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Raccolta di saggi di guido brunetti
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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- Scienza

Neuroscienze e psicoanalisi

Guido  Brunetti

Neuroscienze e psicoanalisi

 

Ci troviamo agli albori di una nuova ed eccitante epoca nella ricerca della comprensione del cervello e della mente. Invero, il dibattito sul cervello è stato dominato per quasi duemila anni dalle ide di Ippocrate (460 a.C) e di Galeno (130 a. C.).

 

Oggi, abbiamo due prospettive in materia. Una è rappresentata dalle neuroscienze, le quali studiano il cervello “oggettivamente”, presentando “fatti concreti”. La seconda prospettiva riguarda la psicoanalisi, la scienza della soggettività, la quale studia il mondo interno della mente, gli stati mentali soggettivi, come la coscienza, i sentimenti, le emozioni, i sogni. Questa disciplina ha una natura astratta.

 

Lo scopo delle neuroscienze è comprendere le facoltà mentali, gli aspetti consci e inconsci del comportamento ( sensoriale e motorio, emotivo e cognitivo). Le riflessioni si spostano dall’ambito filosofico e religioso a quello scientifico. Nella scienza del cervello non c’è spazio per “alcuno spirito”. Scompare anche l’idea di anima e di Dio. Ci sono solo dinamiche di una materia complessa. La parola God , Dio, viene sostituita con un’ altra, la di gene.

 

In questa feconda linea teorica, si pone il libro di Shimon Marom “La psicoanalisi e la scienza del cervello. Spazi per un dialogo” (Casa Editrice Astrolabio). Dopo aver sottolineato i tanti errori metodologici degli attuali orientamenti del “riduzionismo neurobiologico”, Marom afferma che le neuroscienze  sono in grado di di stabilire “linee guida”, mentre la psicoanalisi trae ulteriori motivazioni per definire i propri concetti.

 

 

 Dalla ricerca delle neuroscienze emerge un principio fondamentale, quello secondo cui che il cervello, pur essendo un orga­no corporeo, come lo stomaco, il fega­to o i polmoni, possiede proprietà dav­vero prodigiose, speciali e misteriose, che lo contraddistinguono da tutti gli altri organi: è la sede della mente, e in qualche modo determina la sensazio­ne di essere noi stessi, qui e ora, nel mondo.

 

Il tentativo di comprendere in che modo ciò possa accadere — come cioè la materia possa diventare mente — co­stituisce il problema mente-corpo. Il quale rappresenta un enigma affronta­to sin dall'antichità. Di diverso, rispet­to al passato, è l'emergere in questi ul­timi anni di un approccio scientifico, teso a risolvere quell'antico mistero.

 

La questione mente-corpo oggi viene riguardata come quella della "co­scienza", per cui la formulazione del problema da "come emerge la nostra mente dal cervello" è diventata "come emerge la nostra coscienza dal cervel­lo". L'ipotesi straordinaria — ha scritto F. Crick — consiste nel fatto che pro­prio "tu", con le tue gioie, i tuoi dolo­ri, il tuo senso di identità personale e il tuo libero arbitrio, non sei altro che "la risultante di una miriade di cellule nervose". Di per sé, le singole cellule del cervello non sono "mentali"; però quando esse si connettono insieme, ciascuna, secondo i neuro scienziati, contribuisce a creare un si­stema, e il tutto diventa la mente.

 

L'impegno di Crick e dei neuro-scienziati, nella loro ricerca dell'ani­ma, consiste nel cercare di individuare quali siano le regioni cerebrali e quali i processi che costituirebbero i "corre­lati neurali della coscienza", al fine di scoprirne la sede. Gli studiosi che si occupano, nell'ambito delle neuroscienze, del problema mente-corpo, cioè della natura della "coscienza", so­no persuasi che la vita mentale sia il "prodotto" di una rete di centri neura­li.

 

Ciascuno di questi centri sarebbe correla­to ad una funzione mentale, per cui una volta raggiunto l'obiettivo di tro­vare una correlazione analoga per tut­te le diverse funzioni, si sarebbe otte­nuto il quadro completo della mente. Le funzioni mentali, in sostanza, ven­gono assunte come "il risultato"  dell’ azione combinata di tutto il cervello.  Attualmente, il concetto che i correlati neurali delle funzioni menta­li siano sistemi funzionali complessi ri­sulta una posizione condivisa dagli studiosi di neuroscienze.

 

Ai fini di una maggiore compren­sione della coscienza, Solms e Turn­bull propongono che il fattore deter­minante nel collegamento delle nostre percezioni, che confluiscono nel for­mare l'esperienza della coscienza, sia il fatto che esse emergono a partire dalle nostre percezioni interne, le quali sono a loro volta vissuti percettivi del nostro Sé corporeo.

 E proprio per­ché ciascuno di noi esiste come un'en­tità corporea unica che la nostra co­scienza viene vissuta in modo unifica­to. In ultima analisi, si ammette che il corpo viscerale costituisce la base del­la mente.

 

A sua volta, il metodo di studio della mente impiegato dalla psicoanalisi riguarda la possibilità di percepire la mente attraverso l'introspezione o l'autoconsapevolezza cosciente del “mondo interno”. La capacità di guardare "all'interno" rappresenta la proprietà essenziale di una mente, L'Io, che noi tutti percepiamo attra­verso l'introspezione, può anche esse­re percepito per mezzo dei nostri sen­si esterni. La mente, dunque, è intima­mente connessa con il processo d'in­trospezione, che realizza così un'espe­rienza integrata del mondo interno e di quello esterno, radicandola nella sensazione di fondo che genera il Sé. Il computer può anche acquisire la capa­cità dell'intelligenza, ma non quella della coscienza perché non possiede al suo interno la capacità di autoconsa­pevolezza. La  psicoanalisi ci dà l'accesso ai funzionamenti interni della mente.

 

Per la comprensione del cervello e della mente, occorre pertanto considerare lo sviluppo di un modello di relazioni tra costrutti psicologici denominati "oggetti relazionali". I primi oggetti vissuti dal bambino sono le parti del corpo della madre. Questa figura divente  un oggetto ambivalente, cioè un oggetto sia buono sia cattivo. E' l'archetipo di una madre "amorosa e di una madre terrificante" di Jung. Esistono poi anche oggetti relazionali interni legati all'io, al sé, all'oggetto interno della madre e di altre figure.

 

Ogni individuo quindi si costruisce dei modelli di se stesso e del mondo. Non esiste una mente isolata dalle sue relazioni con le menti altrui.

Gli oggetti relazionali poi si riflettono nell'anatomia e nello sviluppo del cervello e costituiscono un fattore determinante nello stesso sviluppo fisiologico umano.

 

Sevono nuove concezioni per scoprire ulteriori aspetti relazionali e riconoscere che il cervello, per Marom, è un "ammasso" di neuroni, tutto il "resto", tutto ciò che è "significativo" è "là fuori", nelle relazioni con il cervello e la mente hanno con le proprie esperienze personali e con il mondo.

Vogliamo dire che la questione cervello-mente molto al di là dei sistemi neurali e dei meccanismi cerebrali e fisiologici.

 

L'obiettivo è allora quello di giungere ad una integrazione e a un dialogo relazionale fra neuroscienze, psicoanalisi e altri campi della conoscenza. Le due discipline sono diverse nei linguaggi e nei mezzi d'indagine, ma condividono gli stessi obiettivi. Il premio Nobel Kandel ha scritto che le neuroscienze forniscono alla psicoanalisi fondamenti scientifici. Di qui, la nascita della neuropsicoanalisi. Molti autori al riguardo affermano che la psicoanalisi dovrebbe essere ricondotta alle neuroscienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

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- Filosofia/Scienza

Alla ricerca del cervello e della mente

Guido Brunetti

 

Alla scoperta del cervello e della mente

 

Abstract.

La ricerca dell’identità, della conoscenza e della cura dell’anima è alla base della riflessione dei primi pensatori, a partire da Socrate e Platone. I temi del cervello e della mente nel Novecento sono poi passati sotto il dominio delle neuroscienze, le quali stanno fornendo una messe di dati sull’ eccezionale complessità del cervello e delle sue fantastiche reti neurali.

 

Parole chiave. Anima, mente, cervello, interiorità.

 

Premessa.

In principio, l’anima, lo spirito, il soffio. Poi, la psiché. Quindi, la mente e la coscienza. Che stanno emergendo come alcuni dei temi centrali e più stimolanti delle nuove neuroscienze. Alla ricerca di sé. Già nell’oracolo delfico “Conosci te stesso” e in Platone c’è l’invito a cercare il sé, la propria interiorità. Perché dove c’è l’anima, là ci sono “vibrazioni”, l’unità del tutto, l’universo della mente, la rete dei simboli e dei miti. Conosci te stesso è una esortazione alla riflessione. Il precetto della conoscenza di sé è un viaggio interiore.

 

Il sé nella visione dei pensatori antichi è un principio di vita “immortale” e di intelligenza capace di trascendere il divenire e che avrebbe preso il nome di psiché, anima. Invero, la domanda sulla natura della psiche- scrive Franco Fabbro nel suo libro “Che cos’è la psiche. Filosofia e neuroscienze” ( Casa Editrice Astrolabio, 2021) è “antica quanto la stessa umanità” ed ha “indirizzato per sempre il modo in cui l’uomo occidentale ha pensato a se stesso”. Di qui, gli stretti rapporti che “intercorrono tra la filosofia e la scienza”. L’opera di Fabbro è animata infatti da una notevole integrazione tra istanze umane, filosofiche e spirituali e le molteplici teorie delle nuove neuroscienze, fornendo una varietà di prospettive.

 

Indagare la natura del cervello e della mente si rivela un cammino che conduce alla philosophìa, all’amore della sapienza e ad esplorare la verità. Il principio “conosci te stesso” rappresenta un fondamentale fattore per interrogarsi sulla “essenza” propria dell’uomo, per elevarsi alla contemplazione dell’universo e dunque pervenire alla conoscenza integrale. Interrogarsi sulla natura dell’uomo.

 

Uno dei primi autori a teorizzare questi concetti è stato Socrate. Il suo scopo era quello di dimostrare che l’essenza della natura umana sta nella sua psiché, ossia nella sua anima, e quindi in ciò che consente all’essere umano di diventare buono o cattivo. Secondo Socrate, l’uomo deve occuparsi soprattutto della sua anima, in modo che essa diventi migliore il più possibile. Il concetto di “anima” e della “cura dell’anima” rappresentano il “cardine” del socratismo. Curare l’anima significa innalzarsi al di sopra della “finitudine umana” e conoscere la saggezza e il divino. Vuol dire scoprire la “radice celeste” della natura umana, il “seme divino” che riposa in essa.

 

Il dominio delle neuroscienze.

Oggi, questi argomenti sono passati definitivamente sotto il dominio delle nuove neuroscienze. L’antico problema anima-corpo viene riformulato sul piano neuro scientifico. L’anima è scomparsa dai testi delle neuroscienze ed è stata sostituita dal concetto di mente. Le funzioni mentali sono ritenute non più entità metafisiche, ma il risultato dell’attività dei neuroni. Non solo le nostre attività mentali sono l’esito di processi cerebrali, ma queste plasmano l’intera nostra esperienza. L’emergere della coscienza e del sé promana dalla plasticità delle connessioni sinaptiche e dalla trasmissione degli impulsi tra un neurone e l’altro (LeDoux). Il cervello diventa così il vero protagonista della commedia umana. Non esistono, secondo autorevoli neuro scienziati, eventi mentali, ma solo cerebrali. E’ provato- scrive Eric Kandel, premio Nobel per la medicina- che “tutti i processi psichici, normali ed anormali, sono funzione del cervello”.

 

La mente, per il materialismo o fisicalismo, è il “risultato” di uno stato fisico. Uno stato della mente è “uno stato del cervello” (Feigl, Smart). Comportamento e coscienza, tanto negli animali, quanto negli esseri umani, sono per intero il risultato- precisa Griffin- di eventi che hanno luogo nel loro “sistema centrale”. Per questa via, è emersa la teoria della “identità” tra fenomeni mentali e fenomeni neuro-fisiologici. C’è insomma identità di corpo e mente.

 

Il mistero della mente.

Tra i “sette enigmi del mondo”, il fisiologo tedesco Emilio Du Bois-Reymond enumera quello dell’origine del pensiero e del linguaggio, pronunciando non solo un “ignoramus” (non sappiamo), ma anche un “ignorabimus” (non sapremo). I problemi della mente e del cervello sono considerati così delicati, difficili e complessi che per definirli vengono usate le parole “enigma” e “mistero”. Il neuro scienziato Vizioli sottolinea al riguardo le “conversioni mistiche” di autorevoli neuro scienziati, come Penfield, Eccles e Sperry, che si “sono inchinati di fronte al mistero della mente, di come cioè una struttura materiale possa dare origine ad un’attività immateriale”. Il venire alla luce della coscienza di sé e di ogni individualità- scrive Eccles- è “un mistero” e si trova “al di là dell’indagine scientifica… è il risultato di una creazione soprannaturale di ciò che in senso religioso è chiamato anima”.

 

Il problema mente-corpo- afferma Popper- contiene “grandi enigmi” che forse non saranno “mai risolvibili”. E’ un problema che rappresenta uno dei più grandi misteri dell’universo. Da una parte quindi il riduzionismo, dall’altra la seduzione del misterioso, del soprannaturale.

 

Conclusioni.

Partendo dall’assunto neuro scientifico che la mente è un “prodotto” dei processi neurali, gli scienziati sono impegnati a comprendere “come” e “dove” avvenga nel cervello la nascita della coscienza. Sta di fatto che i neuroni non producono idee, non creano pensieri o la “Cappella Sistina”, il “Requiem di Mozart”, l’arte di Raffaello o il verso di Dante. Per noi è la mente che permette al neonato di riconoscere il volto della madre, alla gazzella di riconoscere l’odore del predatore e all’individuo di riconoscere la sinfonia di Mahler

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- Letteratura

Caro “cucciolo” Kimi, ti scriviamo

Caro “cucciolo” Kimi, ti scriviamo

 

Noi sappiamo perché ti scriviamo. Affetto, tenerezza, gioia, nostalgia, sofferenza. Tanti anni di intesa e complicità istintive. Anita, io e Valentino, che un lontano giorno di 14 anni fa ti prese in braccio tutto bagnato e sanguinante abbandonato in una strada alla periferia di Napoli, ti abbiamo amorevolmente accudito, assistito e voluto un bene immenso.

Sei stato uno di famiglia. Un grande dono della Provvidenza.

Chi non ha mai posseduto un cane, non sa- ha scritto Shopenhauer- “cosa significhi essere amato”. Il cane- ha aggiunto Victor Hugo- è “la virtù che non potendo farsi uomo s’è fatto animale”.

Queste stupende considerazioni generano in noi la convinzione che l’umanità sarebbe un mondo meraviglioso e pieno di fascino se possedesse la dolcezza, i sentimenti e il cuore del cane.

 

Caro Kimi, ci manchi, ci manchi ogni giorno. E noi non sappiamo come colmare questo immane vuoto.

Ci manca la tua benevolenza, il tuo stile affabile e socievole, i tuoi sguardi, la tua intelligenza, la tua curiosità.

Ci manca la tua grande capacità di intuire i nostri comportamenti e le nostre parole.

Eri privo di egoismo, aggressività, ipocrisia, slealtà, invidia o cattiveria, in un mondo egoista, aggressivo, malvagio.

 

Ti abbiamo tenuto sempre accanto, mite, sincero, fedele.

Una creatura trasparente.

Tornare a casa e sapere che già all’ingresso c’eri tu, pronto a scodinzolare e farci festa era sempre un  momento carico di emozioni e di allegrezza. Momenti di felicità che servivano a compensare la tua tristezza della separazione.

Hai dimostrato di essere un soggetto interamente affettivo. Ci hai allietato l’esistenza, riempito di serenità, letizia, dandoci tanta voglia di vivere. La tua presenza ha migliorato le nostre giornate e dunque le nostre vite.

 

Non ci sono parole per quello che hai fatto per noi.

 

Ti siamo perciò debitori di tutti i meravigliosi giorni vissuti  grazie  alle continue cascate emotive che hai saputo darci. Sei sempre presente in ogni angolo di casa, sei sempre presente in ogni strada che percorriamo E tuttavia spostarci da una stanza all’altra o attraversare i viali che portano alla nostra abitazione senza la tua presenza fisica è per noi un fatto che ci reca una grande afflizione, una grande sofferenza interiore.

 

Sappi, caro “cucciolo” Kimi che il nostro affetto non è mutato, né mai potrà mutare.

E’ un affetto che si sostanzia attraverso un dialogo interiore, un dialogo consolatorio, un esercizio di struggente nostalgia.

 

Ci hai dato forza e, d’accordo con Seneca, tante lezioni di vita.

Con te, carissimo “cucciolo” Kimi, abbiamo perduto un pezzo della nostra esistenza. Ma rimarrai sempre nel nostro cervello e nel nostro animo, con l’affetto di sempre.

 

Il lettore ora potrà capire perché ti abbiamo dedicato tanti saggi e articoli pubblicati su riviste e giornali.

 

 

                                          Anita, Valentino e Guido Brunetti

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- Scienza

Il cane arricchisce il senso della nostra esistenza

Guido  Brunetti

Il cane arricchisce il senso della nostra esistenza

 

   Le straordinarie e affascinanti scoperte tratte dalla ricerca scientifica sul cane e sugli altri animali hanno segnato il progresso nella comprensione del cervello umano, della medicina, della psichiatria e dell’intera umanità.

   Gli esseri umani dovrebbero tributare rispetto e considerazione verso queste creature. L’uomo, tuttavia, è troppo impegnato nella cura e nello sviluppo del proprio Io per dedicare al mondo animale l’attenzione che merita.

 

   La violenza sugli animali, le torture, le sevizie, i maltrattamenti, lo sfruttamento e

l’abbandono dei cani, soprattutto nei mesi estivi, rappresentano l’autentica cifra stilistica della malvagità umana.

   Gli studiosi sono concordi nel ritenere che questi comportamenti violenti sono legati a quelli sulle persone.

   Il cane buttato, ad esempio, dal cavalcavia è il bambino (o la bambina) ucciso o gettato in mare dal genitore. La letteratura è piena di casi di violenza su bambini e animali.

 

   Di tutti gli  animali- ha scritto Max Twain- l’uomo è “l’unico crudele”: l’unico a infliggere dolore per il piacere patologico di farlo. La civiltà di un popolo, la sua grandezza e il progresso morale, si riconoscono, per Gandhi, anche dal modo in cui tratta gli animali.

 

  Il comportamento di esseri umani e animali, come mostrano le ricerche neuro scientifiche, risulta in modo simile, quando vengono attivati i meccanismi cerebrali. Questa scoperta è stata resa possibile dagli esperimenti condotti sugli animali.

Oggi, possiamo dire che gran parte della ricerca sul cervello è il frutto degli studi eseguiti sul cane e sugli altri animali.

 

Il cane ha capacità sociali ed è in grado di capire gli sguardi meglio degli scimpanzé, prestando attenzione sul luogo dove il suo padrone sta guardando ( Marcus). Questa creatura, ma così anche altri animali, nasce con la capacità di apprendere e di utilizzare le proprie esperienze per migliorare i comportamenti futuri. Questo comportamento è stato chiamato “l’istinto a imparare”.

 

Il cane, come mostrano le evidenze scientifiche e le mie molteplici osservazioni fatte sul nostro “cucciolo” Kimi, ha una sua personalità. Invero, ogni animale ha una personalità individuale, costruita  sulla base degli effetti della genetica, delle proprie esperienze e dell’ambiente.

   Sono stati riscontrati i vezzi delle diverse razze di cani nei minimi particolari. Nelle mie passeggiate nel prato con il cane Kimi ho potuto osservare un’ampia varietà di comportamenti nei cani.

 

   Da tempo, molti dati scientifici forniscono prove che il cane e tutti i mammiferi sono creature “intensamente affettive”.

   Ed è per questo grande affetto che è venuto meno con la scomparsa del caro “cucciolo” Kimi che oggi ci sentiamo in dovere di rendergli sentimenti di gratitudine convinti come sia impossibile colmare un enorme vuoto interiore.

   Il suo affetto non è così differente, pur in diversa forma, da quello manifestato nel cervello degli esseri umani.

 

   E’ stato accertato, inoltre,   che in situazioni di pericolo le persone e i ratti manifestano reazioni di paura simili. Altre ricerche hanno poi indicato che esseri umani, scimmie, topi e altri animali mostrano cambiamenti neurali e ormonali in situazioni di paura.

 

   La conoscenza di sé rappresenta un elemento importante nell’agire umano, ma anche gli animali sono motivati. Ricercano cibo ed evitano pericolo e predatori. Un’altra meravigliosa scoperta riguarda  l’evoluzione del cervello dei primati nell’elaborare aspettative.

   Gli animali hanno la capacità di individuare chi coopera e chi non collabora, chi è amichevole e chi mostra ostilità, chi domina e chi è subordinato.

   I cani, ad esempio, sono creature giocose, compiono gesti ludici, invitano a giocare e riescono a comunicare che la loro intenzione è amichevole e non aggressiva.

 

   Tutti i mammiferi inoltre sognano. Il nostro cane Kimi quando sogna scuote le zampe, emette strani suoni o muove la bocca. E’ stato accertato che i cani spesso possono allattare piccoli di altre specie o piccoli con cui non sono imparentati.

   Questa rivelazione ci porta ad un’altra fondamentale evidenza scientifica: nel regno animale, la cura della prole è un “obbligo”.

 

   Nei mammiferi, l’ accudimento per il benessere dei piccoli può comprendere anche estranei. La cura dell’altro denota l’emergere di ciò che alla fine confluisce nella “moralità”(P. Churchland). In questi comportamenti sono coinvolti l’ossitocina e altri oppioidi.

 

Come i cervelli si curano di qualcosa? I cervelli sono “programmati” per prendersi cura  della propria sopravvivenza. L’avere cura di sé è una funzione fondamentale del cervello. Il quale è organizzato per cercare il benessere. Per gli esseri umani e per i mammiferi, il benessere dei propri piccoli ha lo stesso valore del loro benessere.

 

Sta di fatto che i circuiti neurali sostenuti dall’ossitocina e dalla vasopressina, che sono sostanze estremamente antiche che datano almeno 700 milioni di anni, molto prima della comparsa dei mammiferi, sono predisposti alla cura di sé, dei piccoli e degli  altri (Porges).

 

Come si realizza l’attaccamento nei mammiferi? Il comportamento di accudimento  è innescato dal rilascio di una varietà di ormoni. Il principio che emerge è: “proteggere me stesso” e “proteggere la mia prole” e “gli altri”.

 

Il rilascio di oppiacei crea uno stato di gratificazione e benessere. E’ una situazione che abbiamo sperimentato nell’osservare la gioia dimostrata dal nostro “cucciolo” Kimi quando torniamo a casa, durante le passeggiate al parco e in tantissimi momenti della vita quotidiana. La compagnia con Kimi rappresenta una fonte continua di contentezza e di festosità.

 

   Il “cucciolo” Kimi riesce infine a intuire quando decido di portarlo a passeggio oppure prendergli un biscottino. E’ una conferma delle scoperte neuro scientifiche di questi ultimi anni. Il cane si mostra straordinariamente “esperto” nel predire cosa farà il suo padrone. Questa capacità viene definita “lettura della mente”, ossia “la capacità di attribuzione mentale”.

  

   Al riguardo, dobbiamo dire che la coscienza è una caratteristica di tutti i mammiferi. I principali elementi anatomici che stanno alla base della coscienza sono “molto simili” in tutti i mammiferi.

   Sempre il nostro cane Kimi mostra continuamente sentimenti di gioia, talvolta anche di tristezza o paura. Se mi sposto, ad esempio, in un’altra stanza, dopo pochi secondi mi viene a cercare. Mi guarda, si rassicura ed è tranquillo. Egli  sente la tristezza della separazione e l’esultanza del ritorno e della compagnia.

Concludendo, il nostro cane presenta le nostre stesse somiglianza cerebrali e di comportamento. La compagnia di un cucciolo di cane ci rende più umani.

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- Scienza

Affetto e gratitudine verso il cucciolo Kimi

 

Guido Brunetti

 

Affetto e gratitudine verso il "cucciolo" Kimi

 

La ricerca nel campo delle neuroscienze mostra, tra l’altro, che gli animali hanno sentimenti emotivi.

Il cane, ad esempio, è pieno di emozioni e di affetti.

L’interazione con il cane ci rende più umani (T. Grandin).

Una grande quantità di dati sperimentali e la nostra esperienza maturata attraverso quattordici anni trascorsi con il caro “cucciolo” Kimi, che ci ha lasciato il 15 novembre 2021, determinando in famiglia un vuoto incolmabile e una sofferenza nell’animo e nel cervello che le parole purtroppo non sanno descrivere, indicano che il cane possiede una gamma completa di affetti ed emozioni (Panksepp).

 

Lo studio di questi meccanismi cerebrali nel cane e negli altri animali rappresenta un sicuro percorso scientifico per comprendere i sentimenti di noi esseri umani.

L’influenza reciproca tra l’essere umano e il cane è in grado di generare nel cervello umano un accrescimento dei livelli di dopamina, serotonina, ossitocina ed endorfine, definite le sostanze della gratificazione e del benessere (Goodfellow).

 

Il contatto visivo, le carezze, il calore affettivo e i tanti comportamenti gioiosi che suscitano tenerezza e accadimento mostrano il valore di “regolatori emotivi” che questi sentimenti creano.

Nel nostro cervello vengono attivati gli stessi sistemi neurali e le stesse aree cerebrali sia quando coccoliamo il nostro cucciolo Kimi sia quando  Kimi poggia il suo tenero musetto sulle nostre ginocchia oppure quando passeggiando alza di tanto in tanto il suo dolce sguardo verso di noi.

 

Soggetti con disturbi di ansia  o depressione sperimentano un evidente beneficio dopo aver preso un cucciolo. Di qui, il suo impiego come valido sostegno nella terapia dei disturbi psichiatrici. Il cane, come indicano numerose ricerche, influenza la salute fisica e mentale delle persone. Il legame uomo-cane può determinare processi cerebrali e mentali che facilitano comportamenti positivi ed affettivi.

 

Sentiamo verso il caro “cucciolo” Kimi un grande affetto e una enorme gratitudine per tutto il bene, l’attaccamento e i numerosi momenti di gioia e di serenità che ci ha dato. Ci manca moltissimo, anche se la sua immagine, il suo viso, i suoi comportamenti sono impressi nel nostro animo in maniera incancellabile. Non vederlo più, non essere seguito in ogni zona della casa, non averlo qui vicino come sempre quando scrivo, non poterlo portare a passeggio, accarezzarlo e seguirlo mentre nel prato gioca con altri cani o insegue una lucertola: tutto questo fa male, e crea in me, in mia moglie e mio figlio un dolore infinito, un gran vuoto. Era uno di famiglia, uno di noi. Abbiamo perduto una creatura che tuttavia rimarrà sempre una presenza gioiosa e molto cara.

