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Raccolta di saggi di Luigi Russo
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Michele Filangieri: da cadetto dei principi di Arianello a »
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Lettere di Giovanni Giusti a Teodoro Monticelli (XIX sec.) »
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Antonio Sanzò, sindaco e consigliere provinciale (1783-1848) »
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La Carboneria in alcuni comuni di Terra di Lavoro »
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Caiazzo nelle Provvisioni del Collaterale »
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Caiatini nel Collegio dei Dottori di Napoli - II^ »
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Caiatini nel Collegio dei Dottori di Napoli - I^ »
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Caduti di San Prisco nella Prima Guerra Mondiale »
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Dottori di Frattamaggiore »
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Regolamenti municipali di San Prisco »
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Pignataro nel Catasto Provvisorio »
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Catasti provvisori di Calvi Sparanise e Francolise »
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Saverio Boccardi, sorvegliato politico »
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Il Catasto Onciario di Casanova e Coccagna »
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Catasto Provvisorio di Casanova e Coccagna »
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La Carboneria nei comuni caiatini »
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Giovani Giusti, intendente e studioso di Dragoni »
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Progetti di restauro degli acquedotti di Capua »
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Il Consigliere di Stato Luigi Macedonio »
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Studi sul decennio francese in Terra di Lavoro »
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La chiesa di S. Augusto in San Prisco »
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Casanova e Coccagna nel Decennio francese »
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Intendenti di Terra di Lavoro 1806-1815 »
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Capua all’inizio del XIX secolo »
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Dottori di Capua »
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La famiglia Forgione di Caserta »
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- Storia

Note biografiche su Lelio Parisi

NOTE BIOGRAFICHE SU LELIO PARISI DI MOLITERNO (1754-1824)

Lelio Parisi (1) apparteneva ad una delle maggiori famiglie meridionali, in particolare si tratta di una famiglia patrizia cosentina trapiantata in Moliterno.
Fra i personaggi illustri di tale famiglia ricordiamo Ascanio Parisi (1529-1614) che fu vescovo di Marsico, ma visse sempre in Moliterno; fondò il Monte della Pietà dell’Annunziata con annesso ospedale. Alla sua morte il suo corpo fu posto in un sarcofago e fu tumulato nella cappella di San Pietro, sorta nel XIII secolo circa.
Nel 1754 Domenico Parisi, padre di Lelio, dichiarò di essere professore di Legge, di avere 46 anni e di vivere con il seguente nucleo familiare: la signora Margherita Porcellini, moglie di 31anni; Michelangelo, figlio studente di 18 anni; Nicolò (o Nicola) (2), figlio scolaro di 14 anni; Stanislao, figlio scolaro di 11 anni; Giuseppe, figlio scolaro di 9 anni; Sofia, figlia di 9 anni; Maria Vincenza, figlia di 1 anno.
La famiglia viveva in una casa “palaziata” con orto per proprio uso situata nella Contrada S. Pietro (detta poi Largo San Pietro). I Parisi erano benestanti e possedevano molti territori (orti, vigneti e castagneti), molti animali e anche vari capitali da diverse persone; in particolare vantava un credito di 83,10 once dall’Università di Moliterno per un legato a favore di studenti e scolari, istituito da un antenato di Domenico Parisi (3).
Altri fratelli di Lelio erano l’arciprete don Ascanio, il parroco locale don Stanislao e il primo eletto di Moliterno Michele Arcangelo (detto Michelone), protagonisti della vita pubblica moliternese. Personaggio illustre della famiglia Parisi fu Giuseppe, generale dell’esercito napoletano, consigliere di Stato e ministro della Guerra, famoso anche perché fu fondatore della Scuola Militare della Nunziatella in Napoli (4).
Lelio Parisi nacque in Moliterno (PZ) il 3 dicembre del 1756 da don Domenico del quondam Nicola di Moliterno e di donna Margherita Porcellini di Stigliano e fu battezzato nel mese di dicembre del medesimo anno nella Chiesa Madre dell’Assunzione della Beata Vergine di Moliterno (5).
Nell’ottobre 1776 Lelio fu inviato a Napoli per studiare per conseguire la laurea in Legge; a quel tempo il corso di studi durava cinque anni, ma Lelio si iscrisse al secondo anno nell’ottobre 1782 e terminò gli studi nel gennaio del 1786 tenendo l’esame finale il 28 gennaio 1786 (6).
Lelio intraprese la carriera come uditore presso la regia Udienza di Catanzaro, o Calabria Ultra (7), dove prestò giuramento nel 1787; Nel 1789 fu traslocato in Salerno, dove fu nominato Caporuota del Tribunale fino al 1793 (8); in questo periodo fu giudice delegato “contro li ladroni” in diversi luoghi di ben tre province (Principato Citra, Basilicata e Calabria Citra) svolgendo la sua attività di giudice delegato in Lagonegro, Potenza, Eboli, Matera, ecc. (9).
Nel mese di gennaio 1793 sposò donna Irene Pisani di Salerno, figlia di don Nicola Pisani e donna Isidora Ferri (10).
Nel maggio del 1793 fu promosso giudice della Gran Corte Criminale alla Vicaria in Napoli, ma gli fu concesso di prenderne possesso per procura per continuare la sua straordinaria attività come giudice delegato contro “li ladroni” (11). Dal 1794 al 1797 fu giudice della Gran Corte della Vicaria Criminale di Napoli (12).
Il Parisi nel 1797 fu nominato consigliere nella Giunta consultiva di Guerra e Marina (13) e nel medesimo anno gli fu conferito l’incarico di consigliere e commissario di campagna, dove ebbe come segretario del Tribunale di Campagna (14) don Michelangelo De Novi di Grumo, che era stato nominato segretario a vita nel 1788 (15). Il Parisi, coadiuvato dal De Novi, svolse tale carica fino al maggio 1799, quando fu arrestato dal commissario organizzatore Ignazio Falconieri, che oltre detto arresto fece eseguire anche la fucilazione di sei persone (16).
Nel mese di marzo del 1806 Giuseppe Napoleone reintegrò le maggiori cariche del potere giudiziario, fra questi riconfermò il Parisi nella carica di commissario di campagna (17), riconfermando anche il segretario don Michelangelo De Novi (18).
Il 13 agosto 1806 Lelio Parisi fu nominato intendente della provincia di Terra di Lavoro e si insediò nella città di Capua (19). Nella stessa data fu emanato un altro decreto regio che nominava i segretari generali delle Intendenze, per la provincia di Terra di Lavoro fu nominato Filippo del Giudice (20).
Il 22 agosto con un altro decreto furono designati sottointendenti Luigi Flac (21) per la Sottointendenza di Gaeta e Antonio Siciliani (22) per quella di Sora (23).
Nel mese di settembre con un ulteriore decreto reale furono nominati i consiglieri dell’Intendenza e per la provincia di Terra di Lavoro furono nominati: Gabriele Morelli di S. Maria Maggiore (24), Nicola Lucci (25) e Camillo Pellegrino di Capua (26).
L’attività di Lelio Parisi fu frenetica ed energica e dovette far fronte a tanti svariati problemi della vasta provincia. Fu molto propositivo e più volte sollecitò l’insediamento dei consigli distrettuali e provinciali nell’interesse generale della provincia e come organo consultivo dell’Intendenza. Nel mese di dicembre del 1806 il nuovo intendente lamentò la scarsezza dei primi stanziamenti per la nuova Intendenza, sottolineando che il lavoro da fare era enorme ed erano necessari nuovo personale e altro denaro (27).
Nel mese di aprile del 1807 il sottointendente di Sora Antonio Siciliani fu sostituito da Isidoro Carli (28) e andò a ricoprire il suo ruolo di sottointendente di Lanciano nella provincia di Abruzzo Citra (29) guidata dall’intendente Pierre Joseph Briot (30).
Isidoro Carli, autore conosciuto per le sue opere nel campo giuridico, non ebbe vita facile come sottointendente di Sora, dove sarebbero state necessarie altre qualità ed esperienze. Nel 1808 quando la banda del brigante Panetta marciò sulla città si precipitò a presentare le dimissioni. In tale occasione affermò di “voler fare il ministro civile e non il militare” (31).
Il Parisi nel 1807 iniziò la pubblicazione del Giornale dell’Intendenza, seguendo per primo l’esempio dato dal Briot (che aveva avuto già esperienze simili in Francia) (32).
Le difficoltà non erano soltanto finanziarie perché la nuova organizzazione dell’amministrazione civile aveva sottratto alla magistratura alcune sue antiche prerogative e si manifestarono molte resistenze e opposizioni al nuovo ordine. Il Parisi si scontrò più volte con la Camera della Sommaria e la Camera di Santa Chiara per avere i documenti relativi all’economia comunale (33) e costrinse infine anche il ministro dell’Interno a scontrarsi con quello della Giustizia per assicurarsi la collaborazione delle predette Camere (34). Nel mese di marzo del 1808 il Parisi scrisse al ministro dell’Interno che molti Comuni e i possidenti della provincia si lamentavano per le esagerate valutazioni dei beni fondiari che reputavano di gran lunga maggiori del loro reale valore. Egli valutava ineseguibile il sistema per produrre e valutare i tantissimi reclami, rivelando che si trovava nella massima agitazione di spirito nel dover usare i mezzi di coazione per la riscossione dei contributi. Infine, denunciava che diversi contribuenti erano giunti ad abbandonare i propri Comuni per recarsi in altri comuni o province meno tassati (35).
Egli propose progetti di rettifica della struttura della provincia su sollecitazione di diversi sindaci (36); rappresentò le enormi difficoltà finanziarie delle Università che si sentivano eccessivamente gravate ancora da basse giurisdizioni, per i diritti agli ex baroni, che sembravano anche allo stesso intendente al di sopra delle loro possibilità (37); inoltre, propose di accorpare alcune cariche pubbliche che apportavano aggravi ai Comuni e sovrapposizioni di compiti, quali quelle di esattori comunali e cedolieri, che a suo parere potevano esercitarsi dalla medesima persona (38).
Fino al mese di ottobre 1808 il Parisi era pagato 200 ducati mensili per esercitare la sua carica di intendente, continuando a mantenere la paga come commissario di campagna, che consisteva in 150 o 155 ducati al mese. Tuttavia in seguito alla legge del 15 settembre 1808 il consigliere di Stato e ministro della Giustizia Cianciulli scrisse al Parisi che in base alla nuova legge non era più possibile percepire due stipendi e nel caso in cui si esercitavano più incarichi si aveva diritto a quello più elevato, nel caso specifico il Parisi poteva conservare quello di intendente (39).
L’11 novembre del 1808 fu nominato giudice della Gran Corte di Cassazione nella seconda sezione. Allora il suo domicilio in Napoli era nel Vico S. Teresella agli Spagnoli n. 3 (40), ma rimase nell’incarico di intendente di Terra di Lavoro fino alla fine del mese di dicembre; anzi, nonostante la nuova nomina, continuò ad impegnarsi per far aumentare i fondi da assegnare all’Intendenza che giudicava ancora esigui (41). In una lettera al ministro dell’Interno il Parisi faceva un breve bilancio della sua attività e avvisando che si sarebbe in brevissimo tempo recato a Napoli per poter intraprendere la nuova carica (42). Nella sua risposta il ministro Capecelatro dichiarò al Parisi la sua sincera soddisfazione per lo zelo, l’attività e la destrezza con cui aveva amministrato la provincia; infine gli rinnovò i suoi sentimenti di stima (43).
Il Parisi nel luglio del 1817 fu nominato consigliere della Suprema Corte di Giustizia (44).
Nel mese di ottobre 1820 il cavaliere Lelio Parisi acquistò un territorio dall’Amministrazione generale della Cassa di Ammortizzazione e del Demanio Pubblico. Il fondo era situato in provincia di Terra di Lavoro di 2 moggia, 28 passi e 15 passitelli che erano situati sulla Strada Regia che da S. Maria Maggiore conduceva a Triflisco per una rendita annua di 78,32 ducati annui che il Parisi si impegnava a pagare davanti al notaio certificatore regio Raffaele Servillo di Napoli e al direttore della Reale Cassa di Ammortizzazione don Pasquale Serra, principe di Gerace figlio del fu don Giuseppe Serra duca di Cassano (45).
Il Parisi fu consigliere della Suprema Corte di Giustizia fino al 18 ottobre 1824 (46) quando fu promosso vicepresidente con decreto regio e rimase in servizio fino al 15 dicembre del 1824 (47).
Lelio Parisi morì nella sua abitazione di Strada S. Teresella alli Spagnoli all’età di 69 anni nel mese di dicembre 1824 assistito dalla moglie e da alcuni amici (48).


