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Raccolta di recensioni scritte da Timothy Megaride
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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Andrea Bajani - Romanzo - Feltrinelli

Il libro delle case

 

Verso l’altrove

 

L’esergo cita un vecchio romanzo di Milan Kundera, la Vita è altrove[1]. Mi colpisce l’avverbio perché mi ci sono imbattuto spesso recentemente, in altri libri, in altre storie. Forse vorremmo tutti essere altrove, benché l’altrove non esista e, se esiste, non può essere che la morte. Di altrove si muore, anche giovani se è per questo, esattamente come Jaromil, il protagonista del romanzo di Kundera.

Beh, se Andrea Bajani si sente autorizzato a confonderci e disorientarci, non vedo perché noi, umili suoi lettori, dovremmo esimerci dal formulare ipotesi stravaganti; tanto più che non sappiamo nulla di lui, a parte averne letto alcuni libri. Ne vedo per la prima volta la faccia sul risvolto di copertina. La foto in bianco e nero ritrae il volto di un bell’uomo, di tre quanti più o meno. Barba incolta, basette lunghe fuori moda, capigliatura folta apparentemente negletta. Occhi chiari e luminosi, non ha rughe visibili, a parte le parentesi agli angoli della bocca che delimitano un sorriso appena accennato, a labbra serrate. Anche lo sguardo sembra sorridere, puntato su qualcuno o qualcosa fuori campo che forse gli fa simpatia. Il risolino è per me enigmatico, come quello della Gioconda: un po’ sornione, un po’ beffardo, un po’ triste. Può essere l’ammicco di un rubacuori o la mestizia di un’afflizione; o entrambe le cose.

Mi soffermo sull’autore perché penso che protagonista della sua narrativa sia egli stesso, talvolta con un’identificazione anagrafica d’invenzione (Lorenzo), talaltra esponendosi in prima persona come quando rende uno straziante omaggio al suo maestro (un padre putativo?), il compianto Antonio Tabucchi. Oppure si cela in un iperonimo (bambino) o in un pronome di prima persona oggettivato, come nel caso presente: IO è! La peculiarità di “Il libro delle case”[2] consiste nel categorizzare i personaggi, i quali non hanno altro tratto che un generico ruolo: Padre, Madre, Nonna, Sorella, Moglie, Bambina, Poeta, Prigioniero, guardati da un “IO” non meno categorico (ciascuno di noi è IO), un personaggio tra personaggi. Le case del titolo sono solo in parte luoghi fisici, spesso sono spazi della memoria, quale può essere un taccuino, un esoscheletro o l’abitacolo di un’autovettura. La memoria è selettiva, come per tutti, evoca ciò le conviene o che ne assolve il latore. È anche unica e non ha altri testimoni che noi stessi, a parte gli eventi traumatici che riguardano le collettività, ma anche in questo caso percepiti in maniera diversa a seconda del testimone.

Dunque, Bajani riproduce frammenti di una vicenda fortemente autoreferenziale e figliocentrica. Non è un puzzle in cui ogni tassello ha una sua precisa collocazione; è piuttosto una foto strappata, malamente lacerata, che mai si ricompone del tutto sotto lo sguardo paziente dell’osservatore. I nessi sono balzani, la prospettiva è unica e le grandi voragini possono solo confidare sulla cultura o l’immaginazione del lettore. È quasi un rompicapo per il continuo saltare di palo in frasca, di stagione in stagione. Per noi è legittimo ipotizzare che IO sia lo stesso Bajani, col quale abbiamo, apparentemente, poco o nulla da spartire. Perché ci scarica addosso tutto il suo malessere? Perché dovremmo specchiaci in lui?

Vi confesso che ho pensato a Pavese, non alla sua opera, ma alla sua fine. Dio, mi sono detto, questo si suicida! Lo avevo pensato anche per le opere precedenti e in questa, come nelle precedenti esperienze di lettura, ho tremato di spavento. Perché, se è vero che nessuno può privarci della sua esistenza, la scomparsa di una persona amata è per noi esiziale. Fortunatamente IO colloca la sua dipartita, presumibilmente per cause naturali, nel 2048. Mi è tornato in mente un romanzo di John Irving (Preghiera per un amico)[3] il cui coprotagonista, Owen Meany, prevede l’esatta data della sua morte. È la più bella storia sulla guerra del Vietnam che io abbia mai letto, anche se la guerra vi compare di straforo. Un trauma per i ventenni americani di allora, un’ipoteca inestinguibile sui sopravvissuti alla carneficina. C’entra col mio modesto argomentare, vedrete che c’entra.

Ma ho sorriso, finalmente ho sorriso. Immaginazione per immaginazione, mi sono detto, IO potrebbe anche concedersi qualche annetto in più. Che gli costa? Dopo tutto, quanti scrittori hanno prodotto grandi opere in età avanzata? Sono contento che IO sia tra noi e che intenda restarci ancora per un bel po’, magari anche di più, se vuole.

Veniamo al dunque. L’esperienza di IO mi rappresenta e, in qualche misura, mi esprime. Non posso dire che mi racconti per due buone ragioni: il redattore di queste note non è IO; Bajani non racconta un bel nulla, esprime uno status, una condizione, una generazione e lo fa nell’unico modo in cui è possibile estrinsecare l’universo interiore, attraverso una prosa lirica che evoca più che rappresentare. Le pene non si possono raccontare, il mio dolore, il tuo dolore posso evocarli solo attraverso i mezzi espressivi della poesia. Bajani mi esprime bene. Me! E gli altri? Dove sono gli altri? Senza una storia comune non possiamo capirci. Ecco, dunque, l’elemento che si intrufola di soppiatto nell’arbitrario solipsismo di IO. Che è in terza persona e che la comune storia apparenta ai consimili, sia pure sul mero piano della sincronia. IO nasce nel 1975 (come Bajani): con un po’ di elasticità sulla cronologia potrebbe ben essere un significativo esponente della generazione dei Millenials, cioè di coloro che sono nati nell’ultimo quarto del ventesimo secolo e che all’alba del ventunesimo si sono affacciati alla vita bugiarda degli adulti[4]. La generazione degli orfani. Gli hanno ammazzato i padri ancor prima che emettessero il primo vagito. IO Ha … quasi tutto, ha tutto per la vita, anzi è proprio pronto, è ormai attrezzato, anche se è ancora troppo presto: la vita lo ucciderebbe prima di dargli l’illusione che dà a tutti, quella di graziarlo, di concedergli l’eterno. Non sa, ancora non sa che…

Nelle ore del travaglio materno, all’idroscalo di Ostia, veniva barbaramente trucidato Pier Paolo Pasolini. Due anni e mezzo dopo in una Renault 4 di colore rosso verrà trovato il corpo esanime di Aldo Moro. Quel rosso, IO lo riconosce. La bocca luminosa del televisore glielo ha iniettato dentro il reticolo nervoso mentre corre nella Casa del sottosuolo. Per questo, anche se non lo ricorda. IO sente quel colore come una fitta dentro il fianco, come una specie di dolore nazionale. Lo riconoscerà per sempre e sarà indistinguibile dal sangue.

Per sempre! Uccidere due padri quasi in un sol colpo è un gran brutto affare per le generazioni venture. Solo gli incoscienti potranno elaborare il lutto; gli altri sapranno, sia pure in differita, che la morte di un padre è uno scacco troppo grande e scoprirsi figli, soli, sotto il peso del destino, significa farsi carico di mille improvvise responsabilità[5].

Sopprimendo la poesia e la politica, entrambe intese in senso ovviamente esteso, hai dato il via alla nuova barbarie del terzo millennio. Gli orfani non sanno che pesci pigliare, si muovono a casaccio, o tutt’al più restano muti, attoniti dinanzi a un silenzio mortifero.

Vedete, tutti noi abbiamo padri e madri biologici più o meno identificabili, ma non è detto che essi siano all’altezza del gravoso compito che li attende. A parecchi di noi è capitata solo la rappresentazione di una tradizione … inapplicabile a una famiglia messa insieme con pezzi di solitudine e di scarto. Se nasci all’interno di una famiglia raffazzonata, per trovare l’orientamento devi rivolgerti a guide più solide, più istruite, più esperte, più sagge. Ma, se anche queste ti vengono sottratte dalla furia cieca dell’insipienza ferina, la morte riguarda non esseri umani, ma il cammino della civiltà.

