristi,

ma non per quel cielo grigio sopra il capo.

*

Via dal nido

Scoppia di rosso l’aria

al vibrar d’uno stuolo.

Nero su bianco.

Stridulo il coro non intona canto

ma un lamento scava l'aria.

La vita nuova è oltre le nubi

sorvolando chiome

coni grumoli. Approdi

che sembrano lontani.

*

Inutile è stato fermarsi al largo

Ore interminabili d’un tempo

che non ha più scritture.

L’aria ha suoni gemiti silenzi

un alfabeto nuovo per altri itinerari.

Inutile è stato fermarsi al largo

ed aspettare col cuore stretto dalla pena.

 

Veder di tanto in tanto prue toccar la sponda

udire voci frammiste al grido dei gabbiani.

Breve illusione sul crescere dell’agonia.

V’è un deserto in mare aperto ad intimorir

gli animi più che sulla terra.