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Eugenio Nastasi
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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Tra un niente e una menzogna

 

Quanto può la poesia concentrare, nel suo darsi, lo scavo nelle architetture delle abitudini pregresse, dei riti abituali che hanno coltivato vita e letteratura, delle appassionate dispute e scritture, delle pudiche scoperte di profondità e di altezza, dei “bagagli smarriti” di amori e seduzioni, della certezza costitutiva, in altre parole,  di essere noi la summa delle nostre memorie, nella misura e nel dettaglio delle aggregazioni mentali emotive e morali che hanno definito quel che siamo nella radice permanente del nostro essere, può ingenerare, con gli anni, un’ interruzione, un qualcosa che aspira e chiama altri dubbi che ci sembravano risolti. Ecco la querelle o se si vuole la domanda terribile sulla natura dei numeri primi che si pone questa raccolta di Nicola Romano, tutta tesa a cercare in una ricapitolazione, à rebours, se c’erano altri sbocchi ai propri vissuti, se le risposte a certi interrogativi, lungo l’arco di una vita, erano quelle o bisognava cercare altrove.

É quel groviglio di esistenza e meditazione, di narrazioni, incontri, rapporti sentimentali, paesaggi e visioni a corredo di un modo d’agire pensoso che, a un certo punto del vivere, ci sembra privo di quei presupposti a cui l’interiorità si era nel tempo assuefatta e su cui si era quietata senza averne chiara consapevolezza.  Da qui un riorientarsi ad altre prospettive, ad altre possibilità che erano state scartate e che interrogano, stimolate da indizi che ora paiono improrogabili e urgenti:

“…E pensare ch’eravamo/la baia e il plenilunio/la sera afosa/salvata dalla brezza/ma caddero i castelli/con detriti di nomi/troppo presto scordati…”

Alle torsioni delle immagini e delle cose, degli affetti, delle seduzioni vecchie e nuove entro un paesaggio meridionale destoricizzato a favore di una mitologia mediterranea di “correnti di memorie” cui non mancano lune, mare, musica e arsure il Nostro è rimasto sostanzialmente fedele: la poesia di Romano ha una sua segreta, un po’ contorta e allusiva bellezza, che, passando attraverso un sottile gusto meditativo, a tratti concettoso, si avanza a dare più profondi sensi e immagini e accadimenti e tocca risultati più vivi e vitali:

“…Sono un roseto/ privo di corolle…”, “…e sono cava/senza più pietrisco…”, per chiudere. “…Sono il setaccio/ di tutto ciò che ho perso”.

I versi di Romano che a tratti mostrano, in rapido appuntare, analogie, visioni, eventi, tendono a raccogliersi in folgorazioni prive di contemplazioni e tese all’epigramma perchè la materia dei versi vola dritta ai suoi assedi di memorie che nascondono segreti dorati, tentazioni e abbandoni quasi a fermare, nel tempo, quella sorta di “paese interiore” che ora dice ora nega, ora rivela ora copre. Ed è nel riepilogo visionario e memoriale delle occasioni, degli ambiti a lui consueti, della sua terra della sua casa della sua stanza delle linee paesaggistiche lontane dal pittoresco che il poeta inchioda il “mistero” o se si vuole il “destino” del suo esistere a una poetica mai paga della propria “scrittura” della vita, avallando il dubbio di una poesia sempre nuova e fondatrice.

Si legga “Un mondo” carica di un umore nero al fondo, in animazione arresa, densa, lunga e anche dolorosa, di incertezze come amuleti o feticci, con improvvisi soprassalti e invenzioni di quell’artigianato umano e naturale carico d’inquietudine, di rimesse nei timori e negli eccessi sfuggiti ad atteggiamenti e figure di sapore espressionista.

 

La serrata scrittura, il tono narrativo o descrittivo della mitologia di sé non tragga in inganno; realtà più realtà macina poesia, Romano vuol pagarla cara la sua scrittura, non si illude a mettere le ali se prima non ha scavato come una talpa nel vivo e nel pietroso del reale, anche se il mestiere di scrivere gli fornisce un impasto tra voluto realismo e un residuo di preziosità sapiente.

