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Raccolta di saggi di Giorgio Mancinelli
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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- Letteratura

Auguri Monsieur Proust per i suoi 100 anni insieme a noi.

Marcel Proust
“Il Manoscritto Perduto”

A Parigi negli anni successivi al 1900.

Le luci sfavillanti dei lampioni accesi sui boulevard affollati di gente rendevano Parigi una città davvero incantevole quanto ‘...extraordinaire', come sulla scena di un vaudeville rumoroso e fin troppo movimentato. Allorché così meravigliosamene illuminata si lasciava ammirare nelle tiepide sere di primavera, in cui i giovani artisti bohemien, con le tele che la ritraevano sotto il braccio, s’affaccendavano non poco dall’una all’altra parte dei marciapiedi, alla ricerca affannosa di vendere uno dei propri quadri ai numerosi turisti in visita alla Ville Lumiere.
Un continuo andirivieni di vendeurs de journaux, di gigolò nullatenenti e di garçons che invitavano i passanti a entrare nei bistrot e nei numerosi 'boites de nuit' a passare una notte di svago. A rendere ancora più spumeggiante l’atmosfera era il fiume di champagne che si riversava nei calici levati 'à la santé!' dalla bonne-societé, quella stessa che affollava i fouilleur dei teatri e le salle degli alberghi più in voga, dei locali notturni 'à la mode' come il Moulin Rouge e Pigalle e dei ristoranti prestigiosi come il Ritz e Maxim’s, nella cui luce specchiata tutta Parigi sembrava riscoprire la 'joie de vivre'. Una luce diafana e sublime che faceva della Belle Époque un’epoca originale e irripetibile, in cui l’artificio della moda diventava estetica di vita, e la parvenza ‘snob’ degli individui finiva per ridisegnare tutti gli spazi del vivere comune, nell'arte come nello spettacolo, nella musica come nella poesia e nella letteratura.
Tuttavia, nulla sembrava scalfire la tranquilla vetustà della Maison de la Ville, immersa com’era nel suo bel parco ombroso di sempreverdi e le sue aiuole costantemente fiorite … «...quasi che in ogni mese dell’anno stia per sbocciare la primavera!», soggiunse Madame Rose, per quanto, essendo l'estate ormai sul finire, questa appariva sempre più lontana, ancorché in breve sarebbe arrivato l’autunno. Di certo non era la stagione o il passare del tempo a spegnere l’ardore che l’anziana tenutaria riservava ai suoi graditi ospiti che di volta in volta vi dimoravano per qualche breve periodo … «...dal giorno del loro arrivo a quello della loro dipartita, che sia da questo mondo o dall’altro in cui andranno a vivere, ah, ah, ah!», come le piaceva aggiungere salutandoli con sottile ironia alla loro dipartita.
Come del resto nulla mai cambiava nelle affezioni appassionate che Madame Rose riservava agli amici più intimi, a meno che non finissero per scalfire la sua sensibilità emotiva, soprattutto nelle notti in cui maggiormente avvertiva un’apparente fragilità dei sensi che la teneva sveglia, e che amorevolmente occupava a smistare le carte dei Tarocchi, «gli 'Arcani Minori' delle pene e dei rancori, e quelli 'Maggiori' dei gaudi e degli eccessi che si consumano in tutti i sensi», come le piaceva appellare certi suoi peccati di gola che le battute divertite dei suoi ospiti le attribuivano, non senza un pizzico di sarcasmo.
Così come pure accadeva nella computazione degli anni del suo fantasmatico ‘anniversario’ che ad ogni occasione i più intimi le conferivano, e da tutti annoverato come l’evento clou della loro permanenza alla Maison. E che fossero ottanta oppure cento, per lei … «...non hanno alcuna importanza», diceva sorridente nell’ammettere di averli superati, quand’anche confessasse … «...di averli finiti da tempo.»
Nondimeno Madame Rose era una maitresse d’eccezionale vivacità, mentore e consigliera di magnati e ambasciatori, nonché di giovani scrittori e musicisti che nei giorni migliori, specialmente in occasione di convegni e anniversari, riempivano la Maison di musica e d’arie famose, di versi poetici e conversazioni letterarie, finanche di applausi e risa ben educate che ella reclamava di voler mantenere sommesse e quanto più garbate … «..per non disturbare il silenzio nelle ore più tarde dedicate alla meditazione ah, ah, ah!», diceva ridendo, omettendo di specificare a cosa facesse riferimento in ciò che chiamava ‘meditazione’.
Di ben altra verve si rivelavano le arguzie messe in atto da Madame Rose nello scambio reciproco delle relazioni personali che imbastiva coi suoi ospiti più autorevoli in occasione del Simposio autunnale del Circolo Teosofico Internazionale, fondato da Madame Blawatsky nel lontano 1875, che si riuniva annualmente alla Maison de la Ville, ufficialmente per «...delineare le nuove prospettive iniziatiche in ambito esoterico-filosofico», affermava più che mai convinta.
«Un contributo culturale alla conoscenza universale», aggiunse, mentre andava riordinando le idee organizzative in funzione del suo prossimo ‘anniversario’, come pure lo definiva, in sostituzione di quella brutta parola che a parità d'intenti dicasi ‘compleanno’. Anniversario che Madame Rose pensava di far coincidere con la chiusura del Simposio in corso offrendo un pranzo sontuoso agli ospiti intervenuti, in modo da lasciare un segno della sua prodigalità, insieme al rinnovato invito a tornare in futuro alla Maison de la Ville. Il tutto all’insegna del motto da lei stessa coniato per l’occasione … «La fin ce n'est que le commencement!»
Una frase ‘emblematica’ che attribuiva al lessico segreto dei Tarocchi, il cui responso teneva in gran considerazione, allorché era chiamata a dissolvere un interrogativo persistente che l’aveva tenuta sveglia nottetempo. Al presente, l’interrogativo riguardava la partenza improvvisa di uno dei suoi ospiti prediletti, che nel tempo della sua permanenza alla Maison, aveva raccolto le sue personali confidenze e i suoi pettegolezzi più arditi, Marcel Proust. Un giovane scrittore che la inteneriva nel profondo; al quale riconosceva il pregio di una mente straordinaria, alle prese con il suo primo vero romanzo, di cui aveva molto apprezzato lo stile e la ‘verve’ della scrittura.
«Una partenza alquanto strana la sua, e per di più improvvisa, che la si direbbe quasi una fuga», pensò tra sé, mentre esaminava con particolare attenzione la composizione d'insieme delle 'carte' disposte sul piccolo tavolo del suo boudoir … «Benché anch'egli, come tutti del resto, è succube delle debolezze umane», aggiunse riflessiva, ponendo agli 'Arcani Maggiori' un interrogativo inusuale, quasi si trattasse di un abbandono che solitamente non si poneva, considerando il fatto che alla Maison c’era sempre gente che andava e veniva in ogni momento dell'anno, «..come al Grand Hotel, ah, ah, ah!», rise infine, pur essendone rammaricata.
«Oh no! Pouvre Marcel!», esclamò a fronte di una rivelazione che si ripresentava costante ad ogni volgere delle carte, una nota dolente che non gradiva affatto conoscere e che l’addolorava non poco; come per l'aggirarsi nel silenzio crepuscolare della stanza, di un male oscuro che presumibilmente affliggeva il suo amico e che ben presto avrebbe messo fine alla sua giovane vita.
«Marcel Proust, un nome che sarà ricordato a lungo», si disse nella certezza palpabile che lo porterà, ne era certa, a «..scrivere qualcosa di grande, più ampio di quello che la presenza, l’intenzione e la semplice percezione del momento potrebbero esprimere», si disse. Dacché lasciò di scandagliare più a fondo in quell’assurdo interrogatorio, per abbandonarsi poi sul divano di velluto damascato con gli occhi rossi di pianto.
«Suvvia, non c’è alcuna ragione perché Madame debba rammaricarsi in questo modo, su beva un po’ di questa tisana, l’aiuterà a contenere l’ansietà che gli addii talvolta creano negli animi più sensibili», la consolò Mimì, sua dama di compagnia che, entrata nella stanza con il suo solito garbo orientale, depositò sul piccolo tavolo ch'era lì accanto, il vassoio d'argento di pregevole fattura e la tazza di porcellana fine, da cui si sprigionava un intenso odore di gelsomino.
«In fondo si parte, si arriva, si riparte, non è forse sempre stata così tutta la sua vita?», vedrà, monsieur Proust tornerà presto a farle visita, come ha sempre fatto. Se non altro per recuperare il manoscritto che nella fretta di partire ha dimenticato di prendere con sé.»
«Che storia è questa Mimì, un manoscritto dimenticato da un nostro ospite di cui non mi si è detto nulla, di che si tratta?»
«Oh mi dispiace, pensavo Madame l’avesse notato, monsieur Proust lo ha lasciato proprio qui, sul suo scrittoio, prima di salutarla da basso, ma solo ora mi accorgo che non c’è più.»
«Se lo avesse lasciato lì, ci sarebbe ancora Mimì, non ti pare?»
«Infatti, non capisco, chiederò, vedrà qualcuno della servitù lo avrà spostato nel riordinare la stanza.»
«Non lo ritengo possibile, e poi cos’è questo manoscritto Mimì, perché non ne sono a conoscenza?»
«Oh si, forse ora Madame non lo rammenta, quando monsieur Proust era qui, era solito scrivere sulle pagine di un taccuino che teneva sempre con sé, ma questa volta no, erano dei fogli sciolti, come un incarto.»
«Un dossier?»
«Non saprei dire.»
«Spiegati meglio Mimì, quest'oggi mi sembri piuttosto evasiva, anzi direi restia ad aprirti con me. Cosa ti succede, adesso a mia insaputa ti allei con i nostri ospiti, arrivando finanche a nascondermi i loro segreti?»
«Oh nessun segreto Madame mi creda, c’è che non ho mai considerato monsieur Proust un ospite, vista la cura che lei stessa ha sempre avuto nei suoi riguardi e delle sue cose, per cui ho lasciato che si sentisse a suo agio e disponesse della casa come avesse voluto, come del resto ha sempre fatto.»
«Cerca quel manoscritto Mimì, potrebbe essere della massima importanza, non vorrei lo avesse dimenticato di proposito …»
«Affinché Madame lo leggesse, voglio penare … ma certo, è possibile.»
«Non ne dubito, sebbene recentemente mi è sembrato dibattersi tra passioni e desideri incontrollati... che abbia preso maggiore coscienza di sé nell’affrontare situazioni a lui sfavorevoli, chi può dirlo?»
«Lei può Madame, sempre così lungimirante nello scrutare nei destini degli altri.»
«Affatto Mimì, mi attribuisci facoltà che non ho, a nessuno è dato di scandagliare nell’animo umano, ancor meno in quello degli uomini. Rammenta, non si conoscono mai bene gli uomini, non fino in fondo, sanno essere imprevedibili in ragione della loro indifferenza alle problematiche femminili, ambigui come sono in tutto ciò che riguarda la profondità o l’altezza dei loro sentimenti. Sono lupi Mimì, sempre affamati di nuove prede da sbranare, assetati di sangue come vampiri che badano alla sola fonte dei loro istinti …»
«Per carità Madame, sa bene che mi spaventa sentire parlare di certe cose. Davvero non avrei mai pensato da parte sua una così nera considerazione degli uomini. Lei che da sempre ripone una strenua fiducia nelle passioni umane.»
«È vero Mimì, anche se me lo chiedo solo adesso, ma che non sia proprio l’esperienza che mi porta a pensare questo degli uomini? Tuttavia mi accorgo io stessa di non trovare una risposta da darmi.»
«Che cosa le succede Madame, qualcosa l’ha delusa?»
«La vita Mimì, la vita! Ma adesso cerca quel manoscritto sil vous plaît, sento un’improvvisa urgenza di volerne leggere il contenuto», aggiunse dubbiosa Madame Rose, nel lasciar riaffiorare alla sua mente un segreto inconfessato del quale, da sempre, si attribuiva una responsabilità irrevocabile, che la toccava nel profondo …
«Vado», aggiunse Mimì.
Dacché Madame fu colta da un improvviso risentimento verso Marcel, nel dubbio atroce ch’egli potesse aver svelato nel suo manoscritto una qualche confidenza che lei stessa, sua mentore e ispiratrice, riteneva inenarrabile, riguardanti certi sentimenti che a suo tempo l’avevano travolta e che «...tornavano a rendere amara la sua esistenza», aggiunse riflessiva, tuttavia cercando di allontanare quell'incombente dubbio dalla sua mente.
Perché ogni cosa che in passato pur fosse accaduta, riguardava soltanto lei ... «...ormai non era più di nessuna importanza», si disse. Quel che più contava adesso era sapere se Marcel avesse o no violato il suo segreto in quel manoscritto che aveva dimenticato e che poteva aver suscitato la curiosità altrui. Proprio non le riusciva di concepire una tale leggerezza da parte di Marcel, che arrivasse a sacrificare la sua intima affettuosità con l’inconciliabile irrealtà di qualunque personaggio del suo romanzo che non fosse lei, fatto era che quanto accaduto le sembrava alquanto irriguardoso.
«No, Marcel non si sarebbe mai lasciato andare in uno sdoppiamento inconciliabile a totale discapito dei suoi mentori prediletti, per poi svelarne gli inganni nel falò delle vanità dell’attuale società parigina … e per di più prevedendo che sarebbero perpetrati a suo stesso svantaggio», si disse intravedendo una qualche possibilità d'inganno, e tuttavia elaborando una sua errata convinzione.
«Mimì, si può sapere dove sei finita?», le chiese al suo rientro nella stanza.
«È incredibile, non v'è traccia del manoscritto. Ho guardato dappertutto più di una volta, non mi resta che chiedere alla servitù, sempre che Madame sia d’accordo?»
«C’è una particolare ragione Mimì perché tu non l’abbia già fatto?»
«No ma, recentemente ho dubitato molto che qualcuno si sia intromesso nei nostri rapporti Madame, poiché trovo che lei non sia più la stessa nei miei confronti.»
«C’è che sei diventata gelosa Mimì, è segno che stai invecchiando.»
«Forse, ma si da il caso che lei non si fida più di me.»
«Che sciocchezze t’inventi adesso, sil vous plaît Mimì, fai venire qui la servitù, voglio vedere le loro facce una per una, ma non credo siano capaci di nascondermi qualcosa. Che mai ne farebbero di un manoscritto di un giovane sconosciuto?»
«Immagino nulla, sebbene una delle ragazze più giovani potrebbe, come dire, avervi voluto curiosare.»
«Chi, per esempio?»
«Non saprei, ma forse Magdeleine...?»
«Ascoltiamola, falla venire da me e visto che sei gelosa di lei, resta anche tu, se non altro potrai appurare la tua immodestia», replicò Madame Rose sorridendole con dolcezza, non senza un pizzico di quella civetteria tutta femminile che la distingueva.
Magdeleine non era il tipo di ragazza da prendersi una qualche iniziativa senza prima averne chiesto il permesso, soprattutto nel rispetto del professor Stephan, del quale Madame Rose sembrava apprezzare la compagnia e che lo poneva al di sopra della comune rispettabilità.
«Vieni pure avanti Magdeleine, una brava ragazza come te non avrà certo soggezione a confidarsi con una signora attempata qual io sono, suvvia dimmi...»
«Madame sa che può fidarsi di me. Certamente ho veduto il manoscritto, era poggiato proprio lì, sullo scrittoio, l’ho solo spostato per spolverare…»
«Spostato dici, per metterlo dove?»
«No, mi scusi, volevo dire sollevato.»
«E non hai dato una sbirciatina al suo contenuto, dico così, per pura curiosità?»
«Mais no, Madame.»
«E immagino tu non sappia neppure di cosa parlasse, è così Magdeleine?»
«Di fantasmi!», si lasciò dire imprudente la ragazza, tradendo la sua precedente ammissione.
«Devo quindi pensare che dei fantasmi si aggirino in questa casa, che si appropriano dei manoscritti altrui e di chissà quant’altre cose? Non sarebbe poi così improbabile, del resto ognuno di noi si porta dietro qualche misfatto, non è così Mimì?», soggiunse infine Madame Rose, il cui sguardo lasciava intendere un biasimevole provvedimento da prendere nei confronti della ragazza.
«Oh sì Madame», convenne Mimì evitando di aggiungere altro al suo dire nel licenziare con un cenno della mano, la giovane cameriera.
«Se non si amano i fantasmi, non cercateli, non chiamateli e, soprattutto, non fategli del male, perché probabilmente il male lo hanno già ricevuto in quanto spiriti eletti che sopravvivono in noi che li abbiamo creati.»
«Un’altra perla della saggezza di Madame che ricorderò, onde annoverarla ai nostri ospiti nel caso dovessero lamentarsi di qualcosa di inaspettato che dovesse accadere qui alla Maison.»
«Perché Mimì, hai forse udito qualcosa in proposito?»
«Beh, non in ultimo il professor Stephan proprio in riferimento alla partenza inaspettata di monsieur Proust, disse che la Maison non sarebbe stata più la stessa.»
«In qual senso?»
«Ma, non saprei, il professore asseriva senza darne spiegazione che alcuni suoi personaggi letterari così fortemente drammatici, sarebbero rimasti qui, che si sarebbero aggirati in queste stanze dove hanno trovato la loro ragion d’essere, creati dalle fantasticherie del nostro inconscio quotidiano.»
«È quanto ha detto?»
«Mais ouì Madame … ha anche aggiunto che il dramma della loro esistenza stanzia in tutti coloro che li hanno suggeriti o forse vissuti in prima persona, ma ammetto d’aver trovato tutto questo spaventoso.»
«Mia cara Mimì, non devi prestare ascolto ad ogni cosa che viene detta, il professor Stephan parla dall’alto del suo essere filosofo, per lo più insegue i fantasmi della sua eccentricità … talvolta mi sorge il dubbio ch’egli stesso altro non sia che uno dei personaggi creati da Marcel.»
«In verità Madame ho sempre pensato che quella che indossa sul volto sia una maschera … sempre così pulita, il trucco perfetto, con i suoi papillon indossati come orpelli di scena di un teatro demodé.»
«Tu dici Mimì? … già, una maschera, il trucco? Sai che non vi avevo mai pensato.»
«Sì, proprio come un teatrante che si muove nell’ombra della scena, il cui apparire improvviso talvolta crea un certo imbarazzo, tra l’ambiguità del passato e l’assolutezza del presente.»
«Illazioni le tue Mimì dovute ai tuoi pregressi teatrali che ti trascini dietro dall’Oriente. Devo dire che il professor Stephan si è sempre dimostrato un fedele amico e un perfetto gentiluomo, chi più di lui?»
«Oh sì, una persona di belle maniere e al tempo stesso riservata, ma ciò non toglie che potrebbe rivelarsi un despota nascosto nell’ombra …»
«Dici così per dire Mimì o lo pensi davvero?»
«Affatto Madame, la letteratura è stracolma di Jago, è il dramma che si consuma sulla scena che lo richiede a un non protagonista in cerca d'una qualche possibilità di affermazione.»
«No, non mi sembra gli si attagli la doppiezza della maschera teatrale che gli attribuisci, semmai sembrerebbe recitare a soggetto, senza copione né parte, perché non sa ciò che potrebbe succedere domani a Parigi, siamo tutti precari su questo palcoscenico.»
«Eppure Madame, nella realtà egli sembra vivere dentro un copione che lo contempla, anche se fuori del tempo, fuori da questo mondo che in parallelo col passato chiede di entrare nel presente amabile delle sue grazie…»
«Se alludi a qualche avance Mimì devo deluderti perché il professor Stephan non ha mai ambito alla mia mano, semmai alla mia amicizia … da che, nel 1914, ai primi barlumi della guerra, fu costretto a fuggire dal suo paese d’origine la Polonia e a trovare rifugio qui a Parigi, per poter infine entrare in quel Tempio della filosofia per eccellenza che è la Sorbona.»
«E di questa Maison», insisté Mimì.
«Immagino tu abbia letto il manoscritto, è così Mimì?»
«Mais no Madame, ho ancor più ragione di credere che monsieur Proust lo abbia lasciato appositamente sulla sua scrivania affinché lei lo leggesse.»
«Cos’altro Mimì?»
«Rammento che parlando al professor Stephan monsieur Proust manifestò l’intenzione di voler lasciare qualcosa per ringraziarla di quanto aveva fatto per lui in tutti questi anni, e che spettava a lei decidere cosa farne, se autorizzarne la pubblicazione o se darlo alle fiamme... immagino parlasse del manoscritto.»
«Farne un falò, tu dici? Forse ha ragione nel sostenere che spetta a ognuno di noi restituire ai nostri ‘fantasmi’ la dimensione del presente, per essere noi davvero presenti a noi stessi … saremo mai in grado di farlo? Si'l vous plaît Mimì vorrei restare sola, ho bisogno di riflettere, nel frattempo recupera il manoscritto, non può essere svanito nel nulla.»
«Ho pensato che monsieur Proust potrebbe aver avuto un qualche ripensamento tardivo ed essere tornato a prenderlo? … Ma no, l'avrei comunque visto ... che forse il professor Stephan potrebbe … essendo egli l’unica persona che in questi giorni ha avuto accesso alla Maison?»
«Ho compreso Mimì, ora lasciami si'l vous plaît, e continua a cercare, dovrà pur essere da qualche parte.»
«Mais oui, professeur Stephan? …», chiese Madame, allorché sollevata la cornetta lo chiamò alla Sorbona.
«Certainment qu'oui!»
«Je souis Madame Rose, avrei desiderio di vederla al più presto, se le è possibile quest’oggi stesso.»
«Potrei essere da lei attorno alle cinque del pomeriggio, se le sembra un’ora opportuna?»
«Bene, l’aspetterò per il Té.»
«C’è qualcos’altro che desidera, Madame?»
«Null’altro che la sua presenza, merci.»
Presagendo una qualche contrarietà nella voce severa di Madame Rose, il professor Stephan intuì la possibilità di dover rispondere a una qualche domanda riguardante il manoscritto consegnatole a sua volta dalla giovane Magdaleine dietro compenso di un semplice complimento. Quindi, dopo aver preso con sé l'incarto e averlo messo nella sua borsa, si avviò a piedi verso la Maison, fermandosi in una rinomata pâtisserie lungo la strada dove acquistò una scatola di Bon-bon onde deliziare il raffinato palato di Madame Rose che andava pazza per i dolci.
Accolto con la squisita gentilezza di chi riceve un ospite gradito, Madame Rose lo attendeva seduta nel chiosco a vetri che aveva fatto posizionare sulla terrazza del piano nobile, attraverso cui poter ammirare ogni angolo del giardino.
«Madame Rose voglia accettare i miei riguardevoli omaggi», sussurrò appena Stephan nel baciarle la mano, dopo aver consegnato il piccolo cadeau nelle mani dell'attenta Mimì.
«Guardi professore, le mie petunie … che meraviglia! Quest’anno sono più belle che mai - ostentò Madame, alzando appena di un tono la voce - le osservi lei stesso professore, non sono splendide?»
«Davvero incantevoli!» si limitò a dire Stephan, non sapendo quali fossero le petunie, in mezzo a tanta varietà di fiori sparsi in ogni angolo di quel fantastico giardino che Madame affidava alle cure di un floricoltore esperto.
«Davvero amorevoli. Del resto tutto ciò che riguarda Madame è notevole per la sua cura», aggiunse Stephan.
Chiunque nell'incontrare Madame avrebbe apprezzato la sobria eleganza di quel pomeriggio che la vedeva indossare un bell’abito blu sfumato di celeste cielo, da far pensare a un voluttuoso ritratto di Giovanni Boldini. Il suo volto ovale straordinariamente luminoso, lasciava appena intravedere i segni dell’età che avanzava inesorabilmente, per quanto ella mostrasse un incarnato roseo quasi trasparente che donava un che di regale alla sua elegante figura.
Al dunque Madame Rose con aggraziata nonchalance lo invitò a sedersi al piccolo tavolo apparecchiato in maniera ineccepibile, sì che egli non poté fare a meno di notare la ricercatezza dei merletti posti sotto ogni tazzina e ancor più raffinati sotto la teiera e al porte-biscuit, come del resto a ogni altro pezzo dell’intero servizio di porcellana fine, e l’intera esposizione di cucchiaini d’epoca inneggianti alla ‘grandeur’ napoleonica.
Mimì dopo aver accolto nelle sue mani il grazioso vassoio della pâtisserie, lo scartò e lo depose sul piccolo tavolo, non senza averne offerta la visione a Madame Rose che se ne servì con gioia, stemperando così la tensione che l’aveva colta nel tempo dell’attesa. Tuttavia, pur mantenendo una cauta riservatezza, Madame attese ancora qualche istante prima di dare inizio alla conversazione, fin quando Mimì preso commiato con un rispettoso inchino, li lasciò soli.
«Si aspetta qualcuno a tenerci compagnia?», chiese il professor Stephan osservando il tavolo apparecchiato per una terza persona.
«In verità doveva essere una sorpresa mio caro Stephan, comunque, visto che l’ospite che avrebbe dovuto onorarci quest’oggi della sua presenza non può essere ovviamente con noi, direi di iniziare.»
Il Tè venne presto servito da una minuta Shaky d’origine indiana, o forse pakistana, la quale, depositata la teiera con un inchino, li lasciò alla loro conversazione …
«Ed io che credevo egli fosse ancora qui … chissà poi perché se altresì ero informata della sua vicina partenza. Ma, pensiamo ad altro.» si lasciò dire Madame, dopo un primo sorso di Tè.
«Ça và sans dir le professeur, le manifestazioni più tipicamente umane possono essere comprese solo in un contesto in cui facciamo le cose pensando ad altro. O almeno, richiamandoci agli altri quando questi non sono ormai presenti», soggiunse Madame.
«Mi sfugge il pieno senso di ciò che dice Madame Rose, devo essermi distratto, voglia scusarmi.»
«Nel senso che pretendere comprensione non è la stessa cosa che farsi comprendere. È quanto dicevo poco fa con Mimì riguardo a una sua presunta idea che dev’essersi fatta di lei, professor Stephan.»
«È così, il primo requisito d’una buona conversazione sta nello sforzo di sapere da chi vogliamo essere compresi. Non si può pretendere che gli altri recepiscano ciò che noi riteniamo sia espresso nel modo migliore … spesso accade il contrario. A lei non accade, Madame?»
«O sì, ancor più se riguarda qualcuno che in questo momento ha bisogno di tutta la nostra comprensione.»
«Stiamo parlando di Marcel Proust, immagino, è forse a conoscenza del perché della sua partenza improvvisa?»
«Devo ammettere che talvolta la sua perspicacia davvero mi sorprende, professore.»
«D’accordo, ma …»
«Nient’affatto professore, in questo caso non sussiste alcun ma che risponda per noi, e lei non può confutare di aver trafugato il manoscritto che Marcel prima di partire ha destinato al mio beneplacito. Alla sua età non dovrebbe avere più bisogno di uno sguardo garante per essere quello che è, una persona che d’un tratto si rivela inaffidabile…», azzardò inopportuna Madame.
«Ho l’impressione che sopravvaluti le sue aspettative, di certo Madame non mi aspetto una maggiore considerazione per essere quello che rappresento per lei, così come non intendo privarmi della sua benevolenza.»
«Mais no le professeur, anche se credo abbia le mie stesse identiche ragioni di essere preoccupato, non è forse così?»
«Ascoltandola mi tornano a mente le parole del vecchio Goethe, nel dire che “sapersi amato dà più forza che sapersi forte”, anche se non è affatto questo il mio caso. Sapermi amato da sempre mi sospinge nell’inferno degli altri, non mi si chieda perché.»
«Dev’esserci indubbiamente una ragione che andrebbe scandagliata, non crede?»
«Forse c’è, nella misura in cui gli altri con i loro sotterfugi, i loro biasimi, le loro ipocrisie, non esitano a rivelare un sentimento che si credeva puro verso chi si ama e scoprire che non lo è mai stato. Quasi che il loro amore sia offerto in olocausto su un vassoio d’argento, mentre viceversa quello che ricevono chissà perché è solo di peltro …»
«Pensa a un inganno della vita o solo a una disillusione?»
«Come scrisse un poeta italiano d’altri tempi, Francesco Petrarca: "C'è negli animi umani un certo perverso e morboso piacere di ingannare se stessi, del quale nulla, nella vita, può essere più funesto". È così che l’amato giace inerte in attesa della grazia dell’amore dell’altro, di colui che dice di amarci, anche quando è proprio l'amore a spingerlo incontro alla morte.»
«Si'l vous plaît le professeur, non usi più quella brutta parola in mia presenza, mi rattrista, soprattutto quando è rivolta a un interlocutore assente, benché abbia nel nostro cuore un nome e un cognome insostituibili.»
«Mi dispiace Madame, ma credo che malgrado tutto, nessuno possa essere altro da ciò che lo rende credibilmente umano, per quanto la consapevolezza della fine ci renda tutti mortali allo stesso modo, penso che a lungo andare la sola sofferenza d’amore ci trasformi in esseri immortali o viceversa, in poveri martiri.»
«Una considerazione filosofica questa che mi rende la consapevolezza di non essere vissuta così tanti anni invano; anzi tutt’altro, conferma la mia certezza di voler vivere a lungo e poter dare un senso alla mia vita, sarà poi il destino a decidere, quando non l'abbia già deciso … se non altro per conoscere come andrà a finire, ah, ah, ah!», confutò Madame con quel pizzico di sarcasmo che sempre la distingueva.
«Purtroppo è proprio questa la manifestazione più accreditata, la certezza della fine che tutti ignoriamo, ma che vorremmo conoscere quando siamo ancora in vita.»
«Non è detto che ciò debba accadere molto presto, almeno è quel che spero. Tuttavia rispondo alla sua affermazione, con una personale idea che ho maturata nei confronti della vita: è precisamente questa ‘certezza della fine’ come lei dice, la missiva della ragione di cui noi tutti condividiamo l’uso.»
«Vale a dire il diffondere la nostra opinione sulla fine affinché la si discuta, la si accetti o la si rifiuti, e non soltanto per vederci confermare le nostre ragioni. Entrambi siamo qui per questo, per condividere quasi tutto di quel che facciamo o diciamo per sentirci vivi, altrimenti ci sarebbe poco da fare e quasi nulla su cui riflettere», aggiunse Stephan, rammaricato che il discorso avesse preso una piega tanto amara.
«Dunque lei, in quanto filosofo, non crede che la corretta lingua parlata da entrambi oltre a farci comprendere reciprocamente, serva a che si debba anche essere sinceri l’un l’altro?»
«Tutt’altro, lo asserisco fermamente! Per quanto non è del linguaggio che si stava trattando mia cara, quanto di aprirsi a una filosofia della vita che non contrasta con i più sani principi della sincerità.»
«Lei forse ritiene che la filosofia possa creare fantasmi raziocinanti capaci di far sparire un manoscritto da questa casa senza alcun consenso, è così?»
Il rossore improvviso che d’un tratto rese paonazzo il volto del professor Stephan si spense dietro un pallore altero, facendolo sembrare un manichino senz’anima ridotto al silenzio.
«Non creda che una simile accusa possa da me essere accettata così impunemente, tuttavia si sbaglia Madame Rose, ha invece tutta la mia comprensione, come del resto le confermo tutto il rispetto per quanto nel manoscritto è rivelato …»
«No, certo, del resto neppure la sua filosofia contempla chi pure rimane per sempre con noi … a volte mi sembra di sentire la voce di mia sorella Martha, la sento aggirarsi attraverso le stanze di questa casa e che mi chiama…»
«Mortale è chi muore in noi, non chi portiamo nel nostro cuore, è bene rendersene conto.»
«Davvero lo crede? Io stessa parlo con lei qualche volta, nei giorni di vento, quasi che con il vento arrivi un afflato del suo respiro e sollevi le tende della nostra stanza, quando sono assopita. Ancor più quando s’avvicina il temporale. È allora che la sua presenza mi da la consapevolezza di qualcosa insito nel legame affettivo condiviso del nostro essere sorelle, amiche, e al tempo stesso amanti l’una dell’altra.»
«Comprendo ogni cosa Madame e ne sono addolorato, se mai ha temuto che la sua confessione venisse svelata in uno scritto, ebbene confermo che proprio attraverso le pagine del manoscritto sono venuto a conoscenza del segreto che l’attanaglia. Un gesto deplorevole da parte mia, ma la prego, che almeno mi si risparmi il biasimo. Come lei, anch’io temevo vi fosse rivelata una mia inconfessata debolezza, probabilmente attribuita alla mia persona nella rilevanza creativa dell'immaginario confessato dal suo autore.»
«Immagino sia questo ciò che sta cercando così affannosamente?», aggiunse Stephan, allorché recuperato il manoscritto dalla sua borsa lo consegnò nelle mani di Madame.
«Mi si passi l'averlo preso volutamente e di averlo letto nel caso vi fosse detto qualcosa della mia intimità, mentre invece nel manoscritto si parla esclusivamente della sua, Madame. Non di meno vorrei evitarle l'ulteriore strazio di leggere quelle cose che sono certo la rattristerebbero.»
Madame Rose che lo aveva ascoltato in silenzio, non trovando alcuna simulazione d’intenti per quanto accaduto, apprezzò molto il suo gesto spontaneo, più che mai convinta dell'onestà del professor Stephan. Così come fu certa della fiducia che da sempre Mimì riponeva in lei, allorché entrando con un piccolo vassoio d'argento nelle mani, recò un biglietto per Madame che, dopo averne letto il contenuto, palesò in volto il suo profondo rammarico.
«Qualcosa non va, Madame?»
«Nulla professore, è solo la defiance di un attimo, voglia scusarmi. Per quanto, riflettendo su ciò che Marcel possa aver narrato nel manoscritto, di quel ch'io stessa possa avergli narrato, va detto comunque ch'egli non era presente al tempo dell'accaduto, pertanto ogni sua rivelazione è di parte e in ogni caso riguarda solo me. Tuttavia, stando a quel che lei mi riferisce, dopo aver letto il manoscritto, posso ben condividere ogni cosa con lei, e non abbia timore di rivelarmene il contenuto … si'l vous plaît le professeur?»
«È così, il nostro scrittore narra di fatti che forse non ha vissuto in prima persona, ma certamente deve aver elaborato da una qualche sua rivelazione Madame, altrimenti come potrebbe parlare di un fantasma che s’aggira imperturbabile nella Maison, ipotizzando un oscuro segreto sulla scomparsa di sua sorella Martha, succube di una pena coscientemente inflittale per una morbosa gelosia …»
«La prego, non vada oltre …», esclamò Madame Rose incollando i suoi occhi in quelli del professor Stephan, intendendo con ciò di non proseguire nella narrazione, convinta che in fondo fosse un bene per lei non aver letto il contenuto del manoscritto nella sua intera stesura ... la ringrazio ma non intendo sentire altro, la prego ... lo faccia sparire!», aggiunse in fine piena di rancore restituendo il manoscritto nelle mani del professore.
Mai fino a quel momento Madame Rose aveva mostrato in presenza di alcuno una così oppressiva emergenza psicologica tale da dover frenare una qualche reazione incontrollata che avrebbe potuto condurla a un’azione folle o, come era accaduto in passato, di imminente quanto colpevole fuga …
«Ancor meglio sarebbe darlo alle fiamme, che bruci all'inferno insieme al suo autore!», esclamò Madame piena di rancore.
«È davvero quello che vuole?»
«Sì la prego di farlo sparire, lo distrugga, e che sia per sempre», aggiunse poi riflessiva, non sapendo dove posare il suo sguardo dopo l'avvenuta rivelazione.
«Sarà fatto come lei desidera, Madame...»
«Mimì! Mimì! - chiamò ripetutamente Madame attendendo il suo immediato arrivo - il prosessor Stephan ci lascia, lo accompagni si'l vous plaît … mi scusi professeur et merci, a bientôt», quindi si accomiatò in tutta fretta risalendo la scala interna che conduceva alle sue stanze private.
Al suo ritorno Mimì trovandola stravolta come non mai, fece per soccorrerla. Dopo averla aiutata a spogliarsi e a mettersi a letto, le chiese se avesse gradito un po' della sua compagnia ...
«Si'l vous plaît Mimì, adesso lasciami, fai in modo che non venga disturbata per nessuna ragione.»
«Come Madame desidera, soggiunse Mimì augurandole un sereno riposo.»
Nelle ore di dormiveglia agitato che seguirono, a Madame Rose tornarono alla mente alcune frasi di rimprovero ascoltate molto tempo prima durante una controversia che le risuonava famigliare …
«Non siamo soli, qualcuno ci osserva attraverso le pareti, e tu sei una impudente sgualdrina a comportarti così, davanti a tutta la famiglia.»
Per quanto, all’epoca dei fatti narrati, l’opinione degli altri non avesse per lei alcuna importanza, quelle parole pronunciate da sua sorella Martha con tanta veemenza, non esitarono a contrastare la sua presa di posizione di voler lasciare la Maison, che all'epoca fu giudicato un gesto folle dai suoi congiunti. Ne accusò il dolore profondo, convinta come allora di detenere un vantaggio esclusivo su tutti, una probabilità maggiore di chi, come Martha, non era affatto sicura di averlo: ‘la convinzione di poter raggiungere l’irraggiungibile’. Ma lei quella convinzione l’aveva riposta nella sua pazza idea di rincorrere l’amore per Alphonse, quel fidanzato che Martha aveva poi sposato e che Rose avrebbe voluto per sé.

Fu così che, quasi d’improvviso, si rivide lontana negli anni della sua giovinezza, sorridente e imperturbabile che attraversava correndo l’interminabile corridoio che collegava le stanze del piano nobile e raggiungere la scala sul retro della Maison che le avrebbe permesso di raggiungere il giardino …
Più che mai adesso, rammentava di non aver avuto alcun ripensamento, né un attimo d’incertezza, lei «...fuggitiva da tutto e da tutti, per sempre», che si allontanava dalla Maison, correndo all'impazzata attraverso il sentiero per raggiungere Alphonse, certa ch'egli la stava aspettando al bordo del parco per fuggire con lei, ma non era stato così.
A distanza di tempo nessuno ricordava quanto occorso alla Maison de la Ville in quegli anni lontani; né si seppe mai nulla dell'oscura morte della signora Martha, successiva alla partenza dell’amato sposo Alphonse per la guerra, da cui non avrebbe più fatto ritorno. Tantomeno dell’allontanamento da Parigi di sua sorella Rose che si disse andata in sposa per procura a un anziano console di stanza in una colonia francese d’Oltremare.
Dacché la vetusta Maison de la Ville, rimasta chiusa per moltissimo tempo, finì per essere inglobata nella città che le cresceva attorno, ormai considerata un cimelio di un lontano passato, e che finì pressoché cancellata dalla memoria dei parigini. Finché un giorno, rimasta vedova, Madame Rose aveva fatto ritorno a Parigi dall’estremo Oriente e volle restituirla al suo originario splendore, trasformandola in una dimora residenziale esclusiva, per una clientela molto selezionata.
Tale era la sua riservatezza che ormai solo alcune guide, tra le più vecchie ed esperte e qualche fidato chauffeur de taxi sapevano come raggiungerla. Ma solo dietro presentazione di un invito scritto rilasciato da Madame Rose, o che lei stessa avesse richiesto un tale servizio, e che, altrimenti, non sarebbe stato loro permesso l’accesso.
Sul filo dell’ostinata dimenticanza di Madame Rose dei fatti che avevano contrassegnato gli anni della sua giovinezza, la Maison de la Ville aveva ripreso la sua attività per così dire 'consolare' annoverando numerosi ospiti di prestigio, e per quegli ‘amici degli amici di una certa classe’ che, in ragione di una qualche raccomandazione erano in cerca di una pausa confortevole dalla frenetica consuetudine del quotidiano, senza tuttavia allontanarsi da Parigi.
Avvenne così che di tanto in tanto, una volta entrato nelle grazie di Madame Rose, Marcel Proust era solito farle visita per diletto, in ragione di venire a contatto con certe persone della 'bonne societé' piuttosto in vista, alle quali era solito dedicare le sue attenzioni di scrittore, e non solo. Conoscenze che, in seguito avrebbe trasferito sotto altro nome ne La Recherche, l’opera a cui lavorava ormai da qualche tempo.
In quegli anni, una sorta di straordinaria quanto occulta intuizione, aveva permesso a Marcel di focalizzare in Madame Rose una figura dalla doppia personalità: l’una charmant e flessuosa quanto determinata, come una perfetta 'maitresse royale' che padroneggiava austera la corte immaginaria della Maison avvolta in un'aura di grandezza nobiliare. L’altra, più intima, fragile come una porcellana di Sévre in bilico su di un vassoio d'argento, che coltivava in seno una sofferenza profonda, capace di vagheggiare immagini e figure del passato che tornavano ad affacciarsi alla sua mente nei momenti bui di certe notti, in cui più avvertiva la presenza del fantasma di Martha aggirarsi nella sua stanza da letto.
Allorché assalita dall’ansia, Madame Rose si disse che avrebbe gradito la compagnia di Mimì, che le sarebbe stato di conforto ascoltare la sua voce cantilenante leggerle qualcosa e, quindi, la chiamò ripetutamente invitandola ad entrare. Mimì che, in ogni occasione, sostava fuori della sua stanza, entrò e si sedette accanto al suo letto, e aperto il libro di poesie che a suo tempo il caro Alphonse aveva regalato a Madame, in occasione di un suo 'compleanno', prese a leggere con voce sommessa una poesia di Emily Dickinson tradotta dall'inglese ...

“Era come sentire nel proprio intimo le avvisaglie di una prima incrinatura verso l’eterno. E tuttavia non ancora verso l’immortalità.”

Mimì vedendo che Madame si era un poco assopita, fece una pausa momentanea, tuttavia chiese a Madame se voleva che andasse avanti nella lettura, oppure …
La riflessione contenuta in quelle frasi aggravò la fragile quietudine di Madame, quasi che le parole le giungessero dall'altra parte di un modo estremo che lei aveva appena sfiorato …
«Ti prego Mimì, sceglierne un’altra si'l vous plaît» …
Dacché l’attenta Mimì sfogliate alcune pagine del libro soffermò lo sguardo su una a caso e riprese a leggere con voce pacata …

“Gli spiriti normali / ritengono che il sonno / sia solo un chiuder gli occhi. /…/ Ma la mattina non è sorta ancora!” /…/ “Una rossa signora sopra il colle / mantiene il suo segreto! Eppure, come resta tranquilla la scena! / Che indifferenza mantiene la siepe! / Come se la “resurrezione” / non fosse niente di strano!”

Di colpo, l'immagine sfocata che s'impresse negli occhi di Madame, altri non era che quella di Martha nei panni della rossa signora che s'aggirava nei pressi di un colle coperto di gigli, testimoni della sua avvenuta resurrezione dopo il sonno profondo della 'morte', il cui lontano segreto custodito nel tempo, le riapparse improvviso sul volto sfigurato benché vivo di sua sorella. Era molto più di quanto il simbolico pronunciamento dell'Arcano Maggiore che ripetutamente quella sera si era presentato sul desco della sua interpellanza, stesse a significare. Come se per una sorta di affettiva presenza emozionale, il fantasma di Martha si spingesse a cercare nella sua fragile esistenza le ragioni della propria infelice assenza ...
«Era un invito quello, rivolto a svelare qualcosa di nascosto, o forse solo a mantenerlo segreto nelle chiuse stanza dei ricordi?», si chiese.
«Chissà mai perché c’è sempre la nebbia in ogni situazione che non si comprende?» aggiunse Madame Rose con la vista leggermente annebbiata, allorché poggiata una mano sul libro fermò la voce di Mimì e pian piano socchiuse gli occhi abbandonandosi al torpore che la fece assopire.
Tuttavia non riuscì a evitare che dal forzato silenzio insorgessero i fantasmi del passato, e d'un tratto, nell'incedere evocativo del suo intimo segreto, Madame Rose scorse nel nero più profondo, il vivido riflesso di una supplica persuasiva, una richiesta d'aiuto che sapeva di riscatto ...
Il fantasmatico volto opale della rossa signora le apparve nel buio della stanza osservandola dai piedi del letto. Indossava una camicia da notte di mussola con piccoli fiorellini delicati, tenendo fra le mani alcuni gigli da poco sbocciati. Aiutami Rose, disse, e con il braccio teso la invitò a levarsi e a seguirla. Rose non fece domande, si alzò dal letto e indossata una vestaglia, la seguì attraverso un lungo corridoio interminabile.
Quindi, discesa la scala che portava al piano terra della Maison s'affrettò per starle dietro. Aveva appena attraversato il salone quando Martha si spinse verso la porta d’ingresso rimasta aperta e sparì oltre la soglia. Rose provò un attimo d’incertezza e scalza oltrepassò la porta immergendosi nella fitta nebbia che le offuscava la vista.
Era a pochi passi da lei eppure non riusciva a raggiungerla. La rossa signora si voltava di tanto in tanto a guardarla in silenzio, implorandola muta di non fermarsi, di seguirla, ma ad ogni passo avanzato di Rose si allontana correndo a piedi nudi sull’erba bagnata. Rose la inseguì finché presa dall’affanno, inciampò e cadde distesa sull’erba, al limite del parco.
Quando, risollevò lo sguardo vide Martha attraversare la strada, dirigersi verso un piccolo cancello ed entrare in una costruzione bassa con grandi finestre sulla facciata. Rose la seguì ma una volta affacciatasi sulla porta le andò incontro un’infermiera vestita di bianco, dall’aria alquanto sospettosa ...
«Che cosa ci fa lei qui? Che cosa vuole?»
«Io... non saprei, qualcuno ha bisogno di me, mi ha condotta fin qui.»
«Non c’è nessuno qui che può aver bisogno di lei. I malati più gravi sono stati portati all’ospedale centrale. Piuttosto mi dica perché è in quello stato? Se ne vada o chiamo la …»
«No, aspetti, la prego mi ascolti. Una donna dai capelli rossi ha chiesto il mio aiuto, potrebbe essere in pericolo di vita. È appena entrata qui, io l’ho veduta.»
«Non è entrato nessuno qui, a quest’ora di notte. È un medico lei?»
«No, sono una parente.»
«Mi dica, è sicura di sentirsi bene?»
«Si, credo di si.»
«Aspetti, lei ha bisogno di un calmante. Poi mi prometta che se ne torna da dove è venuta. Anche perché non c’è nessuno qui, tutte le stanze sono vuote.»
«Ne è sicura?»
«O santo cielo! Faccio il turno di notte e so perfettamente quali sono le mie competenze.»
«Non s’inquieti, per favore, dicevo così, tanto per dire. Perché non se ne accerta? Le dico che è entrata una donna qui, poco fa, che aveva bisogno d’aiuto. Mi creda. La prego.»
«D’accordo, va bene mi segua, così se ne accerterà di persona.»
Quindi si avviarono entrambe per un lungo corridoio bianco, con alcune porte chiuse anch’esse bianche che l’infermiera apriva una dopo l’altra lasciandole constatare che all’interno erano irrimediabilmente vuote. Rose la seguì passo passo in silenzio, guardandola desolata. Avrebbe voluto scusarsi con lei ma l’infermiera si allontanò, lasciandola sola nel mezzo di un'ultima stanza.
D’improvviso la vide, la rossa signora cerulea nel volto disfatto giaceva distesa su un letto coperta da un bianco lenzuolo con gli occhi sbarrati. Rose era confusa, la trovava più vecchia di quanto le era sembrata solo qualche momento prima …

“Nell’assoluto mi sembrava assorta / di splendore e di cielo pensierosa. / L’onore di scrutarla con i miei occhi / fu di breve durata / disinvoltura argentea, la sua / nel volteggiare fuori dalla vista. /…/ ma ero troppo in basso per seguire / l’altissimo suo viaggio / la sua cerulea superiorità.”

Erano ancora le parole di Emily Dickinson a risuonarle nelle orecchie che Mimì seguitava a leggere durante il dormiveglia di Madame. La quale, svegliatasi di soprassalto, si guardò attorno desolata. Mimì non era più con lei, tuttavia la lampada sul comodino era ancora accesa, il libro aperto a pagina settecento quindici …
«Eccomi, Madame ha chiamato?», domandò Mimì entrando, quasi scusandosi per averla lasciata sola.
«Non dire nulla ti prego.»
«Cosa c’è Madame, non si sente bene?»
«Non ho riposato affatto.»
«Spero non a causa della lettura … magari non è stata di suo gradimento?»
«Invero Mimì, temo che il messaggio intrinseco di quelle parole contenessero qualcosa di cui dovrei temere.»
«Ne sono desolata, io di certo non l’ho apprezzata più di lei per quel suo lato oscuro cui sono riflesse alcune verità occulte che non ritengo utile indagare.»
«Ma che dici mia cara, c’è un lato oscuro delle cose che in qualche modo affascina. È un po’ come voler scandagliare l’altra faccia della luna, che non si vede ... “eppure so che il suo passo stillante si volge sempre in giro”. Ecco, forse ci sono, è questo verso che riassume il senso nascosto di quella poesia: oscura come l’altra faccia della luna, che sappiamo esserci ma che nessuno vede.»
«Come di un segreto nascosto Madame?»
«Sì, un intimo segreto che non ho mai rivelato a nessuno. Vedi Mimì, non sempre i segreti ci chiedono d’essere svelati, come in altri momenti nemmeno d’essere portati con noi nell’oltretomba. È come nell’arte dell’affresco il rinvenimento di una sinopia, in cui persiste ciò che è all’origine e che talvolta addirittura nasconde qualcosa d’altro, un’altra forma, il disegno preparatorio di una presenza non rivelata che si sottrae alla vista sotto il colore della pittura successiva; di cui non si è deciso ancora se mantenerne il segreto, oppure svelarlo. E poiché non è possibile salvare entrambe, spesso si tende a salvare il dipinto finale, sacrificando il disegno preparatorio, creativo dell’opera ultimata.»
«Anche se la forza della sinopia è più che mai interessante? Nel senso che ci rivela l’origine assoluta della creatività, il mistero che ricopre l’intima passione da cui è successivamente scaturita l’opera d’arte?», chiese Mimì rivelando una certa acutezza di dialogo.
«Va stabilito se vale più la forza della presenza o la passione che ne ha determinata l’assenza, la quantità e la qualità delle emozioni che hanno provocato il dubbio della scelta, della quale non ci è ancora pervenuta la risposta.»
«Di solito una risposta siffatta è quanto più adatta a una domanda intelligente, e io non voglio deluderla. Credo che ciò che più emoziona, abbia diritto di precedenza sulla stucchevole realtà ultima dell’apparenza. Siamo portati ad amare ciò che ci piace. Non è forse così Madame?»
«Se la sinopia è apprezzabile più dell’opera stessa, si salva la sinopia sacrificando il resto con un atto d’amore. E l’amore non è mai disdicevole, anche quando ci mette davanti a una scelta. Non c’è ragione che tenga contro la forza dell’amore, anche quando quest’ultimo si colora delle tinte aspre della passione.»
«O dell’odio, Madame!» esclamò Mimì.
«L’amore in fondo è anche odio, è il suo perverso contrario, persegue uno stesso fine, ciò che non può l’indifferenza.»
«Anche quando l’odio ci parla di morte?»
«Si muore anche per amore Mimì, e l’odio è il suo massimo esponente. Con la differenza che mentre l'amore è la scintilla della passione, l’odio più spesso è la fiamma che rende la vita un inferno.»
«Non saprei Madame, non sono mai stata sposata, ho accettato di vivere nell’ombra.»
«Al contrario di me, mia sorella Martha, che vedi in quella sbiadita fotografia, era senz’altro la più bella. Il suo fidanzato Alphonse era un soldato in carriera. Venne a trovarci durante la guerra. Si sposarono. Rimase con noi due mesi. Era d’estate, la più bella che io ricordi. Poi ripartì per il fronte e non fece più ritorno. Dal nostro segreto amore nacque una bambina, Magdeleine, che di nascosto da tutti, lasciai in affidamento a una famiglia nel sud della Francia e mi trasferii in Oriente.
Quella figlia che ho ripreso con me alla morte dei suoi genitori adottivi. Mia sorella Martha non ne è mai venuta a conoscenza. Anche se in un certo momento della sua vita disse di aver avuto una visione, dopo di che, cadde in un coma profondo dal quale non si è più ripresa, fino all’ultimo dei suoi giorni» …

“Noi fummo spose in una sola estate, / o cara, in giugno fu la tua visione / e quando cadde la tua breve vita / anch’io mi sentii stanca della mia. / Abbandonata da te nella tenebra / mi raggiunse qualcuno / che portava una lampada [accesa] / e ricevetti il segno io pure” …

Era pur quanto recitava in un altro passo la Dickinson che Madame Rose teneva ben presente nella memoria, rammaricandosi con la devota Mimì, che l’ascoltava raccolta in tutta la sua orientale mestizia.
«Non volermene Mimì se ho mantenuto il segreto anche con te che mi sei così cara, ma adesso che più s’appressa il momento della mia dipartita, ho intenzione di rivelare a Magdeleine ciò che non sa e restituirle quanto più gli spetta, non in ultimo il suo vero cognome.»
«Mi permetta un ragionevole dubbio, non riesco a pensare sia interessata a una così imprevista rivelazione.»
«No, neppure io lo credo. Si da il caso, che Marcel abbia rivelato questo mio segreto che fin qui non ho mai osato rivelare al alcuno.»
«Mi chiedo cosa farà adesso Madame?»
«Riguardo a che cosa, Mimì si'l vous plaît?»
«A proposito del manoscritto …»
«Perduto dicevi … forse! Entrambe sappiamo che nulla va mai perduto definitivamente, siamo noi che più spesso ci perdiamo nei viluppi delle parole trasformandoci in quei fantasmi talvolta beffardi e dispotici, spesso ‘affattucchiati’, capaci di rendere questa vita un po’ meno amara tirando qualche scherzetto in buona fede, così per ammazzare il tempo della malinconia e della solitudine ... quei fantasmi che s’aggirano nei labirinti dei nostri illeciti dubbi, quando in coscienza sappiamo benissimo dove stiamo andando e cosa stiamo facendo.»
«Maschere della nostra incoscienza, l’aveva pur detto il professor Stephan», soggiunse Mimì assaporando un ché d’amaro sulle labbra.
«Ma come si sa le maschere nascondono una doppia identità: drammatica o gioiosa, spetta a noi decidere quale scegliere per meglio presentarci sulla scena. Siamo tutti costantemente proiettati sulla scena di un teatro invisibile, dove gli opposti talvolta si sostituiscono alla ‘verità’, fuori dalla realtà di un mondo estremo, e questa Parigi edulcorata in cui ci è dato vivere è la cornice perfetta per la sua rappresentazione, non credi?»
«Finzione Madame, finzione!»
«No Mimì, realtà.»
«Ma non perdiamoci in chiacchiere sil vous plaît, tu ben sai Mimì che ognuno dei nostri ospiti s’aspetta di trovare nella Maison una benevola accoglienza e una ancor migliore ospitalità. Come dire, di ritrovarsi al centro di un amabile ‘incontro con la bellezza’, per quanto effimera essa possa sembrare, vedi di farlo intendere al personale di servizio Mimì, sil vous plaît, è quanto di più mi aspetto da te.»
«E noi saremo qui ad attenderli come sempre, a braccia aperte, non è forse così, Madame?»
«Mais ouì ‘La fin ce n'est que le commencement !’ mon cœur ami.»
L’indomani alla Maison de la Ville, allorché proseguivano i preparativi per il tanto atteso ‘anniversario’ che Madame Rose voleva festeggiare con gran sfarzo. Dal canto suo Mimì aveva un bel da fare nel disporre ogni cosa secondo il desiderio esplicito di Madame: dalle luci più o meno soffuse delle lampade Liberty che molto risalto davano agli arredi d’epoca, alle innumerevoli composizioni di fiori multicolori i cui riflessi si spegnevano nella moltitudine degli specchi alle pareti. Per non dire della disposizione dei tappeti e dei dipinti orientali su seta che avrebbero adornate le stanze di ricevimento e che avrebbero reso la Maison splendida di uno sfolgorio pari a una dimora regale, per il piacere esclusivo degli ospiti che avevano accesso nell'enturage esclusivo e amicale di Madame Rose ...
E che dire di Parigi? Beh, Parigi era comunque Parigi, la 'ville lumiere' vestita alla moda, alle prese con quella ‘joie de’ vivre’ che le la Belle Époque elargiva a piene mani, aprendosi ad ogni possibile e/o impossibile accadimento. L'indomani nulla sarebbe cambiato di quel 1900, un continuo andirivieni di vendeur de journaux, di gigolò nullatenenti e di garçon che invitavano i passanti a entrare nei bistrot e nei numerosi 'boites de nuit' onde passare una notte di svago più incantevole che mai …

... quasi si fosse sulla scena di un vaudeville rumoroso e fin troppo movimentato.


FINE


Nota d’autore.

Trattasi di opera immaginaria i cui personaggi fittizi e luoghi reali hanno lo scopo di conferire veridicità alla storia narrata. Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e persone viventi o scomparse è assolutamente casuale. Naturalmente tutti gli errori sono solo miei.

Bibliografia di consultazione:

Marcel Proust,
“Alla ricerca del tempo perduto” – I Meridiani Mondadori 1983.
“Album Proust” – I Meridiani Mondadori 1987.

Emily Dickinson,
“Tutte le poesie”, I Meridiani – Mondadori 1997.



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- Poesia

’Ostrakon’ composizioni per immagini di Alessandro Ghignoli

“Ostrakon” … composizioni per immagini di Alessandro Ghignoli Anterem Edizioni – 2022.

 

Sì che alla luna…

come alla pagina bianca “ogni verso ‘scritto’ è grido di perdono”, s’addice chiedersi quale esigenza, se è lecito, la poesia ha ‘d’essere veduta’? Che cosa ha spinto l’autore alla sua visualizzazione grafica e disporla per immagini? Poiché l’immagine di per sé non necessita, come la poesia, d’essere ‘cantata’ o quantomeno letta e ‘ascoltata’, ma va semmai disposta sulla carta, dipinta sulla tela, fotografata, filmata e quant’altro offre oggi la più avanzata tecnologia in fatto di consumo, sì che si è finiti, è questo il caso, di dare ad essa …

“il contorno il limite e la forma / fino alla coscienza geometrica / di una razionalità si muove / l’immagine simmetrica e chiara / nell’equilibrio dell’insieme vivo”.

Che è poi esattamente l’opposto e/o il contrario del senso espresso da sempre dalla ‘poesia’ ufficializzata di imposti canoni letterari e che, per quanto abbia fatto il suo tempo, si permetteva al lettore di ‘capire’, per così dire, di ‘misurarsi’ con la propria memoria immaginifica, data la straordinaria capacità creativa d’immaginare dèi e demoni abitatori di mondi impossibili come ‘il paradiso’ e ‘l’inferno’, ed anche dare adito a eroi e mostri, per autopunirsi dell’inefficienza di un ‘perdono’ mai obliterato da alcuno…

“senza purezza pura / mista mista mistura / nello strano straniamento / parlatura […] così forte e dura dimora / non di moda è la parola / in trasmutanza”.

Non a casso Alessandro Ghignoli usa due sostantivi come ‘straniamento’ e ‘trasmutanza’ onde porre i suoi costrutti entro i limiti di un possibile/impossibile, per chi osa guardare e ascoltare, che aprono al ‘senso’ della sua inespressa voracità del "tuttuno", cioè di quell’insieme che dà l’esatta dimensione del tempo in cui viviamo, forsanche della società che ci siamo costruiti addosso…

“È nell’intermezzo, o nell’intervallo di suono / dove anch’io posso dire un poco io sono, / nella perdita e nella permuta di ogni caduta”.

Scrive ancora l’autore in un’altra sua involuta ‘composizione per immagini’ in cui “l’istantanea di una transizione” si presta a quel “io sono” cui per un precipuo concetto di finitudine non è dato sapere. Sì che ognuno può dirsi ‘forma’ e ‘pensiero’ di quello che è…

“l’abisso che sprofonda nella solitudine di chi si è / giammai dire io sono / io sono, io sono, se mai io sono / […] corpi e anticorpi della meschinità / indignazione (?), moralismo (?) / condizione dell’essere che ‘non è’ / che non è dato d’essere (?) /muti nel tempo che stanzia / nella totale mancanza di volere”. (GioMa) …

Allora cos'è, cosa non è quell'io cui dobbiamo la nostra essenza?

 

“sputa ciò che tutto / dentro il vissuto muta / ci sono non ci sono / solo le parole sono /la maschera vera / la vera cera impressa / di voce rinata ancora / in una terra promessa /immune in me insieme /nei miei me stessi me.”

Quand’ecco l’ultimo verso torna al principio, a quel “grido di perdono”, al “la stessa preghiera / l’odore del dolore / il grido di ogni verso”. Quello stesso grido che Munch ha levato, solo apparentemente 'muto', eppure così pregno d’angoscia per la sorte di chi l’osserva, più del singolo grido un vero e proprio ‘urlo’ contro la cecità dell’umanità intera.

Quel dipinto che alla luce dell’arte possiamo ricondurre a un antico “Ostrakon”, dal titolo della raccolta da Alessandro Ghignoli, più propriamente al pezzo ‘rotto’ di terracotta dipinta che a suo tempo riportava l’immagine di una ‘presenza’ umana poi trasformata in ‘assenza’ e tuttavia propria dell’essenza ch’era stata…

“sono tutti questi corpi questi effetti di corpi uno sull’altro vicino e lontano l’altro forme indiscusse e spettacolari di forme contenute in spazi fuori i meccanismi […] in lingua viva e intrecciata e poi morta e poi riscoperta oltre il nuovo il monolinguismo somigliante […] di quella parte in allegoria in questa viva vitale vita alfabetica i solchi i solchi i solidi soliti sordi ascolti e poi e ancora voi noi alla ribalta in rivolta volta a chi sa a chi nelle favole perde il certo per l’incerto”.

In altro modo l’autore affida ai versi e alle immagini composite d’una scrittura ‘graffita’, seppure nel rimescolio delle tecniche moderne, di recuperare l’ininter-rotto messaggio dell’"Ostrakon", che ci parla dal passato, per quanto vagheggiato ed elaborato, che pur sempre denota la sua caducità di frammento che Stefano Guglielmin ben definisce - nella sua postfazione al libro – in quel:

«…sopravvivere nei lacerti semantici, nelle censure e nelle cancellazioni, nel cercare l’unità in lingue altre, vive e morte, in un meticciato inevitabilmente caduco; la stessa caducità che ci pervade prima nel corpo e poi nella parola, che è anch’essa - qui anzitutto - corpo, materia sonora e visiva. […] dove, l’apparente artificiosità stilistica che cerchiamo nella poesia contemporanea» s'avvale dell'imprinting originario che ha dato forma ad "Ostrakon"…

“scrivi tutte le parole possibili - dice ancora l'autore - copiale registrale diffondile con fotocopie e libri scrivile tutte e poi cancellale e poi scrivile e poi riscrivile tutte ancora insieme dille dopo solo dopo solo davvero dopo cancellale ancora e ancora anche dopo”, ... e ancora fino all'infinito.

 

L’Autore.

Alessandro Ghignoli, poeta, critico e traduttore di lingua spagnola e portoghese ha all’attivo un’ampia produzione letteraria anche in prosa. È vincitore del Premio Lorenzo Montano 2009 con “Amarore”. Più di recente tra le monografie va ricordato “La comunicazione in poesia. Aspetti comparativi del Novecento spagnolo” 2013, e “Transcodificaciones de avanguardia en Italia”.

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- Poesia

Flavio Ermini - Perché la poesia - Anterem Edizioni 2022


“FLAVIO ERMINI … O LA RICERCA INFINITA DELLA POESIA D’AUTORE”

L’uscita quest’anno di un volume interamente dedicato a Flavio Ermini, poeta e saggista, fondatore della rivista letteraria Anterem, rende omaggio a un pensatore del nostro tempo che ha speso la propria vita alla ‘ricerca infinita della poesia d’autore’, che ha accolto insieme a nomi prestigiosi della letteratura mondiale, una selezione altamente specialistica di autori contemporanei italiani che sono approdati al Premio Lorenzo Montano con ‘sillogi poetiche’ di alto profilo letterario, corredate da prefazioni e/o postfazioni saggistiche affidate a studiosi del settore.
Il volume oltre a raccogliere i numerosi editoriali pubblicati da Flavio Ermini negli anni che lo hanno visto impegnato nella selezione dei diversi autori per la rivista Anterem e il Premio Montano, accoglie un saggio introduttivo di Marco Ercolani, psichiatra e scrittore attivo in ambito mitologico-narrativo; e la postfazione di Daniele Maria Pegorari professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea dell’Università di Bari, e condirettore della rivista interdisciplinare “Incroci”.
Quanto si rileva dai due scritti che accompagnano l’uscita di questa ‘monografia’ dedicata, rende al lettore l’esatta dimensione della cifra autorale di Flavio Ermini e della sua particolare tendenza dello ‘scopritore’ di talenti, essendo egli stesso poeta che “dall’uomo pretende una fedeltà inesauribile all’essere poeta immerso nel pensare poesia”, come un “padre chino su un inginocchiatoio, che protende lo sguardo verso l’infinito” (GioMa). “L’essere umano è il suo avvenire ma anche la domanda sul suo avvenire, cioè non solo esiste, ma vuole sapere il perché della sua esistenza.” (Fabio Squeo)


“L’alto dei cieli
non ha fondamento né gravità l’alto dei cieli
discosto com’è dal fuoco al pari del mondo abitato
che dalle acque creaturali viene circoscritto
per quanto non si tratti che di assecondarne la caduta
consentendo così alle forze relittuali
di protendersi una volta ancora verso il principio
per misurare delle forme il grado di accoglienza
nell’inclinazione dei sensi entro i poli del finito
in cui si situa il divino per annunciare il dolore.”
(Flavio Ermini)

Immagini per a-solo di poesia.

Con l’affermazione “La poesia non è un genere letterario”, tema del Simposio aperto nell’Ottobre 2017 alla Biblioteca Nazionale Braidense, Flavio Ermini, poeta, narratore e saggista, nonché direttore ad interim della rivista di ricerca letteraria Anterem fondata nel 1976 con Silvano Martini, di fatto conferisce alla ‘poesia’ una prospettiva dinamica privilegiata che la distingue dalle altre forme narrativo-letterarie, in ragione di una empatia sostanziale che l’accomuna al canto e alla musica, per lo più afferenti alla sfera del patrimonio immateriale. La ‘poesia’, non necessariamente scritta, offre quindi la possibilità di catturare molti aspetti della vita delle immagini che ancora oggi sfuggono alla descrizione letteraria, per quanto la si concentri in due ambiti distinti che si profilano nella nostra incompiutezza e nella nostra mancanza d’essere, ancorché non rispondenti alla domanda sulla nostra esistenza.
Da un lato, quindi, la rappresentazione onomatopeica della ricerca linguistica oltre che acustico-sonora che è all’origine della parola, e “che consente di riguadagnare la continuità originaria tra parola e mondo”; dall’altro, l’avanzare costante di una ricerca che adotta dalle varie scuole stilistiche, i differenti approcci teorici e metodologici, riguardanti “il pensiero visivo” e la “percezione dell’immagine”, qui intesa nell’accezione di “percezione delle forme dell’arte”. La poesia dunque, come forma d’arte a se stante di un “pensare che può strettamente coniugarsi con il poetare, alla luce di un rapporto sempre nuovo tra parola e senso”, e per quanto la “ricerca di senso” possa oggi sembrare in contrasto con l’attualità intimistico-minimalista inerente più all’indicibile che al non-detto; o, diversamente, con il linguaggio massimalista-globalizzato in cui la poesia ripone la riflessione sul senso che, seppure in differenti modalità di ricezione e comunicazione, ciò non diminuisce la portata antropologico-culturale del messaggio poetico che racchiude in sé.
La natura della poesia, infatti, si avvale di suoni ‘suggestivi d’immagini’ che si traducono in lineamenti audio-visivi conformi alle diverse espressioni dell’arte tout-court; e successivamente in forme connaturate al canto e alla danza (vedi il canto degli uccelli, la danza di corteggiamento di molte specie animali, ecc.). Ciò che nel tempo ha permesso di penetrare l’universo sonoro dell’habitat in cui viviamo, riscattandolo da culture e tradizioni diverse, entrate a far parte del ‘patrimonio immateriale’ dell’umanità. Ma ‘vedere la poesia’ nelle immagini della rappresentazione visiva, ed ascoltarne la musicalità intrinseca (nelle forme come nei colori), fa capo al concetto fondamentale della ‘performance‘, (Victor Turner) inerente all’estetica e al liminale:
La ‘performatività’ può essere utilizzata come chiave interpretativa di alcuni caratteri delle nuove tecnologie e in particolar modo può essere una nozione utile per connotare di una veste teorica la ‘costruzione di senso’ attraverso l’agire favorita dagli strumenti mediatici digitali, oggi a nostra disposizione. “Per comprendere appieno questo concetto è però necessario leggerlo come pratica necessaria a una ridefinizione critica del reale e potenziale non-luogo di margine e di passaggio da situazioni sociali e culturali definite a nuove aggregazioni sperimentali. La riflessione teorica sul concetto di ‘performance’ permette infatti di penetrare le fenomenologie liminoidi (zone potenzialmente feconde di riscrittura dei codici culturali) e da qui anche la trasformazione sociale stessa” (Wikipedia).

Poesia per immagini.

Con l’aver dato ‘forma scritta’ al ‘dire’, attraverso il percorso accidentato dei segni grafici e, successivamente, alla sua trasposizione simbolica in quanto metafora figurativa, la ‘poesia’ assurge alla sua forma preminente di ‘creatrice d’immagini’, raggiungendo il suo apice nell’aver dato ‘voce’ all’immagine che la rappresenta. Per cui attribuire alla ‘poesia’ una certa corrispondenza e/o la relazione con l’immagine (grafica, pittura, scultura, fotografia ecc.), è inevitabile. L’alleanza introspettiva, di segreta comunicazione fra le parti, è, per così dire, incommensurabile. Al punto tale che un’immagine è poetica anche senza la suggestione del verso scritto che l’accompagna. Allo stesso modo che si può vedere un componimento poetico, se non addirittura ascoltarlo, senza la necessità di utilizzo di una immagine o di una forma specifica d’arte. In questo la ‘poesia’ è paritetica alla musica, al canto e alla danza, perché: “fonte di formazione e deformazione di un nuovo atto significante.” (Giorgio Bonacini).

Atto comprensibile di un prevedibile prosieguo di andare ‘oltre’ la forma, aprire un varco subliminale al testo scritto o figurativo, alla esegesi della parola contenuta e/o scivolata negli interstizi bianchi che intercorrono tra le righe, in cui il ‘dire’ risulta destrutturato dalla forma del ‘voler dire o non voler dire’ (nel senso di edificazione); e dal logos in quanto pensiero e verbo (edificante) del poetare. “Il dire del poeta ci parla di un ‘altrove’ dov’è in opera una prospettiva rovesciata rispetto al mondo sensibile” – scrive Flavio Ermini (in “L’altrove poetico” Editoriale n. 95 - Anterem), in cui l’immaginario è il vero interfaccia del poeta che se “non nomina le cose esperibili”, pur si avvale di binomi di ‘senso’ come: fisico-psichico, interiore-esteriore, indefinito e comunque intenso e/o estremo. Allora l’ ‘altrove’ è il Nulla e il Tutto è l’oceano e il deserto, la germinazione e la seccura, la speranza e l’abbandono, il moto e la quiete, l’essenza e l’assenza, l’immobilità e il trapasso, la stasi e la morte, plausibilmente contenuti nel dialogo poetico.
Immagini e forme queste, preminenti di concetto e contenuto, tuttavia impossibili da identificare e/o configurare se non nell’ambito di un ‘altrove’ in costante trasformazione, nelle differenti modalità di una cultura recepita nelle sue diverse identificazioni verbali-acustiche e sonoro-musicali, nonché coloristiche e luminose che danno luogo alla trasparenza dell’aere, in cui il ‘senso smarrito della poesia’ si ritrova e ci orienta verso il mistero del nostro essere. ‘Immagini coloristiche’ e ‘forme poetiche’ dunque, come memoria storica dell’esistenza antropico-naturale compresa tra realtà massima e finzione estrema, all’interno di una location-abitativa e una docu-fiction in cui la presenza e/o l’assenza umana si realizza nello ‘sconfinamento di senso’, allo stesso modo che nell’espresso sentimentalismo e nell’amore fugace, nella commedia liminale (farsa), come nella drammaticità luttuosa (tragedia), al livello della soglia della coscienza e della percezione.

Le dimore della poesia.

“Qui si viene non per celebrare una dimora, un giardino, ma perché ci si è persi” – cita Flavio Ermini (in “Non c’è fine al principio” Editoriale n. 94 - Anterem). La frase è del filosofo Lacoue-Labarthe alla quale inavvertitamente sembra rispondere proponendo alla lettura un’altra frase: “Se volete incontrarmi, cercatemi dove non mi trovo. Non so indicarvi altro luogo.”, del poeta Giorgio Caproni (in “L’altrove poetico” n. 95 - Anterem). Un non-luogo dunque che pure è “il luogo che ospita la domanda sull’essere, testimoniando la profondità della physis quale si era rivelata agli albori del pensiero”. Se si considerano qui le due frasi contigue, non senza una forzatura intellettuale, si potrebbe qui raffigurare un ‘ossimoro’ dove dimora-persi / altro luogo (dove non mi trovo), spingono verso quell’ ‘altrove’ dove “non c’è fine né principio”, che è poi il luogo della ‘poesia’, in cui:

“… la natura può ancora parlarci come all’origine parlava ... dove le antiche parole tornano alle nostre labbra come strappate al silenzio; vere quanto è vero lo sgomento dinanzi all’inconoscibile.” (Flavio Ermini)

Ancora più significativo è il principio immateriale poetico espresso nella ‘physis’ nel quale fin dall’antichità si cercò di cogliere il ‘senso’ della realtà in cui l’uomo è immerso nel suo divenire: “La poesia impone di accettare l’essere nel mondo in cui si dà, e implica un interrogarsi sul venirci incontro della molteplicità, un interrogarci sul come la parola può salvaguardare l’essere dall’apparenza. La parola è poetica – e quindi vera – allorché fa sì che l’essere sia. È in questo ‘lasciar essere’ che la parola svela il senso (della poesia) ed è dunque presso di essa quando ne preserva la differenza”. Differenza in quanto termine di opposizione e contrapposizione che interviene a spiegare le realtà particolari intrinseche della funzione poetica sottoposta al divenire, che dev’essere immutabile, previo l’inconfutabilità del pensiero che l’ha espressa, nel modo e nei termini del poeta, perché verità dell’essere.
Il ‘gioco filosofico’ (perché di questo si tratta) si avvale qui dell’interposizione di punti di riferimento alquanto labili, in cui la ‘poesia’ è sinonimo di mobile (solubile), contro la ‘parola’ per sua natura immobile (insolubile), malgrado l’alterità dei contrari che ne negano la relativa effettuazione. Si ha dunque che se possiamo considerare la ‘parola’ come ‘liquida’ per effetto della ‘retrotopia’ (Zigmunt Bauman) in atto; ancor più la ‘poesia’ si fa evanescente, si volatizza nell’aere, spingendosi nella germinazione del nuovo che, al pari della fotosintesi clorofilliana s’avvale della metamorfosi della forma data, onde per cui dissoi-logoi “le parti mutano ma tutto resta immutevole” (Anassimandro), in quanto le differenze ‘affermazione e negazione’ mantengono uno stesso valore. Sta di fatto che in qualità di scrittore e poeta Flavio Ermini, si inserisce nel ‘gioco’ sfruttando proprio questa formula inconfutabile con le sue pertinenti scelte Editoriali, interponendosi, per così dire, nelle linee direttrici della raccolta dei testi che compongono ogni singolo numero della Rivista Letteraria Anterem ormai giunta al suo numero ‘Gold’ di 100.

Alcuni esempi di ‘altrove’ poetico:

“Non m’interessa pensare al mondo al di qua del mondo” (Nietzsche)
“Si potrebbe dire che abbiamo due destini: uno mobile e senza importanza, che si compie; e un altro, immobile e importante, che non si conosce mai.” (Musil)
“Lontano dal cammino degli uomini.” (Parmenide)
“Ma i viventi commettono tutti l’errore di troppo forte distinguere. Fiorire e inaridire sono a noi ugualmente noti.” (Rilke)

Alcuni dialoghi inerenti all’ ‘altrove’ poetico:

“Poesia e pensiero in dialogo” - di Adriano Marchetti, in Anterem n. 95 - Dicembre 2017 (estratto).

Poesia e pensiero sono distinti come i due poli in cui si coniuga il linguaggio, in ciò che vi è di più profondo, di più elementare e più iniziale, per vibrare infinitamente in tutta la sua estensione. […] Appartiene alla tradizione occidentale una poesia che parla nella convinta presunzione di essere poetica. Diventa arte, il suo rapporto con la filosofia è apparso difficile, forse ossessivo. Nell’arroccamento sul proprio territorio autonomo e nella irresponsabilità verso qualunque altra disciplina che ha attraversato, si riflettono i grandi stereotipi: si dice per esempio che la poesia è irrazionale, emozione, sentimento, immaginazione, rivelazione. Mentre il pensiero sarebbe rappresentazione, razionalità, logica. Il filosofo, difende in forme diverse la sua idea. Il poeta maschera in forme diverse quell’idea. L’ambiguità che nel filosofo è una colpa, nel poeta è un pregio. […] I decostruzionisti giungono persino a ipotizzare che poesia e filosofia siano la stessa cosa e che si diversificano solo nella scrittura che utilizzano. […] La filosofia inizia come una domanda di senso e non ripudia la rivelazione verbale del canto. E la poesia sa di trasmettere un certo sapere.
C’è, per così dire, una sovranità terroristica della poesia rispetto a una sorveglianza sapiente dei filosofi. Il tessuto del linguaggio filosofico si sottopone a una sorta di metafora continua, costringendo gli stessi concetti che utilizza a trasformarsi. In più ambiti i filosofi riconoscono nei versi forme dell’esperienza che già hanno avuto una sorta di canonizzazione filosofica; si fanno aiutare dai poeti in ciò che dicono a cornice della loro opera. Tuttavia non si tratta né di poesia filosofica né di filosofia poetica. Per comprendere tale indissolubilità e insieme singolarità occorre risemantizzare i due termini del rapporto. La poesia che pensa supporta la contraddizione, porta dentro di sé il pensiero e resta come in attesa sulla soglia, lasciando che le domande siano sospese al centro della coscienza profonda e dolorosa dell’ambiguità. Da una parte il rigoglio dell’essere e dall’altro la sofferenza – facce di una stessa medaglia – fanno sì che il poeta assuma su di sé …

“...tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia” (Arthur Rimbaud). […] La filosofia non smette d’interrogare la poesia e si trattiene su quella soglia dove la poesia continuando a pro-vocarla e a sfidarla, le restituisce le parole con un tono nuovo”.

Qui la poesia smaschera la filosofia se questa presume di essere l’ultima parola del mondo. L’ultimissima parola non è mai stata detta; risuonerà al di là del mondo, altrove. […] Dal canto suo il pensiero impedisce al canto di essere poesia di se stessa. Né identità né confusione, né esclusivamente ombra né piena luce, né reciproca impenetrabilità. Il loro dialogo è possibile a condizione che il pensiero non sia ridotto a espressione logica autosufficiente e che la poesia non sia compresa come un riflettersi estetico di se stessa. La nostra epoca, enigmatica nella sua oscillazione tra illimitata potenza e radicale alienazione, ci offre la prova dell’assenza di fondamento. […] Il tempo favoloso della scoperta del mondo – l’infanzia del mondo – è solo un relitto alla deriva, e risibile è il progresso nella sua presunzione di perfezione ‘naturale’. […] Il linguaggio raggiunge il poeta che lo eredita per la sua estrema sfida nell’epoca di compimento ed esaurimento della metafisica. […] Anche la filosofia, o (ri)pensa se stessa su modalità conoscitive che a lungo andare la inducono a riconoscere il proprio vuoto, o deve uscire da sé, dal circolo virtuoso dell’auto-trasparenza, rinunciando al dominio logico che si dà ragione da sé.
La separazione tra poesia e pensiero è in realtà una relazione unitiva dei due modi ritmici che portano il linguaggio al linguaggio. La poesia dà da pensare al pensiero e si accolla il dovere di pensare, ma non si pensa. Da parte sua, il pensiero, benché con modalità differenti, scruta la poesia, impedendole di essere poesia della poesia, cioè auto-legittimazione di fronte al pensiero. Quest’ultimo, per quanto assolutamente radicale, non è in funzione di una conoscenza fondatrice, ragionevole e rassicurante, così come la poesia non è letteratura assoluta né tanto meno mistica ante litteram. […] La loro conversazione accade nell’intersezione della loro comune origine. L’origine non può essere pensata né come nulla né come qualcosa; la poesia scaturisce tra quel nulla e quel qualcosa, tra l’indefinito della negazione e la potenza dell’affermazione. Tra il nulla del nichilismo che nega il reale e l’illusione della rappresentazione che imita la natura c’è questo luogo vuoto, in cui ciò che è può apparire e raccogliersi nel suo dire silenzioso: un prima dell’inizio, un movimento inaugurale – vibrazione scaturente di ciò che perviene continuamente a sé.
Non c’è origine, ma accordo immediato con una perpetua nascita a cui s’intonano i modi e le interrogazioni della scrittura, attraverso l’arte della variazione, della brevità esplosiva dell’istante al vocativo ostinato, verso qualcosa che si rivela riservandosi. […] La parte radiosa, l’alêtheia della physis, si lascia intravedere solo sfuggendo alla vista. Il suo dischiudersi universale appare nel suo ritiro in seno all’oscurità, dove la parola si rifiuta di dimostrare e decifrare, facendo solamente segno alla sua scaturigine. (Del resto), … se fosse la piena chiarezza, sarebbe compiuto e immutabile; se fosse totale oscurità, il suo accesso sarebbe impossibile. L’esperienza della rivelazione è nella rivelazione stessa, nel circolo del rivelarsi sottraendosi. Il poeta corre il massimo rischio, arrischia la propria identità di poeta:

“Io è un altro”, enuncia Rimbaud.
“… di insensato gioco di scrivere”, avverte Mallarmé.
“… di cadere in servitù di parole”, parla Ungaretti.
“… (rischia) attraverso l’intuizione della ‘decreazione’, l’unico atto autentico di donazione la sua identità”, è quantto afiora negli appunti di Simone Weil.

Da “Il lavoro della poesia” – di Giampiero Moretti, in Anterem n. 95 - Dicembre 2017 (estratto).
“La grandezza artistica (del fare poetico) può mai essere storicamente efficace, può inserirsi nel processo del divenire?”; (la domanda è così posta nel saggio “Problematica della poesia” da Gottfried Benn), e si pone nella prospettiva evoluzionista interpretata in senso biologico-meccanico, e non invece in senso ‘spirituale’. Spirituale vuol dire per Benn: che il cambiamento, lo sviluppo, nel grande e nel piccolo, avviene in senso goethiano, in maniera tale cioè che sia una variazione sul fondamento e non una variazione-accrescimento del fondamento. In campo poetico, la differenza sta nel fatto che nel primo caso l’individualità lirica resta ‘soggetta’ a una sostanza che, mutandosi, muta il soggetto poetico, mentre, nel secondo caso, l’individualità lirica assoggetta a sé il fondamento che, il fatto, scompare nell’Io che lo ‘esprime’. Il fondamento insomma, ‘resta’. […] In effetti, Benn sottolinea la preminenza della libertà poetica dell’Io lirico sulla meccanicità della sostanza interpretata in senso positivistico. […]
Tra le considerazioni più degna di nota, e massimamente in linea con il pensiero di Nietzsche, troviamo quella secondo cui «l’Io è un tardo stato d’animo della natura, e addirittura uno stato d’animo fuggevole», ricondotta perciò al contesto fortemente nietzschiano all’interno del quale e dal quale nasce la prospettiva poetica di Benn, quella affermazione significa che l’Io ha un ‘suo’ tempo, dal quale emerge, e che esso è del pari fatto di tempo, e ciò senza alternative, senza ulteriori possibilità che non siano veri e propri inganni, abbagli (non insomma finzioni poetiche ‘volute’). […] Tra queste due strettoie, l’Io poetico esprime la sostanza, che non è però mai un mero niente e che quindi non può mai semplicemente appartenere all’Io che la esprime. […] E tuttavia: quell’espressione è dell’Io, gli appartiene come una ‘cosa’, una pertinenza (?)
La poesia (e la sua espressione dell’Io) non viene tanto legata e collegata alla vita ‘spirituale’ del singolo, quanto piuttosto al suo ‘corpo’, come zona autenticamente antica, arcaica, in cui in qualche misura riposa l’emozione come dimensione e fatto primario: non frutto di mero stimolo esteriore, dunque, quanto piuttosto di una temporalità interiore, profonda e intensa che nessun cervello può oltrepassare o trascurare. […] Quella temporalità arcaica è ‘già spirituale’, ed è al contempo un fatto, irraggiungibile tuttavia dalla scienza intesa in maniera diversa da Goethe. Entra qui in scena, secondo la nostra lettura di Benn, la sua ‘proposta’ della poesia come un ‘fare’ che abbia, al contempo, caratteri individuali e universali, aspetti sia di irripetibilità (e quindi in un certo qual modo se non proprio irrazionali quantomeno a-razionali), sia di stile, comunicativamente avvicinabili, quest’ultimo, all’ambito del sapere. […] Poesia (quindi) come linguaggio e però come conoscenza, una mescolanza all’interno della quale non indisciplina e sregolatezza, bensì disciplina e regola sono al centro del processo poetico. […]
In questa prospettiva, è possibile concludere che il ‘fare poetico’ è un fare ben più somatico che cerebrale e che esso presenta caratteri di universalità non di rado iscritti ‘nel corpo stesso del poeta’ non solo. Affrontando la questione del sorgere e del significato della genialità Benn evidenzia efficacemente come, nella sua prospettiva, l’elemento individuale (‘degenerativo’) della genialità si trasformi in qualcosa di universalmente riconosciuto, accertato e celebrato soltanto nella misura in cui l’universalità popolare (oggi diremmo: il pubblico) ne decreta il successo che viene fondato, radicato – diremmo noi – sul ‘corpo’ del poeta, vale a dire radicato in quelle profondità arcaiche le quali, sole, garantiscono una universalità non effimera all’opera d’arte ‘espressa’ dal genio. […] Le poesie vengono fatte, scrive Benn, e intende: le ‘poesie’ non sono il resoconto, il ‘racconto’ di stati d’animo individuali e passeggeri. Il ‘fare’ poetico è dunque ora al centro della riflessione; il difficile ciò che rende ‘rara’ la poesia, consiste nel fatto che essa non ha tema-argomento ma deve trasformare ciò che l’esistenza ‘sente’ in poesia. Se l’esistenza sente se stessa è ‘solo’ se stessa, la poesia sarà forse anche per certi aspetti ‘ben riuscita, ma non vera in senso ultimo. […]
Forse, ma non è poco, se consideriamo che quella ricerca consapevole di un’apparenza (che non può mai, naturalmente, essere mera maniera) poggia a sua volta non tanto o soltanto sulla volontà artistica ‘del’ poeta quanto invece sulla potenzialità poetica dell’essere. È quest’ultima, se così stanno le cose, che ‘libera’ la poesia come risultato puro e semplice dalle strettoie del mestiere. Naturalmente, indicare cosa, in una poesia, non va nella direzione suddetta, è molto spesso ben più semplice del contrario. Si leggano con attenzione, a tal proposito, le pagine che Benn dedica a sottolineare i quattro elementi che (a suo dire) tanto frequentemente compaiono nelle poesie quanto altrettanto frequentemente, segnalano un cortocircuito nella poesia. In conclusione però il punto è uno solo e uno soltanto, nella poetica moderna, la poesia del nostro tempo è quella in cui la nostra esistenza si ritrova appieno, o almeno può ritrovarsi l’Io che, parlando di se stesso parla d’altro, e questo altro non è una sua proiezione, ma è davvero Altro. E se non è, tale parlare, una modificazione, davvero diventa difficile ipotizzarne una più radicale.

Poesia dunque come variazione, cambiamento, sconfinamento, digressione, erranza.

Queste le tematiche ampiamente trattate dalla Rivista Letteraria da illustri studiosi traduttori e commentatori di saggi filosofici e poetici dei migliori e riconosciuti scrittori di ogni epoca, con particolare riguardo agli autori a noi contemporanei. Nelle sue pagine troviamo, inoltre a Flavio Ermini, Giorgio Bonacini, Vincenzo Vitiello, Carlo Sini, Alejandra Pizarnik, Laura Caccia, Enrico Castelli Gattinara, Alfonso Cariolato, Ranieri Teti, Massimo Donà, Henri Michaux, Davide Campi, Mara Cini, Marco Furia, e numerosi altri collaboratori. Ma non è tutto, sono regolarmente accolte inoltre le ‘voci’ dei grandi poeti, come Friedrich Hölderlin, Paul Celan, Emily Dickinson, Giuseppe Ungaretti, Giacomo Leopardi, Marina Cvetaeva, Claude Esteban, Camillo Pennati, Rainer Maria Rilke, Yang Lian, solo per citarne alcuni. Anche se è facile immaginare che nei 42 anni dalla fondazione della Rivista siano apparsi, verosimilmente, tutti o quasi sulle sue pagine.
Un pregio questo che attribuisce ad Anterem il primato di una lunga impegnativa produzione letteraria, della quale, Flavio Ermini, da sempre, mantiene alto il vessillo dell’impegno filantropico socio-culturale nel nostro paese. “Non c’è fine al principio” va quindi considerata come ‘massima’ che da sempre distingue e sostiene Flavio Ermini, e va letta come impegno progressivo e conseguente nel duro lavoro di direttore e redattore della Rivista, giunta quest’anno al suo 95 numero con il quale si è voluto in questo articolo, dare una risposta confacente a “La poesia non è un genere letterario”, come abbiamo avuto modo di accertare. Relativamente a un modo dirompente e in qualche modo provocatorio di tornare ad argomentare un dialogo schiuso in Illo tempore, ma pur sempre attuale, sul ‘fare’ poesia e sul ‘lavoro’ del poeta, con l’affrontare tematiche vecchie e nuove inerenti e/o differenti all’argomento poetico.
Lo attestano le numerose adesioni alle diverse ‘sezioni’ del Premio, ed ancor più le varie pubblicazioni indotte ad esso, come avviene ad esempio con ‘Limina’ Collezione di scritture, e con ‘Opera Prima’ che accoglie fra le sue pagine le ‘voci’ di autori inediti e in parte sconosciuti nella scuderia del Premio intitolato a Lorenzo Montano giunto alla sua XXXII edizione, che la Rivista Anterem indice ogni anno nella ricerca infinita della Poesia d’Autore. Autori che si aprono con spirito innovativo a questa parte legittima di infinito, dando maggiore forza al riconoscimento della ‘poesia’ come forma d’arte a se stante, capace di affermare l’universalità del suo messaggio, sconosciuto in quanto imperscrutabile, suggestivo quanto più ispirato.
Afferente al pensiero e alla parola, così come al canto e alla musica, in quanto ‘voce poetica’ definitivamente liberata dai lacci misteriosi delle afasie di un linguaggio ampiamente superato, appartenuto al passato, per quanto glorioso, ma che oggi pur s’avvale della bellezza terrena dei sentimenti e dell’ebbrezza spirituale che inevitabilmente pervade l’universo futuro.

Da “L’esperienza poetica del pensiero”, scrive Silvano Martini …
“I luoghi verso i quali ci dirigiamo non hanno consistenza propria.
Assumono quella che noi intendiamo conferire loro.
L’esperienza poetica è andare verso qualcosa e, nello stesso tempo, costruire quella cosa stessa.”

Flavio Ermini (Verona, 1947), poeta e saggista.

Dirige dalla fondazione (1976) la rivista di ricerca letteraria “Anterem”. Tra le sue ultime pubblicazioni: “Poema n. 10. Tra pensiero e poesia”, (poesia 2001; edito in Francia nel 2007 da Champ Social), “Il compito terreno dei mortali” (poesia, 2010; edito in Francia nel 2012 da Lucie Éditions), “Il matrimonio del cielo con la terra” (saggio e poesia, 2010), ‘Il secondo bene’ (saggio, 2012), “Essere il nemico” (pamphlet, 2013), “Rilke e la natura dell’oscurità” (saggio, 2015), “Il giardino conteso” (saggio e poesia, 2016), “Della fine” (prosa poetica, 2016). Collabora all’attività culturale degli “Amici della Scala” di Milano. Per Moretti&Vitali cura la collana di saggistica “Narrazioni della conoscenza”. Partecipa a seminari e convegni in molte istituzioni accademiche italiane e straniere. Vive a Verona, dove continua il suo lavoro nell’ambito editoriale della rivista Anterem e del Premio Lorenzo Montano.

Riferimenti bibliografici oltre quelli citati:
Fabio Squeo, “L’altrove della mancanza nelle relazioni di esistenza”, Bibliotheka Edizioni 2017.
Victor Turner, “Antropologia della performance”, Il Mulino 1993.
Wikipedia, Enciclopedia libera on-line – by Wikimedia Foundation
Giorgio Bonacini, Prefazione a “L’inarrivabile mosaico” di Enzo Campi – Anterem Ed. Premio Lorenzo Montano ‘Raccolta inedita’ 2017.
Zigmunt Bauman, “Retrotopia”, Laterza Editori 2017.
Gottfried Benn, “Lo smalto sul nulla”, Problematica della poesia, Adelphi 1992, in
“Il lavoro della poesia” – di Giampiero Moretti, in Anterem n. 95 - Dicembre 2017.
Artur Rimbaud, in “Poesia e pensiero in dialogo” di Adriano Marchetti, Anterem n. 95 - Dicembre 2017.

Altre recensioni di Giorgio Mancinelli sul sito larecherche.it:

Flavio Ermini, "Il Giardino Conteso" - Moretti & Vitali, 2016. Pubblicato il 20/04/2016 04.
Flavio Ermini, “Serata/Evento dedicata a Rainer Maria Rilke, a 90 anni dalla morte”. Pubblicato il 29 dicembre 2016.
ANTEREM 91 apre il 2016 con uno straordinario numero da collezione. Pubblicato il 03/03/2016.
“91 E NON LI DIMOSTRA” ANTEREM RIVISTA DI LETTERATURA E POESIA . Pubblicato il 30/12/2015
“Premio Di Poesia 'Lorenzo Montano' Edizione Del Trentennale”. Pubblicato il 10/02/2016

Sitografia:
ANTEREM – Rivista di Ricerca Letteraria: www.anteremedizioni.it Premio Lorenzo Montano: premio.montano@antermedizioni.it

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- Libri

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UN LIBRO DI GIORGIO MANCINELLI SU AMAZON

E' un viaggio nella città nascosta e sotterranea, coi suoi personaggi presi dalle cronache quotidiane di epoche diverse e verosimilmente re-inventati dalla creatività dell’autore: santi, diavoli, becchini, preti, donne scaltre, uomini saggi, ubriachi, gestori di bar e d’osterie, cantanti di strada, funamboli, beoni, opportunisti e tantissimi altri, immersi nella cornice antica e pur sempre nuova di una città, Roma, incredibilmente conosciuta, o forse, così imprevedibilmente sconosciuta, in continuo disfacimento nel suo pur essere eterna. Un po’ di Roma è qui, nello sfogliare queste pagine che gli ho dedicato, sfiorando appena la sua bellezza austera ma sobria, della quale ho scostato il velo ascoso e magico che la ricopre. Lo stile usato è quello della cronaca giornalistica che risale gli accadimenti dal lato umoristico, per giungere al paradosso dei ludi luculliani e del carnevale di storica memoria. Un viaggio senza tempo, o forse attraverso il tempo, che non tiene conto dei secoli come dei millenni che a Roma non sembrano mai passati, e che rivivono nelle sue pietre e nella polvere accumulata dalla storia.

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- Musica

Vangelis Papathanassiou - un mito della musica contemporanea

VANGELIS PAPATHANASSIOU : L’UOMO, LA MUSICA, LO SPAZIO

Per meglio distinguere la figura di Vangelis nel panorama musicale sempre più affollato e spesso distratto dell’elettronica-pop bisognerebbe aver letto il ‘reportage’ sulla musica contemporanea apparso in Larecherche.it (vedi ‘Quaderni di Musicologia XIII: la musica contemporanea’), colui che ha spalancato ulteriormente le infinite possibilità applicative di questa tecnica strumentale che ha dato vita a un vero e proprio genere musicale: la ‘musica spaziale’. Ma prima di tentare una qualsivoglia definizione della sua musica, si rende necessario non tanto conoscere l’individuo in quanto ricercatore attento e dalle infinite capacità intuitive, quanto rendersi consapevoli della sua concezione musicale. Tutto nasce al Nemo Studio che Vangelis realizzò a Londra sul finire degli anni ’70 e che confidenzialmente ha chiamato “il mio laboratorio”, perché al dunque di questo si trattava, di un vero e proprio laboratorio alchemico di ‘programmazione musicale’. Come egli stesso ha detto: “È lì che tento di costruire la musica del nostro tempo, riprodurre suoni, toni, modalità, successioni, certi effetti spaziali e temporali. Quello che più mi interessa è il rapporto che corre fra l’uomo e la musica, o meglio gli speciali effetti psichici e psicologici che la musica riflette sul comportamento umano”.
È comprensibile quindi come un così capace musicista, arrangiatore, compositore e co-autore di canzoni che ha nel suo DNA certe ambizioni di ricerca finisca poi con lo sfociare nella dimensione filosofica e psicologica del creativo, quanto meno dell’artista impegnato a dare un seguito alla sua concezione musicale ‘altra’ da quella in cui si era formato. Cioè da quando con il gruppo greco degli Aphrodite’s Child formato nel 1968 con Demis Roussos, Loukas Sideras e Anargyros Koulouris, scalava le vette delle classifiche canzonettistiche con una miscela di rock e atmosfere folkloristiche greco -mediterranee, condita da arie progressive in un sostrato di musica classica. Agli inizi del 1970 Vangelis s’affaccia sulla scena da solista. Risale infatti al 1971 l’uscita di “Hypothesis” suo primo album, frutto di ricerca, dal titolo fortemente ipotizzante di quello che sarà il suo futuro ambito di ricerca. Seguono nel 1973/75 due colonne sonore per i documentari del francese Frederic Rossif: “L’apocalipse dex animaux” e “La fête sauvage” strepitose per innovazione compositiva che lo impongono fin da subito all’attenzione internazionale.
Tuttavia saranno le musiche composte per il sequel televisivo “Cosmos” a spalancare per lui le porte della sua definitiva entrata nella programmazione elettronica della musica, e di dare sfogo, se così si può dire, alla sua capacità espressiva senza impedimenti di sorta, rendendo la sua musica riconoscibile alla prima sequenza di note. Con “Heaven and hell” del 19… di eccellente fattura compositiva, in cui sono raccolte le musiche utilizzate nel sequel televisivo, Vangelis spazza via ogni riserva sulla natura della sua musica e ci mette di fronte all’opera compiuta. Da questo momento in poi le sue performance avanzate ed estreme riempiono il panorama musicale mondiale, presentandosi al grande pubblico nella duplice veste di ‘mago’ alchemico -elettronico capace di mettere in movimento l’orecchio (e la fantasia) dell’ascoltatore con assonanze nuove, uniche e originali, il cui effetto primario è quello di far scaturire gli effetti più inusitati: atmosfere e situazioni, location ambientali e straordinari ‘spazi’ cosmici. La fusione dei generi e l’uso di filtri sonori permette a Vangelis di approntare una sorta di rinnovamento anche nella musica tradizionale ch’egli a un certo punto sembra riscoprire ravvisando in essa il messaggio ancestrale degli avi: “Per me la musica non è solo intrattenimento, piecere estetico ed edonistico, ma qualcosa di più. È una forma di vita a se stante, vecchia milioni di anni, quanto l’uomo … quando l’uomo …”
Nascono da questa affermazione i bellissimi brani: “Heart” dall’album omonimo del 1973, “Dervish D” ispirata alle danze dei Dervisci di Turchia il cui mistico ‘ruotare’ trova la sua realizzazione nella spirale cosmica dell’universo; la lirica “To the Unknown Man” un inno levato al mondo sconosciuto dell’uomo; entrambe incluse nel successivo album “Spiral” del 1977 e colonna sonora del film di Francois Reichenbach in cui Vangelis propone inoltre un’antica melodia greca per bouzuki; nonché l’esperienza di “China” del 1979 in cui il compositore si avvale delle sonorità orientali e che gli permette di spingere la ricerca nei meandri inconsueti del TAO. SI rende qui necessario fare un passo indietro a prima di quest’ultime esperienze, e ritrovare il Vangelis degli anni ‘70/’80 , quello dal punto di vista commerciale più proficuo: “Albedo o.39” del 1976, e “Beaubourg” del 1978 che subito s’imposero all’attenzione degli organizzatori mediatici che li utilizzarono nelle sigle di alcuni importanti programmi radiofonici e televisivi. Successivamente 1980/82 Vangelis sembra passare un momento riflessivo di transizione che però non preclude la sua produzione come solista. Mi riferisco agli album realizzati con John Anderson ex leader degli Yes col quale avvierà una lunga collaborazione, ne cito qui almeno due “Short Stories” e “See your later” in cui Vangelis si ripropone in veste di arrangiatore co-autore delle canzoni in essi contenute.
Nel 1982 esce al cinema, in forma sommessa, “Chariot of fire” una pellicola dell’inglese Hugh Hudson in cui si narra di un evento sportivo riferito alle Olimpiadi pre/post War (non ricordo bene), del quale Vangelis firma la colonna sonora nei titoli di coda e che fin da subito si rivela più che un semplice commento sonoro alle immagini. Infatti sarà successivamente insignito del premio Oscar per la migliore ‘colonna sonora’ di quello stesso anno. Nell’economia del film infatti la musica di Vangelis si riappropria del ruolo preponderante che la ‘colonna sonora’, in altre pellicole del periodo, sembrava aver perduto, con lo scandire il ritmo percettivo del discorso fotografico che David Watlin e Dewi Humpries, rispettivamente direttore e operatore della fotografia, avevano magistralmente condotto; quasi a sottolineare i momenti di progressiva emozione, di vivificante bellezza visiva con quella sonoro-uditiva delle immagini. Siamo all’apoteosi della ‘colonna sonora’ in cui il connubio con la musica raggiunge l’apice dell’eleganza estetica in musica. Raggiungimento estetico-sonoro che si ripeterà con “Missing” del 1982 un film di Costa Gravas e con “Blade Runner” del 1994 di Steven Spilberg in cui la musica di Vangelis sottolinea maggiormente l’ambientazione ‘minimalista’ piuttosto che il soggetto. Qui il ruolo della musica diviene quello più specifico di ‘sostegno’ all’impatto traumatizzante delle immagini che scorrono ora veloci ora stupendamente lente, pur sempre con geniale efficace. A seguire la splendida “Antartica” 1983; “The Bounty” del 1984 e la successiva “Conquest of Paradise” del 1992, “Alexander” del 20004, intervallate da musiche per spettacoli teatrali: “Elektra” (Grecia) 1983, “Medea” (Spagna) 1992, “Las Troyanas” (Spagna) 2001, “A Vihar” (lit. The Tempest) (Ungheria) 2002, “Antigone” (Italia) 2005. Musiche per balletto: “R.B. Sque” (Regno Unito) 1983, “Frankenstein” - Modern Prometheus (Regno Unito, Paesi Bassi) e “The Beauty and the Beast” (Regno Unito) 1985-1986. Risale al 2001 lo splendido “Mythodea”: Music for the NASA Mission: 2001 Mars Odyssey (Sony Music) lo spettacolo per immagini oggi anche in DVD.
Considerato il più originale costruttore di ‘cattedrali musicali’ per colonne sonore, mostre, avvenimenti sportivi, eventi di rappresentanza ecc. Evangelos Odysseas Papathanassiou, compositore impegnato nella ricerca strumentale capace di creare, attraverso l'uso funzionale delle tastiere, atmosfere grandiose di matrice sinfonico-orchestrale; compositore inoltre di musica elettronica e new age, noto con il nome d'arte di Vangelis, ha offerto la propria collaborazione a numerosi gruppi rock strumentale e cantanti contemporanei come Irene Papas di cui vanno qui ricordati almeno due interessantissimi album: “Odes” del 1979 e “Raphsodies” del 1986 contenente antichi ‘canti greci’ di una bellezza stravolgente. I Krisma (Chrisma) “Amore” del 1976, “Chinese Restaurant” del 1977, “Hibernation” del 1979. Inoltre con la magistrale interprete di canzoni italiane e non Milva, per la quale Vangelis ha riadattato il famoso brano "To the unknown man", divenuto in italiano, "Dicono di me", in francese "Moi je n'ai pas peur" e in tedesco "Ich hab'keine Angst" e che è oggi uno dei pezzi più significativi del repertorio della cantante, ma anche un grande successo discografico. Vangelis ha scritto per Milva molti brani originali e spesso inclini ad una immersione visionaria, ipnotica e sofisticata nello sperimentalismo elettronico e polifonico. “L'ultima Carmen”, su testo di Massimo Gallerani e la citazione inter-testuale di Bizet, è un ottimo esempio di questa sensibilità espressiva aperta al confronto culturale e alla compenetrazione dei modelli. Costante nell'opera di Vangelis, rimane infatti, la capacità di fondere elementi molto distanti tra loro, in una realtà sonora e ritmica che viene costruita e ‘re-inventata’, in un insieme di blocchi elettronici e sintetici.
A questo approccio problematico ha dato a suo tempo una risposta fattiva Vangelis Papatanassiou con l’esclusione, salvo rare eccezioni, di ogni forma immotivata di commento musicale, come quelle create per i documentari di Frederic Rossif “L’Apocalypse des Animaux” (1973), e successivamente “Opera Sauvage” (1979), ed anche “Soil festivities” (1984), alle quali il musicista ha prestato il suo operato in qualità di compositore, arrangiatore, esecutore e produttore, quale solo un vero e proprio alchimista del suono riesce a fare ora creando ed elaborando ‘effetti sonori’ studiati ad oc o presi dall’ambiente, utilizzando rumori reali e semplici suoni prodotti con strumenti musicali o nell’elaborazione di voci, come già in Henze nella riproposizione di un titolo: “Voices” (1995), anche queste elaborate da sintetizzatori ma con esito più suggestivo, in genere sufficienti a realizzare un ascolto decisamente più distensivo. O, come in altri casi, rendendo più agevole seguire il flusso del commento vocale nel suo significante divenire: “Mythodea” (19) (CD e Video - 2001) realizzato per la Missione Nasa “Mars Odyssey”; così nei cortometraggi e documentari dove ‘la voce’ è acusmatica, cioè che rimane ‘fuori del campo visivo. “L’acusma cinematografico spiega – Virgilio Tosi op.cit. – è davvero per un verso ‘fuori-campo’ (quindi, per lo spettatore, al di fuori dell’immagine), ma allo stesso tempo è dentro l’immagine dietro la quale proviene, in forma reale (realistica) o immaginaria; come se vagasse sulla superficie dell’immagine ora dentro ora fuori, con dei punti variabili all’interno dell’inquadratura, riconoscibili come tali solamente nella mente dello spettatore man mano che le immagini scorrono davanti ai suoi occhi.”
Si è parlato di vari aspetti riguardanti la ‘musica per immagini’ e dei suoi fautori come di un ‘miracolo’ già avvenuto, è questo il momento di andare ‘oltre’ l’aspetto culturale che l’ha visto nascere e recuperare (notare l’ossimoro), mi correggo, ripercorrere le numerose strade aperte dalla ricerca e non solo, che oggi distinguono gran parte della musica contemporanea in ogni sua referenzialità. A ciò molto è servito l’abbinamento con le diverse espressioni artistiche che la cultura odierna mette a disposizione, e che vanno dalla rappresentazione teatrale al balletto, dalla mostra d’arte alla cinematografia di genere documentaristica al reportage ambientale, in cui però, malgrado la credibilità culturale che gli si voglia dare, in realtà l’aspetto commerciale ha preso il sopravvento e l’‘artefice’ (gli artefici) di tanto sconvolgimento è andato incontro al pubblico per colmare la grande differenza che li teneva separati.

“Anche per questo – scrive Augusto Romano in “Musica e psiche” – la musica-visiva” ha dovuto farsi portatrice di una certa comunicabilità che non aveva. Ha dovuto cioè ricercare quei simboli dell’espressività sonora che non gli appartenevano, ma che pure davano fondamento all’idea di musica nel suo insieme, vuoi per effetto della globalizzazione (world-music) in atto, e che accompagna ogni manifestazione antropologica fin dalle sue origini tribali di tipo musicale-socio-comunitarie, fino agli ultimi esempi di acculturazione e addomesticazione delle immagini-sonore. Quella stessa che ha alimentato costantemente la produzione sonora di riflessioni filosofiche e psicologiche che hanno assunto, inevitabilmente, consistenza ormai ‘mitica’: si prenda ad esempio il Jazz o il Rock, che hanno tracciato un percorso nell’immaginazione umana. […] Di fatto ogni discorso sulla musica si intreccia con quello sulla psiche e sulla pratica analitica sociologica, in un gioco di analogie situato sull’arduo confine che divide ciò che è dicibile da ciò che non è”.

Ma l’uomo, Vangelis non ama fare sfoggio di sé e raramente si concede di apparire in pubblico, non si lascia fotografare e non appare neppure sulle copertine dei suoi numerosi dischi. Le rare volte che è salito sul palcoscenico risalgono ormai agli anni ’80. Era infatti il 17 luglio del 1989 quando prese parte al concerto ‘live’ alle Terme di Caracalla a Roma dove finì per suonare ‘O sole mio’ e in parte fu addirittura deludente. Suo malgrado egli è ancora oggi, uno dei più accreditati compositori di colonne sonore, soprattutto nella solennità imponente degli arrangiamenti, molto ricercato dai registi che gli fanno la corte pur di accaparrarselo. In Vangelis, il richiamo accattivante e spesso minimalista alla classicità o alla spiritualità di sapore vagamente "New Age", definisce un aspetto decisivo di quella ricerca strumentale e sonora a cui il compositore ha sempre guardato con estremo interesse. Forse l’unico fra quelli per così dire cui si può accreditare una certa autenticità e rigore professionale, un probabile (allora lo era) profeta della musica del domani.

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- Poesia

’Elegia’ - Una raccolta poetico-narrativa di Mariasole Ariot



“Elegia” … o della tensione poetico-narrativa.
Una raccolta di Mariasole Ariot – XXXV Premio Lorenzo Montano – Anterem Edizioni / Cierre Grafica 2022.

“È così il buio: è così la luce.”

L’insorgere di una necessaria assenza di parola che può far pensare a una qualche sofferta dimenticanza che di fatto lascia sgomenti, non trova soglia in queste pagine di Mariasole Ariot, tendenti a ricreare attorno al suo dire, il vuoto causale che l’accompagna e le riveste d’aura poetica, traendone il massimo profitto narrativo …

“Ancora – premere ancora – i bulbi delle cose – andare a fondo – nella notte chiara la chiara della vista – che non vedo – quando appare – e non ripara – la corda, questo piccolo morire.”

Non un vuoto interstiziale dunque, separa le frasi in ‘sospensione’, ma un pieno concettuale che ne riveste le pause latenti, come in uno spartito musicale, essenziali alla composizione d’insieme fortemente espressiva, se vogliamo drammatica, come può dirsi di tutta l’opera wagneriana che, d’altra parte, lascia spazio a eventi, attese, emozioni che alimentano il ‘climax’ sviluppato dalla dilatazione dei tempi narrativi, così “…la notte – quando non dormire – […] che dice il confine – e sprofonda – sprofonda ciò che mi ha fondato.”

E “Di nuovo un’identità – mancata – si scompensano le cose vive – e i vivi delle strade – questa strada senza passanti – questi passati che ronzano d’intorno – non stentano mai a morire.”

La resa wagneriana è altamente suggestiva, si pensi ai contrasti fra elementi della natura, ai cieli torbidi di nuvole come schiere avverse che si confrontano sul campo; al costante tragico viluppo del bene e del male a scapito dell’identificazione e del riconoscimento; alla drammatica sopravvivenza dei personaggi ‘elegiaci’ che si muovono sulla scena e che, viceversa, s’agitano in noi spettatori, presi nel vortice sovrasensibile degli eventi …

Noi che siamo, che: “Abitiamo – case sconosciute quanto chiaro è il chiaro – il salto che trascura – i piani e l’altezza delle scale – la scelta che non sceglie la mia scelta – un cranio senza scoglio – una scogliera.”

E ancora si pensi alla tensione dei sentimenti che attanaglia tutti, personaggi e spettatori, nel conflitto quotidiano tra la vita e la morte, allorché non rimane che contare nel ‘vuoto’, che non è il ‘nulla’, il numero dei morti rimasti disseppelliti, la somma dei cadaveri mangiati, dei figli spuri disconosciuti, degli avanzi di una tavola riccamente imbandita ch’è pur è la vita: questo nostro vivere obliato senza remissione …

“Dicono si torca il mondo – come il cibo – digerito delle tavole – dell’ultima cena per la cena mancata – quando ti nascondi dall’occhio – che preme all’infuori e rincorre – poi nascondersi – nelle parti che ho mangiato.”

E verosimilmente trovarsi a rigurgitare davanti allo specchio la propria filantropica essenza, pur senza voler essere benevoli con se stessi, vissuti con “Il terrore – di dire – e di non dire – la verità che a volte – arriva – in una notte – mentre riposano i mille – personaggi che hai creato – e tu diventi – la loro stana vuota.”

Un vuoto di scena che spaventa, allorché la brama d’essere lascia spoglie insepolte, incustodite, dell’anima che in ginocchio prega sulla nuda terra una qualche defezione di memoria, di oltraggio subito, di violenze oscene, di manchevolezze arbitrarie contro la dignità cercata: un’intima battaglia che si consuma sul campo della vita nell’amletico dubbio “essere e non essere” di shakespeariana memoria …

“Cronacare – una nebbia sulla lingua – cronacare i dettagli dei corpi, cronacare – la scorza dei feriti – questa misura – oscura che grava sulle cose – di questo misurare – i territori dei sepolti.”

E ancora …

“Si muove solo – l’interno – accadersi per cadere – non avere alcun – appiglio – alla scena madre – questa madre da cui siamo - scivolati fuori – a velocità di verme – camminare a ritroso – laggiù – in un passato che muove nessun presente – solo un vissuto – per chiedersi – se mai hai vissuto.”

Ma per quanto vi è detto, l’autrice non esclude alcuna attribuzione di colpa subita, né suggerisce una possibile via di fuga. La colpa, se di questa si tratta, rimane ancorata al peccato d’essere qui, adesso, al cospetto di un Dio ineluttabile, nascosto alla vista, intransigente quanto impietoso …

Il tributo dovuto è in queste pagine solo apparentemente bianche, che pure non chiedono riscatto …

“E non è forse – ogni segno come un sogno una vaga – interpretazione – essere ciò che l’altro – altrove – dice l’essere che sei – e non è – forse ciò che pensi l’accaduto – solo interpretare un accadere – come dimostrare il vero – quando si cela.”

“È così il buio: è così la luce … dove mai è dire sempre.”

Una costante tensione poetico-narrativa attanaglia l’autrice di questi illuminati versi metonimici, traslati d’una sceneggiatura artata, al cui dramma assistono fugaci ombre del vissuto, incolori, che attraversano la tela di fondo alla ricerca della verità, per un ‘teatro degli opposti’ senza né vinti né vincitori …

“Attraverso il deserto mi deserto – destare un’opinione – sul margine del foglio – sfogliarmi separarmi misurarmi – avermi e non avere – per avermi – reciso l’esistenza.”


L’autrice:
Mariasole Ariot, ha al suo attivo una lunga collaborazione alla rivista scientifica lo Squaderno, dal 2014 è redattrice della rivista letteraria online Nazione Indiana. Sue pubblicazioni: “Simmetrie degli spazi vuoti” con G. Bortolotti – Arcipelago Edizioni 2013; “Anatomia della luce” Aragno 2017.
Nell’ambito delle arti visuali, ha collaborato alla realizzazione del cortometraggio “I’m a Swan” (2017), e “Dove urla il deserto” (2019).









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- Poesia

’Dinosauri Psicopompi’…elementi strutturali di poesia aliena


“Dinosauri Psicopompi” … elementi strutturali di poesia aliena.
Una silloge di Paola Silvia Dolci, Anterem Edizioni/ Cierre Grafica 2022.

“Mi sveglio sempre prima
Della fine dei sogni.
Staccata,
come se venissi ritagliata
con le forbici dalla carta.”

È questa una proposta grafico-letteraria che prendendo spunto da frammenti poetico-mitologici di un passato assai remoto, pur sempre vivo in noi, propone una possibile costruzione di testo narrativo avulso da prerogative intenzionali e ipotesi critiche che, altresì, sminuirebbero l’effetto originale del testo. Quasi si fosse in presenza di una cercata decostruzione che si rivela nel ‘non detto’, paragonabile al ‘non finito’ di un’opera d’arte …

“Quando cala il buio, i fantasmi del mare si addensano, si avvicinano, si nutrono sia della notte, sia dell’acqua. Quando spunta il sole, i fantasmi, corrono ancora sul filo dell’acqua.”

Un’assenza, quindi, che assume qui l’istanza di un dire oltremodo alieno, in cui la parola conchiusa in sé, è rivelatrice di un approdo ultimo, definitivo, che impedisce di notare la prossimità della nostra presenza (di lettori), messa di fronte a una stesura insolita, i cui richiami, nell’immagine grafica che l’accompagna, proiettano, solo apparentemente, un vuoto di senso, allorché … “i sogni si associano alla conoscenza”.

Sì che l’avvio in solitaria ascensione verso il ‘vuoto oscuro’ (parimenti di un buco nero nello spazio), non incute paura alcuna, né soggiace a velleità di grandezza o potenza ctonia, ma si riversa nell’universale cosmico della conoscenza. Inutile quindi cercarvi un ‘senso altro’ che non c’è, l’autrice non lo rivela. Piuttosto allude a una coesione con la realtà liquida che stiamo vivendo, così come dischiudere ulteriori spazi alla creatività acrilica del nostro tempo …

“Ho gli occhi irritati dal sale,
la sabbia triturata tra i denti,
le ombre dense dell’isola si annidano,
nello scricchiolio lieve della barca, stanotte,
la tua presenza mi ha fatta sentire sola.
Devo diventare aria.”

Dacché il ritorno alla dicotomia di accompagnatori fortuiti che noi siamo, ‘psicopompi’ del nostro essere, sospinti verso un mondo estremo che ci aspetta al di là delle parole, dei nostri costrutti, dell’immaginario collettivo che ci accomuna nella fine, un ultimo approdo, antitesi di un disegno (forse) compiuto sulla carta (del destino) che necessita di ritagliare, scontornare, e bruciare tutto quanto è d’intorno di un’identità obliterata …
“Non riesco mai a ricordare il suo nome. […] Quando vorrei sottrarmi, resto. Chiede squarci della mia intimità, questa per me è la cosa più intricata. […] Non so perché resto, forse perché me lo chiede.”

Forse perché in ciò, si avvalora l’inizio di una nuova avventura, “la continua tensione di valicare un confine”, sintomo e soggetto di una velleità antropica mai venuta meno … “non bastiamo mai a noi stessi, mai ai nostri desideri” cita l’autrice: “Rimane la stanchezza, la rinuncia, - un’abulia quasi felice.” […] “Poi, da sogno a sogno … mi difendo con la paura. […] “Il nervo ottico rimasto in bianco, fulminato nel cuore del cervello.”
Ma non c’è paura, semmai l’incombenza di una necessità, voler sapere, voler comprendere, anzi no, piuttosto di voler conoscere quanto (di sé) è rivolto nel “Lo specchio sopra la mia testa, alle spalle del letto, riflette due volte la stessa immagine.” Un gioco di “piccoli ingranaggi”, uno dei più interni che si cela nel mistero di chi siamo, quale simbolo archetipo della trasformazione del Sé. Solo allora …

“Quando tutto sarà finito,
tutto ricomincerà daccapo. […]
Ci cambiano i sogni.
Mi capita di entrare nella testa degli altri.
Incidere la candela con il pugnale dal manico bianco.
Bruciare alla fiamma le foglie di alloro su cui ho scritto i miei desideri, alla luce della luna. Gettare le ceneri in mare. […] Che cosa voglio quando non percorro mai una strada fino in fondo (?). Sul mondo in frantumi distendere un cielo limpido che lo tenga di nuovo unito. […] La finestra su una piazza, o qualcosa …

… qualcosa che rievochi i ‘dinosauri psicopompi’ del passato che un giorno torneranno, così come gli déi ancestrali della nostra dismessa immaginazione.

Note:
Tutti i corsivi sono dell’autrice Paola Silvia Dolci, diplomata presso il Centro Nazionale di Drammaturgia. Attualmente collabora con diverse riviste letterarie. È traduttrice e direttrice responsabile della rivista indipendente di poesia e cultura “Niederngasse”. Alcune sue opere più recenti: “I processi di ingrandimento delle immagini per un’antologia di poeti scomparsi” – Oèdipus 2017; “Diario del sonno” – Le Lettere 2021.

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- Musica

Quaderni di Etnomusica Musiche e canti popolari dell’Ucraina


QUADERNI DI ETNOMUSICOLOGIA

MUSICHE E CANTI POPOLARI DELL’UCRAINA
(… il vento dal campo smuove solo metà dei fiori del giardino.)