Note:
(1) Sulla biografia di Lelio Parisi si vedano: G. CIVILE, Appunti per una ricerca sulla amministrazione civile nelle province napoletane, in Quaderni storici, Notabili e funzionari nell’Italia napoleonica, 37, Ancona, gen.-apr. 1978; A. DE MARTINO, La nascita delle intendenze, problemi dell’amministrazione periferica nel Regno di Napoli (1806-1815), Napoli 1984; L. RUSSO, Biografie degli intendenti: da Lelio Parisi a Michele Bassi, in Caserta al tempo di Napoleone, il decennio francese in Terra di Lavoro, a cura di I. Ascione e A. Di Biasio, Napoli, Electa editrice, 2006, pp. 42-51; Id., Gli intendenti della provincia di Terra di Lavoro nel “Decennio francese” (1806-1815), in Storia del Mondo, n. 47, giugno 2007, rivista on line in www.storiadelmondo.com.
(2) Nicola Parisi primogenito di Domenico e Margherita Porcellini nacque nel febbraio del 1739 ed intraprese gli studi giuridici, mostrandosi molto discontinuo; infatti, si iscrisse al primo anno nell’ottobre del 1766, il secondo anno lo intraprese nel 1777, il terzo nel 1786; fece richiesta di dottorarsi nell’aprile del 1787, ma riuscì a conseguire l’esame di laurea soltanto nel mese di novembre del 1798 in Archivio di Stato di Napoli (in seguito ASNa), Collegio dei Dottori, b. 115, f. 184, a. 1798.
(3) ASNa, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasto Onciari, vol. 5641, Moliterno, a. 1754, f. 160 a t.o.
(4) Giuseppe Parisi nacque nel 1745 circa fu indirizzato dai genitori verso gli studi giuridici, come era accaduto ai suoi fratelli Nicola e Lelio, ma verso i 20 circa decise di intraprendere la carriera militare; si arruolò dapprima nel reggimento Calabria, ma allo stesso tempo seguì le lezioni all’Accademia di Artiglieria; nel 1771 era tenente ingegnere e nel 1774 fu chiamato a dettare lezioni all’Accademia militare del battaglione real Ferdinando; fu poi scelto dal re, insieme ad altri promettenti giovani, per recarsi in Germania a studiare le istituzioni militari di tale paese; tra il 1780 e Battaglione Regal Ferdinando; nel 1785 acquisì il grado di maggiore e fu incaricato di presentare una relazione per un progetto di fondare una reale Accademia militare; la dotta relazione del Parisi fu approvata il 27 ottobre 1786 e si pubblicò il nuovo ordinamento della reale Accademia militare e fu nominato comandante ed ispettore Giuseppe Parisi col grado di tenente colonnello; nel medesimo anno pubblicò la continuazione dei primi due tomi della sua opera Elementi di architettura militare; nel 1787 all’Accademia furono assegnati i locali del soppresso Noviziato dei Gesuitia Pizzofalcone, chiamata poi Nunziatella dal nome della chiesa annessa all’ex noviziato; fu ingegnere militare e professore di matematica, celebre per le sue opere di Architettura militare e per la sua vita militare tanto da meritarsi un posto nella storia generale di Napoli; infatti fu menzionato nelle Vite degli Illustri capitani del Reame di Napoli di Mariano d’Ayala; sposò la giovane spagnola Maria Antonia Vignales e abitò in Napoli nella strada Ponte di Chiaia, n. 39; nel luglio del 1799 l’Accademia fu soppressa durante la feroce repressione borbonica; nel 1806 Giuseppe Bonaparte la riaprì col nome di Scuola Militare chiamando al suo comando il Parisi; nel 1805 fu nominato ispettore generale degli ingegneri militari e nel 1808 divenne generale; nel 1810 fu presidente della sezione di Guerra e Marina del Consiglio di Stato; fu nominato Gran Dignitario dell’Ordine Cavalleresco delle Due Sicilie; nel 1818 fu consigliere ordinario del Consiglio di Stato e nel 1820 divenne ministro della Guerra. Lasciò il servizio nel 1821; fu nominato membro della Reale Accademia delle Scienze e del Reale Istituto d’incoraggiamento e poi socio d’onore dell’Accademia Italiana; per la biografia di Giuseppe Parisi si vedano: F. MOLFESE, Il generale Giuseppe Parisi, in Basilicata Regione Notizie; Enciclopedia Militare, Milano 1933, Parisi Giuseppe, p. 830; Annuario del Collegio Militare di Napoli, aa. 1933-34, XII, Napoli 1934, p. 19; M. D’AYALA, Vite degli Illustri capitani del Reame di Napoli, Napoli 1831; M. D’AYALA, Giuseppe Parisi, Tenente generale ministro della Guerra, in Giuseppe Parisi e la Nunziatella, Cava de’ Tirreni 2004; il Parisi morì in data 14 maggio 1831 a Napoli nella sua abitazione di Strada ponte di Chiaia all’età di 86 anni, assistito dalla moglie donna Maria Antonia Vignales e dai figli, in ASNa, Stato Civile, Citttà di Napoli, sezione Chiaia, a. 1831; si sottolinea il fatto che molti studiosi affermano che il Parisi sia morto in Nocera, dove affermano che si sia ritirato.
(5) ASNa, Collegio dei Dottori, b. 106, f. 24, a. 1786; la fede di battesimo dell’arciprete don Giacinto Cassini della Chiesa Madre di Moliterno del 29 gennaio 1786 tratta dai libri dei battezzati nell’anno 1756; il battesimo fu celebrato il 13 dicembre 1756 e il nome imposto fu quello di Lelio, Isacco Geronimo Bernardo; il battesimo fu celebrato dal sacerdote don Paolo del Monte; la comare fu Anna Giampietro di Moliterno; cfr. ASNa, Ministero delle Finanze, b. 5416, a. 1825; copia fede battesimo.
(6) ASNa, Collegio dei Dottori, b. 106, f. 24, a. 1786.
(6) ASNa, Calendario e Notiziario della Corte, a. 1789, p. 203.
(8) ASNa, Ministero delle Finanze, b. 5416, a. 1825; le date sono tratte dallo stato di esercizio del Parisi, nel fascicolo relativo alla liquidazione della pensione di giustizia spettante al fu don Lelio Parisi, consegnato dalla vedova Irene Pisani; il decreto di concessione della pensione fu del 1° agosto 1825 con una spettanza di 4 16,66 ducati annui.
(9) ASNa, Registri dei Dispacci della Segreteria di Grazia e Giustizia, a. 1793, ff. 46, 46a, 70a, 125a, 126.
(10) ASNa, Ministero delle Finanze, b. 5416, a. 1825; copia fede di matrimonio del parroco don Nicola Cavallo della Chiesa parrocchiale di S. Lucia di Giudaica e S. Vito: il matrimonio fu celebrato in Salerno il 12 gennaio, dietro licenza del vicario generale di Salerno don Vincenzo Torrasio, presso l’abitazione dello zio di Irene don Gaetano Ferri, alla presenza dei testimoni don Gaetano e don Ferdinando Ferri e del colonnello Giuseppe Parisi; donna Irene era nata il 27 agosto del 1773 ed era stata battezzata nel medesimo giorno presso la Parrocchia di S. Lucia di Giudaica e S. Vito col nome di Irene, Rosa, Giuditta, Teresa, Raffaela Geltruda; il compadre fu don Nicola Ferretti, mentre la levatrice era stata Maddalena Terrabella in copia fede del battesimo di don Nicola Cavallo.
(11) Ivi, ff. 139-139a: “Il Sup.o Cons.o delle Finanze dopo avere S.M. promosso al giudicato nella G.C. Criminale il Cap.ta di Salerno D. Lelio Parisi gli ha accordato di prendere il possesso per procura acciò continui nella straordinaria Deleg.e contro li ladroni nelle tre Prov.e assegnateli, e mi comando prevenirne col. Sup.o Cons.o per l’uso conv.o Palas 4 maggio 1793”; ASNa, Ministero delle Finanze, b. 5416, a. 1825; Napoli, 23 febbraio 1793, copia patente di giudice di Vicaria Criminale.
(12) ASNa, Calendario e Notiziario della Corte, aa. 1794, 1796 e 1797.
(13) ASNa, Calendario e notiziario della Corte per l’anno 1797, Napoli 1797, p. 128.
(14) Vi è molta confusione sull’effettiva introduzione nel regno di Napoli del Commissario di Campagna o del Tribunale di Campagna, istituzioni che pur appartenendo alla stessa giurisdizione delegata, sono distinte tra loro, anche se sono spesso confuse e accomunate nella trattazione. Nel regno di Napoli, sin dai primi decenni del XVI secolo, il viceré utilizza Commissari, con delega speciale, per intervenire su organi e magistrature locali. Nel 1533, Pedro di Toledo destina commissari per sottoporre a sindacato i governatori e gli uditori provinciali. Una delle caratteristiche peculiari del Tribunale di Campagna, dal XVI secolo sino alla metà del XVIII secolo, fu quella di essere una magistratura itinerante in M. CORCIONE, Modelli processuali dell’antico regime, la giustizia penale nel Tribunale di Campagna di Nevano, a cura dell’Istituto Studi Atellani, Frattamaggiore 2002, pp. 51-52. Secondo il Giustiniani nel 1756 perse tale connotazione per porre stabile sede a Nevano in L. GIUSTINIANI, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Tomo VII, Napoli, 1804, p. 21: “Nevano - Casale Regio – Vi risiede il Tribunale di Campagna, ond’è tutto giorno assai frequentato”; sul Tribunale di Campagna cfr. J. MAZZOLENI, Le fonti documentarie e bibliografiche dal sec. X al sec. XX conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli, 2 voll., Arte Tipografica, Napoli, 1978, vol II, p. 159 e ss.; cfr. A. FEOLA, Aspetti della giurisdizione delegata nel regno di Napoli: il Tribunale di Campagna, in Archivio Storico delle Province Napoletane (in seguito ASPN), a. 1974, pp. 23-71.
(15) ASNa, Ministero di Grazia e Giustizia, b. 2512.
(16) C. DE NICOLA, Diario napoletano 1798-1825, maggio 1799, Napoli 1906.
(17) ASNa, Collezione degli editti, determinazioni, decreti e leggi di S.M. da’ 15 febbrajo a’ 31 dicembre 1806, Napoli 1806, Determinazione del 6 marzo 1806; cfr. per don Michelangelo De Novi ASNa, Ministero di Grazia e Giustizia, b. 2512.
(18) ASNa, Ministero di Grazia e Giustizia, b. 2512; il De Novi, sospeso dalla sua carica nel 1799 nel periodo repubblicano insieme a Lelio Parisi, fu reintegrato nelle sue funzioni nel 1806, ma il Tribunale, per ordine del ministro della Giustizia Cianciulli, nell’aprile del 1806 fu trasferito da Nevano ad Aversa e in tale frangente venne in gran parte distrutto il suo archivio in B. CAPASSO, Le fonti della storia delle provincie napoletane dal 568 al 1500, Napoli 1902, pp. 151 e 209, op. cit., in M. CORCIONE, op. cit., p. 8; il De Novi nel gennaio 1809 fu nominato cancelliere della Gran Corte Criminale di Salerno, ma nel settembre dello stesso anno rinunciò a tale incarico; nel 1818 fu promosso giudice del Tribunale Civile del distretto di S. Severo e nel settembre del medesimo anno fu trasferito al distretto di Vallo; nell’ottobre del 1819 fu traslocato nel distretto di Campagna fino all’agosto del 1824, quando fu trasferito in Castellammare; finalmente nel giugno del 1826 fu traslocato al Tribunale Civile di Napoli e fu promosso giudice istruttore nel 2° distretto di Napoli, in ASNa, Ministero di Grazia e Giustizia, b. 2512.
(19) ASNa, Collezione degli editti, determinazioni, decreti e leggi di S.M. da’ 15 febbrajo a’ 31 dicembre 1806, Napoli 1806, decreto n. 136 del 13 agosto 1806; cfr. G. CIVILE, op. cit., pp. 236-237; il Parisi risiedette spesso ad Aversa, dove aveva anche una sua abitazione e poteva attendere alle funzioni di commissario di Campagna.
(20) Ivi, decreto n. 137 del 13 agosto 1806.
(21) Luigi Flach il 28 dicembre 1808 fu promosso intendente della provincia di Basilicata, sostituendo Vito Lauria, e rimase in carica fino al 26 aprile 1812 quando fu trasferito come intendente di Cosenza nella provincia di Calabria Citra, al posto di Matteo Galdi; il suo posto di intendente in Basilicata fu occupato da Nicola Santangelo, già segretario generale nella provincia di Terra di Lavoro.
(22) Antonio Siciliani il 22 aprile 1807 fu sostituito alla Sottointendenza di Sora da Isidoro Carli e andò ad occupare la posizione di sottointendente di Lanciano nella provincia di Abruzzo Citra, retta dall’intendente Pierre Joseph Briot; in data 2 ottobre 1811 fu trasferito come sottointendente di Sulmona in sostituzione di Vincenzo Sardi, nella provincia di Abruzzo Ultra II, guidata da Simone Colonna De Leca in CIVILE, op. cit., pp. 257-259.
(23) ASNa, Collezione degli editti, determinazioni, decreti e leggi di S.M. da’ 15 febbrajo a’ 31dicembre 1806, Napoli 1806, decreto n. 148 del 22 agosto 1806.
(24) Gabriele Morelli nacque nel 1751 circa da don Tommaso Gabriele, barone di Molognise, e Isabella Bovenzi; nel 1754 Don Tommaso dichiarò di essere “nobil vivente”, di avere 45 anni e di abitare in un palazzo in Piazza del Riccio per suo uso, oltre di possedere molte moggia di terreno e diversi animali: due stalloni e 7 polledri, 20 giumente di razza, 20 bovi aratorij, 50 vacche da corpo e due tori; egli possedeva anche: un edificio nel Casale di S. Andrea, un altro edificio nel casale di Santa Maria Maggiore e una massaria di fabrica con molti territori adiacenti di moggia 80; viveva con i seguenti familiari: la moglie Isabella Bovenzi di 45 anni e i figli: Alesandro Gabriele di 3 anni, Fulvia di 7 anni, Alesandra di 5 anni; zii compresi: Domenico di 72 anni, Sebastiano di 65 anni e il reverendo sacerdote Don Pietro di 80 anni; con lui vive infine la sorella Vittoria; seguiva il personale di servizio: cameriere, cocchiere, due famegli e vari servitori, in ASNa, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasto Onciario di S. Maria Maggiore, vol. 615; Gabriele Morelli fu presidente della Municipalità Locale e rappresentò al Governo Provvisorio che in S. Maria Capua Vetere fu piantato l’albero repubblicano e quindi era stata democratizzata e “tutt’i cittadini penetrati da gioia immensa (sic) aveano prestato giuramento di fedeltà per la Repubblica”; fu creato elettore del dipartimento del Volturno; fu carcerato e posto in libertà col primo Reale Indulto in E. DELLA VALLE, Patrioti di Terra di Lavoro, in Gli Eventi del 1799 a Santa Maria Capua Vetere, Quaderni di Studi, a cura dell’Ufficio per le relazioni con il pubblico della città di Santa Maria Capua Vetere, S. Maria Capua Vetere 1999, pp. 42-43.
(25) Nicola Lucci era nato il 17 marzo 1770 in Capua e aveva sposato il 18 aprile 1804 Maria Rosa Maisto, nata in Capua il 26 settembre 1788; il 5 settembre 1806 fu nominato con decreto regio consigliere d’Intendenza nella provincia di Terra di Lavoro; fu trasferito a richiesta come segretario generale il 2 aprile 1812 all’Intendenza in Teramo per la provincia di Abruzzo Ultra I al posto di Vito Valentini; la sua promozione era stata sollecitata al ministro dell’Interno dall’intendente della provincia di Terra di Lavoro Michele Bassi duca d’Alanno che sottolineò l’alta stima e la considerazione che nutriva per il Lucci; in tale occasione il Bassi scrisse una lettera al ministro dell’Interno in cui esprimeva soddisfazione per la promozione di Nicola Lucci (ASNa; Ministero degli Interni, I° inv., b. 180 bis, a. 1812); il 23 dicembre 1813 fu nominato segretario generale nella provincia di Abruzzo Ultra II; fu sottointendente nel distretto di Penne dal 15 aprile 1814 al 15 novembre 1815; nel 1826 fu nuovamente sottointendente nel distretto di Taranto; nel gennaio 1844 la moglie fece domanda di pensione per l’impiego del marito che ricevette nella misura di 183,33 1/3 (ASNa, Ministerno degli Interni, II° invio, b. 3862).
(26) ASNa, Collezione degli editti, determinazioni, decreti e leggi di S.M. da’ 15 febbrajo a’ 31dicembre 1806, Napoli 1806, p. 317, decreto del 5 settembre 1806; Camillo Pellegrini nacque nel 1741 circa da don Gaspare del fu Pompeo, patrizio capuano, e da donna Isabella di Caprio; la famiglia nel 1754 viveva in Capua in una casa di più camere superiori e inferiori con un piccolo giardinetto nel ristretto della parrocchia di San Salvatore Maggiore, confinanti coi beni della medesima parrocchia e del marchese di Montanara; insieme ai suddetti genitori abitavano: don Pompeo, figlio di 21 anni (padre di Carlo), il clerico don Cristofaro, figlio di 15 anni, don Nicola, figlio di 14 anni, il medesimo don Camillo, figlio di 13 anni, donna Maria Grazia, figlia di 16 anni, donna Teresa Menecillo, zia “privilegiata napoletana” di 78 anni, donna Caterina Menecillo, zia di 70 anni, e donna Antonia di Caprio, cognata “in capillis” di 43 anni; don Gaspare aveva in Capua anche una masseria di fabbrica con torretta con circa 100 moggia di territorio “fenile” nella località denominata al Pellegrino; inoltre, possedeva diversi beni nei casali di Musicile, Macerata e S. Prisco. In quest’ultimo casale aveva 5 moggia e 11 passi di terreno nella località a’ Cisterna, confinanti coi beni di Massimilio Salzano e quelli di Alessandro d’Angelo in Archivio Comunale di Capua presso la Biblioteca del Museo Campano di Capua, Catasto Onciario della città di Capua, n. 1146.
(27) ASNa, Ministero degli Interni, II° inv., b. 2196. a. 1806; Lettera dell’intendente Lelio Parisi al ministro dell’Interno, Capua 10 dicembre 1806; cfr. DE MARTINO, op. cit., pp. 183-184.
(28) Isidoro Carli era originario di Barisciano in Abruzzo Ultra II; fu membro della Società economica di quella provincia e fu uno dei protagonisti del dibattito sul decollo economico della provincia aquilana; sostenne la necessità di abbandonare la pratica della transumanza e nel 1819 fu autore di una sintesi sulla stato dell’allevamento in Abruzzo Ultra II; in materia di politica economica era sostenitore di un liberismo sostenibile, che non doveva prescindere dalle particolari circostanze dei paesi; sulla figura del Carli si è attinto a L’Abruzzo Citeriore: un caso di storia regionale, Amministrazione, élite e società (1806-1815), Milano 2002, pp. 48, 56-57, 77 e 117.
(39) Il decreto fu del 22 aprile 1807 citato in CIVILE, op. cit., pp. 257-259.
(30) Il Briot fu primo intendente a Chieti dal 13 agosto 1806; dal 7 luglio 1807 fu trasferito come intendente a Cosenza, nella provincia di Calabria Citra; nel 1810 assunse la carica di presidente della sezione Legislazione del Consiglio di Stato; egli fu uno degli uomini di maggior prestigio del nuovo gruppo dirigente in J. RAMBAUD, Naples sous Joseph Bonaparte, Parigi 1911; L. COPPA ZUCCARI, L’invasione francese negli Abruzzi: 1798-1810, vol. I, l’Aquila 1928, pp. 888-899; A. VALENTE, Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino 1965; G. CIVILE, op. cit., p. 259; DE MARTINO, op. cit., pp.124-125; F. MASTROBERTI, Pierre Joseph Briot tra la Francia rivoluzionaria e l’Italia napoleonica. Lettere inedite a Giuseppe Ravizza, in ASPN, vol. CXII, 1994, pp. 180-275; M. R. RESCIGNO, op. cit.
(31) ASNa, Ministero degli Interni, II° inv., b. 2203.
(32) G. ADDEO, La stampa periodica napoletana nel Decennio Francese, in ASPN, n. CIII, a. 1986, p. 451.
(33) Ivi; cfr. DE MARTINO, op. cit., pp. 185-186.
(34) ASNa, Ministero degli Interni, II° inv., b. 2197, a. 1808; Lettera del ministro dell’Interno al ministro della Giustizia, 28 agosto 1808.
(35) Ivi, b. 2203, a. 1808; Lettera dell’intendente Lelio Parisi al ministro dell’Interno, Capua 15 marzo 1808.
(36) Ivi, b. 2203, a. 1808; Lettera dell’intendente Lelio Parisi al ministro dell’Interno, Capua aprile 1808.
(37) Ivi, a. 1808; Lettera dell’intendente Lelio Parisi al ministro dell’Interno, Capua 14 giugno 1808.
(38) Ivi, a. 1808; Lettera dell’intendente Lelio Parisi al ministro dell’Interno, Capua 20 giugno 1808.
(39) ASNa; Ministero degli Interni, II° inventario, b. 2204, a. 1808; Lettera del consigliere di Stato Cianciulli all’intendente Lelio Parisi, Napoli 15 ottobre 1808.
(40) ASNa, Almanacco Reale, aa. 1810-1811.
(41) ASNa, Ministero degli Interni, II°, b. 2204, a. 1808; Lettera dell’intendente Lelio Parisi al ministro dell’Interno, Capua 22 novembre 1808.
(42) Ivi, Lettera di Lelio Parisi, Intendente della provincia di Terra di Lavoro, al ministro dell’Interno, Capua 28 dicembre 1808; il Parisi afferma: “Il Governo mi chiama al momento alle funzioni di giudice di Cassazione. Io mi lusingo di aver esaurito le mie forze per corrispondere alla fiducia che il Governo ripose in me confidandomi l’amministrazione di questa vasta Provincia. La medesima è ora organizzata. E’ tranquilla perfettamente. Domani o poi domani mi renderò nella capitale ad intraprendere l’esercizio della novella carica destinatami. Spero che V.E. voglia esser contenta del modo in cui ho desimpegnata questa carica, e voglia continuare a farmi meritare l’autorevole suo patrocinio”.
(43) Ivi, Lettera del ministro dell’Interno all’intendente Lelio Parisi, s.d.. Si tratta della “minuta” della lettera dove si legge anche: “Desidero la opportunità di manifestarle la mia riconoscenza”; tale frase fu cancellata e probabilmente non fu ricopiata nell’originale inviata al Parisi.
(44) ASNa, Ministero delle Finanze, b. 5416, a. 1825; Napoli, copia decreto 12 luglio 1817.
(45) ASNa, Amministrazione generale della Cassa di Ammortizzazione e del Demanio Pubblico, b. 190; nell’atto notarile in questione oltre al fondo assegnato al Parisi, fu assegnato anche un fondo a don Giovanni Cappabianca del fu don Nicola di S. Maria Maggiore di 4 moggia, 12 passi e 20 passitelli nella medesima località per una rendita annua di 82,68 ducati.
(46) Lelio Parisi percepiva uno stipendio di 203,12 ducati, in ASNa, Tesoreria Generale, Assienti, nn. 71 (1819), 91 (1820), 110 (1821) e 131 (1822).
(47) ASNa, Ministero delle Finanze, b. 5416, a. 1825; Napoli, decreto 18 ottobre 1824; cfr. ASNa, Tesoreria Generale, Assienti, n. 650, aa. 1817-24; cfr. CIVILE, op. cit., p. 237.
(48) ASNa, Atti dello Stato Civile, Sezione Chiaia, atti di morte, a. 1824; la morte del Parisi avvenne il 16 dicembre 1824 e fu dichiarata il giorno seguente dai testimoni don Vito Piscicelli di Canosa di Bari e don Pasquale Porcellini di Stigliano, probabilmente parente della madre.