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- Filosofia/Scienza

Alla ricerca della coscienza

Guido Brunetti

Alla ricerca della coscienza

 

   La coscienza? E' uno dei più difficili e complessi interrogativi che le nuove neuroscienze stanno affrontando negli ultimi anni. E' anche una delle più affascinanti sfide poste ai neuroscienziati nel secolo XXI.

   Finora, sono stati compiuti straordinari progressi nel campo del cervello, della mente e della coscienza, soprattutto grazie alle interessanti metodiche di brain imaging.

  

Oggi, siamo in grado di osservare il cervello mentre svolge funzioni mentali e motorie e mentre si trova in differenti stati sentimentali, affettivi ed emotivi.

   Tante scoperte, tanti avanzamenti, ma il cervello, la mente e la coscienza- l'essere umano- restano "grandi sconosciuti". Sono tre parole che nascondono ancora abissi di ignoranza. Appare quasi impossibile definire il concetto di coscienza, se non in termini inafferrabili e incomprensibili. Sull'argomento- ha scritto S. Sutherland- "non è stao scritto nulla che valga la pena di leggere".

   E' ancora un mistero.

 

   In questo progredire delle neuroscienze, un prezioso contributo è fornito dal nuovo libro di Vittorino Andreoli, che s'intitola "L'origine della coscienza" (Solferino). Un testo gradevole, ricco di umanità, passione, entusiasmo e  scienza. E' un percorso condotto in un flusso inarrestabile di idee, riflessioni, concetti, ipotesi alla scoperta dei tanti volti dell'uomo, un essere che si rivela  "un grande sconosciuto".

 

   Il termine coscienza si riferisce allo stato globale dell' essere attento, consapevole     e vigile.

    La sua funzione è quella di renderci conto di quello che proviamo. Essa ci dice se qualcosa è "buono" o "cattivo".

La coscienza è individuale e immateriale, appare una struttura complessa e variabile, che emerge da un processo continuo, perciò non può essere considerata immutevole, fissa e meccanica. Il segno più evidente degli stati soggettivi è il linguaggio verbale e il linguaggio non-verbale, quello dei gesti e della mimica.

   Ci sono parecchi livelli di coscienza. Uno dei più rilevanti è la coscienza di Dio, insieme con quelli rappresentati dalla trascendenza, da un mondo altro, da qualcosa che è "totalmente alieno dall'esperienza umana".

  

Non esiste uomo, per Andreoli, che non avverta la coscienza della trascendenza, non c'è cultura della storia passata e presente che non l' abbia considerata.

   Anche chi nega Dio è costretto a considerarlo come colui che crede, per il fatto di negarlo.

 

   L'idea di Dio è insomma una caratteristica dell'essere umano. E' un fatto biologico, innato. E' un bisogno dello spirito umano. E' "dentro" la persona.

   La scienza non potrà mai dire se esiste o non esiste Dio, ma può affermare che Dio  "serve alla propria esistenza". E' impossibile una dimostrazione scientifica dell' esistenza di Dio.

   Fede e ragione sono due dimensioni complementari, parti della conoscenza, esprimono un livello particolare di coscienza ed entrambe aiutano a vivere e progredire.

 

   La scienza non può pretendere di avere il privilegio del sapere, né tantomeno della verità. Essa non conduce necessariamente alla verità, ma alla probabilità, alla possibilità.

   La via di soluzione non scientifica dei problemi dell'uomo e del mondo risulta altrettanto fondamentale di quella scientifica. La fede costituisce un'esigenza dell'essere umano.

 

   Da sempre considerata patrimonio della filosofia, il concetto di coscienza si è trasformato in un argomento scientifico, a partire dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso.

   Alcuni autori, soprattutto tra i filosofi, continuano a ritenere che gli stati soggettivi della coscienza, le nostre esperienze interne, le nostre sensazioni- i "qualia"- non possono mai essere esaminati scientificamente perché sono vissuti  personali, soggettivi.

   I neuroscienziati non sono d'accordo, ritengono che è possibile indagare la coscienza e trasformare la soggettività in una scienza. Gli stati soggettivi- affermano- scaturiscono da reti neurali. Il compito delle neuroscienze è quello di ricercare i meccanismi oggettivi, biologici coinvolti nei processi soggettivi. Grazie a una serie di metodi sperimentali, oggi è possibile seguire "gli schemi di attività neurale" che intervengono negli atti coscienti (Dehaene) attraverso l'introspezione, ritenuta una fonte di informazione attendibile.

 

   Invero, la coscienza rappresenta una parte limitata della mente. La maggior parte della nostra vita mentale, come aveva già sostenuto Freud, procede in modo inconscio. Una ricerca al riguardo mostra che il 95 per cento delle nostre azioni è determinato dall'inconscio. La coscienza pertanto è in grado di spiegare solo il 5 per cento del nostro comportamento (Chartrand). Questa posizione, oggi, è ampiamente accettata anche dai neuroscienziati.

   Sta di fatto che la coscienza, secondo le moderne neuroscienze, è una funzione evoluta, una proprietà biologica emersa dall'evoluzione, poiché è "utile". Essa quindi occupa un importante ruolo cognitivo, potendo affrontare questioni che la mente inconscia non può esaminare.

 

Concludendo, siamo ancora all'inizio, le prospettive sono eccitanti. Dobbiamo rispondere a tante domande. Cosa è l'autocoscienza? I bambini sono coscienti? Qual è l'esatto momento nel quale emerge la coscienza? Gli animali sono coscienti?

 

                        continua

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- Filosofia/Scienza

Ipotesi Dio e ipotesi degli errori casuali

Guido Brunetti

L’ ipotesi Dio e l’ ipotesi del caso

 

Filosofi, scrittori e scienziati da sempre si confrontano sulle grandi questioni dell’esistenza: le origini dell’universo, Dio, il senso della vita, il rapporto tra scienza, ragione e fede, evoluzionismo e creazionismo. Sta di fatto che ragione e Dio, scienza e religione, creazionismo ed evoluzionismo rappresentano alcune tra le più rilevanti conquiste dell’umanità. Presentano posizioni diverse, ma sono complementari, poiché appartengono alla dimensione dello spirito. Di qui, l’esigenza di superare antiche e puerili incomprensioni e contrapposizioni per collaborare e interagire, al fine di promuovere il progresso della cultura e della scienza. Oggi, il termine evoluzione indica la teoria biologica secondo cui le specie vegetali e animali si sono modificate nel corso dei tempi. Tutti i viventi sono tra loro “imparentati” e rappresentano una fase transitoria di un lento processo di trasformazione. L’evoluzione, per Darwin, avviene per selezione naturale, la sopravvivenza degli individui più dotati nella lotta per l’esistenza. La scienza è tuttavia legata al metodo naturalistico, perciò essa non è in grado di dare spiegazioni su quelle che Popper ha definito “questioni ultime”, come per l’appunto, l’idea di Dio, la fede, il trascendente o la religione. Da parte sua, il creazionismo è la dottrina che pone a fondamento dell’universo la creazione divina, come indicano i racconti della “Genesi”, Che cosa fare? Accettare l’incertezza, che vuol dire probabilità. La probabilità- afferma Roberto Volpi nel suo godibile volume “Dio nell’incerto. L’altra scommessa di sapiens” ( Leg edizioni)- regna ovunque. Tutte le nostre azioni sono l’espressione di probabilità. La massima incertezza riguarda la domanda: come è nato l’universo? Il mondo-risponde la scienza- è nato dal Big Bang, il grande scoppio, l’esplosione dalla quale ebbe inizio l’universo circa 13,8 miliardi di anni fa. Il punto oscuro, mai chiarito, è che non sappiamo come è nato il Big Bang, né su che cosa è esploso o perché è esploso. In sostanza, le ipotesi sull’origine del mondo riguardano quella quantistica e l’ “ipotesi Dio”. Entrambe le teorie non sono tuttavia valutabili scientificamente. Tutto inizia quindi con un’esplosione inaudita, spargendo in ogni direzione un’immane quantità di materia, dando così origine al mondo. E’ una supposizione inspiegabile e misteriosa. Anche l’ “ipotesi Dio” resta al di là della scienza, fuori da ogni analisi scientifica. Dio non può essere indagato con i metodi scientifici. La scienza perciò non può negare né affermare l’esistenza di Dio. Tuttavia, l’ “ipotesi Dio”, per il filosofo e teologo Joseph Ratzinger, è “più ragionevole” di altre ipotesi, perché è fondata su criteri di “ragionevolezza”. La ragionevolezza di Dio- precisa il papa emerito- costituisce un potente fattore di interazione tra ragione e fede e risiede nella creazione del mondo e della vita e nella procreazione. Non è quindi “ ragionevole” considerare l’uomo, come sostengono molti scienziati, nient’altro che il prodotto di “errori casuali”. Circa poi la presenza di elementi di fantascienza nella teologia sostenuta da alcuni studiosi, Ratzinger risponde che, in verità, la fantascienza “esiste nell’ambito di molte scienze”, come le teorie fisiche sull’inizio e la fine del mondo e la teoria dell’evoluzione. Le quali sono “visioni, immaginazioni, congetture, ossia fantascienza”. Il gene egoista di Dawkins e la concezione elaborata da J. Monod sul caso e la necessità sono “solo ipotesi di fantascienza. La teoria dell’evoluzione come dominio assoluto dei geni è una costruzione “favolistica”, che non riesce a dimostrare scientificamente né i grandi salti delle specie né la nascita della coscienza. Per gli evoluzionisti, Dio non esiste e il mondo non ha bisogno di Dio. Gli esseri umani e l’universo sono il risultato di “errori casuali”, frutto del caso e della necessità. Dire questo non è fare scienza. Egli è un modello che risulta “ineguagliato” nell’ universo. Concludendo. C’è la stessa probabilità: che Dio esista o che Dio non esista. Credere in Dio, vuol dire, d’accordo con Wittgenstein, dare un senso alla propria esistenza. L’idea di Dio, del trascendente e dell’anima è, come dimostrano le ricerche delle nuove neuroscienze, un bisogno biologico, innato, naturale dell’uomo. La scienza, lo ribadiamo, non è in grado di dimostrare l’esistenza di Dio né confutarla. Ripetere che Dio non esiste e che il mondo non ha bisogno di Dio, come stancamente si ostinano a dire genetisti e neurobiologi con il sostegno della teoria evolutiva di Darwin non è fare scienza, ma esprimere soltanto opinioni, congetture. Sono affermazioni generiche, grezze, “quasi primitive”, idee arroganti e stantie, superate, in quanto non sostenute dalla forza della dimostrazione scientifica. Invero, nel corso di milioni di anni, l’uomo ha subito notevoli cambiamenti rispetto ai nostri parenti più prossimi, gli scimpanzé, dai quali ci siamo separati, venendo da un progenitore comune, come dimostra il fatto che abbiamo lo stesso DNA (98-99 per cento). L’essere umano ha sviluppato infatti la stazione eretta, il linguaggio, il pensiero astratto e simbolico, la coscienza e l’autocoscienza, l’arte, la poesia, la musica, la pittura. Appare dunque pretestuoso e azzardato, d’accordo con Volpi, il tentativo di biologi e genetisti di spiegare queste differenze come “conseguenza” del DNA. Il DNA conta meno. Che cosa allora distingue l’uomo dagli animali? E’ il pensiero. E’ la sua capacità di “pensare Dio”. Non è la scienza- afferma con forza il grande filosofo e teologo Ratzinger- a operare l’enorme salto tra gli uomini e gli altri primati, ma la visione religiosa del mondo”. L’uomo è un essere religiosus. Non sta tutto nella sua materialità, ma nella sua essenza, nella sua entità spirituale, trascendente, religiosa. Mettere in discussione, come fanno molti filosofi e scienziati, la superiorità dell’ Homo sapiens, sostenendo che non c’è alcuna differenza fondamentale tra la mente umana e quella animale (F. De Waal) è un errore. La mente- il pensiero- ( realtà immateriale) e non il cervello (realtà materiale) è al “vertice” dell’ Homo sapiens. E’ il pensiero che lo porta a comprendere la realtà del mondo, l’ambiente e i comportamenti di altri soggetti. Nessun altro vivente possiede questa capacità. L’uomo non è di conseguenza un vivente la cui mente non è che “una variazione”

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- Scienza

Perché serbiamo memoria del caro ‘cucciolo’ Kimi

 

     Guido Brunetti 

Perché serbiamo memoria del caro "cucciolo" Kimi

 

Il  presente saggio ha lo scopo di ricordare il nostro “cucciolo” Kimi- l’ombra più dolce mai lasciata- che non c’è più; le capacità del cane circa intelligenza, affetti, emozioni, coscienza e autocoscienza, morale, “teoria della mente”; la sua funzione terapeutica nella cura dei disturbi psichiatrici; la sua qualità di generare effetti benefici sul piano bio-psichico e mentale; di dare gioia, serenità, tranquillità nell’animo e momenti di felicità; il suo grande ruolo infine ricoperto nel favorire il progresso della scienza, della medicina e della psichiatria.

 

 Come mostrano molteplici ricerche neuro scientifiche, il cane ha contribuito al progresso dell’umanità e della scienza, e al benessere bio-psichico e mentale dell’uomo.  Da sempre rappresenta un sicuro sostegno psicologico, emotivo e affettivo per gli esseri umani, una fonte di gioia e di serenità, come evidenzio nel presente lavoro, portando la testimonianza del mio  amatissimo cane, Kimi, scomparso il 15 novembre 2020 dopo quattordici anni, lasciando un dolore indicibile, un vuoto incolmabile, struggente nel mio animo e in quello di mia moglie Anita e di mio figlio Valentino, il quale in un giorno piovoso di molti anni fa  lo prese  con sé sanguinate e sofferente mentre giaceva in una pozza di fango e sangue per le ferite, abbandonato in una strada alle porte di Napoli.

“E’ un’immagine- ricorda commosso Valentino- scolpita nel mio animo. Tornavo a Roma da Napoli, dove avevo partecipato come avvocato ad un processo. Uscendo dalla città, vedo che sul ciglio della strada era steso   un cucciolo di cane. Scendo dall’auto, mi avvicino. Aveva lo sguardo assente e impaurito, nessuna reattività neuromotoria né emotiva. Una scena per me carica di pietà, angoscia e sofferenza, e rabbia. Rabbia perché una  creatura  abbandonata è agli occhi di madre natura una cosa proibita.

Lo prendo tra le braccia, lo accarezzo e lo adagio sul sedile dell’auto, gli pulisco la ferita, fasciandola con il mio fazzoletto e cerco di asciugarlo. Corro quindi veloce verso Roma, poggiando la mia mano sul suo capo.

Giunto a casa, lo adagio su una poltrona e lo rifocillo. Non si regge in piedi, è denutrito, stremato, debilitato. Ancora sporco di sangue e di fango, corro subito dal veterinario. Che gli presta le prime cure. ‘Se viene accudito e assistito in modo adeguato- dice il veterinario- si riprenderà’.

 

Torniamo a casa- prosegue Valentino-, gli porgo un biscottino. Ha difficoltà a prenderlo e a mangiarlo. Lo accarezzo. Gli parlo. Cerco di dargli i croccantini. Lo rassicuro. E così fino al momento di andare a dormire. Nel dargli la buona notte, gli accarezzo il musetto. Lo guardo e scorgo una lieve reazione muscolare ed emotiva. Sembra la fine di un incubo infinito.

Raggi di sole dopo un nubifragio.

Ora Kimi ( è il nome che gli ho dato) mi guarda. L’immagine del suo sguardo così tenero mi commuove. La scena dolente e drammatica dell’inizio, mi è rimasta  nel cervello e nel cuore ed è una scena che mi accompagnerà per sempre.

 

 Dopo pochi giorni, Kimi si ristabilisce, appare in buone condizioni fisiche, è vivace, dà e vuole affetto.

E subito diventa uno di famiglia.

Comunichiamo benissimo e ci comprendiamo in maniera straordinaria perché usiamo il linguaggio universale dell’affezione, dell’empatia e della generosità.

Una storia triste e drammatica che si risolve a lieto fine: una vita salvata. Mi viene in mente- conclude Valentino che fatica a trattenere le emozioni- un principio contenuto nella Bibbia: ‘Chi salva una vita, salva il mondo intero’.

 

Quella di  Kimi è una storia che ha generato in noi, che lo abbiamo tenuto in una condizione di accudimento e affetto, tanta gioia e benessere biopsichico.

 

La sua scomparsa è  stata  una grande perdita. Una grave separazione, un distacco che, d’accordo con Emily Dickinson, è un abisso di pene. Lasciare il suo bene, il suo affetto, la sua devozione, la sua fedeltà e la sua tenerezza e il suo tenero e gioioso sguardo.

‘E’ l’ombra più dolce mai lasciata’ impressa nella nostra mente e nel nostro  cuore per usare un bellissimo verso di un grande poeta americano, il quale fa dire al suo cane: ‘Ti seguirò anche dopo la morte’. Una perdita che fa male, che genera malessere e brividi di smarrimento.

 

Ci conforta sapere che Kimi apparteneva ad un mondo, quello animale, che ha dato un decisivo contributo allo sviluppo della scienza. Gli scienziati cercano nel cane e negli altri animali le risposte ai misteri del cervello umano. Soltanto attraverso lo studio del cervello animale è stato possibile infatti avviare la comprensione del cervello e della mente umana, dei nostri processi cognitivi, affettivi ed emotivi. Senza modelli animali non sarebbe realizzabile alcuna seria conoscenza delle nostre funzioni cerebrali.

Le storie di successo delle scienze neurobiologiche, della medicina e della psichiatria sono dovute alle meravigliose scoperte tratte dal cane e dagli altri animali. La ricerca animale sull’insulina, ad esempio, ha salvato decine di milioni di bambini da una morte prematura.

 

Kimi possedeva molte qualità.                                     

 

Ci sono prove schiaccianti che nel cane, ma così anche in altri animali, sono presenti affetti, emozioni e attitudine all’apprendimento.

Ricerche neuro scientifiche poi indicano che anche nel cane sono presenti aree cerebrali che costituiscono la base della coscienza. Animali, come i cani, sono dunque coscienti, hanno una coscienza primaria. Ovviamente, un diverso grado di coscienza rispetto all’uomo.

Ci sono inoltre evidenze scientifiche che esiste addirittura un certo grado di autocoscienza, di consapevolezza di sé.

 

Esperimenti approfonditi hanno rivelato poi che nel cane c’è un sistema morale, il quale si è sviluppato a partire dagli istinti primordiali animali milioni di anni fa.

 

Nella mia ricerca su Kimi ho moltissime prove di stati di empatia, altruismo, coscienza e di comportamenti morali.

Anni fa ero seduto con un libro nelle mani. Ero triste e assorto nei miei pensieri per un evento luttuoso. Mi accorgo che il mio cucciolo mi osservava come per capire il mio stato d’animo, indeciso se avvicinarsi. Aveva uno sguardo colmo di   affetto e tenerezza, cosa non sempre praticata dagli esseri umani. Lo guardo anch’io con tenerezza, gli sorrido. Lui rincorato si avvicina e poggia il suo musetto sulle mie ginocchia. E’ stata una scena commovente, un grande prova di empatia, un comportamento consolatorio. Una grande sensibilità morale.

 

Questa testimonianza conferma ciò che molte ricerche hanno dimostrato. Il cane è dotato di una “teoria della mente” e di empatia. Ha la capacità di “sintonizzarsi” con i sentimenti e i pensieri di altri soggetti. Ha l’attitudine a comprendere gli stati mentali altrui, come emozioni, intenzioni, desideri, credenze, conoscenze. Il cane capisce se nel suo interlocutore c’è stato un cambiamento di umore. E’ quanto ha fatto Kimi con me nell’esempio sopra descritto.

 

Il ‘cucciolo’ Kimi possedeva anche capacità intellettive.

Ricerche nel campo delle neuroscienze  precisano che nel cane sono presenti  diversi livelli di intelligenza, come l’abilità a farsi capire e a capirci. E’ in grado poi di comprendere gli sguardi e ha capacità sociali.

 

L’interazione con Kimi pertanto ci ha fatto stare bene, una condizione che abbiamo vissuto fin dall’inizio, quando espressi su di lui questi stati d’animo.

 

E’ placido e dignitoso.

Non piagnucola sulla sua condizione,

né piange sui peccati che non ha.

Mite, gioioso, buono, tenero.

Parla con gli occhi e con la sua armonia gestuale.

“Virtù umane” non possiede: non odio, né malvagità, invidia, egoismo, cinismo, maldicenza.

E’ un dono della Provvidenza.

 

 

Da quanto finora detto, si può comprendere come il cane sia da questo punto di vista un regolatore emotivo e un terapeuta, giovevole in campo medico, psichiatrico e psicoterapeutico. Induce sedazione neuromotoria, calma, tranquillità nell’animo, dà affetto, gioia e momenti di felicità, trasmette emozioni. L’insieme di questi meravigliosi doni produce effetti benefici sulla salute e il benessere bio-psichico e mentale della persona, attraverso una cascata di ossitocina e altri oppioidi, considerati sostanze del benessere e del piacere, riducendo in tal modo stati d’ansia e di depressione, stress, inquietudine e i tanti malesseri indotti dalla vita moderna.

Il cane dnque dà salute e lenisce la sofferenza umana.

 

Su tutti questi aspetti, ho parlato di Kimi nei miei libri sul cervello, la mente e la coscienza e su riviste scientifiche, come la “Rivista di psichiatria” e “Neuroscienze”.

Durante questi quattordici anni, Kimi – e non ci stancheremo mai di ribadirlo con forza- è riuscito a inondare la nostra esistenza di bene, calore affettivo ed emotivo, tenerezza, gioia e serenità. E tanto amore e tanti momenti indimenticabili di felicità.

Un legame solido, forte, speciale, attraverso continue dimostrazioni di affetto.

Un rapporto empatico, anche per mezzo di un incessante contatto visivo, offrendoci continuamente motivi di meraviglia.

 

Si è  creato così un sentimento affettivo di appartenenza che nel tempo è diventato indissolubile. E’ quel sentimento che lega i genitori ai figli, sperimentato con Kimi attraverso passeggiate quotidiane, nella cura e nell’accudimento, nell’igiene, nell’alimentazione, nelle carezze.

 Questa, la sua incommensurabile essenza affettiva ed empatica. E’ stato un meraviglioso dono della Provvidenza. Lo sento sempre presente. Non posso uscire senza rivedere e percepire la sua forte presenza mentre cammina al mio fianco. Una grande afflizione.

 

Kimi continua a restare con me, con mia moglie Anita e con mio figlio Valentino. La sua dolce e tenera presenza fa parte di quei ricordi dai quali non si esce mai.

E’ la nostalgia di Kimi: un ricordo di gioia, ma anche di dolore perché non c’è  più.

 

Kimi è stato un angelo che si è staccato dalla schiera degli angeli ed è sceso sulla Terra per rendere lieta la nostra esistenza. Ora, egli è tornato tra gli angeli.

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- Filosofia/Scienza

L’etica della gentilezza

Guido Brunetti

L’etica della gentilezza e la sua funzione terapeutica.

 

Il 13 novembre ricorre la “Giornata mondiale della gentilezza", un anniversario particolarmente importante in una fase della nostra vita sottoposta da tempo a disagi, tensioni, ansia e stress. Apparentemente semplice e comprensibile, il concetto di gentilezza assume molte forme e significati. Soprattutto nella nostra epoca, estranea e indifferente ai valori, all’interiorità e alla generosità, la gentilezza è un elemento necessario alla conoscenza, alla crescita dell’individuo e alla cura di ogni umana sofferenza.

 

E’ un sentimento fortemente legato alla saggezza, la quale ha una dimensione etica, come concorda il grande psichiatra Eugenio Borgna. E’ l’arte di ‘condursi’ nella vita per conseguire quello che ci si prefigge come ideale etico. Non c’è segno esteriore di cortesia- ha scritto Goethe- che non abbia un profondo senso morale. Oggi, avvertiamo molto la mancanza di gentilezza, ossia di educazione, cortesia, affabilità, buoni sentimenti, nobiltà d’animo, elevatezza morale e spirituale. In questo senso, essa è anche empatia, che si declina in base alle teorie filosofiche e neuro scientifiche.

 

Si tratta di comportamenti, come mostrano le ricerche neuro scientifiche, che affondano le proprie radici nei circuiti cerebrali più antichi, evolvendosi dagli inizi ancestrali nei cervelli dei rettili, milioni di anni fa. L’investimento sulla gentilezza, solidarietà o empatia, si fonda su un insieme di meccanismi del cervello e sistemi neurali preposti all’accudimento dei neonati e allo sviluppo dei legami affettivi.

 

Nella storia dell’Occidente, la gentilezza è soprattutto legata alla cristianità, la quale valuta come sacri i sentimenti generosi delle persone espressi attraverso la carità, l’amore e l’altruismo. La gentilezza, per il filosofo e imperatore Marco Aurelio, è “la delizia più grande dell’umanità”, un fattore importante- secondo Darwin- per l’evoluzione della specie e dell’umanità, un indicatore- aggiunge lo psicoanalista Winnicott- di salute mentale, che ci rende- precisa Rousseau- “pienamente umani”. Dunque, la gentilezza come valore umano, sociale e morale.

 

Recenti ricerche nel campo delle neuroscienze mostrano al riguardo che anche gli animali hanno una tendenza alla generosità. In pratica tutti i mammiferi, e gli uccelli, manifestano l’impulso all’accudimento. Questi impulsi provengono da meccanismi del cervello innati ed hanno la capacità di aprirsi all’ascolto e al dialogo, di scendere nelle terre sconosciute della nostra interiorità. E’ cura e attenzione per gli altri. Ci avvicina al dolore e alla sofferenza e ne lenisce le ferite. Non c’è cura, cura dell’anima e cura del corpo, se non è ‘intessuta’, per Borgna, di gentilezza e saggezza. La salute mentale di tutti i mammiferi è legata in maniera decisiva alla qualità di questi sentimenti. Nell’attivazione di tali rapporti emotivi ed affettivi, un ruolo rilevante è svolto dall’ossitocina e da altri oppioidi, i quali possiedono una quantità di effetti positivi per il benessere fisico e mentale della persona.

 

La medicina e la psichiatria hanno bisogno di parole ‘delicate’ e piene di gentilezza, prudenza e saggezza. Le stimmate della gentilezza si rivelano nel modo di ascoltare, comprendere e rispettare. Anzitutto, occorre scegliere le parole giuste, quelle che non feriscono, ossia che generano ferite che sanguinano. Esse possono salvare o perdere una persona. Si devono perciò scegliere le parole che salvano e aiutano a vivere. I farmaci, soprattutto in psichiatria non bastano. Le parole gentili curano, hanno una forza non solo umana e morale, ma anche terapeutica, salvifica. E’ pertanto importante anche il “modo” in cui si dicono. Di qui, il rilievo che assume il linguaggio delle parole, il linguaggio dei volti e degli occhi, degli sguardi, delle lacrime e del dolore. Parole gentili e voci garbate, rispettose, educate e voci gridate, aggressive e rozze.

