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Elio Giunta
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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Vite ordinarie

 

Terminata la lettura di questo Vite ordinarie, corposo romanzo di Franca Alaimo, due sono le sensazioni in cui si rimane a lungo irretiti. L’una è quella del dispiacere di avere terminato tale lettura, in quanto con essa si era come avvezzi all’appuntamento con dette pagine, tali da funzionare da attraente compagnia, cosa che verrà meno. L’altra quella di restare come intrigati e fatti partecipi di un mondo, quasi tutto per lo più da parentela o da vicinato affabile, coinvolgente, tra atmosfere confidenziali, idilliche e realistiche alternativamente, in un memoriale in cui le figure, che magari sembrano troppe, palpitano di verità per sentimenti e linguaggio. E sono figure che compaiono e dialogano come in un susseguirsi scenografico, rese vive nel dettaglio di volti, occhi, vestiario, gesti, atteggiamenti, pensieri, anche sottintesi. E questa che è forse la cifra peculiare delle doti narrative dell’autrice, stupisce come si mantenga uniforme e compatta per tanta mole di pagine.

Però, si badi, l’opera ha una assai significativa struttura di fondo, pesca nel senso della vita ove “nulla capita a caso. Ogni esperienza è un’occasione per avvicinarci al tracciato già segnato della nostra vita”. E qui, per tutto il libro, questo tracciato pare segnato dal senso della morte, partendo dal primo capitolo all’ultimo, quello che l’ovvio quanto struggente sfrigolio della fiamma ossidrica attorno alla cassa mette punto a patemi e peccati, a disillusioni e sogni. Tuttavia la vita, se ci è data in sorte, e in qualunque condizione ed evento, bisogna affrontarla, liberandoci il più possibile dai conformismi moralistici, e quindi da una religiosità arcaica e paternalistica che fa a pugni con la libertà umana quale sta nei carismi dell’arte e della poesia: e infatti l’autrice non si limita nell’addurre citazioni opportune, attinenti al bisogno di confermare le sua distinzione intellettuale. Perché non c’è dubbio che il tutto venga da una carica autobiografica ove la personalità dell’autrice, a volte anche provocatrice e corriva ma sempre colta, emerge in pieno e così la sua lezione: che è lezione di polemica se il dialogare e il commentare l’evento storico o quotidiano vogliono la distanza dalla banalità del consueto perbenismo; o è lezione di piena libertà dei comportamenti se si afferma l’istintivo slancio sperimentale ed anche il passionale desiderio di prestarsi ad ogni tentativo di felicità: è il prodigio della poesia, come suggerisce sempre l’incanto della natura quando la cerchiamo o la contempliamo. Ci sono nella parte finale dell’opera delle pagine col titolo L’autostop. Il tango, dove, dallo sfoglio dell’album delle memorie, tornano le immagini dell’incontro della protagonista Giovanna e la cugina condue giovani musicisti; ne segue il portarsi al mare di Sferracavallo per un’esaltante spasso, al tramonto e nella notte rischiarata dalla luna; e sono pagine straordinarie, da antologia, espressione di una eccezionale vitalità psicologica e narrativa, quasi come un esplosivo canto alla vita prima di concludere con il dire di morte. Pagine bellissime, di quelle che impreziosiscono l’opera. E non sono le sole.

 

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Sempre di te amorosa

 

Quando un libro si fa rileggere

 

Si prova conforto quando, stanchi di leggere sui giornali cronache quotidiane di agguati ed assassinii, si torna a prendere in mano qualche libro di poesia che si tiene sul tavolo, ancora recente di stampa, e in specie se si tratta di opera di poeta di nostra frequenza, a cui forse si vorrebbe fosse dato più adeguato risalto. Viene così il caso di una rilettura di Sempre di te amorosa di Franca Alaimo, che l’editrice Lieto colle ha pubblicato non molto tempo fa,e di cui invero si è poco parlato e comunque non con l’attenzione che meriterebbe, soprattutto trattandosi di opera di autrice di significativo spessore tra quelle che circolano dell’ultima generazione.

