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Raccolta di poesie di Stefano Saccinto
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Essere felici non costa niente

Dal momento in cui sono tornato con te
io lo sapevo che sarei diventato un deficiente.
Avevo fatto le mie scelte,
avrei dovuto seguirle.
Ma la fregatura è stata che ti amavo.
Abbiamo fatto due bambini.
Li abbiamo fatti insieme. Io e te.
E loro ci hanno messi nei casini.
Li abbiamo amati così tanto che quei casini
non ci sono neppure sembrati.
Vedi, è la stessa cosa.
Le cose sono diventate difficili
e io sono diventato stupido,
ma a me non importa.
La fregatura è che ti amo ancora.

*

L’antica follia

Un cielo artificiale è sospeso sui miei capelli,
nel delirio pensavo alla mia personale follia,
rinunciavo a Satana ed alla confortante pigrizia,
rinunciavo alle antiche stagioni ed ero sempre in piedi,
scrutando gli inferni lontani.
Ora che sono un uomo, quanto è bello dimenticare
quello che è stato.
Il dolore vissuto è solo lo specchio di una vita
che ormai non ricordo e sono poco lucido,
mentre attraverso le giornate come fossero varchi.
Le mie sensazioni sono piccole corde di luce
legate agli specchi passati,
li ornano e sono carine
ed io sono l’uomo per sempre al confine.

*

Le giornate

Sai come correvano le giornate?
Erano nude ragazze euforiche
dai biondi capelli leggeri,
dai bianchi denti di plastica
con le ascelle profumate al vento
e magre, coi piccoli seni
e i capezzoli rosa felici.
Fuggivano sotto le mie braccia,
correndomi incontro e superandomi.
Io cercavo di prenderle,
ma erano già passate e nel voltarmi
me le trovavo ogni volta di culo
e non potevo incazzarmi,
perché era così bello!
Così aspettavo le prossime
non sapendomi decidere se preferire
il fronte o il retro
della vita.

*

Aprile

E se domani un’alba
corresse per gli scivoli del cielo
vestita di strascichi primaverili
e di silenzi illuminati
leggera come fosse
una farfalla di aprile che profuma l'aria
e venisse a svegliarmi
col tocco di una fata innamorata?

Sarebbe come
volteggiare con l’anima indifesa
oltre la fine del tempo

*

Alla vetta delle statue immortali

Impera il sepolcrale silenzio,
le vette allungate nel cielo di piombo,
umanità di statue denudate al tempo
e un verdeggiare incolto di foreste.
L’aria e’ gravida di risvegli
ma io appartengo al tempo defunto.
Amore, sei carne plasmata a infinito,
non la tua bellezza, non la giovinezza che si sfibra,
ma il senso che ti do e il segreto che porti
rischiarano le notti universali
e infondono energia che gira il mondo.
Io nella mia ricerca raggiunsi la vetta del falco
attraverso il verdeggiare incolto della tua foresta,
non la mia ipotetica bellezza, non la giovinezza che si sfibra,
ma il senso che abbiamo difeso levigò il mio volto
rendendolo perfetto
nel giorno dell’immortalità.
Sto tramutando in statua nel riversarmi alla vetta,
in me trascino le profondità del cosmo
attorno al mio asse si erge una nuova galassia della quale
sei stella madre e solidificata nella mia anima.

Noi apparteniamo al tempo defunto,
ma dietro l’effigie di pietra ruotano i mondi,
tutto il cosmo prima o poi
passerà, passerà attraverso noi.

*

Il sacrificio non ha nulla di sacro

Erano perdute tutte le coordinate
nell'alba atroce,
quando l'ammasso di cento guaiti
di husky si levò dalla fossa senza sapere
di preciso dove direzionarsi.
Volò per la terza volta
il gufo bianco nella siberiana
notte rossa.
Tutto era silenzio
e una covata di stelle
spingeva il ventre di nubi
contro le terrazze naturali del mondo.

Non avevano pregato i cento husky
nelle cattedrali dalla volta d'inverno
prima che le loro anime trasmigrassero
verso il cielo d'Alaska, verso il nord dell'universo,
ma furono sacrificati per nessuna causa...
per nessuna causa...
per nessuna causa.

*

Illuminazione malinconica di una notte

Bisogna cogliere l'elemento architettonico,
il taglio di un palazzo e la sua fuga verso il vuoto della notte
per comprendere la fine della città,
un tavolino dinanzi a un bar deserto
una sigaretta e due gambe accavallate.
Sembra tardi, sembra tardi a qualsiasi ora
in questa silenziosa periferia,
oltre l'angolo finale del paese
sembra spargersi la fine del mondo
e l'ispirazione
è come questo vento che solleva un angolo della tovaglia,
passa sempre e scompare nel buio.
- Ehi, non mi avevi detto che lavoravi qui.
- Eh, non l'ho detto a nessuno.
- È un posto tranquillo.
- Già. La maggior parte delle sere è così.
- È inverno pieno ma sembra un'estate dimenticata.
- Sembra, sì.
Qui finisce la città. Qui è il presente, il futuro del passato.
Qui finisce tutto e alla fine di questa strada c'è soltanto
l'immensità cosmica che si rigenera in eterno
come l'impasto del pane.
Non preoccupatevi. Andate a dormire.
Ve lo guardo io, per questa notte,
il mondo.

*

Vedi le parole che scrivi, vedi attraverso

Scoprì le caviglie il senno,
arrotolando in una mano la veste
per correre via sui piedi nudi
con il sorriso atroce di una vergine imbranata.
Mi ritrovai in uno stagno di sudore, stretto
nell’umida trappola delle lenzuola affamate.
Ero finalmente il vuoto
tracciato di pelle calda.
Risi fino a sputare sangue
e lo ruttai in bocca all’aria,
un cerchio di peti informi
accese la tosse rossa di nuove risa,
sognai di vomitarmi nelle mani
e di abbeverarmi alla mia fonte oscura.

sta piovendo
dove?
dentro

Le lacrime non hanno sfogo
e ininterrottamente batte
come una frusta contro la scogliera
il seguitare di troppe onde
che la distruggeranno.
E io, nel corpo sopra il bordo,
le attendo.

*

La libertà è un prezzo troppo alto da pagare

Folle è l'amore

che tenta di spacciarsi per tale

in assenza di un impeto folle.

Scivola

la pelle contro il mondo

e dentro il mondo,

mentre ti perdi

-Sveglia... - lui sussurra alle tue orecchie.

Non adesso.

Lo spingi con la voce oltre il corpo che s'incunea.

Sei sull'orlo vero, la crepa che dilania il senso intero:

spingi e il tuo nirvana è in fondo al fiume,

ma al culmine lo senti in culo al cielo.

*

Come mi sento ancora adesso

(stendi il velo)
continuavo a evocarmi,
(pietoso)
per poi darmi addosso,
(silenziosamente come se non volessi)
con più rabbia,
(partecipare, neanche col disprezzo)
ogni volta con più rabbia
(a questa rovina, a questa dissolvenza di noi stessi)
come se fossi la causa
(la bambina urlava e correva e alle sue spalle)
di tutto il mio male, ogni giorno per me
(finiva il mondo)
finiva il mondo.

*

Una mano che piange

Amo gli scivoli e le urla sottili, i tentati
morsi d’amore e le dita che affrontano
viaggi sfiorati.
Amo le bocche ripiene,
gli occhi che fuggono rapidi
e gli invisibili baci,
le ore che passano di afa
con squilli che si addormentano.
Amo
il tempo che scorre
lento
sulla tua pelle.
La mano che piange,
la schiena che muore
e una finestra socchiusa
da cui, piano, evapora amore.

*

Stati di alterazione

Angolo sporco cazzo marrone angolo non
esiste non
c’è/c’è questa voce sussurro dentro la testa, dal muro che
parla, che dice/è voce di donna, è voce di me
che rimbalza sul letto reale che reale
non è.
Non c’è passaggio, linea di confine
membrana che segni: questo esiste, questo
non è che percezione. Fagotto di tutto.
Capelli che cadono d’autunno, il colore del mondo
che scolora è realtà che scivola al suolo e nel suolo
scompare assorbita, la voce è voce di me,
non si può zittire, è la guida.
Dalla morte, amici, vi guardo o vi muovo
(perché me l’avete per anni nascosto?)
ogni giorno, dal nulla
io vi ricreo.

*

Solcando i mari

Attraverso le mie lenzuola
come solcando i mari
e i miei occhi che si chiudono,
appena si riaprono, sono già
su una nuova era
e su nuove terre immaginarie.

Che cos'è il mio istinto?
Fin dove è in grado di inseguire
l’incontenibile scia esistenziale?
E che cosa questa morte?
La passione che tramonta tra le pieghe bianche
e tra le finte luci di un tardo pomeriggio
in cui suonano campane.

Attraverso le mie coperte
come solcando i mari
e la musica del crepuscolo che fa da orizzonte
non è nient’altro che il canto dei gabbiani.