 

Una parola poco gentile pronunciata dal medico può causare, lo ripetiamo, “ferite che sanguinano”. Ricerche di autorevoli medici e studiosi di medicina mostrano che il medico, la medicina e la sanità attraversano una forte crisi. Essi hanno acquistato in tecnologia quello che hanno perduto in umanità. Un cambiamento traumatico, una rivoluzione antropologica. Una barriera calata tra medico e paziente. Un processo di “disumanizzazione”.

 

I medici appaiono ansiosi, insicuri, frustrati, demotivati, stressati e dunque poco gentili, non empatici, scostanti, rigidi, aggressivi, algidi. Sono sintomi messi in opera per controllare le loro ansie e la loro insicurezza. Sono meccanismi di difesa già studiati in psicoanalisi. Emerge un medico burocrate, somatologo, attento solo ai dati di laboratorio. Il tecnico di un corpo diviso. Scompare la persona del malato. Che diventa un Io scisso, frantumato, senz’anima. C’è solo un insieme di organi su cui indagare, spesso in modo ossessivo. Il paziente diventa una macchina e il medico un meccanico. Con la persona, sono scomparse le antiche, nobili virtù del medico, come bonomia, calore affettivo, serenità, conforto, sostegno, affabilità, gentilezza, empatia. Tutte qualità invocate inutilmente di una professione che gradualmente “rinuncia” alla propria vocazione “umanolgica”. Sono qualità fondamentali in ogni cura, del corpo e della mente. Sono alla base della stessa cura.

 

C’è una forte esigenza di ‘umanità’ e ‘umanizzazione’. E’ un vistoso paradosso: quello di dover rendere umano ciò che umano e soltanto umano dovrebbe essere per “statuto e definizione”, e che invece si ammette essere “scaduto” a “disumano”. Una cura stravolta in “incura”. Il risultato è una progressiva “de-professionalizzazione” del medico con la privazione di ogni rapporto interpersonale empatico. E’ la “disumanizzazione” della medicina. Una realtà percepita anche da molti medici. Per curare e guarire non basta la scienza. Ci vuole l’anima. Che è disponibilità umana, capacità di empatia, di comunicare e di relazionarsi con l’altro. Occorre una dimensione etica dell’educazione medica, la quale esige il possesso di un bagaglio di valori e qualità, al centro dei quali ci sono i bisogni dell’essere umano. Che non è solo corpo, ma è soprattutto spirito, mente, coscienza, Io, emozione, sentimento, essenza. Una persona che deve essere curata in un ambiente altamente umano e umanizzante. Dove non ci siano mancanza di gentilezza, arroganza o supponenza, ma rispetto, educazione, disponibilità, sensibilità, sostegno, calore emotivo. A tutti i livelli.

 

Per molti autori infine la gentilezza è considerata un sintomo di fragilità e di debolezza. Spesso, essa è vista come una forma di moralismo, egoismo o ipocrisia. Per alcuni studiosi, la virtù dei ‘perdenti’, un sintomo di narcisismo. Secondo Nietzsche, la gentilezza rivela una ‘cattiva coscienza’. Per il filosofo Hobbes, gli uomini sono ‘bestie egoiste’, l’esistenza è ‘una guerra di tutti contro tutti’. Sono considerazioni che rinviano alle ultime scoperte delle neuroscienze. Queste dimostrano che il cervello umano è una combinazione di egoismo e altruismo, eros e thanatos, bene e male , pietà e crudeltà, miseria e nobiltà.

 

Concludendo, mi piacerebbe vivere in un Paese in cui oltre all’osservanza di principi e regole, si coltivasse l’etica della gentilezza e dell’empatia.

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- Filosofia/Scienza

Un mondo senz’ anima

Guido Brunetti

Un mondo senz' anima

 

Fino al Novecento, l' anima è stata al centro della riflessione filosofica. Gli antichi Greci credevano nell' esistenza di una realtà immateriale, l'anima, e di una realtà    materiale costituita dal corpo.

E' il dualismo  ontologico.

 

La speculazione filosofica sull'anima nasce con la teoria di Platone sull'esistenza di un' anima, indipendente dal corpo e dunque immortale ed eterna. Essa è considerata il principio della vita, espressione delle attività spirituali, cognitive, affettive ed emotive dell'individuo.

 

A partire dalla seconda metà del secolo scorso, il sogno di penetrare   nel mistero della mente e del cervello è stato assunto dalle neuroscienze, le quali sono l'insieme degli studi condotti sul sistema nervoso. Le formidabili scoperte compiute in questi anni dalla scienza del cervello mostrano   che il percorso è fecondo di notevoli prospettive

. Attraverso gli eccezionali metodi di "brain imaging", abbiamo la possibilità di penetrare nei più profondi meccanismi del cervello e di studiare le attività mentali, come la percezione, la memoria e il controllo motorio.

 

E' con l'avvento delle nuove neuroscienze che si verifica l'eliminazione dal campo della ricerca della nozione di anima. La scienza moderna così ha smarrito l'anima.

E' una scienza senz' anima. Che rifiuta in tal modo un'impostazione metafisica della questione. Il pericolo è che l'essere umano finisca per perdere la propria identità e tutti quei valori e certezze che per millenni hanno promosso l'avvento dell' Homo sapiens

L' uomo si sente il padrone assoluto del mondo. Un uomo non più fatto da Dio, ma fatto dall'uomo.

 

Oggi, come rileva Robert Musil  nella sua opera "L'uomo senza qualità" (Einaudi), la vita di società "non ha più anima". In questo volume, l'autore, che si rivela non solo un grande scrittore, ma anche un abile scienziato e psicologo, descrive con mano sicura lo scenario intellettuale e spirituale dell'epoca contemporanea.

 Noi- afferma un personaggio del libro di Musil- "non udiamo più le voci interiori; oggi, sappiamo troppo, e la ragione tiranneggia la nostra vita". C'è un raziocinio "vuoto".

Esiste- precisa Nietzshe- "un'inclinazione intellettuale  verso ciò che è duro, raccapricciante, cattivo, Una profondità della tendenza antimorale. Un'attrazione verso l'orribile" E' una condizione che in molti suscita "un'eccitazione sensuale dolce e forte".

Soggettività e oggettività, sentimento e intelletto, valori qualitativi e valori quantitativi "convivono separatamente, senza alcun rapporto funzionale.

 

E' lo spirito a costituire il luogo in cui l'uomo si costituisce come un insieme organico, come unità e totalità, in cui la parte emotiva, quella più intimamente soggettiva interagisce con la parte oggettiva, la ragione, il logos.

Di qui, il fondamentale ruolo che assume l'anima, la quale sorretta dalle emozioni, dai sentimenti e dalla ragione si pone al di sopra e contro il materialismo e l'arido intellettualismo del mondo moderno.

L'anima è una esigenza fondamentale dell'essere umano. E' lo spirito a qualificarlo come essere superiore.

 

 

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- Scienza

La coscienza: aspetti neuroscientifici

Guido Brunetti

La coscienza: aspetti neuroscientifici

 

Il termine coscienza copre un ampio spettro di significati. Indica anzitutto la capacità di percepire, sentire e di essere coscienti di eventi. Comprende la vigilanza, la reattività all'ambiente, la coscienza morale, l'autocoscienza e la dimensione spirituale.

Ci sono diversi stati di coscienza: gli stati patologici presenti in molte patologie e gli stati di coma; gli stati di coscienza modificati da droghe, alcol, medicine, erbe e piante; gli stati di coscienza neurofisiologici nella fase dalla veglia e al sonno; gli stati di ipnosi clinica e gli stati meditativi.

 

 Su queste ultime categorie si occupa un interessante libro di Maria Paola Brugnoli e Giorgia Salatiello, che s'intiltola "La coscienza negli stati introspettivi e meditativi" (Gabrielli Editori, 2021). Il volume  mostra come la coscienza subisca profonde modificazioni nelle esperienze meditative e introspettive, con la possibilità di acquisire una visione più chiara delle proprie capacità e di aprire il pensiero ad una maggiore consapevolezza interiore.

L'introspezione infatti è alla base della comprensione della coscienza. Poiché non è possibile sperimentare gli stati coscienti di un individuo, occorre fare affidamento sul comportamento "osservabile" del soggetto, allo scopo di individuare gli stati coscienti. Attraverso le esperienze soggettive, introspettive, personali, noi possiamo capire l'esperienza cosciente.

L'ipnosi, l'introspezione e le tecniche meditative, come ad esempio la pratica di "Mindfulness",  modificano le esperienze coscienti, liberano cariche emotive, riducono gli stati di ansia e di depressione e accrescono il livello di autocoscienza.

 

L'esperienza cosciente- ha scritto Chalmers- è quanto di più "familiare" ci sia al mondo, ma allo stesso tempo di più "misterioso".

Infatti, diversi secoli di ricerca non hanno condotto finora alla comprensione su cosa  siano effettivamente la mente e la coscienza.

Il problema principale è come gli stati mentali emergano da sistemi neurali. Come cioè la coscienza possa scaturire dal cervello. Allo stato, non abbiamo alcuna risposta definitiva. Il rapporto mente-coscienza-cervello rimane ancora un grande  e affascinante mistero. Sono temi che rappresentano l'ultima terra sconosciuta rimasta da scoprire.   

 

Sono questioni sfuggenti. La coscienza è un fenomeno attraente, ma elusivo. E' impossibile specificare cos'è, cosa fa o perché si è evoluta. "Non è stato scritto nulla- precisa Sutherland- che valga la pena di essere letto".

"Nessuno- aggiunge J. Fodor- ha la benché minima idea di cosa sia la coscienza o a cosa serva o come faccia ciò che fa". Non siamo in grado di capire come qualcosa di materiale potrebbe essere consapevole. E' un grande enigma.

 

L'aspetto più complesso della coscienza è, secondo Crick e Koch, il cosiddetto "hard problem" dei "qualia", come ad esempio la rossezza del rosso, la dolorosità del dolore o la verdezza del verde. Nessuno è riuscito a trovare una spiegazione plausibile di come l'esperienza soggettiva della rossezza del rosso possa nascere dall'attività del cervello.

 

Poichè non è possibile sperimentare stati coscienti di un soggetto, occorre fare affidamento sul comportamento "osservabile del medesimo, per individuare gli stati soggettivi. Attraverso le esperienze personali, introspettive, noi possiamo spiegare e capire l'esperienza cosciente.

Al riguardo, dobbiamo precisare che gran parte dei nostri comportamenti, compresi i processi emotivi, affettivi e motivazionali, avviene sul piano dell'inconscio, al di fuori della coscienza.

 

Invero, mentre alcuni autori sostengono che non è possibile conoscere la mente e la coscienza, altri studiosi ritengono che un giorno sarà invece possibile comprendere gli stati mentali, i quali possono quindi essere sottoposti a indagine scientifica.

Un'analisi scientifica della mente e della coscienza deve rispondere, per Edelman, a questi interrogativi: come fanno i neuroni a dare origine a pensieri, sensazioni ed emozioni? Come è possibile che una realtà meteriale, il cervello, sia capace di tradurre gli stati di coscienza? Secondo autorevoli neuroscienziati, i due domini sono tanto "dissimili" da non essere conciliabili.

 

Punto di partenza è l'ipotesi che la coscienza sia stata progettata dalla selezione naturale. Occorre allora cercare i "correlati neurali" (NCC) della coscienza con la speranza di chiarire il problema dei "qualia", ossia degli stati soggettivi dell'esperienza cosciente. I correlati neurali della coscienza sono l'insieme di eventi neurali che creano un oggetto conscio.

Secondo la "teoria della selezione dei gruppi neurali" (TSGN) elaborata da Gerald M. Edelman, tutti i meccanismi cerebrali sono emersi nel corso dell'evoluzione dell'Homo sapiens. In virtù dell'evoluzione e dell'azione dell'ambiente, ogni cervello è "unico". Neanche due gemelli monozigoti hanno lo stesso cervello.

 

All'incirca 250 milioni di anni fa, nel sistema talamocorticale comparvero nuovi schemi di connessione reciproca. L'evoluzione dei circuiti cerebrali e delle interazioni ha consentito l'acquisizione di capacità semantiche e del linguaggio, dando così origine alla coscienza.

La coscienza, secondo queste teorie, sarebbe un processo formato da una enorme varietà di "qualia". La coscienza non è  quindi un oggetto, ma un processo, che è necessariamente "privato".

 

Tante ipotesi, tante teorie. Oggi, non è possibile dimostrare che cosa sono gli stati mentali e quelli di coscienza. Le ipotesi e le teorie ci aiutano tuttavia ad approfondire "il fascino e il mistero del cervello e della mente" parole che fanno da titolo al mio nuovo libro.

 

                                                  

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- Scienza

Creatività, invenzione e autismo

 

Guido Brunetti

Il legame tra creatività, invenzione umana e autismo

 

L’uomo ha la capacità di inventare e creare opere artistiche perché  è in grado di capire non solo come funziona un sistema, ma anche come costruirlo e migliorarlo.

I geni legati a questa capacità di sistematizzazione, secondo l’autorevole scienziato Simon Baron-Cohen, si “sovrappongono” ai geni dell’autismo. Si tratta di una concezione ardita e tuttavia sostenuta da una serie di ricerche condotte negli anni dall’autore e dalla sua équipe.

Intanto, che cosa è l’autismo?

Con il termine autismo vengono designati i disturbi dello spettro autistico, cioè disturbi generalizzati del neurosviluppo, comprendenti fra questi la sindrome di Asperger.

 

Il disturbo dello spettro autistico è caratterizzato, secondo il DSM-V, da deficit persistenti della comunicazione sociale e dell’interazione sociale in molteplici contesti compresi deficit della reciprocità sociale, della comunicazione non verbale e delle abilità di sviluppare, mantenere e comprendere le relazioni interpersonali;  nonché pattern di comportamenti, interessi o attività ristretti e ripetitivi. Le manifestazioni del disturbo variano anche in base al livello di gravità della condizione autistica, al livello di sviluppo e all’età.

C’è un accordo abbastanza condiviso di una eziologia multifattoriale dell’autismo, dove esistono concomitanti fattori organici e fattori psicologici.

 

Inizia nel 1943 la storia recente del “disturbo autistico”, quando L. Kanner pubblica i risultati della sua ricerca effettuata su un gruppo di bambini affetti da ciò che chiamò“ disturbo autistico del contatto affettivo”. I tratti comuni erano: problemi di linguaggio, isolamento, chiusura in un universo ripetitivo, stereotipico e ossessivo, disturbo della comunicazione. Successivamente nel 1944, il pediatra viennese H. Asperger descrive   la sua “psicopatia autistica dell’infanzia” vista come un “disturbo di personalità”.

Il disturbo di Asperger comprende soggetti con disabilità sociale definiti da “alto funzionamento cognitivo e idoneo sviluppo del linguaggio”.

 

Sono state formulate nel tempo molte ipotesi e teorie, alcune in verità del tutto stravaganti, prive di validità scientifica e tese a colpevolizzare soprattutto la figura materna. La quale è la persona che più soffre in una vicenda dolorosa, complessa e delicata, che per noi rappresenta ancora un enigma, in quanto priva sia di sicurezza diagnostica che di terapie certe.

Dire ad esempio, come sostengono molti autori, che all’origine dell’autismo vi sia “un’alterazione del neurosviluppo” che provoca “una conseguente alterazione dell’intera esperienza” significa non dire nulla.

 

Tornando alla capacità dell’uomo di creare e inventare, dobbiamo precisare che questa qualità di sistematizzare significa- scrive Baron-Cohen nel suo recente libro “I geni della creatività. Come l’autismo guida l’invenzione umana”- guardare un oggetto o  un evento come un sistema. Le domande poste dai bambini in continuazione fanno ritenere che dai due anni in poi essi possiedono un “meccanismo di sistema”.

Ogni oggetto, ogni attrezzo è un sistema. Che è governato dallo schema “se- e-allora”: ad esempio, se  hai mal di capo e  prendi un’aspirina allora  il mal di testa passa.

 

La ricerca ha fatto emergere una varietà di cervelli: si va da un tipo di cervello bravo sia nell’empatizzare che nella sistematizzazione ad un altro con un alto livello di empatia e un basso livello di sistematizzazione; e a un altro cervello di tipo opposto: un alto livello di sistematizzazione e un basso livello di empatia.

 

Abbiamo fatto riferimento al concetto di empatia. Il termine empatia indica un meccanismo cerebrale che ha sia la capacità di immaginare i pensieri e i sentimenti di un’altra persona o di un animale sia la spinta a rispondere ai pensieri e ai sentimenti di un’altra persona attraverso “un’emozione appropriata”.

 

Il più grande studio mai condotto sull’autismo ha mostrato al riguardo che un numero sproporzionato di persone autistiche aveva un cervello super sistematizzante. La teoria di Baron-Cohen sostiene che la mente autistica e la mente super sistematizzante abbiano qualcosa in comune.

In verità, il processo di sistematizzazione è stato un potente fattore non solo nel generare la rivoluzione cognitiva, ma anche per l’invenzione, a cominciare dal primo sistema: la ruota. Il secondo sistema di progresso si riferisce alla scrittura, inventata circa 5500 anni fa dai Sumeri. Il terzo sistema riguarda la matematica, 5000 anni fa. Infine, la religione. Sappiamo che, ad esempio, l’induismo ha oltre 4000 anni.

 

Come già abbiamo detto, i geni per la sistematizzazione si “sovrappongono” in parte ai geni per l’autismo. Questo significa che i genitori super sistematizzanti, ossia persone di particolare talento, hanno geneticamente più probabilità di avere un figlio autistico. C’è dunque una connessione genetica tra super sistematizzazione e autismo.

 

Riteniamo che la società abbia una forte responsabilità nell’ individuare, pianificare e attuare una consistente politica  attraverso seri e adeguati progetti educativi, sociali e culturali per venire incontro ai bisogni speciali dei soggetti autistici e delle loro famiglie. Hanno poi necessità di essere seguiti, assistiti e curati da professionisti altamente specializzati nei loro rispettivi campi

Alcuni di loro presentano disabilità sociale, affettiva e intellettuale. Altri possono avere un quoziente intellettivo (QI) nella media o superiore alla media.

Le persone autistiche che non hanno alcuna disabilità intellettiva e che sono sistematizzatori o super sistematizzatori, cioè che hanno un talento particolare, devono essere considerate come tanti tipi naturali di cervello, i quali si sono evoluti, contribuendo alla neuro diversità umana.

L’ansia è un disturbo molto comune nei soggetti autistici (e nelle loro famiglie) in ragione delle molteplici difficoltà incontrate.

Purtroppo, la scuola insegna in modo “superficiale e impreciso”, comunque “non adeguato” per il tipo di mente di queste persone.

I super sistematizzatori, compresi gli autistici, imparano in “modo diverso”. Ci sono soggetti autistici che mostrano di avere talento nel calcolo numerico, nelle lingue, nella memorizzazione. C’è chi ha imparato addirittura dieci lingue.

Tutto questo ci porta a sostenere che alcune persone autistiche hanno menti super sistematizzatrici, mostrano cioè il marchio del “genio”.

 

Sulla base di questa concezione, gli interventi diagnostici, assistenziali e terapeutici devono essere sorretti da un modello multidisciplinare e da evidenze scientifiche. Il piano terapeutico pertanto deve essere personalizzato in quanto fondato sulle esigenze intellettive, cognitive, emotive e affettive di ciascuna persona.

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- Filosofia

Dare un senso alla nostra esistenza. La morte di Dio

Guido Brunetti

Dare un senso alla nostra esistenza. La morte di Dio

 

Lo scopo del nostro lavoro è quello di analizzare e approfondire uno spettro affascinante di questioni e prospettive per comprendere quell'universo che "avvolge ogni essere che contiene un universo".

 

Uno degli obiettivi della nostra vita è quello di curare lo sviluppo della propria personalità, delle proprie qualità umane, intellettuali e spirituali. E' l'avvio verso la ricerca del senso della vita. Che può essre amare e dare, conoscenza, comportamento morale, scoperta del grande mistero del proprio Io, ricerca spirituale, vivere in armonia con se stessi e gli altri, partecipazione all'evoluzione della specie e risvegliare la scintilla divina che è presente in ciascun essere umano.

 

Socrate sostiene che il senso dell'esistenza è riconoscere che l'essenza della natura

umana sta nella sua psyché, ossia nella sua anima, e quindi in ciò che permette all'uomo di diventare "buono" o "cattivo". Egli deve occuparsi soprattutto della sua anima in modo che essa diventi " migliore il più possibile". 

 

Si tratta di uscire dalla caverna, liberandoci- come afferma Platone- dalla prigionia determinata dai bisogni istintuali.

Così inizia- scrive Vito Mancuso nel suo nuovo saggio "A proposito del senso della vita" (Garzanti, 2021) la nostra esistenza, "la vita fuori dalla caverna

dell'ignoranza e del conformismo".

Il pensiero di Platone si rivela fondamentale quando si discute sul senso della vita, del vero, del bello e del bene.

 

In realtà, lo statuto metafisico della condizione umana si basa sui principi del bene e del male, principi che sono in continuo conflitto tra loro. Essi corrispondono alle due pulsioni originarie teorizzate da Freud: pulsione di vita (eros) e pulsione di morte (Thanatos). Una conferma ci proviene dalla ricerca delle neuroscienze, le quali mostrano che il cervello umano è una combinazione di bene e male, egoismo e altruismo, miseria e nobiltà, violenza e malvagità, odio, invidia e amore.

 

Fin dall'antichità, l'uomo ha cercato di comprendere il significato e il senso della vita. E' un tema ricorrente in filosofia, letteratura, poesia e arte. Per la filosofia greca, il senso della vita consiste nel curare l'anima. Il pensiero moderno e contemporaneo, d'accordo con le neuroscienze, identificano l'esistenza come progettazione e realizzazione della propria individualità e aspirazione alla perfezione.

 

 Ha un senso porre la domanda su qual è il senso della vita? L'uomo che considera la propria vita e quella degli altri priva di senso- dichiara Albert Einstein-  "non è semplicemente sventurato, ma quasi inidoneo alla vita".

Invero, pochi riflettono sul senso della vita. La nostra civiltà, per Mancuso, "rimuove" le domande esistenziali. E' infatti in corso un forte processo di regressione che mira a mettere in crisi l' Homo sapiens e a farci retrocedere all'Homo faber et consumens, attraverso lo "spegnimento" della coscienza.

 

Cresce così il malessere personale e sociale, quella condizione psichica che i filosofi denominano da più di due secoli "morte di Dio", in quanto non più capace di  generare senso e progettualità.

Il primo a parlare di morte di Dio è stato lo scrittore tedesco J.P.F. Richter in un romanzo del 1796. L'espressione non mira certamente a promuovere l'ateismo, ma a far comprendere "quanto fosse terribile la negazione dell'esistenza di Dio". Anche Hegel dichiara che "la religione dei tempi moderni" si basa su questo sentimento:" Dio stesso è morto". Da parte sua, Nietzsche mostra nel libro "La gaia scienza" (1882) le angoscianti conseguenze della morte di Dio: "Siamo stati noi ad ucciderlo: voi ed io! Siamo noi tutti i suoi assassini!". Alla fine, Nietzsche non può fare a meno di invocare Dio: "Cerco Dio! Cerco Dio!".

 

Al pensiero di Nietzsche sulla morte di Dio, Heidegger dedica un saggio nel quale si legge: "Il mondo sovrasensibile dei fini e delle norme non suscita  e non regge più la vita. Quel mondo ha perso da sé solo la vita: è morto. Questo è il senso metafisico dell'affermazione "Dio è morto".

Notevole al riguardo le riflessioni di Dostoevskij. Se Dio non esistesse- afferma il grande scrittore e psicologo- tutto sarebbe permesso, anche le più enormi atrocità. Senza Dio, l'uomo è abbandonato, poiché non trova in sé né fuori di sé possibilità esistenziali.

 

La modernità ha pensato di sostituire Dio con la scienza e  l'illuminismo, perseguendo l'obiettivo di togliere all'uomo la paura e di renderlo padrone. "Ma la terra- scrivono Horkheimer e Adorno- interamente illuminata splende all'insegna di trionfale sventura".

 

Oggi, la crisi del soggetto, della società e del mondo è da tutti percepita. E' un'esitenza legata al mistero della vita, al mysterium fascinans e al mysterium tremendum, ossia a una relazione che affascina e attrae, ma che genera anche paura e timore. Si parla, al riguardo, di "postumanesimo", poiché la natura umana sembra "minacciata" da più parti.

 

Noi pensiamo che la morte di Dio sia in sostanza la fine delle illusioni, il crollo dei valori, dei principi e delle certezze filosofiche e teologiche. Emerge un mondo incerto e irrequieto, dominato dal dubbio e dal caos, senza punti di riferimento.

Di qui, il nichilismo che sta ad indicare sia la morte di Dio che i falsi valori della civiltà occidentale con l'esigenza di creare la figura del "superuomo", un essere in grado di accettare la vita nella sua caoticità e di imporre la propria volontà di potenza.

 

Sono tutte questioni cui si potrà rispondere, come concorda il filosofo argentino J.J.Sanguineti- soltanto con il sostegno delle filosofia, delle neuroscienze, dell'antropologia e dell'etica. Discipline che hanno lo scopo di approfondire l'essenziale dell'essere umano nel suo rapporto con il mondo e le altre persone, e che contengono "verità irrinunciabili", ovvero "primi principi" sulla nostra esistenza, sull'esistenza del mondo diverso da noi, sulla nostra capacità di conoscere il bene e il male, il giusto e l'ingiusto, sul senso della vita e sui progetti esistenziali.

Per comprendere le grandi questioni che scandiscono la vita umana, il punto di riferimento è il pensiero antico, a partire da Socrate e Platone. Abbiamo già parlato di Socrate. Ci riferiamo a Platone, il padre della filosofia occidentale e l'inventore dell'anima, una sostanza spirituale indipendente dal corpo e immortale (dualismo ontologico) quando si discute  sul senso della vita, del vero, del bello e del bene. Socrate e Platone ci costringono a riflettere sulle cose esistenti, sulla realtà, il mondo, l'anima, la virtù, la felicità.

 

                                                           

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- Scienza

La neuroplasticità: una grande scoperta per l’umanità

Guido Brunetti

La neuroplasticità, una grande scoperta per l'umanità

 

Alla nascita gli esseri umani sono impotenti. Camminano dopo un anno. La nostra sopravvivenza dipende in sostanza da chi ci sta vicino. E' una situazione molto diversa da quella di altri mammiferi.

Le giraffe, ad esempio, imparano a stare in piedi in poche ore; un cucciolo di zebra è in grado di correre dopo quarantacinque minuti dalla nascita, mentre i delfini nascono nuotando.

Rispetto agli esseri umani, essi sono molto indipendenti.

 

In realtà, gli animali hanno un ruolo cruciale in molti campi della scienza. Il cervello dei ratti e dei topi presenta "notevoli somiglianze" con il cervello umano. Sembra quasi "impossibile"- scrive David Eagleman nel suo libro "Il tuo cervello. La tua storia" (Corbaccio)- distinguere le "differenze" tra il neurone di un ratto e il neurone umano. Entrambi i cervelli si "attivano" quasi nello stesso modo e seguono gli stessi stadi di sviluppo.

Il termine neurone indica la cellula fondamentale del sistema nervoso. La comunicazione tra i neuroni avviene attraverso la sinapsi.