Il messaggio è tutto nella malcelata centralità dei due fatti di sangue che hanno tenuto a battesimo la generazione dei Millenials. Sono simboli del parricidio universale, ma anche emblemi dell’ultima e più recente cesura storica nel nostro paese. Pasolini e Moro sono patenti raffigurazioni dell’antifascismo etico, della discussa e spesso discutibile ricostruzione postbellica, ma anche del dibattito culturale e politico che tiene desta l’attenzione dei cittadini, ne provoca le reazioni e le scelte, stimola la riflessione, connette gli spiriti nella mitezza della civiltà. La morte di Edipo dovrebbe essere solo metaforica e significare superamento, avanzamento, qualche volta progresso. Edipo non può essere soppresso: è una necessità storica. Senza di lui smarrisci la strada, non sai da dove muovere né dove andare. Si edifica su solide fondamenta, non sulle macerie. Senza passato non c’è futuro. Oggi siamo tutti degli eccellenti demolitori; nessuno di noi conosce l’arte della progettazione. Disfacendoci dei padri, abbiamo negato il futuro ai figli. Gli abbiamo oscurato il sole.

Ah, dimenticavo! C’è anche Tartaruga nel libro di Bajani. Longeva e silenziosa attraversa tutta la raffazzonata storia, anzi la supera. L’alluce di IO e la testa di Tartaruga hanno la stessa forma, e per questo IO è convinto che la propria testa stia nel piede. E il piede muove verso non si sa dove, forse verso l’altrove.



[1] Milan Kundera, La vita è altrove, Adelphi 1992.

[2] Andrea Bajani, Il libro delle case, Feltrinelli 2021.

[3] John Irving, Preghiera per un amico, Biblioteca Universale Rizzoli 2000.

[4] Riecheggio il titolo di un romanzo di Elena Ferrante, La vita bugiarda degli adulti, E/O edizioni 2019. Anche in questo caso il richiamo non è casuale. La protagonista del romanzo è più o meno coetanea di IO-Bajani. Si tratta di un’opera fortemente figliocentrica. Gli scenari significativi sono abitazioni. C’entrano le case.

[5] Cito da Raffaele Nigro, Dio di levante, Mondadori 1994.

 

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Serena Dandini - Romanzo - Einaudi

La vasca del Führer

 

OLTRE L’ORIZZONTE

 

Me ne ricordo bene. Lessi la notizia sui giornali. Un uomo ucciso da un cornicione staccatosi dal quinto piano dell’edificio in cui abitava. Non avrebbe mai immaginato, svegliandosi quella mattina, che il suo tempo sarebbe scaduto di lì a poco. Mi colpì la notizia perché passavo quasi ogni giorno per quella strada, calpestando lo stesso marciapiede sul quale l’uomo aveva trovato la morte. Pensai che fosse toccato a lui, ma qualche possibilità che capitasse a me c’era. Solo il caso aveva provocato la morte di quell’uomo. Fosse uscito un minuto prima o un minuto dopo dal suo portone, ora sarebbe vivo. Il caso determina le nostre vite. I progetti a lungo termine non ne prevedono l’incidenza.

Non è fatalismo, è solo la constatazione della dipendenza sensibile alle condizioni iniziali di un sistema complesso, il celebre effetto farfalla di Edward Lorenz. Attingo dal web una ben nota citazione di Alan Turing (Macchine calcolatrici e intelligenza, 1950): «Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l'uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza».

La possibilità che Elizabeth Miller, una mattina del 1927, si imbattesse, per mero accidente, lungo l’affollatissima Quinta Strada di New York, in Condé Montrose Nast è fatto di tale eccezionalità da spingere Serena Dandini[1] a scrivere: «Ci vuole talento per capitare nel posto giusto nell’attimo giusto…». Lei è una ragazzina di vent’anni proveniente da Poughkeepsie, una cittadina a meno di cento chilometri da New York; lui è nientemeno che l’editore del New Yorker, di Vanity Fair e, soprattutto, di Vogue. Non è la scena di un film, è un fatto davvero accaduto. All’editore basta uno sguardo per capire che a Lee non manca nulla per diventare una cover girl di sicuro successo. Qualche mese dopo il suo volto, sia pure disegnato da Georges Lepape, appare sulla copertina di Vogue. È l’inizio di un lunghissimo viaggio che condurrà la celebre modella, poi fotoreporter e giornalista, nei luoghi più disparati e a contatto col fior fiore della cultura e del jet set internazionali fino all’approdo nel Sussex britannico, finalmente moglie di Sir Roland Algernon Penrose, pittore, collezionista e critico d’arte. La sua biografia sembra un percorso ad ostacoli, così carica d’esperienze e di avventure da far pensare a vite diverse che si intrecciano, si accavallano, si confondono e si perdono nei meandri più tortuosi della storia del ventesimo secolo. Seguirla dà sgomento alla stessa sua biografa italiana, che pure è una “ragazza degli anni Settanta”, allevata col latte tonificante del femminismo militante e delle battaglie per i diritti civili. Lei, Serena Dandini, alla quale non è estraneo lo spirito d’avventura, alza le mani in atto di resa come chi mai potrà competere con la campionessa mondiale della corsa a ostacoli. Ardisce, Elizabeth Miller, oltre l’immaginabile e l’ammissibile, armata di tenacia e del più coriaceo sentimento di sé. Non è “soltanto una delle tante avventuriere, perlopiù sconosciute, che nei secoli hanno scelto la libertà di viaggiare nei modi più rocamboleschi, osando stili di vita impensabili per una donna”. No! Lei è la completa emancipazione della donna, la fattuale rivendicazione di appartenenza a sé medesima (il corpo è mio e lo gestisco io), eludendo e di fatto avversando la tutela maschile allora imperante e dominante come giogo implacabile, il medesimo che fascismo e nazismo sfoggeranno a mo’ di icona della ferinità a loro congeniale. È lei, non un uomo, a uccidere il Minotauro e lo fa con la sua totale, estrema, consapevole femminilità.

Molti di voi, se leggono o hanno letto il libro della Dandini, storceranno il naso o l’avranno storto in più punti durante la lettura. Lo capisco, non lo giustifico. È impresa titanica rimuovere dalla propria coscienza i millenni di cultura maschile che hanno costretto i nostri corpi e le nostre menti in armature metalliche dalle articolazioni rigide, meccaniche, poco oleate. Trasformare dei grotteschi automi in esseri umani non è cosa da poco, soprattutto per i pionieri della metamorfosi. Dovrei dire “pioniere”, trattandosi delle scatenate flapper dei ruggenti anni Venti, le maschiette messe in campo dalle riviste di moda con gli auspici di due celebri donne, Elsa Schiaparelli e Coco Chanel che, svestendole o accarezzandone morbidamente le forme, insegnarono anche agli uomini il valore della nudità. La scenografia è già tutta nell’opera di Francis Scott Fitzgerald. Leggere per credere! La nuova cultura è retaggio di Freud che rivelò ad André Breton e ai suoi numerosi amici e sodali una realtà misteriosa tenuta fino ad allora nascosta dentro la corazza delle convenzioni: ecco il senso della nudità, tutta espressa in quell’arte surrealista che regalò al mondo intero nuove prospettive. Degenere giudicarono nazismo e fascismo quest’arte. Certo, perché smascherava la loro perversione ancor prima che si esprimesse. E si espresse in maniera così feroce e violenta da sconvolgere il mondo intero e da ipotecare la storia futura fino ai giorni nostri. Il sadismo estremo e la cieca violenza ebbero buon gioco su uno sterminato gregge ridotto alla cieca obbedienza entro il grottesco tralignamento di una liturgia cannibale e coprofaga. Quando una malattia della psiche si erige a regime siamo alla vigilia dell’estinzione della specie.