Se la musica ha il privilegio di parlare un linguaggio universale, ancor più dobbiamo riconoscere ad essa la peculiarità di efficace veicolo di comprensione tra i popoli e, a buon diritto, di far parte delle discipline di studio specifiche che sono fonte primaria di conoscenza, alla quale, pure contribuiscono tutti i popoli della terra indistintamente, nessuno escluso, riconosciuti all’interno del fenomeno di acculturazione. Per cui, in prospettiva della “nuova realtà musicale” quale si è andata delineando in questa nostra epoca di repentini cambiamenti, studiare l’Etnomusicologia assume significato di riappropriazione delle testimonianze più rappresentative della cultura musicale dei popoli. Pur con le sue accezioni peculiari, vuoi musicali (strumentali), vuoi orali (poetico letterarie), inerenti agli usi e i costumi dei popoli che l’hanno determinata, nel loro effettivo stanziamento geografico, l’Ucraina può essere considerata a sé stante, per quanto rimangono sempre ben riconoscibili apporti ed influenze di altre popolazioni, spesso determinanti per lo strutturarsi complessivo di forti influssi che, in varie epoche ed a vario titolo, furono e sono presenti sul suo territorio: Russi, Bielorussi, Romeni, Moldavi, Bulgari, Polacchi, Ungheresi e Tatari di Crimea, insieme ad altre presenze minoritarie.
Influenze che, volutamente rivisitate come “espressioni originali” di singole autenticità, restituiscono, in taluni casi accertati, identità etniche-culturali ben definite, che ci permettono di riequilibrare lo stacco tra passato e presente di un seppur discontinuo percorso millenario, in cui la cultura slava costituisce il nucleo etnico fondamentale dell’odierna Ucraina. Quindi, pur mantenendo questo quadro composito come sfondo sul quale disegnare una qualche riflessione, è possibile, per quanto approssimativamente, individuare due aree culturali: “…quella centrale e nord orientale (composta dagli ucraini propriamente detti), una zona pianeggiante adatta all’agricoltura, la cui ricchezza spesso attirò l’avidità di popoli invasori che in ragione di facili spostamenti l’occuparono, (…) e una seconda, comprendente la parte nord-occidentale del paese in territorio caucasico, montagnoso, in cui le difficoltà di comunicazione (culturale) ed i problemi di sopravvivenza han fatto sì che si conservassero caratteri culturali più arcaici, all’interno di una tessitura etnica pur frammentaria. Pertanto le divisioni e le differenze nei caratteri musicali di questo popolo ricalcano, con buona approssimazione, queste due suddivisioni etnico-linguistiche presenti sul territorio dell’odierna nazione ucraina. (1)
L’Etnomusicologia vede l’Ucraina come un territorio da riscoprire, non solo come ricordo del tempo, o come magia e incanto perduto, in cui le diverse categorie di suoni percepiti vanno studiate come veicolo di comunicazione e di scambio per la comprensione tra le diverse etnie, piuttosto, come ha evidenziato in passato Alain Danielou (2): “… dei suoni per comunicare, spesso difficile da distinguerne gli elementi articolati, che noi chiamiamo linguaggio, dalle emissioni della voce, contraddistinte all’altezza del tono e dalla durata, che sono alla base della musica. Non a caso esistono, infatti, sul territorio, lingue tonali, recitazioni cantate e strutture musicali proprie del linguaggio parlato (...) che nel tempo hanno sviluppato forme musicali libere da qualsiasi funzione sociale, le quali, proprio perché svincolate da presupposti rituali, hanno progredito rapidamente sulla via del perfezionamento tecnico e del raffinamento del gusto”. In breve, tutto ciò conferma di fatto che non si conoscono popoli, fin da quelli primitivi ad oggi, che non abbiano conosciuto o che non conoscano una qualche forma musicale, sia che rientri nella propria cultura etnica (ritualità tribale) o faccia parte del proprio habitat naturale (rocce parlanti, vulcani tonanti, alberi suonanti, animali canterini), da cui l’uomo ha appreso la “formula” talvolta impregnata di magia, della musica esistente nel creato, così come le riscontriamo sul territorio ucraino.
Apprendiamo così che, l’insieme della cultura musicale e tutto ciò che ad essa ruota attorno, si rivela uno dispositivo fondamentale da farci riflettere sul suo significato. Eppure, anche quando con i primi studi antropologici, ci si è accorti che l’essere consapevoli della propria esistenza, non è dato per scontato, almeno non per tutti allo stesso modo, che supportare una campagna a sostegno della ricerca Etnomusicologica è fondamentale per una “presa di coscienza”, in grado di restituirci la consapevolezza dell’immenso ‘dono’ che ci è dato, determinata dal fatto che la musica, alla stregua delle altre arti, va considerata patrimonio di tutta l’umanità. Mi piace qui sottolineare un’affascinante intuizione di Marcel Mauss (3) il quale, con il triplice obbligo di “dare, ricevere e ricambiare il dono”, costituisce un “fenomeno sociale totale” a cui fare riferimento, all’interno di una prerogativa universale, pur con le sue diversificazioni e interazioni, le cui eredità peculiari e speculari che ogni popolo autonomamente ha corrisposto a quello successivo. Fatto, questo che ha permesso allo stesso Mauss di affermare: “…che tutte le società arcaiche, ‘primitive’ o ‘senza stato’ che siano, pensano il loro universo e perfino il cosmo, nel linguaggio scambievole del dono”, di cui la musica – aggiungo – figura tra i beni materiali della cultura universale.
Testimonianza questa, che ci consente di riconoscere una dignità culturale specifica, distintiva di molti popoli più o meno conosciuti in seno alla sempre più evoluta popolazione delle nazioni, per cui andare alla ricerca delle loro “origini” linguistiche, o tracciare le linee di un modello culturale che possano aver perseguito, come pure evidenziare i caratteri originali di cui si compone la loro tradizione musicale, assume significato di andare alla ricerca della “memoria del tempo” e di quanto ci permette di ripercorrere l’intero arco ciclico socio-musicale dell’umanità. È quanto più rientra nel lavoro dell’Etnomusicologo, il cui impegno dev’essere meta e linea di partenza di un percorso perseguito ma che è ancora tutto da scrivere. Etnomusicologia dunque, come acquisizione di un maggiore bagaglio culturale, per un sempre maggiore impegno sociale nella conoscenza di popoli e paesi “altri” dal nostro, che si aprono a noi e ci svelano i loro segreti e le loro gemme: la loro musica, i loro riti, le usanze e i costumi, l’artigianato e le opere dell’arte. Con ciò, rendendoci partecipi del loro mondo fantasmagorico, di colori, di note, di suoni, di strumenti, di canti e di balli, di manufatti popolari che hanno conosciuto la notte dei tempi, molti dei quali, mantengono ancora oggi tutto il fascino del loro mistero.
Ancora dalle note introduttive di Stefano Castelli (*) per l’edizione italiana del disco LP “Ucraina” – Collana Albatros – Editoriale Sciascia 1979, cito quanto segue: “Le divisioni e le differenze nei caratteri musicali risalgono, come accade per molti paesi europei, al XVIII ed al XIX secolo, allorché le manifestazioni folkloriche riferite al Granducato di Kiev, retta dal suo storico Patriarcato cattolico, più o meno contrapposto al patriarcato ortodosso di Mosca, che documentano un primo momento di unificazione etnico-politico nell’area balcanica. Su un altro versante parallelo, può essere utile considerare il canto liturgico che, importato dai bizantini con la religione Ortodossa, subì tuttavia modificazioni indicative, e fissare così l’inizio di una conversione dell’Ucraina, attestatasi attorno all’anno 989. In cui, si insegnavano alle popolazioni gli inni sacri servendosi di lingue paleoslave, pesantemente mediate fra il canto greco-ortodosso e quello ‘parlato’ dalle genti ucraine.”
Notevole fu l’apporto alla musica cosiddetta ‘profana’ suonata da suonatori girovaghi, detti ‘Skomorokh’, anche detti Tzigani d’Ungheria insieme ai Rom di Romania, che troviamo menzionati in proverbi, ballate e modi dire davvero originali. “Erano questi attori e musici girovaghi discendenti in linea diretta da un’antica tradizione di stregoni e sciamani che durante i loro spettacoli usavano indossare maschere di indubbia attribuzione magica, considerati propri dei tentatori satanici, la cui musica e i loro strumenti erano messi all’indice da un preciso precetto religioso che la definiva: “…come una tromba che durante la preghiera riunisce i guerrieri e gli angeli celesti, così i loro strumenti ‘gusli’ e ‘sopeli’ riuniscono i demoni svergognati”. Successiva alla dominazione mongola del territorio, nell’intervallo compreso fra il 1237 ed il 1480, l’Ucraina conobbe un lungo periodo di isolamento musicale che i musicologi riferiscono alla commistione fra i canti bizantini e quelli russi basati su sensibilità radicalmente diverse. La marcata differenza di un tempo fra i due diversi stili musicali non è quasi più riscontrabile se non nel canto, nel quale l’Ucraina utilizza la propria lingua nazionale, nella diversa pronuncia idiomatica da quella russa. Finanche gli strumenti musicali in uso sono, con qualche differenza di forme, gli stessi utilizzati in tutta l’area dei Carpazi, inclusiva di quelle forse più note tradizioni presenti rispettivamente in Romania, Bulgaria, Ungheria, Moldavia, Polonia e Slovacchia.
“Tra i numerosi strumenti ucraini conosciuti vengono qui ricordati solo i più importanti: la ‘kobza’, una possibile variante della ‘bandura’, che ricorda assai da vicino strumenti persiani o afgani; presenta un lungo manico munito di tasti, collegato ad una cassa ovale, sulla quale sono tese tre/quattro corde. La ‘bandura’ propriamente detta si presenta come un singolare incrocio fra un salterio ed un liuto, dal manico corto e tozzo, sprovvisto di tasti e, salvo che in alcuni casi di esecuzioni virtuosistiche, le numerose corde dette ‘prystrunky’, varianti nel numero di 50/60, sono fissate attraverso la cassa e vengono suonate ‘vuote’, cioè senza accorciarle schiacciandole con le dita. Un altro strumento molto in uso in tutta l’area è il ‘violino’ localmente denominato ‘skrypka’ sostanzialmente identico al violino europeo ma più rozzo, la cui costruzione è affidata a liutai di villaggio. Una connotazione a parte va data al ‘gusli’ in uso nelle zone appartenenti al gruppo linguistico slavo e sta a indicare una gran varietà di strumenti a corda quali: ‘husty’ e ‘hudity’, che significano semplicemente ‘suonare’. Sembra che originariamente il ‘gusli’ sia stato qualcosa di simile a un’arpa, tuttavia di difficile attribuzione territoriale.
La ‘duda’ è una cornamusa formata da un otre di pelle da cui si dipartono tre tubi di legno: il ‘sysak’, cioè l’imboccatura attraverso la quale il musicista la mantiene gonfia d’aria; l’’huk’ che fa da bordone basso, solitamente composto da tre pezzi di legno innestati l’uno nell’altro, nel cui mediano è innestata la lamina vibrante che produce il suono. La melodia è ricavata dalle due canne parallele con finale ad ancia con sei o sette fori che servono a modificare il suono. Fanno da accompagnamento diversi modelli di flauto, fra i quali il più diffuso è forse la ‘sopilka’, un flauto a becco con cinque o sei fori. Non in ultimo, troviamo il ‘flauto di Pan’, che può avere da due a sette canne. In una nota di colore si dice che in caso lo strumento difetti di una o più note che impediscono al suonatore di eseguire la melodia desiderata, questi intoni con la voce le note mancanti. (5)”
Ma che cosa avviene quando alla formazione di una data cultura ha contribuito più di un popolo e più di una singola tradizione che verosimilmente ne ha forgiato l’anima multiforme? E di conseguenza: quale impronta musicale, più o meno originale che sia, comunque tipica del territorio preso in considerazione, risulta accresciuta nella sua dimensione socio-antropologica? L’interrogativo è mio, ma stavolta e guarda caso, la risposta ce l’ho bella e pronta, offerta a scatola chiusa, niente meno che da Charles Darwin, il quale, nel suo “L’origine dell’uomo” (6) scrive: “Giacché né il piacere legato alla produzione di note musicali, né la capacità (di produrle) sono facoltà che abbiano il benché minimo utile diretto per l’uomo (...) devono essere collocate fra le più misteriose di cui egli è dotato”. La prima risposta è inclusiva nella domanda stessa, lì dove si determina un contributo comunitario e/o in qualche modo è possibile incontrare sul nostro cammino di ricercatori, taluni accorti studiosi che usano le rispettive tradizioni per imporre e sostenere un certo ordine di costumi, all’interno delle gerarchie socio-culturali e religiose, di riferimento etnico. Ciò che dà luogo però a un sminuzzamento della cultura, una certa particolarità non influente nella formazione della cultura stessa.
In Etnomusicologia la comparazione è importante perché accomunare le similitudini, le sinonimie e, per contrasto tiene conto delle divergenze, in modo da ricondurre gli effetti entro un comune "accordo" specifico di fondo. La seconda risposta prende avvio nello studio specifico del territorio oggetto di ricerca e ne valuta la tipicità, basandosi sulla morfologia e l'economia del medesimo, alfine di rintracciare quegli elementi materiali presenti in natura che hanno permesso all'umano antropologico di sviluppare il suo utilizzo musicale e la propria creatività, per quanto primitiva essa possa risultare. A fronte di quanto affermato, va inoltre detto che l’immagine di un mondo costituito soltanto dalle culture ufficiali e dalle confessioni riconosciute, per la maggior parte, sono prive di curiosità o di particolare interesse per la nostra ricerca etnomusicologica, in quanto il nostro coinvolgimento coincide più con ciò che è involontario e accidentale, e che “viaggia” fuori delle righe della uniformità culturale ufficiale e della escatologia precostituita.
Al noto ricercatore Stefano Castelli si devono, inoltre, le numerose “note ai canti” e molto altro ancora, che accompagnano la raccolta presente nel disco citato, utilizzate in questa presentazione etnomusicologica dedicata all’Ucraina, soprattutto perché non avendo conoscenza della lingua, non potevo fare altrimenti che affidarmi alla cura sostanziale dello studioso che le ha redatte, ringraziandolo per aver aperto un varco conoscitivo a un patrimonio che altrimenti sarebbe andato perduto. Stando altresì agli ultimi accadimenti in corso di una guerra che ha disperso un numero esorbitante di artisti, fra esecutori strumentali e cantanti, detentori di molta parte di questa tradizione musicale. Non potendo presentare qui alcuna traduzione dei canti, mi limito quindi alla citazione dei nomi di alcuni di essi e alla raccolta di note ad essi riferiti, talvolta appartenenti a singole popolazioni presenti sul territorio:
“Hutsul Kolomiyka”: gli Hutsul e/o Gutsul, sono una popolazione dell’Ucraina nord occidentale che presenta caratteristiche arcaiche sia per quanto riguarda la lingua, che per quanto si riferisce ad espressioni collegate a teorie demonologiche e rituali funebri, per lo più scomparsi nella loro forma originaria dal resto del paese. Non c’è quindi da meravigliarsi per alcune arcaicità presenti in questa ‘kolomiyka’ eseguita con la ‘duda’ nonostante sia un genere musicale fiorito attorno al 16° ed il 18° secolo, periodo in cui i sistemi musicali europei incominciavano ad essere conosciuti anche fra le masse rurali e, i cui influssi provenienti dalle diverse zone limitrofe al resto d’Europa si sovrapposero alla musica locale.
Il “Kozachok” è invece una tipica forma di danza accompagnata dal canto, in cui la ‘duda’ è accordata in modo diverso dal brano precedente. Il cui testo si struttura in strofe di quattro versi di sette sillabe ciascuno con un forte accento posto sull’ultima sillaba di ogni verso. In questo particolare caso la ‘duda’ ripete il modello melodico fornito dal canto, per iniziare poi una serie di variazioni nelle quali vengono introdotte nuove note e nuove figurazioni ritmiche.
La “Hutsulka”, è una musica da danza in cui risultano estremamente evidenti le influenze dei violinisti zingari rumeni. Troviamo qui tutti gli elementi che compongono il loro tipico virtuosismo: lo svolgere parallelamente al coro la medesima melodia arricchita di trilli, acciaccature, velocissime scale e, di contro, i momenti di sospensione in cui viene ripetuto sempre un semplice gruppo di note in modo da accrescere, da consumati istrioni, l’attesa dell’uditorio. Il coro puntualizza abilmente la dimensione ritmica con grida, urla, fischi, battiti di piedi e frasi parlate, proprie della partecipazione popolare alla festa, giustificata pienamente dalla maggiore diffusione su tutto il territorio, cui la ‘Hutsulka’ ha maggiore diffusione e rivendica palesemente la propria origine etnica.
Nelle tipiche danze ucraine segnate dalla partecipazione di un folto pubblico, si stabilisce un rapporto singolare: da una parte gli archi sembrano seguire, sostenendole ritmicamente e melodicamente, le voci dei danzatori e, dall’altra, voci soliste si staccano talvolta dalla tonalità del coro per riprodurre i modi esecutivi tipici dei violinisti tzigani. E veniamo ai due ‘canti corali’ da me utilizzati per il sottotitolo a questa lunga ricerca conoscitiva: “Il vento dal campo” (che smuove solo) “Una metà dei fiori del giardino”, a significare che per quanto dell’eredità accumulata per secoli dall’eroico popolo ucraino, solo una parte di questo patrimonio culturale potrà essere cancellato, e che i ‘fiori’ strappati dal vento di un’assurda guerra (come se non bastasse la pandemia ad accumulare i morti) rinasceranno per un’altra primavera: “Così come Cristo risorgerà per una e un’altra Pasqua ancora”. Così come ricrescerà l’erba dei prati e gli alberi dei boschi, le vaste piantagioni di messi che hanno contrassegnato il lavoro di questi instancabili agricoltori che da secoli contribuiscono all’ecosistema mondiale con il mantenimento di estese ‘foreste vergini’; la loro produzione di orzo, segale, mais e frumento che nel tempo gli sono valsi la denominazione di “Granaio del mondo”.
Di tutto il materiale musicale – proseguo nel citare il ricercatore Castelli – i due brani corali sopracitati sono gli esempi maggiormente collegati ad arcaiche pratiche di canto. La polifonia è infatti uno dei caratteri anticamente dominanti in quest’area, accomunata in primis dalla pratica del lavoro di massa contadino, con i quale si accompagnavano i lavoratori e le lavoratrici durante la raccolta dei frutti della terra, (si rammentino i canti delle mondine e degli scariolanti in Italia), e non solo. Inoltre ai vicendevoli scambi fra polifonia liturgica e polifonia popolare, l’antichità del carattere polifonico è testimoniata anche dal fatto che, all’inizio del processo di inurbamento, da più parti si è sottolineata una netta differenziazione fra lo stile delle campagne e quello di matrice ‘colta’ che si andava sviluppando nelle città nonostante la diversa identità (religiosa e/o profana) fra le linee melodiche e i testi delle canzoni, nella suddivisione possibile fra “canzoni di villaggio” e “canzoni di città”. In entrambi i casi la polifonia risulta pienamente contrappuntistica; le varie linee melodiche si intrecciano e si separano allo stesso modo, non limitandosi a cantare per intervalli paralleli.
Nella tessitura composita del patrimonio rituale di una cultura – scrive ancora Stefano Castelli – le pratiche riguardanti il matrimonio occupano spesso un punto nodale, importantissimo, fondamento medesimo musicale dell’Ucraina, che possiamo dividere in canti in qualche modo corrispondenti ai momenti eclatanti del rito: le canzoni di addio e le lamentazioni dei parenti della sposa; i canti di carattere mitologico, cavalleresco o eroico cantati durante i festeggiamenti e i banchetti; le strofe a sfondo erotico eseguite nelle vicinanze della casa in cui gli sposi si preparano a trascorrere la prima notte delle nozze; infine, le canzoni di matrimonio propriamente dette, cantate durante lo svolgimento del rito. Anticamente infatti il rito durava giorni, scandendosi con precisione in un accurato sviluppo minutamente preordinato. Tralasciando il passato, rimane facile notare la pressoché completa identità di alcuni canti matrimoniali, per quanto riguarda lo stile melodico e i modi di esecuzione, con i canti agrari del raccolto. La cui funzione raccoglie intorno a sé stili diversificati relativi a funzioni diverse. Il matrimonio, quindi, vissuto come momento di mescolamento in cui è presente una molteplicità di temi paragonabili solo a più antichi riti di iniziazione che comportano sempre uno scenario di morte iniziatica.
È questo della morte un altro momento rituale assai marcato nei canti di matrimonio, specie da parte dei parenti della sposa per cui ‘sposarsi’ equivale allontanarsi dal clan di appartenenza per seguire il marito; come morire e viceversa rinascere in altro luogo. Non a caso i funerali di una ragazza assumono la forma di un matrimonio, con canti e musiche allegre. Le simbologie usate nei testi sono assai esplicite: “la sposa muore per il suo clan”, “la fanciulla sprofonda nel mare”, “il ramo è divelto dalla pianta” e così via. I canti relativi vengono eseguiti da due cori, solitamente femminili, guidati da due attendenti. Il testo descrive, in forma di contrasto, tutti i momenti del rituale: come accade per gli incantesimi, la partecipazione umana deve essere costante e l’attenzione più minuziosa deve essere posta in tale atto ‘legislativo’ in modo che nulla venga turbato e sfugga al controllo dei celebranti. Così, appare spesso che l’atto di rapimento della sposa da parte del clan del marito, deve sembrare che ella venga obbligata ad andarsene, per non offendere il clan originario.
Se è vero che la musica ha il potere di mantenere vivi certi suoi caratteri a distanza di millenni, che continua a essere suonata e intonata negli stessi luoghi dove si è formata, ciò vale altresì per la parola orale e scritta, per la letteratura come per la poesia, per i gesti rituali così come per il canto e la danza, che troviamo, pur con migliaia differenziazioni in ogni parte del mondo e presso tutte le popolazioni conosciute. Gli esempi potrebbero essere infiniti, sebbene a tutti va dedicata, da parte del ricercatore, una particolare attenzione. Soprattutto perché, ogni singolo momento nell’ambito della vita e della cultura di ogni singolo popolo, rappresenta una condizione sperimentale evolutiva, e la musica è sempre stata la più attaccabile dai bacilli delle mode e della modernità, e non sempre in maniera eccepibile. Appare chiaro, dunque, come l'eredità di questo approccio sia fondamentale per comprendere la pluralità dei codici e dei linguaggi, centrale nella teoria postmoderna, nonché sia applicabile ante litteram alla situazione contemporanea della multimedialità, dell'ipertestualità e della contaminazione «in rete», che della teoria postmoderna sono l'esito ultimo e più complesso.
Orientamento teorico e metodologico risalente, con diramazioni successive, all'opera del linguista svizzero Ferdinand de Saussure, che considera la lingua come un insieme strutturato di elementi interagenti e interdipendenti; successivamente la definizione è stata adottata anche per indicare gli indirizzi di pensiero che hanno esteso alle scienze umane i principi dello strutturalismo linguistico, per cui i fenomeni culturali sono visti come insiemi organici tra i cui componenti vigono relazioni costanti e sistematiche: l'antropologia (con Claude Lévi-Strauss), la critica letteraria (con Roland Barthes), la psicanalisi (con Jacques Lacan), l'esegesi marxista (con Louis Althusser), la filosofia della cultura (con Michel Foucault) e la neo-liguistica (con Roland Jakobson). Per una comprensione analitica del fenomeno cfr. G. Fornero e F. Restaino, Nicola Abbagnano – “Storia della Filosofia”, volume X in “La filosofia contemporanea” (7). Come scrivono E. Schultz e R. Lavenda, autori di “Antropologia Culturale” (8): “Il sapere etnografico risulta sempre mediato da sguardi orientati, da contesti storici e relazionali, da prospettive ideologiche e biografie situate. Ma si farebbe un grave errore pensare di dover depurare o cancellare questa mediazione: si perderebbe la possibilità stessa di riconoscere le fonti e le modalità del processo conoscitivo che si è attuato; verrebbe meno la possibilità di ricostruire e di dar senso alle energie e alle risorse della trasformazione avvenuta. La comprensione dell’altro culturale scrivono gli autori echeggiando posizioni vicine all’ermeneutica contemporanea, e in Italia per molti versi anticipate dall’antropologia di Ernesto de Martino – è costruita intersoggettivamente, utilizzando elementi tratti dal sistema culturale sia dell’antropologo che dell’informatore. Afferrando il significato del sé culturale dell’altro, scopriremo in parte il significato della nostra identità”.
Conoscere la storia di un territorio, la morfologia della sua natura, il clima, la flora delle sue pianure e la fauna dei suoi boschi, le condizioni di vita della sua gente, certo aiuta a comprendere la pur “semplice” vena creativa delle sue tradizioni popolari, a conoscere l’origine dei racconti di fiaba, la derivazione mitologica delle sue leggende. Così come conoscere le “sorgenti” della musica e del canto, permettono di comprendere la creatività dei virtuosi strumentisti che molto successo riscossero presso i musicisti colti nelle corti europee gli studiosi del folklore. L’etnomusicologia si è occupata poco di questa regione “narrata e vissuta” in musica dal popolo pur variegato che l’ha formalizzata dentro schemi originali irripetibili. Ciò seppure è possibile affermare che una linea musicale comune li abbracci tutti, secondo una sorta di reciprocità e interscambiabilità che conferisce ad essa una sorta di uniformità e, in qualche modo, di unicità, riscontrabile e riferibile come ad un'unica entità popolare. Fra tutti vanno qui ricordati le voci della letteratura di tradizione ucraina, la cui voce poetica più antica è rintracciabile nelle ‘byliny’, canti epici del tempo in cui, all’alba del millennio passato, Kiev lottava contro i nomadi delle steppe, ed in tutta una vasta creazione popolare rimasta anonima, tramandata oralmente per secoli, prima di essere fissata sulla carta. La parte più originale di questa tradizione dell’antica letteratura sorta in terra ucraina è costituita dalle epopee di cui il “Canto della schiera d’Igor”, rappresenta l’esempio più mirabile.
Ma è anche necessario inoltrarsi nelle abitudini di un popolo per poter scoprirne l’entità vitale e recepire al meglio le sue tradizioni. È così che visitare un paese richiede inoltre di esaminare quelli che possiamo definire gli ‘archetipi’ della sua religiosità, i caratteri essenziali della sua cultura, le espressioni tipiche della sua arte, come i manufatti, la cucina, il bere, e non solo riferiti al passato. Bensì anche la residualità di quanto si proietta nel presente, come l’accoglienza e la generosità del suo popolo. Nonché conoscere la cucina ucraina in quanto parte integrante della cultura popolare che si riflette nello stile di vita e negli usi e costumi di tutti gli ucraini. Infatti la cucina ucraina si riconosce in modo particolare per la grande varietà di sapori e la diversità di ingredienti utilizzati, per lo più carni, funghi, verdure, barbabietole, frutta e vari tipi di erbe. Alcuni piatti tipici della cucina ucraina sono tra i più semplici da preparare. I cibi si accompagnano con vini locali e non, diversi tipi di birra, vodka, o te, ed altre bevande anche molto diffuse come in particolare la ‘horilka’, un distillato chiaro ricavato dal frumento e dalla segale.
Non trascurabile, sempre che la conoscenza della lingua lo permetta, e magari cercare qualche traduzione in altro idioma, dare uno sguardo alla letteratura presente sul territorio che pure conosce una storia lenta affermatasi fin dal XV secolo. “Una letteratura propria dell'Ucraina si afferma già nel XV secolo. La letteratura ucraina raggiunge il massimo splendore con Ivan Franko (1856-1916), e soprattutto con il poeta nazionale ucraino Taras Hryhorovyč Ševčenko (1814-1861), autore di ballate e poemi epici di stampo nazionale. Nel XX secolo si afferma, tra gli altri, la figura della poetessa Lesja Ukrainka (1871-1913). Tra il XX e il XXI secolo tra gli scrittori di storie per bambini si distinse Vsevolod Nestajko. Prevale, inoltre, un tipo di scrittura di carattere sociale e nazionalpopolare. In campo filosofico, nel XVIII secolo, tra gli altri, si afferma la figura di Hryhorij Skovoroda (1722-1794), che fu anche poeta” (9). In musica, come si è visto, è possibile definire la tradizione ucraina come una ‘musica senza confini’, un intrico meraviglioso di ‘strade sonore’ diverse. Per chi non è abituato a frequentarle, sono racchiuse tra questi due estremi: Occidente e Oriente, crogiuolo di stili e assonanze diverse ove si riscontrano influenze arabe ed ebraiche, mongole e tatare, ortodosse greche e altre appartenenti alla cultura islamica. Nessuna di queste però è più definita delle altre.
Dacché l’ascolto del disco sopracitato, l’unico che ho rintracciato in questo periodo di assenza totale dal mercato, rivela contaminazioni vissute e metabolizzate che pure resiste all’occidentalizzazione, insieme ad un miscuglio talvolta finanche fastidioso all’orecchio impreparato. In altri momenti però rivelatrici del fascino misterioso orientaleggiante cui ci hanno abituati i grandi compositori russi, quali, ad esempio, i romantici Glinka e Mussorgsky, attraverso le opere dei quali ci si ritrova nel mezzo di feste popolari e pagine entrate nella grande musica classica; arabeschi e armonie di tradizioni antiche e desideri nascosti e forse sconosciuti. Ma limitarsi a ciò sarebbe voler conchiudere la tradizione ucraina entro un perimetro sonoro che non conosciamo appieno; che altresì, nel tentativo di semplificare un panorama complesso e variegato, è ‘fonte estrema’ di rinnovamento musicale integrante di una cultura orale comunque millenaria. “Tra le cantanti ucraine vanno ricordate , tra le altre, Alina Grosu e per il genere pop e Rhythm & Blues Svitlana Loboda; Ruslana Lyžyčko che con il singolo “Wild Dances” ha vinto l'Eurovision Song Contest 2004, svoltosi in Turchia. In seguito l'Ucraina vinse nuovamente con la cantante Jamala nell'edizione dell'Eurovision Song Contest 2016. Tra i cantautori spicca Volodymyr Ivasjuk e la nota cantante lirica che è stata Solomija Krušel'nyc'ka. Per la musica classica ricordiamo la pianista Valentyna Lysycja, che ha assunto rilevanza internazionale (10).
Quanto rimarrà di tutto questa ‘fonte sonora’ dopo gli ultimi eventi della guerra ancora in fase di attuazione e in attesa di accordi di pace, che tutti auspichiamo, non so dire. Che nel 2022, si faccia una guerra per la supremazia di una nazione su un’altra non ha oggi alcun senso, è comunque un’offesa alla dignità umana e alla rispettabilità di un popolo civile. Ingrata per chi la fa e per chi la subisce, perché infine chi ne trarrà la vittoria, si ritroverà comunque con una forte perdita in numero di vite umane, di distruzione totale del territorio e carenza di materie prime di cui avvalersi nel processo di sopravvivenza. Davvero non ci sono parole aggiuntive che possano scusare un misfatto simile a quello che si sta consumando in quest’area continentale con la possibile estensione alle altre nazioni limitrofe e, soprattutto, con la probabilità di scatenare altre ‘menti’ offuscate dalla sete di potere o d’imperialismo autocrate. Nessun imperatore o despota che si ricordi nella storia è mai sopravvissuto al potere esercitato dalla cultura dei popoli, all’espressione di quel ‘sapere’ che le genti hanno depositato nel serbatoio della memoria del mondo.


Testi di consultazione:
“The New Oxford History Of Music” vol.1 – Oxford Press – London - per l’Italia Garzanti-Feltrinelli – Milano 1991.
“Enciclopedia della Musica” – Garzanti, Milano 1996.
“The Larousse Encyclopedia of Music” – The Hamlyn Publishing Group – London 1978.
“The world of music”, Journal of the International Institute for Comparative Music Studies – Berlin in association with The International Music Council (UNESCO). Chairman of the Board: Alain Danielou.

Note:
(1) Oliver Sacks: “Musicofilia” - Adelphi, Milano 2009.
Medico e scrittore, vive a New York dove insegna neurologia e psichiatria alla Columbia University Artist. È autore di molti libri, fra i quali “Risvegli”, da cui è tratto il film che 1990 ebbe tre nomination agli Oscar. “Ogni storia cui l’autore dà voce illumina uno dei molti modi in cui musica, emozione, memoria e identità s’intrecciano, e si definiscono. Forse la musicofilia è una forma di biofilia, giacché noi percepiamo la musica quasi come una creatura viva” (dalle note di copertina).
(2) Alain Danielou: The International Music Council, “Musical Atlas”, Note introduttive alla collana Unesco Collection by the International Institute for Comparative Music Studies (Berlin/Venice). Emi-Odeon.
(3) Marcel Mauss: "Saggio sul dono: Forma e motivo dello scambio nelle società acaiche" – Einaudi, Torino 1965. Antropologo, sociologo e storico delle religioni francese, massimo esponente della scuola di Durkheim. Collaboratore della rivista Annéè Sociologique, fondata nel 1898 da Emile Durkheim. "Saggio sul dono", nasce dalla comparazione di varie ricerche etnografiche, tra le quali lo studio del rituale potlach di Franz Boas e del Kula di Bronislaw Malinowski.
(4) Stefano Castelli, scrittore e traduttore, musicista curatore delle note bibliografiche della produzione Albatros per la Editoriale Sciascia dagli anni ’70, ha curato inoltre l’uscita del disco (LP) qui presentato dal titolo “Ucraina” nel 1979. In nota: “Si può dire che, come in tutte quelle che pretendono di possedere una validità appena un poco generalizzata in un settore così magmatico quale è quello della musica popolare, richiederebbe una dimostrazione assai lunga e complessa.”
(5) Stefano Castelli, op.cit.
(6) Charles Darwin, “L’origine dell’uomo” …
(7) Schultz / Lavenia, “Antropologia Culturale” ….
(8) Nicola Abbagnano – “Storia della Filosofia”, volume X in “La filosofia contemporanea”.
(9) Wikipedia, alla voce “Ucraina”.
(10) Ibidem







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- Psicologia

Un perfetto ‘equilibrio confusionale’.



Un perfetto ‘equilibrio confusionale’.
Lacan e me.

Parlando davanti allo specchio del bagno, in presenza di Jacques, convengo di apportare una leggera variante alla prospettiva lacaniana su alcune certezze acquisite, affatto scontate, in una delle quali si fa riferimento allo “squilibrio confusionale” di alcuni soggetti che, pur in stato confusionale, trovano nella loro quotidianità un proprio costante ‘equilibrio’. Faccio un esempio: Margy E. vive in un appartamento spazioso in centro città, arieggiato e ben illuminato, sì da permettersi una vita agiata e accomodante, a tal punto da circondarsi di mobili e quadri d’autore di un certo prestigio, oggetti di design, collezioni di libri, dischi musicali e film, secondo una scelta del tutto personale ma che darebbero le vertigini a chiunque volesse azzardare una lista o un ipotetico inventario.
Non c’è che dire (o ridire), per carità! Si pensi tutto ciò come proiettato in un possibile ‘bazar’ orientale, stracolmo di migliaia di cianfrusaglie d’ogni genere: poggiati qua e là vecchi giornali e riviste, tappeti e cuscini colorati, sculture lignee e marionette, per non dire dei ventagli incorniciati alle pareti. Altrove: manufatti e utensili di tipo contadino, moderni elettrodomestici da cucina, alimenti ancora imbustati di un’ultima visita al supermercato e, dulcis in fundo, una tavola costantemente apparecchiata, pronta a ricevere chiunque si presenti sulla porta, come se non si stesse aspettando altro. In questo caso io che mi domando se sono approdato al Bazar di Istanbul o al Suk del Cairo, o chissà, a L’Antico e le Palme di San Benedetto del Tronto o solo al mercato di Porta Portese in quel di Roma.
Nient’affatto, mi dico appena sveglio, sono in casa della mia migliore amica e tanto basta. Margy E. è una donna amabile e solare, generosa d’affetti e prodiga di liberalità ma che, forse, o proprio per questo, vive nel disordine assoluto, perfino l’orologio appeso alla parete segna un orario a dir poco strano, quasi ad avallare il detto che “almeno due volte al giorno segna l’ora esatta”. Non so dire se sia corretto vivere in tale continua approssimazione, ma comprendetemi, appena sveglio di primo mattino, almeno al suo orologio segna le 11:00, la cosa di per sé confonde non poco le idee, almeno le mie, che non riesco neppure a trovare la porta del bagno. George fai in fretta la colazione è in tavola! – esclama Margy dall’altra stanza. Quando mai, a quest’ora, mi dico, perplesso pensando a quale ora dunque è prevedibile il pranzo.
Ovviamente non è tutto, il bagno rappresenta il ‘salone delle meraviglie’: spazzole e spazzolini, pennelli e tamponi, ciglia finte e parrucche, matite colorate da far impallidire la tavolozza di Matisse, asciugamani d’ogni dimensione appesi qua e là finanche agli sportelli della doccia, ed altri minuscoli e colorati che non saprei dirne l’uso, una mutandina (si fa per dire) di pizzo color lilla, un’altra nera, un’altra ancora rossa fuoco. Nonché alcuni reggiseno minimalisti, non suoi penso, poiché non potrebbero sostenere l’abbondanza trasbordante delle tette di Margy. Non c’è che dire, non riesco a trovare il rotolo della carta igienica. Dopo la doccia riesco a malapena a trovare il fon per i capelli allorché tutto incomincia a vorticare in aria, come per l’arrivo improvviso di un ciclone. Mi chiedo che circo è questo?
Chiamo ad alta voce: Margy mi serve il tuo aiuto! Ma George che mi combini, non hai pensato di abbassare la potenza del fon? In verità no. Sta a vedere che è mia la colpa di aver mandato ogni cosa in aria, non sua che ha spento il fon sulla tacca della bora. Ma che cosa direbbe l’amico Jacques (Lacan) a proposito di tanto scompiglio? – chiedo alla figura riflessa nello specchio (cioè io). È il sintomo della paranoia latente che abita ciascuno di noi come possibile consequenzialità della psicosi di uno “squilibrio costituzionale”. Lampante ma non chiaro, disarmante direi. Il fatto è che Margy agisce istintivamente in modo ovvio. Nel suo ‘casino’ riesce a divincolarsi dalla presa occulta delle cose, entrare e uscire con ovvietà negli scaffali e nei cassetti, negli sportelli degli armadi e degli appendiabiti ancora non disfatti di ritorno da un ultimo viaggio.
Quel che conta, sempre che gli si dia la giusta importanza, sta nel fatto che Margy, pur nella sua vaga (nessuna) concezione di ordine, trova tutto ciò che le occorre in un battibaleno e nel modo più inimmaginabile, come se tutto stesse per lei a portata di mano. Sì certo poi lascia ardere sul fuoco la casseruola del sugo giusto in tempo per non farlo bruciare del tutto, mentre sta buttando giù la pasta nell’acqua che bolle, rovescia del vino nel versarlo frettolosamente nei calici di cristallo, ma solo casualmente. Che vuoi che importi George, le tovaglie si lavano, mentre noi vogliamo brindare, non è così? Cin, cin e auguri! Vado a riordinare il letto. Ma a che serve mi chiedo, dacché ci siamo appena alzati? Per un momento ho pensato che stavamo preparandoci per uscire, ma poiché stentavo ad alzarmi da tavola, ho sentito la sua mano trascinarmi via, nell’altra stanza ovviamente.
Definire tutto ciò un plausibile ‘equilibrio confusionale’ mi dice che sono nel giusto, che le parole spese a definire la paranoia un elemento di ‘squilibrio esponenziale’ da parte di tanta letteratura scientifica, psicologica e psicoterapica, mi dispone verso la ‘illogica’ conclusione che percettivamente Margy, dentro “la somma dei suoi elementi” è assolutamente originale, in bilico se vogliamo, fra l’euforia del suo mondo surreale, e la schiacciante realtà dell’ontologia classica che pretende, costi quel che costi, il condurre una vita ordinata e conclusa in se stessa. Questa ipotesi formale (e antipatica) dice alla figura speculare dentro lo specchio che, c’è qualcosa d’altro, un di più rispetto all’immagine che rappresenta, e proprio per questo motivo essa esercita sul soggetto (l’io che mi porto dentro), un simile potere di fascinazione.
Quel qualcosa in più che sta nello sguardo speculare al nostro da cui spesso prendiamo le distanze, nel timore che ci riveli quel che siamo: “la piccola fragile immagine in uno specchio”, e non quello che vorremmo apparisse di noi, senza crepe né ombre alcune: la paranoia vagamente nascosta di un vivere a confronto con un narcisismo eclatante ...

(continua)


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- Filosofia

Il prezzo della guerra … i guasti dell’umana terra.


Il prezzo della guerra … i guasti dell’umana terra.

Con una semplice commutazione di intenti nell’apoteosi linguistica dell’alfabeto, troviamo la lettera ‘M’ che, nei simboli numerici romani, indica Mille, cioè mille e più significazioni che vanno da: Montagna della Perfezione, alla Madre Terra, la cosiddetta Mater Matuta, alla Madonna e tantissime altre, ma, ed anche, Miseria e Morte. Quest’ultime, ben presenti nella quotidianità, rientrano in quella che definiamo negatività dell’esistenza cui non è mai stata data alcuna risposta accettabile. Essendo la tredicesima lettera dell’alfabeto, come si sa, il numero ad essa riferito è considerato infausto nei paesi del Nord e fortunato nei paesi del Mediterraneo.
Ancor più perché nella simbologia dei Tarocchi, la tredicesima carta, rappresenta l’Arcangelo Azrael, colui che governa sull’occulto e il misterioso, in quanto è Guardiano delle Anime, Custode della Vita e della Morte; colui che taglia con una falce un campo nero come la notte più nera, cosparso di teste e corpi senza riguardo alcuno: uomini e donne, giovani e vecchi, cadono dinnanzi al Quarto Cavaliere dell’Apocalisse. Al suo ‘rovescio’ vige un’interpretazione contraria, alla quale va riservata una particolare attenzione, non solo necessaria quanto raccomandata che recita di “non arrendersi ad una concezione unilaterale di cieca fatalità perché contraria allo spirito di ogni divinazione” più o meno autentica.
Infatti Morte significa anche successione senza fine “da un piccolo ‘io’ a un grande ‘noi’”, al tempo stesso rinnovamento, vita nuova, vittoria sulle avversità, un cambiamento nel flusso perpetuo di un tutto vitale che porta alla trasformazione, alla rinascenza. Ciò che non hanno ancora compreso i ‘signori della guerra’ (tutti quei despoti oppressori che avallano crimini verso l’umanità), che un ‘capovolgimento’ delle circostanze, porterebbe a un annientamento delle loro stesse forze messe in campo. ‘Mille e non mille’ non è mai stato solo un modo di dire, bensì un argomentare palese dell’insegnamento della storia: onde alla fine né vincitori né vinti sopravvivranno alla giustizia divina.
Ma il prezzo della guerra non riscatta i guasti che la stessa porta all’umanità tutta, che “lo scostarsi dalla giustizia è un decadere dalla natura umana” (Marco Aurelio); che se “al giusto nuoce chi al malvagio perdona” (Monti), allora anche in guerra “va usata umanità, discrezione e misericordia” (Machiavelli), e non sarebbe giustizia se si volesse condonare le pene ai colpevoli al dolore degli innocenti” (Manzoni). Sì che “il sangue versato serve soltanto a lavare le mani dell’ambizione criminale” (Byron). Tutto infine coincide nell’interrogativo posto dal saggio: “se noi riconosciamo che errare è dell’uomo, non è crudeltà sovrumana la giustizia (?) (Pirandello).
Non lo è, perché se la giustizia degli uomini è cieca, la giustizia posta in essere da Azrael non lo è affatto, in quanto gli è dato il potere di prendersi cura delle anime dei morenti, in virtù di una ‘giustizia più grande’ che le attende nell’al di là. Tuttavia se “ogni guerra di libertà dall’oppressione è sacra, ogni guerra messa in atto dall’oppressore è maledetta” (Lacordaire). Acciò, “le armi si debbono riservare in ultimo luogo, dove e quando gli altri modi non bastano”; “i popoli corrono volontari sotto l’ala di chi tratta i vinti come fratelli e non come nemici” (Machiavelli). Onde “prepararsi a rispondere a una guerra ingiusta è solo un mezzo efficace per conservare la pace” (Washington); “il segreto per vivere in pace con tutti, consiste nell’arte di comprendere ciascuno secondo la sua individualità” (Jahn)…
“All’uomo infine non rimane che una timida scelta fra la felicità dei sensi e la pace dell’anima” (Schiller). Sì che andrebbe ricordato che “la terra è ampia abbastanza, e tutti feconda, può pascerci tutti (fraternamente), può altresì seppellirci tutti” (ragionevolmente)”. (Bini). Non v’è alcun bisogno che i popoli si facciano la guerra.

Note:
Massime, pensieri e aforismi liberamente tratti da …
Paolo Santarcangeli “Hortus Litterarum” – All’Insegna del Pesce d’Oro 1965.
Palazzi, Spaventa Filippi “Il Libro dei Mille Savi” – Cisalpino Goliardica 1967.

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- Filosofia

Ombre nel buio … poeticando su questo nostro essere infinito

Ombre nel buio … poeticando su questo nostro essere infinito.

Più volte, dopo essermi assopito per un breve istante, apro gli occhi e mi chiedo se non sia già l’indomani o se invece non sia il prolungamento astrologico di ieri, tanto i giorni hanno per me lo stesso colore e il medesimo incanto. Quale che sia l’ardore per la bellezza perseguita o inconsciamente suscitata, improvvisamente evapora, sostituita da ore d’incolmabile astrazione e nulla più m’importa se l’orologio al posto del tempo scandisce la luce o l’oscurità che l’attende. Giunto alla fine del giorno credo di possedere una certa cognizione per cui ad ogni sorgere dell’alba segue un voluttuoso tramonto che dopo un ultimo abbaglio di luce s’accompagna al buio di un’oscurità ignota che mi spaventa e affascina allo stesso modo.
Vedo così spalancarsi davanti ai miei occhi attoniti, lontani spazi di profondo chiarore, baluginii di un’aurora appena intravista e ancora inviolata, che nel suo profondersi dentro la notte mi restituisce all’opale chiarore d’una vaga certezza. Finché la mia ferma aderenza alla realtà recupera alla dissimulata voce del silenzio mattutino, la sua chiarezza oggettiva, la prospettiva del passato nel presente onde la vita finisce per essere intimamente avvolta nell’immensità che mi sovrasta, nella parvenza virtuale di una qualche congiunzione cosmica. E non m’importa dar seguito all'illusoria assenza del passato, né di contribuire ad affermare il presente, effimero e comunque passeggero, quanto di addentrarmi nel profondo d’una nuova identificazione con la Luna che mi viene incontro per un ultimo saluto.
Ma le parole s’affacciano labili alla mia mente e presto svaniscono sulla scia di un miraggio che pian piano si disperde negli spazi inviolati di un possibile 'altro' ch’è in me, nel costante sdoppiamento di un ‘io’ diverso che si dissolve nella polvere cosmica di un vortice astrale che mi coinvolge e stravolge. Così, in quell’andare ‘oltre’, che sempre si rivela come la mera possibilità di valicare l’invalicabile, avanza il desiderio di guardare attraverso gli uadi segreti del tempo e oltrepassare lo spazio infinito, seppure non ignori che da qualche parte dev’esserci una fine per quanto imprevedibile essa sia. L’immediato desiderio di spalancare il velo ignoto del cielo spazia nella mia mente nella ricerca vana di catturare la segreta essenza di un ‘tutto’, quasi fosse il prolungamento conscio della vita inconscia, scorgo molteplici Lune che s’affacciano e vanno a spasso nell’universo, quasi da poterle afferrare, se solo lo volessi.
Per quanto, nel timore d’infrangere la pacata immensità di quel cielo, là dove talvolta l’anima s’invola rivelando a se stessa la propria grandezza e la propria iniquità, non oso svincolare il mio pensiero dal seguire la vocazione di perdermi nella vastità cosmica che si dilata a dismisura, sì che la materia si presenta nuda davanti all’invisibile e s’apre a una lenta genesi. Onde accecato, nell’incedere nella nuova realtà vengo proiettato in una vaga sensazione di prosieguo che sfugge alla materia corporea che mi compone, nell’inconscio della mia esistenza. Sì che la mia immagine riemerge nella consapevolezza di quel silenzio infinito che porta alla solitudine estrema, al vuoto assoluto che precede il vago sentore d’una eternità obliata, come sul punto di approdare alla pura essenza del divino.
Almeno per un istante credo di assistere al precipitare epifanico della forma oggettiva dello spirito, di ciò “che non è mai ma che è per sempre”, come di un precipuo concetto di bellezza che trascende nel divenire del sogno e dell’immaginazione, ed occupare infine ogni spazio dentro e intorno a me nella vacua realtà del nulla. E mentre tutt’attorno ogni cosa si mescola impercettibile, discopro nell’intimo timore che mi coglie la luminosità di un’altra Luna lontana, immaginifica e immensa, diversa dalla vecchia e misteriosa musa dell’innamorato e del poeta. Allorché, senza neppure che me ne renda conto, vago smarrito entro quella possibile verità 'altra' che posta al di sopra di ciò che sono, porta all’intima essenza di quell’io che vaga leggero fra le stelle più lontane, partecipe silenzioso del mistero dell’universo e della sua tranquilla infinitezza.
Ma nell’impossibilità di condurre lo sguardo oltre lo scintillio del firmamento che mi compete, procedo alla ricerca di quella misura astratta che anzitempo deve aver visto l’uomo, immergersi nel movimento cosmico degli astri. Sì che d’un tratto, rimango a contemplare il fuoco di ramaglie al di sotto della grande cupola della notte, sospesa com’è nell’immutabile e umanissima certezza del creato. In verità non ho mai sottovalutato il desiderio inestinguibile di senso, lo spazio irriducibile dell’interpretazione, la parola come superamento del silenzio, come neppure ho mai pensato a una concezione del tempo che propendesse per un atteggiamento diverso nei confronti del presente o del passato. Piuttosto, che rendesse pensabile una diversa costruzione del futuro, ove il tempo non fosse semplicemente memoria di forme, o apparenza di significato, bensì incontro di realtà e immaginazione, ripetizione volontaria dell’inconscio ch’è in me, reminiscenza di quel presentimento del fantastico immaginario che si annida in ognuno di noi, abbagliato da tanta bellezza.
Come certamente occorse al grande viaggiatore Jean Potocki sul finire dell‘800 davanti a ciò che non era mai cambiato nell’astratta sensazione del vissuto, la cui sembianza figurativa del passato diventava ripetizione di ciò che siamo, anch’io mi sono posto la domanda: “quale anima è così inaccessibile all’ammirazione da potersi sempre difendere da questo esaltato sentimento che è l’immaginario?”. Ma la risposta ahimè non mi ha raggiunto se non nella matura età, in cui ho ritrovato me stesso, allorquando, riscoprendo la memoria antica, l’ho sentita farsi presente nella realtà del tempo in cui vivo, quale dimora essenziale di ciò che sono. Seppure, in virtù di ciò che prevarica il mio segreto sentire, tendo a trasportare l’impostazione conoscitiva al di sopra dell’orizzonte cosmico che mi è dato, consapevole che ogni mia azione trova una diversa ragione d’essere, in cui l’immaginario si esprime e si rappresenta secondo le tendenti aspettazioni alchemiche e metafisiche delle premesse, onde né il desiderio di scienza né l’attenzione del filologo, hanno mai smentito il manifestarsi poetico del ‘limine’, in cui ‘l’altro’ ha trovato la sua affermazione sulla ‘soglia’ di quell’infinito cui di fatto tutti noi aneliamo, fissi davanti alla solitudine dell’universo, che una guerra oggi inconcepibile porterà alla dissoluzione, di ciò che rimane …

… se mai qualcosa ne resterà di noi.


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- Poesia

’In tono minore’ Una silloge di Evaristo Seghetta Andreoli

'In tono minore' … o l’intima significanza delle parole.
Una silloge poetica di Evaristo Seghetta Andreoli – Passigli Editori 2020.

Talvolta accade che l’uomo, nel silenzio dell’ombra che l’accompagna penetri nell’antro numinoso di un universo sospeso, che in ‘assenza di una chiassosa visitazione del proprio ego’, il poeta che pur vive in lui, si conceda all’affannosa ricerca di un’intima emozione che lo pervada. È così che nella sua scrittura, solo apparentemente dimessa, questi apra il suo cielo cosparso di stelle al chiarore di una luna infarinata di biacca, come quella di un clown che mostra al contempo, la sua ingenua meraviglia e la sua amara inquietudine, tema portante – a mio parere – di questa silloge poetica di Evaristo Seghetta Andreoli …

“Ho accettato di stare a metà
sulla scala verso l’altopiano delle stelle.
L’altro dimora all’ombra di edere antiche,
sotto i muri del romitorio.
Varie le reazioni alla speranza:
di certo non rispondono ai dettami del cuore.
Ci lega tutti questa sola strada
che sale e scende in armonia col prato,
nell’attesa di conoscere domani
il colore del nostro fiore”.

Ma non v’è meta nel poeta che s’apre alla speranza del migliore dei mondi possibili, di quel che nella cercata solitudine dell’uomo non appaia possibile, né che la sua rimostranza di clown sia presa in considerazione da alcuno, allorché, finito lo spettacolo il pubblico va via dimentico di sé. Quel che resta è dell’uomo maturo nel suo germinare alla vita, che, all’occorrenza, riscopre se stesso nella natura ch’è propria delle stagioni: così alla nascita, nei colori in primavera e nell’oro assolato dell’estate, ora per ubriacarsi di necessaria linfa, ora di fiori e verzura inebrianti, ora di nuovo polline; così come del vento e delle nuvole quando s’avvicina l’inverno della fine …

Così che “l’uno all’altro ignoti, condividiamo la stessa solitudine.” (…) Con poco o nulla da dire, scegliamo il silenzio. / Ma, se tentiamo una frase, / l’incipit parla all’unisono. E ne ridiamo”.

Allora, come sul pentagramma d’uno spartito musicale, la cifra scrittoria dell’uomo non può che essere ‘in tono minore’, direi interstiziale, di colui che cerca nell’intervallo delle note l’assoluto del suo canto lirico, ma ch’è anche una forma di rispetto necessaria al poeta che, annichilito, s’affranca al cospetto dell’immensa armonia che lo sovrasta ...

“Sono pensieri che solcano il viso, / rughe profonde, vere, come un sorriso. / Sono crepe, sui calanchi delle stelle”.

Come fu per “Vaghe stelle dell’Orsa…” e per “Che fai tu luna in ciel? dimmi che fai” di leopardiana memoria, qui non si tratta di rimembranze, o almeno non solo. Le diverse parti che compongono questa silloge poetica s’avvalgono ora di recitativo, ora d’invocazione, nel ‘modo’ che ognuno di noi, nell’intima significanza delle parole, esprime la propria silenziosa preghiera …

“La luna già riappare / nella sua curva lama. / Cade un altro giorno vano”.

Ed è nell’economia insita nel proprio respiro, nell’intrapresa costruzione di sé, come nella vaga sembianza dell’eterno, che il silenzio si fa dialogo eloquente dell’uomo, del suo inseparabile vissuto. È nell’elaborazione dei propri costrutti, nei lasciti di un’eredità consumata, così come degli abbandoni subiti, che ripone la propria ineguagliabile sofferenza, come per una assenza ingiustificata che ha lasciato l’ombra di sé in una nuvola che passa e s’allontana. Perché? – si chiede l’uomo – senza ricevere risposta … perché?

“Qualche volta le stelle cadono.
Per il resto, resistono lassù,
appese alla parete dell’Apeiron,
pertugi di fuoco nell’involucro universale.
Ce ne accorgiamo
quando sopra il mare tracciano la scia.
Il tuffo nell’infinito è ciò che vorremmo imitare.
Sappiamo bene che in quel mare,
sospeso sopra gli sguardi,
nel suo profondo,
c’è tutto ciò che cerchiamo”.

Perché? – si domanda il poeta inseguendo i fantasmi nelle nuvole che all’improvviso sovrastano il suo cielo. Che forse domani …? Ben sa che ci sarà un domani leggendo nei grafici disegnati dei cirri una scrittura artata che forse lo riguarda, quasi dovesse egli riempire gli spazi ‘bianchi’ dell’universo cielo, giammai vuoti d’altre costellazioni, d’una moltitudine di pianeti lontanissimi …

“Noi, che proveniamo dalle nuvole. / Siamo pieni di cose, di case. / Di niente. / Immersi nel tangibile, / abbiamo smarrito ogni meraviglia. / La metamorfosi della purezza / nella concretezza.”

Ben sa che solo alla poesia è dato scandagliare nel profondo dell’abisso così come dell’immenso cielo, che tutti noi, uomini e poeti … “Abbiamo bisogno di una fine che sia fine, / conclusa in se stessa …

/ Nulla che vada oltre. / Intanto, procediamo su questo otto, / in orizzontale: una linea continua, / circolare, che non ammette soluzione. / Si torna ogni volta al punto iniziale / per un altro giro di giostra: / all’infinito”.

Mentre l’uomo pur spera in un tempo fuori dal tempo in cui …

“Eppure, torneremo liberi, / lievi, tra le braccia sfilacciate delle nuvole, / sospesi ai cirri… E, se cadremo, / sarà soltanto pioggia”.

Una pioggia benefica, salutare, di cui l’uomo sente il bisogno, che lavi via ogni presunzione d’eternità, ogni esuberanza di vanità, e ubriacarsi infine di ciò che nel poeta talvolta, in ‘presenza di una chiassosa rivisitazione del proprio ego’, sa d’essere sublime …

“Questo momento che sembra eterno
ci riporta all’archetipo, all’inizio del Tutto,
al primo alternarsi della luce tra notte e giorno.
Noi rivediamo le spiagge dei mari antichi
da cui venimmo, a cui faremo ritorno, un giorno,
dopo la nostra breve avventura”.

No, non v’è rimpianto né commiserazione nella vaga sembianza del tempo edenico perduto cui il poeta affida i suoi costrutti, o che affronti nel voler superare la barriera che lo separa dal conoscere il proprio destino umano. È quanto rivelato in “Argonauti” …
“Riuscirò a setacciare i ricordi, che filtrano lenti
attraverso il vaglio della memoria.
Ricorderò i luoghi in cui non sono mai stato.
Con rammarico ricorderò di non aver trovato
la via che conduce al vello d’oro, alla ricerca,
alla consapevolezza che la luna di luglio
assai poco ci degna, ormai, della sua attenzione.
Ricorderò nomi e cognomi per tacerli,
preservando la loro debole immunità,
il desiderio di penombra.
Affonda in noi il bisogno di superare ogni barriera,
di sapere come finirà l’assurda storia
degli Argonauti della nostra era”.

Malgrado le parole dell’uomo rivendichino un’autonomia che non gli è data, spetta ancora al poeta l’insistere prepotente sulla stessa nota …

“C’è sempre vita nei versi, tessere sparse / nel mosaico della passione, / occhi vitrei che, dai porti più remoti, / fissano la deriva della coscienza. (…) E la pioggia che scroscia improvvisa, / che si fa insistente, insolente, /trascina la mia sconfitta nel fango. / (…) / Del resto so che alla pace dell’armonia / preferisco sempre la bizzarria del caos. / (…) / Ora temo che dal cielo precipitino giù / le stelle mattutine”.

Ed ecco che al tornar delle stelle nel verso, si riaccende la speranza di un qualcosa che pure è, che sa di apocrifo e autentico allo stesso ‘modo’, di suggerito all’anima dell’uomo come all’orecchio del poeta: “Univoca direzione per noi: / tutto concorre a varcare / la porta dell’asincronia... / (…) Ci sarà, anche quando la chiglia incagliata / mi ricorderà che tutto diviene / e fermarsi è un’illusione!”

Sì – esclamano all’unisono – o forse cantano l’uomo e il poeta, nel dualismo di entrambi c’è la consapevolezza di essere, ‘ergo sum’, certi che le parole non sgorgano dal nulla …

“Scendono giù le parole,
lungo il pendio dell’acqua piovana,
mentre la luna piena di questa notte straniata
danza in un valzer di nuvole chiare.
Veloci, beffarde, le parole fuggono via.
Si fermano, forse, nelle pozze, al bordo
dei campi di fieno.
Si prendono gioco di me (di noi)”.

No – s’apprestano nel dire – o forse sì, perché le parole suggeriscono loro che l’esperienza fa della vita un unico canto, il ‘modo’ d’essere se stessi …

“Ora sappiamo
che un altro giorno è compiuto.
Ci raccogliamo in noi stessi,
dentro le stanze delle nostre rinunce.
Nemmeno tentiamo più di indagare
la direzione dei voli, il sonno dei rondoni,
né dove vanno le nostre illusioni
a morire”.

“E quindi uscimmo a riveder le stelle” è detto nel verso 139 dell’“Inferno” dantesco che, proprio grazie alla dolcezza della poesia, riesce a non smarrirsi nei meandri bui dell’esistenza artata. Così, come nella ritrovata essenza dei suoi costrutti, il nostro poeta, Evaristo Seghetta Andreoli, s’avvale del “verso poetico” per stabilire il prosieguo del suo navigare, limpido, nel mare calmo delle rimembranze; nel suo poetare si respira l’afflato di chi – com’egli dice – ‘in tono minore’, va raccogliendo il senso di ciò che siamo.



L’autore:
Evaristo Seghetta Andreoli di Montegabbione (TR) da sempre vicino, anche per formazione classica e giuridica, al mondo letterario e artistico, ha pubblicato la sua prima raccolta nel 2013 nonostante componga versi sin da giovanissimo. Egli fa parte dell’Associazione Culturale Pianeta Poesia di Firenze, dell’Associazione Tagete di Arezzo e dell’Officina delle Scritture e dei Linguaggi di Perugia. Collabora con le riviste letterarie Testimonianze, Euterpe e L’area di Broca. Ospite di varie rassegne letterarie tra le quali “Modena Poesia Festival 2019”. Vanno qui citate alcune sue pubblicazioni che hanno ottenuto numerosi riconoscimenti, tra le quali: “I semi del poeta” – Premio Aronte – Carrara 2017 – Polistampa Editore 2013; “Inquietudine da imperfezione” – Premio Internazionale “Mario Luzi” (2016/2017) Roma - Passigli Editore 2015; “Paradigma di esse” - Premio “La Pergola Arte Firenze - Lilly Brogi” (2018); Premio Equi-Libri Cava De’Tirreni (2019) - Passigli Editore, Bagno a Ripoli, 2017.

Sitografia:
http://www.italian-poetry.org/evaristo-seghetta/
Mail: evaristo.seghetta@libero.it

Note.
Tutti i corsivi all’interno dei paragrafi appartengono al poeta Evaristo Seghetta Andreoli.

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- Letteratura

’Misura del sonno’ - Una silloge verbovisiva di F. Federici




"Misura del sonno" … una ricercata ‘cecità’ nella luce che abbaglia.

Una silloge verbovisiva di Federico Federici – in Nuova Limina - Anterem Edizioni 2021.

“Sono chiuse le pietre,
l’invisibile impenetrabile.”

Una dicotomia ineluttabile (se mi è concessa), tra l’essenza interiore e
l’espansione dell’anima che, nel silenzio della solitudine, (per presa coscienza), avalla una remissione di colpe senza nemesi, inappellabile nell’atto di sottrarsi all’apparenza della realtà distopica, in quanto rappresentazione di una concretezza immaginaria del futuro. Una cercata forma di ‘cecità’ in cui l’autore s’abbandona, in quel mondo estremo (terra di metamorfosi) che sempre appare nel sonno di chi veglia (R.E.M.), collocato in un contesto distante nel tempo e nello spazio…

“Gli sforzi della luce / sulla forma perfetta dell’occhio / e del regolo nero del sonno. / La luce si affaccia alla gemma / e la forza ad aprirsi, a soffrire / senza molte altre qualità / una forza e un impedimento / a formarsi in un’altra maniera / secondo il tempo infinito di una foglia.”

“Si addensa il silenzio all’orecchio / del mondo che si dichiara udibile / mondo indistricabile / delle cose mai dimostrate, taciute. / Si stirano le meningi / verso la rovina del risveglio. / La neve che ti volteggia innanzi / acquieta il canto dei pensieri.”

È detto che “ogni luogo ha il suo destino” che si infiltra negli spazi interstiziali del passato, di cui però nessuno conserva né memoria né immagine, tranne lo scrittore e il poeta, avviandosi lungo la strada dei propri desideri mai enunciati, (o chissà, forse dismessi?). È qui che si perdono e si ritrovano le tracce appena lasciate, calcate con penna iconografica sul fare di una scrittura nuova quanto antica, che dai primitivi grafemi, s’inoltra fin nei sistemi ideografici e pittografici dell’odierna computazione verbovisiva (interazione simbolica) messa in atto dall’autore …

“Prendine nota: / reali il vuoto e / il vento / pulviscolare / che attira la luce / nella fessura. […] (l’insegnamento / degli ingrandimenti / riguarda anche i ciechi).”

“Vorticano astratte / miniature di astri / insetti / spiriti / e universi ventosi / agli angoli delle stanze.”

Che sia il destino ultimo della scrittura di Federico Federici non è detto. L’autore non ne fa menzione, di certo è la sua cifra scrittoria, la sua ‘misura del sonno’ è quantomeno meditativa e quindi incommensurabile (in senso verbale-visivo), e/o forse inesprimibile se non considerata aleatoria (in senso sonoro-musicale). Nell’uno e nell’altro caso, il processo di codificazione-decodificazione (da parte del lettore/fruitore) è innegabilmente qualitativo quanto quantitativo di un ‘pensiero’ idealizzato attraverso la rappresentazione grafica, senza ‘altra’ necessaria mediazione se non quella visivo-quantistica evidenziata nel seguente ‘canto’…

“CANTO CXVII
chiaro – scuro
sedia – scuro
chiaro – scuro
quando scrivo
un (…)
l’intera questione di (ecc.)
l’occhio: un punto di resistenza a (parole nel canale neurottico ecc.)
questo è rumore granuloso + 3:
L I M P I D E Z Z A LIMPIDEZZA
le parole sono materia che si stampa:
geometria dell’occhio +
geometria dell’orecchio =”

È nella natura intrinseca all’essere umano ricercare i ‘segni’ della propria esistenza, che nel voler conoscere il proprio destino (ideal fate), rivolge all’implacabile oscurità del sonno i suoi costrutti di luce, onde avvenire a una qualche verità che pur non è data, se non quella di nascere e di morire nei flussi e riflussi delle maree, d’acque torbide di sangue nel suo venire alla vita, come di lacrime cristalline versate nel suo abbandonarsi alla fine…

“…così custode è il silenzio / dei pensieri vuoti / si approssima il sonno / da lontano al cervello / sui suoi passi falsi.”

“Sbocciano / gli occhi dal sonno /gemme dopo il temporale / domande / alla soglia dello spirito / dove attecchisce il mondo.”

“Un respiro profondo. / Si tace. / Nessuno / scolpito / in questo silenzio. / Il filo del sonno / cuce cicatrici di luce.”

Sussiste una sorta di immaginaria follia descrittiva in tutto ciò, che lascia interdetto il lettore/recensore davanti alle illustrazioni (contenute nel libro), come si fosse in presenza di chi (l’autore), navigando nel sonno, a un certo punto lasci il timone spingendo la nave alla deriva. È strano come le percezioni s’accavallino nel ‘fragore silenzioso’ delle onde, nella sequenza delle pagine, nei cui spazi bianchi (al confronto coi neri degli inchiostri), irrompono le trame di racconti che, presto detto, s’inabissano e riemergono nella lotta estrema contro la solitudine interiore, come a voler riempire il ‘vuoto’ spazio del mistero…

“Ciò che non si afferra / dà corpo al vuoto
finché resta solo / movimento senza traccia…”

“Un leggero morire
accarezza la cosa pensata.”

“Non la metà
né l’intero” … (come di uno scegliere non necessario).

-Da queste lontananze ci parla Federici … Dalle distanze sorgive dell’essere. Da una profondità originaria. Dalla sua lingua anteriore. Dalle parole di cui si è figli. – (dalla presentazione di Laura Caccia).

È nella ‘misura del sonno’ che la ‘vibrazione poetica’ di Federico Federici, facendo leva sull’immaginazione creativa (di colui che osserva), nonché su quella estrema dell’ascoltatore che legge (la propria voce), sposta il limite della visualizzazione/verbalizzazione dei propri costrutti (intellettuali), portando all’evidenza una sua personale quanto ricercata ‘cecità’ nella luce che tutto abbaglia…

…i propri ‘sonni’ come i suoi improvvisi ‘risvegli’.


Note d’Autore.
La silloge è qui presentata in due lingue: italiano e tedesco a fronte, alla stregua di un vero libro d’arte con numerose riproduzioni illustrate che impreziosiscono i testi ad esse afferenti. Fanno seguito alcune note esplicative riguardo al dove e quando ogni singola composizione è venuta alla luce, la sua immanenza in quei ‘luoghi del silenzio imparziale’ che nutrono i nostri sonni, i labirinti oscuri e i paesaggi luminosi della nostra mente.

Nota del recensore:
Tutti i virgolettati sono di Federico Federici, autore inoltre di arte concettuale, scrittura e fisica. Nel tempo, ha partecipato a mostre e installazioni d’arte. Tra i suoi libri figurano “L’opera racchiusa” Premio Lorenzo Montano 2009, “Mrogn” Premio Elio Pagliarani 2017; “Profilo Minore” , a cura di Andrea Cortellessa – Aragno 2021.

*

- Poesia

’I Quattro Cavalieri dell’Apocalisse’




“I Quattro Cavalieri dell’Apocalisse”
(...per una mitologia del presente).

‘il primo cavaliere’
«E vidi subito apparire un cavallo bianco, e colui che ci stava sopra aveva un arco, e gli fu donata una corona, e partì vincitore» … (Giovanni ‘Apocalisse’- 6 -1)
...or tu Pegaso volante
dacché portasti Orione la cui volontà
infiera contro a spalancare il cielo
col dardo infuocato in fra le nuvole
che di scaturir l’arduo furore
onde maggior senno reclami
alle rimostranze divine
deh metti sul capo la corona aurea
‘...e parti vincitore’
che di vittoria portar lo scettro
alfin non ti sia vano
nell’ora dell’ultimo traguardo.

‘il secondo cavaliere’
«Ed ecco uscì un altro cavallo, rosso e a colui che vi stava sopra fu dato il potere di togliere la pace dalla terra, e di far sì che gli uomini si sgozzassero fra di loro, e gli fu consegnata una grande spada» … (Giovanni ‘Apocalisse’- 6 -1)
...che già s’ode lo scalpitar
del tuo cavallo baio Epimeteo
irrompere sul terreno madido
del tuo sudore d’ira
violare la pavida serena mestizia
del creato
che de’ Viventi argui mozzare
il fiato
deh sentenza di morte una spada
sola nol può conseguir destino
confacente alle masse
che prima o poi disarcionar ti vedrai.

‘il terzo cavaliere’
«E vidi immediatamente apparire un cavallo nero, e colui che vi stava sopra aveva in mano una bilancia. E sentii come una voce in mezzo ai quattro Viventi, che diceva: Due libbre di frumento, per un denaro, e sei libbre d’orzo, per un denaro, ma l’olio e il vino non li toccare» … (Giovanni ‘Apocalisse’- 6 -1)
...dunque sei tu
l’eroe eponimo che riappare
quell’Icaro venuto
dal tempo fondativo che
s’interpone tra il simbolo e la forma
del Dio vivente
mediazione tra somiglianza e
dissomiglianza
difformità del finito-infinito
il presente e il passato
dualità incommensuarabile
del futuro difforme.

‘il quarto cavaliere’
«E subito vidi apparire un cavallo verdastro, e colui che vi stava sopra aveva nome la Morte e l’Inferno lo seguiva» … (Giovanni ‘Apocalisse’- 6 -1)
...or vieni Prometeo
discatenato dalla rupe di lava
cavaliere accecato
che lavar non puoi con la morte
il fato
che pur addusse il Creator
nell’ora del delirio osceno
onde la pandemica peste
l’Apocalisse stipulò nel guado
dell’inferno
orché della mente tua le fiere
della terra fecer razzia.

‘ai Viventi’ (de’ sopravvissuti).

«E fu data loro autorità su un quarto della terra, per uccidere con la spada, colla fame, colla peste e mediante le fiere della terra» … (Giovanni ‘Apocalisse’- 6 -1)

...deh Viventi orsù lambite
l’immenso cosmo immemore
di opposte opposizioni
finito-infinito, ragione-senso, mito
anti-mito, vitalità-geometria, causa
coscienza quantica
nel contesto del libero divenire
auto-trascendenza
identità degli estremi
connessione dell’umano e
del divino
che in ognun di voi

… s’altera.

*

- Poesia

Ricami dalle frane - silloge poetica di Antonio Spagnuolo



“Ricami dalle frane” una silloge poetica di Antonio Spagnuolo –
Oédipus 2021.

Illusione.

“Anche gli umori più terreni hanno
un primitivo mitigare furie.
Non saprò mai chi sono adesso
lacerando il tessuto che mi imbriglia
tra i consueti angoli di mura.
Preferisco i golfi, le serpentine, il tocco fragili
quando le labbra squarciano le ombre,
nell’infinito adagio delle notti.
Il vello d’oro offriva le vertigini
accendendo il fantasma dell’inconscio
ove l’ombra tratteggia figure lontane
e svanisce l’illusione quotidiana…”

Accade che la ‘poesia’, come del resto in ‘musica’, ritrovi nell’incarnato delle sue possibilità l’aspetto del residuale, o come si vuole, della resilienza, cioè quell’adattamento al cambiamento che, inesorabile, abbatte le mode del linguaggio e le speculazioni filosofiche, spesso ostentate sul nulla. Siamo qui di fronte a una sorta di concretezza affabulatrice ricolma di esperienze culturali e poetiche di indubbio spessore letterario che, nondimeno di un investimento di benevolenza, conduce il poeta all’interno del proprio labirinto personale, per quanto sembri senza soluzione di continuità…

Identità.
“Ho perso la mia identità nel fremito ininterrotto dei fantasmi per altre dimensioni, le armonie di un solfeggio che incastra le memorie e mi coinvolge nei ritmi indecisi. Ho giocato al travestimento della memoria! Prima che il giorno si chiuda nel buio si miscela il vortice delle emozioni che sospendono incanti. L’inganno ancora è folgorazione in questo urgente intrigo di contrapposizioni, naufragio che sfuma a fendere il silenzio.”

Un po’ come se nell’esprimersi – scrive Eugenio Montale – “…manca ancora il silenzio nella mia vita”; quel riflesso inorganico e transitorio che restituisce l’esatta misura dell’incesto mentale, del vuoto edonistico filtrato attraverso il concetto d’una assenza iperrealista applicata a una trama che, altresì, si evince nel tessuto narrativo d’insieme…

Schianto.
“Laddove una volta c’erano le foglie ancora verdi io poggio il dito / e strappo le spine accompagnato al ritmo del carillon che gira inesorabile. / La vita stessa è un rito sempre eguale che insegue petali senza una cadenza, / nell’incanto della gioventù sfumata in un momento e nell’illusione che tutto sia infinito.” […]

Sì che gli occhi del poeta stentano nel buio dei giorni a venire, a ritrovarsi nel meditare sulle proprie ceneri, e/o come in questo caso, ‘sulle frane’ di un’esistenza avita, benché intensamente vissuta, per certi versi incredulo e frastornato dagli eventi, nel rimpianto di un ‘paradiso perduto’ a causa dell’intensità del proprio vivere mutato, nell’illusione di una promessa di eternità che non gli era data. Così come delle possibili prospettive e la profondità degli intenti portati a conclusione, le cui vedute hanno certamente aggiunto valore alle personali esperienze dell’autore, aprendogli le porte ad una lucida sensibilità emozionale …

[…] “Null’altro che illusioni aggrappate ad un sogno / rimasto indiscreto. / Lo spazio che le dita riuscivano a comporre / sgualciva l’orlo dei quaderni segreti. / […] Ecco i miei sogni radunati alla sera / pronti a sconvolgere il vuoto / […] pronti a rigare i margini del cielo / con le vocali di fuoco che disgregano il senso.”

Una prima porta è certamente quella della condivisione tranquilla e silenziosa con gli altri, cui Antonio Spagnuolo rivolge questa sua silloge, fino a questo momento inedita. Un’altra è quella che solleva il velo dell’intimità, la sola capace di modificare il senso del tempo, così come lo spazio neutro dell’ascolto, che s’inoltra per le strade inusitate dell’inconscio, solitamente non pensate, e che trovano nell’ ‘amore’ la sola ragione d’essere presente e partecipe del suo essere…

[…] “Torno a correre e ripenso a quella frase che incidesti nel tronco / quale promessa di un luogo solo nostro. / Essa salva e conserva le memorie nella estrema luce di un riflesso / che non sarà previsto cambiare tra le ombre della malinconia. / Nascondo allora l’essenza di un profumo che tagliava la pelle / e ti rendeva immortale.”

Benché qui ci si occupi della sua più recente pubblicazione, nulla toglie di cogliere certe sfumature di ritorno della sua essenza poetica, cioè di quelle “cose che non sono mai, ma che pure fanno parte del substrato d’ognuno”; di quel rincorrersi fra le parole, sia dei ‘segni’ come delle ‘allocuzioni’ nel linguaggio scrittorio; sia dei ‘gesti’ come delle ‘espressioni’ insite nei segreti del suo lessico verbale, qui raccolti nella
chiusa significativa dal titolo “Ultimo Registro”: quasi una ‘summa’ per un’opera carente di prologo e/o di un plausibile epilogo, sostituiti da partiture che pure rendono possibile la compenetrazione d’insieme…

“Anche l’oblio è stralcio di memoria / altro versante che cancella colori, / solitudini e canti misteriosi, tra forme vaghe e luminose…”

Non è a caso – scrive l’amico Flavio Ermini – che dall’erranza di costrutti intuitivi, che solo il lettore attento in qualche caso può riuscire a cogliere, non si giunga in poesia a compenetrare l’essenza delle cose: “… errante è la parola poetica che si cala nell’abisso dei colori, cercando la via più breve che porta all’uno.”…

“Ho lacerato la carne stringendo fra le labbra il non senso della mia illusione. / Quel voler procedere a memoria aspettando i riflessi sanguinanti avvolti nel canto / inesauribile dei colori, del vero vuoto che vuole divenire verso.” []

[…] “Ora un salto mi allontana dall’incendio / di speranze disconnesse: / tra le fragili dita disegno forme nuove del dissidio.”

[…] “Gli occhi al cielo distratto, quasi per lontananze / ha il pensiero di ghiacci e nell’azzurro / compone il sussurro di abbandoni. / Ora il mio urlo lo raggiunge e inganna / l’attesa di un racconto nuovo.”

Ciò che accade nei ‘ricami’ poetici di Antonio Spagnuolo, in quanto riflessioni che lo hanno portato dalla rimembranza delle ‘frane’ alla rinascenza dei suoi ultimi ‘florilegi’ lirico-poetici, con la creazione di spazi esclusivi riservati alla poesia e alla saggistica di ‘prospettive’ e ‘rassegne’ dedicate: sia con la produzione di riviste letterarie ad ampio spettro; sia in campo pittorico con opere destinate alla ‘poesia visiva’, delle quali l’autore vanta numerosi riconoscimenti e premi.


Note.
Tutti i corsivi sono di Antonio Spagnuolo, tratti dalle ‘poesie’ edite nel volume “Ricami dalle frane” – Oédipus 2021.
La citazione afferente ad Eugenio Montale è tratta da “Prose e racconti” – Mondadori 1984.
La citazione afferente a Flavio Ermini è tratta da Margherita Orsino “La traversata infinita” – Anterem Edizioni 2019.

L’Autore.
Antonio Spagnuolo (Napoli, 1931), poeta e saggista, redattore di periodici e riviste letterarie, fondatore e direttore del mensile “Prospettive culturali”. Presente in mostre di ‘poesia’ e ‘poesia visiva’ è attualmente inserito in antologie nazionali e internazionali. Alcune delle sue opere sono state tradotte in diverse lingue: francese, inglese, greco, spagnolo, arabo e turco, inoltre ad aver ricevuti numerosi riconoscimenti. Tra le recenti pubblicazioni: “Non ritorni” (Robin 2016); “Sospensioni” (Eureka 2016); “Svestire le memorie” (Fondi 2018), “Polveri nell’ombra” (Oédipus 2019).

*

- Poesia

Silvia Comoglio … o l’apoteosi dell’ozio creativo


Silvia Comoglio … o l’apoteosi dell’ozio creativo.
“Afasia” una silloge poetica, Nuova Limina / Anterem Edizioni 2021

L’apparente ossimoro del titolo consiste nell’accostamento di due concetti volutamente contrapposti: ozio e creatività. Ben sappiamo che lì dove esiste una contrapposizione spesso si ha un immediato confronto dialettico con ciò che è logico razionale, sia con l’illogico irrazionale, in entrambi i casi, fonti primarie d’ispirazione poetica che solo formalmente coincidono con la dialettica letteraria …
*
L’illusione, sapete, è sempre così sapiente,
ordine di scie archetipe di mondi a-
vidi di mondi
*
L’albero-lanterna è l’ultimo segreto,
il sonante, e eterno, strisciare delle ali

Di fatto, in questo crogiuolo di creatività che è “Afasia”, Silvia Comoglio esprime mediante la scrittura, un’incoerenza di tratto (parlato e/o grafico) che la pone nell’immediato sconvolgimento del linguaggio pensato …
*
Amotanto la luna frantumata nel tempo di parola,
tersa piccola vedetta di amorose notti tra-sudate a labbra

Scrive Jean-Paul Sartre in “La nausea” (*): “La miglior cosa sarebbe scrivere gli avvenimenti giorno per giorno. Tenere un diario per vederci chiaro. Non lasciar sfuggire le sfumature, i piccoli fatti anche se non sembrano avere alcuna importanza, e soprattutto classificarli” – mettendo in risalto la possibilità di pensare senza l’uso delle parole e/o, viceversa, di classificarle separatamente, come fossero pensieri tenuti a mente di un diario del quotidiano che dietro ogni parola vuole ci sia un pensiero, qui riversato in una sorta di presupposto implicito del linguaggio mnemonico …

*
múrami la bocca di lumi liquidi di cielo,
incontrati di notte per ventura
*
taci, e non guardarmi
mentre scendo – sulla strada: è nella casa,
tutta bianca! che di torba scende a iato
quel regno degli avanzi nudi di –
memoria
*
… a risalita! nel mondo, appena nato
sul palmo della mano, a cu-
spide di sguardo único di amore

È quanto meno sembra funzionare al primo impatto con la poetica dell’autrice, sia sul piano logico, sia su quello illogico, seppure, per meglio esplicitare questo presupposto, vale chiedersi se c’è un qualche nesso fra pensiero e linguaggio …
*
[Dite se questa nube sciolta –
è il viaggio che trabocca,
tempo che si inclina quando –
mondo aggiunge giorno
al corpo rimasto sul confine

O, quale idea si comprime nel linguaggio olistico del poetare (?) …

*
[amore di impotente chiaroveggenza l’occhio divorato
Sempre dal suo mondo: chiglia rovesciata in nugoli di voci
Tacite a frontiera, a profonda terra misconosciuta
[…]
a giusto solo peso di un mondo senza mondo,
come se orma cresciuta inconcepita,
al limite di sponde nude di stupore –

Non in ultimo, qual è la dimensione pragmatica del linguaggio usato dall’autrice, per quanto questo possa apparire consapevolmente e/o inconsciamente artato …
*
[udii sogni che fecero degl’occhi –
alte - e strane case: specchi in cui ti guardi,
e che riempiono di terra le nostre –
scárcerate ombre

A queste e ad altre analoghe domande non v’è risposta alcuna che ci si possa aspettare. Rimane che l’autrice, Silvia Comoglio, si avvale in “Afasia” di una passione reiterata per la scrittura, così come, ragionevolmente, quella di una sorta d’illusione di felicità, la cui ricerca ossessiva, sappiamo, è da annoverarsi tra le cause maggiori di infelicità …

*
Un giorno avrò un sogno che uscirà dal bosco –
prezioso ordine a saperci identici contrari, specchiati,
a mondo di traverso, dentro il suo chiarore –
di cuspide di sguardo único d’amore
*
nello stagno gridano a fior di loto
venne, venne il pesciolino d’oro,
senza lisca e senza spine –
e senza nulla, nulla, tenere al mondo

Ci si potrebbe chiedere inoltre chi decide cosa, la ragione o la passione, nelle controversie della vita (?); l’andare in cerca della felicità e/o concedere all’illusione il miraggio della felicità (?); e perché no: in che consiste il voluto accostamento di due concetti volutamente contrapposti di un ossimoro (?) …
*
… è l’eco, a primo soffio, tenuto in fede di parola,
come se puro solo bacio rimasto sulle dita a car-
dine stellato –

Nel caso specifico, in “Afasia” l’autrice risponde con il paradigma dell’ozio in quanto apologia di creatività, o, se vogliamo, imprime all’ozio un proprio determinato stile di vita, quello stesso che, come diceva Oscar Wilde: “…non far niente è il lavoro più duro di tutti”, in quanto bisogna volutamente imporsi e/o esporsi alle ragioni del mondo …
*
[è tutta, tutta morta! la luna che si sente –
tanto, stanca-stanca! nel tempo di paura

Dacché è apparente che Silvia Comoglio ha scelto di sovvertire le parole a una rivendicazione di individualità e di indipendenza con una scrittura personalissima, impetuosa quanto appassionata, più che mai viva, cui va riconosciuto un diritto di libertà che noi tutti dovremmo riaffermare: poeti e filosofi, scrittori e giornalisti, censori e recensori, per quanto oziosi e al tempo stesso creativi, costruttori di altre fantastiche verità …
*
Amotanto la luna frantumata nel tempo di parola,
tersa piccola vedetta di amorose notti tra-sudate a labbra

“Io non ho bisogno di fare delle frasi – ci rammenta Jean-Paul Sartre. Scrivo per mettere alla luce certe circostanze. […] Bisogna scrivere tutto come viene alla penna, senza cercare le parole … ho bisogno di ripulirmi con pensieri astratti, trasparenti come l’acqua. […] Piuttosto è il modo con cui gli istanti si concatenano. Ecco come credo che avvenga: d’un tratto si sente che il tempo scorre, che ogni istante porta con sé un altro istante, questo un altro e così di seguito; che ogni istante si annulla, che non vale la pena di tentare di trattenerlo.” (*)
È questa la cifra scrittoria di Silvia Comoglio? Forse! risponde l’autrice nella chiusa che segue: prima di qualsiasi giudizio avventato, permettetemi un’ultima parola …
*
“l’antimondo! è il solo punto
In cui l’alba si sorride: il forte
bacio di chi bacia noi che siamo
tutti – i paradisi”



L’autrice:
Silvia Comoglio, filosofa e scrittrice, autrice di numerose sillogi poetiche, è presente in molte pubblicazioni antologiche presso i più affermati editori del genere. Vanno qui ricordati “Cati onirici” – L’arcolaio 2009; “Via Crucis” – Puntoacapo 2014; “Sottile, a microchiarore!” – Joker 2018. Da alcuni anni fa parte del Comitato di Lettura di Anterem Edizioni – Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano.

Note:
(*) Jean-Paul Sartre, “La nausea”, Einaudi 2014

Nota del recensore:
Mi scuso personalmente con l’autrice per non aver mantenuta l’ortografia dei testi stampati, in ragione di una carenza effettiva del mezzo di trascrizione.

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- Poesia

’La dimora del ritorno’ una silloge poetica di S. D. Rosati



La dimora del ritorno - una silloge poetica di Sofia Demetrula Rosati – Nuova Limina / Anterem Edizioni 2021

“Tremila anni … ecco dove accadde. Lei è stata qui. Questi leoni di pietra, ora senza testa, l’hanno fissata. Questa fortezza (Micene), una volta inespugnabile - cumulo di pietre ora - fu l’ultima cosa che vide … Vicine, oggi come ieri, le mura ciclopiche che orientano il cammino: verso la porta dal cui fondo non fiotta più sangue. Nelle tenebre. Nel macello. E sola.” (*)

Sola, come la Dea Misterica di cui l’autrice porta il nome, Demetra dea della natura, colei che dà amore incondizionato, portatrice delle stagioni e patrona della giovinezza, “il cui non esserci (oggi) era (è) solo un voltare di spalle, un cambio di maschera, una posa drammaturgica.” Ma ciò che può sembrare un gioco effimero che sfocia nel tragico teatrale, non è che luce riflessa, un ripensamento sul ‘mito’ di cui, col passare del tempo (millenni), si è perso il filo, smarrito nell’attraversare il labirinto del vissuto, definitivamente …

“Tremila anni … così il verdetto del dio si mostrò duraturo: nessuno le avrebbe creduto” (*) – mai, per l’eternità.

Nessuno, sebbene un fantasma si aggiri ancora, come nel passato, sui guasti d’ogni guerra: Troia come Micene, Varsavia come Beirut, Hanoi come Rangoon, Beirut come … quante altre? – contro un nemico da tempo dimenticato e i secoli inesorabili che l’hanno spianate. Il sole, la pioggia, il vento, tutto è cambiato invano. Immutato è rimasto il cielo, un blocco d’azzurro intenso, alto, distante …

“Ogni cosa cosmica / aveva possibilità di sguardo / su ciò che era stabilito.”

Così, come nelle macchinazioni teatrali non tutto però è dato per scontato, in ciò l’autrice restituisce alla scrittura poetica ciò che va oltre il testo sponsorizzato dal ‘mito’, condividendo il suo ruolo precipuo con quello del lettore/spettatore, formalizzando una possibile trama che riversa in-presenza, quella che era l’attualità misterica, assente ai nostri giorni; da cui il titolo “La dimora del ritorno”, per un appagante ‘incontro’ con il presente …

“…certi passi silenti e lo sguardo distratto di chi sta per partire e non ha più a cuore ciò che resta, qualche appunto qua e là sparso in casa, su fogli strappati male, perché male fa, dover lasciare parole prive di storia, sconnesse all’attenzione e tenute insieme da un collante … nei radi giorni di senso … con la dolorante consapevolezza (d’essere null’altro che) un grafema, scaldano solo se brucio le pagine su cui scrivo, nutrono solo se diventano mercanzia.”

Per quanto ciò possa sembrare vuoto di senso, è nella presenza del ‘mito’ che si consuma il nostro e l’altrui destino, di “assenza nella presenza” che si rinnova: dimensione e misura di un incesto edenico mai venuto meno …

“…e non somigliavamo a nulla, ci coglieva lo stupore quando potevamo sfiorarci, emettevamo leggeri suoni bluastri, dall’indistinto sapore di felci, il verde non era ancora stato codificato, vagavamo tra il giallo denso e il blu liquido.”

Ancorché non bruciate le pagine scritte, leggiamo:
“…esistevamo, nell’evanescenza del divino femminile, ne eravamo certi, perché i nostri colli lunghi, si sollevavano verso il cielo, le retine cominciavano a guizzare, emanando segnali striduli e imprecisi, spazi di mnemonizzazione … quando i suoni divennero parole, conoscemmo la memoria e la dimenticanza.”

Non c’è dimenticanza conscia nell’immutabile ‘segreto delle cose’ se non la labile, inconscia “…adesione alla sapienza sacrificale dominata dall’incertezza, che pesa sulle coscienze oscuramente, come esigenza inespressa” (**), presente nei segni del ciclo annuale di morte e rinascita inerenti al ‘mito’, archetipo che possiamo contemplare solo unendo gli estremi di una qualche entità/identità astratta, profetica, veggente. Ebbene, è questa la cifra incatenata che Sofia Demetrula Rosati pone davanti allo specchio del tempo, come riflesso rifratto in sequenza fino a raggiungere l’evaporazione.

È forse questa “l’evanescenza del divino femminile” cui sottintende l’autrice nel suo excursus poetico attorno al ‘mito’?

Per quanto è dato sapere, è rivelato nelle pagine di questa silloge, che nulla esclude alla verità sulla condizione della donna di ieri come di quella d’oggi, entrambe “rinchiuse in una singolare normalità – benché avverte – si definiscono abusate” e, per antonomasia, senza riscatto dal ‘peccato originale’ che, in ragione di una presunta colpevolezza, si autoesclude dall’essere stato commesso, che pure è ancor oggi presente, sopravvissuto finanche all’espiazione di un Dio misericordioso …

“…le figlie della narrazione … non conoscono la storia delle proprie antenate, madri nonne perse nei tempi, ormai ossa consunte, alcune diventate tossicodipendenti, altre malate a volte psicotiche … sebbene l’imperfezione creata, prende la forma dal ventre ripetutamente abusato, di sagoma dalla memoria abortiva, figlia che osserva il mondo con lo sguardo di una Gorgone costernata e afflitta, da uno stupore cupo.”

Per giungere poi alla bellissima supplica ‘madre’:
“…non mi lasciare sola
in questo vuoto che non è assenza
ma compressione di colpa
domani la possibilità di poter credere che
se torno a muovermi
la materia nella quale sono immersa
mi riconoscerà e saprà farsi involucro
affinché anche per me
questo universo in moto esprima
il suo senso relativo e l’essere l’esserci
abbandoni la posizione di quesito
per spostarsi in un luogo temporaneamente
attratto dalla ripetizione.”

Come anche dice nella sua filiale invocazione:

“…madre, sfiora il mio corpo
districa i capelli e usali
per la tessitura
ungimi con unguenti
da te preparati
fammi sorridere cullami.”

Così di seguito, sul farsi della preghiera, la figura materna della Dea Partenogenica è umanizzata nel ‘mito’ che l’accoglie: “…rinasci dal mio ventre di figlia, onde ella nacque divorando il suo destino.” E benché separata da un’umanizzazione che la distoglie dall’eternità cui pure è relegata, si fa oracolo; la cui “parola (di veggente) non conosce simbolo o metafora … (e dalla quale), si è sempre attesa la narrazione … ma la cui gola non narra e non conduce a nutrimento.”

Fino alla conclusiva ammissione di colpa (un’altra) imperitura:

“…madre
Non fu con le parole
Che distruggemmo
I tuoi altari?”

“Nessuno la credette allora, nessuno le avrebbe creduto …” (*) – è quanto intessuto nella tela dei millenni. È qui che l’autrice si richiama al ‘prologo’, posto in apertura d’ogni canto in indice, per condurre il lettore/lettrice alla fonte della sua creazione poetica, si direbbe in extremis, all’ ‘epilogo’ mitologico del suo narrare le assennatezze della dea …

“…i suoni di flauti e danze la riportarono con lo sguardo verso il mare e la sua Salerno dove trascorse una vita lunga e feconda, dispensò cure e bellezza fino all’ultimo dei suoi giorni, mai più volse le spalle a levante … con la consapevolezza che non esiste sapienza tanto grande da non poter essere offuscata da un solo unico errore. E allora chi può realmente possederla?”

Allo stesso modo s’interroga il poeta-lettore/lettrice-protagonista, l’essere per il quale il dubbio è l’unica certezza …

“…se la parola scritta fosse l’unica sapienza … e la poesia restasse l’ordine ultimo al quale poter accedere? L’unico senso, la conoscenza di ciò che … fra punto di partenza e divenire … non può avere significato”.

È allora che il ‘mito’ qui contemplato, s’accende di poetico afflato, impercettibile ai sensi, ineludibile la verità dell'essere che siamo: mitici eroi di una galassia ormai spenta, coscienti che un giorno non lontano gli antichi dèi torneranno.


L’autrice Sofia Demetrula Rosati, scrittrice e traduttrice di testi poetici dal greco moderno apparsi in diverse raccolte antologiche per le più importanti riviste e collane editoriali, vincitrice inoltre di alcuni premi importanti del settore tra cui “Premio Donna e Poesia” 2012. Appassionata di tecniche calligrafiche orientali e occidentali, produce lavori di visual poetry, asemic writing e asemic calligraphy. Sue sono le significative illustrazioni grafiche interne al libro.

Note:
(*) Christa Wolf, “Cassandra”, E/O 1983
(**) Italo Calvino, “Palomar”, Mondadori 1983


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- Musica

Musica en la Obra De Cervantes

MUSICA EN LA OBRA DE CERVANTES

(...rileggendo Don Chisciotte de la Mancha nel 404° anniversario della morte Aprile 1616).
“Los tiempos mudan las cosas y perficionan las artes …”

Il Romance Spagnolo tra Letteratura e Musicologia.
Prima di entrare nel vivo dell’investigazione, necessita qui trattare, seppur brevemente, quello che era il contesto letterario medioevale di rilevanza musicologica, che verso la fine del XIII secolo salutò in Spagna il sorgere di forme culturali autonome come la “prosa epica” e la “poesia lirica”, corrispettivi di un sostrato “etnico” preesistente – forse retaggio di più antichi aedi – formatosi sulla scia dei “cantare de gesta” e sfociato poi nel Romance epico-cavalleresco, giunto a noi esclusivamente in forma letteraria, ma che un tempo era fondamento della tradizione orale …
“Ya represento mil cosas / no en relaciòn como antes, / sino en hecho, y asì es fuerza / que haya de myudar lugares”.
Si tratta in breve di una sorta di narrazione che, fluita attraverso i cuentos (racconti, novelle, fiabe), le coplas (canzoni, versi, ballate), subì notevoli mutazioni prima di definirsi nella forma del Romance che noi conosciamo e che, una volta oltrepassati i confini nazionali, arrivò nelle Corti dell’Europa medievale, al seguito di venditori ambulanti, viaggiatori e pellegrini, guitti e trovatori, subendo modifiche di aggiustamento secondo la lingua e la cultura ospitante, onde per cui una stessa “ballata”, magari d’origine inglese o francese, italiana o spagnola, all’occorrenza rimaneggiata, raggiungeva e diventava popolare in altre parti del mondo all’ora conosciuto, nei territori tedeschi e olandesi, o attraversati i mari, addirittura in quelli scandinavi e oltre.

Caratteristica dell’epoca era la riduzione, da parte di narratori e cantori che li avevano appresi dalla tradizione orale, di Romance più o meno anonimi che venivano rappresentati nei teatri improvvisati all’interno delle corti medievali, alla presenza di nobili e prelati altolocati, nonché di signorotti arricchiti, e da cui, verosimilmente, prese forma quello che sarà la grande tradizione del Teatro spagnolo passando per Garcilaso de La Vega, Lope de Vega, fino a Calderon de la Barca. Quello stesso che, ad uso e consumo della catechesi dilagante, trascinerà sui sagrati delle chiese, dando sfogo all’attività processionale nella chiusa dei Sacramentales, recitativi di derivazione religiosa, conosciuti anche come Sacre Rappresentazioni.
Allo stesso modo che, seppure in forma assai ridotta, entrava nei Retablo degli spettacoli di piazza, tenuti in occasione di fiere e mercati, o durante le festività ad uso e consumo del popolino, sempliciotto e credulone, ma non per questo sciocco e sprovveduto, che cercava nel Romance un certo acume vivace e spesso salace, in cui si rispecchiavano le debolezze umane, le passioni e gli intrighi dei nobili o delle Corti. Spettacoli questi molto popolari che, con l’avanzare d’una maggiore conoscenza della lingua e della scrittura, acquistarono man mano un certo gusto espressivo e se vogliamo finanche pittoresco che ritroveremo più tardi nella zarzuela, l’operetta tipica del teatro spagnolo, che fornì ai “Romanceros”, sorta di divulgatori d’una primitiva forma di comunicazione sub-mediale, forme linguistiche e letterarie originali profuse di latino, giudaico-cristiano, moresco, e alcuni dialetti volgari che, in buona misura, ritroviamo nelle canciónes liriche e in alcuni Romance famosi, come questo “Romance del Quintado” (*), nella sua forma più tradizionale, trascritto da Joaquin Diaz:

“Ciento y un quintado llevan, todos van para la guerra. / Unos ríen y otros cantan; otros bailan y otros juegan. / Si no es aquel buen soldato, que tan largas son sus penas, / que el día que la casaron, sus bodas fueron sin fiestas. / Ya se acerca el capitán, le dice de esta manera: / ¿Qué tiene mi buen soldado; qué tiene que non se alegra? / Que el día que me casé me llevaron a la guerra / y he dejado a mi mujer, ni casada ni soltera. / Coge mi caballo blanco y vete en busca de ella, que con un soldado menos, también se acaba la guerra”.

"Cento ed un reclutato partono, tutti vanno per la guerra. / Alcuni ridono ed altri cantano; altri ballano ed altri giocano. / Se non quel buon soldato che tanto lunghe sono le sue pene, / che il giorno che si sposarono, le sue nozze furono senza feste. / Si avvicina già il capitano, gli dice di questa maniera: / Che cosa ha il mio buon soldato; che cosa ha che non si rallegra? / Che il giorno che mi sposai mi portarono alla guerra / e ho lasciato mia moglie, né sposata né nubile. / Prendi il mio cavallo bianco e vatti alla ricerca di lei che con un soldato in meno, finisce anche la guerra."
Riguardo alla composizione dei testi, molti erano gli autori che usavano stilare i loro versi sullo stile del virelai (*) provenzale, una delle tre forme impiegate nella poesia e nella musica medioevale, le altre sono la ballata italiana e il rondeau francese che rimandano a quel patrimonio musicale comune di una vasta area che dalla penisola Iberica raggiungeva l’Occitana fino alla Lombardia. Non di meno la musica strumentale era altresì ricca di straordinari esecutori per vihuela, chitarra saracena, cornamusa, ribeca, che si servivano per l’accompagnamento di tintinnambulum, flauti diversi, crotali, tamburi e tamburini, e timpani per segnare il “passo” nelle processioni.

Nel tempo, vanno citati i francesi Jehannot de l'Escurel, Guillaume de Machaut e Guillaume Dufay che ci hanno lasciato composizioni ballate e mottetti, e alcuni complainte, molto eleganti nella forma; gli italiani Francesco Landini, compositore, organista, poeta, cantore, organaro e inventore di strumenti musicali, uno dei più famosi compositori della seconda metà del XIV secolo; e il più acclamato del suo tempo non solo in Italia, Jacopo da Bologna, compositore che si inserisce nella corrente musicale dell’Ars Nova, noto soprattutto per i suoi madrigali, e le sue numerose “cacce”. In Spagna, Alonso Mudarra, Luis de Milàn, Diego Ortiz e altri, i quali composero brani preminentemente strumentali utilizzando generi diversi, come: la “gagliarda”, “fantasia”, “ballade”, “pavana” e le così dette “recercar” e “folias”.
Vanno ricordati inoltre, quei Troubadour (così si chiamavano nell’Europa medievale) che, oltre a suonare strumenti di vario tipo, come: lira, arpa, organetto, piffero e Fidel, intonavano la “voce” su versi di loro stessa composizione, improvvisando nei diversi “dialetti” regionali, canzoni e musiche a ballo in occasione di feste, matrimoni e banchetti, nelle nascenti Corti e presso i Signori dell’epoca. Tra i molti rimasti anonimi spiccano i nomi di Peire Vidal, Bernart de Ventadorn, Rambaut de Vaqueiras, La Comtessa de Dia, Marcabrun, Jaufre Rudel che scrissero madrigales cortesanos, romance e villancicos amorosos, danzas e bailes para cantar y taner (per cantare e suonare). In quel tempo, la maggior parte della poesia lirica e i poemi cavallereschi, le cronache storiche, i Romance e le opere filosofiche, erano per lo più scritte (o trascritte) in castigliano antico, che accoglieva in sé molte espressioni popolari, e che, una volta adeguatamente affinate o del tutto rimosse, diedero forma alla lingua spagnola così come è conosciuta ai giorni nostri.

È in quest’ambito cortigiano e popolare che, nel XIII secolo Alfonso X di Castiglia, ‘el Sabio’, dispose la raccolta delle “Cantigas de Santa Maria” (*), quattrocentoventisette composizioni in onore della Vergine Maria e dei suoi miracoli, in cui è fatto uso del volgare desunto dal latino, dovuto a copisti non sufficientemente esperti della lingua, che lo intervallarono con espressioni d’uso quotidiano a loro forse più naturali. Conservate in parte a Madrid e altre a Firenze, in quattro manoscritti contenenti inoltre raffigurazioni pittoriche di strumenti e suonatori, le Cantigas, ricche come sono di suggestioni musicali improvvise e di apporti letterari diversi, rappresentano una forma “commemorativa” di notevole pregio, sia nell’uso della “cantata”, sia per la struttura musicale utilizzata, che ben presto confluirono nella cultura delle austere corti d’Aragona e di Castiglia, d’Aquitania e di León, al pari del teatro e della danza annoverate tra gli svaghi preferiti dagli aristocratici del tempo.

Ad Alfonso X ‘el Sabio’, si deve inoltre l’aver incrementato con le sue opere, la letteratura del tempo e le discipline storiografiche e giuridiche, in aggiunta alla sua già copiosa biblioteca, indubbiamente una delle più ricche e conosciute dell’epoca, costituita da un numero impressionante di manoscritti redatti da intellettuali latini e arabi, ebrei e islamici, iberico cristiani e provenzali che formavano l’importante scuola da lui fondata detta dei Traduttori di Toledo, il cui apporto letterario e scientifico andò sviluppandosi nei secoli successivi. A lui si devono alcune fra le Cantigas più belle:
Dalla “Cantigas 7”: (stralcio senza traduzione)

“Esta é de como Santa Maria pareceu en Toledo a Sant Alifonsso, et deu-ll’huia alua que trouxe de Parayso, con que dissesse missa”.

“Muito dovemos, varóes, / loar a Santa Maria, / que sas graças et seus dòes / dá a quen por ela fia. / Sen muita de bòa manna / que deu a un seu prelado, / que primado foi de España / et Affons’ era chamado; / deu-ll’húa tal vestidura / que trouxe de Para’yso, / ben fe’yta a ssa mesura, / porque metera seu siso / en a loar no’yf’e dia. / Ben enpregou él seus ditos, / com’achamos en uerdade, / et os seus bòos escritos /que fez da Virigihndade / d’aquesta Sennor mui santa; / per que sa loor tornada / fai en España de quanta / a end’auian de’ytada / jvdeus et a eregìa. / Porén deuemos etc.”...
È indubbio che all’origine di tanta ricchezza di brani sia strumentali sia cantati che compongono il “Cancionero de Palacio”, si noti la molteplice coesistenza di diverse forme musicali, quelle stesse che hanno accompagnato la grande evoluzione culturale che si andò conformando nella Spagna dei secoli XIII e XIV, e che videro l’evolversi, accanto agli inni processionali, ai canti dei pellegrini e le preghiere ispirate, altre forme musicali popolari, accostate a canciones amorose e profane, melodie per vihuela e arie di danza e d’occasione, impiegate come brevi “intermezzi musicali” durante la lettura dei primi Romance viejos d’argomento religioso che segnarono un’autentica evoluzione del genere.
Uno dei più noti, è senz’altro la “Historia de los enamorados Flores y Blancflor” di anonimo medievale, il primo esempio di romance esposto in forma letteraria, conosciuto in tutta l’Europa già nel XIII secolo, in cui si narra di due innamorati, modello di fermezza e di costanza, la cui lealtà superò ogni pena che la vita inflisse loro per separarli, e di come, infine, riuscirono a coronare il loro sogno d’amore: “… essendo Flores d’origine mora e Blancaflor cristiana”:

“Señora mia: De la pena vuestra duele al ànima mia, que, de la vida mia, yo tengo por bien empleada, porque, cuando yo de espana partì, fice cuenta de perder la vida por vos. Pues Dios me ha enderezado asì, creo que me sacarà a mì y a vos de todo este peligro. Màs una sola cosa, señora, vos demando merced, si a vos placerà: que demos complimiento a nuestros amores”.

“Signora mia: Della vostra pena duole all’anima che, della mia vita io ho ben impiegata, perché, quando io partii di Spagna, feci conto di perdere la vita a causa vostra. Perché Dio mi ha indirizzato così, credo che tirerò fuori voi e me da tutto questo pericolo. Ma una sola cosa, Signora, voglio chiedere grazia, se a voi piacerà: che si dia compimento ai nostri amori”.

La trasformazione da poema lirico in Romance è di carattere popolare e avrà un lungo seguito, per cui tutti i poemi più o meno attendibili, nati come brevi evocazioni di leggende o ascrivibili a cronache realistiche, divennero veri e propri romance lunghi, paragonabili a sequel di più puntate, tra questi: “Romance del Rey Don Rodrigo y la perdida de España”, “Bernardo del Carpio”, “Romance de los siete Infantes de Lara”, ed altri, di cui rimangono solo alcuni episodi, come nel caso del: “Romance de Don Bueso”, del “Romance de Abenámar y el rey Don Juan”, o del “Romance del Prisonero” .
Tra questi ricordiamo Gil Vicente, drammaturgo e poeta portoghese autore di un “Amadis de Gaula” tratto dall’omonimo romanzo in cui si alternano vicende d’amore, di gelosia e pentimento, di grande eleganza letteraria. Nonché Bernardo Tasso (italiano) padre di Torquato, il quale, rimasto affascinato dalla trama, rielaborò la materia del poema e ne proseguì la historia, in un poema in ottave “Amadigi”, formato di 100 canti. E l’altro, quel “Romance del cautiverio de Guarinos” di anonimo pubblicato in pliegos sueltos, cioè in fascicoli sciolti, all’inizio del XIV secolo, in seguito ricordato da Miguel Cervantes nella sua opera più famosa “El ingenioso hidalgo don Quixote de la Mancha”(*), nel passo in cui, Don Quijote andando a trovare Dulcinea, lo ascoltò cantare da un agricoltore del Toboso, il cui incipit è pressoché indimenticabile:

“!Mala la hubistes, franceses, / la caza de Roncesvalles ...”
“! Cattiva la subiste, francesi, / la caccia(ta) da Roncisvalle...”

L’opera letteraria più importante dello scrittore spagnolo Miguel de Cervantes de Saavedra, giustamente ritenuta una delle più rappresentative della letteratura mondiale, è anche un eccellente compendio di musica del suo tempo, infatti fa dire al burlone scudiero Sancio Panza:

“Señora, donde hay mùsica no puede haber cosa mala.
La mùsica siempre es indicio de regocijo y fiestas”.

"Signora, dove c'è musica non può esserci cosa cattiva.
La musica è sempre indizio di gioia e festa"…

È questa la più alta testimonianza della popolarità del Romance in terra di Spagna, che ci permette di dar credito a quella che è una prima informazione musicale (ne troveremo delle altre) che forse stavamo cercando fin dall’inizio e che fa da autentica cornice all’epica tardo-rinascimentale e quindi barocca, in cui sfocerà il Romance successivo. L’attendibilità di questo discorso, ci fornisce la chiave di lettura dell’intero romanzo, che è racchiusa nella frase che Cervantes fa dire proprio al protagonista indiscusso della sua opera, quel “Don Chisciotte della Mancia” audace cavaliere errante:

“Todos o los mas Caballeros andantes de la edad pasada,
fueron grandes trovadores y grande musicos”.

“Tutti o forse i più dei Cavalieri erranti dell'età passata,
furono grandi trovatori e grandi musicisti”.
Con ciò, s’introduce qui la figura del “Romamceros”, ovvero dello scrittore di romance, da non confondere con la raccolta di Romance cosiddetta cancioneros, quei narratori medievali, trovatori e menestrelli (vecchi e nuovi) che ancora all’inizio del XIV secolo, giravano per i borghi e nei contadi portando oltre alle cantate popolari e le canciones, quei componimenti poetici di carattere epico-lirico espressi in doppi ottonari assonanti con o senza estribillo (ritornello) fra l’una e l’altra strofa, simile alla ballata trovadorica e, come questa, lineare e monotona, gravata da una pena inarrivabile e dolente, tipica delle lamentaciones religiose. Dire che i Romanceros, narratori di storie leggendarie e avvenimenti di cronaca spesso rimaneggiati, obbedivano in certo qual modo, a quel codice dell’amor cortese, modello di virtù e moralità, nel quale la società cortigiana del tempo piaceva rispecchiarsi, è più che superfluo, nessuno di loro sfugge a quelle che sono le linee (o le mode) “letterarie” dell’epoca in cui si trovavano ad esercitare uno dei mestieri più antichi del mondo: l’affabulazione.

È però nella forma del “Romance nuevo” che i Romanceros mettevano insieme sentimenti diversi anche contrastanti quali: amore e odio, vendetta, magia, esotismo, fantasia (che più tardi saranno detti romantici), e che oggi ancora abbagliano l’improvvisato ascoltatore e l’acculturato lettore per le tematiche riferite a eroi lontani e vicini (nel tempo o nella realtà), e che piuttosto desidera burlarsi di loro, piuttosto che ammirarli per quelli che sono o che rappresentano. Non si sa bene se fin dall’inizio, ma comunque e sempre più spesso, i Romanceros rendevano una trasposizione fortemente emotiva, inframmezzata di pause e silenzi più o meno prolungati che accrescevano nell’ascoltatore una certa suspense nella narrazione. Così come, sul tipo della canciones epica, usavano accompagnarsi al suono di una chitarra, o una viella, alternando la narrazione con brevi parti cantate, o “villancicos” che, oltre ad alleggerire il racconto, permettevano, in ragione dell’orecchiabilità della musica, una maggiore memorizzazione del fatto narrato, per cui non sorprenda che il risultato artistico possa vantare una storia fra le più lunghe e continue, dal medioevo a oggi.

Obras cantadas:
“Al villano se la dan
la ventura con el pan.
Ano bueno, Rey, tuvimos
porque sembrando en el suelo
y ayudàndonos el cielo,
mucho pan al fin cogimos;
mas, si Dios quiere y vivimos,
si después nos lo comemos,
màs contentos quedaremos
que comiendo de un faysàn.
Al villano se la dan
la ventura con el pan”.

“Donde estàs, senora mia,
que no te duele mi mal?
O no lo sabes, senora,
O eres falsa y desleal.
...
Mi dolor, que es muy sobrado
me hace desatinar.
Tù no sabes de mi mal
Ni de mi angustia mortal;
...
Esposa mia y senora!
no cures de me esperar;
hasta el dia de juicio
no nos podemos juntar”.

Molti sono gli autori spagnoli di Romances vecchi e nuovi, che solo un elenco sarebbe qui impossibile quanto inutile azzardare, pertanto mi limito a citarne uno, il primo e senza dubbio il più grande, colui che, in qualche modo, ha contrassegnato la sua epoca, il XIV secolo: Juan Ruiz, più noto come Arcipreste de Hita, nato presumibilmente ad Alcalá de Henares (la stessa patria di Cervantes) nel c.1280, anche famoso per essere l’autore del “Libro de buen amor” considerato uno dei capolavori della poesia medievale spagnola. Un poema di 7 mila versi assortiti divisi in 1728 strofe, con forme che rimandano alla poesia devota, alla lirica, all'allegoria, alla satira, e personaggi molto realistici (come la mezzana Trotaconventos, e doña Endrina). Nel prologo si allude a una prigionia che una didascalia di un amanuense dice ordinata dal cardinale Gil Albornoz, dove il "buen amor" del titolo, cioè l'amore divino, si contrappone al "loco amor", l'amore folle e terreno.
Senz’altro uno dei libri più singolari e significativi delle origini della produzione in castigliano, scritto in "cuadernavía", un verso in sedici sillabe, usato soprattutto nella parte narrativa, ma sono presenti anche altri tipi di versi. Con la pretesa/pretesto di svelare i sottili inganni dell'amore mondano, attraverso una concreta varietà di ‘exempla’, “Libro de buen amor” si muove tra digressioni e divagazioni di ogni genere, presentando una serie di esperienze galanti e sensuali in cui la seduzione si conclude sempre con uno scacco, tranne in una sola eccezione. Alla costruzione del poema pseudo autobiografico confluiscono dati e toni disparati: avventure immaginarie e esperienze reali, schemi dottrinali e atteggiamenti goliardici e giullareschi, l'invettiva e il tradizionalismo, fonti classico-latine e cristiane, mentre influenze francesi e orientali sono inserite nel flusso della vita quotidiana. Quest'ultima è deformata in modo caricaturale da un irrefrenabile umorismo fantastico e un vitalismo che si mescola con pressanti preoccupazioni didascaliche, e tuttavia di edificazione etico- religiosa.

Dal “Libro del buen amor” leggiamo:

“El hombre debe alegrar su corazón, pues las muchas tristezas pueden nublar su entendimiento. Son palabras de Catón el sabio, que yo hago mías ahora. Mas nadie puede reírse de cosas serias, por eso yo pienso introducir en este libro algunos chistes con objeto de que aquéllos que los lean puedan divertirse y alegrar su ánimo. Pero te ruego, lector, que entiendas bien lo que digo y no tomes el rábano por las hojas. Medita bien la esencia de mis palabras. No me pase contigo lo que sucedió al doctor de Grecia con su rival romano, un hombre ognorante y de pocas luces. He acquí el cuento: ...”.

"L'uomo deve rallegrare il suo cuore, perché le molte tristezze possono offuscare il suo intendimento. Sono parole di Catone il saggio che io faccio ora mie. Ma nessuno può ridere di cose serie, per qual motivo io penso di introdurre in questo libro alcune storielle che quelli che li leggono possano divertirsi e rallegrare il proprio animo. Ma ti prego, lettore, capisci bene quello che dico e non prendere il ravanello per le foglie. Medita bene l'essenza delle mie parole. Non mi passi con te quello che succedette al dottore della Grecia col suo rivale romano, un uomo ignorante e di poche luci. C'è qui il racconto: ... ".
Pervenuti per lo più in manoscritti tardivi, in rielaborazioni di seconda e terza mano, talvolta decurtati di alcune parti, quando non ridotti a poco più di semplici testi sovrapposti uno sull’altro, i romance costituiscono il retaggio di un “fare teatro” che li riscatta dall’etichetta narrativa nel loro insieme, per restituirli integri nella loro originalità, al teatro drammatico vero e proprio, tipico della finzione scenica che trascende la contingenza di luogo e di tempo, per acquisire significato universale, un artifizio questo di molto teatro popolare. Il genere si commenta da solo, a poco – come si è visto – è servito in questa sede, un’analisi sistematica dei testi, coniugare il soggetto coi personaggi o con la metrica del verso.

Le forme musicali più frequenti sono, come si è detto, il villancico somigliante alla frottola italiana, e lo zejel arabo. Il fraseggio compositivo delle canzoni non è unificato e varia dalla semplice monodia: dall’espressione vocale formata da tre-voci nel discanto, lasciato al tenore e al controtenore, alla forma polifonica vera e propria a sei-voci del XVI secolo. Altra forma presente, sebbene in numero minore, è ancora il romance, letteralmente "portato” nelle corti e foderato con perfezioni e squisitezze colte, diverso nella metrica che risulta irregolare, fiorita per bocca di buffoni e narratori che l’adattarono ai canoni dell’epoca. Trascritto più tardi in versi di otto sillabe (ottonari) in forma strofica che, vale qui la pena ricordarlo, il romance sempre inizia con un verso introduttivo (estribillo), continua con una strofa originale (copla), e termina con la (vuelta), cioè il ritorno all’inizio.
Forme queste, che ritroviamo anche nella musica popolare, basata su una struttura armonica molto semplice, che man mano si andò arricchendo di nuove espressioni strumentali con inserimenti corali, e una più sensibile espressione del testo, al pari di quella “spiritualità” cortese di stampo religioso conosciuta come musica sacra. In ognuna delle molte canciones o villancicos il canto popolare sempre si mostra come il fiore della vita culturale spagnola, destinato, per il tramite d’una risorta autocoscienza, fortificata dal fatto dell’avvento di un nuovo spirito nazionale che attraverso il contatto con le altri nazioni europee, che caratterizzò in profondità lo stile musicale del romance – “accompagnato da brevi e monotone note” , come ha commentato l'eminente Menéndez Pidal, che lo ha ben esposto nel suo "Romancero Ispanico" (*):

“..quello que sin ningun orden, regla ni cuento, facen estos romances e cantares de que las gentes de baxa e servil condicion se allegra, forman un solo cuerpo tradicional”.

"…quello che senza nessun ordine, riga né conto, fa di questi romanzi cavallereschi e dei canti che le genti di bassa e servile condizione rallegra, forma un solo corpo tradizionale".

Non in ultimo, va riscontrata un'indubbia tendenza del romance verso il verismo, che però non deve confondersi con un realismo troppo dettagliato, il che lo porterebbe a eliminare la sua potenza archetipica e i suoi misteriosi suggerimenti. La realtà che i “romance cavallereschi” ci mostrano è di per sé una realtà in certa misura trasfigurata nell’aspetto, più o meno veridico della cosa ideale o idealizzata, connessa con chiavi ed echi di magica trascendenza; le cui caratteristiche possono apprezzarsi, in certo qual modo, più per la stringente spontaneità, che per rilevanza storica o realistica. Come si può riscontrare in “L'apparizione” (*), di anonimo, che qui leggiamo un breve stralcio nella versione di Campaspero di Valladolid:

"Se ha asustado mi caballo / yo tambien me sorprendì. / No te asustes, caballero / no te asustes tù de mì, / que yo soy la tu querida / la que llaman Beatriz. / Còmo siendo mi querida / no me hablas tù a mi?/ Boca con que yo te amaba / ya no la traigo yo aquì, / que me la pidiò la tierra / y a la tierra se la dì. / Ojos con que te miraba / tampoco les traigo acquì, / que me les pidiò la tierra / y a la tierra se les dì. / Brazos con que te abrazava, / tampoco les traigo aquì, / que me les pidiò la tierra / y a la tierra se les dì. / Yo venderé mi caballo / para misas para tì, / y me venderé a mì mismo / porque no pases allì. / No vendas a tu caballo / ni te pongas a servir; / cuantas màs misas me digas / màs tormentos para mì".

“Si è spaventato il mio cavallo / che anch’io mi sorpresi. / Non ti spaventare, cavaliere / non ti spaventare di me, / che io sono la tua amante / quella che chiamano Beatrice. / Come mai, pur essendo la mia amante / non parli tu a me? / Bocca con che io ti amavo / non la porto oramai io qui, / che io la chiesi alla terra / ed alla terra io la diedi. / E gli occhi con cui io ti guardavo / neanche quelli porto io qui, / che io li chiesi alla terra / ed alla terra essi li ho dati. / E queste braccia con che tu abbracciavi, / neanche loro porto qui, / che io essi chiesi alla terra / ed alla terra essi ho dato. / Io venderò il mio cavallo / per dire messe per te, / e venderò me stesso / perché non passi lì. / No, non vendere il tuo cavallo / né mettiti a servire; / quante più messe tu mi dica / più aumentano i tormenti per me".

Come è possibile comprendere dal testo che abbiamo appena letto, l’atmosfera dell’amor cortese, fa ancora da sfondo a quella culturale del periodo entro il quale il Romance fiorì e si sviluppò, e che, ritessuta nelle forma più erudita del genere novelesco, trovò una sua evoluzione più tardi, in epoca Barocca e per certi versi nel corso dei secoli XVI e XVII in cui assistiamo a una ripresa assai suggestiva, da parte di musicisti e letterati illustri che ne fecero un genere raffinato, utilizzato poi nella successiva forma polifonica. Ne sono esempi illustri: Luis de Góngora, teso al recupero dell’aspetto primario ricco d’immaginazione e fantasia; Francisco de Quevedo, che nel Romance evidenziò l’aspetto satirico e menzognero; Lope de Vega il cui ideale cortese consisteva in un colto casticismo che sovrapponeva la tradizione del Romancero, all’eleganza e alla dolcezza della metrica italiana. Per arrivare alla nostra epoca con Blas de Otero, che trasformò la figura del “poeta” in un “profeta” che segnala gli errori del presente per riuscire a superarli ed accedere a un futuro migliore. In entrambi i casi, questi autori, con fare di moderni musicologi, si adoperarono nel recupero delle antiche melodie tradizionali e poemi anonimi e popolari di molti autori del passato, e altri ne composero, interpretando con notevole compiacenza, i sogni e gli ideali della Spagna feudale.

Facciamo anche noi un passo indietro nell’affrontare un aspetto finora trascurato in questa ricerca che a fatica s’inoltra nel mare magnum della letteratura spagnola riferita al Romance, e recuperare, lì dove ci siano state carenze, alcuni testi di rilevante importanza. Ovviamente il semplice elencare testi non comporterà una loro assunzione nella ricerca qui avviata che certo non valica il muro della conoscenza archeologica, ma si vuole essere di stimolo per riscoprire quanto di essi ha contribuito alla nostra formazione letteraria e non solo. Soprattutto di quanto oggigiorno viene utilizzato da molti autori che crediamo originali, creatori di fumetti e romanzi, giochi elettronici e cinema fantasy, e che invece, sicuramente, dobbiamo a quanti: filologi e ricercatori, etnomusicologi e musicisti, letterati e semplici ricercatori appassionati, che si sono prodigati nel recupero di tanta letteratura e che ci permettono di rivisitare quell’epopea portentosa del passato, non senza scaturire in noi, attuali fruitori senz’anima, una pur vaga emozione che testimonia una creatività esemplare, mai venuta meno.

La tradizione del Romance dunque, si presenta a noi di una tale ricchezza che definirei quasi miracolosa, e che invito qui a riscoprire, per l’essere sorprendentemente ricca di spunti poetici e non solo. A partire da un autore che in assoluto si leva su tutti (almeno per noi ricercatori), testimone della popolarità che ebbero il Romance e i Romanceros nella tradizione spagnola: Miguel de Cervantes de Saavedra. Il quale, nel suo “Don Quijcote de la Mancia” (*), che di fatto possiamo definire quasi un lungo “romance nel romance”, elenca circa quaranta strumenti musicali in accordo con la loro funzione e colore timbrico perfettamente allogati e aggettivati secondo la lingua popolare. Nonché venti danze e balli tra quelli menzionati; altrettanto dicasi delle canzoni che corrono di bocca in bocca e che l’autore fa cantare ai suoi personaggi; mentre sono almeno una dozzina i romance citati. Un esempio di quella che è la sua sterminata conoscenza enciclopedica, lo troviamo in apertura del capitolo XXXXIII, in cui il Romance è annunciato dal canto “in sulla prima ora dell’alba”, l’ora propizia per il canto amoroso in letteratura:

“Marinero soy de amor / y en su piélago profundo / navego sin esperanza / de llegar a puerto alguno … ”.
“Marinaio son d’amore / e nel suo pelago profondo / navigo senza speranza / di arrivare in porto alcuno …”.

Il romance popolare spagnolo si rivela comunque in tutta la sua ricchezza di contenuto, quale mezzo espressivo di sentimenti che vorremmo fossero nostri, nel ritrovare quella compostezza, quella integrità nazionalistica di un popolo che già allora si distingueva per il temperamento virile dei suoi personaggi, per l’ardire di un torneo o di una corrida, per i ritmi sfrenati dei suoi bailes, l’andamento malinconico del cante, la nostalgica cadenza della vihuela, l’insolenza della chitarra flamenca o morisca, la voce alta dei suoi poeti. Una voce altamente sonora, con la quale ogni poeta d’oggi che si misura nel romance, diventa subito autentica e popolare, nell’accezione della parola stessa di narrazione, che prende forma dal popolo e nel suo essere popolare trova la sua continuità e la sua massima affermazione creativa, secondo il metodo che restituisce al popolo la sua storia, e di cui diviene – in senso assoluto – protagonista:

“..col tagliare e aggiungere versi, col sopprimere o variare le parole, col modificare lo svolgimento o alterare capricciosamente gli avvenimenti e le azioni dei personaggi, o meglio, col riscrivere la storia secondo un singolare punto di vista, secondo una propria logica dei fatti …”.

Non poca importanza va quindi attribuita al Cervantes musicologo, conoscitore ed estimatore della musica del suo tempo, tanto più va sottolineata la sua funzione di ricercatore e trasmettitore dell’antica tradizione, sebbene, egli ne abbia fatto, per così dire, un uso speculativo all’interno del suo romanzo (e che romanzo), col voler dare ai suoi personaggi una parvenza di realtà e di lucida follia. E che bene interpretò il noto compositore contemporaneo Manuel de Falla, il quale, nella messa in musica di “El retablo de Maese Pedro” (*), improntato sulla storia di “Gaiferos e Melisenda” (*), d’appartenenza al Romance epico, in cui il “retablo”, cioé il teatrino dei burattini, fa da sfondo alla rappresentazione che si svolge davanti a Don Quijote, l’ultimo e certamente il più nobile dei cavalieri erranti che siano mai esistiti.
Nel suo romanzo Miguel de Cervantes, l’antico romance vijeos assume una posizione di grande rilievo, rendendogli quell’attualità che in parte esso aveva perduta nel tempo, ottenendo così un duplice effetto: integrativo della rappresentazione che si svolge sulla scena, alla vita dello spettatore e viceversa e, al tempo stesso, permette a Don Quijote di entrare nel vivo della rappresentazione. Una scena che ritroviamo nella finzione del “teatro nel teatro” e ancor più nel cinema: da “Hellzapopping” di Henry C. Potter, a “La Rosa purpurea del Cairo” di Woody Hallen , dove la “finzione sostituisce la realtà che sostituisce la finzione”, in quanto elemento caratterizzante di un accadimento, attraverso il quale l’autore colto, il musicista galante, il narratore forbito, con l’assegnare ai personaggi certe emozioni, li consegna alla vita reale o inventata che sia, restituendo al lettore prima, all’ascoltatore poi, così come al cineamatore meravigliato, una diversa condizione esistenziale, attraverso la quale è sollecitato il sogno, la fantasia, l’istinto, la follia, l’ignoto:

“Giace qui l’hidalgo forte
Il cui valore arrivò
A tal punto che ebbe in sorte
Che la morte non trionfò
Della vita con la morte.
Poco il mondo calcolò.
Se ebbe d’orco la figura,
un’insolita mistura
la ventura in lui provò:
visse pazzo e morì savio.”

È ancora Cervantes che ci fa dono di questo sonetto, se pure va ricordato che sono passati secoli da che Miguel de Cervantes scrisse il suo famoso romanzo e altrettanti da che l’eco di quella che fu la poesia epica spagnola fosse ripresa dai suoi poeti più insigni: “che è poi il segreto spirito del romance che torna a forgiare noi moderni”, come affermato da Léon Felipe, uno dei grandi poeti spagnoli del novecento che ha dato nuova voce al romance epico e cavalleresco, quello stesso spirito che releghiamo all’antica voce della terra e che trascende la contingenza di luogo e tempo, per acquisire quei significati universali che sono propri della grande poesia. Quand’ecco:

“Per la pianura della Mancha / torna a vedersi la figura /
di Don Chisciotte passar”.

El Romance de Calaynos.
“Ya cavalga Calaynos
a la sombra de una verde oliva,
sin poner pie en el estribo
cavalga de gallardìa.
...
Mirando estaba a Sanduena
al arrabal con la villa
por ver si verìa algùn moro
a quien preguntar podrìa.
...
Por Alà te ruego moro
asì te alargue la vida
que me muestres los palacios
donde mi vida vivìa”.




NOTE:
Bibliografia di consultazione:
Miguel Cervantes de Saavedra “Don Chisciotte della Mancia” – Einaudi 1972.

Dionisio Preciado - “Folklore Espanol: musica, danza y ballet” - Studium Ed. Madrid 1969.
G. Di Stefano - “El Romancero: estudio, notas y comentarios de texto” - Narcea de Ed. - Madrid 1985.
Javier Villalibre - “Selection de Romances” - Editorial Everest - Leòn 1983.
Cesare Acutis, a cura di, "Romancero: Canti Epici del Medioevo Spagnolo" – Einaudi 1983
C. Samonà – A. Varvaro “La Letteratura Spagnola: dal Cid ai Re Cattolici” – Sansoni – Milano 1972.
Ramon Menéndez Pidal - in “Flor nueva de romances viejos” - Espasa-Calpe - Madrid 1985.
“L’apparizione” di anonimo del XIV secolo - in Wikipedia Libera Enc.
Manuel de Falla - “El retablo de Maese Pedro” - (vedi discografia)
“Gaiferos e Melisenda”, ballata judeo-españolas in “Don Chisciotte della Mancia” di Miguel de Cervantes op. cit.

CINEMA:
Esistono diversi adattamenti cinematografici dell’opera, alcuni dei quali molto celebri come:
“Don Quixote” 1933 diretto da Georg Wilhelm Pabst.
“Monsignor Quixote” 1991 con Alec Guinness nel ruolo di Don Chisciotte.
“Don Chisciotte di Orson Welles” - ovvero il capolavoro perduto. Film del 1955 presentato Fuori Concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica del 1992.
“Don Chisciotte e Sancho Panza”, film commedia del 1968 diretto dal regista Giovanni Grimaldi. Franco Franchi interpreta Sancio Panza mentre Ciccio Ingrassia don Chisciotte. In origine il film doveva intitolarsi “Don Cicciotto e Franco Panza”. Franchi e Ingrassia non sono stati l’unico duo comico a vestire i panni dei due celebri personaggi; infatti i protagonisti del film muto “Don Quixote” (1927, regia di Lau Lauritzen Sr.) sono i due comici Pat e Patachon (Carl Schenstrøm e Harald Madsen).

“Man of La Mancha” di Arthur Hiller film musicale del 1972 a sua volta tratto dal musical di grande successo. La trama del film è la messa in scena di “Don Chisciotte della Mancia” a opera del suo stesso autore. Cervantes è interpretato da Peter O’Toole (che veste anche i panni di Don Chisciotte); Sophia Loren interpreta Duclinea/Aldonza e James Coco Sancho Panza/servo di Cervantes.

“Lost in La Mancha” di Keith Fulton e Louis Pepe - overo la mancata realizzazione di ‘Don Qixote’ 2001.

“Donkey Xote” di Josè Pozo, commedia d’animazione del 2007 di produzione Lumiq Studios Filmax International, scritta da Angel Pariente e diretta da José Pozo in cui la storia è raccontata dal punto di vista dell’asino Rucio, che interrompe la narrazione di Cervantes per esporre il suo punto di vista sulle avventure di Don Chisciotte.

“Quijote” di Mimmo Paladino 2006, film surreale, dal taglio teatrale a opera dell’artista Mimmo Paladino. La maggioranza delle scene è girata nell’atelier di Paladino e la scenografia si avvale di alcune delle sue opere. Nel cast del film compaiono Peppe Servillo nel ruolo di Don Chisciotte e Lucio Dalla in quello di Sancho Panza.

“The Man Who Killed Don Quixote” di Terry Gilliam che dopo anni di controversie esce nel 2018.

MUSICA:
(*) “Canciones y Danzas de Espana: en el tiempo de Cervantes” – Hespèrion XX – EMI 1989.
(*) “Musica en la Obra de Cervantes” – Pro Muica AntiquA – Monumentos Historicos de la Musica Espanola 1982.
(*) “El Cancionero de Palacio” 1474.1516, Hespèrion XX, Jordi Savall – Astrée 1991
(*) “Cantigas de Santa Maria” Alfonso el Sabio 1223 -1284 - Monumentos Historicos de la Musica Espanola 1990.
(*) “Cantigas de Santa Maria” Alfonso el Sabio 1223 -1284 – Clemencic Consort – René Clemencic – Harmonia Mundi 1995.

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- Poesia

Anna Chiara Peduzzi... l’adeguata finitezza delle parole.



“Figure semplici” una silloge poetica di Anna Chiara Peduzzi – Anterem Edizioni 2021 – con una riflessione critica di Giorgio Bonacini.

C’è un’adeguata finitezza delle parole che dell’essenza varca il limine del dire, spuria finanche della grafia che la distingue e/o del suono che ne ottempera l’afflato. Nel suo divenire, pur nel vuoto subliminale che l’accoglie, se tratte dalla profondità simbiotica del linguaggio, ecco aspirano a un primario connubio verbale, onde risalire dal profondo i negati meandri del senso. Come di riflesso transitorio, in/organico e residuale, di materia gassosa e/o secrezione liquida evaporata nell’incesto mentale che le ha concepite, e che, per effetto transitorio di adattamento al cambiamento, assumono significato di ‘assenza nella presenza’…

Non dette non esistono le cose
o esistono di meno
restano inoffensive ad aspettare
sgretolate dal dubbio che le erode
mezze realtà di incerto statuto
di malavoglia ogni tanto visitate …

Inevitabile pensare alla presenza di una certa finitezza che investe il ‘profondo esistenziale’ dell’autrice; a un’anamnesi personale transiente e resiliente dalla resa iperrealistica: fisiologica e patologica della realtà, onde costruire e/o ricostruire, seppure a livello inconscio, l’illusione organica dei propri trascorsi. Quel dialogo ‘secretum’ che Anna Chiara Peduzzi pur rivela, non senza qualche esitazione, nella sua silloge poetica “Figure Semplici”, recentemente pubblicato da Anterem Edizioni. Si è messi qui di fronte a una forma del ‘dire’: limite e/o soglia di quell’addivenire che, in senso figurato, ognuno raramente espone al giudizio altrui …

Parla compitando la voce che s’affonda
senza accento di luogo
e si alloggia nel dialogo dei vivi …

Più che di ‘figure semplici’ si è qui proiettati nel mezzo di ‘forme composite’ di un dialogare presente, la cui materia biologica è strutturale, di collegamento e sostegno alla finitezza umana, corporea ed epidermica, emozionale e sensibile, sostenuta dall’afflato umorale percettivo, conoscitivo e/o intuitivo, che elabora le
possibili varianti apprensive: ansietà, preoccupazione, sofferenza, inquietudine; ma anche sentimento, passione, e quella finitezza d’amore che ciascuna parola porta con sé, vissuta o da vivere fino allo spasimo, fino alla fine dei giorni, come … in altro luogo la nutrice / che sazia questa fame.