*

Terra di confine

Ho scoperto le desolazioni inquiete,
sono terre oscure e silenziose e hanno
fredde stelle su cui arrampicare lo sguardo
in preda ad un panico muto.
Ma avevo abbracci caldi intorno alle spalle
e la mia solitudine era un canto di due voci,
avevo la bocca aperta nel contemplare il cielo
e mi sentivo bene mentre continuavo
ad esplorare cose di me sconosciute
e non facevo che trovare
sogni perlati
e splendide speranze di pace:
fiori nel nulla.

*

Seguaci di un tempo che non verrà

Ti prenderei per un braccio, fratello,
e ti mostrerei il tempo,
i culi, l'oro, l'oppio
e il sogno di anarchie lontane.
Divideremmo insieme
la malinconia dei cimiteri di elefanti,
tramonti di mangrovie
e riflessi di risaie.
Ma siamo chini come giunchi
sovrastati da un vento
che non ci dà tregua.
Stiamo nutrendo il mondo
perché altri possano devastarlo
e rivendercelo a un prezzo
sempre più caro.
Non c'è differenza tra di noi.
Eppure quando ci incontreremo,
non ci capiremo.
Questa è una legge antica.

*

E le menti

La piccola foglia correva veloce
nell'arabesco tracciato dal vento.
Le altre, ingobbite, apparivano morte,
piangendo la terra a reggere il peso
di cosa restava dell'ultima pioggia.
Addomesticata in bianche
fontane di pietra,
l'acqua scorreva in timidi rivoli
sui risvolti scolpiti.
Ogni uomo marciva coi millenni
nell'effimera incomprensione
per voler sottomettere gli oceani.
Non come ogni uomo, non come le altre,
ma come l'acqua e come la foglia,
adesso che s'incendia il mio respiro,
sono io.

*

Evocazione di Morfeo

Accoccolato sopra un ciglio in vetta alle città
io dondolo alla brezza di un crepuscolo deserto
attendo che il domani arrivi e so che mai verrà
ho il cuore morto ma il mio petto ancora resta aperto,
in questa notte il cielo è terso e sfuma all’orizzonte
ondeggia un mare d’erba e nella quiete si avvicina
dalla scoscesa strada, dalla rupe, da quel monte
che fa da sfondo al buio presto luce domattina
Morfeo di una bellezza senza eguali, male agli occhi,
si chiudono, carezzano le ciglia la mia pelle,
nel cuore sento dolce pace, agli arti di già vecchi
danzante è la mia foglia sotto il rifiorir di stelle
nel compassato e tremulo compianto della sera
lei presto, secca secca, lascia il giorno e pare morta
finché ebbe luce, mesta, mise il volo oltre frontiera,
stremata nell’abbraccio della luna appena sorta
Morfeo me la raccoglie con un gesto e passa avanti
nelle sue mani attende silenziosa la sua morte.
Mio dio che torni spesso a passo lento tra i viventi,
recidi al cuore stanco il filo teso della sorte
un teschio emerge sotto la mascella mia di bimbo
per quanto viva questa carne, fredde son le mani
si acquietano città e deserti in questo nuovo limbo
nel dormiveglia inneggia un canto nudo di sciamani
Morfeo che oscuro vai, non rivelarmi più al domani.

*

Finestre dorate, bordate di nastri

Angoli bianchi, scoscese le tegole arrancano sui parapetti del cielo,

sonnecchiano al sole lontano, ancor più lontano è il biancore lunare

di astro e satellite echeggia il richiamo costante a realtà parallele

per questa città che i millenni passandole avanti hanno reso irreale.

E nei davanzali fioriti, dal sole assopiti, cinguettano i passeri vivi

betulle, ora pioppi, poi palme emergono folti dall’arso dei campi

finestre dorate, bordate di nastri e le balaustre di bianco attraverso

le quali avresti potuto vedere ora il cielo richiamo di un mare segreto.

Ho qui, nel mio cuore, un mistero, il senso più ignoto di un vago vagare

lassù per quei campi oltre forme di tetti e tempeste di spettro domate

dall’astro e il satellite piano riecheggia il richiamo a realtà parallele

per questa città se pur viva che vuota dell’uomo mi par di vedere.

Non la sua presenza, l’assenza, il passaggio avvenuto per altre frontiere,

tremenda la notte si scontra con tutto il suo peso sul manto del cielo

e squarcia lo spettro, diffonde il livore, inietta il crepuscolo ad ovest

convive realtà ed irreale in questo portale del tempo immortale.

E dentro le case candele ed angoli oscuri dal marcio dei legni di antiche fessure

che fan da finestre sbilenche per case sudanti vapori fragranti di umidità

una vecchia col freddo di fuori, al votivo calore di un vecchio braciere

ricuce, riannoda le fila lenite dal tempo di un’antica vita,

la notte trasforma i cancelli dai bianchi arabeschi stagliati su immaginari orizzonti

in porte segrete che occultano al cuore dell’uomo i campi mortali

marmoree colonne portali per un paradiso soltanto sognato

in neri coltelli che affondano, spinti nei cieli, il biancore lunare,

la vecchia richiama ricordi e poi morti al silenzio di camere nere.

*

In culo al cielo.

C'è da chiederselo, a volte,
se appare più folle
un pazzo che tenta di controllarsi
o uno che neppure ci pensa.
Nel dubbio ho sempre cercato di controllare
che non mi stessi controllando.
Essendo brutto,
è sempre stato bello
fare l'amore con la follia
perché folle è l'amore
che tenta di spacciarsi tale
in assenza di un impeto folle.
Scivola
la pelle contro il mondo
e dentro il mondo,
mentre ti perdi
Sveglia... - sussurra alle tue orecchie.
Non adesso.
Lo spingi con la voce oltre il corpo che s'incunea.
Sei sull'orlo vero, la crepa che dilania il senso intero:
spingi e il tuo nirvana è in fondo al fiume,
ma al culmine lo senti in culo al cielo.

27 marzo 2011.

*

Ossido di oro.

Non sono i nobili ad essere nobili, scema,
impazziti e soli, astratti pavoni a cui la coda
è passata ormai davanti
invece che dietro agli occhi.
Nobile sei tu. Nessuno di loro è mai stato
prezioso come i tuoi seni,
elegante e profumato come la tua fica
e silenziosamente importante
come la bellezza tua.
Nobile è la tua povertà, che ostenti nel vestire
e di cui devi andare fiera perché non ti costringe
a respirare ossigeno vecchio dietro una maschera.
Non preoccuparti più del mondo.
È un posto dove gli onesti
fanno il giro delle bettole
disperandosi per la bolletta del gas
che gli investe le narici
e i porci dormono in comodi letti barocchi
senza più sogni a cui attingere.
Questo non è il progresso, scema,
questo è un porcile,
solo che i porci che hanno guidato
la rivoluzione del benessere
ne hanno scacciato via gli osceni allevatori
ed ora attraverso i cani
possono comandare.
Chiedendoci sacrifici, chiedendo di disperarci,
chiedendo le nostre figlie come concubine
e i nostri figli come lustrascarpe.
Non siete stanchi, voi, di tutto questo?
A chi lo chiedi, scema?
Non chiederlo a loro.
Loro sono i cani.

10 marzo 2011.

*

A volte ho poca fede nelle scienze certe.

Si sposa forse il genio
con l'intelligenza e con l'aviazione
se una persona talmente intelligente
da saper guidare un aereo
può essere altrettanto geniale
da lanciare bombe sulla folla?
L'uomo di merda è fatto così
e, come il topo nelle gabbie di Pavlov,
può risolvere il labirinto,
ma non vede mai oltre il proprio confine.
Non ne è capace.
Molto acutamente lo dimostra
una sentimentale pubblicità dell'Eni:
devastarono il delta del Niger
innalzando eterni pilastri di fumo
che piangevano fuoco perpetuo sulla popolazione.
E lo fecero con passione.
E lo chiamarono rispetto.
E col sentimento vollero convincerci
ad innamorarci di una multinazionale di estrazione.
Per fortuna non siamo tutti così geniali
da saper guidare un aereo
o estrarre petrolio e gas.

22 febbraio 2011.

*

È soltanto la pulsione...

È soltanto la pulsione verso l'irreale che mi spinge a vivere la mia vita reale.

Il mio sogno era una specie di strana poesia.
C'era una casa che non aveva fine
incassata in una base di tufo grezzo
e pareti scricchiolanti in continuo movimento
e fuochi accesi nella terra, agli angoli delle stanze.
Decine e decine erano i visitatori,
alcuni conosciuti, alcuni no.
Sembravano fantasmi nel buio delle discese,
passeggiavano con le ragazze osservando
automobili a metà che fuoriuscivano dai muri.
Alcuni mi portavano dei doni e io
promettevo loro che li avrei indossati,
ma avevo solo un paio di pantaloncini
luridi di fuliggine e il muco al naso.
I bambini mi venivano incontro
tirando pietre. Io avevo una verga gigante.
Li percuotevo sulle mani per far loro vedere
che nel gioco del più forte non c'era vittoria.
Percuotevo tutti. Mi voltai e avevo alle spalle
un trampoliere con le sopracciglia calate sugli occhi.
Percossi anche lui preventivamente.
Per progredire – mi disse.
Distolsi lo sguardo, portai la mani alle tasche,
abbandonando la verga
e presi a fischiettare verso una salita.
Per progredire. Per rivoluzionare – disse ancora,
alle mie spalle.
Alzai un pugno, ma non so se mi vide.