Lee Miller, già allieva del famosissimo e acclamato Man Ray, nonché sua appassionata amante, stanca di essere una fotografia, estenuata dalla trappola mortale della sua stessa bellezza, impugna la macchina fotografica e si trasforma prima in apprezzata fotografa, poi in fotoreporter. Amerà e sarà amata da molti uomini, fino a sposare Aziz Eloui Bey, un ricchissimo imprenditore egiziano. Lo seguirà in Egitto, punterà l’obiettivo della sua macchina fotografica sull’immensa distesa del deserto, sulle piramidi, lasciandoci foto memorabili. Il frivolo ambiente del Cairo e di Alessandria la stancherà presto. Sentirà il bisogno di muoversi, di mettersi di nuovo in gioco. Il tollerante e benevolo Aziz ne asseconderà la forsennata sete d’altrove. Parte, viaggia, fotografa, incontra il suo futuro e definitivo marito, Roland Penrose. Dovrà separarsene presto allo scoppio della guerra. Dopo un breve ritorno negli Stati Uniti, la ritroviamo fotoreporter di guerra per Vogue, invadendo un campo tipicamente maschile. Documenta i bombardamenti di Londra, riceve il placet dell’esercito americano quale corrispondente di guerra per il suo editore Condé Nast. Fotografa lo sbarco in Normandia e la liberazione di Parigi. Entra, tra i primissimi, nei campi di concentramento di Buchenwald e Dachau. Vincendo nausea a orrore, con la sua Rolleiflex comprova, a beneficio e memoria della posterità, l’inimmaginabile spettacolo della ferocia nazista. Il telegramma spedito a Vogue con i rullini recita: «Credetemi, è tutto vero!». Dubita che una rivista di moda abbia il coraggio di pubblicare su carta patinata l’incubo a cui lei ha assistito: montagne di corpi che erano scheletri già prima di morire, senza più nome né dignità, spinti a fatica dalle ruspe verso una fossa comune per scongiurare le epidemie. Lei stessa non potrà mai dimenticare. È esausta. Vorrebbe cancellare, dalla coscienza più che dai sensi estenuati, la sozzura della divisa a lungo indossata, il fango dagli stivali, il fetore dei cadaveri, lo sguardo spento dei sopravvissuti. Il caso vuole che, a Monaco di Baviera, le diano alloggio in una casa su Prinzregentenplatz. È nientemeno che l’appartamento privato di Adolf Hitler, una dimora che avrebbe potuto accogliere il benessere discreto di un impiegato comunale, o di un prelato in pensione con un’inclinazione per l’arte classica e le sue mediocri imitazioni. … Una sobria dignità borghese trasuda da ogni dettaglio. La banalità del male!

Lee si libera degli stivali fangosi, degli abiti e si immerge ne “La vasca del Führer” per un caldo bagno ristoratore. È lì che David Scherman, suo collega e compagno di ventura, la ritrae, nuda, lo sguardo perso, il sudiciume degli stivali sul tappetino, la divisa ripiegata su una sedia. Sulla sinistra, adagiata sul ripiano della vasca, è una fotografia di Hitler.

I due colleghi finiranno a letto, l’una cercando conforto tra le braccia dell’altro. È, il loro, un amplesso furioso, disperato, probabilmente vissuto come terapeutico o consolante da entrambi. Mi piace l’essenzialità dei tratti con cui la Dandini dipinge Dave, un giovanotto un po’ goffo e impacciato al cospetto di una donna imperscrutabile e risoluta, che tuttavia gli si concede come una grazia non richiesta. Capisco il riserbo di Scherman; Lee Miller puoi amarla solo così, a distanza di sicurezza, all’interno di una discreta contemplazione più che di un’irredimibile passione. Lei è una fortezza che non si espugna; la si visita con la discrezione e il rispetto del turista che si aggira per un museo e ne ammira deferente la collezione.

Serena Dandini imperla con brevi camei il discorso narrativo. Ce ne sono tanti; uno, in particolare, mi ha commosso più degli altri. Nel suo lungo peregrinare tra i ruderi della guerra appena finita, Lee approda a Vienna, una città devastata nel corpo e nello spirito. Mentre cammina da sola nella notte viennese, è attratta da un falò in fondo a una strada. Alcuni soldati russi bivaccano insieme a un vecchio signore che accenna per loro timidi passi di danza, pieni di grazia nonostante l’età. Lee si avvicina, e scopre di trovarsi in presenza di Vaclav Fomič Nižinskij, il più grande ballerino del mondo.

Chi conosca la vicenda personale dell’étoile dei Balletti russi, magari per averne letto i diari[2], sa quale stridente contrasto possa intravedersi tra la grazia del danzatore di un tempo e l’uomo fuori di senno che sorride felice agli astanti. L’autrice chiosa: «Chi sarà più in grado di riconoscere e proteggere la bellezza?». In questo conciso quadretto è il senso del conflitto che cancellò per sempre la speranza di un futuro migliore. Un mondo incapace di apprezzare la bellezza è preludio di morte. Il calderone del kitsch che ferisce oggi, qui ed ora, i nostri sguardi ci dice che i massacratori dei disabili, dei dissidenti, dei rom, degli omosessuali e di sei milioni di ebrei sono pronti ad altre carneficine. Il Minotauro non è mai stato ucciso e non mi pare che bazzichi per i nostri musei, semmai per i centri commerciali. Per altro verso, la paccottiglia non è neutra, credetemi; è solo banale e inquinante, come la natura del male.  

In margine a quanto ho fin qui detto e col rischio di scantonare, mi viene da fare qualche riflessione su alcuni aspetti del temperamento della Miller quali essi emergono dalla penna della sua più recente biografa. Uno che colpisce e che dà un certo sconcerto è certamente la sua scarsa propensione alla maternità. Lee fu una pessima madre. Ebbe da Roland un figlio che oggi, anch’egli fotografo, dirige l’archivio di sua madre e la collezione d’arte paterna (un museo, in altre parole) presso Farley Farm House, l’avita dimora. Anthony Penrose, da bambino, ricevette scarsa o nulla attenzione da sua madre; affetto da dislessia, fu amorevolmente accudito dalla tata, Patsy Murray.

Era una madre senza speranza. Era priva di naturale istinto materno”, dirà Anthony di Lee. Intanto mi chiedo se questo naturale istinto esista davvero o sia una delle tante leggende che ci siamo inventati per salvarci dalla dannazione. La seconda, credo, non solo perché ho conosciuto altre donne prive dello sbandierato istinto, ma anche perché oggi rinvengo in tanti padri i comportamenti “materni” che un tempo furono pertinenza esclusiva delle donne: tenerezza, amorevolezza, benignità, spirito di sacrificio, corporeità. Sono gli atteggiamenti che osservo in alcuni maschi contemporanei e che spesso sono fatti oggetto di satira sottile da parte dei loro detrattori, maschi anch’essi, che presumibilmente soffrono l’angoscia di castrazione. Finisco col pensare che al comportamento materno si venga educati più che indotti da spontanea inclinazione, che esso sia prodotto di cultura più che di natura e che la femminilizzazione del maschio sia l’effetto di un’evoluzione culturale alla quale non sono del tutto estranee le “ragazze degli anni Settanta”. Certamente non tutti i maschi sono “materni”, ma è perché il machismo è duro a morire, l’ostentazione dei muscoli è tuttora spettacolo ben remunerato (pensate a quanta esibizione di virilità c’è nel cinema, in televisione, in letteratura e come la più celebre creatura di William Moulton Marston, Wonder Woman, abbia avuto fama mondiale solo in tempi abbastanza recenti).   

Ciononostante, non voglio escludere la possibilità che le due intense cesure presenti nella biografia di Lee Miller non abbiano influito sui comportamenti e il carattere della puerpera futura: l’abuso sessuale subito in tenerissima età e la traumatica esperienza della guerra vista e vissuta in primissimo piano. E, se è vero che “… la forza che conquistiamo da adulti non serve a proteggerci dalle ferite del passato…”, è altresì vero che la medesima forza schiva le esperienze che le evocano e ci schermisce dai loro assalti. Ognuno elabora il lutto come può, altrimenti il mondo sarebbe popolato di zombie. L’esperienza di guerre feroci continua a lacerare l’anima di tanti, tantissimi nostri simili, mentre l’abuso sessuale è lo sport più praticato dagli antichi come dai moderni invasori, senza dimenticare che le società agro-pastorali di sempre hanno insita la pratica di concedere fanciulle impubere al miglior offerente, un bestione bene adulto aduso ad acquistar vergini immacolate con la stessa disinvoltura con cui rimpingua la mandria. Detto tra noi e senza malevolenza alcuna, mi azzardo ad affermare che Gesù Cristo, dopo tutto, fu figlio di una moglie-bambina. Pare che la pedofilia sia stato un apprezzato passatempo tra le eccelse divinità e che i loro umani ambasciatori, segnatamente negli aridi deserti, ne abbiano seguito il buon esempio. Per altro verso e in termini ben meno giustificabili, tutta la storia del colonialismo andrebbe riscritta alla luce di simili misfatti. Da chi credete che fosse costituita la soldataglia europea inviata a massacrare popoli e stuprar fanciulle che nulla avevano fatto di terribile se non ignorare, per forza di cose, l’incarnazione di un dio estraneo al loro pantheon? Mica a quei tempi c’era internet! Pensate davvero che i vigorosi colonizzatori di un tempo disdegnassero i culetti dei fanciulli quando null’altro s’offriva a raffreddare i bollori a lungo repressi? E cosa mi dite della pratica del madamato ben nota e esperita dai “gentiluomini” del nostro fascismo? Andiamo, lo saprete che la piccola Destà aveva sì e no tredici anni!