Ogni poesia, ogni lume che accende la sua ispirazione testimonia un poeta consapevole dello scavo, ogni componimento vuole interpretare vitalmente i fatti e i pensieri nel loro affacciarsi allo sguardo per fermare il tempo prima che si consumi in uno scorrere documentario, in un avvenimento senza storia, poiché il “tempo mio d’adesso” è più prezioso di un periodico appuntamento.

Il passato in poesia, dunque, non è solamente quel che è stato ma viene proiettato vitalmente sul presente, nella fusione o se si vuole nello scontro di epoche diverse, conservandone le dilatazioni semantiche, il rigore e la concretezza ma pure la suggestione, il mistero, i contrasti perché sia sempre possibile “raccattare l’anima”, “…ma occorre seppellire/ ogni abitudine/silenziare ogni trillo/ rivisitare favole ed orpelli/ per poi lasciare libera/ e totalmente franca/-non tremula candela-/una parola che vada/a inseminare il mondo”.

Fino alle ultime pagine, fino a “Una voce” che ha appena il tempo di rimestare turbamenti che lo stillicidio dei giorni di questo svolgere avanti e indietro il rotolo degli anni sconfina nel presente della pandemia: “Ma quando è stato detto/ che s’ammorbava l’aria” che porta con sé note strappate a una musica che tarda ad accordarsi con certezze su cui fondare:

“…Rimane solo nebbia che s’imbianca/tra i pali dei lampioni alla marina/e d’una vita forse trasognata/solo un fondiglio erboso di ruscello”.

 

Luzi scriveva che la poesia è nella natura nelle cose negli oggetti, basta cogliere la novità del riflesso, lo scarto di un movimento, l’ordine dell’insieme; tra un niente e una menzogna si affollano i ricordi, gli affetti della vita, selezionati sul filo di una conseguente parola poetica, ed è qui la forza evocativa di Nicola Romano: il tedio che arranca con l’abitudine viene sovrastato dalla illusione o dalla speranza. La dura astrattezza delle cose perdute ed inerti, vinta dalla confidenza di un lavoro di artiere allenato, può significare una capacità nuova che affranchi e significhi la qualità alta della sua scrittura.

 

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La pietra salvata

 

In “La pietra salvata”, il lavoro editoriale, Ancona, 2016”, la poesia di Maria Grazia Maiorino raggiunge il lettore come l’eco di un diapason accordante ad extra la consuetudine delle cose concrete, le persone, i familiari, gli oggetti, le notizie, i ricordi di viaggi, i luoghi visitati e ab intra il suo mondo intimo che serba gelosamente sentimenti, affetti, delusioni, conquiste e tenerezze di una vita, come reliquie da custodire e quasi venerare. Ma subito si coglie il bisogno di dare a questo mondo del suo relazionarsi un viatico poetico che getti un ponte tra se e gli altri per necessità di condivisione e di canto. E se due sono gli spazi semantici, uno con il suo rigore e concretezza e l’altro con la suggestione, il mistero e i contrasti dei moti d’animo e delle emozioni, questi spazi si saldano nella visione del mondo attuale delle persone da lei conosciute o amate o solo avvicinate riconducendole a una esterna-interna proiezione di perenne dialettica di errore verità, reazione e progresso.