Dov’è come si forma
la cosa che di noi non ha bisogno
per apparire e imprimersi …

L’imprinting alla finitezza d’amore è qui di seguito dato dalla sequenza a-ballo dei sistri suonati dal vento, dalla sabbia (o forse la polvere) sollevata dai piedi scalzi delle parole sussurrate, udite (?), in una notte d’estate, e volate via nei versi di una canzone che, se non direttamente, riguarda la presenza di (noi) protagonisti, fantasmi di noi stessi …

All’improvviso accampata intorno al fuoco
di inaudite parole scintillanti
aggredisce il silenzio e fa irruzione
come un vento caldo che spalanca
le rime doppie il suono dei metalli
così della fiamma iniziale
non resta che l’assenza
nell’incavo dei versi rifiutati
l’eccidio dei pronomi personali.

Allora cos’è che manca al compimento di un sentimento che pure dimostra tutta la sua finitezza: è forse il tenace istinto che lo trattiene, l’incompiutezza della perfezione o l’illimitatezza dell’infinità, che dietro la varianza rivela / l’incessante lavoro di diairesi? No, nessuna, o forse tutti i distinguo possibili, insiti dietro un’emozione che da sola enumera il multiplo e l’immenso, /… / contro l’idea che si sdoppia / che sempre è ed era …

Una parola sola occupa la mente
liquida come un fiume che al passaggio
tutto travolge e filtra in ogni anfratto
lasciando oggetti sparsi campi invasi
mulinello che ingurgita il presente
nel disordine nuovo delle stanze
dove il pensiero fluttua impotente
finché nel tempo saturo
tutto poi tace …

Come di frattali tendenti all’infinito che elaborano similitudini di se stessi, sfrangiati schemi d’infiorescenze pandemiche, ogni punto in esatta rispondenza, […] non mentono un’eternità promessa / saranno pulviscolo molecolare / informi scarti / nella generale dispersione …

Dov’è come si forma / la cosa che di noi non ha bisogno / per apparire e imprimersi (?) … si chiede ancora l’autrice/protagonista del libello, nel ricercare la ragione del suo sentire, la finitezza di senso impressa sulla carta, come a voler imprimere sulla sabbia il proprio estemporaneo ‘io’, ben sapendo che il vento e il tempo cancelleranno ogni residuale esistenza delle parole …

Dicono il tempo fattore d’incostanza
aberrazione dal piano intelligente
come deriva dei gravi verso oriente
che ci trascina ignari tra stagioni
ma nessun argomento mostra o spiega
quella freccia che manca il suo bersaglio
le fermate ai bordi della strada
non è il carattere che guida il nostro passo
ma agitazione di cellule e membrane
e inesaudito resta allora il voto
che in terra imprima un’orma disuguale.


“Figure semplici” di Anna Chiara Peduzzi
è il XXXIV° volume della collezione La Ricerca Letteraria diretta da Ranieri Teti, vincitrice della sezione storica del Premio Lorenzo Montano - Anterem Edizioni 2021. L’autrice laureata in Filosofia a Milano e in lingue straniere e traduzione a Parigi, lavora e collabora a riviste italiane e francesi, come traduttrice per organismi pubblici francesi e internazionali. Interviene in seminari di traduzione specialistica presso università e istituti di formazione dell’Unione Europea.

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- Poesia

Il pensiero magico di Bianca Battilocchi in Herbarium magic

Il pensiero magico-ermetico di Bianca Battilocchi
...in “Herbarium Magicum” – Collana Nuova Limina / Anterem Edizioni 2021.

“…
penetra in abisso
sprofonda nel sonno vigile
dell’anima mundi

e traduci in idioma nuovo”

Volta a riportare alla luce la vera sapienza, “affinché dalla vista si sollevi alla percezione” (*), l’autrice di questo florilegio poetico lancia l’invito apologetico-celebrativo ad entrare nel labirinto magico-ermetico, stratificato nel complesso sistema esoterico di una certa produzione filosofico-letteraria medievale che, sopravvissuta nel substrato intellettuale moderno, si spinge nel sottobosco impenetrabile, perché misconosciuto, o forse perché abbandonato in Illo-tempore e che riconosceva all’Anima Mundi un primato rilevante nella conduzione dell’esistenza umana.

L’analisi semantica, di assegnazione di significato al testo, trova qui le difficoltà proprie del fare poetico, che esula dal dare un senso a una struttura sintattica corretta e, di conseguenza, di penetrazione dell’espressione linguistica autorale. Di conseguenza il pensiero magico-ermetico dell’autrice disvela il “…consegnarsi a una lingua interiore (labirintica) che dà voce al vedere (simbolico-immaginario) e, nello stesso tempo se ne sottrae, per ritirarsi nel mistero di un idioma nuovo”. (**)

“… risillabare / vocalizzare … per effetto di un incantamento, questo?”

Forse sì, o meglio per effetto di stasi, entro cui trova esito lo straniamento poetico, nei “…passaggi intricati e dondolati / da litanie … che si fondono d’io”. E che talvolta ritornano (prima di) “… svanire / e riassorbire in sublime / l’aurum potabile / lasciarsi pervadere dal calore / della pura ispirazione”; quell’aurum (oro liquido) che nella fusione ermetica si rapporta con mitico-oracolare, assume nella semantica poetica significato di purezza, valore e lealtà, che è all’origine molto più antica della divinazione mistica cristiana insieme all’incenso e alla mirra …

“quando non è più lo sfondo a coprirsi dorato
ma di oggetti in oro il trittico si fa vanto

di versi pressappoco illeggibili
in sospensione riversati
ombre sagoma
profumo ipnotico
di lingua edenica

sotto il segno di un magico botanico”

Annota Bianca Battilocchi in ‘Marginalia’: “Jung ravvisò nell’alchimia la volontà di trasformare quel fondo sotterraneo o inconscio, per portarlo a esprimere il ‘suo oro’, ovvero il suo significato occulto”. (***)

Altro elemento costitutivo questo “Herbarium Magicum” appartiene a quel sistema simbolico elaborato fin dagli albori storici dall’immaginario collettivo, che attribuisce alla materia vegetale, così come del resto a quella minerale, proprietà salutari benefiche e propizie o, all’occorrenza malefiche, messaggere di sortilegi e incantesimi …

“…avvicinarsi all’hortus
rosa dopo rosa

una rosa, solo una rosa, in pieno inverno
che folle richiesta”

rosa croce
croce rosa

le tavole si sovrapponevano
in un’arte scompaginata
in una danza schizofrenica
della memoria

in grumo

un viale stretto e polveroso
costeggiato gravido
giallo e verde
i limoneti fitti e grondanti
d’estate

l’approdo
non segnalato
da raggiungere
mettere alla prova

ma v’era l’ombra lontana
d’un luminoso fiore”

Note
(*) Cristina Campo, ‘Gli Imperdonabili’, Adelphi 1987.
(**) Giorgio Bonacini, dalle note di copertina.
(***) Carl Gustav Jung, ‘Psicologia e alchimia’, Bollati Boringhieri 1994.

L’autrice
Bianca Battilocchi, scrittrice e ricercatrice collabora con diverse riviste letterarie. La sua raccolta poetica Herbarium magicum è arrivata finalista al Premio Montano 2020 e una seconda La fonte di Isadora, ha vinto il Premio speciale del presidente di giuria a Bologna in Lettere 2021.





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- Poesia

Daìta Martinez … la voce lirica del discanto.

Daìta Martinez … la voce lirica del discanto.

S’increspa al respiro del vento, prima d’incedere dagli interstizi dei suoi silenzi marini, la liricità grave di Daìta Martinez, che riporta in superficie scompagini di un linguaggio primario, agli albori di una fonesi onomatopeica il cui alitare nudo, scaturisce, per effetto di discontinuità, dalla “precisa irrealtà di una distanza”.
È questo il tempo residuale di un passato che è solo della memoria, onde il verso poetico consegue dilagante al ‘discanto’ gergale e sacro rigenerato sul filo di una “liturgia dell’acqua”, da un ‘qui ed ora’ veritiero e inquietante, che “ruba parola alle parole … sospingendo destini”.
Eppure non traspare afflizione, dispiacere o tormento del verso, se non l’accettazione di una ‘assenza nella presenza’, ascendente alla volontà determinante dell’essere, di quel ‘sé’ che l’accompagna nel discanto, così nei ‘pianissimo’ come nei ‘fortissimo’ della sua voce, agra nella fusione gergale, tuttavia così mediterranea.
Non è certo necessario a Daìta Martinez stabilire l’ineguagliabile e profondo legame con la sua terra, “una riserva di limoni … la fioritura del ciliegio / l’incantesimo di una cantilena, / nella danza di una trottola”, nonostante la materia della lingua parlata, è negli elementi annotati, nel ‘riportarli alla luce’, che la rivelazione del suo ‘spirito lirico’ s’avvale, e che conosciamo dalle sue labbra “ammucciate sutta sta finestra di sciroccu”.
L’insensatezza della solitudine, la propaggine dei silenzi nei giorni senza vento, il pronunciare discontinuo delle parole avite, l’antitesi dell’ossimoro nell’ingranaggio dell’esistenza che porta a nuovi costrutti della mente, la soglia, il limite estremo dei desideri che non si realizzano, il “nodo nudo … mentri talìa como sciddica ciatu”.
Leggiamo qui, in questo modo di dire siciliano, com’è detto di persona indifferente ad ogni avversità, l’anima bella dell’autrice “chiarissima d’insistenza”, il suo respiro, aperta alla resilienza, al distacco dalla ‘realtà nella realtà’: “margine di un margine di vento … vuoto il grembo nel grembo agli / occhi sorge e discende l’obliquo / suo farsi dal mio fondo crociato”.
Intrecci di parole che spetta al poetare disciogliere nel “chiarissimo buio” che le circonda, con indulgenza nel “l’immobile acqua che sospende l’impronta calma … di seta sorta vuota tonda sul finire”, quasi a indurle a ritrarsi in se stesse, per un riscatto salvifico dalla condanna ciclica di un paradiso mancato: “Per disobbedienza cerco un riquadro inverso / al senso di una grazia unita e segreta all’ode del perdono”.
L’effetto ultimo può risultare infimo oppure grandioso, dipende dallo spirito con cui si affronta l’intero costrutto della “liturgia” annunciata, dal pronunciarsi ‘vivo’ delle parole: “il prato di latta ha margherite colorate nei sogni dei bambini … / dopo la questua la preghiera e quel finire / a mano il ricordo più lento odoroso vento / con occhi della piccola grazia ribelle alle / stelle pi n’anticchia di beni attummuliatu rina rina dintra ‘a vucca ca scunta e nenti cunta di lu scantu”.
Non c’è bisogno di conoscere il dialetto per comprendere ciò che la lingua evocata aggiunge al suono dell’afflato d’amore: “per imperfezione o / per credenza rubata agli angeli nudi / come impercettibile ora del passero / questa sua ritrosia sulla biancheria / bianca di bianchissimo cuore tutto / l’ardore dell’odore accolto per cura / sola primizia di una lacrima matura”.
Siamo allo stremo del poetare, in cui l’esistenza stanca di lottare perennemente di fronte al destino, s’avvoltola in se stessa, nel silenzio di un sentimento d’amore o, forse, di melanconia affettiva, di quella osservanza che il poetare sovverte in “isolata perla, la luna, il cielo altro non promette solitario”.
Dacché scrive (dal profondo dell’abisso):

“… anche le lacrime hanno lo loro melodia
e veglia l’aurora retrostante il ticchettio
nudo del mezzadro di fianco stanco per
inconoscibile protesta la sua lattescente
finitezza che là tra bocca impensata per
maldestra sua attesa la misura del bene
seppur senza mai tracciarlo un riservato
ti voglio bene nascosto dentro al profilo
della stanza venuta all’acqua profumata
la guancia rosata del sole un breve oltre
allo sguardo del mare …”

“Il mondo che ne emerge è favoloso – scrive Maria Grazia Calandrone nella sua intensa ‘prefazione’ – Daìta Martinez racconta un’infanzia e un presente cresciuto fino all’amore adulto, dove tutto è mescolato a tutto e ogni elemento contribuisce a formare il suono di fondo che riconosciamo come il ronzio del ‘reale’, oltre la così detta realtà. […] Perché Martinez sta parlando a qualcuno, sta raccontando il colmo, il mediterraneo traboccare in colori e sapori della vita, per qualcuno che ascolta. O ascolterà, leggendo questo nascondersi in bella vista della parola, questo smettere anche la punteggiatura e lasciare che ognuno sia quel che è, veda quel che vede. Canti il suo canto”.

Daìta Martinez è poetessa palermitana autrice di numerose sillogi poetiche è finalista nel 2020 della 34° edizione del Premio Lorenzo Montano. La presente silloge è edita da Nuova Limina per i tipi di Anterem Edizioni 2021.

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- Libri

Leggere / Ascoltare Idee e Suggerimenti per tenersi occupati




Leggere / Ascoltare
Idee e Suggerimenti per tenersi occupatidurante il loockdown.

PSALM - di Paul Celan
“Salmo” nella traduzione di ……
Nessuno ci impasta di nuovo da terra e fango,
nessuno rianima la nostra polvere.
Nessuno.
Che tu sia lodato, Nessuno.
Per amore tuo vogliamo
fiorire.
Incontro a
te.
Un Nulla
fummo, siamo, reste-
remo, noi, in fiore:
la rosa di Nulla, di
Nessuno.
Con
il pistillo chiaro-anima,
lo stame deserto-cielo,
la corolla rossa
per la parola porpora, che cantammo
al di sopra, oh al di sopra
della spina.

È detto: “Con salmi e inni e cantici spirituali” (San Paolo ‘Lettera ai Colossesi’).
Dapprima inclusi nel rito liturgico, alfine di trasfigurare e di elevare l’umanità al di sopra delle vicende terrene, il canto dei “Salmi” (*) ha illuminato da sempre il successivo cammino della preghiera verso nuovi e più alti ideali, offrendo alla religione un linguaggio altamente spirituale, le cui ampiezza espressiva ha ancora tutt’oggi un effetto trainante sulle masse che nei secoli ha rappresentato la sublimazione del rito liturgico cristiano.
Dall’iniziale canto Gregoriano, all'Exsultandi et Lautandi del canto-fratto, alle odierne “Prayers" (*) del compositore georgiano Giya Kancheli, sono passati qualcosa di più di 1000 anni, acciò il senso caratterizzante la ‘preghiera’ non è mai venuto meno. Dell’uso di fare musica e di elevare canti durante le cerimonie liturgiche, rituali della diffusione del culto cristiano, del quale è fatta menzione nell’Antico Testamento con riferimento alle lodi solenni composte sulle parole sacre inizialmente recitate, che dovevano essere intonate ‘con gaudio ed esultanza’, non si è persa oggi memoria.
O almeno così sembra, seppure in parte, stando alle testimonianze raccolte nell’area slava, successivamente unificata nel canto rituale della Chiesa russo-ortodossa, il cui rigore imposto alla forma ne delimita immancabilmente la portata strumentale d’ogni pretesa d’arte, per farsi linguaggio collettivo, sia di recitazione che strumentale che fosse eseguibile e recipita dalle masse raccolte in preghiera. In ciò Giya Kancheli sembra aver raccolta ogni forma preesistente, antica e antichissima, nella sua odierna creazione musicale, ricreando a sua volta un nuovo stile, unico e inconfondibile.
Il cui andamento ‘piano e grave’ ondeggia come di un mare solo apparentemente calmo, che all’improvviso scaturisce dal profondo, come per una tempesta rigeneratrice di spume, ad esprimere l’imtima natura del proprio sentimento religioso. Così in “Caris Mere” (*), quasi l’estensione di una preghiera che implode con notevoli assonanze col Gregoriano, sia di forma che di stile, sia nell’uso dell’organo che degli strumenti esibiti, quali: voce soprano, clarinetto, viola, e l’inserimento del sax soprano e orchestra d’archi. Un mix che si rivela testimonianza di una medesima derivazione liturgica, per quanto sarebbe improprio asserire un origine diversa dall’una dall’altra forma, ma più verosimilmente ritenere entrambe confluite da un comune patrimonio, tramandato dalle culture più antiche alla cultura cristiana.
Concepita in forma di ‘preghiera’ l’opera di Giya Kancheli prende spunto dal ‘Salmo 23’ cui è detto “Il Signore è il mio pastore…”, incluso nel CD “Exil” (*), per poi includere ogni altro significato voluto, spaziando da testi di Paul Celan, ad Hans Sahl. Mentre in “Abii ne Viderem” (*) l’utilizzo della Stuttgarter Kammerorchester diretta da Dennis Russel Davies; con le voci e il flauto del The Hilliard Ensemble, e Kim Kashkashian impegnato alla viola. L’opera completa “Prayers” si sviluppa in quattro parti formando essa stessa ‘un ciclo e così suddivisa: “Morning Prayers”, “Midday Prayers”, “Evening Prayers”, “Night Prayers”. Volendo essere ‘up-to-date’ l’ensemble Kronos Quartet (*) ha elaborato quest’ultima in un Cd dedicato all’autore georgiano, cui va riconosciuto, insieme all’estone Arvo Pӓrt, l’eccellenza musicale della grande tradizione liturgica.
Che la ‘liturgia musicale’ si sia occupata in particolare all’antica innodica cristiana, noi sappiamo che in letteratura, invece, in via alternativa ci si è occupati, attraverso linguaggi e immagini, al simbolismo fenomenologico delle diverse forma dell’immaginazione. Pertanto, inseguire un schema speculativo nel campo della filologia linguistica che fin dai primi enunciamenti potrebbe risultare infruttuoso, è per me cosa ardua da affrontare, in questo contesto. Soprattutto se a proporlo è uno stimato filosofo francese di tendenza teologico-cristiana qual è Stanislas Breton, che ha dedicato un eccellente saggio “Simbolo, schema, immaginazione” (*) alla ‘riflessione sul simbolo’ della poetessa e scrittrice Rubina Giorgi.

Scrive Breton: «Simbolo è ciò che, senza concetto, al di là o al di qua del concetto, fa dunque comunicare gli uomini tra loro e le cose tra loro. […] Molti indizi, oggi ci persuadono della necessità di tralasciare sia l’ontologia tradizionale sia la semiotica generale che l’ha rimpiazzata. Tra le opere che testimoniano questa insoddisfazione e che delineano, in modo fermo, lo schema di questo superamento, ce n’è una che abbiamo scelto perché ci sembra essere il punto d’incontro di diverse tendenze e di molteplici discipline: […] cioè la scienza filosofica dell’essere, afferente alla “metafisica platonico-aristotelica”.» […] Da cui l’affermazione: «La fine della metafisica, potrebbe essere l’inizio della simbologia.»
Ne consegue l’individuazione, nell’ambito della ‘speculazione filosofica’, di uno ‘schema’ necessario nello studio della ricognizione scientifica, antecedente alla formulazione dell’ ‘ontologia formale’. Un metodo di apprendimento rivolto alla comprensione del ‘sistema significante’ che, come è anche detto nell’introduzione del saggio, rivolge la sua utilità allo studioso/lettore, nell’addentrarsi, seppure con non poca difficoltà, nella ‘materia significante’ ed accettarne i concetti e/o a condividerne le tesi.

Una proposta di lettura questa che, stando almeno nelle intenzioni dell’autore, guarda all’insieme del pensiero in ambito linguistico a lui contemporaneo. Breton, infatti, rivolge una speciale considerazione alla simbologia di Rubina Giorgi, che ha svolto un’importante excursus, quanto più addentro all’ ‘ontologia formale’, attraverso l’aspetto delle forme e ai significati intellegibili, rivolto, soprattutto, alla funzione che il ‘simbolo’ riveste nel nostro mondo odierno.
Nella specifica del ‘simbolo’ che Breton rende in modo quantomeno suggestivo oltre che rigoroso, si hanno in breve: due poli entrambi ricettivi, divisi da un intervallo vuoto e/o nullo (nihil) reso fruibile nell’immaginale (vedi Cobin, Hillman e altri). In primis va qui chiarito che il sussistere dell’ “approccio immaginale” nei confronti del ‘simbolo’, non esula da ciò che è fondativo nel “pensiero immaginale” riferito al ‘simbolico’. In breve, lì dove Breton cita Rubina Giorgi: «..il simbolico, come funzione di negazione e di distanza, non è vuoto perché è auto-riflettente, ma è auto-riflettente perché è vuoto.
Il movimento dell’autoriflessione conferma questo vuoto.»
[…] «Per ristabilire l’equilibrio tra il causale ed il semantico, è necessario che lo schema elevi alla dignità di nuovi significati delle accezioni preliminari e convenzionali, che non sono del resto da concepire mai come cause propriamente dette, e le inserisca in una totalità originale dove esse prendano una valenza nuova.»

Soprattutto quando questa è applicata all’intenzionalità dell’arte cui l’impersonalità dell’artista diventa abnegazione del soggetto nei confronti dell’oggetto. Un’esigenza speculativa messa al servizio della creatività, per cui – come scrive Carlo Di Legge: «l’abnegazione del me provoca (spesso) le rappresentazioni più raffinate dei molteplici recessi della soggettività.» Ma il passo poetico non si ferma qui, infatti Breton aggiunge che «..l’oggetto e il soggetto non sono fissati una volta per tutte. Bisogna assimilarli non a degli elementi invariabili ma a delle polarità reversibili. […] Nel suo movimento, il simbolo è soggettività in modo che specularmente (moto proprio del riflessivo), rimanda di continuo il soggetto all’oggetto e viceversa.» In ciò non v’è nulla di misterioso quanto invece c’è di speculare, in ogni singola istanza c’è sempre all’origine un’intenzionalità ricettivo-creativa propria dell’essere pensante (animale, vegetale, umano), afferente a una sorta di ‘energia’:

Difatti il ‘simbolo’ re-interpretato secondo Breton sulla scia delle avances di Rubina Giorgi equivale a un principio d’identificazione, l’affermazione stessa dell’individualità dell’essere antropico: «Ed anche questa energia è sospesa ad un irraggiamento originario che, aldilà dell’essere e della forma, si presenta come pura indeterminazione “per eccesso” di cui le figure sensibili e le forme intellegibili, come pure lo stesso movimento formativo, spiegano, in una lingua cosmica, l’inesauribile generosità.»

Veniamo quindi messi di fronte a un problema logistico che si vorrebbe risolvere, ma di certo – scrive Carlo Di Legge nella sua eccellente introduzione: «Non (con) la logica formale classica dunque, ma (con) una logica che, tuttavia, consente di districarci, orientandoci nella selva delle somiglianze, e che paradossalmente presiede alla comunicazione e all’interpretazione, se interpretazione è sempre legata alla comunicazione: quello simbolico è, per quanto non possieda chiarezza né evidenza, il luogo che offre certezze, pur nella variabile molteplicità delle forme»:
«Il suo carattere polimorfo non gli impedisce (al simbolo) di assicurare la comunicazione tra gli uomini. Non più del resto di quanto la sua ambiguità non lo condanni all’incomprensibile. Ad ogni modo questa comprensibilità si accontenta benissimo dell’equivoco e della pluralità dei sensi.»

Pertanto giungiamo a un’altra affermazione: «L’essere è la forma, attiva o passiva, che sfida ogni nostro gioco linguistico.» (Breton) Come è anche detto nell’introduzione, che «lo si riconosca o meno, questa è propriamente la nostra vita. […] Ci parla del nostro universo, dicendo che in esso ogni ente è in simpatia con ogni altro; ma non è questa, la dimensione della logica scientifica: non stupisce chegli scienziati non la ammettano, se non i più illuminati.» (Carlo Di Legge)
Volendo a questo punto rientrare nello schema formulato inizialmente, dei: “due poli entrambi ricettivi, divisi da un intervallo vuoto e/o nullo (nihil) reso fruibile nell’immaginale”, approdiamo con più facilità a individuare i rapporti che intercorrono tra ‘simbolo, schema, immaginazione’ definiti nel titolo del libro:
«Oggi si sarebbe tentati di riservare lo studio a questo insieme di discipline abbastanza privo di rigore che si chiama “semiotica”, perché si occupa di segni, di qualsiasi natura essi siano, sia pure privilegiando lingua e linguaggio e con il primato e la guida della linguistica, che induce talvolta a subordinare l’antico ‘semeion’, nella plasticità delle sue accezioni, alla chiarezza e alla distinzione della parola scritta o parlata.»

Tuttavia ciò non basta a seguire uno ‘schema’ di per sé farraginoso che induce alla antinomia delle trattazioni, allorché si avvale della speculazione filosofica per affermare alcuni principi solo apparentemente indissolubili afferenti ad altre discipline e altri autori come Heidegger, Levinas, Lacan, Frigo ed altri che, non in ultimo, trovano in Jacques Derrida, “l’epistemologo del pensiero postmetafisico”, la resilienza di una specificità indelebile con testi importanti anche per questa trattazione:
«Ma è chiaro che il dilatarsi e l’esplicitarsi, messo in opera dallo schema e dall’immagine (rappresentati nel testo), suggeriscono una linea di sviluppo all’infinito che non copre tuttavia la perfetta omogeneità del tempo postulato. Il tempo dell’immaginario, come quello della storia che lo nutre, è al tempo stesso racconto che spiega e memoria che raccoglie. Tempo ciclico e tempo lineare si fissano quindi in un tempo più profondo, […] che la densità dell’essere, la pienezza che si insinua, in certi momenti che miracolosamente sospendono l’uniformità della successione che affiora nell’Opera, quando essa è veramente Opera […] che restituisce all’uomo , contro la minaccia di dispersione e l’inerzia della natura, la poesia di un’espressione autentica.»

Va citato inoltre un libro di Jacques Derrida: “Pensare al non vedere - Scritti sulle arti del visibile” (*), in cui si tratta delle arti come problematicità: “che si rifrange ogni volta in una molteplicità lontanissima dall'essere omogenea. Per quanto ciò che concerne il visibile, infatti, si tratta sempre, anche se in modalità differenti nelle arti e rispetto alla scrittura, della traccia, del tratto, di spettri, e dunque di un “vedere senza vedere niente … punto di condensazione di una realtà possibile”.»

“Vedere senza vedere”, si è detto, e anche “pensare al non vedere”, ciò che più si abbina alla tematica di “Vocali”(*), introdotta da Arthur Rimbaud in cui il ‘poeta maledetto’ avverte precise sinestesie tra colori e vocali, tra elementi naturali e grafici …
Vocali

“A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali,
io dirò un giorno i vostri ascosi nascimenti:
A, nero vello al corpo delle mosche lucenti
che ronzano al di sopra dei crudeli fetori,
golfi d’ombra; E, candori di vapori e di tende,
lance di ghiaccio, bianchi re, brividi di umbelle;
I, porpore, rigurgito di sangue, labbra belle
Che ridono di collera, di ebbrezze penitenti;
U, cicli, vibrazioni sacre dei mari verdi,
quiete di bestie ai campi, e quiete di ampie rughe
che l’alchimia imprime alle fronti studiose.
O, la suprema Tromba piena di stridi strani,
silenzi attraversati dagli Angeli e dai Mondi:
– O, l’Omega, ed il raggio violetto dei Suoi Occhi!”

C’è però anche chi invece avverte un’istintiva identificazione con essi, ad esempio nei colori della natura nelle diverse stagioni, e perché no nei colori dei sogni che sfolgorano all’interno del “… punto di condensazione di una realtà possibile”. E chi abbina i colori all’effimero contemplativo della musica, e allora è il mare, il cielo, la terra o i prati a dettare la sua tavolozza; e perché non pensare ai sentimenti cui siamo invero profondamente legati, che ci ispirano il colore dei giorni, o anche il profondo buio delle notti. Quei colori che ci invitano al canto che, come nei ricordi dell’infanzia ci avvertono che non tutto è perduto, che il germinare della terra riporterà l’antica origine edenica del mondo, che inseme agli antichi dèi torneranno le speranze messianiche di una redenzione possibile.
Quegli stessi colori che il canto di una voce o il suono di uno strumento può darci la dimensione di quel che siamo, l’identità di esseri umani, intelligenti, capaci di creatività, di sostegno, di concepire un disegno di vita unitario, di poter affrontare le sfide e affidarci all’avventura di un viaggio. Come ad esempio in musica, di misurarci in un ‘ensamble’, di comunicare con gli altri elementi di un’orchesta, operare affinché le note si colorino di accordi, di assonanze armoniche, di linee melodiche sempre nuove, che ci restituiscano, infine, quella ‘gioia di vivere’ che oggi sembra perduta nelle strette maglie della sofferenza che ci attanaglia.
Nasce così “The colour identity” (*) un CD interamente strumentale con alcuni straordinari inserimenti vocali di Marta Loddo e Rosie Wiederkehr, presentato dal Mauro Sigura Quartet, formato da Mauro Sigura, cui si deve la ‘coloratura’ virtuosistica della melodia e le ‘variazioni’ all’interno dei brani, come di componente costitutiva essenziale. A determinarla è l’assoluto cui egli approda con l’Oud, uno strumento solista per eccellenza, che in questo caso fornisce al Quartet l’alchimia d’insieme necessaria a coniugare memorie di un passato lontano con il moderno presente, la cui ‘chiave’ definisce la ‘linea sonora’ costituente la New-Jazz World Music.

Se si volesse accostare un colore al suono dell’Oud, potremmo definirlo ‘contenuto nell’emozione che suscita’, corrispondente in pittura all’arancio tendente al rosso, o forse al viola tenue, i colori propri del melos antico, ovvero dell’odierna melancolia che suscita l’autunno nei dipinti ‘crepuscolari’; il colore stesso di un sentimento come l’amore, per pienezza sonora ed espressiva, paragonabile a un certo tipo di poesia e, in certo qual modo, ‘chiave sonora’ dei brani nell’album pressoché acustico. Brani in cui s’intercalano voci diverse, offrono all’ascoltatore attento l’opportunità di sentire/vedere i ‘colori’ che verosimilmente li hanno ispirati: il ‘bruno’ dell’accorato richiamo che fuoriesce dal profondo della terra in “Il canto di Maddalena” e “Madri di Damasco”; il ‘verde-blu’ di “Terramare” e “Instabile”; la lontananza ‘azzurro-cielo’ di “A ovest di me” e “Seven chitzaz”; la desolata contrada bruciata dal ‘giallo-oro’ del sole di “Allagamenti” e il successivo “Bruja”; fino all’ ‘argenteo’ “Mbour” che sa di pioggia che scende leggera sui campi, portatrice d’ebbrezza e di sperato piacere. Bravissimi tutti i componenti The Quartet, autori e coautori dei brani e degli arrangiamenti: Mauro Sigura, Gianfranco Fedele, Alessandro Cau, Tancredi Emmi, ai quali va il plauso per aver mantenuta, senza mai strafare, l’eccezionale ‘misura del tempo’ spesso ricercata dei componimenti; e il mio personale omaggio per leleganza raffinata del suono dei loro strumenti.

L’eco della ‘poesia’ di cui fin qui si è spesso parlato trova riscontro in “Edeniche” - Configurazioni del principio (*), una raccolta poetica di Flavio Ermini - Moretti & Vitali Edit. 2019, che propongo all’attenzione di quanti mi leggono.

"Prolegomeni alla ricerca del ‘mito’ perduto".
Nella concezione poetica di Flavio Ermini, autore di ‘Edeniche’, difficilmente si arriverebbe a una ‘dismissione del mito’ così come è giunto a noi contemporanei, per quanto gli effetti della sua ‘caduta’ si dimostrino oggi irreversibili, privata com’è della tesi che l’ha sostenuta fin dall’origine. Tesi che, dapprima Kant poi Jung e Kerényi hanno posto in evidenza, in quanto rappresentazione dell’inconscio collettivo primordiale, come “creazione mitica del pensiero umano”, d’appartenenza specifica alla sfera della psiche. Una ‘dismissione’ dubbia che pure c’è stata, e di cui oggi si tende a sminuire l’importanza, malgrado volenti e/o nolenti, non riusciamo ancora a fare a meno della ‘prestanza creatrice del mito’ che, come già Hegel a sua volta ha dimostrato, si palesa come essenza di “pura disciplina fenomenologica dello spirito”:
«Non ha fondamento né gravità l’antro dei cieli / discosto com’è dal fuoco al pari del mondo abitato / che dalle acque creaturali viene circoscritto / per quanto non si tratti che di assecondare la caduta / consentendo così alle residue forze relittuali / di protendersi una volta ancora verso il principio / […] desituandoci dalle nostre abitudini cognitive / per esporci all’assoluto contrasto che si afferma / nel secondo principio di ascensione al cielo / […] nel varcare con reticenza il limite che ci separa / dalla superficie celeste dell’ultima terra / con la segreta illusione di rivelarne la natura».
Non mi è dato conoscere quanto consapevolmente ogni singolo autore citato, e lo stesso Flavio Ermini, “nel fondare il mondo sulla ragione”, abbiano visto negli effetti della ‘caduta edenica’, la perdita delle forme archetipe della psiche, attraverso le quali lo spirito umano pure s’innalza verso il sapere assoluto. Di fatto, con la compiuta ‘dismissione’ della pregressa mitologia senza uno scopo definito, seppure sostituita per ciò che riguarda l’attualità da nuovi ‘déi ed eroi’ di recente conio e piuttosto avulsi da virtù etiche ed estetiche “quale testimonianza dell’oscurità che si cela / nell’impreciso vuoto del presente”, si è creato un ‘nulla prepositivo’ nella conoscenza collettiva di non facile riempimento psicologico, che sta portando a uno sconvolgimento profondo di tipo esperienziale, pari quasi al trauma ‘immemore’ del Diluvio che in illo tempore sconvolse la terra:
«..a causa dell’ostinato levarsi delle tenebre / se non proprio dell’annientamento cui porta l’apparire / sempre di nuovo si ripete l’ascensione al cielo / in omaggio al divenire che in terra si distende / sullo sfondo originario cui l’umano si sottrae / mettendo a soqquadro anche il sacro recinto / […] dove opera ogni notte un rivolgimento natale / l’incerta creatura da poco tempo generata / per la cui sacralità viene un mortale a garantire / in virtù della pietra e di un impossibile assentire».

Grandiosa l’immagine del ‘sacro recinto’ edenico, e della causa che ha portato alla dismissione dell’umana creatura da esso, in cui: «‘la terrena sostanza del giardino’ porta all’incompiutezza il graduale sottrarsi alle stagioni / che improntano senza posa il nostro incerto cammino / attraverso i gradini del tempo fino all’atemporalità / che diventa ostile alla terrena sostanza del giardino / rendendo inadeguato il consacrarsi al cielo della luce / così come il situarsi ai lati di una penosa dissoluzione / che (di fatto) mortifica l’essere umano per la vita che gli resta».
Nondimeno, nelle diverse sezioni autonome che distinguono questa silloge poetica al pari di un ‘unico lungo poema’, ritroviamo più o meno definiti tutti quei valori che il poetare si concede di trasformare in verso descrittivo, in cui si ravvisa una trama che non stento a definire ‘tragica’, se non ipotizzando una sorta di riabilitazione ‘al momento non formulabile’, che arresti il tempo della ‘caduta edenica’, in una sospensione a noi necessaria per ovviare quella ‘dismissione mitologica’ che pure fin qui ci ha accompagnati, «..se non ipotizzando l’aiuto delle ali», di nuove ali che ci permettano di tornare a volare:
«..non l’interezza è all’origine del nostro apparire / ma un grido che ai viventi l’indiviso sottrae / quando è su loro impresso il marchio dell’obbedienza / anche se altro non fanno che sfuggire all’esilio / votati come sono all’illusoria condivisione della verità […] in collisione con l’orizzonte che lontano si configura / e con dolore fa pensare a molti uomini in catene […] nella relazione che i differenti mantiene separati / per un tempo che potrebbe anche essere indefinito / … il cui ‘paradiso perduto’ / rappresenta l’ultima luce per i mortali / spinti come sono verso la prima essenzialità / che nell’antiterra riconosce … / l’insopprimibile incedere di forze discordanti».
Per quanto il sottotitolo avverta trattarsi di ‘configurazioni del principio’, «nel carattere albale di vaghe sembianze», si ravvisa, almeno nelle intenzioni, un plausibile riferimento alla perdita delle ali da parte degli angeli caduti che ritroviamo sparpagliate un po’ dovunque. In ogni luogo dove, in contrasto con gli spostamenti tumultuosi che la ‘caduta’ dei corpi, al pari di meteore impazzite, di per sé conduce, si è ceduto a quella ‘pietas’ umana e divina insieme, atta a conservarne le spoglie e la memoria. È in questo senso che in “Edeniche” ogni locuzione va letta e ponderata a fronte di una forma poetizzante della trasformazione ‘divina’ dell’umano sentire:

‘la forma perfetta dei cieli’
nel carattere albale di vaghe sembianze
proprie dello spirito che bagna la terra
dove soffre ogni pena l’umano che appare
è nota da tempo la compostezza dei morti
pur se occultata sulla linea di faglia
del moto affannoso di chi ancora vive
ignaro della forma perfetta dei cieli

Ma noi non possiamo dismettere l’idea di una possibile intesa tra gli umani, propensi come siamo all’affrancamento della pena giustamente/ingiustamente inflitta, semplicemente perché non ci è concesso dalla violenza delle necessità cui siamo sottoposti, onde per cui ‘il cantiere dell’uomo’ “nell’atto di sottrarsi all’apparenza”, rimane attivo “per bandire il vuoto dal giardino”:

‘il cantiere dell’uomo’
ha voci ovunque il cantiere dell’uomo
nel richiamare alla mente la casa natale
che spinge l’esule a uno stato di sconforto
in quanto elemento destinato alla fine
mentre più inerte si va facendo il preumano
per l’estendersi del male tra le forze discordanti
la cui violenza impedisce al giusto di tornare
privo di ali com’è alla volta del regno.

In fine ècco due libri di recentissima produzione letteraria: 'La scatola di latta' (*) il fantasmatico volumetto scritto e illustrato da Paolo Donini che ha messo a punto una sorta di gioco prezioso, utilizzando 'l’alchimia di una fiaba moderna' capace di affabulare il lettore. È così che rapito nella lettura mi sono ritrovato …

'Nello sperduto paesino di Ics, fra morbide colline ondulate come le pagine di un libro...' Così come ha fatto l’autore di questo ‘delizioso’ piccolo libro (nel formato), ma grande per contenuto che è “La scatola di latta”, enome, immensa quanto l'universo. Tuttavia più che raccontarvi la ‘fiaba’ adatta a grandi e piccini, ho scelto di parlare delle ‘tavole sinottiche’ (i disegni) che Paolo Donini ha incluso nel suo libro a incominciare dalla copertina … la storia narrata verrà poi da se e/o potrete sempre leggerla direttamente, ma non senza esporvi a un qualche ripensamento sull’evoluzione della vostra crescita, sulla maturità acquisita, sul rapporto con gli altri e col mondo che ci sta attorno.'Siete pronti? Allora andiamo a incominciare!':

Tutto ha inizio con un punto, anzi da 'il punto' (((.]]] Certo così incorniciato può sembrare di stare a parlare di un’opera d’arte. Ma è così, forse non avete considerato che ‘lui’ è all’inizio di tutte le cose, il ‘punto’ focale di ogni dimensione: in algebra, in geometria, in architettura, nell’arte più in generale, ma anche nel linguaggio scritto e/o in qualche modo sottinteso, allo stesso modo del linguaggio parlato, di cui 'il punto' sta al centro dell’Universo. Si pensi per un istante a come Michelangelo Buonarroti ha suddiviso in riquadri, vele e rombi la Cappella Sistina, se non fosse partito da un punto 'iniziale' del suo capolavoro (?), c’è da rimanere sbalorditi.
Il pregio di Donini sta nell’aver individuato una ‘formula grafica’ che coglie l’occhio e ci dice che siamo approdati in territorio alieno: analogico, semiotico, ermeneutico, sembolico, filosofico, immaginale. Non c'è niente di più significativo dell’anima cosmica cui il ‘punto’ appartiene, nel suo insieme ordinato che si esplica nel significante, pur restando nei limiti dell’interpretazione linguistica e della scrittura grafica. Un 'significare' le cui coordinate si dipartono '..frementi di virtualità, suscettibili di prendere forma' (*) nell’ordine del linguaggio che compongono, dando luogo a una sequenza e a una dipendenza ritmica: mettere/levare – pieno/vuoto – presenza/assenza: quale oggetto e/o soggetto di un sostantivo che apre a nuove prospettive simboliche, e che rimandano '..come suggeriva la definizione classica, ad una facoltà del conoscere'. (*) Dacché ‘il punto’ prima ancora d’essere un segno grafico ha un potere figurativo da cui nascono le figurazioni costruttive della nostra creatività.
'Quella sera il piccolo poeta cenò prima del solito, si infilò a letto e si addormentò ...'

È qui che l’immaginale creativo riflette della genesi polimorfa dei segni/simboli che appaiono oggi sulla nostra tastiera visiva, fuoriusciti dall’ 'ermeneutica formale' con cui abbiamo riempito il ‘vuoto’ (solo apparente) della nostra 'scatola di latta'. Ma torniamo per un momento al ‘gioco’ iniziale: cioè all’interpretazione del ‘punto’ nell’immanenza del senso, e concepirlo come qualcosa che va oltre il significare di ogni contenuto concreto. Proviamo dunque a leggere la ‘tavola sinottica’ di copertina, incrociandone e traducendone i simboli contenuti, pertanto:
'Quando @ incrocia sulla sua strada asterisco * gli sovviene qualche dubbio …. che fin da subito si trasforma in domanda? V vuoi vedere che dalle parentesi ( ) sono fuggite le doppie virgolette' 'cui fa seguito, in percentuale %, che @ si preoccupa non poco di dove siano andate. V vuoi vedere che certi loro compagni & un poco birichini, veduta la bella giornata di sole hanno boicottato la Scuola per andare a giocare sui prati delle colline di Ics? Ò, che qui sta per ‘ops’, e si vuole che sia proprio così. E mentre di notte c'è un Poeta che s'ispira all'amata luna, di giorno c'è un grillo che canta senza posa. Così, fra una nuvoletta bianca che vaga nel cielo, c'è un certo Vento che arriva a scombinar le fila delle Parole, e volendo, compare un aquilone Д (intravisto di profilo) che zigzagando innalza i loro cuori e rende festosa l’allegra & compagnia'. ©

Potete anche non crederci ma 'Ics' (non X), la bella ‘favola di latta’ di Paolo Donini esiste davvero, ma non cercatela in nessuna cartina geografica, perché non la troverete. Cercatela nella soffitta dei ricordi, allorché sfogliando le pagine, forse solo un poco impolverate, v’accorgerete di non aver mai smesso di scrivere di voi, dei vostri sogni, delle illusioni, delle sconfitte e delle risalite, e che infine converrete con me, che il confronto con le brutte favole di oggi, vale una rilettura critica, per quanto benevola su ‘chi siamo?’ e ‘dove stiamo andando?’ in questo nostro mondo altero.
(*) I corsivi nel testo sono di Paolo Donini.
Paolo Donini, scritore, saggista e critico d'arte e letteraria si occupa di curatela di mostre e di spazi espositivi, è inoltre autore dei disegni presenti nel volume che bene si incastrano con la grafica, il formato, nonché la cura editoriale di questa pubblicaszione. Sue sono tre raccolte di poesia 'Incipitaria' (Genesi Edit. 2005); 'L’ablazione' (La vita felice 2010); 'Mise en abîme' (Anterem Edizioni 2016). È vincitore inoltre del del Premio Lorenzo Montano ‘Opera Edita’ 2011.

'Enne'… le mille + una volte del quotidiano essere.
Un libro di Valentina Durante – Voland 2020

Mio Caro Enne …
ovvero costruzione e decostruzione di un personaggio apparente, necessario nello scrivere in italiano a coprire la carenza grammaticale del tempo neutro in cui si apre la scena di questo libro solleticante (quanto appetibile) le velleità del lettore curioso.
Eh sì, perché Enne è qui utilizzato come fattore scrittorio che potrebbe non esistere nella realtà e che, anzi, non esiste in nessun’altra concretezza attoriale dall’autrice, che lo adopera per dire ‘enne persona’, ‘enne volte’, presente in una ‘enne-sima’ situazione in cui si rende necessario il suo impiego.
Mi avvalgo qui dell'accezione che l'autrice fa nel definire ‘impiego’ l’attività svolta dal personaggio che si va man mano delineando all’interno di una sciarada di situazioni fittizie (a non voler dire superficiali quanto metodiche del quotidiano), che pure prendono corpo nel corso della costruzione oggettiva del libro, frutto di una scrittura creativa verosimilmente istantanea, a voler rimarcare la maniacale intermittenza fotografica (in 'Enne-due'), lì dove l’operato del fotografante e del fotografato si vuole coincidano … 'per avere una restituzione reale di noi stessi'.
È qui (in questo passaggio minimale), che l'autrice coglie in pieno l’annosa e mai risolta prolissità della filosofia odierna, intenta com'è a decifrare i gesti del quotidiano e trasformarli in concetti che esulano dalla sua missione originaria. Ed è ancora qui che ha inizio la costruzione del personagio ‘Enne’ e, al tempo stesso, la sua de-costruzione, in ciò che molto probabilmente serve da supporto al 'narratore'. Ma siamo ancora al congetturale, ben presto si scoprirà che ‘Enne’ è ciò che non vuole essere e/o ciò che l’autrice presume di voler essere (che lei è in segreto), ovvero una 'Oblomov' (*) al femminile.
Chissà che tutto questo non corrisponda poi a quanto affermato dalla stessa Valentina Durante… 'Eppure, per il modo in cui ho scelto di vivere, non avrei potuto desiderare di meglio'. Il che coincide con quanto intercorre tra ‘nominalismo’ e ‘realismo’ nei 'Tipi psicologici' (*) di Jung; e tra ‘finzione’ e ‘realtà’ nella costruzione cosciente de “Il sé viene alla mente' (*) di Damasio, integrati da nuove e più complesse sequenze …
«..quella sull’incidenza delle emozioni e dei sentimenti come ponti connettivi tra il proto-sé e il Sé; quella sul discrimine tra percezione e rappresentazione degli eventi interni ed esterni al nostro corpo come base biologica, unitamente alla memoria, nella costruzione dell’identità individuale.» (Damasio)
Per quanto, il dualismo ‘apollineo-dionisiaco’ non sia mai venuto meno, la scelta di ‘Enne’ riflette, suo malgrado, dell’individualità specifica del quotidiano a cui tutti facciamo ricorso, cioè una fuga dall’essere e da quella 'società liquida' (Bauman) che ci costringe a vivere dipendenti dall’ambiente e dai '..limiti delle nostre strutture cognitive'. Dacché, avverte ancora l’autrice: 'Non sono i nostri comportamenti ad adattarsi alla realtà, non siamo noi a concepire idee compatibili con l’ambiente che ci circonda; è piuttosto la realtà che, per limitatezza del possibile, elimina tutto ciò che non è vitale'.
Un 'Fuggire da sé' (*) impresso «..nella tentazione contemporanea di imprimere un'affermazione permanente per una continua reinvenzione della vita.» Siamo certi che sia così?
Il dubbio si pone nella formulazione di una domanda condivisa, si tratta di '..una sopravvivenza migliore o peggiore' di un qualcosa che affligge il quotidiano, quella dettata dalla '..selezione ‘Enne’ che non agisce mai in senso positivo preservando le idee e i comportamenti più idonei, bensì in negativo' (?); i cui ..comportamenti e le idee che non resistono alla prova di vita, che poi è una prova di verità attraverso l’efficacia, periscono', oppure (?)...
L'altro relativo dubbio viene dal seguente brano (in Enne-tre): 'Ma non c’è sempre qualcosa di torbido, di malevolo, in tutti i nostri comportamenti? […] Ebbene, sono di fronte a una delle scelte più difficili che esistano: quella fra due azioni che rappresentano un rimedio, e per lo stesso motivo un danno'. Per quanto a questa domanda non vi sia risposta che tenga, il dubbio rimane sincretizzato nel Sé apparente del personaggio, nel dualismo reale/irreale della sua essenza: se figlio spurio di una creazione letteraria (a tavolino); oppure rivelazione oggettiva (meditata) di un Sé antropomorfo.
E ancora: se nel ‘tempo storico’ della sua affermazione 'Enne' dia forma al contenuto di un diario tout court, (sebbene l’impostazione voglia farlo sembrare); oppure di un vademecum rivestito di filosofia (?), pur tralasciando ‘la percezione visiva come attività conoscitiva’ (Arnheim), che dal quotidiano vivere si spinge alla ricerca delle ragioni intrinseche del ‘profondo’ derridiano dei 'Luoghi dell’indecidibile' (*), così come dello spazio storico e simbolico della verità ...
«..La verità (intesa) come luogo in cui il soggetto si chiama ad una sovranità e ad una responsabilità irrevocabili e incolmabili; l’indecidibile come ciò che è all’opera nel senso, che fa del dire, della lingua, della scrittura, qualcosa di più ampio di quello che la presenza, l’intenzione o la semplice percezione potrebbero esprimere.» (Derrida)
È quanto affermato con tenacia in questo libro da Valentina Durante che, pur entrando di straforo nel meccanismo contorto della riflessione filosofica, affida all’intuizione del lettore più attento, con un linguaggio scorrevolissimo dall’impatto cordiale, come per uno scambio epistolare, in cui con 'Mio caro Enne…' pure apre a un colloquiare ‘intimistico’ ricco di sottigliezze espressive, di aggettivazioni simboliche, di gesti abitudiniali e consuetudini maniacali che finiscono per procurare la vertigine nel lettore.
Quelle stesse che nella semplice espressione prosaica (non di meno poetica), raggiungono nella narrazione quella piacevolezza in cui il silenzio si sostituisce alla parola '..il modo migliore per capire chi siamo, la maniera per avere una restituzione reale di noi stessi'.
Non per questo 'Enne' può dirsi un libro consolatorio malgrado le sue ‘mille+una’ sfaccettature, quanto poetico-illusorio, allorché il/la protagonista (in ‘Enne-tre’) rivolgendo lo sguardo dal finestrino del treno immerso nel buio: '..avvolgerà i campi, le case, le fabbriche, le chiome degli alberi, le automobili e le persone, nascoderà tutto, interrotto solo da punti luminosi: arancioni e bianchi, verdi e rossi, le finestre delle case, l’illuminazione delle aree industriali, qualche semaforo'.
Un buio lucido che nell’essere rivelazione lessicale del gesto (il guardare avvolgente), s’apre in pensosa assenza nel secretum della coscienza individuale, illuminando quei comportamenti di natura morale che, diversamente, porterebbero alla verità dell‘indecidibile’ derridiano, di quella «..verità come luogo in cui il soggetto si chiama ad una sovranità e ad una responsabilità irrevocabili e incolmabili; l'indecidibile come ciò che è all'opera nel senso, che fa del dire, della lingua, della scrittura qualcosa di più ampio di quello che la presenza, l'intenzione o la semplice percezione potrebbero esprimere.»

È così che 'Enne' pur essendo tendenzialmente un/una ‘oblomovista’ si riscatta da un atteggiamento ozioso e sterile, vivendo per così dire, o se vogliamo, sopravvivendo, affetto da patologia filosofico-letteraria propria dell’inguaribile idealista, senza paure e senza aspettative, nella pienezza della libertà acquisita, o forse solo ritrovata (?), pur nella consapevolezza che non esiste un mondo migliore. Ma il gioco verbale continua, riprende da dove è iniziata la sua costruzione, avvenendo subito dopo (in Enne-quattro) alla sua de-costruzione.
Cambia la scena, il buio rimane, il lucido iniziale si screzia di pioggia, la visibilità nell’abitacolo dell’auto scema: 'Noi crediamo di vedere, […] noi soprattutto sentiamo'. Per quanto sentire è la forma primaria dell’immaginale individuale e collettivo, concepimento del fantasticare dei sentimenti, del desiderio talvolta recluso che si porta in superficie malgrado una qualche volontà contraria lo sospinga sul fondo; e che, più spesso, porta allo sdoppiamento della personalità, in cui il Sé ricompone il proprio dualismo originario 'l‘io e l’altro', le due faccie della stessa medaglia, e finisce per incorporare in sé 'Il dottor Jekyll e Mr. Hyde' (*), nel suo sostenere che l’essere umano è diviso a metà tra il bene e il male.
'Enne', in quanto personaggio, non sta nei panni dell’uno né dell’altro '..l’unica conoscenza possibile è quella simbolica, che procede per somiglianze e immagini'. – Questo l’autrice lo sa bene, che - 'Non esistono realmente cause o effetti, come non esistono cose che possiedano proprietà intrinseche. Possiamo però considerare i fenomeni (che le regolano) ‘come se’ producessero effetti, e le cose ‘come se’ avessero proprietà, in modo identico, cioè, alla loro rappresentazione'.
Ma quella che forse è solo l'istanza dettata da una inderogabile necessità, fa di 'Enne' l’equivalente di un sognatore/trice ad occhi aperti: '..la confortevole illusione di un mondo provvisto di senso' che nella realtà non esiste: 'Lo so benissimo – scrive Valentina Durante e possiamo dedurre che sia vero – che quel viaggio in treno (e qualunque viaggio sia di seguito narrato) per come l’ho immaginato, non è avvenuto e non avverrà mai. Eppure la mia supposizione – il 'come se' – resta formalmente valida. Considerala, se più ti piace (Caro Enne lettore), un punto di vista soggettivo dal quale leggere i comportamenti umani'.
Dacché, come commentatore, trovo il mio punto d’arresto, tutto quanto potrei aggiungere in seguito sarebbe comunque basato sul susseguirsi di una supposizione dietro l’altra, di eventi intrappolati nel 'tempo ipotetico' della narrazione. Nel prosieguo l’autrice mi ha preso per mano conducendomi 'ab aeterno ad infinitum' dove ha voluto, formulando domande su domande sulle quali tante volte anch'io mi ero soffermato, tuttavia senza trovare risposte adeguate. Ma non potevo trovarle, perché ero cieco, non vedevo più in là della mia immagine. Infatti scrive ancora l'autrice...
'Solo ora mi accorgo che sono gli occhi. Sì la differenza rispetto a tutti gli altri autoscatti archiviati nel mio computer, nessuno eccettuato, sta certamente negli occhi, (chiusi nel silenzio della sua scatola), e quando ...
Mi avvicino allo schermo.
La sua luce azzurrata mi sfarfalla in faccia.
Mi avvicino ancora.
Poi ancora.
E finalmente lo vedo nei miei occhi, stasera, c’era uno sguardo bellissimo'.
È il mio. ‘Enne’?

Quindi dove sono le risposte? Si chiederà perso il lettore attento. Sono contenute nelle pagine del libro che Valentina Durante ha scritto per il piacere di tutti. Sì, per quei molti lettori che increduli, forse, in fine, usciranno convinti che le risposte erano già verosimilmente in noi.

L’autrice Valentina Durante, è copywriter e consulente di comunicazione freelance, ha lavorato come ricercatrice di tendenze coordinando per la Camera di Commercio di Treviso un gruppo di stilisti, designer, artisti, progettisti e fotografi. Il suo primo romanzo “La proibizione” è uscito nel 2019 per l’editore Laurana. Suoi racconti sono stati pubblicati su varie riviste letterarie e non, tra cui 'Leggendaria', 'Altri Animali' e nella raccolta 'Polittico'. Dal 2019 collabora con la Bottega di narrazione di Giulio Mozzi. 'Enne' è pubblicato da Voland 2020.

Buona lettura e buon ascolto a tutti voi con l’augurio di un più sereno 2021.

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- Musica

New World-Jazz-Music con Mauro Sigura Quartet

The ‘Magic’ of Mauro Sigura Quartet, CD S’ARDMUSIC - EGEA 2020.
Con Mauro Sigura (oud, bouzouki), Gianfranco Fedele (piano, dronin, elettronica), Alessandro Cau (batteria, percussioni), Tancredi Emmi (contrabasso, basso elettrico), featuring Luca Aquino (tromba.

Che il Jazz sia il compendio estremo del suono, capace di una perfetta esternazione focale dell’intima passione degli strumentisti per la musica (di tutta la musica), è di per sé assodato, in quanto non solo contiene l’insieme dei suoni ma li ricrea, liberandoli così dalla cornice del tempo che li vuole etichettati in questo o quel genere, trascurando a volte, tutto quanto è all’origine stessa del suono che produce, la capacità umana di catturarne l’energia creativa e trasferirla in immagini oniriche. È quanto si concretizza in questo secondo album discografico dell’ensamble Mauro Sigura Quartet dal titolo programmatico “TerraVetro”, d’ispirazione World-Jazz strumentale che dalle sponde del Mediterraneo s’inoltra nel cuore dei Balkani, alla ricerca ‘empatica’ della migrazione dei suoni, trasferendo l’idea iniziale del 'viaggio attraverso', nella metafora dell’ 'incontro con', dell’abbraccio virtuale con i popoli e le culture che incontra, per una performance energica e vitale…

Nascono così le atmosfere di ‘Mistral’ dedicato al vento di Nord Ovest (Maestrale), che spazza via l’atmosfera statica, le nuvole sospese sopra il pianoro e porta il nuovo, aprendo a spazi di creatività inusitati; di ‘Carthago’, quale omaggio rivolto alla città mitica che affaccia sul Mediterraneo e al suo intimo legame con la terra in cui viviamo, quella Sardegna che tutti (compreso chi scrive) portiamo nel cuore. Così come ‘I muri di Ceuta’ (enclave europea in Africa), un brano afferente ai muri realistici come appunto è quello di Ceuta e i muri mentali e culturali che andiamo costruendo a difesa di noi stessi. E quel ‘Requiem per il Calderone’ dedicato alla memoria del ghiacciaio più a Sud d’Europa “..a cui l'inserimento della ‘tromba’, risuonando nell’immenso spazio lasciato vuoto dal nevaio ormai disciolto, richiama alla memoria ancestrale l'esistenza di un Eden perduto”. (*)

È dunque nella risonanza degli strumenti che più si evidenzia la ‘magica’ essenza della musica che si sprigiona dagli otto brani contenuti ‘in-vivo’, in cui il Quartet entra in sintonia con l’ascoltatore, e non solo quello dei fan del jazz tout cour, quanto, per essere più pertinenti, quello del popolo della World-Jazz-Music. Una precisazione necessaria per meglio cogliere l’insieme del loro ‘sound’, la cui alchimia raggiunge il suo ‘focus’ nella teoria speculativa-filosofica messa in atto dall' ‘amore’ di ognuno per la musica, la professionalità e l’impegno che più evidenzia lo scopo del loro ‘viaggio’ musicale e, non in ultimo, la compiutezza raggiunta della loro creatività artistica, com’è rivelata nei brani riflessivi sui diversi temi.
Quale, ad esempio, ‘Listen, Noodle’ scritto da Gianfranco Fedele, d'impostazione ‘poetica’ sul mistero dell'amore, fatto della stessa sostanza della vita meravigliosa e inafferrabile quanto autoreferenziale, non codificabile tramite i mezzi della logica razionale. E ‘Ad un solo passo’ con il quale il Quartet immagina le tante emozioni che si provano quando da una nave, di notte, s'intravedono le luci del vicino approdo, metafora dell'andare verso una nuova vita, che è sì la salvezza ma anche l'incertezza dello stato d’animo di chi si trova ad essere vicino alla realizzazione di un sogno o, comunque, vicino a un cambiamento importante, quel “l’attimo prima” di coglierne il senso ...

Un 'viaggio' che inevitabilmente prende avvio dalla Terra, poteva essere diversamente? E che, quindi, si avvale dell’allegoria della solidità della materia, della forza traslata nelle sonorità precipue della natura e nei 'ritmi' felicemente ricreati da Alessandro Cau (percussioni). Per poi spingersi a ricercare la fragilità del Vetro nei timbri liquidi del ‘piano’ di Gianfranco Fedele, fino a cimentarsi nel costante dueling sostenuto dal ‘contrabbasso’ di Tancredi Emmi che fa da collante dell’intero ensamble, e che le note melodiche del ‘liuto’ (al-oud, trasposizione araba dal persiano antico), di Mauro Sigura, congiunge: “..portando a consuonare tutto ciò che è capace di vibrare, o almeno di far oscillare ciò che è suscettibile di vibrare”. (*) Dacché, in fine, gli ’inserimenti' della tromba di Luca Aquino, aggiungono di misura un tocco di contemporaneità alle sonorità d’insieme dei brani, altrimenti esposti a una catalogazione dal gusto retrò, quasi “..una sorta di melancolia assopita delle note” (*), tra l’altro bella e suggestiva, cui il tono aulico dell’oud, magistralmente suonato da Mauro Sigura, inevitabilmente porta con sé dai secoli passati.
La ‘magica’ sonorità del oud ben si rivela nel brano d’apertura ‘Desir’, liberamente ispirato a "Le città invisibili" di Italo Calvino, in particolare al capitolo "Le città e il desiderio", da cui il titolo: “Ho immaginato il desiderio come un qualcosa in costante divenire che non e' mai allineato perfettamente con la realtà” - scrive Mauro Sigura nelle note di presentazione all'ambum...
Del resto la storia di questo strumento si presta per un confronto di almeno due diverse espressioni culturali in cui Oriente e Occidente, seppure con le diversità che ne conseguono, in fine s'incontrano sul piano del linguaggio universale della musica tutta. Infatti, non è un caso se lungo la traiettoria del ‘viaggio’ intrapreso dal Quartet, avveniamo sorprendentemente alla metafora del tanto auspicato ‘incontro’ che si spinge dalla Sardegna a Cartagine, dalla Grecia alla Turchia, dai Balkani alla Romania, non come recupero o contaminazione, quanto, se vogliamo, come ‘retrogusto’ di sapori autentici, la rielaborazione di un profumo conosciuto da sempre, fosse anche quello del “pane tagliato e condiviso”.

Una metafora, forse, di quel incanto/disincanto in cui la musica si conduce e che ogni volta che l’ascoltiamo impone il suo effetto trascinante da uno stato di incredulità o di smarrimento, a quello della 'gioia di vivere' al cospetto di una verità più grande, suggestiva quanto indefinibile. Come è detto “in principio erat verbum” (*), lo stesso che tuttavia a noi moderni ancora sfugge: il cielo della World-Jazz-Music come modello culturale del mondo in cui viviamo. Un mondo alquanto instabile, in cui la 'solidità’ della Terra sotto i piedi, offre l'opportunità per restare, mentre lo spirito d'avventura e/o di cambiamento suggerisce di voler andare. Una crinatura che lascia spazio alla fragilità del Vetro di cui s'avvale la nostra più intima 'realtà’, assai diversa dalla 'realtà' di chi attraversa il mare in cerca di un porto cui attraccare i propri sogni, nell'incertezza di una ragione per cui valga la pena di partire, di lasciare tutto per ‘migrare’ altrove.
Ma ogni sogno, come ogni viaggio, presenta anche un lato fragile, incerto, contro cui spesso naufragano le speranze. È questo il tema alla base di ‘The Secret Conflict Of Pireo’ dedicato agli esuli greco-turchi che dopo la guerra tra Grecia e Turchia (1919-1922), a seguito dello scambio di popolazioni furono trasferite nei campi profughi e proibito loro di suonare le musiche delle loro tradizioni e quindi: "Dedicato ai musicisti di quelle comunità che pure hanno continuato a suonare clandestinamente le loro musiche, le antiche ‘arie’ del Pireo, ai quali tutti noi abbiamo voluto fare un sentito omaggio sonoro" (*). A seguire ‘Dromo’ (corrispettivo nella musica greca del makam arabo-ottomano) in cui è utilizzato uno strumento a corda suonato con l’archetto, l'assai raro ‘dronin’, nella virtuosa esecuzione di Gianfranco Fedele, con il quale si è voluta ricreare l’atmosfera "instabile e disordinata, inquieta quanto riflessiva", in cui versa il migrante, così come il profugo e l'esule da ogni dove, qui ripresa come tema di fondo di una realtà sociale che si ripropone costante all'attenzione dolente dell'umanità intera.
Un ascolto emozionale dunque, quello qui proposto dai componenti il Mauro Sigura Quartet che non mancherà di sorprendervi. Non resta che augurarvi Buon 'viaggio' nel mondo globale della World-Jazz-Music.

Mauro Sigura Quartet ha già prodotto un primo disco “The color identity” (S’ARDMUSIC-EGEA) presentato in-concerto nei diversi paesi dove si sono esibiti: Italia, Tunisia, Norvegia, Giappone, Germania, Serbia, Romania ecc.., ben accolto dagli estimatori e dal pubblico di diversa estrazione culturale dedito all’ascolto della musica, e se vogliamo, ‘di tutta la musica’ estemporanea che va sotto l’egida della World-Jazz-Music.

Note:
(*) Le note a capo dei brani di “TERRAVETRO”, S’ARDMUSIC-EGEA 2020, sono di Mauro Sigura.
(*) Marius Schneider, “Il significato della musica”, Rusconi 1970.
(*) Giorgio Mancinelli, “Musica Zingara. Testimonianze etniche della cultura europea”, MEF - Firenze Atheneum 2006.
(*) Profeta Ezechiele, Bibbia di Liegi.

Contatti:
Personal e-mail: thecolouridentity@gmail.com
https://www.maurosigura.it/contatti-2/


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- Scienza

Coscienza Quantica - il nuovo libro di Alberto Lori


COSCIENZA QUANTICA
Un percorso quantistico di sviluppo evolutivo.

Alberto Lori ci offre un grande dono: ci fa comprendere la bellezza della Scienza e della Coscienza unite.
Non possono esserci due cose separate: la scienza da una parte e la coscienza dall’altra.

“Tutto è uno”, ci ricorda Alberto, attraverso le dimostrazioni matematiche della fisica contemporanea e la saggezza dell’antica spiritualità che affronta questi temi con il coraggio, la determinazione e la lungimiranza di un altro grandissimo genio: Carl Gustav Jung.
C.G.Jung aveva compreso molto bene la fisica dei quanti, anche grazie alla sua amicizia con Wolfgang Pauli, premio Nobel nel 1945 per la meccanica quantistica.

Indice
Prefazione a cura di Giovanni Vota.

Capitolo 1 - Tutto cominciò per una lampadina: il nuovo paradigma della fisica
• Il contributo di Planck e Kirchhoff
• L’ausilio degli oscillatori
• Boltzmann, De Broglie, Feynmann e Bohr
• La scuola di Copenaghen
• L’importanza dell’osservatore

Capitolo 2 - Viviamo di paradossi: l’indeterminismo degli esperimenti “su campo”
• Il curioso gatto di Schrödinger
• Wheeler e la doppia fenditura
• Località e non località, “questo il problema”
• “L’assist” dei testi sacri
• Il potere che ti appartiene
• L’apporto di Giuseppe Genovesi, istoni e DNA
• Intenzione come Causa mundi

Capitolo 3 - In rotta di collisione o nella direzione di un auspicabile sincretismo?
• Visioni opposte o complementari?
• Computer cerebrale
• Il dilemma sulla coscienza e il cervello olografico
• Penrose, Hameroff e Haramein

Capitolo 4 - La Coscienza non locale
• Coscienza: a che punto siamo? Un po’ di dietrologia
• L’uovo, la gallina e il primato della nascita
• Amit Goswami e la fisica delle possibilità
• La connessione biunivoca tra cuore e cervello
• Huygens e gli orologi a pendolo
• Conclusioni

Capitolo 5 - La struttura del Vuoto
• Vacuum, non solo un latinismo
• I capricci dell’elettrone
• Meccanica quantistica versus Relatività generale
• Olofrattalità dell’universo
• Geometria sacra, sezione aurea e PHI
• Dalla sfera al toroide

Postfazione a cura di Carmen Di Muro

Alberto Lori
speaker del giornale radio RAI, poi conduttore del Tg2 RAI; in seguito redattore del telegiornale Contatto di Maurizio Costanzo alla PIN della Rizzoli; collaboratore de’ Il Giornale dei Misteri di Giulio Brunner e di Mondo Archeologico di Mirella Rostaing Casini; ha diretto Immagine Italia, rivista trimestrale di carattere turistico; il settimanale ASI, Agenzia Sanitaria Italiana; Quasar, il primo mensile italiano di scienza alternativa.
Coordinatore di Dimensione Uomo, gruppo d’informazione, divulgazione e ricerca scientifica, è giornalista freelance e voce di documentari e rubriche TV di successo come: Mixer, Ultimo Minuto, SuperQuark, Sfide, La Storia siamo noi.

È stato autore e conduttore dei programmi su RadioRadio Sempre di domenica e Attenti al lupo. Diplomato Practitioner e Master advanced in PNL all’ISI-CNV di Marco Paret e in Sviluppo delle Risorse Umane all’HRD Academy di Roberto Re, si è specializzato in PNL seguendo i corsi di Anthony Robbins, di Richard Bandler, e in psicologia quantistica con lo psicologo Ilio Torre. È stato docente di dizione e pronuncia italiana nell’ambito del Corso di Giornalismo della Luiss. Ha curato la comunicazione dei dirigenti, comandanti e istruttori del corpo nazionale dei Vigili del Fuoco, dei giornalisti dell’Ansa, dei piloti Alitalia.

È autore di numerose pubblicazioni di psicoquantistica e comunicazione.

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- Filosofia/Scienza

Stanislas Breton ’Simbolo, schema, immaginazione’


STANISLAS BRETON
“SIMBOLO, SCHEMA, IMMAGINAZIONE” - Saggio sull’opera di Rubina Giorgi.
Edizioni Ripostes 2020.
Introduzione di Carlo Di Legge
Traduzione dal francese di Salvatore Violante.

Dall’Introduzione.
«Le scarpe consumate di Van Gogh, che Heidegger commenta, rievocano la comunione dell’uomo con la natura, la sua fatica e il suo riposo, la sua aspettativa dalla terra e dal cielo, la sua speranza nella visita degli dèi.»
S. Breton

Inseguire un schema speculativo nel campo della filologia linguistica che fin dai primi enunciamenti potrebbe risultare infruttuoso, è di per sé cosa ardua da affrontare, soprattutto se a proporlo è uno stimato filosofo francese di tendenza teologico-cristiana qual è Stanislas Breton, che l’ha dedicato alla ‘riflessione sul simbolo’ della poetessa e scrittrice Rubina Giorgi, alla quale, come enunciato nel titolo, ha rivolto questo suo saggio.
Con ciò, per quanto qui ci si avvalga dell’accurata traduzione dal francese di Salvatore Violante poeta e critico letterario e, della saggia introduzione di Carlo Di Legge che ne specifica, passo-passo, i diversi capitoli proposti, fin da subito si giunge a confrontarci col pensiero analitico afferente alla ‘psicologia del profondo’ evoluta di C. G. Jung, una delle principali figure intellettuali del pensiero psicologico e psicoanalitico, tutt’ora oggetto di apprendimento.
Una proposta di lettura e/o di rilettura questa che, stando almeno nelle intenzioni dell’autore, guarda all’insieme del pensiero in ambito linguistico a lui contemporaneo. Breton, infatti, rivolge una speciale considerazione alla simbologia di Rubina Giorgi, la nostra conterranea che ha svolto un’importante excursus, quanto più addentro all’ ‘ontologia formale’, attraverso l’aspetto delle forme e ai significati intellegibili, rivolto, soprattutto, alla funzione che il ‘simbolo’ riveste nel nostro mondo odierno:

Scrive Breton: «Simbolo è ciò che, senza concetto, al di là o al di qua del concetto, fa dunque comunicare gli uomini tra loro e le cose tra loro. […] Molti indizi, oggi ci persuadono della necessità di tralasciare sia l’ontologia tradizionale sia la semiotica generale che l’ha rimpiazzata. Tra le opere che testimoniano questa insoddisfazione e che delineano, in modo fermo, lo schema di questo superamento, ce n’è una che abbiamo scelto perché ci sembra essere il punto d’incontro di diverse tendenze e di molteplici discipline: […] cioè la scienza filosofica dell’essere, afferente alla “metafisica platonico-aristotelica”.» […] Da cui l’affermazione: «La fine della metafisica, potrebbe essere l’inizio della simbologia.»
Ne consegue l’individuazione, nell’ambito della ‘speculazione filosofica’, di uno ‘schema’ necessario nello studio della ricognizione scientifica, antecedente alla formulazione dell’ ‘ontologia formale’. Un metodo di apprendimento rivolto alla comprensione del ‘sistema significante’ che, come è anche detto nell’introduzione, rivolge la sua utilità allo studioso/lettore, nell’addentrarsi, seppure con non poca difficoltà, nella ‘materia significante’ ed accettarne i concetti e/o a condividerne le tesi:

«Si può, in diverse guise, seguirne l’evoluzione nella storia del pensiero, ma occorre premettere che un’aura di non detto e non pensato sempre accompagna ciò che del simbolo si esprime. […] Si può immaginare il simbolo come un oggetto spezzato in due frammenti, tra cui dunque s’apre un intervallo, uno spazio attraversato, percorso da una tensione ordinatrice, con sue leggi o quasi-leggi; esso viene rappresentato come “operatore di interposizione” che quindi, in quanto tale, “presuppone polarità e, tra gli estremi, un intervallo”. […] Si accetterà a rigore che tale disciplina era una “ontologia vuota”, o ancora una “logica dell’essere equivoco come oggetto d’interpretazione”. Ma dobbiamo subito aggiungere che tale essere equivoco deve la sua equivocità al fatto che il simbolo si muove nella qualità dei poli, nell’intervallo e nella condizione mediana del termine medio».(Breton)
Nella specifica del ‘simbolo’ che Breton rende in modo quantomeno suggestivo oltre che rigoroso, si hanno in breve: due poli entrambi ricettivi, divisi da un intervallo vuoto e/o nullo (nihil) reso fruibile nell’immaginale (vedi Cobin, Hillman e altri). In primis va qui chiarito che il sussistere dell’ “approccio immaginale” nei confronti del ‘simbolo’, non esula da ciò che è fondativo nel “pensiero immaginale” riferito al ‘simbolico’. In breve, lì dove Breton cita Rubina Giorgi: «..il simbolico, come funzione di negazione e di distanza, non è vuoto perché è auto-riflettente, ma è auto-riflettente perché è vuoto. Il movimento dell’autoriflessione conferma questo vuoto.»

«Se autoriflessiva è la soggettività, e il vuoto è autoriflessivo, allora il vuoto sarà l’indizio della soggettività, del soggetto, sebbene non si tratti di soggetto – e del suo correlativo, l’oggetto – come si è abituati a pensarli […] secondo il concetto avanzato dalla fenomenologia husserliana la cui evidenza appare oggi problematica.[…] Per ristabilire l’equilibrio tra il causale ed il semantico, è necessario che lo schema elevi alla dignità di nuovi significati delle accezioni preliminari e convenzionali, che non sono del resto da concepire mai come cause propriamente dette, e le inserisca in una totalità originale dove esse prendano una valenza nuova.»
Soprattutto quando questa è applicata all’intenzionalità dell’arte cui l’impersonalità dell’artista diventa abnegazione del soggetto nei confronti dell’oggetto. Un’esigenza speculativa messa al servizio della creatività, per cui – come scrive Carlo Di Legge: «l’abnegazione del me provoca (spesso) le rappresentazioni più raffinate dei molteplici recessi della soggettività.» Ed è ancora Breton che citando Rubina Giorgi nel suo ruolo di poetessa, ci avverte che «..una certa letteratura contemporanea potrebbe illustrare questa nota. Al momento in cui l’autore sembra scomparire nella tela anonima che si tesse tutta da sé, immaginiamo dietro le quinte il demiurgo che non è da nessuna parte perché è ovunque presente. Difficile sfuggire alla sua ombra.»

Onde per cui – aggiunge Breton – «L’opera d’arte dialoga, combina, assume e subordina quello che riceve inserendolo in una atmosfera misteriosa che gli assegna un senso di trascendenza. Lo schema come funzione d’intermediario, si precisa così: operazione schematizzante che seleziona e ritaglia su un preliminare gli elementi che esso ordina in una figura inedita; valore, nel senso linguistico del termine, che istituisce nel gioco dell’arbitrario, ma di un arbitrario regolato e regolatore, un sistema di differenze e di relazioni; simbolo, che non-realizza il reale radicandolo in un immaginario, di cui produce le forme ma per riaccompagnarle subito alla loro sorgente e per conferire loro, attraverso questa riduzione, una mobilità di pura fantasia.»
Ma il passo poetico non si ferma qui, infatti Breton aggiunge che «..l’oggetto e il soggetto non sono fissati una volta per tutte. Bisogna assimilarli non a degli elementi invariabili ma a delle polarità reversibili. […] Nel suo movimento, il simbolo è soggettività in modo che specularmente (moto proprio del riflessivo), rimanda di continuo il soggetto all’oggetto e viceversa.» In ciò non v’è nulla di misterioso quanto invece c’è di speculare, in ogni singola istanza c’è sempre all’origine un’intenzionalità ricettivo-creativa propria dell’essere pensante (animale, vegetale, umano), afferente a una sorta di ‘energia’:

Energia «..di un singolare tipo che, non appena sembra acquietarsi in una forma, subito muove alla ricerca d’essere altro, per “un processo indefinito di proliferazione”. […] Questa proliferazione indefinita non è un accidente dovuto a una patologia dell’immaginazione. Non funziona come un cattivo infinito ma come una necessità essenziale. Ciò che Brouwer diceva del continuo numerico vale qui a fortiori: il simbolo si muove in un contesto di libero divenire […] per il suo potere sempre nuovo di auto-trascendenza.[…] Questa alterità fa parte della sua natura di ‘funzione simbolica’ nella quale si esplicita e s’interpreta.» (Breton)
Difatti il ‘simbolo’ re-interpretato secondo Breton sulla scia delle avances di Rubina Giorgi equivale a un principio d’identificazione, l’affermazione stessa dell’individualità dell’essere antropico: «Ed anche questa energia è sospesa ad un irraggiamento originario che, aldilà dell’essere e della forma, si presenta come pura indeterminazione “per eccesso” di cui le figure sensibili e le forme intellegibili, come pure lo stesso movimento formativo, spiegano, in una lingua cosmica, l’inesauribile generosità.»

Pertanto siamo messi di fronte a un problema logistico che si vorrebbe risolvere, ma di certo: «Non (con) la logica formale classica dunque, ma (con) una logica che, tuttavia, consente di districarci, orientandoci nella selva delle somiglianze, e che paradossalmente presiede alla comunicazione e all’interpretazione, se interpretazione è sempre legata alla comunicazione: quello simbolico è, per quanto non possieda chiarezza né evidenza, il luogo che offre certezze, pur nella variabile molteplicità delle forme»: (Carlo Di Legge)
«Il suo carattere polimorfo non gli impedisce (al simbolo) di assicurare la comunicazione tra gli uomini; non più del resto di quanto la sua ambiguità non lo condanni all’incomprensibile. Ad ogni modo questa comprensibilità si accontenta benissimo dell’equivoco e della pluralità dei sensi.» Pertanto giungiamo ad un’altra affermazione: «L’essere è la forma, attiva o passiva, che sfida ogni nostro gioco linguistico.» (Breton)

Come è anche detto nell’Introduzione, che «lo si riconosca o meno, questa è propriamente la nostra vita. […] Ci parla del nostro universo, dicendo che in esso ogni ente è in simpatia con ogni altro; ma non è questa, la dimensione della logica scientifica: non stupisce chegli scienziati non la ammettano, se non i più illuminati.» (Carlo Di Legge)
Tuttavia l’equivoco menzionato è, secondo me, la conseguenza della ‘pluralità dei sensi’ che qui si vuole mistificare dentro il contesto simbolico univoco della ‘forma/immagine’ come punto di arrivo inconfondibile, contravvenendo alla tesi junghiana della sincronicità degli eventi che rendono la doppia polarità del segno inter-connettiva, dinamica stessa del linguaggio comunicativo di ‘reversibilità assoluta’, per cui vale la formula:

«Ciò che non ha forma prende forma, ma ciò che ha preso forma, a sua volta, può cambiarla.» (Breton)

Volendo a questo punto rientrare nello schema formulato inizialmente, dei: “due poli entrambi ricettivi, divisi da un intervallo vuoto e/o nullo (nihil) reso fruibile nell’immaginale”, approdiamo con più facilità a individuare i rapporti che intercorrono tra ‘simbolo, schema, immaginazione’ definiti nel titolo del libro:
«Oggi si sarebbe tentati di riservare lo studio a questo insieme di discipline abbastanza privo di rigore che si chiama “semiotica”, perché si occupa di segni, di qualsiasi natura essi siano, sia pure privilegiando lingua e linguaggio e con il primato e la guida della linguistica, che induce talvolta a subordinare l’antico ‘semeion’, nella plasticità delle sue accezioni, alla chiarezza e alla distinzione della parola scritta o parlata.»
Tuttavia ciò non basta a seguire uno ‘schema’ di per sé farraginoso che induce alla antinomia delle trattazioni, allorché si avvale della speculazione filosofica per affermare alcuni principi solo apparentemente indissolubili che, per contrasto, trovano in altre discipline (e altri autori: Heidegger, Levinas, Lacan, Frigo ecc.) la resilienza di una specificità indelebile. Inoltre ai già citati Jung, Corbin e Hillman si prenda, ad esempio, l’epistemologo del pensiero ‘postmetafisico’ Jacques Derrida tra le cui opere figurano almeno due testi importanti anche per questa trattazione:

“Margini della filosofia” (1997) in cui l’autore si concentra sul problema dei limiti della speculazione filosofica, problema da sempre "interno" alla filosofia, che si è costantemente interrogata sulla sua portata e ragion d'essere. E l’altro, “Pensare al non vedere - Scritti sulle arti del visibile” (2016) in cui tratta delle arti come problematicità: “che si rifrange ogni volta in una molteplicità lontanissima dall'essere omogenea. Per quanto ciò che concerne il visibile, infatti, si tratta sempre, anche se in modalità differenti nelle arti e rispetto alla scrittura, della traccia, del tratto, di spettri, e dunque di un "vedere senza vedere niente".
Per quanto, ciò che apprendiamo dal saggio di Stanislas Breton sull’opera di Rubina Giorgi assume valenza nella specifica dei sottocapitoli trattati: I: Simbolo, schema, immaginazione / II: Simbolo e Mediazione / III: Il problema dell’intervallo / IV: Immaginazione e Schema / V: Simbolo e Realtà. Nonché al rinvio a motivi di teologia a cui la riflessione simbologica si è ispirata. «Riferendosi a espressioni di Rubina Giorgi, Breton può evocare la parola ‘spirito’ in toni di “esistenzialismo religioso”» (C. Di Legge), forse più inerenti alla materia dogmatica per mezzo degli ‘schemi’ offerti alla speculazione intellettiva:

«Questa legge d’atmosfera che cinge di un’aureola il simbolo o piuttosto della qualesi cinge esso stesso, sarebbe come l’indicativo di trascendenza. Questa chiamata segreta a un “altrove” che ci lascia disorientati, questa continua trasgressione che ci impone un ascetismo dell’abbandono, non sarebbe , in ultima analisi, l’impronta del simbolico sull’essenza stessa dello spirito, se vogliamo ben ravvisare, sotto questo termine logoro, il respiro e la fiamma, di cui non si sa né da dove viene né dove va, ma che ci porta e ci condanna a non essere nessuna parte in tutti i luoghi che attraversiamo?»
La domanda, così concepita, richiede una certa dose di riflessione prima di trovare una risposta adeguata, sempre che la si trovi. Nel tempo molti sono stati i pensatori di tutte le discipline che si sono spesi nella ricerca, e i più addentro hanno trovato una o più ragioni ‘speculative’ per arrivarci e che, nel loro mettere insieme formule filosofiche e alchimie linguistiche, infine ci hanno offerto motivo di credere in quel ‘mondo estremo’ e forse ‘unico nella sua unicità’, comprensiva della temporalità originaria di natura simbolica che ci troviamo ad affrontare, di un’era evolutiva che ci vede protagonisti inconsci di una mitica realtà che forse non ci appartiene:

«Ma è chiaro che il dilatarsi e l’esplicitarsi, messo in opera dallo schema e dall’immagine (rappresentati nel testo), suggeriscono una linea di sviluppo all’infinito che non copre tuttavia la perfetta omogeneità del tempo postulato. Il tempo dell’immaginario, come quello della storia che lo nutre, è al tempo stesso racconto che spiega e memoria che raccoglie. Tempo ciclico e tempo lineare si fissano quindi in un tempo più profondo, […] che la densità dell’essere, la pienezza che si insinua, in certi momenti che miracolosamente sospendono l’uniformità della successione che affiora nell’Opera, quando essa è veramente Opera […] che restituisce all’uomo , contro la minaccia di dispersione e l’inerzia della natura, la poesia di un’espressione autentica» …

“..il punto di condensazione di una realtà possibile”.»

L’autore.
Stanislas Breton (Gradignan 1912-2005) fu teologo e filosofo francese. Entrato nell’ordine dei Passionisti, dopo l’insegnamento all’Università Pontificia di Roma negli anni Cinquanta, divenne professore di Filosofia all’Università di Lione e poi all’Università Cattolica di Parigi. Nel 1970 fu Maestro Conferenziere alla Ecolo Normale Supérieure: nominato da Louis Althusser, il primo filosofo cattolico a ottenere l’incarico. Stimato studioso del pensiero occidentale , con particolare riferimento ai testi della filosofia antica, e del pensiero contemporaneo attraverso l’esame dei testi e delle correnti più significative.
Suoi testi in italiano: inoltrre a quello qui presentato, figura “Filosofia e Mistica – Esistenza e Super-esistenza” – Libreria Editrice Vaticana 2001.

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- Musica

Vietri sul Mare e in Scena

Al via "Vietri in Scena": sei appuntamenti gratuiti con la musica nella Villa comunale di Vietri sul Mare

Mercoledì 8 luglio, alle ore 11,00 presso la Sala giunta di Vietri sul Mare si è tenuta la presentazione della quinta edizione di "Vietri in scena", la kermesse di spettacoli che si tiene ogni anno nel Comune costiero, alla presenza del sindaco Giovanni De Simone, dell'assessore alla Cultura e al Turismo Antonello Capozzolo e del direttore artistico della manifestazione, il maestro Luigi Avallone.

"Vietri in Scena segna l'inizio del ritorno della nostra bella cittadina alla vita culturale ed artistica nel senso più alto del suo significato. Inauguriamo l'estate vietrese nella Villa comunale per regalare ai nostri concittadini e a tutti gli ospiti che vorranno trascorrere delle serate all'insegna della buona musica, sei concerti gratuiti che ci daranno la gioia di riprendere la vita sociale e culturale dopo mesi di isolamento. E' un traguardo importante per la nostra comunità, soprattutto se si tiene conto del fatto che solo un mese fa sembrava impossibile programmare eventi sul territorio. Alla fine, fortunatamente, grazie anche all’esperienza del sindaco Giovanni De Simone e alla professionalità del maestro Luigi Avallone, siamo riusciti a mettere su una rassegna estiva di grande qualità, che certamente incontrerà il favore dei vietresi e di tutti i turisti che ci faranno l’onore di venire a Vietri sul Mare a trascorrere le proprie vacanze".

Il maestro Avallone ha annunciato che "In qualità di direttore artistico della manifestazione mi sento in dovere di dedicare questa edizione di Vietri in Scena alla memoria del grande Ennio Morricone, un genio della musica che è appena scomparso e che merita un segno di riconoscenza per le musiche che ci ha regalato: spero di inserire in queste serate almeno un brano a lui dedicato". La manifestazione a carattere musicale è stata realizzata in compartecipazione con il Conservatorio di musica di Salerno "Giuseppe Martucci". Sei gli spettacoli, tutti ad ingresso gratuito fino ad esaurimento posti, che si terranno nella bellissima e panoramica Villa comunale di Vietri sul Mare, nel pieno rispetto delle misure anti covid-19 prescritte. I posti disponibili per consentire le distanze di sicurezza sono 130. La manifestazione "Vietri in scena", condotta come ogni anno da Nunzia Schiavone, inizierà venerdì 10 luglio, per concludersi giovedì 30 luglio. Tutti i concerti avranno inizio alle ore 21.00.

IL PROGRAMMA
Venerdì 10 luglio - Dirty Six;
Daniele Scannapieco - sax
Tommaso Scannapieco - contrabbasso;
Lorenzo Tucci - batteria
Claudio Filippini - pianoforte
Gianfranco Campagnuolo - tromba
Roberto Schiano - trombone

Martedì 14 luglio -The Caponi Brothers - "Swing & Soda";
Domenico Tammaro - voce
Giuseppe Di Capua - piano
Gianfranco Campagnoli - tromba/flicorno
Tommaso Scannapieco - contrabbasso
Vincenzo Bernardo - batteria

Giovedì 16 luglio - Quintetto Martucci
Gaetano Falzarano - clarinetto
Tommaso Troisi - violino
Olena Vesna - violino
Francesca Senatore - viola
Francesca Taviani - violoncello
programma:
G. Salieri,F.Danzi, W. A. Mozart

Martedì 21 luglio - Trio di Salerno
Sandro Deidda - sax
Guglielmo Gugliemi - pianoforte
Aldo Vigorito - contrabbasso

Martedì 28 luglio - Duo
Francesco Buzzurro - chitarra
Giuseppe Milici - armonica

Giovedì 30 luglio - Duo
Daniela Del Monaco - canto
Antonio Grande - chitarra
canzoni classiche napoletane

addetto stampa Claudia Bonasi - 339 7099353 - claudia@puracultura.it




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- Poesia

Tirrenide - silloge poetica di Maria Grazia Insinga


"TIRRENIDE" ... nei ‘soliloqui poetici’ di Maria Grazia Insinga - Anterem Edizioni – Cierre Grafica 2020.


Un asterisco (*) a suddividere i ‘passi’ di soliloqui che avallano il silenzio a ‘forma’ compiuta e/o incompiuta di un dialogare estremo, definitivo, senza appello. Un passo dietro l’altro conforme a un prima e un dopo sospesi nella ricerca di un fil-rouge che investighi sul senso… “..era in era è e siamo l’intero”.
Orme di piedi scalzi che sfiorano appena l’arenile e continuano sull’acqua nell’attraversamento del mare dell’esperienza, da una sponda all’altra incerte, eppur ferme, sì da lasciare il segno del proprio passaggio, quasi di involo predestinato, inappellabile…

“..e del dopo e sul dopo diremo tanto / e tanto diremo è tutto dopo / ora e non saremo e mai”.

Lo si direbbe un voluto richiamo a note marginali, all’omissione di un concetto che sfugge all’indagine, o forse di un pensiero immaginale, indicibile, che subentra e invade lo spazio di un gesto incontrollato, un segno grafico in sostituzione d’una parola mancante…

“..la parola è qui cosa è presenza non quella / giusta né la soluzione né l’idea di luce perché qui / tutto è nuovo nulla ripete e nulla è in vita”.

Un ‘verso’ evocativo di edenica rimembranza, di cui Maria Grazia Insinga si serve nel richiamo alla ‘Tirrenide’ in illo-tempore scomparsa, e che pur riaffiora in ogni etnia del Mediterraneo Mare, come memoria mitica ancestrale, seppur disgiunta dall’odierna realtà virtuale…

“..e dall’infinito areale un corteo di posidonia sbuca / mostruose evoluzioni di unicorni e sirene in miriadi / di ippocampi la cui polvere è cura e linea di flusso e luce / tra opera viva e opera morta pinne dorsali disseccate / rapidissime farfalle cavalcatura e guida dei mostri”.

Per una realtà che sfugge all’estensione del ‘tempo’ e che s’avvia, per conseguenza, verso ‘la quarta dimensione’ della conoscenza, o se vogliamo della luce, in cui tutto risplende e sfoca nell’impercettibile, allorché il Sé viene alla mente estatica per non appartenere più a sé…

“..su in strada per Tirrenide il viaggio è già / compiuto e alza lo scirocco e / il pianeta è perfetto sto per morire”. Quale fonema di sicura ampiezza ‘il vento la macchia mediterranea un’imperfezione da correggere’ sulla linea di fuoco onde s’adempie il ‘sublime’.

Sussiste che il coniato asteriscolum latino non delimiti un luogo, un terreno confinante, uno spazio abitativo, bensì un alone luminoso dell’anima silente che avalla e/o sconfessa l’esperienza oggettiva dell’enunciato, ponendo il sigillo idiomatico all’ ‘indecidibile’…

“ora è troppo leggibile / la parola che c’è / e in quella che manca / il vuoto mille inizi / uguale mille non possibilità … / dove sono le cose / quando non ci sono?”.


“il tempo primo non sufficiente,

e secondo a nessuno e lo spazio

non sufficiente e prima di tutto

il nostro raccolto non sufficiente

non sento da un orecchio quello

musicale è vuoto e avverte la fine

dalla fine …”.


“che al nulla porti il nulla è già qualcosa

e la smettano di non dire il non dicibile

anche se lo ammetto è già qualcosa …

al diavolo un cenno sarà sufficiente

un nonnulla del capo al limite in limine

faremo unaltro cenno del capo”.


Entrati nel labirinto ricreato dall’autrice “..tutto è solo nel possibile niente”, nel mitico tutto delle parole “..l’estremo esercizio delle rapide contro / dammi il mio arco quotidiano”; dove il dardo incendiario penetra nel liquido discorsivo per incendiare il mare, ove Poseidone regna su Tirrenide “..sulla fiumana ingrossata”, “..l’arco contro la piena, contro vuoti e pieni, e la forma sigillo”; “..in un cerchio, un ciclo due anzi un triciclo o l’uroboro”, preso a simbolo archetipo della condizione esoterica dei cerchi nell’acqua, dell’indistinta sovrapposizione dei cerchi di luce che obliterano la vista...


“la forma nello spazio è pur sempre distanza e pure,

luogo e lì si toccano e c’è nell’intero di chi è solo

una misura di prosa che qui non c’è non c’è racconto

non dirsi ma essere che va verso un altro intero

per contraddirsi dirsi contro e dunque forma dimmi”.


«Io non scorgo che una successione di splendori crudeli il cui movimento stesso esige che io muoia.» – scriverà Georges Bataille (*) nel definire la morte la consumazione ‘sfavillante’ di tutto ciò che era. È qui che ‘Tirrenide’ riassume in sé ‘ciò che non può essere deciso’, il numero finito di ‘passi’, la parola ‘mancante’ nel dialogo costante che l’autrice propone, insito nella scelta del ‘verso’, o se vogliamo, nella ‘forma’ che l'autrice stessa ha dato al suo componimento poetico…


“..in cui la fame la resuscita al canto

del gallo in eccesso di corsivi

e a proposito il corsivo è suo”


“sul farsi del nulla sul farsi del verso

incepparsi in questa vita e nelle parallele

e in altri nulla nulla nulla e bastava uno”.


Poetica che la vede immersa in quel ‘soliloquio’ indefinito e pur nobile che le suggerisce l’anima, onde per cui alcun algoritmo può sostituirsi al ‘senso’ infine trovato, e che Jacques Derrida afferma «..non restare più in contatto con sé, non appartenere più a sé: sta in questo l’essenza della cenere, la sua stessa cenere.» (*)

Una ‘asterisco’ dunque che infine brilla come una stella nello spazio bianco della pagina, come di un cielo spolverato di un ‘biancore diffuso’, di quella ‘iancura’ (*) dove, per una ragione insperata, soggiunta imprevista, “..il nulla accadeva in forma di varco di nulla … la non perfezione della perfezione”.


L’autrice:

Maria Grazia Insinga, siciliana, letterata, musicista professionale, ideatrice di premi di poesia importanti per i giovani “La Balena di Ghiaccio”, “Premio Lighea”, è inoltre autrice superpremiata di libri di poesia e saggistica letteraria. Nel 2015 vince il concorso 'Opera prima', iniziativa editoriale diretta da Flavio Ermini, con la raccolta 'Persica' (coedita da Anterem e Cierre grafica). Nel 2016 con la raccolta 'Ophrys' è finalista alla XXX edizione del Premio Lorenzo Montano, uscito in volume nella collezione 'Limina' di Anterem Edizioni con la postfazione di Giorgio Bonacini. Il presente volume 'Tirrenide' partecipa alla XXXIII edizione del Premio Montano è oggi incluso nella Collezione “La Ricerca Letteraria” (Anterem 2020), a cura di Ranieri Teti.

Note:

(*) Georges Bataille, “Il Labirinto” – SE Editore 1970

(*) Jacques Derrida, “Ciò che resta del fuoco” – SE Editore 2000

(*) ‘iancura’ in “Tropismi” : iancura, biancore omerico, quiete marina – nella intervista a Paolo Casuscelli.

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- Musica

Mina Vagante - Auguri Vivissimi.



MINA VAGANTE
"Sei grande, grande, grande e come te sei grande solamente tu".

Con quanti nomi si può appellare un’artista ‘assoluta’ che sa catturare l’audience di milioni di fans senza apparire sulla scena da almeno 40 anni? Facendo due conti strampalati, a 40 anni aveva già pubblicato quaranta album di canzoni, e che canzoni (!); che ha doppiato nei suoi secondi 40anni pubblicando almeno un album all’anno e che, sommati, fanno 80 LP/CD di successi, e che successi (!), lasciatemelo dire, da capogiro. Per non dire degli innumerevoli ‘capolavori’ centrati dalla sua voce eclettica e straordinaria che ancora oggi, a dispetto dei suoi 80anni Mina per tutti noi che l’abbiamo vissuta e amata è considerata un’idea, e come a suo tempo ebbe a scrivere Ivano Fossati “Non può morire un idea”.

Ciò che invece possiamo dire, è che ci sono in circolazione almeno 80milioni e forse più di ‘Mina/e’ vaganti, pari al numero dei suoi album venduti. Sicuramente più di quante ne sono esplose durante le ultime guerre in giro per il mondo. Ma almeno queste non recano danno alcuno, anzi sono ‘bigné’ alla crema, di cui lei stessa è golosa. Non so quanto tutto questo sia vero, se non altro perché di danni le sue canzoni ne hanno combinati non pochi, se non altro perché hanno smosso i sentimenti di altrettanti milioni di cuori infranti che, nel bene e nel male, hanno trovato e distrutto corrispondenze affettive.

Né, d’altronde, si può prendersela con gli autori delle sue canzoni senza esimersi dal constatare l’affinità tematicamente forte di adesione lirico-musicale in cui si raccontano storie ostacolate o di abbandoni sentimentali. In esse è fondante l’effetto insito nel suo modo di cantare e l’uso della voce tecnicamente invasiva, che si sprigiona dalle proprie corde emozionali e proiezioni ‘espressive’ di sicura presa sull’immaginario del pubblico al quale si rivolgono, e d’altro aspetto con i mutamenti delle forme e delle modalità del consumo discografico. Come è dimostrato dal “mina.live” registrato a “Bussoladomani” secondo una moda di quegli anni e che ha visto l’abbandono dalle scene dell’artista.

È lecito chiedersi perché Mina eserciti un così grande carisma nell’ambito canzonettistico italiano e non solo? O anche come e soprattutto perché così numerose schiere di ‘iniziati’ si siano convertite al culto della sua stravaganza? A voler dire alla sua personalità, professionalmente rigorosa, la cui voce riesce a imporre un tale fascino e una sensualità così imperante da autentica ‘regina’ di un popolo di alieni abitanti di una indubbia galassia di estimatori. Indubbiamente una risposta c’è, anzi più d’una, diverse e contrastanti. Che lo crediate o no, nell’intenzione di configurare il prototipo Mina mi sono rivolto alla schiera esorbitante dei suoi ‘consumatori’, i quali hanno dato più o meno una identica risposta:

«Praticamente perché è ‘una voce per tutte le stagioni’», «..perché dall’età di 10 a 100 anni ci si rivolge a Lei per fare regali a se stessi», «..perché dice ciò non si ha il coraggio di dire», «..affinché ci si lasci trascinare in una qualche storia impossibile da vivere sulla propria pelle».

Ma altre risposte provengono dalle parole di quanti si farebbero straziare il cuore, per vivere una così ‘grande, grande, grande’ emozione e almeno un’altra domanda: «Quale uomo o donna non vorrebbe lasciarsi coinvolgere in una ‘passione’ così profonda, e ‘ancora, ancora, ancora’ donarsi per l’eternità dei propri giorni?» Per cui si noti come i riferimenti non siano propriamente casuali, e che quasi sembra di sentire sulla propria pelle che stiamo parlando di una ‘love-affair’, non è forse così? Ma non provate neppure a dare altre risposte perché suonerebbero false. In realtà ogni animo sensibile trova nella voce accattivante di Mina la propria sensibilità nascosta e/o palese che sia, il proprio modello di mondanità. Vuoi per aver consumato ‘scandali’ procurati senza volerlo, e per certe sue esibizioni ‘eclatanti’ addirittura censurate, che l’hanno vista tirarsi fuori dalle convenzioni di una società che fin dai suoi inizi gli andava stretta. Tali che si può ben dire di aver contrassegnato un’epoca in cui la ‘libertà femminile’ reclamava il proprio diritto di esistere come ente a sé stante, e di essere considerata dall’altro sesso, quello maschile, capace di una sensibilità emozionale forte, forse più forte di come fino allora esposta.

È vero, in certi casi l’abbiamo vista esporsi quale feticcio da ‘baraccone’ cui sono seguite infinite brutte imitazioni, non senza però una punta d’invidia da parte di chi, in qualche modo, desiderava sostituirsi a lei. Per non dire delle molteplici quanto orrende parodie dei suoi modi di esprimersi nel cantare: dall’uso delle mani e del corpo, fino ai ‘vezzi’ delle sue labbra mentre canta; anche e, soprattutto, senza avere né la sua estensione vocale, né la sua capacità interpretativa, e neppure le sue qualità oltremodo sensuali e spiritosamente gay. “E se domani…” canta Mina ancora dopo 40 anni, ma nessuna delle sue imitatrici nel frattempo ha oscurato il suo ‘domani’.

Notevolmente sofisticata in certe apparizioni televisive di show che hanno fatto epoca, Mina è comunque una ‘diva senza esserlo’, ritraendosi piuttosto che apparire promotrice di una certa mondanità, la cui assenza dalla scena non ha fatto altro che accrescere la sua popolarità e, immancabilmente i pettegolezzi sul suo conto. Sì che viceversa una ‘diva’ di celluloide di solito sollecita, e in qualche modo sostiene, tutto ciò che rende ‘glamour’ la propria esistenza. Lei no, la sua personalità malgrado la sua timidezza, s’impone visivamente all’occhio del pubblico attraverso le copertine decisamente ‘artistiche’ dei suoi album.

È così che abbiamo appreso ad apprezzarla nell’insolita quanto originale veste grafica creata dal suo ‘personal designer’ Luciano Tallarini che negli anni ’80 ha sorprendentemente magnetizzato la sua figura d’interprete, presentandola ogni volta diversa ma pur sempre all’altezza della situazione: si pensi al doppio album “Salomé” in cui Mina appare con la barba, la cui veste grafica accresce il suo prestigio artistico, creando un aspettativa ulteriore nei fans che ogni volta l’accoglievano con effetto ‘sorpresa’. Fu quello uno dei tanti appuntamenti ‘di classe’ a cui Mina ci ha abituati, per la felicità di noi estimatori, con la sua voce eclettica, la cui estensione supera di gran lunga la scala musicale.

Per una ‘Salomè’ con la barba Erode avrebbe fatto decapitare (con rispetto parlando) cento Giovanni Battista, e che si può definire la migliore trovata pubblicitaria di quell’anno 1981. Ma a un altro artista, questa volta un affermato visagist, che va attribuito il plauso delle molteplici trasformazioni, ‘vere e proprie metamorfosi’, in cui l’abbiamo spesso ammirata: Stefano Anselmi, già curatore sul set di Federico Fellini ed di altri importanti registi del cinema che re-inventa il suo ‘look’ rendendola di volta in volta inedita e soprendente.

Quella stessa Mina apprezzata interprete di brani del reportorio italiano e internazionale, quai ad esempio: “Walk on by” di Burt Bacharach e “Tu sarai la mia voce” versione italiana “Put the weight on my shoulders” di Gino Vannelli. E ancora più entusiasticamente “Verde Luna”, “Tres palabras” ed “Esperame en el cielo” prese dal repertorio sudamericano, come farà anche in seguito interpretando canzoni in brasiliano di Cicho Buarque e di altri. Inoltre ai nuovi brani contenuti in questo straordinario doppio-album, appositamente scritti per lei da Andrea Lo Vecchio, Paolo Conte, Bruno Lauzi, Edoardo De Angelis ed altre arrangiate dal figlio Massimiliano Pani.

Per quanto non si è ancora qui parlato di un altro album “Attila”, la cui ironia sottile della copertina, in cui ‘Lei’ appare completamente ‘calva’, che ci permette di pregustare, quasi a livello epidermico, l’interessante quanto stravolgente contenuto di una Mina-disco-music. 18 brani più o meno classici e tuttavia mai apparsi prima, calibrati sulle sue qualità ed estensione vocale da compositori e poeti quali: Bardotti, Shapiro, F. Monti Arduini, Malgioglio, Cantarelli che portano nella canzone italiana una ventata di fresco e di attualità con i tempi.

Brani quali: “Street Angel”, “Anche tu”, “Ma ci pensi”, e quella “Anche un uomo” che furono la colonna sonora dell’anno 1980, interpretate da Mina volta a superare il clichè canoro tradizionale con matura intelligenza interpretativa. Si pensi che “Attila” già a poche settimane dalla sua uscita, realizzò l’esaurirsi delle scorte, sì che la casa discografica PDU, fu costretta a rivolgersi ad altri per la stampa dei dischi, ammettendo di non farcela ad esaudire la richiesta del mercato. Ma era quella una Mina vestita a nuovo che malgrado le sue rare apparizioni sugli schermi televisivi, ancora una volta centrava l’obiettivo del successo, e che tutte le Radio, cresciute a dismisura, proponevano a tutto spiano per il piacere di un pubblico fedele al suo mito che le dimostrava così il suo affetto incontrastato.

Nel frattempo ‘Lei’ la cantante per eccellenza, conosciuta oltreoceano quasi senza mai muoversi da casa, conquistava paesi e continenti, tanto da essere considerata all’altezza, se non più grande, di tante star internazionali. E questo solo perché non ha mai voluto prendere un aereo; non ha mai smesso di cucinarsi le ‘frittelle’ con le quali soddisfa la sua inconsueta golosità; così come di catturare i suoi uomini e/o scegliere i suoi compagni di viaggio nelle sue performance televisive. Scusate se è poco, potendo lo ha fatto, tenendo fede alla sua interdipendenza che ancora oggi non le permette di sottomettersi alle astruse volontà degli altri: creatori di eventi, imprenditori ed esercenti di media; e non solo perché ha accumulato una fortuna di cui non tiene neppure conto, ma perché infine è rimasta se stessa, semplicemente Mina, con la sua preponderante personalità che riesce ancora, e sempre, a creare con la sua voce un’atmosfera autentica e ‘paradisiaca’ che riesce a dare a tutti i suoi risvolti. Paradisiaca come il titolo del suo album del 2018 intitolato “Paradiso – Lucio Battisti Songbook”, contenente le versioni più sofisticate dell’autore, e interpretate da Mina con la solita voce esaustiva incredibile e inarrivabile come solo lei riesce a fare.

Un discorso a parte va qui fatto riguardo alle molte interpretazioni di vecchi e nuovi brani del panorama canoro italiano: dai successi sanremesi da Lei reinterpretati con intelligente maestria vocale, ai successivi “Mina in studio”, “Mina canto o Brasil”, “Sorelle Lumiere” e “Veleno” con lo strepitoso “Succhiando l’uva” di Zucchero e altri brani di autori come Bruno Lauzi “Certe cose si fanno”, Daniele Silvestri “La seconda a sinistra”, Renato Zero “Che fatica”, Samuele Bersani “In percentuale” e Ivano Fossati “Notturno delle tre”.

Quant’altro ci sarebbe da dire a riguardo dei molti cantautori che hanno duettato con Lei, a incominciare dallo strepitoso Adriano Centano che recentemente con “Le migliori” tanto ci ha divertito e strabiliato; per parlare poi dell’incommensurabile Enzo Jannacci; delle re-interpretazioni di brani di Domenico Modugno, Lucio Dalla, Luigi Tenco, Pino Donaggio, Roberto Vecchioni, De André, Renato Zero, Cristiano Malgioglio, Zucchero Fornaciari, e dell’ultimissimo album in ordine di uscita in duo “Mina Fossati” da cui “L’infinito di stelle”, “Luna diamante” e "Meraviglioso, tutto qui” entrati a far parte della colonna sonora del film di Ferzan Ozpetec “La dea fortuna”.

Così come non vanno assolutamente i due album dedicati alla canzone napoletana dei quali nessuno in questi giorni di grande afflato amoroso da parte dei fans per il suo ‘compleanno’ ha lasciato trapelare almeno la conoscenza. E dire che appena agli inizi, nell'ormai lontano passato, Mina aveva dedicato alla canzone partenopea almene due o tre album indimenticabili.

Mi riferisco in particolare allo speciale ‘Mina - ieri & oggi’, andato in onda su Rete4, condotto dal pur capace e bravissimo Mauro Coruzzi (in arte Platinette), co-fondatore del Mina Fan Club, che insieme a Paolo Piccioli ci hanno regalato uno splendido spaccato di una Mina per certi versi ‘inedita’. Tuttavia ritengo non si possa restare indifferenti nell’ascolto dei due album dedicati a “Napoli” e “Napoli secondo estratto”, nei quali Mina interpreta in modo straordinario vecchie e nuove canzoni del repertorio napoletano: “Amaro è ‘o bene” di Sergio Bruni, insieme a “Napule è” e “Je sto vicino a te” di Pino Daniele e la struggente “Indifferentemente” di Martucci-Mazzocco, e tanti altri reinterpretati per l'occasione come: Bovio, Di Giacomo, Russo, Di Capua, E.A.Mario, fino a “O cuntrario è l’ammore” tratto da “Crisantemi” di Giacomo Puccini. Per quanto va assolutamente ricordata l’accorata “Lacreme Napulitane” inserita nel già citato album “Mina. Live”. Ma voglio qui ricordare un album passato un po’ sottotono come “Dalla Terra” in cui Mina si cimenta con 'brani sacri’ alcuni in napoletano ed altri cantati in latino: “Voi ch’amate lo criatore” tratto dal “Laudario di Cortona” del XIII secolo, accompagnata al pianoforte da Danilo Rea e “Quanno nascette Ninno” di Sant’Alfonso de’ Liguori, insieme a brani di Pergolesi, Chiaravalle, Monteverdi, e Gounod nella chiarissima “Ave Maria”.

Un particolare apprezzamento va fatto per “Volevo scriverti nonostante tutto” di Pulli-Ferrara contenuto nell’album “Maeba Mina” del 2018, inoltre al duetto “A Minestrina” di e con Paolo Conte, nonché quello con Davide Dileo in “Un soffio”. Mentre tra gli autori è impossibile non notare la presenza di Paolo Limiti che ha firmato “Il mio amore disperato”, e nel tempo altri grandi successi interpretati magistralmente da Mina. Inserite in questo album troviamo inoltre “Last Christmas” dei Wham e “Heartbreak Hotel” cavallo di battaglia del mai compianto sufficientemente Elvis Presley.

Per quanto splendidamente concepito nell’ultimissimo “Mina Fossati” i due sembrano fare a gara nel voler riproporre un ‘melò’ musicale patinato che ricalca l’avventura biografica e individuale, riconoscibile nell’ombra stilistica e romantica dell’autore Ivano Fossati. Si può tentare di definire un tale ‘valore emotivo’? Certamente sì. Anche se non mi sembra il caso di ripercorrere qui le tappe di questo cantautore apprezzato ma in qualche modo anche contrastato, ‘perché difficile’, del panorama musicale italiano. Per quanto, va detto, la voce imprevedibilmente ‘chiara’ (a questa età) di Mina fa rifulgere anche i testi più artificiosi, benché carichi di tensione emotiva.

Anzitutto va fatta luce su un punto essenziale ancora non espresso del rapporto fra Mina e il pubblico, non esclusivamente quello dei suoi ammiratori quali siamo, riguardo alla sua capacità di distribuire ‘piacere’ a chiunque si metta in ascolto; di riempire la ditanza che c’è fra la sua ‘voce’ e l’intera ‘auidiece’, rendendoci partecipi di una realtà vissuta in maniera autentica per quanto virtuale, del suo e del nostro esserci. Ciascuno di noi ascoltandola cantare è infatti un po’ meno solo, come dire prende a carico la sua voce come esperienza di sé e della propria necessitudine di vivere.

Grazie Mina, e tantissimi affettuosi auguri: “Sei grande, grande, grande, e come te sei grande solamente tu”.


Un tuo fan da sempre perso nei meandri della tua voce intensa.

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- Politica

Bla, bla, bla … ’al gran ballo degli ingrati’.

Bla, bla, bla … “al gran ballo degli ingrati”.

Dal libretto “Ballo delle Ingrate” di Ottavio Rinuccini , membro della Accademia Fiorentina degli Alterati, musicato da Claudio Monteverdi in forma di madrigale per strumenti antichi, quali: viole da braccio, chitarrone, arpa doppia, clavicembalo.

“De l’implabil Dio
Eccone giunt’al regno:
seconda, o bella madre, il pregar mio.
Non tacerà mia voce
Dolci lusinghe e prieghi,
fin che l’alma feroce …”

La scena s’apre tra i fumi e le fiamme dell’inferno ove in alterco si rivendica amore: “Amor non sai / che dal carcer profondo / calle non è che ne rimeni al mondo”. Non sembra anche a voi di risentir balzare di bocca in bocca, ora dall’una ora dall’altra fazione politica del nostro parlamento, una sentenza oscura che infine è comunque quanto ci tocca? Non altro perché dai loro scranni gli ‘ingrati’ pensano di convincere, e ci riescono, coi loro falsi affanni ciò che: ‘la gente vuole’, ‘ce lo chiedono gli italiani’, ‘è per il bene del paese’ ecc. ecc.

Sfido chiunque di voi che leggete di dirmi con chi dei tanti parlamentari che ruotano intorno scambiandosi i vessilli, avete parlato o fatto richieste alcune che siano mai state ascoltate? Che non siano state disattese con alterigia di chi non sa cosa rispondere e per questo rispondere talvolta con la prosopopea del ‘politichese’, quando ancor più con l’arroganza di chi sta facendo solo i propri interessi. E dire che ne hanno avuta fin ora di fiducia che chiedevano a gran voce, se non di più, e che noi gli abbiamo data.

Sbagliato! È stato proprio quel ‘di più’ a farli sentire ‘padreterni’, tali da non far loro provar vergogna alcuna, allorché infilano la scheda nell’urna parlamentare e avvenire a un ‘voto palese’. Nò, devono farlo nel modo più ambiguo che ci sia, di nascosto, senza rivelarsi davanti a Voi/Noi che li abbiamo messi lì, anche se in verità non sappiamo bene perché. Sta di fatto che una volta arrivati a occupare gli scranni, non li cedono più e non c’è ragione che valga, neanche quando sono stati colti in flagrante con le dita nella marmellata.

La finzione della scena parlamentare li fa sentire avulsi da qualsiasi colpa o rivendicazione alcuna, in quanto possono sempre dire, come del resto fanno: ‘l’abbiamo fatto per voi’, ‘è per il bene del paese’. Su cui confezionano altre promesse, propositi aggiuntivi, incanti che si rivelano fasulli il giorno dopo, perché gli ‘ingrati’ sono così: rigorosamente falsi, bugiardi a prescindere. Ché, dopo le malefatte: “dolgonsi invan ché non ben saggi furon”; finché arsi di nuova fiamma invocano, anzi pretendono pure d’aver ragione: “Ma qual cieca ragion vol che si nieghi quel che malgrado al fin vi tolgon gli anni?”.

Gli anni sì, fino a precludere il quotidiano vivere con stenti e vicissitudini, che contentar dobbiamo, i loro sprechi e i loro laggi, che vivere essi devono nel benessere ad ostentar fatiche che non fanno. Meschini noi che abbiam creduto ‘agli ideali loro’ e ancor crediamo che di cambiar le cose siano ancor capaci, quando dal loro canto strenua ‘avidità’ avanzar vediamo senza plausibile riscontro, la cui voracità è pari a quella del Diavolo in persona.

Di certo “frutto non è da riserbarsi al fine”, Orsù dunque coraggio Sardine, date fede al mio dire, ben sarebbe, per chiunque s’affacci prossimamente alla politica di metterci la faccia e il culo. Udite udite! Ben sarebbe altresì, ancor prima di recarvi alle urne conviene “..aprir le tenebrose porte de la prigion caliginosa e nera e de l’anime ingrate traete qui la condannata schiera!”, che d’altro più non meritano:

“Udite, udite oh de l’infernal corte feri ministri udite!

Aprite deh
le tenebrose porte …
al fumo, a’ gridi, a’ pianti
a sempiterno affanno …
tornate al negro chiostro
anime sventurate
tornate ove vi sforza il fallir vostro!”

Ma se la par-condicio reclama in giusta misura, le colpe e le pene, è giusto lasciar a loro raggiungere le vette che reclamano a gran voce? Non v’assale il dubbio che facciano ancor meglio di quei ladruncoli da quattro soldi detti ‘furbetti del cartellino’, che accusano di rubare allo stato, mentre loro si accaparrano i migliori posti, occupando tutti i ruoli costituzionali? E che, per quanto noi sappiamo, riservano alle loro amanti il plauso per quello che fanno senza ritegno alcuno? Vogliamo dire neppure loro sono da meno ché l’avidità delle regalie che ne ricavano è fuor di misura, quindi gettiamo pur le meschine alle fiamme:

“Udite, Donne, udite i saggi detti
che di celeste parlar nel cor serbate:
chi, nemica d’amor, ne’ crudi affetti
armerà il cor nella fiorita etade …
Donne che di beltade e di valore
togliete alle più degne il nome altero …
che di cotanto rigor sen vanno armate
mal si sprezza d’amor la falce e’l cielo”.

Deh voi ingrate quanto loro, che declamate in terra populistiche veglie e scaramantiche effusioni, volgete lo sguardo altero verso la superna giustizia che di diritto a vivere per ognun reclama. Che infine anche voi donne di ‘ineguagliabile bellezza’ patire dovete lo scorno, e che a lungo andare, ne perdete di grazia il plauso, per rincasar meschine nottetempo degli affannosi anni dell’età che vi consuma.

Siete or voi certe che tutto quel pretendere posizioni e potere in questa società non abbia poi indirizzo in quel che perdereste d’onestà? Che d’uguagliar quegli uomini (si fa per dire), non abbiate già perduto di femminilità il consenso? Davver convinte siete che non sia nella rivalsa maturata in seno agli uomini il vanto di un possesso che li piega a un futuro voler vostro che li fa diventar violenti e ancor più assassini?

Cercare un equilibrio conviene, una giustizia giusta che non consenta soprusi di genere, ché ritrovar il senno di poi a questa umana prole non è ancor dato.

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- Sociologia

Bla, bla, bla … Australia lo sterminio dimenticato.


Bla, Bla, Bla … Australia lo sterminio dimenticato.

Incendi, la soluzione aborigena. (*)

“In Australia si cercano nuove soluzioni per contrastare il fuoco, c'è chi propone e attua tecniche che vengono dal lontano passato. I recenti temporali tanto attesi hanno provocato chiusure stradali e inondazioni improvvise in parte della costa orientale , mentre il paese sta ancora combattendo contro un centinaio di incendi boschivi. A questo si aggiunge anche l'allarme lanciato dal WWF, relativo alle centinaia di tonnellate di cenere e detriti che avranno un impatto importante sull'ambiente e sulla salute delle persone. Di fronte a questo scenario, si cercano nuove soluzioni ad un problema, quello degli incendi, che si ripete ogni anno, anche se mai con questa intensità. Per oltre 50'000 anni, gli aborigeni australiani si sono presi cura della terra in modo olistico e per loro il fuoco non è un nemico da combattere, ma un amico da capire per ripristinare la terra ed aumentare la biodiversità. Le tecniche aborigene liberano la terra dal combustibile, come detriti e boscaglia, con fuochi controllati e a bassa intensità, che riducono il carico di carburante e diminuiscono il rischio di incendi. Si tratta di una pratica poco conosciuta dai vigili del fuoco, come affermato dal pompiere John Olle, che ha capito che questa tecnica - quelle degli incendi controllati - non ha a che fare solo con il fuoco, ma si tratta di connettersi con la natura”.

È bastato alzare il tiro di questa affermazione per dar luogo a una montagna di polemiche, e a ragione secondo me, pur tuttavia non riportate sui social, né argomentate dai giornalisti in alcun servizio visto alla TV né sulla carta stampata, se non in brevi accenni, tanto per tenerci al corrente che l’Australia stava bruciando, con fiere immagini di salvataggio di alcune specie animali che, guarda caso, rischiavano l’estinzione. Di contro nulla è stato detto, tantomeno fatto vedere, degli esseri umani che, sempre guarda caso, malgrado le esigue concessioni governative, sopravvivono sul territorio sembra solo da 50.000 anni, segregati in aree delimitate, in stato di povertà assoluta, succubi di uno ‘sterminio silenzioso’ quanto coatto, che punta all’estinzione degli Aborigeni e per lo più ‘volutamente’ ignorato dal resto del mondo, quanto caparbiamente inflitto.

Voglio far qui presente che, guarda caso, non si tratta solo di esseri umani oggi ascesi a una condizione di merce di scambio, besì di una ‘cultura’ che potrebbe essere la più remota nell’evoluzione dell’uomo ancora oggi esistente sulla terra, comprensibilmente evolutasi su altri ‘piani di intelletto’ e in perfetta simbiosi con la natura che li accoglie. Ma forse sarbbe più idoneo qui dire ‘che li accoglieva’, poiché espropiati in toto da quell’ancestrale connessione che gli Aborigeni (vocabolo orrendo coniato all’inizio dell’800 dai Colonizzatori, altro vocabolo questo di una caparbietà devastante), detenevano con il territorio che li ospitava. A tal punto da saper come domare gli eventi naturali che oggi incutono preoccupazione, come appunto: gli incendi boschivi, le alluvioni e le esondazioni delle acque, con una gestione proficua e nella costante salvaguardia della natura circostante.

Davanti a un tale disastro ecologico come quello che abbiamo vissuto in diretta, mi chiedo se non sarebbe il caso di porsi qualche interrogativo sulle condizioni di vita delle popolazioni aborigene dell’Australia, oppure vogliamo immaginare che le fiamme dei roghi, il fumo e la cenere che hanno invaso tutto il continente non abbiano affatto scalfito la loro pelle, i loro occhi, i loro sensi. Quasi fossero degli ‘avatar’ un tempo umani ascesi alla declinazione divina e oggi reincarnatisi sulla terra, e per questo avulsi dalla fine che fanno tutti gli esseri mortali in preda ad eventi così distruttivi (?). Vogliamo pensare al voler mettere fine, cioè per concludere un genocidio iniziato da almeno un millennio, si sia intenzionalmente dato fuoco a un intera area geografica, rischiando alcune casette di legno scelte a bella posta da dare in pasto ai media, con tanto di successivo e/o preventivo risarcimento statale? No, non lo pensiamo, anche se …

Vogliamo pensare che gli Aborigeni stufi di tanta acredine nei loro confronti, in quanto succubi del razzismo che da sempre li perseguita e li ha visti spesso ridotti in schiavitù, nonché contro lo sfruttamento apocritico (*) della società odierna, e la malversazione (*) nei confronti della loro cultura e delle loro tradizioni, abbiano appiccato, per una tensione masochista, gli incendi, al fine di estinguersi nelle fiamme per poi rinasceri dalle proprie ceneri come la Fenicie di mitologica memoria (?). Beh, pensiamolo pure, anche se qualche dubbio ci viene alla mente …

Oppure siamo di fronte a un altro genere di sterminio, quello faunistico che vede il governo australiano impegnato ad affrontare il prolificarsi di spacie animali come i canguri e i koala che tanto danno (leggi fastidio) creano alle popolazioni e alle coltivazioni, sia in fatto di spesa economica, sia in fatto di ingiusta distribuzione (sperequazione) fra animali ed esseri umani, onde la determinata riduzione sostanziale del loro numero. Ma guai aprire una sorta di caccia al canguro (che pure esiste), o ai koala che farebbe insorgere gli animalisti di tutto il mondo e che, sempre guarda caso, butterebbe una cattiva luce sul governatorato e farebbero scrivere intere pagine, con tanto di immagini illustrative, sulla mancanza di umanità del popolo australiano. Non sia mai …

Allora è meglio fare di tutto quanto un unico falò, dicono i malpensanti governativi, anche perché in questo modo il ‘governo di Ponzio Pilato’ si lava le mani di problematiche fastidiose e in un modo o nell’altro irrisolvibili. O almeno, vista la cosa sotto una certa luce, non si espone a critiche e responsabilità socio-economiche che altrimenti arriverebbero a far pensare, guarda ancora il caso, a una qualche corresponsabilità e/o a collusioni lobbistiche e opportunità politiche che, chissà, magari non poi così accettabili dall’opinione pubblica. Ma noi che scriviamo non siamo così perfidi di pensare possibili certe cose, anche se smentiti dai fatti che, volenti o nolenti, ci confermano di non essere degli ‘avatar’, o almeno, fino a prova contraria, ancora non conclamati …

Per quanto il tutto possa sembrare riduttivo d’una realtà conclamata, i roghi australiani non scoppiano per caso o per noncuranza ma per un’incapacità di gestione sia individualistica sia collettiva che, dimentica di un fare rispettoso dell’ambiente, mette oggi a repentaglio l’intera comunità colonizzatrice, gettando ombre anacronistiche sulla condizione degli Aborigeni e sulla loro ancestrale cultura. Comunque non è il caso di attribuire colpe imbarazzanti a tradizioni arcaiche che pure serpeggiano nel sottobosco australiano ma che hanno perso ogni legame con la superstizione popolare, o almeno una tradizione orale che non appartiene più alle masse, semmai è l frutto d’una contaminazione razzista tornata in auge con la globalizzazione politica estremista.

I danni dovuti alla globalizzazione sono irreparabili per l’avvenuto abbattimento delle barriere contenutistiche, la cui de-costruzione, dopo aver depauperato le culture autoctone, ha continuato a imporre ad esse sollecitazioni di carattere politico-comunitarie di insiemi solo apparentemente affini, mescolando e mistificando, le realtà culturali un tempo aggregative, maturate a volte in secoli di storia. Ma la storia non ha mai camminato di pari passo con gli avvenimenti di un’epoca, ancor meno con gli espedienti messi in campo di governi. Più spesso ha visto aggiungere pagine scritte col sangue e/o col carbone più nero, prima di prenderne atto e capitolarle con noni altisonanti come ‘occupazione’, ‘invasione’, ‘schiavitù’, ‘rivoluzione’, tutti apocrifi di ‘apocalisse’.

Cosa che pur sembrando lontanissima nel tempo e quasi cancellata dall’elenco delle probabilità, se non mettiamo particolare attenzione nella salvaguardia del pianeta, siamo vicini a dover affrontare. Allora sì che ci troveremo spiazzati, causa l’incapacità ‘culturale’ di affrontare l’accadimento. Ma che non si dica che non eravamo stati avvisati. Decostruire una cultura ancestrale, senza possibilità di ritornare a una germinazione della stessa, e soprattutto senza averne compresa la portata elettiva che la rende estrema nella pur breve rotazione generazionale cui l’umanità assolve, rende pienamente il senso della ‘stupidità’ che tutti ci attanaglia.


Note:
(*) Articolo a cura della redazione di RSI-News - 18 gennaio 2020.
(*) apocritico, nell’accezione di ciò che risulta superfluo e ridondante e qindi eplulso dalla società di cui non riconosce l’appartenenza.
(*)malversazione è quando un soggetto riceve un finanziamenti per un determinato scopo o attività di qualche interesse, e non li utilizza per tale scopo.

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- Cinema

Tutto il Cinema che vuoi ... Cineuropa News

FESTIVAL / PREMI
De Rome à Paris: 10 opere italiane inedite in Francia
di Fabien Lemercier

10/12/2019 - Dal 13 al 17 dicembre si svolgerà la 12ma edizione di un evento che mette in mostra film italiani inediti in Francia.

Venerdì 13 dicembre, Aspromonte, la terra degli ultimi di Mimmo Calopresti aprirà a Parigi i 12mi Incontri del cinema italiano, alla presenza del regista e della sua attrice protagonista Valeria Bruni Tedeschi (che nel film recita al fianco di Marcello Fonte), alla quale il festival consegnerà un premio per il suo contributo agli scambi culturali tra Francia e Italia.

Battezzato "De Rome à Paris" e organizzato al cinema L'Arlequin dall’ANICA (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche, Audiovisive e Multimediali) con il sostegno del MiBACT (ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo) e in collaborazione con ICE-AGENZIA (Istituto nazionale per il commercio estero), l'Ambasciata italiana, l’Istituto Luce Cinecittà e l'UNFAE (Unione Nazionale Esportatori Film e Audiovisivi), l'evento proporrà fino al 17 dicembre dieci lungometraggi italiani ancora inediti in Francia che saranno proiettati alla presenza delle squadre dei film.

In programma spiccano i concorrenti a Venezia 'Il sindaco del rione Sanità' di Mario Martone e 'La mafia non è più quella di una volta' di Franco Maresco. Altri tre film scoperti alla Mostra sono in menù con 'Vivere' di Francesca Archibugi, che era stato presentato fuori concorso al Lido, e due titoli passati per la sezione Sconfini: Effetto domino di Alessandro Rossetto e il film che mischia documentario, finzione e materiale d’archivio 'Il varco' del duo Federico Ferrone - Michele Manzolini.