Una sana cultura dell’infanzia e dell’adolescenza è acquisizione storicamente recente. Ha attecchito su una minima parte del mondo civile. La spiccia pedagogia del “Qui parcit virgae, odit filium suum” regola ovunque i sistemi educativi e, malauguratamente, dietro la verga si cela l’accondiscendenza all’abuso. La maggioranza dei bambini e degli adolescenti del mondo subisce senza parlare. I pochissimi casi di abuso che arrivano alla ribalta della cronaca sono più un modo di fare spettacolo che di alimentare responsabilità. Si legga la bella, recente denuncia di Garrard Conley[3] per capire che qualche ragione da vendere ce l’avrei; oppure si dia una scorsa all’altrettanto recente romanzo di Marieke Lucas Rijneveld[4], una giovane scrittrice olandese che ci offre uno spaccato inedito e insospettato del suo paese. Libro duro, durissimo, che stride come smerigliatura sulle nostre coscienze! Ma non vi private della lettura di Noi siamo infinito[5], Mysterious Skin[6] o La diseducazione di Cameron Post[7], così, giusto per avere una visione generale delle questioni che pongo. Le batoste subite da bambini e adolescenti sono esiziali, non meno dei sistemi educativi che le infliggono. E mi si conceda venia per questa mia fuga nell’extratesto. Mi aiuta a capire, non senza raccapriccio, chi sono gli elettori di Donald Trump o da dove tragga linfa il suprematismo europeo. Infine, da quali madrase provengono gli odierni kamikaze? A quanto pare, Cristo non si è mai mosso da Eboli.

«Il fisico guarisce, – scrive la Dandini – l’anima sotterra il dolore in un luogo inaccessibile e la vita è costretta ad andare avanti».

Molti di noi hanno avuto genitori latitanti o madri disamorate, ma l’età adulta, corredata da una sana cultura e da generosa intelligenza, ha inclinato al perdono. Così, se ho sofferto la biografia di Lee Miller con viva partecipazione, non posso proibirmi di stimare suo figlio Antony, il quale oggi è il più fervido custode delle memorie materne.

Un nostro antichissimo antenato, tanto tempo fa, ebbe il coraggio di ergersi sugli arti posteriori e dirigere lo sguardo all’orizzonte, oltre il quale l’altrove ci attende.

 



[1] Serena Dandini, La vasca del fürer, Einaudi 2020

[2] Vaslav Nijinsky, Diari, Adelphi 2000

[3] Garrard Conley, Boy erased. Vite Cancellate, Black Coffee edizioni 2018

[4] Marieke Lucas Rijneveld, Il disagio della sera, Nutrimenti 2019

[5] Stephen Chbosky, Noi siamo infinito (ragazzo da parete), Sperling & Kupfer 2012

[6] Scott Heim, Mysterious Skin, Playground 2006

[7] Emily M. Danforth, La diseducazione di Cameron Post, Rizzoli 2018

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Stefano Sgambati - Romanzo - Mondadori

I divoratori

 

C’è poco da fare, lui è fatto così! Ne ho letti più d’uno di libri suoi e sono sempre giunto alla stessa conclusione: va bene, ma poi? Nulla. Non c’è un prima né un dopo. C’è la nudità della scrittura, il groviglio della parola, l’arzigogolo delle similitudini. Ti devi districare tu, lettore, nel ginepraio dell’intreccio del quale non sai la direzione. Avanzi a casaccio, pedini la voce narrante, la quale muta e ti confonde perché ignori il battistrada: questo chi è, da dove è uscito? Poi, con un po’ di buona volontà, ne vieni a capo, ma sei stato anche deviato dal percorso che avevi in mente di seguire. Un casino. Ti sembra di guardare uno di quei quadri cubisti nei quali la scomposizione della figura ti disorienta, anche se non puoi impedirti di guardarla. È attraente proprio perché è sfuggente, inafferrabile, spigolosa come una geometria stratificata.

Sono stato spesso sul punto di rinunciare; poi, non so come, non so perché, una vocina mi diceva di proseguire. Mi trovavo all’interno di un incubo, desideravo venirne fuori ma… più mi affannavo, più mi impaniavo. Bere o affogare? Bere! Col risultato di ritrovarmi infine con la pancia gonfia e il cervello andato in pappa. Vabbè, che posso farci? I sogni sono così: alla luce della razionalità non ci capisci un cazzo: che ci azzecca mio nonno con Cristoforo Colombo? Vattelappesca!

Gesù, questi sono numeri! Perché trovo attraente qualcosa che non mi piace? Mi sento un ossimoro. Dopo aver letto il libro avevo voglia di Victor Hugo, di Jane Austen o roba del genere, a mo’ di antidoto o emetico, fate voi. Invece la mia mente tornava maniacalmente alla mappazza appena ingurgitata.

Di cosa tratta il libro[1]? La copertina lo definisce romanzo. Tu pensi che dovrebbe raccontare una storia, organizzata in maniera tale da tener desta l’attenzione del lettore, con tanto di intreccio, climax, spannung, scioglimento finale. Cose del genere. Invece non viene raccontato nulla. Ti trovi dinanzi a una specie di ambiente situazionista in cui le passioni umane trovano libera espressione entro un contesto ludico o, quanto meno, della sua parodia. È un lussuoso ristorante milanese nel quale convolano a cena diversi gruppi di persone, chi per caso chi per essere testimone dell’evento mondano che vede al centro dell’attenzione degli astanti e presumibilmente dei media una celebre coppia di attori hollywoodiani, entrambi famosissimi, ricchissimi nonché bellissimi.

Non posso raccontarvi la trama perché non c’è alcuna trama. Ci sono i personaggi che agiscono come marionette della coreografia di un gigantesco orologio a cucù. La finzione narrativa ci fa conoscere qualche loro pensiero, ci mostra qualche tic o gesto studiato, svela qualche retroscena più o meno indicibile e ben nascosto dai paludamenti e dal convenzionalismo del ruolo. C’è la chiacchiera salottiera, talvolta intrisa di secondi fini; c’è la liturgia della forma che il luogo prescrive. Dietro le maschere, ci sono i volti grotteschi di un’umanità sacrificata all’altare delle apparenze. Qualcosa accade e crea il gran trambusto finale. Alimenterà per qualche settimana o qualche mese il gossip globale, poi tutto tornerà come prima. Non è un caso che ad aprire e chiudere il racconto ci sia lo stesso taxi. A guidarlo è il medesimo tassista, l’uomo qualunque, uno di noi. Dopo tutto, non è successo nulla e ciò che è accaduto sarà presto dimenticato a vantaggio della prossima pagliacciata da sbandierare ai quattro venti.

Siamo messi male, chiusi perennemente in un circolo vizioso. Giriamo in tondo per ritrovarci, infine, al punto di partenza. È così che ci appartiene questo mondo, divoratori gli uni degli altri, attori dello Show business globale. Volendo possiamo riconoscerci nel campionario di umanità che Sgambati mette in scena.

Saverio e Elena finiscono a letto dopo essersi incontrati per caso al funerale di una comune conoscenza, una certa Irene della quale il primo fu un tempo amante: Eros e Thanatos in un Minstrel show. Non meno grottesca è la coppia Giordano Tirreno e Frida Astori, lui anziano intellettuale, lei quasi una ragazzina. Galeotto fu il web. Il personale del ristorante ha bollato il professore, già ospite televisivo di Fabio Fazio, come pedofilo. Per la verità la letteratura e il cinema sono pieni di simili accoppiate. Philip Roth è maestro nel darcene conto; Woody Allen, nell’immaginario collettivo, è quasi l’emblema dello sporcaccione matricolato. Suvvia, siate generosi, bisogna pure che il corpo esulti in qualche modo e, se il citrato di sildenafil della Pfizer (sì, la stessa casa farmaceutica del famoso vaccino) può restituirci antiche esultanze, ben venga a dispetto del decoro del quale restiamo fieri.

Al centro della scena ci sono loro, i divi di fama internazionale, Daniel William King e Sally Parson, marito e moglie, due fossili della bellezza da rivista patinata. Sorridono, ammiccano, scrutano con discrezione i presenti secondo un copione che li vuole protagonisti ben oltre il set cinematografico. Gli obiettivi degli smartphone li scrutano dovunque vadano. Ogni loro gesto vale una pioggia di dollari, per gli editori e le emittenti televisive. Lo scrittore si è probabilmente ispirato alla coppia Brad Pitt e Angelina Jolie. Per dirci che dietro le maschere ci sono volti tormentati. L’avevamo capito. Pirandello docet! L’autolesionismo è un atto di disperata ribellione. È sterile, non serve a nulla. Se Daniel, puta caso, morisse, ci sarebbe già pronto l’emulo di pari o maggior valore. Anche la morte è un ottimo affare per il burattinaio del momento. D’altronde Narciso annegò nella pozzanghera in cui si vide riflesso. Non mi pare l’unico e la storia ha proseguito il suo corso. Oggi forse la storia è al palo, ma il gossip avanza ovunque e fa circolare parecchio denaro.