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- Storia

La famiglia d’Azzia di Capua

LA FAMIGLIA D’AZZIA DI CAPUA E NOTE BIOGRAFICHE DI
ALESSANDRO D’AZZIA (1774-1834)

Origini e personaggi della famiglia d’Azzia
La famiglia d’Azzia è una delle maggiori e più antiche famiglie capuane, sulle cui origini sono state formulate varie ipotesi.
Il Candida Gonzaga a proposito delle origini della famiglia sostenne:

La famiglia d’Azzia è considerata di origini incerte. Alcuni la ritengono originaria romana uscita dalla gente Actia, altri la credono longobarda, altri la fanno discendere dalla casa d’Este, altri dalla famiglia Beccatelli, ed alcuni la considerano originata in Capua verso il principio del secolo XIII. Quest’ultima opinione è del tutto falsa trovandosi memoria degli Azzia prima di tale epoca. Prima sede fu Capua poi un ramo passò in Napoli nel 1500 e venne ascritto al Seggio di Nido, ottenne il Grandato di Spagna e si estinse nella famiglia Albertini, nella quale portò i titoli di marchese della Terza e conte di Noja, titoli ora posseduti dalla famiglia Perres Navarrete de’ Duchi di Bernalda, Patrizi Napoletani. Ha goduto nobiltà in Napoli al Seggio di Nido e in Capua ed ha vestito l’abito di Malta nel 1546. Veggonsi Monumenti di tal famiglia in Capua nella Chiesa di San Domenico. Ebbe vari feudi, le contee di Noja e Nusco e il marchesato della Terza. (1)

Secondo il Bonazzi, i d’Azzia erano una famiglia nobile di Capua che era stata feudataria fin dai tempi di Ferrante I d’Aragona. Nel 1594 fu dichiarata nobile fuori piazza in Napoli (2).
Il Di Crollanza parla soltanto della famiglia d’Azzia di Napoli e afferma che era di origini longobarde; fu ascritta al seggio di Nido. Ebbe i titoli di conti di Noja e Nusco, di marchese della Terza e signora di 12 feudi. Un Raone fu Vicario di Basilicata (3).
Lo Spreti parlando dei d’Azzia conferma la loro dimora in Napoli, la provenienza da Capua e la loro antica nobiltà:

Dimora: nella città di Napoli. Famiglia di antica nobiltà, originaria di Capua, ricevuta nell’Ordine di Malta sin dal 1493. Possedette le baronie di Campagna, Lavello, Lesina, Pace, Romagnano, Sansossio, le contee di Noja e Nusco, ed il marchesato della Terza. Nel 1535 ottenne il grandato di Spagna. Nel secolo XVI un ramo da Capua passò a Napoli, fu aggregato al seggio di Nido e s’estinse successivamente nella famiglia Albertini, nella quale portò i titoli di marchese della Terza e conte di Noja. (4)

Maria Cappuccio, storica e poetessa capuana, affermò sulla famiglia d’Azzia:

Gilberto d’Azzia sotto Federico II fu Siniscalco del Regno e marchese della Terza. Secondo Scipione Gazzella egli apparteneva ad un’antica famiglia nobile di Napoli le cui prime memorie risalirebbero al 1122 in alcune scritture della S. Trinità. In tempi posteriori la famiglia si trova a Capua e vi rimane per molti secoli divisa in più rami. Secondo alcuni essa era nobile già ai tempi di Giordano, principe di Capua nell’anno 1122. Ma secondo altri è originaria della Sassonia […] Pirro Antonio d’Azzia fu vescovo di Pozzuoli. (5)

La presenza di appartenenti alla famiglia d’Azzia (denominata Accia) nei documenti capuani risale al 1200, si tratta per lo più di pergamene dell’Archivio arcivescovile di Capua (6).
Molti esponenti dei d’Azzia appartennero all’ordine di S. Lazzaro, raggiungendo i più alti incarichi, e furono cavalieri gerosolimitani (7).
Il palazzo d’Azzia (Gentile) nella Strada di S. Maria delle Dame Monache, detta anche Strada S. Domenico [oggi Gran Priorato di Malta] in Capua fu costruito nel XIV secolo e appartenne alla famiglia De Capua e poi ai d’Azzia – Tommasi. In esso prese stanza Carlo V nel 1537 durante la sua permanenza a Capua (8).
Nel Catasto onciario del 1754 fra i maggiori proprietari vi era Alessandro d’Azzia (seniore), patrizio capuano di 48 anni, che viveva con: donna Anna Lanza, moglie di 33 anni, don Gabriele, figlio di 14 anni (padre di Alessandro juniore), don Giuseppe, figlio di 10 anni, don Alberto, figlio di 1 anno, donna Maria Maddalena, figlia di 4 anni, donna Maria Saveria, figlia di 2 anni, don Silvio d’Azzia, fratello di Alessandro di 47 anni. I d’Azzia abitavano in un’abitazione di più membri inferiori e superiori nel “ristretto” della parrocchia di S. Giovanni de’ Nobili Uomini, confinante con i beni dei signori Lanza e la via pubblica con un giardino di agrumi; Alessandro aveva affittato alcune stanze inferiori, di cui alcune adibite ad uso di osteria per un totale netto di 38,25 ducati per 127,15 once.
Il d’Azzia possedeva inoltre i seguenti beni: un altro edificio di case ad uso di forno, affittato i cui frutti erano riscossi da don Silvio d’Azzia, fratello di Alessandro; un’altra casa di più membri inferiori e superiori nel “ristretto” della suddetta parrocchia (confinante col giardino appartenente al Beneficio di S. Nicola ed altri propri beni, affittata dalla quale ricavava ducati 18,75, tassata per 61,15 once; un’altra casa con cortile, denominato il Cortile d’Azzia, di più membri superiori ed inferiori affittata nel “ristretto” della stessa parrocchia (confinante i beni del suddetto Beneficio di S. Nicola e del Conservatorio della SS.ma Concezione per ducati 97,87 per 326,7 once; due giardini di 4 moggia nel casale di Vitolaccio [oggi Vitulazio] stimati ducati 45 per 150 once; una masseria di fabbrica in Vitulaccio di più membri superiori ed inferiori con diverse comodità nella località detta a’ Mercolani con un territorio montuoso di 72 moggia, comprese in esse 4 moggia tenute in affitto da donna Teresa Menecillo e porzioni di montagna dell’A.G.P., con piedi di olive ed alberi vitati (confinante coi beni di don Giuseppe del Tufo, di donna Teresa Menecillo e la via pubblica), apprezzata per 96 ducati per 320 once; altre 20 moggia di territorio montuoso ed olivato nel medesimo casale; un altro territorio montuoso e boscoso nella località Boscarello (confinante con i beni del SS.mo Corpo di Cristo e quelli della parrocchia del medesimo casale) stimate per 90 ducati per 300 once; un’altra masseria di fabbrica con membri superiori ed inferiori, con un “trappeto” (ovvero frantoio) per la macina delle olive, con 72 moggia di territori (confinanti coi beni di don Giuseppe Umbriani) apprezzata per 172 ducati per 570 once; 75 ducati annui da riscuotere da don Carlo Lanza per le doti di 1500 ducati della figlia donna Anna Lanza (moglie di Alessandro) dai quali si caricavano 216,20 once; infine possedeva due cavalli da carrozza per un totale complessivo di 2408,17 once, dalle quali dovevano sottrarsi numerosi pesi.
Don Alessandro d’Azzia dichiarò numerosi pesi: ducati 99,75 ducati annui al fratello don Domenico d’Azzia per il suo livello, per i quali 332,15 once; 40 ducati annui a donna Costanza d’Azzia, monaca nel monastero di S. Maria di Dame Monache, per 133,10 once e 4 tomola di grano annue; 11 ducati annui a donna Teresa Menecillo per l’affitto delle predette moggia 4, tassati per 36,20 once; 6,50 ducati alla Casa Santa A. G. P. per l’affitto della suddetta montagna, dove si trovava la masseria, tassati per 21,20 once; 12 ducati annui a donna Anna Pellegrino per un capitale di ducati 200, tassati per 40 once; inoltre nella discussione si stabilì la rendita del trappeto nella masseria di Vitulaccio per 6 ducati annui, tassati per 20 once. I pesi ammontavano a 572,85 once, pertanto sottratti alla rendita complessiva davano una rendita netta di 1853,32 once (9).
Nel dicembre 1765 don Alessandro (seniore) fece il suo ultimo testamento col notaio Francesco Garofalo di Capua. Egli espresse la sua volontà di essere seppellito nella Chiesa dei PP. Domenicani di Capua, nella sepoltura della Cappella Jus patronato della sua famiglia. Egli nominava suo erede il figlio primogenito don Gabriele, avendo già fatto rinuncia dei suoi beni con pubblico atto del notaio Gennaro Giosa di Napoli. Inoltre, lasciò diverse disposizioni per la moglie donna Anna Lanza: l’abitazione nel palazzo di famiglia, 300 ducati annui, 12 “tomola” di grano e 12 “stari d’oglio” annui. Il d’Azzia lasciò altre disposizioni per altri esponenti della famiglia: don Giuseppe, don Roberto, don Pietro Antonio, don Carlo, don Francesco, don Giovan Battista, donna Maddalena (educanda nel Monastero di S. Andrea di Dame Monache), donna Maria (10).
Nel 1773 alla morte di Alessandro (seniore) il figlio primogenito Gabriele fu nominato suo erede con decreto della Gran Corte della Vicaria.