 

Tornando agli esseri umani, diciamo che nel cervello di un bambino si formano due milioni di connessioni neurali.. Un bambino di due anni ha oltre "centomila miliardi" di sinapsi. Le sinapsi che non vengono usate vanno perdute, mentre si rafforzano se sono utilizzate.

Man mano che si procede verso l'età adulta, le connessioni subiscono una potatura. Crescendo, il 50 per cento delle sinapsi viene eliminato.

 

Se al cervello umano non viene fornito un ambiente "arricchito" si registra uno sviluppo inadeguato.

Ricerche effettuate in materia hanno mostrato che bambini  cresciuti senza stimolazione sensoriale e privati di una normale interazione umana e sociale avevano difficoltà di apprendimento, un quoziente di intelligenza (Q.I.) sotto la media e presentavano sintomi di "sottosviluppo cerebrale" insieme con un ritardo nell'apprendimento del linguaggio.

Queste ricerche poi hanno indicato che quando i bambini vengono "inseriti" in un ambiente "sicuro e amorevole" il loro cervello si sviluppa nella norma.

 

Sino a pochi anni fa, si credeva che lo sviluppo del cervello fosse completato alla fine dell'infanzia. Gli studi hanno invece dimostrato che il processo evolutivo del cervello prosegue fino ai 25 anni di età attraverso periodi di "riorganizzazione" neurale e di cambiamenti dei meccanismi cerebrali, della nostra identità e della nostra personalità.  Anche nell'età adulta, il cervello continua a cambiare.

 

Questo fenomeno è dovuto a una grande scoperta neuroscientifica: la scoperta della neuroplasticità, la straordinaria proprietà del cervello di adattarsi e cambiare, di modellarsi e rimodellarsi continuamente in virtù dell'esperienza. Ogni esperienza lascia infatti la propria impronta.

Esperimenti realizzati al riguardo, hanno evidenziato che le dita della mano  dei violinisti si sviluppano "in modo intensivo". I pianisti invece sviluppano entrambi gli emisferi, poiché usano entrambe le mani nel suonare. Queste esperienze dimostrano che la struttura fisica del cervello è stata alterata.

Odori, sapori, conversazioni, ecc., sono situazioni che "attivano" differenti gruppi di neuroni.

 

Gli esercizi cognitivi, come lettura, scrittura, apprendimento di nuove abilità, musica, movimento, interazione, attività fisica sono tutte attività che mantengono attivo il cervello.

Al contrario, fattori psicologici negativi quali ansia, depressione, angoscia, solitudine vengono collegati a un "rapido declino cognitivo".

 

Un'altra grande scoperta è legata al processo della neurogenesi. La formazione di nuovi neuroni a partire dalle cellule staminali neurali, che in alcune regioni cerebrali, come l'ippocampo, può avvenire nel corso di tutta la vita.

 

Ogni cervello, guidato sino all'ultima età dalle esperienze e dai geni presenta una vita interiore diversa. Il cervello è "unico". I cervelli hanno esperienze soggettive diverse. Ciascun cervello quindi contiene una propria versione della realtà.

 

La nostra mente cosciente, il nostro Io, è solo la parte più piccola della nostra attività. Molta parte del nostro comportamento- come ha mostrato per primo Freud- è il prodotto di un processo mentale inconscio. L'azione dell'Io inconscio si estende pertanto oltre il controllo del nostro corpo e modella la nostra vita.    

la mente cosciente è solo una parte dei nostri processi mentali. La parte più importante dell'attività che genera i nostri pensieri e i nostri comportamenti resta "sommersa, nascosta".

 

I nostri cervelli sono collegati attraverso un'ampia "rete" interattiva. Siamo esseri  umani profondamente sociali. Le nostre capacità sociali sono "radicate" nel nostro sistema neurale, biologico. Noi, fin da bambini, abbiamo "incorporato" le "antenne sociali".  Questo significa che il cervello possiede già "istinti innati", cioè "programmati" per interagire. (Eagleman) ed è in grado di "decodificare" le emozioni altrui, basandosi, ad esempio,  su movimenti ed espressioni facciali degli altri.

Guardare qualcun altro che prova dolore oppure provare noi stessi il dolore "coinvolge" lo stesso apparato neurale. E' questo il significato del concetto di empatia. Provare i sentimenti e le emozioni dell'altro. Soffrire la sofferenza altrui, sentire il dolore di un'altra persona. La vista di qualcuno che soffre in sostanza "provoca" la reazione delle nostre aree cerebrali coinvolte nel dolore.

 

Un' ultima riflessione riguarda il rapporto tra cervello e computer. E' possibile programmare un computer per fargli acquisire la consapevolezza (coscienza). Finora, possiamo dire che "quand'anche riuscissimo a sviluppare computer che imitino l'intelligenza umana, essi non sarebbero in grado di "capire" cosa stanno dicendo. Non ci sarebbe alcun significato nelle cose che farebbero. C' è insomma un "abisso" tra i simboli che "non hanno un significato" e la nostra coscienza.

 

Siamo ancora all'inizio di un lungo e meravigliuoso percorso umano e scientifico. Alcuni scienziati ritengono che la nostra biologia possa "trascendere" i limiti del cervello e seguire una nuova rotta verso il futuro. Nei prossimi anni scopriremo molto di più sul cervello e la mente. Oggi, siamo ancora avvolti da molti misteri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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- Filosofia/Scienza

La natura fenomenica della coscienza


Guido Brunetti
La natura fenomenica degli stati soggettivi

Sul problema degli stati soggettivi, filosofi e scrittori sin dall’antica Grecia hanno cercato di analizzarne la natura mentale e fisica.
Il termine coscienza sta ad indicare una vita interiore: vista, suoni, odori, amore, odio, invidia, gioia, sofferenza, pensieri, ricordi, progetti, immaginazione, sogni, paure, desideri, speranze. Come questi stati fenomenici siano venuti al mondo, rimane un mistero profondo.
Per Aristotele interrogarsi su cosa sia l’anima è “una delle cose più difficili che ci siano”. L’enigma mente-corpo dura fin dalla notte dei tempi.
La fisica, la chimica, il DNA dei nostri geni non ci dicono nulla sulla coscienza.
Oggi, la maggior parte dei neuro scienziati sostiene che la coscienza è una “proprietà” del cervello e dei sistemi fisici in generale. Sono esperienze soggettive che appaiono “radicalmente diverse- afferma Christof Koch nel suo libro “Sentirsi vivi”- dalla materia fisica che costituisce il cervello umano.

Qual è dunque la relazione della mente con il cervello? Molti autori dicono che la mente emerge dal fisico, altri studiosi invece sostengono che la mente è sempre stata presente e addirittura precede l’avvento del cervello. Un’altra domanda è: quando ha inizio la coscienza? La prima esperienza è avvenuta durante il parto oppure all’interno del ventre materno?
Sono tutte questioni che un tempo erano prerogative di filosofi e teologi e oggi vengono esaminate dalle neuroscienze.
In questi ultimi anni in materia sono stati compiuti notevoli progressi, soprattutto grazie a metodi all’avanguardia che consentono di analizzare in profondità il cervello, facendo luce su questi oscuri abissi.
La ricerca sta affrontando il problema delle impronte neurali della coscienza per scoprire quali insieme di neuroni attivano funzioni coinvolte nelle esperienze soggettive.

E gli animali hanno esperienze? I primati, le scimmie e gli altri mammiferi sentono i suoni e partecipano agli eventi della vita?
Alcuni studi mostrano che vi è esperienza in pappagalli, corvi, polipi, api. Secondo autorevoli studiosi, alcuni animali forse sono in grado di condividere con l’uomo il grande dono della coscienza. Ci sono “notevoli somiglianze” fra il cervello umano e il cervello degli altri mammiferi.
Dal punto di vista genetico, gli esseri umani sono “strettamente legati” agli scimpanzé. La differenza è dell’1,23 per cento.
Non siamo nemmeno così diversi dai topi. Quasi tutti i loro geni hanno una loro controparte nel genoma umano. Tra il cervello umano e quello di topi, cani e scimmie si sono differenze quantitative non qualitative. Il comportamento dei mammiferi è “affine” a quello delle persone.
Il cane prova sofferenza e dolore, fatto che provoca il rilascio degli ormoni dello stress.

Sta di fatto che la coscienza appare qualcosa di “inafferrabile” e taluni autori hanno rilevato come non sia possibile definirla.
Coscienza è in sostanza qualsiasi esperienza fenomenica: un tramonto, il sorriso di tua madre o di tuo figlio nella culla, il sapore delizioso di un cibo, il dolore e la gioia, ecc.

Esisto altri aspetti della mente, come il vasto campo dell’inconscio già esplorato da Nietzsche, Freud,e Pierre Janet. La maggior parte dei processi mentali è inaccessibile alla coscienza.
Essere coscienti significa “sentirsi vivi” (Koch). Fare esperienza vuol dire essere coscienti, cioè esistere. Da ciò, Cartesio trasse la seguente conclusione: “Cogito ergo sum”. Penso, dunque sono. E’ un’affermazione analoga a quella espressa da sant’Agostino: “Si fallor sum”, ossia se m’inganno, esisto.

Ogni esperienza poi indica uno stato soggettivo distinto, ciascuno con un’ampia fenomenologia di colori, linee, forme, trame. Ci sono stati soggettivi uditivi, olfattivi, tattili, sessuali, ecc. Ciascuna esperienza cosciente esiste per sé. È strutturata, è una ed è definita. E’ privata, personale, ed inaccessibile a chiunque altro. La mia percezione del colore rosso è esclusivamente mia. Anche se io e noi guardiamo il medesimo tramonto, voi potreste percepire una tonalità diversa, fare esperienze differenti e avere associazioni diverse da quelle che producono in me.
E’ insomma un’esperienza in prima persona della coscienza, è una proprietà singolare della mente ed è pertanto più difficile da studiare degli altro oggetti, i quali possono essere studiati dalla scienza in quanto dotati di proprietà, come massa, moto, struttura molecolare. Che sono quindi accessibili all’indagine scientifica. Gli stati soggettivi invece hanno una struttura immateriale.

Qui risiede il grande mistero del problema mente (immateriale)- cervello (materia): da un lato, c’è una esperienza soggettiva; dall’altro, c’è l’esperienza oggettiva.
Ho dunque conoscenza della mia mente, delle mie esperienze fenomeniche, soggettive, ma non posso avere esperienza diretta delle altre menti. Posso solo dedurne l’esistenza.

Numerose prove mostrano che pazienti affetti da split-brain (cervello diviso), pazienti cioè il cui corpo calloso è stato reciso, hanno due menti coscienti. Ogni emisfero ha la sua propria mente, ciascuna con le proprie caratteristiche (Bogen, Gazzaniga).

Qual è la sede dell’anima?
Dai primordi del pensiero umano e sino al XVII secolo, si pensava c il cuore fosse la sede dell’anima. Oggi, sappiamo che è il cervello a essere il sostrato della mente e delle emozioni.
E’ stato Ippocrate, il padre della medicina, a sostenere che il cervello controlla la mente e il comportamento. Tutto- egli dice- proviene dal cervello: gioie, dolore, sofferenza, sconforto, delizie.
Si deve allo scienziato spagnolo, Santiago Ramon y Cajal, la scoperta dei neuroni quali cellule che compongono il cervello, una struttura intrecciata di neuroni distinti, che si toccano in giunzioni note come sinapsi.

Il contenuto della coscienza è “instabile” poiché cambia di continuo. Quando dormiamo, la coscienza svanisce. Il sogno è un altro stato di coscienza. Attraverso l’uso dell’elettroencefalogramma (EEG), alcuni ricercatori nel 1953 scoprirono che il cervello addormentato ogni notte passa tra due stati diversi: sonno con movimento rapido degli occhi (REM) e sonno profondo o senza movimento degli occhi (non REM). Durante il sonno Rem, il cervello è attivo come durante la veglia.

Gli stati patologici di coscienza comprendono il coma e lo stato vegetativo che fa seguito a un trauma grave, a un ictus, a un sovradosaggio di droghe o alcol, ecc. In questi casi, la coscienza svanisce, anche se alcune aree del cervello restano attive.

Qual è il rapporto tra cervello ed esperienza soggettiva?
Crick e collaboratori hanno elaborato la teoria dei “correlati neurali” della coscienza. Questi sono definiti come “i meccanismi neuronali minimi che insieme sono sufficienti perché vi sia uno specifico percetto cosciente” (Chalmers). Questo significa che la mente è “correlata” al cervello, il quale per l’appunto genera esperienze o stati soggettivi, dando luogo alla coscienza.
Ma come può la mente (sostanza immateriale) essere generata dal cervello (sostanza materiale)? La domanda racchiude quello che è stato definito “il problema difficile”, il grande mistero. Un mistero difficile e forse persino, per alcuni autori, “impossibile” da sostenere.

Finora inoltre non sappiamo ancora quale valore evolutivo sia connesso all’anima senziente. Il mistero si infittisce se pensiamo che gran parte delle nostre esperienze soggettive avviene oltre il confine della coscienza.

Come abbiamo visto, le neuroscienze sostengono che materia e anima sono un’unica sostanza. Invero, questa idea è stata già sostenuta dai filosofi presocratici dell’antica Grecia, Talete e Anassagora e poi da Giordano bruno, Schopenhauer e d altri.
A cominciare dal Novecento c’è stata una svalutazione della metafisica con la negazione dell’anima e della coscienza. Si è affermato il primato del materialismo o del fisicalismo.
E tuttavia, la coscienza non potrà mai essere una conquista delle macchine e dei computer. Nemmeno il software più sofisticato può dirsi cosciente (Koch). I nostri stati soggettivi non possono essere “ridotti” ad alcuna forma di computazione. I computer potranno “simulare” qualsiasi cosa, inclusa l’intelligenza e la coscienza, ma essi non saranno “mai coscienti”. La coscienza non è nei computer, nemmeno quando parlano la nostra lingua. Dentro non c’è niente: intelligenza sì, ma senza stati soggettivi.
Ciò detto, dobbiamo affermare con fermezza che la luce interiore dello spirito e degli stati soggettivi è presente negli esseri umani. Siamo infatti dotati di notevoli capacità cognitive, come linguaggio, pensiero simbolico, io, creatività, ecc.

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- Filosofia/Scienza

Cervello, mente e coscienza: un legame misterioso

Guido Brunetti

Cervello, mente e coscienza: un legame misterioso

 

Venticinque secoli di studio non sono stati sufficienti a comprendere il cervello, la mente e la coscienza. Tre parole che nascondono ancora abissi di ignoranza. Nonostante  la mole imponente di dati e informazioni raccolti grazie alle metodiche di "brain imaging", tutte le ipotesi non sono riuscite a svelare che cosa siano il cervello e la mente. Per non parlare della coscienza. Finora non esite alcun accordo su una teoria condivisa.

 Ogni tentativo di dare una definizione formale di coscienza, appare, come scrive Crik, "fuorviante e restrittivo".

 

La domanda più cruciale per i neuroscienziati è come la mente, e dunque la coscienza, emerga dall'attività neurale. Alcuni autori sostengono l'inaccessibilità della mente alla comprensione sperimentale, poiché gli stati soggettivi sono accessibili direttamente solo al soggetto che li esperisce (McGim). Altri studiosi invece ritengono che gli stati mentali sono riconducibili agli eventi fisici delle cellule nervose (materialismo eliminativo) e pertanto possono essere studiati  come ogni altra funzione osservabile del cervello (Libet). L'esperienza cosciente, per Searle, è un fenomeno reale, un "processo biologico" che coinvolge i neuroni del cervello.

Ci troviamo tra una concezione meccanicistica e un mentalismo altrettanto irriducibile. La mente intesa come un aspetto del cervello (monismo) e la mente  vista come un'entità indipendente dal cervello (dualismo).

 

La storia dei tentativi di spiegare e comprendere cosa siano effettivamente la mente, la coscienza e il cervello è lunga. L'arcano non è ancora svelato.

Nel suo dizionario, Sutherland definisce la coscienza "un fenomeno affascinante, ma elusivo; è impossibile specificare cosa è, cosa fa o perché si è evoluta. Non è stato scritto nulla che valga la pena di essere letto". "Nessuno- aggiunge Fodor- ha "la benché minima idea di cosa sia la coscienza, o a cosa serva, o come faccia ciò che deve fare".  Né siamo in grado di spiegare e capire come qualcosa di materiale (il cervello) potrebbe essere "consapevole" (McGim). La mente e la coscienza sono "un mistero" (Quine).

 

 I grandi enigmi riguardano questi problemi: come fanno i neuroni a dare origine a pensieri, emozioni e sensazioni? I due domini, per molti autori, sono tanto dissimili da non essere conciliabili.

In realtà, scoprire in che modo le strutture cerebrali producano la mente è una delle maggiori sfide per i neuroscienziati.

 

Storicamente, alla base delle idee millenarie sulla mente si trova l'ipotesi della "immaterialità della coscienza" (Eccles) considerata "entità inconoscibile". "Ignoramus ignorabimus". Concetti diametralmente opposti vengono sostenuti da tutta una schiera di neuroscienziati. Lo studio scientifico delle basi neurali  della mente e della coscienza- essi dicono- è "empiricamente possibile e direttamente accessibile e trattabile".

Alla domanda di sempre: "Che cosa è la mente?" La maggior parte degli scienziati risponde: "E' ciò che il cervello fa". Il pensiero si basa su eventi cerebrali. La coscienza è perciò una "proprietà" dei processi neurali, un'entità fisica, un oggetto reale, materiale. Insomma, sono i neuroni del cervello a generare la mente e la coscienza.

 

L'enigma della mente risale ai primordi del pensiero greco e purtroppo continua sino ai nostri giorni.

I primi filosofi tendono ad attribuire la mente a un principio immateriale. L'idea di anima e quella di mente nel corso dei secoli si sono sovrapposti. Il concetto di coscienza invece è relativamente recente ed è stato introdotto da Cartesio. Il termine deriva dal latino "scio", sapere. L'inventore dell' anima intesa come struttura spirituale immateriale e immortale e dunque eterna è stato Platone.

Aristotele credeva nell'esistenza di più anime (vegetativa, sensitiva e razionale) viste non nel senso spirituale del termine e destinata a non sussistere dopo la morte. Anche per l'Antico Testamento, l'anima muore con il corpo. E' stato il Cristianesimo a sviluppare una concezione diversa dell'anima, ritenuta un'entità immateriale che sopravvive al corpo, come avevano sostenuto Socrate e Platone.

Da parte sua, Cartesio ammette l'esistenza di un corpo materiale e di un'anima concepita come un dispositivo non fisico, immateriale. E' una teoria che prende il nome di dualismo cartesiano, ossia la distinzione ontologica tra la mente e il corpo. La mente è una sostanza la cui essenza o natura è esclusivamente il pensare: "Cogito ergo sum", "Penso, dunque sono".

 

Una concezione opposta viene sottolineata da Freud quando afferma che la mente è identica al cervello e da Darwin, il quale prende le distanze dal dualismo ontologico per teorizzare l'idea   dell'evoluzione per mezzo della selezione naturale.

 

Perveniamo così al ventesimo secolo quando vengono poste le basi per lo studio sperimentale del cervello attraverso l'introduzione di nuove tecnologie che oggi consentono di "visualizzare" il funzionamento cerebrale umano vivo.

Il primo ad esaminare il problema della coscienza è stato William James, il quale respinge ogni metafisica a priori, ogni filosofia astratta in favore di un metodo pratico definito pragmatismo.

Nasce poi una nuova scuola di pensiero nota come "behaviorismo" o comportamentismo basato sul modello stimolo-risposta (S-R). Il suo vero tema di indagine non è l'esperienza mentale soggettiva, ma il comportamento osservabile studiato con mezzi scientifici e non con tecniche introspettive. Sino agli anni '50 del secolo scorso, la mente e la coscienza sono "tabù" nel dibattito scientifico.

 

Il primato del modello behavioristico inizia ad affievolirsi verso la metà del secolo con la novità delle scienze cognitive, le quali considerano il funzionamento del cervello e della mente come "un tutto integrato", come l'esito di un processo neurale.

Le moderne neuroscienze sviluppano una concezione della mente vista come realtà fisica e perciò suscettibile di esame scientifico. Rinunciando al concetto di una mente immateriale, queste trasferiscono la mente nel cervello. Si consolida in tal modo la teoria del riduzionismo o fisicalismo, l'idea che ogni cosa è riducibile a quantità di ordine fisico. Dunque, la mente- ogni evento mentale- è considerato un "prodotto" dei circuiti neurali dotati della capacità di renderci coscienti. Mente e coscienza sono   un prodotto dell'attività cerbrale.

 

Finora, abbiamo raccolto una enorme quantità di conoscenze, studiato con attenzione i portatori di lesioni cerebrali, esaminato le capacità mentali di  individui con un quoziente intelletivo (QI) eccezionale per capire e spiegare il mistero del cevello e della mente. Eppure, il campo di studio è ancora alla ricerca di valide e accertate teorie per riuscire a inquadrare il problema di come effettivamente funziona la mente.

La questione tuttavia resta sempre lo stesso: come accidenti funziona. Non siamo infatti riusciti a comprendere come una mente immateriale ( di per sé non suscettibile quindi di indagine scientifica) potesse interagire con un corpo materiale.

 

La realtà è che è difficile definire in che cosa consistano la cosciena, gli stati soggettivi, le esperienze personali.

La coscienza manca di oggettività.

Quello che possiamo affermare è che il riduzionismo materialistico o fisicalismo non è in grado di spiegare la coscienza fenomenica, i cosiddetti "qualia".

Non abbiamo "la più pallida idea di come un oggetto fisico possa costituire il soggetto di una esperienza" (J. Levine). Vediamo un oggetto rosso, avvertiamo un dolore, ma dove sono gli eventi capaci di spiegare l'esperienza soggettiva della "rossezza" e la sensazione del dolore?

Concordiamo perciò con altri neuroscienziati, i quali ritengono che gli stati mentali (la mente) siano qualcosa di fondamentalmente "distinto" dai sistemi fisici (il cervello) ai quali non possono essere ridotti (Chalmers).

Anche l'ipotesi asserita ultimamente dal neuroscienziato Michael Gazzaniga nel suo libro " La coscienza è un istinto" (Raffaello Cortina Editore) non ci trova assolutamente d'accordo.

Ma davvero la coscienza è un istinto? E come è possibile che la mente sia un prodotto dell'istinto, ma può essere modificata dall'esperienza personale? Se la coscienza fosse un istinto, gli esseri umani sarebbero come "automi, zombie senza discernimento". Sostenere questa idea equivale a "condannare l'essere umano a una prospettiva puramente deterministica ed avvilente". Sarebbe la scoraggiante "caricatura" dell'uomo come robot alla mercé di "reazioni riflesse".

 

L'essere umano ha un corpo (cervello), una sostanza materiale, ma ha anche una "essenza", una mente, uno spirito, un Io, una coscienza, una capacità creativa.

"Posso concepire l'uomo- scrive Pascal- senza mani né piedi né testa. Ma non posso concepire l'uomo senza pensiero".

 E' lo spirito a distinguere l'essere umano dalle altre creature e porlo in una dimensione metafisica e trascendentale.

E' lo spirito che fa  per eccellenza l'uomo.

 

 

                                                                                          

 

 

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- Filosofia/Scienza

Cervello e mente: alcune riflessioni

Guido Brunetti

Cervello e mente: alcune riflessioni

 

Il termine neuroscienze indica lo studio scientifico dei vari aspetti del sistema nervoso. La ricerca comprende uno dei campi di indagine più fecondi e affascinanti. Finora, straordinari progressi e brillanti scoperte sono stati effettuati sull'evoluzione, le strutture, il funzionamento e le disfunzioni del cervello e del sistema nervoso.

 

Vengono esaminati processi mentali che finora erano ritenuti insondabili, come le basi biologiche dei processi decisionali, della memoria, dei sentimenti e delle emozioni, dell'apprendimento, della coscienza e di molti altri aspetti della vita mentale.

 

Una delle scoperte più notevoli sul cervello è la sua capacità di "organizzarsi". Ogni nuova esperienza, ogni nuova nozione che apprendiamo "provoca cambiamenti" nel cervello. Questi cambiamenti possono modificare le connessioni sinaptiche e tra neuroni, e generare nuovi neuroni.

 

E' il fenomeno della neurogenesi: la formazione di nuovi neuroni nel cervello. Una grande scoperta.

 

Un'altra meravigliosa scoperta è la neuroplasticità del cervello. Il cervello si modella e rimodella continuamente. E' la capacità del cervello di modificarsi in risposta a esperienze o sollecitazioni ambientali. E' un evento che comporta una rivoluzione scientifica soprattutto nello sviluppo e nel processo di apprendimento del bambino e nel campo dell'invecchiamento.

 

L'evoluzione è riuscita a "plasmare" il cervello umano. Abbiamo una mente "rimodellata" dall'ambiente familiare, da quello socio-culturale e dall'interazione con altre persone. Si tratta di un processo che è espressione di un'eccezionale combinazione di fattori genetici e influenze sociali e culturali.

 

La popolazione umana è formata da 7 miliardi di persone. Abbiamo così 7 miliardi di menti che di continuo si modificano l'un l'altra.

 

E' stato dimostrato che nei cuccioli di ratto privati di adeguate cure materne un'esperienza precoce produce una modificazione permanente nel genoma e tale da cambiare il comportamento nella vita adulta. Un meccanismo simile riguarda anche gli esseri umani. Una volta adulti, questi ratti mostrano livelli elevati degli ormoni dello stress.

 

I progressi nel campo delle neuroscienze sono dovuti soprattutto allo sviluppo di nuovi metodi di "brain imaging".

 

La teoria di Darwin sull'evoluzione per selezione naturale è alla base delle nuove neuroscienze.

 

Una questione fondamentale in materia ha per oggetto la coscienza. Coscienza,  cervello e mente sono tre parole affascinanti che tuttavia nascondono ancora abissi di ignoranza. Oggi, i neuroscienziati stanno ponendo le basi per l'affermazione del concetto di coscienza intesa come facoltà cerebrale.

 

Finora, non abbiamo idea di cosa siano gli stati interiori. Se diciamo a qualcuno che il cielo è azzurro, questa persona non saprà se la nostra sensazione di azzurro è uguale alla sua.

 

C'è poi un altro mistero: non sappiamo come faccia il cervello (struttura materiale) a produrre la mente ( struttura immateriale). Alcuni scienziati pensano che non riusciremo mai a saperlo. Altri autori invece ritengono che un giorno saremo in grado di ottenere le giuste risposte.

 

In verita, la ricerca sul cervello e la mente risale a tempi lontani. I primi studiosi ad analizzare il comportamento umano sono stati i filosofi. Infatti, era la filosofia a studiare i sistemi conoscitivi. Con i filosofi, anche le credenze religiose, le conoscenze popolari e le osservazioni sulla biologia dell'uomo hanno fornito elementi di valutazione sul cervello.

 

Nell'antico Egitto, c'era la credenza che nell'aldilà i defunti passassero a una vita immortale.

Nella Bibbia, non si parla di cervello, mentre il cuore viene citato moltissime volte.