Tra il personale del prestigioso locale emergono da un lato il proprietario, lo chef Franco Ceravolo, dall’altro il maître Carlo Di Martino, un gradasso napoletano che sa come tenersi il ben remunerato impiego. Il primo forse allude a Carlo Cracco, cocaina a parte, e non saprei dire se sia volontario o accidentale il link che rinvia al romanzo precedente dell’autore, dove, se non ricordo male, il nome di Cracco è fatto esplicitamente a proposito di un format televisivo. Forse a Stefano Sgambati piacciono i programmi di cucina oppure vuole semplicemente dirci che la gastronomia fa più audience di altre arti.

A prescindere dalle prerogative del ruolo, la biografia del maître oscilla tra due tavoli, uno che ospita la sua chiassosa famiglia napoletana, parenti e affini inclusi, l’altro al quale siede una tal Vesta, un tempo prostituta delle cui prestazioni Di Martino ha fruito, oggi apprezzata e ben remunerata ballerina con tanto di rinomanza televisiva. Significa che chi mostra le cosce in televisione deve la sua carriera alla previa professione? Non lo so e non mi interessa. Vorrei soltanto interpretare il gesto della ballerina che, per tutta la serata, finge di ignorare il cliente di un tempo, ma infine gli lascia sul tavolo una busta con cinquecento euro, il corrispettivo del sovrapprezzo della pattuita marchetta, per una sua prestazione “speciale” non inclusa nel prezzo base. A me non sembra tanto orgoglio femminile quanto vendetta, dispetto. Se lui non è Petrarca, lei non è certamente Laura. Entrambi si crogiolano nella deiezione di quella che un tempo fu detta civiltà.

A me sembra che Sgambati voglia offrire ai suoi lettori un campionario di umanità quale essa appare agli occhi di un millennial di sicura competenza e lo fa osservando il mondo attraverso l’enfasi dell’universo mediatico nel quale tutti siamo protagonisti, comprimari o comparse di un colossale Truman Show. Ma poi le falle della scenografia ci rivelano la verità di ciò che siamo. La realtà virtuale è tutt’altro idilliaca. Come difenderci dalla pania degli algoritmi che rendono goffi i nostri gesti?

Teresa, la madre di Carlo, sembra afflitta da un principio di demenza senile; se ne sta lì, noncurante del trambusto che la circonda. Cos’è, stoica apatia, la divina indifferenzadel falco alto levato? È una risposta al male di vivere del terzo millennio?   

Sembrerebbe di sì, a giudicare dall’inefficacia del gesto di Daniel. Clamoroso, scellerato, sacrilego, tanto più che dettato da un impulso non contemplato dal copione. Nulla di male, a tutto c’è un rimedio: si modifica il copione. Quante volte la sceneggiatura è stata emendata in corso d’opera? Il pubblico neppure se ne accorge e lo show business, in fin dei conti, attinge a un nuovo e più ricco filone aurifero. Al tramaglio non si sfugge!



[1] Stefano Sgambati, I divoratori, Mondadori 2020

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Antonio Scurati - Romanzo - Bompiani

M. L’uomo della provvidenza

 

«In che modo si debbino governare le città o principati li quali, innanzi fussino occupati, si vivevano con le loro legge».

«Coloro e’ quali solamente per fortuna diventano, di privati principi, con poca fatica diventano, ma con assai si mantengano; e non hanno alcuna difficultà fra via, perché vi volano; ma tutte le difficultà nascono quando sono posti».

Sono entrambe citazioni da “Il Principe” di Machiavelli. La prima è il titolo-compendio del quinto capitolo; la seconda l’incipit del settimo.

Tra la lezione del segretario fiorentino e l’azione di Benito Mussolini decorrono ben quattro secoli, che non costituiscono uno iato, ma un continuum storico e culturale da tener presente. Non è il caso, in questa sede, di ripercorrere i dettagli dell’articolato dibattito filosofico intorno alla politica. Limitiamoci a ricordare il fondamentale De l'esprit des lois di Montesquieu, opera nella quale si discetta dei tre poteri dello Stato e degli argini che a ciascuno di essi vanno posti per evitarne gli abusi. Sì, perché chi esercita un potere è spontaneamente portato ad abusarne, a meno che la Legge non glielo impedisca. La Legge per antonomasia, senza troppi preamboli, nello Stato contemporaneo, è la norma fondante dello Stato stesso, cioè una cosa che chiamiamo Costituzione o, se preferite, Statuto. Siamo alle democrazie liberali nella quali i poteri sono divisi, il loro esercizio è rigorosamente regolamentato, la loro legittimità deriva dal consenso espresso dal popolo-corpo elettorale.

Le democrazie liberali sono fragili perché aborrono l’uso della violenza, se non intesa come coercizione finalizzata a ripristinare e/o a mantenere il rispetto della legalità. Gli organi coattivi, essi stessi sottoposti alla Legge che ne regola tempi modi e circostanze d’azione, operano a tutela di tutti e di ciascuno. Nessun privato cittadino, singolarmente preso o in associazione con altri, può pretendere da chicchessia comportamenti altri dal rispetto delle norme giuridiche. La libertà di pensiero e espressione non ha altri limiti che quelli imposti dalle stesse norme. Valga ora e sempre la massima di Evelyn Beatrice Hall (erroneamente attribuita a Voltaire): «I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it» (Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo).

Questi sacrosanti principi sono fatti a pezzi dal Fascismo e dal suo capo-padrone. L’umanità regredisce di secoli e interpreta alla lettera la dottrina machiavelliana secondo la quale il potere (il principato) si può conquistare con la violenza delle armi. Di bande armate si serve il “principe” per arrivare ai vertici dello Stato. Intimidazioni, torture e ammazzamenti seviziano un popolo già prono alla cavezza, per ignavia forse o per sgomento. Tutto questo è raccontato e documentato da Antonio Scurati nel suo ottimo “M. Il figlio del secolo”[1], premio Strega 2019.

Ora leggiamo il secondo volume della progettata tetralogia sulla figura e l’opera di Benito Mussolini, “M. L’uomo della Provvidenza”[2]. E forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare; un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale, dichiara Pio XI il 13 febbraio 1929 all’Università Cattolica di Milano, legittimando l’ideologia e l’opera del Fascismo, non diversamente dalla stampa internazionale dell’epoca che ne celebra il successo politico. Mussolini si atteggia a grande statista; ha appena sanato un conflitto durato quasi un sessantennio. La netta separazione tra trono e altare che, riconoscendo l’assoluta libertà della religione, rivendica l’autonomia della politica e la laicità dello Stato, riceve il suo colpo di grazia, riportando indietro l’orologio della Storia. Il Concordato e i Patti Lateranensi sono il capolavoro machiavellico di un regime senza Dio, gli procacciano la “simpatia” del potente mondo cattolico in aggiunta alla mitografia che ha già fatto del duce un miracolato, per essere scampato, in un solo anno, a ben quattro attentati le cui dinamiche sono ancora tutte da chiarire, ma le cui eco mediatiche hanno già originato il mito. Uomo solo Mussolini, in questa sua opera di normalizzazione che dura otto anni, quanti gliene servono per asservire un paese, domesticarlo e dargli la parvenza di normalità, beninteso una normalità autocratica e autoreferenziale il cui unico strumento di dominio è la sferza di una doppia polizia, una pubblica, l’altra di partito, che scova dovunque nemici veri o presunti, li neutralizza o li sopprime, li diffama o li umilia pur di lusingare il narcisismo di un uomo solo. Esemplare il caso di Augusto Turati, il fedele segretario del partito vittima della sua stessa intransigenza. Fa addirittura pena vederlo infamato dal più feroce degli “intransigenti” di regime, il corrotto Farinacci che lo stesso Mussolini teme. L’estromissione di Turati è solo la più spettacolare disfatta della guerra in seno al partito fascista. Già, un dittatore deve guardarsi le spalle quotidianamente. I nemici esterni sono in qualche modo prevedibili, quelli interni sono subdoli e di difficile controllo. Il Fascismo non crollerà, collasserà per opera di una competizione interna che non ha eguali, per la corruzione e il clientelismo, per la miopia a cui il narcisismo patologico induce.