17 febbraio 2011.

*

Disconnessioni creberali.

Questa notte capivo tutto.
Tra le nebbie dell'hashish mi si svelava tutto il mondo
come mamma lo fece dall'inizio alla fine.
Ed io parlavo.
Parlavo a Sabino, parlavo al mondo, parlavo alla vita, parlavo alla morte
e parlavo a me stesso. Per ricordarmi chi ero.
Ma poi lo dimenticavo – Chi ero?
Tutto era contraddetto. Potevo non essere niente.
Le D si svestivano rivelandosi T e le R
scomparivano come non fossero mai state inventate.
Come noi.
Come non fossimo mai stati inventati,
svestendoci e rivelandoci T,
prima di scomparire poi, tramutandoci in R.
Insomma.
Volevo un pompino, ma non da Sabino.
Che il mondo mi risucchiasse l'essenza vitale
e creasse, mescendo a saliva, una poesia migliore
di quello che la mia mente
era in grado
o forse non in grado
di partorire. In genuflessione onanistica.
L'estasi era comunque a portata di mano.
E la follia sbirciava da una porta sbilenca
e io la vedevo
e nessun altro sapeva riconoscerla.
Ma un lume scrosciava luce
proprio sulla sua testa creando
una chiazza asciutta sul muro marcio.
E io vedevo bene che era lei.
E pensavo gettando via la sigaretta
e distogliendo incurante lo sguardo
che non mi avrebbe mai avuto,
la vecchia puttana.
Non definitivamente
e senza l'impeto della saggezza.
Bello era scriverne e non capire
perché veniva fuori scivene.
E sapere che domani, del senso della vita
passando l'hashish,
non ne saprò più niente.

27 febbraio 2011. Tempo di andarmene a dormire.

*

Il pene ha chiesto la secessione.

Se un'amicizia può scavare più in profondità
di quanto ha fatto la nostra,
io non lo saprò mai.
E per sempre non cederò più
ad alcuna passione. Né a qualsiasi forma
di unione.
L'uccello stamattina
ha chiesto la secessione. Ma fosse solo questo!
A dargli manforte si autoproclamarono
ministri
i due coglioni.
Ministro dell'interno uno, che forse ci può stare,
ma ditemi voi che cazzo sarà mai un ministro della semplificazione?
Diceva – Puzzano i fetidi piedi lì a sud,
ingombrano l'aria e han bisogno
di troppe attenzioni.
Ma sono i nostri piedi! - ribadivo.
Voglio la secessione – si atteggiava. Annuivano i ministri
Diceva – Le mani sono nere e portano al corpo qualsiasi genere di malattia. Manipolano denaro sporco.
Tutto il denaro è sporco – guardavo le mani.
Voglio la secessione – si inorgogliva. Annuivano i ministri.
Diceva – La bocca per esempio non fa altro che parlare ed è egualmente pagata. Anzi di più, per come mangia! Ladra!
Ma serve a nutrire anche te – gli ricordavo.
Voglio la secessione – si inaspriva. Annuivano i ministri.
Diceva – E poi il cervello. Per quaranta minuti d'intervento alla volta, quante risorse!
Magari durassi tu quaranta minuti! - lo ammonivo.
Voglio la secessione – ringhiava – Io faccio sempre il mio lavoro. Al contrario della pancia molle, io sono duro. Io cerco il Pil perfetto e fornisco l'egregia produzione. Ho contatti di elevatissima estrazione, sono la punta di diamante dell'evoluzione.
Ma, cazzo mio – sorrisi – non avresti i contatti senza le mani e non potresti raggiungerli senza i piedi e senza il cervello e la bocca e la nostra unità non avresti neppure queste parole! - si indignarono i ministri e chiamarono allo scandalo.
Non c'era verso di riportarlo alla ragione. Se non l'avessero accompagnato i due coglioni
se ne sarebbe stato tutto solo e imbronciato da quasi farmi pena.
A malincuore firmai per la separazione,
il ministro dell'Interno diede il nome alla nuova nazione
Si chiamerà Nazionalsocializzania.
E per sintetizzare Analcazzania – semplificò il ministro della semplificazione.

21 febbraio 2010.

*

Il sacrificio non ha nulla di sacro

Erano perdute tutte le coordinate
nell'alba atroce,
quando l'ammasso di cento guaiti
di husky sì levò dalla fossa senza sapere
di preciso dove direzionarsi.
Volò per la terza volta
il gufo bianco nella notte rossa.
Tutto era silenzio
e una covata di stelle
spingeva il ventre di nubi
contro le terrazze naturali del mondo.
Una voce diceva in televisione
che le droghe disintegravano i cervelli.
E una mi diceva nel cervello
che la religione era contro natura
e che chiedeva costantemente un pegno anale.
Non avevano pregato i cento husky
nelle cattedrali dalla volta d'inverno
prima che le loro anime trasmigrassero
verso il cielo d'Alaska, verso il nord dell'universo,
ma furono sacrificati per nessuna causa.
Così fece dio quando scese in terra
e diede il mazzo ed ebbe cazzo.
Abbiate cazzo.

3 febbraio 2011.

*

Le giornate.

Sai come correvano le giornate?
Erano nude ragazze euforiche
dai biondi capelli leggeri,
dai bianchi denti di plastica
con le ascelle profumate al vento
e magre, coi piccoli seni
e i capezzoli rosa felici.
Fuggivano sotto le mie braccia,
correndomi incontro e superandomi.
Io cercavo di prenderle,
ma erano già passate e nel voltarmi
me le trovavo ogni volta di culo
e non potevo incazzarmi,
perché era così bello!
Così aspettavo le prossime
non sapendomi decidere se preferire
il fronte o il retro
della vita.

26 gennaio 2011.

*

Alla corte dei poeti pazzi

Può bastare un urlo,
accesa nella notte una scintilla
che risuona di un'eco
che arriverà lontano,
può bastare un urlo
per fendere la curvatura del tempo e portarti
oltre i limiti umani.
E milioni di parole,
le congreghe delle A
e gli eserciti di S,
le popolazioni mute d'H
e gli agglomerati di spettatori dei concerti di P ed F
per non condurre da nessuna parte.
Da nessuna parte dico.
Da nessuna parte, ci pensi?
È una questione di sopportazione
del peso umano
e riversare tale peso
in potenza di parola.
In una sola, se ne sei capace.
Non c'è riuscito nessuno,
ma alcuni ci si sono avvicinati.
Il senso non è mai colto,
ma cosa importa?
È bello vivere
per sottrarsi al nulla.
Dare significato a un corpo
attraverso le proprie mani, la propria bocca e i propri occhi,
adesso ne ha e non in sé per sé.
Nessuno è in quanto tale.
Questa notte morirò,
amore dammi senso.

20 gennaio 2011.

*

Padre mostro.

Padre mostro, che sei nei culi,
sia pornificato il tuo nome,
venga il tuo membro,
sia fatta la tua virilità,
come in bocca così in mano.
Dacci oggi il nostro seme quotidiano,
rimetti a noi i nostri gemiti
come noi li rimettiamo
ai nostri inferiori,
e non ci indurre in tentazione
di liberarci di te,
Heil.

20 gennaio 2011.

*

Governi alla fine.

Adesso puoi anche ammetterlo,
c'è una congiura tua e dei tuoi simili
operata contro gli altri esseri umani.
Siamo grandi,
certe cose
le capiamo ormai.
La faccia ben depilata, gli abiti eleganti, il parlare forbito e sicuro,
rassicurante,
non inducono più al torpore annichilente.
La puzza della merda filtra attraverso tutti gli strati sotto cui
ti piacerebbe seppellirla. E davanti ai miei occhi sei nudo
come il vecchio re stupido.
Hai fatto un sacco di interventi in pubblico ultimamente, ti stai preparando?
A cosa?
A diventare un politico.
Hai imparato quello che bisogna sapere
dover dire agli altri. Non sai perché, ma parli
di amore. Ce ne vorrebbe di più, annunci.
Hai solo intuito che certe parole
sembrano avere un'importanza superiore.
Come quando inneggi ad un dio
e, segretamente, ti dedichi a pratiche non conformi alla dottrina.
Io sono qui. E a non riconoscermi sei tu.
Sono immerso tra la folla,
il tuo potere non mi scalfisce,
ma te lo lascerò credere.
Per te arriverà forse il giorno in cui
sarai costretto ad uscire allo scoperto.
Per me non arriverà mai.
Perché mentre il tuo regno crolla,
tegola dopo tegola,
la risata che senti ti è anonima.
Non è un uomo che sembra emetterla,
non è vivo, non sono io.

18 gennaio 2011.

*

Shock post-consumistico.