    Già nelle prove precedenti della scrittrice avevamo notato una simultaneità di atteggiamenti e procedimenti come qualità tutta sua, affinatasi nell’assiduo esercizio del labor limae, quel modo dei poeti esigenti di rendere presente e passato, storia e cronaca del proprio vissuto come dato inscindibile da quello altrui, in prospettive dense e stratificate e immettere, in questo impasto linguistico, i lieviti di una  tradizione letteraria e di una scrittura originale creando un ricambio fra realtà e memoria del tutto distintivo, creativo e riconoscibile. Caratteristiche queste messe in luce, con acume e perizia introspettiva, dalla prefatrice Anna De Simone che ha enucleato l’intonazione, il modus operandi della Nostra, capace con i suoi testi di ricreare zone di evocazioni già in sé compiute e talora mirabili per l’incantato nitore e/o lo spessore dei loro elementi, dei loro oggetti. A testimonianza di questo procedere le citazioni e i riferimenti ad autori di razza che la disamina della De Simone nomina non tanto per folgorazioni analogiche, che fanno parte più del repertorio culturale della stessa prefatrice, quanto per la tensione vigile e complessa dello scandaglio di Maria Grazia, consapevole sicuramente di essere alle prese con uno scavo nuovissimo della sua vocazione poetica. Al riguardo, se proprio devo trovare un’atmosfera dentro cui sistemare risonanze della Nostra da altri, mi viene da accostare ai suoi questi versi: “…perché qui c’è da camminare nel buio della parola…” e “…nell’ora indovinata/stiamo noi,/due sguardi versati in un corpo,/uno stare senza dimora/che ci fa intangibili…” da “Mandate a dire all’imperatore” , Crocetti, Milano, 2010, del compianto amatissimo Pierluigi Cappello.

La pietra salvata, a lettura ultimata, si presenta libro complesso e compatto e studiatissimo, leggero nell’ annuncio da celebrare: “…Abitare i vostri paesaggi – amici -/è il terzo occhio che si apre/goccia rubata al miele della mente.”, in un incastro di sensi e sovrasensi cercati con parole a volute che rivelano e nascondono, innocenti e stupite. Questa poesia  configura una succinta storia umana in chiave biologica del nostro tempo, rilevata su un terreno, che poi è il mondo fondante del poeta, particolarmente adatto a tale indagine perché dotato di caratteristiche vitali estreme: qui probabilmente, più che nelle opere precedenti, l’ambiente naturale si salda a tutta l’esperienza pregressa dell’Autrice, agisce nelle pieghe riposte dove giacciono lacerti di vita non risolti, dubbi inespressi e omissioni d’amore che la scuotono in funzione del consorzio umano a cui si sente di appartenere cordialmente.

Poesia di sicuro in salita, che sente e vuole interpretare i fatti, i ricordi delle persone non in sé ma nel loro affacciarsi allo sguardo di allora, rimasto intatto nella memoria: “…(Cerchiamo parole ultime/per risarcire i saluti mancati,/l’andarsene improvviso dei nostri cari, /forse per esercizio a morire)”, oppure “…Siamo le parole che ammorbidiscono/pietre sepolcrali gocciolano miele/esuberanti fanno svettare le lettere/ capaci di sposare il dolore con la grazia” e quindi si dà riaperta la miniera della realtà e dell’analisi esistenziale, passate al vaglio del ricordo-mito e della sintesi documentaria. Dunque un considerarsi persona tra altre persone, con il corredo intero contrastante di desideri e passioni, con di fronte la ragione e alle spalle magari le omissioni, le attenzioni mancate: “e a un tratto non ti basta più/per metterci dentro tutte le parole/i gesti gli amici e questo libro/ infinito/dove ti specchi capovolta…”.

Per questo le sezioni del libro, straordinaria “Come un perdono” dove l’autrice tocca punte vertiginose con i suoi venti haiku, si muovono ad incastro e più che seguire un ordine aritmetico paiono insiemi di uno scrambled book, di un testo di parti intercambiabili per la stessa loro prontezza di scansione immaginosa che induce a pensare, mi sia consentito, alle migliori letture e ancora a una tempra di meditazione propria di un modo profondo di aderire al “dato di coscienza” della prima condizione dell’uomo.