L’immagine che Scurati offre del regime è quella di una malattia eretta a governo di un popolo. I narcisisti sono molto pericolosi, per sé e per coloro alla cui adulazione si affidano. L’inganno consiste in questo: nessuno ama i dittatori, ma tutti li lusingano, per convenienza o per paura. Ma saranno pronti a tradire alla prima occasione. D’altronde il narcisista patologico non è capace di empatia, traduce in ricatto e terrore la sua dappocaggine. Quanto può durare un potere nato dal banditismo e dall’autoreferenzialità? I dittatori finiscono quasi sempre male, una volta che circostanze impreviste gli strappano la maschera e ne rivelano il volto avvizzito. Dietro la sembianza seducente di Dorian Gray si cela la morte, siatene certi.

Adesso andate a leggere le storie di tutti i personaggi di questa commedia degli orrori; ne ricaverete qualche utile insegnamento. Non è un noir, benché ne abbia tutta l’apparenza. È storia narrata. Valgano per tutti due personaggi femminili: Mafalda di Savoia, al cui sontuoso matrimonio Mussolini prese parte. Morirà, lo sapete, in un campo di concentramento non diverso da quelli che gli italiani costruirono in suolo libico. Non meno pena fa la figura di Margherita Sarfatti, la più celebre amante del duce, ebrea, sì, ebrea, colei che lo aveva ripulito e introdotto nei salotti buoni.  Guardatela fare anticamera quando, invecchiata ed abbandonata da tutti, le varrà negato l’accesso allo studio di Palazzo Venezia. Mussolini cerca carne fresca per la sua libidine vampiresca. Ma si sta anche scavando la fossa, credetemi. Lui teme, ma non può completamente tacitare quell’Azione Cattolica in seno alla quale va formandosi un’opposizione di pensiero pronta a farsi classe dirigente appena le circostanze glielo consentiranno. E non dimenticate che a prenderne il posto di capo del Governo, dopo l’approvazione, in seno al Gran Consiglio del fascismo, dell’ordine del giorno Grandi, sarà quel Pietro Badoglio che aveva governato Tripolitania e Cirenaica negli anni in cui Rodolfo Graziani massacrava con l’iprite intere tribù libiche e ne deportava un numero spaventoso nei diciotto campi di concentramento ivi costruiti. Mirabili le pagine in cui Scurati ci dà conto del genocidio del quale il regime non risponderà mai. Nessuna Norimberga è stata celebrata per il fascismo. Che, proprio per questo, è sopravvissuto a se stesso nei vari ducetti che, dal dopoguerra ai nostri giorni, ogni tanto galvanizzano consistenti gruppi di nostri connazionali, tra i quali piccole bande criminali pronte a servire il narcisista politico di turno.

Guardateli negli occhi i nostri politici, provate a capirne le reali intenzioni dietro la magniloquenza dei gesti o la retorica dello sbraitio. Vogliono la nostra anima, non il nostro consenso. Noi, per loro, siamo animali da soma, carne da macello. Credere, obbedire, combattere e … figliare: a questa si riduce la politica demografica del duce e dei suoi accoliti, mentre l’istruzione dei giovani è affidata al grottesco militarismo dell’Opera nazionale Balilla. Solo chi ha visto e capito si è sottratto all’inganno. Solo chi sa, vede e capisce salva la civiltà da un tremendo baratro. Questa seconda fatica di Antonio Scurati suona per noi come un monito o un campanello d’allarme.  

Noi non abbiamo bisogno di cavezza, ma di cultura, partecipazione e responsabilità, i corollari della libertà. È così che garantiremo un futuro alle nuove generazioni.



[1] Antonio Scurati, M. Il figlio del secolo, Bompiani 2018

[2] Antonio Scurati, M. L’uomo della Provvidenza, Bompiani 2020

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Valérie Perrin - Romanzo - edizioni e⁄o

Cambiare l‘acqua ai fiori



«Se tenant par la main
L’air émerveillé
De deux chérubins
Portant le soleil
Ils ont demandé
D’une voix tranquille
Un toit pour s’aimer…»

 

[Claude Delécluse- Michelle Senlis, Les Amants d'un jour][1]

 

 

È una maliarda questa Valérie Perrin, della quale, fino a un mese fa ignoravo l’esistenza. Scrive: «Perché si va verso certi libri come si va verso certe persone? Perché siamo attratti da determinate copertine come lo siamo da uno sguardo, da una voce che ci sembra conosciuta, già sentita, una voce che ci distoglie dal nostro percorso, ci fa alzare gli occhi, attira la nostra attenzione e cambierà forse il corso della nostra esistenza?».

Avevo letto qualcosa relativa al successo improvviso e, a prima vista, inatteso del libro. Neppure avevo badato al nome della sua autrice. Corre voce che l’imprevista notorietà sia frutto del passaparola. Poco ci credo. Non al passaparola, che è possibile, ma al successo. Non sono un esperto di statistica, ma suppongo che, tra i pochissimi che leggeranno queste note, magari uno o due compreranno il libro. Si crea una minima catena di Sant’Antonio e lì si ferma. Le mie storte sillabe non arrivano né arriveranno al pubblico dei grandi media. Dunque, mai sarà mio merito il successo di “Cambiare l‘acqua ai fiori[2].

Entro in libreria per acquistare altri libri, tutti di autori che usualmente seguo. Il romanzo della scrittrice francese compare in un angoletto del mio campo visivo, all’estremità sinistra. Invoca la mia attenzione, cioè la invoca il suo portavoce, non l’autrice, né l’editore, né il titolo. Giro la testa, metto a fuoco, prendo il libro e ne guardo la copertina con attenzione. Ah, mi dico, ecco il libro del passaparola! La foto in bianco e nero ritrae, in primo piano sul lato destro, il mezzobusto di una donna inquadrata di spalle. Lo sfondo è sfocato. Mostra un paio di croci marmoree che non si fa fatica a identificare come sepolcri. La mia mente va immediatamente alle memorie scolastiche. Già, i sepolcri non servono ai morti, servono ai vivi! La macchia di colore salta agli occhi. Il rosa del titolo e i fiori tra i capelli della donna (mi paiono begonie) sono un chiaro messaggio. Qui si celebra la vita, non la morte; se questa è presente sullo sfondo, vuol dire che ha una funzione ancillare.

Il colore rosa evoca uno stereotipo: nelle nostre culture è un marchio di fabbrica. Femmina certificata! Nessuno chiede a un neonato il colore che preferisce indossare. Le femminucce vestono rosa, i maschietti azzurro. Aut aut, non si discute!

Nella fattispecie il colore, oltre all’autrice, identifica la protagonista del libro, la sua disarmante femminilità alla quale puoi associare una sorta di solidarietà per l’universo delle donne e, più in generale, per le vittime delle culture discriminatorie. È il pink pride!

I maschi ci sono, ma più sullo sfondo, che siano figure caricaturali o delle autentiche carogne. La Perrin sembra accorgersene per tempo ed escogita gli stratagemmi per darcene una versione meno pregiudizievole. Anche i maschi hanno storie da raccontare, testimonianze da offrire; persino le carogne hanno un cuore. Chi non ha cuore è la cultura che genera, indipendentemente dai caratteri sessuali, marionette agite dagli automatismi inconsci di una tradizione ancestrale di cui ben pochi conoscono le scaturigini.   

In principio era la Francia, anzi il suo stereotipo. Noi europei vi abbiamo fatto i conti fin dai banchi di scuola. Chi non conosce Carlo Magno? Beh, probabilmente non il personaggio storico ma la sua leggenda, che i francesi ancora coltivano come i fiori di Violette Toussaint. Le “Chanson de geste”, l’epica cristiana, celebrano Roland, l’eroe protoromantico che muore a Roncevaux per difendere la propria fede e l’onore del sovrano. Più pregnante, ai fini di ciò che intendo dimostrare, è il cosiddetto “ciclo bretone”, cioè le belle storie di Re Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda. E qui mi viene da pensare che né Ginevra né Isotta erano donne libere. Gli amori, rispettivamente di Lancillotto e di Tristano, erano vicende adulterine. Aggiungerei che tutta la lirica trobadorica canta amori extraconiugali. Sorvolo, in questa sede, sugli emuli nostrani della lirica occitanica.