Sono in programma inoltre 'Bangla' di Phaim Bhuiyan (un’opera prima passata per il concorso Big Screen di Rotterdam), 'Dafne' di Federico Bondi (apprezzato al Panorama della Berlinale e recente premio del pubblico all’Arras Film Festival), il documentario 'Bellissime' di Elisa Amoruso (scoperto alla recente Festa di Roma, nella sezione Alice nella Città, e proiettato anche all’IDFA) e 'Il campione' di Leonardo D’Agostini (con Stefano Accorsi nel cast) che chiuderà questa edizione 2019 degli Incontri del cinema italiano - De Rome à Paris.

Si ricorda che l'evento sarà preceduto da incontri professionali con un Work In Progress, un mercato di coproduzione e una tavola rotonda.

GOLDEN GLOBES 2020
Un tocco europeo nelle nomination ai Golden Globes
di David González
09/12/2019 - Dolor y gloria, Les Misérables e Ritratto della ragazza in fiamme tra i film candidati, insieme alle coproduzioni britannico-americane I due papi, 1917 e Rocketman

Proving the experts' predictions correct, a clutch of European titles have been invited to the upcoming party at the 77th Golden Globe Awards, handed out by the Hollywood Foreign Press Association. The ceremony, which will mark one of the most important milestones of the US awards season, will take place on 5 January in Los Angeles.

This year, the nominated films hailing from the Continent are mainly in English, but are also in Spanish and French. Manchegan maestro Pedro Almodóvar is continuing his successful run through the season with 'Pain and Glory' (recently awarded Best Foreign-language Film by Los Angeles’ film critics, among other accolades), and the work of its lead actor, Antonio Banderas (honoured at Cannes, and more recently, by New York’s film critics and the European Film Awards), has also been acknowledged by the Golden Globes.

Locking horns with Almodóvar for the Golden Globe for Best Foreign Language Film are two of the most highly acclaimed European productions across the pond this year, Ladj Ly’s Oscar submission 'Les Misérables' and Céline Sciamma’s 'Portrait of a Lady on Fire', both coming from France and also awarded at Cannes.

But English-language films, mainly co-productions between the UK and the USA, are leading the European contingent. The Netflix title 'The Two Popes', a co-production between the USA, the UK, Italy and Argentina, has received four nominations, including Best Motion Picture – Drama. The film, revolving around the meeting between Pope Benedict XVI and Pope Francis, stars UK-born thesps Anthony Hopkins and Jonathan Pryce, both nominated too, and was directed by Brazil’s Fernando Meirelles.

Following closely behind with three nominations, '1917', the World War I - film by British filmmaker Sam Mendes, is also nominated for Best Motion Picture – Drama, alongside the work of the director himself, and 'Rocketman', the Elton John biopic directed by the UK's Dexter Fletcher, is the European hopeful in the Best Motion Picture – Musical or Comedy category.

Lastly, a number of other European works cn also be found on the list of nominees led by Noah Baumbach’s Marriage Story, including 'Rupert Goold’s 'Judy' (through Renée Zellweger’s performance), and the TV series Fleabag, The Crown and Chernobyl.

Here is the full list of nominees:
Film
Best Motion Picture – Drama
1917 – Sam Mendes (UK/USA)
The Irishman – Martin Scorsese
Joker – Todd Phillips
Marriage Story – Noah Baumbach
The Two Popes – Fernando Meirelles (USA/UK/Italy/Argentina)

Best Motion Picture – Musical or Comedy
Dolemite Is My Name – Craig Brewer
Jojo Rabbit – Taika Waititi (USA/New Zealand/Czech Republic)
Knives Out – Rian Johnson
Once Upon a Time in Hollywood – Quentin Tarantino
Rocketman – Dexter Fletcher (UK/USA)

Best Director
Bong Joon Ho - Parasite (South Korea)
Sam Mendes - 1917
Quentin Tarantino - Once Upon A Time In Hollywood
Martin Scorsese - The Irishman
Todd Phillips - Joker

Best Actor – Drama
Christian Bale - Ford v. Ferrari
Antonio Banderas - Pain and Glory (Spain)
Adam Driver - Marriage Story
Joaquin Phoenix - Joker
Jonathan Pryce - The Two Popes

Best Actress – Drama
Cynthia Erivo - Harriet
Scarlett Johansson - Marriage Story
Soarise Ronan - Little Women
Charlize Theron - Bombshell
Renee Zellweger - Judy (UK/US)

Best Actor – Musical or Comedy
Daniel Craig - Knives Out
Roman Griffin Davis - Jojo Rabbit
Leonardo DiCaprio - Once Upon a Time in Hollywood
Taron Egerton - Rocketman
Eddie Murphy - Dolemite Is My Name

Best Actress – Musical or Comedy
Awkwafina - The Farewell
Ana de Armas - Knives Out
Beanie Feldstein - Booksmart
Emma Thompson - Late Night
Cate Blanchett - Where’d You Go Bernadette

Best Supporting Actor
Tom Hanks - A Beautiful Day in the Neighborhood
Al Pacino - The Irishman
Joe Pesci - The Irishman
Brad Pitt - Once Upon A Time In Hollywood
Anthony Hopkins - The Two Popes

Best Supporting Actress
Annette Benning - The Report
Margot Robbie - Bombshell
Jennifer Lopez - Hustlers
Kathy Bates - Richard Jewell
Laura Dern - Marriage Story

Best Screenplay
Noah Baumbach - Marriage Story
Bong Joon-ho - Parasite
Anthony McCarten - The Two Popes
Quentin Tarantino - Once Upon A Time In Hollywood
Steven Zaillian - The Irishman

Best Original Score
Daniel Pemberton - Motherless Brooklyn
Alexandre Desplat - Little Women
Hildur Guðnadóttir - Joker
Thomas Newman - 1917
Randy Newman - Marriage Story

Best Original Song
“Beautiful Ghosts”, Cats (UK/US)
“I’m Gonna Love Me Again”, Rocketman
“Into the Unknown”, Frozen II
“Spirit”, The Lion King
“Stand Up”, Harriet

Best Animated Feature
Frozen II - Chris Buck, Jennifer Lee
The Lion King – Jon Favreau
Missing Link – Chris Butler
Toy Story 4 – Josh Cooley
How to Train Your Dragon: The Hidden World - Dean DeBlois

Best Foreign-Language Film
The Farewell – Lulu Wang
Les Misérables – Ladj Ly (France)
Pain and Glory – Pedro Almodóvar
Parasite – Bong Joon-ho
Portrait of a Lady on Fire – Céline Sciamma (France)

TV
Best TV Series - Drama
Big Little Lies
The Crown (UK)
Killing Eve (UK/USA)
The Morning Show
Succession
Best TV Series - Comedy
Barry
Fleabag (UK)
The Kominsky Method
The Marvelous Mrs. Maisel
The Politician
Miniseries or TV Film
Catch-22
Chernobyl (UK/USA)
Fosse/Verdon
The Loudest Voice
Unbelievable

Best Actor TV Series – Drama
Brian Cox - Succession
Kit Harington - Game of Thrones
Rami Malek - Mr. Robot
Tobias Menzies - The Crown
Billy Porter - Pose

Best Actress TV Series – Drama
Jennifer Aniston - The Morning Show
Jodi Comer - Killing Eve
Nicole Kidman - Big Little Lies
Reese Witherspoon - The Morning Show
Olivia Colman - The Crown

Best Actor TV Series – Comedy
Ben Platt - The Politician
Paul Rudd - Living With Yourself
Rami Yousef - Rami
Bill Hader - Barry
Michael Douglas - The Kominsky Method

Best Actress TV Series – Comedy
Christina Applegate - Dead to Me
Phoebe Waller-Bridge - Fleabag
Natasha Lyonne - Russian Doll
Kirsten Dunst - On Becoming a God in Central Florida
Rachel Brosnahan - Marvelous Mrs. Maisel

Best Actor Miniseries or TV Film
Chris Abbott - Catch 22
Sacha Baron Cohen - The Spy
Russell Crowe - The Loudest Voice
Jared Harris - Chernobyl
Sam Rockwell - Fosse/Verdon

Best Actress Miniseries or TV Film
Michelle Williams - Fosse/Verdon
Helen Mirren - Catherine the Great (UK)
Merritt Wever - Unbelievable
Kaitlyn Dever - Unbelievable
Joey King - The Act

Best Supporting Actor – Series, Miniseries or TV Film
Alan Arkin - Kominsky Method
Kieran Culkin - Succession
Andrew Scott - Fleabag
Stellan Skarsgård - Chernobyl
Henry Winkler - Barry

Best Supporting Actress – Series, Miniseries or TV Film
Meryl Streep - Big Little Lies
Helena Bonham Carter - The Crown
Emily Watson - Chernobyl
Patricia Arquette - The Act
Toni Collette - Unbelievable

Festival / Premi
9587 notizie (festival / premi) disponibili in totale a partire dal 24/05/2002. Ultimo aggiornamento il 10/12/2019. 483 notizie (festival / premi) inserite negli ultimi 12 mesi.


FESTIVAL / PREMI Italia
Assegnati i premi Meno di Trenta, dedicati ai giovani attori
di Cineuropa
09/12/2019 - Giulio Pranno, Ludovica Martino, Carlotta Antonelli e Giacomo Ferrara sono i vincitori della prima edizione del premio riservato agli interpreti italiani di cinema e televisione sotto i 30 anni.
Sono Giulio Pranno, Ludovica Martino, Carlotta Antonelli e Giacomo Ferrara i vincitori della prima edizione di Meno di Trenta, il nuovo premio riservato agli interpreti italiani di cinema e televisione sotto i 30 anni, ideato da Silvia Saitta con la direzione artistica di Stefano Amadio e Silvia Saitta, prodotto dal Nuovo Cinema Aquila di Roma con il patrocinio del Mibact.

La giuria stampa, composta da Vittoria Scarpa (Cineuropa), Luca Ottocento (Fabrique Du Cinéma), Elena Balestri (Funweek.it), Valentina Ariete/Margherita Bordino/Eva Carducci/Gabriella Gilberti/Sonia Serafini (The Giornaliste) e Alessandra De Tommasi (Airquotes.it), ha eletto i vincitori delle quattro categorie principali, partendo dalle cinquine proposte dalla direzione artistica che ha preso in considerazione le uscite dal 1° gennaio al 31 ottobre 2019. La cerimonia di premiazione si è svolta sabato 7 dicembre a Roma, al Nuovo Cinema Aquila.

Il premio Miglior Attore - Cinema è stato assegnato a Giulio Pranno per il film 'Tutto il mio folle amore' di Gabriele Salvatores, perché “dona al personaggio di Vincent una leggerezza e un’empatia perfetta e speciale. Con questo ruolo ha emozionato tutti e scoperto il suo immenso talento”. Pranno ha avuto la meglio su Giampiero De Concilio (Un giorno all'improvviso), Francesco Di Napoli (La paranza dei bambini), Francesco Gheghi (Mio fratello rincorre i dinosauri) e Guglielmo Poggi (Bentornato Presidente).
Il premio Migliore Attrice - Cinema è andato invece a Ludovica Martino per il film 'Il campione' di Leonardo D'Agostini, “per aver dato al personaggio di Alessia la giusta dose di genuinità e dolcezza” e per la sua “presenza luminosa e schietta che lascia il segno ogni volta che compare sullo schermo”.

Le altre candidate erano Anastasiya Bogach (Fiore gemello), Ginevra Francesconi (The Nest - Il Nido), Angela Fontana (Lucania - Terra Sangue e Magia) e la coppia Blu Yoshimi - Denise Tantucci (Likemeback).

Passando alle categorie dedicate alla serialità televisiva, la Migliore Attrice - Fiction è risultata Carlotta Antonelli per il suo ruolo nella serie originale Netflix Suburra - la serie 2, “per la capacità di rappresentare con intensità, in primis attraverso un convincente lavoro sugli sguardi e sulla gestualità, la forte determinazione del personaggio di Angelica”. Antonelli era finalista con Antonia Fotaras (Mentre ero via), Benedetta Gargari (Skam Italia 3), Fotinì Peluso (La compagnia del cigno) e Valentina Romani (La Porta Rossa 2).

Sempre per Suburra - la serie 2 si è aggiudicato il premio come Miglior Attore - Fiction Giacomo Ferrara, che “a Spadino ha dato il meglio del suo talento, alternando sguardi di fuoco e sorrisi spiazzanti. E anche qualche passo di danza”. Ferrara era in gara con Giancarlo Commare (Skam Italia 3), Emanuele Misuraca (La compagnia del cigno), Eduardo Valdarnini (Suburra - la serie 2) e Lorenzo Zurzolo (Baby 2).
Consegnato inoltre il Premio speciale Under 30 New Generation al regista 22enne Phaim Bhuiyan per il film Bangla [+], riconoscimento assegnato dalla direzione artistica del progetto e proposto per valorizzare tematiche contemporanee e universali come l'integrazione e il rispetto reciproco.

Infine, è la 19enne Jenny De Nucci la vincitrice del Premio speciale Under 30 New Media, riconoscimento proiettato nel futuro delle professioni legate all'arte e alla comunicazione, e assegnato da una giuria di studenti delle scuole superiori.

I premi:
Miglior Attore – Cinema
Giulio Pranno - Tutto il mio folle amore
Migliore Attrice – Cinema
Ludovica Martino - Il campione
Migliore Attrice – Fiction
Carlotta Antonelli - Suburra - la serie 2
Miglior Attore – Fiction
Giacomo Ferrara - Suburra - la serie 2
Premio speciale Under 30 New Generation
Phaim Bhuiyan - Bangla
Premio speciale Under 30 New Media
Jenny De Nucci

EUROPEAN FILM AWARDS 2019
La favorita trionfa a una cerimonia degli European Film Awards impegnata politicamente
di Elena Lazic

09/12/2019 - Il film di Yorgos Lanthimos ha fatto la parte del leone lasciando poco altro agli altri nominati, con poche eccezioni come Antonio Banderas, Céline Sciamma e Les Misérables.

Forse c’era da aspettarselo di vedere il film "più" europeo in competizione ai 32mi European Film Awards tornarsene a casa con così tanti premi. 'La favorita', diretto dal regista greco Yorgos Lanthimos, una coproduzione irlandese-britannico-americana con protagonista un cast in gran parte inglese, ha vinto un totale di 8 premi durante la cerimonia, che si è svolta presso l'Haus der Berliner Festspiele a Berlino sabato 7 dicembre. Dopo aver dominato le categorie tecniche con quattro premi (Fotografia, Montaggio, Costumi, Trucco e acconciature), il film ha visto il produttore Ed Guiney salire sul palco per conto di Lanthimos due volte (per il Regista europeo e la Commedia europea), e introdurre un messaggio registrato di ringraziamento da parte di Olivia Colman per la sua vittoria come Attrice europea.

Il film ha lasciato poco spazio agli altri candidati, ma le sorprese non sono mancate. Uno dei momenti più toccanti di una cerimonia altrimenti irriverente (per fortuna), introdotto con grande entusiasmo da Anna Brüggemann e Aistė Diržiūtė, è stata la vittoria come Attore europeo di Antonio Banderas per la sua interpretazione in 'Dolor y gloria' di Pedro Almodóvar. Impossibilitato a partecipare, l'attore, visibilmente commosso, si è unito alla cerimonia via Skype e ha ringraziato il regista.

Un'altra grande e piuttosto inaspettata vittoria per la Spagna è stata nella categoria Film d'animazione europeo, in cui 'Buñuel en el laberinto de las tortugas' di Salvador Simó ha battuto i contendenti di Cannes 'J'ai perdu mon corps' e 'Les Hirondelles de Kaboul', così come il nominato di Annecy Marona’s 'Fantastic Tale'.'Les Misérables' di Ladj Ly, che ha vinto il premio Scoperta europea - FIPRESCI.

La Germania, paese ospitante, ha avuto la sua quota di vincitori. Oltre alla già annunciata vittoria di John Gürtler per la Colonna sonora originale europea per 'System Crasher', il paese è stato celebrato anche ottenendo il nuovo premio Serie fiction europea, andato a Babylon Berlin, che ha visto molti del cast e della troupe dello show salire sul palco. Ma la celebrazione più lunga e sontuosa è stata per Werner Herzog, a cui è stata dedicata una performance esilarante sulla sua vita e carriera in suono e immagini prima che il presidente della European Film Academy Wim Wenders gli cantasse una breve interpretazione di "Nothing Compares 2U" e gli consegnasse il Premio alla carriera. Herzog ha ringraziato il suo produttore Lucki Stipetić e ha incoraggiato tutti a celebrare e difendere l'Unione europea per aver concesso ai film di piccoli paesi una visibilità maggiore di quella che avrebbero avuto da soli. Ha anche elogiato l'Unione europea come il miglior progetto di pace nel mondo, opponendolo a "sciocchi tentativi di creare la pace mettendo fiori nei fucili".

L'idea che l'Europa sia un agente attivo e funzionante per la pace è stata vibrante per tutta la serata, specialmente quando Mike Downey, neoeletto presidente della European Film Academy, ha invitato sul palco il regista ucraino Oleg Sentsov, recentemente rilasciato dal carcere in Russia dopo oltre cinque anni. Downey ha colto l'occasione per annunciare la creazione da parte della European Film Academy, insieme a IDFA e IFFR, dell'International Coalition for Filmmakers at Risk, un'organizzazione volta a sostenere i cineasti che affrontano persecuzioni politiche per il loro lavoro. Fortunatamente, l'annuncio è arrivato lontano da qualsiasi menzione a Roman Polanski, nominato in diverse categorie per 'L’ufficiale e la spia'; menzioni che hanno ricevuto timidi applausi dal pubblico e sono state precedute da una spiegazione di Downey a inizio serata, secondo cui, alla luce delle recenti accuse contro il regista, l'Accademia stava cercando di "rivedere le sue misure disciplinari".

Mix riuscito di impegno e irriverenza, la cerimonia ha visto anche il regista polacco Paweł Pawlikowski ricevere il People's Choice Award per 'Cold War', accompaganto da un'umoristica osservazione su come la gente sia stata recentemente incline a fare scelte terribili. Edward Watts, regista con Waad Al Khateab del Documentario europeo vincitore 'For Sama', ha dichiarato che la squadra britannica del film è stata particolarmente felice di vincere un premio europeo mentre il paese è nel bel mezzo dei negoziati sulla Brexit. La produttrice croata Ankica Jurić Tilić, vincitrice dell'Eurimages Co-Production Award, ha elogiato allo stesso modo lo spirito europeo di collaborazione e tolleranza, che sperimenta ogni giorno nel suo lavoro di produttrice e coproduttrice.

La lista completa dei vincitori:
Film europeo
La favorita – Yorgos Lanthimos (Irlanda/Regno Unito/Stati Uniti)

Documentario europeo
For Sama – Waad Al Khateab, Edward Watts (Regno Unito/Stati Uniti)

Commedia europea
La favorita – Yorgos Lanthimos

Regista europeo
Yorgos Lanthimos – La favorita

Attrice europea
Olivia Colman – La favorita

Attore europeo
Antonio Banderas – Dolor y gloria (Spagna)

Sceneggiatura europea
Céline Sciamma – Ritratto della ragazza in fiamme (Francia)

Scoperta europea - Premio FIPRESCI
Les Misérables – Ladj Ly (Francia)

Film d'animazione europeo
Buñuel en el laberinto de las tortugas [+] - Salvador Simó (Spagna/Paesi Bassi)

Cortometraggio europeo
The Christmas Gift - Bogdan Mureşanu (Romania/Spagna)
People's Choice Award
Cold War - Paweł Pawlikowski (Polonia/Regno Unito/Franciia.

Direttore della fotografia europeo
Robbie Ryan – La favorita

Montatore europeo
Yorgos Mavropsaridis – La favorita

Scenografo europeo
Antxon Gómez – Dolor y gloria

Costumista europeo
Sandy Powell – La favorita

Acconciatore e truccatore europeo
Nadia Stacey – La favorita

Compositore europeo
John Gürtler – System Crasher (Germania)

Sound designer europeo
Eduardo Esquide, Nacho Royo-Villanova e Laurent Chassaigne – Una notte di dodici anni (Uruguay/Spagna/Argentina/Francia/Germania)

Effetti visivi europei
Martin Ziebell, Sebastian Kaltmeyer, Néha Hirve, Jesper Brodersen e Torgeir Busch – About Endlessness(Svezia/Germania/Norvegia.

Eurimages Co-Production Award
Ankica Jurić Tilić
Serie Fiction Europea
Babylon Berlin

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- Musica

Novara Jazz - per concludere l’anno in bellezza



Novara Jazz - Tutti insieme per concludere l'anno in bellezza.

Una serie di concerti in location insolite, come la chiesa di San Giovanni Decollato proponendo le mille sfaccettature del jazz.

Nuova serie di appuntamenti nella splendida cornice della chiesa di San Giovanni decollato a Novara. Si comincia mercoledì 11 dicembre, alle 19, con il solo di sassofono di Luca Specchio. Brani originali che creeranno un'atmosfera davvero speciale. Si prosegue il 18 dicembre, ore 19, con la tromba di Vito Emanuele Galante e le sue composizioni di grande respiro.

Tutti i concerti sono a ingresso gratuito.


Tasteofjazz @ Opificio - Cucina e Bottega

Non mancano i concerti dell'appuntamento settimanale Taste of Jazz a Opificio - Cucina e Bottega, ogni giovedì sera. Sul palco dell'area Boccascena saranno tanti gli artisti che si esibiranno.

Il 5 dicembre a esibirsi il duo Davide Rinella e Simone Quatrana, un progetto che vede psichedelia, jazz, funk, groove, ritmi meccanici, ironia e introspezione, semplicità e caos come protagonisti.

Domenica 8 Dicembre - Aldo Mella e Lorenzo Cominoli (nella foto) - Aperitivo in... Jazz che hanno creato questo progetto dedicato a Charlie Christian, Padre della chitarra elettrica nel Jazz (e non solo…). Chitarre semiacustiche e classiche si uniscono alla sonorità di contrabbasso e basso elettrico oltre all’impiego di effettistica e loops dando vita a sonorità calde e melodiche oltre che ipnotiche ed etniche a tratti.

Giovedì 12 dicembre sul palco Carlo Nicita e Simone Mauri Quartet che dialogano improvvisando per creare paesaggi variopinti, attraverso composizioni originali e standard jazz in continua evoluzione e una costante ricerca creativa basata su ascolto e interplay. Carlo Nicita flauto, Simone Mauri clarinetto basso, Tito Mangialajo Rantzer contrabbasso, Massimo Pintori batteria.

Il 19 dicembre a suonare il Paolo Fabbri Jazz Ensemble con il loro standard jazz. Il repertorio comprende brani di Duke Ellington, Telonius Monk, Oliver Nelson, Charlie Parker, Wayne Shorter e di molti altri artisti che hanno fatto la storia di questa musica afro americana. Paolo Fabbri sax tenore, sax baritono, flauto, Gianni Belletti flicorno, Tommaso Uncini sax alto, Alessandro Manni Villa pianoforte, Massimo Erbetta contrabbasso, Davide Stranieri batteria.

Tutti i concerti inizieranno alle ore 20:30
La serata musicale Taste of Jazz può essere accompagnata dai vini e cocktails e dalle specialità gastronomiche proposte da Opificio. Per informazioni e prenotazioni 03211640587.


Aperitivo in... jazz @ Piccolo Coccia
Per l'ottava stagione consecutiva, NovaraJazz firma il programma degli Aperitivi in... Jazz del Teatro Coccia. Sette domeniche mattina, alle 11:30 al Piccolo Teatro Coccia, durante le quali si degusteranno prima del concerto alle 11 nel foyer del Teatro Coccia specialità della produzione enogastronomica del territorio.


Calendario NovaraJazz

Dicembre 2019

Giovedì 5 dicembre 2019, ore 20:30 – Opificio - Cucina e Bottega
Davide Rinella e Simone Quatrana - tasteofjazz

Domenica 8 dicembre 2019, ore 21:10 - Piccolo Coccia
Aldo Mella e Lorenzo Cominoli - Aperitivo in... Jazz
Aldo Mella contrabbasso, basso elettrico a 6 corde, loops e effetti; Lorenzo Cominoli chitarre, loops e effetti

Mercoledì 11 dicembre 2019, ore 19:00 – Chiesa di San Giovanni Decollato
Luca Specchio

Giovedì 12 dicembre 2019, ore 20:30 – Opificio Cucina e Bottega
Carlo Nicita e Simone Mauri Quartet - tasteofjazz

Mercoledì 18 dicembre 2019, ore 19:00 – Chiesa di San Giovanni Decollato
Vito Emanuele Galante

Giovedì 19 dicembre 2019, ore 20:30 – Opificio Cucina e Bottega
Paolo Fabbri Jazz Ensemble - tasteofjazz

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- Poesia

M. Grazia Galatà ... o l’incognita moltitudine delle parole.

Maria Grazia Galatà . . . o l’ignota moltitudine delle parole.

Raccolta poetica - Marco Saya Edizioni - 2018


“. . oltre il muro dell’innocenza […] taci o brivido / all’acuirsi del sonno / retto appena nel nudo silenzio”
“. . c’è solo il tempo del distacco […] quel quarto lato della coscienza / l’attimo / oltre / je m’appelle”
“. . sarà (?), la migranza dei nostri sogni / o l’affaticamento / di un silenzio ambrato all’ora giunta / di un improbabile ritorno forse”

«L’inconcio si esprime per immagini», usava dire Carl Gustav Jung, quelle stesse immagini che la memoria smuove allo sguardo retrospettivo dell’autrice di “Quintessenze”, nel consegnare le parole alla superficie della pagina, volendo restituire una qualche finitezza all’apparire.
Per quanto ciò che appare ben presto svanisce, ancor più dell’assenza violata delle parole, prima che le immagini trovino sulla pagina le risposte più adatte alle tante domande che l’autrice si pone in finitezza d’inganno, in assenza di ciò che riversa in esse la voce nel declamarle all’inconscio.

“. . che il silenzio rimanga / tra la porta della quinta / essenza o un tramite / dell’incandescente / la mira delle speranze / nella ripetizione di / un singolo respiro”

Tant’è che le parole ancor non dette necessitano di leggersi con enfasi, non d’essere tradotte, perché sono esse stesse immagini, catturate nel momento della rêverie, in cui la memoria s’apre all’inconscio, a quell’ “ignota moltitudine di nulla” (Pessoa) che noi siamo in assenza di voce.
Sì che ci si può perdere negli spazi bianchi fra le righe andando alla ricerca della parola mancante, nell’intuizione delle domande che non chiedono risposta alcuna, e che quasi, viene da chiedersi se mancando davvero esiste, o se mai giungerà alla sua epifania, nell’approsimarsi del tempo che si concede.

“. . è nei piani del tempo
quell’avvicinarsi ambiguo
all’innocenza
o dell’amore leso
nella solita impervia salita
che appena appena tocca”

“Quintessenza” come essenza del fluire della parola nuda nell’ “aspetto liquido” (Bauman) della realtà delle cose, metafora della estraneità afferente ai fatti della vita, in quanto delatori di edenica memoria, della fiducia tradita, rimasta sospesa senza alcuna possibilità di riscatto.
C’è tutto l’estraneo che siamo a noi stessi nell’inconscio junghiano della frase iniziale che Maria Grazia Galatà esprime con le parole contaminate d’ignoto ancor più delle immagini che il suo fare poesia evoca, e che, invece di avvicinarsi s’allontanano nello specchio convesso della sua onirica visione.

“. . niente aveva ragione di esistere / oltre questo tempo stanco o il / battito accelerato dopo essersi / giustificati del perché si vive / e si perde […] oppure sono fumo queste memorie di attesa”

“. . forse l’apparente è un apostrofo invisibile / una riga di memoria nel lato buio / o l’addio rovescio del sale […] le attese delle guance erano terra erano / aria e tempo di mille spose / leggendo tra voci basse al petto / quando i coralli hanno abisso / / ed ebbero a dire nel sonno inquieto”

Qualcosa di indicibile, di non detto, che sa di fugace prossimità, come di verità smentita dalla realtà o forse tradita ancor prima di conoscerne l’entità, la forza nascosta di un sentimento provato che cerca una smentita, per non essere accolto fino in fondo del soffrire, di cui pure non si è perduta l’emozione.

“. . l’imbrunire delle nostre solitudini
non è che ballo ambiguo di
corrispondenze e maginazione
fascinata da questo segreto improvviso
nei pasti nudi intatti di forse
prendi piano le mie emozioni
delle prime luci quando il doppio
sarà altro o alta estasi
nella follia riflessa moltiplicata
spazio scenico o immerso nulla
sospensione di una vita spazzata”

“Quintessenza” di cui sentiamo il bisogno, affinché la parola mancante renda alla possibilità dell’istante, seppure violato, di assolvere al dovere di renderci quella felicità che volevamo, per cui sentire nella vita che pulsa, ancora il brivido fremente dell’amore, ancor prima che ci colga nell’apparire estremo, il perdurare della presenza nell’assenza.

“. . negli inverni di notti violate
da mille solitudini
mi fanno già male gli anni che
non avrò partendo da un informe
giaciglio giacendo inadatta
tale è là
frequenza di immagini
sovrapposte e
lunga è la mano che poggia
l’attimo nel tempio dei miracoli
quando tutto sembra perfetto”

Ma quale e quanta solitudine disconosce la felicità “. . di quando il ricordo era più forte” (?), si domanda, o forse si risponde Maria Grazia Galatà, nell’incedere dei passi che la vedono attenta “. . nelle ore del silenzio – quando – le fragole sono dolci – che – nemmeno le vedi”.
Una sospensione di tempo che lascia sperare nella produzione di ‘senso’, quasi da illudersi/ci che la filosofia infine salverà la poesia dall’amara esperienza, dalla caducità dell’anima assorta; sicché “. . la pioggia cade sempre forte / nei solchi delle guance quando / giunge il tempo dei nodi quelli / che ti chiudono nelle ore del / silenzio”.

È allora che ho sentito: “. . dal cielo cade(re) una rosa […] misera misericordia”, ed ancora “. . ho sentito fermarsi il respiro / in questo tempo malato e la / forma non ha spazio ma cadute […] piove – non senti i lamenti dei vuoti lasciati?”. C’è ancora una qualche verità in questo “. . luogo delle ombre / di vana fertile coscienza / la traccia silenziosa / di una città sospesa”.

No, si risponde l’autrice: “. . lì dove non è vento nelle mille costellazioni / tra le rughe del giorno si aprono le porte / del tempo che dilata gli anni / non c’è niente ch’io possa vedere più della / luce riflessa senza passare per le voglie / di carta (ricordi?) / le arance fiere l’odore / di bruciato – bisognerebbe sentire il profumo / dell’erba – la nebbia – fino allo stordimento / assecondando la solitudine di questo lungo / istante sfocato”.

Ma noi che leggiamo, sentiamo quell’aroma che sa di bruciato nelle parole del poeta, e mai abbiamo pensato che sia possibile evitarlo, solo ubriacarsi di esso, assaporare fino in fondo il gusto del miele affumicato, forse, ma pur sempre con quel retrogusto dolce che porta a illuderci, con Maria Grazia Galatà, ancorché “. . dalla mia (sua) più nuda / realtà / ne gli attimi di tempo […] mentre tutto s’ovatta – i suoi occhi – hanno visto la nebbia / salire fino al cielo” della speranza . . .

“. . c’è un silenzio assordante e tacito / per tutte le volte che ho sognato il mare.”


L’autrice.

Maria Grazia Galatà nativa di Paermo risiede da tempo a Mestre Venzia, ha all’attivo numerose pubblicazioni e rilevanti premi nel panorama della poesia e non solo. È presente in diversi siti web e cataloghi d’arte internazionali e fotografa di professione (è infatti sua l‘originale foto di copertina, e inoltre si dedica da diversi anni nell’ambito della ricerca.
Va qui ricordata la sua partecipazione alla Biennale di Venezia 2009; “Altrove” un ‘reading con videoproiezione 2010; la Mostra fotografica personale “Simmetria di un’apparenza” – presso la Galleria d’Arte dell’Istituto Romeno di Venezia; nonché la partecpazione alla 2° edizione di “Congiunzioni Festival Internazionale di Poesia 2017”.

Sitografia: www.mariagraziagalata.it

Il libro “Quintessenze” è edito da Marco Saya Editore – info@marcosayaedizioni.com

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- Filosofia

A Tolentino - la 30a Biumor / Popsophia


A TOLENTINO – 30a BIUMOR / POPSOPHIA
Si celebra quest’anno la Biennale Internazionale dell’Umorismo nell’Arte.

“Un'opportunità di intrattenimento intelligente, spettacolare e popolare per ragionare sui temi del mondo contemporaneo”.

Tema dell’avvenimento è: “L’ODIO”

Io conosco la gente, cambia in un giorno.Elargisce con la stessa generosità il suo odio e il suo amore.Voltaire Gli artisti della XXX Biennale Internazionale dell’Umorismo nell’Arte si interrogano su una parola d’ordine politicamente dirompente e culturalmente dominante: “l’odio”. Proprio questo sarà il tema delle quattro giornate di Biumor, il festival dell’umorismo di Popsophia. Dall’origine antropologica alla sua metamorfosi digitale, dai fatti di cronaca alle creazioni dell’immaginario, dai social network alle opere cinematografiche: il festival sarà un’indagine senza sconti dei linguaggi dell’odio contemporaneo con la lente d’ingrandimento della filosofia. Un tema di stringente attualità che merita di essere affrontato senza facili moralismi. L’odio che dilaga sul web, oltre a essere l’inestirpabile retaggio di un passato che non passa, è un’intossicazione pericolosa di cui siamo al contempo colpevoli e vittime. In un clima saturo di passioni biliose, proprio la cultura e la filosofia, amiche del dubbio e nemiche del fanatismo, possono rappresentare una scialuppa di salvataggio contro l’odio settario e beota degli haters. Lucrezia Ercoli Direttrice Artistica Popsophia

La Trentesima edizione della Biennale caratterizza il novembre tolentinate e torna nel centro storico per realizzare un evento culturale inedito in una città che si è sempre distinta per innovazione artistica e promozione turistica. Un’occasione importante per contribuire alla ripresa del territorio dopo gli eventi sismici, che rilancia il dibattito culturale intorno ai temi legati alla nostra Biennale dell’Umorismo, un’eccellenza della città di Tolentino. Giuseppe Pezzanesi, Sindaco di TolentinoLe giornate della Biennale di fine novembre nel centro storico di Tolentino sono un'opportunità di intrattenimento intelligente, spettacolare e popolare per ragionare sui temi del mondo contemporaneo. Per Tolentino è un'ottima occasione per aumentare il richiamo turistico dello splendido museo dell'umorismo e di tutto il territorio comunale.Silvia Luconi, Vicesindaco e Assessore al Turismo La Biennale dell’Umorismo nell’Arte si conferma dopo ben trenta edizioni come grande evento internazionale, capace di rappresentare la cultura della creatività artistica utilizzando gli strumenti della satira e del sorriso. Un’eccellenza che contribuisce a rendere Tolentino una città moderna che ha la capacità di entrare nella battaglia delle idee oltre i confini regionali. Biumor si conferma un progetto di respiro nazionale che valorizza le eccellenze del nostro territorio e contribuisce a rilanciare dopo i danni degli eventi sismici il valore turistico del centro storico. Silvia Tatò, Assessore alla Cultura.


MOLTI INGRESSI GRATUITI.
Gli incontri hanno valore di aggiornamento per gli insegnanti (DDG 1329 7 settembre 2018) e di credito formativo per gli studenti.

LE MOSTRE:
La 30a edizione a Palazzo Sangallo : LA MOSTRA E IL MUSEO 21 novembre 2019 / 26 gennaio 2020.

Il 2019 mobilita l’arte umoristica nazionale e internazionale per celebrare la 30a edizione del concorso della Biennale Internazionale dell’Umorismo nell’Arte con grandissime novità.La mostra delle opere in concorso ripropone con forza una eccellenza internazionale che contraddistingue il nostro territorio. Il trentesimo anniversario del concorso si svolge in un contesto prezioso, il Museo Internazionale dell’Umorismo nell’Arte – Miumor. Unica nel suo genere in Italia, la collezione di Palazzo Sangallo custodisce disegni, illustrazioni, caricature, sculture e dipinti di artisti di calibro nazionale e internazionale. La mostra delle opere sul tema dell’odio vi aspetta per scoprire un altro lato dell’arte, quella che, nonostante venga considerata un’arte minore, è capace, più di ogni altra forma dell’espressione artistica, di parlare direttamente e chiaramente a tutti.

LE MOSTRE: NORBERTO BOBBIO E L’ELOGIO DELLA TOLLERANZA NELL’ARTE DI MAURIZIO GALIMBERTI:

La figura di Norberto Bobbio è al centro di uno dei lavori più affascinanti di Maurizio Galimberti. Il raffinato fotografo, maestro indiscusso nell’uso della Polaroid in particolarissimi “mosaici fotografici”, è già stato ospite d’onore del festival Popsophia. Galimberti, infatti, ha sempre raccontato mediante l’occhio delle istantanee soggetti dall’identità unica, dai protagonisti della cultura pop internazionale (da Lady Gaga a Johnny Depp) fino alle grandi personalità della cultura italiana. E quello con Norberto Bobbio è stato uno degli incontri più significativi per il maestro del ritratto. A Biumor 2019, a 110 anni dalla sua nascita, lo ricordiamo come un intellettuale che ha lasciato un segno indelebile nella storia culturale del nostro Paese, un invito al dialogo come antidoto al linguaggio dell’odio. Gli scatti, prezioso ricordo di un incontro, confluiranno in una mostra, resa possibile grazie alla collezione del dottor Alberto Marcelletti, mecenate con attento occhio artistico.

LE MOSTRE : FEDERICO FELLINIE LA BIENNALE
Il 2020 sarà l’anno di Federico Fellini. Tolentino si unisce agli eventi che ne celebreranno il mito con il significativo tributo della Biennale. Nel 1991, infatti, Fellini raggiunse la città per inaugurarne l’edizione numero XVI del concorso. L’ambizione è di iniziare da questo indelebile ricordo, rivivendolo con immagini, video e protagonisti dell’epoca, per arrivare a una selezione di disegni umoristici dedicati al grande maestro che provengono dal museo di Tolentino Miumor. Un’ulteriore occasione per ribadire il genio di Fellini disegnatore: la mostra affronterà aspetti inediti e reconditi della figura del grande maestro e del legameche ebbe con l’umorismo.

O R E 17. 3 0AUDITORIUM ASSM VIA ROMA 36Eroismi giovanilinuovi linguaggi e nuove generazionicontributi video degli studentidell’I.I.S. Francesco Filelfoindirizzo Liceo Classicocorso Comunicazione e Nuovi MediaintervengonoSilvia TatòAssessore alla CulturaDonato RomanoDirigente dell’I.I.S. Francesco FilelfoClaudia CanestriniCoordinatrice Liceo ClassicoRiccardo Minnucci Videomaker Popsophia

MERCOLEDÌ 20 NOVEMBRE / biumor young
Gli incontri hanno valore di aggiornamento per gli insegnanti (DDG 1329 7 settembre 2018) e di credito formativo per gli studenti.

GIOVEDÌ 21 NOVEMBRE
ORE 17.00 PALAZZO SANGALLO, SALA MARIMUSEO DELL’UMORISMO inaugurazione mostra: La 30a Biennale “L’odio”

ORE 18.00 POLITEAMA inaugurazione Mostre Surreale, poetico e visionario Federico Fellini e la Biennale a cura di Giancarlo Cegna Maura Gallenzi Giorgio Leggi Agnese Paoloni Elogio della tolleranza ritratto di Norberto Bobbio di Maurizio Galimberti

ORE 18.30 Filosofia dell’odio la lezione dell’immagine lectio inauguralis con Massimo Donàe Maurizio Galimberti

ORE 19.30 La pausa buffet a cura dell’Alberghiero “Varnelli”di Cingoli

ORE 21.30 POLITEAMA Concorsopremiazione dei vincitori della 30a edizione della Biennale Internazionale dell’Umorismo nell’Arte Umorismo 2.0 premio Accademia teatro Degrado Postmezzadrile interviene Piero Massimo Macchini premio Accademia social Lercio.it premio Accademia videoTerzo Segreto di Satira premio alla carriera Iginio Straffi Presidente del Gruppo Rainbow.

VENERDÌ 22 NOVEMBRE
ORE 18.00 POLITEAMA Un ‘silenzioso’ sguardo nello humour con Paolo Della Bella Pietro Frenquellucci

ORE 18.45 Odiare ti costa con Andrea Colamedicie Maura Gancitano (Tlon)
TEATRO VACCA J. ORE 21.15 LECTIO POPHate Speech, con Massimo Arcangeli.

ORE 21.30 PHILOSHOWAll That Jazz il Musical e l’elogio della leggerezza spettacolo filosofico-musicale ideato e diretto da Lucrezia Ercoli interviene Saverio Marconi ensemble musicale Factory voce recitante Rebecca Liberati.

PRENOTAZIONE:
telefonando a Teatro Vaccaj 0733 960059 da lunedì a venerdì orario 10-13/15-18 oppure scrivendo ainfo@teatrovaccaj.it

ORE 18.00 POLITEAMA Joker dalla parte dell’odio con Riccardo Dal Ferro

ORE 18.45 I duellanti dalla novella di Joseph Conrad al film di Ridley Scott con Maurizio Blasi letture Rebecca Liberati.

SABATO 23 NOVEMBRE
TEATRO VACCA J. ORE 21.15 LECTIO POPHate Speech con Angela Azzaro e Piero Sansonetti.

ORE 21.30 PHILOSHOW All You Need is Love I Beatles e l’elogio della leggerezza spettacolo filosofico-musicale ideato e diretto da Lucrezia Ercoli Interviene Carlo Massarini ensemble musicale Factory voce recitante Rebecca Liberati.

PRENOTAZIONE telefonando a Teatro Vaccaj0733 960059da lunedì a venerdì orario 10-13/15-18 oppure scrivendo ainfo@teatrovaccaj.it

Con gli interventi prestigiosi di:

MASSIMO ARCANGELI Professore ordinario di Linguistica italiana presso l’Università di Cagliari. Dal 2010 è docente di teoria e tecnica del linguaggio giornalistico presso l’Università LUISS – Guido Carli. Numerose le collaborazioni con testate nazionali. Tra le sue ultime pubblicazioni “All’alba di un nuovo medioevo. La comunicazione al tempo di internet” (2016); “Faccia da social. La comunicazione su Facebook” (con Valentino Selis, 2017).

ANGELA AZZAROGiornalista, già caporedattrice de “Il dubbio”, giornale promosso dalla Fondazione dell’Avvocatura Italiana del Consiglio Nazionale. Dal mese di ottobre 2019 è vicedirettrice e caporedattore della nuova edizione del quotidiano “Il Riformista”. Prima a “Liberazione” (ne curava anche l’inserto culturale della domenica) e vicedirettore de “Gli Altri”.

MAURIZIO BLASI Giornalista, di origine fermana, entrato in Rai nel 1978 attraverso i concorsi pubblici che diedero il via alla Terza Rete Tv. Dal 1988 è in forza alla redazione delle Marche, e per 12 anni ha condotto il Tg itinerante, che ha conseguito importanti risultati di ascolto. Dal 2014 è caporedattore della redazione marchigiana della Rai.

RICCARDO DAL FERROFilosofo, scrittore ed esperto di comunicazione e divulgazione. Direttore delle riviste di filosofia contemporanea Endoxa e Filosofarsogood, porta avanti il suo progetto di divulgazione culturale attraverso il suo canale Youtube “Rick DuFer”. Performer ed autore teatrale, insegna scrittura creativa presso la scuola da lui fondata a Schio (VI) “Accademia Orwell”. Nel 2014 esce il suo romanzo “I Pianeti Impossibili”. Nel 2018 esce il saggio “Elogio dell’idiozia” e nel 2019 “Spinoza e popcorn”.

PAOLO DELLA BELLA Artista fiesolano, Medaglia d’Oro al Salone Internazionale dei Comic di Lucca nel 1967. Nel 1967 ha fondato, insieme a Graziano Braschi e Berlinghiero Buonarroti, il Gruppo Stanza, impegnato nella diffusione e nella divulgazione dell’umorismo grafico d’autore. È autore del libro “Uno Sguardo profondo. Viaggio nello Humour e nella Satira” in collaborazione con Claudia Paterna e Laura Monaldi, con la prefazione di Stefano Salis, in cui sono raccontati gli incontri con i grandi maestri dell’umorismo.

MASSIMO DONÀ Musicista e filosofo, è professore ordinario di Filosofia Teoretica presso la Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano. Ha all’attivo ben 7 CD musicali incisi con i suoi gruppi. Tra le sue ultime pubblicazioni filosofiche: “La filosofia di Miles Davis. Inno all’irrisolutezza” (2015); “Tutto per nulla. La filosofia di William Shakespeare” (2016); “La filosofia dei Beatles” (2018).

LUCREZIA ERCOLIDottore di ricerca in filosofia presso l’Università Roma Tre. Docente di “Storia dello spettacolo e filosofia del teatro” presso l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria e di “Storia della televisione” e “Filosofia dell’arte” presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata. È direttrice artistica di Popsophia dal 2011. Tra le sue ultime pubblicazioni: “Filosofia della crudeltà. Etica ed estetica di un enigma” (2015); “Filosofia dell’Umorismo” (2016); “Che la forza sia con te! Esercizi di popsophia dei mass media” (2017).

SAVERIO MARCONI Attore di cinema, teatro, radio e tv, e regista teatrale. Firma la regia di innumerevoli opere teatrali, opere liriche, musical che gli fanno ottenere prestigiosi riconoscimenti, da ultimo l’Oscar Italiano del Musical nel 2015. Fa nascere a Tolentino la Scuola di Recitazione di cui è ancora oggi direttore artistico e nel 1983 la Compagnia della Rancia. Tra le sue ultime produzioni, nel 2018 il musical “Big Fish” a Tolentino per la riapertura del Teatro Vaccaj. Dal 2019 è Presidente Onorario della BSMT - Bernstein School of Musical Theatre di Bologna.

CARLO MASSARINI Giornalista, conduttore televisivo e radiofonico. Dal 1981 al 1984 è conduttore e autore della famosa trasmissione di Rai1 “Mister Fantasy” dedicata alla videoarte e al videoclip e dal 1995 al 2002 conduce MediaMente per Rai Educational. Dal 2014 conduce su Virgin Radio la seguitissima trasmissione “Absolute Beginners”. Tra le sue numerose pubblicazioni legate alla critica musicale, Dear Mister Fantasy (2009).

PIERO SANSONETTIGiornalista di politica italiana e di esteri. Dal mese di ottobre 2019 dirige la nuova edizione del quotidiano “Il Riformista”. Inizia a l’Unità nel 1975, prima come cronista, poi come notista politico, caporedattore, vicedirettore e codirettore. Corrispondente fino al 1996 dagli Stati Uniti. Dirige poi Liberazione e collabora con Il Riformista. Nel 2010 conduce Calabria Ora. Lavora alla nascita del quotidiano Gli Altri e di Cronache del Garantista. Fino al 2019 è stato direttore del Il Dubbio.

TLON Andrea Colamedici e Maura Gancitano, filosofi e scrittori, sono gli ideatori del progetto Tlon (Scuola di Filosofia, Casa Editrice e Libreria Teatro). Insieme hanno scritto Lezioni di Meraviglia (2017), La società della performance (2018), e Liberati della brava bambina (2019). Hanno realizzato per Amazon Audible i podcast “Scuola di Filosofie”. Sono promotori, insieme all’avvocata Cathy La Torre, dell’iniziativa “Odiare ti costa”, campagna contro l’hate speech sul web.

PATROCINI
Presidenza del Consiglio dei MinistriMinistero per i Beni e le Attività CulturaliMinistero dell’Istruzione, dell’Università e della .

CONTRIBUTI
Arianna Berroni, Maria Rossella Bitti, Mauro Cicarè, Mara D’Amico, Mauro Evangelisti, Pierandrea Farroni, Rossella Ghezzi, Gianni Giuli, Giulia Lazzari, Loredana Leoni,Piero Massimo Macchini, Cinzia Maroni, Caterina Marziali, Edoardo Mattioli,Mauro Minnozzi, Laura Mocchegiani, Gisella Quaglietti, Carla Sagretti, Vando Scheggia, Sofia Tomassoni, Mirella Valentini, Viola Vanella, Massimo Zenobi

COLLABORAZIONI CULTURALI
Biblioteca Filelfica, Istituto Alberghiero Varnelli Cingoli,I.C. Don Bosco, I.C. Lucatelli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, I.I.S. Francesco Filelfo, IPSIA Renzo Frau, UniTre Tolentino.

PARTNER EDITORIALE Casa Editrice ‘Il Melangolo’
STAFF TECNICO DFL ServiceTecum Srl

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- Cinema

Ceneuropa Italian Film Reviews

CINEUROPA ITALIAN FILM REVIEWS

Recensione: "Tutto il mio folle amore"
di Camillo De Marco

24/10/2019 - Gabriele Salvatores non teme di toccare il cuore del pubblico con il viaggio di un padre assieme al figlio autistico, con qualche cliché e una regia di alto livello.
“Io sono strano, tu sei strano. Dove andiamo?!” urla Willi (Claudio Santamaria) al figlio sedicenne Vincent (Giulio Pranno) mentre sono in fuga su un furgone in Tutto il mio folle amore - presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia 2019 - film con cui Gabriele Salvatores è tornato “on the road again”, con i suoi paesaggi visceralmente emozionali.
Cantante di matrimoni squattrinato e ad alto tasso alcolico in perenne tournée nel Nord Est (lo chiamano il “Modugno dei Balcani”) Willi ha tagliato la corda prima che Vincent nascesse e mostrasse i primi segni di autismo. La mamma Elena (Valeria Golino, che ha interpretato nel 1988 il film più famoso sull’autismo, Rain Man di Barry Levinson) lo ha allevato, con tutte le difficoltà del caso, in una gabbia dorata fatta di una casa di lusso nei dintorni di Trieste e ippoterapia, aiutata dal compagno Mario (Diego Abatantuono), facoltoso editore di romanzi e poesie. Folgorato sulla strada della celebre ballad “Vincent” di Don Mc Lean, Willi irrompe in casa di Elena per sapere del figlio. Quando riparte, si accorge che l’inarrestabile Vincent si è nascosto nel suo pick up. Il musicista si è impegnato in una serie di date in Croazia e inizia così un viaggio fisico e sentimentale, di avvicinamento padre-figlio, di riscoperta di se stessi e dell’altro. Un viaggio attraverso territori deserti e spesso colorati dell’ex Jugoslavia, punteggiato da episodi bizzarri e spassosi, conditi con alcol e sesso iniziatico. Il bravo Santamaria duetta in perfetta sintonia con l’esordiente dalla faccia d’angelo Giulio Pranno, impegnato in una performance straordinaria fatta di stranezze ed eccessi, mentre la famiglia naturale parte alla ricerca del ragazzo “rapito”.

Scritto da Umberto Contarello e Sara Mosetti con il regista, il film è una trasposizione libera del romanzo di Fulvio Ervas “Se ti abbraccio non aver paura”, racconto autobiografico di una padre che dopo aver inseguito terapie tradizionali, sperimentali e spirituali, parte con il figlio autistico per un viaggio in moto, attraversando l’America e perdendosi nelle foreste del Guatemala. Tutto il mio folle amore sarebbe facilmente attaccabile per come è trattato superficialmente il disturbo dello spettro autistico. Anche se all’inizio del film si intuisce il disagio familiare con una scena piuttosto esplicita, si può obiettare che il dramma vissuto dai genitori di giovani affetti da questo disturbo e le difficoltà che incontrano nella società non sono raccontate. Ma Salvatores sembra aver scelto piuttosto il lato solare di questo adolescente diverso, per esprimere la relazione tra “follia” e purezza, autenticità e creatività (non a caso, la canzone “Vincent” di Mc Lean è stata ispirata dal tormento di Van Gogh). Il film mette in scena la gioia di vivere nonostante tutto, senza timore di toccare il cuore del pubblico con qualche cliché ma con una confezione visiva di altissimo livello (la fotografia è di Italo Petriccione).

Tutto il mio folle amore è prodotto da Indiana Production con Rai Cinema ed EDI Effetti Digitali Italiani, in collaborazione con Friuli Venezia Giulia Film Commission, in associazione con Unipol Banca S.p.A. Le vendite internazionali sono affidate a RaiCom. Il film sarà nelle sale italiane dal 24 ottobre con 01.


Recensione: "Tornare"
di Vittoria Scarpa

28/10/2019 - Cristina Comencini ritrova Giovanna Mezzogiorno, quattordici anni dopo La bestia nel cuore, in questo thriller dell’inconscio che ha chiuso la 14ma Festa del Cinema di Roma
E’ un ritorno doppio, sia fisico che mentale, quello che compie il personaggio principale del nuovo lungometraggio di Cristina Comencini, Tornare. Ma il film, proiettato in chiusura della 14ma Festa del Cinema di Roma, segna anche il ritorno di Giovanna Mezzogiorno, quattordici anni dopo il film candidato all’Oscar La bestia nel cuore, su un set diretto dalla regista romana figlia del grande Luigi, e ai temi dell’inconscio e dei traumi rimossi. Un racconto, sotto forma di thriller, in cui passato e presente convivono, e il tempo lineare non esiste, è solo un modo per misurare il cambiamento.

La protagonista del film, Alice, si fa letteralmente in tre ed è interpretata 40enne da Mezzogiorno, adolescente dalla rivelazione Beatrice Grannò e bambina da Clelia Rossi Marcelli. Siamo nella Napoli degli anni Novanta e le tre dialogano fra loro metaforicamente (e non solo) nella vecchia casa di famiglia sul mare, disabitata, dove Alice adulta torna dopo molti anni di lontananza, in occasione della morte del padre. Lì ritrova anche sua sorella Virginia (Barbara Ronchi), con la quale decide di vendere la casa e di svuotarla quindi di tutti i loro ricordi, e un uomo misterioso, Marc (Vincenzo Amato) che negli ultimi tempi si era preso cura del padre malato.

Sarà proprio quest’uomo, di cui inizialmente Alice sembra non ricordare nulla, ad aiutarla a rimettere insieme i pezzi di un evento drammatico e determinante della sua vita. Alla fine degli anni Sessanta, la donna era un’adolescente bella e ribelle, che respirava l’aria di emancipazione del tempo, avida di libertà e divertimento. Il suo atteggiamento, la sua voglia di godersi la vita e di flirtare con tutti, era facilmente scambiato per leggerezza, in una società dell’epoca repressiva, essendo lei oltretutto figlia di un militare della marina americana. Questa sua “diversità” avrà delle conseguenze che il film ci svela gradualmente, durante un viaggio nella memoria molto doloroso.
Nel presente, Alice è una donna molto diversa da quella che fu, e sembra nutrire un senso di colpa per essere stata un tempo così spensierata e audace. Mezzogiorno incarna una donna sofferente, remissiva (anche troppo), “punita”, praticamente irriconoscibile rispetto alla ragazza degli anni Sessanta che ballava il sirtaki in costume da bagno. Da sottolineare invece la straordinaria somiglianza fisica tra le attrici che impersonano le tre diverse età della protagonista (il casting è di Laura Muccino e Sara Casani), così come l’assoluta credibilità dei tre Marc, da ragazzo interpretato da Marco Valerio Montesano e all’età di 10 anni da Alessandro Acampora.

Il tema del film è universale, è difficile perciò che non lasci un segno nello spettatore. Sarebbe bello poter rincontrare noi stessi da adolescenti e da bambini con la consapevolezza degli adulti che siamo oggi, e magari tenersi per mano. Ispirato alla storia di una sua amica, Comencini ha confessato che questo è il suo “film più libero” che scava “in un mondo interiore dove il tempo non esiste”, e nel finale, questo assunto ingarbuglia un po’ troppo le cose. Il tutto è calato in una Napoli inquietante e bellissima, lontana dai cliché, con i suoi luoghi insolitamente spopolati e le grotte sotterranee. Un film forse non facile, ma ammaliante.

Tornare è prodotto da Lumière & Co. con Rai Cinema. La distribuzione è affidata a Vision Distribution.


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- Libri

La stella sibillina - un libro di Mario Nicolao

“La stella sibillina” – Un libro di Mario Nicolao – Archinto 2019

Nonostante lo scorrere del tempo, “ho desiderato il paradiso, mi sono accontetato dell’inferno”, sembra dirci ‘volando alto’ l’autore di questo prezioso cammeo che ripercorre le strade del Mito ctonio dell’Oscurità orfica, ripreso dal leggendario viaggio del poeta Orfeo nell’Ade alla ricerca di Euridice, che Mario Nicolao rintraccia, nelle tappe rilevanti della sapienza greca (del periodo arcaico VIII – VI sec. a.C.), attestandone il valore creativo, o meglio ‘la sua forza evocativa’, nell’ambito della scrittura poetica del Novecento.

Viene da chiedersi con quali occhi noi guardiamo oggi a quei cieli così gravidi di un passato senza avallo, concepito in amplessi furtivi per un misero aborto d’idee appassite, ancor prima d’esser rifiorita in noi la speranza di un futuro sagace? Con quale purezza crediamo di poter accedere alla sublimità di quell’empireo scomparso che pure ci è dato contemplare di qua dall’orizzonte, se in ultimo, ciò che alla vita compete è solo di scendere nell’immensa voragine del profondo, nell’incerto oscuro mondo che ci accoglierà furtivi?

Con quale sentire ci avvicineremo al riscatto mitico di Orfeo se l’insegnamento dei ‘grandi’ del passato sfugge alle nostre orecchie frastornate dal chiasso che fanno le dispute eccessive, i ferri battuti, gli scismi e gli squarci abbacinati delle guerre, cui pure siamo sopravvissuti e/o ancorché scomparsi, andiamo alla ricerca del carattere ‘orfico’ della liricità poetica, della bellezza onirica dell’arte, della purificazione iniziatica dell’anima, non meno del Mito che lo contempla? Ciò, per quanto l’autore non sembri in cerca di risposte ma di affermazioni, richiama alla nostra attenzione la necessaria discesa agli inferi che dobbiamo intraprendere per il suo raggiungimento.

Possiamo noi, in quanto neofiti, affermare con Mario Nicolao di essere seguaci, nonché oscuramente sibillini, di quel movimento poetico afferente all’Oscurità orfica che fin dall’antichità impone la sua presenza in molta produzione letteraria contemporanea, in cui annaspiamo al pari di clandestini in cerca di un approdo che non ci è dato? Siamo davanti alla mutazione dell’orfismo della parola, caratterizzata dalla dottrina della metempsicosi e da riti per la purificazione dell’anima riservati non più solo agli iniziati che nell’antica Grecia sceglievano (e/o erano scelti) nell’orphne la via da seguire; bensì alla copiosa ‘Oscurità orfica’ dei nostri giorni.

Numerosi sono gli esempi di riferimento ‘colto’ che l’autore raccoglie nelle pagine del libro, nei quali Thanatos (potenza ctonia degli inferi) interferisce fra vita e immortalità, come sempre sarà «..nel rapporto prima positivo poi negativo con l’amore … a causa della morte.» Ciò, per quanto l’amore, come la morte, ha molte sfaccettature diverse, si riveste di molteplici maschere, è soggetta a numerose interpretazioni che, pur tuttavia non dissimula, non occulta la fine che incombe, di cui è ‘oscura’ portatrice.

Quale fosse l’oscuro ‘sibillino’ sentire di Stéphane Mallarmé, o di Marcel Proust, di Marina Cvetaeva o di Mario Richter e Tommaso Landolfi, tutti autori ‘interpreti’ di questo libro, le cui opere Mario Nicolao scandaglia fin nel profondo nell’intento di svelarne il segreto fluire poetico, sotto l’egida landolfiana: «Nulla significare, nulla dire», permette a noi lettori di inoltrarci in quel ‘mondo profondo’ che attraversa tutta la letteratura del Novecento e che giunge fino ai nostri giorni. Tant’è che
viene da chiedersi perché non Boudelaire e tutti i ‘poeti maledetti’; perché non Bulgakov e Pirandello e/o Leopardi, perché non tanti altri … (?)

Ma questo non vuole essere un compendio di nomi da includere in una lista, bene ha fatto l’autore a limitare il campo di ricerca all’interno di un progetto letterario la cui intenzione precipua è quella di: “..avvicinarci al senso dell'Orfismo e di svelare la presenza dell’Oscurità orfica nella scrittura poetica del Novecento”; «Su cosa davvero cercavano i Greci (e dopo di loro gli altri popoli che vi hanno fatto riferimento per secoli)»; o del perché noi ancora oggi torniamo soventi al mito di Orfeo, non è dato sapere. Di certo facendo ad esso rirferimento, s'apre davanti a noi un futuro aspro che fin sulla soglia denota un oscuro sopito silenzio di morte.

Di quali accordi – mi chiedo – noi (scrittori e poeti) instancabili cercatori d'oro e di perle, di muse e d'eroi, di meraviglie già viste, consumate fino allo stremo, che abbiamo ighiottito finanche le parole, fermate sul liminare del tempo, andiamo alla ricerca? Mario Nicolao ci rammenta, in esergo, che «Il mito è ciò che non è mai avvenuto ma è sempre», a cui aggiunge a mo’ di postilla: «Orfeo , il cantore privilegiato e solitario, (è) il vero e proprio archetipo della poesia lirica occidentale»,

e che noi, in limine, siamo i suoi sudditi.


L'autore:
Mario Nicolao, nato a Pesaro, ha vissuto tra Milano, Parigi e Genova. Oltre a due libri di poesie, Carte perse e Falso Haiku, ha scritto con Vincenzo Consolo Il viaggio di Odisseo e con Aldo Buzzi Lettere sulbrodo. Ha pubblicato saggi su Tommaso Landolfi, Richard Burns, Stéphane Mallarmé, Marcel Proust e soprattutto sul poeta siriano Adonis di cui ha curato diversi libri narrativi.






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- Poesia

’Edeniche’ - raccolta poetica di Flavio Ermini

“Edeniche” - Configurazioni del principio – Raccolta poetica di Flavio Ermini - Moretti & Vitali Edit. 2019

"Prolegomeni alla ricerca del ‘mito’ perduto", Introduzione critica di Giorgio Mancinelli.

Nella concezione poetica di Flavio Ermini, autore di ‘Edeniche’, difficilmente si arriverebbe a una ‘dismissione del mito’ così come è giunto a noi contemporanei, per quanto gli effetti della sua ‘caduta’ si dimostrino oggi irreversibili, privata com’è della tesi che l’ha sostenuta fin dall’origine. Tesi che, dapprima Kant poi Jung e Kerényi hanno posto in evidenza, in quanto rappresentazione dell’inconscio collettivo primordiale, come “creazione mitica del pensiero umano”, d’appartenenza specifica alla sfera della psiche. Una ‘dismissione’ dubbia che pure c’è stata, e di cui oggi si tende a sminuire l’importanza, malgrado volenti e/o nolenti, non riusciamo ancora a fare a meno della ‘prestanza creatrice del mito’ che, come già Hegel a sua volta ha dimostrato, si palesa come essenza di “pura disciplina fenomenologica dello spirito”:

«non ha fondamento né gravità l’antro dei cieli / discosto com’è dal fuoco al pari del mondo abitato / che dalle acque creaturali viene circoscritto / per quanto non si tratti che di assecondare la caduta / consentendo così alle residue forze relittuali / di protendersi una volta ancora verso il principio / […] desituandoci dalle nostre abitudini cognitive / per esporci all’assoluto contrasto che si afferma / nel secondo principio di ascensione al cielo / […] nel varcare con reticenza il limite che ci separa / dalla superficie celeste dell’ultima terra / con la segreta illusione di rivelarne la natura».

Non mi è dato conoscere quanto consapevolmente ogni singolo autore citato, e lo stesso Flavio Ermini, “nel fondare il mondo sulla ragione”, abbiano visto negli effetti della ‘caduta edenica’, la perdita delle forme archetipe della psiche, attraverso le quali lo spirito umano pure s’innalza verso il sapere assoluto. Di fatto, con la compiuta ‘dismissione’ della pregressa mitologia senza uno scopo definito, seppure sostituita per ciò che riguarda l’attualità da nuovi ‘déi ed eroi’ di recente conio e piuttosto avulsi da virtù etiche ed estetiche “quale testimonianza dell’oscurità che si cela / nell’impreciso vuoto del presente”, si è creato un ‘nulla prepositivo’ nella conoscenza collettiva di non facile riempimento psicologico, che sta portando a uno sconvolgimento profondo di tipo esperienziale, pari quasi al trauma ‘immemore’ del Diluvio che in illo tempore sconvolse la terra:

«a causa dell’ostinato levarsi delle tenebre / se non proprio dell’annientamento cui porta l’apparire / sempre di nuovo si ripete l’ascensione al cielo / in omaggio al divenire che in terra si distende / sullo sfondo originario cui l’umano si sottrae / mettendo a soqquadro anche il sacro recinto / […] dove opera ogni notte un rivolgimento natale / l’incerta creatura da poco tempo generata / per la cui sacralità viene un mortale a garantire / in virtù della pietra e di un impossibile assentire».

Grandiosa l’immagine del ‘sacro recinto’ edenico, e della causa che ha portato alla dismissione dell’umana creatura da esso, in cui: «‘la terrena sostanza del giardino’ porta all’incompiutezza il graduale sottrarsi alle stagioni / che improntano senza posa il nostro incerto cammino / attraverso i gradini del tempo fino all’atemporalità / che diventa ostile alla terrena sostanza del giardino / rendendo inadeguato il consacrarsi al cielo della luce / così come il situarsi ai lati di una penosa dissoluzione / che (di fatto) mortifica l’essere umano per la vita che gli resta».

Nondimeno, nelle diverse sezioni autonome che distinguono questa silloge poetica al pari di un ‘unico lungo poema’, ritroviamo più o meno definiti tutti quei valori che il poetare si concede di trasformare in verso descrittivo, in cui si ravvisa una trama che non stento a definire ‘tragica’, se non ipotizzando una sorta di riabilitazione ‘al momento non formulabile’, che arresti il tempo della ‘caduta edenica’, in una sospensione a noi necessaria per ovviare quella ‘dismissione mitologica’ che pure fin qui ci ha accompagnati, «..se non ipotizzando l’aiuto delle ali», di nuove ali che ci permettano di tornare a volare:

«non l’interezza è all’origine del nostro apparire / ma un grido che ai viventi l’indiviso sottrae / quando è su loro impresso il marchio dell’obbedienza / anche se altro non fanno che sfuggire all’esilio / votati come sono all’illusoria condivisione della verità […] in collisione con l’orizzonte che lontano si configura / e con dolore fa pensare a molti uomini in catene […] nella relazione che i differenti mantiene separati / per un tempo che potrebbe anche essere indefinito / … il cui ‘paradiso perduto’ / rappresenta l’ultima luce per i mortali / spinti come sono verso la prima essenzialità / che nell’antiterra riconosce … / l’insopprimibile incedere di forze discordanti».

Per quanto il sottotitolo avverta trattarsi di ‘configurazioni del principio’, «nel carattere albale di vaghe sembianze», si ravvisa, almeno nelle intenzioni, un plausibile riferimento alla perdita delle ali da parte degli angeli caduti che ritroviamo sparpagliate un po’ dovunque. In ogni luogo dove, in contrasto con gli spostamenti tumultuosi che la ‘caduta’ dei corpi, al pari di meteore impazzite, di per sé conduce, si è ceduto a quella ‘pietas’ umana e divina insieme, atta a conservarne le spoglie e la memoria. È in questo senso che in “Edeniche” ogni locuzione va letta e ponderata a fronte di una forma poetizzante della trasformazione ‘divina’ dell’umano sentire:

‘la forma perfetta dei cieli’ (*)

nel carattere albale di vaghe sembianze
proprie dello spirito che bagna la terra
dove soffre ogni pena l’umano che appare
è nota da tempo la compostezza dei morti
pur se occultata sulla linea di faglia
del moto affannoso di chi ancora vive
ignaro della forma perfetta dei cieli

Ma noi non possiamo dismettere l’idea di una possibile intesa tra gli umani, propensi come siamo all’affrancamento della pena giustamente/ingiustamente inflitta, semplicemente perché non ci è concesso dalla violenza delle necessità cui siamo sottoposti, onde per cui ‘il cantiere dell’uomo’ “nell’atto di sottrarsi all’apparenza”, rimane attivo “per bandire il vuoto dal giardino”:

‘il cantiere dell’uomo’ (*)

ha voci ovunque il cantiere dell’uomo
nel richiamare alla mente la casa natale
che spinge l’esule a uno stato di sconforto
in quanto elemento destinato alla fine
mentre più inerte si va facendo il preumano
per l’estendersi del male tra le forze discordanti
la cui violenza impedisce al giusto di tornare
privo di ali com’è alla volta del regno

Il presupposto di un ‘giardino indiviso’ appositamente creato da Flavio Ermini per questa silloge, riflette di una sorta di sovrapposizione architettonica tipica della costruzione spaziale della torre di Babele, di cui narra la Bibbia nel libro della Genesi, in cui l’uomo, nel tentativo di recuperare l’Eden perduto: “..volendo costituirsi quale superamento dell’illusoria preminenza sul mondo che lo circonda”, smarrisce definitivamente la propria dimensione (umana), per entrare «..nell’imperfetta sua aderenza al pietroso crinale / per un altissimo grado di estraneità alle tenebre»:

‘la parte indivisa del giardino’ (*)

nel crepuscolo cui guardiamo con molta apprensione
perdono vigore i corpi cadendo su rovi inospitali
e su se stessi si piegano e con l’uomo ancora cadono
perché la luce è così fioca da spegnersi d’un tratto
legata com’è alla parte indivisa del giardino

Scrive Kerényi (*): «Non si tratta qui di ‘spiegare’ il mito con un aspetto più o meno patologico della vita psichica di un individuo, ma di constatare come un tema mitologico altro non sia che l’espressione concreta di una struttura intemporale dell’inconscio umano». In altri termini, a differenza dell’intendimento della scuola psicoanalitica classica, «..la psicologia non è impegnata a ‘ridurre’ il mito a espressione di uno stato psicopatologico riccorente nell’uomo antico e moderno, ma tenta di mostrare come nella natura puramente formale dell’inconscio, si possano reperire le matrici universali dei temi mitologici che per la vastità e l’intensità del loro ricorrere debbono a ragione essere chiamati universali».

«L’autentica mitologia – scrive ancora Kerényi – ci è diventata talmente estranea che noi, prima di gustarla, vogliamo fermarci a riflettere [...]. Noi abbiamo perduto l’accesso immediato alle grandi realtà del mondo spirituale – ed a queste appartiene tutto ciò che vi è di autenticamente mitologico –, l’abbiamo perduto anche a causa del nostro spirito scientifico fin troppo pronto ad aiutarci e fin troppo ricco in mezzi ausiliari. Esso ci aveva spiegato la bevanda nel calice, in modo che noi, meglio dei bravi bevitori antichi, sapevamo già che cosa c’era dentro».

‘il giardino conteso’ (*)

su questa terra palmo a palmo depredata
implacabilmente il tempo ci aggredisce
in un devastante potere di annientamento
tumulandoci sotto strati spessi di macerie
che l’epoca sottrae alle aule del cielo
nel far sì che l’umano essere sia sostituito
da un susseguirsi ininterrotto di simulazioni
[…]
da ‘la tomba guerriera’ (*)
come accade alle rose sulla tomba guerriera
nel fare spazio a figure d’indefinibili forme
al cospetto di un chiaro verdetto di condanna

«Per Jung (*), l’immagine archetipica (il mito) non è l’archetipo, ma il prodotto del suo incessante operare. Spetta allo psicologo individuare la struttura formale che genera le infinite immagini che sorgono dall’inconscio, tentando di separare “ciò che compete all’operare della forma e ciò che compete al materiale investito da tale forza strutturatrice (percezioni, ricordi, contenuti mnestici sepolti e persino concrezioni complessuali)”. […] D’altra parte, il fatto che i motivi mitologici fino ad oggi venivano trattati abitualmente in campi di studio diversi e separati, come la filologia, l’etnologia, la storia culturale e la storia comparata delle religioni, non ha favorito molto il riconoscimento della loro universalità».

Scrive D. Verard(*):

«A guidare i due studiosi Jung e Kerényi è la medesima convinzione: secondo la quale lo spirito scientifico moderno ha privato l’uomo delle sue reali capacità di comprendere pienamente la realtà. D’altronde, come Jung ha modo di precisare in numerosi luoghi della sua opera scientifica, è la separazione tra esperienza interiore ed osservazione scientifica, frutto della nascita dello spirito scientifico moderno, ad aver prodotto quella dicotomia tra mondo interiore e mondo esteriore che, per lo psicologo, equivale alla “perdita dell’anima”».

«Noi preferiamo le vie tortuose per arrivare alla verità» – scrive Nietzsche (*) – una frase che Flavio Ermini sembra aver fatto propria, se non fosse per quel sottotitolo più che mai ponderato, che avverte il lettore: trattasi di ‘configurazioni’, cioè, morfologie di forme archetipe intrinseche nella natura, nonchè da rappresentazioni di figure umane, entrambe recuperate dalla memoria collettiva. Una tortuosità visualizzata in immagini ‘di non facile lettura’, (e non poteva essere altrimenti), e che s’avvale di una simbologia dotta tutta da scoprire, che “..non rinuncia al desiderio di tornare / agli stadi periferici dell’esperienza / […] all’insipienza della vita terrena / quando la spada del divino s’impone / con il flusso vorticoso del tempo / all’inerte cammino che porta alla fine”.

“Un altissimo grado di estraneità alle tenebre”, scrive ancora Flavio Ermini in un passo elucubrativo, in cui “prelude al pianissimo di un lamento il dolore”, così intenso da rasentare il silenzio “che non ama farsi udire così come in terra / non s’odono i morti incedere sul selciato / tanto che la verità può rendersi manifesta / solo in quanto simulacro del primissimo inizio”.

Ma non c’è dato sapere dove tutto ha avuto inizio: “vano fin dal principio è l’uso delle ali / nelle cavità malamente scavate dai fratelli / e impone di assentire alla crudeltà della vita / nell’incessante perpetuarsi di un destino di morte / giorno per giorno testimoniato dall’uomo in catene / che affida agli immemori la custodia della terra”…

Impetuoso l’oceano sconfinato che circonda la rupe all’estremità del mondo, dove Prometeo in catene s’abbandona al moto silenzioso delle stelle, per un viaggio interiore dei primordi che richiama la memoria volontaria degli spiriti ancestrali a dar luogo alla condizione esistenziale umana sulla terra: “significazione temporale che ci separa da una minaccia o una promessa nella rara elargizione di follia cosciente” (*) che riscontriamo in noi nell’incedere alla vita, nella lotta costante del progresso e della libertà che ci è cara, quale archetipo/metafora del pensiero umano … “che danza nel silenzio e nel mistero”.

‘le terre delle pietre d’onda’ (*)
dà senso e forma al nostro esserci questo errare
sulle terre via via emerse tra le pietre d’onda
alla ricerca di un rifugio contro le illusioni
cui l’umana avventura induce nell’oscillazione
tra presenza e assenza in una sorta di estinzione
che appare incessante davanti alla dimora
della quale riconosciamo il vero fondamento
unicamente negli strati periferici del vuoto.


L’autore:

Flavio Ermini, poeta, narratore e saggista, dirige la rivista di poesia e critica letteraria “Anterem” dal 1976, dopo aver ricoperto importanti ruoli editoriali presso Mondadori, è oggi consulente di varie case editrici. Collaborazioni e partecipazioni a seminari e convegni in molte istituzioni accademiche italiane e straniere ne fanno una eccellenza nel settore dell’editoria, al quale si deve l’annuale “Premio Lorenzo Montano” e numerose collane nell’ambito della ‘poesia’ e la ‘saggistica’, tra le quali “Narrazioni della conoscenza” per i titoli della Moretti&Vitali.

Collabora, inoltre, all’attività culturale degli “Amici della Scala” di Milano.

Tra le sue pubblicazioni: ‘Poema n. 10. Tra pensiero e poesia’, (poesia 2001; edito in Francia nel 2007 da Champ Social), ‘Il compito terreno dei mortali’ (poesia, 2010; edito in Francia nel 2012 da Lucie Éditions), ‘Il matrimonio del cielo con la terra’ (saggio e poesia, 2010), ‘Il secondo bene’ (saggio, 2012), ‘Essere il nemico’ (pamphlet, 2013), ‘Rilke e la natura dell’oscurità’ (saggio, 2015), ‘Il giardino conteso’ (*) (saggio di poesia, 2016), ‘Della fine’ (*) (prosa poetica, 2016).


(*) titoli recensiti da Giorgio Mancinelli sul sito www.larecherche.it

Sitografia:
ANTEREM – Rivista di Ricerca Letteraria: www.anteremedizioni.it
Premio Lorenzo Montano: premio.montano@antermedizioni.it

Note:
Tutti i corsivi inclusi e le citazioni poetiche sono di Flavio Ermini, tratte da “Edeniche – Configurazioni del principio” – Moretti & Vitali Editori 2019.

Per gli altri autori di riferimento:
(*) Kàroly Kérenyi, “Nel Labirinto”, Bollati-Boringhieri 1983
(*) Carl Gustav Jung, Kàroly Kérenyi, “Prolegomeni Allo Studio Scientifico Della Mitologia” - Bollati-Boringhieri 1999.
(*) Verard D. in “L’albero filosofico. C.G. Jung e il simbolismo alchemico rinascimentale”, Psychofenia, 21, 2009. (cit. “Prolegomeni Allo Studio Scientifico Della Mitologia”).
(*) Friedrich Nietzsche – “Ecce Homo”, Adelphi 1991.
(*) Vittorino Andreoli ,”Il potere del silenzio”, Ediz. Corriere della Sera 2019.

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- Cinema

CinEuropa News - prossimamente al cinema.

CINEUROPA NEWS

Ferzan Ozpetek sul set per 'La Dea Fortuna'
Articolo di Camillo De Marco.

24/06/2019 - Stefano Accorsi, Edoardo Leo e Jasmine Trinca sono i protagonisti del nuovo film che il regista sta girando tra Roma e Palermo. Producono R&C, Faros e Warner
Nella foto la squadra di La Dea Fortuna sul set.

Ferzan Ozpetek è attualmente su set per le riprese del suo nuovo film dal titolo La Dea Fortuna, per il quale il regista turco naturalizzato italiano ha voluto ancora Stefano Accorsi - protagonista de Le fate ignoranti nel 2001 e Saturno contro nel 2007 - affiancato questa volta da Edoardo Leo e Jasmine Trinca.
Nel cast anche Filippo Nigro e la fedele Serra Yilmaz. Iniziate il 15 maggio, le riprese con la fotografia di Gianfilippo Corticelli si concluderanno a metà luglio e si svolgeranno tra Roma e Palermo. Nei giorni scorsi Ozpetek ha condiviso un post su Instagram con un selfie di tutto il cast.
Scritto dal regista con Silvia Ranfagni e Gianni Romoli (quest'ultimo collaboratore di Ozpetek dai tempi de Le fate ignoranti), La Dea Fortuna racconta di Alessandro e Arturo, coppia legata da più di 15 anni ma ormai in crisi. L’improvviso arrivo nelle loro vite di due bambini lasciati in custodia per qualche giorno dalla migliore amica di Alessandro, potrebbe però dare un’insperata svolta alla loro stanca routine. La soluzione sarà un gesto folle. "Ma d’altronde l’amore è uno stato di piacevole follia", si legge nelle note di produzione.
La scenografia del film è di Giulia Busnengo, i costumi di Monica Gaetani e Alessandro Lai. Le musiche saranno firmate ancora da Pasquale Catalano mentre il montaggio sarà realizzato da Pietro Morana. Producono come sempre di Tilde Corsi e Gianni Romoli per R&C Produzioni con Faros Film e Warner Bros. Ent. Italia. Il film uscirà in Italia il prossimo novembre con Warner Bros. Pictures ed è venduto da True Colours, che lo ha proposto nel proprio listino già al Marché du Film di Cannes a maggio (leggi la news).

Il 'Martin Eden' di Pietro Marcello è in post-produzione
Articolo di Camillo De Marco.

27/06/2019 - La libera trasposizione del romanzo di Jack London è una coproduzione Avventurosa, IBC Movie, Match Factory, Shellac Sud. La data di uscita film conferma la presenza del film alla Mostra di Venezia.

Molto attesa l'opera seconda di Pietro Marcello, Martin Eden, attualmente in post-produzione, che molto probabilmente sarà presente nella selezione della Mostra di Venezia 2019. Con i suoi documentari prima (soprattutto La bocca del lupo [+], vincitore del Torino Film Festival nel 2009) e poi con l'opera prima Bella e perduta [+] (premiato dalla giuria dei giovani a Locarno 2015), Marcello si è accreditato come uno dei giovani registi più dotati, indipendenti e visionari del panorama italiano attuale.
La sua seconda prova al lungometraggio di finzione suscita curiosità per il tema, una libera trasposizione del celeberrimo romanzo di Jack London, e la presenza di un attore straordinariamente versatile e talentuoso come Luca Marinelli. Il delegato generale del Festival di Cannes Thierry Frémaux avrebbe voluto il film sulla Croisette: "Ho parlato molto con Pietro Marcello del suo Martin Eden, che è il mio libro preferito. Non vedo l’ora di vederlo in autunno”, aveva dichiarato a maggio in un'intervista ad un quotidiano italiano.
Ambientato in una città portuale ideale alla fine del secolo scorso, il Martin Eden di Pietro Marcello è un archetipo che viene reso e trasposto attraverso il congegno della fiaba. "Come i personaggi di Amleto e Faust, Martin Eden è un po' il fallimento dell'eroe", aveva spiegato a Cineuropa poco prima delle riprese il regista, che ha scritto la sceneggiatura assieme a Maurizio Braucci (La paranza dei bambini, L'intrusa tra le sue più recenti collaborazioni). "Abbiamo trasposto il romanzo nella società contemporanea, in una storia che attraversa le epoche".
Per Pietro Marcello nel film "c'è il tradimento della classe di appartenenza", un tema che ci riporta al cinema di Ken Loach e di Jean-Pierre e Luc Dardenne, che definiscono un ordine economico odierno che punta ad un indebolimento dei diritti e spinge ad una disperata guerra tra i lavoratori stessi.
Nel cast, accanto a Marinelli appaiono Marco Leonardi, Vincenzo Nemolato, Rinat Khismatouline, Pietro Ragusa, Aniello Arena, Lana Vlady, Jessica Cressy, Carlo Cecchi. La fotografia è di Francesco di Giacomo e Alessandro Abate, il montaggio di Fabrizio Federico e Aline Hervé. Luca Servino è accreditato per la scenografia e Andrea Cavalletto per i costumi. Marco Messina e Sacha Ricci curano le musiche del film.
Martin Eden è una coproduzione Italia/Germania/Francia tra Avventurosa, la società del regista, IBC Movie, Match Factory Productions, Shellac Sud e Rai Cinema, con il contributo del MiBAC. The Match Factory cura le vendite internazionali. 01 Distribution ha già diffuso il giorno di uscita in Italia, il 4 settembre, una data che conferma la presenza del film a Venezia.

Fine riprese per 'Si muore solo da vivi'
Articolo di Vittoria Scarpa

25/06/2019 - Il lungometraggio d’esordio di Alberto Rizzi ha come sfondo il terremoto in Emilia del 2012, con protagonisti Alessandro Roja e Alessandra Mastronardi. Produce K+
Si sono concluse a Gualtieri (Reggio Emilia) le riprese di Si muore solo da vivi, primo lungometraggio di Alberto Rizzi, già drammaturgo, regista teatrale e autore di cortometraggi. Scritto dal regista con Marco Pettenello (Io sono Li, Zoran, il mio nipote scemo, Finché c’è prosecco c’è speranza), il film si preannuncia una commedia romantica piena di colori e sentimenti, sullo sfondo del terremoto in Emilia del 2012, con protagonisti Alessandro Roja (visto di recente al cinema in Ma cosa ci dice il cervello e in tv ne La compagnia del cigno) e Alessandra Mastronardi (tra i suoi ultimi lavori, L’agenzia dei bugiardi [+] e la serie tv I Medici - Lorenzo il Magnifico).

'Si muore solo da vivi' ruota attorno a Orlando, che ha tutta l'aria del perdente: a quarant'anni vive alla giornata sulle sponde del Po, pigro, solitario e sulla via della resa. Finché il terremoto del 2012 non lo costringerà a rimettersi in gioco, tra nipoti a cui badare, una band da rimettere in piedi e soprattutto un grande amore, Chiara, che si riaffaccia dal passato.
“Partendo da un evento drammatico come il sisma che ha colpito l’Emilia”, spiega il regista, “ho voluto realizzare, con profondità e leggerezza, un omaggio alla forza di questa terra e della sua gente: una commedia sulle seconde occasioni, ambientata in un mondo di musicisti di provincia, pescatori e balere color zafferano”.
Nel cast, tra gli altri, anche Neri Marcorè, Francesco Pannofino, Ugo Pagliai e Amanda Lear.
'Si muore solo da vivi' è prodotto da Nicola Fedrigoni e Valentina Zanella per K+ (già dietro Finché c’è prosecco c’è speranza), con il sostegno di Emilia Romagna Film Commission e Mantova Film Commission.

Alessandro Rossetto torna con 'Effetto domino'
Articolo di Camillo De Marco

21/06/2019 - Il business della terza età è al centro dell'opera seconda di fiction del documentarista veneto Alessandro Rossetto, che si era rivelato con Piccola Patria nel 2014
Dopo l'ottimo esordio al lungometraggio di finzione nel 2014 con Piccola Patria [+], presentato in Orizzonti alla Mostra di Venezia, il documentarista Alessandro Rossetto è tornato dietro alla macchina da presa per la sua opera seconda 'Effetto domino'.
Attualmente in postproduzione con il montaggio affidato a Jacopo Quadri, il film è tratto dal romanzo omonimo dello scrittore padovano Romolo Bugaro, che racconta di un gruppo di persone coinvolte in un enorme investimento edilizio, nel bel mezzo del Nord Est italiano. Una banca decide di bloccare quel progetto ormai avviato e di conseguenza imprese edili, consulenti, fornitori, semplici camionisti si arrendono e crollano, uno dopo l’altro con l'effetto domino del titolo, per aver confidato ognuno nel proprio committente. Nel libro si trattava della costruzione di una “new town”, nel film si punta sul "business della terza età", trasformando 20 enormi alberghi abbandonati (che si trovano realmente tra Abano, Montegrotto e Galzignano) in residenze per anziani ricchi, per vivere gli ultimi anni in un contesto esclusivo e tecnologico.
"Il romanzo mi aveva colpito anche per la sua struttura, che ha ispirato la sceneggiatura scritta in capitoli con Caterina Serra", ha spiegato il regista. "Era il racconto ideale per rischiare e sperimentare forme narrative nuove da quelle di Piccola patria anche se c’è una continuità tra i due film. I personaggi hanno la medesima provenienza: è come se si fossero evoluti per diventare i protagonisti di questa nuova storia". Rossetto si è affidato nuovamente a molti degli attori scelti per la sua opera prima: Diego Ribon e Mirko Artuso nei panni del costruttore e del geometra del progetto edilizio, Maria Roveran e Roberta Da Soller nel ruolo delle figlie dell'imprenditore edilizio e Nicoletta Maragno in quello della moglie. Lucia Mascino sarà il personaggio-chiave del dirigente bancario (nel libro di Bugaro era un uomo).
Prodotto da Francesco Bonsembiante per Jolefilm con Rai Cinema e con il sostegno di IDM Südtirol – Alto Adige Film Fund & Commission, Effetto domino potrebbe puntare alla selezione in un festival internazionale come Venezia.

Globi d’Oro: Il traditore eletto miglior film
Articolo di Vittoria Scarpa.

20/06/2019 - Assegnati i 59mi premi della stampa straniera in Italia. Jasmine Trinca e Alessandro Borghi migliori interpreti, Bangla è la miglior opera prima
È Il traditore [+] di Marco Bellocchio il miglior film dell’anno secondo la stampa straniera in Italia. La pellicola con protagonista Pierfrancesco Favino nei panni del mafioso poi collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, si è aggiudicata il Globo d’Oro più importante, ieri sera alla cerimonia di premiazione ospitata a Villa Wolkonsky, residenza dell’ambasciatore britannico. “Incentrato su un personaggio altamente drammatico”, è la motivazione dei giornalisti dell’Associazione della stampa estera in Italia che assegnano il premio, “il film ne ricostruisce dall'interno, in modo coinvolgente e seduttivo la tormentata psicologia”, grazie alla capacità del regista di passare “magistralmente dalla cronaca minuziosa dei fatti e dei delitti di mafia visti nella loro cruda realtà, alla teatralità del maxi processo, alla dimensione onirica del protagonista senza mai rinunciare alla sua visione etica del mondo”. A Il traditore va anche il Globo per la miglior musica, firmata da Nicola Piovani.

Come miglior opera prima è stata eletta la pellicola di e con Phaim Bhuiyan, Bangla [+], “un'opera che aiuta l'integrazione reciproca di un Paese che oramai è sempre più multiculturale”, mentre i Globi dei migliori interpreti sono stati assegnati a Jasmine Trinca, per la sua interpretazione in Croce e delizia [+] di Simone Godano, dove l’attrice “conferma la sua bravura, rivelando di avere anche i tempi comici”, e ad Alessandro Borghi per la sua drammatica performance in Sulla mia pelle [+] che lo rende, secondo i giornalisti stranieri, “un attore che ha tutte le carte per una svolta internazionale”. Il film sulla tragica vicenda di Stefano Cucchi è stato premiato anche per la miglior sceneggiatura, scritta da Alessandro Cremonini e Lisa Nur Sultan.

Si segnala inoltre la miglior fotografia, opera di Daria D'Antonio, riconosciuta a Ricordi? di Valerio Mieli, il nuovo Globo per la miglior serie tv attribuito a Il nome della rosa guidata da Giacomo Battiato, e il Globo per il miglior documentario aggiudicato a Butterfly di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman. Olmo di Davide Calvaresi è il miglior corto.

Infine, come già preannunciato, sono stati consegnati il Premio giovane promessa a Ludovica Nasti, giovane e talentuosa protagonista della serie tv L'amica geniale, e il Premio alla carriera a Franco Nero e Vanessa Redgrave.
I vincitori dei Globi d’oro 2019:
Miglior film
Il traditore - Marco Bellocchio (Italia/Francia/Germania/Brasile)
Miglior opera prima
Bangla - Phaim Bhuiyan
Miglior attrice
Jasmine Trinca - Croce e delizia
Miglior attore
Alessandro Borghi - Sulla mia pelle
Miglior fotografia
Ricordi? - Daria D'Antonio (Italia/Francia)
Miglior serie tv
Il nome della rosa - Giacomo Battiato
Miglior musica
Nicola Piovani - Il traditore
Miglior sceneggiatura
Sulla mia pelle - Alessio Cremonini, Lisa Nur Sultan
Miglior documentario
Butterfly - Alessandro Cassigoli, Casey Kauffman
Miglior corto
Olmo - Davide Calvaresi
Premio giovane promessa
Ludovica Nasti - L'amica geniale
Premio alla carriera
Franco Nero
Vanessa Redgrave

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- Filosofia

Popsophia - Filosofia del Contemporaneo


POPSOPHIA 2019
Filosofia del Contemporaneo

"É GIÀ IERI"
ON-LINE IL PROGRAMMA DELL'EDIZIONE DI PESARO 2019

“Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta,
dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte,
e non ci sarà in essa mai niente di nuovo”
F. Nietzsche
“E’ già ieri” è il tema di Popsophia a Pesaro dal 4 al 6 luglio 2019: l’eterno ritorno del sempre uguale. I fenomeni della cultura di massa contemporanea riproducono costantemente cose già viste e già sentite. L’immaginario pop – dai revival musicali ai remake cinematografici, dalle politiche reazionarie alle mode retrò – ci traghetta in un paradossale futuro-passato.
Nel corso della tre giorni, il festival rifletterà con due Philoshow, spettacoli filosofico musicali e prodotti distintivi della rassegna, incentrati sull'eterno ritorno dei Beatles e sul cosa è rimasto di Woodstock, a cinquant'anni dal concerto che stravolse il rock. Ma in programma ci sarà pure un tributo ai novanta di Sergio Leone e alla sconvolgente contemporaneità della serie televisiva già cult “Black Mirror”, con il pubblico che sarà tutt'altro che spettatore silente.
Il nostro ragionare prende forma giovedì 4 luglio, alle 18, al cortile di Palazzo Mosca, dove inaugureremo “E' già ieri” con i saluti di apertura. Alle 18.30 c'è una doppia lectio pop. La prima conUmberto Curi che riflette su “Il circolo del tempo” e il suo eterno ritorno alla Nietzsche. Poi Nicla Vassallo interviene sull'eterno ritorno dell'ignoranza, fantasma che si profila con insistenza sul mondo contemporaneo. Al termine condivideremo un calice di vino con la Cantina Colonnara e Pisaurum. Alle 21.30, per POPism, il caporedattore del TGR Rai Maurizio Blasi racconta l'esperienza del giornalismo della nostra regione, tra luoghi e storie delle Marche.
Alle 22 c'è una meditazione a partire da Black Mirror, con Andrea Colamedici e Maura Gancitano (Tlon) e la loro conferenza interattiva. Che verrà orientata dal pubblico presente e online.
Venerdì 5 luglio ripartiamo dal cortile di Palazzo Mosca alle 18.30 con Fabio Camilletti e “Il ritorno degli spettri”, figure di una simbologia che non è stata mai elaborata. Alle 19 parliamo di felicità con Ilaria Gaspari, che vede nelle scuole filosofiche antiche ricette utili per il presente. Concludiamo il pomeriggio con un brindisi (che rinnoveremo alle 23.30) per darci appuntamento poi alle 21 con i saluti di apertura in Piazza del Popolo e con Simone Regazzoni, alle 21.10. A lui il compito di introdurci al Philoshow delle 21.30 su “Yesterday - Ieri è arrivato improvvisamente. L'eterno ritorno dei Beatles”, spettacolo ideato e diretto da Lucrezia Ercoli, con l'intervento di Massimo Donà e l'ensemble musicale Factory. Alle 23 torniamo al cortile di Palazzo Mosca con i Tiratardi, dove Riccardo Dal Ferro fa un passaggio nei mitici anni Novanta.
Sabato 6 luglio l'apertura del cortile alle 18.30 è affidata a Cesare Catà, sul tempo e la perdita da Virginia Woolf e il film “A Star is Born”.
Alle 19 Andrea Minuz celebra Sergio Leone a novant'anni dalla nascita, salutandoci con un calice alle 19.30 (brinderemo anche alle 23.30). Alle 21.10, in Piazza del Popolo, Salvatore Patriarca introduce con il mito dell'eterna giovinezza il Philoshow delle 21.30, che si intitola “Paradise Lost - A cinquant'anni da Woodstock”. Con ospite Alessandro Alfieri. Un requiem di un mondo perduto. L'ultimo Tiratardi al cortile è alle 23 con Tommaso Ariemma e un viaggio nella filosofia degli anni Ottanta. Tutti gli ingressi sono gratuiti e la frequenza ha valore di aggiornamento per docenti (prenotazioni a info@popsophia.it).
“E' già ieri” è promosso dal Comune di Pesaro con la Regione Marche, organizzato dall'associazione culturale Popsophia con l'ideazione e la direzione artistica di Lucrezia Ercoli.www.popsophia.it
POPSOPHIA - Che cos'è la Pop Filosofia?
10.059 visualizzazioni 7 anni fa
Cosa si intende per "Popsophia"? Che significato hanno le serie tv, la pubblicità, la musica e i fumetti all'interno della società di massa contemporanea? Popsophia ha un unico obiettivo, quello di avvicinare il pensiero filosofico ai fenomeni di massa, costringendo la Filosofia ad indagare il Pop, e il Pop a raccontare la Filosofia. Montaggio a cura di Riccardo Minnucci e Lucrezia Ercoli.

Il video del primo appuntamento di Popsound "Il secondo sesso, la donna tra opera lirica e musica pop" al Teatro Annibal Caro di Civitanova Alta.
Il video finale del secondo appuntamento di Popsound, "Abbey Road, la filosofia dei Beatles e dei Rolling Stones", al Teatro Annibal Caro di Civitanova alta.
Popsound 2019 - "Rock Revolution, a cinquant'anni da Woodstock"
Il video dell'ultimo appuntamento di Popsound, "Rock Revolution, a cinquant'anni da Woodstock", che ha infiammato il Teatro Annibale Caro di Civitanova Alta, in compagnia del filosofo Alessandro Alfieri e delle performance musicali della band Factory.

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- Musica

Rita Marcotulli insignita dell’onoreficienza per la musica.

Rita Marcotulli riceve dal Presidente Mattarella l’onorificenza di Ufficiale della Repubblica Italiana

È una delle artiste italiane più illustri, e per i suoi innumerevoli meriti in ambito musicale il Presidente Sergio Mattarella le ha conferito l’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana: è Rita Marcotulli, pianista e compositrice di grande talento ed eleganza. Prima donna ad aver vinto un David di Donatello per la miglior colonna sonora (nel 2011, per “Basilicata coast to coast”), annovera tra gli altri suoi riconoscimenti il Ciak d’oro, il Nastro d’Argento e le due vittorie al Top Jazz della rivista Musica Jazz prima come miglior talento emergente e poi come miglior talento italiano.

Già ufficializzata, la prestigiosa nomina di Ufficiale della Repubblica Italiana sarà ulteriormente suggellata il 1 giugno al Quirinale con la sua partecipazione al ricevimento per la Festa della Repubblica.

Nel corso della sua carriera Rita Marcotulli è riuscita ad affermare il suo stile raffinato in numerosi progetti e generi musicali che l’hanno portata ad esibirsi in tutto il mondo con grandi artisti e nelle location più importanti a livello internazionale.
Memorabili i suoi concerti con Pino Daniele (è suo il pianoforte e alcuni arrangiamenti dell’album “Non calpestare i fiori nel deserto” vincitore di 8 dischi di platino e della Targa Tenco), Ambrogio Sparagna, la sua esibizione al Festival di Sanremo 1996 con Pat Metheny, il tour mondiale come membro del gruppo del celebre batterista statunitense Billy Cobham, la sua sapiente rilettura dei Pink Floyd con un grande ensemble tra cui Raiz e Fausto Mesolella, il live multimediale dedicato a Caravaggio presentato nel 2018 al Festival Umbria Jazz.

Nel 2013, è stata chiamata come membro della Giuria di qualità per la 63esima edizione del Festival di Sanremo.
In ambito jazz spiccano i progetti e le performance con Enrico Rava, Michel Portal, Javier Girotto, Jon Christensen, Palle Danielsson, Peter Erskine, Joe Henderson, Helène La Barrière, Joe Lovano, Kenny Wheeler, Norma Winston, Luciano Biondini, Charlie Mariano, Marilyn Mazur, Sal Nistico, Maria Pia De Vito. Per oltre 15 anni è stata membro del gruppo del sassofonista statunitense Dewey Redman - padre del noto sassofonista Joshua Redman - suonando in tutta Europa e in Sud America.

Tra le sue recenti collaborazioni troviamo Max Gazzè, Gino Paoli, Peppe Servillo, Noa, Massimo Ranieri, Claudio Baglioni e John De Leo. In ambito teatrale e cinematografico: Lella Costa, Chiara Caselli, Stefano Benni, Rocco Papaleo (per cui ha scritto le colonne sonore di “Basilicata coast to coast” e “Una piccola impresa meridionale”), Fabrizio Gifuni, Sonia Bergamasco, Gabriele Lavia, Paolo Briguglia, Daniele Formica, Michele Placido.
Nella sua discografia, oltre 25 album tra cui “Woman Next Door - Omaggio Truffaut”, che nel 1998 il magazine inglese The Guardian ha nominato miglior disco dell’anno, e l’ultimo di Giorgio Gaber “Io non mi sento italiano”.

L’ultimo, appena uscito, è il live “Yin e Yang” (ed. Cam Jazz) in duo con il batterista e vocalist messicano Israel Varela, che a sua volta annovera collaborazioni con Pat Metheny, Charlie Haden, Bireli lagrene, Diego Amador, Bob Mintzer, Mike Stern, Yo Yo Ma, Jorge Pardo. Per questo nuovo progetto, Rita Marcotulli sarà impegnata nei prossimi mesi in tour con un eccellente quartetto europeo formato dal noto bassista Michel Benita, il sassofonista britannico Andy Sheppard (vincitore di numerosi British Jazz Awards) e lo stesso Varela.

CONTATTI
Ufficio Stampa: Fiorenza Gherardi De Candei
tel. 328.1743236 email info@fiorenzagherardi.com





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- Società

Bla, bla, bla … Vincitori e vincitori, nessun perdente.

Bla, bla, bla … vincitori e vincitori, nessun perdente.

(Speciale elezioni 2019)

Vincitori e vincitori, chi più o chi meno, tutti hanno vinto, nel senso che chi ha stravinto è perché ha preso più voti; chi ha semplicemente vinto, non è perché ha preso meno voti, bensì perché ha sperperato i voti che erano suoi, facendo promesse in campagna elettorare che sapeva di non poter mantenere.

C’è poi chi non ha vinto, ma che non ha neppure perso (vaglielo a dire non lo ammetterà mai), poiché nessuno di quei Signori che occupano le poltrone del Parlamento perdono davvero qualcosa, semmai pensassero alla loro ‘reputazione’, ma di quella non gliene può fregare di meno.

Chi invece può dire veramente di aver perso Tempo e Denaro, siamo tutti noi che ce li abbiamo messi, ma come loro mai e poi mai lo ammetteremmo a noi stessi; e non certo per la loro stessa ragione, ma perché noi conosciamo la ‘vergogna’. Infatti siamo capaci di cambiare casacca (leggi partito) subito dopo le elezioni, allorché il nostro referente non rientri tra quelli vincenti o che hanno stravinto.

È quanto mai vero che all’occorrenza , siamo subito prenderci le nostre responsabilità (quando mai?), e facciamo esattamente come fece Pinocchietto, ve lo ricordate? Come no! È una storiella / conta in uso dei bambini, quando si voleva mettere alla berlina qualche compagno un poco ‘farfallone’ (per dire bugiardello).

Beh, se proprio non la conoscete, allora ve la racconto io:

“Pinocchietto alla stazione prende il treno e se ne va, prende l’ultimo vagone per non farsi canzonar”. Ovviamente ogni riferimento è puramente casuale (mica tanto). Tuttavia il problema resta, così come resta (nel senso di rimane) ognuno di quelli che se ne dovrebbero andare. Non certo perché hanno perso, anzi perché pur avendo preso meno voti, hanno vinto lo stesso.

Quelli che restano invece con un pugno di mosche in mano siamo tutti noi che dopo tante chiacchiere al vento, tante promesse impossibili affogate in un fiume di bugie, una indescrivibile arroganza puramente nazionale e tanta strafottenza internazionale, avevamo sperato che qualcosa alla fin fine cambiasse davvero. Macché, non ci rimane che sperare che almeno i nostri figli ‘emigrino’ andando in cerca di una società migliore.
E comunque, malgrado loro, saranno etichettati come ‘arroganti’, ‘imprevedibili bugiardi’, ‘insostenibili chiacchieroni’, ‘irriguardevoli improvvidi ’, ‘sconsiderevoli cialtroni’, sconvenienti pensatori di “io speriamo che me la cavo” e quant’altro.

E noi, noi mi chiedo, che restiamo a fare qui? Non ci rimane che una sola via di fuga verso quei paesi dove (sembra) ci aspettano per accoglierci a braccia aperte (ma quando mai?), e mandarli tutti quanti, senza escludere alcuno …

letteralmente a cagare.

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- Cinema

Cineuropa a Cannes

CANNES 2019
I professionisti del cinema a Cannes incoraggiano i cittadini a votare alle elezioni europee.

Le News di Cineuropa.
21/05/2019 - CANNES 2019: La Société des Réalisateurs de Films, European Film Academy, FERA e SAA uniscono le forze per lanciare un manifesto e un invito all'azione dal 23 al 26 maggio

Oggi, al 72° Festival di Cannes, i professionisti del cinema hanno partecipato alla presentazione di un manifesto per incoraggiare i cittadini a votare alle elezioni europee, che si svolgeranno tra pochi giorni, dal 23 al 26 maggio, in tutti gli Stati membri dell'Unione europea.
Redatto dalla Société des Réalisateurs de Films (SRF), organizzatrice della Quinzaine des Réalisateurs di Cannes, la European Film Academy (EFA), la Federation of European Film Directors (FERA) e la Society of Audiovisual Authors (SAA), il documento è un invito all’azione in quello che un momento decisivo per l’Unione europea.
La regista francese Céline Sciamma (che è anche in competizione per la Palma d'Oro di quest'anno con il suo nuovo film, Portrait de la jeune fille en feu), con il regista croata Hrvoje Hribar, alla presenza di diversi altri registi, ha letto il manifesto di fronte al Centre d'art La Malmaison, proprio accanto alle sedi principali del Festival di Cannes.
Gli 500 firmatari includono registi come Céline Sciamma, Wim Wenders, Agnieszka Holland, Miguel Gomes, Luc e Jean-Pierre Dardenne, Valeria Golino, Jacques Audiard, Susanne Bier, Pawel Pawlikowski, Julie Bertuccelli, Alan Parker, Costa-Gavras, Julie Delpy, Stephen Frears, Stellan Skarsgard, Ralph Fiennes, e molti altri.
Il manifesto:
L'Europa non è perfetta, è vero. A volte le rimproveriamo, e a ragione, di trascurare anima ed emozioni e di utilizzare una lingua che pochi di noi capiscono. Le rimproveriamo di non essere all'altezza delle crisi ecologiche, sociali e politiche che al giorno d’oggi l’attraversano, di non essere all'altezza del dramma dei rifugiati. Eppure, nonostante debolezze e fragilità, troviamo in essa anche umanità e bellezza. E ci sforziamo di descriverla con la delicatezza delle immagini e con un linguaggio più accessibile a tutte me genti che la compongono. E non dimentichiamo che l'Europa si è unita per la pace. Dai sei membri iniziali, si è allargata fino ad abbracciare 28 paesi, che formano un'unione unica e fonte di ispirazione per tutta l'umanità. Questa Unione si è fondata sul superamento delle frontiere, la libera circolazione, lo scambio, la fratellanza e la solidarietà, valori oggi minacciati da ogni parte, anche al suo interno. Ma questa è anche l'Unione della cultura, vera e propria ambizione per un'Europa in cui innovazione e creazione sono da sempre le colonne portanti. Un'Europa libera e democratica è anche un'Europa caratterizzata da libertà di pensiero e di espressione. È nostro dovere difenderla da estremismi e da mentalità retrograde, che tornano a diffondersi come la peste. Questo equilibrio così fragile, dobbiamo consolidarlo, migliorarlo, e opporci a quanti intendono indebolirlo con fratture e rinunce, cercando di sottrarvisi o di isolarsi. Alla domanda: come costruire un'Europa desiderabile, un'Europa in grado di riunire, un'Europa aperta che offra uno spazio di libertà e di pace? dobbiamo rispondere con l'impegno, guidando la lotta delle idee per evitare quella delle armi. Dal 23 al 26 maggio, in occasione delle elezioni europee, andremo a votare. È in gioco il nostro futuro comune, anzi il nostro stesso futuro.

LEGISLAZIONE Europa
I deputati europei approvano la riforma del copyright.

Articolo di Thierry Leclercq 27/03/2019 - Mettendo fine a più di due anni e mezzo di negoziati e di intensa lobbying, il Parlamento europeo ha approvato il 26 marzo a Strasburgo la direttiva che modernizza il diritto d'autore.

With 348 votes in favour of the text, 274 against and 36 abstentions, this directive is the product of an agreement reached between the European institutions at the end of their trialogue in mid-February. Its main aim is to strengthen the position of creators whose works are used by online platforms. All that remains is for the directive to be approved one last time by European ministers on 9 April – a mere formality –, after which member states will be granted two years to transpose the directive into national law.
The main change this law brings is to oblige online platforms to negotiate licensing agreements with the representatives of right holders; if the former don’t want to be held responsible for copyright infringements committed by their users, they will have to do everything in their power to prevent this scenario, either by obtaining the necessary authorisations or by withdrawing illegal content so as to prevent future breaches. For those opposed to the text, there aren’t many other options available to operators, other than installing an automatic content filter which will seriously limit freedom of expression online. The directive will, however, leave users free to share protected works in the context of quotations, criticism, opinion pieces, caricature, parody or pastiche. A further clause also allows greater flexibility for smaller platforms which are less than 3 years old, with under 5 million users per month and with a turnover below €10m.

So as to enhance the accessibility and visibility of European works on VOD platforms, the directive provides for a new negotiation mechanism which will ensure a more straightforward process for obtaining film and TV series exploitation licences. This will also apply to protected works which are no longer commercially available; institutions such as film libraries will be able to negotiate with collective rights management organisations or lay claim to copyright exceptions for uses relating to teaching, preservation or research. Under certain conditions, collective management organisations will also be permitted to conclude licencing agreements for right holders who are not members of their respective organisations.
Authors and creators will not only benefit from greater control over the online use of their content (films, music, articles...), but they will also be entitled to fair and proportionate remuneration; for their part, producers and editors will have to demonstrate transparency in their exploitation of works and allow authors and actors to receive a fair share of the proceeds. Creators should also be in a better position to (re)negotiate their contracts and to obtain redress where their rights are not respected.

According to German MEP Axel Voss (EPP, GE), who defended the initiative within the Assembly, "This deal is an important step towards correcting a situation which has allowed a few companies to earn huge sums of money without properly remunerating the thousands of creators and journalists whose work they depend on". For the Commission, "Today’s vote ensures the right balance between the interests of all players – users, creators, authors, press – while putting in place proportionate obligations on online platforms",declared commissioners Andrus Ansip and Mariya Gabriel. Creators (FERA, SAA, FSE), producers and film agencies (EFADs), meanwhile, believe the approval of this directive to be "a major victory for European authors".

LEGISLAZIONE Europa - Gli autori europei chiedono una remunerazione proporzionata nella direttiva sul diritto d'autore.
Articolo di Cineuropa 21/01/2019 - 95 registi europei hanno firmato una petizione che invita le leggi sul mercato unico digitale a rispondere in modo efficace alle loro esigenze finanziarie.

As the trilogue negotiations on the proposed Directive on Copyright in the European Union's Digital Single Market are drawing to a conclusion, European authors are making the most of their last opportunity to effectively ensure benefit from the economic success of their works. As announced by the Society of Audiovisual Authors (SAA), 95 European filmmakers have signed a petition asking for a principle of proportionate remuneration to be enshrined in the Copyright Directive.
The signatories fully support Article -14, which ensures they are to be fairly remunerated for the success of their works by establishing a fundamental principle of fair and proportionate remuneration for authors and performers in Europe. However, they have expressed their concern that it will have no positive effect in practice if the following elements are missing: an explicit reference to "proportionate" remuneration, since it is the only way for them to receive a fair reward for the success of their work by receiving a proper share of the revenues our works generate, a clear reference to the different collective mechanisms currently in place in various Member States in Art -14, i.e. collective bargaining agreements, collective management of rights and statutory remuneration mechanisms, and the need to make clear that lump-sums, while technically possible, should be the exception, given that the idea of a one-off payment contradicts the idea of proportionate remuneration and the prospect of claiming additional payment under Article 15.

Authors have expressed that as global distribution players are emerging in the EU audiovisual market, they are becoming painfully aware of the contrast of their situation with that of our US screenwriters and directors' colleagues, who are compensated for the distribution of their work worldwide. For this unlevel playing field, both within the Digital Single Market and worldwide, to come to an end, authors are calling on public support to strengthen the creative community so that they can keep on developing new creative visions at the heart of our flourishing creative industries, to grow Europe's cultural diversity in the digital era.
Signatories include well-known filmmakers such as Spain's Alejandro Amenábar, Icíar Bollaín and Isabel Coixet, Italy's Marco Bellocchio, France's Stéphane Brizé, Costa-Gavras and Bertrand Tavernier, Belgium's Jean-Pierre and Luc Dardenne and Jaco Van Dormael, Poland's Agnieszka Holland and Pawel Pawlikowski, Portugal's Miguel Gomes, Romania's Cristian Mungiu, Germany's Volker Schlöndorff and Bosnia-Herzegovina's Danis Tanović.


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- Società

Bla, bla, bla … “Giro girotondo...


Diretta dagli scranni del Parlamento.

Bla, bla, bla … “Giro girotondo, gira il mondo, gira la terra, tutti giù per terra”…

Chi pensa che gli uomini possano cambiare il proprio destino, si sbaglia di grosso. Ognuno fa ciò che può, s’inventa, s’arrabatta, si scazza, finché il suo destino non si rivela, “..allora m’è dolce naufragar in questo mare” dice il poeta pensando all’ ‘Infinito’, in cui s’annega il pensiero di libertà, di democrazia, di solidarietà, di convivenza pacifica tra i popoli. Si sa, la storia la racconta bene chi la scrive, ma come tutti sappiamo la si può scrivere in tanti modi, anche falsandola, spandendo ‘bugie’ a profusione a destra e a manca, incolpandosi reciprocamente degli scheletri nell’armadio: “l’hai messo tu”, “no ce l’ho trovato”,, “l’hanno lasciato quelli che c’erano prima!”.

O, anche, solo parlando in modo sporco dell’energia pulita, per poi essere scoperto a causa di qualche difettuccio di pronuncia rivelatore. E sono davvero in molti: c’è chi ostenta un’appartenenza del Nord rivelando poi nel parlare la sua origine del Sud; chi, al contrario, parla addirittura in dialetto grezzo (greve); chi dice ‘O’ al posto di ‘o’, chi si parla addosso arrotando la ‘r’, chi scivola sulla ‘s’ prolungata in un guazzabuglio incomprensibile, e chi azzarda la ‘z’ come in quello scioglilingua che mi ricorda tanto mio figlio quando tornava dall’asilo e mi chiedeva: “Papà, che ci fa una Zanzara a Zanzibar?”, e tutto proseguiva con una profusione di zeta del tipo di ‘zizzica’ al posto di ‘pizzica’.

Tant’è che nessuno comprende quello che dicono dagli scranni del Parlamento e hanno bisogno degli interpreti come parlassero lingue straniere. Per non dire di chi li ascolta, cioè nessuno, perché, fateci caso, (e le riprese televisive lo rivelano), stanno tutti col telefonino in mano a farsi i c…i propri. Vi risparmio la doppia ‘z’. Solo alcune frasi travalicano gli scranni da entrambe le parti governative e dell’opposizione, (che poi è la stessa cosa): “ lo richiede l’Europa”, “ce lo chiede la gente”, ma la gente dovremmo essere noi, o mi sbaglio? Io a questi signori (si fa per dire) non ho mai chiesto niente, e voi? Da povero ignorante che sono (non stupido però) sarebbe difficile per me rivolgermi a degli azzeccagarbugli, che non ne azzeccano una, o sbaglio?

Rammento che anche Pinocchio della nota favola raccontava bugie, ma almeno quello era un burattino autentico; mentre questi altri, che pure sono burattini contraffatti (leggi fasulli per non dire paraculi), raccontano bugie (leggi falsità) senza averne la cognizione di ciò che dicono. Ah, beata ignoranza! Di fatto s’ingarbugliano nelle dichiarazioni, si smentiscono l’un l’altro, baruffano e arrotano i coltelli, per poi abbandonarsi a un ‘niente di fatto’. Stando alle promesse fatte: «Avevo l’idea dell’etica come di un bivio, di un aut-aut. Qualcosa doveva essere reciso, qualcosa doveva essere deciso. Uno scatto, un movimento in avanti, un atto che mi oltrepassasse. Restava di fronte a me una biforcazione radicale: rispondo alla chiamata della mia coscienza, o mi distraggo proteggendomi nell’affaccendamento spensierato, nella dittatura anonima e impersonale del Man-(Sì), del Si parla, Si dice, Si vive, Si muore? […] Oppure occulto questa apertura, richiudo l’esposizione alla contingenza della scelta e della decisione?» (*)

Ma le promesse dei bugiardi si sa, hanno le gambe corte, e infatti si rivelano fasulle già nel dire, come quei ‘Ladri di Pisa’ che di giorno se la spassano (facendo finta di lavorare per noi) e di notte saccheggiano la buona fede della ‘gente’ (che siamo sempre noi). Di giorno dicono: “non si toccano le pensioni”, “non di aumenta l’IVA”, “non si mettono le mani nelle tasche degli italiani”, ecc. ecc.. Nel frattempo, di notte, ruspano sulle pensioni, aumentano la benzina, accrescono le detrazioni fiscali sulla sanità, sui tiket dei medicinali, ecc. ecc.; mandano in pensione, con tanto di bonus d’uscita, chi non ha mai lavorato e non ha nessuna intenzione di farlo. Il tutto alla faccia di quanti hanno versato contributi allo stato per 30/40 anni per lavori spesso mal retribuiti.

Mi fermo qui, anche se ce ne sarebbe da aggiungere, perché nel ‘girotondo’ tra i buoni e i cattivi, tra i bugiardi e i falsi, dobbiamo fare attenzione a non essere sospinti da quei “cattivi venti di propaganda” che non molto tempo addietro, ci hanno portato alla rovina. E che, seppure) da una parte contribuiscono a far girare il mondo, come i più pensano erroneamente; d’altra parte fanno girare la terra (e i coglioni) controvertendo la buona creanza degli italiani che, se ancora non se ne sono accorti, sono (siamo) già tutti col ‘culo per terra’.

Bla, bla, bla … canta il poeta: “Giro girotondo, gira il mondo, gira la terra, tutti giù per terra”…

Nota: (*) Massimo Recalcati, A libro aperto”, Feltrinelli 2018.

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- Cinema

A Cannes con Cineuropa News

CANNES 2019

Nella foto: une fille facile di Rebecca Zlotowski

Quinzaine des Réalisateurs.

Nuova linfa per la Quinzaine des Réalisateurs di Cannes
di Fabien Lemercier.
23/04/2019 - Sedici dei 24 cineasti selezionati saranno per la prima volta sulla Croisette. L’Europa domina un cartellone in cui brillano Lav Diaz, Bertrand Bonello, Rebecca Zlotowski e Takashi Miike

"Il ruolo della Quinzaine è quello di portare a Cannes nuovi autori e nuove proposte per il cinema, testimoniare la modernità di certe scritture, mettere in evidenza frammenti visionari". Per la sua entrata in scena, Paolo Moretti, il nuovo delegato generale della Quinzaine des Réalisateurs, la cui 51ma edizione si svolgerà dal 15 al 25 maggio nell'ambito del 72°Festival di Cannes, non nasconde il suo desiderio di dare nuova linfa alla celebre sezione parallela, come dimostra il numero impressionante di 16 registi (dei 24 in lizza con altrettanti lungometraggi selezionati nel menù principale) che faranno i loro primi passi sulla Croisette.

Presentato questo pomeriggio a Parigi, al Forum des Images, il programma è dominato da opere europee con 14 produzioni delegate. Tra loro ci sono sei registi francesi: Rebecca Zlotowski con Une fille facile, Bertrand Bonello con Zombi Child, Nicolas Pariser con Alice et le maire, Erwan Le Duc con Perdrix, Benoît Forgeard con Yves e Quentin Dupieux con Le Daim che farà l’apertura. Sei rappresentanti a cui va aggiunto il documentario 100% francese On va tout péter del cineasta americano di origini polacche Lech Kowalski.
Per il Vecchio Continente, sono presenti anche il Belgio con Ghost Tropic di Bas Devos, la Svizzera con Les Particules di Blaise Harrison, la Svezia con And Then We Danced di Levan Akin (di cui avevamo visto un estratto al Work in Progress di Les Arcs), la Finlandia con Dogs Don’t Wear Pants di Jukka-Pekka Valkeapää, la Lettonia con Oleg di Juris Kursietis e l’Austria con Lillian di Andreas Horwath. Senza dimenticare la Danimarca che ha prodotto in delegato The Orphanage della giovane afgana Shahrbanoo Sadat.

L’Asia conta tre produzioni in vetrina con le nuove opere di registi affermati come il filippino Lav Diaz (vincitore dell’Orso d’Oro e del Leone d’Oro) e il giapponese Takashi Miike, e un lungometraggio cinese (coprodotto con la Francia) del canadese Johnny Ma.
L’America del Nord è presente con tre film di cui due diretti da americani (Robert Eggers e il cineasta di origine russa Kirill Mikhanovsky) e uno dal britannico-iraniano Babak Anvari.

Anche il Sud America punta su tre rappresentanti con i lungometraggi firmati dalla peruviana Melina León (coprodotto dalla Svizzera), l’argentino Alejo Moguillansky e la brasiliana Alice Furtado (con coproduzione olandese e francese).
Infine, il Nord Africa è in cartellone con Tlamess del tunisino Ala Eddine Slim (un film coprodotto dalla Francia), che conferma l'emergere di un cinema proveniente da un'area geografica molto visibile quest'anno nelle varie selezioni di Cannes.

In totale, la selezione 2019 comprende quattro opere prime e quattro film diretti da donne, ma anche un gran numero di opere seconde. Oltre ad alcuni nomi molto noti (tra cui Diaz, Bonello e Miike), è soprattutto uno spirito di scoperta che emerge dall’insieme, che non manca di destare la curiosità e che segna anche un interessante assunzione di rischi, in quanto il programma sembra essere molto diversificato in termini di genere.
Si segnala infine che il cineasta americano di origine messicana Robert Rodriguez terrà una masterclass e che sarà presentata la sua nuova opera Red 11 in proiezione speciale, così come il mediometraggio The Staggering Girl dell’italiano Luca Guadagnino.

La lista dei titoli annunciati: Quinzaine des Réalisateurs
Lungometraggi
Le Daim - Quentin Dupieux (film di apertura)
Alice et le maire - Nicolas Pariser
And Then We Danced - Levan Akin
The Halt (Ang hupa) - Lav Diaz
Dogs Don't Wear Pants - J-P Valkeapää
Canción sin nombre - Melina León
Ghost Tropic - Bas Devos
Give Me Liberty - Kirill Mikhanovsky
First Love (Hatsukoi) - Takashi Miike
The Lighthouse - Robert Eggers
Lillian - Andreas Horwath
Oleg - Juris Kursietis
On va tout péter (Blow It to Beats) - Lech Kowalski
The Orphanage - Shahrbanoo Sadat
Les Particules - Blaise Harrison
Perdrix - Erwan Le Duc
Por el dinero - Alejo Moguillansky
Sem seu sangue (Sick Sick Sick) - Alice Furtado
Tlamess - Ala Eddine Slim
To Live to Sing (Huo zhe chang zhe) - Johnny Ma
Une fille facile - Rebecca Zlotowski
Wounds - Babak Anvari
Zombi Child - Bertrand Bonello
Yves - Benoît Forgeard (film di chiusura)
Proiezioni speciali
Red 11 - Robert Rodriguez
The Staggering Girl - Luca Guadagnino (mediometraggio)
Cortometraggi
Two Sisters Who Are Not Sisters - Beatrice Gibson
The Marvelous Misadventures of the Stone Lady - Gabriel Abrantes
Grand Bouquet - Nao Yoshigai
Je te tiens - Sergio Caballero
Movements - Dahee Jeong
Olla - Ariane Labed
Piece of Meat - Jerrold Chong & Huang Junxiang
Ghost Pleasure - Morgan Simon
Stay Awake, Be Ready - An Pham Thien
That Which Is to Come Is Just a Promise - Flatform

CANNES 2019 Semaine de la Critique
Cinque cineasti europei per la Semaine de la Critique di Cannes di Fabien Lemercier

22/04/2019 - Jérémy Clapin, Hlynur Pálmason e Lorcan Finnegan in concorso, Aude Léa Rapin e Hafsia Herzi in proiezione speciale. Spiccano anche l'America Latina e il Nord Africa
Tre cineasti europei parteciperanno al concorso della 58ma Semaine de la Critique che si svolgerà dal 15 al 23 maggio nell'ambito del 72° Festival di Cannes. Svelato oggi tramite una conferenza stampa online del delegato generale Charles Tesson (visionabile sul sito web della Semaine), il programma dell'edizione 2019 include sette titoli in concorso (di cui cinque opere prime) che verranno valutate da una giuria presieduta da Ciro Guerra.
Sarà in lizza per il Grand Prix della Semaine il francese Jérémy Clapin con il film d'animazione J’ai perdu mon corps [+], l'islandese Hlynur Pálmason con A White, White Day (suo secondo lungo dopo il tanto acclamato Winter Brothers [+]) e l'irlandese Lorcan Finnegan con Vivarium (suo secondo lungometraggio dopo Without Name [+], presentato a Toronto nel 2016).

Il concorso proporrà anche due opere prime di registi del Nord Africa (l'algerino Amin Sidi-Boumédiène con Abu Leila e il marocchino Alaa Eddine Aljem con Le Miracle du Saint Inconnu) e altri due diretti da registi dell’America Latina (l’argentino-costaricana Sofia Quiros Ubeda con Ceniza negra) e il guatemalteca Cesar Diaz con la produzione franco-belga Nos mères).
La selezione 2019 include anche quattro film fuori concorso: Litigante del colombiano Franco Lolli (rivelatosi alla Semaine del 2014 con Gente de bien [+]) che farà l’apertura, i primi lungometraggi Les Héros ne meurent jamais della francese Aude Léa Rapin, Tu mérites un amour della sua connazionale Hafsia Herzi e Dwelling in the Fushun Mountains del cinese Gu Xiaogang che farà la chiusura e che sarà l'unico rappresentante asiatico dell'edizione di questa Semaine segnata anche dalla totale assenza di produzioni nordamericane.

I film selezionati:
Concorso lungometraggi

Abou Leila - Amin Sidi-Boumédiène (Algeria/Francia)
Ceniza negra - Sofia Quiros Ubeda (Costa Rica/Argentina/Francia)
A White, White Day - Hlynur Pálmason (Islanda/Danimarca/Svezia)
J’ai perdu mon corps [+] - Jérémy Clapin (Francia)
Nuestras madres - Cesar Diaz (Belgio/Francia)
Le Miracle du Saint Inconnu - Alaa Eddine Aljem (Marocco/Francia/Qatar/Germania/Libano)
Vivarium - Lorcan Finnegan (Irlanda/Belgio)
Proiezioni speciali lungometraggi
Litigante - Franco Lolli (Colombia/Francia) (film d’apertura)
Tu mérites un amour - Hafsia Herzi (Francia)
Les Héros ne meurent jamais - Aude Léa Rapin (Francia/Belgio/Bosnia-Erzegovina)
Dwelling in the Fushun Mountains - Gu Xiaogang (Cina) (film di chiusura)

Concorso cortometraggi
Party Day - Sofia Bost (Portogallo)
The Trap (Fakh) - Nada Riyadh (Germania)
Ikki illa meint - Andrias Høgenni (Danimarca/Isole Faroe)
Journey Through a Body - Camille Degeye (Francia)
Community Gardens (Kolektyvinai sodai) - Vytautas Katkus (Lituania)
Lucía en el limbo - Valentina Maurel (Belgio/Francia/Costa Rica)
The Manila Lover - Johanna Pyykkö (Norvegia/Filippine)
Mardi de 8 à 18 - Cecilia de Arce (Francia)
She Runs - Qiu Yang (Cina/Francia)
The Last Trip to the Seaside (Ultimul Drum Spre Mare) - Adi Voicu (Romania)

Proiezioni speciali cortometraggi
Demonic - Pia Borg (Australia)
Naptha - Moin Hussain (Regno Unito)
Please Speak Continuously and Describe Your Experiences as They Come to You - Brandon Cronenberg (Canada)
Invisible Hero - Cristèle Alves Meira (Portogallo/Francia)
Tenzo - Katsuya Tomita (Giappone)

La lista dei titoli annunciati per:
UN CERTAIN REGARD

Invisible Life - Karim Aïnouz (Brasile)
The Beanpole - Kantemir Balagov (Russia)
Les Hirondelles de Kaboul - Zabou Breitman, Eléa Gobé Mévellec (Francia/Svizzera/Lussemburgo)
La Femme de mon frère - Monia Chokri (Canada)
The Climb - Michael Covino (Stati Uniti)
Jeanne - Bruno Dumont (Francia)
O que arde - Óliver Laxe (Spagna/Francia/Lussemburgo)
Chambre 212 - Christophe Honoré (Francia/Belgio/Lussemburgo)
Port Authority - Danielle Lessovitz (Stati Uniti)
Papicha - Mounia Meddour (Francia/Belgio/Argelia)
Adam - Maryam Touzani (Marocco/Francia/Belgio/Qatar)
Zhuo ren mi mi - Midi Z (Taiwan)
Liberté - Albert Serra (Spagna/Francia/Portogallo)
Bull - Annie Silverstein (Stati Uniti)
Summer of Changsha - Zu Feng (Cina)
Homeward - Nariman Aliev (Ucraina)

CANNES 2019
Maestri e volti nuovi per la Palma d’Oro cannense 2019
di Fabien Lemercier
18/04/2019 - Otto cineasti per la prima volta in concorso a Cannes, affiancati da nove registi già premiati e ancora suspense per Tarantino e Kechiche
Gli osservatori avrannno potuto pensare che l'audace selezione messa a punto l'anno scorso con successo dal delegato generale di Cannes Thierry Frémaux fosse solo una questione di congiuntura, ma l’annuncio oggi a Parigi della Selezione ufficiale del 72° Festival di Cannes (14-25 maggio), in particolare la composizione della line-up della competizione, smentisce nettamente coloro che predicevano che il vento del rinnovamento sarebbe calato a favore dei cineasti “habitué“ alle più alte sfere della Croisette. Certo, ci saranno ancora grandi nomi, tra cui almeno quattro ex vincitori con il britannico Ken Loach (Palma nel 2006 e 2016 - 14a partecipazione), i belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne (Palma nel 1999 e 2005 - 8a partecipazione) e l’americano Terrence Malick (Palma d’Oro nel 2011 - 3a partecipazione), e le settimane a venire potrebbero vedersi aggiungere alla lista il francese Abdellatif Kechiche (Palma d’Oro nel 2013) e l’americano Quentin Tarantino (Palma d’Oro nel 1994) i cui film sono ancora in fase finale di montaggio.
Ma è comunque un’aria di novità molto forte quella che soffia con otto cineasti per la prima volta in concorso: le francesi Céline Sciamma e Justine Triet, il franco-maliano Ladj Ly, la franco-senegalese Mati Diop, l’austriaca Jessica Hausner, il rumeno Corneliu Porumboiu, l’americano Ira Sachs e il cinese Diao Yi’nan (Orso d’Oro a Berlino nel 2014).
A questi autori già incoronati e a questa ondata di neo partecipanti si aggiunge un gruppo di registi di talento consolidato, tra cui cinque cineasti già premiati (direttamente o tramite i loro interpreti) sul grande palcoscenico del Théâtre Lumière: l'americano Jim Jarmusch (8a partecipazione), lo spagnolo Pedro Almodóvar (6a partecipazione), i francesi Arnaud Desplechin (6a partecipazione), il palestinese Elia Suleiman (3a partecipazione) e il canadese Xavier Dolan (3a partecipazione).