Non è, allora, semplice contaminazione culturale-emotivo e morale se la Maiorino, attraverso i suoi moduli espressivi dinamici cerca una contropartita nella scelta di vocaboli in grado di stigmatizzare un passato continuamente proteso nel presente in un incontro-scontro tra modi vivere diversi e comunque possibili; si giunge per sintagmi, distribuiti in tutta la raccolta, sulla riva del mistero, che si traduce in lei, nell’anabasi di un monte doloroso perché troppo umano e certamente puro nella tensione contemplativa e nell’anelito di imitazione. Ed è come stringere forte una certezza “…che ti lascia tra i vivi sulla terra/ma con i versi del poeta entrati/come chiodi nella carne”. Siamo già in un’altra dimensione, “Viaggio in Terrasanta” e “La Pietra salvata” chiudono un libro aperto in qualche modo all’ infinito, termine indicato in precedenza dalla stessa Maiorino riferendosi al Diario 1941-1943 di Etty Hillesum, né si poteva dire altrimenti.

Quando alla forma usata che dire: con questa fisiologica reazione sul paesaggio di ricordi ed emersioni, di scelte di campo ardite e talora accennate (ma solo che non si indaghi a fondo l’empito mobilissimo da cui emergono) usando un metro vigile, di estrema sobrietà espressiva, Maria Grazia Maiorino convince per lo stupore degli emblemi e l’affinamento stilistico in grado si situarla come punto di riferimento nel mondo poetico.

 

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L’evoluzione delle forme poetiche

Pseudo cronaca di un evento letterario

  

La presentazione del volume “L’evoluzione delle forme poetiche – La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio (1990-2012)” Kairòs Edizioni, Napoli, 2013, a cura di Antonio Spagnuolo e Ninnj Di Stefano Busà, ha offerto, lunedì 13 maggio u.s. presso la Libreria Ready Cavour a Roma, davanti a un amalgamato pubblico di poeti e curiosi, l’occasione di guardare alla poesia contemporanea in modo diretto, senza filtri critici interessati e/o comunque di parte. Nel compito portato a termine dai due curatori si scorgono i problemi concreti del “fare poesia”, si fa strada insomma la necessità di cogliere anche “nei periodi bui di stagnazione e regressione” come l’evoluzione delle forme poetiche “ha mantenuto (per fortuna) alcune categorie  universalizzanti che fanno della parola poetica una realtà necessaria” (dall’introduzione della Di Stefano Busà).

In soldoni spiccioli, come hanno argomentato Corrado Calabrò, Plinio Perilli e Franco Campegiani, moderati da Claudio Fiorentini, questa antologia possiede lo statuto di “archivio storico” inaugurando una stagione di accurato impegno di ricerca e disamina dell’evoluzione delle forme poetiche italiane ad ampio spettro, ovvero sintonizzando l’attenzione speculativa anche attorno alla produzione scritta della periferia. La presenza di ben 287 poeti, censiti e vagliati in anticipo, descrive esaustivamente il “periodo poetico” dell’ultimo ventennio, anche se le assenze non mancano ma non certo per miopia dei curatori se è vero, come scrive Spagnuolo nella postfazione, che “diversi autori (bontà loro !) hanno declinato l’invito, adducendo scuse a volte puerilmente banali, a volte prive di quella necessaria cultura umanistica che distingue lo scrittore autentico”.

“La pluralità delle voci” ha detto Franco Campegiani nella sua relazione, “è testimone senz’altro di un desidero documentaristico, di oggettività storica pertanto, più che di tendenza artistico-culturale. Tuttavia un’ indicazione critica emerge per il fatto che i direttori d’orchestra riescono a fare della pluralità polifonica, un coro a più voci intorno al leitmotiv della ricerca dell’umano in un mondo vieppiù dominato dalle macchine e dalle tecniche, come quello attuale; in una situazione di “ crescente isolamento e depauperamento della poesia, quando invece più forte se ne avverte il bisogno”, come è detto nella nota divulgata dalla Kairòs. In questa nota si specifica che “scopo dell’opera è affiancare e stimolare una più ampia conoscenza dei fenomeni linguistici sollecitando la voglia di aprirsi al sogno che, sempre, da un’epoca all’altra, rimane immutato e risulta vincolato al desiderio di proporsi alla Poesia”. Non meravigli l’ampio spazio dato ad alcuni passi dell’intervento di Campegiani vista la sagacia con cui l’autore coglie l’animus dell’intera operazione editoriale, accentuando il peso della scelta della Kairòs “che supporta la presente operazione antologica e sceglie di fare fino in fondo il proprio ruolo di editore, finalizzando l’aspetto commerciale a quello prettamente culturale e artistico. Occorre scardinare il pregiudizio che i cosiddetti bisogni dello spirito possano, o addirittura debbano, essere trascurati sul piano della vita pratica”.