Bene, mi sento di affermare che il romanzo di Valérie Perrin trae gli auspici da questa illustre tradizione. Non celebra, ma rappresenta l’adulterio così come può essere percepito e vissuto nella nostra età volgare e presso le presenti culture di matrice illuministica. L’infedeltà coniugale è dunque un tema che ha tradizioni antichissime, sia pure ammantato da una mistica dell’amore che poco o nulla toglie all’illiceità del rapporto. In tal senso l’amore è trasgressione, se non violazione di legge e, come tale, si oppone alla morale come alla norma giuridica. Eppure, i trasgressori possono essere delle persone perbene. Si prenda il caso di Irène Fayolle e Gabriel Prudent, due personaggi del romanzo. Entrambi sposati, ci appaiono come amanti “cortesi”, si danno reciprocamente del lei, nessuno dei due abbandona il tetto coniugale. Coltivano un amore “segreto” fino alla fine dei loro giorni. È il loro modo di salvare capra e cavoli. Si illudono che il loro legame possa vincere anche la morte. Eros e Thanatos, la pulsione di vita e la pulsione di morte, sono il leitmotiv dell’intero romanzo, anche se il primo elemento del binomio sembra trionfare quando persino la reticente Violette, protagonista e prevalente voce narrante dell’opera, ne intende le istanze, le medesime trascritte nel diario della Fayolle.

«Quando un uomo va dalla sua amante deve sentirsi in vacanza, non a casa». A parlare è la contessa di Darrieux, maritata e adultera da venticinque anni. Poco prima aveva affermato: «Che me ne sarei fatta del grande amore ventiquattr’ore su ventiquattro? È un lavoro!». Poi ricorda L’amante di Lady Chatterley, il romanzo scandalo che oggi non scandalizzerebbe più nessuno. Poco oltre evoca La chanson des vieux amants, musica di Gérard Jouannest, testo di Jacques Brel, un binomio affine al connubio di musica e testo poetico (motz e son) della poesia trobadorica. Le poesie-chansons di Jacques Prévert sono il prototipo contemporaneo della canzone d’autore, un genere che, partendo sempre dalla Francia, ha raggiungo agevolmente i nostri lidi, non mancando di influenzare la produzione musicale e lirica di ben noti cantautori italiani: Lauzi, Bindi, Conte, De André, Paoli, Tenco, Fossati, Battiato e tantissimi altri.

I nomi celebri abbondano nel romanzo della Perrin. Ne ho contati oltre settanta, tra scrittori, cineasti, musicisti, attori, attrici. La loro presenza nel corpo della narrazione rinvia alla marcata ipertestualità dell’opera. Gli illustri personaggi, molti dei quali di fama internazionale, suonano come altrettanti link attinenti sia ai temi intrinseci che al contesto culturale nel quale è maturato il progetto artistico. Le poche note del risvolto di quarta ci dicono che l’autrice è la moglie di Claude Lelouch e che è stata fotografa di scena delle più importanti produzioni cinematografiche francesi. Allora i conti tornano. Il romanzo si inserisce a pieno titolo nel genere esistenziale al quale il cinema ha attinto a piene mani dal secondo dopoguerra ai nostri giorni. Mi sembra di poter intravedere nella produzione letteraria di Françoise Sagan e nelle numerose versioni filmiche dei suoi romanzi un modello di riferimento, compreso il colore rosa che si profila sopra lo sfondo di un nitido banco e nero e che allude alla sensualità e alla seduzione, il preludio del nudo erotismo, l’erotismo degli amanti. Non a caso due celebratissimi film, Un uomo, una donna di Lelouch (puta caso!) e Effetto notte di François Truffaut rinviano sia ai temi chiave del romanzo sia ai moduli espressivi ai quali la Perrin attinge a piene mani. Il cinema non descrive, fotografa; allo stesso modo l’autrice del libro evita accurate caratterizzazioni fisiche e ricorre al paragone secondo il quale il suo personaggio somiglia a qualcuno che il lettore dovrebbe conoscere. A me fa pensare al casting: che faccia dovrebbe avere Julien Seul? Probabilmente quella di Serge Gainsbourg. Allo stesso modo Philippe Toussaint, il seduttore implacabile, somiglia a Michel Berger, un celebre cantautore ormai scomparso.

Non sono esattamente bellezze classiche i supposti sosia dei personaggi maschili; volti irregolari, corpi di poca o nessuna grazia, a parte qualche particolare (le mani eleganti, ad esempio) fascinoso. Eppure, sono oltremodo attraenti e, in qualche caso, irresistibili. Hanno capelli spettinati e barbe incolte, sanno di tabacco e bevande alcoliche, poco curano l’abbigliamento. Alludono a una virilità d’altri tempi, un po’ bohémien un po’ sfrontata, qualche volta cinica. Ma hanno una marcia in più, un congenito sex appeal che li rende irresistibili. Le donne, il cui fascino o la cui bellezza sono qualità poco o per nulla magnificate, si abbandonano all’impulso irrefrenabile del congiungimento carnale. I segnali che le coppie di amanti si lanciano senza esplicita o consapevole intenzione hanno la forza di un imperativo categorico. Il sesso ne è l’imprescindibile corollario.

L’istintualità prevale sulla ragione; per quanti vincoli i partner dell’amplesso possano avere, l’attrazione spontanea dei corpi è travolgente. A giudicare dalla casistica del romanzo, non c’è vincolo matrimoniale che tenga di fronte al bisogno di appagamento dei sensi; e tuttavia può anche darsi il caso in cui l’adulterio consolidi il rapporto coniugale, ma traducendolo in sodalizio amicale, con quanta struggente pena per uno dei coniugi non è difficile immaginare. Può darsi anche il caso contrario, un’irredimibile frattura che approda al dramma, se non proprio alla tragedia. Si prenda il caso di Geneviéve Magnan, una donna non più attraente, con alle spalle il disastro di una famiglia sbilenca. Il suo bisogno di sesso è struggente fino alla degradazione di amplessi implorati, forse rubati a un uomo la cui sessualità ha le caratteristiche della compulsione. Qui siamo alla sciagura di un’esistenza subumana, all’annientamento della dignità.

È lo specchio della società contemporanea, delle sue insicurezze, delle sue contraddizioni. C’è uno stridente conflitto tra ciò che siamo e il ruolo che il contesto ci impone, per lo più col nostro consenso. Stipuliamo un contratto che ci lega, finché morte non ci separi, a un altro essere umano col quale siamo obbligati, per legge, a condividere oneri e onori. Il problema è che, goduti gli onori, restano solo ed esclusivamente gli oneri, vale a dire il tedio di una quotidianità che spegne slanci e entusiasmi, l’amarezza di vedere i nostri corpi avvizzire nell’assenza di desideri, il grigiore mortifero di un lavoro che poco o nulla ci appaga. Il compagno o la compagna di vita, parimenti afflitti dalla medesima apatia, sono sempre più silenziosi e distanti. Non c’è soluzione allo scorrere inesorabile del tempo. Se si vuole sfuggire alla lenta attesa della morte, occorre trovare un motivo per vivere e questo lo si trova lontano dalla gabbia delle relazioni legali. Compare l’amante, la sua sessualità prorompente e trasgressiva. Ci appaga, ci appaga di più e ci fa sentire vivi. Ormai cinema e letteratura celebrano il dato di fatto, proponendoci modelli comportamentali addirittura più seducenti della realtà, il web ci procura misteriosi partner occasionali, i club come “L’indirizzo” frequentato da Philippe Toussaint sono disseminati ovunque. «Quando un uomo va dalla sua amante deve sentirsi in vacanza, non a casa».

È questa la soluzione alla crisi della coppia tradizionale? Non lo so, davvero non lo so, soprattutto se penso alle conseguenze non sempre accomodanti delle nostre fughe: minori disorientati, depressione del partner abbandonato, violenze domestiche ai danni di donne supposte adultere. Senza considerare la grande disparità sociale tra benestanti e nullatenenti. Il divorzio consensuale non possono concederselo tutti: bisogna regolare i rapporti patrimoniali e ben pochi hanno un patrimonio da ripartire.