Aristotele (350 a.C.) riteneva che la mente fosse proprietà del cuore.

E' con Ippocrate (400 a.C.) che il pensiero, le emozioni e le percezioni vengono attribuiti al funzionamento del cervello.

 

Cartesio, il padre della filosofia moderna, sosteneva che gli esseri umani avessero un'anima immateriale, oltre che un corpo materiale. E' la teoria del dualismo di anima e corpo.

 

Oggi, i neuroscienziati rifiutano il dualismo metafisico e affermano che tutti i processi mentali sono processi cerebrali, fisici (monismo). Mente e cervello sono identici.

 

                                                               

 

 

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- Filosofia/Scienza

L’ origine dell’umanità ed evoluzione del cervello

 

   Guido Brunetti 

 

Le origini dell'uomo ed evoluzione del cervello 

 

Abstract.   Le origini dell’umanità incomincia in Africa con lo sviluppo della postura eretta, che apre la strada all’evoluzione biologica e a quella culturale e che culmina nella comparsa dell’Homo sapiens. In questo processo evolutivo, il cervello ha ereditato l’organizzazione di tre tipi fondamentali di cervello.

 

Parole chiave: Postura eretta, Homo sapiens, cervello, mente, monismo, dualismo.

 

La storia affascinante delle origini dell’umanità, costruita sui reperti paleontologici esaminati con tecniche sempre più precise e sofisticate, incomincia sette milioni di anni fa, si svolge in Africa e giunge sino ai nostri giorni. Essa prende avvio quando dalle molte specie di scimmie antropomorfe si “separa” un tipo che si distingue per la postura eretta, in grado cioè di reggersi su due gambe e di realizzare l’andatura bipede.

 

Lo sviluppo della postura eretta- afferma R. Leakey- “distingue” gli ominidi dalle scimmie antropomorfe e apre la strada a quella evoluzione biologica e culturale che culmina nella comparsa dell’Homo sapiens dopo quella dell’ Homo erectus, che nasce circa due milioni di anni fa, e dell’ Homo habilis (Leakey).

L’Homo sapiens, che compare circa 34.000 anni fa, è caratterizzato dalla coscienza, dall’uso del linguaggio e dalle prime forme d’arte. Con il linguaggio e l’arte, l’evoluzione si avvia verso l’uomo moderno, il sapiens sapiens.

 

Si può ritenere- afferma il neuro scienziato Paul MacLean- che nella sua evoluzione, il cervello si sia sviluppato come un edificio al quale vengono aggiunte via via nuove strutture. Nel tempo, il cervello ha ereditato la struttura e l’organizzazione di tre tipi fondamentali di cervello: il cervello rettiliano (500 milioni di anni fa), la struttura più antica; il cervello mammaliano (250 milioni di anni fa) e il tipo più complesso, il neocervello (100-50 milioni di anni fa). Queste tre strutture funzionano come “un cervello uno e trino”, pur presentando differenze strutturali. Secondo questo scienziato, la mente- il pensiero, le idee, le emozioni, i sentimenti- non è altro che la manifestazione del cervello.

 

Invero, il rapporto tra cervello e mente è un problema che ha una storia millenaria. Per secoli i due termini hanno indicato elementi differenti (dualismo).

Mente e cervello sono i due elementi che  formano l'individuo. Da una parte c’è lo spirito (psiche) e dall’altra, la materia. Cartesio parla di "res cogitans e res extensa". Questo dualismo è già presente nella cultura greca, a partire da Platone, e giunge sino ai nostri giorni.

 

A sua volta, il Cristianesimo compie una divisione ancora più netta e l’iperuranio di Platone diviene il luogo delle anime, quando si separano dal corpo. A questa concezione si oppone il monismo, una teoria che inizia con Democrito e giunge fino all’epoca attuale. Cervello e mente- sostiene tale sistema dottrinale- sono la stessa cosa. Sia la mente sia il corpo hanno una natura fisica, materiale, biologica. La mente è un’espressione del cervello. Essendo la mente “ridotta” a materia, cosa che può quindi essere sottoposta  al metodo sperimentale e scientifico, c’è assoluta identità tra loro. Anima, Dio, il sacro, il trascendente si pongono invece in una dimensione non scientifica, nel senso che non possono essere indagati sperimentalmente in quanto non sostanze materiali.

 

Oggi, la posizione dominante delle nuove neuroscienze è quella del monismo. Non c’è mente senza cervello e non c’è cervello senza pensieri, emozioni, idee. Anche il pensiero filosofico contemporaneo rifiuta il dualismo e riconosce che la mente è “incorporata” (embodied) nel cervello, nel corpo.

La filosofia del '900 rappresenta una forte rottura rispetto al passato. Rifiuta la metafisica, le verità assolute, le certezze, l'essenza. Il suo compito deve essere quello di esaminare le cose, i fenomeni così come appaiono, come si presentano. Di qui, la nascita della fenomenologia, del nichilismo, della morte di Dio teorizzata da Nietzsche e della crisi dei sistemi morali.

Insomma, tutto è corporeo, materia. E' la concezione del riduzionismo scientifico o fisicalismo.

 

Ma un'esistenza senza Dio- dichiara Dostoevskij- significa che tutto è possibile, anche le più grandi atrocità. Chi nega Dio- aggiunge- nega l'uomo. Che è essenza, spirito, interiorità, sentimento.

 

 

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- Filosofia/Scienza

Guido Brunetti autore di neuroscienze. Profilo critico

 

Anita D'Aloisio

Guido Brunetti autore di neuroscienze. Profilo critico

 

  Abstract 

 

Il presente lavoro ha lo scopo di esaminare la figura e l’opera di Guido Brunetti, autore di neuroscienze, attraverso le riflessioni e le valutazioni di autorevoli neuro scienziati e studiosi di varia formazione culturale.

 

Parole chiave. Cenni biografici, gli studi, la critica, l’impianto concettuale.

 

Introduzione

 

Guido Brunetti vive e lavora a Roma. La sua biobibliografia risulta vasta e multiforme. Ha tenuto lezioni nelle Università di Roma, Lecce e Salerno. E’ autore di numerosi libri e saggi che spaziano nei più diversi campi delle neuroscienze, della psichiatria e della psicoanalisi. Brunetti è stato definito da autorevoli neuroscienziati un “umanista-scienziato” (Vizioli) e “uno dei pochi autori capace di scrivere un libro sul cervello, la mente e la coscienza” (Boncinelli). Neuroscienziati e studiosi di varia formazione culturale hanno esaminato l’opera di Guido Brunetti, mettendo in evidenza molteplici elementi che la caratterizzano. L’insieme di queste componenti danno origine a un ricco caleidoscopio di conoscenze e riflessioni capace di accrescere i nostri saperi su questioni che risultano di fondamentale importanza per la scienza, anche se ancora avvolte nel mistero, come il cervello, la mente e la coscienza.

 

Cenni biografici

 

A 11 anni, Brunetti lascia definitivamente il suo paese d’origine, Fraine (Chieti), e si trasferisce a Nemi, alle porte di Roma, dove studia nel collegio dei Mercedari sino alla soglia del liceo. Qui, nel solco dell’educazione familiare, riceve una solida cultura classica in latino e greco e una salda formazione intellettuale, morale e spirituale. Studia nelle Università di Napoli e Urbino, ma si laurea a Lecce con una tesi in psicologia differenziale sul trattamento e il recupero dei minori disadattati e insufficienti mentali. Nel 1970 consegue la specializzazione in psicologia nell’Università di Torino. Nel 1960 vince un concorso presso il Ministero di Grazia e Giustizia e lavora negli istituti minorili nel settore dell’osservazione scientifica e rieducazione di adolescenti con disturbi di personalità. Nel 1970 viene trasferito a Roma nel Ministero di Grazia e Giustizia, dove si occupa dell’organizzazione dell’attività di criminologi e psicologi nelle carceri italiane. E’ l’avvio di una lunga e straordinaria esperienza intellettuale e professionale, che gli permette di approfondire sia la struttura e il funzionamento del cervello e della mente che i meccanismi inconsci che motivano il comportamento normale e patologico dell’individuo. E’ una progressiva immersione nel mondo ancora misterioso delle nuove neuroscienze, le quali cercano di studiare e capire il cervello, la mente e la coscienza, tre parole che nascondono ancora abissi di ignoranza. Un grande mistero affrontato dai pensatori sin dai tempi antichi. Esercita la sua attività, oltreché al Ministero della Giustizia, anche presso il Tribunale di Roma, come esperto, e presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Dopo queste esperienze, intraprende l’attività sanitaria di diagnosi e cura dei disturbi mentali e psichici sia come libero professionista che presso Centri medico-psico-pedagogici e istituti di riabilitazione neurologica.

 

L'opera al vaglio della critica

 

Questo vasto e variegato itinerario riflette l’evoluzione dei suoi molteplici interessi culturali e scientifici. Si interessa infatti prima alle pedagogie speciali e alla psicologia, poi alla psicoanalisi e alla psichiatria e infine all’affascinante campo delle nuove neuroscienze. Le quali, a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, formano oggetto dei suoi studi e dei suoi numerosi libri e saggi. La molteplicità di queste sue competenze viene evidenziata da Francesco Bruno, dell’Università di Roma, il quale sottolinea come il percorso professionale e scientifico di Brunetti si rivela “ricco di diramazioni e di ampie aperture con forti richiami anche di natura etica”, contribuendo in tal modo “al progresso delle scienze neuropsichiatriche e indicando nuovi approcci terapeutici e riabilitativi”. Brunetti riesce infatti ad impegnarsi “in uno dei traguardi più audaci a cui uno studioso può ambire: esprimere una scrittura, agglutinando una molteplicità di saperi e capacità”. Emerge un’opera caratterizzata da “rigore scientifico, ampiezza culturale e tensione morale”. Cosa che pone Brunetti “tra i più competenti autori nel campo delle neuroscienze”.

 

Una visione poliedrica ed articolata

 

Si tratta di un’opera “estremamente poliedrica ed articolata, in ragione- osserva Nicola Coco, anch’egli docente nell’Università La Sapienza di Roma- sia della sua vastità di aree di incidenza sia della consistente omogeneità di indagine”. Da parte sua, Raffaello Vizioli, neuroscienziato di fama internazionale, sostiene che tra i meriti di Brunetti c’è quello di “saper fare cultura e scienza, infrangendo il muro di incomunicabilità che caratterizza il rapporto fra le due culture, quella delle neuroscienze e quella delle scienze umane”. Per questa via- prosegue Vizioli- sarà possibile realizzare la nascita di un nuovo umanesimo in medicina, psichiatria e psicoanalisi, reso sistematico da una conoscenza più profonda del cervello umano. Questa concezione si colloca nell’alveo di quella visione che i pensatori greci chiamarono paideia e Cicerone humanitas. Un sistema di conoscenze scientifiche, filosofiche ed etiche finalizzato all’affermazione della sacralità della vita, contro sofferenza e malattie, fatto che costituisce “il massimo di nobiltà delle neuroscienze e della medicina”. “L’opera del collega Brunetti- spiega Vizioli- si pone autorevolmente nella linea di un meraviglioso filone di studi, che apre nuove finestre conoscitive e diretto a perseguire il più alto imperativo morale delle scienze, quello di applicare le nostre conoscenze per trarne il massimo beneficio per l’umanità”. Brunetti- conclude il neuroscienziato- si conferma “un autore di neuroscienze competente e limpido, per mezzo di uno stile piacevole, brillante e fluente: un merito non da poco”.

 

Una visione globale dell'essere umano

 

I testi del nostro autore- sottolinea a sua volta Edoardo Boncinelli- rappresentano “ un excursus molto ampio sulla nuova scienza del cervello, dalle teorie alle applicazioni nei vari campi delle neuroscienze, della medicina e dello sviluppo umano. Il tutto espresso, o meglio narrato, con competenza e con un linguaggio piano ed accessibile anche ai non specialisti, che è la cosa più difficile quando si ha a che fare con questioni scientifiche”. Affiora un copioso corpus di conoscenze che permette di evidenziare tutto un universo di idee e contenuti da cui inferire- osserva Francesco Bruno- una visione globale dell’essere umano. Risulta un must filosofico, scientifico e letterario non disgiunto da una forza etico-spirituale, a conferma- aggiunge Vincenzo Rapisarda, docente di psichiatria- che Brunetti “possiede una cultura universale”.

 

La teoria trinitaria della persona

 

Possiamo dire che l’impianto concettuale espresso nei suoi libri delinea- spiega Tonino Cantelmi, docente di psichiatria nell’Università La Sapienza di Roma- “un decisivo superamento sia del riduzionismo neuroscientifico sia del riduzionismo delle scienze umane”. “Il professor Brunetti- aggiunge- è noto per aver elaborato la teoria trinitaria della persona”, una concezione dell’essere umano che Brunetti realizza con magistrale perizia scientifica e filosofica. Emerge una persona che assume “un valore intrinsecamente ontologico e quindi etico”. Questa visione rappresenta “un contributo fondamentale soprattutto in un’epoca in cui molte idee mettono in discussione il concetto di umano”. Le sue opere poi sono “un esempio di transdisciplinarità in cui convergono saperi diversi che assurgono a una sintesi unitaria su temi complessi e affascinanti”. A sua volta, Giulio Maira, neuroscienziato di fama mondiale, sostiene che Brunetti “aggiunge tanti importanti tasselli alle nostre conoscenze” nell’intento di “chiarire i punti oscuri che riguardano il cervello, la mente e la coscienza”, cercando di “dare riposte ai profondi quesiti scientifici e filosofici a essi connessi”, attraverso una scrittura “colta, bella e raffinata”.

Completiamo questa panoramica critica sulla figura e l’opera di Guido Brunetti, riportando il giudizio di un noto genetista, Luigi Rossi, il quale ha scritto: “Ho letto su una enciclopedia il profilo di Guido Brunetti e sono rimasto ‘sbalordito’ per quello che ha fatto e sta facendo”.

 

Conclusione

 

La straordinaria e imponente produzione scientifica e culturale di Brunetti e le eccellenti valutazioni di studiosi e scienziati dimostrano sia il valore delle sue opere che la conferma del suo prestigio goduto nel mondo delle neuroscienze e della cultura e lo fanno “appartenere al pantheon dei classici della letteratura neuroscientifica e filosofica dell’età contemporanea.

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- Scienza

C’era una volta...il dottore. Saper essere

Guido Brunetti

C'era una volta...il "dottore". "Saper essere".

 

   C'era una volta.. il "dottore". Che portava con sé valori   considerati un patrimonio "irrimediabilmente" perduto. Un mondo che si fa fatica a riconoscere. L'onesta e garbata faccia del dottore di famiglia. L'umile, povera e misconosciuta figura del medico condotto, accompagnata da una "profonda coscienza affettiva e buono a tutto fare" (E. Shorter).

   Oggi- come rileva con amarezza e rimpianto Cosmacini, medico e storico della medicina- il "dottore non c'è più". E' una figura "scomparsa". Che è entrata in "dissolvenza, consumata, consunta, talora superstite in qualche sconosciuto esemplare".

 

   In realtà, il medico e la medicina, chiamata "arte lunga" o "arte della cura", hanno una storia antichissima. Comincia con la mitologia curativa degli dei dell' Olimpo, dai guaritori e sciamani dell'antico Egitto e della Babilonia, attraversa il sapere medico greco-romano e medioevale e giunge sino alla "rivoluzione" terapeutica, biotecnologica e genetica dei nostri giorni.

   La medicina ci è nota attraverso i poemi omerici (IX sec. a.C). La malattia ha una connotazione magico-religiosa. Essa non fa parte della natura umana, ma è inflitta dagli dei come  "castigo divino" a causa di una colpa dell'uomo.

   La Bibbia afferma che la presenza del medico è un dono del Signore. E' Dio che dà al medico la capacità di guarire. "Onora il medico- dice l'Antico Testamento- perché il Signore ha creato anche lui".

   E' soltanto con Ippocrate (460 a.C.), il padre della medicina, che il sapere medico perde qualsiasi potere divino e rifiuta ogni ricorso alle cure magiche. E' il cervello il responsabile della malattia. Le patologie sono ritenute come rottura dello stato di equilibrio dell'organismo umano. La cura si basa sull'indagine diagnostica, ossia sull'osservazione dei sintomi del malato.

 

   L'età contemporanea è contrassegnata da un progresso scientifico-tecnologico sempre più rapido e inarrestabile. E' in atto una "rivoluzione scientifica" destinata a sconvolgere non soltanto i metodi di diagnosi e cura in medicina e psichiatria, ma la nostra visione dell' uomo e del mondo e i nostri millenari principi e valori a cominciare dai sistemi filosofici.

   La rivoluzione terapeutica dei farmaci e dei vaccini e la rivoluzione dei sistemi diagnostici hanno generato un cambiamento di rotta del ruolo del medico con "ricadute negative" (Cosmacini)    nel suo rapporto con il paziente. Si è verificato un cambiamento traumatico.

   La medicina moderna ha acquistato in tecnologia quel che ha perduto in "umanità".

 

   C'è una forte esigenza di "umanità" e "umanizzazione". Ma tale esigenza contiene un vistoso paradosso: quello di dover rendere "umano" ciò che umano e soltanto umano dovrebbe essere per "statuto e definizione, e che invece si ammette essere "scaduto" a "disumano".

   Una cura cioè stravolta in "incura".

 

   L'antico rapporto interpersonale è stato dunque sostituito con troppa disinvoltura da un insieme di tecniche diagnostiche e il ruolo del medico è "ridotto" a quello di "burocrate", di "somatologo" (Andreoli). Il quale si limita a richiedere gli esami, spinto spesso dal bisogno di prevenire eventuali attacchi alla sua persona più che dall'interesse per la salute del paziente.

   Un comportameto insicuro. Il burocrate di un corpo scisso, di un Io diviso e frantumato dal dolore e dalla patologia.

    E un medico insicuro determina una medicina ansiogena, una medicina del silenzio.

   Una barriera che cala tra medico e assistito.

   Il risultato è una progressiva "de-professionalizzazione" del medico con la privazione di ogni rapporto interpersonale empatico.    

    Sta di fatto che nella cura valgono le parole che si dicono, ma anche il modo in cui si dicono e il tono della voce. Ci sono voci gentili e voci sgarbate, voci rispettose, sommesse, educate e voci "gridate", aggressive e rozze.

    I farmaci sono necessari, ma non bastano. Non c'è cura, cura dell'anima e cura del corpo, se non è "intessuta" (Borgna) di saggezza e gentilezza. La gentilezza è un "ponte" che ci fa partecipare al mondo degli altri, è sorgente di conoscenza e di esperienza. Ci avvicina alla sofferenza e alla comprensione dell'altro. E' scoperta della propria capacità di esprimere empatia.

 

   Una ricerca realizzata negli Stati Uniti ha dimostrato che quando in ospedale si crea un ambiente emotivamente positivo in virtù di medici, e infermieri, disponibili, cortesi, dotati di umanità e di maturità emotiva e psicologica vengono attivati neuroni e aree del cervello coinvolti nella produzione di endorfine e ossitocina. Che sono le sostanze del benessere e del piacere. Hanno quindi effetti benefici sui pazienti e sulla cura.

 

   Invero, la perdita del senso di umanità è una realtà percepita anche da molti medici. Medici che appaioni ansiosi, aggressivi, frustrati, algidi, insicuri, scostanti, non affabili. Medici privi di quella bonomia, serenità, gentilezza affabilità e tensiome umana e morale. Qualità che sono fondamentali in ogni processo terapeutico. Sono alla base della stessa cura.

 

   Con la rivoluzione tecnologica, il medico ha iniziato a porre in secondo piano gli aspetti relazionali con gli assistiti, e fatalmente, come rilevò già nel 1953 il maggior clinico italiano del suo tempo, Cesare Frugoni, "diminuiscono i contatti fra curanti e pazienti".

   C'è dunque "l'incapacità" da parte dei medici di soddisfare i bisogni di conforto, rassicurazione, affetto, cura, soccorso che il sofferente, carico di paure e di ansia "esige" nel corso della malattia (M.G.Field).

   C'è- come è stato scritto- "la disumanizzazione della medicina".

   L'unico modo di rapportarsi al paziente è l'approccio tecnologico. fatto che ha poco da spartire  con l'originaria téchne ippocratica fondata sull' occhio clinico, il tatto, il dialogo e realizzata secondo la maieutica socratica.

   Il paziente diventa in tal modo una "macchina" e il medico un "meccanico".

 

   Per guarire non basta la scienza. Ci vuole l'anima, che è disponibilità umana, capacità di comunicare e di relazionarsi con l'altro.

   Occorre una dimensione etica dell'educazione medica, la quale esige il possesso di un bagaglio di valori e qualità, al centro dei quali, lo ripetiamo con forza, ci sono i bisogni della persona umana. Che non è solo corpo, ma è soprattutto mente, spirito, coscienza, Io, emozione, sentimento, progettualità, essenza, sacralità. Una persona che deve essere curata in un ambiente altamente umano e umanizzante. Dove non ci siano arroganza o supponenza, ma rispetto e gentilezza, educazione e disponibilità. A tutti i livelli.

 

   E invece, si è verificata una svolta antropologico-medica propria di una professione che gradualmente "rinuncia" alla propria vocazione "umanologica".

 

   La medicina?

   Una "grande malata", erosa anche da una crisi della formazione  universitaria, che risulta "carente" sia sul piano della didattica che su quello della ricerca.

 

Invero, la competenza tecnico-professionale del medico non consiste soltanto nel possedere le conoscenze tecniche ( il "sapere") e nell'applicarle ("saper fare"). La competenza comprende anche il "saper essere", il saper essere gentili,, empatici, comprensivi, disponibili, rispettosi verso le esigenze psicologiche e fisiche del malato.

Sono caratteristiche necessarie per avviare un sicuro processo terapeutico e portarlo a compimento.

 

   Il nostro modello di medico (del corpo e della mente)?  

  E' quello indicato già molti secoli fa da Galeno: medicus amicus, medicus gratiosus, medicus philosophus.

 

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- Filosofia/Scienza

L’ uomo che vuole sostituirsi a Dio

Guido Brunetti

L' uomo che vuole sostituirsi a Dio

 

   Il pensiero contemporaneo tende sempre più al "rifiuto" dell'Assoluto e del trascendente e oscilla tra visioni prometeiche di grandezza e tragiche negazioni della propria identità.

   L'uomo, preso da un delirio di onnipotenza, vuole sostituirsi a Dio, enfatizzando la potenza della scienza e della tecnica. Sostituendosi all'Assoluto, egli vuole diventare "uomo-Dio". "La scienza- dicono molti scienziati- non ha bisogno di Dio".

   Nel tempo, si è venuta affermando una dottrina positivista, la quale non soltanto si è allontanata da ogni riferimento alla visione spirituale (e cristiana ) del mondo. Ma ha anche lasciato cadere ogni richiamo all'idea metafisica e morale.

   Gli scienziati in tal modo, privi di ogni riferimento etico ed esistenziale rischiano di non avere al centro del loro interesse la persona umana, cedendo  alla "tentazione" di un potere demiurgico.

   La negazione della dimensione metafisica e l'affermazione del relativismo conducono al rigetto di quei valori che per millenni hanno sostenuto la nostra civiltà. L'immagine di un mondo senza Dio appare così un mondo senza progettualità e finalità, senza speranza. Se Dio non esiste -afferma Dostoevskij- "tutto è permesso. La distinzione tra bene e male scompare. Una condizione che può portare al disordine esietenziale, all'angoscia, alla disperazione e trasformarsi  in una cultura del malessere, della malvagità e della morte.

   La cultura scientifica, filosofica e letteraria contemporanea, opponendosi ad ogni pretesa ontologica e metafisica, sta perdendo il senso della trascendenza e del sacro. L'idea filosofica e teologica della "morte di Dio" elaborata da Nietzsche esprime una "nichilistica" assenza di principi, la fine di tutte le illusioni e delle certezze assolute, il tramondo di codici etici o teleologici, il collasso e la scomparsa di essenze, la crisi della civiltà occidentale. Nasce il "superuomo", un essere che pretende per l'appunto di sostituirsi a Dio.

   Quando l'uomo si è fatto Dio o ha creduto di esserlo, in realtà, "ha fallito".

 

   Il relativismo (rifiuto di verità assolute e certezze  soprannaturali) e il riduzionismo scientifico hanno portato anche alla scomparsa dell'anima, all'abbandono di ogni ipotesi spiritualistica che affermi la supremazia di forze immateriali.

   L'anima, sostanza immateriale indipendente dal corpo, immortale e dunque eterna è stata sostituita dalla mente ( psiche), che ha una natura materiale. I nostri pensieri, le nostre emozioni, i nostri comportamenti- dicono i neuroscienziati- sono eventi del cervello, cioè combinazioni di neuroni. Noi non siamo altro- precisa Crick- che "un insieme di neuroni".

 

In realtà, finora la scienza non è riuscita a spiegare l'origine della mente e della coscienza, ossia a comprendere come fenomeni mentali possano derivare dall'attività elettrochimica dei neuroni e delle aree cerebrali. Non abbiamo elementi per una spiegazione scientifica dei rapporti tra mente e cervello e nessuno conosce la natura della mente e della coscienza.

 

   Ci troviamo di fronte al " grande profundum" di Sant'Agostino, un abisso insondabile, il mistero dei misteri.

   Il neuroscienziato John Eccles  ha sostenuto al riguardo che poiché la soluzione materialistica non riesce a spiegare la nostra anima, siamo costretti ad attribuire l'unicità dell'io o anima a una "creazione soprannaturale". L'anima- spiega Eccles- è "creata da Dio". Un Dio trascendente nel quale credeva Einstein. La scienza occidentale, aggiunge Jacob, premio Nobel per la mediciana, è fondata sulla dottrina di "un universo ordinato, creato da un Dio che rimane fuori della natura e la governa per mezzo di leggi accessibili alla ragione umana".

 

   Numerose ricerche    neuroscientifiche hanno mostrato tuttavia che la spiritualità, la religiosità e la moralità hanno una base innata (Hauser). Fatto che conduce all'idea di Dio e alla fede (Gazzaniga). Parliamo quindi di una sorta di "grammatica univrsale", di una "scintilla divina, spiritale e morale, che agisce in base a principi evolutivi (Green). La tendenza di formare credenze religiose è il bisogno dell'uomo di credere in qualcosa, in qualche ordine superiore, di dare "senso" all'esistenza, alla sofferenza e alla morte. Alla fine, anche il filosofo del nichilismo e del super-Uomo, Nietzsche, ha dovuto risolvere la sua idea della "morte di Dio" con una invocazione liberatoria: "Cerco Dio! Cerco Dio!".

 

 

 

 

 

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- Scienza

L’ipnosi come terapia

Guido Brunetti

L' ipnosi come terapia

   Il termine ipnosi indica uno stato passeggero di attenzione nel soggetto, che può essere indotto da un'altra persona e nel corso del quale "possono presentarsi fenomeni molteplici" (Furneaux). Questi fenomeni comprendono: alterazioni della coscienza e della memoria, aumento della sensibilità alla suggestione e il comparire di reazioni insolite.