Vagavano anime straniere, nel tardo pomeriggio,
accanto ai congelatori orizzontali del supermercato.
Che viaggio avevano affrontato per venire a fremere
dinanzi ai grandi sconti, prezzi da far paura.
Le Pasticc.Ass.Vasch.Le Bon gr.250
costavano solo un euro e cinquantanove.
Era un ottimo principio per cui comprare.
E le anime attraversavano i corridoi
su cui era spalmata l'amalgama futuristica
di una luce bianca al neon che ti flashava,
neppure erano arrivate e già facevano la spesa,
come se fossero della nostra stessa religione,
sembravano sbarcate direttamente davanti al supermercato.
Forse erano fanatiche dell'integrazione.
La si poteva leggere nella finezza psicologica
di far fluire Tracy Chapman attraverso
i barattolini delle acciughe e dei capperi,
come si stesse parlando davvero di rivoluzione.
In Tunisia imperversava la tempesta umana
contro la forzatura di una dittatura
e le anime erano invece venute a vendersi qui,
mentre compravano.

17 gennaio 2011.

*

Ispirazione malinconica di una notte.

Ispirazione malinconica di una notte senza neanche l'abbaglio dell'alcool.

Bisogna cogliere l'elemento architettonico,
il taglio di un palazzo e la sua fuga verso il vuoto della notte
per comprendere la fine della città,
un tavolino dinanzi a un bar deserto
una sigaretta e due gambe accavallate.
Sembra tardi, sembra tardi a qualsiasi ora
in questa silenziosa periferia,
oltre l'angolo finale del paese
sembra spargersi la fine del mondo
e l'ispirazione
è come questo vento che solleva un angolo della tovaglia,
passa sempre e scompare nel buio.
- Ehi, non mi avevi detto che lavoravi qui.
- Eh, non l'ho detto a nessuno.
- È un posto tranquillo.
- Già. La maggior parte delle sere è così.
- È inverno pieno ma sembra un'estate dimenticata.
- Sembra, sì.
Qui finisce la città. Qui è il presente, il futuro del passato.
Qui finisce tutto e alla fine di questa strada c'è soltanto
l'immensità cosmica che si rigenera in eterno
come l'impasto del pane.
Non preoccupatevi. Andate a dormire.
Ve lo guardo io, per questa notte,
il mondo.

15 Gennaio 2010.

*

Un racconto inventato d’inverno.

Eravamo soltanto due bambini
o statue di acqua davanti
ai cancelli dorati della vita.
C'era il buio intorno
e una sola plafoniera attorno alla quale
morivano sciami di insetti infreddoliti
sotto il portone di una palazzo del centro.
Tu eri una sconosciuta tra gli altri
bambini della sera con cui
giocavo a nascondino,
ma mi avevi preso
perché da quando ti avevo vista
non avevo capito molto e
mi ero nascosto male.
Ravviavi i capelli, mi dicevi di stare fermo
mentre scrutavi il buio per trovare gli altri.
Ma non lo vedi che ci siamo solo tu
e io? Non capisci?
Non capivi.
Non capisci
che il giorno non ha memoria
di una poesia che poteva,
ma non è stata scritta.
E quindi adesso tu ed io,
adesso non siamo.

14 gennaio 2011.

*

Sentirsi ani con l’Italia davanti.

È un posto di grande fantasia,
l'Italia.
Lo riconoscono dapprima gli Italiani
che si divertono tanto e poi davvero tutti gli stranieri
che a guardarci sembrano divertirsi
più di noi.
L'Italia
è un posto che anche nella vita di tutti i giorni
non è mai banale. Qui se uno ha un dipendente,
è come se avesse un nemico
e se uno ha un datore di lavoro,
è come se ne avesse dieci o cento.
In linea col profilo spaghetti western.
L'Italia
è però anche un posto serio.
Non dà niente a nessuno così per caso,
al punto che per lavorare in un call center
si necessita di laurea in ingegneria.
L'Italia
ha una mentalità che accomuna. Puoi vedere il prete,
l'ignorante, il politico e il mafioso
parlare allo stesso modo
e pensare le stesse cose.
Piccole soluzioni antiche per stare tutti in pace. Almeno tra i vivi.
L'Italia
è magistralmente diretta come un film imprevedibile
in cui la suspence perdura e perdura,
perdura. Perdura, perdura.
E col finale aperto:
se vi siete chiesti chi li uccise poi davvero
Falcone e Borsellino,
Pinelli e Calabresi,
Giuliano e Cucchi,
sappiate che c'è libera interpretazione,
questa è settima arte!
L'Italia
è un posto così tanto semplice
che stiamo attentamente valutando di cancellare
dal vocabolario la parola verità.
Sembra che il suo significato sia già compreso
nel termine polemica.
Che ne parliamo a fare?
Per fare polemica. Non per dire la verità.

8 marzo 2011. Sole sul Belpaese.

*

La sostanza in una palla.

E poi insieme a voi che andate via,
toglieremo l'albero e il presepe e le feste
saranno dimenticate.
Che nostalgia è mai questa?
Le piccole palle dorate che riflettevano volti vicini
riposte nelle loro annuali scatole
fanno venire le lacrime agli occhi.
Sono solo oggetti
che contenevano immagini
e le immagini si susseguono
nella trasformazione globale.
Quello che fa piangere è il tempo
che porterà un giorno la mia bambina
a tirare fuori le piccole palle
e a rivedere il riflesso dei nostri volti sulla loro superficie.
Noi non ci saremo. Prima o poi chiunque scompare.
Siamo persi nel tempo.
Ma noi nel tempo saremo,
da qualche parte, certo,
nelle piccole palle, il riflesso
ci renderà al mondo.

10 gennaio 2011.

*

Incontri ravvicinati della 6ª provincia.

Camminando per strada
per raggiungere la scuola di mia figlia
oscillavo nel mio giubbotto e in un paio di jeans
claustrofobici.
Un vecchio personaggio, che sembrava
essere uscito in pigiama, si voltò
a guardarmi. Affrettò il passo.
All'inizio pensai che l'avesse investito
l'onda d'urto del mio incedere,
poi notai
che cercava di guardarmi con l'orecchio.
Non è di me che devi aver paura,
ma della tua
inutilità,
come io ho paura della mia.
Non mi sognerei mai di rapirti,
ma potrebbero farlo gli alieni.
Tu sembri di quelli che ci credono.
Io ho una mia teoria.
Se sono venuti qui,
l'hanno fatto certamente senza
le loro astronavi.
Nessun posto della Terra
è abbastanza lontano
dagli Andriesi.

6 dicembre 2010.

*

Mistero della fede.

Come facesse l'agnello di dio
a togliere tutti i peccati del mondo
era un vero enigma,
ma il prete era graniticamente convinto
che le cose stessero proprio così.
Bisognava tenerlo buono.
Alzava le braccia alla cappella,
apriva e chiudeva la bocca,
si muoveva sinuosamente per l'altare
intonando urla alla maniera
dei gregoriani.
L'aria gorgogliava di amore cristiano
grazie alla sua performance.
Poi disertò l'altare e scomparve,
seguito da tutti gli sguardi.
- Dove va? - si chiedevano tutti, mentre nel culmine
del coito cattolico,
le campane echeggiavano
facendo fremere i corpi.
Il prete tornò pochi secondi dopo
vestito di bianco col mantello.
Era Gandalf.
No. Era Arturo Brachetti.
Era lui.
- È in atto la raccolta dei cibi
per il natale dei poveri – disse.
- Ci servono le bibite. Anche gassate.
Ma naturalmente non alcoliche.
Naturalmente.
Capivo finalmente perché si usasse dire
poveri di spirito. Nel senso di alcool.

6 dicembre 2010.

*

Gli occhi storti sono lo specchio di un’anima...

GLI OCCHI STORTI SONO LO SPECCHIO DI UN'ANIMA CHE SI È ROTTA.

La mia bambina mi ha consigliato
di ingannare la natura.
Poi mi ha chiesto se mi piaceva.
Le ho risposto – Abbastanza.
Se potessimo vivere questo,
non come fosse l'ultimo,
ma il primo giorno di vita,
con la stessa curiosità,
tutto sarebbe una gran cosa.
In fondo cosa importa al tempo
se oggi è giovedì e un giorno verrà un sabato?
Posso fingere che questo pomeriggio
sia il passato, partire da lì
e decidere di non vivere più alcun futuro.
Le emozioni soffrono il tempo
e scivolano sui vetri bagnati.
Ma tu te la ricordi quella volta
che c'era un gran concerto in un cortile triste
e noi lo ascoltavamo da una stradina lontana?
Non vedevo l'ora che finisse.
Ma, a volte, a pensarci adesso,
gli occhi vagano asimmetricamente
cercando il filtro attraverso il quale
quella realtà è esistita per davvero.
Forse non ero io
o era solo il primo giorno di vita.
Solo che allora non sembrava.

18 novembre 2010.