Qui entra in ballo l’ambientazione del romanzo. L’azione si svolge tutta in provincia, anzi l’autrice ci conduce in luoghi poco bazzicati dal turismo: dalle Ardenne, alla Provenza, dalla Borgogna all’Alvernia, dalla Bretagna al Midi. I luoghi sono piccole città o paesini, se si eccettuano le fugaci apparizioni di Marsiglia, Lione, Aix-en-Provence e, di sfuggita e per motivi drammaturgici, Parigi. I personaggi sono provinciali di modesta estrazione sociale, a parte l’avvocato Prudent per il quale occorre fare un discorso diverso. Credo che sia proprio lì, in provincia, che si radichi il peggior conservatorismo, il comportamento che più alimenta il pettegolezzo e lo scandalo, l’ambito culturale in cui maturano le grandi tragedie e divampano i conflitti più cruenti. È probabile che gli ambienti gauche caviar delle metropoli, dove una certa sicumera è funzionale ai ceti sociali che ne sono latori, mai imbastirebbero la tragedia di immani proporzioni alla quale assiste il lettore. Guardate che tutto avviene per l’ottuso tradizionalismo di Chantal Pelletier che, col marito cattolico baciapile, esprime un cinismo ributtante presto tradotto in cieca impudenza ben oltre i confini della perfidia. Ci troviamo dinanzi all’innocenza di chi non sa perché non vuole sapere. E non c’è nulla di più deleterio ed esiziale del perbenismo che non vuole contaminazioni di sorta. Esclude chiunque dalla propria angusta sfera mentale, ha la subdola e paziente integrità della faina («In questo paese appena uno sconosciuto varca una porta, un cancello o portico viene guardato con diffidenza»). Nessun tribunale condannerà simile genia, per mancanza di prove. Può farlo solo uno scrittore, il quale sa e disvela anche senza le prove perché conosce gli intimi moventi del crimine commesso. Nel nostro caso, se il lettore non è disattento, i delitti sono tre, ciascuno dei quali ha la parvenza dell’incidente, ma ben riconoscibili responsabili.

Ecco dunque affiorare l’annoso tema del rapporto tra legge e giustizia. La legge ha il dovere di fare il suo corso, ma difficilmente realizza la giustizia. Spetta a noi, a ciascuno di noi perseguirla e praticarla con la paziente investigazione del segugio che fiuta il fatto oltre l’inganno delle apparenze. La verità non è mai immediata e costa sudore della fronte.

È così che l’avvocato Gabriel Prudent, un degno figlio della cultura libertaria, affronta i casi giudiziari come la farragine della vita. Per celebrarne la figura e tramandarla alla posterità si cita un ben noto umo politico francese, Robert Badinter, il promotore della battaglia politica che, nel 1981, portò all’abolizione della pena di morte. Badinter è ebreo. Perse il padre e molti componenti della sua famiglia in un campo di sterminio nazista. Non è un caso isolato. I personaggi famosi citati nel libro hanno tutti un grosso vissuto alle spalle; molti di loro sono ebrei, discendenti dei sopravvissuti alla shoah, eredi dell’haskalah più che del sionismo; vale a dire che, integrati o assimilati che siano, sono parte della cultura e dell’identità europee. Valérie Perrin, senza volerlo, condivide l’accorata e argomentata lezione del suo conterraneo George Steiner, scrittore e saggista francese recentemente scomparso. Ne dissemina qui e là temi e argomenti. “Finalmente giustizia”, afferma Gabriel Prudent a proposito dell’estradizione di Klaus Barbie, il boia nazista di Lione. I riferimenti all’esperienza del Front populaire, alla guerra civile spagnola, alla resistenza e alle numerose famiglie francesi che nascosero e protessero gli ebrei durante gli anni dell’occupazione nazista ci dicono di che panni vesta l’autrice del libro. È degna figlia di quella cultura mitteleuropea progressista e inclusiva che, con l’impegno civile e politico, col paziente lavoro della formica, si è battuta per conciliare le libertà individuali con la giustizia sociale, che diffonde messaggi di tolleranza e inclusione e che ancora rappresenta l’unico credibile baluardo alla barbarie dei negazionismi e complottismi dilaganti, dell’ostinata ignoranza del popolo del web. Ciliegina sulla torta è il simpatico personaggio di padre Cédric Duras, il prete cattolico amico e confidente di Violette, il quale accoglie e adotta una giovane coppia sudanese di recente immigrazione, alla quale concede affetto, protezione e lavoro. La ragazza è incinta; Violette le carezza il ventre con atto benaugurante. La futura Europa è in questa carezza. Se il gesto a fatica raggiunge le nostre metropoli, è imprescindibile che ne conquisti le estese intercapedini, laddove si annida la ferocia dell’ignoranza e della miseria morale. Servono istruzione e libri come questo, ma l’una e l’altro sono probabilmente alle corde.

Non potevano mancare una casta storia d’incesto e una di omosessualità, entrambe scivolate dalla penna della scrittrice come per caso. La prima mi fa pensare alla struggente passione di Annabella nella tragedia 'Tis Pity She's a Whore di John Ford, il drammaturgo inglese di epoca elisabettiana che pare essersi ispirato a Julien e Marguerite de Ravalet, due fratelli accusati di incesto e giustiziati in Francia nel 1603. Non escludo che la Perrin abbia visto la più recente versione cinematografica dell’antico misfatto, se non altro perché la previa sceneggiatura del film fu scritta da Jean Gruault per François Truffaut, anche se poi il noto regista non diede seguito al progetto. Solo nel 2015 Valérie Donzelli realizzò il film, riscrivendone l’adattamento con Jérémie Elkaïm e chiosando la vicenda con forti simbologie. I cavalli selvaggi, i boschi, le parrucche, i volti petrosi dei giudici e le decapitazioni finali rinviano all’imperturbabilità del giudizio morale dinanzi al perenne rinnovarsi della vita. Le metafore visive possono apparire fuorvianti. Ma, se mi ci concede l’azzardo, a guardar bene la scrittrice e la regista mettono in scena lo stesso mileu, con modalità affini per certi versi, benché la regista indulga al pessimismo della rappresentazione metastorica attraverso la fissità dei ruoli (come in una favola) e la scrittrice, al contrario, storicizzando gli eventi, apra uno spiraglio sul futuro. Nel film la legge e la morale hanno lo stesso volto fossile; nel libro la legge ha il volto rassicurante dell’avvocato Gabriel Prudent o del commissario Julien Seul, mentre la morale ha l’espressione arcigna e sprezzante di Chantal Pelletier.

Quale delle due artiste ha ragione? Allo stato presente e in epoca di pandemia attorno a me vedo piuttosto ardere i roghi mediatici piuttosto che echeggiare le requisitorie e le arringhe delle asettiche aule di tribunale. La circostanza mi spaventa e non poco. Ma questo è affar mio.     

Qualche riserva avrei sul caso di Sasha, un anziano omosessuale nei cui trascorsi la Perrin va a ficcare il naso. Sgomberandogli il cammino dagli ostacoli di un matrimonio fecondo, con ben due figli messi al mondo, la scrittrice ne appiana la drammaticità. Si tratta pur sempre di adulterio, benché Sasha tradisca la moglie con uomini e non con donne. Nella realtà, di omosessuali coniugati e con figli ce ne sono molti e dubito che approdino all’equilibrio dell’omologo immaginato dalla scrittrice. Può capitare che abbiano mogli sprovvedute che poco investigano sulle loro fughe verso altri lidi; oppure, più consapevoli, abbozzino per salvaguardare la pace domestica. Tuttavia, non si può escludere che la magagna venga a galla e proprio non saprei dire con quali effetti sull’equilibrio di ciascuno dei membri della famiglia. Che io sappia, qualcuno paga e non è raro il caso che paghi pesantemente. Aggiungerei la circostanza che presso le culture più tradizionaliste la vita di un omosessuale maschio è tutt’altro che allegra. Per evitare lo scherno e l’esclusione, questi poveracci sono costretti a sposarsi e a fare figli. È difficile pensare che tutto fili liscio come l’olio. Gli effetti di una simile coercizione potrebbero essere esiziali.

Al netto di simili questioni, il personaggio di Sasha appare come l’ideale figura paterna (una sorta di Jean Valjean contemporaneo), allo stesso modo in cui Célia adombra la madre amorevole che la sventurata protagonista del romanzo non ha mai avuto.

Non c’è dubbio che l’omaggio a Victor Hugo, un nome che appare nel corpo della narrazione, sia pari ai numerosi altri debiti qua e là esplicitati. Per molteplici che siano le fonti, letterarie, cinematografiche, cantautorali, il felice impasto appartiene all’autrice del romanzo. La storia è appassionante, l’organizzazione della materia avvincente, la prosa adoperata di disarmante immediatezza. Il gioco vale la candela e, a prescindere dalla mia cavillosità, c’è quel colore rosa che spicca sul bianco e nero del nostro presente. È lo spiraglio di luce in fondo al tunnel.



[1] È il testo di una canzone musicata da Marguerite Monnot e incisa da Edith Piaf nel 1956. Nel 1969 il nostro Herbert Pagani la tradusse, rielaborò ed eseguì per il pubblico italiano. Il titolo italiano della canzone è “Albergo a ore”.

[2] Valérie Perrin, Cambiare l’acqua ai fiori, edizioni e/o 2019.