Sono nuovamente in corsa per la Palma d’Oro anche l’italiano Marco Bellocchio (7a partecipazione), il sudcoreano Bong Joon-ho (2a partecipazione) e il brasiliano Kleber Mendonça Filho (2a partecipazione, che ha co-diretto stavolta con Juliano Dornelles che, dal canto suo, debutterà in competizione). Questo equilibrio generazionale della competizione (19 titoli per ora) si annuncia molto attraente ed eccitante in termini di qualità e diversità di stili e generi: Thierry Frémaux (affiancato dal presidente del Festival, Pierre Lescure) ha evocato un gusto tematico globale che ruota attorno al romanticismo e alla politica. Sul piano geo-cinematografico, l'Europa domina la line-up quest'anno con dieci titoli in gara per la Palma d'Oro: quattro francesi (Sciamma, Triet, Desplechin, Ly), uno spagnolo (Almodóvar), un italiano (Bellocchio), un inglese (Loach), il duo di fratelli belgi (i Dardenne), un rumeno (Porumboiu) e un’austriaca (Hausner). L’America del Nord punta per ora su quattro film (Malick, Jarmusch, Sachs, Dolan), mentre l’Asia schiera tre rappresentanti (Diao Yi’nan, Joon-ho e Suleiman), l’America Latina solo uno (il duo Mendonça Filho - Dornelles). L’Africa sarà presente con il primo lungo di Mati Diop, girato a Dakar. Da notare infine che quattro registe saranno in competizione quest’anno.

La Selezione ufficiale include inoltre un’interessante ramo fuori concorso con due episodi della serie Too Old To Die Young del danese Nicolas Winding Refn, Rocketman [+] dell’inglese Dexter Fletcher, il documentario Diego Maradona del suo connazionale Asif Kapadia, e i titoli francesi Les plus belles années d’une vie [+] di Claude Lelouch e La Belle époque del suo connazionale Nicolas Bedos. Senza dimenticare in proiezione speciale i film di Werner Herzog, Abel Ferrara, Alain Cavalier e Pippa Bianco, e i 15 titoli del Certain Regard (tra cui i lungometraggi di Bruno Dumont, Christophe Honoré, Olivier Laxe, ecc.

La lista dei titoli annunciati finora in Concorso:
The Dead Don't Die - Jim Jarmusch (Stati Uniti/Svezia) (Apertura)
Dolor y gloria - Pedro Almodóvar (Spagna)
Il traditore - Marco Bellocchio (Italia)
The Wild Goose Lake - Diao Yinan (Cina/Francia)
Parasite - Bong Joon-ho (Corea del Sud)
Le Jeune Ahmed - Jean-Pierre & Luc Dardenne (Belgio/Francia)
Roubaix, une lumière - Arnaud Desplechin (Francia)
Atlantique - Mati Diop (Francia/Senegal/Belgio)
Matthias et Maxime - Xavier Dolan (Canada)
Little Joe - Jessica Hausner (Austria/Regno Unito/Germania)
Sorry We Missed You - Ken Loach (Regno Unito/Francia/Belgio)
Les Misérables - Ladj Ly (Francia)
A Hidden Life - Terrence Malick (Germania/Stati Uniti)
Bacurau - Kleber Mendonça Filho, Juliano Dornelles (Brasile/Francia)
La Gomera - Corneliu Porumboiu (Romania/Francia/Germania)
Frankie - Ira Sachs (Francia/Portogallo/Belgio/Stati Uniti)
Portrait de la jeune fille en feu - Céline Sciamma (Francia)
It Must Be Heaven - Elia Suleiman (Francia/Germania/Canada/Turchia)
Sibyl - Justine Triet (Francia/Belgio)

Fuori concorso
Les Plus belles années d'une vie - Claude Lelouch (Francia)
Rocketman - Dexter Fletcher (Regno Unito/Stati Uniti)
Too Old to Die Young - Nicolas Winding Refn (Stati Uniti) (serie TV)
Diego Maradona - Asif Kapadia (Regno Unito)
La Belle époque - Nicolas Bedos (Francia)

Proiezioni di mezzanotte
The Gangster, the Cop, the Devil - Lee Won-Tae (Corea del Sud)

Proiezioni speciali
Share - Pippa Bianco (Stati Uniti)
For Sama - Waad Al Kateab & Edward Watts (Regno Unito/Stati Uniti)
Family Romance, LLC. - Werner Herzog (Giappone/Germania)
Tommaso - Abel Ferrara (Italia)
Être vivant et le savoir - Alain Cavalier (Francia)
Que sea ley - Juan Solanas (Argentina)


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- Religione

La morte che vince la morte - meditazione di don Luciano.

Meditazione di Don Luciano afferente al Vangelo della prossima Domenica delle Palme.

LA MORTE CHE VINCE LA MORTE : Quanta distanza da Gesù!
Luca 22,14—23,56

L’ascolto di questo racconto della passione ci fa prendere nuova e più profonda coscienza di quanto il Signore ci abbia amato e di quanto egli ci sta amando. Amore chiede amore; un dono così immenso chiede gratitudine; una fedeltà così estrema esige la nostra fedeltà. Ma quanta infedeltà tra Gesù e i suoi discepoli, quanta distanza tra i suoi sentimenti e i miei sentimenti. Tra me e il Signore non c’è solo distanza, c’è di più, c’è infedeltà, incoerenza e incomprensione. Il Vangelo di Luca ci invita a meditare sul contrasto profondo che divide il comportamento dei discepoli da quello del Maestro. Da parte dei discepoli c’è un’aperta resistenza a comprendere quello che Gesù sta vivendo. Già la sera della cena durante la quale Gesù ave-va spezzato e offerto il pane perché, mangiandone, si immedesimassero con tutta la sua vita, in particolare con quel gesto di donazione suprema che stava per compiere, vediamo che i discepoli sono ben lontani dal considerare i pensieri e i sentimenti del Maestro. Mentre Gesù si pre-senta come ‘colui che serve’, i discepoli vengono sorpresi in discussio-ni meschine ‘su chi di loro poteva essere considerato il più grande’.

Ma ciò che veramente commuove in questo episodio è che, nonostante la meschinità degli apostoli, Gesù non solo non li rimprovera, ma addirittura prende l’occasione per fare loro la più grande promessa che avrebbe potuto fare. Egli, infatti, prepara per loro un regno perché possano mangiare e bere alla sua mensa e sedere in trono a giudicare le dodici tribù di Israele. La bontà, la gratuità di Gesù supera infinitamente la durezza e la meschinità umana. Egli non si ferma mai, nemmeno di fronte alla mia indegnità. Proprio nel momento in cui gli apostoli si mostrano estrema-mente lontani dalle categorie di pensiero del Maestro e impermeabili al suo insegnamento, Gesù, noncurante di questo, prospetta e promette loro le gioie, l’abbondanza e la gloria della vita senza fine. Gesù è come una mamma paziente con i suoi figli un po’ difficili, compatisce la debolezza, la fragilità, l’incostanza e la superficialità dei suoi amici, li prende per mano, li sostiene, ma non rinuncia ad accompagnarli fino alle altezze che ha preparato per loro.

Il Getsemani. Arrivato sul posto Gesù comincia a pregare, a provare angoscia e a sudare sangue; quest’ultimo particolare è solo di Luca. Gesù non è un eroe come lo intendiamo noi, non affronta la morte con quella spaval-deria stoica che fa la fortuna di tanti personaggi mitici della storia. Gesù è uomo vero e intero e quindi ha paura del dolore e della morte perché questa non appartiene all’umano. Gesù prova il sentimento terribile dell’angoscia. Senza addentrarci in analisi che non ci competono, il sudore di sangue è certamente il segno di una sofferenza inaudita e in-contenibile. Ma improvvisamente la scena cambia; si avvicina una folla di gente guidata da Giuda, uno dei dodici. ‘Uno dei dodici’ è l’espressione che sottolinea la costernazione dell’evangelista: proprio uno dei dodici ha consegnato l’amato Maestro ai suoi persecutori. Cosa inaudita! È la stessa costernazione di Gesù: ‘Giuda con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?’. Proprio con un bacio? Tutto questo avviene di notte. La notte è l’ora delle tenebre, della vigliaccheria, l’ora di coloro che non hanno il coraggio di compiere i loro misfatti alla luce del giorno. Pietro lo segue da lontano.

Dapprima dimostra un certo coraggio, ma poi vacilla e cade: ‘Non lo conosco!’. ‘Il Signore, voltatosi, guardò Pietro’. Il suo sguardo non è di giudizio e di condanna. ‘Pietro scoppiò a pian-gere!’. Dobbiamo imparare a sentire su di noi questo sguardo intenso e tene-rissimo di Gesù. Questo sguardo ha provocato uno sconvolgimento e un pentimento profondo nel cuore di Pietro. Un pentimento così lo vive chi guarda a lui, non chi guarda solo a se stesso. Oggi sarai con me in paradiso!Il Signore Gesù si preoccupa, fin dentro l’ultima agonia, della sal-vezza di chi gli muore a fianco e non della propria salvezza. Le sue ultime parole per gli uomini sono indirizzate ad un malfattore, ma an-che a tutti noi che rischiamo di arrenderci ad una cultura di morte. Lì, in quel malfattore, c’è tutto il mistero della persona umana. L’uomo, nel suo limite più basso, è ancora amabile, la persona è ancora sal-vabile e salvata, anche nel suo limite ultimo.Questo vuol dire che nessuno è perduto per sempre, nessuno potrà andare così lontano dalla casa del Padre, da non poter essere raggiunto.Sarai con me! Le braccia di Gesù, distese e inchiodate in un abbraccio perenne, dicono accoglienza che non esclude nessuno. Il suo cuore è dilatato fino a lacerarsi. L’amato nasce dalla ferita del cuore di chi lo ama. L’uomo, ciascuno di noi, nasce dal cuore trafitto del suo creatore.

Sarai con me in paradiso! Parla di uno spazio felice e immenso, lui che ha come spazio appena quel po’ di legno e di terra che basta per morire. Non c’è nulla che possa separarci da Cristo, né male, né tradi-menti. Io vengo a prenderti anche nelle profondità dell’inferno, se tu mi vuoi. Solo se tu mi vuoi. Ma io continuerò a morire d’amore per te, anche se tu non mi vorrai e appena girerai lo sguardo troverai uno eter-namente inchiodato in un abbraccio che grida: ‘Ti amo!’. La crocifissione e la morteCi colpisce la sobrietà dell’evangelista Luca nel narrare la crocifis-sione. Il supplizio più crudele e umiliante che la malvagità umana abbia mai potuto concepire viene presentato in un linguaggio asciutto ed es-senziale da dare quasi l’impressione di qualcosa di normale, di ordina-rio, come se nulla fosse. Alla feroce crudeltà del supplizio fa contrasto la misericordiosa preghiera di Gesù: ‘Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno!’. Luca non registra il grido angosciato: ‘Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?’.

Di Gesù crocifisso vuole sottolineare la misericor-dia infinita che non solo arriva a perdonare un crimine così efferato, ma addirittura lo scusa. Egli vuole mettere in evidenza l’infinita bontà di Gesù che non pensa a sé nemmeno in questa tremenda circostanza. Il contesto, però, intorno a Gesù, anche di fronte a tanta bontà, continua ad essere di ostilità e di disprezzo. I capi e i soldati lo schernivano. L’amore è circondato dall’odio.I segni poi che accompagnano la morte di Gesù sono il buio su tutta la terra e il velo del tempio squarciato. Il buio è simbolo dell’oscurità della morte. Senza Cristo il mondo tutto è avvolto dal buio; il velo squarciato è il segno che il tempio non serve più. Ormai tutto il mondo, tutta la storia è il luogo dove l’uomo può incontrare il suo Dio. Alla fine di tutto Gesù muore gridando ad alta voce, con il suo dolo-re, ma la sua speranza, il suo abbandono fiducioso e filiale: ‘Padre nel-le tue mani consegno il mio spirito!’. Gesù muore da Re. Sulla croce la sua regalità si manifesta in tutto il suo splendore. Gesù muore, ma il racconto della passione non si chiude con lo scon-forto di un totale fallimento. La sua morte sembra produrre subito alcu ni cambiamenti.

Lo scenario improvvisamente si trasforma. ‘Il centurione glorificava Dio’! Le folle se ne ritornavano battendosi il petto, riconoscendo dunque il loro peccato. Anche i suoi conoscenti e le donne che lo avevano assistito fin dalla Galilea, insomma quelli più vicini, forse parenti e amici, hanno partecipato a questi avvenimenti con amore e trepidazione. Il racconto si conclude non a caso, con un accenno alle luci del saba-to che già splendevano, annunciando non solo il nuovo giorno, ma il giorno eterno che di lì a poco la risurrezione di Gesù avrebbe inaugura-to. Gesù è l’immagine dell’homo patiens, dell’uomo solo, dell’uomo sofferente, ma bisogna subito aggiungere che la sofferenza lui non l’ha mai amata. La sofferenza è un male!La croce non è stata una scelta di Gesù. Era infatti pienamente convinto che a salvare non fosse la sofferenza, ma soltanto l’amore. È stato il suo amore verso il Padre e verso le persone più umiliate a procurargli l’opposizione dei capi religiosi e a fargli subire il tormento della croce. La croce è stata la conseguenza della sua fedeltà.

Ma proprio dall’amore che portava nel cuore egli ha potuto attingere quella pace profonda che, nel racconto di Luca, lo accompagnerà fino al mo-mento estremo della morte. Gesù ama fino alla fine morendo sulla Croce. Sulla Croce Gesù è l’illustrazione vivente dell’amore ostinato di Dio, di cui parla tutta la Scrittura. Ci rivela quanto siamo amati e a quale prezzo. L’amore conosce molti doveri, ma il primo di questi è essere insieme con l’amato, vicino e unito a lui. Gesù è salito sulla Croce per essere con me e come me e perché io possa essere con lui e come lui. Come una madre che vuole prendere su di sé il male del suo bambino, ammalarsi lei per guarire suo figlio. Solo un Dio non scende dal legno, solo il nostro Dio. Il nostro è il Dio ‘differente’; è il Dio che entra nella tragedia umana, entra nella morte, perché là va ogni suo amato figlio. La Croce è l’abis-so, dove Dio diventa l’amante. Incredibilmente e imprevedibilmente Gesù rivela la sua divinità, proprio nell’annientamento della croce. È in questa prova suprema del suo amore che egli rivela la sua ineffabile divinità. In questa morte che vince la morte, in questa morte che annunzia la risurrezione egli si rivela il Signore della vita.

Contatti: Mirella Clementi miry.clemy@gmail.com


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- Teatro

’Progetto Demoni’ - prime date in Campania

Stagione Mutaverso Teatro

Prime date in Campania del "Progetto Demoni"
Top secret per la location dello spettacolo 'Come va a pezzi il tempo'di e con Alessandra Crocco, Alessandro Mielein coproduzione con Capotrave / Kilowatt, Infinito srl.

Per il penultimo appuntamento della Stagione Mutaverso Teatro, il direttore artistico Vincenzo Albano di ErreTeatro, propone lo spettacolo "Come va a pezzi il tempo", prime date in Campania – messo in scena da Progetto Demoni, che potrà essere visto solo in tre date, dal 5 al 7 aprile. La pièce, di e con Alessandra Crocco e Alessandro Miele, si terrà in una location top secret, fuori dai teatri, che sarà comunicata solo al momento della prenotazione, obbligatoria anche per gli abbonati. Lo spettacolo prevede 5 repliche giornaliere, per massimo 5 spettatori alla volta, per rappresentazioni che si terranno ai seguenti orari: h. 17| 18 | 19 | 21 | 22. Lo spettatore entra in una casa abbandonata da poco. Ogni cosa è ancora al suo posto e il tempo sembra essersi fermato. Ma quella casa è stata vissuta ed è carica di segni che a poco a poco iniziano a parlare. Dal silenzio riaffiorano ricordi, momenti differenti, legati eppure distanti. Le porte, le stanze, gli oggetti, gli odori raccontano una storia, evocano le persone che hanno abitato quel luogo, le chiamano a ripetere scene già vissute. È una storia ridotta in pezzi, come la memoria di una vita, come un sogno ripercorso con la mente al risveglio. È l’ultimo canto di un luogo prima che il tempo lo faccia lentamente decadere. Lo spettatore viene condotto dentro la storia, attraversando le stanze e nello stesso tempo le vite di chi le ha abitate, testimone discreto dell'eco di un passato che risuona ancora una volta. Tenuto sul limite tra mondo reale e mondo immaginario, potrà solo andare con gli attori alla "ricerca del tempo perduto" e quasi toccare i due protagonisti ma non intervenire, perché ormai tutto è già accaduto. Vedrà i due rincorrersi, incontrarsi e separarsi nelle diverse stanze e infine lasciare l’appartamento per sempre. Il visitatore si ritroverà quindi di nuovo solo, nel silenzio irreale della casa inanimata eppure ormai familiare. Il distacco provato all’ingresso cederà il passo alla sensazione che si prova quando si abbandonaun luogo pieno di ricordi. Come va a pezzi il tempo è un ritorno ai luoghi non teatrali che erano stati al centro di Demoni-frammenti, il nostro primo progetto. Di questa modalità di lavoro ci interessa la vicinanza tra attori e spettatori e la ricerca di una recitazione fatta di piccole sfumature, quasi cinematografica. In Demoni-Frammenti avevamo estratto da Dostoevskij tre episodi che venivano programmati in giorni diversi, offrendo allo spettatore un appuntamento quotidiano con i personaggi del romanzo.

In "Come va a pezzi il tempo" invece proviamo a riunire i frammenti di una storia in un unico piano sequenza considerando l’occhio dello spettatore come l’obiettivo di una telecamera.5- 6- 7 aprile 2019, ore 17| 18| 19 | 21 | 22 per 5 repliche giornaliere per n. 5 max spettatori alla voltaIl luogo sarà comunicato al momento della prenotazione (obbligatoria anche per gli abbonati)

ALESSANDRA CROCCO Nata nel 1981 a Salerno, dove ha iniziato la sua formazione teatrale con Claudio Di Palma e Ruggero Cappuccio. Dopo la Laurea in Lettere Moderne all'Università di Napoli, si è trasferita a Milano per frequentare la Scuola del Teatro Arsenale diretta da Kuniaki Ida e Marina Spreafico. Ha seguito seminari con diversi maestri tra cui Leo De Berardinis, Elena Bucci, Marco Martinelli, Marco Baliani, Claudio Morganti. Nel 2006 è autrice e attrice con la compagnia “Fuori Quattro” dello spettacolo Chiamiamo a testimoniare il barone di Munchausen, finalista al Premio Scenario Infanzia. Nel 2007 partecipa al Corso di Alta Formazione “Progetto Interregionale Teatro”, organizzato dai Cantieri Teatrali Koreja a Lecce, che si conclude con lo spettacolo Lezioni d'amore – Studio per un Barbablù di Antonio Viganò. Nel 2009 è autrice e interprete di Non ti ho mai tradito, progetto finalista al "Premio Tuttoteatro.com Dante Cappelletti". Collabora con i Cantieri Teatrali Koreja come attrice negli spettacoli La parola padre di Gabriele Vacis, Giardini di Plastica, Alice e Il calapranzicon la regia di Salvatore Tramacere, e Mangiadisk, con la regia di Enzo Toma.

ALESSANDRO MIELE Nato a Pompei nel 1983. Dopo la scuola di mimo corporeo diretta da Michele Monetta, ha partecipato al corso di formazione “Epidemie” con il Teatro delle Albe e alla creazione dello spettacolo Salmagundi per la regia di Marco Martinelli (produzione: Ravenna Teatro, Emilia Romagna Teatro Fondazione). Ha seguito seminari diretti da Ermanna Montanari, Fiorenza Menni, Marco Martinelli, Marise Flach, Riccardo Caporossi, Roberto Latini, Roberto Bacci, Claudio Morganti. Nel 2005 è autore e interprete di Sono solo un uomo, testo vincitore del Concorso di Drammaturgia Sportiva indetto dal Festival SportOpera 2005. Nel 2006 è finalista con la compagnia “Fuori Quattro” al Premio Scenario Infanzia 2006 con lo spettacolo Chiamiamo a testimoniare il Barone di Munchausen. Ha fondato con Consuelo Battiston e Gianni Farina la compagnia “Menoventi” (Premio Rete Critica 2011, Premio Hystrio-Castel dei Mondi e Premio Lo Straniero 2012), realizzando come co-autore e attore gli spettacoli In festa, Invisibilmente (produzione: Menoventi – Emilia Romagna Teatro Fondazione), Postilla, Perdere la faccia, L'uomo della sabbia(produzione: Emilia Romagna Teatro Fondazione, Festival delle Colline Torinesi, Programma Cultura dell'Unione Europea nell'ambito del Progetto Prospero)website: www.progettodemoni.it

MUTAVERSO TEATRO(LA) QUARTA STAGIONEIDEAZIONE E DIREZIONE ARTISTICA VINCENZO ALBANO/ ERRE TEATROANNO 2018-2019 UFFICIO STAMPA CLAUDIA BONASI|RENATA SAVOcomunicazione@puracultura.it- 339 7099353rensavo@gmail.com- 320 1915523INFO E PRENOTAZIONI info@erreteatro.it - 329 4022021





Da venerdì 5 a domenica 7 aprile
Il luogo sarà comunicato al momento della prenotazione obbligatoria (anche per gli abbonati)
cinque repliche giornaliere per 5 spettatori alla volta (durata: 40 minuti)
turni ore 17:00, 18:00, 19:00, 21:00, 22:00
biglietto unico intero: € 10,00

Ufficio Stampa

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- Musica

“Emozioni private,Lucio Battisti, una biografia psicologica

“Emozioni private. Lucio Battisti, una biografia psicologica”:

è questo il titolo della nuova biografia su Lucio Battisti in uscita giovedì 28 marzo, scritta dalla giornalista e critico musicale Amalia Mancini ed edita da Arcana. A 20 anni dalla morte del celebre autore, avvenuta il 9 settembre 1998, questo nuovo volume si discosta dalle precedenti biografie indagando nei meandri più nascosti della vita e della psicologia del “primo” Battisti, rivelando l’intima essenza di un uomo molto diverso dal personaggio pubblico che tutti conoscono, ma così bene trasmessa dalla sua musica.

Reatina come Battisti, Amalia Mancini ha affrontato una lunga fase di ricerca nei luoghi e nel passato dell’artista, culminata con un’intervista esclusiva a Giulio Rapetti, in arte Mogol: l’autore dei testi che hanno contribuito a rendere immortali i brani di Battisti. Il loro è stato il sodalizio più celebre e controverso della canzone italiana: legati da una profonda amicizia, all’inizio degli anni ’80 i due artisti hanno deciso bruscamente di interrompere il loro rapporto, proseguendo su strade diverse.
Nella lunga conversazione con Amalia Mancini, Mogol svela molti segreti dell’amicizia e della fertile collaborazione con Lucio, un artista tanto discreto nella vita pubblica quanto espressivo e sincero in quella musicale.

Nel libro, i temi ricorrenti nelle canzoni di Battisti: l’amore, la malinconia, la libertà, la natura, l’ecologia, la paura, l’alienazione, la solitudine, il timore di una catastrofe naturale e umana.

“Ascoltare significa qualcosa” diceva Lucio, e riascoltare la sua musica, con il punto di vista di questa nuova biografia, può essere un’operazione stimolante e coinvolgente.

Sabato 30 marzo a Roma un evento speciale per festeggiare l’uscita del libro in collaborazione con Honda Moto Roma: dalle 12, presso la filiale Honda di via Tiburtina 1166/1168, il libro autografato dall’autrice andrà in omaggio a tutti coloro che effettueranno un Test Ride dei nuovi modelli Honda in presentazione. Dalle 12, la musica di Lucio Battisti sarà reinterpretata dalla cantante Jen V Blossom.

Amalia Mancini è una giornalista, scrittrice, sceneggiatrice e critico musicale reatina. Collaboratrice di varie testate, ha iniziato giovanissima la sua carriera di scrittrice, aggiudicandosi diversi premi tra cui il Premio Capit Terzo Millennio e il Premio Viareggio Carnevale. E’ autrice di 20 Sillogi Poetiche inedite e dei volumi “Lucio Battisti l’enigma dell’esilio”, “L’amore piace a tutti”, “La Tata dei Divi”; è coautrice del volume “Giovani e Droga, Perché?” e curatrice del libro “Le mie Prime vere Scarpe”.

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- Psicologia

La forza del desiderio - un libro di Massimo Recalcati

“LA FORZA DEL DESIDERIO” – un libro di Massimo Recalcati – Qiqajon/Sympathetika 2014

Del perché leggere Massimo Recalcati, psicanalista e saggista, è un’esperienza davvero singolare, lo apprendiamo dalle pagine di ogni suo nuovo libro, sia del singolo argomento trattato in ogni suo intervento televisivo (“Lessico amoroso” in onda su RAI3), dal modo in cui riesce ad attrarre l’attenzione di un pubblico sempre più numeroso e affascinato dal suo linguaggio accattivante.
È un fatto che le argomentazioni di ogni suo intervento si basino sull’uso orale e colloquiale della parola, solo qua e là forbita dalla colta conoscenza dell’intelletto umano di cui non fa ostentazione e, per lo più, scandita con voce suadente e specifica nelle risposte, alle domande che il pubblico gli rivolge direttamente. Ciò, proprio perché sono argomentazioni che riguardano il nostro conscio / inconscio, ci si sente pienamente coinvolti in trattazioni professionali.
Non certo allo stesso modo in cui si viene ‘curati’ dallo psicanalista che ci vuole sdraiati sul lettino apposito, sconvenientemente alla stregua delle sue ossessioni interlocutorie che, per quanto ci riguardino da vicino, ci fanno sentire scavati nell’intimità di quella ‘privacy’ che non riveleremmo neppure a noi stessi. È questo il lavoro che l’autore di questo piccolo (ma assai grande) libro che tratta della ‘forza del desiderio’ che improvvisamente scopriamo avere la connotazione del nostro (pur assai grande) essere nascosto: il nostro inconscio.

Massimo Recalcati riflette qui sulle contraddizioni che attraversano quella che secondo lui è “innanzitutto una esperienza” (umana e corporale) che, strutturata com’è dal rischio dello smarrimento e della perdita di qualcosa e/o di qualcuno, ha come effetto l’essere dominati dal desiderio che, talvolta, prende forma di esperienza necessariamente negativa. La direste una contraddizione in termini, ma non è così, non c’è violenza nelle parole, per quanto esse possano avere effetto vessatorio, che non risparmiano né i sentimenti, né la sensibilità dell’individuo.
Ciò non toglie che le parole possano far male nel profondo anche al solo evocarle ma, c’è pur sempre un altro aspetto da considerare, per effetto dei loro ‘sinonimi e contrari’, con cui avvalersi della ragione, (qualunque essa sia), ed è il compromesso che facciamo e/o accettiamo con noi stessi, che già Jacques Lacan, qui ripreso più volte da Recalcati, esprimeva come: ’responsabilità senza padronanza’ e che riguarda l’apertura al desiderio. Quel desiderio che spesso abbiamo tenuto nascosto e/o segregato, perché avevamo e/o abbiamo ‘paura’ di esternarlo, e che guarda caso, come un tarlo continua a condizionare la volontà dei nostri sentimenti e le nostre azioni.
Al punto che tradire di fare l‘esperienza del ‘desiderio’ è un po’ come tradire noi stessi, ma poiché siamo esseri antropici, diversi dagli animali che provano solo istinti, dovremmo anche ammettere a noi stessi di non essere perfetti, anzi di essere imperfetti e quanto più diversi, per questo considerati ‘umani’ e alquanto meravigliosi. Se pure alla stregua di una transumanza d’intenti (di desideri) da considerare senza alcuna colpa e/o responsabilità; nella possibilità di fare d’ogni eventualità un’esperienza:

"Finché c’è desiderio, c’è vita; il desiderio allunga la vita, nella misura in cui il desiderio ci attraversa, dilata l’orizzonte della nostra vita".
Dunque, la prima considerazione da fare è che:
“Noi siamo portati dal desiderio, […] (o meglio), siamo posseduti dal desiderio, non nel senso negativo del termine”,(bensì) “il desiderio ci attraversa, […] che non è la forza dell’io semplicemente, ma che è qualcosa di ulteriore rispetto all’io; […] l’esperienza di una forza che mi supera.”
“Dove c’è l’io, dove c’è la supponenza dell’io di governare il desiderio, non c’è desiderio. Viceversa, esso appare quando l’io si indebolisce, quando l’io riconosce la sua insufficienza. È per questo che l’io è in fondo la malattia mentale dell’uomo: credersi un io è veramente la ‘follia più grande’, (J. Lacan). Credersi un io è una follia, e questa follia adombra l’esperienza del desiderio.”

Si è detta ‘paura’ utilizzando un termine che può sembrare scorretto, ma è questo il vero paradosso: la paura d’essere dominati dal desiderio e/o assoggettati, quanto più permettiamo al desiderio di soppraffarci. È allora che quello che doveva essere “il desiderio del -e/o nel- desiderio dell’altro” (Lacan), diviene la negazione del desiderio stesso. Mentre, invece, il desiderio deve far appello e/o congiungersi con il desiderio dell’altro per avere una sua valenza intrinseca:

“Ed è quando la vita umana prende la forma dell’appello all’altro, dell’invocazione dell’altro, - potremmo dire radicalmente - della preghiera: che la vita umana può dirsi ‘vita che si rivolge all’altro’. Quando ciò che noi siamo, è tradotto in domanda d’amore, in domanda di presenza”; quando cioè il desiderio si fa corrispondenza con l’altro nell’assunzione di corresponsabilità.
Paura che nella notte (dei nostri giorni) possa non rispondere nessuno al nostro grido di desiderio:
“La vita umana per umanizzarsi ha bisogno di questo sì, (corrispondente all’ammissione di presenza), ha bisogno di essere adottata (dall’altro), e dunque che qualcuno dia senso alla nostra vita.”

Nel volervi vedere una qualche contraddizione, se di questa si tratta, sta nel fatto che “il desiderio esige al tempo stesso di realizzarsi in proprio”; mentre è pur vero che “il desiderio dipende dal desiderio dell’altro, […] dall’accoglienza dell’altro”, quasi che il nostro desiderio fosse il desiderio dell’altro e/o, comunque, dipendesse dall’altro. Ma se escludiamo che ciò possa sussistere, il nostro desiderio risulterebbe acefalo, strettamente legato al nostro individualismo, al nostro narcisismo quanto al nostro egoismo.
Semmai dovremmo imputare al nostro desiderio una fuga dalle emozioni, la cui assenza sfocia nella solitudine, nella volontà di non misurarci con gli altri, né con la società, né col mondo che ci circonda; una sorta di patologia malata che non ci mette al riparo dalla sofferenza:

“Il desiderio si nutre del desiderio dell’altro, ma il desiderio esige anche di avere un proprio oggetto (presenza), una propria vita (da spendere e scambiare), un proprio percorso (esperienza), e in questo si manifesta come fuoco (possessione), come forza (volontà). Ciò va riferito agli atti che compiamo e che compiremo, e che “spiega, per esempio, tutta la turbolenza della giovinezza”: le inquitudini, le ripetute crisi, i fallimenti, gli abbandoni, i sensi di colpa e di sbandamento cui si è soggetti in gioventù, e non solo. Ci sono età in cui la giovinezza ostinata, l’invecchiamento, la non accettazione del decadimento fisico, creano quelle ‘paure’ insospettate (spesso inconsce) cui solo la psicoanalisi ha saputo e può dare risposte valide.
La fuga in avanti e/o dalla realtà attuale, ad esempio, ha determinato l’attaccamento morboso all’uso del cellulare, la cui ‘presenza’ è qualcosa che nel bene e nel male ci rassicura; così come i video-giochi ci danno la dimensione della nostra potenza di riuscire ad essere ciò che (ancora) non siamo, o che ‘forse’ non abbiamo il coraggio né la volontà di essere: cioè despoti di noi stessi. Ma attenzione, non saper tenere sotto controllo i sentimenti può anche scatenare in manifestazioni violente di quell’io che crediamo di essere, dacché l’arroganza, la violenza, lo stupro,
il masochismo che ci rende comunque schiavi di noi stessi.

È dunque questa, in assoluto, la ‘forza’ cui detenere il controllo, saperla conformare alle esigenze reali, non utopistiche di ciò che non ci è dato, ma, per fare ciò, in primis bisogna conosce se stessi, chi siamo, cosa vogliamo, dove vogliamo andare, cosa vogliamo costruire, che sono poi i segni di una maturità per certi casi irrangiungibile.
Sia nei casi in cui “la vita si dà come esigenza di separazione” da un precedente status; sia in cui necessita di una rottura col passato e/o con l’attuale status, e si da inizio a una forma di ‘erranza’ dove, oltre ad incontrare se stessi, si va incontro all’altro, in termini di instaurare un rapporto con l’altro, scavalcando le differenze di genere (sesso) che le diversità d’intenti (comunità, famiglia allargata ecc.).
Da cui si evince che, per non entrare in conflitto con se stessi, per continuare a soddisfare il (solo) desiderio dell’altro, veniamo a mancare di quella ‘volontà’ che altresì dovrebbe dare corso alla naturale esposizione dei nostri sentimenti, mancando così di affermare il nostro desiderio di intima soddisfazione:

“Al contrario la vita soddisfatta è la vita che si incammina con decisione (determinazione) lungo la via del proprio desiderio, e il desiderio esige rottura, conflitto. […] Essere ostinati con il proprio desiderio è una buona cosa: rende la vita felice, soddisfatta, e dunque la rende anche generosa, perché vita generosa è la vita soddisfatta.”

Rammento un vecchio detto in cui si affermava con saggezza che «non si vive di solo pane», e questo è il caso più lampante che abbia annotato negli anni della mia lunga esperienza in vita: “Certo, perseguire con determinazione il proprio desiderio significa anche far soffrire”, per quanto le risposte che Recalcati dà su questa argomentazione filosofica prima ancora che scientifica, si avvalgono di esempi maturati nel tempo, vuoi sulla sua persona, vuoi basate sull’esperienza di tanti anni passati a contatto con i giovani presso l’Università di Pavia in cui insegna ‘psicopatoloia del comportamento’.
Ciononostante mette in guardia sull’uso sconsiderato della psicanalisi:

È indubbio –scrive l'autore– che “la psicanalisi è una possibilità di traduzione dell’inconscio, ma rimane il fatto che il desiderio fa fatica a essere accolto, perché straniero a noi stessi, […] parla appunto un’altra lingua – una lingua straniera – che dobbiamo tradurre. Il desiderio non parla la lingua dell’io: è per questo che è difficile coglierlo e avere un rapporto diretto con il proprio desiderio”.
E aggiunge che per certi versi l’analista permette di tradurre metaforicamente la lingua cifrata in cui parla l’inconscio, ma che una volta tradotta, la difficoltà sta nell’indurre il paziente a decidere di andare nella direzione in cui il desiderio spinge; aggiungendo che paradossalmente, il desiderio spinge, ad esempio nei giovani, verso la dipendenza necessaria di andare incontro “all’appartenenza e all’erranza, al desiderio dell’altro e al desiderio di avere un proprio desiderio”.

Si direbbe una forma di realizzazione alquanto singolare, ma è proprio così che accade, almeno per una grossa percentuale di casi, allorché ‘incarniamo il desiderio’:
“Ora, il desiderio è sempre incarnato. Non c’è desiderio separato dal corpo. In questo senso il desiderio è sempre erotico […] in quanto porta con sé il corpo. Il desiderio non è l’io, è più dalla parte del corpo che dalla parte dell’io. Pensiamo all’arte: quando un musicista suona, uno scrittore scrive, un attore recita, quando c’è vocazione nell’arte, lì c’è il corpo, il corpo erotico”. Ovvero, la piena soddisfazione del corpo, qui inteso anche come forma intellettiva.
In fondo il cervello per quanto elastico sia va comunque considerato una parte del corpo, ciò che muove i sentimenti, da cui si sprigiona il desiderio, quell’eros corporale implicito nello spirito che possiamo distinguere in diverse espressioni intellettive consequenziali: nel dare oggettivo (donarsi) e/o nel ricevere (soddisfarsi); nel creare (generare) e/o distruggere (de-strutturare); ma ed anche nell’amore (elettivo - dinamico) e/o nell’odio (destitutivo – distruttivo).

In questo senso ogni evoluzione intermedia è, nel rapporto con il desiderio in quanto: “manifestazione del corpo, della dimensione vivente del corpo, apertura degli orifizi del corpo”; cioè apertura a/del desiderio “perché il desiderio esige l’apertura dei mondi (verso la natura umana, verso gli altri esseri antropici ecc.), perché in questo (e solo in questo) si respira la trascendenza del desiderio”.
“Anche il desiderio di Dio porta con sé il corpo …”, ma questa è un’altra parentesi che si apre dalle pagine di questo libro e in altro modo, più ampio, è documentata dall’autore in altre sue pubblicazioni: “Lacan suggerisce di andare al fondo di questo desiderio come desiderio d’altro. […] Possiamo dire che il desiderio, attratto com’è dall’illusione del nuovo, si trova anche la dimensione di apertura del desiderio”, da cui “emerge una responsabilità irriducibile” (specifica dell’essere). Responsabilità che si traduce in ‘vocazione’: “ una spinta, un orientamento fondamentale e singolare della vita, di una vita”.

Onde ciascuna vita è animata e/o orientata dalla vocazione del desiderio: “una legge che è fondamento di tutte le civiltà, della possibilità del vivere insieme, della possibilità della comunità, che inscrive nel cuore dell’umano l’esperienza dell’impossibile, legge che veicola l’esperienza dell’impossibile. È nella misura in cui la vita fa esperienza del limite (di quel tutto che ci è negato), che diventa possibile generare il desiderio”.
Ma c’è una frase in questo libro che più mi ha sconvolto al pari di un’onda d’urto in pieno petto, e che pur mi affascina e mi sorprende: “C’è un solo peccato, un solo senso di colpa giustificato, ed è quello di cedere, nel senso di indietreggiare, sul proprio desiderio”; che riscatta tutta l’argomentazione dall’essere fin troppo filosofica, per la parte in cui la filosofia infuenza la psicologia e anche la psichiatria.
“Non ci sono altri peccati – ci dice ancora l’autore – il che la futilità del capriccio, quando sentiamo che nella scelta che siamo chiamati a comnpiere, lì c’è la dimensione del desiderio e – come direbbe il filosofo – ne va di tutta un’esistenza, della stessa vita”.

Massimo Recalcati, psicoanalista e saggista tra i più nori in Italia, è membroanalista dell’Associazione lacaniana italiana di psicoanalisi. Dirige l’Irpa (Istituto di ricerca di psicoanalisi applicata) e insegna presso l’Università di Pavia. Tra i suoi libri tradotti in numerose lingue, oltre a quello qui recensito, vanni segnalati: “L’ora di lezione” (2014), “Le mani della madre” (2015), “Il mistero delle cose” (2016), “Contro il sacrificio” (2017), inoltre a “Il segreto del figlio” (2017).



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- Letteratura

Euterpe Rivista di Letteratura n.28

EUTERPE Associazione Culturale,
è lieta di comunicare l’uscita del n°28 della Rivista di Letteratura rivolta al tema “Musica e letteratura: influenze e contaminazioni”, con particolare interesse all’attualità delle argomentazioni messe in campo da quanti, poeti e scrittori, hanno inteso partecipare con articoli e saggi di rilievo.

L’apertura di questo numero vuole essere un omaggio al poeta Guido Oldani, padre del ‘realismo terminale’, con alcuni suoi inediti e un commento a cura del critico letterario Lucia Bonanni.

ARTICOLI

Mario De Rosa – “Una mistica fra rock e poesia: Patti Smith”
Iuri Lombardi – “Gli scrittori nella canzone d’autoreitaliana”
Fabia Baldi – “La querelle del Premio Nobel a Bob Dylan”
Corrado Calabro’ – “Musica e poesia”
Bruno Centomo – “Buonaterra e Centomo: la parola in musica”
Cinzia Perrone – “Bob Dylan il menestrello del rock”
Giorgio Mancinelli – “Musicologia all’origine della cultura globalizzata”
Francesca Camponero – “La poetica, cuore del melodramma”
Paolo D’arpini – “Musica come espressione ecologica dell’anima”
Denise Grasselli – “Dalla letteratura alla musica: l’enigmatica storia di Orfeo e Euridice”
Cetta Brancato – “Canto per Francesca”
Vincenzo Prediletto – “Beat in rosa: musica beat ed emancipazione femminile”

SAGGI

Cinzia Baldazzi & Adriano Camerini – “Bob Dylan tra Keats, Leopardi e Shelley”
Luca Benassi – “Del testo e della musica. Un approccio storico ai problemi relativi al rapporto tra poesia e musica”
Stefano Bardi – “La nuova frontiera della poesia in Italia: Rap & Company”
Lucia Bonanni – “Da La terra del rimorso di Ernesto De Martino alla “cinematografia sgrammaticata” di Pier Paolo Pasolini per un percorso interdisciplinare tra etnomusicologia, letteratura popolare e cinema etnografico”
Franco Buffoni – “Ritmo sopra tutto”
Cinzia Demi – “La voce della fontana in Fogazzaro, D’Annunzio, nei Crepuscolari. Una musica per immagini”
Lorenzo Spurio – “Approcci comunicativi e sovrapposizioni di voci nel delirio di Alice nel Paese delle Meraviglie”
Maria Grazia Ferraris – “Fryderyk Chopin e George Sand. La goccia d’acqua”
Gabriella Mongardi – “Letteratura e musica in La morte a Venezia di Thomas Mann”
Valtero Curzi – “Letteratura e musica: influenze e contaminazioni”
Marco Tabellione – “La Musica silenziosa. La poesia e la sua musicalità”
Angelo Ariemma – “Les Chansonniers ovvero poesia permusica”
Graziela Enna – “Due poeti francesi reinterpretati da Fabrizio De André: François Villon e Pierre de Ronsard
Carmen De Stasio – “Pienezza espressiva tra musica e letteratura”
Francesco Martillotto – “La musica, “dolcezza e quasi anima de la poesia” in Torquato Tasso

RECENSIONI
Gabriella Mongardi – “Come se di Luigi Santucci”
Laura Vargiu – “Cattivi dentro. Dominazione, violenza e deviazione in opere scelte della letteratura straniera di Lorenzo Spurio”
Laura Vargiu – “Quadro imperfetto di Stefania Onidi”
Carmelo Consoli – “Così è. Colloqui con Dio di Ermellino Mazzoleni”

La rivista può essere letta e scaricata in formato pdf collegandosi al bottone del sito dell’Ass. Euterpe (www.associazioneeuterpe.com). Segnaliamo la possibilità di poter visualizzare e leggere la rivista anche in altri formati compatibili con altri dispositivi: ISSUU/ Digital Publishing
Formati e-book:
Azw3 per Kindle di ultima generazione
Mobi per compatilità con tutti i Kindle
Epub per tutti i lettori non Kindle

Si ricorda inoltre che il tema del prossimo numero della rivista al quale è possibile ispirarsi sarà “I drammi dei popoli in letteratura: genocidi, guerre dimenticate, questioni irrisolte, rivendicazioni e speranze deluse”. I materiali dovranno essere inviati alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 31 Maggio 2019 uniformandosi alle “Norme redazionali” della rivista.

È inoltre gradita la partecipazione al 4° Concorso di Letteratura “Storie in viaggio” di cui il bando sul sito concorsostorieinvigaggio@gmail.com entro e non oltre il 30 giugno 2019.

Dopo le precedenti edizioni che hanno avuto la loro cerimonia di premiazione rispettivamente nei comuni di Cingoli (MC), Camerata Picena (AN) e Corinaldo (AN), ed essendo il Concorso volutamente itinerante, l’Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN), con il Patrocinio del Comune di Morro d’Alba e della Provincia di Ancona, indice la quarta edizione del Concorso “Storie in viaggio” cambiando denominazione da “Concorso di Racconti brevi” a “Concorso di Letteratura” a ragione dell’ampliamento delle sezioni di partecipazione. La partecipazione al concorso è regolamentata dal bando pubblicato sul sito suddiviso nelle seguenti sezioni:

1.Racconto a tema il viaggio
2.Racconto a tema libero
3.Libro edito (poesia, saggistica, fotografico, altro riconducibile al tema “il viaggio” e diari di viaggio)
4.Video-poesia / video-racconto riconducibile al tema del viaggio.

Per quanto attiene alle sezioni A e B si partecipa con racconti editi o inediti, ma in quest’ultimo caso è richiesto di indicare in che libro o antologia sono stati precedentemente pubblicati. L’autore, comunque, deve essere l’unico detentore dei diritti sul testo che invierà. Riguardo alla sezione C si partecipa con un libro edito (appartenente ai generi sopra indicati) pubblicato regolarmente con casa editrice o autoprodotto dotato di codice identificativo ISBN.

Relativamente alla tematica del “viaggio” (sezioni A, C e D) si fa presente che può essere interpretata liberamente a intendere viaggi fisici, di spostamento sul territorio nazionale o internazionale e di viaggi interiori, percorsi di approfondimento e di crescita personale, educativo, morale, spirituale o di altra tipologia.

Ass. Culturale Euterpe c/o Lorenzo Spurio
Via Toscana n°3 - 60035 – Jesi (AN)
Per info rivistaeuterpe@gmail.com

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- Arte

Matera: Capitale Europea della Cultura

La Lucania, terra di sentimenti nascosti.
Matera, città d’arte, designata dall’UNESCO ‘Capitale Europea della Cultura 2019’.

“Come amorevolmente protetta da robuste braccia, fra le due estreme penisole della Iapigia e della Calabria, regni delle Murge e delle Sile, si apre la classica costa ionica dela Basilicata, alla quale fanno corona la tragica Metaponto, bella ancora di templi dorici, la bianca Pisticci ricca d’industrie, Montalbano Ionico, centro agricolo e la fiorente Policoro, vicina ai resti di Heraclea che col castello dei Berlingieri, attorniato da umili abituri, domina la sua opulenta pianura e il mare. […] La spiaggia e la circostante silenziosa pianura, sembra ora ridestarsi da un sonno che si perde nei tempi ed avvince per il suo vero e molteplice aspetto antico e storico, artistico, culturale e pittoresco: contrada che meglio custodisce il tipo del paesaggio classico, solenne e suggestivo. Proprio in questo sacro silenzio emergono le linee di una energia primaverile, in cui il soffio stesso è il caldo alito di una febbre di altezze e di aspirazioni sante. E la campagna racchiude in sé i segni possenti delle età passate”.

Inizia così il bel libro postumo “La mia Basilicata” in memoria di Concetto Valente che il figlio Giuseppe Valente ha voluto dedicargli nel centenario della sua nascita. Ben poco rimane all’immaginario da fantasticare, la colta descrizione parla da sola, ancor più quando lo scrittore si abbandona al canto lirico del poeta che lo insigna, e che ritroviamo nelle pagine seguenti:

“Dal golfo s’inerpica la terra lucana tra colli e monti, le cui vette brulle ed immacolate immerse nell’azzurro formano la gradinata gigante dinanzi alla immensa valle solitaria ed all’arco aurato della spiaggia. Dalle schiere di colline e monti, interrotte da strette pianure ubertose e da fresche valli, s’innalza repentino, come nube a Mezzogiorno, a confine con la Calabria, il massiccio del Pollino, dalla cui vetta l’occhio abbraccia un vastissimo orizzonte che comprende la visione di mezza Basilicata e spazia dal Tirreno, fino al porto di Taranto ed oltre. [...] E già emergono terre più ricche e sane, specie intorno all’oasi di Policoro, già bella di superbi e fregranti frutteti, e così in tutta la pianura ionica stanno estendendosi più fitti aranceti, albicocchi e pescheti, salutati sulle prime colline dall’antico fluttuare di ulivi, di potenti carrubi, di grandi quercie, di favolosi pini, di pruni, fichi, mandorli ed ancora aranceti e cedri”.

“Le montagne della Basilicata hanno una caratteristica tutta particolare: vette superbe dominanti panorami meravigliosi e vari, profili staglianti ed ora armonici, che a guisa di anfiteatri racchiudono ridentissimi piccoli laghi selvaggi. Spesso città antiche, belle e custodi di opere d’arte d’immenso e pregevole vale subliminano queste alture; l’antichissima Matera dei Sassi, ricca di opere d’arte di ogni tempo d’inestimabile valore, Montescaglioso, Irsina, Tricarico, Acerenza, Venosa, Lavello, Melfi e l’aerea Potenza, che dalla sua altezza giganteggia sull’antica e gloriosa Valle del Basento e su quella ampia di rione S. Maria, verde di boschi, ‘boschetti’, ‘macchie’ e giardini”.

“La Basilicata non è terra improvvisata, cova dentro il suo fuoco ed ha il pudore e la gelosia dei suoi sentimenti più profondi. La bontà gli è riconosciuta; la giustizia presiede a qualsiasi giudizio delle moltitudini. Capace d’impeti mistici e di lunghe vigilie, la sua gente è ragionatrice, ponderata per indole, è vigile nelle analisi e si eleva a mirabili sintesi. Vuole essere epicurea ed è di natura nostalgica. Il suo custico umorismo non uccide ed è edificatore. Vuol ridere e si accora di un niente. Ascoltatela nelle ore gravi, terra sacra ai campi; terra sacra alle opere eterne. La sua gente vi fatica senza amarezza: la stella dell’alba è salutata dal canto del boaro; quella del crepuscolo ancora sente cantare gli uomini che ritornano verso le case disperse, che il monte cova ed il cielo inazzurra. La divina natura spesso inspira il cantore popolare, che commosso trova un’alta espressione sulle labbra per la terra madre”:

“Sienti,sienti! La terra mi parla chiani / sienti sta mamma antica / ca mi chiami e mi vole se songh luntani!”

“Per la gente lucana la maggior vita è all’aperto, la sua primavera è gagliarda, tutta vissuta nei riti agresti della semina, della mietitura, della vendemmia.I contadini di Maratea e di Acquafredda, a breve distanza dal classico lido dei templi pelipteri immortali di Paestum, come quelli delle colline del Mare Ionio, così del Pollino, Volturino, Areoso e Vulture o lungo il Bradano, Basento, Agri, Sinni e Ofanto, al tempo della mietitura del grano, verso sera quando il sole sta per giungere al tramonto, sospendono il lavoro e si inginocchiano dinanzi al sole che muore. Nella dolcezza dell’ora il massaro intona una Ave Maria alla quale i mietitori rispondono in coro sollevando le falci verso il sole”.

“Le tradizionali visioni mistiche ridestano la gente nei campi il contadino è tutt’uno con la sua terra, alla quale la sua vita è connessa immutabilmente. La ama profondamente. Conosce il cammino della sua casa, conosce l’ombra dei suoi pagliai. Ogni angolo dei suo campi, ogni fossatello, ogni vite, ogni olmo gli sono familiari ancor più della faccia della donna sua. E questo gli basta. Egli non può far passare il giorno che non percorra i suoi campi fra le siepi ben tenute; va fra la nebbia o la neve; studia i frusoli delle sue viti, le gemme dei suoi peschi, il verde dei grani pallidi, che debbono cespire. Non chiede di più. Emigra; arricchito ritorna in patria e riprende a lavorare il suo lembo di terra, al quale ha dato una fisionomia, un nome e un cuore. Riprende l’opera di rinascita a favore del suo tempo”.

“Risuonano nel suo cuore di uomo antiche melodie. E così nei vecchi orti di Venosa ove grandi massi poligonali, fra torri, dominano il Vallone Ruscello, formando insieme il loro miracolo di poesia e di realtà, di presente e di passato, di rovine classiche e di architetture medievali, io potetti ascoltare un canto leggere, fresco, di seminatori”:

“Lu cieli si inondava di grazia / mentre la selva mormorava cupa. / A Vergine Maria s’assettò / all’ombra dell’auliv; tutt’e frasche / abbasciannisi vasaren’a Gesù. / Evviva Maria / e chi la creò. / Lu cieli si inondava di grazia / mentre la selva mormorava cupa”.

“La bella strofa mistica, come per un canto umbro, pareva munita, pel suo volo, di candide ali, fra i severi ruderi latini. Un altro canto mistico nel periodo dei pellegrinaggi a San Miche le del Gargano ed alla grotta di San Michele di Monticchio, richiama il culto bizantino per San Luca Corleone e per San Vitale – che dopo aver difeso leoninamente Armento contro i Saraceni, maceravano le loro carni nelle grotte basiliane del torrente Melfia (Vulture), ove dipinsero santi ieratici e simboli del Cristianesimo – e ricorda ancora la tradizione dei cavalieri longobardi e dei loro rappresentanti spirituali, i monaci latini, che ne arricchirono la leggenda introducendo nell’Italia meridionale il culto per San Michele Arcangelo, il cristianizzato giovane Sigfried uccisore del drago, al quale furono dedicati santuari sulle cime dei monti della Lucania”.

Qualcuno leggendo si chiederà dove poter trovare la Lucania, oppure il Cilento, paradossalmente ‘inesistenti’ su gran parte delle carte geografiche, dopo l’avvenuto accorpamento di queste regioni con altre o la cancellazione dai flussi di comunicazione di zone del territorio rurale, ritenute di scarso interesse turistico ed economico. Per trovare alcune notizie interessanti sono tornato a sfogliare la Treccani con davvero scarsi risultati, se non che si tratta di una sub-regione la cui popolazione è dedita alla pastorizia e all’agricoltura. Mentre ho trovato qualcosa in una ‘Guida d’Italia’ del Touring Club Italiano nientemeno che del 1928 in cui si annovera la Lucania, come un’antica regione italica successivamente compresa nella Calabria e, infine, annessa alla Basilicata. Ma solo perché la sua storia è legata alle numerose guerre combattute da Greci e Lucani, fra Lucani e Romani contro Pirro e Annibale seguite da grandi devastazioni del territorio, niente di più.

Quel che verosimilmente rimane di questa regione, è infine un ‘amaro’ che viene regolarmente pubblicizzato in TV. Ovviamente non può essere solo questo, mi sono detto, ne vale la dignità di un popolo autoctono già famoso nell’antichità per la produzione artigianale della ceramica, sono famosi i vasi lucani, in cui si distinse per la sua qualità e il livello artistico. Poco o quasi niente rimane della conoscenza degli usi e costumi dei Lucani e dei Cilentani, letteralmente ignorati nella grande “Storia d’Italia” dell’editore Einaudi che, nei volumi dedicati a ‘I caratteri originali’ e ‘I documenti’ fa riferimento solo alle popolazioni della Basilicata e distrattamente alla Lucania in quanto agglomerato della prima, dacché la Lucania e il Cilento verosimilmente non esistono:

“Non si deve certo disconoscere che vaste aree contadine e pastorali del Sud sono rimaste sostanzialmente escluse dal contatto con le egemonie urbane e con le ‘città contadine’ ed altre ne abbiano subito solo marginalmente la pressione, ma è tuttavia ipotizzabile che il particolre ordinamento socio-economico del Sud abbia potuto mettere in movimento processi trasformativi della cultura tradizionale in grado di riprodursi attivamente lungo un arco temporale assai lungo, considerando la compresenza di altri elementi e il fatto che la tendenza a organizzare su base urbana la società contadina permane, nel Meridione, fino a noi. A questo elemento un altro può essersi congiunto nel determinare una particolare disposizione della comunicazione orale del Sud verso moduli che oggi ci appaiono assai prossimi a forme della ‘poesia culta’ della prima età della nostra storia letteraria.”

“Se infati osserviamo come quei caratteri ‘culti’ paiono essere emergenti più in Sicilia che nelle altre regioni meridionali e come la connotazione più ‘profonda’ e ‘primitiva’ il nostro Sud la trova non già nei suoi territori più meridionali ma piuttosto in un’area, per lo più interna, che comprende Campania, Puglia, Lucania e Calabria settentrionale, possiamo immaginare che anche quel processo di tardiva rilatinizzazione, che i linguisti hanno rilevato in Sicilia e nella Calabria meridionale, possa aver agito nel senso di caratterizzare in modo più ‘moderno’ una parte almeno degli oggetti comunicativi. In una simile prospettiva si può allora ipotizzare un duplice indirizzo d’influenza (dalle città meridionali verso le campagne e dalla Sicilia verso il continente) sulla cultura ‘arcaica’ del nostro Sud, con le conseguenze abbastanza sorprendenti che oggi ci è dato di osservare.” Ciò per quanto concerne le informazioni contenute in “Enciclopedia” (Einaudi 1973).

Tuittavia ritengo autorevole quanto scritto da L. M. Lombardi Satriani (*) sulle possibile ‘tecniche di distruzione di una cultura’ cioè, di un vero e proprio etnocidio a discapito di alcune popolazioni che assistono alla negazione e spogliazione della propria espressione culturale. Quando, a fronte di una cultura sommersa pur comprensibilmente autentica che pur andrebbe finalizzata alla comprensione di un ‘vissuto’, anche se in certi casi inconsapevole, da tutti, in ragione d’una sua comprovata esistenza territoriale.

Sommersa come lo è una certa religiosità commista di antiche superstizioni che sopravvivono nel sacro e nel divino che, ancora oggi sono parte integrante del quotidiano, sintomi di una tensione verso il sacro che il cristianesimo ha storicamente individuato e da sempre incanalato verso una religiosità autentica che si professi più autentica. Per quanto è altrettanto vero che questi agglomerati esistono e sono sempre esistiti, come bisogni non materiali che il godimento di sempre maggiori beni di consumo non riesce a soddisfare, anche se la cultura industriale li ha spinti ai margini, svalutati, soffocati, bollati dentro il loro stesso alone del ridicolo che verosimilmente li ha maturati.

Ma è tempo questo di restituire allo spirito quello spazio che gli concerne con un canto tradizionale raccolto presso un bracciante agricolo di S. Marzano, in cui la discendenza da antichissimi riti di morte e resurrezione, accentuate dall’uso melodico e una metrica insolita, fanno di alcuni canti veri esempi di grande rilevanza dell’espressività popolare:

“Né Carnuvà, pecché si’ muorto” (tipico lamento rituale per la morte del Carnevale)

“Né Carnuvà pecché si’ muorto / che nce vogliono ‘e sorde belle p’e schiattamuorte / che ggioia / t’aggio sentut’o o rummore r’re campanielle / mo se me vene ‘o cavallo ‘e puleciello /che ggioia / t’aggio sentut’o o rummore r’re carrettelle / mo se me venen’ ‘e femmene co’ ‘e canestrelle / che ggioia”.

L’espressività dionisiaca del ritmo, caratteristica di alcune danze più antiche relative alle feste organizzate in onore della divinità pagana, può essere ricondotta alla funzione originaria di scansione musicale e coreutica all’interno del Carnevale sotto la denominazione generica della ‘tarantella’, accomunata ad altre danze ‘taranta spagnola’, ‘tarantulata pugliese’ ecc. in cui la particolare diffusione dell’organetto come strumento d’accompagnamento la fa da padrone. L’originalità del canto che segue sta nel fatto di elencare una serie di strumenti che variano da luogo a luogo e che ci permette di connotarne l’uso:

“Caro cumpare”
(canto sull’organetto, chitarra, tamburello, campanelli)

“Caro cumpare che bai sunanno
vaco sunannu lu viulinu
comme lu suoni lu viulinu (uè cumpà)
minghillu-minghillu fa ‘u viulinu
don-don-don fa ‘u campanone
dan-dan-dan fa la campana
din-dindin fa ‘u campaniello
e dipidindà fa ‘u tamburiello

Caru cumpare che bai sunanno
vaco sunannu la rancascia
comme la suoni la rancascia (uè cumpà)
t’ ‘o ‘ncascio t’ ‘o ‘ncascio fa la rancascia
te ‘mponno te ‘mponno fa le zampogne
bai e bbene l’urganettu
nze-nze-nze fa la chitarra
minghillu-minghillu fa ‘u viulinu
don-don-don fa ‘u campanone
dan-dan-dan fa la campana
din-dindin fa ‘u campaniello
e dipidindà fa ‘u tamburiello

Caru cumpare che bai sunanno
vacu sunannu lu cuornu re caccia
comme lu suoni lu cuorno re caccia (né cumpà)
e musciu e bbuono t’ ‘o sbattu ‘mpaccia
ecco ca suona lu cuorno re caccia”.

Ed ecco cosa ci dice un vecchio libro scolastico sulle “Regioni d’Italia” sulla Basilicata allorché, superate le informazioni sul clima, la flora, la fauna e l’aspetto orografico del territorio, l’industria e l’artigianato, ci ricorda le principali città come Potenza, Matera, Avigliano, Melfi, Maratea, Piosticci, Tursi, Acerenza, Tricarico Montescaglioso con le rovine della Magna Grecia, così come Metaponto (dove insegnò Pitagora), e che sulle monete rinvenute (Lucania) appare il simbolo della spiga d’orzo, un tempo sacra a Cerere e simbolo della regione. Un solo sporadico accenno è dato sulla Lucania:

“isolata fra i suoi monti, percorsa da profonde vallate di difficile accesso che in tempi antichissimi vide giungere gruppi di ‘coraggiosi’ che spingevano avanti le loro mandrie e trasportando gli utensili agricoli, e che quindi vi si stabilivano attratti dalla bellezza naturale del luogo. Mille anni prima di Cristo giunsero i Lucani; più tardi i Greci, i Goti, i Longobardi, i Bizantini che ne cambiarono il nome in Basilicata da ‘basilikos’ che in greco significa ‘funzionario imperiale’.

Ancora oggi la più grande personalità lucana è il poeta latino Orazio Flacco (Venosa 65 a.C. - Roma 8 aC.) autore di Epodi e Odi, Satire ed Epistole appartenenti al genere lirico. Per saperne di più ho sfogliato quell’incredibile documento storico in due volumi che “Antica Madre” (AA.VV. Garzanti-Scheiwiller 1989) ha dedicato alle genti italiche: “Italia: Le genti della Basilicata antica”, che ci informa sui Lucani anche detti Enotri o Coni di origine arcade, forse discendenti da Sparta, già presenti attorno al 1800 a.C. quindi agli inizi dell’età del bronzo. E successivamente allo spostamento di gruppi etnici dalla Campania alla Sicilia a partire da un certo momento (e dunque da un certo mutamento culturale profondamente ellenizzato), in cui si identifica la fisionomia culturale delle rispettive popolazioni insediatesi nelle regioni meridionali, fra cui i Sanniti in Campania e i Lucani nell’area di Metaponto.

Poco o nulla è detto delle profonde trasformazioni avvenute nell’espressione del sentimento religioso e ancor meno degli strumenti musicali utilizzati nei rituali funebri e nelle feste calendariali in questa zona così sentite profondamente. Tuttavia, per quanto concerne la grande permeabilità culturale che ormai accomuna tutto il mondo italico meridionale, corrisponde una sostanziale unificazione dello scenario culturale si conosce l’esistenza di qualche sporadico flauto di canna (Eboli), della ciaramella (Auletta), dell’aulos a due canne forate, delle nacchere cilentane d’importazione ellenistica, e la cosiddetta ‘tromba degli zingari’ detta anche ‘marranzano’ presente in tutta la Magna Grecia.

Lo strumento importato probabilmente dall'Asia dalle popolazioni nomadi è conosciuto anche con il nome di ‘scacciapensieri’, è costruito in metallo a forma di un piccolo ferro di cavallo, con al centro una linguetta pur’essa di metallo fissata ad una sola estremità al telaio, viene fatto suonare tenendolo tra i denti e facendo vibrare con un dito la linguetta, la cui ‘nota’ può essere in parte modulata variando la forma della cavità orale attraverso il movimento delle guance e della lingua ed usata come accompagnamento negli intervalli musicali nel canto, insieme alla chitarra battente e al tamburello.

Sebbene la trascrizione dei canti non tiene conto delle riprese e delle ripetizioni di temi pur numerosissime, sia nella sua complessità e sia nella varietà, ciò avviene per nuclei musicali separati da brevi pause, attraverso una peculiare successione per ripetizione-cumulazione di un verso dopo l’altro, per cui si collegano in modo frequente di esecuzione, ma spesso anche per bruschi scarti su altro tema o, con improvvisazioni occasionali, tipici del cantare popolare che prevede l’intervento dei presenti secondo la disposizione soggettiva dei cantanti. Tutto ciò spiega in parte la variabilità del contenuto delle sequenze e la successione ininterrotta, ad esempio nella ‘tammurriata’ (canto e ballo alla tammorra) e/o della ‘pizzitata’ eseguita sulla chitarra battente. La nota ‘pizzitata’, termine che designa la tarantella utilizzata nel Salento per l’esorcismo coreutico-musicale nella terapia del ‘tarantismo’, anche conosciuta col nome di ‘pizzica’.

Allo stato della ricerca etnomusicologica si ignora se e quali connessioni e interrelazioni possano essersi sviluppate in passato fra ‘pizzica’ e ‘pizzitata’, la cui esecuzione tuttavia risente idealmente di un solo organico strumentale in accumulo di una serie di strumenti diffusi nell’area cilentana, sui quali una volta la ‘pizzitata’ veniva quasi certamente suonata durante le cerimonie pubbliche lucane: “..una mescolanza di cattolicesimo popolare e di relitti di forme religiose antico-arcaico connessi con i diversi momenti che regolano il mondo agricolo.

“ Tra le feste del ciclo dell’anno ‘carnevale’ e ‘capodanno’ hanno in gran parte hanno conservato caratteristiche abbastanza integre ed autonome. […] Tra queste ultime si pone il ‘giuco della falce’ che ha luogo (almeno fino a pochi anni fa) a San Giorgio Lucano, in provincia di Matera, e che appartiene a quelle feste di mietitura diffuse in gran parte dell’Europa. Elemento essenziale di questo ‘giuoco’ è il mascheramento dell’atto del mietere con quello di una battuta di caccia a un caprone, personificato da un uomo ricoperto da una pelle d’animale. I contadini, fingendo la battuta, in effetti mietono il grano e stringono sempre più il cerchio intorno al capro fino a raggiungerlo e ad ucciderlo simbolicamente”. (C. Valente, op.cit.)

Le cerimonie a carattere privato più diffuse sono quelle magiche, soprattutto la ‘fascinazione’, la pratica ancora presente e soprattutto la memoria culturale ancora viva, nonché l’importanza dell’aspetto etnomusicologico, dovrebbero essere di stimolo per gli operatori culturali e di quanti sono alla ricerca di stimoli musicali, che dal ‘vivo’ del passato, giungono fino a noi a insegnarci quel certo virtuosismo creativo mai dismesso, e che ritroviamo in ogni regione limitrofa. Tuttavia un aspetto particolare e una certa diversità distinguono l’assetto della Lucania/Basilicata dalle altre regioni come la Sicilia o la Campania, pur dividendo con queste talune somiglianze e evidenti scambi, se vogliamo, invevitabili con la Iapigia per il grande dominio culturale che sul litorale ionico ebbero con le città della Magna Grecia, le cui superstizioni sopravvivono nel sacro e nel divino di oggi.

Con ciò si vuole qui offrire un prezioso materiale di demopsicologia con l’intento di studiare l’anima popolare e di offrire alcuni documenti dei valori spirituali della razza, senza escludere quelle che sono le tradizioni pagane tutt’ora ‘vive’ sul territorio. Molti paesi sappiamo, offrono un largo campo di osservazione per quanto riguarda i costumi, i canti, i riti occulti e l’arcano dei ricordi orali, che attraversano la favolosa antichità del medioevo.

“Una usanza senza dubbio del periodo di Metaponto, di Siris, di Heraclea, di Paestum, è il rito che si pratica lungo la costa jonica di Pisticci, di Policoro, di Nova Siri e sui colli del Senise, di Sant’Arcangelo, di Ferrandina, Colobraro (in Lucania), e di Calimera, di Melpignano e di Castrignano (nella Iapigia) e che consiste nella celebrazione delle ‘prefiche’ sui morti, anche dette ‘repite’ che, a somiglianza delle antiche ploratrici, piangono e cantano lungamente sui cadaveri dei defunti” (C. Valente, op.cit.).

A questa usanza l’etnografo Ernesto de Martino dedica nel libro “Morte e pianto rituale” (Boringhieri 1975), un intero capitolo: “Il lamento funebre lucano”: “Può sembrare strano che una ricerca storico-religiosa sull’antico lamento funebre rituale si apra con una giustificazione metodologica che riguarda una particolare indagine etnografica. […]Un procedimento così eccezionale, e a prima vista così discutibile, è certamente bisognoso di una giustificazione che riguarda la determinata ‘tecnica del piangere’ come quella messa in atto nel Sud, cioè un modello di comportamento che la cultura fonda e la tradizione conserva al fine di ridischiudere i valori che la crisi del cordoglio rischia di compromettere. In quanto tecnica (quella del pianto rituale) che riplasma culturalmente lo strazio naturale e astorico (lo strazio per cui tutti piangono ‘ad un modo’), il lamento funebre è azione rituale circoscritta da un orizzonte mitico”.

“Al contrario i relitti folklorici del lamento antico ci permettono ancor oggi di sorprendere l’istituto nel suo reale funzionamento culturale: e ciò che la documentazione antica ci lascia soltanto intravedere o immaginare, cioè il lamento come rito in azione, la documentazione folklorica ce lo pone sotto gli occhi in tutta la sua evidenza drammatica, offrendoci in tal modo non sostituibili opportunità di analisi. […] Tuttavia anche se il lamento funebre folklorico ha perso il nesso organico con i grandi tempi della religiosità antica, e anche se i suoi orizzonti mitici sono particolarmente angusti e frammentari, esso può fornire ancora, almeno nelle aree trattate e di migliore conservazione, utili indicazioni per ricostruire la vicenda rituale che, nel mondo antico, strappava dalla crisi senza orizzonte e si reinseriva nel mondo della cultura autoctona.” (De Martino, op.cit.)

A questo proposito, per meglio comprendere la lezione di De Martino, riporto qui un passaggio riferito alla ‘morte’ di Vincenzo Boda (*) “La religione sommersa” (Rizzoli 1986): “La ripercussione attraverso la parentela (che pure si esplicitava come dolore per la perdita, diventava, ed era, un ‘crisi di gruppo’ di appartenenza. Ciò scaturiva da certi comportamenti rituali (mitici e sociali) nei quali certamente agivano , e interagivano, componenti diverse da quelle mortuarie. Ma non c’è dubbio che in tali mitologemi e in tali comportamenti rituali, sia a livello di crisi collettiva che accompagnava ogni morte, sia a livello della tensione e dell’angoscia che apparivano radicate nel sentimento dell’incertezza e della precarietà esistenziale. La vicenda ‘morte’ aveva ed ha una motivazione predominante e prevalente, tanto che non mancano studiosi i quali, a livello di ipotesi, fanno risalire l’origine della religione al tema della morte. In questa prospettiva, le mitologie dell’al di là, della sopravvivenza, dell’immortalità, i riti di seppellimento, di placazione, di venerazione dei morti e degli antenati si fondevano nella comune funzione di risposta all’illogicità della morte; diventavano tentativi per sostituire la sicurezza alla precarietà. Così il mito assolveva una funzione salvifica nel senso che, reagendo attraverso l’ideazione mitica, l’uomo e il gruppo si riscattavano dall’angoscia esistenziale e risolvevano la crisi emergente da ogni singola morte.”

“Il rito – prosegue Vincenzo Boda – doveva invece soddisfare sia l’esigenza istintiva, immediata, di esprimere il dolore e il dramma del distacco (che era più intensa e naturale quanto più prossimo era il grado di parentela o il rapporto di convivenza e di consuetudine), sia quella di risolvere il problema di fondo che stava nella crisi e nell’angoscia provocata dall’evento. Entro queste linee vanno pure riletti i miti dell’origine della morte e dell’immortalità primordiale, i miti di trasformazione della morte in passaggio all’immoertalità (si pensi, per esempio, nell’ambito dei miti più conosciuti ed elaborati, all’Ade pagano, ai misteri orfici, alla trasmigrazione delle anime ecc.), i miti della sopravvivenza (si pensi ai fantasmi, agli spettri, ma anche ai morti che ritornano, alle anime, alle ombre). Entro tali linee vanno pure riletti i fenomeni di ritualizzazione del duolo e del lutto, trasformati da ‘fatto primario istintivo’ (dolore per la morte e per il distacco) in una manifestazione che, seguendo schemi obbligati, tradizionali che, non solo si rende necessaria anche quando il fatto istintivo viene meno, ma può essere delegata a terzi, come a detentori delle giuste tecniche del duolo, appunto: la prefiche.”

Scrive ancora C. Valente: “Ma, oltre alle laudi severe della Settimana Santa, fra i monti della Lucania risuonano altri canti mistici, lì ove c’è anima, c’è sentimento, c’è dolore, ove c’è finalmente poesia. [...] Come nelle laudi dei poeti umbri, nei canti mistici l’espressione nuda del sentimento ha tutto l’impeto e il singulto della pura verità umana e l’amore divino non è che un riflesso dell’amore umano.” Richiamo qui di seguito un leggero e fresco canto mistico della gente lucana:

“Stedda Mattutina”

“È fatte juorne e sie lu benvenute / beneditte sia Die ca l’ha criate / Ti preje Gesù mje de darme aiute / concedami la pac’e la virtute / inta a chesta santa sciurnate.”

Famosi sono anche i riti nuziali, quelli per il Calendimaggio, le Cavalcate, le Processioni e i Pellegrinaggi che vengono talvolta riproposti con grande partecipazione popolare, come: “Il carro trionfale di Matera”, “Il pellegrinaggio di Fondi” e “La processione dei Turchi a Potenza”; quella per il “Corpus Domini al Santuario di Viggiano”, e la “Leggenda dei petali” (I pip’l): È questa una leggenda di alta ispirazione mistica in cui si narra: che nei tempi del martirologio cristiano una popolana di Potenza, nel lavare la biancheria giù al fiume Basento, ricordandosi che là vicino era stati suppliziati dodici martiri cristiani venuti dall’Africa, volle prendervi qualche loro reliquia – come scrive Paolo da Grazia (cit. Valente):
“Raccolse dei fiori inzuppati del loro sangue e se li portò a casa e li conservò in una pezzuola di candido lino. Dopo parecchi anni trovò i fiori ancora verdi come se fossero stati colti allora. Stupita li portò ad una asceta perché li conservasse in chiesa. Il ministro di Dio così fece e li conservò. E da allora ogni anno, il primo di settembre, in occasione della festa per i Dodici Martiri, si mostranvano al popolo i fiori verdi che aprivano i loro bocciuoli o petali, detti “pip’l”. Per questa tradizione d’ispirazione religiosa e di candida fede migliaia di giovinette del popolo, per la festa del Corpus Domini, dalle finestre e dalle terrazze di via Pretoria, adorne di damaschi, di tappeti e di coperte di seta, come un leggiadro e fantasioso mosaico di broccati, di oro e di ricami, salutano il passaggio del Santissimo sollevato dal Vescovo sotto una pioggia di fiori.”

Propongo quindi un canto ‘umoristico’ legato a “Lo scaricavascio” di Melfi con significazione storica risalente al 1799, epoca in cui i maggiorenti melfitani, in luogo di organizzare una strenua difesa della città, preferirono aprire le pèorte di casa propria alle orde devastatrici del Cardinale Ruffo. L’atto ritenuto vile, urtò il sentimento della popolazione che, non potendo altrimenti esprimere la propria indignazione in quei tempi di scarsa libertà, riuscì a significare nel canto detto dello ‘scaricavascio’, la insicura stabilità del dominio paesano che i maggiorenti, i sanfedisti, avevano ottenuto dal favore del Ruffo in cambio della resa. Il gaio ritornello – (come scrive A. Cantela nel libro di Valente) – è cantato da otto giovani contadini, quattro dei quali danzando sostengono il peso degli altri quattro, che si levano in piedi sulle spalle dei primi, tenmendosi stretti l’uno all’altro con le braccia. Nel balletto faticoso delle improvvisate torri umane che ne conseguono, la fertile fantasia popolare ricamò alcune strofe d’occasione i cui versi rivelano ai dominatori che se il popolo si sottrae al gioco del loro dominio, il capitombolo è inevitabile. Lì dove ‘Pizzic’Andò’ sta a significare: con tutto il pericolo, balliamo pure!
“Canto per lo ‘scaricavascio’”

“Vuoie ca state da sopra / Statev’attinte ancora: cadite … / Se si spezza lu ram di sotto / Ve ne sciate di capisotto. / Lu vide lu scaricavascio? / Lu vide e sembra mo /
Pizzic’Andò, pizzic’Andò.”

Ma in Lucania si canta anche all’amore Valente: “Il canto sgorga su dal cuore innamorato e trae ispirazione dalle tempeste dell’anima. Il popolo canta ed esprime la sua consolazione della fatica, la gioia del vivere e la sua fede con immagini delicate e pensieri pieni di tenerezza. A volte la poesia si fa profonda, più vivace e dolorante e accenna a intime lotte in descrizioni di vita popolare che raggiunge un alto valore lirico. Nenie nostalgiche e canzoni d’amore rivelano una malinconia pensosa, che è poi l’essenza dell’anima lucana, gaia talora solo in superficie, come nell’esempio di ‘fronna’ che segue:

“Canzuna nova” (in C. Valente, op.cit.)

“Voghhiu cantari ‘na canzuna nova,
pa gilusia ca mi struggi u core.
Gioia, l’amuri toj strittu mi teni!
Vurria tuccari l’unna ri lu mari
vurria vulà pi li cieli sireni.
Vurria cent’uocchi pi ti riguardari
milli cori pi ti vulì chiù beni.
La gilusia mi consumi u core
e ti voghhiu cantà a canzuna nova.”

Molte sono le canzoni d’amore cantate come messaggi da una gioventù priva di ogni distrazione, il cui pane e sale della vita era (un tempo) nient’altro che fatto di ansie e di lavoro, di stati d’animo e di desiderio, di sdegno e d’odio che si susseguono con vigorosa autenticità in una vena poetica e schietta, spesso insolita, nella giovinezza ardente … “E sia benedetta questa luce fatta di passione, di sentimento puro inestinguibile”. Tuttavia la Lucania e tutta la Basilicata non è solo questo. Con questa ricerca pur breve, si può ben immaginare quanto ancora ci sarebbe da dire, ma quest’oggi voglio con ciò salutare la gente lucana tutta e dare il benveuto a Matera città d’arte designata dall’UNESCO quale ‘Capitale Europea della Cultura 2019’.
Ma è qui doveroso ricordare lo studioso Concetto Valente che voglio ringraziare per il suo libro più volte citato, dal quale ho tratto a piene mani ogni sfumatura, e che tra le altre interessantissime cose di cui ci narra, ho appreso talune meraqviglie nascoste della città Matera:

“Una nota possente del paesaggio materano [...] è dato dalle ben note gravine scavate nei tufi e nei calcarei compatti – nelle voragini che separano le doline delle murge scendenti a gradinata verso il mar Ionio. La città si distende sui declivi di due valli profonde scavate dalla natura nel tufo seguendone la forma ed il declivio, chiamate Sasso Barisano e Sasso-caveoso. È dominato il Sasso-caveoso da un irto e severo scoglio con ai piedi una chiesetta bizantina scavata nella roccia. E le case dei Sassi, in gran parte aperte nelle doline tufacee, sono costruite in modo che l’una serva di base all’altra. Serpeggiano ripidi viottoli fra abitazioni primitive dominate da rocce e con scalinate sostenute da rozzi archi rampanti., in cui le caratteristiche abitazioni trogloditiche sostengono spesso ampie e impervie vie che si incurvano fra i comignoli delle case, il cui interno è rivestito di intonaco bianco ed ha lo stesso arredamento della casa comune”.

“Del sentimento religioso della gente lucana, le cappelle, le edicole e le croci, presenti nelle costruzioni, ci parlano le leggende sacre, le grotte aperte nei cupi recessi del monte Vulture, del monte Raparo e delle gravine di Matera, [...] ma perché il ‘frutto’ dell’arte si colga, conviene attivare questo semplicissimo criterio: laddove fioriscono forme speciali d’arte esse dovranno rinnovarsi, essere prese, continuate, adattate ai gusti dei tempi nuovi, senza che perdano nell’uso nulla della loro essenza, della natura propria della razza che vi impresse spontaneamente i suoi caratteri, le sue intime tendenze, le sue idealità.”

E con questo commiato, che a me sembra il messaggio più cospicuo e appagante dell’opera di Concetto Valente, scomparso nel 1954, al quale l’insigne Paolo Toschi ha voluto lasciare una dedica in cui gli riconosce la nobiltà della figura di studioso e di poeta, saluto e ringrazio il figlio Giuseppe che ha permesso di accedere all’opera del padre con la già citata sua pubblicazione.

Nota:

Concetto Valente (1881-1954) nativo della Lucania, fu direttore del Museo Archeologico Provinciale della città di Potenza, dal 1928 al 1954 anno della sua morte; colui che più di tutti si occupò di arricchire le collezioni artistiche museali. Nel 1925 ottenne la medaglia d’oro dei “Comuni d’Italia” dal Ministro della Pubblica Istruzione; ancora la medaglia d’argento nel 1942 concessa sempre dal M. della Pubblica Istruzione per la diffusione ed elevazione della cultura e dell’educazione nelle arti e nella tutela del patrimonio artistico e storico della Nazione. Infine, nel 1955 è stato insignito della medaglia d’argento alla memoria, dal Presidente della Repubblica per i benemeriti della cultura. Nel 1932 curò la “Guida artistica e turistica della Basilicata” una monografia con testo a stampa, riproposto poi con aggiunte nel 1948.


Note bibliografiche:

“Guida d’Italia” - Touring Club Italiano, 1928.
“Storia d’Italia” - Einaudi in ‘I caratteri originali’ e in ‘I documenti’.
“Enciclopedia” - Einaudi 1973.
“Antica Madre” (AA.VV. Garzanti-Scheiwiller 1989): “Italia”.

(*) Ernesto de Martino, “Morte e pianto rituale” - Boringhieri 1975;
“La terra del rimorso” - “Sud e Magia” - Boringhieri 1976.
(*) Vincenzo Boda, “La religione sommersa” - Rizzoli 1986.
(*) L. M. Lombardi Satriani, sulle possibile ‘tecniche di distruzione di una cultura’. Annabella Rossi in “Basilicata”, in “Santi, Streghe & Diavoli” a cura di L. M. Lombardi-Satriani, Sansoni Editore 1973.

Si ringrazia inoltre il Teatrogruppo di Salerno per le note e la trascrizione dei testi; Gelsomini D’ambrosio per le illustrazioni di copertina e i disegni che accompagnano i booklet davvero preziosi che accompagnano i due LP; l’Editoriale Sciascia di Milano per la produzione del catalogo Albatros/Zodiaco; la Oedipos Edit. per il libro-album "Fantocci, principi e marchesi. Il Teatrogruppo di Salerno" (2011) , scritto e curato da Luciana Libero con un ottimo archivio di foto in bianco e nero che, a prescindere dalla valenza strettamente tecnico-artistica, restituiscono, fanno rivivere e ci lasciano ‘affascinati’ da uno dei periodi più ricchi e creativi della storia della nostra musica popolare.



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- Religione

Cercatori di Dio : Epifania

CERCATORI DI DIO
‘EPIFANIA’

Carissimi buongiorno.
Vi trasmetto la meditazione di Don Luciano afferente al Vangelo della prossima Domenica Solennità dell' Epifania del Signore.
Rinnovo a ciascuno di voi e ai vostri cari di vivere con gioia il tempo di Natale e un Anno colmo della Grazia del Signore.

Dal Vangelo di Matteo (2,1-12):

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: “Dovè colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”.
All’udire questo, il re Erode restà turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero:
“A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda:
da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”.
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo:
“Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo”.
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i
loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra via fecero ritorno al loro paese.‘
La storia dei Magi è la nostra storia; è la storia del credente che risponde alla chiamata di Dio che gli giunge in mezzo alla confusione di questo mondo e che, nonostante le notti dello spirito che deve attraversare, persevera nel suo cammino. Nella loro storia ci sono tutti gli ingredienti di un vero cammino di fede.
Dio spesso si nasconde e raramente si svela a quelli che vuole chiamare al suo servizio, giusto quel tanto per spingerli a un primo passo che dovranno proseguire, come i Magi, nell’oscurità, nella fedeltà e nella fede, fino all’incontro faccia a faccia’
(J. Goldstain).

Mi piacciono i Magi, perché sono uomini in ricerca, cercatori della verità e dell’Assoluto. Il loro viaggio è il ‘santo viaggio’, il pellegrinaggio della fede, che inizia con il rendersi conto che quello che si conosce e che si possiede non basta, ma che bisogna dare ascolto alla propria sete profonda di verità.
Cercano, si mettono in viaggio insieme, interrogano, non pretendono di trovare da soli, non si scoraggiano nella loro ricerca, sanno ricominciare...
Mossi da questa ricerca di verità, i Magi alla fine si incontrano con Gesù Cristo, che è la Verità.
Lessing ha detto: ‘Se Dio mi si presentasse tenendo in una mano tutta la verità e nell’altra tutta la ricerca della verità e mi facesse scegliere, io risponderei: ‘La verità piena è solo per te, Signore: a me, uomo, concedi sempre l’ansia della verità’.
‘Ci hai fatti per te, Signore, ed inquieto è il nostro cuore finché non riposi in te’
(S. Agostino).

Certo, noi non siamo pagani come i Magi, che si accostano per la prima volta alla fede, ma dai Magi siamo stimolati a fare un cammino all’interno della fede che già abbiamo. ’Conduci benigno anche noi, Signore, che già ti abbiamo conosciuto
per la fede, a contemplare la grandezza della tua gloria’
(Colletta).

La ricerca di Cristo non è mai esaurita. ‘Concedici di cercarti ancora dopo averti trovato’. Trovare Cristo vuol dire cercarlo ancor ‘andando di inizio in inizio, per inizi sempre nuovi’
(Gregorio di Nissa).

Quello dei Magi è un autentico percorso di fede; da loro possiamo imparare molto.
• Quali sono le domande più vere e più importanti che riconosciamo nel nostro cuore? Abbiamo mai scelto veramente di muoverci da dove siamo verso la Città di Dio, incontro al suo dono d’amore?
•Siamo pronti a lasciare le nostre certezze per vivere l’avventura della ricerca dell’amore più grande, quello che solo Dio potrà darci? All’inizio c’è un segno più o meno luminoso. Ognuno lo scorge là dove si trova a vivere e a lavorare. Questi Magi scrutano il cielo, il segno lo troveranno lì in una stella. Qui non c’entra tanto l’astrologia; si tratta invece di un atteggiamento esistenziale profondo.
Guardare in alto: cercare una verità sulla propria vita, chiedersi cosa
il Cielo voglia dagli uomini. E’ necessario spesso alzare lo sguardo da se stessi, autotrascendersi. Del resto il presente non basta a nessuno.‘In alto i nostri cuori! ‘
Cercate le cose di lassù! Oggi si corre il rischio di non interrogare più i cieli, tanto siamo oc-cupati a fissare la terra! Il segno ha suscitato nel loro cuore un desiderio. Com’è importante il desiderio nel cammino di fede! Il desiderio di conoscere il senso profondo della nostra vita, il desiderio di verità, il desiderio di Dio!
Il segno più il desiderio spingono i Magi a fare il gesto più coraggioso: quello di partire.
‘Beato chi decide nel suo cuore il santo viaggio!’. E questo desiderio provoca in loro una domanda: ‘Dov’è il Re dei Giudei?’.
Qui emerge con molta chiarezza che l’incontro con Gesù avviene quando si portano in cuore degli interrogativi forti. Diffido di quelle persone che vivono una fede senza interrogarsi mai, senza approfondimento. Oggi c’è il pericolo di soffocare la domanda e di stordirsi nel rumore. E’ l’alienazione nel banale e nel superficiale.
La risposta la si trova nelle Scritture. Per incontrare il Messia non basta consultare il cielo, occorre consultare la rivelazione delle Scritture. Credo che non ci sia domanda nella nostra vita che non trovi una risposta nella Scrittura o nel Vangelo. Potremmo dire che, alla fine, la vera stella che porta i Magi a incontrare quel Bambino è la Scrittura.
Per noi è il Vangelo: ‘Lampada per i miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino’.
Senza seguire la stella del Vangelo non è possibile incontrare Gesù.
Se vuoi incontrare il Dio vivente fidati della sua Parola: mettiti in ascolto umile, perseverante e fiducioso di essa. Impara dalle Sacre Scritture il linguaggio di Dio, che ti aiuta a riconoscere gli appuntamenti con la sua grazia.
•Leggi assiduamente la Parola di Dio?
•La ascolti con desiderio e fede?
‘La civiltà occidentale sembra aver smarrito l’orientamento, naviga a vista. Ma la Chiesa, grazie alla Parola di Dio, vede attraverso queste nebbie. Non possiede soluzioni tecniche, ma tiene lo sguardo rivolto alla meta, e offre la luce del Vangelo a tutti gli uomini di buona volontà’
(Benedetto XVI).

Ma non basta conoscere le Scritture per incontrare Gesù, perché c’è modo e modo di leggerle. La competenza degli scribi sulle Scritture, poiché non è guidata dal desiderio e dalle domande, non porta a nulla.
Non basta il Libro! Sono informati, ma non sono coinvolti, perciò non si decidono mai a intraprendere il ‘santo viaggio’.
C’è poi anche l’incontro pericoloso con Erode, che potrebbe avere conseguenze drammatiche. Sulla via della ricerca di Dio il vero possibile rischio è fare del nostro ‘io’ e delle nostre ambizioni l’idolo cui sacrificare ogni cosa. Il cercatore di Dio o sarà umile e impegnato a vincere le trappole dell’orgoglio, o non arriverà mai alla meta, sciupando quanto di più bello può esserci nell’esistenza umana.
Per i Magi, invece, l’indicazione della Scritture risulta illuminante e ciò permetterà loro di compiere l’ultima tappa: Betlemme, il bambino con Maria, sua madre. Riconoscono in questo figlio di povera gente, in questo bambino, bisognoso di tutto, l’atteso, il Re dei Giudei.
I Magi portano doni al Signore, ma soprattutto il vero dono che gli fanno è quello di se stessi (si prostrarono e lo adorarono).
Non è possibile credere in Dio e mantenere nello stesso tempo le distanze. Non si va a Dio a mani vuote. L’oro ci invita a offrire a Gesù una fede limpida, sincera, splendente, purificata dalle scorie dell’abitudine, della pigrizia, della superficialità. L’incenso ci invita a portare a Gesù una vita che profuma, generosa, serena e bella. La mirra ha un sapore forte, amaro. Ci invita a offrire a Gesù il coraggio di credere in lui.‘
Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese’.
Quando si è veramente incontrato Cristo, nulla può essere più come prima. Quando si ha il Signore nel cuore non si può più percorrere la strada di sempre. Il mio incontro con Cristo quando è autentico incide sulle mie scelte e mi riorienta. Un’altra via sta per un’altra vita. E’ sempre differente il percorso che decidiamo di fare dopo essere stati segnati dall’incontro con Cristo!
Perché lo incontro tante volte e tutto resta come prima?
Signore, fa’ che io mi doni sempre più profondamente a te, che ti sei donato e sempre più ti doni a me.
Nell’abisso che mi separa da te, hai voluto venirmi incontro.
Mi hai chiamato, ti ho cercato: la tua luce mi ha raggiunto nella silenziosa eloquenza del creato, nei segni che mi hai donato nel tempo, nella via della carità vissuta.
Soprattutto, hai voluto parlarmi nella tua Parola, lampada ai miei passi, luce del mio cuore.
Fa’, che io ti doni agli altri per la semplice forza dell’amore che hai
voluto far abitare in me, e che scompaia perché tu solo cresca in ognuno di coloro cui mi mandi e che mi affidi.

Contatti: miry.clemy@gmail.com

VI

Con l’Epifania di Nostro Signore si conclude il ciclo delle festività legate alla Natività. Il Natale e l’Epifania sono infatti interscambiabili, perché storicamente, calendarmente, liturgicamente dicendo, fissavano un tempo, e in qualche modo ancora oggi, la medesima festa solstiziale, che abbraccia quindi i giorni e le notti incluse dal 24 dicembre al 6 di gennaio del nostro Calendario attuale.

È qui utile sapere che il calendario riferito al Natale, fa parte di un ‘ciclo’ di dodici giorni, le cui date d’inizio variano sostanzialmente, sebbene siano scandite dalle ‘calende’ che vanno: dal 13 novembre al 4 dicembre; dal 25 dicembre al 5 gennaio; dal 1 al 21 gennaio; in rapporto con le credenze arcaiche di trarre buoni presagi per il futuro. Recita un vecchio detto popolare ancora in uso:

“Le Calende della festa del Sol
le mostra al mondo quel che
Crist’vol”.

La fantasia popolare ha avuto, indubbiamente, parte preponderante nel costituirsi dell’alone ‘meraviglioso’ che circonda la festa del Natale e ovviamente l’Epifania che la Chiesa celebra nel giorno calendariale del 6 gennaio, con la quale si commemora la visita che i Magi federo, passati tredici giorni dalla nascita del Bambino a Bethleem, e con la quale si stabilisce la continuità del racconto evangelico che riafferma la contemporaneità della realtà storica e la tradizione popolare dell’evento miracoloso.
Più che in ogni altra memoria, l’avventuroso quanto misterico cammino dei Magi, trova nella “Legenda Aurea” del XII sec., di Jacopo da Varagine (1228-1298), e nella successiva “Historia Trium Regum” del XIV sec., di Giovanni da Hildesheim (1310/20-1375), quella immediatezza di linguaggio tipica del racconto popolare, umanamente accettabile, capace di affascinare e stupire dopo quasi un millennio. Il cui significato, trascende il confutabile della storia, per avvicendarsi nell’inconfutabile della narrazione fantastica e che, tiene ‘la vicenda’ come sospesa al filo incantato della ‘favola’ bella.

Il ‘ciclo’ delle leggende riferite all’arrivo dei Magi a Bethleem è indubbiamente tra le cose ‘meravigliose’ riservate dalla tradizione all’evento del Santo Natale. L’arrivo dei Magi va quindi legato ai doni che questi portano al Bambino dall’Oriente: l’oro, l’incenso e la mirra, entrambi simboli della missione ‘divina’ del Signore fin dalla sua nascita. La fantasia popolare, che nulla lascia di intrapreso, ha trasferito l’atto del portare i doni al Bambino di Bethleem, come un gesto d’amore che si ripete ancora oggi, portando in questo giorno calendariale i doni ai bambini, ripetendo così un ‘atto’ divenuto catartico nella storia, delle vicissitudine (leggi colpe) a cui si legano i genitori nel metterli al mondo.
La parte laica, cercando fra i personaggi della realtà cui attribuire questa incombenza, si fa riferimento alla figura del ‘buon padre’, talvolta riconosciuto in uno dei Magi, che torna dal suo viaggio; e dalla Befana nel personaggio della vecchia o la nonna, appartenente in origine al mondo delle fate della più antica tradizione Europea.
Originariamente erano queste giocose giaculatorie e, in seguito, liriche e ispirate canzoni popolari, dedicate alla festa ed entrate a far parte delle festività natalizie, un po’ come lo sono le luminarie, gli addobbi, i biglietti augurali, le candele colorate, i cibi appositamente confezionati e i pacchetti regalo a conferma della trasformazione di una festa dalle origini umili e contadine in ‘fatto’ esclusivamente speculativo e commerciale. All’origine, infatti, rientrava nei ‘gesti di costume’ e prendeva esempio dall’usanza romana delle ‘strenne’, cioè dai rami d’alloro in segno di regalità, e di ulivo in segno di pace che la gente si scambiava come augurio di prosperità e di abbondanza, durante le calende del mese di gennaio.
Lo scambio dei doni avveniva e avviene tutt’ora in segno di amicizia e quindi di fratellanza, quale simbolo augurale e significativo nei rapporti conviviali, di unione, di lieta dipendenza, come segno di affabilità e di felicità raggiunte; ed anche di stretta intimità che da sempre caratterizza il ‘tempo della festa’. Tempo in cui si esprime il ‘senso’ del quotidiano vivere comunitario, e del ‘meraviglioso’ reciproco scambio augurale di ‘pace’ e rinnovata ‘speranza’.
Spero sia gradita ai molti lettori leggere qui di seguito un componimento poetico di Arcangelo Galante davvero provvidenziale inviatomi qualche anno fa e solo oggi riscoperta, che ho il piacere di proporre a tutti voi lettori:
‘IL CANTO DELLA NOTTE DI NATALE’

Giunge sempre
da lontano
dolce e soave canto
mistico accordo
di cori leggeri.
Giunge sempre
lieve sospiro
di delicati sorrisi
sciolti nella notte
di Natale.
Giunge sempre
lieta melodia
nata nella capanna
di un luogo
al tempo sconosciuto.
Giunge sempre
la voce celestiale
armoniosa
incantevole
degli angeli tutti.
Non ascoltiamo oltre
non avviciniamoci.
Tutto languirebbe
nei rumori di sempre.
Restiamo in famiglia.
Quel religioso canto
giungerà sempre
ai nostri cuori.

*

- Letteratura

Etnomusica – alle radici del sole: Giappone

ETNOMUSICA XII – Alle Radici del Sole: Giappone
‘Sarugaku-no-Nō’ / ‘La Cerimonia del Tè’ / ‘La Via del Samurai’.

“Sulla spiaggia del mare
sta una capanna solitaria
nella luce evanescente
d’una sera autunnale”.
(Sen no Rikyū)

Il Sole preso a simbolo della terra detta del ‘Sol Levante’ che svetta sulla bandiera del Giappone (1), non è, come si è portati a pensare, una licenza poetica; bensì occupa a ragione un posto di primo piano nella mitologia e nella relione giapponese, che hanno contribuito entrambe a formare il carattere del suo popolo. Secondo la leggendaria cosmologia nipponica, a dare origine al Giappone furono il dio Izanagi e la déa Izanami, entrambi posti all’inizio del tempo nel culto Shintō, basato sull’adorazione della natura e degli antenati, che attribuisce grande importanza alla purezza e alla purificazione.
Leggenda questa che si vuole legata alla rappresentazione scenica carica di pathos di un antichissimo rito, in cui è fatta menzione della déa Amateratsu, anch’essa nume della primigenia religione, alla quale si fa risalire l’origine dell’aristocratico Nō, di cui si è già parlato a lungo nella prima parte di questa ricerca. Qui riproposta in quanto espressione ‘catartica e sacra’ di un ‘fare teatro’ rievocativo di un primario culto religioso che, seppure con ben altri canoni espressivi, si ritrova nelle più popolari configurazioni del teatro Kabuki e del Bunraku. Nei quali, come si è visto, sono confluite modalità caratteristiche dell’intrattenimento popolare. In primis, l’apparizione degli dèi presente nelle forme arcaiche del folklore, e che evidenziano il rapporto dialettico stretto del corpo con la gestualità espressiva nella danza rituale.

“Secondo una teoria avanzata dagli storici, tutto ciò rientra nelle consuetudini tradizionali del Giappone, di riti agrari più arcaici legati alla coltivazione del riso confluiti nella festa danzata ‘dengaku’ che celebrava, sacralizzandolo, il lavoro nei campi coltivati con questo alimento primario, fondamentale nell’avvio allo sviluppo della futura cultura nazionale. In particolare, è testimoniato il fare ricorso ad alcune forme di credenze primitive in cui alcuni individui venivano ritenuti dalla comunità capaci di entrare in comunicazione con le forze misteriose ‘attive’ che risiedevano nell’universo e che permeavano le anime dei defunti e gli spiriti della natura”. (2)

È in questo contesto quindi che si originarono, attraverso il canto e la danza rituali le successive visioni esoteriche ‘taoiste’, da cui la spiritualità legata alle divinità ‘shintoiste’ e ad alcune pratiche ‘buddiste’ iniziatiche alle forme esperienziali della possessione estatica del Nō, in quanto proiezione scenica in grado di allontanare il male a beneficio del bene, riconducibile alla primitiva esorcizzazione degli spiriti ed a stabilizzare l’ordine cosmico della creazione.

Sappiamo inoltre che alla fine del XIII secolo, i sacerdoti della setta Jishu, come gli antichi sciamani con le loro danze e con i loro canti, assolvevano una funzione medianica evocando, in particolare, gli spiriti dei guerrieri caduti in battaglia, afferenti alle figure mitiche dei Samurai, ed alla più rigida disciplina dell’ ‘arte marziale della spada’, in cui essi, facendo rivivere gli spiriti del passato, evocati per esplorare le profondità dell’animo umano, vedevano la rappresentazione dei loro valori incarnata in una forma aristocratica altamente simbolica. Così come abbiamo appreso precedentemente dai drammi Nō riportati nei capitoli I e II, e giunti a noi soprattutto attraverso i veicoli letterari del romanzo e della poesia:

“Aki hiyori / “Cielo chiaro d’autunno
Senb a suzume no / tutti questi passeri
haoto kana” / frullare d’ali”
(Ryōkan)

È così che ritroviamo inglobate nella codificata forma teatrale del “Sarugaku-no-Nō” (3) alcune tradizioni teatrali anteriori, già all’origine delle prime rappresentazioni che si fanno risalire a origini mitico-religiose che, tramandate di padre in figlio fino a Zeami Motokiyo (1363- 1443), che le ha trasmesse nel cerimoniale rituale del Nō. Secondo la tradizione, il “Surugaku-no” nacque dalla danza mitica di Uzume, figura esemplare delle danzatrici sacre ‘miko’, nella quale le donne agitavano un ramo di ciliegio e che veniva eseguita in stato di trance allo scopo di far uscire la ‘déa del sole’ Amateratsu, dalla cavità della caverna dove si era rifugiata, propiziando in tal modo, la fertilità della vegetazione e il riequilibrio dell’ordine cosmico.

“Curt Sacks (4), il noto antropologo studioso di tradizioni popolari dei diversi popoli del mondo, ci ricorda ancora una volta che la visione antropologica aiuta nell’individuare gli intrecci tra la realtà mitica e quella storica, che stanno alle sorgenti delle forme teatrali; a comprendere come le valenze rituali trovino le loro radici, in epoca arcaica, nei fenomeni sciamanici di possessione estatica e, successivamente, nella sfera esoterica e metafisica del sacro e del religioso. […] Inoltre, a decodificare le convenzioni del linguaggio del corpo all’interno delle diverse forme teatrali e quindi, anche quelle specifiche del teatro-danza.”

Come nel ‘Nō’, anche nel ‘Kabuchi’, la modalità di apparizione degli dèi è evidenziata nel rapporto dialettico tra due ruoli dicotomici: il dio ‘kami’ e l’intermediario ‘modoki’. In questa opposizione è rappresentata la dicotomia tra principi opposti quali il ‘sacro’ e il ‘profano’, l’aristocrazia e il popolo, la vecchiaia e la giovinezza. Ma, al contrario, si celebra in esso la vitalità delle nuove classi sociali, fautrici di un’arte popolare rivolta al presente. I modelli di recitativo e dell’azione teatrale, rispettivamente chiamati ‘kata’, si diversificano negli stili detti ‘aragosto’ e ‘wagoto’. Mentre, all’interno della codificazione gestuale troviamo le posizioni ‘mie’ e ‘tate’, all’interno delle quali s’ergono le ‘tecniche di combattimento’ (più di mille), utilizzate nelle cosiddette ‘arti marziali’.

Va qui ricordata la figura dello ‘shite’ del teatro Nō che si muove sul palcoscenico strisciando senza staccare mai i piedi dal suolo ‘fonte di energia’, mentre danza con gesti ieratici e ipnotici nei quali si condensa l’essenza dell’azione, rivelando al tempo stesso il mistero che avvolge la sua anima, al suono del canto del ‘coro’ che, come una voce interiore, commenta le sue azioni. I suoi movimenti sono lenti, tragici e rarefatti e ogni gesto evoca potentemente la dimensione della trance in cui il suo stesso ventaglio, poi entrato nel costume giapponese, è il fulcro della sua danza, in quanto riserva infinita di simboli che arriva a rappresentare persino il pensiero dello ‘shite’ medesimo.

Ad ogni luogo, quindi, così come ad ogni personaggio e situazione, corrispondono specifici brani musicali prodotti per lo più dall’uso dello ‘shamisen’, da flauti di canna, da tamburi di diverse dimensioni e, talvolta, da bastoni di bambu percossi l’uno contro l’altro. Si conoscono almeno cinquecento brani circa, spesso eseguiti in scena da musicisti professionisti con strumenti antichi tradizionali. Cosa questa che ha permesso al noto regista cinematografico Serghej Eizenstein (5) di sintetizzare questa peculiarità: “udiamo il movimento e vediamo il suono”. Da cui si può ben comprendere l’enorme portata di questo patrimonio musicale estemporaneo del quale il popolo giapponese va altamente fiero.

“Ikutsure ka sagi / “Piccoli stormi d’aironi
no tobi yuku / solcano il cielo
aki no kure” / crepuscolo d’autunno”
(Ryōkan)

Anche il costume e il trucco risultano rigorosamente codificati: si conoscono circa duecento tipologie relative al costume, e altrettante per gli arredi di scena, in cui si realizzano l’unione delle arti della danza, della musica e dello stile recitativo. Tutte componenti spettacolari queste, in cui è molto evidente e si presuppone anche un lungo addestramento da parte dell’attore che si cimenta nelle diverse discipline, che gli consentono di interagire con il pubblico, coinvolgendolo con una interpretazione che, pur rispettando le componenti codificate della struttura teatrale, si fonde in una partitura personale che sa cogliere stimoli visivi e sonori.

È così che nel ‘Kabuki’ spesso l’erotismo e la crudeltà sono l’espressione simbolica di un cerimoniale ritualizzato che, pur essendo nato dalle danze della leggendaria Okuni, venne interdetto alle donne e i ruoli femminili interpretati da attori di sesso maschile, gli ‘onnagata’ che, acconciati e truccati alla maniera femminile, vennero presi a simbolo dell’essenza e della ‘bellezza’ sublimata. Codici questi divenuti poi simboli di una fase evolutiva della cultura giapponese che ritroviamo anche nella ‘cerimonia del Tè’ detta ‘cha no yu’, nel solo modo in cui una Gheisha (芸者 gheiscia) colta e raffinata riesce a colmare lo spazio attorno di pura bellezza estetica, al pari di un’opera d’arte originale.

La semplicità e la purezza de “La Cerimonia del Tè” (6), codificata in maniera definitiva nella forma ‘wabi-cha’ dal maestro del tè Sen no Rikyū (1522-1591), il monaco buddhista che a sua volta ne aveva emulato l’uso secondo i fondamenti posti dal cerimoniale rituale Zen, in quanto interpretazione giapponese del buddismo, in cui il tè veniva servito sul ‘takonoma’, il posto d’onore nella stanza giapponese dove, per il piacere degli ospiti che giungevano in visita, venivano disposti creazioni di fiori ‘ikebana’ e piccoli dipinti e xilografie ‘kuchi-e’, rientra tra le forme d’arte più esclusive dell’odierno Giappone.

Tutti i grandi maestri giapponesi del tè furono discepoli Zen e si sfozarono d’introdurne lo spirito nella vita quotidiana. Così la ‘stanza’, come gli altri elementi che la adornano e che sono funzionali nella ‘cerimonia del tè’ a ricreare un ambiente altamente estetico, per quanto minimalista, riflette i molti aspetti dottrinali afferenti al primo stadio della ‘meditazione’. Il pubblico conosce profondamente il valore e il significato di quest’arte sublime e segue affascinato ogni gesto, anche il più impercettibile, rapito dalla precisione e dalla bellezza dei codici gestuali, fin dal momento in cui la Gheisha avvia i propri passi attraverso il ‘rōji’: il ‘sentiero’ che nel giardino Zen conduce dal ‘machiai’ (corpo centrale della casa) alla stanza del tè, e che allude alla sua ‘mistica ispirazione’, concepita nell’infrangere ogni legame col mondo esterno, e muovere lo spirito interiore verso l’auto-illuminazione.

“Chi abbia percorso quello stesso ‘sentiero’, scrive Okakura, autore del “Il Libro del Tè” (7), non può cancellare il ricordo del suo spirito levato sopra le cure quotidiane, mentre, accanto a lanterne di granito che il muschio ricopre, comminava nel giardino, tra la luce crepuscolare dei sempreverdi, sulle regolari irregolarità delle pietre che tracciano il passaggio, tra le quali riposano, ormai secchi, aghi di pino. Si può essere al centro di una città e sentirsi a un tempo in una foresta, lontani dalla polvere e dal frastuono della civiltà. Grande era l’abilità che i maestri del tè hanno mostrato nel ricreare un’atmosfera di serenità e purezza.

La natura delle sensazioni da stimolare percorrendo il ‘rōji’ differiva da maestro a maestro. Alcuni, come Rilyü, miravano a una solitudine assoluta; il segreto di un ‘roji’, sostenevano altri, era contenuto nella canzone antica e cercavano effetti diversi, come diceva un altro ‘maestro del tè’ e straordinario architetto di giardini Kobori Enshū (1579-1647), che l’idea del ‘sentiero’ nel giardino, andava rintracciata nei versi che seguono”:

“Un gruppo d’alberi estivi
un poco di mare
una pallida luna serale”.
(Kobori Enshū)

Un tema questo della ‘solitudine’ interpreato in splendida serenità estatica, quasi che un ‘sentiero di luce’ illumini il cammino di colui che abbracciato lo Zen, (anche fosse solo in una stanza al buio), vede davanti a sé spalancarsi la cosmica natura della creazione. “È questo il tema di “L’allievo e le stelle” (8) in cui un giovane monaco si lamentava con un anziano maestro di non riuscire a giungere alla comprensione. Il maestro allora lo portò una notte nel giardino del monastero e gli chiese: “Le vedi le stelle?”. La storia pone l’attenzione sulla facilità con cui lo Zen pensa si possa giungere alla comprensione, se solo ci si affida al credere piuttosto che al sapere. Molte intuizioni giungono infatti alla mente che si libera dalle sovrastrutture della conoscenza comune, quando essa è intenta solo alla contemplazione delle bellezze del creato”.

“Nessun pensiero, nessuna riflessione
vuoto perfetto.
Eppure in esso qualcosa si muove
seguendo il proprio corso.
L’occhio la scorge
ma la mano non può cogliere
la luna nel rio …”
(Miyamoto Musashi)

Non è difficile leggere il significato intuitivo e complementare di questa immagine poetica, in quanto partecipe di una ‘strategia’ letteraria, in cui è ricreato l’atteggiamento di un’anima appena risvegliata che ancora indugia fra oscuri sogni del passato, mentre (ormai cosciente) s’immerge, nell’incoscienza dolce di una calda luce spirituale, e si meraviglia per la libertà intravista nello spazio più oltre, affatto ‘vuoto’, contenuto in alcuni ‘waka’ (epigrammi in versi) che esprimono lo stesso ‘concetto’ dal punto di vista Zen. La tecnica utilizzata è quella dell’Hejō (strategia), indicata nel “Libro di Ku” (il vuoto), afferente all’arte della spada, e che troviamo nel “Libro dei Cinque Anelli” (9) di Miyamoto Musashi.

Un ‘vuoto perfetto’ qui utilizzato per introdurre il concetto ‘neutro’ dello spazio cosmico in cui si rivela lo spirito Zen, secondo il quale il ‘vuoto’ è l’opposto di ‘nulla’: un grande ‘O’ per significare che tutto esiste già nell’uomo, ma che, per raggiungere la perfetta conoscenza, deve prima eliminare il superfluo, creare cioè il ‘vuoto necessario per ricrearsi’. Un vuoto onirico quindi, che le discipline Tao/Zen (buddista, shintoista), fanno derivare dal comune concetto di ‘sentiero’ da percorrere, onde per cui è detto: «Il ‘ku’ sarà la vostra via e la vostra via è il ‘ku’. Il bene è nel ‘ku’, esso non conosce il male; dov’è la saggezza, la ragione, la Via: lì è il ‘ku’.» (10)

Il ‘sentiero’ designato è quello all’interno del giardino giapponese (日本 庭园 nihon teien), qui preso come metafora di ‘via’ per introdurci nell’ambito intimistico della natura di questo popolo. Natura in cui la specifica ricerca qui avviata intende iniziare il lettore attraverso l’immagine del ‘vuoto onirico’, così come esso si rispecchia nella moltitudine delle sue rappresentazioni: nella scrittura e nell’arte ad esempio, così come nel teatro, nella danza e nella musica. Ma vediamo insieme quali sono le ‘Immagini del vuoto” (11) cui fare riferimento: il primo dei simboli che incontriamo è sicuramente il ‘sacro specchio’ menzionato nel culto della regina Hime(i)ko dell’antica gente Wa, abitante del regno di Yamatai, nel Kyushu (Nara), una regione a nord-ovest del paese.

I giapponesi ritenevano che lo ‘specchio’, a suo tempo importato dalla Cina, fosse un oggetto di grande pregio poiché in esso si ‘rifletteva’ non solo la natura virtuale della figura umana, bensì la trasposizione filosofico-escatologica del ‘vuoto assoluto’, in cui far rientrare la natura nel suo insieme. Quindi non solo uno strumento di grande utilità, bensì oggetto estetizzante del pensiero ‘interiore’ giapponese, che si avvolge della ‘bellezza’ di tutto ciò che lo circonda: dalla cura dedicata alla persona, all’arredo sostanziale della casa, dalla conformazione dei giardini; all’utilizzo dell’ombrello da passeggio per proteggersi dal sole, al ventaglio divenuto a un tempo oggetto di sofisticata gestualità.

Ed oltre, dal trucco facciale in grado di soddisfare l’esigenza estetico-artistica di una bellezza appariscente, fino alla disposizione artistica dei capelli, raccolti in più piani adornati con fiori e pagode come dei piccoli ‘giardini’ in miniatura, talvolta combinati con riempitivi interni e parrucche, tali da concorrere in un autentico capolavoro d’acconciatura. Come ci fa notare il noto cosmetologo Paolo Rovesti in “Alla ricerca dei cosmetici perduti” (12), “A iniziare dal VII secolo, si diede in Giappone la priorità di un culto notevole riguardo alla bellezza non solo nella donna, ma anche della natura, attraverso l’uso di fiori nelle acconciature,nell’abbigliamento e nei profumi, fondendo gli orientamenti estetici dell’arte con le applicazioni cosmetiche del corpo”.

E ancora, in “Alla ricerca dei profumi perduti” (13): “Nell’epoca Heian (I millennio circa) e nei secoli successivi, l’impiego dei cosmetici fu molto intenso, soprattutto più complicato e sofisticato nella donna. […] Pochissimo tenuti in conto dagli uomini, i prodotti di bellezza erano invece usati dalle ‘musmè’, a incominciare dalla grazia fragile dei paesaggi evanescenti ricamati sui loro tradizionali ‘kimono’ di splendida seta, con i loro fantasiosi ricami di fiori esotici, di fantastici pesci d’argento e oro, e degli straordinari uccelli dai più vividi colori, nonché di grandi draghi dalle fauci spalancate, personaggi mitologici di demoni e altre divinità mostruose che facevano e fanno tutt’ora contrasto con la grazia gentile delle indossatrici”.

Sono state scritte pagine su pagine interamente dedicate alla toeletta delle dame nell’antico libro: “Specchio dell’educazione delle vere signore” (14), utilizzato dalle dame della buona società inoltre che dalle Gheishe nella ‘Casa del Tè’, e dalle ‘musmè’, le ragazze delle case di piacere, in cui si parla dell’acconciare la folta capigliatura di cui le donne giapponesi vanno a buon ragione fiere: “La capigliatura raccoglieva gran parte delle cure ed era talvolta così complicata di spille di madreperla e di lacca, pettini di varie grandezze, di fiori e di ornamenti vari, da significare un linguaggio e un valore di convenzione sociale, così come il modo di disporre i fiori e di servire il tè”.

Ecco come un cortigiano del X secolo descrive al suo sovrano una bella dama che vorrebbe introdurre alla sua corte: “Sotto un’onda scintillante di capelli neri in cui brillano come stelle fiori e fermagli, il suo viso lisciato di ‘noi-ambra’, ha la grazia della luna a primavera. Uno sguardo dei suoi occhi languidi allungati di nero e Voi perderete la vostra città; un altro e Voi perderete il vostro regno.” (15)

“Yo no naka / “Tutto attorno a noi
wa sakura no / il mondo non è altro
hana ni nari ni keri” / che fiori di ciliegio”
(Ryōkan)

È fatto qui riferimento al ‘giardino giapponese’e alla sua mimetica reperibilità in natura, in quanto contenitore del senso universale ed esoterico dell’estetica narrativo-filosofica di questa cultura avvolta nel mistero delle sue origini. Senza alcun dubbio l’archetipo del ‘giardino giapponese’ venne progettato per la ricreazione e il piacere estetico degli imperatori e dei nobili di corte, mentre il giardino legato al tempio serviva alla contemplazione e alla discussione filosofica, in particolare con riferimento al ‘mappō’ (dal sanscrito e riferito alla fine del Dharma). Tuttavia, stando alla credenza popolare, il giardino tradizionale è spesso un modo altamente astratto e stilizzato con cui si creano, ispirati dalla meravigliosa natura circostante, paesaggi ideali in miniatura, che ritroviamo sia in pittura che nella grafica e nelle incisioni, arti queste in cui gli artisti giapponesi sanno essere eccelsi.

Per secoli i ‘giardini giapponesi’ (16) si sono sviluppati sotto l'influenza dei giardini cinesi, ma a partire dal periodo Heian (VIII, XII sec.) i progettisti giapponesi cominciarono a sviluppare i loro stili, basati su materiali della cultura giapponese. Ma è durante il periodo Edo (XVII al XIX sec.), che il giardino giapponese raggiunse il suo massimo livello e cristallizzò le sue forme in aspetti distinti. Successivamente, a partire dalla fine del XIX secolo, i giardini giapponesi hanno iniziato a modellarsi fondendosi con le influenze occidentali dando l’avvio ai diversi stili, derivati dalle diverse discipline, e distinti in ‘shodō’ e ‘bonsai’: il cosiddetto ‘karesansui’ giardino secco formato solamente da sabbia e rocce; il ‘roji’, giardino rustico che circonda le case da tè; e il ‘kaiyu-shiki-teien’, dove il visitatore può seguire un percorso per vedere paesaggi ricostruiti; così come il ‘tsubo-niwa’, piccolo giardino situato nel cortile ricavato fra le ali dello stesso edificio, il primo giardino Zen costruito in Giappone da un sacerdote cinese nel 1251 a Kamakura.

Molti giardini-tempio di Kyoto costruiti successivamente, almeno fino agli inizi di questo periodo, comprendono il ‘Kinkaku-ji’, ovvero il ‘Padiglione d'oro’ (17) del 1398, (di rifermento nel romanzo omonimo di Yukio Mishima); e il ‘Ginkaku-ji’, il ‘Padiglione d'Argento’ del 1482, entrambi edificati seguendo i principi Zen di spontaneità, estrema semplicità e moderazione, anche se, per altri aspetti, seguendo la tradizione cinese. In questi due edifici siamo dunque di fronte a una vera e propria rinascita giapponese dell’architettura e delle arti più in generale, in particolar modo alla concezione del vero giardino giappponese improntato sui canoni della religiosità massima. Si pensi che i piani superiori del Padiglione d'Oro erano davvero ricoperti di foglie d'oro, ed erano circondati da giardini acquatici tradizionali, dove vivono numerose specie di ninfee.

Lo stile più notevole inventato in questo periodo è appunto il giardino Zen detto Ryōan-ji a Kyoto, indubbiamente uno degli esempi più belli in assoluto: 9 metri di larghezza per 24 metri di lunghezza, composto da sabbia bianca rastrellata con cura per sembrare acqua e quindici rocce accuratamente disposte come piccole isole. È pensato per essere visto da una posizione seduta sotto il portico della residenza dell'abate del monastero: “Ci sono stati molti dibattiti su ciò che le rocce dovrebbero rappresentare, ma, come lo storico Gunter Nitschke ha scritto, "Il giardino di Ryoan-ji non simboleggia nulla. Non ha il valore di rappresentare una bellezza naturale che può essere trovata in natura, reale o mitica. Lo considero come una composizione astratta ‘naturale’ degli oggetti nello spazio, una composizione la cui funzione è quella di incitare la mediazione.” (18)

“Wasuseretemo / “Sia pur per dimenticanza
kumu ya shitsuran / non attingono
tabibito no / i viaggiatori
Koya no oku no / l’acqua nel giardino
Tamagawa no mitsu”. / all’interno di Koya”.
(Kukai)

È questa una composizione poetica altamente estetica che ritroviamo anche nell’ordinata scrittura giapponese ‘shodō-shodō’. In quanto ‘memoria antica’ del popolo che verosimilmente l’ha concepita e che, interpretata nelle forme più diverse, è servita a trasmettere il grande patrimonio artistico della civiltà giapponese, costituitasi attorno al XIX secolo. Allorché, abbandonate le strutture feudali cinesi, il Giappone si avviò verso un decisivo rinnovamento, risorgendo alla prosperità e portando una nuova ventata di eleganza e raffinatezza che in seguito avrebbe influenzato il resto del mondo.

“Di fatto la nobile ‘arte della scrittura’ giapponese, che il termine occidentale traduce con ‘calligrafia’, non riesce ad esprimere correttamente il significato legato alla sua pratica, e che altresì si può riassumere in ‘la via della scrittura’, richiedente un impegno incessante. E che, seppure in modi diversi, prende le caratteristiche di un ‘percorso’, tramite un certo perfezionamento tecnico che conduce a un affinamento interiore dell’individuo”. (19)

Si noti come nelle descrizioni e nelle definizioni riferite al Giappone, appare costante la parola ‘arte’, ma non è un vezzo di chi scrive, più semplicemente che ogni cosa è parte integrante di una autentica disciplina, assai vicina alla forma dell’arte. In quanto, rappresentativa delle diverse ‘vie’ da perseguire, o meglio di ‘percorsi possibili’ per il raggiungimento dell’autodeterminazione, composta di nozioni stilistiche, formali, utili (se non necessarie), come conoscere e interpretare “l’espressione degli stati d’animo e dei sentimenti”; “l’affinamento della sensibilità e il perfezionamento di sé” e, “la collaborazione e l’instaurarsi di corrette relazioni sociali e di lavoro”. (20)

Una disciplina questa, nata dal processo di mutamento e del ‘divenire di tutte le cose’ su cui si basa la filosofia taoista del ‘Dō’, applicata in Giappone intorno al XIX secolo a numerose arti tradizionali conseguenziali agli influssi di culti autoctoni e alla loro pratica. In particolare desunte dagli insegnamenti delle differenti religioni shintoista e buddhista, da cui derivano le discipline del ‘bushidō’, il codice di condotta e al tempo stesso lo stile di vita adottato dalla casta guerriera dei Samurai; il ‘kendō’, l’arte marziale della scherma, evolutasi dalle tecniche di combattimento con la ‘katana’, anticamente utilizzate dai Samurai nel ‘kenjutsu’; inoltre al ‘Judō’ come forma di lotta difensiva; il ‘kyūdō’ ovvero il tiro con l’arco, e il ‘chadō’ appunto ‘la cerimonia del tè’.

Quanto anche riguarda la ‘scrittura’, dove infatti l’azione del pennello traccia un ‘percorso’ che converte in segni i gesti del calligrafo. Segni che possono essere decisi o incerti, veloci o lenti, sottili o spessi, ma che contengono sempre una forza che tradizionalmente è definita ‘qi/ki’ (traducibile approssimativamente in ‘energia vitale’), la cui forza è circolatoria, che dai singoli segni passa nei rapporti che s’instaurano tra di loro. Nel pronunciamento del singolo ‘carattere’, infatti, si fornisce la rappresentazione di un’idea, ma tracciandolo si tende a trasmettere soprattutto la relazione che s’instaura tra l’interiorità del calligrafo e la circolazione ‘sanguigna’ che il carattere stesso possiede: “ Volendo esprimere in altri termini questo concetto si può dire che l’istantaneità calligrafica permette di registrare un ritratto ‘interiore’ del calligrafo, nel momento stesso in cui questi scrive.” (21)

Ne rendono luminosa testimonianza gli innumerevoli disegni paesaggistici e i pannelli dipinti ‘così pregni di forza vitale’ di Hokusai e Hiroshige, solo per citare i nomi più noti, le cui opere possiamo ammirare nelle ormai innumerevoli mostre che fanno il giro del mondo. Ma anche nell’odierna attività artistica, dalla pittura alla scultura; dalla cartellonistica pubblicitaria ai video-clip; dalla grafica creativa dei cartoons, all’odierna produzione cinematografica (di cui si parlerà nel prossimo articolo), e le cui competenze sono costantemente in evoluzione, grazie anche alla tecnologia avanzata messa in campo nella loro produzione.

Tuttavia si vuole che l’origine della ‘scrittura’ giapponose sia derivata dall’uso della lingua cinese a sua volta appreso dal più famoso testo “Da Xue” (22) o ‘grande apprendimento’, di Kong Zi (Confucio): “Il maestro Kong era convinto che tutta la saggezza risiedesse nell’imparare a chiamare le cose con il loro giusto nome e che solo attraverso la ‘rettificazione dei nomi’ fosse possibile progredire verso un’esistenza illuminata”. Il “Da Xue” è uno dei ‘classici in pietra’ scolpiti intorno al 175 d.C., verso la fine della dinastia Han, nella città capitale di Luoyang, nato come parte integrante del “Li Ji” o ‘memoria dei riti’, divenuto ‘libro’ a sé stante solo settecento anni dopo, quando Lu Ji nei suoi studi sul confucianesimo, nel tardo III secolo avanzato.
Il ‘pittogramma’ (23) alla base della scrittura, fortemente stilizzata, presenta somiglianze sorprendenti con quella cinese sebbene quella odierna giapponese si possa considerare nei caratteri diversa. Ciò per quanto vi sussistano tracce ben visibili di pittogrammi più antichi riconducibili alla sua origine orientale, forse ancora più antica di Cina e Corea, le cui regole compositive obbediscono a una serie di norme ancora più sofisticate e che sono elemento di maggiore unità linguistica. Infatti, nella pittura cinese e giapponese la calligrafia dei caratteri è anche elemento semantico: grafismo, colore e intensità del tratto si uniscono per dare all’elemento visivo tutta la sua intelligibilità, costituendo allo stesso tempo il testo e l’elemento decorativo.

Di particolare interesse nei manoscritti del passato, presi ad esempio, è l’evidenza di combinazioni di alcuni caratteri che, a seconda della grafia, danno a uno stesso suono significati completamente diversi e, tuttavia, una dimensione assolutamente poetica e musicale. Acciò Lu Ji (III sec. d.C.), funzionario di corte e valoroso condottiero di eserciti, nonché scrittore e poeta cinese, è oggi ricordato come autore di un libello dedicato a “L’arte della scrittura” (24) quasi un’ideale prosecuzione del cammino indicato dal maestro Confucio sulla strada della conoscenza. Uno dei primissimi manuali di poetica appartenenti alla tradizione cinese, ormai considerato un classico della cultura orientale, che affronta la scrittura come una rigorosa disciplina spirituale quasi ascetica, in cui la parola diviene forma privilegiata del viaggio interiore, della ricerca e di una più alta comprensione di sé e del mondo. “Il poeta sta al centro / di un universo / contempla l’enigma / e trae nutrimento / dai capolavori del passato.

Suoi sono gli ‘haiku’ seguenti:

“Lo scrittore offre
la fragranza dei fiori freschi
un’abbondanza di germogli che sboccia”.

“Vènti vivaci sollevano le metafore
nuvole si alzano
da una foresta di pennelli”.