*

Preludio a un suicidio intellettivo

Stiamo diventando in troppi, qui dentro,
quanto quasi una famiglia.
Troppe voci che fanno sobbalzare al risveglio
e rendono atrocemente scomode le notti,
tutti che accelerano di continuo
per andare in quella direzione o in questa direzione.
Non c'è più pace, accidenti alla miseria!
Succedono cose strane. Dovunque sono,
ci sono almeno due voci che vorrebbero
che fossi da un'altra parte. E c'è
una confusione infernale che non mi fa capire
mai
che cosa devo fare.
Se non fosse così semplice
cibarsi, respirare, andare al bagno e dormire,
forse, adesso, a causa di tutte queste voci
rischierei persino seriamente di morire.
No, non seriamente, per favore!
Forse perché all'esterno
nessuno ha più niente di interessante da dire,
forse perché sono stato costretto ad allenare
la mente a pensare anziché a sentire,
non vedo più nulla.
E non so dove andare.
E non so se mi stanca ormai più
agire
o
non agire.

18 novembre 2010.

*

Tramonta un sole metropolitano.

Io cerco un equilibrio
che possa contemplare
la fertilità di una saggezza estrema
e la pioggia di follia che le dia vita.
Non v'è maturità nel proseguire
e tanto meno nel fermarsi a pensare.
Mi stanno logorando le città
e i propositi di chi
sente l'urgenza di governare.
Io ho bisogno soltanto di lasciarmi andare
e di dimenticarmi di me stesso.
Per ritrovarmi un giorno e dire
Ti ricordi?
Certo, erano bei tempi.
Bei tempi sono per davvero,
tutti quelli umani senza serietà.
Quelli in cui la saggezza ti faceva
accarezzare la testa morbida di un bambino,
ma era la follia, senza pensieri,
la sola in grado a farlo ridere.

16 novembre 2010.

*

Chi non ama le cose semplici?

Ieri ho trovato venti euro per strada.
All'inizio pensavo fossero falsi,
una banconota fac-simile
di quelle lucide. Ma mi sbagliavo.
Erano soldi veri.
A me piacciono le cose semplici:
le case al pianterreno dalle facciate rosa
e le terrazze basse,
le strade che si innalzano
e sembrano terminare dritto in cielo.
Ma il mondo è così complicato.
Poi, invece, la vita ti regala venti euro
cosicché tu possa scriverle qualcosa.
È come se te l'avesse pagata.
Non mi avevano mai pagato perché scrivessi qualcosa.
Beh, vale meno di venti euro,
questa mejfy.
E tutto è stato così semplice.
Questo mi fa ben sperare e pensare che vale la pena
di continuare a scrivere ogni tanto.

5 novembre 2010.

*

Tideland.

Una volta ho visto un film di Terry Gilliam
in cui c'era una bambina con suo padre.
Il padre era un eroinomane
e la bambina gli preparava la mistura
e gliela sparava in vena.
Certe volte ho come la visione che il padre sia lo stato
e la bambina siamo noi.
Lui ha tutti i suoi vizietti perversi
e noi dobbiamo servirlo.
Ecco cos'è la democrazia:
convincersi che i bisogni di un'autorità
sono sempre superiori ai tuoi.
Per chi non ha visto il film,
va detto, comunque,
che alla fine il padre moriva. Anzi,
quasi all'inizio.

26 ottobre 2010

*

Non ho niente nel cervello

Morirò
sommerso dagli impegni.
Sono un grande incubo,
soprattutto quando non ho niente da fare.
Potrei starmene completamente a logorare
nella marea crescente di noia
e potrebbe veleggiare all'orizzonte
un lontano impegno.
Sarebbe un bel fastidio.
Potrebbe distogliermi dalla dissoluzione.
Basterebbe un po' di follia
da condividere.
Tutto quello che si può fare in compagnia
sembra essere qualcosa di normale.
Oh, la gente è seria,
l'esperimento di avere un'ispirazione
e darle ascolto
non si potrà mai fare.
Ti faranno invecchiare senza provare niente.
Io lascio che gli impegni si ammassino
gli uni sugli altri.
Prima o poi mi schiacceranno,
ma almeno cancelleranno la noia.

26 ottobre 2010

*

Esportazioni di capitalismo avanzato

Si esporta la democrazia coi carri armati nelle strade,
mentre c'è traslazione di capitali nelle banche.
Qualcuno ha commesso un grave errore di coordinate.

18 ottobre 2010

*

Nazioni a capitalismo avanzato

Bianco è il colore.
Soltanto.

18 ottobre 2010

*

Aspettando Godo.

Avevamo diverso tempo la sera prima
mentre dormivano i due cuccioli,
ma c'era in televisione l'approfondimento
dell'approfondimento dell'approfondimento
sul caso dello zio assassino.
Quand'era finito tu eri troppo scossa,
ma a scuoterti non ero stato io.
Pensai il mattino dopo che fosse salutare
presentarmi nudo negli effluvi di un caldo bagno.
Certo, era salutare, quello che facesti sulla soglia,
non si poteva negare che fossi troppo obbligata
a dovertene andare.
Ce n'era ancora di tempo, in mattinata,
presto o tardi, pensai che saresti tornata.
Radevo a perfezione le basette
alternando tre profili nello specchio.
Devo dire, il terzo era quello che davvero
mi rassicurava.
Per questo lo soppesavo al meglio.
Dio, non stavo nella pelle!
Tornasti con al seguito tua madre
che diceva “Non sono cose che si fanno...”.
E quanto mi sembrava che tu condividessi.
Dopo avevi da truccarti
e bisognava uscire e tante cose.
Ma mi spieghi come mai, mentre dormivo,
ti venne di volere far l'amore?
Adesso che, sviando attese invane,
amore mio, lo stavo per sognare?

17 ottobre 2010

*

Strade.

Ehi, quanto è facile perdersi, uomo?
Ci sono puttane seminude che indietreggiano
con la loro roba stretta contro il seno.
Sembra che sia arrivata all'improvviso
la polizia, con lo sguardo serio
e il manganello esibito.
Strano che alle puttane dispiaccia,
ma appaiono costernate.
Non ride nessuno.
Le hanno buttate in strada,
fuori dai motel, nella notte lugubre,
ma sono comunque eccitanti
con le strane maschere di trucco sopra al viso.
Nel loro ventre ruggisce l'animo insaziabile
delle strade. Le mangia tutte
e le disperde come polline.
Ecco, è facile perdersi.

16 ottobre 2010

*

La narcolessi del Dharma

Aveva certamente ragione mia figlia
quando affermava
che, se leggevo, lo facevo ai miei omini
della fantasia.
Dovevo aver fatto così con buona parte
dei Vagabondi del Dharma,
almeno fino al punto in cui avevo
smesso di leggerne due pagine per volta
prima di crollare addormentato.
Era un periodo narcotico,
ma secondo la teoria della mia bimba,
non dovevano esserci stati grossi problemi:
gli omini della fantasia funzionavano
come il mio corpo: se io dormivo,
dormivano anche loro.
Grazie a Jack dormimmo in parecchi.
Allegramente.

13 ottobre 2010

*

Il dormiveglia è cronico.

L'estate si prolunga indefinitamente
dorando le strade piene e rimbalzando
attraverso le finestre.
C'è stata un'inondazione di luce, stamattina.
E io avevo mal di testa.
Penso che dormirò per il resto della giornata,
è bello trovare una posizione comoda
nella rotta magnetica
di un intero emisfero pieno di luce.
Il mondo passa attraverso i tuoi sogni.
E del domani non mi importa e ieri
non esiste più.
Tutto si contorce per trovare un senso.
Spesso lo faccio anch'io.
Ma ciò che ho sempre trovato di migliore
è che un giorno, staccando il piede dalle sponde,
come addormentandomi nella rotta magnetica,
dimenticherò me stesso.

8 ottobre 2010

*

Astrazione sull’essenza di un’assenza.

Temere significa avere paura
di avere paura.
Essere gelosi tradisce inconsciamente
la volontà di essere traditi.
Per realizzare un sogno
bisogna smettere di sognare.
Lo spirito di sottomissione contiene
la volontà di sottomettere.
E mendicare è lo sfogo indiretto
della sfrenata volontà di ricchezza di un uomo.
Uno che non abbia paura
e che non sappia cos'è la gelosia
e che possa rendere reale un sogno
senza farsi sottomettere
con la promessa che non mendicherà mai,
potrebbe essere confuso con una persona normale.
Forse, in fondo, con molta semplicità,
lo sarebbe.
Ma dov'è adesso?

5 ottobre 2010

*

Eluse le eiaculazioni deluse

Ti aspettavo,
col pigiama, nel letto,
credevo che saresti venuta
e invece non l'hai fatto.
Così mi sono addormentato.
È certo invece, a quanto sembra,
che arriveranno gli alieni, ormai è ufficiale.
L'Onu ha già incaricato un suo funzionario
per dar loro accoglienza.
Forse mi troveranno,
steso ad aspettarti.
Cercavo qualcosa di sensazionale, certo,
ma pensavo più ad un orgasmo
che a un contatto intergalattico
che si avverasse nella nostra stanza.
Ma con te è impossibile azzardare una previsione.