Alessandro d’Azzia
Alessandro d’Azzia (juniore) nacque nel 1774 dal marchese Gabriele del quondam Alessandro e da Giovanna Ciavari-Lombardi (11). Egli apparteneva ad un antica e nobile famiglia capuana.
Nel 1792 don Alessandro d’Azzia chiese di poter continuare gli studi nel Reale Collegio di Napoli [la Scuola della Nunziatella di Napoli] a spese del monte fondato da don Carlo Mazziotti di Capua; la Regia Camera di S. Chiara decise di consentire il proseguimento degli studi a don Alessandro a spese del monte Mazziotti anche dopo l’età di 18 anni e inviò gli ordini al consigliere e governatore di Capua (12).
Nello stesso anno morì il padre don Gabriele e Alessandro fu dichiarato suo erede con decreto della Gran Corte della Vicaria di Napoli del 26 novembre 1792. Egli ereditò anche 100 moggia di territori divisi in due partite che erano ereditari dell’avo canonico don Roberto d’Azzia, che nel 1722 aveva fatto il suo testamento col notaio di Capua Flaminio Boccagna (13).
Nel 1793 il marchese Alessandro d’Azzia decise di contrarre matrimonio con donna Giovanna Trenca, appartenente ad una famiglia patrizia aversana; egli affermava di non avere più nessun genitore e di non essere soggetto ad alcun parente, ma aveva trovato impedimento nella Curia arcivescovile di Capua da parte di sua nonna donna Anna Lanza e dello zio don Giuseppe d’Azzia, che si opponevano al matrimonio giudicandolo non decente alla loro famiglia e non avevano dato il loro consenso alle pubblicazioni e alla spedizione dello “Stato libero”.
Alessandro dichiarò che l’opposizione era insussistente perché egli, essendo di maggiore età, non era soggetto ad alcun parente e il suo matrimonio era più che conveniente: donna Giovanna era unica erede di una famiglia nobile di Aversa, educata nel Monastero di Donne Monache di S. Biagio in Aversa e il matrimonio era vantaggioso anche economicamente (14). Infatti, in data 14 febbraio 1793 nel palazzo di don Onofrio Trenca, patrizio della città di Aversa, con il notaio Carlo Melorio, erano stati stipulati i “capitoli matrimoniali” fra don Alessandro d’Azzia e donna Giovanna Trenca; in questa occasione era stata stabilita la dote di 2000 ducati, da prendere dalle doti matrimoniali di donna Fulvia Morelli, madre di Giovanna (15). Il matrimonio fu celebrato, anche se in seguito Alessandro sposò Giovanna Ireneo.
Il d’Azzia nel 1796 fu autore in Napoli di un’ode in onore del signor don Michele Vecchione (16).

Durante il periodo rivoluzionario del 1799 divenne un acceso repubblicano, probabilmente venne in contatto con le idee rivoluzionarie proprio nel reale Collegio militare. Nel mese di marzo del 1799 pronunciò efficaci parole durante una seduta dei rivoluzionari napoletani, registrate da Marc-Antoine Jullien, segretario generale della Repubblica Napoletana, che testimoniavano l’importanza di propagare al popolo il Catechismo repubblicano, piuttosto che altri scritti di autori conosciuti. Il d’Azzia era convinto che al popolo non dovevano proporsi «Rousseau, Mably, Pagano, ma le prime idee del Catechismo repubblicano» (17). Tale affermazione testimoniava come il Catechismo fosse la principale risorsa dei democratici per spiegare al popolo i concetti di democrazia, libertà, sovranità e uguaglianza (18).
Nel giugno del 1799 il nobile capuano Alessandro d’Azzia fu nominato membro della Commissione per la coscrizione militare e per la riorganizzazione della Guardia Nazionale per il Cantone del Sebeto (19). In seguito fu impiegato nella commissione legislativa ed esecutiva (20).
Il d’Azzia nel luglio del medesimo anno si rifugiò nella fortezza di Capua insieme al vescovo Michele Natale (21), al canonico Francesco Perrini (22) e a don Carlo Pellegrini (23) di Capua; i quattro “compromessi capuani” uscirono da Capua vestiti con le uniformi cisalpine e giunti a Napoli si imbarcarono su una nave inglese; disgraziatamente il vescovo Natale fu riconosciuto e arrestato e con lui gli altri tre repubblicani (24).
Egli dovette esiliare in Francia e a Parigi venne in contatto con i tanti esuli italiani (25). Nel 1801 lavorò come poeta-revisore dei libretti dell’impresa dell’Opera Buffa e scrisse nel 1801 Sur le rétablissement d’un Théatre Bouffon à Paris, uno scritto pragmatici di apertura della nuova stagione d’opera italiana (26).
Il d’Azzia era compreso nell’elenco dei Rei di Stato ai danni dei quali furono eseguiti i sequestri dei loro beni negli anni 1800 e 1801 (27).

Durante il “decennio francese” Alessandro d’Azzia raggiunse altissime cariche pubbliche, anche per i suoi contatti stretti col Saliceti; egli, insieme a Giuseppe Poerio e Pietro Colletta, era considerato appartenente al gruppo dei “satelliti di Saliceti” (28).
Nel 1807 fu nominato regio procuratore del Consiglio delle Prede Marittime, che aveva sede in Castel Capuano, con decreto reale del 31 agosto del 1807; egli aveva domicilio in Napoli in Largo Alabardieri a Chiaja n. 8 (29).
Nel dicembre del 1808 don Alessandro decise di vendere 40 moggia di terreni, localizzati nel Feudo degli Schiavi, ereditati dall’avo don Roberto d’Azzia ai fratelli Nicola e Giovanni Gravante di Grazzanise per la somma di 900 ducati; l’atto fu stipulato presso il notaio Paolo Vitolo di Grazzanise di Capua (30).
Don Alessandro d’Azzia nel febbraio del 1810 chiese di affrancare un capitale di annue entrate di 500 ducati annui che aveva stipulato nel 1802 con istrumento del notaio Giuseppe Narici di Napoli con il monastero di S. Giovanni Battista dell’ordine di San Domenico. In totale il d’Azzia dovette pagare 1150,96 ducati alla Cassa di Ammortizzazione (31).
Nel medesimo anno il d’Azzia chiese di affrancare un censo enfiteutico di 513 ducati che era stato contratto con la Casa Santa degli Incurabili di Napoli il 6 febbraio 1775 da don Onofrio Trenca, patrizio aversano, e ceduto da questi a don Alessandro d’Azzia, figlio del fu don Gabriele, in occasione dei capitoli matrimoniali della figlia donna Giovanna con il d’Azzia nel febbraio 1793. L’atto era stato stipulato presso il notaio Carlo Melorio della città di Aversa. Il censo riguardava una masseria di 87 moggia di territori seminatori, arbustati e campestri nella località il Gaudio e la Turricella in Patria (32).
Nell’aprile del 1810 fu nominato sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello di Napoli, continuando a disimpegnare la precedente carica di regio procuratore presso il Consiglio delle Prede Marittime (33).
Nel medesimo anno il d’Azzia fu nominato relatore al Consiglio di Stato per la provincia di Terra di Lavoro (34).
Don Alessandro nel 1811 in qualità di sostituto procuratore della Corte di Appello fu autore delle Conclusioni del Pubblico Ministero nella causa di Roberti, Pastore e Costanzo contro Francesco e Saverio di Costanzo il 25 settembre 1811, pubblicato in Napoli nel 1811 (35).
Nel 1815 il palazzo d’Azzia, appartenente ad Alessandro era costituito da 13 bassi, 4 stanze inferiori e 12 superiori con un giardino murato di 15 passi ed era tassato per 128 ducati (36).
Nei Catasti Provvisori don Alessandro d’Azzia possedeva molte rendite in diversi Comuni della provincia: 2666,50 ducati in Santa Maria di Capua per 155 moggia di territori, 1848 ducati in Marcianise per 28 moggia, 1434 ducati in Macerata per 100 moggia, 757,40 ducati in Vitulaccio [oggi Vitulazio] per 167 moggia, 534,81 ducati in Capua per 38,27 moggia, 422,40 ducati in Bellona per 151 moggia. In totale il d’Azzia aveva dunque un patrimonio fondiario di 639,27 moggia di territori (37).
Nel mese di giugno del 1816 don Alessandro acquistò un fondo dall’Intendenza di Casa Reale in Santa Maria di Capua, in località la Starza di Virilasci di 135 moggia per un prezzo complessivo di 22333,33 1/3 ducati (38).
Don Alessandro d’Azzia morì il 3 novembre del 1834, già vedovo di Giovanna Ireneo (39).