 

   Il primo ad introdurre il termine di ipnotismo è stato Braid (1843), definendolo come "uno stato particolare del sistema nervoso determinato da manovre artificiali". A sua volta, Bernheim definisce l'ipnotismo come "un grado di suggestibilità esaltata", intendendo per suggestibilità "l'attitudine a essere influenzati da un'idea e a realizzarla". Charcot lo giudica come "una nevrosi sperimentale". Si tratta, come precisa Granone, di un particolare stato psicofisico indotto da questa pratica terapeutica che permette di "influire" sulle condizioni psichiche, somatiche e viscerali del soggetto.

 

   Il termine ipnosi è posteriore a quello di ipnotismo e si riferisce alla sintomatologia ipnotica come sindrome a sé stante, un modo di essere dell'organismo.. L'ipnotismo invece è la tecnica che permette di attuare tale condizione.

   Uno degli stati che più di frequente si realizzano nell'ipnotismo, definito anche "rilasciamento per suggestione" o "terapia psicosomatica" (Fry), è quello del sonno ipnotico, durante il quale sono molto evidenti le possibilità di agire sulle funzioni psichiche e organiche del soggetto.

 

   Si tende a classificare le teorie sull'ipnosi in due categorie: 1) Teorie che considerano i fenomeni come esito di una particolare sirtuazione del SNC e 2) Teorie che considerano i fenomeni come reazioni di un organismo funzionante alle condizioni offerte da motivazioni, attenzioni, atteggiamenti.

   Le teorie del primo gruppo comprendono le interpretazioni dell'ipnosi come una specie di sonno. Sulla base delle sue ricerche, Pavlov spiega l'ipnosi come uno stato di inibizione corticale in cui focolai di stimolazione rendono possibile la provocazione di reazioni, il cui carattere bizzarro fa pensare a mancanza di controllo e a modificazioni nella massa corticale.

   Le teorie del secondo gruppo comprendono le ipotesi di Bernheim e di Liébeault, le quali considerano i fenomeni come speciali esempi di suggestionabilità in stato di veglia. Freud, al riguardo, sostiene l'importanza della "sottomissione" e parla dell' affinità dell'ipnosi con "la donazione illimitata dell'amore", in cui rimane tuttavia esclusa la soddisfazione sessuale.

 

   Si ritiene che i fenomeni ipnotici e l'esperienza della trance fossero noti già nell'epoca preistorica. Fin dai tempi antichi, Atzechi, Maja, Egiziani, Cinesi, Ebrei, Greci e Romani riconoscevano che stati della coscienza potevano essere utilizzati nel trattamento di varie malattie.

   La più antica descrizione dell'ipnosi si troverebbe, per Wolberg, nel brano della "Genesi" in cui si narra che il Signore fece cadere Adamo in un sonno profondo prima di procedere all'estrazione della costola dalla quale sarebbe stata creata Eva.

 

   I poemi omerici contengono molti riferimenti ai fenomeni ipnotici. Asclepio, dio greco della medicina, alleviava il dolore dei pazienti inducendo stati di coscienza simili al sonno. La medicina antica, medioevale e rinascimentale conserva tracce significative dell'uso dell'ipnosi come rimedio contro numerose malattie. Nei secoli successivi, Marsilio Ficino,  Pomponazzi, Bacone e altri si occupano nei loro studi anche dell'ipnotismo.

 

   Bisogna arrivare al 1700 per trovare applicato l'ipnotismo in Europa. Mesmer pensò all'esistenza di un fluido magnetico che dal terapeura si trasmette al paziente, detterminando la guarigione delle malattie. Ma il fondatore della moderna tecnica ipnotica, J. Faria, respinse tutte le teorie esistenti e le pratiche magiche, non credendo al fluido, proclamando la natura soggettiva dei fenomeni magnetici. Freud spiegò i fenomeni ipnotici con la teoria della "rimozione degli istinti" e con il meccanismo della "traslazione".

 

   L'ipnosi clinica, secondo l' "American Medical Association", è una tecnica terapeutica, un serio strumento della scienza medica, estremamente complesso e delicato, il cui impiego richiede grande competenza, spiccate capacità e serietà scientifica. Non esiste branca medica e psicoterapeutica che non possa beneficiare in qualche misura dell'ipnosi. Che trova applicazione in medicina, chirurgia, ostetricia, dermatologia, gastroenterologia, odontoiatria, anestesi e in tutti i campi dei disturbi psichiatrici e della medicina psicosomatica. Con chiaro successo, sono stati curati: asma, eczemi, allergie, colite, ulcera, cefalee, insonnia, obesità, frigidità, disturbi mestruali, vaginismo, fobie, balbuzie, malattie cardiovascolari, enuresi, disfunzioni sessuali, tossicomania, alcolomania, preparazione al parto, bulimia e anoressia.

 

 

 

 

 

                                                                              

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- Scienza

Arte, creatività e cervello

Guido Brunetti

Arte, creatività e cervello

   A partire dagli ultimi anni del XX secolo, le neuroscienze sono caratterizzate da continui progressi, i quali sono destinati, a nostro parere, a "sconvolgere" non soltanto i metodi di diagnosi e cura in medicina e psichiatria, ma la nostra visione del mondo e le nostre millenarie concezioni, a partire dai sistemi filosofici.

   Questi sviluppi sono stati possibili soprattutto grazie all'uso di metodiche di "brain imaging", le quali hanno permesso lo studio non invasivo del cervello e della mente su basi nuove.

  

  La nuova scienza del cervello ha iniziato a investigare temi fondamentali, come l'intersoggettività, il sé, l' etica, le credenze, l'empatia, l'estetica e molti altri ambiti di ricerca. Oggi, le neuroscienze, ad esempio, possono fornire un notevole contributo alla ricerca dell' espressività umana e della sua esperienza estetica.

   Cervello, arte, creatività, bellezza, musica, poesia appaiono campi pieni di fascino anche se avvolti in un difficile e complesso intreccio di fenomeni ancora carichi di mistero.

  

  L'arte viene considerata dai neuroscienziati come una manifestazione del cervello  e della mente. E' solo analizzando la struttura e il funzionamento del cervello che noi  possiamo trovare alla fine risposte adeguate.

  

  In realtà, come nasce la creatività? Perché l'uomo crea l'arte? Sono   argomenti che i filosofi hanno cercato di affrontare fin dall'antichità. Le influenze di Freud, al riguardo, sono state "dilaganti" (Spitz) ed hanno prodotto evidenti conseguenze nel mondo della creatività.

   Il concetto dell'arte come espressione di stati psichici, ossia delle primitive pulsioni dell' Io ha favorito tra l'altro la nascita del simbolismo, dell'espressionismo e del surrealismo. L'attività artistica poi è associata a momenti di intensa emozione, a stati alterati di coscienza e alla sofferenza. L'artista ha la grande capacità di attingere alle sorgenti più profonde e ai segreti più nascosti dell'animo umano.

Di qui, il valore terapeutico che può avere sia per l'artista che per il pubblico un  prodotto creativo.

 

  Diversamente dai filosofi, oggi i neuroscienziati sono interessati a comprendere l'origine e la natura della creatività in maniera diretta ed empirica, secondo metodi scientifici.

   Sta di fatto che il crescente interesse in questo campo ha dato origine ad una nuova disciplina che Semir Zeki ha chiamato "Neuroestetica". Che è un nuovo settore di ricerca che tenta di coniugare lo studio dell'arte con le neuroscienze.

 

   L'arte, secondo alcuni autori, rappresenta un insieme di impulsi inconsci  in grado di farci vivere alcune tra le esperienze più profonde ed emotivamente sconvolgenti accessibili agli esseri umani (Dutton). Secondo questa visione, espressa attraverso varie ricerche, l'arte serve a comprendere il funzionamento del cervello, il piacere estetico e il bello.

  

  A partire dagli studi di Riegl e continuando con le ricerche di Ramachandran, Kris e Gombrich, oggi sappiamo che le immagini generate dall'artista vengono "ricreate" nel nostro cervello. Un'opera d'arte ci può infatti trasportare attraverso un "continuum" di emozioni diverse, le quali si estendono dal piacere erotico al dolore, dal terrore all'angoscia,  paura della morte alla dimensione del trascendente.

   Le scoperte poi di Damasio e di Panksepp mostrano   che alla base dell'arte ci sono le emozioni. Il ruolo svolto da alcuni sistemi senso-motori e dagli stati soggettivi riveste un importante significato nella realizzazione e nella comprensione dell'attività creativa. Gli esperimenti neurobiologici hanno cercato inoltre di individuare i "correlati neurali" dell' arte e del bello, mostrando che arte e bellezza sono "radicate" nel cervello. Noi percepiamo, sentiamo e avvertiamo l'esperienza estetica.

   L'arte diventa così un concetto "cerebrale ereditario", un'attività neurologica che nasce dalle aree primordiali e inferiori del cervello (Panksepp).

 

   La possibilità di entrare con il lavoro creativo è dovuta in particolare all'attività dei "neuroni specchio" e al fenomeno dell'empatia. I neuroni specchio sono una popolazione di neuroni, i quali si attivano sia quando una persona compie un'azione (afferrare un oggetto) sia nel momento in cui osserva la medesima azione compiuta da un altro soggetto.

 

  A sua volta, la nozione di empatia viene introdotta nella seconda metà dell' Ottocento in Germania. Secondo il filosofo Vischer, la fruizione estetica dell'immagine sottintende un "coinvolgimento empatico" che si configurerebbe in una serie di "reazioni fisiche nel corpo dell'osservatore". Il concetto di empatia è una "manifestazione emotiva" che concerne il nostro profondo rapporto con gli altri e con il mondo. E' un sentire "dentro" gli stati soggettivi e privati di un'altra persona, è comprendere le intenzioni altrui, la realtà, e dunque l'arte, il bello, la bellezza, la creatività.

 

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- Filosofia/Scienza

Mente-corpo e mente-cervello

Guido Brunetti

Mente-corpo e mente-cervello

   Nel pensiero filosofico e neuroscientifico, grande rilevanza ha assunto il problema mente-corpo (Mind-Body- Problem). Il neuroscienziato raffaello Vizioli, che ho avutp l'onore di conoscere e con il quale ho collaborato per molti anni, lo definisce "il problema dei problemi". Ultimamente, si preferisce parlare di problema mente-cervello (Mind-brain-Problem) invece che del problema mente-corpo.

   In materia, sono state sviluppate parecchie teorie. Le concezioni elaborate nell'ambito della filosofia della mente si possono suddividere, d'accordo con Moravia, in tre orientamenti fondamentali:

1. quello materialistico (Feigel, Armstrong);

2. quello mentalistico, che interpreta la mente come realtà autonoma (Eccles, Popper);

3. quello ermeneutico-personologico, il quale rivaluta la dimensione esitenziale e soggettiva dell'evento mentale.

 

   Per il materialismo riduttivo o fisicalismo, la mente è il risultato di uno stato fisico. Gli stati mentali sono stati del cervello. Coscienza e comportamento tanto negli animali quanto negli esseri umani sono l'effetto di eventi che hanno luogo nel sistema cerebrale.

   L'orientamento generale delle nuove neuroscienze afferma che "tutti i processi psichici, normali ed anormali, dipendono dalle funzioni cerebrali". E' il passaggio dal dualismo di Platone e Cartesio dell'esitenza nell' individuo di una struttura corporea e di una incorporea al monismo. Che è la riduzione dell'anima immateriale alle funzioni fisiche e mentali del cervello. L'essere umano in sostanza viene "ridotto" a "uomo-macchina".

 

   A partire da Platone, il problema della psiche è stato collegato al tema del "soma" ed entrambi riconducibili al concetto di "anima". Nell'età moderna, è stato Cartesio che ha delineato una prospettiva dualistica e metafisica. Ogni essere umano, per Cartesio, possiede sia un corpo- "res extensa"- sia una mente- "res cogitans".

   L'illuminismo e il positivismo contestano la natura immateriale dell'anima e superano il dualismo  metafisico, affermando la preminenza della tesi materialista dell'unità psico-fisica dell'uomo. Concludendo che l'anima è "nient'altro che una parte del soma, ovvero una funzione del corpo. Nel Novecento, la teoria materialista diventa in sostanza "l'unica verità scientifica attendibile".

 

   Oggi, le neuroscienze considerano "prodotto" del cervello ciò che veniva compreso nel concetto di anima o Io. Tutto è creato dal cervello. Anima, spirito, mente, coscienza, autocoscienza, conoscenza sono tutti eventi dell'attività cerebrale. L'anima è integralmente materialista. La soggettività umana risulta pertanto essere una "trama di eventi neurofisiologici". La mente- precisano i neuroscienziati- è una "rete neurale".

 

   Finora, non esiste alcuna prova scientifica che il cervello "secerne" la mente. Sono temi complessi e inaccessibili avvolti ancora nel mistero. Neuroscienziati, cvome Eccles, Penfield, Sperry si sono inchinati- precisa Vizioli- di fronte al mistero della mente, di come cioè una struttura materiale- il cervello- possa produrre un'attività immateriale- la mente.

   Noi concordiamo con Eccles quando sottolinea che ogni individualità si trova "al di là dell'indagine scientifica... è il risultato di una creazione soprannaturasle di ciò che in senso religioso è chiamata anima".

                                                          

 

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- Scienza

I segreti del cervello

Guido Brunetti

Alla scoperta dei segreti del cervello

 Abstract

L’avvento delle nuove neuroscienze ha prodotto in questi ultimi anni una vasta messe di dati e conoscenze sulla struttura e sul funzionamento del cervello e della mente. Studiare il cervello significa approfondire come pensiamo, come ricordiamo, come riusciamo a usare il linguaggio.

 

Parole chiave: cervello, mente, neuroni specchio, empatia.

Introduzione

Osservazioni cliniche e lo sviluppo della ricerca neuro scientifica hanno fornito una considerevole raccolta di conoscenze che stanno a sottolineare il fondamentale ruolo che il cervello riveste nel nostro essere. Le ricerche ci hanno consentito non solo di esaminare la struttura del cervello, ma anche il cervello in funzione. Disponiamo di molti dati poi sui sistemi neurali coinvolti nello svolgimento delle funzioni cognitive. Siamo, dicono i neuro scienziati, il nostro cervello. Oggi, è possibile trapiantare il cuore, il fegato, il polmone. Sappiamo che il cervello ha una natura plastica.

 

L’evoluzione del cervello

Siamo pervenuti agli splendidi risultati odierni anche in virtù dei metodi di brain imaging. L’evoluzione del cervello è legato a numerosi fattori, come la percezione, il linguaggio, le emozioni, la memoria. Le informazioni entrano nel cervello attraverso i sistemi sensoriali, i quali possono subire alterazioni attraverso malattie, traumi, interventi chirurgici. L’osservazione e la cura di questi malati neurologici insieme con i risultati delle scienze hanno portato a una maggiore comprensione del funzionamento del cervello, come dimostra l’interessante libro di Paolo Nichelli che s’intitola “Il cervello e la mente” (il Mulino, 2020). Attraverso l’analisi di molti casi clinici, l’autore ci accompagna nel mondo ancora misterioso delle neuroscienze per farci scoprire i segreti del cervello e della mente.

 

Come conosciamo gli oggetti. La scoperta dei neuroni specchio

La maggior parte del nostro cervello è in relazione alla percezione visiva, ossia all’analisi delle informazioni che provengono dagli occhi. E’ nel cervello, nel susseguirsi delle immagini che noi possiamo comprendere “la straordinaria rapidità e accuratezza” con cui conosciamo gli oggetti. Tutti i dati dell’osservazione clinica e della ricerca ci dicono che c’è un predominio delle informazioni visive su quelle che ci provengono dagli altri sensi, come ad esempio l’udito e il tatto. Molti anni fa, si riteneva che un’area del cervello percepiva il mondo esterno e un’altra area regolava le azioni. La scoperta avvenuta negli anni Novanta dei “neuroni specchio” ha modificato questa ipotesi. I neuroni specchio sono un gruppo di cellule che si attivano sia quando un soggetto compie un’azione che quando vede che la stessa azione la compie un altro. La loro presenza è stata provata nelle scimmie. Ulteriori studi effettuati con le tecniche di brain imaging hanno dimostrato che la stessa operazione avviene anche nell’uomo. E’ stato notato che quando si osserva soffrire una persona cara, si “attivano” zone del cervello coinvolte nel dolore provato personalmente (Singer). Altri esperimenti hanno mostrato che le stesse aree cerebrali si attivano in presenza sia di “stimoli disgustosi” sia di “un volto che esprime disgusto”. Capire gli altri ci rende più socievoli.

 

La teoria della mente

In realtà, capire le intenzioni degli altri è ciò che rende la nostra specie- precisa Nichelli- “più sociale” di tutte le altre. La capacità di comprendere le intenzioni e di attribuire stati mentali agli altri è stata definita “teoria della mente” (Premarck, Woodruff). Si ammette che la persona “si costruisce” una concezione di come funzionano i processi mentali in relazione ad eventi esterni e a stati psicologici. Noi comprendiamo il comportamento degli altri, secondo la “teoria della simulazione”, perché “sperimentiamo” il loro stesso stato mentale, attraverso i “neuroni specchio”. E’ attraverso questi sistemi neurali che l’empatia concorre a rinforzare le dinamiche interpersonali. In particolare, sono le espressioni del volto e degli occhi a favorire l’interpretazione delle emozioni e le interazioni con gli altri. Per la conoscenza di questi stati mentali concorrono alcune regioni cerebrali quali la “corteccia prefrontale mediale e la giunzione temporo-parietale”.

 

Patologie neuropsichiatriche

Finora, una grande quantità di dati forniti dalle tecniche di neuro immagine ci consente di comprendere anche alcune patologie neuropsichiatriche. I soggetti con autismo, ad esempio, presentano difficoltà a “immaginare” pensieri, desideri e intenzioni, nonché a “sincronizzare” con gli altri espressioni facciali, posture e movimenti. L’autismo è un disturbo dello sviluppo cerebrale caratterizzato da una grave alterazione delle interazioni sociali e da un insieme ridotto di attività e di interessi. La causa principale di questa patologia, i cui sintomi si manifestano intorno al terzo anno di età, è di natura genetica. I soggetti autistici hanno difficoltà a provare emozioni ed empatia. Spesso all’autismo si accompagna anche l’epilessia. Il ruolo dell’empatia L’empatia svolge un ruolo importante nella comprensione delle emozioni degli altri, in quanto esprime una risposta emotiva, una risonanza affettiva. Attraverso il “contagio emozionale”, noi conosciamo e condividiamo ciò che un’altra persona sta provando, intuendo i suoi pensieri e i suoi sentimenti e stabilendo così forti legami sociali. Secondo alcuni autori, l’empatia significa “qualcosa di più” che provare la stessa cosa che prova un altro (Hauser). Implica l’essere consapevoli di quello che rappresenta essere qualcun altro. Si verifica una situazione simile a quella dei neuroni specchio nell’acquisizione della capacità di lettura della mente.

 

Gli animali possiedono la capacità di provare empatia?

Esperimenti condotti in materia rivelano che i topi possono controllare il proprio desiderio immediato di cibo, allo scopo di non causare dolore a un altro individuo ( Knobe). Vedere un topo che soffre o che è in pericolo genera un comportamento empatico. Sul piano dell’evoluzione, si ritiene che l’empatia “riduca” il rischio di danneggiare i membri del gruppo, esprimendo comportamenti altruistici che producono benefici alla comunità. Diversamente, l’assenza di empatia si associa a disturbi psichiatrici. L’empatia poi assume un posto centrale nella creazione del legame madre-bambino. Nell’evoluzione della specie, l’empatia ha una lunga storia di “duecento milioni di anni” (Swaab). Nasce dalle cure materne ed è comune in generale a tutti. Alla sua base ci sono i neuroni specchio.

 

L’ossitocina

A favorire i legami sociali e di fiducia concorre l’ossitocina, un ormone prodotto dall’ipotalamo. Oltre ad essere di notevole importanza nella gravidanza, nel parto e nell’allattamento, questo ormone svolge notevoli funzioni cerebrali. E’ considerato “regolatore” delle emozioni, è implicato nell’attaccamento madre-figlio, nel “grooming”, nell’attività sessuale, nello stress e in tutti quei comportamenti che promuovono armonia e coesione negli individui. Nei rapporti di coppia, l’ossitocina favorisce i rapporti sessuali, riduce i conflitti e promuove la fedeltà.

 

Le terapie

Circa le malattie neurodegenerative, i tremori cerebrali, l’ictus disponiamo- chiarisce Nichetti- di farmaci e di terapie che si sono rivelati “efficaci”. Per la malattia di Alzheimer, ci sono farmaci in grado di “alleviare” il decorso e “aggredire” i meccanismi biologici della malattia. Per il morbo di Parkinson, oltre i farmaci c’è la stimolazione cerebrale. Anche il campo delle neuro protesi ha avuto un importante sviluppo: visive, uditive, per il controllo del dolore e motorie.

 

Conclusione

Nel corso dell’evoluzione, le dimensioni del cervello sono “enormemente aumentate” (Swaab). Ciò che caratterizza l’essere umano è un cervello fenomenale di circa un chilo e mezzo costituito da cento miliardi di neuroni. Ogni neurone ha un contatto con circa diecimila cellule nervose. La     

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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- Filosofia/Scienza

Guido Brunetti: tra neuroscienze, scienze umane e filosofia

"Guido Brunetti: scienziato, umanista, filosofo"

 

   “La ricerca sul cervello, la mente e il trascendente- afferma Guido Brunetti- rappresenta la sfida più avvincente del XXI secolo, la più affascinante avventura mai intrapresa dalla specie umana”. Cervello, mente e dimensione del trascendente sono tra le  grandi questioni che da sempre sono al centro delle sue opere e dei suoi interessi professionali, culturali e scientifici. Sono contributi imprescindibili, che chiunque voglia studiare o solo capire il cervello, la mente e la coscienza, cioè le neuroscienze, dovrebbe leggere. La sua scrittura rivela uno stile limpido e scorrevole, una prosa elegante e classica, che quasi seduce. I suoi lavori infatti spaziano soprattutto nei diversi campi delle neuroscienze, della psichiatria e della psicoanalisi con notevole competenza e capacità. Qualità che lo portano a padroneggiare anche altri campi del sapere, come filosofia e letteratura. Per questa via, egli si distingue per ampiezza di visione, forza espressiva e rigore scientrifico. Rivelando in tal modo, come ha scritto Vincenzo Rapisarda, docente di psichiatria nell’Università di Catania, “una cultura universale”.

  

   Brunetti, uno e trino: neuro scienziato, umanista, filosofo. Una personalità pluridimensionale, poliedrica. Nel segno dell’ unità dei saperi. Ciò che rappresenta la sua “peculiarità” e lo “differenzia” dagli altri autori è il “valore aggiunto” della sua concezione trinitaria della persona umana, una visione non solo neuro scientifica, ma anche filosofica, umanistica e spirituale dell’essere umano e dell’esistenza. Uno dei grandi meriti di Brunetti, come ha sostenuto il neuro scienziato Vizioli, è per l’appunto quello di riuscire a fondere mirabilmente cultura scientifica e cultura umanistica, superando le antiche divisioni fra le varie dimensioni dell’ uomo. “Raro esempio, per Vizioli, di come possa esistere una figura di umanista-scienziato. E Brunetti è "un umanista-scienziato". “Pensiero scientifico, pensiero filosofico e pensiero umanistico- spiega Brunetti- sono portatori di contenuti, di pensiero, che ci aiutano a comprendere l’unità di fondo dello spirito umano, in un processo armonico e all’infinito”. Egli scava nell’anima dell’essere umano, nel sottosuolo oscuro e profondo della psiche e dell’inconscio. Va alla radice della persona.

 

   Come neuroscienziato, egli fornisce “un apporto di estremo interesse- ha dichiarato il grande neuroscienziato Giulio Maira- sulle prodigiose proprietà, ma anche sui tanti misteri che ancora avvolgono il nostro cervello e la nostra mente, e aggiunge molti tasselli alle nostre conoscenze”. Dando “importanti contributi- aggiunge Rapisarda- al progresso delle neuroscienze, della psichiatria e della psicoanalisi”. Approfondisce poi il campo dell’introspezione psicologica e patologica con l’autorità e l’abilità che non tutti gli psichiatri e psicologi possiedono.

 

   Come filosofo, analizza e studia a fondo l’ontologica finitezza dell’uomo e delle cose del mondo. C’è in Brunetti la ricerca sul mistero e l’esistenza di Dio, la cui idea costituisce un bisogno innato, biologico. E’ lo spirito che rende superiore l’uomo. E’ una spiritualità che è l’unica capace di comprendere la dimensione del sacro e del trascendente, al fine di placare il senso tragico della vita, le inquietudini, la sofferenza, la solitudine e la miseria umana. Emerge una condizione umana complessa e difficile, il senso drammatico dell' esistenza.

   Scendendo negli abissi del nostro Io, riesce a cogliere la dimensione più profonda dell' individuo, là dove- osserva sant'Agostino- "abita la verità" (In interiore homine habitat veritas). Alla ricerca cioè delle terre incognite della ragione, delle emozioni, dei sentimenti e delle passioni.

 

  Come umanista, cerca di amalgamare i principi base dell’umanesimo filosofico con la dimensione cristiana, nel solco di un pensiero che va da Platone a sant’Agostino, attraversa il ‘400 e il ‘500 e giunge fino ai nostri giorni. Il logos del cristianesimo- chiarisce Brunetti- “non è contrario al percorso dello spirito umano, ma ne rappresenta la conclusione. E’ un’idea che si fa ascesi e che tende a valorizzare gli aspetti positivi presenti nell’uomo e nella natura. Di qui, l’accento posto sulla dignità dell’essere umano, un soggetto visto nella sua originaria grandezza. E’ un umanesimo, quello di Brunetti, che è reso più consistente da una conoscenza delle neuroscienze e dunque più profonda della mente umana.

 

   In questo contesto, il nostro autore mette in luce la deriva nichilista della società contemporanea e della modernità secolarizzata. La modernità ha demolito l’antico concetto di “analogia entis”, ossia di un essere creato dal nulla a immagine e somiglianza di Dio (trinitario e trascendente), secondo una teoria che sfocia nella “morte di Dio” e della personalità libera e spirituale dell’uomo ipotizzata da Nietzsche. Il pensiero contemporaneo e i progressi scientifici stanno “allontanando paradossalmente l’uomo da ogni riferimento all’assoluto e alla visione spirituale del mondo, lasciando cadere qualsiasi richiamo all’idea morale e a quella metafisica. L’uomo- spiega Brunetti- vuole sostituirsi a Dio, ma un mondo senza Dio, in ciò concordiamo con Dostoevskij, è un mondo senz’anima, senza finalità, progettualità e speranza.

   Se Dio non esiste, allora non può esistere il fondamento della morale, dei valori, dei diritti, né di un Bene e di un Male assoluti (Craig). Senza Dio, per Sartre, svanisce ogni possibilità di ritrovare principi. Senza Dio, tutto è lecito.

   In un mondo, che scredita la dimensione del trascendente e del sacro, tutto è possibile, anche le più terribili malvagità”.