Come tutto questo, e molto altro, stiano a monte della ‘cerimonia del tè’ è qui ancora da dimostrare, così come lo è anche il fatto che prima ancora bisogna conoscere come queste arti: la disposizione dei giardini, la disciplina della scrittura, l’estetica nella grafica e nella pittura, nel teatro e nella musica, siano divenute in Giappone, del tutto o quasi, una prerogativa maschile. Ciò perché, a un certo momento, la donna venne esclusa dall’esibirsi davanti al pubblico in teatro e in spettacoli ritenuti offensivi della decenza femminile. Ciò che in altro modo poteva avvenire esclusivamente in luoghi adibiti a forme di intrattenimento comunitario, quali ad esempio, nella festa danzata ‘Denkaku’ che celebrava, sacralizzandolo, il lavoro agrario dei campi di riso, le festività socialmente riconosciute dove la donna poteva esibirsi nelle sfilate dei costumi tradizionali; e in privato, nelle cosiddette ‘case del tè’, a loro discrezione e in completa riservatezza.

Una più recente rivisitazione dei questo aspetto sociale vede molta parte dei cultori di quest’arte, non solo giapponesi, attribuire alla creativà femminile, l’aver dato un grosso contributo alla cultura del paese e, alla sua entrata nel circuito internazionale della moda, della cosmesi, del disporre i fiori, ‘ikebana’, e di quant’altro concernente la grazia e la bellezza del corpo nella danza. Forma quest’ultima che si vuole derivata dalla leggendaria déa Uzume, alla quale si fa risalire l’origine del teatro, nel momento della sua più alta drammaticità emozionale, sottolineato, in scena, dal ‘vuoto’ creato dal silenzio delle lunghe pause, dalla staticità del gesto, scandito dal parossistico ritmo musicale lasciato improvvisamente cadere.

È questo il ‘vuoto’, ricreato ad effetto, che stabilisce a un tempo lo stacco e l’unione di tutti gli elementi fin qui elencati, attuato non necessariamente dalla parola, bensì dal ‘concetto’ espresso dalla sola presenza degli oggetti adibiti alla composizione della scena; che dal ‘gesto’, rappresentativo della sublimazione dello spirito esoterico taoista, atto a favorire l’incontro degli elementi ‘umani’ e non, o forse ‘disumanizzati’, che fanno della ‘cerimonia del tè’ un quadro di assoluta e raffinata ‘bellezza’.

“You sareba / “Quando viene la sera
shiokaze koshite / attraverso il vento del mare
Michinoku no / sul Tamagawa di Noda
Noda no Tamagawa / nel paese di Michinoku
Chidori nakunari” / piangoni i pivieri”.
(Noin)

Apprendiamo ancora da Okakura, redattore de “Il libro del Tè” (25), quanto segue:
“Per la religione, il futuro è dietro di noi. nell’arte, il presente è l’eterno. I maestri del tè ritenevano che l’arte potesse essere compresa appieno soltanto da coloro che ne fanno sostanza viva, capace di alimentare l’esistenza. Essi cercavano quindi di modellare la vita sui vertici della raffinatezza raggiunti nella stanza del tè. In ogni cicostanza, bisogna mantenere la mente serena e si deve conversare senza che sia turbata l’armonia dell’ambiente che più si accosta alla sua ‘bellezza’. Così il maestro del tè cercava di essere qualcosa più dell’artista – l’arte stessa. La perfezione è dovunque, se solo scegliamo di riconoscerla”. È questo uno degli insegnamenti più efficaci dell’estetismo Zen.

“Dal non essere nasce l’essere
dal silenzio
lo scrittore genera una canzone”.
(Lu Ji)

Mi si passi la divagazione musicale basata sul ‘mettere e levare’ per cui in un ‘vuoto ipotetico’ venga ‘levato’ qualcosa per ‘mettere’ qualcos’altro, o viceversa, in fine l’origine non cambia, resta il ‘vuoto assoluto’. Così come, ‘decostruire’ una partitura musicale per poi ‘costruire’, o ricostruirne una più adeguata alla sensibilità del musicista, nulla cambia se quest’ultima corrisponde in modo adeguato all’originale contestualizzato. Nulla dunque, comunque più di quanto si apprende da questo lungo excursus sulla riscoperta del Giappone moderno cui si affida questa ricerca. In sintesi faccio mia la volontà di riempire quel ‘vuoto onirico’ creato attorno a questo popolo che, all’apparenza, sembra confinato all’estremo margine del mondo reale, ma che tuttavia esiste da millenni.

Un popolo che sembra sfuggire alla possibile elencazione imperativa di un Oriente immaginario, e tuttavia giunto ad autodeterminarsi dentro la progressiva unicità dei suoi modelli caratterizzanti. In cui la singola funzione individuale e/o comunitaria nella formazione dello spirito, ha dato risultati altrettanto importanti, seppure in assenza di una qualche valenza superiore dell’uno sull’altro dei modelli di riferimento. Un esempio è dato dalle molte discipline zen/taoiste che da millenni ottemperano sul territorio alla funzione catartica della formazione.

“L’utilizzo, nel rito ‘shintō’ di corde di paglia sacre ‘shime o shimenawa’, al fine di circondare, per esempio, alberi molto vecchi, o legare due rocce l’una all’altra indicando così la presenza di un dio ‘kami’, è una forma di appropeiazione spirituale della natura. Questo tipo di costruzione si incontra dappertutto nel paesaggio giapponese. Giova sottolineare che questa grande sensibilità alla natura è una delle costanti dello spsito giapponese: lo ‘shintō’, “il cammino degli dèi”, è infatti la religione più antica e più diffusa, e prevede tra i riti, la sacralizzazione e talvolta la deificazione dei simboli della natura”. (26)

Stando al mito shintoista che vuole le isole che formano il Giappone generate da Izanagino-mikoto e dalla sua divina sposa Inazami-no-mikoto, dalla cui unione nacque Amaterasu-no-mikoto la grande ‘déa del sole’, che regnò nelle regioni dell’empireo celeste. Isole che, rappresentate nello strano ‘gioiello’ dalle pietre uncinate disposte in forma di collana anche detta ‘magatama‘, e che ritroviamo quale ‘simbolo’ mitico, nella leggenda euroasiatica degli antichi sciamani che verosimilmente l’hanno tramandata. Si narra che Amaterasu, avesse inviato suo nipote, Ninigi-no-mikoto, sulla terra per fondarvi un impero e gli avesse consegnato quelli che sarebbero stati i simboli della sua sovranità: lo specchio detto ‘chokkomon’; il gioiello in forma di collana, fatto di perle, tante quante erano le isole che formavano l’arcipelago; e infine la sciabola di tipo rituale, detta ‘koshigatana‘, facente parte del costume e della formazione del Samurai, a complemento dei tre emblemi della corona imperiale.

Lo ‘specchio’ dunque, in quanto ‘vuoto’ in cui si riflette l’anima ed è giudice inattaccabile di essa, rivelatore della verità assoluta; il gioiello, in cui si concentrano la bellezza e la purezza, a simbolo della morale e della virtù imperitura; la sciabola, nell’accezione di lama tagliente,simbolo di una giustizia efficiente.

Oggetti rituali questi che troviamo riprodotti in molti esempi artistici e che formano il corredo nazionale recuperato nella campagna giapponese di più antiche sepolture dell’era Yayoi (300 a.C. al 250 d.C.), considerate luoghi sacri, in quanto misteriose porte che s’aprono sull’al di là. Un mondo ‘altro’ cui i giapponesi fanno un distaccato riferimento nei miti come un qualcosa di molto lontano, all’estremo di una galassia dorata che hanno saputo riempire di bellezza, ampiamente riportato nelle rappresentazioni teatrali che formano il patrimonio del teatro classico. Soprattutto in letteratura nei numerosi trattati sulla formazione cosmica del ‘chi’ (la terra), allorché, separato dal ‘mizu’ (l’acqua), nel cui scontro molto hanno significato sia ‘hi’ (fuoco), sia ‘kaze’ (vento), che di fatto è all’apice dell’evoluzione artistica e tecnologica tutt’ora in atto, da porsi in riferimento con l’etica e la morale dell’Hejō, riconosciuta quale ‘strategia di vita’ che porta all’illuminazione.

Nel suo “Gorin No Sho”, ovvero “Il libro dei cinque anelli” (27) di Miyamoto Musashi, si apprende come la via dell’Hejo fosse in Giappone un manuale privilegiato di tattica militare che i guerrieri dovevano conoscere perfettamente. In passato l’Hejō era compreso fra le dieci deità e le sette arti come attività utile non solamente alla scherma, tantomeno la sua importanza era confinata soltanto alla tecnica. E per quanto vada qui evidenziato che l’uso della sciabola ‘shira-tachi’ o più semplicemente ‘tachi’, con il fodero a intarsi di madreperla decorato con disegni sul fondo di lacca e oro, corrisponda a un’arma micidiale puntata contro il nemico, l’olimpo shintoista conosce anche una Déa della Misericordia alla quale è dedicato un famoso inno religioso ‘sutra’:

“E se si scontra con dèmoni divoratori di uomini / draghi velenosi e altri mostri / egli pensa al potere di Kannon / e nessuno oserà sfiorarlo. / E quando è circondato da belve spietate / con scaglie aguzze e artigli orrendi / egli pensa al potere di Kannon / e nessuno oserà ucciderlo.” (28)

Dacché, la disciplina medievale dei ‘guerrieri’, dai più umili fanti autorizzati a portare i ‘daisho’, fino a combattenti più agguerriti e di rango più elevato, autorizzati a servirsi di cavalli, tutti appartenenvano alla stessa classe guerriera cosiddetta ‘buke’, ed erano conosciuti come ‘shi, bushi’ o, più comunemente, come ‘shizoku’. Un nome divenuto famoso in molte lingue, in quanto sta a significare ‘uomini di guerra’, i famosi ‘Samurai’, dediti al ‘Dō’, l’imperativo etico che trasforma una tecnica in disciplina d’illuminazione e di perfezionamento sociale che ritroviamo nella ‘startegia’ giapponese improntata sull’ ‘Hejō’.

“Tu sia la benvenuta,
o spada dell’eternità!
Attraverso Buddha,
come attraverso Bodhidharma
ti sei aperta la strada”
(Okakura Kazuzō)


Titolo quello di ‘Samurai’ che nella forma antica era assegnato ai capi dei clan armati del Nord e, in forma lievemente modificata ‘goshozamurai’, a quei guerrieri dei clan aristocratici legati alla corte imperiale dello Shōgun, il generalissimo, (governatore di fatto del Giappone feudale), autorizzati a portare la spada lunga ‘daito’ o ‘tachi-katana’, e la spada corta ‘wakizashi’ o ‘koshigatana’, che mettevano al servizio di un qualche signore feudale ‘daimyō’. Ma per meglio comprendere ciò necessita qui di conoscere (almeno in parte) la struttura medievale della società giapponese in cui il Samurai si trovava ad operare.

“La società emergente durante il periodo Tokugawa operata dal governo Edo era strutturata in classi in cui l’uomo poteva vivere soltanto seguendo una delle quattro ‘vie’, qui di seguito trascritte in ordine d’importanza: la classe militare al vertice ‘buke’, con i suoi guerrieri professionisti e le loro famiglie ‘shi, bushi’; seguita dai contadini e agricoltori ‘hyakushu’; dalla classe industriale ‘ko’ che consisteva soprattutto di artigiani ‘shokunin’, e la classe commerciale ‘sho’, rappresentata dai mercanti ‘akindo, chionin’. In quanto agli individui comuni ‘heimin’, che costituivano la pate di gran lunga più numerosa e produttiva della nazione, per quanto fossero ricchi, saggi e intelligenti, lo volessero o no, essi non avevano quasi diritti politici”. (29)

In Giappone i poeti e gli scrittori ancora oggi paragonano i Samurai ai fiori di ciliegio, la cui bellezza, di breve durata, si disperde al primo vento. La vita del Samurai è simile all’albero di ciliegio, coltivato non per i suoi frutti, ma per il suo fiore, simbolo di purezza e lealtà che, nell’Impero del Sol Levante, designava un principio essenziale del ‘bushi’, soprattutto nell’addestramento dei Samurai: “Ricordate che la vita è un fenomeno breve e passeggero, un evento caduco, e che la morte sul campo di battaglia al servizio dell’imperatore fosse il fatto più glorioso nella vita di un uomo”. (30)

Per quanto nel “La via del Samurai” (31) l’autore, Yukio Mishima, fa dire all’adepto guerriero che si inpegnava a seguire la propria ‘via’ secondo il proprio talento: “Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte”; la cui meditazione ripone nel guerriero il gloriarsi delle tradizioni del proprio paese, l’assolvere pienamente i propri doveri, essere leali verso il proprio signore, filiali nei confronti dei genitori, onde prolungare la propria esistenza e accrescere la propria dignità:

“Affrontate ogni giorno della vostra esistenza come se fosse l’ultimo e preoccupatevi di concludere tutti i vostri compiti affidatevi. Non accarezzate mai la fallace illusione di una lunga vita, finireste con l’abbandonarvi ad ogni sorta di dissipazione e concludereste i vostri giorni nella più nera disgrazia. […] Il guerriero dovrebbe seguire con onore almeno due vie: quella della spada (abilità nell’uso della ‘katana’, e quella del pennello (maestria nella scrittura); un’importanza che esorbita dai limiti della concezione comune, conferiva al Samurai una fama e un onore ineluttabili. […] Era noto a tutti che il guerriero doveva accettare stoicamente l’idea della morte; solo ai monaci, alle donne e ai contadini e alla gente appartenente alle classi inferiori, era dato morire per adempiere un dovere oppure per vergogna, ma l’accettazione della morte da parte di un guerriero era una realtà molto più seria e aveva radici profonde”: (32)

Conoscendo la via dell’Hejō, si può comprendere tutto il resto, anche che:

“Takuhodo wa kaze ga motekuru ochiba kana” / “Per fare il fuoco / il vento mi porta in dono / foglie secche d’autunno”.

“Taorure ba taoruru mama no niwa no kusa” / “E là si sdraia, e là resta sdraiata, l’erba del giardino”. (Ryōkan).

Non ci si poteva rattristare davanti all’uscita di scena senza esitare di un Samurai, così come, ancora oggi, non ci si rammarica davanti alla caduta dei fiori di ciliegio:

“La prossima primavera porterà con sé una nuova fioritura”…

E il grande ‘vuoto’ lasciato dai fiori s’aprirà accogliendo i suoi frutti, schiudendosi a una nuova generazione d’uomini, onde l’etica ‘dai severi ideali’ del Samurai, trova la sua ragione d’essere, sospesa sul crinale tra regola ed eccesso, amore per la vita e fascino, il mistero e l’indicibile che separa e congiunge la vita all’arte di vivere, splendidamente rivelata: “solo chi è vissuto nella bellezza, può morire nella sua tragica bellezza”.

“Con tenerezza e un leggero sorriso sulle labbra, Rikyū guarda intensamente lo scintillio della lama fatale, ed entra nell’ignoto” (33)

“Un po’ come separare il seme dal fiore e attribuire maggior valore al fiore”; è detto nell’Hejō, attribuibile a tutte le attitudini cui anche oggi prestiamo il nostro interesse, alle arti come ai mestieri, nella cura di noi stessi come alle cose dello spirito; così come nell’accettazione della vita accettiamo l’essere guerrieri di fronte alla stoica idea della morte. Così come ho affidato in questa ricerca ‘di oscura chiarezza’ la mia interminabile scrittura.


Note / riferimenti bibliografici:

1) Michael Hardwick, “La scoperta del Giappone”, Mondadori 1971
2) Giusy Barbagiovanni, “Le identità del corpo”, Ananke 2006
3) Zeami Motokiyo, “Sarugaku-no-Nō”, dramma
4) Curt Sacks, “Storia della Danza”, Il Saggiatore 1996
5) Serghej Eizenstein, in “Le identità del corpo” op.cit.
6) Sen no Rikyū, “La Cerimonia del Tè”,
7) Okakura Kazuzō , “Il Libro del Tè”, Editoriale Nuova 1983
8) AA.VV., “L’Allievo e le Stelle”, in “Storie Zen”, Edizioni del Baldo, 2009
9) 10) Miyamoto Musashi, “Libro dei Cinque Anelli”, Edizioni Mediterranee 1984
11) Giancarlo Calza, “Immagini del vuoto”, in “Alle Radici del Sole”, CRT/ERI 1983
12) Paolo Rovesti, “Alla ricerca dei cosmetici perduti”, Blow-up / Marsiglio Edit. 1975
13) 14) 15) Paolo Rovesti, “Alla ricerca dei profumi perduti”, 1980
16) Wikipedia, rif. a ‘giardini giapponesi’
17)Yukio Mishima, “Il Padiglione d’Oro”, Feltrinelli 1962
18) Wikipedia, rif. a ‘giardini giapponesi’
19) Miyamoto Musashi, “Libro dei Cinque Anelli”, op.cit.
20) 21) Lu Ji, “L’arte della scrittura”, Guanda 1991
22) Kong Zi (Confucio), “Da Xue”), …………..
23) AA.VV. “La scrittura”, Electa/Gallimard 1992
24) Lu Ji, “L’arte della scrittura”, op.cit.
25) Okakura Kazuzō, “Il Libro del Tè”, op.cit.
26) Ryokan, “Novantanove Hayku”, La Vita Felice Edit. 2012
27) 28) Miyamoto Musashi, “Gorin No Sho”, “Il libro dei cinque anelli”, op.cit.
29) 30) Oboroya Hisashi, ‘Presentazione’ al libro di Miyamoto Musashi, op.cit.
31) Yukio Mishima, “La via del Samurai”, Bompiani 1983
32) Miyamoto Musashi, “Il libro dei cinque anelli”, op.cit.
33) Okakura Kazuzō, “L’ultimo tè di Rikyū”, in “Il Libro del Tè”, op.cit.

Discografia di riferimento:

“Japan” , Semi-classical and Folk Music, Musical Atlas - Unesco Collection, direttore Prof. Alain Daniélou. EMI 1984
“O-Suwa-Daiko” – Japanese Drums, Musical Sources - Unesco Collection, direttore Prof. Alain Daniélou. PHILIPS 1978
“Tradizioni Musicali del Giappone”, Universo Folklore Collection direttore Ariane Sègal, ARION 1975
“Nagauta” Japanese Kabuki Music, The Kyoto Kabuki Orchestra, Albatros 1979
“Koto Kumiuta”, Song Cycles of 17th & 18th siècle, Namino Torii, ALbatros 1979


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- Libri

Invito alla lettura d’autunno … Libri poesie e altro

INVITO ALLA LETTURA D’AUTUNNO … LIBRI POESIA ED ALTRO

“Il libro vero parla sempre al momento giusto. Lo inventa lui, il momento giusto; con il colore della parola, con la singolarità della battuta, con il piacere della scrittura” - scrive Ezio Raimondi. Quante volte abbiamo aperto un libro e scorrendo le sue pagine ci è sembrato di aver trovato proprio quello che volevamo leggere, o magari, solo sentirci dire? Altre volte, rammento, di aver sfogliato un libro e averlo subito riposto, perché non lo sentivo adatto a me; oppure averlo ricevuto in regalo e messo via, nel limbo delle attese. Come dire, in stand-by, aspettando il momento migliore per leggerlo e che talvolta è arrivato dopo anni, che quasi non rammentavo neppure di averlo nello scaffale. Invece era lì, aspettava il momento giusto, per imporsi alla mia attenzione, e accipicchia, quante volte l’ha spuntata Lui, il Libro e devo ammettere che ‘in qualche modo’ mi ha cambiato la vita. È quanto accaduto con “Pinocchio”, “Cuore”, “Tre uomini in barca”, e con “Bel-Ami” quando ormai avevo l’età giusta, con “La luna e i falò”, “I fratelli Karamazov”, “Il Maestro e Margherita”, e tantissimi altri. Ma il grande libro che più mi ha conquistato, e che è quasi stupido citarlo, è stata “La Divina Commedia”, a seguire “I promessi sposi”, “Iliade” e “L’Odissea”, “Don Chisciotte” e poi “L’interpretazione dei sogni”, “L’idiota”, “La nausea”, “L’odore dell’India”, “Cent’anni di solitudine”, “Memorie di Adriano” e immancabilmente e irrimediabilmente “La Recherche” di Marcel Proust. Quanti altri? Tantissimi altri che, per uno come me, che legge anche il biglietto del tram, non basterebbe questa recensione per elencarli tutti. Ma forse avrei dovuto citare, oltre quelli degli scrittori, i nomi dei poeti che dopo Dante si sono susseguiti instancabilmente nelle mie letture: Leopardi, Pascoli, D’Annunzio, Marinetti, Pasolini, Ungaretti, Neruda, Celan, Hölderlin, Kerouac, Carver, e molti di quelli a me contemporanei …

POESIA
GIAN GIACOMO MENON … O LA POESIA DEL TEMPO LINEARE
Essai su “Geologia di silenzi” – Anterem Edizioni / Cierre Grafica 2018.

Apparsa di recente nella collana ‘Itinera’ da Anterem Edizioni 2018, la seguente raccolta poetica rende omaggio a un personaggio così poco conosciuto (direi misconosciuto), portandolo alla ribalta di quanti, ad esempio, si adoperano in ambito poetico, alla divulgazione e alla conoscenza di quella che potremmo definire ‘l’essenza stessa della vita’, o se preferite, in egual misura ‘il sale dell’esistenza’, ciò che rende alla ‘nuda parola’ il colore e la forza dei suoi più reconditi sentimenti: la poesia: “non più di un bisbiglio nella pena dell’essere”.
Gian Giacomo Menon (1910-2000), insegnante emerito di storia patria e filosofia, stimato e rispettato dai suoi allievi, diventa quasi un requisito indispensabile alla comprensione del nostro tempo. Se mai si è amato il proprio professore di lettere questa raccolta di suoi scritti costituisce il ‘dono più sentito e più grande’ da parte dei suoi ex allievi di diverse generazioni che hanno voluto rendere omaggio a colui che ha fatto dell’insegnamento e dello scrivere l’unica sua ragione di vita, e noi tutti non possiamo che essergliene grati. “Geologia di silenzi” riunisce in un unico volume – con il titolo che l’autore avrebbe desiderato – una minima parte del suo capitale poetico dal 1988 al 1998. Sono diverse, infatti, le date di composizione e cifra stilistica delle singole raccolte da cui il libro è desunto, e che pure presentano una comune caratteristica: di essere state personalmente selezionate dall’autore all’interno della sua sterminata produzione in vista di pubblicazione. Il contenuto di questa raccolta poetica, rappresenta solo un breve sapiente assaggio dell’autore di ‘migliaia di carte, foglietti, appunti contenuti nei 25 contenitori trovati nella casa del poeta e confluiti nel Fondo Menon della Biblioteca comunale Vincenzo Joppi di Udine.
Molto dobbiamo all’oculata e dotta biografia di Cesare Sartori che ci introduce alla conoscenza dell’autore: “che per un’ostinata, sofferta ‘decisione di assenza’ praticata con coerenza e determinazione, ha trascorso più della metà della sua vita praticamente tappato in casa […] accuratamente nascosto agli occhi dei più, sfuggendo ogni anche pur minimo côté sociale, ha diligentemente cancellato le proprie tracce dal mondo”; il quale, tuttavia, avverte il lettore che potrebbe “sembrare sciocca presunzione pretendere di racchiudere in poche paginette una vita come quella di Menon, ‘filosofo del nulla e poeta assoluto’ (Carlo Sgorlon), che sembra fatta di niente, ma che in realtà è una foresta lussureggiante” …

«..pomeriggi di infanzia sotto gli alberi
adunata di tende
ruote di spazio sulla città
palloncini rincorsi dai passeri
fucili di luce contro i cartoni
chi grida gli zuccheri
chi le scimmie maestre dell’uomo
l’angelo piombato dentro la carne
lungo tubi di ossa sentieri di midolla
a scuotere fiumi sepolti un ribollire di pietre
la pelle sconsacrata dall’affiorare di un dente
per ferire greggi di stelle navigazione di erbe
non sazia fame dell’essere
e noi nocchieri impazziti per nuove correnti
a reggere inconsulti timoni
nella rapina delle mani»

FRANCA MARIA CATRI … O L’ALTROVE INDICIBILE DELLA POESIA CONTEMPORANEA
“Ti chiedo al vento” – Anterem Edizioni / Cierre Grafica 2018.

Con un’espressione finemente poetica in apertura della sua silloge di recente publicazione “Ti chiedo al vento”, Franca Maria Catri ne offre al lettore un esempio tangibile: “..tra petali di libri / il tramestio di foglie / il giusto e l’ingiusto del fiore”. C’è un tempo di frattura minimale in cui si misura lo spazio restante da quello che precede l’attimo successivo, anche detto crack-up*, che si offre come spazio liminare all’impulso creativo da cui scaturisce la ‘luce’ primordiale e avveniristica dell’idea, dell’arte, della composizione musicale come della poesia. Impulso propulsivo che permette alla parola poetica di disgiungersi dalla materia letteraria e divenire pura essenza dispersa nell’aere della concettualità estetica e percettiva. Ciò che nulla toglie alla scrittura poetica allorché, nell’interscambio modale con il poeta, il lettore interpone la propria empatia a quella dell’autore/trice. In cui la chiave di lettura ‘psicologica’ è fissata nello stato d’animo del poeta in quello che è il suo momento creativo, nel coinvolgere emotivamente il lettore nel suo messaggio: lì dove l’amore per i libri, connaturale alla sostanza fibrosa della materia, si scioglie/sfoglia in petali di fiori che s’aprono alla nascente/morente stagione; in cui il frusciare delle pagine coincide con il tramestio delle foglie al vento/aere che l’accompagna attraverso l’arco/soglia posto tra l’inizio e la fine, al limitare de “il giusto e l’ingiusto del fiore”. Non la ricerca di una soluzione al crack-up iniziale, bensì il responso imperscrutabile di un ‘altrove indicibile’ che trova luogo nell’assenza, nel pieno/vuoto cosmico della sua proiezione filosofica nella poesia contemporanea; di un ultimo grado di investigazione cui sottoporre ogni intima certezza/incertezza della relatività umana. Una ‘immagine inadeguata del morire – scrive Flavio Ermini nella postfazione che accompagna la silloge poetica – in cui lo splendore essenziale, si fa strada attraverso l’inerzia della materia visibile e si riverbera proprio su quell’invisibile alfabeto che immaginiamo ..a un passo dal cuore’. Al dunque, “se la fine ha un principio” – rivela l’autrice Franca Maria Catri – la vita è ciò che sta nel mezzo, quanto ci concerne di apprezzare in quanto dono, nel bene e nel male di un ‘principio che contempla la fine’ quale mezzo di affrancamento al nostro pur meraviglioso esistere.

FABIO SQUEO … O LA DIFFICILE ‘IDENTITÀ’ DEL SUO ESSERE POETA
“I poeti fioriscono al buio” – raccolta poetica – Bibliotheka Edizioni 2017.

Cancellare i vincoli dell’identità per scivolare nell’infinito errare della poesia nel labirinto delle molteplici coincidenze virtuali della contemporaneità, non è cosa facile da intraprendere. Si rischia di condurre una vita impersonale, immergersi in un’attività di erranza nello spazio e nel tempo impropri delle cose del mondo; che è poi come vagheggiare e/o fantasticare, su qualcosa che va oltre la concomitanza delle situazioni, quasi un voler ‘fuggire da se stessi’, dal frastuono delle diverse identità che si è costretti ad assumere nella concretezza del reale. Una tangibilità che, estranea alla dissolvenza filosofica, moltiplica l’identità in numerosi altri sé dalla personalità conforme e/o difforme, solo apparentemente diversa quanto più affine a quella ‘desiderata’, ovvero ‘sospesa’ nel rimando della coscienza, come processo narrativo di sé. È allora che dalla relazione fra le due parti, diverse e uguali, narrativa e poetica, si erge il romanziere e il poeta, l’uno compenetrato nell’altro. Da cui le strutture dotte che spesso s’intersecano, si moltiplicano, si completano nel ‘diverso e uguale’ linguaggio letterario: “..nella bellezza di un sentire che vuol essere dedizione, comprensione, per un’esistenza che oltrepassa le barriere dell’umano.”
Fabio Squeo si inserisce in questa dualità, nei passaggi interstiziali delle forme che appartengono alla parola detta, ancor più che ai segni grafici della scrittura, interponendosi nelle ‘pieghe del tempo’ che ancor giovane ha fatto sue, andando qui alla ricerca del proprio essere poeta pur conservando ‘una mente prigioniera del passato’, che ‘lentamente si consuma’ nelle ‘incertezze degli istanti’ che lo ‘separano dalla vita’. Un ‘consumarsi sotto il sole dell’esistenza’ che sembra non concedere(gli) tregua, ma che altresì l’aiuta a trovarsi e/o ritrovarsi, al di qua e al di là della soglia di avanzamento della propria esperienza poetico – crepuscolare. Perché in fine questo è il ‘poeta’, colui che ha ricevuto in eredità il suono e il canto iniziali, afferente a ciò che noi tutti siamo, individui effettivi del nostro comune essere, spuri abitatori d’una costellazione imperfetta nel ricalcare l’orma pessoana di ‘Una sola moltitudine’, l’essenza stessa della nostra vita: “..nella solitudine del poeta / … / quando il fumo delle notti / agita le sue onde. /…/ la nascita non è più una nenia / oscura / da ricordare / ma una fulgida gemma / di acero fiorito”.
Fabio Squeo, laureato in Scienze Filosofiche presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, è studioso del pensiero di Sartre e della filosofia esistenzialista del XX secolo. Autore di poesie svolge la sua attività di saggista e curatore di opere letterarie e collabora ai progetti editoriali della casa editrice Limina Mentis.

IRIA GORRAN … O ‘L’ARTE DELLA GUERRA’ NELLA POESIA D'AUTORE CONTEMPORANEA
“Corpo di guerra” - Cierre Grafica / Anterem Edizioni 2018.

L’accostamento con l’opera di Sun-Tzu è affatto casuale quanto cercato, per sottolineare la portata di un fare poesia che inscena l’essenza di una tentazione contemporanea: condurre una ‘guerra’ essenzialmente intimistica contro il proprio sé. Questa la cifra elettiva della silloge poetica ‘Corpo di guerra’ di Iria Gorran, in cui la passione competitiva è sempre in bilico tra appagamento e/o perdita mediante l’‘artificio della ‘guerra ’, conflitto questo che si fa scontro duro tra vincitore dominante e il perdente arrendevole, da affrontare con la calma e l’irruenza necessaria …
“Ho sempre sentito il corpo come uno scudo / un mezzo lo strumento di difesa / dal mondo – la macchina umana un filtro / con esigenze minime / […] / che la necessità / l’angoscia hanno spinto quasi oltre il limite / ma tutto quello che volevo era / che mi riconducesse – mi portasse a casa”.
Per quanto si voglia che anche una ‘guerra individuale e personalizzata’ la si faccia per vincerla, altresì essa risulta remissiva di affrancamento e/o riscatto che necessita di continuare a combattere dall’interno, sul campo nemico. Come del resto insegna il ‘fautore di tutte le guerre combattute fin qui', Sun-Tzu: “se non puoi vincere il nemico, allora fallo re”; così facendo “si può sempre vincere senza necessariamente vincere”, poiché “la vittoria si ottiene quando le due parti in lotta, quella superiore e quella inferiore sono animate dallo stesso spirito”… “Atomi dispersi estranei alla configurazione” / “Avevano qui / una vaga idea di questa guerra?” La sottolineatura nel titolo 'arte' è qui utilizzata per meglio evidenziare l’immagine impressa sul fondo di una tela (mettiamo di un corpo materiale) in attesa d’essere riempita di colore, ‘secondo i dettami della propria anima’ e/o secondo il presente-anteriore-infinito che ci siamo preposti fin dall’inizio, qualora riempire gli spazi vuoti divenga sinonimo di volontà: quasi che l’espansione dell’anima nel silenzio della solitudine, similitudine d’assenza e/o di presa coscienza, avalli statue di carne vive per un teatro della fine, in assenza di applausi e tuttavia senza compianto.
Ciò che accade quando il ‘corpo emozionale’ si tinge di un’inquietudine opaca, o avviene a una mutazione incessante per una guerra annunciata col proprio sé fin troppo differita; allorché l’unica condizione possibile per continuare a vivere è in un rapporto nuovo, diverso, con se stessi, con gli altri e con il mondo intero. Ma è tuttavia una ‘guerra costante’, eppure non definitiva, una levata di scudi per un combattimento ‘corpo a corpo’ contro un nemico invisibile, sempre diverso, che fa uso di spade e lance affilate, onde infierire sull’eventuale perdente senza resa.
“Si può sempre vincere senza necessariamente vincere”, rammenta Sun-Tzu l’eclettico filosofo della guerra, di quella stessa ‘guerra’ che Iria Gorran in queste pagine conduce in prima persona attraverso una “scrittura d’esistenza che è lingua di forte energia poetica, spezzata dall’esperienza di sé: dal corpo che la porta dentro e dal linguaggio che ne illumina la percezione. […] Il segno fondante è un’incisione dura, un graffio che designa i luoghi di un brusio dentro il silenzio ‘terribile’ che opprime il parlare e rende incerti i suoni (e le parole), mentre la voce spezza la rapidità del ronzio esistenziale continuo, scuro” – scrive Giorgio Bonacini nella sua intensa postfazione al volume. Incerto il prosieguo, se Iria Gorran vincerà o no la sua guerra lo scopriremo in futuro con l'avanzare della sua esperienza poetica o se magari ritiene di averla già vinta (e perché no) con la pubblicazione di questa sua ‘Opera Prima’ edita da Anterem Edizioni con le immagini grafiche di Bartolomé Ferrando che, come in nessun altro caso, coglie nella mescolanza di lettere dell’alfabeto il senso intrinseco della fugacità dell’autrice dalle parole; segno indubbio di una sensibilità artistica pregna d’inconsuete voci, come di geroglifici di una lingua estensibile all’infinito. L’autrice: Iria Gorran ha origini croate e formazione classica, un curriculum di tutto rispetto in ambito artistico e teatrale, autrice di testi poetico-filosofici e narrativi: ‘Il corvo e i racconti del mistero di Poe’, la ‘Commedia di Dante’. Risiede per lunghi periodi a Vienna e a Londra, attualmente vive a Torre d’Isola (PV). direzione@anteremedizioni.it

AMINA NARIMI … DA UN PUNTO DI PAURA ALLO SPLENDORE.
“Nel bosco senza radici” silloge poetica – Terra d’Ulivi Editore 2015.

“Eppure tutto è / ancora oscuro mentre segreto / ci plasma e ci àncora un volto nuovo / nuova la spinta ad amare / un attimo prima di nascere / un istante prima di dimenticare.”
C’è una poesia che scorre silenziosa lungo il crinale della sofferenza, talvolta solo interiore, perché insormontabile è il dolore che l’ha causata. È allora che questa si mostra a noi come una forza ctonia, allorché la ragione oscura della sopravvivenza richiede un atto di forte solidarietà che la contenga. Ben lo sa il poeta la cui emotività afferra gli spasimi dei sentimenti assopiti nel dolore, quello stesso che, in certo qual modo, esplode nell’anima prima di addivenire verso, parola lirica e canto, prima d'essere preghiera, ancor prima di farsi pianto, cui alcun fiume possa contenere le lacrime sparse … “..tra la crisalide e la rosa ricomposta / c’è un dono che si sporge dalle labbra / danzando per minuscole fiammelle / da un punto di paura allo splendore.”
Nessun altro colore che non sia sporcato di rossa terra, sarebbe accolto nella tavolozza d’amore che l’autrice, Amina Narimi, ancor prima d’essere poeta, usa nel tessere le sue tele che del suo arcano sembiante portano il segreto. Un lontano afflato confidenziale che la restituisce alla natura genitrice di quell’eredità ancestrale, mai venuta meno, che ha attraversato deserti, valicato montagne, navigato fiumi scorsi a cercare l’immensità di quel mare che un giorno, forse troverà, ma solo quando l’incoffessato e profondo amore per la vita, si tacerà dal ridestare i fantasmi del creato, nei suoi versi.

GIORGIO BONACINI … O L’ALGORITMO DELLA POESIA DESCRITTIVA CONTEMPORANEA
“Quattro Metafore Ingenue”, Piero Manni 2005. E in “Argini”, Anterem Edit, Rivista di ricerca letteraria n. 94.

Nello specifico metaforico del linguaggio musicale la ‘poesia’ abbraccia l’idealità del ‘suono puro’ che sta all’origine dell’armonia di fondo, di prevalenza variabile piuttosto che statica, nell’indugiare osservante di una partitura. Suono quindi, partecipe di quella mobilità simbolica che ogni ‘variazione sul tema’ apporta in forma creativa allo svolgimento narrativo di una sinfonia corale ... “Dalla concentrazione pura / le prime parole emergono con una velocità / senza fretta - come se si dovesse / contemplare l’estraneità dei fiori / nella ripetizione di un principio insoddisfatto …” Contestualmente a: “Si pensa allora a un’alternanza di rugiade / a un oscuro lavoro di meditazioni / nella similitudine terrestre …” Formula quella della ‘variazione’ che accomuna all’afflato poetico, per definizione ‘cantabile’, la verbalità per eccellenza ‘orale-narrativa’ della scrittura tensiva di Giorgio Bonacini, che trova nella ‘epitasis’ greca quello che ben possiamo definire l’algoritmo della poesia simbolico-descrittiva che lo contraddistinge, la cui tensione espressiva egli spinge in modo del tutto personale nell’imperfetto contemporaneo ... “Trilli / fonòfoni / e suoni / e quanda’anche / cervello / arzigogoli / chiari / il pasticcio / neurotico / e cerebro”. L’insolita chiave di lettura matematico-filosofica delle ‘performance poetiche’ che l’autore mette in atto, palesa un officiare ‘verità obliate’ che rispondono al richiamo degli elementi in natura che, una volta evocate, si dispongono secondo ‘combinazioni concatenate di locuzioni’ per una esibizione integrale di se stesse, dando senso all’indecidibile derridiano, ineffabile e indefinibile del “..perché si rannuvola il cielo / ad esempio” …
Conformemente a: “L’artificio è equiparabile / al mio sguardo / un astratto rinnovarsi / di andature / in carreggiate fisiche”. La reminiscenza di qualcosa ch’è stato e che invita alla meditazione di quella ‘conoscenza primaria’ che fa da cassa di risonanza al silenzio che tutto avvolge: ‘il silenzio del sacro’; il cui pieno coinvolgimento porta alla separazione dello spirito (soprasensibile) dall’intelletto (sensibile), emotivamente insostenibile in quanto antròpico dell’umano sentire. Ne scaturisce una sorta di ‘discantus’ che nel linguaggio musicale assume forma polifonica del canto, consistente nell'aggiunta di una ‘voce’ in moto contrario all'andamento uniforme e parallelo dell'organum primitivo che si colloca al di sopra del canto dato, per un dialogo diretto con un ‘ipotetico prescelto’, relativo all’ego creativo dei sogni, ma … “La saggezza dei sogni è diversa / trascorre / la sua nitidezza e dilegua/ Nel sonno / la perdita è tutto / la dissipazione stupenda / lo squilibrio abissale […] Immancabile scorre inesausta / la sapienza dei sogni.” La forma del ‘discantus’ si inserisce qui, fra gli interstizi lasciati dalle parole, come suono a se stante, pulito e inequivocabile, di un risentimento di avvenuto distacco che risponde a una intenzionalità superlativa d’elevazione dall’ordinario, di per sé ‘pedestre e spesso mediocre’, equivalente di una fuga dalla realtà ingenerata da una infelicità reiterata nel tempo, alla ricerca costante del proprio riscatto … “Cos’è che ci trattiene dal toccare? / Si isola una prima conoscenza / nella dimestichezza delle gocce naturali / e appare la durezza di una pietra…”.
O meglio, all’ancorché motivata composizione/scomposizione di quella ‘musica assoluta’ che dia equanime risonanza al proprio concerto interiore … “Cosa manca allora per incidere ripetere o svelare in sé la qualità fine di un’ombra? … Penso a ciò che si può amare alla coscienza che cerchiamo nelle cose – non è più quella dell’ombra né il ricordo o l’esclusione che si vuole. […] Forse l’invasione è solo questa – una città dai tempi morti e gli occhi grandi come guardi una figura nell’infanzia o l’illusione che verrà.” Ma se la ‘lingua’ è l’anima che tiene vivo un popolo, la libertà d’espressione equivale alla sua identità come il bene più prezioso da conservare, ciò che da senso all’atto di apprendere, e che l’io collettivo (che non esiste), pur definisce in senso di comunitario e glocalizzato della globalizzazione in atto, necessario a raccontare il mondo attuale, la tecno-sfida di quel linguaggio intraducibile che in qualche modo va riconquistato.
Fra le sue molte pubblicazioni figurano inoltre ‘poesie visive, sonore e artistiche’ nate dalla collaborazione con il gruppo Simposio Differante, in cui figurano testi di critica letteraria apparsi in riviste nazionali quali “Anterem” ad esempio, in cui il ‘linguaggio concreto’ delle performance si spinge alla ricerca dell’assoluto interiore, onde - egli scrive ... “..scavare, conoscere e riconoscere, così come pensare e interrogarse sono l’essenza stessa dell’odierno esistere". È in questo suo vagare tra la distanza e il limite raggiungibile del suo pensiero che la dimensione onirica della ricerca affronta l’algoritmo del ricongiungimento (impossibile) col sacro, in quel dualismo che sta alla base del soccombere umano prima di giungere in cima alla piramide inanimata del divino, ove già Icaro tentò il grande balzo, per poi rovinare in discesa …

C’è da restare sgomenti che nel ‘pensiero finale’ “..la perplessità resiste - / deve darci lo spasimo di un sentimento / inabile, patire i gesti impellenti / e farli vivere / schiudere l’ombra del riconoscimento / l’idea fondamentale di un conflitto / […] / essere il furto di una lingua / un dono amabile e sleale / […] Indicibili i suoni – al riparo del vento (ultimo che gelido spira) / (è allora che più) li senti così irrefrenabili e persi … / e così inafferrabili”. “Ha senso che parlandoci riapriamo / la ferita? L’illusione inospitale del richiamo / non si oppone – non ha nulla da portare / Ma ugualmente è un’esistenza / in altri segni, tra le rocce, nella pioggia / dov’è il nome del bagnato”… Come in questa ‘Chiusura’: “Un segno – un piccolo preciso, indelebile segno È da qui che dovremmo partire – e qui ritornare E se cadono i suoni? E li nomina l’acqua? Le parole ora scrivono là – nel fantasma del sole Un salto e un ricordo – un cespuglio di segni L’inizio oltrepassa così l’illusione e la fine. È qui che dovremmo tornare – e qui ripartire”. Ma non tutto ci è dato! “Non è nostro dunque il sole né il riverbero / dei suoni né la voce – libertà di un’atmosfera / firmamento di follie non destinato, recita / il suo corpo intimorito questa luce, si tortura / per un’ombra e l’universo che la accoglie / fascia il mondo con ardore, senza pace” / […] / «Così, per assenza di voce / un’aria difficile buca e risuona. / E la mente si ferma. Non parte. Rimane.»

TAIYE SELASI – “LA BELLEZZA DELLE COSE FRAGILI” – Libro Einaudi 2013

Una scrittura elegante e raffinata fin nelle virgole e le parentesi per una storia evocativa sopra le righe e al di fuori dei canoni della narrativa tradizionale che ripercorre le tappe eloquenti di una letteratura ancora poco conosciuta e ancor meno studiata quale è quella africana ganaense, nigeriana, senegalese, camerunense ecc. Forse anche relativamente minima e stereotipata, tuttavia generosa di corrispondenze e separazioni per una conoscenza ‘altra’, insolita e arcana. Più vicina alla cifra poetica che alla narrativa tout court cui siamo abituati. Certamente più inerente alla liricità tipica della nenia prossima al canto che accompagna il sonno e che permette al sogno quella ‘felicità’ edenica che il mondo sembra aver perduto, e in cui gli esseri umani si muovono come sospinti dal vento che spazza la savana, che increspa le acque dei grandi laghi e rende impetuoso lo scorrere dei fiumi.
La stessa che ancor più permette alla linfa vitale della ‘natura’ di rigenerarsi, il confluire in essa di legami di appartenenza e sentimenti mai dismessi che accomunano le persone e i popoli dentro un unica grande storia universale che tutti andiamo scrivendo, capace di ricongiungere le famiglie disperse, i cuori spezzati nel segno di quell'amore che - se vogliamo - ancora fa girare il mondo. S’è detto un canto, accompagnato da violini e tamburi “..poi danze e festeggiamenti, il pesce alla griglia (il nutrimento divino), la capra sgozzata (il sacrificio), scintille rosse (il fuoco purificatore) che saltano di gioia elevandosi verso il cielo, un cielo nero fitto di stelle (l’accoglienza generosa) mentre l’oceano ruggisce (l’ospitalità cultuale); la madre con le lacrime agli occhi (la gioia), lo sbigottimento dei fratelli (la meraviglia)” – per una riunione "..improvvisamente consapevole del silenzio" (l'inizio dal nulla), attesa quanto desiderata: “..un ponte; la gioia di sua madre: il primo mattone (della ricostruzione) il rumore della sua solitudine chiaro, assoluto".
Ecco, “La bellezza delle cose fragili” di Taiye Selasi, è ricolma di quel simbolismo africano che va reinterpretato oltre le parole e reinserito nell’ambito ‘vitale’ che continua a scorrere dal passato dentro la contemporaneità: dal linguaggio delle città urbanizzate, alla contaminazione musicale, alla globalizzazione poetica e narrativa, capaci di avvicinare i popoli, di assecondarne la comprensione e di renderla universalmente fruibile senza preclusioni di sorta (pregiudizi, tabu, falsi moralismi). La rivelazione narrativa è tutta qui, contenuta nell’originalità scrittoria dell’autrice che si affaccia sulla scena letteraria con questa sua ‘opera prima’, che a una lettura superficiale può risultare finanche minimalista, perché ‘minimalista’ è la bellezza (senza peso), ‘minimaliste’ sono le cose (fragili). Mentre è l’afflato ispiratore di questa storia ad essere massimalista in senso rivoluzionario, eclatante e sbalorditivo insieme “..come le lacrime non sufficientemente mature” che si sciolgono amare dentro lo sguardo del protagonista Kweku Sai:
“All’inizio erano semplici incrinature che per anni non ha mai curato”. Fin quando: “Il cuore di Kweku si spezzò in un punto. La prima rottura lui la sentì. E Olu guardò sgomento la farfalla poggiata sul dito del piede della nonna. Nera e azzurra appena posatasi, una tonalità quasi fluorescente di turchese, disegni neri, puntini bianchi. Svolazzò pigramente intorno al piede della madre di Kweku, poi volò via, sbattendo allegramente le ali, verso la cupola triangolare, e uscì dalla piccola finestra” (della capanna).
Il passo qui riportato è argomento antropologico lì dove mette in relazione le credenze ‘animiste’ mai abbandonate del tutto, con la religiosità cristiana che ne confuta il significato intrinseco ma che pure ne accoglie la simbologia, seppur relegandola all’uopo alla escatologia tipica delle popolazioni africane.
Confluita, successivamente, nella ritualità e nelle usanze tribali; nella narrativa orale in chiave di miti e leggende così come nella favolistica e nella poesia che, se vogliamo, ripercorrono le strade che sono state degli avi ancestrali, eredità di un ‘archetipo primordiale’ mai venuto meno. Allora ecco che la ‘farfalla’ (allegoria univoca di fragilità e leggerezza), recupera qui il simbolismo cui è appartenuta nel tempo: l’esalazione dell’anima che si allontana dal corpo del defunto; il colore turchese delle notti africane costellate dalle stelle amiche; il ‘fragile’ equilibrio tra il vento e le dune, la savana e la foresta, il bene e il male, l’amore e la morte nei grovigli di forze contrastanti mai dissipate. Così come la ‘leggerezza’ che si esprime nel battito delle sue ali, capace di mettere in moto una tempesta di sabbia capace di cancellare ogni cosa; come del suono sordo e cantilenante di un’immensa orchestra formata dalla polvere del Tempo.
“Un’ode all’oblio … senza clamore né premeditazione, come si spostarono (un tempo) le greggi … per istinto, senza bagagli, alle prime luci dell’alba”. Finché la farfalla, svolazzante nel giardino, si sofferma sopra il piede di Kweku e vi si adagia “..Un contrasto spettacolare, turchese e rosa. Una cosa che si apre e poi si chiude, ed è dunque la morte", allorquando il ‘Silenzio’ inonda la pagina lasciata appositamente in bianco e torna a invadere tutto nella calma ritrovata del creato.
Ma è anche un’elegia delicata e intima all’amore di una donna, un’amante, una madre – suggerisce Selase – nell’introdurre Folásadé Savage, detta anche Fola, e la sua ricerca della felicità. Una donna che come ‘madre’ dei propri figli ha fatto della sua famiglia una costruzione grande come una cattedrale; che come ‘amante’ ha dovuto affrontare la solitudine dei sentimenti; e come ‘donna’ l’umiliazione dell’abbandono, la frustrazione di dover farcela da sola e ricominciare. Mettendo in pratica quello spirito di sopravvivenza che solo la donna (in quanto femmina del branco) a un certo momento sente salire dal profondo del proprio inconscio, allorché è chiamata a difendere la progenie in quanto ‘sangue del suo sangue’, la discendenza della propria stirpe, il fondamento e il ricongiungimento.
Quasi ad avere qui il ribaltamento di un ruolo che si è sempre voluto individuare nel maschio (maschilismo storico), quando invece, e in questo romanzo è reso palese, l’uomo è all’opposto del carisma esistenziale della donna. Quasi che all’uomo, in quanto maschio del branco, non spetti l’osservanza della paternità dopo il concepimento ma solo di raccogliere la palma dell’impresa, così come nella lotta per il primato, nel combattimento o in battaglia, nell’offesa come nella vendetta, tale da apparire egli (solo) lo spirito del bene, il regolatore di conti sospesi. Altresì egli è il male, dispensatore di piacere e dolore, sofferenza e conforto, patimento e infelicità.
Non è così, non questo intende la scrittrice mettendo in evidenza le qualità di Sela, la protagonista presente/assente (perché abbandonata e quindi sospesa) di questa storia (di viaggio, perché di questo infine si tratta, di un viaggio all'interno dell'animo umano), dai tratti drammatici eppure miracolosi: “E questa scoperta è un’assoluta rivelazione!”, solo per il fatto che in essa si rincorrere la felicità da una città a un’altra, da un continente a un altro, da un passato remoto al presente contemporaneo che tutti ci accomuna. Ma quale felicità? In che modo? Quando? Non sono domande che Taiye Selasi pone ai suoi protagonisti, e i lettori farebbero bene a non attendersi risposte, per quanto queste risultino in forma di allegorie nelle immagini copiose che si rincorrono attraverso i flashback narrativi, traslate dalla realtà (nei colori, nei suoni e nelle forme che le compongono), per un quadro che fuoriesce dalla cornice e si espande sulla parete intima di una sensibilità poetica diffusa in ogni pagina, ora illuminata dall’aura di una verità ‘altra’ reinventata all’uopo che la rende universale; ora nella completezza infinitesimale della nostra ‘fragile’ esistenza.
Taiye Selasi è scrittrice e fotografa, nata a Londra e cresciuta in Massachusetts, da padre ghanese e madre nigeriana. Laureatasi a Yale ha conseguito un Master of Philosophy in Relazioni internazionali a Oxford. Attualmente vive a Roma. Il suo racconto d’esordio, 'The Sex Lives of African Girls' (Granta 2011), è contenuto in 'Best American Short Stories' 2012 ed inoltre è stata selezionata tra i migliori venti scrittori contemporanei.

ALESSANDRO D’AVENIA – UN LIBRO ‘RICOLMO DI STELLE’
“L’arte di essere fragili”– Mondadori 2016.

Cari amici poeti …
all’inizio pensavo di dover leggere un romanzo e invece stavo leggendo una fiaba che, per quanto menzognera, scorreva leggera come impastata di quell'amorevolezza verso l'incredulità che ognuno si porta dentro. In realtà era poesia vestita da fiaba quella che stavo leggendo e di quella più pura, quasi che, a un certo punto, mi sono convinto che qualcuno mi stesse dicendo che le stelle nascono sugli alberi e che, al contrario delle foglie, anziché cadere all’ingiù, salgono verso cielo per perdersi nell’universo infinto, e vi ho creduto. Più avanti ho però mutato opinione, quello che avevo tra le mani non era il frutto di una favola menzognera al pari di un oroscopo, come quello che si va a cercare aulle pagine del quotidiano, era davvero un libro di poesia ricolmo di stelle, delle stelle dei poeti, quelle che invitano a sognare, che elargiscono la speranza, che inebriano e si lasciano afferrare, ma solo se si è capaci di apprendere ‘..l’arte di essere fragili’.
Ecco detto il titolo del libro che non avrei voluto svelare perché preso dalla gelosia morbosa di tenerlo per me, a tenermi compagnia sul comodino o meglio, sotto il cuscino, per poter dare adito a quei sogni di ragazzo che verosimilmente sono stati dell’autore così come i miei e immagino anche di qualcuno di voi. Sì, ‘L’arte di essere fragili’ di Alessandro d’Avenia non è un romanzo, ma neppure un libro qualunque, ci si può innamorare nel leggerlo così come si è sempre innamorati della ‘bellezza’. Finanche nella sua sfuggevole accezione, quando cioè la bellezza trova il suo equivalente nella ‘fragilità’ di ciò che non si può afferrare, che solo è lasciata all’incanto dell’osservatore attento, che la esalta e la celebra su tutte le cose: come il pittore fa con la natura, l’uomo con la donna, quando il sentimento sublima l’amore.
Dopo ‘I libri ti cambiano la vita’ di Romano Montroni (vedi recensione su questo stesso sito) e ‘Le voci dei libri’ di Ezio Raimondi (citato nel testo), che hanno segnato momenti di piacevolezza dove tutto avviene per una sorta di simbiosi, data dalla necessità interiore di interloquire che ci fa stendere la mano verso il libro e le parole ‘scritte’ che in quel momento più necessitiamo, ècco arriva d’Avenia a farci dono di un ‘salvavita’ che molti non stenteranno a riconoscere come il più bel libro mai letto prima. Insieme a tanti altri ovviamente, ma in senso assoluto quello che più asseconda la necessità attuale di riconciliazione con gli altri, col mondo in cui viviamo, con la bellezza della natura che ci circonda e, non in ultimo, con noi stessi.
Quei ‘noi’ che forse non conosciamo fino in fondo o che volutamente disconosciamo per scelta, per ansietà o per disamore di quelle cose che pure abbiamo amate, alle quali senza ragione non prestiamo più alcuna attenzione.
Paul Celan afferma essere “..l’attenzione, la preghiera spontanea dell’anima”, che come in “Francesco (d’Assisi), trae il suo canto dal dolore.” E che d’Avenia giustamente attesta all’immenso Giacomo Leopardi, a quella sua breve vita costellata di stelle, fissate per un così breve scorcio di tempo dentro il cielo oscuro delle sue pene, eppure ‘luminosissimo’ che ha traslato nelle sue opere. Non c’è in questo trattato poetico nulla che sappia di vecchia morale, di nebbiosa credulità, di ingiusta etica, nulla che nel bene e nel male delle faccende umane sappia di stantio, tutto è qui riportato al giorno d’oggi. Così le storie che vi sono riportate, le impressioni che danno lustro alla nostra modernità obsoleta, le esperienze maturate sul campo dal giovane prof d’Avenia calatosi nel raffronto agevole con il poeta, sono tali da riuscire a formulare un epistolario impossibile eppure verosimilmente attestabile ai nostri giorni.
È il caso di questo passaggio dedicato all’insegnamento: «L’uomo superficiale; l’uomo che non sa mettere la sua mente nello stato in cui era quella dell’autore (..) intende materialmente quello che legge, ma non vede (..) il campo che l’autore scopriva, non conosce i rapporti e i legami delle cose ch’egli vedeva.» (Leopardi: Zibaldone 1820) Scrive d’Avenia: «Nutre la mente soltanto ciò che la rallegra, e ciò che la rallegra è la scoperta dei legami che uniscono cose e persone, che rendono viva la vita. Cogliere quei legami, e ripararli è la felicità del cuore e della mente.» Ed è forse questo il breve lucido resoconto che scaturisce da un dialogo siffatto in cui il termine ‘raffronto’, produce tuttavia una sorta di seduzione che modella l’incanto della lettura, lo scherzo intelligente di esistere e di nascondersi a noi cercatori d’oppio letterario che stanchi, lasciamo talvolta al caso di offrirci le sue leccornie poetico-filosofiche.
Che sia il caso o l’attrazione di una così ‘idilliaca’ quanto delicata copertina, ma ancor più il titolo ‘l’arte di essere fragili’ a suggerirne la lettura? Forse l’una e l’altra delle cose, per quanto è l’aver scoperto che le ‘cose’ davvero «..tornano a reclamare i loro diritti, la loro tenerezza, la loro impurità, la loro ombra luminosa, la loro fragilità. Le cose e le persone, i loro volti, tornano a invocare la nostra misericordia: custoditeci e riparateci, nonostante tutto.(..) Così è la poesia, ci costringe ad abbassare la luce artificiale e tornare a vedere il mondo, mutilato e fragile, ridotto così dalla nostra indifferenza. (..) Se le stelle riuscissero ancora a colpire i nostri occhi, non solo una volta all’anno quando cadono, credo che avremmo più possibilità di costruire la nostra casa su fondamenta celesti, quelle della nostra unicità.» (d’Avenia).

Un libro quindi che consiglio di leggere per la sua ricercatezza e nascosta seduzione; che riapre una discussione sempre in corso e mai conclusa, sulla lettura e sui lettori, nel momento in cui i mezzi, gli scrittori, gli editori, stanno cambiando con il cambiare della società e dei suoi interessi; nel momento in cui la ‘lingua’ sta perdendo e acquisendo connotati talvolta controversi, o quando ormai sembra non si parli d’altro che delle solite cose obsolete, ma che forse torna utile per contrastare la ‘stupidità’ di certi programmi televisivi, improbabili quanto inutili. All'occorrenza trovo molto interessante l’enunciato di Ginevra Bompiani che in “Vari” ipotizza sui libri quanto segue: “Se i libri non ti cambiano la vita, certo la fanno. (..) Direi piuttosto che i libri ti costruiscono la vita, la ondeggiano, la sprofondano e poi la sollevano, come un sentiero in cresta fra le colline. (..) Non c’è difesa da loro, non c’è protezione. L’emozione e la cattura sono totali. (..) L’emozione non ha sempre a che fare con la qualità, piuttosto con la forza. Quando si invecchia, si scopre che l’emozione è una forma di malattia. Non sempre si guarisce, ma quando la malattia si spegne, si rimane svuotati, come in una mattina di ottobre, tersa, pungente, senza veli di nebbia, persi in un orizzonte che non ha segreti”.
Ed è questa malattia che spesso diventa ‘magia’ capace di stravolgere la vita con le parole. Una ‘magia’ che incanta e che lascia spazio ai sogni, alle illusioni, al canto lirico e alla poesia, quando ottimisticamente “credevamo altresì di trovarci all’alba di qualcosa di nuovo”, quel qualcosa che Enrico Brizzi nel parlarci de “Il giovane Holden” di Salinger, ci ha condotti per mano nella sensazione d’incredulità irreligiosità e diffidenza che ci attraversa tutti. E chi meglio di Giacomo Leopardi che non ha avuto il tempo di invecchiare, ha potuto investigare nei sentimenti umani la fragile essenza dell’essere? – si chiede l’autore d’Avenia – Chi ha dato a questa nostra epoca, la dimensione di come davvero "la poesia può salvarci la vita”? «Forse se il nostro lettore, Giacomo, stanotte spegnesse tutte le luci e guardasse il cielo in silenzio, saprebbe che la bellezza e la gratitudine ci salvano dallo smarrimento dovuto alla nostra carenza di destino e destinazione.
Forse se in quel buio luminoso avesse accanto o nel cuore qualcuno, ne scorgerebbe meglio la seducente fragilità, un infinito ferito che chiede cura e riparazione, e capirebbe di esser ‘poeta’, cioè chiamato a fare qualcosa di bello al mondo, costi quel che costi. Forse allora saprebbe che solo uno è il metodo della faticosa ed entusiasmante arte di dare compimento a se stessi e alle cose fragili, per salvarle dalla morte: l’amore. Questo è il segreto per rinascere … questa è l’arte di essere fragili.» Per poi aggiungere in poscritto quanto segue: «I libri, scelti bene, caro Giacomo, possono salvare la vita, soprattutto quella fragile, facendole cogliere il frutto del futuro che si porta dentro. (..) Viviamo in un’epoca in cui si è titolati a vivere solo se perfetti. Ogni insufficienza, ogni debolezza, ogni fragilità sembra bandita. Ma c’è un altro modo per mettersi in salvo, ed è costruire, come te, Giacomo, un’altra terra, fecondissima, la terra di coloro che sanno essere fragili.»

L'autore: Alessandro d’Avenia, dottore di ricerca in Lettere classiche, vanno ricordati ‘Bianca come il latte, rossa come il sangue’ (Mondadori 2010) dal quale è stato tratto nel 2013 l’omonimo film; ‘Cose che nessuno sa (2011); ‘Ciò che inferno non è’ (2014) con il quale ha vinto il premio speciale del presidente al premio Mondello 2015. Da questo libro l’autore ha tratto un racconto teatrale che porterà in giro per l’Italia.
Grazie Alessandro.

ALTRO

MASSIMO CERULO – “SOCIOLOGIA DELLE EMOZIONI” : Autori, teorie, concetti - il Mulino 2018

Questo innovativo manuale introduce alla sociologia delle emozioni attraverso una puntuale disamina degli autori, delle teorie e dei concetti che definiscono il campo della disciplina. Partendo dai testi dei pensatori classici per giungere ai contributi più recenti, gli stati emotivi si configurano come una preziosa lente di ingrandimento per analizzare le interazioni fra gli individui e le tipologie di agire che prendono forma nelle dinamiche sociali.

Indice:
Introduzione.
- Parte prima. la sociologia classica. - I. I padri fondatori. - II. Gli innovatori. - III Gli autori «di passaggio».
- Parte Seconda. La Sociologia Contemporanea. - IV. L’ufficializzazione della disciplina. - V. I concetti chiave I. - VI. I concetti chiave II. - VII. Il dibattito in corso. - Riferimenti bibliografici. - Indice analitico.
Massimo Cerulo insegna Sociologia e Sociologia delle emozioni nel Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Perugia. È chercheur associé presso il laboratorio CERLIS alla Sorbona - Paris V. Tra i suoi libri: «Il sentire controverso. Introduzione alla sociologia delle emozioni» (Carocci, 2010), «La società delle emozioni. Teorie e studi di caso tra politica e sfera pubblica» (Orthotes, 2014) e «Maschere quotidiane. La manifestazione delle emozioni dei giovani contemporanei» (Rubbettino, 2015).

GARETH KNIGHT – “VIAGGIO INIZIATICO NEI MONDI INTERIORI” - Un corso in magia cabalistica cristiana – Spazio Interiore Editore 2018

“Come si è scoperto recentemente, per risolvere un problema non serve tanto saper rispondere a una domanda difficile, ma riuscire a porre la domanda giusta”, avverte cauto Emanuele Mocarelli in chiusura della sua esaustiva prefazione a questo libro appena tradotto in italiano e che ci ha colti tutti di sorpresa, studiosi e intenditori, ricercatori e semplici appassionati di esoterismo, che a loro volta disquisiscono di accadimenti rimandanti all'inconscio, di apparizioni e di miracoli, di immagini oniriche e quant’altro, talvolta ponendosi domande, talaltre dandosi risposte che spesso scaturiscono in ulteriori interrogativi cui necessita dare risposte adeguate.
Ciò per quanto l’argomento esoterico, che pure ha una sua consistente letteratura volutamente tenuta sottobanco, a lungo andare è naufragato nello sconvolgimento dell’informazione primaria che, originariamente si poneva quale domanda di un problema di difficile soluzione, e che, tuttavia, riusciva sempre (o quasi) a trovare una spiegazione ‘altra’, più o meno inerente alla tipologia di vita che l’individuo e/o la comunità sviluppava all’interno del propria realtà domestica e/o della società di appartenenza che altresì, proprio nell’essergli familiare, trovava nella natura circostante in risposta a una domanda di realistica necessità.
Lasciato questo approccio per così dire ‘intuitivo-naturalistico’, il problema di porre la domanda ‘giusta’ rimane irrisolto in ragione del fatto che non governiamo più la nostra esistenza bensì, ci sottoponiamo a quelle che sono le esigenze di mercato e le intransigenze dell’attività speculativa che la società odierna richiede, finendo per soggiacere a stili di vita sempre più effimeri che non soddisfano nessuna delle nostre reali esigenze, o almeno quelle che dovrebbero essere considerate primarie, cioè relative alla scansione del tempo del lavoro, del riposo, della ricreazione spirituale, ecc. mettendo a repentaglio la stessa nostra sopravvivenza. Non c’è più il ‘tempo’ per apprendere dalla natura tutto ciò che ancora ha da insegnarci in fatto di conservazione e sussistenza, in quanto tutto avviene ormai al chiuso di laboratori scientifico-tecnologici in autonomia. Allo stesso modo che non troviamo il ‘tempo’ da dedicare alle cose dello spirito, divenuto terreno arido spazzato dal vento della contemporaneità, in cui tutto accade nel momento stesso del suo accadimento, che se da una parte ci sorprende, dall’altra ci spaventa non poco, perché a detta di Zigmunt Bauman, si trasforma in ‘Paura liquida’ tutto quanto ci sconcerta, da un verso e l’altro delle nostre buone o cattive intenzioni. Allora la domanda ‘dove trovare riparo?’, se non addirittura ‘come proteggerci?’ è in ogni modo sbagliata.
Non una quindi ma due preminenti domande cui è difficile rispondere, tuttavia riuscire a formulare la domanda giusta significa anche dare (non solo cercare) risposta a un’obiettiva esigenza che oggi diremmo ‘virtuale’, cioè coinvolgente entrambe le nostre capacità intellettive razionali e irrazionali, compenetrando il nostro ‘inconscio istintivo’ e il nostro ’inconscio somatico’, nei termini congruenti di un’esplicita equazione con quelli adoperati dal grande psichiatra svizzero C. G. Jung; il quale in ‘Psicologia e alchimia’ aggiunge: “..ogni vita non vissuta rappresenta un potere distruttore e irresistibile che opera in modo silenzioso e spietato”. Che sia questa l’irresistibile domanda cui non sappiamo dare una risposta plausibile? È dunque questo il ‘quid’ su cui ci si barcamena lungo la nostra esistenza spirituale? Conosciamo una eticità che possa aiutarci a discernere le ragioni del nostro ‘presente anteriore infinito’ dal nostro ‘presente finito’ che si prospetta senza futuro? Se capire i linguaggi interiori, imperfetti e capaci al tempo stesso di realizzare quella suprema incompiutezza che ci differenzia l’uno dall’altro, o meglio, che diversifica il nostro impatto irrazionale del passato con la nostra ‘spiritualità’ negando ogni possibile verbalizzazione razionale con la ‘materialità’ del nostro presente, questa a mio avviso rappresenta l’unica conclusione di ogni ricerca; allora inseguire l’idea di una possibile ‘perfezione’ che pure ha contrassegnato fin qui il cammino della nostra inspiegabile esistenza, è stata erronea, cioè frutto di un’utopia mai raggiunta e che mai raggiungeremo. Forse sì, forse no?
Ovviamente non è tutto qui, la magia cabalistica cristiana prospettata nel titolo è in sé rappresentativa di quella “branca della scienza fisica che studia le forze e le forme occulte immediatamente evidenti alla nostra percezione fisica, […] per quanto il fatto che non si riconosca l’esistenza di tali forze sia irrilevante, non significa che esse non esistano, […] solo che non sono così facilmente dimostrabili come quelle della scienza fisica. […] La confusione che insorge su questo punto è dovuta soprattutto alla mancata distinzione tra ‘mistica’ e ‘magia’, ovvero tra ciò che appartiene allo spirito elevato e ciò che appartiene alla dimensione interiore del creato.
Per indagare meglio questa ‘incoerenza’ si potrebbe prendere come riferimento la distinzione che ne fa lo stesso Jung: “Ciò che però continua a rimanere oscuro, proprio per questo miscuglio di fisico e psichico, è se le trasformazioni ultime di questo processo (alchimistico) vadano ricercate maggiormente in campo materiale o in campo spirituale? La domanda in effetti è mal posta: a quei tempi non si trattava di alternativa; esisteva piuttosto un regno intermedio tra materia e spirito: cioè un regno psichico di corpi sottili aventi la proprietà di manifestarsi in forma sia spirituale che materiale.” E in prosieguo: “Naturalmente questo regno intermedio di corpi sottili in sé e per sé, prescindendo da qualsiasi proiezione, rimane nell’ambito della non-esistenza finché noi crediamo di sapere qualcosa di definitivo sulla materia e sull’anima. Ma se viene il momento in cui la fisica sfiora ‘regioni inesplorate, inesplorabili’, e contemporaneamente la psicologia è costretta ad ammettere che esistono altre forme d’esistenza psichica al di fuori delle acquisizioni personali della coscienza, in cui cioè anche la psicologia cozza contro un’oscurità impenetrabile, allora quel regno intermedio ritorna in vita, e il fisico e lo psichico si fondono una volta di più in un’unità indivisibile”.
Ciò sebbene oggi sappiamo che l’indivisibile non esiste, che tutto è frammentabile dal momento che ogni cosa è formata da miliardi di infinitesime particelle che siamo riusciti a scorporare, a suddividere ed elencare, in breve a ‘quantificare’ e a rendere visibili nella loro essenza sia materiale che immateriale. Al dunque sorge una ulteriore domanda sulla materia e sull’anima: dove avviene l’innesto dello ‘spirito elevato’ con la dimensione ‘dello spirito interiore’? In quale campo della quantistica tutto ciò si consuma? Seppure qualcosa ancora sfugga della nostra conoscenza occulta, ‘inesplorabile’, quanto è possibile dire di definitivo su ‘misticismo’ e ‘occultismo’?
A tal proposito l’autore scrive: “La struttura psichica interna a ogni corpo celeste riflette il modello archetipico dell’universo. All’interno della sfera eterica del pianeta una coscienza individuale non consapevole della divinità dal proprio punto di vista soggettivo potrebbe benissimo identificare Dio con la totalità delle cose che percepisce, supponendo inoltre che al di là della realtà di cui è consapevole esista il caos informe o il mondo ‘immanifesto”. […] Per l’uomo Dio è totalmente inimmaginabile, proprio come per un pensiero è impossibile immaginare la persona nella cui mente esso si trova”.

Molte sono le risposte prospettate da Gareth Knight in questo suo ‘viaggio iniziatico’ che non s’arresta davanti ad alcuna ‘soglia’, ottemperando in pieno a quanto premesso introducendo il lettore nel labirinto contemporaneo nei ‘luoghi del silenzio imparziale’, muovendosi liberamente sulla superficie dello spazio, aggrovigliandosi talvolta entro le pulsioni dello spirito, contrastanti e continue, come solo un Maestro (dell’occulto) riesce a fare, schiudendo l’esistenza a mille esiti imprevedibili, fuori dalle direzioni previste e/o prevedibili, lungo sentieri non praticabili da certezze anticipate o da progetti rassicuranti. Ciò che gli è possibile servendosi del fattore ‘tempo’ per misurare il ‘non-tempo’ della sua narrazione forbita di citazioni e rimandi a numerosi testi (spesso introvabili) di riferimento; la cui distanza presiede ogni scambio interlocutorio tra l’autore e il lettore, senza la possibilità del riconoscimento della memoria, nella disseminazione di bivii e incroci intercambiabili, avvitandosi sul proprio perno senza sosta e senza commuoversi davanti alla catastrofi silenziose prodotte dal suo movimento delimitato dai termini della ‘vita’ e della ‘morte’ in cui l’esistenza è disseminata dentro l’interstizio che corre tra le due diverse circostanze temporali.
Come se la ‘vita’, per lo più fondata sul sentimento e/o sull’emotività individuale che sfiora la tragedia subliminale di una solitudine pervadente e assidua rigidamente fissata dal segno cabalistico dell’ ‘infinito’, che non conosce altra direzione se non quella prefissata dal ‘fato’ (destino?), o da un Dio ineluttabile che, prescindendo dalla creazione, ha posto la sua creatura lungo sentieri mistici e/o occulti che lo portano ad errare, non riuscendo egli a produrre risposte all’arrovellata investigazione sulla sua esistenza, in cui la verità e la conoscenza non hanno approdo se non nell’astrattezza di un percorso senza fine, per l’appunto ‘infinito’. […] Non credete che bisognerebbe aggiungere che la vita eterna non è semplicemente una vita che continua all’infinito, ma una vita che possiede la particolare qualità di essere al di fuori dello spazio e del tempo? Forse sì, forse no.
Ma, poichè viaggiare è anche un modo per conoscere se stessi, i progressi in questo campo sono altresì coadiuvati dalla proposta e/o invito di Gareth Knight, a dare seguito a un ‘corso di magia’ che egli ha incluso in ‘indice’ di questo libro afferente all’occultismo come scienza pratica da utilizzare per neofiti e principianti in chiusura dei singoli capitoli con ‘esercizi spirituali’ ed altri di chiaro riferimento ‘mistico-magico’ e un’ampia visualizzazione grafica dei simboli cabalistici onde proseguire il viaggio iniziatico prospettato : “L’immaginazione non è semplicemente uno strumento della fantasia, ma un organo con cui si percepiscono cose reali”. Interessante è l’apparato storico-cronologico delle citazioni che vanno dal ‘Corpus hermeticum’, al ‘Picatrix’, alla ‘Magia naturale e talismanica di Marsilio Ficino’, gli ‘Inni orfici e Thomas Taylor’; da ‘Dante Alighieri’ a ‘Pico della Mirandola e la magia cabalistica’, alle ‘Gerarchie angeliche e celesti’, da ‘Cornelius Agrippa alla Filosofia magica e religione di John Dee, Giordano Bruno e Tommaso Campanella, fino a ‘L’universo modello dei Rosacroce, Athanasius Kiecher e Robert Fldd, alla separazione tra scienza e magia. Infine, ma non ultimo è il percorso e il lavoro di consultazione occulta, coadiuvata da esperienze di magia teatrale, esercizi magici, sviluppo di alcuni rituali fino allo sviluppo della preghiera di invocazione.

“Qui non stiamo parlando di cavilli accademici, teologici o filosofici; infatti, credere una cosa o l’altra ha delle conseguenze molto profonde e rilevanti. Per costruire un edificio teologico o filosofico dobbiamo conoscere molto bene il terreno su cui verrà fondato.” Pertanto l’esigenza di un testo elaborato su questa materia così esposto rientra in quel ‘vuoto editoriale’ creatosi dopo che l’esercizio intellettuale, manualistico e informativo è, in un certo qual modo, scemato a livello di curiosità per addetti ai lavori, e/o speculativa per generazioni di ginnasti mentali per sviluppare l’intuito, a patto che non si prendano troppo sul serio i suoi contenuti. Di realtiva importanza letteraria (alfine di non dover sembrare tendenziosa) risulta quanto afferma Gareth Knight in chiusura del libro: “Ho scritto questo libro con lo scopo di presentare un sistema di insegnamenti e di pratiche dell’occulto che affondano le radici nel contesto della tradizione e della fede cristiana. È davvero un peccato, a mio modo di vedere, che la magia in quanto arte e scienza sia separata dal pensiero scientifico e dalla religione ufficiale. La magia è stata così privata di una certa impostazione razionale e disciplinata, la scienza è diventata senz’anima e la religione ha perso molta della propria vitalità. Spero che questo libro possa servire agli apprendisti di occultismo per recuperare le fila di una tradizione vitale che è parte integrante della nostra eredità spirituale e culturale”.

L’autore:
Gareth Knight è un esoterista britannico, annoverato fra i più profondi conoscitori della tradizione esoterica occidentale e della Kabbalah, e autore di decine di libri su svariati argomenti, tra cui ‘Tarocchi’, ‘Kabbalah magia e occultismo’ con i quali conduce gli appassionati di occultismo a riappropriarsi di una tradizione vitale che è parte integrante dell’eredità spirituale e culturale dell’uomo occidentale. Nel 1954 entrò a far partedella Fraternità della Luce Interiore, organizzazione esoterica fondata da Dion Fortune nel 1924, per poi fondare un suo gruppo di ricerca ora conosciuto come Avalon Group. Ha trascorso tutta la sua vita riscoprendo e insegnando i principi della magia come disciplina spirituale e metodo di autorealizzazione. Delle sue innumerevoli opere è stato tradotto in italiano anche un altro libro importante dal titolo ‘Tarocchi e Magia’ – Spazio Interiore 2017.


IN RICORDO DI STEFANO RODOTÀ.
Tutti gli articoli rintracciabili sulla rivista on-line larecherche.it

“IL MONDO NELLA RETE” - Quali i diritti, quali i vincoli.
Articolo di Giorgio Mancinelli - Argomento: Informatica
Editori Laterza 2012

“IL DIRITTO DI AVERE DIRITTI”
Articolo di Giorgio Mancinelli - Argomento: Economia – Editori Laterza 2012

“INTERVISTA SU PRIVACY E LIBERTÀ” – Stefano Rodotà e Paolo Conti – Recensione di Giorgio Mancinelli - Editori Laterza 2013
“ELOGIO DEL MORALISMO” – Editori Laterza 2012

“L’obbligo di verità da parte delle istituzioni diviene diritto d’informazione sul versante dei cittadini”.
“Non un sussulto moralistico ma l’affidabilità stessa del politico rende inammissibile la menzogna”...

...Scrive Stefano Rodotà in questo breve e concentrato ‘elogio’ della moralità rivolto ai fatti più recenti della politica italiana e il quadro che se ne evince non è certo dei più illuminati della nostra storia patria. Tuttavia, “nessun discorso nostalgico, ma la presa d’atto dell’accantonamento colpevole di un tema politico centrale (la mancanza di moralità), causa non ultima della crisi di cui siamo (noi tutti) vittime” e aggiungerei ‘carnefici’. Quasi fossimo tutti quanti superstiti di una carneficina autolesionista che ci siamo inflitti masochisticamente. Ed è così. “Rifiutata, appunto, come manifestazione di fastidioso moralismo, l’aborrita «questione morale» si è via via rivelata come la vera, ineludibile «questione politica»” da tutti noi accettata e sostenuta coi nostri voti. “Ma questa spiegazione (per così dire) antropologica non è convincente, anzi rischia di offrire una giustificazione e una legittimazione ulteriore a chi vuole sottrarsi agli imperativi della legalità e della moralità pubblica” cui siamo chiamati, tutti indistintamente, a incominciare dai politici che abbiamo visti derubricare l’imperativo della ‘moralità’ a sostegno di situazioni materiali indecenti (leggi disoneste), e prendere le difese di posizioni immorali indifendibili.
“Di che cosa sia il moralismo si può certo discutere – scrive Rodotà – ma la critica non può trasformarsi in pretesto per espellere dal discorso pubblico ogni barlume di etica civile. L’intransigenza morale può non piacere, ma la sua ripulsa non può divenire la via che conduce a girare la testa di fronte a fatti di corruzione pubblica, derubricandoli a ininfluenti vizi privati, annegandoli nel «così fan tutti» (e tutte, non tanto per tornare alla corretta citazione mozartiana, ma per alludere a recentissimi costumi). La caduta dell’etica pubblica, indiscutibile, è divenuta così un potente incentivo al diffondersi dell’illegalità, ad una sua legittimazione, sociale”. Far decadere o archiviare una sentenza (per colpa o innocenza che sia) della Magistratura significa delegittimare uno Stato di Diritto a favore della barbarie istituzionale, la ratifica dell’illegalità, a scapito dell’autorità giudiziaria e l’imparzialità della giustizia.
L’esigenza di razionalità come criterio per discernere la qualità metodologica di un comportamento morale, corrisponde a una presa di coscienza formativa che ha come oggetto la ‘responsabilità morale’ che, non andrebbe mai messa in discussione, come invece spesso avviene, in ambito politico. Poiché attinente alla dignità della persona, infatti, essa rientra in quella condizione, per cui ci si sente in dovere di rendere conto di atti, avvenimenti e situazioni in cui si ha una parte, un ruolo determinante: si dice, infatti: “assumersi le proprie responsabilità; fare qualcosa sotto la propria responsabilità; incarico, mansione di cui si è responsabili; così come assumere un impegno, o obblighi che derivano dalla posizione che si occupa, compiti, e incarichi che si sono assunti, ecc. per cui un soggetto giuridico è tenuto a rispondere della violazione amministrativa, civile, penale, da cui si forma spesso un giudizio”.

Addio Professore!


OMAGGIO A SEBASTIANO VASSALLI
Nuovo libro “I racconti del Mattino” edito da Interlinea 2017, curato e introdotto da Salvatore Violante.

Dello scrittore scomparso nel 2015 emergono dalle pagine del Mattino, il quotidiano di Napoli, una serie di racconti pubblicati dall’82 all’85 grazie alle amicizie partenopee dell’autore della Chimera nate al tempo della neoavanguardia e del Gruppo 63. Vassalli mette in scena storie in cui si sente il profumo del Sessantotto, con il 18 politico e il dibattito sul nozionismo di quella stagione, la violenza che accompagna la passione cieca del tifoso di calcio, la superstizione bonaria, lo stile della politica italiana. L’ironia pervade le brevi narrazioni che compongono un primo mosaico di quel carattere degli italiani che l’autore ha rappresentato nei suoi romanzi in cui «l’Italia non è soltanto un Paese vecchio e sostanzialmente immobile: è anche due Paesi in uno. C’è il Paese Legale, sotto gli occhi di tutti, e c’è il Paese Sommerso, che tutti più o meno fanno finta di non vedere». Questi testi lo raccontano.
L’investigazione letteraria delle radici e dei segni di un passato che illumini l’inquietudine del presente e ricostruisca il carattere nazionale degli italiani approda al Seicento con ‘La chimera’, un successo editoriale del 1990 (premio Strega), poi al Settecento di ‘Marco e Mattio’, uscito l’anno dopo, quindi all’Ottocento e agli inizi del Novecento con ‘Il Cigno’ nel 1993.
Dopo la parentesi quasi fantascientifica, inquietante e satirica, di 3012 e il viaggio al tempo di Virgilio e Augusto di ‘Un infinito numero’, ricrea in ‘Cuore di pietra’ un’epopea della storia democratica dell’unità d’Italia simbolizzata da un grande edificio di Novara, Casa Bossi dell’architetto Antonelli. Nei libri a cavallo del Duemila lo scrittore si avvicina al presente riscoprendo anche il genere del racconto, soprattutto con ‘La morte di Marx e altri racconti’ del 2006 e ‘L’italiano’ dell’anno successivo, prima del ritorno al romanzo fondato sulla storia: la prima guerra mondiale in ‘Le due chiese’, del 2010, e gli antichi Romani in ‘Terre selvagge’, che segna nel 2014 il passaggio dall’editore di quasi cinquant’anni di libri, Einaudi, a Rizzoli, dove appare nello stesso anno una nuova edizione di ‘Chimera’.

Con Interlinea Vassalli pubblica ‘Il mio Piemonte’, la raccolta illustrata’ Terra d’acque’ e, tra gli altri titoli (oltre a ‘Natale a Marradi’ e ‘Il robot di Natale’ nella collana Nativitas), l’autobiografia Un nulla pieno di storie. Ricordi e considerazioni di un viaggiatore nel tempo (con Giovanni Tesio in forma di intervista con documenti e immagini) e ‘Maestri e no’. Dodici incontri tra vita e letteratura. Tra gli studi sullo scrittore novarese si segnala il recente numero di Microprovincia 49 (2011) La parola e le storie in Sebastiano Vassalli, oltre a 'La chimera'. Storia e fortuna del romanzo di Sebastiano Vassalli, a cura di Roberto Cicala e Giovanni Tesio (Interlinea, Novara 2003). Una curiosità: allo scrittore è dedicata la prima guida italiana di itinerari letterari cicloturistici: Nella pianura delle storie di Sebastiano Vassalli, in italiano e inglese (Interlinea-ATL, Novara 2013).
Vassalli pubblica interventi militanti su quotidiani: dopo la collaborazione a La Repubblica e La Stampa, è opinionista del Corriere della Sera (i suoi Improvvisi. 1998-2015 sono raccolti dalla Fondazione Corriere della Sera nel 2016). Muore nel luglio 2015 e nello stesso anno esce postumo da Rizzoli ‘ Io, Partenope’.

OMAGGIO A ERMANNO REA
“La parola del padre” - Manni Editore 2017

Napoli L'Inquisitore accusa Caravaggio: di non ubbidire a Santa romana Chiesa, di essere un ribelle, un seguace dell'eretico Giordano Bruno, di dipingere prostitute, ubriaconi e tavernieri nella convinzione che Dio va cercato proprio lì. È un monologo in cui le parole e le espressioni del pittore si raccontano attraverso gli occhi e la voce dell'Inquisitore. Il quale è un uomo a un passo dalla morte: più volte durante il suo discorso gli mancano le forze, ed è sfiorato dai dubbi di chi sta facendo i conti con la fine e non può certo mentire a se stesso, ed è quasi tentato di riconoscere le ragioni di Caravaggio, di cedere all'ammirazione che nutre per lui. Ma sono solo istanti, perché il suo dovere è richiamare all'obbedienza, all'obbedienza dell'Autorità, all'obbedienza del Padre: il padre che è Dio, il padre che è il Papa, il padre che è il Cesare, il padre che è il genitore.
È questo un viaggio attraverso i quadri di Caravaggio, uomo libero, è l'arringa di un potere ottuso, che si immagina nel Cinquecento ma in realtà ci parla del potere di oggi. Sinossi. Si racconta della vostra passione, di anno in anno sempre più incontenibile, per uomini e donne di basso rango; della vostra smania di riprodurre sulla tela bari, indovine, musici, ubriaconi, tavernieri; del vostro concepire la pittura quasi come cronaca o specchio di quella vita degradata che alligna ai margini di tutte le città – ma soprattutto oggi qui a Roma, diventata la capitale di ogni genere di malaffare – nella convinzione che è là che Dio va cercato.
Per voi insomma è la carne il luogo di residenza di ogni verità. E questa, prima ancora che una bestemmia, è un’eresia. L'Inquisitore accusa Caravaggio: di non ubbidire a Santa romana Chiesa, di essere un ribelle, un seguace dell'eretico Giordano Bruno, di dipingere prostitute, ubriaconi e tavernieri nella convinzione che Dio va cercato proprio lì. È un monologo in cui le parole e le espressioni del pittore si raccontano attraverso gli occhi e la voce dell'Inquisitore. Il quale è un uomo a un passo dalla morte: più volte durante il suo discorso gli mancano le forze, ed è sfiorato dai dubbi di chi sta facendo i conti con la fine e non può certo mentire a se stesso, ed è quasi tentato di riconoscere le ragioni di Caravaggio, di cedere all'ammirazione che nutre per lui.
Un documento carico di tensione civile, una riflessione sull'autorità, sulla ragione critica e la difficoltà di esercitarla, è un viaggio attraverso i quadri di Caravaggio, uomo libero, è l'arringa di un potere ottuso, che si immagina nel Cinquecento ma in realtà ci parla del potere di oggi. “Io stesso mi facevo personaggio dell'intreccio”, scriveva Ermanno Rea. E raramente è stato così vero: in 'La parola del padre' il comunista critico, il fotografo che è arrivato alla grande letteratura partendo dalla durezza del giornalismo d'inchiesta, si fa Caravaggio che passa dalla aspra e vile realtà, e si fa Inquisitore che vive di dubbi e riconosce la stoltezza delle certezze incrollabili.

ALBERTO ROLLO – “UN’EDUCAZIONE MILANESE: Il romanzo di una città e di una generazione” – Manni Editori 2016.

“Cerco ponti in cui lo spaesamento e il sentirmi a casa coincidano. E su quei ponti finiscono con l’apparire, teneri e meridiani, i fantasmi che mi riconducono là dove io sono cominciato e dove è cominciata, per me, questa città.”

Questa è una ricognizione autobiografica ed è il racconto della città che l’ha ispirata. Si entra nella storia dagli anni Cinquanta: l’infanzia nei nuovi quartieri periferici, con le paterne “lezioni di cultura operaia”, le materne divagazioni sulla magia del lavoro sartoriale, la famiglia comunista e quella cattolica, le ascendenze lombarde e quelle leccesi, le gite in tram, le gite in moto, la morte di John F. Kennedy e quella di papa Giovanni, Rocco e i suoi fratelli, l’oratorio, il cinema, i giochi, le amicizie adolescenziali e i primi amori fra scali merci e recinti incustoditi. E si procede con lo scatto della giovinezza, accanto l’amico maestro di vita e di visioni, sullo sfondo le grandi lotte operaie, la vitalità dei gruppi extraparlamentari, il sognante melting pot sociale di una generazione che voleva “occhi diversi”. A questa formazione si mescola la percezione dell’oggi, il prosciugamento della città industriale, i progetti urbanistici per una Grande Milano, le trasformazioni dello skyline, il trionfo della capitale della moda e degli archistar. Un romanzo autobiografico magistralmente scritto, lo sguardo teso della visione: la storia di una città, di una generazione.

L’autore:
Alberto Rollo è nato a Milano. Dal 2005 è Direttore letterario della casa editrice Feltrinelli, dove lavora da oltre vent'anni. Nei decenni Ottanta e Novanta ha firmato recensioni di libri, teatro e cinema per vari quotidiani nazionali, e saggi su riviste (“Belfagor”, “Quaderni Piacentini”, “Ombre Rosse”, “Il Maltese”, Tirature); è stato collaboratore di “Linea d’Ombra” e ha tradotto autori inglesi e americani contemporanei, da Jonathan Coe a William Faulkner. Ha scritto per il teatro e ha realizzato documentari per la tv.
Questa è la sua prima opera di narrativa. info@mannieditori.it

OMAGGIO A ZYGMUNT BAUMAN. Saggi / recensioni di Giorgio Mancinelli.

"La nostra vita è un'opera d'arte, / che lo sappiamo o no, / che ci piaccia o no. . . . / Che lo vogliamo o no.”

"Zigmunt Bauman ... O la coscienza liquida" - saggio di Giorgio Mancinelli in larecherche.it argomento filosofia / sociologia.

Zigmunt Bauman ... "Paura Liquida" - Saggio / Recensione libro in larecherche.it argomento sociologia.

Zygmunt Bauman è uno dei più noti e influenti pensatori al mondo. A lui si deve la folgorante definizione della «modernità liquida», di cui è uno dei più acuti osservatori. Professore emerito di Sociologia nelle Università di Leeds e Varsavia, ha pubblicato numerose ricerche sull’argomento, fra le quali mi sento in dovere di sottolineare: “Voglia di comunità” (2008); “La società sotto assedio” (2008); “Vita liquida” (2009); “Modernità liquida” (2009); “Intervista sull’identità” a cura di B. Vecchi, (2009).


VIAGGI

FRANCO CARDINI
“LA VIA DELLA SETA” IL VOSTRO PROSSIMO VIAGGIO NELLA LEGGENDA – di Franco Cardini e Alessandro Vanoli - il Mulino 2017. RECENSIONE DI GIORGIO MANCINELLI IN LARECHERCHE.IT

“SAMARCANDA” - Franco Cardini - il Mulino 2016 . RECENSIONE DI GIORGIO MANCINELLI IN LARECHERCHE.IT

“ISTANBUL” - Franco Cardini - il Mulino 2015. RECENSIONE DI GIORGIO MANCINELLI IN LARECHERCHE.IT

Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul, un viaggio attraverso chiese cristiane, alti minareti e grandiose moschee, bazar e labirinti di piccole strade in cui una moltitudine variopinta di turisti spesso s’inoltrano senza neppure conoscere ciò che osservano con tanto clamore, mescolando al mito la narrazione della storia che i luoghi, e non solo quelli adibiti al culto, raccontano di conquiste e distruzioni, di regni caduti e risollevati, di splendori e meraviglie, ma anche di ricchezze e fasti così come di ombre e oscurità improvvise nonché di orrori e miserie umane che nel tempo ne hanno fatto una ‘seduttrice, conquistatrice, sovrana’. L’unica città al mondo che più d’ogni altra sfugge ostinatamente dalla sua cornice ‘metropolitana’ per innalzarsi al di sopra delle sue cupole nel mistero che la contempla, separata dal resto del mondo, come di soglia posta fra Oriente e Occidente a rimarcare un’ultima possibilità di congiungimento.
Quasi una ‘fibbia di civiltà’ che pure contiene le due diverse sponde del vecchio e del nuovo mondo (la Roma Imperiale e la Nuova Roma), non necessariamente in contrasto con la modernità dei tempi, né con il medioevo in cui ciò che rimane del passato debba considerarsi oscuro e polveroso. Il futuro della modernità passa da Istanbul, una città viva in cui ogni pietra, ogni accadimento, parla della storia che sarà, una storia ancora tutta da scrivere in cui il passato si congiunge con il futuro. Una storia che Franco Cardini pone come ‘in prospettiva’ e che un soprassalto di civiltà salverà dall’eterno conflitto con se stessa e con il mondo intero, la cui vera identità è forse da cercare nella conoscenza (mai obsoleta) di ciò che la distingue, all’interno del conflitto religioso che ne contende la supremazia. In quel suo essere stata Bisanzio e poi Costantinopoli e in epoca moderna essere Istanbul la cui ‘storia’ va riletta e reinterpretata secondo il punto di vista degli storici arabo-mussulmani, osservata dalla parte opposta del Bosforo, cioè dalla parte orientale-balcanica, per acquisire veridicità.

Dunque non una qualsiasi guida ma più di una semplice guida, la città di ‘Istanbul’ contenuta in questo libro ‘unico’ rivendica a suo favore un confronto con l’approssimarsi del tempo che la separa da noi occidentali per riprendere a correre nel tempo della realtà, in cui il dibattito delle idee (che ci siamo fatte) su di essa, trovano un loro riordino della costruzione smessa, intrapresa in illo tempore, della Nuova Roma, con quella in atto di Istanbul in quanto nuova città metropolitana condivisa e sostenibile. Innumerevoli quindi i punti di osservazione suggeriti, e quanti aspetti inusitati da quelli proposti al visitatore e dal turista che si voglia chiamare; tuttavia la differenza è quasi totale perché ciò che si propone il visitatore è qualcosa di diverso da ciò che riesce a malapena a cogliere il turista. C’è un mare di cultura di mezzo, la conoscenza in primis, cosicché documentarsi, consultare, aprirsi è quanto suggerisce di fare Franco Cardini con questo ‘libro’ documentatissimo di storia, di aneddoti ricercati, d’arte e di stili, di usi e costumi di popoli a confronto, che in ‘Istanbul’ egli propone come una lunga narrazione mai interrotta:
“Ed eccola Istanbul: caotica e rumorosa eppur fasciata dall’assordante silenzio delle sue pietre e dei suoi secoli; cupa sotto l’abbacinante sole meridiano che obbliga a chiudere gli occhi o a proteggerli dietro spesse lenti color verdi o bruno; iridescente nella coltre di bruma che così spesso la fascia nei crepuscoli; luminosa di millanta luci nelle notti con e senza luna, con e senza le stelle. Inutile illudersi di conquistarla. (..) Istanbul non si conquista, esiste solo un modo per impadronirsene. Lasciarsene impadronire. (..) si fa presto a dire Istanbul. La città è propriamente una e trina, divisa in tre parti: dalle acque del golfo mediterraneo detto Mar di Marmara a sud – Propontis, la «Propontide» (il mare anteriore) -, il vasto e profondo bacino lungo 280 chilometri e largo 80 che attraverso i Dardanelli comunica con il Mar Egeo e che verso nord si biforca insinuandosi a nordest in uno stretto che misura più o meno una trentina di chilometri (Bogaziçi), che separa la costa europea dall’asiatica fino al Mar Nero; dal Corno d’Oro (Haliç), l’ampio fiordo che dal Mar di Marmara e Corno d’Oro, è la vera e propria sede dell’antica Costantinopoli”.
Dacché si comprende come Franco Cardini procede nell’illustrarci un suo (fra i molti possibili) itinerario per visitare la città, spostandosi di conseguenza da una zona all’altra, da una storia all’altra, da una realtà all’altra e raccogliere così quello che si definisce lo ‘spirito del viaggio’ che tutto coinvolge e trasforma: in cui la storia si fa dapprima leggenda per poi entrare nel mito. È allora che la narrazione di Istanbul diventa ‘una città nel mare della storia’; i frangenti dei mari che la bagnano ‘i flutti del tempo contro il molo dell’eternità’; la falce di luna simbolo dell’Islam turco ‘il segreto del crescente lunare’ che rischiara le notti del harem e del Serraglio, con le sue storie ‘romantiche’ e ‘sanguinarie’, tuttavia eccitanti quanto sconvenienti (per la nostra cultura). E inoltre le musiche, le danzatrici di ‘belly dance’, i sultani coi loro ‘padiglioni’ ricoperti di tappeti e cuscini, il tè alla menta, il caffè turco, l’hammam (sauna), le armi dalle impugnature incrostate d’oro e di pietre preziose, i vapori odorosi di essenze pregiate ecc. ecc.
Accompagnati dalla guida esperta di Franco Cardini sostiamo per un istante davanti al Gran Palazzo, in turco il Sarayi (da cui l’italiano Serraglio), cioè il palazzo imperiale d’epoca ottomana: “Si trattava in realtà di un insieme di giardini e padiglioni (..) separato dal resto della città da una cinta muraria esterna, all’interno della quale si situavano – come il visitatore moderno può ancor oggi constatare – spazi ordinati in cortili e giardini disseminati di padiglioni adibiti a vari uffici e servizi. Entriamo quindi nell’immenso complesso che ancora oggi prende il nome dal suo portale fortificato aperto verso la piazza Sultan Ahmet, il ‘Topkapi’, ovvero la «Porta del Cannone», praticabile da parte di sudditi e di stranieri fino ai quartieri riservati ai militari di guardia, ai funzionari di governo, alle donne”. Ben altre sono le porte che si richiamano alle diverse ‘corti’, a cominciare dalla «Grande Porta» (Bab-|Alì), denominata anche «Soglia della Felicità» o «Sublime Porta» destinata a divenire proverbiale:
Mi fermo qui, anche se ho trovato utile (quanto accattivante) da parte dell’autore l’avvisaglia di retro-copertina dedicata al lettore: “Viaggiatori avveduti e turisti intelligenti che mettete in conto di affidarvi, prima di partire, a voluminose guide: nelle mie intenzioni – e nelle mie speranze – l’ideale sarebbe che lasciaste da parte libri, guide e mappe e vi affidaste fiduciosamente a queste pagine. Certo, questa è la «mia» Istanbul. Non pretendo che diventi anche la «vostra»: mi basterebbe che quanto qui leggete vi aiutasse a trovarla”. Ha scritto Iosif Brodskij (citato nel libro): “Ci sono luoghi in cui la storia è inevitabile come un incidente automobilistico – luoghi in cui la geografia provoca la storia”.
Ed è così, qui ogni pagina racconta più d’una storia, una dentro l’altra che s’intersecano a formare un grande quadro d’insieme, finanche poetico che permette al lettore di spostarsi dal reale all’immaginario con la disinvoltura che solo Franco Cardini, per questo unico e quindi raro, ha nel districarsi in certe faccende di per sé complicate, che cedono, arrendendosi, alla sagace penna del narratore per eccellenza che occupa un suo preciso spazio nella nostra letteratura, in quanto storico e saggista, che ha sfruttato al meglio la sua potenza istruttoria negli studi sul Medioevo di cui è indubbiamente il più apprezzato conoscitore di scritti cristiani e arabo-islamici. Inutile qui ripercorrere la sua enciclopedica attività professionale la conoscenza della quale è oggi accessibile su tutti i media, così come citare la sua sterminata bibliografia. Pertanto mi limito a segnalare quelle che sono le sue più recenti pubblicazioni:
“Testimone del tempo. Ritorno a Coblenza”, Rimini, Il Cerchio, 2009 “7 dicembre 374. Ambrogio vescovo di Milano, in I giorni di Milano”, Roma-Bari, Editori Laterza, 2010 “Cristiani perseguitati e persecutori, Roma, Salerno Editrice, 2011 “Il turco a Vienna”, Roma, Laterza, I Robinson. Letture, 2011 “Gerusalemme”, Bologna, Il Mulino, Intersezioni, 2012 “Istanbul”, Bologna, Il Mulino, Intersezioni, 2014 comprende inoltre un’ampia appendice ricca di note, cronologia, carte, glossario, bibliografia e delle bellissime riproduzioni d’arte.

Per il lungo ponte del 1° novembre, due proposte molto differenti tra loro, ma entrambe di grande spessore, realizzate in collaborazione con Viaggi di Cultura de il Mulino.
‘SULLA VIA DELLA SETA . IRAN’ - 27 ottobre - 4 novembre
“Da Ciro il Grande a Khomeini, storia di un grande impero e della sua presenza nel vicino Oriente.

Assistenti culturali: Giovanni Curatola, esperto d'arte e dell'Islam persiano e Vittorio Emanuele Parsi, esperto di Relazioni internazionali”.

Per informazioni: diffusione@mulino.it
Società editrice il Mulino - Strada Maggiore 37 - 40125 Bologna
tel. 051 256011 - fax 051 256041
Giunti al dunque, non mi resta che augurarvi: Buon Viaggio!

LE PAROLE E I LIBRI (recensioni)

GIANRICO CAROFIGLIO – “LA MANOMISSIONE DELLE PAROLE” - Rizzoli 2011, recensione di Giorgio Mancinelli in larecherche.it

Pochi libri hanno la capacità di affabulare il lettore e convincerlo di quello che dicono dalla prima pagina all'ultima, da lasciarlo addirittura senza fiato, per la sua sconvolgente autorevolezza. Spogliato qua e là di qualche marcata presa di posizione che non cambia l'indirizzo etico ed estetico del saggio, il resto è tutto un rincorrere concetti, di cui abbiamo perduto il senso, che Gianrico Carofiglio recupera e ci omaggia di una chiave di lettura più vicina a noi, al nostro tempo, alla società attuale che, sempre più, si perde nelle concatenazioni superate e fittizie della politica. Nell'economia del libro, infatti, la politica è nelle cose, negli atti, così come nei pensieri e addirittura nelle parole divenute "sconvenienti" perché - come scrive l'autore - manomesse in funzione di qualcos'altro che non è il terreno originario per cui sono state coniate. Inutile dire che qualcosa non funziona in questa società (che ricordo abbiamo costruito noi), in questa democrazia che, pure, ci siamo dati noi.
Qualcosa certo non deve aver funzionato a dovere se stiamo ancora qui a sbattere la testa contro il muro, dopo aver affrontato ogni argomentazione per milioni di volte, esserci fatti propositi, aver fatto promesse (a noi stessi prima che agli altri), se poi siamo rimasti più o meno quelli che eravamo un secolo fa. Viene da domandarci a cosa sono servite tutte le guerre se ce ne sono ancora in corso? Tutti gli incontri al vertice (G8 - G10 - G20 e quelli sulla fame, sull'ecologia, sul nucleare, sul salviamo il mondo) tra le nazioni, se tutto rimane come è sempre stato, anzi peggiora di giorno in giorno? Tutto questo per pensare in grande per quanto riguarda la comunità, l'intera umanità, ma che succede se per un istante ci inoltriamo nel "labirinto" di noi stessi, noi intesi singolarmente come entità pensante e giuridicamente responsabile?

Nota d'autore: "Mi è difficile definire la natura di questo libro che verrà classificato come un saggio (e in un certo senso lo è), ma tengo a dire che, per me, è soprattutto l'esito di un gioco di sconfinamenti. Un'antologia anarchica. Una ricerca di senso, anche, soprattutto attraverso le parole e le pagine di altri, da Hannah Arendt a don Milani, da Aristotile a Bob Dylan, da Goethe a Gramsci, fino alle pagine esemplari della nostra Costituzione". E ciò che egli vuole dirci è che dovremmo re-incominciare a chiamare le cose con il loro nome, ripensare il linguaggio come un gesto in prospettiva che vada verso il futuro, "immaginare una nuova forma di vita".

L’autore:
Gianrico Caeofiglio è uno scrittore, politico ed ex magistrato italiano. Autore di numerosi romanzi ha pubblicato recentemente Il 25 ottobre 2016 esce L'estate fredda con un nuovo caso per maresciallo dei carabinieri Pietro Fenoglio, piemontese in servizio nel Sud delle mafie, già conosciuto come protagonista di Una mutevole verità.
A Ottobre 2017 esce Le tre del mattino, storia del serrato confronto fra un padre ed un figlio, confronto da cui ambedue riemergeranno profondamente diversi.
Nel febbraio 2018 esce Con i piedi nel fango, Conversazioni su politica e verità, un saggio socio-politico all'insegna del dialogo sotto forma di intervista, con Jacopo Rosatelli.
In totale i suoi libri hanno venduto cinque milioni di copie e sono stati tradotti in ventotto lingue.


CARLO POMPILI – “La Prova” – Augh! Edizioni 2017 - recensione di Giorgio Mancinelli in larecherche.it.

La reiterata descrizione di un ambiente naturale all’interno di un romanzo d’azione solitamente determina una stasi nell’evoluzione dinamica dell’azione stessa, l’equivalente del flash-back in una pellicola cinematografica che rallenta lo scorrimento della trama, non consentendo il raggiungimento ultimo di quella vertigine, di puro stile giornalistico, che di per sé costituisce il ‘fatto di cronaca’ in un qualsiasi thriller …
“Qualche istante ancora, ed ecco mille piccole gocce di pioggia, ritmare il loro suono cadendo copiose sulle tavole dell’impiantito, allegre, leggere, inascoltato presagio del temporale che, di lì a poco, si sarebbe scatenato vittorioso. Neppure qualche cupo brontolio, dapprima indistinto, quindi, sempre più rabbioso, era riuscito a rimuovere Valeri da quella postura. Fu solamente alcuni istanti più tardi che l’uomo decise di allontanarsi dal pontile, quando il cielo, compatto nel suo colore cinereo, ebbe raggiunto l’apice della sua drammaticità, squassato dal bagliore delle scariche. Il lago (Bolsena) appariva come un gigante intrappolato nel suo bacino vulcanico, percosso dai giochi concentrici che si susseguivano sempre più intensi sulla superficie dello specchio d’acqua.”
Sorprendentemente, ‘il caso’ afferente a questo romanzo poliziesco, porta in scena gli insoliti anfratti della tranquilla provincia viterbese: la verde Tuscia, infatti, è una nicchia ecologica la cui condizione sociale e quella umana, storicamente integrate sul territorio, interagiscono nel comportamento psicologico dei personaggi, fornendo loro un ‘alibi moralistico’ necessario al riscatto ultimo delle loro azioni, bonarie o malevoli che siano, per quanto condizionate nell’intento scrittorio dell’autore, la cui penna sagace penetra efficacemente nella psicologia addomesticata dei personaggi creati …

L’autore:
Scrittore fine ed oculato, appassionato di storia e cultura dell’Alto Lazio, coltiva interessi grafici e letterari, dando seguito a sue collaborazioni in campo commerciale e pubblicitario. Dopo ‘Il potere’ (Alter Ego 2014) con questo suo nuovo romanzo “riporta i suoi lettori in quell’atmosfera da lui creata dove thriller e storia si intersecano strettamente con richiami ancestrali e misteriosi, in un sequel nel quale ogni colpo di scena conduce magistralmente fino a un epilogo inaspettato”.

Buona lettura!

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- Libri

La Prova un libro di Carlo Pompili

‘La Prova’, un libro di Carlo Pompili – Augh! Edizioni 2017

La reiterata descrizione di un ambiente naturale all’interno di un romanzo d’azione solitamente determina una stasi nell’evoluzione dinamica dell’azione stessa, l’equivalente del flash-back in una pellicola cinematografica che rallenta lo scorrimento della trama, non consentendo il raggiungimento ultimo di quella vertigine, di puro stile giornalistico, che di per sé costituisce il ‘fatto di cronaca’ in un qualsiasi thriller …

“Qualche istante ancora, ed ecco mille piccole gocce di pioggia, ritmare il loro suono cadendo copiose sulle tavole dell’impiantito, allegre, leggere, inascoltato presagio del temporale che, di lì a poco, si sarebbe scatenato vittorioso. Neppure qualche cupo brontolio, dapprima indistinto, quindi, sempre più rabbioso, era riuscito a rimuovere Valeri da quella postura. Fu solamente alcuni istanti più tardi che l’uomo decise di allontanarsi dal pontile, quando il cielo, compatto nel suo colore cinereo, ebbe raggiunto l’apice della sua drammaticità, squassato dal bagliore delle scariche. Il lago (Bolsena) appariva come un gigante intrappolato nel suo bacino vulcanico, percosso dai giochi concentrici che si susseguivano sempre più intensi sulla superficie dello specchio d’acqua.”

Sorprendentemente, ‘il caso’ afferente a questo romanzo poliziesco, porta in scena gli insoliti anfratti della tranquilla provincia viterbese: la verde Tuscia, infatti, è una nicchia ecologica la cui condizione sociale e quella umana, storicamente integrate sul territorio, interagiscono nel comportamento psicologico dei personaggi, fornendo loro un ‘alibi moralistico’ necessario al riscatto ultimo delle loro azioni, bonarie o malevoli che siano, per quanto condizionate nell’intento scrittorio dell’autore, la cui penna sagace penetra efficacemente nella psicologia addomesticata dei personaggi creati …

“Fino a quando sarebbe durata quell’angoscia? Un dolore mai espresso pienamente, che avrebbe voluto condividere con lei (sua madre), allo scopo di scacciare quel fantasma che sembrava allontanarle sempre più l’una dall’altra”. […] Sara si voltò rapidamente, serrando le braccia in modo tale da nascondere il nervosismo che provava, tradito da uno spasmo inconsulto della spalla destra.”

Sebbene ‘la prova’ (del titolo) sia qui intesa quale indizio finale che porta alla scoperta dell’assassino, si è messi di fronte ad una realtà provinciale talmente radicata sul territorio, ‘da trasformare ogni abitante in un possibile indiziato’, la cui esistenza travalica i limiti imposti dall’ambiente se non in chiave onirica, fantasticando, e tuttavia senza mai superarli. Limitandosi, in almeno un caso, a una diversa realtà sociale, e forse (mentendo a se stessi), a una vita differente da doversi realizzare lontano dal proprio habitat naturale, magari nella grande città, dove ricominciare e/o forse ‘fuggire’ …

Fuggire dove, da chi, dagli altri, dalle malelingue del paese, dai misfatti della sorte, dalle anomalie delle cose? “Non si diranno le cose, si diranno le cose stravolte […] dalla sua forma e dal suo senso vero, supposto, inventato da una parola” – scrive il poeta (*); una parola bisbigliata in un confessionale, succube di un pensiero cattivo, di un sentimento atipico, in malafede. Se ne trova riscontro nel linguaggio esteso dei dialoghi, a tratti scarno, solo talvolta ridondante a causa dell’interferenza che l’ambiente esercita sul quotidiano in cui agiscono i personaggi: il bonario maggiore dei Carabinieri Lorenzo Valeri, l’amichevole medico legale Giacomo Serra, il parroco suadente, il contadino sanguigno, la madre benevola, il ragazzo sciocco, ed altri che, appunto, come in un film di carattere, s’adoperano dentro la cornice statica di un ‘evento’ legato a una sorta di ‘passato-presente-passato’ che contrassegna il loro insoddisfatto esistere …

“Federica, affannata, aprì la porta dell’appartamento di colpo, richiudendola rumorosamente dietro di sé. Fuori di ogni sentimento, si lasciò cadere su di una delle poltrone della sala, tenendosi la testa tra le mani. Fu allora che diede sfogo a tutte le sue ansie, esplodendo in un pianto liberatorio, fragoroso e incontenibile, tale da consentirle di esorcizzare, con quel gesto, le mille tensioni accumulate. Il dialogo appena concluso con Sara le aveva consentito solo parzialmente di condividere i timori che la turbavano, ma, nel contempo, le sembrava di aver tradito le aspettative del suo nuovo compagno.”

Un altro fattore importante in questo romanzo è rappresentato dallo ‘spazio-tempo’ che pure funge da contenitore di una catena di omicidi consequenziali, non sempre dettati da una effettiva ragione, bensì da quel passato-presente-passato cui nessuno sembra in grado di sfuggire, e che trasforma ‘ogni abitante in possibile indiziato’. Da qualcuno che pure s’aggira furtivo nell’ombra e che colpisce non proprio allo scopo di compiere un omicidio, quanto di voler dare seguito a una vendetta ‘morale’, azzarderei quasi ‘etica’, che riporti a quel ‘passato’ che non può morire, complice per l’appunto, la reiterata tranquillità dell’ambiente naturale in cui la storia si dispiega. La prova provata che ‘tutto cambia e nulla cambia’ se non cambiando il verso delle cose, la concezione della nostra vita interiore …

“Lorenzo Valeri aveva tentato tutto ciò che era umanamente possibile per scongiurare quella fine atroce, al punto da mettere in gioco la propria vita , pur di salvare quella altrui. […] Valeri fece cenno al suo subalterno di fermarsi, affiancandosi, egli solo, all’uomo ritto in piedi di fronte alla lapide. […] La sua espressione non era mutata affatto. Solamente quando i due uomini in divisa furono a qualche metro da lui, sollevò lentamente lo sguardo, come colui che attende un ineluttabile avvenimento nell’atto di compiersi. Quelle pupille , stanche e afflitte, non trovavano alcun conforto nella cornice marmorea che lo attorniava; nessun giovamento al tormento che straziava un’anima in costante tumulto. […] Ma ciò non era stato sufficiente. Sara non sarebbe mai ritornata sui suoi passi, di questo ne era certo. Un triste destino davvero, il suo, che sentiva di non meritare, ma contro il quale non desiderava più combattere, comprendendo, questo sì, davvero, l’inutilità di ogni iniziativa personale.”


L’autore Carlo Pompili:

Scrittore fine ed oculato, appassionato di storia e cultura dell’Alto Lazio, coltiva interessi grafici e letterari, dando seguito a sue collaborazioni in campo commerciale e pubblicitario. Dopo ‘Il potere’ (Alter Ego 2014) con questo suo nuovo romanzo “riporta i suoi lettori in quell’atmosfera da lui creata dove thriller e storia si intersecano strettamente con richiami ancestrali e misteriosi, in un sequel nel quale ogni colpo di scena conduce magistralmente fino a un epilogo inaspettato”.

Note:
(*) Gian Giacomo Menon “Geologia dei silenzi” – Anterem Edizioni 2018.

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- Poesia

Iria Gorran o l’arte della guerra’ nella poesia d’autore

Iria Gorran o ‘l’arte della guerra’ nella poesia d'autore contemporanea – Cierre Grafica / Anterem Edizioni 2018.

 

L’accostamento con l’opera di Sun-Tzu è affatto casuale quanto cercato, per sottolineare la portata di un fare poesia che inscena l’essenza di una tentazione contemporanea: condurre una ‘guerra’ essenzialmente intimistica contro il proprio sé. Questa la cifra elettiva della silloge poetica ‘Corpo di guerra’ di Iria Gorran, in cui la passione competitiva è sempre in bilico tra appagamento e/o perdita mediante l’‘artificio della ‘guerra ’, conflitto questo che si fa scontro duro tra vincitore dominante e il perdente arrendevole, da affrontare con la calma e l’irruenza necessaria …

 

“Ho sempre sentito il corpo come uno scudo / un mezzo lo strumento di difesa / dal mondo – la macchina umana un filtro / con esigenze minime / […] / che la necessità / l’angoscia hanno spinto quasi oltre il limite / ma tutto quello che volevo era / che mi riconducesse – mi portasse a casa”

 

Per quanto si voglia che anche una ‘guerra individuale e personalizzata’ la si faccia per vincerla, altresì essa risulta remissiva di affrancamento e/o riscatto che necessita di continuare a combattere dall’interno, sul campo nemico. Come del resto insegna il ‘fautore di tutte le guerre combattute fin qui', Sun-Tzu: “se non puoi vincere il nemico, allora fallo re”; così facendo “si può sempre vincere senza necessariamente vincere”, poiché “la vittoria si ottiene quando le due parti in lotta, quella superiore e quella inferiore sono animate dallo stesso spirito”…

 

“Atomi dispersi estranei alla configurazione” / “Avevano qui / una vaga idea di questa guerra?”

 

La sottolineatura nel titolo 'arte' è qui utilizzata per meglio evidenziare l’immagine impressa sul fondo di una tela (mettiamo di un corpo materiale) in attesa d’essere riempita di colore, ‘secondo i dettami della propria anima’ e/o secondo il presente-anteriore-infinito che ci siamo preposti fin dall’inizio, qualora riempire gli spazi vuoti divenga sinonimo di volontà: quasi che l’espansione dell’anima nel silenzio della solitudine, similitudine d’assenza e/o di presa coscienza, avalli statue di carne vive per un teatro della fine, in assenza di applausi e tuttavia senza compianto …

 

“Annuvola sulla fuga dei pioppi / in faccia ai girasoli / oppongo un argine fulmineo / al cuore esploso a un altro pomeriggio / la dea delle stagioni il fuoco vivo / sono vapore e cenere / sul lungo sguardo di marmo del nemico”

 

Ciò che accade quando il ‘corpo emozionale’ si tinge di un’inquietudine opaca, o avviene a una mutazione incessante per una guerra annunciata col proprio sé fin troppo differita; allorché l’unica condizione possibile per continuare a vivere è in un rapporto nuovo, diverso, con se stessi, con gli altri e con il mondo intero. Ma è tuttavia una ‘guerra costante’, eppure non definitiva, una levata di scudi per un combattimento ‘corpo a corpo’ contro un nemico invisibile, sempre diverso, che fa uso di spade e lance affilate, onde infierire sull’eventuale perdente senza resa …

 

“..voluta di fumo nella monocromia metallica / s’increspa lo sguardo / segregato nel cielo di Marte / assorbi il mio mistero senza conoscerlo / inscritto nella città di pietra / nel corpo estraneo”

 

Non rimane che - allerta Sun-tzu: “Quando muovi, sii rapido come il vento, maestoso come la foresta, avido come il fuoco, incrollabile come la montagna”, e aggiunge: “Adesca (il nemico) con la prospettiva di un vantaggio, e conquistalo con la confusione; se è solido preparati (a combatterlo); se è forte evitalo, se è collerico mostrati cedevole, se è umile, arrogante. Se è pigro affaticalo, se è compatto disperdilo. Attaccalo quando è impreparato e appari all’improvviso”, l’effetto sorpresa sgomina la paura rimessa, onde vincere è solo un’ultima prerogativa …

 

“Acqua sulle mani / non splenderà / in gocce brillanti / alto l’azzurro si spacca / come una torre crolla / fatto spiraglio / taglia indica la stanza / un piccolo silenzio / passa / l’estate si è appoggiata / alle nostre tende chiuse / e quasi è l’Ora”

 

Oppure ci si arrende e si subiscono le conseguenze sperando nell’indulgenza del vincitore, che non tarderà ad arrivare, spietato e violento che sia, forse sì / forse no, per una remissione di colpe sottratte al giudizio ultimo, contro il proprio sé; onde col passare del tempo si spegneranno le arsure, le istintive voglie, la vanità della giovinezza, l’avidità del potere; l’insana voglia di condurre il proprio ‘corpo di guerra’ sul filo del crinale e rimettere il tutto nel fondo del burrone, per una ‘pace dei sensi’ di una ‘guerra a perdere’ che rende vincitori …

 

“E la meravigliosa morte / come la prima luce / mi assolverà dal non essere / Fiamma / avrei assorbito / l’umidità terrestre / che mi trattiene / nel susseguirsi di cicli / divampare / staccando il respiro di vendetta / non c’è amore in questa vanità / il mondo è stato uno spiraglio”

 

“Si può sempre vincere senza necessariamente vincere”, rammenta Sun-Tzu l’eclettico filosofo della guerra, di quella stessa ‘guerra’ che Iria Gorran in queste pagine conduce in prima persona attraverso una “scrittura d’esistenza che è lingua di forte energia poetica, spezzata dall’esperienza di sé: dal corpo che la porta dentro e dal linguaggio che ne illumina la percezione. […] Il segno fondante è un’incisione dura, un graffio che designa i luoghi di un brusio dentro il silenzio ‘terribile’ che opprime il parlare e rende incerti i suoni (e le parole), mentre la voce spezza la rapidità del ronzio esistenziale continuo, scuro” – scrive Giorgio Bonacini nella sua intensa postfazione al volume …

 

“Calata in questo luogo nel corpo di guerra / esco dalla trincea la mia sommossa fredda / densa la tua paura /.../ al circo di parole sul filo del trucco / non si scioglie / Guardami scorrere non si scusa la mia faccia nuda / in un silenzio di passaggio”

 

Incerto il prosieguo, se Iria Gorran vincerà o no la sua guerra lo scopriremo in futuro con l'avanzare della sua esperienza poetica o se magari ritiene di averla già vinta (e perché no) con la pubblicazione di questa sua ‘Opera Prima’ (*) edita da Anterem Edizioni con le immagini grafiche di Bartolomé Ferrando che, come in nessun altro caso, coglie nella mescolanza di lettere dell’alfabeto il senso intrinseco della fugacità dell’autrice dalle parole; segno indubbio di una sensibilità artistica pregna d’inconsuete voci, come di geroglifici di una lingua estensibile all’infinito.

 

L’autrice: Iria Gorran ha origini croate e formazione classica, un curriculum di tutto rispetto in ambito artistico e teatrale, autrice di testi poetico-filosofici e narrativi: ‘Il corvo e i racconti del mistero di Poe’, la ‘Commedia di Dante’. Risiede per lunghi periodi a Vienna e a Londra, attualmente vive a Torre d’Isola (PV).

 

Note:

(*) Sun-Tzu (544 a.C., 496 a.C.) è stato un generale e filosofo cinese, a lui si attribuisce uno dei più importanti trattati di strategia militare di tutti I tempi: ‘Larte della guerra’ – Mondadori 2003.

(*) ‘Opera Prima’ , collana di poesia e prosa poetica a cura di Flavio Ermini, dedicata ad autori che ancora non hanno pubblicato i loro testi poetici in volume. L’iniziativa, fondata nel 2003 non ha finalità di lucro tanto che i libri non sono destinati alla vendita, ma inviati a università, centri culturali, stampo petica, biblioteche, oltre che a filosofi e a teorici della letteratura e dell’arte. ‘Opera Prima’ si propone di mettere in scena eventi di scrittura che spingono a portarsi più in là degli esiti espressivi, verso il pensiero: quella particolare forma di pensiero che nasce dalla poesia.

 

Contatti:

direzione@anteremedizioni.it   / www.poesia2punto0.com

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- Teatro

La Costituzione: valori a voce alta - a Bologna

La Costituzione: valori a voce alta
concerto- spettacolo dedicato ai 70 anni della Costituzione Italiana

Mercoledì 5 settembre ore 21:00
Giardino Parker Lennon (via del Lavoro – via Vezza) Bologna

Simona Sagone: voce; Salvatore Panu: fisarmonica; Mauro Malaguti: chitarra
A cura di Associazione Culturale Youkali APS

Rassegna “Parker Lennon: ci giochiamo l’estate 2”, sezione "Ci cantiamo d'estate"
Ulteriori informazioni www.youkali.it
Sostenuta dal Quartiere San Donato San Vitale - Lato baracchina Gelateria Modà.

Youkali è l’isola che non c’è, è l’utopia, che con il nostro lavoro quotidiano in associazione, noi soci vogliamo realizzare concretamente nel nostro territorio, 'che include e non esclude' il lavoro fatto da attori e musicisti professionisti che credono fortemente che l’arte serva per rendere migliore la società e che attraverso Youkali si possano concretizzare progetti per il bene comune.

L'Associazione Youkali organizza concorsi letterari per l’infanzia, festival di teatro e storytelling, convegni sulla narrazione, rassegne spettacoli e corsi teatrali e musicali, con attenzione ai temi interculturali collaborando con Il Comune di Bologna e la Città Metropolitana, nonchè con numerose Istituzioni Pubbliche e private.

Dalla sua fondazione, nel 2000, ha inteso rivalutare la narrazione orale e valorizzare l’inventare fiabe come attività fondamentali alla crescita delle bambine e dei bambini. Il progetto ha prodotto la trasmissione radiofonica Il Polverone Magico in onda dal 2004 al 2015 su emittenti locali, nonchè laboratori teatrali e musicali realizzati in scuole e Centri Sociali di Bologna.
Dal 2004 al 2012 ha realizzato un concorso letterario Oggi racconto io: la fantastoria del popolo migrante che ha coinvolto centinaia di ragazzi, famiglie e adulti, nella scrittura di fantastorie, progetto che valgono a Youkali 3 medaglie dalla Presidenza della Repubblica. Nel 2012 il progetto è passato dalla dimensione provinciale a quella nazionale grazie al Ministero dell’Istruzione e alla collaborazione dell’ Associazione Italiana Biblioteche.
Dal 2004 ha ideato il progetto teatrale per fascia 3 e 6 anni Maga Rossina racconta… realizzandolo da allora spettacoli nei Comuni di Monzuno, Sala Bolognese, Anzola e nei Quartieri di Bologna Reno, Porto e S. Donato.
Dal 2004 al 2013 collabora all’organizzazione di manifestazioni culturali per Festa Internazionale della Storia e il Laboratorio Multidisciplinare di Ricerca Storica dell’Università di Bologna realizzando spettacoli, trasmissioni televisive e presentando per alcuni anni la manifestazione “Il passamano per San Luca” grazie all’attrice Simona Sagone.
Nel 2005 nasce la rassegna di lezioni spettacoli per la fascia 8- 12 anni Fiabe dal mondo in collaborazione con Sala Bolognese -replicata nei Quartieri Reno, S. Donato, Porto. Dal 2008 al 2012 Fiabe dal mondo diventa una rassegna provinciale parallela al concorso di fiabe.
Tra il 2008 e 2015 tiene corsi sulla lettura espressiva, la costruzione di radiodrammi e audiofiabe, di teatro e canto presso Istituti scolastici anche con il riconoscimento del MIUR Emilia Romagna.

Youkali ha creato negli anni numerosi spettacoli per il pubblico adulto sia di prosa che musicali, molti centrati su temi sociali tra cui ricordiamo Bertolt Brecht dell’amore e della guerra, Las Madres, dedicato alle Madres de Plaza de Majo e Per il pane la pace e la libertà dedicato alle partigiane del territorio di Bologna e Provincia.
Nel 2013 ha vinto il premio AMITIE’ per le creatività plurali – sezione teatro consegnato dal Comune di Bologna per lo spettacolo Le regole del migrare realizzato insieme al Coro Multietnico Mikrokosmos.
Dal 2012 Youkali è impegnata in un percorso di costruzione de Le vie delle fiabe europee. Il progetto Le vie delle fiabe ha prodotto tra il 2012 e 2014 quattro convegni realizzati a Bologna con ospiti di rilievo a livello nazionale.
Nel giugno 2013 realizza a Bologna il primo Festival di Narrazioni Interculturali per l’infanzia Le vie delle fiabe: percorsi interculturali
Dal 2013 al 2015 è stata partner del Progetto Europeo Comenius Regio Cahrs- Bologna guidato dal comune francese di Cahors realizzando laboratori e conferenze sull’uso del teatro per l’apprendimento attivo della storia.
Nel 2014 parte il progetto Media allo scoperto prima attraverso un bando LFA del Quartiere Saragozza e poi, nel 2015, come progetto di Cittadinanza Attiva finalizzato alla creazione di una redazione permanente di cittadini che lavorino sulla comunicazione di tutti i progetti di Cittadinanza Attiva avviati dal Comune di Bologna, verso la costruzione di una start up creativa autonoma sui temi della comunicazione.
Il 10 dicembre 2015 si avvia il progetto Portiamo a scuola la comunicazione di genere finanziato con i fondi dell’8 x 1000 della Chiesa Valdese.
*Youkali è l’isola inesistente immaginata da Kurt Weill nel 1933 durante l’Esilio in Francia, allorquando la sua musica era stata considerata “Musica degenerata” dal regime nazista.

•Portiamo a scuola la comunicazione di genere , seconda edizione
•Un nuovo corso di formazione gratuito per adulti di 70 ore; 4 seminari sullo stalking, 8 laboratori da realizzare in Scuole e Centri giovanili di Bologna per prevenire forme di violenza e abuso e vincere gli stereotipi di genere
•L’Associazione Culturale Youkali insieme a Tavola delle donne sulla violenza e la sicurezza nella città, UDI Bologna e al Circolo Arci Guernelli di Bologna, con la collaborazione di Radio Città Fujiko e di AICS, hanno ottenuto un finanziamento di 7.500 euro dalla Regione Emilia Romagna tramite il bando volto alla promozione ed al conseguimento delle pari opportunità e al contrasto delle discriminazioni e della violenza di genere sulle annualità 2016/2017 ed è in attesa di un sostegno di 14.000 euro dalla Tavola Valdese tramite il bando 2016 per l’assegnazione dei fondi dell’8 x 1000 per realizzare il progetto Portiamo a scuola la comunicazione di genere 2.
•In continuità con il progetto chiuso il 31 dicembre 2016, Portiamo a scuola la comunicazione di genere 2 intende diffondere nell’ambito scolastico e dei centri di aggregazione giovanile di Bologna, azioni di empowerment relative alla consapevolezza della convivenza tra i generi attraverso l’elaborazione creativa del tema utilizzando gli strumenti della comunicazione massmediatica quali la radio, il web, i giornali (off e on line) per catturare l’attenzione dei giovani allievi rendendoli al contempo protagonisti attivi nel riconoscere e individuare forme attive e creattive di gestione dei conflitti, in particolare di genere.