NOTE:
(1) B. Candida Gonzaga, Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d’Italia, vol. V, Napoli 1878, pp. 40-42.
(2) F. Bonazzi, Famiglie nobili e titolate del Napolitano, Napoli 1902, pp. 28-29; Id., Iscrizioni di Ufficio all’elenco dei Nobili e titolati del Napolitano, Napoli 1893, p. 11.
(3) G. B. Di Crollanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, vol. I, ristampa anastatica Forni editore, Bologna 1886, p. 75.
(4) V. Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Milano, 1928-1932, vol. I, p. 458.
(5) M. Cappuccio, Capuani insigni e ambienti culturali dal Medioevo al Risorgimento, in Capys, IV, a. 1970, pp. 8 e 17.
(6) In una pergamena dell’Archivio arcivescovile di Capua del 1200 troviamo una concessione di un terreno in Ville Castellucci da parte di Iacobus de Accia, figlio del signor Federico de Accia de Capua, in G. Iannelli, Regesti e transunti, in G. Bova, Le pergamene sveve della Mater Ecclesia capuana, vol. I, Napoli 1998, p. 228. In un’altra pergamena capuana del 1219 Roberto de Accia, figlio del miles Giovanni, compra un portum cum molendinu nei pressi del fiume Volturno fuori Capua, in Archivio Storico Arcivescovile di Capua (ASAC), pergamene del Capitolo, n. 62, in G. Bova, Le pergamene sveve, op. cit., I, p. 163. In un documento privato capuano del 1245 Raone de Accia, figlio di don Giovanni de Accia, aliena al figlio Iacobo de Accia il suddetto portum cum molendinu di suo diritto ereditario, in Iannelli, Regesti e transunti in G. Bova, Le pergamene sveve, op. cit., III, Napoli 2001, p. 329.
(7) La famiglia d’Azzia primeggiò per lungo tempo nell’ordine di S. Lazzaro, di cui erano stati o furono creati Gran Maestri: frate Alfonso d’Azzia (1327), fra Giacomo d’Azzia (1347); fra Giacomo II d’Azzia (1468-1498) milite e maestro generale in tutto il regno di Sicilia; fra Giacomo Antonio d’Azzia (1498-1512) grande e general Maestro di tutta la milizia di S. Lazzaro; fra Alfonso II d’Azzia maestro generale dell’ordine per investitura di papa Adriano VI; fra Sebastiano d’Azzia (1525) commendatario dell’ospedale e della chiesa di S. Lazzaro; fra Muzio d’Azzia (1548-1564) grande e generale maestro, che investito dal Papa Paolo III fu riformatore della milizia, in M. Cappuccio, op. cit., pp. 23-24; D. Iannotta, Notizie storiche sulla chiesa di S. Lazzaro in Capua, Napoli 1762. Molti esponenti dei d’Azzia furono cavalieri Gerosolimitani e nel 1480 tre di essi combatterono contro i Turchi a difesa di Rodi al fianco del Gran Maestro d’Abusson. Infine, Francesco d’Azzia morì combattendo contro i Turchi nella battaglia di Otranto nel 1481, dove caddero anche i più famosi Matteo de Capua, Rossetto e Rinaldo Ferramosca, in F. Granata, Storia civile della fedelissima città di Capua, Napoli 1752, vol. III, p. 143; M. Cappuccio, op. cit., p. 24.
(8) Ristampe Capuane, a cura degli “Amici di Capua”, Napoli 1986, p. 189.
(9) ACC, Catasto onciario della città di Capua, a. 1754, n. 1146.
(10) AS Ce, Atti del notaio Francesco Garofalo, a. 1765, ff. 173 t.°-180; l’atto fu rogato in Capua il 12 dicembre 1765 alla presenza del regio giudice a contratti magnifico Antonio Gionti e dei seguenti testimoni: don Vincenzo Tabassi, don Carlo Ruggiero, reverendo don Caspero Letizia, reverendo don Tomaso Battista Finello, magnifico Carmine Gionti e magnifico Marco Antonio Garofano.
(11) G. Iannelli, Cenni storici biografici di Monsignor Michele Natale Vescovo di Vico Equenze, a cura di F. Provvisto, Pomigliano d’Arco (NA) 1999, pp. 154-155.
(12) AS Na, Real Camera di Santa Chiara, Bozze delle Consulte, vol. 105, Napoli 25 agosto 1792.
(13) AS Ce, Tribunale di prima istanza, b. 4, f. 79; si tratta di un processo ereditato dal Tribunale di prima istanza dalla Gran Corte della Vicaria; il canonico don Roberto d’Azzia istituì nel 1722 erede universale il nipote don Giuseppe d’Azzia; al quale subentrò il fratello Alessandro (seniore) e dopo la sua morte nel 1773 il primogenito Gabriele e dopo la sua morte nel 1792 fu sostituito da Alessandro d’Azzia (juniore).
(14) AS Na, Real Camera di Santa Chiara, Bozze delle Consulte, vol. 739, a. 1793.
(15) AS Ce, Atti del notaio Carlo Melorio, a. 1793.
(16) A. d’Azzia, Ode al signor don Michele Vecchione, Napoli 1796; tale opera si trova nella Biblioteca del Museo Campano di Capua nella sezione topografica.
(17) Marc-Antoine Jullien, Segretario Generale della Repubblica Napoletana. Lettere e documenti, a cura di M. Battaglini, Napoli 2007, p. 357.
(18) R. Capobianco, La pedagogia dei catechismi laici nella Repubblica Napoletana, Napoli 2007, p. 63.
(19) M. Battaglini, Atti, leggi proclami ed altre carte della Repubblica Napoletana 1798-1799, Chiaravalle C.le (CZ), 1983, Vol. I, p. 488; cfr. A.M. Rao (a cura di), Guerra e politica nel Giacobinismo napoletano, in Eadem, Esercito e società nell’età rivoluzionaria e napoleonica, Napoli 1990, p. 196.
(20) M. Battaglini, A. Placanica, Leggi, atti, proclami ed altri documenti della Repubblica napoletana, 1798-1799, Napoli 2000, p. 540.
(21) G. Iannelli, Cenni storici biografici di Monsignor Michele Natale, op. cit.; Michele Natale nacque in Casapulla, casale di Capua il 23 agosto 1751 da Alessandro e Grazia Monte; fu battezzato il 24 agosto nella Chiesa parrocchiale da don Stefano Peccerillo. Nell’ottobre del 1771 entrò come alunno nel seminario di Capua., dove ebbe come maestri padre Vincenzo Labini (uno dei più dotti uomini dell’ordine dei Teatini, poi vescovo di Malta nel 1780) di Teologia dommatico-scolastica; Cosimo Aulicino di Teologia morale (parroco di S. Martino ad Iudaicam); Domenico Ferraiolo di Fisica e Geometria (parroco di S. Giovanni a Corte) anche lui coinvolto nelle vicende politiche del 1799; Paolo Pozzuoli di Logica e Metafisica (parroco di S. Antonio in Abbate, poi canonico penitenziere, rettore del Seminario e infine vescovi di S. Agata dei Goti nel 1792), Giovanni Stellato di Retorica (sacerdote di Casapulla, grecista e latinista di primo rango, poi canonico ed arcidiacono); Girolamo della Valle, maestro dell’Umanità (sacerdote di S. Maria di Capua, sostituì il Pozzuoli, morto nel 1797 in proposta di vescovo); Francesco Rossi, maestro della Terza scuola; Alberto Fiordalise, maestro della Quarta scuola; Giovanni Addario e Giuseppe Sorvillo, maestri di canto Gregoriano; alla direzione degli studi sopraintendeva lo stesso arcivescovo Michele Maria Capace Galeota e i suoi vicari generali. Nell’ottobre del 1786 fu nominato cappellano della Cappellania del Presepe nella Chiesa parrocchiale di Casapulla. Nel 1790 gli venne conferita una cappellania curata in Capua, in questa occasione ebbe la raccomandazione del re Ferdinando IV. Divenuto segretario del potentissimo arcivescovo e Cappellano Maggiore mons. Agostino Gervasio, strinse amicizia con le più illustri e nobili famiglie di Napoli, nominato anche precettore straordinario dei figli del re che si trovassero nella reggia di Napoli o di Caserta. Nel settembre del 1797 gli fu comunicata la sua nomina a vescovo di Vico Equense (la bolla apostolica del Papa Pio VI fu inviata in data 18 dicembre). Il 1° gennaio 1798 fu immesso nel possesso della diocesi di Vico Equense, ma entrò per la prima volta nella Chiesa di Vico l’11 febbraio. Conquistato dalle idee repubblicane nel maggio del 1799 tentò di arringare il popolo del casale di Casapulla in occasione della patronale di S. Elpidio, ma fu espulso dal suo paese natale. Verso la fine di giugno con la caduta della Repubblica Napoletana tentò di salvarsi prima della reazione borbonica; fuggì prima nel casale di Caturano, poi a Curti presso la sorella; infine fu aiutato a portarsi nella fortezza di Capua, dove si ritrovò in compagnia di altri compromessi come il canonico Francesco Perrini di Curti, Carlo Pellegrini e Alessandro d’Azzia di Capua. Il 20 luglio, dopo la resa di Capua, uscì in divisa militare di cisalpino, insieme al Perrini, al Pellegrini e al d’Azzia; giunti in Napoli e imbarcatosi su una nave inglese, fu riconosciuto da alcuni marinai della sua diocesi e fu tratto in arresto insieme ai suoi amici. Il Natale fu prima trasferito nel carcere della Vicaria poi al castello del Carmine. Fu condannato a morte dalla Suprema Giunta di Stato e la sua esecuzione avvenne al Largo del Mercato della città di Napoli il 20 agosto 1799: mons. Natale fu afforcato, insieme al sacerdote don Nicola Pacifico, Vincenzo Lupo, Domenico ed Antonio Piatti e donna Eleonora Pimentel Fonseca; mentre don Giuliano Colonna e don Gennaro Serra di Cassano furono decapitati. Il vescovo Natale scrisse: Lettera Pastorale ai suoi Diocesani, datata 30 aprile 1799, scritta dal cittadino Michele Natale, vescovo di Vico Equense e Presidente di quella Municipalità, e il Catechismo Repubblicano, datato anch’esso 30 aprile 1799 (di cui una copia è conservata nella Biblioteca del Museo Campano di Capua).
(22) Francesco Perrini nacque il 18 dicembre del 1769 dal magnifico Nicola Perrino e Chiara Schiavo; fu battezzato coi nomi di Francesco Saverio Maria. Entrò nel seminario di Capua a 14 anni il 5 marzo 1783 e ne uscì il 20 settembre del 1791, conseguendo la licenza dell’arcivescovo mons. Agostino Gervasio, che gli consentì di studiare a Napoli con l’obbligo di ritornare presso l’arcivescovato capuano ogni volta che il Gervasio lo richiedesse. Quest’ultimo, dopo averlo fatto sacerdote, il 1° novembre del 1793 lo nominò maestro di eloquenza; insegnò fino al 7 aprile 1797, data in cui fu promosso canonico diacono della cattedrale. Nel 1799 fu coinvolto nei fatti rivoluzionari; fu inquisito nella Regia Corte di Capua dal magnifico Liberto d’Errico per il mancato pagamento di un debito, proprio nei mesi rivoluzionari, per cui fu ordinato il suo arresto. Arrestato a Napoli nel luglio del 1799 con il vescovo Natale, il d’Azzia e il Pellegrini, fu esiliato La partecipazione ai fatti rivoluzionari del 1799 è documentata nella presenza del Perrini (denominato Perrino) fra i Rei di Stato, in A. Di Biasio, Rivoluzione e controrivoluzione nell’alta Terra di Lavoro. La Repubblica napoletana del 1799, in F. Barra (a cura di), Il Mezzogiorno d’Italia e il Mediterraneo nel triennio rivoluzionario 1796-1799, edizione Centro Dorso di Avellino, Pratola Serra (AV) 2001, p. 572). Gli fu concesso di ritornare in Patria nel 1803. Con il ritorno dei Francesi nel 1806 fu nuovamente nominato canonico (con Bolla apostolica 22 dicembre del 1806); promosso il 16 giugno 1809 canonico presbitero e il 12 maggio 1813 fu Vicario generale capitolare; nel 29 giugno fu inoltre promosso canonico degli Otto con altra cedola reale. Nel 1811 Gioacchino Murat lo aveva nominato Direttore generale della Statistica della Provincia di Terra di Lavoro. Il 29 giugno 1811 il ministro dell’Interno comunicò all’intendente di Terra di Lavoro Michele Bassi di approvare che Francesco Perrini si impegnasse nella redazione delle notizie statistiche della provincia di Terra di Lavoro, rielaborando le relazioni dei redattori locali. Nella realizzazione della Statistica murattiana la Società di Agricoltura ebbe un ruolo importante, i cui redattori locali vennero scelti privilegiando i suoi soci (M. Di Nuzzo, Agricoltura, industria, commercio, in Caserta al tempo di Napoleone, op. cit., p. 131; sulle società di agricoltura e le società economiche cfr. R. De Lorenzo, Società economiche e istruzione agraria nell’ottocento meridionale, Milano 1998; A. Marra, La Società Economica di Terra di Lavoro, Milano 2006). Il Perrini mantenne la carica di Direttore generale della Statistica anche dopo la restaurazione borbonica; mentre il 31 luglio del 1815 dovette rinunciare all’incarico di Vicario capitolare. Nel 1813 il canonico Francesco Perrini era presidente del Giury dell’Istruzione Pubblica per la provincia di Terra di Lavoro (L. Russo, Affari Comunali del Comune di Casanova e Coccagna nel “Decennio francese”, in Rivista di Terra di Lavoro a cura dell’Archivio di Stato di Caserta, a. I, n. 3, Ottobre 2006, p. 96; il Gran giury dell’istruzione pubblica fu istituito con il decreto del 29 novembre 1811 da Gioacchino Murat cfr. A. Cecere, L’istruzione pubblica, in Caserta al tempo di Napoleone, il decennio francese in Terra di Lavoro, a cura di I. Ascione e A. Di Biasio, Napoli, Electa editrice, 2006, pp. 173-174). Il Perrini morì in Curti l’8 maggio del 1825 e fu sepolto nella Chiesa dei PP. Alcantarini fuori S. Maria di Capua in Iannelli, Cenni storici biografici di Monsignor Michele Natale, op. cit., pp 35-36. Francesco Perrini fu autore della redazione delle tre relazioni provinciali disponibili della Statistica murattiana. Secondo Aldo Di Biasio il Perrini fu implicato nei fatti rivoluzionari del 1820-21 (A. Di Biasio, Il decennio francese in Terra di Lavoro, Le carte dell’Archivio di Stato di Caserta, in Caserta al tempo di Napoleone, op. cit., p. 22).
(23) Carlo Pellegrini nacque da Pompeo e Lucia Torelli dei Baroni di Romagnano il 26 settembre del 1799. Studiò in Capua e fu apprezzato come giovane di alta intelligenza e finissima cultura; nel 1799 in seguito al divulgarsi delle idee repubblicane francesi divenne fervente repubblicano insieme ad Alessandro d’Azzia di Capua, al canonico Francesco Perrini di Curti e al vescovo Michele Natale di Casapulla (G. Iannelli, Cenni storici biografici di Monsignor Michele Natale, op. cit., pp. 154-155). Nel 1799 il Pellegrini fu nominato componente del Governo dipartimentale del Dipartimento Volturno, nel quale risultavano anche i capuani Pompeo Sansò e Carlo de Tomasi; altri personaggi nominati furono: il presidente Francesco (?) Pellegrini (N. Ronga, La Repubblica Napoletana del 1799 nell’agro acerrano, a cura dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Napoli 2006, p. 76; un Francesco Pellegrino risulta essere detenuto alla data del 1° giugno 1800; cfr. AS Na, Amministrazione generale dei beni dei rei di Stato, fascio. 22), il commissario organizzatore Ignazio Falconieri (suo segretario fu nominato Vincenzo Cuoco), il commissario Decio Coletti del casale di Cisterna di Sasso [oggi Castel di Sasso] ed altri (Ronga, La Repubblica Napoletana del 1799 nell’agro acerrano, op. cit., pp. 75-76; Il regno di Napoli in seguito all’emanazione della legge del 9 febbraio 1799 era stato diviso in Dipartimenti e Cantoni, importando la struttura amministrativa territoriale vigente in Francia in Ibidem, p. 73; cfr. M. Battaglini, Atti, leggi, proclami ed altre carte della Repubblica Napoletana 1798-99, Chiaravalle (CZ), Società Editrice Meridionale, 1983, p. 1305). Arrestato nel luglio del 1799 a Napoli insieme al Natale, al d’Azzia e al Perrini. Nel settembre del 1799 il cavaliere gerosolimitano Luigi Palmieri d’Aversa, incaricato di procedere ai sequestro dei beni dei Rei di Stato, si portò in Casapulla dove Carlo Pellegrini possedeva una masseria e la sequestrò (Ronga, La Repubblica Napoletana del 1799 nell’agro acerrano, op. cit., p. 127; in Casapulla il Palmieri sequestrò anche una casa appartenente al fu monsignor Michele Natale; il Palmieri era subentrato a Gennaro Mirabella di Pozzuoli; vantandosi di non aver accettato alcun incarico durante il periodo repubblicano e di aver partecipato con un gruppo di realisti all’assedio di Capua in Ibidem, pp. 96-97; Ronga, Il 1799 in Terra di Lavoro, op. cit., p. 82). Nel 1800 fu inviato in esilio a Marsiglia, insieme a tanti altri repubblicani italiani, sotto la minaccia di pena di morte se fosse tornato senza permesso reale (A. M. Rao, Esuli. L’emigrazione politica italiana in Francia (1792-1802), prefazione di G. Galasso, Napoli, Guida editore, 1992, p. 484; cfr. Ronga, La Repubblica Napoletana del 1799 nell’agro acerrano, op. cit., p. 75; Filiazione de’ Rei di Stato, condannati dalla Suprema Giunta, e da’ Visitatori Generali in vita, e a tempo ad essere asportato da’ Reali dominj, Napoli 1800). Il Pellegrini riuscì a ritornare in Italia e nel 1804 sposò Barbara Invitti dei principi di Conca (Iannelli, op. cit., p. 154). Ricoprì più volte la carica di sindaco di Capua; successivamente si ammalò e si stabilì con la moglie in San Prisco, nel palazzo dell’amico Giovan Battista Boccardi nella Strada della Piazza [attuale Via Michele Monaco] dove morì il 16 ottobre 1816 (AS Ce, Stato Civile, San Prisco, a. 1816).
(24) Iannelli, op. cit., p. 155.
(25) F. Barra, Il decennio francese nel regno di Napoli, 1806-1815, studi e ricerche, Salerno 2007, p. 77. Cfr. A. M. Rao, Esuli. L’emigrazione politica italiana in Francia (1792-1802), prefazione di G. Galasso, Napoli, Guida editore, 1992.
(26) A. Fabiano, I “buffoni” alla conquista di Parigi: una storia dell’opera italiana in Francia tra “Ancién Régime” e Restaurazione (1752-1815): un itinerario goldoniano, Torino 1998, p. 182.
(27) Di Biasio, Rivoluzione e controrivoluzione, op. cit., pp. 566 e 569; cfr. AS Na, Amministrazione generale dei Rei di Stato, fascio 103.
(28) M.C. Nardella, L’Intendenza di Capitanata nel Decennio, in All’ombra di Murat: studi e ricerche sul decennio francese, a cura di Saverio Russo, Bari 2007, p. 176. La citazione “satelliti di Saliceti” è del Di Martino in A. Di Martino, La nascita delle intendenze: problemi dell’amministrazione periferica del Regno di Napoli, 1806-1815, Napoli 1984, p. 16.
(29) AS Na, Almanacco Reale, Napoli 1810, p 226.
(30) AS Ce, Tribunale di prima istanza, b. 4, f. 79; l’atto di vendita fu fatto il 20 dicembre 1808; i terreni ereditari del quondam don Roberto d’Azzia erano soggetto a maggiorato perpetuo, ma nel novembre 1807 dichiarò liberi i fondi primi soggetti al vincolo in virtù della legge eversiva delle sostituzioni fedecommessarie.
(31) AS Na, Cassa di Ammortizzazione e del Debito Pubblico, B. 726, n. 10693, a. 1810.
(32) Ivi, B. 726, n. 10698, a. 1810.
(33) AS Na, Decreti originali …, b. 35, decreto datato 30 aprile 1810.
(34) AS Na, Decreti originali …, b. 43, decreto datato 26 dicembre 1810.
(35) A. d’Azzia, Conclusioni del Pubblico Ministero nella causa di Roberti, Pastore e Costanzo contro Francesco e Saverio di Costanzo il 25 settembre 1811, Napoli 1811; anche tale opera si trova nella Biblioteca Museo Campano di Capua, nella sezione topografica.
(36) AS Ce, Catasto Provvisorio, Stato di Sezione di Capua, a. 1815.
(37) AS Ce, Catasto Provvisorio, Partitari dei Comuni di Santa Maria di Capua, Marcianise, Macerata, Vitulaccio, Capua e Bellona.
(38) AS Na, Cassa di Ammortizzazione e del Debito Pubblico, B. 249, a. 1816-17; al momento della stipula del contratto don Alessandro pagò 10000 ducati; in seguito in data 25 ottobre 1816 pagò 11516,66 ducati con fede di credito del Banco delle Due Sicilie e i restanti 216,67 ducati con altra fede di credito del medesimo Banco in data 18 novembre 1816; molto probabilmente queste 135 moggia erano comprese nelle 155 moggia dichiarate nel Catasto Provvisorio di Santa Maria di Capua.
(39) Iannelli, op. cit., p. 37.

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- Storia

Mattiangelo Forgione nell’amministrazione reale

MATTIANGELO FORGIONE: UN CASERTANO
NELL’AMMINISTRAZIONE REALE DI CASERTA

Introduzione
Mattiangelo Forgione fu uno dei primi borghesi casertani a raggiungere alte cariche nell’Amministrazione Reale di Caserta, entrando, in sostituzione del padre Antonio, prima come commissario, poi divenendo tesoriere per circa 40 anni, ricoprendo anche le cariche di amministratore delle Reali Delizie di S. Leucio, di ministro della Giunta di Economia dello Stato di Caserta e di presidente onorario della Regia Camera della Sommaria.
Con la sua figura la sua famiglia raggiunse le più alte cariche e la massima potenza, acquistando un bellissimo palazzo e trasferendosi anche dalla villa di Sala di Caserta, alla Strada Vico della Torre di Caserta, divenuta il centro della città dopo la costruzione del Palazzo Reale.
Prima di lui la famiglia aveva vantato due canonici e suo padre era stato impiegato come commissario nell’Amministrazione Reale di Caserta.
Dopo di lui anche il fratello minore Pietro Saverio raggiunse la carica di tesoriere dell’Amministrazione Reale di Caserta per pochi anni e fu anche consigliere provinciale di Terra di Lavoro nel 1820.