1 ottobre 2010

*

Facciamo anatomia alla cieca

Quando ci diedero un corpo,
cazzo, mancavano le istruzioni.
La gente impazziva per le strade
premendo tutti i tasti,
utilizzando le braccia come fossero armi
o riempiendo i serbatoi
di ogni genere di carburante.
Ma i corpi non funzionavano.
Facevano solo tanto rumore
nel muoversi o nel rompersi
ed erano solo ingombranti.
I peggiori erano quelli che
per non rovinare il proprio
utilizzavano i corpi degli altri.
Io pensavo che mi sarei suicidato,
ma non l'avevo ancora fatto.
A me a non funzionare bene
era più che altro il cervello.
La vita e il corpo mi sembravano stupidi,
così cercavo solo di guardare al futuro.
Poi mi dicevo
Smettila, cazzo, di pensare ad arrivare
da qualche parte.
È solo un altro giorno di merda.
Lascia andare il corpo,
abbandonalo a se stesso.
È solo un veicolo per il movimento,
un mezzo per andare.
Vai e basta.
E goditi il viaggio.

23 luglio 2010

*

Simboli in via d’estinzione

Aspetto risposte. Ne aspetto diverse. Da tempo immemore.
Ho fatto tante domande. Mi affascina l'anacronistica curva
dei punti interrogativi.
?
È affascinante. Non posso farci niente.
C'è la disegnatrice che deve farmi sapere
se accetterà di schizzarmi le tavole per un libro
e la casa editrice che deve comunicarmi
se andava bene l'ultima correzione che ho mandato.
L'edicola deve decidere
se affiggerà la mia locandina.
Ho mandato un centinaio di curriculum
a diverse aziende.
Qualcuno doveva avermi promesso
che avrebbe letto il libro
e poi me ne avrebbe parlato.
E Andrea Scanzi non deve avere ancora ascoltato
il disco che gli ho mandato.
Il mondo non ama i punti interrogativi.
Sembra convinto che siano causa
di immani sciagure.
L'altro giorno li temeva anche l'ascensore
che non rispondeva
quando l'ho chiamato.
Ho guardato all'insù.
- Puoi anche accomodarti a fare in culo. Ogni tanto. Credi che non sappia cosa sia una scala?
Non ha risposto neanche a quella domanda.

19 luglio 2010. Tempo morto.

*

C’è bisogno di riordino sociale

Iniziò tutto da quando
deposi le armi giù dalla ringhiera
e alzai le mani. Non fu una resa,
ma una ribellione al Super Io
che era il mio padrone e mi aveva lanciato a morire
in una guerra persa.
Proseguì col fare ferma ostruzione
all'acquisto di ogni bene
e con il disseminare
in ogni stanza
il residuo di una cena o di una colazione.
Smisi di dedicare tempo
alla ripartizione
degli indumenti nelle apposite lavatrici,
sugli appositi stendini
e negli appositi cassetti.
E infine mi concessi il lusso
di sfoderare il corpo
sul letto mai rifatto
tra lenzuola fresche di due settimane
con effetto carta moschicida.
Amore, è questo un uomo.
Non chi compra una Bmw
da tenere a specchio.
La degenerazione è la sua vocazione.
Quando tornerai a casa ti sembrerà pigrizia,
ma è rivoluzione.

13 luglio 2010. Tempo di dare una ripulita.

*

Le cose stanno proprio così.

Alla radio passava una pubblicità della Shell.
La mancata conoscenza di alcuni termini impediva il corretto funzionamento
dell'intelletto di mia figlia.
Era lei a scegliere su quali preferisse avere delucidazioni.
Io credevo andasse a caso, ma forse poteva avere un progetto.
Non sapevo quale fosse.
- Papà – mi chiese – che cos'è la Shell?
Mi girai di colpo verso di lei. Mentre guidavo.
Restammo a guardarci così per diversi secondi.
La strada non la guardavo più. La cosa si faceva pericolosa.
- La Shell è un'organizzazione di gente che va in alcuni paesi del mondo a rubare il petrolio, lo porta a casa sua e lo trasforma in benzina. Poi ce lo vende. E noi lo compriamo.
- Ma così – mi ha detto, guardando all'insù, dopo averci pensato – i paesi da dove lo rubano diventano poveri.
La sua teoria non era condivisa dagli americani.
- Certo. Ma loro hanno una soluzione: se qualcuno si ribella, lo impiccano in piazza.
Restammo in silenzio. Questa volta non si offese come quando gli spiegai che Adamo ed Eva
non erano mai esistiti.
Ormai si sentiva grande. Da pochi giorni era nato suo fratello.
Io lo tenevo in una mano con il faccino rivolto a me.
I piccoli occhi stanchi a volte sembravano osservarmi come se mi vedessero.
Ponevano domande.
Avevo dei figli curiosamente interrogativi
Papà, – sembravano voler dire - ho grande preoccupazione. Da soli tre giorni son venuto al mondo e già mi tormenta questa cosa strana, che fa rumore, che a volte fa un po' male e altre fa cacare. Perché mi hai messo al mondo?
Io lo guardavo cercando di lenire il suo piccolo dolore.
Non preoccuparti di queste cose, piccolo mio – gli trasmettevo tramite il pensiero – tanto, se proprio davvero devo pensarci bene, con millimetrica certezza posso dirti: non lo so neanch'io.

12 luglio 2010.

*

Date a Cesare quel che è vostro.

Un credente può avere l'inspiegabile tendenza
di bruciare il tempo con la convinzione
che lo scopo sia essere seri.
È un derivato ancestrale
mutuato dalla supposta sacralità
della prima famiglia mononucleare.
Supposta e nel senso anale.
Appare diversamente abile il culo
di chi ha escluso l'ironia dall'esistenza.
Pare che soffra e possa sanguinare misticamente
per grande spirito di sacrificio.
Anch'io brucerei nel tempo, certo. Tutte le chiese
in nome di Giordano Bruno.
Per nutrire l'intento masochista
degli ossessionati dal senso del tragico.
Che dono del cielo sarebbe stato invece
la Madonna con le calze a rete, dal momento che
Gesù in perizoma lo conosciamo già.
Hanno passato la vita senza che se ne ricordino
memorabili battute.
Per questo furono presi sul serio
al punto tale che i loro adepti optarono a credere
che esistesse davvero qualcosa di sacro.
Certo, ci sono momenti in cui essere seri può rivelarsi vitale.
Chi riuscirebbe, ad esempio, a defecare, mentre si distrugge dalle risate?

8 luglio 2010. Tempo di merda.

*

Apologia di un Ipod - Ecce spiritus!

Il pazzo conversava con grande disinvoltura sul fine ultimo
del pensiero di Socrate, Platone e Aristotele.
Tirava in alto un oggetto
come compiendo un gesto
di inaspettata prestidigitazione.
E rimaneva in silenzio.
- Questo è il sogno e l'incubo dei tre maggiori filosofi greci – annunciava.
Era un I-pod. Era l'incubo di Socrate.
Che il vecchio amasse un po' esagerare,
lo avevo capito quando avevo letto
che accettava la condanna della cicuta
perché non era convinto che la morte fosse un male, ma solo
un probabile sonno senza sogni.
Addormentarsi un po' più tardi neppure
sarebbe stato un male.
Come pestare con la pianta di un piede l'I-pod invece di temerlo.
Ma Socrate sapeva dare forza a degli argomenti davvero inutili.
Era contento così.
La donna seguiva il pazzo nella rilevazione
degli aspetti filosofici della natura spirituale
di Agostino d'Ippona.
Continuava pesantemente a masturbare l'aria
con la mano tutta inanellata
e a conturbare un invisibile pene
con la fellatica 'O' della parola 'tempo'
utilizzata con grande eccesso.
Signora. La filosofia è molto più semplice di quel che Socrate potesse
temere e non temere e di quanto lei voglia oggi complicare.
E viene fuori dalla naturale posizione
che assumono i corpi
in presupposta meditazione.
La smetta di cercarlo con la mano e con la voluttuosa 'O' del tempo,
lei ha la fica. Ecco lo spirito!

5 luglio 2010. Tempo invocato con inconsci intenti erotici.

*

Afflitti da inguaribile levitas.

Le notizie non c'era neppure più il tempo di leggerle.
Sfuggivano, non rimanevano impresse. Date alla scrittura non permanevano più
nella memoria. Forse aveva ragione Platone. Parlarne sarebbe stato meglio.
Ma parlare di cosa, dal momento che nessuno ricordava?
In fondo al quotidiano figurava un oroscopo. Una serie banalissima di stronzate.
Leggevi e non ci trovavi scritto niente.
Puntai il cancro con un dito. Mio figlio sarebbe stato cancro. Ma ancora non veniva fuori.
Diceva – Nessuna fretta -. Lo diceva proprio al cancro. E il piccolo eseguiva alla perfezione.
Sì, la fretta adesso era un dio inevitabile. Tutti ne avevano. Era il nostro male.
Io ne restavo coinvolto quotidianamente. Nella fretta di fare decidevo
che questo non c'era tempo di leggerlo e questo tempo di visionarlo
e non c'era tempo per andare al mare e tempo per inventare una storia
per la mia bambina. Dov'era finito il tempo? Nessuno lo sapeva.
Poi riuscivo a calmarmi. Aspettare freneticamente qualcosa non serviva a nulla.
Prima o poi sarebbe arrivato lo stesso. Dovevo smettere di avere fretta.
Ma io non ero cancro.
Ripresi ad innervosirmi chiedendomi quando il tempo si sarebbe fermato.