È un libro composito, nel senso che si presenta come distinto in due parti, l’una di prosa l’altra di poesia, ma che sono chiaramente conseguenziali l’una all’altra, per cui è la poesia, col suo dato d’ispirazione di fondo, che ne assorbe in unità essenziale tutte le pagine. Questo dato è la mancanza: una mancanza di ciò che non si è avuto come gli altri, che si è inopinatamente consumato, che rimane come forte desiderio a generare angoscia, quella profonda, segreta angoscia che pesa come cumulo lontano, spinge l’immaginario alla finzione drammatica, e che sbocca nel canto liberatorio in versi.

Intanto la memoria dell’accaduto plausibile. La prima parte del libro costruisce la storia d’una perdita irrimediabile, quella della madre. Nelle brevi e limpide pagine narrative, che sono appunto premessa alla poesia, si sviluppa uno schema psicologico-storico che delinea tale perdita; esso parte dalla ribellione di una giovane all’apparato borghese della famiglia, cui segue la fuga generosa verso la sofferenza altrui e poi verso un amore che da casuale si trasformerà in attrazione fatale, in ragione assoluta di vita, a costo di qualsiasi disagio, di qualsiasi sacrificio, nello squallore imposto prima dalle vicende della guerra e del dopo guerra, e infine dalla condizione di miseria materiale e morale in cui va a cadere. Ma sarà anche un amore che la renderà madre, una madre dolorosa, cioè santificata dall’abnegazione fino alla morte. Ed è questa la madre che ispira i motivi di una poesia di rara passione, con la quale si consuma il tentativo di ritrovare ciò che è mancato e con la quale per prodigio inventivo si esaltano le prerogative, quelle specificamente di madre, che nel generare come atto d’amore assoluto lega senza riserve la sua creatura a sé oltre il concreto della vita, in un’apoteosi di sogno. È questa dell’Alaimo una poesia che attinge ad un concetto di maternità che sa persino di mistica religiosa. Già nel titolo quell’aggettivo “amorosa” determina un’ambiguità evocativa che giustifica l’interpretazione di sacralità di quell’essere madre, donatrice e custode d’imperituri affetti, quelli che poi la figlia sentirà perpetuarsi nel dolceamaro presente e sublimarsi per virtù di poesia. Se poi si pone attenzione al susseguirsi dei testi, osservando in particolare i vari incipit e il vario, insistente, appellarsi a lei fonte di diverse visioni come di larva benefica, se ne deduce una specie di litania d’invocazioni amorose che fanno pensare appunto ad un riporto religioso dell’amor filiale o, forse, meglio, ad una specie di realismo mistico assolutamente originale. Leggiamo: Madre dal concepimento in una notte precoce…, Regina dei miei giorni infausti…, visitatrice che ritorna…,Madre che cantava una canzone nella lingua natale…, Madre che venivi al fiume…,madre dalle cantilene piene di sospiri…,Tu che mi passeggi nel cuore…,Tu che sei venuta nel timido sogno….E così via, nell’incalzare di una poesia che insiste a rendere tutte le possibili espressioni di una epopea della maternità, caratterizzata anche, e con rara efficacia, nella sua tangibilità corporea. Anzi proprio per questo la parola dell’Alaimo esorcizza la pena umana e la sublima. C’è un testo, dal titolo O madre bellissima del parto, che è esemplare, anzi lo vorremmo vedere presente come tale in tutte le antologie di poesia contemporanea. Vi si apprezza la straordinaria vivezza rappresentativa di quanto comporta il caso, il parto, appunto, ove il fantasma madre assume tutta la bellezza di ciò che è profondamente vero e umano, in un’inquadratura solare, fiorente, secondo ingredienti pittorici, che poi sappiamo essere gl’ingredienti tipici della poesia di questa nostra fertile autrice.