1. La famiglia di Mattiangelo in Sala di Caserta
Mattiangelo nacque il 5 settembre del 1738 da Antonio Forgione e da Nicoletta Forgione nel palazzo di famiglia, situato nella villa di Sala di Caserta alla Strada delle botteghe [oggi via S. Donato].
Antonio era nato in Sala di Caserta il 1719 circa da Mattia e da Vittoria Masiello; mentre la moglie Nicoletta Forgione era figlia di Marcello di Caiazzo, proveniente da Casolla di Caserta, e di Isabella Pelosi (1).
I genitori di Mattiangelo si erano sposati in Caiazzo nel 1737; il contratto dei capitoli matrimoniali era stato stipulato in Caiazzo dal notaio Vito Pezzella di Caserta il 17 settembre 1737 (2). Nicoletta possedeva in comune con la zia Dorotea Forgione i seguenti beni: un edificio di case di 11 membri inferiori e superiori nel Vico de’ Forgioni o del Cetrangolo, confinante con altri beni di Marzio Forgione da settentrione; 26 moggia con casa di 2 membri nella località Ogni Santo, 2 moggia in Cesarano, 12 moggia ad Agna, 2 moggia olivate ne’ La Cerrara, 10 moggia lavorandine con vigna al Belvedere, moggia 15½ in Biancano di Limatola e diversi capitali con relative annualità (3). La zia Dorotea, rimasta nubile, aveva cresciuto la nipote Nicoletta dall’infanzia con amore ed affetto, pertanto in occasione del suo matrimonio le donò la sua porzione, mantenendo l’usufrutto dell’abitazione e delle entrate dei suoi beni fino alla sua morte, riservandosi di poter disporre di 100 ducati e di un vitalizio di 5 ducati annui all’altro nipote Renato Forgione, fratello di Nicoletta. Inoltre Gaetano, un altro fratello di Nicoletta era religioso nel monastero di S. Giovanni a Carbonara di Napoli.
Nell’ottobre dello stesso anno don Giuseppe Forgione, monaco dei minori francescani nel monastero della Pietra Santa in Napoli, mosso da amore ed affetto per la nipote Nicoletta, le fece un ulteriore donazione di molti territori: in Limatola: moggia 43½ seminatorie e lavorandine all’Isolella e 6 moggia alle Paduli; in Caiazzo: moggia 3½ alla Limatella, moggia 5 all’Annunziata; in Squille: moggia 9 alle Prese. La predetta donazione era effettuata a condizione che Nicoletta pagasse ducati 10 annui allo zio dalle suddette rendite; inoltre, nel caso che Nicoletta morisse senza figli, i suddetti territori dovevano essere ereditati da Giuseppe de Simone, figlio di Candida Forgione (sorella di Giuseppe) e Nicola de Simone, già designato erede dallo stesso Giuseppe Forgione dei beni ereditari di Marzio Forgione (padre di Giuseppe Forgione e nonno di Giuseppe de Simone) (4).
Nell’anno 1749 il “magnifico” Antonio Forgione, dichiarava di “vivere civilmente” e di possedere in comune con il fratello Matteo Forgione, lo zio Francesco Forgione, entrambi canonici, una casa “palaziata” con giardino e un “trappeto” in Sala. I Forgione avevano anche una bottega nel casale della Torre della città di Caserta, diversi territori in Sala e altri nel casale di Sarzano: 5 moggia di terreno nella località Monticello; 2 moggia di terreno olivato, censuate alla Chiesa Parrocchiale di Sala nel luogo detto Monticello; 1 moggio di terreno nella località Quaranta; 50 passi di terreno e altri 55 passi, confinante coi beni della chiesa parrocchiale di Sala; 3 moggia di terreno arbustato e olivato dietro al Montano [ovvero dietro al “trappeto” o frantoio]; altri 40 passi di terreno, censuato alla chiesa parrocchiale di Sala; 5 moggia di montagna con olive; 2 moggia nella località chiamata Gradillo. I terreni posseduti in Sarzano erano stimati 100 ducati annui.
Nella casa “palaziata” di Sala abitavano: Antonio Forgione, di 30 anni, Nicoletta Forgione, moglie di 34 anni, Mattiangelo, figlio di 10 anni, Berardino, figlio di 8 anni, Domenico, figlio di 4 anni, Giuseppe, figlio di 2 anni, Vittoria Masiello, madre di Antonio di 73 anni, Francesco, canonico di 81 anni, Matteo, fratello canonico di 40 anni (5), Beatrice di Blasio, serva di 72 anni, Maria Savastano, serva di 34 anni, Francesco Giaquinto della Torre, servo di 40 anni (6).
Antonio Forgione aveva anche delle proprietà nella città di Caiazzo: un comprensorio di case di più membri nel Vico delli Forgioni, confinante con la casa di Dorotea Forgione; 4 moggia di terreno seminatorio e vigneto nel luogo chiamato Belvedere; 11 moggia di terreno arbustato nella località Agna e altre 23 moggia di terreno arbustato con masseria nel luogo chiamato Ogni Santo. Inoltre, aveva altre rendite annue: 12 ducati per un capitale di 300 ducati e 15 carlini per un capitale di 25 ducati (7).
Nell’anno 1752 Antonio Forgione entrò a far parte dell’Amministrazione Reale di Caserta a richiesta firmata dal marchese Fogliani e dall’Intendente don Lorenzo Maria Neroni (8). Egli fu impiegato come commissario addetto al mantenimento delle scuderie e ai lavori dell’acquedotto (9).
Antonio Forgione fece il suo testamento nel suo palazzo della “Villa” di Sala con il notaio Vito Pezzella lasciando suoi eredi i figli Mattiangelo, Berardino, Domenico, Giuseppe, Gaetano e Pietro Saverio, dando facoltà alla moglie Nicoletta e al fratello canonico Matteo di accrescere le porzioni ereditarie a ciascun figlio. Inoltre, nominò la moglie tutrice e curatrice dei figli minori. Egli dispose che il suo cadavere doveva essere trasportato nella sepoltura di famiglia della chiesa di S. Simeone di Sala (10).
Prima della morte di Antonio era stato stabilito che Mattiangelo e Berardino dovevano prendere gli ordini minori: infatti nell’ottobre 1756 presso il notaio Vito Pezzella fu costituito il patrimonio sacro per Mattiangelo e Berardino con la donazione da parte del padre dei territori di Limatola (11).
Nell’aprile del 1758 i fratelli Neroni (uno era cavaliere e l’altro canonico) di Firenze, ma abitanti da più tempo in Caserta, davanti al notaio Vito Pezzella, affermarono che l’acquisto fatto il 15 luglio dell’anno precedente da Tomaso Vitelli di Caserta del territorio di 5 moggia, 4 passi e passatelli 2½ denominato Terra Grande nella villa di Sala per 1623 ducati era stato fatto da loro a nome e col denaro del fu Antonio Forgione, da poco tempo morto; pertanto ora il suddetto territorio era ereditario dei figli di Antonio (12).
Ma dopo la morte del padre, nel mese di maggio del 1759 Mattiangelo si ritrovò ad essere capofamiglia e rinunciò al patrimonio sacro precedentemente costituito. Infatti davanti al notaio Vito Pezzella, alla presenza della madre Nicoletta Forgione fu sancita la rinuncia di Mattiangelo al patrimonio costituito in favore del fratello Domenico; si trattava dei seguenti territori di Limatola: 3½ moggia in località La Limatella, 5 moggia in La Nunziata, 9 moggia a Le Prese e 6 moggia alle Padule (13).
In occasione del sacerdozio di Domenico anche lo zio canonico Matteo Forgione gli fece una donazione di 5 moggia di territorio situato in Sala nella località al Ponticello, sempre per il suo patrimonio sacro (14).
Nicoletta Forgione nata intorno al 1715, vedova di Antonio, fece il suo testamento nel suo palazzo della villa di Sala il 17 marzo del 1775 davanti al notaio Domenico Antonio Giaquinto di Caserta, dichiarando di voler essere seppellita nella cappella della famiglia nella chiesa parrocchiale di S. Simeone di Sala e nominando eredi universali e particolari i figli Mattiangelo, Giuseppe e Pietro Saverio (15).
Il suddiacono Domenico Forgione morì nel novembre 1778 nel palazzo Forgione della villa di Sala. Il 21 novembre del 1778 a richiesta dei fratelli Mattiangelo, Giuseppe e Pietro Saverio si aprì il suo testamento, rogato presso il notaio Domenico Antonio Giaquinto nel maggio 1772. Domenico dichiarò di voler essere seppellito anch’egli nella cappella di famiglia nella chiesa parrocchiale di S. Simeone di Sala. Egli aveva nominato erede particolare la “dilettissima” madre, che tuttavia era morta prima di lui. Pertanto i suoi eredi universali e particolari furono i tre fratelli, lasciando diversi legati (16).

2. Ascesa di Mattiangelo e trasferimento della famiglia a Caserta Torre
Mattiangelo, dopo la morte del padre Antonio, si ritrovò a fare da padre ai fratelli minori, avendo rinunciato alla carriera ecclesiastica, e grazie alle conoscenze e alle amicizie familiari, fu proposto il suo ingresso nell’Amministrazione Reale di Caserta al posto del padre come commissario. La richiesta fu firmata dall’intendente Lorenzo Maria Neroni e autorizzata da Bernardo Tanucci (17).
Il 5 maggio del 1764 fu nominato tesoriere della Reale Amministrazione del Real Sito di Caserta, sostituendo il canonico Antonio Marotta (18).
Il regio tesoriere Mattiangelo nel mese di aprile 1767 comprò un territorio di 40 passi nella villa di Sala, nella località allo Montano, da Nicola Giuseppe ed Antonio della Valle, zio e nipote della villa di Coccagna per il prezzo convenuto tra le parti di 390 ducati (19).
Nel mese di novembre del 1767 il Forgione comprò un comprensorio di case da Vincenzo Scognamiglio e Palma di Grauso, coniugi di Sala, per il prezzo totale di 165 ducati. Il comprensorio era costituito da un membro inferiore, uno superiore e un altro inferiore scoperto con cortile murato di 5 passi e 10 passitelli, metà cisterna ed altre comodità, era confinante con altri beni della famiglia Forgione. L’apprezzo fu fatto da Giovanni Maggi, capo mastro delle Reali Fabbriche di Caserta e dal muratore locale Simeone Zebella (o Zibella) (20).
Nel mese di marzo del 1769 presso il palazzo Forgione di Sala Mattiangelo e lo zio canonico casertano Matteo Forgione, fratello del padre, stabilirono di erigere una cappella presso il proprio palazzo, dedicata a S. Maria degli Angeli e ai SS. Pietro e Paolo con un altare con un quadro raffigurante la Madonna e i santi protettori, chiedendo di potervi far celebrare messa. Il canonico don Matteo stabilì di dotare la cappella di 6 ducati annui dalle proprie rendite, in particolare da un terreno di 2 moggia nella villa di S. Benedetto di Caserta, nel luogo detto allo Vuttaro (21).
Seguì la richiesta di Mattiangelo del regio assenso sulla fondazione presentata il 16 marzo 1769 e firmata a Napoli il 25 novembre dello stesso anno da Carlo de Marco, governatore di Caserta. L’approvazione della Diocesi casertana, a firma del vescovo Filomarino e del canonico cancelliere Francesco Biscardi, giunse nel mese di luglio 1770 (22).
Nel 1770 troviamo alcune concessioni di mutui a cittadini di Briano di Caserta: non si trattava di grosse cifre, ma gli interessi richiesti erano del 6% (23).
Nel novembre del 1774 il Forgione acquistò dai fratelli don Giuseppe Mazzarella, il canonico don Giovanni, don Nicola e i dottori Donato ed Antonio un territorio arbustato di più moggia con un edificio di case, situato accanto alla casa “palaziata” dei Forgione, per un prezzo totale di 483,33 1/3 come stabilito dal “regio tavolario” Giacomo Tartaglione di Caserta. Ma per avere l’accesso a questo nuovo comprensorio di case occorreva fare una nuova vinella a spese dei Forgione (24).
Mattiangelo Forgione nel marzo del 1775 chiese un mutuo di 300 ducati a Pasquale di Lillo di Caserta e Gioacchino di Lillo di Mataloni [Maddaloni], eredi del quondam Domenico Antonio di Lillo. Il contratto fu fatto presso il Palazzo Reale di Caserta e il Forgione si impegnò a restituire 15 ducati annui (25).
In seguito ricoprì anche le cariche di Amministratore delle Reali Delizie di S. Leucio e di Ministro della Giunta di Economia dello Stato di Caserta. Nel marzo del 1775 diventò Presidente onorario della Regia Camera della Sommaria (26).
Nel 1778 Mattiangelo comprò il palazzo di Strada Vico da Agostino Borgognoni, insieme ad un altro edificio di case più piccolo di fronte a tale palazzo per la somma di 7800 ducati. Quindi la famiglia, costituita dai fratelli Mattiangelo, Giuseppe e Pietro Saverio, poté trasferirsi in Caserta Torre (27).
Nel marzo del 1784 il presidente onorario della Camera della Sommaria Mattiangelo comprò da Domenico Vitale di Casanova una cesina di 10 passi nella montagna detta Cognolillo, confinante con altri territori cesinali di Mattiangelo Forgione per una somma di 5 ducati (28).
Nel marzo del 1787 fu stipulato il contratto dei “capitoli matrimoniali” tra il fratello Pietro Saverio e Maria Giuseppa Fusco di Casanova, figlia del fu Andrea Fusco, un altro importante benestante della provincia, e di Marianna Poerio, appartenente ad una famiglia della “nobiltà provinciale calabrese”, con una dote di 10000 ducati. Mattiangelo affermò di aver amato Pietro Saverio e “trattato con amor filiale”; egli gli donò 1000 ducati annui per sostenere i pesi del matrimonio, finché non avesse ottenuto l’eredità del fu Giuseppe de Simone di Caiazzo (29). Inoltre, donò 144 ducati annui a Maria Giuseppa Fusco per “lazzi e spille” fino all’ottenimento della predetta eredità. Infine si stabiliva che l’abitazione dei futuri sposi sarebbe stata quella del palazzo Forgione di Strada Vico (30).
Nell’agosto del 1786 l’archtetto don Carlo Vanvitelli, figlio del più famoso architetto Luigi, propose in giunta di affittare la casa “palaziata” dei fratelli Forgione di Sala al giardiniere del Giardino Inglese del Palazzo Reale Andrea Graefer, col consenso del presidente Mattiangelo, tesoriere della Reale Amministrazione e con il gradimento del Graefer, in quanto luogo idoneo e vicino al detto Giardino. Il palazzo consisteva in un appartamento superiore di 8 stanze con alcuni camerini e altre comodità, al quale si accedeva attraverso delle scale di fabbrica coperte; 4 bassi, una stalla grande, una rimessa ed altre comodità (31).
Il Forgione nel mese di settembre 1789 comprò dai fratelli reverendo don Angelo e Giacomo Antonio Razzano, eredi dello zio paterno reverendo don Domenico Razzano, un altro territorio seminatorio e parte montuoso di 5 moggia e 20 passi in Sarzano, nella località La Fontana del Fico al prezzo complessivo di 525 ducati (32).
Nel maggio del 1790 i coniugi Pietro Saverio e Maria Giuseppa Fusco si accordarono con Mattiangelo e Giuseppe Forgione per la corresponsione di 3000 ducati, a 120 ducati l’anno con l’interesse del 4%, derivanti dalle doti di Maria Giuseppa, stabilite in forza ai “capitoli matrimoniali” del 25 marzo 1787. Mattiangelo e Giuseppe ipotecarono il loro palazzo di Strada Vico, comprato nel 1778 e in seguito ristrutturato con molti lavori. A richiesta di Mattiangelo era stato fatto l’apprezzo da Domenico Brunelli, architetto delle Reali Opere di Caserta, e Carlo Patturelli, capo mastro delle Reali Fabbriche: il palazzo fu valutato per la somma di 15000 ducati (33).
Il presidente Forgione entrò sempre più spesso in società con altri benestanti affittando dei terreni e poi subaffittandoli ad altri. Nel 1790 Giuseppe Paradiso e il capitano don Francesco Domenici, regio economo, presero in affitto una masseria con territori in Formicola, nelle località Grieci e Iovinella [dovrebbe trattarsi di territori di Pontelatone] dal marchese di Pontelatone e duca di Tolve [Carafa Colobrano] per dieci anni per un “estaglio” di 578,95 annui; successivamente il Paradiso concesse un mutuo di 3000 ducati al marchese di Pontelatone per anni 10, con l’interesse del 6% e l’ipoteca sui predetti territori; il Domenici sborsò 1500 ducati al Paradiso per avere la metà di tale credito. Mattiangelo pagò 750 ducati al Domenici per avere la quarta parte del mutuo di 3000 ducati (34).
Nel novembre 1790 il Forgione sciolse un’altra società, costituita nel novembre del 1782, con l’avvocato don Gennaro Sarnelli di Napoli, il solito Francesco Domenici e don Francesco Laudando. Essi avevano affittato i terreni del feudo di Marane dal fu barone Annibale Vulcano nel periodo dal settembre 1784 al settembre 1789 (35).
Nel 1796 Mattiangelo comprò un’altra casa di abitazione in Sala dai fratelli Nicola, Pietro e Lorenzo Cicala, coeredi con Angelo e Simone Cicala, fratelli e figli della quondam Vittoria Passaro di Sala, per una somma totale di 170 ducati. L’apprezzo della casa fu effettuato dai mastri muratori Antonio Casapulla e Domenico Fiorentino di Sala. L’abitazione era formata da 2 case, cucinella, cortile murato, aia, cisterna, lavabo e forno (36).
Negli anni 1798 e 1799 il presidente Mattiangelo Forgione, dopo aver contratto molti mutui con diversi benestanti e commercianti di Caserta, Napoli e altri luoghi, comprò molti territori dalla Regia Corte prima appartenenti a Benefici ecclesiastici: alla Badia dei Ss. Stefano e Leucio (6 moggia in Casanova, 10,13 moggia in Macerata, 11 moggia in Portico, 15,20 moggia in San Prisco, 5 moggia in Catorano, 6 moggia in Sarzano), che già aveva avuto in affitto; alla Rettoria di S. Giovanni Apostolo nel casale di Airola di Marcianise (32,06 moggia in Marcianise) (37).
Fra i mutui contratti dal Forgione negli anni precedenti presso notai di Caserta, Napoli e altri luoghi vi erano: 1000 ducati al capitano don Francesco Domenici presso il notaio Antonio Spezzacatena di Napoli il 18 gennaio 1793, con l’interesse del 5%; 1400 ducati dall’avvocato don Gennaro Sarnelli di Napoli, presso il notaio Nicola Rauchi di Napoli nel 1793, con l’interesse del 6%; 772 ducati da Giovan Paolo Esperti di Briano di Caserta presso il notaio Carlo Giaquinto, con l’interesse del 5%; 4600 ducati da Donato Fiorillo di Caserta, presso il notaio Antonio Castellani di Napoli il 1° gennaio 1794, con l’interesse del 4,5%; altri 450 ducati al medesimo Donato Fiorillo il 16 febbraio dello stesso anno; 1400 ducati a don Francesco Quintavalle di Mataloni [Maddaloni], con l’interesse del 4%; 5180 ducati al reverendo parroco don Michele e Gaetano Bernasconi, fratelli di Caserta, presso il notaio Salvatore Pezzella di Caserta il 14 maggio 1798, con l’interesse del 6% e altri 870 ducati, sempre con gli interessi al 6% presso il medesimo notaio; 6000 ducati al magnifico Davide Perillo di Santa Maria la Fossa, presso il notaio Salvatore Pezzella, con l’interesse del 5%; 9000 ducati al mercante di Napoli don Gennaro Valletta, presso il notaio Gaetano Grimaldi di Napoli nel 1798; 200 ducati a donna Laura de Simone di Caiazzo, presso il notaio Fabio Marocco di Caiazzo l’11 aprile 1798 (38).