5 luglio 2010. Tempo che corre e noi ad inseguirlo.

*

Parossismo a posteriori.

Ci sono alcune giornate in cui giochi una partita perfetta.
È sempre il tuo momento. Non passa mai.
Altri giorni invece li passi più in ombra.
Ma se sei davvero a posto, il colpo di genio non ti manca mai.
A me non manca. Una perla la deposito sempre.
Spesso le porgo solo a me stesso. La mia mossa migliore è
la controinculata.
Al vecchio avevo chiesto il cognome per mandarlo nella direzione giusta.
Si è fermato, mi ha guardato. Aveva un bastone da passeggio e
soffriva del lungo percorso. Era stanco. Ma era anche stronzo.
Mi ha detto
– In culo ai morti che hai.
Ho pensato di non aver sentito bene. Ma ha detto proprio così. Non potevo sbagliarmi.
L'ho fissato a lungo mentre andava via. Senza rispondermi.
In quei lunghi attimi ho pensato
– Diglielo tu. In faccia. Quando li incontrerai. Non mi sembra che manchi molto.
Poi ho detto
- Signori, cognome? - ai prossimi che venivano.
Io vivo come se avessi vinto di brutto nella vita.
Non ho neppure bisogno di sprecare parole.
Tranne quelle che scrivo.

24 giugno 2010.

*

La maieutica di tre bionde medie fresche

Ci sono persone su cui hai avuto sempre il turbante sospetto
che fondamentalmente siano stupide.
Falle bere e, come schiuma trasbordante da un boccale,
tanta loro inefficienza emergerà.
- Ecco, lo sapevo.
Oh, ce ne sono molte per cui non ce n'è bisogno.
Ma non è capace di vivere chi non riesce ad equilibrare
neppure tre bionde medie fresche.
Bevute nel giro di un'ora, altrimenti non vale.
Megalomani imprenditori, eccelsi medici, spaventosi oratori
non sono niente nella alcolica dimensione
dai vibranti confini spaziali e temporali. Non sanno muoversi,
non sanno più che dire. Non sono più uomini.
Vuol dire che fingono. E che la vita non la comprendono.
Dio riversò al mondo i fiumi dorati per permetterci di capirlo.
Fategli il mio alcol test. Vedrete se non vi confesserà questa verità.

23 giugno 2010.

*

Se fossimo tutti apolidi mi sentirei meglio.

Guidavo un carrello pieno di flute lungo un tracciato completamente disconnesso.
La bambina era seduta a una panchina. Mi guardava. Sorrideva.
Anche sua madre sorrideva mentre mi scioglievo nel sole di giugno
dentro una giacca nera e una camicia a maniche lunghe.
Sembrava divertente, in Italia, vedere ancora qualcuno che lavorava.
Molti ammiravano incuriositi. Le belle tradizioni di una volta.
Alla radio dicevano che un italiano aveva violentato
una studentessa americana nel palazzo in cui era portiere.
Un'extracomunitaria, in pratica. Alle volte accadeva.
Un secondo italiano era stato arrestato per abuso su minori.
Su una ragazza di tredici anni che lavorava nella sua bottega come apprendista.
Lo dicevo io che in Italia lavorare non conveniva più.
La nazionale era ai mondiali. Nella prima uscita aveva rischiato di perdere
contro il Paraguay. Il portiere italiano (non quello penetrante) non era riuscito a parare tutti i guai.
Uno era entrato. Ma ne incombevano diversi.
La radio diceva ancora – Il cielo sopra l'Italia...
La spensi.
Erano ventotto anni che ero stanco delle false previsioni.

16 giugno 2010. Non si sa.

*

Tenerla stretta dal collo.

A pensarci bene, una bottiglia di vino rosso, se aperta,
non è nient'altro che un bicchiere da 75 cl. E da un bicchiere pieno si beve.
Avevo un grande bicchiere tra le mani, c'era la notte.
Sedevo nell'erba con l'incubo delle merde dei cani e faceva fresco.
Con la testa poggiata all'indietro tra le gambe di mia moglie, osservavo il concerto
e mi addormentavo progressivamente.
Poi quel giovane saggio col sax salì sul palco
e annunciò
- Due dita in gola sono meglio di un dito in culo.
Mi fermai a pensarci. Non sapevo se fosse vero.
E se il dito in questione
fosse stato della più bella
ragazza che avessi mai visto?
Forse sarebbe stato meglio delle due in gola.
La presi per buona.
La nera anticamera dei sogni prese a colorarsi
vibrando degli acuti del sax singhiozzante.
Alzavo il mento e cercavo di inseguire la musica.
Sembrava quasi di vivere.
Finché la pioggia non spazzò tutto via dal palco.
Poi un presepe di fedeli incuriositi accerchiava una figura umana.
Era un uomo senza capelli. Tutti guardavano verso di lui
come nella mistica partecipazione ad un incomprensibile
messaggio
divino. Di vino.
L'uomo aveva in mano un banalissimo cosciotto di prosciutto crudo.
Ma non era questo. La clamorosa rivelazione era che
sanguinava.

31 maggio 2010. Pioggia fine ma fitta.

*

Nonostante la mancanza di cerebrità

La sera del Cavaliere Alessandro mi sono avvicinato per parlargli.
Lui ha allungato la mano, io ho detto
- Complimenti.
- Grazie.
Ho cercato qualcosa da dire. Lui mi guardava. Aspettava.
Ho sondato dentro la mia testa, ma il cervello non c'era più.
Chissà dov'era andato.
Ho trovato qualcosa da dire.
- Ho visto il video che avete fatto. Quello lì, a Barletta. 
Mi guardava. Non sembrava condividere la città. Ma il video l'aveva fatto lui, mica io.
- Era a Barletta? - ho chiesto.
- Sì – ha socchiuso gli occhi.
Aspettava ancora il resto. Lo aspettavo anch'io, ma non arrivava.
- È bello.
Il suo sguardo diceva - Cazzo, le analisi che fai!
Ho cercato di sorridere, ma non mi è venuto bene.
- È meglio che me ne vada - ho pensato.
Bastava dirgli – Io ho ascoltato le tue canzoni, ma adesso tu devi leggerti i miei testi.
Era facile, non ci voleva molto.
Forse ho detto ancora – Complimenti.
Sono andato a Foggia per mia sorella. Ho pensato di passare dalla fumetteria.
Avevano pochissimi Dylan Dog. Fortunatamente avevo la lista. Li avevo tutti.
Eppure non ero convinto.
Ho trovato Legs Weaver. A mia moglie piace. In fondo le voglio bene.
Ne ho comprati dieci, tutti dal cento in poi. Quelli di sicuro non ce li avevo.
Quando l'ho chiamata perché mi era venuto il dubbio, ho scoperto
che ce li avevamo tutti.
Sono tornato indietro. Dove cazzo era finito il cervello?
Quando serviva cominciava a latitare.
Il negozio era chiuso.
Due ragazze mi avevano seguito per tutto il tempo. Si sono fermate sull'altro lato della strada.
Sono passato avanti grattandomi il mento. Del cervello non c'era traccia.
- Adesso lo fermo – ha detto una all'altra.
- Oooohhhhh – l'altra non era molto d'accordo.
Mi sono girato. Nella strada c'eravamo solo noi.
La ragazza che voleva fermarmi guardava me. Non era bella.
- Ho voglia di scopare – ha detto e non detto.
- Io no. Non sarebbe una cosa intelligente.

26 maggio 2010. Tempo delle mele.

*

Un giorno morirete anche voi

All'uscita di scuola c'era Rocco sul passeggino.
Quando andava in classe con mia figlia già
dimenticava le cose, camminava mezzo storto.
Adesso non cammina neanche più.
Non si capisce come si possa curare la sua malattia.
Preso lo seppelliranno.
E alla ricerca danno sempre meno soldi.
Non potreste, per favore, morire voi, al posto di Rocco?
Sulla strada un uccellino morto aveva il becco aperto rivolto alla mia bimba.
Gli hanno schiacciato il cuore a quell'uccellino? - mi ha chiesto.
Già. Gli hanno schiacciato il cuore – le ho risposto.
E perché?
Non lo so. Ma ai vermi non dispiace che sia successo.

26 maggio 2010. Tempo oscurato dal volteggiare di grossi volatili.

*

Prima a noi e poi a Winnie Pooh.