Ponendosi in una condizione di avanscoperta rispetto ad altri tentativi pubblicati in questi anni, l’antologia porta in superficie, nelle due parti che la compongono, quel carattere peculiare che è proprio del poeta in rapporto col suo tempo e col suo spazio socio-culturale. Si tratta dei decenni che immediatamente ci precedono 1990-2012, dentro ai quali si è manifestata la prosecuzione di una sopravvivenza della poesia pur negli sbandamenti dell’omologazione e nell’assalto dei media stigmatizzati nel flusso perenne tipico della rete, ovvero nelle varie fasi della stagione dei dissensi avanguardistici e, comunque, degli sperimentalismi spontaneistici, per lo più avviati a esaurirsi nel tempo.

Anni certamente complessi, durante i quali poeti noti e comunque degni di collocazione storiografica e poeti meno noti ma di provata fisionomia, diversa rispetto al passato e dunque riconoscibili nel segno scritturale, mettono in cifra un profilo stilistico e versificatorio denso portando l’espansione poetica oltre il mediocre confine del poetichese. Confine riconducibile a quel mondo esterno che non ha più il sapore, l’odore, il colore, la stessa finitudine della realtà o del suo ricordo e sogno, ma l’imbalsamato perimetro della clausura minimalista, cioè dell’ovvio, dell’artificiale, dell’oleografico. Si sviluppa, insomma, con questo impegnativo lavoro di ricerca, un progetto per la poesia, in grado di reggere quanto meno per l’autenticità delle voci, la perdita di terreno se non proprio di pubblico della poesia in vetrina, scorgendo dentro lo steccato di una più vasta crisi esistenziale e morale, elementi di provata attitudine, convinti che ogni forma di arroccamento sulle proprie posizioni vada individuata e risolta, ma non occultata. E’, per dirla con i termini correnti della più avvertita critica, la frequentazione dell’infinita riserva dei dialoghi attraverso cui è auspicabile la ripresa di contatto tra le sfere in qualche modo sublimi della produzione poetica e la popolazione dei lettori, in una dimensione di scambio capace di parlare al pubblico, offrendo in una sorta di osmosi intellettuale, un punto di riferimento e un luogo di discussione.

Rilevando la pluralità di esperienze poetiche che partono da lontano e prendono forma nel recente periodo di particolare fermento, gli autori in definitiva intendono qualificare questi anni caratterizzati dallo slancio della ricerca e degli esiti come occasioni di coinvolgimento e di apertura, anche se, come riporta Spagnuolo, “ la fruizione del testo poetico non si esaurisce con la comprensione”. L’importante, ed è bene sottolinearlo, che la poesia divenga luogo di immersione con caratteristiche di condivisione di una certa ritualità del qui, ma anche dell’oltre.

Va da sé che il testo restituendo al panorama editoriale un tassello che mancava, è tutto da leggere e consultare per la sua riuscita consistenza di almanacco se non proprio di annuario.

Mi piace, infine, segnalare altri nomi di amici, in qualche modo assimilabili a quelli proposti da Campegiani nel suo intervento, inseriti nel testo insieme allo scrivente: il compianto Mario Specchio,  Franca Alaimo, Leopoldo Attolico, Nicola Romano, Luca Benassi, Roberto Maggiani, Antonio De Marchi-Gherini, Domenico Cipriano Franco Buffoni, Mariella Bettarini, Nadia Cavalera, Pietro Civitareale, Liliana Ugolini, Guglielmo Peralta, ed altri.