3. Gli ultimi anni di Mattiangelo: il matrimonio e la sua eredità
Nel febbraio del 1802 il presidente Forgione contrasse un mutuo con Giuseppe Paradiso per una somma di 500 ducati da restituire in 3 anni con l’interesse di 30 ducati. Mattiangelo per tale mutuo obbligò il suo palazzo di Strada Vico (39).
Con una scrittura privata davanti al notaio Domenico Antonio Giaquinto, il 26 febbraio del 1802 il Forgione aveva promesso 1500 ducati ad Eugenia Baratta, figlia del suo “cocchiero” Aniello, per il suo matrimonio, oltre “l’equipaggio corredale”.
Mattiangelo ed Eugenia si sposarono nel marzo del 1802 (a tale data il Forgione aveva 64 anni). Tale matrimonio fece nascere diversi contrasti fra i coniugi e i fratelli Giuseppe e Pietro Saverio; poco dopo Mattiangelo si ammalò e nel giugno del 1802 stipulò due testamenti nei quali nominò suoi eredi i fratelli Giuseppe e Pietro Saverio, lasciando 20000 ducati in eredità a Luisa, figlia di Pietro Saverio, se si fosse sposata con figli, che avrebbero dovuto assumere il cognome Forgione, per “far conservare il casato Forgione”. Ma la predetta somma doveva entrare in possesso di Maria Luisa dopo la morte del padre Pietro Saverio.
Mattiangelo morì fra il 29 giugno e il 7 di luglio 1802 nel suo palazzo di Strada Vico. Tra le varie disposizioni testamentarie Mattiangelo lasciò 150 ducati ai poveri di Caserta e Sala (100 per Caserta e 50 per Sala), consegnate da Pietro Saverio al parroco di Caserta Bartolomeo Varrone il 10 luglio del 1803, come disposto da Mattiangelo nel suo testamento.
Nel primo testamento nominò suoi eredi universali e particolari i fratelli Giuseppe e Pietro Saverio in egual misura. Ma nel caso che Giuseppe non si sposasse e non avesse figli doveva divenire usufruttuario della metà dei suoi beni, che alla sua morte dovevano confluire nel patrimonio di Pietro Saverio. Siccome quest’ultimo non aveva figli maschi alla sua morte l’intera rendita doveva essere ereditata dalla figlia Luisa nel caso che si sposasse e facesse “decente matrimonio” [cioè con figli] alla condizione di far assumere ai figli nascituri il cognome Forgione; alle altre figlie di Pietro Saverio sarebbe spettata la somma di 3000 ducati. Nel caso che Luisa non si sposasse o non avesse figli, avrebbe dovuto sostituirla Rosa e ad essa poteva subentrare con le stesse condizioni Laura.
Mattiangelo lasciò vari legati: alla “dilettissima” cognata Maria Giuseppa Fusco, moglie di Pietro Saverio, 10 ducati al mese, 6 per suo uso e 4 per far celebrare una messa alla settimana e se rimaneva qualcosa doveva erogarlo in elemosine ai poveri; 150 ducati ai poveri di Caserta (100 ducati) e Sala (50 ducati), da dispensare alle persone veramente bisognose su designazione dei rispettivi parroci ad un anno dalla sua morte; 300 ducati per la celebrazione di messe per l’anima del testatore e quella del canonico Matteo Forgione, fratello del padre Antonio; vari legati di messe nella Cappella delle Anime del Purgatorio di S. Nicola la Strada, secondo il libro conservato dal testatore; 25 ducati alla Cappella eremitale della Beatissima Vergine di Alvignanello in Raiano per la formazione di una pianeta, come già promesso ai governatori della medesima Cappella; 7 ducati al mese ad Aniello Baratta, suo “cocchiero” e padre della moglie Eugenia; 30 carlini al mese a Sebastiano di Lucca, suo cameriere e 20 carlini mensili ciascuno a tutti gli altri uomini addetti al servizio del casa e dei beni del presidente Forgione; 20 ducati mensili alla moglie Eugenia, più le spese di un monastero, nel caso acconsentisse ad entrarvi; nel caso che la moglie volesse risposarsi col consenso e piacere degli eredi, lasciava 1500 ducati quale dote, a condizione di “passare in seconde nozze” dopo almeno due anni dalla sua morte, con 300 ducati per il corredo, se quello proprio fosse consumato. Nel caso che Eugenia contraesse un matrimonio “svantaggioso” o contro la volontà degli eredi, la medesima dovesse restituire brillanti e gioie regalatele in occasione del matrimonio. In ultima ipotesi Eugenia poteva rimanere nella casa degli eredi Forgione e convivere con essi sotto la loro tutela e patrocinio; ad Anna Baratta, sorella di Eugenia e altra figlia di Aniello, prometteva 100 ducati in occasione del suo matrimonio e 40 ducati per il suo corredo; infine raccomandava di mantenere la tradizione di far celebrare una messa tutti i giorni festivi, tutti i venerdì dell’anno e in tutto “l’ottavario de’ defunti” nella cappella gentilizia annessa alla casa “palaziata” di Sala.
Nel secondo testamento ribadì la sua intenzione di dichiarare suoi eredi universali e particolari i fratelli Giuseppe e Pietro Saverio, con le stesse condizioni del precedente atto, ma soltanto per la somma di 6000 ducati di eredità. Allo stesso tempo lasciava in eredità a Luisa, figlia di Pietro Saverio, se si fosse maritata col consenso paterno, la somma di 20000 ducati se si maritasse “decentemente”; l’eredità doveva poi transitare al figlio primogenito a condizione di assumere il cognome Forgione oltre a quello di nascita. Nel caso che Rosa e Laura Forgione si ritirassero come monache, concedeva loro un vitalizio di 80 ducati annui dall’eredità del padre Pietro Saverio.
Egli dichiarava di aver sposato nel mese di marzo 1802 “di pieno suo genio ed amore Eugenia Baratta, con la promessa di dotarla di 1500 ducati e subito dopo il matrimonio gli sopravvenne una indisposizione molto seria e che tuttavia persiste”; pertanto disponeva che dopo 5 anni dalla sua morte i suoi eredi dovevano corrispondere a quella tale somma con l’interesse del 5%; nel frattempo Eugenia doveva percepire 20 ducati al mese come interesse e spese.
Mattiangelo ribadì i legati fatti nel precedente atto e fissò la condizione che i suoi fratelli si riconciliassero con la sua amata moglie, sperando che incontrassero la loro soddisfazione e allontanassero per sempre i rancori e i litigi; altrimenti non accettando le predette condizioni, egli revocava le disposizioni fatte a favore dei fratelli.
L’8 luglio 1802 Giuseppe e Pietro Saverio Forgione consegnarono l’equipaggio corredale promesso dal fu Mattiangelo alla cognata Eugenia Baratta.
Il 20 luglio del medesimo anno con decreto di preambolo della Gran Corte della Vicaria di Napoli Giuseppe e Pietro Saverio Forgione furono dichiarati eredi universali e particolari del fratello Mattiangelo con la condizione di rispettare tutte le disposizioni testamentarie di Mattiangelo, comprese quelle relative alla cognata Eugenia Baratta.
Il 6 ottobre del 1802 in Caserta davanti alla chiesa di S. Sebastiano, a richiesta di Giuseppe e Pietro Saverio Forgione, fu fatto l’inventario dei beni del fu Mattiangelo Forgione alla presenza del notaio Domenico Antonio Giaquinto e del giudice a contratti Nicola Tartaglione.
Nell’eredita di Mattiangelo erano compresi: il palazzo con giardino nella Strada del Vico in Caserta, con sette botteghe sulla strada; altri 2 bassi con giardinetto di fronte al predetto palazzo; 2 moggia di territorio nel casale di San Nicola la Strada, nel luogo detto al Ponticello; 4,20 moggia di terreni nel casale di San Prisco; 4 moggia in Mataloni [Maddaloni] nella località alle cinque vie; le seguenti proprietà in Sala: un giardino murato di 6 moggia vicino al palazzo; 33 passi di territori nel casale di Sala o Briano nel luogo denominato Quarantola; 5 moggia di terreno nella località Terra grande; altre 6,25 moggia nel luogo chiamato Monticello; 2 moggia di terreni nella località Parmentiello; 1,20 moggia di territorio fruttiferato ad uso di “pastino” nel luogo denominato Il Pastiniello; 10 moggia di terreni, comprendenti un “pastino di cerase”, un palazzo con giardino e cappella gentilizia sotto a detto palazzo con vari bassi affittati per uso di fabbrica di ricami; un’altra casetta di fronte la loggia del palazzo grande; una vigna e diverse piante di olivo nella località detta Monticello di Cognolillo; 3 moggia di terreni nel luogo denominato le Lenze di Gradillo; una masseria di fabbrica con 68 moggia di terreni [situata fra San Leucio e la Vaccheria]; un edificio nella città di Caserta Vecchia di più membri inferiori e superiori e varie annualità per alcune somme prestate.
Altri beni erano venuti dall’eredità della madre Nicoletta Forgione: 13 moggia nella località Ad Agna nella Piana di Caiazzo; 15,15 moggia di territori in Biancano al di là del monticello, verso il fiume e vicino alla masseria del signor Fusco di Caiazzo; 6 moggia di terreni di palude in Limatola; una masseria di fabbrica con territori di 26 moggia in Cajazzo nelle località Donne Sante e Catenaccio; 10 moggia di vigna detta di Belvedere; una casa di 11 camere inferiori e superiori in Cajazzo, confinante coi beni del quondam Marzio Forgione e vari capitali e annualità da diverse persone.
Infine, oltre ai debiti e mutui contratti prima del 1798, Mattiangelo aveva chiesto altre somme di denaro e aveva i seguenti debiti: 440 ducati a Elpidio Antonio Natale di Casapulla con scrittura privata; 448 ducati al magnifico Francesco Criscuoli, negoziante di panni, con scrittura privata; altri 106,65 ducati al medesimo Criscuoli; 400 ducati al notaio Domenico Antonio Giaquinto per vari atti, fra cui il testamento di don Domenico Forgione, fratello di Mattiangelo, e quelli dello stesso Mattiangelo; 133,33 ducati agli eredi del Pascale di Santa Maria di Capua per il subaffitto dei terreni dei Parchi di San Leucio; 112 ducati all’avvocato Sarnelli per varie spese legali sostenute; 500 ducati al semestre per il subaffitto dei Parchi della Badia dei Ss. Stefano e Leucio dal cardinale Carafa di Traetto; 10000 ducati alla cognata Maria Giuseppa Fusco, moglie di Pietro Saverio, ricevuti in occasione dei “capitoli matrimoniali”, presso il notaio Salvatore Pezzella nel 1787.
Pertanto Pietro Saverio dovette darsi molto da fare per far fronte a tutte le scadenze e alle richieste di pagamento che arrivavano frequentemente e dovette egli stesso contrarre nuovi mutui. Infatti il 6 ottobre il fratello Giuseppe lo nominò suo procuratore per tutti i contratti e gli atti riguardanti l’eredità di Mattiangelo (40).