 

   Invero, "Scienza e fede, Dio e ragione" rappresentano, per Brunetti, due delle più grandi conquiste della civiltà umana, le quali hanno il pregio di fornirci "prospettive diverse, ma complementari dell'uomo e del mondo circa il senso dell'esistenza, la nascita della mente e della coscienza, l'origine del linguaggio e del pensiero simbolico e la possibilità del trascendente".

  

   "La scienza non può essere né atea né teista, non può negare né avversare il soprannaturale, ma soltanto ignorarlo per motivi di metodo naturalistico, che è il procedimento necessario per investigare la realtà".

   Esistono pertanto questioni "essenziali"- le questrioni "ultime" di Popper- alle quali la scienza non è in grado di dare spiegazioni, cioè di cogliere "il significato ultimo del mondo", come rileva Einstein, per il quale esiste qualcosa di "essenziale" aldilà del dominio della scienza, oltre l'orizzonte dell'esperienza, al di fuori dei confini dell'esistenza fisica, materiale, dell' uomo. Le nostre esistenze- annota lo scienziato- sono "toccate" dalla trascendenza. La scienza senza la religione è " zoppa", la religione senza la scienza è "cieca".

 

   Le stesse neuroscienze mostrano che l'idea di Dio- il sentimento religioso- nasce da "processi cognitivi consci e inconsci della mente". C'è- dicono i dati delle ricerche- un'area del "divino nel cervello". Sia la narrativa scientifica che la narrativa religiosa ci dicono la medesima cosa: il desiderio di Dio è un bisogno innato, biologico, naturale.

   La spiritualità, in questo contesto, assume il carattere di una tendenza fondamentale, una strategia dell'evoluzione, espressione del bisogno ancestrale dell' Homo religiosus nel cercare la trascendenza.

 

   Nel solco di questa impostazione, l'individuo viene concepito da Brunetti nel suo "insieme, come un tutto integrato in cui i meccanismi mentali e psicologici agiscono sui processi neurofisiologici" in un complesso di "circuiti riverberanti" (Bimbauer).

   Tale visione si dimostra particolarmente feconda in altri terreni nei quali si muove il nostro autore, come la psichiatria, la psicoanalisi e la psicoterapia. Siamo pertanto ben lontani dal modello riduzionistico delle scienze naturali espresso nella famosa tesi di W. Griesinger "Le  malattie mentali sono malattie del cervello". "Vogliamo dire che il problema difficile e complesso della psichiatria non si risolve solo per la via dell'ipotesi neurobiologica". La psichiatria, d'accordo con Binswanger, il padre dell'approccio fenomenologico-esistenziale, è una scienza dell'uomo, dell'esistenza. Esistenza che non è solo "natura", ma è anche spirito, cultura, storia. E' persona, volta a "comprendere" l'altro, ossia l'uomo nella sua "globalità".

 

   Il disturbo mentale è inteso come un insieme di relazioni, vissuti, esperienze, mentre il campo dell'organicità (genetica, cerebrale, endocrina) è un settore del suo ambito. La patologia mentale diventa l'espressione di una interazione biologico-sociale. Fattori endogeni ed esogeni, processi organici e psicodinamici, meccanismi psicoreattivi della personalità, condizioni psico-sociali hanno un profondo significato nell'insorgenza dei  disturbi psichiatrici.

   Da questa impostazione, nasce una concezione olistica dello sviluppo dei processi neurali e psicologici, ossia di "un'integrazione globale neurobiologico-psicoanalitica. E' l'idea di "un modello interdisciplinare" destinato a chiarire e comprendere sempre meglio la correlazione tra concetti psicodinamici e acquisizioni neuroscientifiche, tra "mente-cervello" e "mente-persona".

 

   In questa tensione "natura-esistenza", si pone anche la psicoanalisi secondo una feconda prassi umanistica. La psicoanalisi, secondo Brunetti, propone una teoria generale dello sviluppo dell'uomo, normale e anormale, consentendone la comprensione genetica basata sulla regressione a stadi precoci e libidici, che fanno parte dell'evoluzione della persona umana. Questo approccio rappresenta una guida a una comprensione più complessa del rapporto tra mente e cervello.

 

   Assume pertanto notevole rilievo- spiega Brunetti- il metodo della psicoterapia in psichiatria  soprattutto "nell'individuazione della vita psichica inconscia, che è la grande scoperta del Novecento".

   Oggi, la psicoanalisi ha assunto "una sua dimensione teorica e pratica, costituendo il punto di riferimento di ogni metodo di psicoterapia".

   A sua volta, il contributo della fenomenologia e della filosofia esistenziale ha condotto a una "riformulazione" (Callieri) delle questioni in oggetto e a un modo "radicalmente diverso" di essere psichiatri, superando in tal modo le categorie riduttive biologiche e psicologiche. Secondo questo modello, l'oggetto della psichiatria non è più il cervello, ma la "soggettività" del paziente, la sua interiorità, gli stati soggettivi, interiori, privati, personali.

 

   Il soggetto viene colto nella sua "irriducibile singolarità, nella sua ulteriorità come persona al mondo, come persona, secondo una prospettiva che va da Husserl a Jaspers, Heidegger e Binswanger. L'esistenza è vista come "noità", "coesistenza", è "l'esserci-nel-mondo". "Esse est coesse", è la natura antropologica dell'incontro, "dell'essere-in-relazione".

   L'incontro con l'altro rivela l'altro a me non come oggetto, ma come "esistenza", come "sorgente di senso e di significato". Si tratta di una svolta antropologica, che è la "vera rivoluzione copernicana" della psichiatria  odierna. L'integrazione tra neuroscienze, psicoanalisi e filosofia esistenziale viene dunque a porsi come "un'avvincente possibilità, destinata -riflette Brunetti- a creare nuovi orizzonti di ricerca".

 

   Storicamente, la riflessione sul cervello, la mente e l'anima, per Brunetti, è antica quanto il pensiero umano. Fin dai primi filosofi, si sostiene l'idea di un' anima immateriale, di non corporeo, e dunque indipendente dal corpo e dalle leggi della scienza. Se l'anima è immateriale è perciò immortale.

   Con l'avvento delle nuove neuroscienze nel Novecento, i neuroscienziati non parlano più dell' anima, bensì della mente, la quale viene identificata con il cervello. C' è identità tra cervello e mente. La mente cade in tal modo sotto il dominio del metodo scientifico, sperimentale. Stati mentali e stati cerebrali coincidono. Rimane tuttavia un mistero come il cervello dia vita alla mente, alla coscienza e alle esperienze soggettive.

 

"In verità, l' essenza della natura umana- dichiara Brunetti- sta nella sua 'psyché', ossia nella sua anima. Che è oltre il terreno empirico e fenomenico. Il pensiero umano è incessante ricerca dell' ulteriore, del pensare-oltre, del trascendente, dell' assoluto. Al di là dell' oggetto, del corpo e del cervello, oltre il mondo sensibile. E' un salire e un aprirsi  al sovrumano, un dilatarsi fino all'infinito".

 

 Sono concetti che hanno dato vita a una concezione dell'essere umano che il nostro "umanista-scienziato" sviluppa con magistrale perizia.

   Infatti, Guido Brunetti- scrive Tonino Cantelmi, docente di psichiatria nell' Università "La Sapienza" di Roma- "è noto per aver elaborato la Teoria trinitaria della persona umana, la quale rappresenta un contributo fondamentale al progresso della conoscenza". E' una dottrina che "esprime un decisivo superamento sia del riduzionismo  scientifico che  del riduzionismo operato dalle scienze umane". Emerge una grande visione dell'uomo e del mondo, che concorre ad approfondire l' essenziale della persona, la quale acquisisce un valore intrinsecamente ontologico e quindi etico.

 

   Concludendo, la sua vasta e importante produzione scientifica espressa attraverso libri e saggi e gli eccellenti giudizi di autorevoli neuroscienziati e studiosi, come la definizione di Brunetti di "umanista-scienziato" e quella di essere "uno dei pochi autori in grado di scrivere un libro sul cervello, la mente e la coscienza fanno davvero appartenere Brunetti, come è stato scritto, al "pantheon" dei classici della letteratura neuroscientifica e delle scienze umane".

 Anna Gabriele

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- Filosofia/Scienza

Perché c’è identità tra mente e cervello

Guido Brunetti

Perché c'è identità tra mente e cervello

 

   A cominciare dagli anni Novanta del secolo scorso, le neuroscienze hanno sostenuto che la mente è un "prodotto" del cervello, ossia ha una natura biologica, fisica, materiale. I neuroscienziati in tal modo possono procedere ad analizzare, seguendo il metodo scientifico, l'organizzazione e il funzionamento degli stati mentali e degli stati cerebrali.

  Di qui, l'assunto di Francis Crick secondo cui l'essere umano è " un fascio di neuroni". La mente diventa una proprietà del cervello (Damasio), il collegamento di insiemi di neuroni. Tutti i processi mentali, perfino i processi psichici più complessi, "derivano"- ha scritto il premio Nobel per la medicina, Kandel- da "operazioni del cervello", poiché ciò che comunemente chiamiamo mente- ha aggiunto- rappresenta "un insieme di funzioni svolte dal cervello".

   Attualmente, il pensiero dominante tra i neuroscienziati è decisamente "riduzionista" nella sua insistenza sulle spiegazioni neurali. E' una operazione che ha "strappato" il controllo dell'anima e della mente dalle mani  dei filosofi e dei teologi.

 

   Come, quando e perché la mente emerge? Invero, le caratteristiche "uniche" dell'essere umano comprendono, la coscienza di sé e degli altri, il linguaggio e la vita sociale. Su queste capacità emerge uno speciale attributo umano che chiamiamo mente (Rose).

   Il problema irrisolto e forse irrisolvibile verte su come la mente, che è immateriale, sorga dal cervello, che è materia. Permane dunque un mistero il rapporto mente-cervello. Alcuni neuroscienziati ritengono insolubile questo problema, altri studiosi invece pensano che un giorno possa essere superabile.

 

   C'è poi un'altra importante questione. Se le decisioni sono prese dal cervello, che è un oggetto fisico e quindi sottoposto alle leggi della fisica, la nostra volontà non è "libera" di scegliere fra opzioni diverse proprio in quanto meccanismo neurale elettrochimico.

   Finora, non è ancora dimostrato che noi siamo "un fascio di neuroni", un "pacco di neuroni" o "cellule nervose" in una regressione all'infinito. I neuroscienziati inoltre tralasciano di chiedersi chi siano i "noi" che dovrebbero capire come funziona questo "fascio di neuroni". L'assunzione perciò che la mente non è altro che un prodotto del cervello ci appare un concetto scadente, e comunque deve essere verificato.

   La domanda in che modo da una serie di meccanismi cerebrali un evento acquisti significato, diventi cioè coscienza, rimane ancora senza risposta. Per Cartesio, esistono due istanze ontologiche: la "res extensa" (la materia, il cervello) e la "res cogitans", cioè l'anima che pensa, riflette ed è consapevole di se stessa (coscienza). " di neuroni e di altre cellule, ma siamo anche esseri umani, Siamo un' essenza, una mente che si costituisce attraverso l'interazione evolutiva, ontogenetica e storica dei nostri cervelli e dei nostri corpi con gli ambienti sciali, esperienziali e naturali che ci circondano. Abbiamo la capacità di creare e ricreare i nostri mondi. La nostra conoscenza può essere arricchita dal sapere neuroscientifico, ma non può essere sostituita. Abbiamo una spiritualità, che non può essere "ridotta" (riduzionismo scientifico) ai neuroni e alle sinapsi.

 

Certamente, la mente e la coscienza sono passibili di investigazione scientifica, ma esse non si prestano ad essere "ingabbiate" dai metodi scientifici con le tecniche di brain imaging, gli elettrodi e i nostri armadietti dei medicinali"(Rose). Le nostre menti quindi sono "attivate" dai nostri cervelli, ma non sono "riducibili" ad essi.

    L'emozione che si prova di fronte a un brano musicale o a un tramonto, la gioia di uno sguardo di una persona che amiamo, lo struggimento che si avverte per tanti eventi della vita, lo stato soggettivo, unico che si sperimenta per la "rossità" del rosso, per l'aroma del caffè o per "un buon bicchiere di vino", che per Thomas Mann, è "un dono di Dio", sono tutti stati d'animo che vengono sentiti come diversi da un evento fisico, anche se per ognuno di essi si individuano aree cerebrali attive.

   Concludendo, non possiamo spiegare gli eventi soggettivi soltanto con il loro correlato fisico (neuronale, biologico).

 

  

 

 

 

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- Filosofia/Scienza

Il significato della nostra esitenza

Guido Brunetti

Il senso dell' esistenza e il destino della persona umana

 

   Il percorso umano, sociale ed etico dell' uomo è sotteso da un processo che parte dall' opinione (doxa), da ipotesi basate su  conoscenze incomplete e giudizi soggettivi per giungere alla scienza.

   In questo contesto, qual è il compito dell' uomo di cultura- scienziato, filosofo scrittore-?  Nella "Repubblica, Platone sostiene che il suo ruolo è quello di "amare" la conoscenza nella sua totalità e non solo in qualche singola parte.

   Ma cosa è la conoscenza? E' la scienza. La scienza è conoscenza razionale (diànoia), non è conoscenza sensibile, che è dominio dell' opinione. La congettura ha per oggetto "ombre e immagini". Le quali sono "copie" (Platone) delle idee e delle cose, copie delle "sostanze eterne", le quali costituiscono il mondo dell'essere. Che è il mondo dell' unità e dell' ordine assoluto. Alla sua sommità, tutta la conoscenza, si esprime come conoscenza dell' essere.

   Ciò che assolutamente è, è assolutamente conoscibile; cio che in nessun modo è, in nessun modo è conoscibile. All' essere dunque corrisponde la scienza, che è la conoscenza vera. Al non-essere corrisponde l' ignoranza. L'uomo che non conosce è, per Platone, "uno schiavo che incatenato in una caverna è costretto a guardare sul fondo di essa le ombre degli esseri e degli oggetti".

   La caverna è il mondo sensibile. Le ombre proiettate sul fondo sono gli esseri naturali. La nostra conoscenza è come quella degli schiavi. Se lo schiavo che si è prima liberato torna nella caverna, i suoi occhi saranno "offuscati" dall' oscurità e non saprà "discernere" le ombre.

 

   Il processo di sviluppo consiste allora nel muovere l' uomo dalla riflessione del mondo delle ombre alla riflessione del mondo dell'essere, e nel condurlo in modo graduale a riconoscere la vetta più alta dell' essere. Che è il "bene". Il quale è come il "sole" che non solo rende visibili le cose con la sua luce, ma le fa nascere, crescere e nutrirsi. Così il bene, che rende conoscibili le idee e i pensieri.

   La realtà della vita spesso è animata dalle illusioni, dalle credenze erronee, dagli errori dei sensi o da quelli dell'mmaginazione, che fanno percepire l' apparenza come realtà.

   L' essere umano per superare queste illusioni deve rivolgersi alla parte superiore dell'anima, alla parte più nobile della mente, dai neuroscienziati chiamato "neo-cervello", in contrapposizione alla sua parte più arcaica, il cervello "rettiliano", una pulsione di distruzione e autodistruzione. La stessa cosa fa la poesia, la quale- precisa il grande filosofo greco- "stimola" la sfera più emotiva dell' anima, quella che si abbandona agli impulsi ed ignora "l' ordine e la misura" in cui consiste la virtù. Così operando, il poeta "volge le spalle alla ragione".

 

   Qual è allora il "senso" dell' esistenza umana? E' il cammino dell' uomo verso la conoscenza e la saggezza, alla ricerca della propria interiorità e del proprio io.

   L' uomo che conosce è colui che proietta la sua scelta di vita, la scelta cioè che ciascuno fa del proprio destino nella dimensione del trascendente, nel "mondo di là". Non è il "demone" (daimon) che sceglierà la vostra sorte, ma siete voi a "scegliere" il vostro demone. La virtù infatti è "libera a tutti". Ognuno è responsabile del proprio destino. Un concetto che Cicerone esprime così: "Suae quisque fortunae faber est". Dio- spiega Platone- non è "responsabile".

 

   La vita dell' uomo è invero l' esito di una combinazione di molteplici fattori polieziologici: geni, famiglia, ambiente, scuola, cultura, esperienze, caso. Se egli sceglie con giudizio, può ottenere "una vita felice". Il pericolo è quello di farsi "abbagliare" dai modelli, dai feticci della vita apparentemente brillanti, ma che celano infelicità e male. La sua bussola risiede nella "virtù", nel "bene".

   C'è un solo bene, la sapienza, c'è un solo male, l' ignoranza. Se dunque vuoi diventare "migliore"- chiarisce Socrate- non devi curare solo il corpo, ma anche la tua anima. Poiché l' anima è in grado di cogliere quello che i sensi non colgono.

 

 

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- Filosofia/Scienza

Angelo o demone ?

 

Saggio breve

 

Guido Brunetti

Angelo o demone?

 

Dovunque Dio erige una chiesa/ sempre il demone

innalza una cappella;/ e se vai a vedere,

troverai/ che dal secondo

ci sono più fedeli.

(Daniel Defoe)

                                                                 

Talvolta/ il Diavolo è un gentiluomo.

(P. B. Shelley)

 

Oggi, le straordinarie scoperte delle nuove neuroscienze, realizzate attraverso i metodi di "brain imaging", mostrano che il cervello è una combinazione di bene e male, miseria e nobiltà, egoismo e altruismo, malvagità e bontà.

Ricerche effettuate in materia indicano che bene e male sono proprietà che hanno una base biologica, sono innate, stampate cioè nei geni. Poi, la differenza la fanno i neuroni "mirror", i cosiddetti "neuroni specchio", l'ambiente, l' educazione ricevuta in famiglia e  scuola e gli esempi che ci provengono dal villaggio della società, dalla televisione e da altri mezzi di comunicazione.

 

E dunque l' uomo è un angelo o un demone? Per Pascal, non è né angelo né bestia, e sventura vuole che chi vuol fare l' angelo "faccia la bestia". Penso che il demone- afferma Dostoevskij-  non esista. L' ha creato l' uomo e l' ha creato a "sua immagine e somiglianza".  Un pensiero che evoca  la Bibbia: "Faciamus hominem ad immaginem et similitudinem nostram" (Genesi). Vedendo tuttavia che la malvagità degli uomini era grande, il Signore "si pentì di aver fatto l' uomo sulla terra". La condotta degli uomini è "tale- aggiunge l' Ecclesiaste-  in quanto Dio vuol mostrarli quali sono e far vedere che essi non sono altro che bestie".

 

Talora, l' essere umano ritiene di essere Dio e ragione "perché - spiega Tolstoj- Dio è in lui". Egli- aggiunge il grande scrittore- ha coscienza di "essere un porco e ha egualmente ragione perché il porco è in lui. Ma si sbaglia crudelmente quando prende il porco per un Dio".

 

Contrariamente a quanto molti pensano, "non siamo angeli, ma primati molto evoluti. Siamo pervenuti all' "Homo sapiens" attraverso l' evoluzione biologica e l' evoluzione culturale. Eppure noi- precisa il neuroscienziato Ramaschandran- "non ci sentiamo primati, ma angeli che, intrappolati in corpi di bestie, anelano costantemente alla trascendenza e tentano di dispiegare le ali nel volo".

 

Possiamo concludere queste brevi riflessioni, dicendo che l' essere umano si trova a vivere un pò al di sotto dell' angelo e un pò al di sopra della bestia.

 

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- Scienza

Genio e Morbus sacer

Guido Brunetti

GENIO E MORBUS SACER

1. Celebri personaggi e morbo sacro

2. L'esperienza dolente ed esaltante di Dostoevskij

3. Concetto di morbo sacro

4. Il rapporto medico-paziente, all'inizio di ogni successo terapeutico

5. Il medico, una figura in dissolvenza

 

1. CELEBRI PERSONAGGI E MORBO SACRO

 

Artisti, scrittori, poeti, filosofi, santi, imperatori e molti altri celebri personaggi hanno convissuto con l'esperienza del "Morbus sacer" (morbo sacro, epilessia) come lo definivano i greci. Citiamo, tra gli altri, San Paolo e Giulio Cesare, Maometto, Socrate, Pitagora e Aristotele, Alessandro Magno, Petrarca, Napoleone, Leopardi, Flaubert, Van Gogh, Byron.

 

Compare nelle opere di Dante, Shakespeare, Dikens, Dostoevskij. Nel XXIV Canto dell' Inferno, il sommo poeta descrive una crisi convulsiva. Lo scrittore inglese a sua volta ne parla nel "Giulio Cesare" e nella tragedia "Otello". Riferendosi all'imperatore romano, scrive: "E' caduto a terra nel foro, con la schiuma alla bocca ed è restato senza favella".

 

2. L'ESPERIENZA DI DOSTOEVSKIJ

 

Ma è stato Dostoevskij a raccontare le sue sofferte esperienze  in modo impressionante e drammatico, caratterizzate da spaventose e insieme meravigliose senzazioni. Nella sua opera "L'idiota", il grande autore scrive: "...improvvisamente gli si spalancò davanti un abisso: una straordinaria luce interiore gli illuminò l'anima. Quella sensazione durò forse un mezzo secondo, nondimeno, egli si ricordò in seguito con chiara consapevolezza il principo, la prima nota dell'urlo terribile che gli sfuggì dal petto...Poi, la sua coscienza in un attimo si spense e subentrò una tenebra fitta. Era stato colto da un attacco di epilessia".

 

Attraverso le parole del mite principe Myskin, Dostoevskij continua a raccontare il proprio rapporto con un male che lo accompagnò per tutta la vita. Un disturbo che Freud, con superficialità e inconsistenza neuroscientifica, definì (lui neurologo!) il  sintomo di una nevrosi, attribuibile al complesso edipico.

L'autore paragona il momento antecedente all'attacco  epilettico ad una "visione paradisiaca". Un momento "estatico", arrecando al paziente una visione di "grande bellezza". L'effetto che esso produce- aggiunge- "risulta sommamente armonico e sublime". 

 

Sono pagine di grande intensità emotiva. In mezzo alla tempesta e alla scarica dei neuroni, Dostoevskij sembra attraversare anche momenti di "estrema calma", come vedremo di seguito.

"Ad un tratto, nella tristezza, nel buio e in uno stato di angoscia e oppressione, il suo cervello- scrive- sembrava accendersi di colpo, tendendo in un estremo impulso tutte le proprie energie vitali. In quell'attimo, che aveva la durata di un lampo, la sensazione della vita e il senso dell'autocoscienza sembravano decuplicare  di forza. Il cuore e lo spirito si illuminavano di una luce straordinaria. Tutti i dubbi, tutte le ansie e le agitazioni- aggiunge l'autore- sembravano quietarsi di colpo, si risolvevano in una calma suprema, piena di armonica e serena  letizia, di speranza, di ragionevolezza e di penetrazione suprema".

 

E' un accendersi di sensazioni, sentimenti, passioni, afflizioni. E' un Dostoevski che si rivela un grande psicologo. Possiede la straordinaria, sottile e profonda capacità di rappresentare tutti i lati più oscuri e interiori dell'animo umano, di spiegare l'ontologica finitezza dell'uomo, le sue pulsioni istintuali, la sua complessità e i suoi numerosi conflitti.

Mykin soffre di attacchi del morbo sacro, ma è un principe "buono". Raffigura l'uomo "pienamente splendido" circondato da un mondo popolato da uomini e donne che invece vivono nella "tenebra e nel loro male interiore, e che da quello "splendore" sono attratti e respinti al tempo stesso. Contro il dolore radicale dell'essere umano e contro un mondo dilaniato dalle passioni e dall'irrompere degradante dei tempi nuovi, Myskin vive il lato estatico, lo splendore "dell'istante", che è il tempo delle crisi epilettiche. Lo splendore di Myskin è quella bellezza che  "salverà il mondo".

 

Oltre al principe Myskin, Dostoevskij ha descritto altri personaggi affetti da crisi epilettiche, come Smerdiakov nei "Fratelli Karamozov", Nellie in "Uminiati e offesi", Kilrillov ne "Gli ossessi" e Ordynov in "La padrona".

 

3. CONCETTO DI MORBO SACRO

 

Genio e morbo sacro, dunque. Un binomio ricco di feconde, meravigliose prospettive e di sorprese.

Giunti a questo punto, dobbiamo definire il concetto di epilessia. E' una sindrome caratterizzata da un "polimorfismo sintomatologico"(Vizioli), improvvisa perdita di coscienza (dal greco epilepsìa, attacco improvviso), crisi convulsive e da una serie di fenomeni motori, sensitivi, neurovegetativi e psichici. Si tratta di un disturbo del sistema nervoso, la conseguenza di un disordine parossistico dell'attività elettrica del cervello, provocato da una scarica esagerata di neuroni. E' stato Ippocrate a riconoscerne per primo l'origine cerebrale.

 

Le crisi sono polimorfe e spaziano dalla semplice assenza (pochi secondi di perdita di coscienza) alle mioclonie (brevi scosse muscolari), alle crisi convulsive della durata di qualche decina di minuti con irrigidimento degli arti e del tronco, bava alla bocca, caduta a terra.

 

Si distinguono due tipi fondamentali di epilessia: il grande male e il piccolo male. Essa insorge più di frequente durante l'infanzia, ma può comparire anche durante l'età adulta. Elementi principali sono l'accessualità (compare all'improvviso), la transitorietà della crisi e la tendenza a ripetersi.

L'accesso compare saltuariamente con frequenza varia da soggetto a soggetto, spesso preceduto da segni premonitori e dalla cosiddetta aura (malessere, cefalea, malumore, allucinazioni) o parastesie, come formicolii, solletico, intorpidimenti.

 

Molte le definizioni, come ad evidenziare la sua inafferrabilità: "morbus sacer", "morbus demonicus", "morbus astralis", "morbus herculanus". Sono denominazioni che  indicano  connotazioni magico-religiose, a denotare cioè come gli dei, i demoni e gli astri fossero considerati i responsabili del disturbo.

A differenza di tutte  le altre patologie, l'epilessia- afferma Raffaello Vizioli- è un "pattern", un modello di comportamento preformato del sistema nervoso centrale. Questo significa che, date determinate condizioni, "ogni essere umano può presentare una crisi epilettica". Questa sindrome inoltre presenta una grande varietà di cause, come trauma alla nascita, traumi cerebrali, fattori genetici, ecc.

 

Circa la terapia, dobbiamo precisare che sono numerosi i farmaci indicati per la cura dell'epilessia. E' stato osservato poi che una dieta ricca di lipidi, povera di carboidrati, ipocalorica e con scarso contenuto di glucosio è in grado di ridurre le crisi.

Nella terapia antiepilettica occorre eliminare assolutamente o per lo meno ridurre drasticamente l'assunzione di bevande alcoliche, evitare la perdita di sonno e i cibi piccanti. Importante, infine, non interrompere bruscamente la terapia in corso.

La formazione del medico infine -cultura e professionalità- è "essenziale" per diagnosticare in modo esatto una delle malattie più complesse del sistema nervoso, per eliminare tabù e pregiudizi e per consentire al soggetto una normale vita di relazione. Questo significa che occorre "evitare di medicalizzare un paziente che  si vorrebbe sempre meno medicalizzato" (Vizioli).

