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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Riflessioni di uno scrittore con le scarpe rotte 6

di Stefano Saccinto
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Pubblicato il 12/11/2011 02:28:40

La mia base operativa per lanciare segnali verso il mondo era uno stanzino minuscolo in cui era posizionato solamente un computer con il suo mobiletto, due o tre mensole per i cd e la sedia per mettersi di fronte al monitor. Le ginocchia andavano incastrate al meglio contro un ripiano che reggeva i fili necessari per il funzionamento della macchina.
Lo stanzino era mutato negli anni. Quando ero più piccolo, ai tempi della macchina da scrivere, era un vero e proprio ripostiglio contenente due scaffali pieni di roba incellofanata e riposta dentro i cartoni. C’era lo spazio a malapena per entrarci e, per aprire la finestra dagli infissi rossi, bisognava spingere in dentro un cartone con tutte le proprie forze. Dal momento che era la stanza meno frequentata della casa, decisi che sarebbe diventata la mia.
Quando la conquistai, per prima cosa scoprii il modo per aprire la finestra. Poi ci posizionai di fianco uno sgabello e disegnai con un pennarello rosso una serie di pulsanti sul cartone di fronte. Conteneva una batteria di pentole mai utilizzate. E infine lo bucai con il jack di un gran paio di cuffie rotte con microfono annesso che mio padre mi aveva regalato. Lo stanzino divenne la mia stazione radio ed io ci passavo i pomeriggi pensando che le cazzate che dicevo potesse ascoltarle tutto il mondo. Era facile. Ogni volta che mi serviva un nuovo canale, lo disegnavo col pennarello rosso e diventava immediatamente operativo. A volte gli ascoltatori mi chiamavano in diretta lamentando di non prendere al meglio il segnale e di non sentire bene la radio. Io fingevo di girare alcune manopole. Adesso sentivano bene.
In quella stanza avevo letto il mio primo libro: Il mago di Oz. Mi sedevo a terra con la schiena appoggiata alla porta senza permettere intrusioni. Ero praticamente in una botte di ferro. Ogni tanto mia madre spingeva la porta e mi faceva scivolare col culo sul pavimento chiudendomi nell'angolo tra il legno e il muro. Mi guardava, mi chiedeva che cosa stessi facendo, si faceva passare un oggetto dallo scaffale e andava via scuotendo la testa.
In un secondo momento la vecchia radio fu smantellata per fare posto al computer. E io tornai accanto alla finestra rossa, seduto sullo stesso sgabello, a scrivere la trama di Una di quelle notti, seguendo uno schema a diagramma di flusso che avevo steso per ricordarmi come proseguire la storia, e, nello stesso stanzino, seguii tediosamente il vagheggiare sfinito dei ricordi che mi avevano permesso di comporre sbadigliando il mio capolavoro di non stile: Schizzando nel vento.
Nel nuovo testo che presi la fissa di scrivere, diedi una spaventosa svolta: abbandonai le storie metafisiche e qualsiasi forma di stile e, con la trovata geniale di far scrivere il libro direttamente a cinque amici analfabeti come fosse un loro diario, regredii la mia scrittura ai tempi dell’infanzia e stesi una bozza contenente un miliardo di errori grammaticali. Decisi che era perfetta. Nessuno aveva mai scritto niente del genere. Io non volevo scrivere cose banali. Le cose coincidevano. E mi presi la rivincita su tutti i professori che avevano corretto i miei temi di italiano e su tutti i tratti rossi che le correzioni avevano comportato. Parti fuori traccia, ammonizioni del genere: e la punteggiatura?!?, refusi, errori di sintassi, sviste su lettere grandi, consecutio temporum e tutto il resto, non avevano alcun effetto sul mio testo. E io me la ridevo e in aggiunta alla beffa che mi facevo della matematica del verbo, intitolai il mio testo: L’opera. Dentro c’eravamo io e i miei amici: lo scrittore piccolo piccolo, il ragazzo rosso problematico, l’amico dall’aria vagamente giapponese e lo scienziato.