•Mentre i formatori perseguiranno l’obiettivo primario di consentire ai ragazzi partecipanti ai laboratori scolastici di essere in grado di riconoscere i propri e altrui pregiudizi e stereotipi legati al genere e di acquisire sicurezza nell’uso di un linguaggio sessuato, specialmente quando si parla di professioni al femminile, al contempo promuoveranno la piena partecipazione dei giovani alla vita democratica cittadina, fornendo strumenti per l’acquisizione di competenze inerenti il funzionamento del linguaggio dei media.
•I laboratori scolastici già realizzati nel 2016, così come i nuovi laboratori che a breve verranno attivati negli istituti scolastici che ne faranno richiesta, mirano in ultima analisi a incentivare l’innovazione sociale anche attraverso l’autonoma formazione tramite l’utilizzo di piattaforme e ambienti digitali, software liberi e open source. La diffusione dei risultati dei laboratori tramite il blog Mediaalloscoperto.it e la pagina facebook dedicata al progetto (Portiamo a scuola la comunicazione di genere), consente ai giovani partecipanti di attivare una formazione tra pari agendo essi stessi da moltiplicatori dei risultati.
•Il 13 marzo 2017 verrà avviato un nuovo corso di formazione per adulti di 70 ore che si terrà a Bologna presso il Circolo Arci Guernelli di V. Gandusio 6 per realizzare il quale l’Associazione Culturale Youkali si avvarrà della stretta collaborazione di esperte dell’Associazione Tavola delle donne sulla violenza e la sicurezza nella città e di UDI sezione di Bologna, come anche di giornalisti e blogger.

•Il Corso di formazione, come il precedente, è diviso in due parti: Riconoscere e prevenire le forme di violenza e abuso nelle relazioni di genere e Comunicazione di genere.
•I volontari ammessi alla formazione saranno scelti tra: studenti universitari, giovani sotto i 35 anni in cerca di occupazione, disoccupati di lungo corso (in particolare over 45), in cerca di riqualificazione, onde offrire loro occasione di specializzarsi e/o riqualificarsi nel campo della comunicazione sociale. Si preferiranno candidati con formazione umanistica.
•Attraverso la formazione degli adulti intendiamo porre le basi per la realizzazione di nuovi progetti all’interno delle scuole che uniscano la tematica della gestione del conflitto, con la produzione di spot, video, radiodrammi, articoli giornalistici, spettacoli teatrali.

•Grazie al personale già formato nel corso della prima edizione del progetto, sostenuto da Tavola Valdese, tra ottobre e novembre 2016, sono già stati realizzati 2 laboratori scolastici presso la Scuola secondaria di I grado di Sant’Agata Bolognese e, grazie ai finanziamenti regionali, altri 2 laboratori gratuiti di 8 ore sui temi dello smascheramento degli stereotipi di genere verranno realizzati entro maggio 2017 in altri Istituti Secondari di I e II grado di Bologna e Provincia che ne faranno richiesta. E’ prevista inoltre l’attivazione di 4 seminari di 2 ore sullo Stalking che saranno tenuti dall’Avvocata Nicoletta Macrì di Tavola delle donne.

•A beneficiare del nuovo progetto, così come nel corso della prima edizione, non sono solo gli studenti delle Scuole Secondarie di I e II grado, ma gli stessi volontari in gran parte giovani o disoccupati di lungo corso che, attraverso il percorso di formazione, acquisiscono nuove competenze. Conclusa la formazione, ai corsisti viene offerta l’occasione di una sorta di tirocinio con un rimborso orario, durante il quale sperimentare immediatamente le strategie definite nel workshop finale confrontandosi con una classe di giovanissimi sotto la supervisione dei tutor esperti.
•Qualora il progetto riceva, a settembre 2017, un sostegno dai fondi dell’ 8 x 1000 della Tavola Valdese, verrà completata la formazione degli adulti con i moduli laboratoriali previsti tra settembre e novembre 2017; verranno realizzati altri 2 laboratori di 10 ore presso centri giovanili; un laboratorio teatrale di 20 ore e altri 3 laboratori di 8 ore su tematiche di genere presso istituti scolastici che si renderanno disponibili ad accoglierli.
•Già nel 2016 è stata attivata una Palestra digitale, attraverso il sito web Mediaalloscoperto.it, per la condivisione dei materiali e buone pratiche prodotte sia dai formatori volontari che vanno nelle scuole, che dagli allievi degli Istituti Scolastici e centri giovanili. La palestra digitale attualmente bisognosa di implementazione, è un utile strumento per tenere traccia delle esperienze formative.
•E’ prevista anche un’azione di valutazione trasversale all’intero progetto che consentirà aggiustamenti in itinere della progettualità, per il raggiungimento degli obiettivi prefissati.
•A breve verrà attivata una campagna di crowdfunding per sostenere il progetto dal basso assicurando i finanziamenti necessari al suo completamento anche nella peggiore delle ipotesi che i co- finanziamenti richiesti non vengano accordati. Il crowdfunding consentirà a chiunque creda nelle metodologie attivate dalle associazioni proponenti, di donare anche pochi euro perché possa essere portata avanti la necessaria campagna contro gli stereotipi di genere partendo dall’educazione dei più piccoli.

INFO@YOUKALI.IT
•VIA DEL PRATELLO 97 SCALA B, 40122 BOLOGNA 051 8493013

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- Società

Bla, bla, bla, una questione di dignità

Bla, bla, bla … Questione di ‘dignità’.

Se per ‘dignità’ intendiamo quel rispetto che l'uomo, conscio del proprio valore sul piano morale, deve sentire nei confronti di sé stesso e tradurre in un comportamento e in un contegno adeguati, possiamo dire che la politica è fuori come un ombrellone da spiaggia, cui il sole di questa estate infuocata deve aver confuso non solo le idee ma anche la cognizione della realtà. Perché la mancanza di rispetto di se stessi equivale a un ‘non valore’ e non a un ‘plusvalore’ come qualcuno pensa di far passare nell’ignoranza dei molti che, al contrario del suo significato intrinseco, spaccia (leggi spacciatori di vergogna) come comportamento responsabile, misurato ed equilibrato che si dovrebbe tradurre in rispettabilità e decoro. Niente affatto, siamo piuttosto dalla parte opposta della decenza, per cui la traduzione che più si adatta è l’indegnità, la scorrettezza, la disonestà, l’arroganza.

Per non dire della bassezza d’intenti, la volgarità dei linguaggi, la villania e la maleducazione dei molti, dei tanti parlamentari, sindacalisti, giornalisti, e di quanti ‘leccano il culo’ a tutta quella risma di irrispettosi della Costituzione e della Democrazia. Insomma di quanti senza contegno parlano (bla, bla, bla) senza dire niente ‘in nome del popolo italiano’ e ‘per il bene dell’Italia e degli Italiani’. Di quanti ormai sono saliti sul carro dei vincitori senza sapere neppure se l’ ‘orgoglio’ nazionale di cui parlano li riguarda in prima persona o se li stanno solo fregando a più non posso. Il fatto eclatante è che ‘gli piace’, e godono quando qualcuno se la prende coi gay, con le lesbiche, con gli immigrati, i clandestini, e con tutti gli ‘altri’ che non sono loro. Ma forse hanno dimenticato che arriverà anche il loro momento (storia docet), quando caduta la maschera si ritroveranno fottuti e contenti.

Se invece con il termine dignità, ci si riferisce al valore intrinseco dell'esistenza umana che ogni uomo/donna, in quanto persona, è consapevole di rappresentare nei propri principi morali, nella necessità di liberamente mantenerli per sé stesso e per gli altri e di tutelarli nei confronti di chi non li rispetta, ecco che entriamo in ambito socio-legislativo ancor prima di quello culturale-spirituale che alla fin fine rende il termine degno di rispetto. Ciò per quanto il ‘rispetto’ si vuole sia retaggio di un ordinamento pre-costituito sancito dal ‘diritto giuridico’ in vigore, le cui leggi hanno dato forma a quell’ ‘ordinamento’ che non trova più alcun riscontro nell’ampio spettro dell’universalità: per cui ‘ogni uomo è libero’ nell’ambito della globalità dello sviluppo storico-sociale in stretta relazione con il pensiero filosofico dominante.

Concettualmente paritetico di quel processo di conversione che ha trasformato il ‘positivismo relativo’ del secolo scorso, nel ‘pensiero negazionista’ contemporaneo, in cui il ‘tutto’ è verosimilmente sostituito dal ‘nulla’, di per sé non uguagliabile al ‘vuoto cosmico’ da riempire di pericolose ideologie. Bensì un ‘nulla’ antropico, cioè relativo all’analisi degli assetti organizzativi umani conseguiti, ovvero allo studio (scientifico) di quei processi che nel corso del ‘tempo’ hanno condotto alla formazione degli assetti evolutivi comunitari che oggi trovano nell’unione delle nazioni una ragione di sopravvivenza e di evoluzione all’interno di una cooperazione fattiva che nell’unità fanno un ‘pieno’ di energie da spendere all’insegna della solidarietà e della pace duratura.

Come ci si rapporta alla situazione politico-giuridica in una realtà democratica consistente nella possibilità di costituire, modificare o estinguere un ‘rapporto giuridico’, attraverso un ‘atto’ che non sia al tempo stesso la configurazione di un qualcosa di ‘preconcetto’ e/o ‘insostenibile’ che tuttavia permetta una risoluzione del problema suddetto? A una siffatta domanda, previene Emmanuel Levinas nel suo “Gli imprevisti della storia” (*), il quale intravede una leggittima linea ideale equivalente a un salto nel buio, poiché: “Questo mondo che trascende il mondo in cui siamo immersi, non è anche al di là di questa comprensione specifica che noi abbiamo dell’individuale, dello storico, dell’umano, e in cui il reale si presenta non solo come una concatenazione di proposizioni ma come un’esistenza che vale e che pesa”.

Ma di quale ‘dignità’ parliamo quando si parla di ‘rispetto? Le risposte sono delle più variegate quando tutti se ne riempiono la bocca, trascurando che parlare di ‘rispetto’ è una questione metodologica basata sul riconoscimento dell’uguaglianza, sul consenso individuale alla reciproca fiducia e all’equilibrio sociale. Nel dibattito su quelli che definiamo ‘valori morali’ e se questi sono relativi o assoluti (?), la risposta di gran lunga più motivata è ‘che sono relativi’: “Se molti sono i modi ragionevoli in cui gli esseri umani possono organizzare la loro vita – scrive Maurizio Ferraris (*) – resta che ce ne sono alcuni che sono sicuramente inaccettabili.” Ma se è altrettanto scontato che il ‘relativismo’ presenta dei limiti, la cui soglia oggi è stata abbondantemente superata, è altresì realistico che persi nei meandri dell’attuale complessità sociale, multietnica e multiculturale, ci si pongano alcuni interrogativi fondamentali. Uno dei quali riguarda il ‘senso del proprio agire’ nell’ambito della proprie scelte, che non può più essere solo individuale ma riguarda la società nella sua percezione globale o comunque comunitaria, che va esaminata nel suo insieme.

Un’analisi approfondita diviene pertanto necessaria se, come in questo breve saggio, si vogliono individuare gli strumenti di una possibile ricognizione del ‘rispetto’ in seno all’etica morale e l’intrinseca criticità di merito che l’accompagna. Acciò, e nel migliore dei casi, è necessario tornare al passato e rileggere il cartesiano “Discorso del metodo” (René Descartes 1596-1650) (*), lo strumento per eccellenza che più ci aiuta a comprendere i termini e i limiti, pur nella logica della scoperta scientifica, vuoi filosofica che sociologica del pensiero libero concettuale, è questo ancora oggi considerato un caposaldo della liberalità civile.

Un testo tra i “..più rivoluzionari su cui meditare, in quanto il suo autore aveva perfettamente compreso che le vere rivoluzioni cominciano nel proprio intimo e non nel cambiamento delle cose, ma nella riforma di se stessi” – scrive Giovanni Reale nella Prefazione al testo. (*). Una ‘questione di metodo’ dunque, la cui applicazione restituisce al ‘rispetto’ una sua posizione prioritaria all’interno delle ‘virtù etico-morali’, qui individuata in tre passaggi essenziali che ben definiscono la relativa prova scientifica: ‘Metodo del riconoscimento dell’uguaglianza’, ‘Metodo del rispetto civile’, ‘Metodo del consenso basato sulla fiducia e la temperanza’.

1) Metodo del riconoscimento dell’uguaglianza

Volendo significare l’insieme delle varianti insite in una probabile ‘anatomia del rispetto’ qui presa a soggetto, è obbligo avvalersi di discipline diverse (antropologia, sociologia, psicologia, etica e filosofia) che, in qualche modo ed entro i limiti consentiti, permettono di individuare quegli elementi sostanziali alla metodologia della ricerca, da osservare nell’ottica della ‘volontà’ più volte espressa dalla società, di risolvere quelle che sono oggi considerate ‘problematiche sociali’. Una volontà attualmente evasiva se esaminata nella prospettiva pragmatica delle politiche giuridiche (pari opportunità, coppie di fatto ecc.) ad essa inerenti.

Alla luce dei mutamenti sopravvenuti nella società e delle nuove realtà ideologiche, la costruzione etico-morale del ‘rispetto’, pur impostata sulle basi antropologiche dei ‘riti di riferimento’ come la tradizione e la cultura, la religiosità e la sacralità degli affetti, si è rivelata da qualche tempo a questa parte, inaspettatamente anacronistica, mostrando le sue crepe profonde. Segni di una erosione che non l’ha risparmiata da risentimenti diffusi e punti di criticità, sia per i suoi aspetti discordanti (quanto inevitabili), che ne hanno limitato il ‘riconoscimento’ configurativo all’interno di una specifica ‘tipologia virtuosa’; sia in ambito famigliare che educazionale, formativa ecc., che da sempre vieicolano le cosiddette ‘differenze di genere’.

In qualità di ‘soggetto sociale’, infatti, la rilevanza delle ‘differenze di genere’ ha dato luogo a un fenomeno collettivo d’interesse antropico che un ‘liberalismo’ metodologicamente preconcetto, attribuisce a forme di ‘società’ e di ‘economia’ migliori di sempre, neppure fosse l’‘archetipo’ di una modernità immaginaria quanto inafferrabile e tuttavia possibile; nonostante i ‘comportamenti umani’, si siano gradualmente integrati con le nuove problematiche introdotte nella società, secondo le ripartizioni attuate dalla ‘psicologia sociale’ all’interno di discipline meglio diversificate come: ‘individuali’, ‘collettive’ e ‘comunitarie’ che comunque rimangono universali.

Ciò, per quanto l’esperienza esistenziale dell’individuo sociale (umano), pur nella sua identificazione e la sua irriducibile complessità, sia ancora oggi tutt’altro che scontata e in antitesi con una completa istituzionalizzazione, a causa dell’ ‘assenza o mancanza’ (anomia) di norme sociali specifiche che, entro certi limiti, risultino appropriate al comportamento dell’individuo stesso nei confronti degli altri e, pertanto, volte a costituire una specifica ‘identità’ nel processo educativo e di ‘socializzazione’ (paideia) in atto. Onde per cui, il ‘riconoscimento’ è il primo passo necessario per il superamento relativo alle ‘differenze di genere’ e la definitiva attuazione del processo di uniformazione dell’ ‘ethos politico’ nell’ambito della riorganizzazione sociale.

Se vogliamo, è a partire dalla ricerca dinamica del ‘riconoscimento’ che prende il via la giustificazione metodologica che si vuole qui perseguire: cioè, nell’individuare quei fattori relativi, intrinsechi della sfera della ‘personalità individuale’ e dell’ ‘identità collettiva’ in quanto ‘soggetti’ delle ‘differenze di genere’, ai quali pur ineriscono esperienze di rifiuto di ‘legittimazione’ e ‘approvazione’ di diritti più spesso negati. “Il riconoscimento dunque - scrive Mario Manfredi (*) – come obiettivo di un processo di piena responsabilità radicale verso i soggetti di ‘genere’ (umani e non), specialmente quando si confrontano posizioni di potere da una parte, e di vulnerabilità dall’altra. Soprattutto perché la responsabilità che ne deriva, si fa carico anche di realtà remote nello spazio (uomini e territori lontani) e, nel tempo (l’umanità futura)”.

Certamente la modernizzazione dei costumi e delle idee non è approdata a un risultato integrale ed esaustivo perché si è dovuta misurare con fattori limitanti, con istanze individuali e sociali di tipo politico, economico e imprenditoriale non sempre confacenti al ‘rispetto sociale’. Non a caso il sociologo Zigmunt Bauman (*) ha molto insistito nella ricerca instancabile di quell’ ‘identità’ che è poi “..divenuta precaria come tutto nella nostra vita”, essendo venuto meno il vincolo temporale nei rapporti interpersonali a causa di dialoghi preferibilmente a distanza, pause troppo lunghe di riflessione, richieste di chiarimenti mai espletate e sconfinamenti in territori diversi.

Sconfinamenti che hanno dato seguito al senso di smarrimento, incapacità di introspezione, inconsapevolezza dell’attenzione, che ha colpito tutti, uomini e donne indistintamente, trascinandoli in un processo di sterilizzazione dell’immagine sedimentata di “ciò che è stato” (assenza di memoria storica), per approntare una domanda tipo: “chi sono io oggi?” (mancanza di identità futura), che ha portato l’individuo a discernere nella “paura liquida” che affligge l’intera comunità umana, segno evidente di una collettività in dissolvimento che non contempla in sé alcuna risposta propositiva. Sebbene si metta ancor più in evidenza il sorgere di un nuovo ‘problema’ – individuato da Bauman – che va ad aggiungersi ai tanti altri che una ‘società liquida’ quale è quella in cui viviamo, che all’apparenza sembra impossibile contestualizzare, se non andando a “...ricercare un modello ‘ultimo’, migliore di tutti gli altri, perfetto, da non poter essere ulteriormente migliorato, perché niente di meglio esiste né è immaginabile”.

“Ma non basta ‘concettualizzare’ una identità qualsiasi – ha inoltre asserito Bauman – bisogna puntare sulla ‘identità sociale’, radicale e irreversibile, che coinvolga gli ordinamenti statali, la condizione lavorativa, i rapporti interstatali, le soggettività collettive, il rapporto tra l’io e l’altro, la produzione culturale e la vita quotidiana di uomini e donne”. Quasi si fosse davanti a una catastrofe considerata inevitabile; conforme cioè all’intraprendenza della ‘natura umana’ di fronte a una forzata convivenza democratica e alla mancanza di un comportamento ‘etico’ austero che non lascia comprendere e non giustifica le proprie e le altrui convinzioni.

Una chiave di investigazione su base teorica questa, che non consente qui di considerare la “trasformazione del presente” in atto, cui volenti o nolenti assistiamo, in quanto “costruzione di senso” attraverso l’utopia di un agire solo apparentemente incondizionato, anche se spesso utilizzato come interfaccia di nuove aggregazioni dell’esperienza fenomenologica che, si vuole, portino a una “ridefinizione critica del reale”. Un argomentazione che a sua volta aveva appassionato Alberto Melucci (*), ritenuto il ‘sociologo dell’ascolto’, aperto ai temi della pace, delle mobilitazioni giovanili, dei movimenti delle donne, delle questioni ecologiche, delle forme di solidarietà e del lavoro psicoterapeutico.

“Sono convinto – scrive Melucci – che il mondo contemporaneo abbia bisogno di una sociologia dell’ascolto. Non una conoscenza fredda, che si ferma al livello delle facoltà razionali, ma una conoscenza che considera gli altri dei soggetti. Non una conoscenza che crea una distanza, una separazione fra osservatore e osservato, bensì una conoscenza capace di ascoltare, che riesce a riconoscere i bisogni, le domande e gli interrogativi di chi osserva, ma anche capace, allo stesso tempo, di mettersi davvero in contatto, con gli altri. Gli altri che non sono solo degli oggetti, ma sono dei soggetti, delle persone come noi, che hanno spesso i nostri stessi interrogativi, si pongono le stesse domande e hanno le stesse debolezze, e le stesse paure”.

2) Metodo del consenso individuale alla fiducia

La consapevolezza del ‘rispetto’ è quindi una questione metodologica basata sul riconoscimento dell’uguaglianza che, ai fini di una valida prerogativa di senso è tuttavia carente di un supporto solido che lo sostenga e che solo una certa dose di altruistico ‘consenso’ può, in certo qual modo, convalidare. Cioè l’accettazione di una fattiva ‘uguaglianza nella diversità’ necessaria per una convivenza senza conflitti, in cui vengano riconosciute e accettate le differenze di razza, di colore, le diversità di status sociale, i comportamentali degli individui e i diversi ruoli che ognuno si trova ad occupare, in ragione di favorire le relazioni interpersonali e intergovernative, in una società sempre più rivolta alla cooperazione tra i popoli e gli stati, dedita agli scambi reciproci di idee, informazioni, conoscenza, tecnologia ecc..

Altresì nel ‘rispetto’ individuale e nel confronto fattivo con le diverse posizioni dell’altro/a, e cioè nell’investire il proprio ‘consenso’ nelle scelte della/e partnership individuata come consone alla qualità della vita che si vuole o si vorrebbe attuare, ponderata sulla ‘fiducia’ e comunque nel ‘rispetto’ delle ‘differenze individuali’ (genetiche, pedagogiche, psicologiche), dell’estrazione pedagogico-socio-culturale, formativa, nonché delle diverse disposizioni comportamentali acquisite, senza cercare di manipolarle; così come di non giudicare le scelte e le opinioni dell’altro/a in modo sommario perché considerate minoritarie che rasentino una qualche forma di razzismo.

Per quanto, in ambito giuridico il ‘rispetto’ si affacci alla soglia del ‘diritto’ di ogni individuo di avere un suo modo di pensare, di esprimere la propria opinione, di sentire, di agire e persino di scegliere i suoi gusti e le sue preferenze di vita, di pretendere che nessun altro possa permettersi di obiettare o decidere al suo posto; nella specifica tipologia delle ‘scienze umane’ si tratta di offrire/accordare una relazione consensuale basata sul ‘consenso’ che porti all’ascolto non valutativo, dove si concentra la comprensione dei sentimenti nel rapporto emozionale e/o intellettuale di merito e di partecipazione ai bisogni fondamentali degli altri.

Nell’uso comune è detta ‘empatia’ l’attitudine ad essere completamente e/o parzialmente disponibili verso gli altri, mettendo da parte le preoccupazioni e i pensieri individuali, pronti ad offrire la piena attenzione al processo di comunicazione, accesso all’informazione e partecipazione alla cooperazione attiva ‘non coercitiva’ che, secondo il ‘metodo del consenso’, non significa ‘unanimità’ di intenti e di voleri di singoli individui o del gruppo di appartenenza, bensì di funzione espletata democraticamente cui la maggioranza dei soggetti avrà acconsentito secondo la propria onestà intellettuale. Se non c’è l’onesta volontà di venirsi incontro, il metodo del consenso non funziona, bensì si rende più che mai necessario anche nella difesa di quella ‘privacy’ che ostinatamente promulghiamo come visione utopistica di una realtà che non è più tale, se mai lo sia stata.

Acciò, dare oggi il ‘consenso’ all’utilizzo dei propri dati personali che diventano così di pubblico dominio può essere un modo (facendo attenzione) di aprirsi al mondo degli scambi e della collaborazione reciproca a livello internazionale; così come mettersi in gioco sul web significa la ‘volontà’ di ampliare la propria cerchia di conoscenze, e perché no di fare nuove amicizie e così abbassare il tasso dilagante di sentirsi abbandonati, sotto l’egida del “non siamo soli”, necessaria ai fini della reciprocità sociale che ci vede sempre più affetti dalla solitudine.

3) Metodo del consenso alla temperanza comunitaria

L’approccio qui espletato equivale a ‘farsi un’opinione’ sul merito se oggi il ‘rispetto’ sia o no essenziale nei rapporti umani (?) Se la domanda serve di fatto a chiarificare un problema etico-teorico, la risposta non può che essere: «sì, è essenziale», ma è come asserire l’esistenza di un 'dualismo’ insopprimibile per cui la risposta non è affatto univoca. Gli ultimi avvenimenti di cronaca ben lo evidenziano ponendoci di fronte situazioni insostenibili quanto sconvolgenti, riferite all’assoluta mancanza di tolleranza, reciprocità, liberalità e democracità che superano ogni limite di sopportazione e comprensione umana. Per quanto intraprendere guerre fratricide e stermini di massa, privazioni e allontanamenti dagli originari territori di appartenenza, innalzare muri ai confini e barriere di chiusura al libero accesso, più spesso eretti in nome di questa o quella ‘supremazia’ territoriale-supernazionale in cui domina l’intransigenza e la severità di giochi di potere, non sembra portare a una risoluzione dei problemi.

Tanto meno risultano determinanti i molti tentativi di ‘risoluzioni di pace’ affatto conciliabili e, sempre più spesso, avanzati in nome di una diversità etico-morale del tutto confutabile, di cui sono andate perdute quelle che sono le ‘ragioni primarie’ di una possibile convivenza fra i più deboli e i diseredati, venendo così a mancare quel ‘rispetto’ e quell’indulgenza necessaria che mettono a rischio la sopravvivenza. Ma non è già il falso ‘moralismo intelluale’ dei pochi ad erigere le barriere che oggi delimitano le frontiere degli stati e i campi d’azione dei politici del malaffare, quanto la mancanza di ‘temperanza’ e l’indifferenza fraudolenta dei molti a derubricare il sistema economico-produttivo e la convivenza dell’illegalità giuridica e l’illegittimazione sociale.

“Di che cosa sia il moralismo si può certo discutere – scrive Stefano Rodotà (*) – ma la critica non può trasformarsi in pretesto per espellere dal dibattito pubblico ogni barlume di etica civile. (..) Contro malaffare e illegalità servono regole severe e istituzioni decise ad applicarle. Ma serve soprattutto una difusa e costante intransigenza morale, un’azione convinta di cittadini che non abbiano il timore d’essere definiti moralisti, che ricordino in ogni momento che la vita pubblica esige rigore e correttezza.” Il merito di una tale affermazione si gioca su quei comportamenti resi affidabili dal rapporto fiduciario che in illo tempore è stato stabilito con la natura e successivamente tra le diverse comunità interessate a limitare i rischi delle carestie e della fame, quantomeno coinvolte nella volenterosa sopravvivenza della specie. In una società complessa come quella in cui siamo chiamati a vivere (o sopravvivere dipende dai punti di vista), la crisi nella ‘fiducia’ non riguarda solo chi viola la legge o non si adegua agli standard di vita diffusa, ma investe ogni ambito della vita socialee comunitaria.

“Di fatto – scrive Umberto Galimberti (*) – non possiamo prescindere dal ricorrervi (alla fiducia), perché degli altri, piaccia o non piaccia, non possiamo fare a meno. (..) Nei nostri comportamenti accordiamo di continuo una fiducia che intimamente non (sempre) nutriamo, perché non abbiamo alternative. Infatti, laddove le abbiamo, non esitiamo ad adottarle, affidandoci a tecnologie sempre più complesse”. D’altro canto “Il mercato indotto dalla sfiducia ha assunto proporzioni notevoli, sforzi e costi sono cresciuti in proporzioni, ma i risultati sono tutt’altro che esaltanti. Quanto più la nostra società si fa complessa, quanto più diventiamo gli uni estranei agli altri, tanto più siamo costretti a muoverci e a vivere tra attività, organizzazioni e istituzioni le cui procedure e i cui effetti non riusciamo a controllare e a capire. E perciò siamo inclini a crederci esposti a pericoli invisibili e indecifrabili, con conseguente perenne stato d’ansia facilmente leggibile nei tratti tirati e circospetti dei volti di ciasscuno di noi, (..) caratterizzati dalla precarietà dell’esistenza.”

“Allo stesso modo – accorda Galimberti – questa nostra ‘società del rischio’ è percorsa per intero da una sospettosità diffusa, dovuta ad un tasso troppo elevato di estraneità degli individui che compongono il sociale. A meno che non si debba pensare che la cultura dell’individualismo, tipica dell’Occidente, e la fruizione delle libertà individuali, che vantiamo nei confronti del resto del mondo, abbiano passato a tal punto il segno da rendere ciascuno di noi una singolarità così precaria che, oltre a fare esclusivamente i propri interessi, o forse proprio per questo, non sa più muoversi nel mondo se non all’interno di una cultura del sospetto. Questo mi pare il punto dove le nostre società sono le più vulnerabili, più di quanto vulnerabili le renda il terrorismo”.

In conclusione dignità e umanità sono quindi termini sovrapponibili collegati alla libertà dell'individuo di potersi esprimere senza vincoli di sorta. Ma il dibattito è ancora aperto, una risposta alla domanda “che cos’è il rispetto?”, è tuttavia possibile: cos’è se non un principio etico che ci restituisce la libertà di scegliere (libero arbitrio). Cos’altro, se non quella virtù morale che più d’ogni altra ci rende ‘umani’ (?) o, come scrive Alasdair MacIntyre, ‘Animali razionali dipendenti’ (*) e così poco sociali (?). “Che cos’è la dignità”, se non l’unico e sufficiente titolo necessario per il riconoscimento di un individuo è la sua partecipazione alla comune umanità.
Tutti gli uomini, senza distinzioni di età, stato di salute, sesso, razza, religione, grado d'istruzione, nazionalità, cultura, impiego, opinione politica o condizione sociale meritano un rispetto incondizionato, sul quale nessuna ‘ragion di stato’, nessun ‘interesse superiore’, la ‘razza’, o la ‘società’, può imporsi. Secondo Papa Bergoglio, “ogni uomo è un fine in se stesso, ugualmente riconosce dignità alle alte cariche dello stato, politiche o ecclesiastiche quando chi le ricopre agisca per il rispetto della dignità umana. Pertanto la ‘dignità’ non consiste nel possedere onori, ma nella coscienza di meritarli”.

La dignità nelle sue prime concezioni non aveva niente a che vedere con il significato odierno essendo al contrario collegata all'esercizio di una carica pubblica: un significato aristocratico, elitario questo che permane nel termine di ‘dignitario’ e che si oppone al senso democratico che caratterizza oggi questo termine. Così per Thomas Hobbes la dignità non è un valore intrinseco dell'uomo ma solo il ‘valore pubblico’ dell'uomo che gli viene attribuito dallo Stato. Così anche per Montesquieu la dignità denota la distinzione propria dell'aristocrazia e si oppone in questo senso all'uguaglianza, cui attribuisce come primo significato del termine ‘dignità’ quello di ‘funzione eminente di rispetto che si deve a sé stessi’. Nella filosofia morale di Kant la dignità viene riconosciuta a ogni uomo in quanto essere razionale e perciò degno di essere considerato sempre come fine mai come mezzo.

Ma non serve qui rifare la storia del pensiero filosofico morale o politico per comprendere dove stiamo andando (?), oggi si abusa fin troppo del termine e tutti ne parlano come se fosse merce di scambio e non il risultato delle azioni individuali tali da far perdere quella ‘dignità’ di cui parlano, quella ‘dignità’, in quanto ‘entità’ sovrasensibile, che contraddistingue l’essere umano, cioè tutti coloro che agiscono moralmente al di sopra delle determinazioni sensibili della sua volontà che deve essere libera dalle inclinazioni del desiderio e della carnalità (Kant), e che va oltre il rispetto della vita in quanto essa è, al contrario nel rispetto della libertà umana.

Sembra a voi che oggi tutto questo accada? Dov’è finita la ‘dignità’ di questa classe politica? Come del resto accade per le parole ‘cultura’, ‘rispetto’, ‘fratellanza’, ‘comunanza’, ‘pace’ e tantissime altre, anche per ‘dignità’ sembra arrivato il momento della sua cancellazione dal vocabolario della lingua italiana (e non solo). Ma va qui rammentato che è quando un popolo lascia decadere la propria lingua in uno stato confusionale e nel progressivo abbandono, è sintomatico il suo ravvicinato e devastante declino morale.

È questo che vogliamo? Se la risposta è sì, personalmente non sto dalla vostra parte. Urge fare qualcosa per arrestare il flusso di questo degrado incombente. Meditate gente!


Bibliografia di riferimento:

(*) Emmanuel Levinas “Gli imprevisti della storia” – Inschibbollet 2016
(*)Maurizio Ferraris, ‘Introduzione’ a “Morale” ed a “Uguaglianza” in Le domande della Filosofia - Gruppo Edit. L’Espresso 2012 ,
(*)René Descartes, “Discorso del metodo”, RCS Libri 2010
(*)Giovanni Reale, ‘Prefazione’ a “Discorso del metodo”, op.cit.
(*)Mario Manfredi, “Teoria del riconoscimento”, Le Lettere 2004
(*)Zigmunt Bauman, “Intervista sull’identità”, Editori Laterza 2008 e “Modernità liquida”, Editori Laterza 2011
(*)Alberto Melucci, "Rassegna italiana di sociologia", n.43 (2002), e in “Identita e movimenti sociali in una societa planetaria: in ricordo di Alberto Melucci”, Milano, Guerini Studio, 2003.
(*)Stefano Rodotà, “Il diritto di avere diritti”, Editori Laterza 2012
(*)Umberto Galimberti, “Fiducia”, in ‘Le grandi parole’ – Polizia Moderna 2010
(*) Alasdair MacIntyre, “Animali razionali dipendenti” – Vita e Pensiero Edit. 2001

E inoltre:
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (1948)
Paul Ricœur, in J.-F. de Raymond, Les Enjeux des droits de l'homme, Paris, Larousse, 1988.
Stefano Rodotà, Il diritto di avere diritti, 2013
Vatican insider Documenti (in La stampa , 2015)
Th. Hobbes, Leviatano, cap.X , in A.Schulman, Definizione della dignità[collegamento interrotto]
I. Kant, La metafisica dei costumi

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- Teatro

Algeciras tra Flamenco e Oriente a Santa Severa

ALGECIRAS, TRA FLAMENCO E MEDIORIENTE - 12 agosto a Santa Severa - Roma

Se non sarete ancora partiti per le vacanze l'invito è per il 12 agosto alle 21.30 nella magnifica cornice del Castello Di Santa Severa per lo spettacolo ALGECIRAS, TRA FLAMENCO E MEDIORIENTE della compagnia Algeciras Flamenco.

'La danza gitana e il baile flamenco', tratta da 'Gitanos' articolo di GioMa presente in questo stesso sito.

Delle danze più arcaiche che il popolo nomade dei Gitanos era in uso improvvisare davanti al fuoco nelle notti di luna piena, come quelle propriamente rituali d’origine mitologica, oggi non si hanno notizie certe o quantomeno attendibili. Chiunque abbia avuto modo di vedere un gruppo danzare può rendersi conto che quei passi scaltri e quei gesti ieratici non appartengono a un linguaggio coreografico bensì sono l’espressione tipica dell’improvvisazione, tali da rispondere al riproporsi di una tradizione che non è mai venuta meno, che rispondono a una creatività sempre nuova e inaspettata, mai sconsiderata, che definirei piuttosto impulsiva nella loro arcana fruibilità. Riguardo allo stile si può facilmente dire che la ‘danza gitana’ come il ‘baile flamenco’ abbiano derivato la loro forma attuale partendo da concezioni diverse pur non del tutto dissimili. Diversi appaiono infatti i modi di esecuzione rilevati in un gruppo ‘gitano’ da un altro ‘flamenco’, variabile di zona in zona che sia il Sud o un’altra regione della Spagna; così come diversi sono gli esecutori ‘bailadores’ che improvvisano indipendentemente in uno stile o l’altro, una ‘zambra’ eseguita in una ‘cueva andalusa’ o di eseguire un ‘flamenco’ sul ‘tablao’ di un baraccamento gitano.

Influenze di altre danze risultano circoscritte all’interno del corpus fondante sia del ‘flamenco’ che della ‘danza gitana’ entrambe relegate a una forma espressiva per una certo verso ieratica, dall’altra tipicamente sensuale. In entrambi i casi legate all’interiorità del ‘gesto’ o a tutta una serie di ‘passi’, (aspetto esteriore della danza), come anche di un atteggiamento amoroso e passionale (che rispecchi invece l’aspetto interiore della stessa). Per questo è necessario scrutare nell’abilità e nel rigore di chi danza e di chi interpreta la danza. È così che nella costante ricerca delle culture individuate si possono riscontrare influenze etniche diverse: indiane, ebraiche, egiziane ed arabe confluite nel ‘baile flamenco’come nella ‘danza gitana, tali da renderle ancora più suggestive agli occhi di chi l’osserva. Oltre alla ‘zambra mora’ dove non mancano testimonianze dell’uso delle nacchere, troviamo la ‘moresca’, il ‘bolero’, la ‘malaguena’, la ‘sevilliana’ tutte estrapolazioni della ‘zambra’ medesima di cui si rintracciano poche e superficiali alterazioni nel ‘flamenco’ma che, in qualche modo riprendono lontane danze rituali importate dalla lontana India (accertata terra d’origine dei Gitanos), sebbene lontana ormai da ogni contestuale riferimento per la perdita del significato rituale originale.

Il ‘baile flamenco’ propriamente detto si presenta come una sequenza composita di temi espressi con costante ed eccessivo straniamento, capace di una trasposizione che in qualche modo vuole essere manifestazione fisica dell’emozione appassionata e furtiva dell’emozione intimistica, espressa nella tremenda liturgia della danza. Manuel Barrios scrive: “Con il sudore che le scende per tutto il corpo, nel mentre ripete una, mille volte un passo; una mille volte trasfigura nel tremore del gesto che l’accompagna; come tenuto da un fantasma nell’esercizio della grazia e del dolore, con lo sguardo al suolo, con la bocca contratta in un sorriso sdegnoso, arcano”. Sì che viene da chiedersi perché di tutto questo, la cui risposta è racchiusa nel ‘duende’. Quel ‘duende’ che Garcia Lorca ha pienamente espresso nella conferenza “Teorya y fuego del duende” come principio spirituale e demoniaco dell’estetica gitana, che supera ogni esteriorità folkloristica ed imprime un’estrema purezza alla rappresentazione “..in cui le forme si fondono in un anelito superante le loro espressioni visibili”.

Una serata che mette in scena il fascino della molteplicità culturale depositata nel bacino del Mediterraneo.

Lo spettacolo è inserito all'interno del prestigioso Festival Sere D'Estate 2018.

Elisa Fantinel
Ufficio Stampa e Comunicazione
3358160566
www.elisafantinel.it

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- Cinema

Giornate degli Autori a Venezia

VENEZIA 2018 Giornate degli Autori in collaborazione con CINEUROPA il meglio del cinema Europeo.

Rithy Panh, Joachim Lafosse e Stefano Savona alle Giornate degli Autori
di Vittoria Scarpa

24/07/2018 - La 15a edizione della sezione parallela alla Mostra si svolgerà a Venezia dal 29 agosto all’8 settembre, con 11 film in concorso, eventi speciali e Jonas Carpignano presidente di giuria.

Un ‘festival nel festival’ ricco e variegato, con proiezioni, eventi speciali, incontri con gli autori e momenti di riflessione sul cinema, la creatività e l’identità europea. E’ quanto promette la 15a edizione delle Giornate degli Autori, la prestigiosa e vitale sezione autonoma guidata da Giorgio Gosetti che si svolgerà parallelamente alla Mostra di Venezia dal 29 agosto all’8 settembre 2018.

Undici i film in concorso, tra opere prime, seconde e di cineasti affermati, di cui la metà diretti da donne. Si partirà con Rithy Panh (candidato all’Oscar 2013 per L’immagine mancante e la sua coproduzione Cambogia-Francia, Les Tombeaux sans noms, che, attraverso la storia di un uomo che va alla ricerca delle tombe dei suoi familiari sterminati dai Khmer rossi, si interroga sul senso della memoria. Un western femminile è Continuer di Joachim Lafosse (Belgio-Francia), con Virgine Efira, primo adattamento letterario (dal romanzo omonimo di Laurent Mauvignier) per il regista di À perdre la raison e Dopo l’amore. La francese Claire Burger debutta ‘in solitaria’, dopo il premiato Party Girl, con C’est ça l’amour, racconto della vita di un uomo (interpretato da Bouli Lanners), che in assenza di sua moglie deve occuparsi di due figlie adolescenti in crisi. L’italiano Valerio Mieli torna invece a Venezia, dopo Dieci inverni nel 2009, con Ricordi?, una lunga storia d’amore raccontata attraverso i ricordi, ‘un fantastico viaggio nella testa di ciascuno di noi’ lo definisce il delegato generale Gosetti, con protagonista Luca Marinelli.

Tra gli altri titoli europei in concorso, l’austriaco Joy di Sudabeh Mortezai, viaggio verso la libertà di una donna nigeriana costretta a prostituirsi, e l’opera prima franco-svizzera P.E.A.R.L. di Elsa Amiel, ambientato nel mondo del bodybuilding femminile. Coprodotto dalla Francia è il brasiliano Domingo, tragicommedia surreale co-diretta da Clara Linhart e Fellipe Barbosa (Gabriel e la montagna); belgo-canadese è il film di chiusura, fuori concorso, di Nicole Palo, Emma Peeters, una commedia che tratta in modo originale e ironico il tema del malessere dei trentenni.

Tra gli eventi speciali si segnala l’omaggio al tedesco Alexander Kluge, classe 1932, di cui sarà presentato in prima mondiale Happy Lamento, un film che Gosetti definisce ‘sorprendente, spiazzante, giovanile’, e poi Il bene mio dell’italiano Pippo Mezzapesa, il titolo cipriota The Ghost of Peter Sellers di Peter Medak e la produzione tedesca Why Are We Creative?, in cui Hermann Vaske pone ad artisti, intellettuali, premi Nobel e Oscar, nell’arco di trent’anni, la stessa domanda: Perché siamo creativi?

La rivelazione dell’anno Stefano Savona, premiato a Cannes per il suo La strada dei Samouni, animerà una delle ‘Notti veneziane’ alla Villa degli Autori, pensate quest’anno come uno spazio informale di dialogo e riflessione con gli autori, tra cinema e racconti personali. I Miu Miu Women’s Tales di questa edizione sono diretti da Dakota Fanning, al suo esordio come regista, e da Haifaa Al-Mansour (La bicicletta verde).

Si ricorda infine che ad assegnare il GdA Director’s Award 2018 saranno i 28 giovani europei selezionati nell’ambito del programma 28 Times Cinema, realizzato in collaborazione con Cineuropa. Quest’anno la giuria sarà guidata per la prima volta da un regista italiano, Jonas Carpignano, candidato nazionale all’ultima edizione degli Oscar con A Ciambra.

Tutti i film in concorso delle Giornate degli Autori 2018:

Les Tombeaux sans noms - Rithy Panh (Cambogia/Francia)
C’est ça l’amour - Claire Burger (Francia)
Continuer - Joachim Lafosse (Belgio/Francia)
Domingo - Clara Linhart, Fellipe Barbosa (Brasile/Francia)
Joy - Sudabeh Mortezai (Austria)
José - Li Cheng (Guatemala/Stati Uniti)
Mafax - Bassam Jarbawi (Palestina/Stati Uniti/Qatar)
P.E.A.R.L. - Elsa Amiel (Francia/Svizzera)
Ricordi? - Valerio Mieli (Italia/Francia)
Three Adventures of Brooke - Yuan Qing (Cina/Malesia)
Ville Neuve - Felix Oufour-Laperrière (Canada)
Fuori concorso
Emma Peeters - Nicole Palo (Belgio/Canada)

Eventi speciali
As We Were Tuna - Francesco Zizola (Stati Uniti/Italia)
Dead Women Walking - Hagar Ben-Asher (Stati Uniti, in collaborazione con il Tribeca Film Festival)
Goodbye Marilyn - Maria Di Razza (Italia)
Happy Lamento - Alexander Kluge (Germania)
Il bene mio - Pippo Mezzapesa (Italia)
The Ghost of Peter Sellers - Peter Medak (Cipro)
Why Are We Creative? - Hermann Vaske (Germania)

Notti veneziane
‘Carta bianca a Stefano Savona’
Il teatro al lavoro - Massimiliano Pacifico (Italia)
I villani - Daniele de Michele (Italia)
L’unica lezione - Peter Marcias (Italia)
One Ocean - Anne De Carbuccia (Italia)
Miu Miu Women’s Tales
Hello Apartment - Dakota Fanning (Italia/Stati Uniti)
The Wedding Singer’s Daughter - Haifaa Al-Mansour (Italia/Stati Uniti)

PREMIO LUX 2018
Styx, Woman at War e The Other Side of Everything in lizza per il Premio LUX
di David González.

24/07/2018 - I tre finalisti viaggeranno per tutto il continente. Il premio verrà consegnato al Parlamento europeo il 14 novembre.

Today, at the Giornate degli Autori press conference, President of the European Parliament Antonio Tajani and Coordinator of the Committee on Culture and Education Silvia Costa announced the three films in competition for the 2018 LUX Prize. Styx by Wolfgang Fischer (Germany/Austria), The Other Side of Everything by Mila Turajlić (Serbia/France/Qatar) and Woman at War by Benedikt Erlingsson (Iceland/France/Ukraine) have been chosen from the ten-title Official Selection.

The three films – all of which coincidentally put female characters in the spotlight – and the topical themes that they address are a call to action in these difficult times. Styx is the odyssey of a solitary woman into the blue of the ocean, tackling the vital challenge of immigration and refugees. The Other Side of Everything marks the second time in LUX Prize history that a documentary has featured among the three finalists and is a tender portrayal of a woman, whose story tells the history of her country and Europe as a whole, from a tumultuous political past to the dangers of nationalism. Meanwhile, Woman at War is an energetic, environmental and feminist saga, a call for civil resistance to fight for and save nature from industrial greed and hegemony.

The announcement followed the screening at Casa del Cinema in Rome of last year’s LUX Prize winner, Sámi Blood by Amanda Kernell. The film, which was also awarded with the Audience Mention at the Karlovy Vary International Film Festival recently, was introduced to audiences by Silvia Costa.

The three films will become the core of the 2018 LUX Film Days in the autumn, and will be screened in more than 50 cities and festivals across 28 European countries. With each film subtitled in the 24 official languages of the European Union, every year an even wider audience will be able to discover these films and identify with the topics they address. This year’s LUX Film Days will again be organized by the European Parliament Liaison Offices, and thanks to the cooperation with Creative Europe, audiences throughout Europe can enjoy the unique cinematic events of simultaneous screenings: the movies will be screened in several theatres at the same time, connecting audiences via live interactive discussions with the filmmakers.

The winning title, voted for by the members of the European Parliament, will be further adapted for those with visual and hearing impairments. The winner – which will be announced on 14 November in Strasbourg – will also receive promotional support during its international release.

Lastly, this year’s participants in the 28 Times Cinema initiative will be attending LUX Prize events during the Giornate degli Autori at Venice, taking part in workshops and debates, before becoming the LUX Ambassadors in order to present the seventh edition of the LUX Film Days in their respective countries.

Diciannove in tutto i film della sezione dedicata alle nuove tendenze del cinema mondiale, che saranno valutati da una giuria presieduta dalla regista greca Athina Tsangari e composta dal regista americano Michael Almereyda, l’attrice iraniana Fatemeh Motamed-Aria, il critico cinematografico francese Frédéric Bonnaud, lo sceneggiatore egiziano Mohamed Hefzy, la regista canadese Alison Mclean e il regista italiano Andrea Pallaoro.

Tra i titoli selezionati, altri due film italiani, entrambe opere prime: Un giorno all’improvviso di Ciro D’Emilio, ‘un piccolo film che rischia di passare inosservato ma che, come Manuel l’anno scorso, potrebbe diventare un piccolo caso. Da non sottovalutare’, assicura Barbera; e La profezia dell’armadillo di Emanuele Scaringi, dalla graphic novel del fumettista Michele Rech, in arte Zerocalcare.

Dalla Francia arrivano i debutti di Mikhaël Hers (Amanda) e di Sarah Marx (L’Enkas). Il resto della selezione spazia in tutto il mondo, ma con una diffusa partecipazione europea: tra gli altri, La noche de 12 años, terzo lungometraggio dell’uruguayano Álvaro Brechner (una coproduzione Spagna/Argentina/Francia), l’opera prima autobiografica Deslembro di Flavia Castro (Brasile/Francia/Qatar) e il titolo kazako coprodotto da Polonia e Norvegia The River di Emir Baigazin.

Si segnalano inoltre l’israeliano Stripped di Yaron Shani (coprodotto dalla Germania), primo capitolo di una trilogia che svela, secondo Barbera, ‘un grande talento registico’, e il terzo film dell’autore palestinese Sameh Zoabi, Tel Aviv on Fire, una commedia satirica sui conflitti culturali tra israeliani e palestinesi, coprodotta da Lussemburgo, Francia, Israele e Belgio.

Infine, un cenno alla nuova sezione non competitiva Sconfini, dedicata alle opere senza vincoli di genere, durata e destinazione: da segnalare il nuovo film del fumettista Gipi, Il ragazzo più felice del mondo; Arrivederci Saigon di Wilma Labate, l’incredibile storia di una girl band in tour in Vietnam durante la guerra; e l’extended cut (189 minuti) di The Tree of Life di Terrence Malick.

I film della selezione Orizzonti 2018:
Sulla mia pelle - Alessio Cremonini (Italia) (film d’apertura)
Manta Ray - Phuttiphong Aroonpheng (Thailandia/Francia/Cina)
Soni - Ivan Ayr (India)
The River - Emir Baigazin (Kazakistan/Polonia/Norvegia)
La noche de 12 años - Álvaro Brechner (Spagna/Argentina/Francia)
Deslembro - Flavia Castro (Brasile/Francia/Qatar)
The Announcement - Mahmut Fazil Coşkun (Turchia/Bulgaria)
Un giorno all’improvviso - Ciro D’Emilio (Italia)
Charlie Says - Mary Harron (Stati Uniti)
Amanda - Mikhaël Hers (Francia)
The Day I Lost My Shadow - Soudade Kaadan (Siria/Libano/Francia/Qatar)
L’Enkas - Sarah Marx (Francia)
The Man Who Surprised Everyone - Natasha Merkulova, Aleksey Chupov (Russia/Estonia/Francia)
Memories of My Body - Garin Nugroho (Indonesia/Australia)
As I Lay Dying - Mostafa Sayyari (Iran)
La profezia dell’armadillo - Emanuele Scaringi (Italia)
Stripped - Yaron Shani (Israele/Germania)
Jinpa - Pema Tseden (Cina)
Tel Aviv on Fire - Sameh Zoabi (Lussemburgo/Francia/Israele/Belgio)

PALIĆ 2018
Neil Young • Programmatore, EFF Palić

‘L'idea è di rispondere a ciò che sta succedendo’ di Bénédicte Prot
23/07/2018 - Cineuropa ha incontrato il nuovo programmatore di EFF Palić, il critico cinematografico britannico Neil Young, per parlare dell'identità del festival.

Starting this year, for the 25th edition of the European Film Festival Palić, film critic Neil Young (The Hollywood Reporter, Sight & Sound, Tribune), also the former director of the Bradford International Film Festival and a consultant for such events as the Viennale, has been called upon to bring his distinctive eye and enthusiasm for fresh, daring, surprising offerings to two different programmers: the competitive Parallels and Encounters section, which gathers together Central and Eastern European films ‘touching on political and social topics in accessible and illuminating ways’, in Young's words, and Young Spirit of Europe, which screens movies in an open-air theatre and takes the public on a trip through a selection of ‘experimental, avant-garde, offbeat, underground and unclassifiable cinema from all over the continent’.

Cineuropa: What brought you to Palić? How would you describe the identity of the festival?
Neil Young: I first came here as a jury member in 2011. At the time, I didn't know much about Palić or Subotica in terms of culture, etc – although I had been interested in the ex-Yugoslavian area ever since I reviewed Bread and Milk by Jan Cvitković [who has a film here, Out of Competition, The Basics of Killing) back in 2001 at Tallinn, which took me to the Ljubljana Festival, which then led me to meet Serbian people, etc – but I've been here pretty much every year since then, and I've learnt more about the area.

Over the last 25 years, Palić has gradually developed as a film festival, of course, but in the last seven years, this part of the world has become a focus internationally, as a kind of geopolitical frontline between the EU and the non-EU. In 2011, the Hungarian border, just a few kilometers away from Subotica, was basically a metal pole that you went through – I remember an old lady cycling through – but as it became a key point where lots of migrants and refugees were crossing into Europe, now it's like a fortified military encampment, and ‘Fortress Europe’ is the new catchphrase, if you listen to people like Austrian Chancellor Sebastian Kurz. So Palić is a film event, but it is also part of this region, and you cannot ignore the fact that there are things happening that we are now at the epicenter of, which of course culture has to respond to.

Parallels and Encounters is in fact dedicated specifically to the Central and Eastern European film industries.

We are actually talking about a gigantic area extending from, let's say, Slovenia and the Czech Republic to Vladivostok – so that's half of Eurasia there, and in this gigantic area, we also decided to include Turkey. So diversity is the key word here. In this spirit, this year, we have selected three short films in the section, which hadn't been done before, as well as two documentaries. The idea is, again, to respond to what is going on in the world of cinema. What the artists do can be very different, from Slovenia to Murmansk, and funneling that into a limited number of programmers, that is the challenge – but if there are interesting artists making short films or documentaries [such as Radu Jude with The Dead Nation, which is the final film in the program, in agreement with Miroslav Mogorović, the other selector for the program, I'm choosing to respond to that. If the audience, in turn, is receptive, next year I might add some more short films. It's all about adjusting the balance and trying things. With a festival of this size, you get direct feedback, so if the audience don't like it, they will tell you.

The bold and surprising qualities of both of your programmer suggest that you are keen on bringing something new to the table. Is there a certain direction you would like to see the sections you are curetting take?

Obviously, there is a certain degree of autonomy for each programmer, but we have to work within the structure that the festival has developed over the years, as a team, also bearing in mind the fact that there are a dozen sections which are catering to different audiences – again, it's a very diverse festival – and that you have to work with them in mind, and think of the kind of audience that you can develop for the films. The movies that Nenad Dukić is showing in the evening at the big outdoors Summer Stage, which is beautiful, are mainly seen by local people and some holidaymakers, while obviously I get a very different audience at 10pm at the outdoors screenings showing more avant-garde, experimental cinema. What we want to do is keep that diversity and extend it, to get even more of everybody.

KARLOVY VARY 2018
Adele Tulli • Regista
‘Miro a generare prospettive per contrastare le narrative eteronormative’ di David González

17/07/2018 - KARLOVY VARY 2018: Abbiamo incontrato la filmmaker italiana Adele Tulli, che ha vinto l'Eurimages Lab Project Award a Karlovy Vary con il suo progetto Normal
The Karlovy Vary International Film Festival’s industry events included the Eurimages Lab Project Award selection once again this year, boasting projects with concepts that go beyond traditional film methods and are based on international cooperation. A €50,000 prize was bestowed upon the project by Italian filmmaker Adele Tulli, entitled Normal and produced by FilmAffair, and depicting a journey through gender norms in contemporary Italy. We met up with her to discuss the film, still in the making.
Cineuropa: What is at the core of your project? What are its origins?

Adele Tulli: I began this project as a piece of PhD research four years ago. At the time, while the Italian Parliament was discussing several progressive issues such as gender education in schools and gay civil unions, the very word "normal" became omnipresent within the national public debate: it was being used by both the conservative groups encouraging the protests against the bills, and the organisations defending and promoting them. Both sides were somehow involved in defining polar-opposite ideas of what counts as "normal" – which gender roles and sexual preferences are worthy of a respectable social identity. My intention with the film was to articulate some of the thoughts and ideas regarding the everyday practices and routines that establish what is acceptable group conduct in terms of gender and sexuality. By sketching a portrait of the ritualised performance of femininity and masculinity during ordinary interactions, Normal looks at the daily spectacle of gender normativity through a slightly distorted yet intimate lens, exploring the contradictions and struggles that populate our existences, as we have to conform to society’s expectations.

How do you think your film will respond to the current issue of the representation of gender in art, and in cinema in particular?

The representation of gender in art and cinema has generated the most challenging, thought-provoking and revolutionary approaches as well as the most normative and even offensive ones. I think my film does not intend to offer any clear-cut responses, but rather aims to raise critical questions about how we construct and inhabit our identities as females and males, and what the internalized behaviors’, gestures, attitudes, roles and expectations are for each gender. Essentially, the film investigates the complex dynamics that shape people’s desires and identities, and it attempts to do so by using cinema as a form of art that can interrogate and challenge reality, rather than simply representing it.

You are one of two female professionals behind this project. Will the female experience be highlighted in it particularly?

For me, being a female director does not equate to having a specifically ‘feminine’ point of view, which is necessarily antagonistic to that of a male colleague. I do not believe in anything ‘essentially’ feminine or masculine. I think we need to fight in order to have more films directed by women simply because opportunities are not the same at the moment: despite women now being well represented in film schools, very few manage to get their first film made, and on average, women directors get lower budgets than their male counterparts. In Normal, my aim is to stimulate reflection on how both genders are constructed and performed by individuals in contemporary society, and how this process translates into several forms of oppression.

What are your views on the flagrant inequality between women and men in the film industry? How can we work to fix it?

The statistics on gender inequality in the film industry are disheartening. In almost every role – from directors to writers and cinematographers – women are underrepresented. But this is also true in so many other sectors. It is difficult to say in a few words how we can work to fix this, but I believe the first step in every change always starts with education. As I have the privilege to teach film students, I invest a lot of energy in creating a feminist learning environment (which for me includes not only what and how you teach, but also being aware of the power dynamics within the classroom). Then, of course, at the industry level there should be programmers encouraging equal gender representation in festival selections, juries, funding bodies and so on, to build a more inclusive industry.

You are interested in exploring this topic through creative documentary. What are the positive things that this approach can bring to the subject?

I consider documentary to be a ‘per formative act’ between images and the reality that they are supposed to represent. My approach to non-fiction does not necessarily pursue objective truths, but instead subjective perspectives. In other words, for me, documentary forms can be used to provoke a critical interpretation of the reality they observe. In my film, I aim to present a disorientating portrait of accepted ideas of normality, and to generate critical and open-ended perspectives to counter hetero normative narratives.
What will the Eurimages award help you with in particular? What do you still need in order to complete the film?

We are extremely happy and grateful to have won the Eurimages award because it will help us to complete the post-production of the film.

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- Poesia

Paola Parolin - intrigo e magia della poesia-descrittiva

Paola Parolin … intrigo e magia della poesia-descrittiva contemporanea.
“E uscire alfine” – Cierre Grafica - Anterem Edizioni 2018.

“… il piano sequenza di vita / unica / in evoluzione / non per giustapposizione di esperienze / - vero viso vero nudo - / rivelato”

Brevità e concisione per una scrittura senza maiuscole, ove finanche gli accapo risultano fittizi di un discorso sospeso, distonico e audace. Altre volte del disimpegmo ma solo apparentemente, poiché la sintassi in realtà non sembra servire al linguaggio descrittivo dell’autrice basato non sulla narrazione bensì nell’adempiersi di una concezione ontologica del senso, oltremodo racchiuso nell’oggettività del concetto medesimo cui è tolto il senso, preso in ‘a solo’ e nella piena significazione della parola scritta …

Esempi:
“quanto di tanto conosciuto fidato sentire amicale se non / amoroso al ricordo icona di cavaliere su stele marmorea / in appartato luogo oppure in spazio vitale aperto alle folle / uno solo tradito e per tutti un’ombra scura cappa di malinconia / i passi futuri a ricordare come chi segue rivive del / fatto incompiuto come il tradito ricostruisce ogni giorno / il cammino”

“una raggiera di righi / da un foro centrale / specchio o cervello malato / una ragnatela che chiude / quanto più s’allarga // spicchi taglienti / immagini distorte / un pensiero unico scabro / si rannicchia nel vuoto / e ancora // spicchi di foro / in cervello a raggiera // scabri righi / damnatio memoriae”

Dove non c’è significazione di frase, nulla è tolto alla chiarezza delle parole che altresì si affermano per quelle che sono, cioè singole portatrici di senso, scaturito dalla stessa materia connettiva che ne determina la portata e che il potere della mente mnemonica predispone a un medesimo denominatore ‘altro’, libero dal pretesto poetico-letterario del significare, del diffondere messaggi o distribuire morale. Si è qui davanti a un atto creativo del linguaggio, funzionale di una scrittura dettata non tanto da emozioni contenute quanto dall’intuizione dell’attimo …

Esempi:
“Il saluto gioioso al principio / si spegne / poi / quando si stringe il contatto / vira in poche sillabe il disincanto (discanto) // stupore / dolore / - il saluto gioioso al principio / ingessato / nel suo non significare”

“dal coro / le voci / un’eco / nello spazio – sequenza - // parlano / oggetti angeli rosa turrite città / trasparenti fonemi da triplici segni – e unico sentire -// per quanto sono parola / leggerezza spogliata / isolata un poco / dissociata / fuori dal mondo”

Quasi che il linguaggio poetico di Paola Parolin abiti sì la lingua parlata dall’autrice ma non la sua scrittura che appartiene invece all’esperienza inintelligibile dell’ultima generazione poetica che non lascia spazio a interpretazioni di sorta, in ragione di una forma di astenia che la imprigiona nel chiuso del guscio espressivo dal quale stenta a liberarsi ed esternare ‘en plein aire’ la linfa che altresì scorre fluente nelle sue vene. È indubbiamente un fatto di ‘ipersensibilità’ sonora di cui si avvale la musica contemporanea che ha destabilizzato l’‘armonia’ assoluta, in funzione dell’assorbimento degli effetti sonori esteriori, cioè esterni al luogo di registrazione o della sala da concerto deputati all’ascolto ...

Esempi:
“cosa hanno veduto / quanto era stato mostrato / binari di genere / consolidate armonie / consuetudini / in cerca // una radice / a formare vero / un dire forte / come / in principio era il verbo”

“altro / lo sguardo perduto / provoca la sua impazienza / inerte // richiama la sua stizzita attenzione / schizoide / male appaiato / all’anima // un impeto / soltanto per aggredire / dall’altra parte // mostra il suo viso”

Ovviamente senza nulla togliere alla poesia contemporanea che si esprime per linee urbane e metropolitane, ci troviamo davanti a un uso ‘pedestre’ dei concetti assorbiti dalla porosità dei muri sui quali sono graffiti, coadiuvati da una scrittura nuova o, per così dire ‘altra’ non conforme alla grafia poetico-letteraria cui siamo abituati; ciò nulla toglie alla sua validità, che va oltremodo studiata e apprezzata per la sua capacità immediata di comunicare di cui il linguaggio poetico è spesso stato carente. Se verosimilmente la musica è ferma alle ultime battute della contaminazione sonora e della manipolazione elettronica spesso asettica, altresì il testo ha sviluppato linee di un lessico assoluto e incondizionato proprio della insonorizzazione delle parole di cui fa uso …

Esempi:
“travolgente / strafottente / esilarante / esagerato / il deserto per mettersi a nudo / per mascherarsi la città / nello specchio / lo stesso riflesso / ingentilito dalla luce del tramonto”

“fu sera / e fu mattina nel racconto / poi che le cose furono create / multiformi vite / insieme con occhi diversi / le danze del convito un simulacro / pure si va con piede leggero / uno accanto all’altro / in disegno complicato / cercando il nucleo di quella fede”

Lo rileviamo nell’odierna ‘canzone’ la cui base musicale, pur essendo per lo più sempre la stessa, fa da supporto a interazioni lessicali straordinarie, non solo di un certo spessore culturale, quanto portatrice di contenuti inusitati, per l’appunto ‘altri’ che sforano (spaccano), i consensi ordinari di un fare comunicazione oltremodo ficcante (cioè che arriva) che è poi il raggiungimento dello scopo non sempre e necessariamente predeterminato, ma altresì dinamico-creativo …

Esempi:
“in una dimensione sferica / s’incontrerebbero tutti / - visi a occupare lo spazio - / dimenticando la sequenza dei giorni / atmosfere corrosive hanno sottratto colore / fantasmi di frme felici / dove era il tempo / una malinconia concreta di niente / si appesantisce come cappa”

“la bellezza in un attimo / riconoscersi effimere sull’acqua / che divora // si può così / non lasciare il segno anime visibili // - un mondo sull’acqua (mondo liquido) / parla / la lingua trattenuta ora e là / in concorrenza / disvela senza pudore la via / la tua corrisponde”

Ovviamente l’autrice di questa silloge non scrive canzoni, tantomeno si presta all’uso rapper di volgere la rima ma, c’è sempre un ma che adocchia da dietro lo stipite di una porta, il musicista rap potrebbe fare buon uso dei suoi testi e volgerli nella giusta direzione ‘sonora’ e altrettanto accattivante di quella che senza alcun dubbio è la cifra poetica di Paola Parolin.

Lo confermano le immagni grafiche di David Raimondo utilizzate nell’impaginazione, riprese dall’immaginario simbolico del pensiero taumaturgico, e lo stesso inserimento nella collana ‘Via Herákleia’ che accoglie le divrse ‘forme della poesia contemporanea’… “il nulla dei giorni a venire all’improvviso voi mortificati di / nuovo imparare per rimandi in immagini moltiplicate dal / tempo evoluta creazione i risorgenti sulle strade di/ Darwin disconoscono il diritto del sangue e del suolo e / camminano sulle tracce dei fratelli minori”.

L’autrice Paola Parolin è medico in Verona, più volte segnalata al Prenio Lorenzo Montano, ha partecipato ad alcuni laboratori poetici coordinati da Ida Travi negli anni 1999-2008. È del 2011 il libro “Parola corale”. Nel 2013 ha pubblicato la raccolta in versi “Interni, Esterni, Interni”. Nel 2007 insieme ad altri autori ha pubblicatola raccolta poetica “Trittico della sera di carta”, tutti editi da Cierre Grafica.

‘E uscire alfine ‘… per ritrovarci insieme a parlare di poesia ‘oltre le apparenze’.

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- Poesia

Giorgio Bonacini o l’algoritmo della poesia descrittiva

Giorgio Bonacini o … l’algoritmo della ‘poesia descrittiva’ contemporanea.

 

Nello specifico metaforico del linguaggio musicale la ‘poesia’ abbraccia l’idealità del ‘suono puro’ che sta all’origine dell’armonia di fondo, di prevalenza variabile piuttosto che statica, nell’indugiare osservante di una partitura. Suono quindi, partecipe di quella mobilità simbolica che ogni ‘variazione sul tema’ apporta in forma creativa allo svolgimento narrativo di una sinfonia corale ...

 

“Dalla concentrazione pura / le prime parole emergono con una velocità / senza fretta - come se si dovesse / contemplare l’estraneità dei fiori / nella ripetizione di un principio insoddisfatto …”

 

Contestualmente a: “Si pensa allora a un’alternanza di rugiade / a un oscuro lavoro di meditazioni / nella similitudine terrestre …”

 

Formula quella della ‘variazione’ che accomuna all’afflato poetico, per definizione ‘cantabile’, la verbalità per eccellenza ‘orale-narrativa’ della scrittura tensiva di Giorgio Bonacini, che trova nella ‘epitasis’ greca quello che ben possiamo definire l’algoritmo della poesia simbolico-descrittiva che lo contraddistinge, la cui tensione espressiva egli spinge in modo del tutto personale nell’imperfetto contemporaneo ... “Trilli / fonòfoni / e suoni / e quanda’anche / cervello / arzigogoli / chiari / il pasticcio / neurotico / e cerebro”.

 

L’insolita chiave di lettura matematico-filosofica delle ‘performance poetiche’ che l’autore mette in atto, palesa un officiare ‘verità obliate’ che rispondono al richiamo degli elementi in natura che, una volta evocate, si dispongono secondo ‘combinazioni concatenate di locuzioni’ per una esibizione integrale di se stesse, dando senso all’indecidibile derridiano, ineffabile e indefinibile del “..perché si rannuvola il cielo / ad esempio” …

 

“È quindi impossibile / perdere il senso / di roccia nel vento / l’immagine attende / e si vede la calma / si forma l’inganno”.

 

Secondo la teoria introiettata dall’autore di “Quattro metafore ingenue” (*), la ‘poesia’, quando osservata da vicino, s’avvale di un’autonomia essenziale che la rende ‘invisibile’, (da cui l’inganno), in ragione di una sospensione del tempo che la proietta verso una soglia estrema, irraggiungibile, tuttavia partecipe di quella ‘esistenza interiore’ precipua dello spirito eletto …

 

“I rami che si staccano dai rami / cadono / e non ci dice più nulla / della loro caduta / il loro schianto / sensibile”.

 

Conformemente a: “L’artificio è equiparabile / al mio sguardo / un astratto rinnovarsi / di andature / in carreggiate fisiche”.

 

La reminiscenza di qualcosa ch’è stato e che invita alla meditazione di quella ‘conoscenza primaria’ che fa da cassa di risonanza al silenzio che tutto avvolge: ‘il silenzio del sacro’; il cui pieno coinvolgimento porta alla separazione dello spirito (soprasensibile) dall’intelletto (sensibile), emotivamente insostenibile in quanto antròpico dell’umano sentire.

 

Ne scaturisce una sorta di ‘discantus’ che nel linguaggio musicale assume forma polifonica del canto, consistente nell'aggiunta di una ‘voce’ in moto contrario all'andamento uniforme e parallelo dell'organum primitivo che si colloca al di sopra del canto dato, per un dialogo diretto con un ‘ipotetico prescelto’, relativo all’ego creativo dei sogni, ma …

 

“La saggezza dei sogni è diversa / trascorre / la sua nitidezza e dilegua/ Nel sonno / la perdita è tutto / la dissipazione stupenda / lo squilibrio abissale […] Immancabile scorre inesausta / la sapienza dei sogni.”

 

La forma del ‘discantus’ si inserisce qui, fra gli interstizi lasciati dalle parole, come suono a se stante, pulito e inequivocabile, di un risentimento di avvenuto distacco che risponde a una intenzionalità superlativa d’elevazione dall’ordinario, di per sé  ‘pedestre e spesso mediocre’, equivalente di una fuga dalla realtà ingenerata da una infelicità reiterata nel tempo, alla ricerca costante del proprio riscatto …

 

“Cos’è che ci trattiene dal toccare? / Si isola una prima conoscenza / nella dimestichezza delle gocce naturali / e appare la durezza di una pietra…”.

 

O meglio, all’ancorché motivata composizione/scomposizione di quella ‘musica assoluta’ che dia equanime risonanza al proprio concerto interiore …

 

“Cosa manca allora per incidere ripetere o svelare in sé la qualità fine di un’ombra? … Penso a ciò che si può amare alla coscienza che cerchiamo nelle cose – non è più quella dell’ombra né il ricordo o l’esclusione che si vuole. […] Forse l’invasione è solo questa – una città dai tempi morti e gli occhi grandi come guardi una figura nell’infanzia o l’illusione che verrà.”

 

Ma se la ‘lingua’ è l’anima che tiene vivo un popolo, la libertà d’espressione equivale alla sua identità come il bene più prezioso da conservare, ciò che da senso all’atto di apprendere, e che l’io collettivo (che non esiste), pur definisce in senso di comunitario e glocalizzato della globalizzazione in atto, necessario a raccontare il mondo attuale, la tecno-sfida di quel linguaggio intraducibile che in qualche modo va riconquistato.

 

Come andare alla riconquista di un passato latente che va incontro, strano caso futuribile, al pensiero ancestrale degli antenati, in quanto sindrome illusoria d’illegalità legittimata dall’ego, privato e isolato, che esprime la propria individualità, al tempo stesso ambivalente e unanime, in ambito sociale, per un’autonomia della vita interiore, che si rivela nella …

 

“..forza contratta / esclusiva / (come di) una forma di fuoco / che inventa nel nulla / e induce il suo canto / tra il ritmo battente / e ciò che soltanto / le ciglia pensiamo / possano avere / se fossero fili / intuibili d’erba / di pioggia e di vento / […] / o alternanze di scavi / di anfratti / visibili solo / immergendo le dita / in quel vuoto / impassibile duro / dissimile in tutto / dal mondo di […] di chi scrive / e rivolge lo sguardo / a una sillaba assurda / a un dolore apparente / ma vivo”.

 

Come in Gaston Bachelard, filosofo, epistemologo illustre, autore di numerose riflessioni legate alla conoscenza e alla ricerca del nuovo spirito scientifico, le cui osservazioni sul ‘l’impegno razionalista’ e ‘l’intuizione dell’istante’, la ‘poetica dello spazio’ e la ‘psicoanalisi del fuoco’ aperte alla disamina filosofica contemporanea, Giorgio Bonacini può vantare nel suo stretto ambito critico, un’importante intromissione ‘poetica’ nel campo della linguistica emergente.

 

Fra le sue molte pubblicazioni figurano inoltre ‘poesie visive, sonore e artistiche’ nate dalla collaborazione con il gruppo Simposio Differante, in cui figurano testi di critica letteraria apparsi in riviste nazionali quali “Anterem” ad esempio, in cui il ‘linguaggio concreto’ delle performance si spinge alla ricerca dell’assoluto interiore, onde - egli scrive ...

 

“..scavare, conoscere e riconoscere, così come pensare e interrogarse sono l’essenza stessa dell’odierno esistere".

 

Contestualmente a: “Di tutto non si può dire. / Qualcosa ci attraversa / e ci separa – il vetro è silenzioso / il paesaggio muto / […] / Di noi si è senza /Non ho visto mescolanze / non ho visto niente / […] Ma non è così stabile / questo sgomento – ha l’incauta esattezza / dell’erba e la stessa aderenza / Di noi si è senza, impropriamente / senza / drasticamente senza / […] Ha devastato l’illusione il corpo / d’ombra, la sua impronta, l’equilibrio / del disegno nel ricordo del riflesso / Non ho visto smarrimenti / non ho visto niente – di noi / si è senza, naturalmente senza”.

 

È in questo suo vagare tra la distanza e il limite raggiungibile del suo pensiero che la dimensione onirica della ricerca affronta l’algoritmo del ricongiungimento (impossibile) col sacro, in quel dualismo che sta alla base del soccombere umano prima di giungere in cima alla piramide inanimata del divino, ove già Icaro tentò il grande balzo, per poi rovinare in discesa …

 

“Troppa la distanza, il limite / il confine – l’esistenza di un distacco / ancora opaco e irraggiungibile / […] / Troppo antica quell’altezza / in sommità – il prolungamento / innumerabile disposto nel disagio / […] / Mi riduco a sconfinare / a farti correre all’istante proprio qui / in un tempo preso ad inseguire / ad esaudire una distanza / Ma nel viaggio resto immobile / e costretto – e mi concentro in ogni cosa / cerco il vuoto di un tormento / Forse è l’albero, la luce, il forte / esempio che raggela e salta in bilico / agli antipodi di un suono – furto / e falso, senza limite né fuoco”.

 

C’è da restare sgomenti che nel ‘pensiero finale’ “..la perplessità resiste - / deve darci lo spasimo di un sentimento / inabile, patire i gesti impellenti / e farli vivere / schiudere l’ombra del riconoscimento / l’idea fondamentale di un conflitto / […] / essere il furto di una lingua / un dono amabile e sleale / […] Indicibili i suoni – al riparo del vento (ultimo che gelido spira) / (è allora che più) li senti così irrefrenabili e persi … / e così inafferrabili”.

. . .

“Ha senso che parlandoci riapriamo / la ferita? L’illusione inospitale del richiamo / non si oppone – non ha nulla da portare / Ma ugualmente è un’esistenza / in altri segni, tra le rocce, nella pioggia / dov’è il nome del bagnato”… Come in questa ‘Chiusura’: “Un segno – un piccolo preciso, indelebile segno È da qui che dovremmo partire – e qui ritornare E se cadono i suoni? E li nomina l’acqua? Le parole ora scrivono là – nel fantasma del sole Un salto e un ricordo – un cespuglio di segni L’inizio oltrepassa così l’illusione e la fine È qui che dovremmo tornare – e qui ripartire”.

 

Ma non tutto ci è dato!

 

“Non è nostro dunque il sole né il riverbero / dei suoni né la voce – libertà di un’atmosfera / firmamento di follie non destinato, recita / il suo corpo intimorito questa luce, si tortura / per un’ombra e l’universo che la accoglie / fascia il mondo con ardore, senza pace” / […] / «Così, per assenza di voce / un’aria difficile buca e risuona. / E la mente si ferma. Non parte. Rimane.» (*)

 

Referenze:

Giorgio Bonacini, “Quattro metafore ingenue”, Piero Manni 2005. (*) in “Argini”, “Anterem”, Rivista di ricerca letteraria n. 94 – Anterem Edizioni.

Gaston Bachelard, “L’intuizione dell’istante. La psicoanalisi del fuoco”, Dedalo 1993.

Jacques Derrida, “Luoghi dell’indecidibile”, Rubettino Editore 2012

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- Arte

International Tattoo Fest Napoli

International Tattoo Fest Napoli 2018
Dal 25 maggio alle 13:00 al 27 maggio alle 12:00

Quasi 300 tatuatori di fama nazionale ed internazionale, si presenteranno al pubblico in una cornice di grande fascino e bellezza e in un contesto di puro divertimento.
All’interno degli spazi dedicati alla convention troverete aree per lo svago e il relax, con artisti di strada, balli e giochi di animazione e aree per il ristoro, con manufatti della tradizione artistica partenopea e non solo.
L’evento si svolgerà alla Mostra d’Oltremare di Napoli, una delle più importanti e caratteristiche sedi fieristiche in Italia. La Mostra si trova nella zona di Fuorigrotta ed è facilmente raggiungibile da qualunque parte del capoluogo campano.

Dal 25 maggio ore : 13:00 al 27 maggio ore : 22:00 presso i padiglioni della Fiera:Padiglione 10 e Giardino dei Cedri - Piazzale Tecchio - Napoli, 80125

Contatti:
http://www.tattoofestnapoli.com
INTERNATIONAL TATTOO NAPOLI S.R.L.
Telefono: 0818854876 - Email: info@tattoofestnapoli.com
Sito web: www.tattoonapoliexpo.it

Programma:
Venerdì 25/05/2018
ore 13:00 – Apertura al pubblico
"BACK TO THE STYLE"
writers live performance Mr.Pencil & Zeus40 su furgoncino Volkswagen
“APERITIF PARTY” ore 13:00 – 17:00
Dj Set – Pj Jonson + GGNO ore 17:00 – 19:00
Dj Set Marco Corvino alle 19:00 – “Gablis Circus” – Performance Danza Aerea 19:00 – 21:00
Dj Set Hollen alle 21:00 – End Live performance con Dario Rossi
Sabato 26/05/2018 dalle ore 12:00 – Apertura al pubblico
"BACK TO THE STYLE"
Graffiti live performance area giardino dei Cedri ore 13:00 – “X35” – Music Live ore 14:00 – “Gablis Circus” – Spettacoli Danza aerea.
Ore 15:00 – Break Dance Battle (2 vs 2) Dj Set – Dj Uncino
– Dj Max Bucci Hosting: Oyoshe
16:00 – Iscrizione Tattoo Contest
19:30 – “Gablis Circus” – Perfomance Danza aerea
20:00 – Contest Tattoo
Dj Set Frank Carpentieri
Mc Gallo
21:00 – Sfilata Tattoo
22:00 – Premiazione Contest Tattoo

Domenica 27/05/2018
12:00 – Apertura al pubblico
Live concert – The Steel
Esposizione lavori BACK TO THE STYLE
14:00 – Dj Set Pj Jonson + GGNO
“Gablis Circus” – Spettacoli Danza aerea
16:00 – Iscrizione Tattoo Contest
18:30 – “Gablis Circus” – Perfomance Danza aerea
19:00 – Contest Tattoo
Dj Set Frank Carpentieri
Mc Gallo
20:00 – Sfilata Tattoo
21:00 – Premiazione Contest Tattoo
22:00 – See you Next Year!

ETNOMUSICOLOGIA 4 - “Tattoo & Body Art” by Giorgio Mancinelli in larecherche.it

Alla base di questa ricerca comparativa che vuole anche essere un’inchiesta sulle diverse forme di comunicazione visiva e artistica, e la gestualità e i modi comportamentali, dall’uomo primitivo a quello moderno, del perché ci si tatua, la psicologia del tatuaggio e i suoi significati, del perché ha influenzato intere generazioni su scala mondiale e abbia influenzato nel profondo il comportamento sia degli uomini che delle donne. A incominciare dai cosi detti “mosaici” corporali ottenuti con l’ausilio di minuscole tessere lisce di legno o di pietre colorate che vengono applicate sulla pelle preventivamente preparata con disegni rituali e fissate con sostanze adesive, usate nelle feste e nelle cerimonie iniziatiche e, particolarmente, per segnare il numero dei figli o degli adepti di una setta, o nel caso di amputazione e forme di mutilazione tribale. Un esempio lo sono la limatura dei denti incisivi nelle popolazioni dell’Africa e l’uso di incastonare pietre di solito preziose o semipreziose, sullo smalto dei denti dell’ultima moda, già praticata in India e da alcune popolazioni sud sahariane.
È noto che l’immagine del proprio corpo da sempre ha provocato un effetto considerevole sui comportamenti degli uni verso gli altri. Alcuni studiosi hanno rilevato l’importanza per i due sessi di stabilire le loro prerogative sentimentali e sessuali: il sesso maschile, quella di possedere un sesso di più grandi dimensioni; quello femminile di possederne uno più piccolo, ma dotato di seni e glutei più grandi, anche se indubbiamente sono cambiate molte cose. È evidente che esiste una correlazione fra l’autovalutazione del proprio corpo e la ricerca di giudizio positivo da parte del sesso opposto. Non a caso molte persone sono considerate più attraenti di quanto esse stesse credono e viceversa.
Così amuleti, costumi e ornamenti finiscono con l’essere sotto controllo di chi li indossa a scopo apotropaico, cioè servono ad allontanare o ad annullare influssi magici maligni, in modo da ottenere particolari effetti negativi provenienti dagli altri, e che invece oggigiorno vengono esposti per una forma di narcisismo. A questo desiderio di comunicare, che è considerato esigenza primaria dell’uomo, fa riscontro un desiderio più grande che è quello di esprimersi. Scrive Edmund Husserl (11): “Fra ciò che veramente mi appartiene io trovo solo il mio corpo che si distingue da tutti gli altri per una particolarità unica. È il solo corpo all’interno dello strato astratto ritagliato da me nel mondo, al quale, conformemente all’esperienza, io coordino, in modi diversi, campi di sensazioni”.
Desmond Morris (12) nel suo famoso “L’uomo e i suoi gesti” rileva quanto segue: “L’indossare abiti è soltanto uno dei modi in cui l’animale uomo si adorna . Ma oltre a vestirsi, egli si può incidere la pelle, forare la carne, tagliare i capelli, profumarsi, dipingersi gli occhi e le labbra, incipriare la faccia e limare i denti, truccarsi, mettersi parrucche, travestirsi con forme di abbellimento che operano come importanti esibizioni umane, che indicano lo stato sociale, la condizione sessuale, la disponibilità individuale, l’alleanza di gruppo”. Ma si tratta di ornamenti per lo più temporanei. Le decorazioni costanti, quelle che comportano qualche forma di mutilazione fisica, sono forse quelle più tipiche del linguaggio visivo che danno l’avvio alla nostra ricerca improntata come si è detto sul tatuaggio.
Il progredire del senso estetico porta successivamente al compiacimento di sé, a un incipiente narcisismo che fa scoprire nuovi mezzi naturali per arricchire sempre più il proprio corpo con colori, ornamenti e forme estetiche originali. Creatività che raggiunge valori e livelli notevoli nel tatuaggio, un’espressione cosmetica usata per gli scopi più diversi. Ci dice il professor Rovesti: “Per le figurazioni più semplici la reazione cutanea è di solito poco dolorosa, ma per quelle più estese si può verificare una reazione edematosa più o meno intensa e dolorosa che però scompare in pochi giorni. Se i tatuaggi sono limitati a pochi punti, di solito costituiscono solo segni di riconoscimento fra tribù, ma quando interessano tutto il corpo significa che si perseguono scopi ben diversi, estetico, religioso, propiziatorio, medico, magico”.
Può farci degli esempi?
“I tatuaggi più complessi e appariscenti li troviamo tra i melanesiani e i polinesiani; tatuaggi che occupano nei capi e nelle persone di maggiore importanza nella tribù, quasi la totalità del corpo. Si conoscono diverse preferenze di tatuaggio che in un certo senso segnano la diversità tra i vari popoli anche dello stesso continente”.
Quali parti del corpo sono prevalentemente sottoposte al tatuaggio?
“Sono preferite le spalle e le natiche, il volto, il petto negli uomini nel caso si tratti di etero tatuaggi, mentre gli auto tatuaggi di preferenza sono l’avambraccio, le cosce, la zona palmare sinistra, le dita della mano sinistra. In realtà è più nella simbologia e nella grafia che si trovano queste differenze. Nelle isole Cook, ad esempio, troviamo numerosi i tattoo sugli organi genitali maschili; mentre nelle isole Ponape troviamo in prevalenza tattoo sugli organi di riproduzione femminili. Curiosa può risultare l’usanza di farsi tatuare la lingua dalle vedove nelle isole Sandwich, o di farsi tatuare il cranio calvo dei vecchi nelle isole Marchesi. Mentre invece a Tahiti troviamo quasi esclusivamente tatuaggi sui seni e i glutei femminili con uccelli, lucertole, pesci, mani maschili. Nelle isole della Sonda alcune ragazze adornano la loro bocca con corone di fiorellini tatuati. Nelle Caroline, appena una fanciulla diviene donna si fa tatuare un triangolo sul basso ventre più o meno vistoso, senza il quale, nessun uomo l’avvicinerebbe”.
Non si pensi che mi sia dimenticato della nostra ricerca primaria riferita all’etnomusicologia applicata. Se la tematica sembra non dover lasciare spazio alla musica o al canto, è solo perché in questa specifica trattazione scritta, non c’è lo spazio materiale per l’ascolto, in cui l’ascoltatore è chiamato a partecipare della ricerca musicale che accompagna i testi. Cercherò di rimediare con un’ampia sezione discografica di riferimento, di cui ci si potrà avvalere per indurvi all’ascolto di alcuni brani che ho scovato nell’ampia discoteca che ho raccolto nei miei frequenti spostamenti in giro per il mondo. Come in questo caso del brano “saka” registrato nell’isola di Bellona in Melanesia, cantata durante il tattoo di una isolana per distrarre la sua mente dal dolore. La canzone, più semplicemente “canto per il tatuaggio” è stata composta da un esponente di questa cultura dal nome originale “Mautikitiki” (13). L’accompagnamento è costituito dal suono di un bastoncino che scandisce il picchiettio dell’ago a imitazione del tatuaggio reale. Una pratica interrotta solo da pochissimi anni.
Esistono quindi diverse tecniche di esecuzione del tatuaggio? – chiedo al professor Rovesti.
“Il tattoo per infissione è certamente quello più diffuso nei paesi che ce lo hanno trasmesso, quali l’Oceania, Melanesia, Nuova Guinea, Tasmania e in alcune zone centrali dell’Australia dove, ancora oggi, sopravvivono un gran numero di popolazioni allo stato aborigeno. Mentre in Africa è maggiormente in uso la scarificazione, in India e nei paesi arabi troviamo il tatuaggio per puntura sulla fronte, sul mento e sulle mani, e solo raramente si sono visti casi di tatuaggio totale, come ad esempio presso alcuni popoli della Siberia”.
Immagino si riferisca al rinvenimento archeologico dell’uomo tatuato di Pazyryk nel massiccio montuoso dell’Altai?
“Certamente, anche se non ho sufficiente documentazione per parlarne”.
Ho raccolto alcune notizie stampa e sono venuto a conoscenza che si tratta di uno dei più importanti ritrovamenti d’interesse antropologico del secolo, avvenuto tra le sepolture della vallata da cui ha preso il nome. Il corpo completamente tatuato, sembra appartenesse a un capo o forse uno stregone di una tribù nomade risalente addirittura al IV° V° secolo a. C. giunto fino a noi grazie alla protezione del gelo che lo ha mantenuto in buono stato di conservazione, insieme agli animali e gli oggetti con cui era stato sepolto. A Pazyryk (14) nella regione dei monti Altai (Siberia - Russia) è presente un gruppo di circa 40 tombe preistoriche rinvenute dall' archeologo Rudenko nel 1920. Queste tombe (del quinto secolo avanti Cristo), quasi tutte violate durante la storia, fin’ora hanno restituito 3 corpi, imbalsamati, ben conservati e, quasi incredibile a dirsi, ricoperti di splendidi tatuaggi. I Pazyryk erano cavalieri con la passione per la caccia, pastori pronti a combattere per aggiudicarsi i pascoli migliori ed artisti erano a stretto contatto con il mondo naturale - un mondo che comprendendo leopardi della neve, aquile, renne - favoriva in questi artisti la propensione a rappresentare animali fantastici.
Uno di questi corpi apparteneva quasi certamente ad un capo, un uomo dalla corporatura possente, intorno ai 50 anni. Sul suo corpo, disegni vari che rappresentano una varietà di creature fantastiche e non. I tattoo ancora riconoscibili ci mostrano un asino, un ariete, cervi stilizzati dalle lunghe corna ed un feroce predatore sul braccio destro. Due bestie mostruose decorano il torace e sul braccio sinistro si intravedono figure che sembrano rappresentare due cervi ed una capra. Dal piede al ginocchio si dipana il disegno di un pesce, un mostro sul piede sinistro e sul polpaccio quattro figure di arieti in corsa si uniscono a formare un solo disegno. Sul dorso piccoli cerchi in corrispondenza della colonna vertebrale. Si tratta dunque di una ridda di animali fantastici che sembrano “in movimento” su quel corpo come esseri viventi: “una moltitudine di animali reali e immaginari, saltanti sulle prede, galoppanti, scalpitanti o fuggenti, che corrono alla rinfusa sulle due braccia, su una parte della gamba destra, sul petto e sul dorso. I motivi erano stati ottenuti per mezzo di punture nelle quali veniva iniettata della fuliggine. Una tecnica già conosciuta che è rimasta per lo più la stessa da allora.
Un altro rinvenimento di cui si è molto parlato, risale al 1993, anno in cui l'archeologa Natalia Polosmak (15) scoprì la tomba di una donna soprannominata poi "La Dama di Ghiaccio". Sotto i corpi di 6 cavalli sacrificati all'occasione, la dama giaceva in una tomba ricavata da un tronco di larice. La tomba è decorata da immagini di cervi e leopardi delle nevi intagliate nel cuoio. Il corpo, adagiato come se si fosse dolcemente addormentato, apparteneva ad una ragazza sui 25 anni dai capelli biondi, alta circa 1,65 m. Anche la dama presenta diversi tatuaggi (di un blu intenso) sulla sua pelle chiara: creature dotate di lunghe corna che si compongono in immagini floreali. Due anni dopo il marito dell'archeologa, Vyacheslav Molodin (16), scopriva il corpo di un altro uomo, con un elaborato tatuaggio raffigurante un alce, due lunghe trecce, sepolto con le proprie armi.
Si pensa che, come nel caso di Oetzi (17), nelle Alpi italiane dove, nel 1991 è stata trovata una mummia databile al IV millennio a.C.. con bellissimi tatuaggi, il che lascia pensare che anche queste antiche popolazioni adoperassero il tatuaggio a scopi lenitivi, ma in questo caso ottenendo allo stesso tempo risultati dalla grande valenza artistica. Non si conosce come venissero eseguiti i loro tatuaggi, ma è probabile si servissero degli stessi finissimi aghi utilizzati per creare tessuti e tappeti, arte nella quale erano maestri.
“Come vediamo dalle date se ne ricava che la storia del tatuaggio inizia con la storia dell'uomo in epoca preistorica (uomo di Cro-Magnon, 35000 – 10000 a.C., e Neolitico, VIII – IV millennio a.C.). Grazie ad alcuni ritrovamenti di statuette con segni geometrici sul corpo, si suppone che gli uomini, dotati dell'abilità di ricavare colori da minerali e vegetali, utilizzassero strumenti appuntiti per realizzare segni permanenti sul corpo”.
Ma c’è un altro fatto da prendere qui in considerazione ed è il mondo dell’immaginazione e la raffigurazione legato ad animali fantastici, come motivo ricorrente nel tatuaggio. Rammento che in una mostra che poi ha fatto il giro dell’Europa sugli “Ori degli Sciti” gli animali fantastici e “straordinari” vi erano frequentemente raffigurati: leoni con la testa di bue, grifoni rampanti, tutti resi nella dinamica del movimento.
“Ancor più ne troviamo nei tessuti e nel cuoio, o parzialmente ricoperti d’oro che oggi abbelliscono corpetti, giubbe e selle delle popolazioni siberiane. E che non sono soltanto belle a vedersi ma riflettono di una cultura che richiederebbe però uno studio più approfondito nell’ambito dell’artigianato e dell’arte”.
Ma che dobbiamo rimandare ad altra sede e in un altro momento. Per adesso soffermiamoci ancora sull’aspetto, come dire, cosmetico del tatuaggio. Cosa ci dice in proposito?
“Non si tratta di un accessorio cosmetico inutile o di pura e semplice decorazione occasionale, bensì che riveste un significato profondo e importante, come quello che si è dimostrato in alcuni popoli con diversa cultura dalla nostra, addirittura lontana migliaia di anni da noi contemporanei che lo facciamo quasi per metterci alla prova. Si pensi il dispendio di tempo, di pazienza, di sacrificio e di dolore fisico che chi vi si sottopone deve affrontare. Ovviamente chi vi si sottopone lo fa con convinzione di aver accolto in sé qualcosa che gli altri non hanno, una sorta di “tesoro” di bellezza che porterà per sempre sulla propria pelle”.
A questo proposito ho scovato i versi di un ritornello polinesiano che dice:

“Ho imprigionato bellezza nella mia pelle e nessuno potrà mai rubarmela, nemmeno gli spiriti del male”.

Canta una ragazza polinesiana:
“Mi sono scelta i miei compagni / che nella loro casa dentro la mia pelle / non mi lasceranno mai sola. / Sono uccellini e fiori dai vivaci colori. / E quando abbraccio il mio amore / mi sembra di sentire sommessamente / sulla mia pelle / con le sue carezze, i cinguettii e i profumi squisiti dei fiori”.

Sorge evidente che la pratica del tatoo non serve soltanto a trasferire segni sulla pelle, ma ha motivazioni diverse e complesse. Mentre per i primitivi, di cui ne abbiamo dimostrato la necessità, facciamo ricorso al fatto che lo praticavano come norma di costume, e che quindi mantenevano una certa purezza d’intenzione e una loro poesia di fondo, possiamo ben intuire come a confronto, prevale in noi moderni una certa sofisticazione riferita alla moda, grazie anche a fatto che l’evoluzione tecnologica ha ridotto di molto l’effetto dolore. Dobbiamo ammettere che la pratica del tatuaggio oggi si pone in disaccordo con la natura, sia con l’ambiente urbano che ci circonda, sia con l’abbigliamento che lo nasconde, e ancor più con quella poesia, talvolta benevola, altre oscura, nell’uso discutibile che ne fa la moda. Non è invece da considerare solo una moda la pratica del “piercing”, tornata in auge in occidente al seguito dell’esperienza in musica del punk. In parte autentica e in parte mimetizzazione di un coraggio di cui andare fieri, l’uso di spilli, barrette, anelli, infissi nelle guance e nel naso, nelle orecchie e le sopracciglia, sulle labbra e sulla lingua, colorazioni indelebili del viso, lenti a contatto di diversi colori, e altri accessori da falsare le ciglia o le palpebre degli occhi, è espressione di un disagio profondo in cui il nostro corpo non ci basta più, la nostra sicurezza interiore necessita di prove per essere poi messa al bando a fronte di un vuoto culturale che non ha eguali.

Colgo l’occasione per farvi leggere il bellissimo racconto di un pescatore somalo il quale porta tatuato sul petto, il volto della sua ex ragazza:

“Questa è Liré, la mia ragazza scomparsa in mare non più di un anno fa. Qui ride col capo rovesciato all’indietro, come faceva quando le parlavo d’amore. la sua vera tomba è qui, dove pulsa il mio cuore, dove ella può ancora vivere il dolce ricordo. E qui, si anima della luce del sole, del moto che faccio quando esco in mare, dell’argento lunare che la rendeva adorabile, delle mie parole e dei miei baci. Da un lato all’altro del viso ci sono i fiori che lei amava tanto; sopra e sotto i pesciolini d’argento che ora le tengono compagnia nel profondo del mare”.

Sembra di leggere un ingenuo Lee Masters, tanto è limpida la sua dimensione poetica raccolta nel tatuaggio che porta nel cuore. È il canto di un uomo nudo, solitario che osserva il mare, quanto mai ricco di un gioiello sentimentale che oggi può venerare al pari di un idolo. A questo proposito si potrebbe parlare della superstizione che accompagna il tatuaggio che vede la sua creatura incontaminata da sovrapposizioni fantastiche, quanto invece infervorata da un profondo credo.

Il tatuaggio (più in generale), porta con sé un retaggio favoloso di tradizioni estetiche e rappresenta l’esempio più toccante di una tradizione artistica mai venuta meno. È indubbiamente una forma dell’arte naturalistica, spontanea come solo può essere una sorgente, per dire una trasfigurazione della realtà in una zona viva come la pelle.
Non c’è dubbio che molti tatuaggi vanno attribuiti alla superstizione latente che stenta a scomparire e che ritroviamo nella riproduzione di “ferri di cavalli”, “corna”, “chiavi” ecc. usati contro il malocchio e la iattura, così come anche ve ne sono detti di scongiuro a forma di “stella”, “lampada”, “fiore”, “bandiera”; o di vendetta come di “teschio” o di “testa recisa”, di “cassa da morto”, di “cuore morso dal serpente” o “trapassato dal ferro di un pugnale” con l’aggiunta spesso di motti e scritte di difficile interpretazione, ma è proprio qui, nel messaggio che si rappresenta, nella veridicità della sua funzione, che il tatuaggio esprime il suo linguaggio poetico e virtuoso, tutta la sua forza comunicativa che le parole, talvolta, non possono o non riescono a esprimere.

Formule magiche di sicura origine onomatopeica, fonosimbolica e imitativa, accompagnano spesso i disegni e le figurazioni propiziatorie contro le influenze del male. Fra questi vanno ricordati i tatuaggi dei pastori della Lombardia e dei pellegrini al santuario di Loreto, che consistono in una croce sovrapposta a una sfera o a un cuore, a una stella, e riferiti all’immagine del sacramento, al santo Patrono, ai simboli della Passione. In altre regioni, come la Romagna e l’Abruzzo, ad esempio, è in uso il monogramma di Cristo, spesso ridotto a una H maiuscola. C’è però un altro tipo di tatuaggio di cui vorrei qui parlare, ed è quello a scopo erotico/indicativo.

In proposito ne parla il prof Paolo Rovesti:
“I tatuaggi con soggetti erotici e comunque eseguiti su quelle parti del corpo cosiddette erogene, tanto scarsi fra i primitivi, sono invece frequenti fra i marinai, i soldati, i carcerati, i delinquenti, e solo recentemente fra la gente comune. Vi figurano ideogrammi riferiti a prove d’amore, e piccole poesie amorose dedicate ora a questa o quella donna, ma solo raramente, immagini di lussuria e oscenità, che vanno riferiti a promesse fatte o a giuramenti”.
A quale simbologia si rifanno?
“Per lo più, possiamo dire che dimostrano “un carattere osceno” distinto dagli altri dato dalla loro estensione ma, anche, perché spesso sono eseguiti in parti invereconde. Diversi da altri che si contraddistinguono in specie che sono di “castigo” o di “sfregio”, o come abbiamo già detto, di “vendetta””.
Vi sono poi quelli di tipo informativo.
“Soprattutto nelle associazioni criminose, dove il tattoo serve a indicare i gradi gerarchici, così come, ad esempio, avveniva nella vecchia Camorra in cui, una lineetta e un puntino servivano a indicare il giovanotto onorato; una lineetta e due puntini il “picciotto”, una lineetta e tre puntina il camorrista vero e proprio. Il tatuaggio allora chiamato in gergo “devozione”, così detto perché suppliva al santino che suggellava la sua spavalda identità, il gusto spacconesco, l’estro picaro della Camorra”.
E ovviamente quelli per così dire “a ricordo”.
“Questi vengono eseguiti in onore di una persona cara perduta, un animale prediletto scomparso, ecc. allo scopo di indicare, almeno presso i primitivi, che l’iniziato tatuato era maturo per la vita sociale e pronto per la vita sessuale. Presso alcuni popoli invece era indicativo della tribù d’appartenenza, in altre semplicemente un segno d’onore o sanciva un patto di sangue, o anche per distinguere i capi, i sacerdoti, gli sciamani. In alcuni casi il tattoo esposto informava dei nemici uccisi, delle bestie feroci catturate, delle imprese memorabili compiute, che ne facevano, agli occhi degli altri, quasi un eroe”.
Diverso è invece il tatuaggio strettamente simbolico di tipo “totemico” di non facile interpretazione, la cui funzione magica, fa parte del retaggio di una tradizione artistica e devozionale che attribuiscono al tatuaggio una funzione magica, che pur se lontano, “ricondurranno l’anima del defunto alla sua terra e al suo popolo”. L’esempio più eclatante che ci viene in mente, lo stavamo appunto dicendo con il professor Rovesti – è quello descritto da Herman Melville in “Moby Dick”, lì dove parlando del ramponiere Quiqueg, egli ravvisa:
“Con una stravaganza bizzarria, egli adibì ora la bara a cassetta e, vuotandoci dentro il sacco di tela degli abiti, ve li ordinò. Trascorse molte ore libere a intagliarne il coperchio con ogni sorta di figure e disegni grotteschi, e pareva che con ciò cercasse di riprodurre, nella sua rozza maniera, parti dell’intricato tatuaggio del suo corpo (..) opera di un defunto profeta veggente della sua isola, che per mezzo di quei segni geroglifici gli aveva tracciato addosso una teoria completa dei cieli e della terra e un mistico trattato sull’arte di conseguire la Verità, cosicché Quiqueg era nella sua persona stessa un enigma da spiegare, un’opera meravigliosa in un volume, i misteri della quale però neanche lui sapeva leggere benché sotto vi pulsasse il suo cuore vivo. Questi misteri erano quindi destinati a perire alla fine insieme alla pergamena vivente dov’erano tracciati e così restare insoluti fino all’ultimo. E doveva essere stato questo pensiero che suggerì ad Achab quella sua fiera esclamazione, un mattino mentre si voltava ad osservare il povero Quiqueg: «Oh, diabolica tentazione degli dèi!».

Ma non è tutto. All'interno dell'International Tattoo Fest Napoli 2018 avrete occasione di incontrare un artista di cui ci siamo già occupati in passato: "Mario Compostella … ‘o la memoria creativa del tempo’" -(vedi articolo in larecherche.it)ento' che ha preparato un 'evento' speciale per l'occasione e di cui ci occuperemo prossimamente.

Un grande evento per una grande città che vi aspetta tutti indistintamente per una grande festa insieme.

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- Società

Bla, bla, bla, 2 come reinterpretare il futuro

Bla, bla, bla, n. 2 … re-interpretare il futuro.

“L’educazione è il grande motore dello sviluppo personale, la capacità di valorizzare al meglio ciò che distingue una persona dall’altra.” (Nelson Mandela)

Secondo l’ironia del banale che mi identifica, preludere a tale specifica affermazione può essere un modo, uno dei tanti, per eludere la realtà che ci circonda e dare libero sfogo al dibattito sempre aperto sull’educazione. Un incarico indubbiamente molto impegnativo se si considera l’incresciosa debacle socio-culturale in cui noi tutti ci dimeniamo, talvolta senza sapere perché. Come dire di un annaspare a occhi chiusi per cercare quello che è andato smarrito di una formazione culturale come la nostra, e dover mantenere la salvaguardia delle parole che più volentieri avrei usate (spregevoli volgarità) e, al tempo stesso, aprire qui a un dialogo professionale (politically correct) ma sensa senso, copia-conforme di un menefreghismo generalizzato.
Da dove incominciare? E perché no dalla scuola. Del resto la scuola rimane, come qualcuno afferma, ancora il luogo dei valori (?), il punto di riferimento forte in cui ricercarare e ritrovare certezze e convinzioni sempre più solide (?), seppure in questo mondo ‘liquido’ (Z. Bauman), e sempre più spesso ‘del disimpegno’ (J. Derrida), che tutti ci travolge. Acciò si dovrebbe immaginare una scuola dinamica, democratica e partecipata che assicuri uno ‘status’ equanime di responsabilità (compiti di servizio, clima di lavoro costruttivo e condiviso) al fine di garantire una scuola efficace e di alto livello. Inoltre credere fermamente che una comunità educante richieda sempre e comunque un approccio sereno, basato sull’accoglienza e sulla comunicazione efficace, fattiva di una presa-di-coscienza-sociale (utopia?) che attualmente non c’è.
Un ‘edificio di vetro’ dunque (al pari di uno zoo), per far sì che il corpo insegnante, gli alunni, le famiglie e l’intera comunità sociale arrivino a comprendere come realmente riformare un’istituzione scolastica che si dica ‘aperta al futuro’, cosciente delle diversità socio-culturali (autoctone, regionali, immigrate) presenti sul territorio e, più in generale, di quelle esistenti nel mondo (etnia, religione, ideologia). Acciò di consentire la perfetta integrazione individuale all’interno della sfera sociale di appartenenza che di per sé escluda diversificazioni di colore di pelle, di sessualità (utopia?). In breve di ciò che oggi distinguiamo, più o meno consapevolmente, come rilevanti di ‘genere’, con la possibilità di cadere in errore nella valutazione a seconda degli stimoli emozionali, per cui siamo indotti a includere e/o escludere gli altri dalla nostra sfera sociale.
Educare, pur con le crescenti difficoltà di contesto, significa il raggiungimento di importanti obiettivi istituzionali nel panorama dell’istruzione (elementare e professionale) al fine di formare menti brillanti e mani (risorse umane) in grado di intervenire in ogni ambito di lavoro. Cioè, guardare con attenzione ai cambiamenti sociali ed economici del contesto territoriale; intraprendere lo studio di stategie tendenti ad aumentare le capacità di intervento (fattivo) nelle esigenze comunitarie (incidenti di gravità superiore, catastrofi naturali ecc.). Dare adito all’emergente offerta formativa tecnologica, alternativa a quella classica, la più completa possibile, per l’inserimento nel mondo produttivo.
Il confronto e il dialogo su questa possibile riforma ‘educazionale’ di formazione-istruzione dovrebbe interessare l’intero ordinamento scolastico proprio in funzione di quella reciprocità che i cittadini (contribuenti alla gestione dello stato) reclamano da tempo. È detto: “chi educa è anche educato e il suo sapere si gioca nell’atto dell’educazione”, che va letto nel modo seguente: “chi educa è (dovrebbe essere) anche educato e il suo sapere (che va costantemente aggiornato) si gioca nell’atto dell’educazione”. Un’ulteriore prova con qualche possibilità di successo in cui si intuisce una corresponsabilità educativa, al processo formativo e alla crescita gestionale delle nuove generazioni, al fine di mantenere la custodia dell’immenso patrimonio culturale di cui siamo eredi e divenire guide instancabili del loro futuro.
In un tempo in cui sembra prevalere il contrario, l’educazione prioritaria rimane indubbiamente quella familiare, nella quale trovare (si dovrebbe) quell’accoglienza e solidarietà (fin troppo spesso negata), la sola capace di avvalorare, indirizzare e sollecitare le prospettive future dei propri figli, così come di instaurare rapporti di correttezza e cogliere i segnali positivi nel relazionarsi con gli altri. Il cui fine è nella formazione identitaria soggettiva che li rende ‘protagonisti’ del proprio ‘sapere’ (conoscenza) attraverso l’impegno e la partecipazione allo studio. Ed a tenere un comportamento corretto e collaborativo in sede comunitaria per rispondere alla complessità del quotidiano di cittadini attivi e consapevoli, nonché futuri professionisti e imprenditori seri e preparati.
La famiglia deve (o almeno dovrebbe) operare la sua azione educativa delle sue possibilità, affinché i giovani sappiano davvero dare il meglio di sé: i loro sogni, il desiderio di ottimizzare e potenziare le loro capacità, la forza di chiedere aiuto, il valore di un sorriso, l’ottimismo, la ricerca dell’amicizia autentica, l’impegno attraverso il sacrificio personale. Insomma, le solite cose che si dicono da sempre, anche se noi genitori, al nostro tempo figli, non le ascoltavamo, se ben anche oggi non vengono ascoltate, insomma, aiutarli a crescere significa essenzialmente coltivare questa parte positiva di sé e della relazione con il prossimo.

La Buona Scuola? ...è un'idea!

Da parte mia posso dire di non aver mai smesso di studiare, tant’è che sono iscritto almeno in due università pur senza frequentarne alcuna, e forse solo per tenermi aggiornato sul metodo d’insegnamento che dovrebbe essere per così dire ‘up-to-date’ ma che di fatto non è. O almeno non da ché io, or sono decenni, frequentavo i banchi col calamaio incorporato e la scanalatura per le penne e le matite, col piano di sotto dove riporre i libri e i quaderni, e i sedili erano tutt’uno (a coppia) senza nessuna possibilità di agili spostamenti se capitavi dalla parte della parete.Poi gli anni corrono e ti ritrovi già grande con un sacco di minchiate per la testa e non sai se alle molte domande hai sempre delle risposte da dare. Ma le risposte no, non te le hanno insegnate ...e allora che fare? Devi metterti alla prova e affrontare la realtà!
Ma la realtà qual'è?
È una parola, ci vuole tanto di spinta interiore per mettersi continuamente alla prova. Tant'è che ti ritrovi con i ‘i figli’ che non ti permettono di rimanere indietro, per cui puoi anche essere quel mostro che in verità sei, che loro immancabilmente esercitano su di te una sorta di ‘giurisdizione’ scolastica che giammai può essere pari alla loro ma nemmeno indietro, almeno un tantino più avanti. Quel tanto che serve a insegnargli alcune cose (leggi furberie), che se non le hai apprese in precedenza, sei comunque tagliato fuori perché loro, da lì a breve, ne sapranno molte più di te. Se minimo non sei stato un secchione o un bambino prodigio, preparati a subire quel poco che (per rispetto di paternità e se qualcuno glielo ha insegnato) hanno appreso pro-loro in ambito scolastico ...
Così i loro libri diventano i tuoi libri per quanto riguarda il contenuto, rimasto lo stesso da decenni, ma non i loro quaderni, perché mentre tu eri occupato a tenerli in ordine, senza macchie, senza orecchie, senza … I loro non sono neppure quaderni, sono per così dire ‘differenziati’: stralciati, bisunti, scarabocchiati, simili in tutto a chiazze di una qualche ‘allergia della pelle’, o forse di ‘orticaria’ pregressa per quelle che sono state per noi le ‘regole’ inerenti allo ‘scritto’, prima che l’istruzione tendesse alla sola ‘oralità’ delle parole, parolacce incluse. Sì, perché se le parole scritte (in italiano) ieri avevano un senso, oggi suonano come strafalcioni; tant’è che anche quelle scritte o trascritte che sia non sono più in una qualche lingua comprensibile (conosciuta), bensì un misto di vernacolo siculo-calabro-milanese o romanesco-laziale-partenopeo, se non addirittura appartenenti a un certo gergo etrusco-tosco-umbro.
Per così dire, uno ‘slang’ oceanico-indoeuropeo-turcomanno, passato attraverso l’antica Persia o l’antico Egitto, ècco sì l’antico che si vuole chiamare ‘moderno’… Rammento che non c’era verso che t’insegnassero a copiare, né dai libri né dai compagni che ne sapevano di più (sbagliando). Perché se c’era una cosa che si doveva rendere più semplice era proprio ‘copiare’, molto più vicino alla rivisitazione e all’interpretazione di un testo che non dover creare, reinventare, resuscitare dal nulla qualcosa che non avevi affatto compreso. E dire che copiare rimane l’unico vero momento di creatività che non ripetere le parole del libro a pappardella. Per il resto si continua a studiare date e fatti di battaglie, guerre, pestilenze, la storia più bieca che nulla ha insegnato all’umanità se non la violenza, il sopruso, la vendetta, il razzismo, l’intolleranza, l’apartheid; e non (pensate, pensate) l’evoluzione del genere umano, le scoperte scientifiche, le ‘passioni’ della mente, la socializzazione, il rispetto civico, l’amore per l’arte, per la musica, l’amore per gli altri, insomma, quella ‘bellezza’ che pure fa grande l’essere umano e lo riscatta dai primordi di un ‘cannibalismo’ allora latente, oggi presente più che mai.
Sì, insegnare quell’amore per la vita, che non conosce ostacoli insormontabili, o diversità di genere, di razza, di colore della pelle, di confini geografici invalicabili. Quell’amore che ci rende tutti ugualmente liberi, gerenti di noi stessi, dei nostri affetti, del nostro corpo come del nostro sesso che sempre bistrattato ha creato mostri di narcisismo, di egotismo, di vanità; per tacere di super-uomini, eroi-divini, ecce omini diventati quelli che siamo, anticristi senza alcun credo e senza orgoglio. No, l’amore che qui intendo elogiare è quello più naturale che si esprime nella ‘bellezza’ per il creato, per tutto ciò che ci è dato e che immancabilmente stiamo distruggendo. Utopia? Forse, come moneta di scambio non meno apprezzabile di quell’odio razziale che oggigiorno spendiamo nell’indifferenza che ci allontana dagli altri e da noi stessi, trasformati in esseri ‘umani (fin) troppo umani’, appunto mostri di malvagità, disonestà, iniquità: ingiusti nella giustizia, volgari pur nella moralità, scorretti finanche nelle opportunità, blasfemi perché irriverenti, sacrileghi, miscredenti.
Allora ben tornino gli ideali, le chimere alate che s’involano, le illusioni che infine ci aprano gli occhi su questa realtà ‘umana’ fatiscente e obsoleta; che si torni a sognare in nome della ‘bellezza’ e cercarla fino al limite dei mondi possibili, in quella sostenibilità che pur ci consente di sopravvivere. «La nostra vita è un’opera d’arte, che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no...» – scrive Zygmunt Bauman e con modestia mi sento di aggiungere: “..che lo vogliamo o no.” Perché è nella volontà/non volontà che si gioca la ‘gran partita’ fin dall’infanzia; e la volontà in tutto questo assume il ruolo più importante. Rammento che alla domanda se mi sarebbe piaciuto andare a scuola, di aver risposto no perché non sapevo né leggere né scrivere. Oggi, a distanza di tempo, viene da chiedermi: perché si nasce ignoranti? Perché non conosciamo già quelle cose ‘essenziali’ che ci permettono di proseguire nel nostro cammino verso l’infinito? La verità è che non tutto ci è dato, che solo la volontà e la nostra determinazione e forse l’intraprendenza ci permette di svelare a noi stessi tutta la ‘bellezza’ del mondo in cui viviamo, e afferrare il senso della ‘grandezza’ che sì ci è data …
Ecco che allora la Scuola non può essere l’’utopia dei pochi’, non può trascurare quelli che sono i valori acquisiti da millenni di scoperte (in campo scientifico, meccanico-industriale, spaziale e tecnologico, medico-terapeutico, logistico - informatico, artistico e filosofico, linguistico - letterario, idealistico e spirituale, ecc.). Non può disconoscere l’importanza del ‘vissuto’ a livello antropologico e strutturale dell’esistenza umana, come neppure cancellare i segni del passato di antiche civiltà che a loro modo pur hanno lasciato testimonianze importanti dell’evoluzione umana. Oggi ci si chiede: quali materie abbiano ancora una precipua funzione conoscitivo/educativa? Quali materie se non quelle basate sullo studio dell’ ‘evoluzione umana’ in ogni campo della sua applicazione pratico-logistica alla base del nostro esprimerci (linguaggio); di osservazione (conoscere, distinguere); del pensare (formulare concetti) che sono all’origine del nostro ‘essere’.
Al dunque m’accorgo d’essere andato oltre, come dire, di essermi lasciato prendere la mano stufo di dover rileggere sui libri dei miei figli, tutto quello che a mia volta avevo studiato (?) sui miei libri di scuola: che in quella data si sono svolte le Guerre Puniche, in quell’altra si sono consumate le ‘Idi di Marzo’ con l’uccisione di Giulio Cesare, quindi facendo un salto di tempo si è giunti all’egemonia delle Repubbliche Marinare, alle lotte intestine dei Comuni, e poi Trafalgar Square con la statua di Nelson che ha sconfitto Napoleone, quindi la Prima, la Seconda, la Terza (?) no quella si è consumata con Hiroshima e Nagasaki, ecc. Che l’Italia è una penisola che fa parte dell’Europa unita (?), che Gli Stati Uniti si chiamano così perché … (?), che la Cina è una grande potenza mondiale, che siamo ormai più di due, tre, quattro miliardi (chi più ne ha più ne metta) di individui che affollano il pianeta, e che …
Ma che palle! (passatemi l'esclamazione), davvero non se ne può più. Allora perché cambiarli ogni anno questi libri se le date restano le stesse (?), se gli accadimenti sono sempre uguali come in un film d’azione che finisce per mancanza d’attori (?). Che forse la Peste a Milano al tempo del Manzoni ha fatto più morti di Auschwitz? Che Don Abbondio lo hanno fatto Papa? Lo capirei se la Rivoluzione Francese dov’esse ancora avvenire (ops!), oppure se Lorenzo de’ Medici fosse in gara per la presidenza della Banca Centrale Europea. Perché se non è così, allora Italo Svevo, classe 1898, che nel suo romanzo ‘Senilità’ narrava di Emilio, un uomo inetto diviso tra la brama d’amore e il piacere che prova per non averli goduti, oggi potrebbe riscriverlo in chiave erotico - viagrano sulla falsariga di ‘Cinquanta sfumature di sesso estremo’.
Chissà, magari Albertino, il primo della classe che raccoglieva le foglie nel parco, anziché farne quadretti di natura morta, potrebbe arrotolarle e farne delle canne per i vivi. E forse Marietta, la mia ex compagna di banco della Terza A, anziché collezionare farfalle spiaccicate tra le pagine dei libri potrebbe succhiare il lecca-lecca sotto il banco. Fatto è che la scuola non mi ha insegnato che Dante, ad esempio, soffriva di incubi notturni e che portava sfiga; che Monti era un triste frequentatore di tombe; che Leopardi era un anarchico rivoluzionario; che Pasolini guardava alla realtà più bieca, o che Lussuria.. beh, lasciamo perdere. Comunque resta il fatto che tanti sarebbero i modelli da ‘copiare’ e che in qualche caso la ‘volontà’ non c’entra se si diventa bravissimi a copiare, come del resto hanno fatto e continuano a fare tutti, da sempre. L’importante è superare il proprio modello.
Per il resto si può essere diversi esattamente come fare cose diverse nella vita, non c’è un ‘must’ che regoli il flusso delle emozioni e dei sentimenti: «Il problema dell'umanità è che gli sciocchi e i fanatici sono estremamente sicuri di loro stessi, mentre le persone più sagge sono piene di dubbi.» - scriveva filosofando Bertrand Russell. Mentre io sono qua che mi sbatto il cervello su cos’altro la scuola potrebbe fare (?). Infine convengo che forse, anziché insegnare ai giovani, così come ai genitori, oltre agli inutili tabù sessuali e le idiosincrasie sociali, si dovrebbe insegnare loro come diventare adulti e anziché contrastarlo, riscoprire il piacere sottile della masturbazione, (in modo da non mettere al mondo così tanti prof imbecilli).

D'evesserci pur stata una ragione se Albert Einstein dopo aver tanto studiato è arrivato a dichiarare: "Temo il giorno in cui il mondo sarà popolato da una generazione di idioti."
Dobbiamo dargli ragione ... oppure no? E che dire in fatto di religione?

Una plausibile risposta è data in “L’eredità della Secular Conference 2017: la libertà dalla religione come diritto umano”. articolo di Monica Lanfranco ripreso da ‘MicroMega’. https://www.nuovaresistenza.org/.../leredita-della-secular-conference-2017-la-liberta-d...

Mentre montavo le brevi interviste che ho realizzato alla Secular Conference di luglio a Londra cercavo di capire cosa mi disturbava, (al netto dell’ovvio disgusto per il tracimare di razzismo e sessismo della rovente estate italiana), nel dibattito intorno agli stupri e alla nazionalità di chi li commette, tralasciando (si fa per dire) l’hate speech diffuso nei social, ormai un must come l’ombrello pieghevole in autunno. L’ho capito quando ho rivolto lo sguardo alla borsa di tela distribuita all’incontro londinese contenente il programma dei lavori: il suo titolo, che ogni anno cambia e sintetizza l’angolazione scelta per ragionare di fondamentalismo, cultura femminista, critica al multiculturalismo era lì, stampato e chiaro:

#Iwant2Bfree recitava il logo: voglio essere libera/libero.

Da cosa? Volendo semplificare si tratta di liberarsi dalla religione, il che non significa dal proprio anelito alla spiritualità, ma dal legame pesante del dogma e dell’osservanza di regole su base religiosa che diventano dettami sociali e politici. Dall’automatismo che, a seconda del colore della pelle, dei tratti somatici e della provenienza geografica ingabbia e categorizza gli esseri umani in uno specifico ambito religioso, culturale, tradizionale. E, così facendo, antepone le (presunte) caratteristiche legate dall’appartenenza culturale all’universalità dei diritti e dei doveri.
Nel caso di Rimini, infatti, molti degli scambi, il più delle volte violenti e rancorosi, si sono appuntati non tanto sullo stupro, ma sul fatto che gli stupratori fossero africani, quindi tout court islamici. Un procedimento di spostamento dal problema della violenza contro le donne, (che è un problema universale) a quello della nazionalità/religione degli stupratori, che è relativo e sposta l’attenzione dal tema principale. Si tratta di un modo di ragionare pericoloso, perché sposta continuamente il focus dal problema principale che, nel caso del fondamentalismo religioso, è il bisogno di rimettere al centro il diritto di critica e la libertà di espressione e di pensiero.
Come ha ben spiegato a Londra Pranga Patel, fondatrice delle Southall Black Sisters:
“La libertà di espressione e di pensiero sono fondamentali, sono scritti nella Dichiarazione dei diritti umani universali e sono il cardine di ogni altro diritto, quindi sono connessi all’autodeterminazione, alla libertà di cultura e di professare, o non professare, la religione, senza essere minacciati da intimidazioni. Poter discutere e criticare è espressione di progresso, e viceversa il progresso si nutre della libertà di espressione. Tuttavia esiste un limite alla libertà di espressione, e per me questo limite scatta quando si diffondono odio e intimidazione contro le altre persone o quando la libertà di espressione viene usata per manipolare e creare un contesto che fomenta la violenza attraverso l’uso regressivo della religione e della fede, che alimenta la violenza e l’odio. L’esercizio della libertà di espressione e di coscienza è fondamentalmente connesso con la libertà di dissentire. Come femministe dobbiamo occuparci del dissenso in varie forme: dissenso verso il patriarcato, verso il neoliberismo, verso il razzismo, verso ogni forma di discriminazione”.
Ciò che alla Secular Conference è stato ribadito in ogni panel è che la libertà di pensiero e di espressione non sono pienamente attuati se nel mondo ci sono paesi dove esiste il reato di blasfemia e apostasia e si rischia il carcere, e la morte, per accuse relative all’offesa della religione. Secondo il recente ‘report pubblicato dall’Economist, citato anche alla Secular Conference’, si tratta di 71 paesi del mondo, a maggioranza islamica, nei quali l’attivismo laico e ateo è perseguito con una repressione violentissima, che quasi sempre colpisce donne e persone omosessuali, due categorie in prima fila nella difesa dell’universalità dei diritti.
L’esistenza così diffusa e persistente nel mondo dei reati di blasfemia e apostasia è un preoccupante indicatore di resistenza del totalitarismo politico su base religiosa.
“Non si tratta di un dibattito filosofico, ha sottolineato Imad Iddine Habib, fondatore del Consiglio degli Ex Musulmani in Marocco; si tratta di questione di vita o di morte per molte persone che si trovano a dover abbandonare tutto ciò che hanno solo per la paura di esprimere quello che sentono. Penso che sia importante stare a fianco e sostenere le persone coraggiose che osano sfidare le regole e alzare la voce dicendo di non essere d’accordo con le imposizioni religiose e di non avere problemi con l’omosessualità o l’apostasia”.
Alla domanda sul perché la libertà di espressione e di pensiero, le due parole chiave della Secular Conference 2017, siano così importanti l’attivista curdo-irachena Houzan Mahmoud non ha esitazione: “La libertà di espressione è sotto attacco nel mondo quando si cerca di criticare la religione, ogni religione: se lo fai nel caso dell’islam, però, il rischio in Occidente è quello di essere accusata di essere razzista o islamofobica. Questo è il motivo per il quale è importante enfatizzare la centralità della libertà di espressione e difendere il diritto alla laicità”.
È il nodo più evidente che a Londra ha percorso tutti gli interventi, come emerso in modo potente nei due momenti di apertura e chiusura dell’assise londinese, affidati rispettivamente a Inna Shevchenko, leader del gruppo Femen, e a Zineb El Razoui, giornalista di ‘Charlie Hebdo’. Mentre la prima ha sostenuto che diritti delle donne e religioni sono incompatibili, El Razoui si è rivolta direttamente alle seconde generazioni in Europa e alla sinistra, che crede di rendere un buon servizio alla causa migrante e antirazzista sottovalutando il fondamentalismo islamico e abbracciando il relativismo abbandonando l’universalismo dei diritti.
“Non ho dubbi sul fatto che l’estrema destra da fermare in Occidente sia l’islamismo - ha scandito El Razoui. Voglio dire agli europei e specialmente alla sinistra: ‘Non cadete in questa trappola. Ricordate cosa hanno fatto gli islamisti alle persone comuniste e di sinistra in Iran o in Afganistan; ricordate che gli islamisti sono finanziati dai peggiori sistemi capitalistici come l’Arabia Saudita o il Qatar. Queste persone non sono rappresentative della cultura del mondo musulmano. Voglio dire in particolare ai giovani musulmani che vivono in Europa: è una cosa buona se volete far conoscere la vostra cultura, ma allora imparate la lingua, scoprite la bellissima letteratura del mondo musulmano, scoprite la musica del mondo arabo invece di vestire un burka o un costume afgano pensando che questo rifletta la cultura del nord Africa”.
Per Zehra Pala, presidente dell'Atheism Association of Turkey: “la laicità è importante per me come donna e come attivista in Turchia, perché è molto più difficile vivere nel mio paese, oggi diventato più islamista: il governo ha ristretto le libertà di espressione soprattutto nei confronti delle donne. Se giri per la strada con i pantaloncini rischi le botte perché i fondamentalisti ti attaccano; se vai alla polizia a denunciare le violenze ti viene detto che sei contro l’islam, visto come ti comporti, e quindi non ti difendono.
Nel mio paese c’è una forte pressione sia in famiglia che a scuola affinché tu stia dentro una gabbia ideologica. Oggi a scuola, sin dalle elementari, viene insegnata la jihad e si è deciso eliminare dai programmi la teoria darwiniana dell’evoluzione perché si tratta di una visione laica.
Come motivo il governo sostiene che il cervello infantile non può capire Darwin, ma mi chiedo: e invece nell’infanzia si possono capire le regole della jihad islamica? È una abile tecnica manipolatoria, perché è più facile avere consenso se sin dall’infanzia si indottrinano le menti. La violenza non è solo quella fatta al tuo corpo con lo stupro, ma anche quella che si fa manipolando le menti più fragili e malleabili. Il meccanismo adottato è anche quello della paura, perché a scuola si minacciano i piccoli dicendo che se non segui queste regole vai all’inferno. È così che sono stata educata anche io: la mia famiglia ha provato a fare pressione su di me, così come la scuola, ma non ha funzionato perché ero lì continuamente a fare domande. Per questo è così importante pensare in modo libero e, anche se ci sono pressioni, dobbiamo fare in modo che le persone possano pensare liberamente con la loro testa”.

Pensiamo allora a come ‘reinterpretare il futuro’ che se non spetta a noi matusalemme certamente spetta ai nostri figli, e costruiamo insieme oltre che de-costruire il passato, per sostituirlo con il nulla (di fatto e di pensato), e postiamoci a diventare creativi di nuova volontà, se non altro per lasciare la possibilità di rimettere insieme i pezzi di questo mondo (pianeta) che abbiamo ridotto in frantumi. In “Non sperate di liberarvi dei libri” – Umberto Eco / Jan-Claude Carrière, scrive, parafrasando in chiave brillante l’ammonimento a non buttare via il passato di una cultura di conoscenza, la cui universalità è parte integrante del DNA antropico. Piuttosto preoccupiamoci “..quando la salvaguardia è possibile, quando si trova il tempo (e il modo) di mettere gli emblemi di una cultura in luogo sicuro”, di ripararla dalle incursioni disgregative (de-costruttive), pensiamo piuttosto a come salvarla, a cosa salvare, prima di esporla al rogo di icariana memoria.
Se “..il sogno di volare ossessiona(va) l’immaginario collettivo da tempi immemorabili”, oggi non è più così. “Io credo – scrive Jean-Claude Carrière (op.cit. Bompiani 2009) – in effetti che molte invenzioni del nostro tempo siano la concretizzazione di sogni molto antichi. […] Come se Virgilio, scendendo negli inferi, avesse preconizato il mondo virtuale del quale ci stiamo compiacendo. Questa duscesa agli inferi è un tema molto bello che la letteratura mondiale ha affrontato in modi molto diversi. È il solo modo che ci è stato dato per vincere contemporaneamente lo spazio e il tempo, ovvero per penetrare nel regno dei morti, o delle ombre, e viaggiare contemporaneamente nel passato e nell’avvenire, nell’essere e nel nulla (che non è il ‘niente’ come ultima parola). Di raggiungere così una forma di immortalità virtuale”.