Due vecchi camminavano per strada uno sul marciapiedi e uno
che per poco non lo stendevo con la macchina.
Parlavano degli stranieri e dicevano
- Sai cosa ha detto Alberto Sordi? L'ha detto pure lui: non dobbiamo essere estranei a casa nostra.
Cazzo, se l'ha detto Alberto Sordi...
Ieri sera eravamo in dodici al ristorante cinese.
Dopo un quarto d'ora che fumavamo fuori, ho detto:
- Invadiamo la Cina? - e ho indicato l'entrata.
- In realtà è la Cina che ci sta invadendo – mi hanno fatto notare.
Stamattina è uscito fuori un rombo di peto agli effluvi di bambù
e ho rilasciato al cesso una merdina dagli occhi a mandorla.
Forse il progetto è di invadere i cessi.
Tre stranieri davanti all'ospedale se ne stavano seduti sotto il sole
su un gradino, con la testa tra le mani.
Ve ne dovete andare! Lo volete capire?
Qui non c'è niente per voi.
Le nostre donne si stanno lentamente zoomorfizzando,
la loro scopabilità si sta assestando intorno al 7%,
siamo a maggio che sembra novembre,
Dio ha smesso di cantare
e per la maggior parte evoluzione vuol dire che
l'anno scorso si usava il verde e quest'anno
va tanto il viola.
Che cazzo volete dal nostro paese?
Tornatevene ai vostri.
E di corsa.
E fatemi sapere al più presto se c'è posto ancora per uno.

21 maggio 2010. Tempo di andare via.

*

Che uccello di maggio!

Mai visto un maggio simile.
Una volta, per l’accomodante temperatura che l’accompagnava,
in quel mese mi innamoravo tre volte al giorno.
Quest’anno piove. E pioveva anche oggi
mentre entravo attraverso la porta automatica del centro commerciale.
Una ragazza alta, magra e bionda mi veniva incontro,
sembrava una fotomodella e mi guardava.
Ho chiuso l’ombrello e mi sono girato intorno.
Non c’era nessuno. Guardava proprio me.
Quando ho intravisto il bambino infagottato che aveva al seguito ho capito.
Guardava l’ombrello.
Serve l’ombrello? – ho detto.
Guarda, questa pioggia è da impazzire – guardava proprio l’ombrello.
L’ho accompagnata vicino ad una cinquecento mezza scassata.
Le ho detto – A posto?
Mi ha detto – Veramente è quella.
Un Suv di cui non si vedeva né l’inizio e né la fine.
L’ho accompagnata all’altra macchina.
Mi ha detto – Sei stato davvero gentilissimo.
Ho detto – Non preoccuparti.
Ho pensato – Lo vedevi se eri un cesso come ero gentile!
Ho comprato una macchina telecomandata per mio cugino di sei anni,
me la rigiravo tra le mani tutto felice mentre camminavo.
Quando ho alzato la testa, una famiglia composta di tre bradipi attoniti mi fissava:
bradipo grande, bradipo medio e bradipo piccolo.
Che cazzo volete? Mi piacciono le macchine telecomandate. C’è gente che ha gusti più strani. Compongono certe famiglie!
Con loro non sentivo alcun obbligo di essere gentile.
Mia figlia di ha definito Frankenstein al posto di Einstein. Ci può stare.
Un passero è entrato nello spazio chiuso precedente all’ingresso
e ha preso a svolazzare tutto intorno. Sembrava stesse per impazzire.
Una signora seduta sulla panchina accanto alla mia si è messa in piedi
dicendo – No, no, no.
Guardava il passero,
poi ha detto – Non sopporto i volatili dentro.
Si è calmata, poi ha rettificato – L’uccello dentro mi fa impressione.
Ho pensato – Signora, dipende dall’uccello.
I bradipi si sono fermati ancora a fissarmi con i loro occhi da bradipi.

19 maggio 2010.

*

Nemmeno il vocabolario sa spiegare un paradosso

Mi sento davvero stupido quando mi alzo dal letto
e non trovo gli occhiali sul comodino,
mi viene sempre l'idea di inforcare gli occhiali
per vedere dove sono andati a finire.
Ma se li indossassi saprei che sono sul mio naso
e non avrei bisogno di cercarli.
Gli uomini sanno tutto tranne le uniche cose che davvero interessano loro:
da dove provengono
e che fine faranno.
Se le donne fossero uomini, forse,
sarebbe più interessante parlarci.
Ma non sarebbe altrettanto bello
praticare il famoso sessantanove.
A questo punto sarebbe preferibile
tenere la bocca chiusa.
Bastardaggine e stupidità appaiono complementari nei rapporti umani.
Dove v'è carenza d'una, c'è abbondanza dell'altra.
Chi è quel bastardo che mi ha tolto gli occhiali dal comodino?

16 maggio 2010. Tempo imperfetto.

*

Dio non canta più.

In macchina, alla radio,
ho sentito che alle 7 e 45 di stamattina è morto Dio.
Cantava in un gruppo metal,
ma era ascoltato solo da un circolo di fedeli.
Io non l'ho mai sentito e non ho neppure mai visto
un'intervista con lui.
Lo conoscevo perché c'era qualcosa che lo riguardava
in un film che vidi una volta.
Non si può certo dire che fosse bello,
ma molti affermano che avesse una voce che ipnotizzava.
Beh, adesso forse continuerà a farlo dall'aldilà,
dal momento che il suo verbo ormai è inciso.
Cantare ad un popolo di uomini disattenti
non è poi questa grande cosa.
Magari se l'è presa,
oggi diluviava.

16 maggio 2010. 40 giorni di tempo piovoso.

*

Un sano vaffanculo denota dignità

Chi non ha mai avuto dignità
si è sempre arrovellato sul proposito
di toglierla agli altri, coniando termini
che non hanno alcun significato.
Ubriaconi, drogati, puttane e straccioni non sono
categorie di uomini, ma solo disegni
tracciati da menti malate, malamente ritagliati
da appiccicare in faccia alle persone.
Dicono che nessuno è perfetto.
L'altro giorno per esempio mi stavo soffocando
con un pezzo di ricotta che si è indurito nella gola.
Si è creato proprio il tappo.
Non sono neppure certo di sapere masticare.
Dicono proprio così, che nessuno è perfetto.
Beh, io non lo sono.
Ma al problema sono arrivato a conclusione
che non esista soluzione.
E dove non esiste soluzione,
sangue di Khrisna! Non vedo più il problema.

14 Maggio 2010.

*

San Giovanni Bosco

Sulla carta,

non dovrebbe essere male accompagnare la propria bimba a scuola

e sgusciare tra la folla di giovani e belle mamme

in un labirinto di seni e di culi a cui prestare

riverenza di materna dedizione.

Ma San Giovanni Bosco è un caso raro.

Forse non gli riuscì, a chi la fondò, di farlo alle Galapagos.

Sembra che i primi tentativi di formulare un'Eva,

dio li abbia praticati tutti lì

nel tempo in cui non gli era ancora chiara la netta distinzione

tra l'uomo e l'animale.

A quella con la stazza del maiale si affianca un volto di disperazione

con la barba di una capra sopra il mento.

Non ha ritenuto opportuno levigarsi

colei (dubbi ne ho) che in bella mostra porta sulle gambe la pelliccia di un cinghiale.

E non sarebbe un delitto coprire gli occhi di tua figlia quando si protende

il volto fatto male di un mastino.

- Ciao, piccoletta, dammi un bacio.
- Papà, stasera andiamo alle giostrine?
- Ma come? Hai visto? Ti porto ogni giorno allo zoo. E senza pagare il biglietto.
- Uffa.
- Ehi, sorridi. E tienimi tutte le bestie da parte per l'uscita.

Dal fondo della strada arriva una che spinge un passeggino

a cui è aggrappato un altro bimbo che indossa il grembiule.

Nonostante abbia le labbra ben serrate, si imprimono su quello inferiore due denti da ratto.

E questa di figli ne ha già due.

Ma chi l'ha ingravidata?

Chi le ha riprodotte tutte per la stessa generazione?

Chi compone questa stirpe di scellerati onnivori?

Anche mia moglie a volte è una iena,

ma almeno ha sempre avuto la decenza di non assomigliarle.


13 Maggio 2010. Tempo da lupi. Non ci facciamo mancare niente.


*

Tutto secerne.

Alla centoventiseiesima pagina del testo che stavo stampando
il computer ha bloccato tutto perché finiva il giallo
che non stavo neanche usando.
Ho tirato via tutti i colori e l'unico che ha eiaculato
è stato il giallo che era finito.
È abbastanza risaputo che quando piove, dipingere una ringhiera esterna
comporta le sue complicazioni.
Esco fuori e tira qualche goccia.
Rientro ed ogni volta torna il sole.
Stamattina pensavo a dio mentre versavo il latte.
Le articolazioni della mano si sono paralizzate
e la busta è caduta sul pavimento.
Ho guardato il cielo rappresentato dal soffitto.
Non si piange sul latte versato,
ma vaffanculo credo si possa dire.
In compenso il pennello ben strizzato,
nel continuo sfregamento non si è trattenuto
ed è venuto
con bianco vigore a macchiarmi la prima maglia
e il secondo jeans.
La collezione primavera/estate
sembra stia venendo bene.

13 Maggio 2010. 70% di umidità.