Lo scrittore piccolo piccolo l’avevo conosciuto a scuola durante il primo anno di liceo. Frequentava la mia stessa classe, era figlio di una buona famiglia, ma si presentava sempre in maniera dimessa. Di tutti noi fu forse l’unico ad avere per tutti i cinque anni lo stesso, bruttissimo e sottilissimo zaino. Era una persona eccezionale: timida, impacciata, follemente logica e astrattamente pratica. Nonostante il modo farfugliante e nasale in cui si esprimeva a voce e la presenza non proprio energica del fisico, il primo anno divenne rappresentante di classe e si conquistò il ruolo di nostro leader esecutivo. Verso la metà dell’anno scoprii che scriveva anche. Scriveva cose piccole piccole come lui, bozze di storie, mezze pagine di fenomenali idee che non sviluppava mai, con uno stile composto di ascensioni verso la perfezione assoluta e cadute rovinose per mezzo dei più rudimentali errori di scrittura. Lo amavo.
Il ragazzo rosso problematico invece lo conoscevo già fin dalla scuola media. Il secondo anno, finendo seduti vicino per caso, iniziammo a parlare di storie horror. Per farmi bello dissi che leggevo Dylan Dog da una vita e lui affermò la stessa cosa. Ma né io né lui l’avevamo mai letto e ci inventammo un sacco di cazzate. Per dar credito alle nostre bugie, ci venne la stessa idea di comprarlo e leggerlo per davvero. Io non ci dormii una notte per la paura. La sfida si protrasse albo dopo albo fino a che non cominciammo ad allargarla alla letteratura e alla poesia. E alla fine passò dalle cose lette alle cose scritte. Io scrivevo le mie cazzate su un quaderno ad anelli con la copertina bordata di rosso e lui le stendeva su una agenda dalla copertina verde scuro. Se ricordo bene. Se non era verde scuro la copertina, era verde l’inchiostro della penna con cui le scriveva. I suoi testi erano eccezionali. Divenne il mio modello letterario e il mio poeta preferito. E la mia fortuna era che ce l’avevo vivo, accanto a me, non come Edgar Lee Masters che era già morto senza avvisarmi.
L’amico dall’aria vagamente giapponese sedette accanto a me nei cinque anni di liceo. Era il tipo più pigro che avessi mai conosciuto. Pesava circa un quintale e aveva elaborato tutte le teorie più raffinate per poter compiere il maggior numero di cose con il minimo degli sforzi. Di tutti noi fu l’unico ad essere talmente pigro da non provare mai neppure a stendere una riga scritta. Aveva un diario, ma spesso non ci scriveva neanche i compiti. Non gli andava. Preferiva ricordarseli a memoria. Non avrebbe mai scritto niente nella sua vita, se non fosse stato strettamente necessario, come nel caso dei temi, in cui sprecava il minor numero possibile di parole diluite in una calligrafia strascicata così tanto che nello spazio in cui lui scriveva ‘ed’ un altro qualsiasi mortale avrebbe potuto inserire la parola precipitevolissimevolmente. Nonostante la pigrizia e la mole, riuscii a stanarlo da casa nei primi anni del liceo e con lui feci le mie prime uscite serali in villa nei giorni settimanali, passate a parlare della distruzione della cultura indiana da parte degli Europei, di comunismo, dell’inesistenza di dio, di problematiche scolastiche e della fica.
Lo scienziato infine lo conoscevo dalla scuola elementare. Insieme facemmo anche la scuola media e iniziammo il liceo, finché, il terzo anno, lui non fu bocciato e le nostre carriere scolastiche si separarono. Il giorno in cui lo conobbi mi apparve come un bambino abbastanza strano e alto, apparentemente intelligente. Mi venne incontro chiedendomi se volessi entrare nella sua banda. Mi ispirava fiducia, gli dissi di sì. Alla ricreazione cinque o sei bambini si alzarono minacciosi dai loro banchi e si diressero verso di noi. Osservai il mio nuovo amico andare loro incontro e lo seguii. Man mano che procedevo, i componenti della banda avversaria salivano di numero. Due arrivarono da un lato, due da un altro a rinfoltire il già massiccio dispiegamento di forze sul campo. Mi venne un sospetto.
 Scusa, ma nella nostra banda quanti siamo?
 Siamo tu e io.
Osservò in avanti come non ci fosse nulla di cui preoccuparsi. Ma io, non so perché, mi preoccupavo lo stesso.


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