Note:
(1) La data di nascita di Mattiangelo Forgione è stata desunta da una fede del sacerdote don Nicola Pezzella, parroco della Chiesa di San Simeone in Sala del 27 aprile del 1766 nell’Archivio Storico Diocesi di Caserta (ASDC), Sacra Ordinazione del sudiacono don Domenico Forgione, a. 1759. Altri dati relativi ad Antonio Forgione e i suoi genitori sono stato desunti da ASDC, Stati delle Anime, aa. 1716 e 1722 e Archivio di Stato di Napoli (ASN), Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, Caserta, n. 448, ff. 434-435.
(2) Archivio di Stato di Caserta (AS Ce), Atti del notaio Vito Pezzella, a. 1737, ff. 173-177v. L’atto fu stipulato in Caiazzo alla presenza di Angelo Vecchiarelli, giudice a contratti, e di numerosi testimoni: il dottor Nicola de Simone di Caiazzo, marito di Candida Forgiane, Giuseppe Favieri, cognato di Antonio perché aveva sposato la sorella Agnese, Carlo Pezzella, Francesco Ianniello e Carmine Ruggiero di Caserta. Nicoletta ed Antonio si impegnarono a sposarsi entro un mese.
(3) Ivi. I capitali e le annualità erano i seguenti: 300 ducati di capitale dagli eredi del fu Gio. Pietro di Grazia, 25 ducati e annualità da Carlo Russo, 20 ducati di capitale da Gennaro Civitella, 15 ducati di capitale da Domenico Antonio Rosella e 115 ducati da Domenico Paolino.
(4) AS Ce, Atti del notaio Vito Pezzella, a. 1737, ff. 200-203.L’atto fu rogato in Napoli nel monastero della Pietra Santa alla presenza del notaio Giuseppe Bruniti di Napoli e dei seguenti testimoni: Luca di Grauso, Gennaro Favieri e Francesco Frasso di Caserta e il clerico Giovanni Civitella di Piedimonte. Si ricorda che l’anno precedente don Giuseppe Forgione il 24 giugno aveva fatto il suo testamento “nuncupativo” in Napoli, presso il notaio Giuseppe Bruniti. In tale occasione egli aveva designato la sorella Candida come erede di gran parte dei beni provenienti da Marzio Forgione e, dopo la morte di quest’ultima aveva nominato il figlio Giuseppe de Simone.
(5) Matteo Forgione era canonico coadiutore e possedeva il beneficio di S. Nicolò Tolentino di Caserta nella Cattedrale di Caserta [l’attuale Casertavecchia] in AA.VV., I Catasti Onciari, Caserta e casali, Prata 2003, p. 29.
(6) AS Na, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, Caserta, n. 448, ff. 434-435v. Sottolineiamo il fatto che i Forgione non dichiararono il “trappeto”, ma la sua esistenza fu “appurata” dai deputati alla formazione del Catasto.
(7) AS Na, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, Caiazzo, vol. n. 1554, a. 1742, f. 972. La famiglia Forgione in questi anni possedeva il Beneficio di S. Maria delle Grazie nella Cattedrale di Caiazzo. Antonio Forgione aveva acquisito le predette rendite in Caiazzo in seguito al matrimonio con Nicoletta Forgione.
(8) Archivio Storico Soprintendenza Reggia di Caserta (ASSRC), Dispacci e Relazioni, vol. 1545, f. 331.
(9) ASSRC, Conti e Cautele, voll. n. 2, f. 283; n. 19, ff. 1488, 1505, 1513, 1550, 1565 e 1581; n. 24, ff. 1485, 1485, 1601, 1606, 1771, 1777, 1779, 1781 e 1784; n. 40, ff. 1902, 1946, 1989, 1993, 2016, 2068, 2071 e 2088.
(10) AS Ce, Atti del notaio Vito Pezzella, a. 1758. Testamento nuncupativo di D. Antonio Forgione del 12 marzo 1758. Il Forgione lasciò diversi legati: 50 ducati alla Cappella del SS.mo Rosario di Sala; 12 messe l’anno e altri 10 ducati da celebrare dopo la sua morte per la sua anima. L’atto fu stipulato alla presenza di Domenico Maria Pezzella, regio giudice a contratti, e dei seguenti testimoni: don Nicola Pezzella (parroco di Sala), don Giuseppe Viglione, don Crescenzo e Francesco Esperti di Briano, Francesco Zaccaria e suo cognato Giuseppe Favieri di Caserta.
(11) AS Ce, Atti del notaio Vito Pezzella, a. 1756. L’atto era stato rogato il 2 ottobre 1756.
(12) AS Ce, Atti del notaio Vito Pezzella, a. 1758, ff. 135v-136v. L’atto fu stipulato il 6 aprile 1758.
(13) AS Ce, Atti del notaio Vito Pezzella, a. 1759. ff. 200-204. L’istrumento di rinuncia e di costituzione del patrimonio sacro di don Domenico Forgione fu redatto il 23 maggio 1759 alla presenza di Nicoletta Forgione e dei figli Mattiangelo e Domenico Forgione.
(14) AS Ce, Atti del notaio Vito Pezzella, a. 1759, ff. 211v-213.
(15) AS Ce, Atti del Notaio Domenico Antonio Giaquinto, a. 1775. Nel suo testamento lasciò 150 ducati per far celebrare messe per la sua anima. Ribadì che era stato disposto che il figlio Pietro Saverio doveva sposarsi e diventare l’erede del fu Giuseppe de Simone, figlio di Nicola de Simone e Candida Forgione, come ordinato anche nel testamento dell’altro figlio Domenico [scritto nel maggio del 1772 e aperto nel 1778]. Essa dispose di far concedere 50 ducati l’anno a suo fratello Gaetano, provenienti dal “patrimonio sacro” costituito sui terreni di Limatola, che in precedenza era stato “secolarizzato”. Infine lasciò 10 ducati alla serva Mariantonia Savastano e nominò suo esecutore testamentario il cognato canonico Matteo Forgione.
(16) AS Ce, Atti del notaio Domenico Antonio Giaquinto, a. 1778. Domenico designò quale erede di Giuseppe de Simone, come sancito nel testamento di quest’ultimo, il fratello Pietro Saverio Forgione, essendo egli asceso al sacerdozio, sempre che questi accettasse le condizioni poste in tale testamento dal de Simone inoltre, egli inserì una clausola di sottoporre i beni dell’eredità ad un perpetuo ed infinito fedecommesso, non riscontrabile nei testamenti dei fratelli. Nel caso che Pietro Saverio avesse soltanto figlie femmine, esse dovevano sposarsi con famiglie decorose, col consenso del padre, e i loro figli dovevano assumere il cognome Forgione de Simone. Domenico istituì un legato di 500 ducati di messe da far celebrare per la sua anima e nominò esecutore del suo testamento il dottor Giulio Amato Giaquinto “della Torre di Caserta”. Per la questione dell’eredità di Giuseppe de Simone di chiazzo cfr. L. RUSSO, Proprietari e famiglie di Caiazzo, Studi sul Catasto Provvisorio, Napoli 2005.
(17) ASSRC, Dispacci e Relazioni, vol. 1549, f. 1453.
(18) ASSRC, Amministrazione Caserta e S. Leucio, vol. 2484, p. 114, 05.05.1764; op. cit. in D. A. IANNIELLO, L’Archivio della Reggia di Caserta, in “Narrazioni”, n. 1, Caserta 2003, pp. 55. L’autore scrive Mariangelo Forgione, benestante di Caserta, ma si riferisce senza alcun dubbio a Mattiangelo Forgione.
(19) AS Ce, Atti del notaio Domenico Antonio Giaquinto, n. 348/14, a. 1767, ff. 66-69. Il documento fu redatto nel palazzo Forgione della Villa di Sala il 14 aprile 1767 alla presenza del giudice a contratti Giuseppe Giaquinto e dei seguenti testimoni: Cesare di Guida, Donato Fiorillo e Domenico Antonio Battista di Caserta.
(20) AS Ce, Atti del notaio Domenico Antonio Giaquinto, n. 348/14, a. 1767, ff. 185-189v. L’atto di compra vendita fu stipulato nella Villa di Sala il 21 novembre 1767 alla presenza degli stessi testimoni intervenuti il 14 aprile.
(21) AS Ce, Atti del notaio Domenico Antonio Giaquinto, n. 348/16, a. 1769, ff. 25v-26. La convenzione fu fatta il 1° marzo 1769 nel palazzo Forgione di Sala alla presenza del giudice a contratti Andrea Giaquinto di Caserta e dei seguenti testimoni: Cesare di Guida, Giuseppe Favieri, Francesco di Guida e Carlo Giaquinto di Caserta.
(22) ASDC, Istituti e Affari Diversi, B. 21, f.lo 358, Sala 1769-70. Acta erectionis nove Ecclesie sub titulo S. M.a Angelorum e SS. Petri et Pauli pro Mathia Angelo Forgione. Con tale approvazione si stabilì che la cappella veniva tassata per 2 carlini ed era consentita la celebrazione della santa messa con alcune limitazioni: non era ammesso un sacerdote al di fuori della Diocesi; la messa domenicale non poteva essere officiata prima della messa parrocchiale di Sala e quella vespertina non doveva celebrarsi senza l’intervento o l’assenso del parroco di Sala.
(23) AS Ce, Atti del notaio Domenico Antonio Giaquinto, n. 348/17, a. 1770, ff. 179v-180v. Con tale mutuo il Forgione concesse 25 ducati a Bartolomeo Ragozzino della villa di Briano, da ridare in 2 anni al 6%. ID., ff. 182-183, Mattiangelo prestò 38 ducati a Giovanni Fiorillo, da restituire in 2 anni al 6%.
(24) AS Ce, Atti del notaio Domenico Antonio Giaquinto, n. 348/21, a. 1774, ff. 186-190v.
(25) AS Ce, Atti del notaio Domenico Antonio Giaquinto, n. 348/22, a. 1775, ff. 74-80v. Il documento di mutuo fu stipulato il 13 marzo 1813 alla presenza del giudice a contratti Carlo Giaquinto e dei seguenti testimoni: Paolo de Stefano, l’economo regio don Francesco Domenici, don Domenico Zaccaria e Sebastiano Minutolo di Caserta.
(26) AS Ce, Atti del notaio Domenico Antonio Giaquinto, n. 348/22, a. 1775, ff. 74-80v. Il documento di mutuo fu stipulato il 13 marzo 1813 alla presenza del giudice a contratti Carlo Giaquinto e dei seguenti testimoni: Paolo de Stefano, l’economo regio don Francesco Domenici, don Domenico Zaccaria e Sebastiano Minutolo di Caserta.
(27) AS Ce, Atti del notaio Aniello Tripaldelli, a. 1778, ff. 40-46v. Il palazzo era confinante con altri beni di Agostino Borgognoni, quelli dei Sig.ri Canfora, degli Appierto, del principe Pignatelli e strada pubblica [Strada Vico o Strada del Vico; in seguito via S. Giovanni]. Nell’atto notarile vi è la descrizione del palazzo e dell’altro edificio di case più piccolo, compreso il giardino murato. Della somma di 7800 ducati il Forgione ne pagò 1800 al momento della stipula del contratto e si impegnò a pagare i restanti 6000 ducati entro il mese di ottobre 1779.
(28) AS Ce, Atti del notaio Domenico Antonio Giaquinto, n. 348/31, a. 1784, ff. 29v-30. L’atto di vendita fu fatta nel palazzo Forgione di Strada Vico il 1° marzo del 1784 alla presenza del giudice a contratti Andrea Lagnese di Caserta e i seguenti testimoni: Francesco Landi, Nicola Tartaglione e Severino Rossano di S. Maria di Capua.
(29) Per la questione relativa all’eredità delle famiglie Forgione e de Simone di Caiazzo si veda L. RUSSO, Proprietari e famiglie di Caiazzo, Studi sul Catasto Provvisorio, Napoli 2005.
(30) AS Ce, Atti del notaio Salvatore Pezzella di Caserta, a. 1787, ff. 138-156v. Nel contratto, stipulato il 25 marzo del 1787, Marianna Poerio, nobile della città di Taverna in Calabria, madre e tutrice di Maria Giuseppa Fusco (insieme all’altro figlio Michele), promise a Pietro Saverio e ai fratelli Giuseppe e Mattiangelo, per il matrimonio della figlia, 10000 ducati come dote. Della somma promessa 3000 ducati furono consegnati il 19 aprile del 1787; i restanti 7000 ducati dovevano pagarsi entro due anni dal giorno del matrimonio. Particolarmente interessante è la lista dei beni corredali e dei gioielli consegnati il giorno del contratto a Pietro Saverio; in essa vi erano varie oggetti e gioie con rubini, smeraldi, diamanti, perle; un rosario di perle; inoltre, sono elencati diversi abiti di “nobiltà forestiera” e altri tipici napoletani; infine due comò con pietra di marmo brulé di Francia pieni di biancheria di lino e d’Olanda.
(31) ASSRC, Registri, vol. n. 2519, ff. 26-27. La proposta fu firmata il 7 agosto del 1786.
(32) AS Ce, Atti del notaio Domenico Antonio Giaquinto, n. 348/36, a. 1789, ff. 122-124. Il documento di compra vendita fu redatto il 7 settembre 1789 nel palazzo Forgione della Villa di Sala alla presenza del giudice a contratti Nicola Tartaglione.
(33) AS Ce, Atti del notaio Salvatore Pezzella, a. 1790. L’atto fu rogato in Caserta il 25 maggio 1790, mentre l’apprezzo fu firmato dal Brunelli e dal Patturelli il 24 maggio 1790.
(34) AS Ce, Atti del notaio Domenico Antonio Giaquinto, n. 348/37, a. 1790, ff. 93-99. La società con il Paradiso e il Domenici fu sciolta il 14 dicembre 1802 con atto del notaio Domenico Antonio Giaquinto; a rappresentare il fu Mattiangelo fu il fratello Pietro Saverio.
(35) AS Ce, Atti del notaio Domenico Antonio Giaquinto, n. 348/37, a. 1790, ff. 166 e segg. L’atto della costituzione della società era stato redatto il 10 novembre 1782. Marane dovrebbe essere l’attuale Comune in provincia di l’Aquila.
(36) AS Ce, Atti del notaio Domenico Antonio Giaquinto, n. 348/44, a. 1796, ff. 93v-94.
(37) AS Na, Regia Camera della Sommaria, Pandetta Seconda, Vendita Contro Argenti, B. 18, a. 1798.
(38) AS Ce, Atti del notaio Domenico Antonio Giaquinto, a. 1802., ff. 14-27. Il primo testamento di Mattiangelo fu stipulato il 19 giugno del 1802 e il secondo il 29 giugno del medesimo anno, entrambi nel suo palazzo di Strada Vico. Il testamento fu stipulato alla presenza del giudice a contratti Nicola Tartaglione di Caserta e dei seguenti testimoni: Geronimo Ferrari, Pietro Bologna, Giuseppe Rinaldo, Domenico Ricciardo, Giovanni Ianniello, Matteo Landolfo ed Arcangelo Lerro di Caserta. Mattiangelo nominò esecutore testamentario il parroco di Caserta Bartolomeo Varrone.
(39) AS Ce, Atti del notaio Domenico Antonio Giaquinto, a. 1802. L’atto fu rogato il 28 febbraio 1802. Luisa Forgione, figlia di Pietro Saverio e Maria Giuseppa Fusco, sposatasi nel 1820 con Matteo Adinolfi di S. Maria Maggiore, morì prematuramente senza figli lasciando solo il marito, dal quale si era già separata per tornare a vivere nel palazzo di famiglia di Strada Vico in L. RUSSO, Proprietari e famiglie di Caiazzo, Studi sul Catasto Provvisorio, Napoli 2005.
(40) AS Ce, Atti del notaio Domenico Antonio Giaquinto, a. 1802, ff. 14-27.