Il più affettuoso saluto ad antologizzati eccellenti: ai due ottimi curatori Ninnj Di Stefano Busà  e Antonio Spagnuolo, al solerte Plinio Perilli, a Corrado Calabrò e a Franco Campegiani, che ha permesso col suo contributo scritto di rendere meno lacunosa questa pseudo-cronaca.

 

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La valle delle visioni

…Il guaio è capire di non capire, conclude Sauro Albisani le poche righe del viatico di seconda di copertina al suo ultimo lavoro, La valle delle visioni ed è come cercare una tutela gnoseologica o un “avviso ai naviganti” per chi si accinge a seguirlo in questo monologo dell’ “uomo vigilante” o del mozzo, per usare una metafora marinara, totalmente teso verso la scoperta della terra in lontananza come della comprensione della vita, a cui anela e che vorrebbe affrettare. Come nella prova precedente,Terra e cenere, che si avvale di un lucido intervento critico di Luigi Baldacci, Albisani rivela anche in questa raccolta poetica, una sorta di antropologia dell’inquietudine o “del dubbio di vivere”, l’intuizione è di Giuliano Manacorda, speculare ad una esistenza che si barcamena tra ripiegamento nei riguardi della necessità del quotidiano e lotta per il significato alto del destino umano, dentro cui si dibatte la categoria di persona, prima che quella di poeta. Categoria, se mi è permesso, la cui profonda intenzionalità svela l’essere all’uomo se ne accettiamo, come indicazione, l’originaria vocazione e l’irripetibilità del cammino e Albisani, nel mentre ha chiara questa indicazione, ha pure presenti e vive dentro sé le sue frantumate illusioni e la sua cocente incertezza dinanzi alle domande di senso, che gli fanno scrivere, come accade nella tecnica psicologica “per prove ed errori”, versi in avanscoperta, del tipo: “…Io sono il pino che davanti casa/ vecchio non so di quanti secoli ode/ premere dentro di sé l’eternità” e subito dopo “…Potessi sentire come cosa buona/ che esista/ tutto ciò che esiste”.

 

Il procedere di questo lavoro, che non usa colpi di martello ma spilli di ascendenza gnomica e quasi sapienziale (le “canzonette terribili” nella dizione di Baldacci) sta a indicarci che se l’esistenza ci logora è anche affinché non tutto l’inspiegabile in cui sprofondiamo riesca a farci dimenticare che siamo uomini: dal buio della precarietà al fondo della solitudine, dal sentirsi sotto assedio al posare le nostre croci/per fare il cambio, dal perché questo senso di fallimento al se solo sapessi chi sono, può accorrere a noi la gentile violenza della poesia e del poeta che rimane solo con le sue verità scottanti e con i suoi enigmi, ma anche con le sue fiaccole accese di chi è comunque alla ricerca: “…Ci hai dato la valle delle visioni/ in cambio della tua lontananza”.

 

In definitiva, Sauro Albisani convoca nell’ordine alfabetico di queste proiezioni, tutto il repertorio delle sue letture e il conforto di maestri indimenticabili, e non solo Betocchi, ma anche di sfuggita pedagogisti come Andrea Canevari o l’inconfondibile secondo Caproni dei feedback negativi o dei richiami all’ “inquietum est cor nostrum” agostiniano, convoca il suo magistero di uomo di scuola e di famiglia che ha bisogno di scaldare la memoria perché minacciata di oblio, ha bisogno di una lingua personale perchè il suo funzionamento è lastricato di fraintendimenti, ha bisogno di un’intelligenza gravida di storia, col travaglio della sofferenza e con affondi etici, un’intelligenza poetica, se mi si permette, che non si sente al riparo da ogni crisi e non si scalda alla rapsodia fissata nella macchina dell’abitudinario.