Come re-impossessarci del futuro imprevedibile (?).

“Il futuro non tiene conto del passato ma neanche del presente – scrive ancora J.C. Carrère - . Entri cinquant’anni saremo tutte creature bioniche. Quello che veramente mi colpisce è la completa sparizione del presente. […] L’avvenire è come sempre incerto e il presente progressivamente si restringe e si sottrae. […] Se la nostra memoria è corta, allora è questo passato recente che incalza il presente e lo spinge, lo sbilancia verso un futuro che ha assunto la forma di un immenso punto interrogativo. O forse esclamativo. Dov’è passato il presente? Il meraviglioso mopmento che stiamo vivendo e che molti cospiratori cercano di rubarci?” …
“Riprendo contatto con questi momenti, certe volte, in campagna, ascoltando la campana della chiesa che suonando le ore mi dà una specie di ‘la’ che mi riporta a me stesso: Ah, sono solo le cinque… Come te (Umberto), anch’io viaggio molto, mi perdo nei corridoi del tempo, nelle sfasature delle ore e ho bisogno, sempre di più, di riconnettermi a questo presente che ci è ormai impercettibile. Altrimenti avrei l’impressione di essere perso. E forse, anche, di essere morto”.
“In questo caso – scrive ancora U. Eco (op.cit.) – non è un problema di memoria [collettiva] che va perduta. Si tratta piuttosto, a mio parere, di un problema di labilità del presente. Non viviamo più un presente placido ma siamo costantemente sotto sforzo nel prepararci al futuro.” A cui risponde J.C. Carrère (op.cit.): Sì, certo “quando il mondo è in rivoluzione permanente, sono i figli che insegnano ai genitori. Ma i loro figli cosa impareranno da loro”, se avranno buttato via il bagaglio che tanto abbiamo fin qui salvaguardato? “Siamo ormai collocati nella mobilità, nella mutevolezza, nella rinnovabilità, nell’effimero (spinto), in un’epoca in cui, paradossalmente viviamo sempre più a lungo”.

Riprendiamoci la speranza ... già che ci siamo (?)
Se il futuro è imprevedibile voglio pensare che da qualche parte uno spiraglio di luce, seppure effimero, ci aspetti:

‘nella luce del tempo’ (Gioma)
..fin dentro il mistero della vita
nato e rinato
un’infinità di volte
senza coscienza del trascorso
d’intraprendere mai stanco
nuove strade
nel segno dell’avventura
d’ogni giorno
ciò che mi suggerisce
di spingermi alla ricerca
di continenti visti forse
ignorati sempre

luoghi e paesi diversi
luminosi e oscuri mai
dove risorgere e rigenerarmi
felice infelice
d’elemosinare l’acqua al cielo
nutrirmi di radici
trovare linfa e forza
nella madre terra
la cui natura forse ho calpestata
violata mai
genti diverse
volti conosciuti mai e sempre

con gli stessi fardelli portati
sulla testa con dignità
dentro il peso degli anni
sulle spalle stanche
di un vivere conteso
a un destino benevolo
solo talvolta iroso
crudele
solo un modo di dire
l’afflato della vita che scorre
a oltranza è un fiume
mai nato / mai morto.

“Be’ allora smetto di imparare a memoria (e di scrivere) poesie e mi bevo due bottiglie di whisky al giorno. Grazie di avermi dato una speranza. ‘Merdre!’, come diceva sempre Ubu” (U. Eco op.cit.).

Se è vero che il passato non smette di sorprenderci, più del presente, più del futuro forse! Voglio qui ricordare – scrive J.C. Carrière – una citazione del comico bavarese Karl Valebtin: “Anche l’avvenire era meglio un tempo”. È sua anche quest’altra annotazione piena di buon senso: “Tutto è già stato detto, ma non per tutti”. “Siamo in ogni caso arrivati a un momento della storia in cui possiamo delegare a delle macchine intelligenti, intelligenti dal nostro punto di vista, la preoccupazione di ricordare al nostro posto, sia le cose buone che quelle cattive. Michel Serres ha toccato questi temi in un’intervista rilasciata a “Le Monde de l’éducation” dicendo che se non riusciamo più in questo sforzo di memorizzazione, allora “ci resta solo l’intelligenza”.
“Probabilmente c’è una cosa che non sparisce (e che dobbiamo preservare dallo scomparire), ed è la memoria di ciò che abbiamo provato nei diversi momenti della nostra vita. La memoria preziosa, e talvolta ingannevole (pur sempre meravigliosa), dei sentimenti, delle emozioni. La memoria affettiva. Chi potrebbe liberarcene e a che pro?”.

Non disperate, ci sarà un prossimo 'Bla, bla, bla', è una promessa.


Note:

“Non sperate di liberarvi dei libri” – Umberto Eco / Jean-Claude Carrière - Bompiani 2009.

Jean-Claude Carrière
È sceneggiatore cinematografico e televisivo, autore teatrale, romanziere, poeta e saggista. Ha collaborato con Buñuel, Marco Ferreri, Giuseppe Bertolucci, Louis Malle, Jean-Luc Godard e Jasùs Franco.

Umberto Eco
È stato un filosofo, medievalista, critico e saggista, semiologo e romanziere di chiara fama, tra le sue opere ricordiamo “I limiti dell’interpretazione” 1990; “Kant e l’ornitorinco” 1997; “Dall’albero al labirinto” 2007; e numerosi romanzi, fra i quali “Il nome della rosa” 1980 cui hanno fatto seguito numerosi altri, fino a “Numero Zero” settimo ed ultimo romanzo edito da Bompiani 2015.

Monica Lanfranco
È giornalista indipendente, femminista, blogger di Micromega e del Fatto Quotidiano, scrittrice e formatrice su differenza di genere, sessismo, comunicazione e conflitto. Nel 1994 fonda il trimestrale Marea. Dal 2013 gira l’Italia con la piéce teatrale “Manutenzioni, uomini a nudo”, primo laboratorio italiano per uomini contro la violenza tratto da “Uomini che odiano amano le donne”. Nel 2016 è uscito “Parole madri. Ritratti di femministe: narrazioni e visioni sul materno”.




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- Libri

Felice come una PasQua - filosofia e altro.

Felice come una PasQua.
(una risposta filosofica al ‘rito della festa’ e ‘due uova molto sode’ magari di buon cioccolato).

Il mondo è pieno di luoghi incerti, suscettibili e variabili che non sempre si rivelano o a cui semplicemente non facciamo caso. Spazi che cambiano come cambia il vento, la stagione o il punto di vista di chi li osserva. L’indole dell’uomo è multiforme ma la verità raggiunta finora ha una sola forma: la ‘forma dell’uovo’.
«Dell’uovo?»
Sì, proprio così, in quanto simbolo millenario, l’uovo ha guadagnato un ruolo di tutto rispetto nella storia dell’alimentazione come dell’arte, della musica come della letteratura. Fra pitture rinascimentali e declinazioni contemporanee, fra storici interpreti e nuove valenze performative, la forma dell’uovo è riconosciuto quale archetipo ‘cosmico’.
Simbolo di fecondità e di rigenerazione, rinascita e trasfigurazione ha assunto nel tempo gli aspetti del tutto particolari che sono poi confluiti nella tradizione cristiana, e non solo, della vita eterna, e che ritroviamo fino ai giorni nostri nella produzione di forme nuove proprie dell’immaginario collettivo: dalle nuove vie della rappresentazione, della metafisica applicata alle nuove tecnologie, alla fantascienza.
Insomma, quella che sembra una domanda impropria, un banale trompe l’oeuf sul dilemma più sterile nell’universo delle domande retoriche, è invece seria. Quante volte ci siamo sentiti domandare se ‘è nato prima l’uovo o la gallina?’, e mai siamo stati in grado di rispondere; mai che qualcuno ci abbia dato una spiegazione verosimilmente logica.
A quanto pare la logica c’entra fino a un certo punto, ma se spostiamo la domanda e la riferiamo a un’intenzione di ricerca della forma, potremmo ben dire che è piuttosto un progetto infinito dell’estetica dell’arte. Altresì se la riferiamo alla socializzazione del pensiero e/o dell’immaginario, ècco entrare in campo l’estetica filosofica. Non di meno, nella prospettiva filosofica, alla domanda iniziale, potremmo rispondere con un’altra domanda: ‘la forma dell’uovo’ è un presupposto di un processo di teorizzazione dell’ozio?’.
«Dell’ozio?»
Sì, proprio così, in quanto è figlia del senso altruistico dell’ozio, che trova nell’attività riflessiva (della gallina), il significato fenomenologico dello spirito (Hegel) che gli da forma. Dove si descrive il percorso che ogni individuo deve compiere, partendo dalla sua coscienza, per identificare le manifestazioni (la "scienza di ciò che appare", la "fenomenologia"), attraverso le quali lo spirito si innalza dalle forme più semplici di conoscenza a quelle più generali fino al sapere assoluto.
Un’appropriazione, come dire, impropria, che non nasconde segni di criticità se la confrontiamo con l’affermarsi dell’individualismo moderno dove molti ‘vizi’ del passato diventano ‘virtù’ del presente come fossero principi cardine di ogni relazione sociale. Non è affatto così che può girare l’uovo che abbiamo appena trovato, né può esserlo se non a scapito di quelle attività che ci sforziamo di promuovere come la socievolezza, il collettivismo, la solidarietà, l’altruismo, non vi pare?
«No, non ci pare!»
Al contrario l’egoismo, l’indifferenza verso l’altro, si tramutano dal bene (verso l’altro / gli altri) nel male, producendo feroci gerarchie, dinamiche di esclusione, disuguaglianze foriere di guerre e stermini di massa, di intere popolazioni che fuggono in massa ecc. La realtà della ‘forma dell’uovo’ sta ad affermare un principio ‘etico altruistico’ (Nussbaum) di appartenenza ed empatia sociale, capace di stabilire un rapporto empatico anche con qualcuno che sta al di fuori del proprio gruppo: in termini sociali, della propria comunità, della sfera pubblica come di quella privata, di fare della sobrietà uno stile di vita.
L’ozio quindi come forma di altruismo che si colloca nello spazio-tempo di una scelta di vita, per ritrovare il senso della libertà che viene meno a causa dei ‘paletti’ (confini, soglie, impegni, scelte ecc.) che costantemente usiamo per infliggerci, masochisticamente, quel ‘qualcosa da fare’ che tenga impegnati, e che ha schiavizzato, demoralizzato e depresso l’umanità fin dalle origini. Ma attenzione, ‘oziare’ non significa libertà di ‘non fare niente’ ma di scegliere di essere liberi di vivere la vita che vogliamo fare con dignità, nel rispetto degli altri e della società in cui viviamo. Preso alla lettera significa anche ottemperare ai doveri sociali pur mantenendo il ‘libero arbitrio’ dei gioudizi.
«Libero arbitrio?»
Non è forse autodeterminazione della gallina fare l’uovo o non farlo? Non c’è nulla che dev’essere fatto per forza, in fondo aver deciso ‘la forma dell’uovo’ è stato indubbiamente frutto di una costruzione mentale. Un pensiero autonomamente riflesso di ciò che la natura in sé permetteva di esprimere. Ciò per quanto ‘la gallina non sia un animale intelligente, lo si capisce da come guarda la gente’ (Jannacci –Pozzoni-Pozzetto) e che, infine, conferma di avvalersi del ‘libero arbitrio’ (proprio degli animali) di lasciarsi prendere e cucinare.
Compiacente o no la gallina può pensare senza l’uso delle parole e ciò che pensa è che per quanto ce la possiamo mettere tutta, non siamo capaci di fare le uova, solo di romperle. È così che noi ‘..facciamo uso di una montagna di parole tutti i giorni, parliamo spesso troppo, e a volte abbiamo la fondata impressione di parlare senza pensare. Il che ci sembra una cosa sconsigliabile, non solo per le sue conseguenze pratiche (non logiche), ma anche perché lede una sorta di presupposto implicito del linguaggio: che dietro a ogni parola ci sia un pensiero’ (Ferraris).
«Perché, che cosa si fa con il linguaggio oltre a pensare?»
No, proprio non saprei. Ciò che so è che ‘..il nesso tra pensiero e linguaggio non è sempre coerente; che la dimensione pragmatica del linguaggio va oltre ogni dimensione pratica; e infine, che ‘..consiste in quello che nel gergo dei filosofi si chiama caveat, cioè una messa in guardia contro quello che, sempre nel gergo, si chiama olismo linguistico, l’idea che tutto sia linguaggio (per strano che possa apparire qualcuno l’ha davvero pensato) o che il linguaggio possa tutto’ (Ferraris).
Ma non tutto avviene così, sarebbe come ‘mettere tutte le uova in un paniere’, similarmente alla nota canzone ‘I'm putting all my eggs in one basket’ (Berlin); magari scommettendo di non romperne nemmeno una. ‘Be, è chiaro, tutto dipende da come vogliamo cuocerle , avverte Giovanni Nucci, autore di “E due uova molto sode” (Gaffi Edit. 2017) apparso nella Piccola Biblioteca di Letteratura Inutile.
Niente di più azzeccato se si tiene in conto l’efficacia di una scrittura come metafora della cottura delle uova, in cui ‘la forma dell’uovo’ è ‘..al contempo il creato e la creazione: e la creazione, come è noto, si esprime nelle più svariate forme e differenti elaborazioni. In sintesi, più o meno tutto quello che abbiamo da dire a riguardo è che dentro un (solo) uovo c’è già tutto, il poco e l’assai, sia l’uno che l’altra, l’universo e il vuoto contenuti da un buco chiuso in se stesso: ma da quello che dice di sé, di solito, non lo si capisce’ (Nucci).
«Ma di che cosa stiamo parlando?»
Non certo dell’Uovo di Colombo che è tutt’altra cosa, come è noto l'espressione 'Uovo di Colombo' si usa quando si descrive un modo incredibilmente banale di risolvere un problema che sembrava senza soluzione. Si narra infatti che Cristoforo Colombo venne invitato a una cena al suo ritorno dall’America e che durante tale banchetto alcuni gentiluomini spagnoli cercarono di sminuire le sue imprese, dicendo che chiunque ci sarebbe riuscito. Ebbene Colombo li sfidò a mettere un uovo diritto sul tavolo, senza che cadesse. Non riuscendoci, i gentiluomini sfidarono Colombo, chiedendo anche a lui di farlo: il navigatore battè leggermente l’uovo sul piano e lì lo lasciò, dritto e fermo. Gli spagnoli si lamentarono affermando che anche loro potevano fare una cosa così e Colombo rispose che loro l’avrebbero potuto fare, ma lui l’aveva fatto. Come dire che “l’uovo ha una forma perfetta benché sia fatto col culo”. (Munari)
«Tutto qui?»
Assolutamente no, ‘..Inutile cercare di classificare questa raccolta. Non si tratta propriamente di racconti – avverte l’autore – semmai sarebbe il caso di parlare di resoconti, e neppure troppo attendibili. Certamente questo non è un libro di cucina. Forse l’unica sua certezza risiede nel fatto che qui si parla di uova. Per il resto è un po’ come in uno di quei pasticci di spaghetti che sanno fare così bene a Napoli: sono le uova atenerlo insieme, ma dentro puoi trovarci di tutto.’

Un ricco menu quindi in cui troviamo piatti originali di chicche filosofiche, aneddoti, short stories più o meno inventate, e ossimori come dessert:

Intro:
Stracciatella per principianti.
Primi piatti:
Uova alla Benedict – al prosciutto cotto o al salmone affumicato
Lo scrittore alla coque – con tanto di sigla musicale ‘Morning Glory’
Il Maestro al piatto – musicista e letterato e quant’altro
Secondi piatti:
Frittate e Soufflé – per tutti i gusti
L’uovo di Amleto – per gli addetti ai lavori un po’ pesante da digerire
E due uova molto sode … (un epilogo improprio)

Certo direte voi, non sono tutte uova di giornata, però l’autore Giovanni Nucci, cela fra le righe una freschezza degna di uno scrittore di grande attualità linguistica. Convincente a tal punto da far credere che le preferisce con la maionese, ‘piuttosto che al tartufo’, nel modo in cui Mina canta “Più del tartufo sulle uova” di A. Mingardi …

“Più di qualsiasi cosa possa dire
Più di una giornata in riva al mare
Più del pane col salame
Più di quando mangio quando ho fame
Più di un tramonto rosso fuoco
Più di una vincita al gioco
Di una serata con gli amici
Più dei bei tempi felici
Io ti amo, io ti amo
E forse è meglio che lo dica piano
Perché ho paura che il mondo se ne accorga
E mi riporti dall'alto fino a giù
Più di un grattacielo di New York
Di una medaglia d'oro nello sport
Più di un rialzo in borsa
Più di una bella corsa
Più di un qualsiasi invito
Di un lavoro ben riuscito
Più del tartufo sulle uova
Di una motocicletta nuova
Io ti amo, io ti amo
E forse è meglio …
Più di un qualsiasi invito
Di un lavoro ben riuscito
Più del tartufo sulle uova
Di una motocicletta nuova
Io ti amo, io ti amo
E forse è meglio …
Fino a giù, fino a giù
Io ti amo, io ti amo, ti amo di più.”

E che dire di ‘sei uova alla coque’ che Lelio Luttazzi elenca in “Canto” (anche se sono stonato)? Solo …

“Perché da cinque mesi canto
il mio amore in sordina perché,
cara,
temo di farmi sentire da te.
Ma da quest’oggi ho deciso di cambiare,
provando ad urlare con voce da rock.
Mi faccio sei uova alla coque
e come una belva da ring,
ti sforno quintali di swing.
Sperando di darti lo shock
che forse mi dirai di sì.”

E voi come le preferite?, con la maionese o con il salmone, strapazzate con una goccia di aceto balsamico o al chili che più piccante non si può, a voi la scelta. L’importante è continuare a leggere, ben sapendo che si tratta di ‘letteratura inutile’ benché di prestigio.

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- Poesia

Flavio Ermini o la ricerca infinita della Poesia d’Autore

FLAVIO ERMINI … o la ricerca infinita della Poesia d’Autore.

“l’alto dei cieli”
non ha fondamento né gravità l’alto dei cieli
discosto com’è dal fuoco al pari del mondo abitato
che dalle acque creaturali viene circoscritto
per quanto non si tratti che di assecondarne la caduta
consentendo così alle forze relittuali
di protendersi una volta ancora verso il principio
per misurare delle forme il grado di accoglienza
nell’inclinazione dei sensi entro i poli del finito
in cui si situa il divino per annunciare il dolore
(Flavio Ermini)

Immagini per a-solo di poesia.

Con l’affermazione “La poesia non è un genere letterario”, tema del Simposio aperto nell’Ottobre 2017 alla Biblioteca Nazionale Braidense, Flavio Ermini, poeta, narratore e saggista, nonché direttore della rivista di ricerca letteraria Anterem fondata nel 1976 con Silvano Martini, di fatto conferisce alla ‘poesia’ una prospettiva dinamica esclusiva che la distingue dalle altre forme narrativo-letterarie, in ragione di una di empatia sostanziale che l’accomuna al canto e alla musica, per lo più afferenti alla sfera del patrimonio immateriale. La ‘poesia’, non necessariamente scritta, offre quindi la possibilità di catturare molti aspetti della vita delle immagini che ancora oggi sfuggono alla descrizione letteraria, per quanto la si concentri in due ambiti distinti che si profilano nella nostra incompiutezza e nella nostra mancanza d’essere, ancorché non rispondenti alla domanda sulla nostra esistenza:

“L’essere umano è il suo avvenire ma anche la domanda sul suo avvenire, cioè non solo esiste, ma vuole sapere il perché della sua esistenza.” (Fabio Squeo)

Da un lato, quindi, la rappresentazione onomatopeica della ricerca linguistica oltre che acustico-sonora che è all’origine della parola, e “che consente di riguadagnare la continuità originaria tra parola e mondo”; dall’altro, l’avanzare costante di una ricerca che adotta dalle varie scuole stilistiche, i differenti approcci teorici e metodologici, riguardanti ‘il pensiero visivo’ e la ‘percezione dell’immagine’, qui intesa nell’accezione di ‘percezione delle forme dell’arte’. La ‘poesia’ dunque come forma d’arte a se stante di un “pensare che può strettamente coniugarsi con il poetare, alla luce di un rapporto sempre nuovo tra parola e senso”, e per quanto la ‘ricerca di senso’ oggi possa sembrare in contrasto con l’attualità intimistico-minimalista inerente più all’indicibile che al non-detto. O, diversamente, con il linguaggio massimalista-globalizzato in cui la ‘poesia’ ripone la riflessione sul ‘senso’ che, seppure in differenti modalità di ricezione e comunicazione, ciò non diminuisce la portata antropologico-culturale del messaggio poetico che racchiude in sé.

La natura della poesia, infatti, si avvale di suoni ‘suggestivi d’immagini’ che si traducono in lineamenti audio-visivi conformi alle diverse espressioni dell’arte tout-court; e successivamente in forme connaturate al canto e alla danza (vedi il canto degli uccelli, la danza di corteggiamento di molte specie animali, ecc.). Ciò che nel tempo ha permesso di penetrare l’universo sonoro dell’habitat in cui viviamo, riscattandolo da culture e tradizioni diverse, entrate a far parte del ‘patrimonio immateriale’ dell’umanità. Ma ‘vedere la poesia’ nelle immagini della rappresentazione visiva, ed ascoltarne la musicalità intrinseca (nelle forme come nei colori), fa capo al concetto fondamentale della ‘performance‘, (Victor Turner) inerente all’estetica e al liminale:

“La performatività può essere utilizzata come chiave interpretativa di alcuni caratteri delle nuove tecnologie e in particolar modo può essere una nozione utile per connotare di una veste teorica la ‘costruzione di senso’ attraverso l’agire favorita dagli strumenti mediatici digitali”, oggi a nostra disposizione. “Per comprendere appieno il concetto di ‘performatività’ è però necessario leggerlo come pratica necessaria a una ridefinizione critica del reale e potenziale non-luogo di margine e di passaggio da situazioni sociali e culturali definite a nuove aggregazioni sperimentali. La riflessione teorica sul concetto di ‘performance’ permette infatti di penetrare le fenomenologie liminoidi (zone potenzialmente feconde di riscrittura dei codici culturali) e da qui anche la trasformazione sociale stessa” (Wikipedia).

Poesia per immagini.

Con l’aver dato ‘forma scritta’ al ‘dire’, attraverso il percorso accidentato dei segni grafici e, successivamente, alla sua trasposizione simbolica in quanto metafora figurativa, la ‘poesia’ assurge alla sua forma preminente di ‘creatrice d’immagini’, raggiungendo il suo apice nell’aver dato ‘voce’ all’immagine che la rappresenta. Per cui attribuire alla ‘poesia’ una certa corrispondenza e/o la relazione con l’immagine (grafica, pittura, scultura, fotografia ecc.), è inevitabile. L’alleanza introspettiva, di segreta comunicazione fra le parti, è, per così dire, incommensurabile. Al punto tale che un’immagine è poetica anche senza la suggestione del verso scritto che l’accompagna. Allo stesso modo che si può vedere un componimento poetico, se non addirittura ascoltarlo, senza la necessità di utilizzo di una immagine o di una forma specifica d’arte. In questo la ‘poesia’ è paritetica alla musica, al canto e alla danza, perché: “fonte di formazione e deformazione di un nuovo atto significante” (Giorgio Bonacini).

Atto comprensibile di un prevedibile prosieguo di andare ‘oltre’ la forma, aprire un varco subliminale al testo scritto o figurativo, alla esegesi della parola contenuta e/o scivolata negli interstizi bianchi che intercorrono tra le righe, in cui il ‘dire’ risulta destrutturato dalla forma del ‘voler dire o non voler dire’ (nel senso di edificazione); e dal logos in quanto pensiero e verbo (edificante) del poetare. “Il dire del poeta ci parla di un ‘altrove’ dov’è in opera una prospettiva rovesciata rispetto al mondo sensibile” – scrive Flavio Ermini (in “L’altrove poetico” Editoriale n. 95 - Anterem), in cui l’immaginario è il vero interfaccia del poeta che se “non nomina le cose esperibili”, pur si avvale di binomi di ‘senso’ come: fisico-psichico, interiore-esteriore, indefinito e comunque intenso e/o estremo. Allora l’ ‘altrove’ è il Nulla e il Tutto è l’oceano e il deserto, la germinazione e la seccura, la speranza e l’abbandono, il moto e la quiete, l’essenza e l’assenza, l’immobilità e il trapasso, la stasi e la morte, plausibilmente contenuti nel dialogo poetico.

Immagini e forme queste, preminenti di concetto e contenuto, tuttavia impossibili da identificare e/o configurare se non nell’ambito di un ‘altrove’ in costante trasformazione, nelle differenti modalità di una cultura recepita nelle sue diverse identificazioni verbali-acustiche e sonoro-musicali, nonché coloristiche e luminose che danno luogo alla trasparenza dell’aere, in cui il ‘senso smarrito della poesia’ si ritrova e ci orienta verso il mistero del nostro essere. ‘Immagini coloristiche’ e ‘forme poetiche’ dunque, come memoria storica dell’esistenza antropico-naturale compresa tra realtà massima e finzione estrema, all’interno di una location-abitativa e una docu-fiction in cui la presenza e/o l’assenza umana si realizza nello ‘sconfinamento di senso’, allo stesso modo che nell’espresso sentimentalismo e nell’amore fugace, nella commedia liminale (farsa), come nella drammaticità luttuosa (tragedia), al livello della soglia della coscienza e della percezione.

Le dimore della poesia.

“Qui si viene non per celebrare una dimora, un giardino, ma perché ci si è persi” – cita Flavio Ermini (in “Non c’è fine al principio” Editoriale n. 94 - Anterem). La frase è del filosofo Lacoue-Labarthe alla quale inavvertitamente sembra rispondere proponendo alla lettura un’altra frase: “Se volete incontrarmi, cercatemi dove non mi trovo. Non so indicarvi altro luogo.”, del poeta Giorgio Caproni (in “L’altrove poetico” n. 95 - Anterem). Un non-luogo dunque che pure è “il luogo che ospita la domanda sull’essere, testimoniando la profondità della physis quale si era rivelata agli albori del pensiero”. Se si considerano qui le due frasi contigue, non senza una forzatura intellettuale, si potrebbe qui raffigurare un ‘ossimoro’ dove dimora-persi / altro luogo (dove non mi trovo), spingono verso quell’ ‘altrove’ dove “non c’è fine né principio”, che è poi il luogo della ‘poesia’, in cui:

“… la natura può ancora parlarci come all’origine parlava ... dove le antiche parole tornano alle nostre labbra come strappate al silenzio; vere quanto è vero lo sgomento dinanzi all’inconoscibile.” (Flavio Ermini)

Ancora più significativo è il principio immateriale poetico espresso nella ‘physis’ nel quale fin dall’antichità si cercò di cogliere il ‘senso’ della realtà in cui l’uomo è immerso nel suo divenire: “La poesia impone di accettare l’essere nel mondo in cui si dà, e implica un interrogarsi sul venirci incontro della molteplicità, un interrogarci sul come la parola può salvaguardare l’essere dall’apparenza. La parola è poetica – e quindi vera – allorché fa sì che l’essere sia. È in questo ‘lasciar essere’ che la parola svela il senso (della poesia) ed è dunque presso di essa quando ne preserva la differenza”. Differenza in quanto termine di opposizione e contrapposizione che interviene a spiegare le realtà particolari intrinseche della funzione poetica sottoposta al divenire, che dev’essere immutabile, previo l’inconfutabilità del pensiero che l’ha espressa, nel modo e nei termini del poeta, perché verità dell’essere.

Il ‘gioco filosofico’ (perché di questo si tratta) si avvale qui dell’interposizione di punti di riferimento alquanto labili, in cui la ‘poesia’ è sinonimo di mobile (solubile), contro la ‘parola’ per sua natura immobile (insolubile), malgrado l’alterità dei contrari che ne negano la relativa effettuazione. Si ha dunque che se possiamo considerare la ‘parola’ come ‘liquida’ per effetto della ‘Retrotopia’ (Zigmunt Bauman) in atto; ancor più la ‘poesia’ si fa evanescente, si volatizza nell’aere, spingendosi nella germinazione del nuovo che, al pari della fotosintesi clorofilliana s’avvale della metamorfosi della forma data, onde per cui dissoi-logoi “le parti mutano ma tutto resta immutevole” (Anassimandro), in quanto le differenze ‘affermazione e negazione’ mantengono uno stesso valore.

Flavio Ermini, in qualità di scrittore e poeta si inserisce nel ‘gioco’ sfruttando proprio questa formula inconfutabile con le sue pertinenti scelte Editoriali, interponendosi, per così dire, nelle linee direttrici della raccolta dei testi che compongono ogni singolo numero della Rivista Letteraria Anterem.

Alcuni esempi di ‘altrove’ poetico:

“Non m’interessa pensare al mondo al di qua del mondo” (Nietzsche)
“Si potrebbe dire che abbiamo due destini: uno mobile e senza importanza, che si compie; e un altro, immobile e importante, che non si conosce mai.” (Musil)
“Lontano dal cammino degli uomini.” (Parmenide)
“Ma i viventi commettono tutti l’errore di troppo forte distinguere. Fiorire e inaridire sono a noi ugualmente noti.” (Rilke)

Alcuni dialoghi inerenti all’ ‘altrove’ poetico:

“Poesia e pensiero in dialogo” - di Adriano Marchetti, in Anterem n. 95 - Dicembre 2017 (estratto).

Poesia e pensiero sono distinti come i due poli in cui si coniuga il linguaggio, in ciò che vi è di più profondo, di più elementare e più iniziale, per vibrare infinitamente in tutta la sua estensione. […] Appartiene alla tradizione occidentale una poesia che parla nella convinta presunzione di essere poetica. Diventa arte, il suo rapporto con la filosofia è apparso difficile, forse ossessivo. Nell’arroccamento sul proprio territorio autonomo e nella irresponsabilità verso qualunque altra disciplina che ha attraversato, si riflettono i grandi stereotipi: si dice per esempio che la poesia è irrazionale, emozione, sentimento, immaginazione, rivelazione. Mentre il pensiero sarebbe rappresentazione, razionalità, logica. Il filosofo, difende in forme diverse la sua idea. Il poeta maschera in forme diverse quell’idea. L’ambiguità che nel filosofo è una colpa, nel poeta è un pregio. […] I decostruzionisti giungono persino a ipotizzare che poesia e filosofia siano la stessa cosa e che si diversificano solo nella scrittura che utilizzano. […] La filosofia inizia come una domanda di senso e non ripudia la rivelazione verbale del canto. E la poesia sa di trasmettere un certo sapere.
C’è, per così dire, una sovranità terroristica della poesia rispetto a una sorveglianza sapiente dei filosofi. Il tessuto del linguaggio filosofico si sottopone a una sorta di metafora continua, costringendo gli stessi concetti che utilizza a trasformarsi. In più ambiti i filosofi riconoscono nei versi forme dell’esperienza che già hanno avuto una sorta di canonizzazione filosofica; si fanno aiutare dai poeti in ciò che dicono a cornice della loro opera. Tuttavia non si tratta né di poesia filosofca né di filosofia poetica. Per comprendere tale indissolubilità e insieme singolarità occorre risemantizzare i due termini del rapporto. La poesia che pensa spporta la contraddizione, porta dentro di sé il pensiero e resta come in attesa sulla soglia, lasciando che le domande siano sospese al centro della coscienza profonda e dolorosa dell’ambiguità. Da una parte il rigoglio dell’essere e dall’altro la sofferenza – facce di una stessa medaglia – fanno sì che il poeta assuma su di sé, […] “tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia” (Arthur Rimbaud). […] La filosofia non smette d’interrogare la poesia e si trattiene su quella soglia dove la poesia continuando a pro-vocarla e a sfidarla, le restituisce le parole con un tono nuovo.
La poesia smaschera la filosofia se questa presume di essere l’ultima parola del mondo. L’ultimissima parola non è mai stata detta; risuonerà al di là del mondo, altrove. […] Dal canto suo il pensiero impedisce al canto di essere poesia di se stessa. Né identità né confusione, né esclusivamente ombra né piena luce, né reciproca impenetrabilità. Il loro dialogo è possibile a condizione che il pensiero non sia ridotto a esoressione logica autosufficiente e che la poesia non sia compresa come un riflettersi estetico di se stessa. La nostra epoca, enigmatica nella sua oscillazione tra illimitata potenza e radicale alienazione, ci offre la prova dell’assenza di fondamento. […] Il tempo favoloso della scoperta del mondo – l’infanzia del mondo – è solo un relitto alla deriva, e risibile è il progresso nella sua presunzione di perfezione ‘naturale’. […] Il linguaggio raggiunge il poeta che lo eredita per la sua estrema sfida nell’epoca di compimento ed esaurimento della metafisica. […] Anche la filosofia, o (ri)pensa se stessa su modalità conoscitive che a lungo andare la inducono a riconoscere il proprio vuoto, o deve uscire da sé, dal circolo virtuoso dell’autotrasparenza, rinunciando al dominio logico che si dà ragione da sé.
La separazione tra poesia e pensiero è in realtà una relazione unitiva dei due modi ritmici che portano il linguaggio al linguaggio. La poesia dà da pensare al pensiero e si accolla il dovere di pensare, ma non si pensa. Da parte sua, il pensiero, benché con modalità differenti, scruta la poesia, impedendole di essere poesia della poesia, cioè autolegitimazione di fronte al pensiero. Quest’ultimo, per quanto assolutamente radicale, non è in funzione di una conoscenza fondatrice, ragionevole e rassicurante, così come la poesia non è letteratura assoluta né tanto meno mistica ante litteram. […] La loro conversazione accade nell’intersezione della loro comune origine. L’origine non può essere pensata né come nulla né come qualcosa; la poesia scaturisce tra quel nulla e quel qulcosa, tra l’indefinito della negazione e la potenza dell’affermazione. Tra il nulla del nichilismo che nega il reale e l’illusione della rappresentazione che imita la natura c’è questo luogo vuoto , in cui ciò che è può apparire e raccogliersi nel suo dire silenzioso: un prima dell’inizio, un movimento inaugurale – vibrazione scaturente di ciò che perviene continuamente a sé.
Non c’è origine, ma accordo immediato con una perpetua nascita a cui s’intonano i modi e le interrogazioni della scrittura, attraverso l’arte della variazione, della brevità esplosiva dell’istante al vocativo ostinato, verso qualcosa che si rivela riservandosi. […] La parte radiosa, l’alêtheia della physis, si lascia intravedere solo sfuggendo alla vista. Il suo dischiudersi universale appare nel suo ritiro in seno all’oscurità, dove la parola si rifiuta di dimostrare e decifrare, facendo solamente segno alla sua scaturigine. (Del resto), … se fosse la piena chiarezza, sarebbe compiuto e immutabile; se fosse totale oscurità, il suo accesso sarebbe impossibile. L’esperienza della rivelazione è nella rivelazione stessa, nel circolo del rivelarsi sottraendosi. Il poeta corre il massimo rischio, arrischia la propria identità di poeta:

“Io è un altro”, annuncia Rimbaud.
“… di insensato gioco di scrivere”, dice Mallarmé.
“… di cadere in servitù di parole”, parla Ungaretti.
“… (rischia) attraverso l’intuizione della ‘decreazione’, l’unico atto autentico di donazione la sua identità”, affiora negli appunti di Simone Weill.

“Il lavoro della poesia” – di Giampiero Moretti, in Anterem n. 95 - Dicembre 2017 (estratto).

[…] “La grandezza artistica (del fare poetico) può mai essere storicamente efficace, può inserirsi nel processo del divenire?”; (la domanda è così posta nel saggio “Problematica della poesia” da Gottfried Benn), e si pone nella prospettiva evoluzionista interpretata in senso biologico-meccanico, e non invece in senso ‘spirituale’. Spirituale vuol dire per Benn: che il cambiamento, lo sviluppo, nel grande e nel piccolo, avviene in senso goethiano, in maniera tale cioè che sia una variazione sul fondamento e non una variazione-accrescimento del fondamento.
In campo poetico, la differenza sta nel fatto che nel primo caso l’individualità lirica resta ‘soggetta’ a una sostanza che, mutandosi, muta il soggetto poetico, mentre, nel secondo caso, l’individualità lirica assoggetta a sé il fondamento che, il fatto, scompare nell’Io che lo ‘esprime’. Il fondamento insomma, ‘resta’. […] In effetti, Benn sottolinea la preminenza della libertà poetica dell’Io lirico sulla meccanicità della sostanza interpretata in senso positivistico. […]
Tra le considerazioni più degna di nota, e massimamente in linea con il pensiero di Nietzsche, troviamo quella secondo cui «l’Io è un tardo stato d’animo della natura, e addirittura uno stato d’animo fuggevole», ricondotta perciò al contesto fortemente nietzschiano all’interno del quale e dal quale nasce la prospettiva poetica di Benn, quella affermazione significa che l’Io ha un ‘suo’ tempo, dal quale emerge, e che esso è del pari fatto di tempo, e ciò senza alternative, senza ulteriori possibilità che non siano veri e propri inganni, abbagli (non insomma finzioni poetiche ‘volute’). […] Tra queste due strettoie, l’Io poetico esprime la sostanza, che non è però mai un mero niente e che quindi non può mai semplicemente appartenere all’Io che la esprime. […] E tuttavia: quell’espressione è dell’Io, gli appartiene come una ‘cosa’, una pertinenza (?) […] La poesia (e la sua espressione dell’Io) non viene tanto legata e collegata alla vita ‘spirituale’ del singolo, quanto piuttosto al suo ‘corpo’, come zona autenticamente antica, arcaica, in cui in qualche misura riposa l’emozione come dimensione e fatto primario: non frutto di mero stimolo esteriore, dunque, quanto piuttosto di una temporalità interiore, profonda e intensa che nessun cervello può oltrepassare o trascurare. […]
Quella temporalità arcaica è ‘già spirituale’, ed è al contempo un fatto, irraggiungibile tuttavia dalla scienza intesa in maniera diversa da Goethe. Entra qui in scena, secondo la nostra lettura di Benn, la sua ‘proposta’ della poesia come un ‘fare’ che abbia, al contempo, caratteri individuali e universali, aspetti sia di irripetibilità (e quindi in un certo qual modo se non proprio irrazionali quantomeno a-razionali), sia di stile, comunicativamente avvicinabili, quest’ultimo, all’ambito del sapere. […] Poesia (quindi) come linguaggio e però come conoscenza, una mescolanza all’interno della quale non indisciplina e sregolatezza, bensì disciplina e regola sono al centro del processo poetico. […] In questa prospettiva, è possibile concludere che il ‘fare poetico’ è un fare ben più somatico che cerebrale e che esso presenta caratteri di universalità non di rado iscritti ‘nel corpo stesso del poeta’ non solo.
Affrontando la questione del sorgere e del significato della genialità Benn evidenzia efficacemente come, nella sua prospettiva, l’elemento individuale (‘degenerativo’) della genialità si trasformi in qualcosa di universalmente riconosciuto, accertato e celebrato soltanto nella misura in cui l’universalità popolare (oggi diremmo: il pubblico) ne decreta il successo che viene fondato, radicato – diremmo noi – sul ‘corpo’ del poeta, vale a dire radicato in quelle profondità arcaiche le quali, sole, garantiscono una universalità non effimera all’opera d’arte ‘espressa’ dal genio. […]
Le poesie vengono fatte, scrive Benn, e intende : le ‘poesie’ non sono il resoconto, il ‘racconto’ di stati d’animo individuali e passeggeri. Il ‘fare’ poetico è dunque ora al centro della riflessione; il difficile ciò che rende ‘rara’ la poesia, consiste nel fatto che essa non ha tema-argomento ma deve trasformare ciò che l’esistenza ‘sente’ in poesia. Se l’esistenza sente se stessa è ‘solo’ se stessa, la poesia sarà forse anche per certi aspetti ‘ben riuscita, ma non vera in senso ultimo. […] Forse, ma non è poco, se consideriamo che quella ricerca consapevole di un’apparenza (che non può mai, naturalmente, essere mera maniera) poggia a sua volta non tanto o soltanto sulla volontà artistica ‘del’ poeta quanto invece sulla potenzialità poetica dell’essere. È quest’ultima, se così stanno le cose, che ‘libera’ la poesia come risultato puro e semplice dalle strettoie del mestiere. Naturalmente, indicare cosa, in una poesia, non va nella direzione suddetta, è molto spesso ben più semplice del contrario.
Si leggano con attenzione, a tal proposito, le pagine che Benn dedica a sottolineare i quattro elementi che (a suo dire) tanto frequentemente compaiono nelle poesie quanto altrettanto frequentemente, segnalano un cortocircuito nella poesia. In conclusione però il punto è uno solo e uno soltanto, nella poetica moderna, la poesia del nostro tempo è quella in cui la nostra esistenza si ritrova appieno, o almeno può ritrovarsi l’Io che, parlando di se stesso parla d’altro, e questo altro non è una sua proiezione, ma è davvero Altro. E se non è, tale parlare,una modificazione, davvero diventa difficile ipotizzarne una più radicale.

Poesia dunque come variazione, cambiamento, sconfinamento, digressione, erranza.

Queste le tematiche ampiamente trattate dalla Rivista Letteraria da illustri studiosi traduttori e commentatori di saggi filosofici e poetici dei migliori e riconosciuti scrittori di ogni epoca, con particolare riguardo agli autori a noi contemporanei. Nelle sue pagine troviamo, inoltre a Flavio Ermini, Giorgio Bonacini, Vincenzo Vitiello, Carlo Sini, Alejandra Pizarnik, Laura Caccia, Enrico Castelli Gattinara, Alfonso Cariolato, Ranieri Teti, Massimo Donà, Henri Michaux, Davide Campi, Mara Cini, Marco Furia, e numerosi altri collaboratori. Ma non è tutto, sono regolarmente accolte inoltre le ‘voci’ dei grandi poeti, come Friedrich Hölderlin, Paul Celan, Emily Dickinson, Giuseppe Ungaretti, Giacomo Leopardi, Marina Cvetaeva, Claude Esteban, Camillo Pennati, Rainer Maria Rilke, Yang Lian, solo per citarne alcuni. Anche se è facile immaginare che nei 42 anni dalla fondazione della Rivista siano apparsi, verosimilmente, tutti o quasi sulle sue pagine.

Un pregio questo che attribuisce ad Anterem il primato di una lunga impegnativa produzione letteraria, della quale, Flavio Ermini, da sempre, mantiene alto il vessillo dell’impegno filantropico socio-culturale nel nostro paese. “Non c’è fine al principio” va quindi considerata come ‘massima’ che da sempre distingue e sostiene Flavio Ermini, e va letta come impegno progressivo e conseguente nel duro lavoro di direttore e redattore della Rivista, giunta quest’anno al suo 95 numero con il quale si è voluto in questo articolo, dare una risposta confacente a “La poesia non è un genere letterario”, come abbiamo avuto modo di accertare. Relativamente a un modo dirompente e in qualche modo provocatorio di tornare ad argomentare un dialogo schiuso in illo tempore, ma pur sempre attuale, sul ‘fare’ poesia e sul ‘lavoro’ del poeta, con l’affrontare tematiche vecchie e nuove inerenti e/o differenti all’argomento poetico.

Lo attestano le numerose adesioni alle diverse ‘sezioni’ del Premio, ed ancor più le varie pubblicazioni indotte ad esso, come avviene ad esempio con ‘Limina’ Collezione di scritture, e con ‘Opera Prima’ che accoglie fra le sue pagine le ‘voci’ di autori inediti e in parte sconosciuti nella scuderia del Premio intitolato a Lorenzo Montano giunto alla sua XXXII edizione, che la Rivista Anterem indice ogni anno nella ricerca infinita della Poesia d’Autore. Autori che si aprono con spirito innovativo a questa parte legittima di infinito, dando maggiore forza al riconoscimento della ‘poesia’ come forma d’arte a se stante, capace di affermare l’universalità del suo messaggio, sconosciuto in quanto imperscrutabile, suggestivo quanto più ispirato. Afferente al pensiero e alla parola, così come al canto e alla musica, in quanto ‘voce poetica’ definitivamente liberata dai lacci misteriosi delle afasie di un linguaggio ampiamente superato, appartenuto al passato, per quanto glorioso, ma che oggi pur s’avvale della bellezza terrena dei sentimenti e dell’ebbrezza spirituale che inevitabilmente pervade l’universo futuro.

Flavio Ermini (Verona, 1947), poeta e saggista.
Dirige dalla fondazione (1976) la rivista di ricerca letteraria “Anterem”. Tra le sue ultime pubblicazioni: ‘Poema n. 10. Tra pensiero e poesia’, (poesia 2001; edito in Francia nel 2007 da Champ Social), ‘Il compito terreno dei mortali’ (poesia, 2010; edito in Francia nel 2012 da Lucie Éditions), ‘Il matrimonio del cielo con la terra’ (saggio e poesia, 2010), ‘Il secondo bene’ (saggio, 2012), ‘Essere il nemico’ (pamphlet, 2013), ‘Rilke e la natura dell’oscurità’ (saggio, 2015), ‘Il giardino conteso’ (saggio e poesia, 2016), ‘Della fine’ (prosa poetica, 2016). Collabora all’attività culturale degli “Amici della Scala” di Milano. Per Moretti&Vitali cura la collana di saggistica “Narrazioni della conoscenza”. Partecipa a seminari e convegni in molte istituzioni accademiche italiane e straniere. Vive a Verona, dove lavora in ambito editoriale.

Riferimenti bibliografici oltre quelli citati:
Fabio Squeo, “L’altrove della mancanza nelle relazioni di esistenza”, Bibliotheka Edizioni 2017.
Victor Turner, “Antropologia della performance”, Il Mulino 1993.
Wikipedia, Enciclopedia libera on-line – by Wikimedia Foundation
Giorgio Bonacini, Prefazione a “L’inarrivabile mosaico” di Enzo Campi – Anterem Ed. Premio Lorenzo Montano ‘Raccolta inedita’ 2017.
Zigmunt Bauman, “Retrotopia”, Laterza Editori 2017.
Gottfried Benn, “Lo smalto sul nulla”, Problematica della poesia, Adelphi 1992, in
“Il lavoro della poesia” – di Giampiero Moretti, in Anterem n. 95 - Dicembre 2017.
Artur Rimbaud, in “Poesia e pensiero in dialogo” di Adriano Marchetti, Anterem n. 95 - Dicembre 2017.

Recensioni di Giorgio Mancinelli sul sito larecherche.it:

Flavio Ermini, "Il Giardino Conteso" - Moretti & Vitali, 2016. Pubblicato il 20/04/2016 04.
Flavio Ermini, “Serata/Evento dedicata a Rainer Maria Rilke, a 90 anni dalla morte”. Pubblicato il 29 dicembre 2016.
ANTEREM 91 apre il 2016 con uno straordinario numero da collezione. Pubblicato il 03/03/2016.
“91 E NON LI DIMOSTRA” ANTEREM RIVISTA DI LETTERATURA E POESIA . Pubblicato il 30/12/2015
“Premio Di Poesia 'Lorenzo Montano' Edizione Del Trentennale”. Pubblicato il 10/02/2016

Sitografia:
ANTEREM – Rivista di Ricerca Letteraria: www.anteremedizioni.it Premio Lorenzo Montano: premio.montano@antermedizioni.it


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- Teatro

Atelierspazioperformativo, danza e teatro a Salerno

ATELIERspazioperformativo, danza e teatro con uno sguardo alla formazione, alla scuola e all'impegno sociale.

E’ stata presentata questa mattina presso l’Ente provinciale per il Turismo di Salerno l’ottava edizione di ATELIERspazioperformativo, realizzata da Artestudio e Teatro Grimaldello, in collaborazione con il Teatro Nuovo, concept e coordinamento di Loredana Mutalipassi. La rassegna domenicale è dedicata a danzatori, attori e studenti come spazio alternativo, ma non esclusivo, all’interno del quale approcciare o approfondire l’arte performativa, o meglio la forma rappresentativa risalente agli anni Sessanta, legata alla riscoperta del corpo dell’attore da parte del teatro novecentesco. In particolare, attraverso l’incontro con artisti di rilievo internazionale nell’ambito della danza e del teatro, Atelier si pone l’obiettivo di individuare, potenziare e raffinare le possibilità espressive del corpo sperimentandone la duttilità e migliorandone la qualità.

L’evento, che ha il patrocinio del Comune di Salerno, si propone di ampliare sempre più l’orizzonte dello spazio teatrale inteso come luogo del corpo dell’attore nella sua totalità; una dimensione nella quale spazio e tempo siano profondamente correlati e traslati dalla sensibilità rappresentativa degli interpreti. Anche quest’anno la proposta è eterogenea ma profondamente univoca proprio nella ricerca, da parte di registi, coreografi e interpreti di mettere in scena “il corpo” sulla scena, corpo che attraverso la sua stessa materialità ri-crea la realtà e la offre al pubblico, sempre più esso stesso interprete e chiamato ad agire e non ad essere agito da ciò che prende vita sulle assi del palcoscenico. La formula organizzativa ripropone una co-direzione artistica – Loredana Mutalipassi e Antonio Grimaldi – e si estende con la creazione di una rete di promotori, tutti operanti a Salerno e in provincia, che hanno messo in comune idee ed energie, non solo in fase di realizzazione dell’evento in senso stretto ma proprio dal punto di vista del progetto culturale di cui Atelier si fa promotore, che è quello della fruizione critica, della formazione non solo dell’attore ma soprattutto del pubblico.

La formazione e l’impegno sociale.
A tale proposito ci piace sottolineare una delle caratteristiche fondamentali di ATELIERspazioperformativo, che ne informa profondamente la struttura da sempre, e cioè la dimensione della formazione: l’atelier, quello dei pittori e degli scultori, ma anche delle sartorie, è il luogo deputato alla “costruzione”, alla creazione del veicolo espressivo attraverso il quale si produce proprio materialmente l’ “opera”. L’idea di fondo è proprio la formazione, il ritorno ad una visione educativa del teatro in senso lato, non soltanto nella fruizione (com’era presso Greci e Romani) ma nel suo stesso processo creativo, nei codici che ne sono alla base, nelle tecniche attraverso le quali si esprime e che costituiscono il “linguaggio non-verbale” o una verbalità che si trascende attraverso il corpo dell’attore stesso.

Da sempre ATELIERspazioperformativo ha avuto una sezione laboratorio che quest’anno assume un rilievo ancora più ampio, di livello internazionale. Infatti il comparto formazione si avvarrà della presenza a Salerno del Maestro Milton Myers, direttore della sezione contemporaneo dello Jacob’s Pillow, docente presso Alvin Ailey American Dance Theatre, di Max Luna III, direttore del Reale Balletto delle Filippine, docente ospite della The Ailey School, già primo ballerino dell’Alvin Ailey American Dance Theatre, con una full immersion nella tecnica di danza contemporanea fondata da Lester Horton, di cui gli artisti summenzionati rappresentano la più diretta testimonianza. Per completare ancora di più un’esperienza squisitamente tersicorea, che vedrà affluire a Salerno danzatori provenienti da tutta Italia, e, ci auguriamo, da tutta Europa, la sezione seminario di ATELIERspazioperformativo edizione 2018 vedrà inoltre la partecipazione di Massimiliano Scardacchi, AND (Accademia Nazionale di Danza), per la danza classica e Roberto D’Urso, RAI e Mediaset, per il genere modern jazz. Il tutto arricchito dalla presenza di maestri accompagnatori alle percussioni quali Paula Jeanine Bennett, dalla Juilliard di New York e il maestro Ruggiero Botta. Per il seminario si è avviata la collaborazione con il Liceo Coreutico Alfano I di Salerno.

L’attenzione alla formazione si traduce, inevitabilmente in un particolare impegno rivolto al territorio, in particolare alla fascia degli adolescenti e dei giovani, ma anche più in generale, ai gruppi sociali più deboli e, quest’anno, si tradurrà nella disponibilità ad offrire 100 posti per assistere alle quattro performance in programma a persone segnalate dal Segretariato Sociale. Puracultura è mediapartener della rassegna.

Programma:

Domenica 28 gennaio
Kollettivo Kairos (1.7)
ENEA WHAT THE HEALTH - uno studio
Coreografie di V. Guarracino e Kollettivo Kairos (1.7)

Domenica 11 febbraio
Scuola Elementare del Teatro diretta da Davide Iodice
R.A.P. - REQUIEM A PULCINELLA,
di Damiano Rossi

Domenica 4 marzo
Compagnia Danza Flux,
REDEMPTION SUITE
coreografia di Fabrizio Varriale/Danza Flux

Domenica 11 marzo
Teatro Grimaldello,
CALIGOLA
di e con Antonio Grimaldi

SEZIONE LABORATORIO: 28-31 marzo 2018

HORTON EXPERIENCE
seminario internazionale con:
MILTON MYERS (New York) – Horton avanzato e repertorio
MAX LUNA III (Manila) – Horton intermedio e principianti
PAULA JEANINE BENNETT (New York) – maestro accompagnatore
RUGGIERO BOTTA – maestro accompagnatore

www.puracultura.it / comunicazione@puracultura.it 339.7099353

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- Teatro

Mutaverso Teatro di Salerno presenta..

Il pluripremiato 'Cantico dei Cantici' di Roberto Latini
apre la Stagione 2018 Mutaverso Teatro.

La Stagione 2018 Mutaverso Teatro, giunta alla terza edizione, diretta da Vincenzo Albano/Erre Teatro, in scena all’Auditorium Centro Sociale di Salerno (in via Cantarella 22, quartiere Pastena) ha premiatot il suo pubblico venerdì 19 gennaio alle ore 21, con uno spettacolo che ha al proprio attivo due Premi Ubu 2017 per ‘Miglior progetto sonoro’ e per ‘Miglior attore o performer’ appena conquistati.

Il 'Cantico dei Cantici', della compagnia Fortebraccio Teatro, adattato e interpretato in maniera straordinaria da Roberto Latini, già vincitore nel 2014 di un altro premio Ubu, che ha collazionato anche il Premio Sipario nell’edizione 2011 e il Premio della Critica dall’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro nel 2015, ha fatto da apripista ad una stagione che si preannuncia ricca di interpretazioni interessanti.

Le note di regia chiariscono che il Cantico "è uno dei testi più antichi di tutte le letterature. Pervaso di dolcezza e accudimento, di profumi e immaginazioni, è uno dei più importanti, forse uno dei più misteriosi; un inno alla bellezza, insieme timida e reclamante, un bolero tra ascolto e relazione, astrazioni e concretezza, un balsamo per corpo e spirito".

«Non ho tradotto alla lettera le parole, sebbene abbia cercato di rimanervi il più fedele possibile – ha dichiarato Roberto Latini – ma ho tradotto alla lettera la sensazione, il sentimento che mi ha da sempre procurato leggere queste pagine. Ho cercato di assecondarne il tempo, tempo del respiro, della voce e le sue temperature. Ho cercato di non trattenere le parole, per poterle dire, di andarle poi a cercare in giro con il corpo, di averle lì nei pressi, addosso, intorno. Ho provato a camminarci accanto, a prendergli la mano, ho chiuso gli occhi e, senza peso, a dormirci assieme».

Musiche e suoni di Gianluca Misiti; luci e tecnica Max Mugnai.

Info: info@erreteatro.it - tel. 329 4022021 - 348 0741007.
Informazioni: info@erreteatro.it | 329 4022021 | 348 0741007.

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- Cinema

L’Arte di fare Cinema

L’ARTE DI FARE CINEMA
Backstage / Note di regia.

“La prima cosa che disegno indipendentemente dall’inquadratura è anche la prima cosa sulla quale si posa il nostro sguardo, cioè il volto, la posizione del volto determina l’inquadratura”, si trovò ad affermare Alfred Hitchcock nel corso di un’intervista ai Cahier du Cinéma.

Se con ciò fu allora possibile risolvere l’incognita del primo piano e ci si accorse che era rivolto alla figura umana, nulla vieta oggi di spostare l’attenzione sull’immagine del volto che per primo si definisce entro lo spazio filmico. Il volto è infatti il punto di contatto, di presenza e definizione, eletto a protagonista dell’intero spazio che intercorre tra il prima e il dopo di una sequenza filmica, capace da solo di determinare l’impatto visivo diretto con chi l’osserva. Ed è ancora il volto, soggetto unico e originale in quanto arcano e misterioso, fonte dell’inquadratura primaria, a costituire il perno d’identificazione di questa insolita impresa registica in cui, passato e presente, sono parte integrante di un vuoto temporale, privilegiato e sensibile, che solo casualmente coincide, con lo spazio che lo circonda.

Allo stesso modo la 'sceneggiatura' svolge un ruolo liberatorio dello spazio-tempo che intercorre tra i diversi accadimenti, volutamente narrati in chiave di fiction, per stemperare la tensione fortemente drammatica, vecchia di duemila anni e pur sempre attuale, della tragedia che racchiude. In cui sono raccolti accadimenti che annotano il ripetersi di azioni di guerriglia, di condanne e di assoluzioni, ma anche di persecuzioni nell’ambito di lotte fratricide interminabili, alle quali assistiamo ancora oggi, non solo come sfondo pseudo-storico delle vicende narrate, bensì nel ripetersi della vita reale che viviamo sulle pagine dei giornali e dei notiziari, in cui esseri umani in carne e ossa soccombono e muoiono in nome di una “guerra santa” che non ha alcuna ragione di essere. E che, ancor più, scorgiamo in presa diretta, sui volti sofferenti e negli sguardi di quanti si domandano increduli: “perché?”.

In quanto alla 'location', la dimensione internazionale dei fatti narrati, ampliati in un tutt’uno che abbraccia il passato e il presente, volutamente estesa per infondere alla narrazione la veridicità di cui necessita e nella quale si è voluto riallacciare i fatti di ieri, avvenuti nell’ambito piuttosto ristretto del mondo allora conosciuto, con quelli di un oggi allargato, in cui le comunicazioni occupano un posto prioritario. Le tecnologie, sicuramente più avanzate di quelle di allora, testimoniano lo sperpero di risorse enormi nel dar seguito a guerre che non hanno più alcun senso, se mai lo hanno avuto, mentre si consuma una delle più efferate contraddizioni all’universale senso di sopravvivenza.

Un parallelo che, come nella realtà, non ha ragione di essere consumato, ma che forse rende, pur nella finzione, come vanno le cose del mondo e di quale realtà oggettiva è fatto il genere il umano. Se soltanto ci guardassimo più negli occhi, se solo incrociassimo un po’ più gli sguardi l’uno dell’altro, forse ci accorgeremmo di quanto, tra sfiducia e incredulità, passa sui nostri volti. Donde l’importanza di accedere al cast originario, ovvero alla scelta di quelli che sono stati e sono i protagonisti della vicenda qui di seguito narrata, ripercorrendo i labirinti di un vissuto qua e là forzato quanto ignoto. Andare cioè alla ricerca dei volti della storia come immagini in sequenza, in tempi narrativi diversi e diversificati, in un parallelismo funzionale al soggetto, in cui fisicamente coinvolti, faranno infine da veicolo all’identificazione cinematografica, secondo scelte che possiamo definire razionali o irrazionali a seconda della diversità del caso.

Così come, a loro volta, hanno operato nel cinema, oltre ad Hitchcock (in quasi tutti i suoi film), Welles (in Il Terzo Uomo), Cassavettes (nel film Facies), e Bergman in (in Volti), in cui lo sforzo registico, per l’appunto, sta nel catturare l’essenza delle diverse individualità, non già attraverso il dramma narrato, bensì, nell’espressività dei volti.

Immaginiamo per un momento che qualcuno abbia chiesto al grande regista del brivido Alfred Hitchcock di svelare quali fossero i segreti della sua arte che a distanza di tempo ancora rendono i suoi film così particolarmente coinvolgenti:

“I miei segreti! – avrebbe esclamato con suo sorriso sornione che di per sé sarebbe già una risposta – I miei segreti sono qui, sotto gli occhi di tutti, da anni ho imparato che se desideri celare qualcosa alla stupidità umana, il posto migliore è quello in cui il mondo intero lo possa vedere”.

Ma non lasciamoci ingannare dalla risposta, che invece appartiene a un altro grande maestro, questa volta dell’arte pittorica, Leonardo Da Vinci che la riferisce alla domanda di Agostino di Leyre inviato del Santo Uffizio a supervisionare la sua opera più discussa e ritenuta eretica: il Cenacolo. E quale simbolo a questo scopo è più elettivo del volto umano colto nella sua essenza incomprensibile e misteriosa? Che ci piaccia o no, che lo vogliamo o no, per necessità o per scelta, il volto, isolato in una fotografia o messo in primo piano nel singolo fotogramma di una sequenza filmica, si trasforma in un unico e assoluto atto di creazione, diventa, per così dire, la nostra opera d’arte, che ci accalappia nel vortice dei sentimenti. E solo perché niente di meglio, o forse di peggio, è in quel momento diversamente immaginabile.

Ciò è ancora più evidente in Michelangelo Merisi da Caravaggio, che nelle sue opere si spinge a mettere in luce, con tagli mirati, i volti dei personaggi dei suoi dipinti, facendosi partecipe dell’azione che si sta compiendo sulla tela. È indubbiamente il caso del suo La cattura di Cristo, (utilizzato in copertina), conosciuto anche col nome assai riduttivo Il bacio di Giuda della National Gallery of Ireland di Dublino, in cui il centro visivo del quadro è formato dalle due teste contrapposte dei protagonisti, i cui volti, “..immortalati in uno stupendo notturno, risplendono a incorniciare in un’unica parabola, carica di molteplici valenze, le teste del tradito e quella del traditore”. È ancora il buio del peccato ad avvolgere ogni cosa, lì dove “..pochi fulgidi bagliori rischiarano questa notte senza tempo: il luccichio delle armature dei soldati, il volto presago del Cristo, le sue mani intrecciate, l’urlo di San Giovanni bloccato di tre quarti sulla tela”.

Quel che colpisce è la forza che il quadro emana, la rapidità delle pennellate, l’innegabile forza delle forme, il suo intenso impatto estetico ed emozionale a conferma della tragicità di un evento cruciale, che ancora oggi stupisce per la compiutezza dell’esecuzione tecnica con cui il pittore ha delineato i tratti dei modelli scelti, restituendo la loro immagine come riflessa da specchi segreti. Fatto rilevante ed eccezionale è che per la prima volta il pittore introduce la fonte di luce internamente al quadro stesso. La luce sulla tela è ben più di un semplice elemento della natura che irrompe sulla scena per darle rilevanza sicura, è come una lente puntata prevalentemente sui volti e sulle mani di personaggi che una lanterna innalzata, ma forse anche quella di una invisibile luna che li fa risaltare sul fondo scuro con sorprendente chiarore. Un bagliore che esplicita sui volti i fermi sentimenti dei protagonisti, quasi che il pittore volesse attirare l’attenzione sull’intensa drammaticità dell’azione che si sta svolgendo, al tempo stesso, rimettendo a sé “l’amore che tradisce e l’amore che subisce”, rendendoli contemporanei anche a ciascuno di noi.

Tutto si evolve nel presente in cui si concentra la storia vecchia di duemila anni e più, che in un istante si svolge sulla scena allestita dal grande regista lombardo, in mezzo al clangore di armi di ferro che risuonano corrusche contro lo sfondo di una notte immaginabilmente buia. Una storia senza fine, rischiarata da una luce che non è soltanto bagliore naturale, ma luce di grazia, in cui l’evento narrato si snocciola al pari di una sacra rappresentazione all’interno di una scenografia teatrale, riallestita in uno spazio montano che si annulla. Dove il tempo si ferma nell’istante carico di emozione e le figure dei protagonisti sembrano essere così reali che, addirittura, potrebbero raccontare in prima persona le proprie ‘storie’ e recitare ognuna la propria parte. Ancor più da parte di chi, per propria decisione e per decisione altrui, ha voluto ricostruire quanto realmente è accaduto nell’orto degli ulivi molti secoli prima e che non riesce a comprendere del tutto, benché come spettatore egli ne sia coinvolto, tuttavia non ponendosi dalla parte dello spettatore, poiché si rivela testimone oculare di un ‘fatto’ ed è chiamato ad assolvere il compito di testimoniare.

Che è poi quanto si vuole qui testimoniare, un qualcosa che fa parte della presa diretta e che, in un certo senso, potrebbe far pensare a un fare cinema tendenzialmente motivato dalla spinta emotiva che un regista motivato si porta dentro, appunto come dovette essere per Caravaggio, finalizzata a dare movimento alla tela, all’insieme della scena, quasi da renderla animata. Come di una sequenza che scorre veloce dopo l’altra di quell’arte onirica che matura nei sogni, o forse negli abbagli e nelle allucinazioni, e che prende nome di sequenza filmica. O meglio, come di una ininterrotta trasformazione del latente nel manifesto, del nascosto nel rivelato, paragonabile a un continuo e costante lavoro di realizzazione di ciò che in fondo è l’arte dell’illusione, cioè di quella che per lo più chiamiamo la “grande arte del cinematografo”.


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- Società

Christmas Happiness / 2

CHRISTMAS HAPPINESS / 2
In cerca del regalo perfetto da fare agli altri (soprattutto a se stessi): qualche libro, qualche evento cinematografico, quanto basta di poesia, qualche mostra, un concerto, il resto createlo Voi lettori … in fondo Natale è anche Vostro, o no?

‘ikutsure ka sagi no tobi yukyu aki no kure’

‘Piccoli stormi
d’aironi solcano il cielo
crepuscolo d’autunno.’

‘shibagaki ni kotori atsumaru yuki no asa’

‘La siepe spoglia
gli uccelli vi si posano
mattina di neve.’

‘yuku aki no aware o dare ni takara mashi’

‘L’autunno finisce
a chi poter confidare
la mia malinconia?’

(da “Novantanove Haiku “ di Ryöcan – La vita felice 2012)

Un’introduzione particolarmente cercata questa di usare alcuni‘haiku’ famosi di Ryöcan per fare da cornice alla mostra dedicata a Katsushika Hokusai – Sulle orme del Maestro - al Museo dell’Ara Pacis - Lungotevere in Augusta, a Roma dal 12 ottobre 2017 – 14 gennaio 2018. A cura di Rossella Menegazzo.

Ɣ “HOKUSAI - Sulle orme del Maestro”
L’importante Mostra sul maestro giapponese Katsushika Hokusai (1760-1849) è visitabile fino al 14 gennaio 2018. Attraverso circa 200 opere (100 per ogni rotazione della mostra per motivi conservativi legati alla fragilità delle silografie policrome) provenienti dal Chiba City Museum of Art e da importanti collezioni giapponesi come Uragami Mitsuru Collection e Kawasaki Isago no Sato Museum, oltre che dal Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone di Genova, la mostra racconta e confronta la produzione del Maestro con quella di alcuni tra gli artisti che hanno seguito le sue orme dando vita a nuove linee, forme ed equilibri di colore all’interno dei classici filoni dell’ukiyoe.
Dal paesaggio alla natura, animali e fiori, dal ritratto di attori kabuki a quello di beltà femminili e di guerrieri, fino alle immagini di fantasmi e spiriti e di esseri e animali semileggendari: questi i soggetti che i visitatori romani troveranno in mostra. Hokusai variava formati e tecniche: dai dipinti a inchiostro e colore su rotolo verticale e orizzontale, alle silografie policrome di ogni misura per il grande mercato, fino ai più raffinati surimono, usati come biglietti augurali, inviti, calendari per eventi e incontri letterari, cerimonie del tè, inviti a teatro.
Il maestro soprattutto deve la sua fama universale all’opera ‘La Grande Onda’ (parte della serie di Trentasei vedute del monte Fuji) ma anche all’influenza che le sue riproduzioni hanno avuto sugli artisti parigini di fine Ottocento, tra i quali Manet, Toulouse Lautrec, Van Gogh e Monet, protagonisti del movimento del Japonisme.
Tra i suoi allievi ci sono Hokuba, Hokkei (1790-1850), Hokumei (1786-1868) che segnano la generazione successiva di artisti, insieme a Keisai Eisen (1790-1848), allievo non diretto di Hokusai, ma che da lui è stato influenzato, che ha determinato gli sviluppi delle stampe di bellezze femminili e paesaggio degli anni 1810-1830.
Proprio a Eisen, presentato in Italia per la prima volta in questa mostra, appartiene la bellissima e imponente figura di cortigiana rappresentata nella silografia che Van Gogh dipinge alle spalle di Père Tanguy e utilizzata anche in copertina del Paris Le Japon Illustré nel 1887.

La mostra si compone di cinque sezioni:
1- MEISHŌ: mete da non perdere
Presenta le serie più famose di Hokusai: le Trentasei vedute del Monte Fuji, le Otto vedute di Ōmi, i tre volumi sulle Cento vedute del Fuji e un dipinto su rotolo del Monte Fuji, presentato per la prima volta in Italia e in anteprima assoluta.
2- Beltà alla moda
Una serie di notevoli dipinti su rotolo e silografie policrome dedicate al ritratto di beltà femminili e cortigiane delle famose case da tè del rinomato quartiere di piacere di Yoshiwara mettono a confronto lo stile del maestro Hokusai con quello di alcuni tra i suoi allievi più famosi tra cui Gessai Utamasa, Ryūryūkyō Shinsai, Hokumei, Teisai Hokuba.
3- Fortuna e buon augurio
Nel formato della silografia, di Eisen in questo caso, e attraverso una serie di undici dipinti su rotolo di Hokusai che rappresentano le divinità popolari della fortuna, si evince uno dei soggetti in voga all’epoca come portafortuna, protezione, augurio per occasioni speciali.
4- Catturare l’essenza della natura
Hokusai e allievi a confronto attraverso una serie di dipinti su rotolo provenienti dal Giappone sul tema della natura e degli animali per sottolineare i motivi classici della pittura di ‘fiori e uccelli’ e la valenza simbolica di alcuni animali quali il drago, la tigre, la carpa, il gallo riproposti nello stile di ciascun artista.
5- Manga e manuali per imparare
La serie completa dei 15 volumi di Manga di Hokusai sono esposti in questa sezione e rimandano ai tratti e alla forza che il maestro sa dare a ogni creatura che decide di rappresentare ma anche alla sua volontà di insegnare le regole della pittura ad artisti e appassionati. A fianco dei volumi di Hokusai, un album dell’allievo Shotei ripercorre i soggetti e le forme del maestro proponendo pagine simili fitte di disegni e schizzi.

Ɣ “HUMAN”
del regista Yann Arthus-Bertrand è un documentario per certi versi sorprendente quanto appassionante che si avvale di una altrettanto eccezionale quanto straordinaria ‘colonna sonora’ del compositore israeliano Armand Amar . Un dittico di storie e di immagini del mondo, per immergerci nella profondità del genere umano, che risalta per la capacità di sintesi che ne fa un'opera sorprendente meritevole di una particolare attenzione. Trasmesso da RAI5 e dalle televisioni di tutto il mondo ‘Human’ passa attraverso testimonianze piene d’amore, di felicità ma anche di odio e violenza, ‘Human’ ci permette di confrontarci con l’altro e riflettere sulla nostra vita con monologhi struggenti e di rara sincerità che si alternano a immagini aeree inedite, accompagnate da musiche particolarmente coinvolgenti.

‘Human, l’amore che salva il mondo’ è un bell’articolo/intervista di Cristina Barbetta – 07/ marzo/2016 apparso in VITA – Cultura:
Il grande fotografo e regista francese Yann Arthus-Bertrand ha presentato a Milano il suo ultimo film, ‘Human’, uno straordinario ritratto dell'umanità, un documentario che si interroga sul senso della vita e dell'essere uomini. Attraverso la voce di gente comune di tutto il mondo. 2020 interviste, 2 anni e mezzo di riprese realizzate in 60 Paesi diversi nel mondo e in 63 lingue diverse. Parole, immagini che mostrano la bellezza del mondo e musiche, che ci toccano e ci interrogano ‘per fare emergere l'empatia necessaria per vivere in quest'epoca difficile’.
‘Tutti gli esseri umani sono importanti e hanno qualcosa da dire’. Lo mostra Yann Arthus-Bertrand, fotografo, ambientalista e regista francese di fama internazionale, nel suo ultimo film, Human, uno straordinario ritratto dell'umanità, un documentario che si interroga sul senso della vita e dell'essere uomini.
Attraverso la voce di gente comune di tutto il pianeta. 2020 interviste, 2 anni e mezzo di riprese in 60 Paesi diversi nel mondo e in 63 lingue diverse per realizzare un film (191 minuti), che ci tocca profondamente perché ci riguarda tutti da vicino, perché ‘siamo tutti strumenti che suonano nella gigantesca orchestra della vita’ e queste persone che parlano sono il nostro specchio. Oltre alle persone, immagini della bellezza del mondo e musica, per riflettere e lasciare sedimentare.
Cinque anni dopo il film ‘Home’, prodotto da Luc Besson, che è stato visto da 600 milioni di persone in tutto il mondo, Yann Arthus -Bertrand lancia una nuova sfida con ‘Human’, presentato all'Assemblea Generale dell'ONU e al Festival del Cinema di Venezia del 2015, è stato proiettato già in 50 Paesi nel mondo, ed è destinato a raggiungere il maggior numero di persone grazie a un piano di distribuzione a molti livelli, dal cinema, alla televisione, a internet, dove si può visionare su Youtube.

Intervista a Yann Arthus-Bertrand:
Abbiamo incontrato Yann Arthus-Bertand in occasione della presentazione di Human a Milano, al cinema Anteo, dove il film, che in Italia è distribuito da Academy two, sarà proiettato per tre settimane tutti i giorni, alle ore 13:
Com’è nata l’idea del film?
Mentre realizzavo “La terre vue du ciel” (“La terra vista dal cielo”), un progetto fotografico e un libro che ha venduto più di 3 milioni di copie, sono stato in Mali con i contadini che praticano l'agricoltura di sussistenza, che in tutto il mondo sono un miliardo. Mi hanno parlato delle loro paure: la paura della morte, della malattia, la paura di non sentirsi parte del mondo. E quello che mi hanno detto, guardandomi dritto negli occhi, è stato molto più potente di quello che avrebbero potuto dirmi dei giornalisti o degli scienziati.
Ho iniziato nel 2003 a realizzare il progetto: “7 milliards d'Autres”, sulla gente del mondo. 6000 interviste filmate in 84 Paesi da circa 20 reporter per cercare l'"Altro". Human è ispirato a questo progetto.
Che cosa l'ha spinta a realizzare Human?
Volevo cercare di dare una risposta a tutte quelle domande essenziali che ci poniamo sul senso della vita : perché c’è la guerra, la povertà, la crisi dei rifugiati, l'omofobia... Human è un film politico, che ci fa riflettere sul significato della nostra esistenza attraverso il confronto con l'altro. Ed è un saggio di un regista che vuole parlare d'amore. Nel film le persone parlano anche di felicità, di valori come la famiglia, di amore. Come dice un ragazzino disabile nel film “è solo l'amore che ci salverà”. Human è un film utopistico, ma forse l'utopia è una verità prematura.
Che film è Human?
È un film che parla al cuore della gente. Mostra chi siamo, attraverso le parole di tutte quelle persone che parlano e ti guardano dritto negli occhi, e sono il nostro specchio. Sono tutte quelle persone intervistate che fanno la forza del film. Che deve essere guardato con molta umiltà perché è fatto da tutte quelle persone. È un film molto intimista e spirituale. Ed è sicuramente molto difficile, perché è lungo, è duro, e perché la vita è difficile. È un film che amo molto, che mi arricchisce e mi dà molta felicità. Quando ho fatto il montaggio ho realizzato che nessun attore avrebbe potuto essere più bravo di queste persone, nessuna storia inventata avrebbe potuto essere più forte.
Come avete scelto le persone che hanno parlato nel film?
Le abbiamo selezionate a seconda dei temi che volevamo trattare. Siamo andati in giro per il mondo, nelle strade, nei campi, nelle scuole, nelle carceri... Abbiamo intervistato rifugiati in Marocco, in Sicilia e a Calais.
A ciascuna delle persone intervistate abbiamo fatto 40 domande, sempre le stesse, indipendentemente dalla provenienza, dalla cultura, dall'età, partendo da quelle più semplici fino ad arrivare a quelle più complicate, come “Qual è stato il momento più difficile nella tua vita?” “Che senso ha la vita?”.
Abbiamo detto a queste persone che quello che avrebbero detto sarebbe stato ascoltato da milioni di persone nel mondo e che tutte le cose che avrebbero detto sarebbero state importanti. È stato come fare delle sedute psicanalitiche perché le domande venivano fatte con molta empatia e gentilezza e alla fine le persone si lasciavano andare e moltissime piangevano e abbiamo pianto, riso assieme a loro, siamo diventati amici, è stato bello e difficile.
Cosa vuole fare emergere il film?
Viviamo in un’era molto difficile. E’ la prima volta nella storia della umanità in cui il futuro appare cosi incerto: il riscaldamento globale, la crisi dei rifugiati, il divario crescente tra ricchi e poveri, la crisi economica... L'unica cosa che possiamo fare per affrontare i periodi difficili che stanno arrivando è vivere assieme, accettando il mondo per quello che è e cercando di fare il meglio che possiamo. Perché tutti abbiamo una missione. Come dice un bambino africano nel film” tutti abbiamo una missione che ci ha dato Dio”, il nostro compito è capire qual è la nostra missione. Questo film e il mio lavoro vuole fare emergere l’empatia necessaria per vivere tutti assieme in questo mondo dal futuro così incerto.
Come si è strutturato il documentario?
Si è sviluppato senza una sceneggiatura. Abbiamo fatto due anni e mezzo di riprese e un anno di montaggio, che è stata la parte più impegnativa dal momento che non c'era una storia. Abbiamo creato il film con 2020 interviste di cui abbiamo utilizzato una parte, e molte ore di riprese aeree. La difficoltà è stata nell'armonizzare le parole, la bellezza del mondo e la musica.
Spero che questo film vi cambi, così come ha cambiato me.
‘Human’ è il primo lungometraggio realizzato grazie alla collaborazione di due fondazioni non profit..
Il documentario è stato finanziato dalla Fondazione Bettencourt Schueller, grazie alla quale la visione del film è gratuita in tutte le scuole e in tutte le associazioni del mondo. E' un progetto della Fondation GoodPlanet, che ho fondato nel 2005 e sensibilzza su tematiche di sviluppo sostenibile globale.
Qual è il suo prossimo progetto?
Si chiama ‘WOMAN’ ed è un progetto dedicato alle donne, perché dopo avere girato questo film è stato chiaro che dovessimo parlare di donne.
Il copyright di tutte le immagini pubblicate è: HUMANKIND Production.
Photo of Yann Arthus-Bertrand: ©A. Miquel. Aerial iamges.
Sul web: vita.it/it/interview/2016/03/07/human-lamore-che-salva-il-mondo/43/
La versione di ‘Human’ con sottotitoli in italiano è visibile su Youtube con/anche
la colonna sonora di Armand Amar registrata su etichetta ERATO.


Ɣ “TEORIE DEL CINEMA. Il dibattito contemporaneo”
Un libro antologico di Adriano D’Aloia, Ruggero Eugeni – Raffaello Cortina Editore 2017, dal quale traggo questa ‘Postfazione’ di Francesco Casetti.

Le immagini in movimento continuano a costellare la nostra vita quotidiana, immersa in una miriade di schermi – grandi e piccoli, fissi e mobili, personali e collettivi – e in un flusso ininterrotto di narrazioni audiovisive. Anche i discorsi e le riflessioni sul cinema e sui film non cessano di animare il dibattito culturale contemporaneo coinvolgendo un gran numero di istituzioni (accademiche e non), appassionati di cinema e semplici spettatori. Se, da un lato, i film rappresentano da sempre le tendenze e le tensioni sociali della nostra cultura, dall’altro le teorie del cinema riflettono sempre più l’incontro (e lo scontro) fra differenti visioni del mondo e della conoscenza. Questa antologia presenta per la prima volta in italiano i contributi dei più autorevoli e originali rappresentanti dei film studies degli ultimi quindici anni. L’idea di fondo è che la riflessione sul cinema e sull’audiovisivo non si svolga in un perimetro chiuso e invalicabile, ma in aperto dialogo con altre discipline: con la filosofia, intorno al concetto di esperienza; con le scienze sperimentali, a proposito del concetto di organismo; con la teoria dei media, rispetto al concetto di dispositivo.
Un’articolata introduzione e una postfazione intenzionalmente provocatoria permettono al lettore di comprendere “dal vivo” come il pensiero sul cinema, nei suoi rizomatici mutamenti, sia fondamentale per interpretare la complessità dell’esperienza mediale contemporanea.

Biografia dei curatori:
Adriano D’Aloia è ricercatore all’Università Telematica Internazionale UniNettuno, Roma. Si interessa del rapporto fra teorie dei media, estetica, psicologia e neuroscienze. È autore di La vertigine e il volo. L’esperienza filmica fra estetica e scienze neurocognitive (2013) e curatore del volume di Rudolf Arnheim, I baffi di Charlot. Scritti italiani sul cinema 1932-1938 (2009).

Ruggero Eugeni è professore di Semiotica dei media all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove ha diretto l’Alta Scuola in Media, Comunicazione e Spettacolo. È fra i principali studiosi dell’incontro fra semiotica dei media e scienze neurocognitive. È autore di Semiotica dei media. Le forme dell’esperienza (2010) e La condizione postmediale (2015).
Con Adriano D’Aloia ha curato il numero monografico di Cinéma&Cie sul tema “Neurofilmology. Audiovisual Studies and the Challenge of Neuroscience” (2014).

Ɣ “DIECI FILM ITALIANI VOLANO A BARCELLONA”
di Vittoria Scarpa in collaborazione con Cineuropa
12/12/2017 - Torna dal 15 al 19 dicembre la Mostra de Cinema Italià de Barcelona, l’evento che promuove nella capitale catalana il meglio del cinema italiano dell’anno.
Sempre dalla selezione veneziana provengono altri tre film rappresentativi della new wave partenopea, che abbracciano in vari modi il tema della criminalità: l’opera seconda d’animazione di Alessandro Rak,Gatta Cenerentola (Orizzonti), Il cratere di Silvia Luzi e Luca Bellino (Settimana della Critica, e fresco vincitore del Gran Premio della Giuria al Tokyo Film Festival) e L’Equilibrio di Vincenzo Marra, presentato quest’anno alleGiornate degli Autori, così come Il Contagio di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, che esplora invece la criminalità organizzata di Roma.
Arriva dalle Giornate degli Autori anche Dove cadono le ombre di Valentina Pedicini, ambientato in Svizzera, mentre è stata applaudita all’ultimo Festival di Locarno la commedia Easy di Andrea Magnani, road movie dall’Italia all’Ucraina. Ancora commedia con Amori che non sanno stare al mondo, il nuovo film di Francesca Comencini presentato al Torino Film Festival, e con Moglie e marito di Simone Godano, in proiezione speciale. Da Cannes, infine, approda Fortunata di Sergio Castellitto. Quattro di questi titoli hanno già un distributore spagnolo: Cinemaran per Amori che non sanno stare al mondo e Dove cadono le ombre, Savor Ediciones per Fortunata e Selecta Visión per Moglie e marito.
Ad accompagnare i film a Barcellona ci saranno: Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, Simone Godano, Silvia Luzi e Luca Bellino, Andrea Magnani, Marco Manetti, Vincenzo Marra, Lucia Mascino, Valentina Pedicini, Edoardo Pesce e Alessandro Rak.
Spazio inoltre ai cortometraggi presentati alla Settimana della Critica di Venezia quest’anno: Adavede di Alain Parroni, Due di Riccardo Giacconi, Les fantômes de la veille di Manuel Billi, Il legionario di Hleb Papou, Malamènti di Francesco Di Leva, Piccole italiane di Letizia Lamartire e Le visite di Elio Di Pace. I sette cortometraggi concorrono per il Premio Corti di 2.000 euro che verrà assegnato da una giuria composta da Dimas Luis Rodríguez Gallego, Valentina Pedicini e Toni Benages.
La Mostra de Cinema Italià de Barcelona è organizzata da Filmitalia-Istituto Luce Cinecittà in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura, il Consolato Italiano e il Centro Sperimentale di Cinematografia.


Ɣ “THE SQUARE”
Il film di David González trionfa agli European Film Awards – in collaborazione con Cineuropa.
09/12/2017 - Il film di Ruben Östlund he seguito l’esempio di Toni Erdmann in occasione della serata berlinese che ha celebrato l’identità culturale e politica europea.
Per la seconda volta di fila, un unico film, un commedia per la precisione, ha portato a casa la maggior parte dei premi in occasione della cerimonia degli European Film Awards. Se lo scorso è toccato a ‘Vi presento Toni Erdmann’, quest’anno, nel 30° compleanno dell’evento, è stato ‘The Square ‘ il film che ha fatto piazza pulita di riconoscimenti.
Ruben Östlund, già vincitore della Palma d’Oro a maggio, ha ricevuto, da una giuria presieduta da Pedro Almodóvar, i premi principali della serata: il premio Attore europeo, andato a Claes Bang, i premi Sceneggiatura europea e Regista europeo, assegnati a Östlund, il premio Commedia europea e, ovviamente, il premio Film europeo. È bene notare che il film è stato anche tra i vincitori degli Excellence Awards: Josefin Åsberg ha fatto suo il premio Sceneggiatore europeo.
Östlund, ricevendo uno dei premi, ha affermato: “Volevamo lanciare un messaggio importante, ma volevamo anche intrattenere ed emozionare”. Quando è salito sul palco per ricevere il premio Film europeo, il produttore Erik Hemmendorff ha aggiunto “Non so se ci meritiamo così tanti premi”.
Oltre a ‘The Square’, gli unici film che sono riusciti a ottenere un qualche riconoscimento sono stati ‘Corpo e anima’ di Ildiko Enyedi, la cui protagonista, Alexandra Borbély, ha vinto il premio Attrice europea (ha dovuto trattenere le lacrime per poter pronunciare il suo discorso sul palco), ‘Communion’ di Anna Zamecka, premio Documentario europeo, ‘Loving Vincent’ di Dorota Kobiela e Hugh Welchman, premio Film d’animazione europeo, ‘Lady Macbeth’ di William Oldroyd, premio Scoperta europea - Premio FIPRESCI e Stefan Zweig: ‘Farewell to Europe’ di Maria Schrader, insignito del People’s Choice Award.
Nel corso di una cerimonia che ha evidenziato il ruolo degli European Film Awards nella creazione di un’identità europea attraverso il cinema negli ultimi trent’anni, il discorso del presidente dell’Accademia del Cinema Europeo Wim Wenders è stato di quelli che lasciano il segno. Un discorso carico di contenuti politici e che ha posto le seguenti domande: “Come è possibile che il nazionalismo stia tornando nelle nostre vite? Perché sta uccidendo i nostri più grandi sogni?”. Quando ha ricevuto il premio alla carriera dalla presidentessa dell’Accademia Agnieszka Holland, Aleksandr Sokurov ha ricordato tutte le difficoltà che ha dovuto superare nella sua carriera. Julie Delpy ha sottolineato il fatto di aver perso i finanziamenti di cui aveva bisogno per il progetto che ha in cantiere ritirando il premio Miglior contributo europeo al cinema mondiale (lasciando spazio anche a un messaggio di Ethan Hawke, che ha ricordato l’indimenticabile coppia che avevano formato nella trilogia Before di Richard Linklater). Ha poi continuato annunciando una lotteria durante la cerimonia con in palio alcuni biglietti per il film per sostenere il progetto, in quanto sta “semplicemente sopravvivendo con questa professione”.
La 30a edizione degli European Film Awards è stata, ancora una volta, un’occasione per celebrare il cinema europeo e l’identità culturale e politica dell’Europa, senza vincitori a sorpresa. Il prossimo anno, la cerimonia si terrà per la prima volta in Spagna, a Siviglia.

Ecco la lista completa dei vincitori:
Film europeo
The Square – Ruben Östlund (Svezia/Germania/Francia/Danimarca)
Documentario europeo
Communion – Anna Zamecka (Polonia)
Regista europeo
Ruben Östlund – The Square
Attrice europea
Alexandra Borbély – Corpo e anima (Ungheria)
Attore europeo
Claes Bang – The Square
Sceneggiatura europea
Ruben Östlund – The Square
Film d’animazione europeo
Loving Vincent – Dorota Kobiela, Hugh Welchman (Polonia/Regno Unito)
Commedia europea
The Square – Ruben Östlund
Scoperta europea - Premio FIPRESCI
Lady Macbeth – William Oldroyd (Regno Unito)
People's Choice Award
Stefan Zweig: Farewell to Europe – Maria Schrader (Germania/Austria/Francia)
Cortometraggio europeo
Timecode - Juanjo Giménez (Spagna)
Premio universitario film europeo (premio parallelo)
Heartstone – Guðmundur Arnar Guðmundsson (Islanda/Danimarca)

Ɣ “MOMENTI DI FELICITÀ”
di Marc Augé – Raffaello Cortina Editore 2017
Il piacere di incontrare un viso, un paesaggio, un libro, un film, una canzone, l’emozione del ritorno o della prima volta: sono impressioni fugaci, momenti di felicità concessi a tutti, indipendentemente da origini, cultura, sesso. Spesso arrivano improvvisi, in situazioni dove nulla sembrerebbe favorirli: nondimeno esistono e resistono, contro venti e maree, al punto di abitare stabilmente la nostra memoria. Marc Augé esplora questi momenti di felicità, mescolando riflessioni e ricordi personali, con un piccolo cammeo dedicato ai canti e sapori d’Italia, delizioso omaggio ai piaceri dei sensi che il nostro paese gli ha sempre offerto e offre a chiunque sappia intenderli come forma di autentica cultura. Ma lo sguardo dell’antropologo si fissa anche sull’oggi, sui momenti felici che oppongono resistenza all’epoca presente, all’inquietudine e all’angoscia: momenti “di felicità nonostante tutto”, perché nei periodi di incertezza avviene di norma che si vada in cerca di salvagenti.

Biografia dell'autore:
Marc Augé, etnologo e scrittore, è stato presidente dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales dal 1985 al 1995. Nelle nostre edizioni ha pubblicato, fra gli altri, ‘Il tempo senza età’ (2014), ‘Un etnologo al bistrot’ (2015) e ‘Le tre parole che cambiarono il mondo’ (2016).


(continua)




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- Società

Christmas Happiness / 1

CHRISTMAS HAPPINESS / 1
In cerca del regalo perfetto da fare agli altri (soprattutto a se stessi): qualche libro, un certo evento, quanto basta di poesia, qualche mostra, forse un concerto, il resto createlo Voi lettori … in fondo il Natale è anche Vostro, o no?

IN MOSTRA A: ‘PIÙ LIBRI PIÙ LIBERI’ – NUVOLA FUKSAS EUR/ ROMA
(appena terminata)

In-oltre a fare incetta di segnalibri ho fatto scorta di contatti più o meno graditi da parte degli editori che sono lì solo per vendere libri (senza sconti) e incamerare denaro (€), per non dire di tutto quello che si trova sul Web tra nuovo / usato / super-scontato / regalato ecc. Per non parlare poi della fantomatica presenza di certa media e piccola editoria che spesso non si comprende se è presente per promuovere una qualche attività legata alla letteratura e alla cultura più in generale, oppure a cosa? Quando, almeno per alcuni/e, farebbero meglio a produrre erbaggi e alimenti per animali.
In-vece più interessanti sono stati gli incontri (meeting), le convention, la presenza di autori che hanno illustrato le proprie opere e il loro operato scrittorio (molti a proprie spese) talvolta con semplicità e/o l’affabulazione di chi si misura costantemente con la realtà; altre con la prosopopea (vanagloria) di aver superato la soglia della mediocrità. Sarà vero? Solo perché ha scritto uno straccio di libro e fatto qualche apparizione in TV o in qualche trasmissione Radiofonica dicendo la sua pro o contro (V/S) questo o quel politico di turno, tutti destinati, primo o poi al dimenticatoio, quando sarà passata la bufera. Passerà? (Speriamo).
Fatto-accertato è che anche il lavoro dei media come RaiLibri (uno spazio per ogni canale e solo per conoscenza acquisita), Il Libraio, Radiolibri, Lo Scaffale, coi loro verosimili indirizzi e contatti (mai accessibili direttamente) vogliono passare per informatori e mediatori culturali quando invece risultano negoziatori tendenziosi (speculatori) a fini economici-politici con le loro ‘parole in sintonia’ (con chi?); ‘leggiamo insieme’ (a chi?); ‘guida all’uso dello scaffale dei libri’ (ma di chi?), per così dire, quando a scrivere e a pubblicizzare i propri libri sono gli stessi che conducono un programma (più o meno di successo), o che prendono parte a un reality (signori spesso sconosciuti senza arte né parte).
Tutta-via, riprendendo il verso da un noto modo di dire ‘non si può fare di tutta l’erba un fascio’ (scusate la parola che non si dovrebbe neppure pronunciare), c’è sicuramente da fare qualche distinguo, soprattutto se parliamo del ‘Il piacere della lettura’ (laFeltrinelli), come lo intendeva (a suo tempo) Marcel Proust e che qualcuno obietterà che si era nel 1916 e che da allora ‘ne è passata d’acqua sotto i ponti’, un altro modo di dire referente a Roma Ca-(pitale) (ma di che?). Sicuramente di un’Italia che si legge addosso, o che non legge affatto.
Delle-due una, si ma quale? Quella che si perde nella deludente Nuvola di Fuksas diventata per l’occasione della manifestazione libraria ‘piena di smog del falò dei libri da ardere’; oppure quella intelligente (e direi finalmente), della ‘Piccola Biblioteca Di Letteratura Inutile’ ideata e edita da Giovanni Nucci? La scelta non è così scontata se si pensa allo slogan di laFeltrinelli: “I libri raccontano molte più storie di quelle scritte tra le loro pagine”. Bello no? Tant’è che ho pensato a una libreria fatta di soli titoli di copertina (magari bene illustrate) e un interno completamente bianco, dove ogni lettore può leggere (o anche scrivere) ciò che gli pare. Anche perché un siddetto slogan, se pronunciato ad alta voce, ha lo stesso valore dell’inutilità di leggere, o di continuare a leggere.
Ma non è questo il messaggio che voglio qui dare a chi mi legge, (e sembra ormai che siano davvero in molti) piuttosto preferisco citare un forbito articolo che riprendo alla lettera dal blog posted 21/03/2016 di Annamaria Testa in home, idee (sperando nella sua autorizzazione a riprodurlo e che invito tutti a visitare), in cui fa il punto sul significato di leggere:

“LA FATICA DI LEGGERE E IL PIACERE DELLA LETTURA” dal sito di Annamaria Testa.

La fatica di leggere è reale. Per questo il piacere della lettura è una conquista preziosa. Lo è perché leggere arricchisce la vita. E lo è doppiamente proprio perché leggere è anche un’attività del tutto innaturale. I lettori esperti tendono a sottovalutare questo fatto. O se ne dimenticano. Comunicare è naturale. Come ricorda Tullio De Mauro, la capacità di identificare, differenziare e scambiarsi segnali appartiene al nostro patrimonio evolutivo e non è solo umana: la condividiamo con le altre specie viventi, organismi unicellulari compresi.
L’INNATURALE FATICA DI LEGGERE. Leggere, invece non è naturale per niente. Ed è faticoso. La fatica di leggere è sia fisica (i nostri occhi non sono fatti per restare incollati a lungo su una pagina o su uno schermo) sia cognitiva: il cervello riconosce e interpreta una stringa di informazioni visive (le lettere che compongono le parole) e le converte in suoni, e poi nei significati legati a quei suoni.
Poi deve ripescare nella memoria il significato delle singole parole che a quei suoni corrispondono, e a partire da questo deve ricostruire il senso della frasi, e dell’intero testo. Tutto in infinitesime frazioni di secondo, e senza pause. È un’operazione impegnativa, che coinvolge diverse aree cerebrali e diventa meno onerosa e più fluida man mano che si impara a leggere meglio, perché l’occhio si abitua a catturare non più le singole lettere, ma gruppi di lettere (anzi: parti di gruppi di lettere. Indizi a partire dai quali ricostruisce istantaneamente l’intera stringa di testo). Un buon lettore elabora, cioè riconosce, decodifica, connette e comprende tre le 200 e le 400 parole al minuto nella lettura silenziosa.
LA LETTURA SILENZIOSA DI SANT’AMBROGIO. La stessa lettura silenziosa è una conquista recente. Greci e latini leggevano compitando il testo a voce alta, o sussurrando. Quando il giovane Agostino di Ippona va a trovare sant’Ambrogio, che è un gran lettore, resta talmente colpito dal fatto che legga in silenzio da registrarlo, poi, nelle Confessioni: «Nel leggere, i suoi occhi correvano sulle pagine e la mente ne penetrava il concetto, mentre la voce e la lingua riposavano. Sovente, entrando, poiché a nessuno era vietato l’ingresso e non si usava preannunziargli l’arrivo di chicchessia, lo vedemmo leggere tacito, e mai diversamente.»
IMPARARE A LEGGERE. La lettura silenziosa si afferma, secondo gli studiosi, solo nel 1600: appena quattro secoli fa. E la diffusione della reale capacità di leggere è ancora più recente, specie nel nostro paese: nel 1861, anno dell’unità d’Italia, gli analfabeti sono quasi l’80 per cento della popolazione, con punte del 90 per cento e oltre in Sardegna, Calabria e Sicilia. Un’intensa opera di scolarizzazione riduce gli analfabeti totali a meno del 13 per cento della popolazione nel 1951.
TRA DOVERE E VOLER LEGGERE. Ma oggi, e a dirlo è l’Ocse, il 69 per cento degli italiani è ancora sotto il livello minimo di competenza nella lettura necessario per vivere in un paese industrializzato. Se questo è il dato di base, non deve stupire che il 58 per cento degli italiani dai sei anni in su non abbia spontaneamente (cioè non per obbligo scolastico o lavorativo) aperto neanche un libro negli ultimi 12 mesi, manuali di cucina e guide turistiche comprese. Tra saper decifrare un testo semplice, si tratti di un sms o di una lista della spesa, e saper agevolmente leggere e capire un testo di media complessità al ritmo di centinaia di parole al minuto c’è un abisso.
MOTIVARE A LEGGERE. Prima di interrogarsi sulle strategie per colmarlo bisognerebbe, credo, farsi un’altra domanda: che cosa può motivare le persone che leggono poco a leggere di più (e, dunque, a imparare a leggere meglio? In altre parole: che cosa compensa davvero la fatica di leggere? Bene: sapete (ne abbiamo già parlato) che le motivazioni più forti sono quelle interne, o intrinseche (sentirsi bravi, capaci, appagati) Le motivazioni esterne (o estrinseche) come premi e punizioni, voti scolastici compresi, funzionano meno.
LA FATICA DI LEGGERE E IL SUO COMPENSO. C’è, credo, un’unica cosa che può pienamente compensare l’innaturale fatica di leggere, ed è il piacere della lettura: il gusto di lasciarsi catturare (e perfino possedere) da una storia, o il gusto di impadronirsi di un’idea, una prospettiva, una competenza nuova attraverso un testo. È il piacere di sentirsi appagati, o migliori. Ma è un piacere difficile perfino da immaginare finché non lo si sperimenta, arduo da evocare e raccontare (non a caso molte campagne in favore delle lettura lasciano il tempo che trovano. Non tutte, però) e impossibile da imporre.
LEGGERE A VOCE ALTA, AI PICCOLI (E NON SOLO). Per questo, credo, è così tremendamente importante leggere a voce alta ai bambini più piccoli. È l’unico modo per renderli partecipi del piacere della lettura prima ancora di sottoporli alla fatica di leggere. Se sanno qual è la ricompensa e l’hanno già apprezzata, affronteranno più volentieri la fatica. E, leggendo, a poco a poco poi se ne libereranno.
Ho però la sensazione che l’assai sottovalutata lettura a voce alta possa conquistare ai libri anche gli studenti più grandi, e perfino qualche adulto. Ma gli insegnanti e gli addetti ai lavori sono per forza di cose lettori più che esperti, ormai estranei alla fatica di leggere. A loro, l’idea di regalare un po’ del (contagioso!) piacere di leggere a chi non sa sperimentarlo attraverso la lettura ad alta voce può sembrare un’idea strana, antiquata o bizzarra. Eppure a volte le idee antiquate o bizzarre danno risultati al di là delle aspettative. Prometto di tornare a breve sull’argomento.

Leggiamo insieme alcuni commenti:

giacomo 21/03/2016
TORNIAMO AL 1600!
1) Su Radio 3, ogni giorno va in onda il programma ‘Ad alta voce’, durante il quale un attore legge un romanzo o un racconto (adesso stanno trasmettendo i Racconti Ferraresi, di G. Bassani). Non fare scorrere gli occhi su un testo ma aprire le orecchie alla voce di un’altra persona è meraviglioso. Un po’ tornare bambini, un po’ scoprire passo passo (ascoltare richiede più tempo che non leggere) la complessità e la coerenza di un testo. D’altra parte credo che ascoltare letture ad alta voce possa sollecitare curiosità e desideri di letture autonome.
2) C’è poi, dal punto di vista professionale, la necessità di leggere ad alta voce i propri testi prima di congedarli. Su questo AT è tornata in più occasioni, esprimendo pareri totalmente condivisibili.
3) Che ‘il 69 per cento degli italiani è ancora sotto il livello minimo di competenza nella lettura necessario per vivere in un paese industrializzato’ non provoca stupore: basta seguire i quotidiani (anche qui, sempre su Radio 3, alla mattina alle 7,15 c’è la rassegna stampa in cui un giornalista diverso ogni settimana legge le notizie) per rendersene conto… Sigh!!

Margherita 21/03/2016
Il gusto di lasciarsi possedere da una storia, di perdersi, ritrovarsi, identificarsi, arrendersi, bilocarsi, viaggiare nel tempo, provandone contemporaneamente gli effetti fisici. Perchè gli ormoni secreti sono poi gli stessi che produrremmo se i fatti narrati ci succedessero realmente. Trovare nelle storie dei navigatori competenti delle nostre esistenze, ascoltarle per nutrirsi, per connettersi, per trovare risposte, o simulare situazioni di vita senza correrne davvero i rischi. Che meraviglia!
E dato che ognuno di noi vede riflessi di sè nelle storie, desidero prendere queste parole come un augurio speciale. ‘A loro, l’idea di regalare un po’ del (contagioso!) piacere di leggere a chi non sa sperimentarlo attraverso la lettura ad alta voce può sembrare un’idea strana, antiquata o bizzarra. Eppure a volte le idee antiquate o bizzarre danno risultati al di là delle aspettative.’ Perchè Laura e io, ci stiamo spremendo di fatica e gioia per porgere storie e mondi emozionali letti ad alta voce <3 <3 <3 e in questo pezzo ci sentiamo tanto capite.

Magari 22/03/2016
Aggiungo una nota, sempre ricordando trascorsi attoriali: ovvio che un genitore non ha bisogno di grandi studi per leggere una favola ai figli, ma la lettura ad alta voce è una faccenda difficilissima e che richiede competenze per nulla banali! Italo Svevo non si può leggere ad alta voce, non si capisce niente. Pirandello invece scriveva con gli attori e il palcoscenico e il pubblico in mente, si intuiscono intonazioni e sfumature quasi alla prima lettura. In mezzo ci stanno mille gradazioni, ma chi vuole leggere regolarmente davanti a un pubblico dovrebbe studiarsi un po’ di recitazione, soprattutto se il suo scopo è trasmettere il piacere della lettura.

Sara 13/04/2017
Annamaria, seguo un canale di un tipo in gamba su YouTube che usa la videoclip come formato per trattare efficacemente argomenti complicatissimi. Ad un certo punto fa una riflessione: per comprendere c’è bisogno di tempo e fatica. La nostra parte ‘pigra’ del cervello è in realtà quella che interiorizza i concetti. Per farlo, deve spendere un sacco di energie. Il video sembra velocizzare il processo di apprendimento perché riduce i concetti, li scorpora, e li accompagna con immagini e scene che riassumono o scremano le cose più fitte di dettagli. In realtà, si è accorto, non si consolida una nuova conoscenza, si crea soltanto l’illusione di aver capito.
Mi sembra interessante: non c’è modo di usare scorciatoie, proprio come con la palestra. Non a caso si chiamava ginnasio.

IN MOSTRA AL: MAXXI - MUSEO NAZIONALE DELLE ARTI DEL XXI SECOLO
02 dicembre 2017 - 29 aprile 2018

'Gravity. Immaginare l’Universo dopo Einstein' - Galleria 4
a cura di Luigia Lonardelli, Vincenzo Napolano, Andrea Zanini
consulenza scientifica: Giovanni Amelino-Camelia

Spazio-tempo, crisi, confini: un percorso attraverso questi concetti chiave fra loro dipendenti e interconnessi.
Nel 1917 Albert Einstein pubblica un articolo che fonda la cosmologia moderna e trasforma i modelli di cosmo e universo immaginati fino ad allora da scienziati e pensatori, rivoluzionando le categorie di spazio e tempo.
A cento anni da questa pubblicazione il MAXXI dedica una mostra a una delle figure che più ha influenzato il pensiero contemporaneo.
Il progetto è il risultato di una inedita collaborazione del museo con l’Agenzia Spaziale Italiana e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare per la parte scientifica e con l’artista argentino Tomás Saraceno per la parte artistica.
Indagando le connessioni e le profonde analogie tra l’arte e la scienza, Gravity. Immaginare l’Universo dopo Einstein racconta gli sviluppi della teoria della relatività nella visione odierna dell’universo e le affascinanti ricadute che essa produce ancora oggi in campo artistico.
Attraverso il coinvolgimento di artisti internazionali, la mostra rende omaggio allo scienziato che ha cambiato radicalmente le nostre conoscenze, la percezione e l’immaginario dell’universo.
Installazioni artistiche e scientifiche immersive, reperti iconici e simulazioni di esperimenti per avvicinarsi all’essenza delle innovazioni scientifiche introdotte da Einstein e svelare le profondità sottese all’Universo conosciuto, ma anche i meccanismi che legano insieme tutti gli uomini nella ricerca della conoscenza, in un processo collettivo nel quale gli artisti e gli scienziati svolgono un ruolo ugualmente significante e fondamentale per la società.

MEDIATORI SCIENTIFICI
Dal martedì al venerdì, dalle 11:00 alle 17:00, e il sabato e la domenica, dalle 11:00 alle 19:00, sono presenti in galleria dei mediatori scientifici per informazioni e approfondimenti sui temi della mostra. Attività a cura dell’impresa sociale Psiquadro.

Pensato come un grande campus per la cultura, il MAXXI è gestito da una Fondazione costituita nel luglio 2009 dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e presieduta da Giovanna Melandri. Da dicembre 2013 Hou Hanru è il Direttore Artistico del museo, di cui fanno parte il MAXXI Architettura, diretto da Margherita Guccione, e il MAXXI Arte, diretto da Bartolomeo Pietromarchi.

La programmazione delle attività - mostre, workshop, convegni, laboratori, spettacoli, proiezioni, progetti formativi - rispecchia la vocazione del MAXXI ad essere non solo luogo di conservazione ed esposizione del patrimonio ma anche, e soprattutto, un laboratorio di sperimentazione e innovazione culturale, di studio, ricerca e produzione di contenuti estetici del nostro tempo.
Sede del MAXXI è la grande opera architettonica, dalle forme innovative e spettacolari, progettata da Zaha Hadid nel quartiere Flaminio di Roma.

IL BIGLIETTO D'INGRESSO AL MUSEO CONSENTE LA VISITA ALLE MOSTRE IN CORSO PRESSO IL MUSEO.

MAXXI Architettura
Il MAXXI Architettura è il primo museo nazionale di architettura presente in Italia e il suo radicamento nel contesto culturale e territoriale italiano ne definisce l'identità. Nel Museo di Architettura convivono due anime distinte, quella che procede verso la storicizzazione dell'architettura del XX secolo e quella contemporanea che vuole rispondere agli interrogativi del presente, interpretando le aspettative della società attuale. Museo storico e museo contemporaneo, quindi, in cui passato e attualità si intersecano, adottando di volta in volta le forme e i modi utili a sviluppare un percorso di conoscenza, ad analizzare tendenze e personalità, modelli culturali e comportamenti sociali. Il Museo svolge attività scientifiche e divulgative; tra queste le esposizioni temporanee che offrono ai visitatori opportunità sempre diverse di fruizione e approfondimento: al piano terra, nella Galleria 1, le mostre sul XX secolo, nella Sala Carlo Scarpa le mostre di Fotografia; al primo piano, nella Galleria 2 quelle sull'architettura del XXI secolo. Dal programma culturale discendono le acquisizioni, le attività di produzione e di ricerca promosse direttamente dal museo anche in coproduzione e collaborazione con altre istituzioni.

MAXXI Arte
Il MAXXI Arte è un museo del contemporaneo all'interno di un'architettura fuori dagli schemi, punto di partenza per una nuova pratica museografica che rompe con il passato. Naturalmente orientato alla creatività contemporanea, Il MAXXI Arte vuole essere interprete e portavoce delle sue differenti voci, consapevole che la contemporaneità ha forme diverse, radicate nel XX secolo e talvolta più indietro. Il museo è volto quindi alla promozione dell'arte giovane e alla valorizzazione di quelli che possiamo considerare i suoi maestri, ricerche che hanno mosso i loro passi nel XX secolo ma non per questo non dialogano con il XXI. Con i suoi 13.500 metri quadri di superficie e la sua collezione, il museo di Arte rappresenta, coerentemente all'idea con cui è nato, uno spazio sperimentale che oltre alla sua collezione e all'attività espositiva propone una programmazione culturale multidisciplinare che comprende naturalmente l'arte ma anche il teatro, la danza, la musica, la moda, la grafica, il cinema, la pubblicità.
Una attività, quella del museo, che ben si sposa con la sua struttura a flussi che rende possibile una lettura non condizionata degli spazi e delle opere, un momento unico per il visitatore, invitato a scoprire una contemporaneità – che è anche temporale e spaziale – di eventi, esposizioni, performance.

Seguendo questa vocazione di apertura alla contemporaneità nelle sue diverse forme e nei suoi tempi, il MAXXI Arte ha costruito nel tempo la sua collezione grazie ad acquisti, premi, donazioni e comodati arrivando oggi a circa 300 opere con l’obiettivo di ampliare ancora il suo patrimonio per offrire al proprio pubblico uno sguardo sempre ampio e informato sulla contemporaneità nazionale e internazionale.

Hashtag della mostra
#GravityExhibit

(continua)

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- Musica

Australia e Italia si fondono nel Jazz

Jazz australiano e italiano si fondono: esce il primo album del trio 'Torrio!' formato da Paul Grabowsky, Mirko Guerrini e Nico Schäuble.

 

Dopo l'ottima anteprima live dello scorso febbraio alla Casa del Jazz di Roma, il trio australiano ‘Torrio!’ fa il suo ingresso nel mondo discografico con il suo primo e omonimo album, una produzione italiana dell'etichetta Encore Jazz (distr. Egea), già presentata in Australia lo scorso agosto meritandosi la candidatura come ‘Best Jazz Album’ per The Age Music Victoria Awards.

 

‘Torrio!’ rappresenta un'interessante fusione artistica che nasce a Melbourne cinque anni fa durante un concerto in onore del sassofonista australiano Bernie McGann: il sassofonista italiano Mirko Guerrini incontra due tra gli artisti australiani più importanti, il pianista Paul Grabowsky e il batterista Niko Schäuble, che collaborano insieme da oltre trent'anni. Ne nasce musicalmente una vera e propria conversazione a tre fondata su un costante movimento degli equilibri e dunque da un ottimo interplay, nonché da un approccio al suono molto appassionato che va riferendosi ora alla tradizione, ora al jazz contemporaneo, arrivando a toccare anche musica classica, pop e musiche da film.

 

Il risultato, racchiuso in questo disco, è una tracklist di dieci brani firmati dai tre musicisti, giocosi, gioiosi e al tempo stesso molto profondi. Paul Grabowsky e Niko Schäuble sono considerati tra le personalità musicali più importanti in Australia. Per i suoi meriti artistici, è stato insignito Cavaliere dell’Ordine d’Australia; ha suonato con nomi del jazz internazionale quali Chet Baker, Art Farmer e Johnny Griffin. E’ fondatore della Australian Art Orchestra, ha vinto 5 ARIA Awards (Australian recording Industry association), 2 Helpmann Awards, diversi APRA e Bell Awards nonchè un Deadly Award. E' stato eletto il Sydney Myer Performing Artist of the Year nel 2000 e ha ricevuto il Melbourne Prize for Music nel 2007.

 

Niko Schäuble è uno dei batteristi e compositori più affermati d’Australia. Ha vinto numerosi premi tra cui l'Australian Jazz Award/Best Drummer, Honorable MentionJulius Hemphil Awards, New York, Nomination for the 'Leo' Award (music for short film) al Braunschweig Filmfestival, Finalist at Annecy Film Festival. Tra le sue collaborazioni: Sam Rivers, Lee Konitz, Enrico Rava, Trilok Gurtu, Branford Marsalis, Mike Nock, Wynton Marsalis, Dewey Redman, Arthur Blythe, Steve Lacy, Greg Osby. Mirko Guerrini, che in quest'album suona oltre al sax anche il flauto pakistano e l'armeno duduk, è uno dei musicisti di punta della scena italiana.

 

Poliedrico multistrumentista, produttore e direttore d’orchestra, da qualche anno ha deciso di vivere in Australia, dove è diventato docente alla Monash University di Melbourne ed ha ottenuto in Australia la Permanent Resident per il suo talento e per i titoli artistici di livello internazionale in ambito jazz. In Italia ha collaborato per oltre dieci anni con Stefano Bollani, con cui - insieme a Davide Riondino - ha anche condotto la fortunata trasmissione radiofonica ‘Dottor Djembè’ di Radio3. Ha all’attivo oltre 60 album e collaborazioni illustri tra cui quelle con Billy Cobham, Paul McCandless, Caetano Veloso, Hermeto Pascoal, Brian Auger, Mark Feldman, Dave Douglas, Enrico Rava, Stefano Battaglia, Giorgio Gaber e Ivano Fossati.

 

Hanno scritto di sé: ‘Desideriamo suonare come se fossimo un solo musicista, sublimando noi stessi nello scorrere degli eventi. Una musica senza frontiere giocosa, gioiosa e molto profonda.’ CONTATTI iTunes: http://bit.ly/torrioITUNES www.encorejazz.it - www.torriojazz.com Ufficio stampa Encore Jazz: Fiorenza Gherardi De Candei Tel. +39 328 1743236 – fiorenzagherardi@gmail.com

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- Poesia

Andrea Bassani o l’anima nuda della poesia d’amore

Andrea Bassani … o l’anima 'nuda' della poesia d’amore.
‘Lechitiel’ - Terra d’ulivi Edizioni 2016

“Ma che ne sai tu del pianto di un vetro, quando la luce scompare?..”

… scrive l’autore di questo libro per così dire ‘insolito’ di Andrea Bassani, in cui l’esercitazione nell’arte poetica, nella scrittura così come nella lettura, richiede una pronunciata enfasi drammatica che mette a nudo il senso intrinseco delle parole. Non necessariamente delle frasi compiute o incompiute che siano, quanto il suono racchiuso negli interstizi del ‘senso’ o dell’insensatezza (spazi bianchi, vuoti passati sotto silenzio); così come dell’incongruenza illogica o dell’assurdità tragicomica in cui il suo mondo poetico trova ispirazione. Senso e nonsenso in cui si propaga il suono delle parole, proprio come avviene in musica nel controcanto e nel discanto, contrario all’andamento uniforme del canto:

“La poesia ha questo di brutto (o forse di straordinario?):
ti salva la vita una volta e poi le appartieni.
Ti carica in spalla moribondo
e ti nasconde per curarti, non so dove.
Ma quando ti ha guarito
ti costringe a cantare
tutti i mali del mondo.”

Un ossimoro, se vogliamo, che in musica trova il suo corrispettivo nel cosiddetto ‘canone’, la forma più conosciuta di imitazione contrappuntistica nei canti a più voci, in cui il tema principale può essere tuttavia esposto anche rovesciando specularmente gli intervalli, come ad esempio nel ‘canone inverso’. Un modo di procedere questo, che ritroviamo in ‘Lechitiel’ la silloge poetica che Andrea Bassani ha intitolato all’angelo della pace interiore, invocato dagli scoraggiati caduti nella disperazione e che non hanno la forza di rialzarsi. Ma anche di chi cerca invano di oltrepassare la soglia dell’invisibile assoluto per entrare in quell’universo parallelo dove prevale la mutazione fra ciò ch’è reale e l’effimero visibile, fra l’occulto e l’incomprensibile. Dove infine si amalgamano il segreto palpabile dell’esistenza e ciò che è l’eterno dell’arte, la voce suprema e il verbo, la musica eccelsa e la poesia della parola, utilizzando l’esercizio pratico dell’eloquenza, l’insieme di tecniche, schemi e figure che regolano l’arte poetica ma che, tuttavia, per quanto possa sembrare un controsenso, non appartengono al Bassani poeta di questa raccolta:

“Non cercate di salvare i poeti,
non vi seguiranno:
loro vegliano, giorno e notte,
la salma assente del corpo amato,
nella camera ardente
del vuoto d’amore.”

Scrive l’autore riferendosi ai poeti che nell’estaticità della loro illusione, leccano le ferite della propria anima da essi stessi violentata, uccisa, smembrata, morta di niente, e se ne stanno in solitudine al chiuso della propria torre d’avorio, dominata dalle fiamme dell’inferno (masochista) in cui essi stessi ardono e si bruciano:

“Lascia che il mio sogno continui
Per la follia della mia penna delirante.”

Simile al delirio del ‘nudo’ Adamo che non sa come coprirsi per il freddo che lo incalza, e come ripararsi dallo sconcio immorale di una realtà che lo sovrasta, così, raccolto nel nichilismo adamitico della sua funzione poetica, l’autore mette a nudo la parola nel segreto della propria oscura visione che ha dell’amore. Nel senso che egli ‘denuda’ la poesia spogliandola degli orpelli declamatori, e apre all’esercizio dell’elaborazione minimalista, talvolta ripetitivo e claustrofobico, decisamente peggiorativo dell’arte del dire, interiorizzando tutto quello che ruota intorno al ‘suo’ dramma personale:

“Subisco la bellezza come una violenza inaudita.
Il mistero della bellezza è un’incomprensibile tortura.”

Ogni volta accogliendo e dismettendo le continue metamorfosi della sua anima inquieta, nel modo inedito in cui Paul Celan scompone e cristallizza le figure alla luce della sua attualità retorica, mirando a un contenuto di verità che trascende il loro significato consueto. Allo stesso modo che trasforma la ‘bellezza dell’amore’ (narcisistico) in amore universale, avulso dalle branche della forma poetica per entrare negli interstizi della forma letteraria, e lo fa proprio nel suo “Cantico della bellezza”, in cui dice:

“Ogni desiderio è figlio di una bellezza.
Dunque la bellezza è madre, una madre che non ama.”

Ma se un madre non ama chi altro può dare soccorso a chi è caduto o ripetutamente cade nell’incauto difetto, per debolezza o anche per imperfezione, poiché nulla ci è dato senza laggio, finanche la redenzione richiede un equo riscatto. Né l’espiazione di una colpa avviene senza aver oltrepassato la ‘soglia’ dell’invisibile assoluto:
“Se tu mi avessi amato, (donna, madre, sorella, amante)
nel niente, nel buio, nel vuoto,
non sarei qui a dirti: ‘ti amo’.”

Perché l’autore di questi versi ama davvero, profondamente, e senza mezzi termini si prostra alla passione, fino ad esautorarsi, a dissanguarsi davanti all’inspiegabile presenza della bellezza d’amore che lo consuma. La cui assenza è rivelatrice della bassezza della sua anima primordiale, della sua volgarità e nefandezza per cui, ancor prima, amare significa ‘bruciare tutto cià che è attorno’, come la Fenice che attende di risorgere per poi bruciare di nuovo:

(da ‘Cantico della Bellezza)

“Alzati!
Segretamente mi comando
ogni qual volta malcapitato mi capita d’incontrarla.
Eccola che arriva,radiosa, stupendamente cinica,
impassibile mi passa accanto con l’aria superba
di un angelo mortifero,
impunita,
sempre assolta per mancanza di prove.
Le sue vittime paino tutte suicide!
Alzati!
Eccola che arriva, sediziosa,
lei che di tutte le anime conosce la chimica.
Per questo predilige i tuoi spasimi, poeta!
Alzati!
Eccola che arriva,
e mi coglie impreparato col suo incedere regale.
La sua mano invisibile,
osannata dalla mia povertà,
mai si eleva a benedire il mio capo chinato.
Alzati!
Tacitamente le offro la mia intera esistenza
che puntualmente oltrepassa snobbandola
Alzati!
Perché la mia vita non le interessa.
Alzati!
Si prende gioco del tuo mancato, del tuo mancante.
Alzati!
. . .
È così avara e taccagna,
mostruosamente incaritatevole,
ama soltanto se stessa.”

“Ma la realtà è un’altra …”, scrive ancora Bassani rinvenendo nei sacri testi biblici le ragioni di una sconfitta che brucia.
“Siamo noi a mentire con forza per sopportarne la visione. Siamo noi che ci voltiamo empi giunti alle porte di Sodoma. Noi, come la moglie di Lot, a rimanere di sale.” … Ma non c’è ragione che tenga contro l’abiura a dover essere e di volere, nulla contro il sale (senso) della vita che chiede, che pretende altri sacrifici, come di continuare a soffrire e di proseguire lungo la strada dell’afflizione d’essere uomini tra gli uomini, umani sdraiati sulla terra, polvere da calpestare:

“Oh Cristo, preservami dalla bellezza!
. . .
Che cos’è ch’io non sappia resisterle?
È una bianca colomba adagiata
Sulle spire ipnotiche di un serpente
dall’apparenza gentile?
. . .
Per quanti anni l’ho inseguita,
volevo averla, ne pretendevo il possesso.
Ma ho appreso consumandomi che
chi desidera la bellezza è all’anticamera della follia.
Perché la bellezza non si lascia possedere,
soltanto si contempla.”

Come ‘I borghesi di Calais’, (l’impressionante gruppo statuario di Auguste Rodin), che scalzi vanno verso la morte, o forse restano (aspettando la morte), la cui abnegazione fa virtù, destinati a essere martiri o a diventare eroi (?) di una realtà liquida destinata a scomparire. Anche per questo: “Come un ricordo collettivo di sofferenza e sacrificio”, la figura dello scrittore Andrea Bassani va qui celebrata come un esempio di chiara elettività poetica.

Nota d’autore:

“… A ventitré anni fui abbandonato dalla donna che amavo più di me stesso. Ho trascorso poi tre anni di buio che mi hanno visto cadere nella rete dell'alcolismo. In quei tre anni la poesia mi ha salvato diverse volte ma in molte altre occasioni avrei voluto liberarmene per sempre, perché la poesia era diventata il surrogato della donna che mi aveva condannato alla sofferenza: la schiavitù di quella pesante assenza e la nuova schiavitù di una poesia necessaria a risalire la china talvolta si alleavano e insieme mi torturavano. La poesia non è sempre straordinaria (lo diventa quando riusciamo a gestirla): da qui "la poesia ha questo di brutto, ti salva la vita una volta e poi le appartieni". A ventisei anni, in condizioni disastrose, fui portato da quello che è il mio attuale padre spirituale, un francescano che mi ha riportato alla luce, per il quale ho lasciato l'azienda, famiglia, casa, amici e mi sono trasferito nella comunità in cui tutt'oggi vivo, occupandomi di persone bisognose e della cura dell'anima. La conversione spirituale mi ha aperto gli occhi su un nuovo modo di concepire il mondo e l'amore. Il passaggio dall'amore umano per una donna all'amore universale, la lotta che ne consegue, l'elaborazione del dolore, la nostalgia del passato, la sua rivisitazione, la volontà di ricominciare, la resistenza alla bellezza e alla sensualità, passi necessari per intraprendere la nuova via spirituale/religiosa, costituiscono il mio ‘Lechitiel’, scritto a più riprese: in parte nell'abisso, in parte nel periodo di transizione/metamorfosi, in parte nella luce di una spiritualità rivelata che mi chiedeva di chiudere col passato e di resistere a ciò che un tempo era ragione di vita e ora niente più che tentazione e peccato. ‘Lechitiel’ non è un libro di poesia scritto pensando al lettore: questi versi sono intrisi di lacrime e sangue, concepiti quasi istericamente. Ogni poesia è stata necessaria in un determinato momento di grande difficoltà emotiva. Se non avessi scritto ‘Lechitiel’ molto probabilmente non sarei qui a stendere questa email.”


bassanieco@libero.it
terraduliviedizioni@libero.it


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- Cinema

The Place il nuovo film di Paolo Genovese

‘The Place’ il nuovo film di Paolo Genovese presentato alla 12a Festa del cinema di Roma.

 

‘A Wondefull Place’, mi viene da dire, per la sua originale quanto 'audace' sceneggiatura, benché adattamento cinematografico della serie tv americana del 2010 ‘The Booth At The End’ di Christopher Kubasik, che si avvale della firma, oltre che del regista Paolo Genovese, di quella di Isabella Aguilar, l’ormai nota sceneggiatrice di lungometraggi e fiction per il Cinema e la TV, e scrittrice di successo che ha partecipato al Festival di Venezia, ha vinto il David di Donatello, il Nastro d’Argento e numerosi altri premi nazionali e internazionali.

Quanto basta per non dubitare della sua bravura, infatti Paolo Genovese che immagino abbia curato massimamente la regia, l’ha voluta al suo fianco per dare a questa ‘piece teatrale’ un notevole risvolto psico-filosofico da non sottovalutare, se non altro perché la Auguilar ha una Laurea e un Dottorato di Ricerca in Filosofi, che non guasta se si vuole raggiungere tale profondità introspettiva. Per quanto la sceneggiutura del film non calchi la mano sulle intemperanze squilibrate dei personaggi, ma lo fa con un linguaggio lineare, direi canonico, giocato sul non detto che richiede una certa intuizione e il coinvolgimento dello spettatore.

Per quanto, sappiamo che l’emotività dello spettatore può fare brutti scherzi come, disorientarlo, metterlo in difficoltà, costringerlo a un esame voluto e, soprattutto, non cercato. Così come, in certi casi, metterlo a nudo davanti allo specchio invisibile che è la sua coscienza, che tutto nega, o se preferite, tutto rimette al ‘libero arbitrio’ (non citato nel film ma che può essermi sfuggito), che altro non è che l’illusione di poter scegliere chi siamo e/o chi vogliamo essere per noi o davanti a quegli altri che non vorremmo essere noi.

Scusate il gioco di parole ma in quanto spettatore è esattamente quello che ho provato dopo i fatidici quindici minuti dall’anizio, per cui infastidito sarei volentieri uscito dal cinema. A fermarmi con forza sono stati i cinque minuti successivi e che mi hanno letteralmente inchiodato alla poltrona, appunto per il risvolto psicologico-negazionista che noi tutti attuiamo per metterci al coperto: protagonisti relativamente umani, piuttosto ‘mostri’ dell’inconscio individuale e collettivo, che ci appropriamo delle vite degli altri solo perché non sono come noi vorremmo che fossero, e/o come noi vorremmo che si svolgessero.

È concettualmente accertato che l’uomo post-moderno, sempre in bilico tra l’uomo arcaico e l’uomo futuro, non riesce a trovare un proprio equilibrio che gli dia stabilità all’interno della sfera evolutiva, in ragione della sua incontenibilità precostituita, dovuta per lo più all’andamento accelerato con cui la società si trasforma e, rispetto alla velocità di assorbimento psico-fisica diversa per alcune tipologie di individui e aree di sviluppo intellettuali. O, almeno, per quanto concerne i comportamenti umani elementari dall’inizio dell’evoluzione naturale delle coscienze ad oggi, in cui è d’obbligo riaprire un proficuo discorso su ‘chi veramente (noi) siamo?, e cosa siamo disposti a fare per ottenere ciò che vogliamo?’.

Che è poi la chiave di lettura del film. La risposta è (ovvia) in noi stessi, il film lo dimostra molto bene, così come altrettanto bene scrisse a suo tempo il noto etologo e linguista Irenäus Eibl-Eibesfeldt: “Se smetteremo di erigere barriere alla comunicazio¬ne fra gli esseri umani e di degradare a mostri coloro che sono umani come noi, anche se aderiscono ad altri sistemi di valori . Ma se, al contrario, accentueremo ciò che a loro ci lega, noi - uomini e donne di coscienza – prepareremo per i nostri nipoti un futuro felice. Le potenzialità del bene sono biologicamente presenti in noi quanto quelle (del male) e dell’autodistruzione”, che convenientemente dobbiamo in ogni modo evitare.

Ciò dunque, per rispondere a una ‘decisione sovrana’ che non trova oggi riscontro nell’ampio spettro dell’universalità umana: per cui ‘ogni uomo è libero’ nell’ambito della globalità dello sviluppo storico-sociale in stretta relazione con il pensiero filosofico dominante, concettualmente paritetico di quel processo di conversione che ha trasformato il &