 

4. IL RAPPORTO MEDICO-PAZIENTE, ALL'INIZIO DI OGNI TERAPIA

 

 Come in tutte le patologie, anche in quella epilettica risulta fondamentale il rapporto medico-paziente.

In realtà, l'irrompere della tecnica in medicina sta minacciandi di "oscurare" l'importanza di questo rapporto e la considerazione del malato come persona. Il medico è chiamato a sviluppare la sua capacità empatica e di ascolto, mostrando di essere capace di gestire non solo gli aspetti tecnici della medicina, ma anche quelli che includono il rapporto umano. Che per noi, d'accordo con autorevoli studiosi, è la base del successo di ogni terapia.

 

Occorre allora recuperare la dimensione umana della medicina, delle malattie e dei malati.

L'ascolto del medico richiede partecipazione emotiva, capacità di tacere e di interloquire "soltanto al momento giusto e nel modo giusto" (Cagli). La saggezza ha una funzione maieutica di ascolto e di attenzione, di analisi e di conoscenza interiore, di controllo dell'Io e delle proprie emozioni, degli stati d'animo e del mal di vivere.

Una parola non gentile, infelice, pronunciata dal medico può causare "ferite che sanguinano". Una parola gentile, felice, invece, può generare benessere fisico e mentale. Nessuna parola deve arrivare sulle labbra che prima non sia stata nel cuore (Gide).

La gentilezza è saggezza, qualità estranea nell'epoca in cui viviamo.

Non c'è cura, cura dell'anima (mente) e cura del corpo se non è "intessuta" di saggezza e dunque di gentilezza.

 

5. IL MEDICO, UNA FIGURA IN DISSOLVENZA

 

I concetti finora esposti concordano con i dati emersi dalla ricerca di autorevoli studi che mostrano come la medicina moderna abbia acquistato in tecnologia quello che ha perduto in "umanità".

Un cambiamento traumatico.

Una svolta antropologico-medica.

Una barriera calata tra medico e paziente.

Evidenziamo un paradosso presente nella medicina: quello di dover rendere "umano" ciò che che umano dovrebbe essere per statuto e definizione e che invece si ammette di essere "scaduto" a "disumano" qual è una cura stravolta in "incura" (Cosmacini).

E' la disumanizzazione della medicina.

I medici appaioni ansiosi, insicuri, frustrati e dunque aggressivi, rigidi, scostanti, algidi. Sono tutti sintomi di meccanismi di difesa per controllare uno stato di angoscia e insicurezza e contro una minaccia (inconscia) al proprio equilibrio psico-emotivo.

Bonomia, serenità, affabilità, gentilezza, empatia: qualità invocate, ma scomparse.

 

Il medico? Una figura consumata, in dissolvenza, talora "superstite" in qualche sconosciuto esemplare. E' la rinuncia alla propria vocazione "umanologica". Un medico burocrate, "somatologo", tecnico di un corpo scisso. Attento soltanto ai dati che emergono dagli infiniti esami di laboratorio.

Il paziente? E' ciò che risulta da questi esami. Un corpo scisso in un Io scisso, frantumato, senz'anima?

La persona? Non c'è più. C' è solo un insieme di organi su cui indagare. E sempre per tentativi ed errori. La medicina infatti non è una scienza esatta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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- Filosofia/Scienza

I sogni e il mondo simbolico dell’uomo

Guido Brunetti

I sogni e il mondo simbolico dell'uomo

 

Il sogno è una manifestazione della vita umana. Le sue origini sono al centro della ricerca scientifica e rimangono ancora un mistero. I dati delle   nuove neuroscienze mostrano che la sua sorgente risiede nel cervello umano e  i meccanismi cerebrali dell'attività onirica si sovrappongono con quelli della coscienza, della memoria e delle emozioni. Il fascino del sogno, l'attrazione e la paura che incute fanno parte del mondo simbolico dell'uomo.

 

Fin dall' antichità, nell'antico Egitto e nella Bibbia, il paradigma che emrge dall'interpretazione dei sogni è quello di considerare i sogni quali messaggi e simboli enigmatici provenienti dalla divinità, allo scopo di accedere al mondo spirituale, conoscere i desideri e gli ammonimenti degli dei, prevedere il futuro e comprendere il presente.

Il sogno, per Democrito e la concezione epicurea, è determinato dai "simulacri" delle cose, mentre Platone sostiene che esso non è meno reale della veglia. Si tratta- precisa Aristotele- di  un' attività psichica dell'uomo quando dorme.  Schopenhauer infine, dopo aver ammesso l'impossibilità di effettuare una separazione tra sogno e realtà, conclude che la "vita e il sogno sono pagine di uno stesso libro"

 

Nel Novecento, è stato Freud con la sua opera "L'interpretazione dei sogni" a indagare le zone più profonde della mente per risalire alle radici del trauma per mezzo della psicoterapia. I traumi si celano nell'inconscio e si rivelano nelle forme del sogno, il quale diventa pertanto uno strumento fondamentale per accedere all' inconscio. I sogni, per il padre della psicoanalisi, sono la " via maestra" per la comprensione della mente inconscia.

 

Nell'attività onirica, un ruolo importante, come precisa Vittorino Andreoli nel suo nuovo libro "Le sorgenti del sogno" (Marsilio Editori), rivestono i desideri. Che sono l'espressione del proprio Io, l' estrinsecazione di "un egoismo senza limiti e si declinano come soddisfazione del loro raggiungimento o frustrazione per non averli soddisfatti". Il sogno è dunque una "struttura psichica" (Freud), ha un preciso significato legato ad un "appagamento" di desiderio   e si basa in buona parte su sensazioni lasciate da vicende infantili.

 

Il sogno poi ha anche una valenza di "liberazione" dello spirito dal potere della natura e un mezzo per "affrancarsi" dell'anima dai legami dei sensi (Schubert). Il sogno liberatorio è un sintomo di un evento "conflittuale" o di un "blocco". Spesso è legato a una sensazione di ansia, angoscia, tristezza o malinconia.

 

Nel sogno, l'aspirazione al piacere- libido- preferisce gli oggetti "più proibiti", come la donna altrui o gli oggetti incestuosi: la madre e la sorella per l'uomo; il padre e il fratello per la donna. Altri sentimenti che compaiono fanno riferimento a odio, morte e vendetta verso i "più prossimi" (genitori, coniuge, figli, fratelli). Non tutti i sogni tuttavia hanno questa valenza drammatica. Ci sono anche sogni che esudiscono desideri giusti e bisogni fisici legittimi. Nel sogno avviene l'eliminazione del ricordo, un processo definito "rimozione". Che ha lo scopo di proteggere il soggetto da ansia, angoscia o depressione.

 

L'elemento comune ai sogni REM e a quelli non-REM riguarda il livello di eccitazione- arousal-. Per sognare infatti è necessario un certo grado di eccitazione. Il cervello subito dopo che ci si è addormentati è ancora eccitato. Lo stato Rem è caratterizzato da un'attivazione che interrompe un sonno tranquillo. Anche la fase  del primo mattino è carattewrizzato da uno stato di eccitazione. In mancanza di una soglia di attivazione non si genera alcun sogno.

 

Oggi, le neuroscienze sono pevenute a comprendere molto sulla natura neurobiologica dei sogni, in particolare sulle regioni del cervello e sui processi mentali che appaiono fondamentali nello stato onirico.

Sta di fatto che i meccanismi neurali dei sogni sembrano sovrapporsi ai processi neurali della sindrome psicotica e delle allucinazioni. Ciò conferma la teoria secondo cui l'interpretazione dei sogni può fornire una chiave di lettura per spiegare la malattia mentale.

Nei sogni in sostanza c'è tutto l'essere umano: i suoi bisogni, i suoi sentimenti, gli avvenimenti della sua vita, il suo carattere, il suo vissuto. Nei sogni insomma si rivela la genuina personalità dell'individuo in ciò che c'è di più spontaneo e caratteristico. Per questo abbiamo scritto che i sogni sono la "via maestra" per conoscere il mondo inconscio dell' essere umano.

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- Filosofia/Scienza

Neuroscienze. Affetti, sentimenti, emozioni.

Guido Brunetti

Neuroscienze. Affetti, sentimenti, emozioni

 

Negli ultimi anni, il sistema delle emozioni e dei sentimenti è divenuto uno dei temi centrali delle neuroscienze

Tutti gli aspetti dell' esperienza umana sono caratterizzati dalle emozioni. Le quali sono considerate dalle nuove neuroscienze un fattore ineliminabile per comprendere il cervello e la mente, ossia i nostri comportamenti.

A partire dalla seconda metà del Novecento, sono state proprio le neuroscienze affettive ad avviare lo studio delle basi neurali delle emozioni e ad analizzare i processi mentali legati alle dinamiche degli affetti e dei sentimernti e ricercare altresì i loro meccanismi cerebrali.

 

Letizia e affanno, gioia e tristezza, odio e amore, altruismo ed egoismo, paura e rabbia e disgusto. Sono sentimenti che da sempre attraversano la vita dell'uomo e contribuiscono a definire il nostro io e le nostre azioni. Sono infatti le emozioni a determinare gran parte di quello che siamo. Come conferma Gustavo Charmet nel suo nuovo libro "Il motore del mondo" (Solferino), gli esseri umani   decidono in base ai loro sentimenti. L'emozione insieme con la cognizione e la motivazione forma la trilogia del cervello e della mente.

 

I processi affettivi ed emozionali sono in sostanza "le fondamenta" (Panksepp) su cui si è costruita la dimensione del bello e del brutto della nostra vita. Una delle maggiori sfide delle neuroscienze moderne è quella di "scoprire" in che modo le strutture del cervello possano "produrre" la mente, la coscienza e gli stati affettivi. I sentimenti hanno le loro origini nelle emozioni, ma coinvolgono la ragione e la coscienza. Che sono il nucleo "più irriducibile e prezioso" dell'attività mentale (Boncinelli).

Il concetto di emozione comprende un insieme complesso di elementi soggettivi ed oggettivi, uno stato di "attivazione fisiologica" (arousal) e di sistemi cerebrali elaborati nel corso dell'evoluzione, coinvolti nella sopravvivenza dell'individuo e della specie.

 

Quando parliamo di coscienza, termine che presenta una enorme latitudine di significati, indica in realtà l'autocoscienza, cioè la consapevolezza di sé, della proprie interiorità e della propria posizione nel mondo.

Gli studi condotti su pazienti che vivono con i due emisferi cerebrali separati (split brain), a causa di traumi o di interventi chirurgici, hanno fornito un rilevante contributo all'approfondimento del concetto di coscienza, mostrando che ciascuno dei due emisferi può avere una sua consapevolezza e avere una capacità di apprendere, ricordare, provare emozioni.

 

L'emozione è uno stato dell'individuo che si esprime attraverso una vasta sintomatologia generata dal grado di attivazione del sistema nervoso (battito cardiaco, sudorazione, pallore, rossore, ecc.). Molte ricerche hanno mostrato l'importanza del sistema limbico (amigdala e ippocampo) come centro delle emozioni.

 

Gli stati soggettivi sono in realtà qualcosa di estremamente difficile da definire. Ogni tentativo di dare una definizione di emozione o di coscienza appare pertanto "fuoviante e restrittivo" (Crick). Sono stati dell'animo presenti in tutti i mammiferi e nascono dalle aree "più profonde" del cervello fino ad arrivare alle forme più sofisticate ed alte nella corteccia cerebrale.

 

 Nella concezione psicoanalitica, i sistemi emotivo-affettivi sono alla base della vita mentale e indicano uno stato di tensione associato a una pulsione istintiva, Freud sostiene che le pulsioni umane sono radicate nei nostri bisogni fisiologici e le raggruppa in due categorie: libido e aggressività. Nella filosofia greca classica e nella letteratura antica, già con Sofocle ed Euripide, le "passioni", come ad esempio "eros", sono prese in forte considerazioni. Noi umani- precisa Heidegger- siamo "emozione" prima che conoscenza. La soggettività- la coscienza- non è uno stato, ma un "processo" in divenire. E' ciò che determina l'essere, cioè "l'esserci". Le ricerche neuroscientifiche  dimostrano che le emozioni positive (gioia, felicità, desiderio, soddisfazione, entusiasmo) migliorano lo stato di salute  bio-psichica e mentale ed hanno effetti benefici su molte patologie. Infatti, tutte le forme di disturbi psichiatrici sono legate ad un'alterazione delle emozioni.

 

Le emozioni, che sono esperienze soggettive per lo più inconsce, poi, sono l'essenza dell'arte, della poesia, della musica. Ci permettono di innamorarci e di sentirci legati agli altri. I comportamenti non verbali, come sguardi, tono della voce, movimenti del corpo, espressioni facciali, rappresentano infine elementi fondamentali di comunicazione delle emozioni. Che ci danno la possibilità di percepire gli stati mentali degli altri.

 

 

 

 

 

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- Filosofia/Scienza

Il tramonto dell’anima

Guido Brunetti

Il tramonto dell'anima

 

Introduzione

 

Il concetto di anima ha una lunga storia. Comincia dai tempi più antichi con i testi omerici, l'orfismo e soprattutto con la filosofia greca, prosegue con il cristianesimo per giungere al Novecento, quando la nozione di anima, mente e coscienza passa nella sfera di competenza delle nuove neuroscienze. L'anima scompare. Scompare anche lo spirito.

Le neuroscienze infatti attribuiscono alla mente e alla coscienza una natura biologica. C'è "identità" tra mente e cercello. Tutti i processi della psiche sono funzioni del cervello. Non esitono eventi mentali, ma solo cerebrali.

 

E' il tramonto dell'anima, che subisce un processo di progressivo impoverimento, principalmente con la nascita della psicologia e delle neuroscienze, nelle quali l'anima va incontro- come precisa Carlo Vannini nel suo libro "La morte dell'anima" (Casa Editrice Le Lettere)- "ad una morte, che non è quella spirirtuale, ma una vera e propria scomparsa". Sia le neuroscienze che la psicologia non hanno un concetto di anima e pertanto non sono in grado di spiegare l'anima né precisare contenuti, metodi e strumenti. Hanno un concetto di mente o psiche, che però risulta "incerto e ondeggiante", e comunque privo di significato spirituale.

 

L'origine del concetto di anima

 

L'origine del concetto di anima nasce dalla condizione del respiro, del soffio vitale. Il termine latino anima infatti ha la stessa origine del greco ànemos  (soffio, vento, alito) e rappresenta la vita di ogni essere vivente: animato, cioè animale.

 L'idea di anima in realtà nasce in Grecia. Pitagora è il primo autore ad affermare che l'anima non ha principio né fine e che è immortale in quanto eterna. I primi filosofi costruiscono intorno alla nozione di anima concetti fondamentali, come nùs, logos, pneuma. In questo senso, l' anima non è la psiche teorizzata dalle neuroscienze.

 

Platone, Aristotele, soicismo, Plotino

 

Invero, è Platone l'inventore dell'anima, considerata una sostanza spirituale ed eterna. L'uomo- egli dice- non si riduce a corpo, ma è soprattutto anima, principio "immortale, eterno e indistruttibile". L'anima è vista dal padre della filosofia occidentale come una biga alata composta da due cavalli: uno nero, che rappresenta gli istinti, e uno bianco che esprime le passioni più nobili. L'auriga è la ragione.

A dare un'anima all'essere umano e un'anima universale al mondo è Dio (demiugo). La vita dell'uomo e la vita del mondo sembrano perfettamente integrate poiché la sostanza dell'anima, cosmica e individuale, è la stessa cosa. Il mondo dell'uomo è duplice: sensibile e soprasensibile, il corpo e l'anima. L'anima, infine, è suddivisa da Platone in "concupiscibile, irascibile e razionale". E' una sostanza guidata dalla bellezza e da Eros, che è la passione per il bello. Il mondo sensibile è rappresentato dal mito della caverna, dove gli uomini sono incatenati e non vedono che ombre, ossia copie della realtà. Uscendo dalla caverna, l'uomo non è più frenato dalle passioni, ma si affida alla ragione, potendo in tal modo vedere le cose che sono "al di sopra", di vedere quelle realtà che sono nel cielo, nel mondo delle idee (Iperuranio).

 

 Per  Aristotele, l'anima è la forma di un corpo, unità spirituale tra Dio e l'uomo. Anche per lo stoicismo, l'anima è pensata come parte del divino. Dopo la morte, l'anima ritorna "nell'Uno-Tutto". Ancorato al pensiero di Platone c'è quello di Plotino, uno dei più grandi filosofi del mondo antico. Per questo autore, l'elemento più importante è "l' Uno". L'anima non è separata dall'Uno e perciò rimanda allo spirito, L'essenza dell'anima è l'interiorità. il Sé, l'autocoscienza.

 

Il cristianesimo

 

La Bibbia non possiede una nozione di anima, compare il corpo e il respiro, ma il respiro dell'uomo non è il concetto greco di pneuma. Nel Vangelo di Giovanni, viene espressa una concezione dell'uomo come spirito e di Dio ugualmente come spirito. Per Agostino, la via maestra della conoscenza dello spirito e di Dio è "l'introversione, l'interiorizzazione"(In interiore homine habitat veritas). Per Tommaso D'Aquino, il vertice dell'anima è l'intelligenza illuminata dalla sapienza. La "nùs" è un dono divino, una potenza spirituale in grado di "cogliere Dio".

 

Cartesio, Spinoza, Hegel

 

La sapienza antica, basata sulla conoscenza dell'anima e sulla conoscenza di Dio, continua a influenzare anche i grandi esponenti del razionalismo filosofico moderno, soprattutto con Cartesio, Spinoza ed Hegel.

Cartesio è stato l'iniziatore della filosofia moderna, un autore che ha concepito due regioni ontologiche: "res cogitans"( anima, spirito) e "res extensa" (materia, corpo). L'uomo- egli afferma- è "essenzialmente anima", che trova nel puro pensiero, nel "cogito ergo sum", il primo fondamento di verità.

La mente, per Spinoza, è una parte dell'infinito intelletto divino. Il bene supremo dello spirito è la conoscenza di Dio. Senza l'idea di Dio, nessuna cosa può essere nè essere pensata.

Anima e spirito sono anche al centro della concezione di Hegel, la quale si basa sulla conoscenza spirituale. La malattia dell'anima- aggiunge- è quella di restare confinata nella prigione dello psichismo e non diventare quella che è realmente: "l'universale spirito". Che è conoscenza di sé e conoscenza di Dio.

 

La morte dell'anima. Dallo spirito al neurone

 

Fino al Novecento, il concetto di anima, mente e coscienza rimane al di fuori della scienza, in quanto patrimonio esclusivo della filosofia, dell'etica e della religione. Tutto cambia a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, quando le neuroscienze s'impadroniscono della cognizione di mente e cervello. Anche molta parte della filosofia prende in modo deciso la via del corpo, lasciando cadere- evidenzai Vannini- lo spirito e l'anima. In precedenza, è la strada che nel Seicento e nel Settecento approda al positivismo fino a giungere al comportamentismo e alle scienze cognitive.. E' la via che porta alla perdita  del "logos", dell'anima e di Dio. "Abbiamo lasciato andare- scrive Nietzsche- l'anima. E insieme all' anima, abbiamo lasciato andare tutto quel mondo morale e religioso che per secoli ha sostenuto la civiltà occidentale. Abbandonata l'anima, è rimasto il corpo, dando vita al tempo della negazione della ragione, dei valori e della virtù, il tempo dell'esaltazione degli istinti e dell' irrazionale. La scienza è attenta alle facoltà psichiche, ovvero cerebrali, materiali. A una fenomenologia dello spirito si sostituisce un determinismo biologico sul modello  delle scienze fisiche e di quelle biologiche. E' la "riduzione" dell'anima al cervello, alla materia. E' la malattia dell'anima.

 

La crisi della psicoanalisi e della psicologia

 

Già, ai primi del Novecento si comincia a parlare di crisi della scienza dell'anima: Abbiamo non una psicologia, ma tante psicologie senza anima e senza spirito. Una "Torre di Babele" (Buhler), un sapere "pre-paradigmatico", ossia "non scientifico" (Watson). Alla psicologia insomma viene negata l'esistenza di uno statuto di scienza. Al riguardo, Nietzsche parla di "debolezza" della psicologia, poiché l'io della psicologia è un io sottomesso al determinismo, non è cioè lo spirito, una sostanza che guarda "oltre", alla ricerca di un sè più alto. Anche la psicoanalisi viene accusata di non avere un carattere scientifico e si sviluppa su un terreno irrazionale, in quanto nega l'essenza razionale e spirituale dell'uomo. (Grumbaum).

 

Una società di malati

 

L'inizio del terzo millennio dunque registra uno "spostamento" del concetto di anima e della cura delle anime dal campo filosofico, morale e religioso a quello delle scienze naturali. C'è un approccio positivistico-medico, psichiatrico e psicoterapeutico all'individuo e alla sua sofferenza. La malattia ha un'origine biologica nel cervello. La malattia dell'anima viene perciò curata come si curano il fegato o i polmoni. Tutto è affidato ai farmaci, i quali determinano "danni cerebrali irreversibili", e alle tante scuole di psicoterapia (sono state finora riconosciute   quattrocento scuole). La realtà profonda dell'anima, del "logos" e dello spirito resta in tal modo estranea all'essere umano. E' la fine dell'anima, è la morte dell'anima.

 

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- Scienza e fede

Il rapporto tra scienza e Dio

 

Guido Brunetti

Il rapporto tra scienza e Dio

 

Gli straordinari progressi delle neuroscienze stanno paradossalmente allontanando l'uomo da ogni riferimento alla visione spirituale  del mondo, lasciando cadere qualsiasi richiamo all'idea metafisica e morale.

Il pensiero contemporaneo tende sempre più a rifiutare l'assoluto, oscillando tra visioni prometeiche di grandezza e tragiche negazioni della propria identità. L'uomo vuole sostituirsi a Dio. Ma un mondo senza Dio- afferma Dostoevskij- è un mondo senza finalità, progettualità o speranza, dove tutto è possibile.

Autori come Dawkins, Krauss, Harris e Dennet sono uniti nell'obiettivo comune di confutare l'esistenza di Dio. Essi cercano di dimostrare che la religione è "falsa" e che Dio "non esite". Dio viene sostituito dal concetto di evoluzione teorizzato da Darwin secondo cui il mondo è complesso e pertanto non ha bisogno di un "creatore". L'universo, scrive Dawkins nel  suo libro "L'illusione di Dio", si è "autogovernato dal nulla". E' l'universo, non Dio a "essere infinito".

D'accordo con autorevoli scienziati e filosofi, riteniamo che gli argomenti esposti da questi "Neoatei" non sono "scienza pura". Si tratta di scienza  che ha un solo scopo: quello di "negare l'esistenza di Dio", attraverso "argomenti tendenziosi, piegando e distorcendo la scienza secondo i propri fini" (A.Aczel). In questi autori c'è soltanto un atteggiamento emotivo e dogmatico, che accentua l'antico conflitto tra scienza e fede e li conduce a "screditare" la dimensione del sacro e del trascendente. Si tratta di una contrapposizione "stantia, superata e largamente confutata", in quanto non sostenuta dal "peso dell'evidenza" (Numbers).

In realtà, ci troviamo di fronte ad alcuni tra i maggiori misteri irrisolti della storia del pensiero umano: dare un senso alla vita e al mondo; trovare il significato dell'esistenza; rintracciare la nascita della mente e della coscienza; indagare l'origine del linguaggio e del pensiero simbolico; approfondire la dimensione del trascendente.

La religione- spiega McGrath- non può dirci quanto dista la stella più vicina, così come la scienza "non può spiegarci" la percezione e il mistero del creato. Scienza e fede costituiscono due delle più grandi conquiste della civiltà umana e possono fornirci prospettive diverse, ma complementari dell'uomo e del mondo, attraverso un fecondo dialogo che ci può arricchire ed elevare.

La scienza da sola non può dare risposte sul "significato" della realtà, né è in grado di produrre principi morali. Che vanno invece cercati oltre l'ambito scientifico. La scienza insomma non è né atea né teista (Gould). La scienza- ha affermato E. Scott- non può negare né avversare il soprannaturale, ma soltanto ignorarlo per motivi metodologici, in quanto essa è legata al metodo "naturalistico", necessario per investigare la realtà. La scienza è scienza. La verità scientifica è una verità "esatta", ma "incompleta e non definitiva".

Esistono questioni essenziali più profonde, quelle che Popper ha chiamato "questioni ultime" alle quali la scienza non è in grado di dare spiegazione. Lo stesso Einstein appare preoccupato e rassegnato di fronte all'incapacità della scienza di cogliere il significato ultimo del mondo ed è portato a concludere che esiste qualcosa di "essenziale" aldilà del dominio della scienza, oltre l'orizzonte dell'esperienza, al di fuori dei confini dell'esistenza fisica, materiale, dell'uomo. Il significato ultimo del mondo, le nostre esistenze sono "toccate"- spiega Einstein- dalla trascendenza. La religione- ha scritto questo grande scienziato- "senza la scienza è cieca" e la scienza "senza la religione è zoppa".

La scienza dunque non può né dimostrare l'esistenza di Dio né confutarla.

Oggi, contrariamente all'idea del razionalismo, che sosteneva che la religione nasce dal "sonno della ragione", si rafforza sempre più il concetto che la fede sia "un fenomeno naturale", un'attività cognitiva "innata" dell'essere umano (Bloom). Di qui, la nozione di "scienza cognitiva della religione" introdotta da J. Barrett per definire gli approcci allo studio della religione derivati dalle neuroscienze.

Le ricerche neuroscientifiche infatti mostrano che il sentimento religioso proviene dai "processi cognitivi consci e inconsci della mente".

Sia la narrazione religiosa sia la narrazione scientifica quindi ci dicono- precisa McGrath- la medesima cosa: il desiderio di Dio è "naturale" La visione scientifica e quella religiosa sono due grandi idee del mondo, le quali dovrebbero convivere perchè ci aiutano a capire chi siamo, perché esistiamo e come dovremmo agire. Per questi motivi, l'essere umano "non può fare a meno di parlare di scienza, di fede, di Dio".

La spiritualità alla luce di queste considerazioni si pone come una "strategia dell'evoluzione", una tendenza fondamentale, una predisposizione di tipo evoluzionistico, espressione del bisogno innato dell' homo religiosus a cercare la trascendenza.

Come l'arte, la musica, il linguaggio, il sacro (in latino sacer da cui religio) presenta, per Rudolph Otto, caratteristiche "universali", fra le quali il senso del mysterium tremendum, ciò che sta al di là del comprensibile.

I dati di alcune ricerche dimostrano che nel cervello vi sono aree e sistemi neurali coinvolti nelle esperienze spirituali, le quali sono implicate nella produzione di sostanze, come dopamina, noradrenalina e serotonina. C'è insomma "un'area del divino nel cervello".

Concludiamo, dicendo che finora tutte le teorie rivelano che la scienza non ha fornito "alcuna prova" che Dio non esista. Nessuno pertanto può dimostrare o confutare- lo ribadiamo- l'esitenza di Dio. Scienza e religione sono due saperi che sono complementari nella ricerca della realtà e del senso dell'esistenza, e agire in un rapporto di collaborazione e di mutuo rispetto.