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Riflessioni di uno scrittore con le scarpe rotte19

di Stefano Saccinto
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Pubblicato il 27/11/2011 11:22:20

Una notte, a casa dei genitori della ragazza che amavo troppo assai, feci un sogno. Mi era capitato altre volte, nella vita. Ma il sogno che feci quella volta si piantò nel cervello e decise di allungare le unghie sulla corteccia cerebrale per un tempo indefinito. Era un sogno atipico, estremamente realistico, in cui tutto aveva una sua assurda fisica che riuscì a vincere le accurate analisi del risveglio e a convincermi che potesse essere un intero pezzo di vita del tutto simile a un ricordo. Solo che nel sogno io non ero io, l’ambientazione era rappresentata da una foresta americana, il periodo storico era antecedente al nostro di più o meno duecento anni e le cose che vi succedevano non erano completamente accettabili da una mente umana. Una mente sana intendo. Non ero mai stato in America e non ero nato nell’ottocento e già per questo riuscii a calcolare abbastanza precisamente che se quello che avevo sognato era frutto di un ricordo, il ricordo non doveva essere il mio. Non di questa vita almeno.
Nel sogno indossavo una camicia a quadri ed un paio di pantaloni. Oscillavo a piedi nudi su una sedia a dondolo posta in un angolo di un balcone lungo e stretto antistante la porta d’entrata di una casa in legno. Al balcone si accedeva tramite tre scalini, come nelle tipiche costruzioni americane di quell’epoca. Dal balcone osservavo la vallata dinanzi alla casa innalzarsi lungo la base di una montagna ricoperta di una fitta vegetazione d’alberi. Sopra la montagna incombeva un cielo plumbeo e, lungo il suo fianco, attraverso gli alberi, era visibile uno stretto sentiero di terra che portava quasi fino ai tre scalini della casa. Pensai che di lì a poco avrebbe piovuto e, mentre lo pensavo, una ragazza avvolta solo da una coperta, che sapevo essere la mia ragazza, venne a chiamarmi. Entrammo dentro e restammo a discutere e, nel voltarci, ci accorgemmo di due uomini vestiti con lunghi cappotti e cappelli da cowboy che allungavano le gambe per scendere da cavallo. Mi affacciai per capire chi fossero. Uno di loro aveva il volto scavato e un’ispida barba bianca. L’altro aveva l’occhio attraversato da una cicatrice rossastra, la faccia da lupo e un torace spaventosamente grande. Mi sembrò di riconoscere il primo: nel sogno era mio nonno.
Mi voltai verso la ragazza prendendola per le spalle. La visita dei due uomini mi infastidiva particolarmente. Mio nonno era un vecchio imbroglione sempre in fuga da qualcuno che, chiunque fosse, aveva un buon motivo per eliminarlo. Era spesso venuto da solo nella casa presso gli altipiani, cercando riparo dai suoi inseguitori. Restava giusto il tempo di nascondere delle armi o prendersi un po’ di denaro delle sue malefatte nascosto in casa.
- Non staranno qui per molto – spiegai alla ragazza che sbuffava, cercava di sistemarsi addosso la coperta sotto cui era nuda e guardava con aria infastidita i due uomini attraversare la soglia senza neanche salutarci. Pensai di uscire fuori, nel frattempo che loro erano in casa, ripresi posto appoggiandomi ai braccioli della sedia a dondolo e la ragazza venne a sedersi in braccio a me, con il petto di fronte al mio e di spalle alla porta d’entrata. Mi parlò dolcemente e poi prese a baciarmi e nel frattempo dentro si creò il trambusto. I due sembrava stessero litigando. Cercai di guardare oltre il viso della ragazza, ma lei portò un dito sulla mia mascella e mi costrinse a portare di nuovo gli occhi sul suo volto. Dall’interno il rumore di scodelle sbattute ai muri e lo scambio di urla divennero frenetici.
- Mi avevi promesso che avremmo mangiato – gridava la voce bestiale dell’amico di mio nonno e lui replicava di aspettare e che non era quello il momento e poi gli intimava di calmarsi. Dopo qualche secondo di silenzio, una serie di tonfi sempre più rapidi annunciarono l’arrivo immediato di qualcosa nella nostra direzione. Fu un precipitare irruento, uno scivolare di stivali nel tentativo di compiere la curva che portava alla sedia a dondolo, il colpo del palmo di una mano possente che agguantava lo stipite della porta e l’enorme figura dell’uomo dalla faccia di lupo si inarcò in avanti correndo verso di noi. Io tremai, nel sogno e nella realtà e quello che vidi dopo mi sembrò vero come tutto quello che mi era successo di reale fino ad allora nella vita. L’uomo che afferrava la ragazza e la faceva a pezzi davanti ai miei occhi, l’odore del sangue impresso sul muro dell’abitazione, il frantumarsi delle ossa e quel corpo spezzato come fosse stato un ramo sottile, non avevano la vaghezza del sogno, ma la macabra consistenza della realtà.
Scoprii mio nonno poggiato allo stipite della porta con una mano tenuta sulla visiera del cappello, abbassata per coprire gli occhi. Inveii contro di lui e contro il suo amico con la faccia da lupo. L’uomo bevve il sangue con avidità direttamente dalle ossa rotte, poi buttò il corpo oltre la balconata, si ripulì il muso con la manica di una giacca e si sistemò il cappotto. Aveva reciso la vita della mia ragazza e storpiato per sempre il suo corpo in meno di un minuto. Si spostò verso il suo cavallo e invitò mio nonno ad andare via con lui. Superai i tre gradini, raggiunsi il corpo ritorto della ragazza e stetti lì a guardarlo mentre i due rimontavano a cavallo.
- Trafiggile il cuore con un paletto e tagliale la testa – era la voce di mio nonno. Alzai la testa verso di lui, ma stava già andando via. Cercai un paletto e cominciai a colpire il torace e pensai che sfondare la cassa toracica non era l’operazione così semplice che si vede fare sempre nei film sui vampiri. Immaginai quanto sarebbe stato complicato allora staccarle la testa. Il mio sogno finì così.
Tre elementi contribuirono, a cercare di seguire una logica, alla composizione di una così forte voce dell’inconscio tesa a rompere l’assemblarsi degli strani meccanismi di routine su cui cominciava a reggersi la mia esistenza. Il primo elemento era certamente la prolungata e attiva concentrazione a cui avevo sottoposto tempo prima la mia mente, per completare un gioco sui vampiri che mi aveva particolarmente appassionato. Il secondo era il nuovo punto di vista attraverso cui guardavo la ragazza che amavo troppo assai e che le fece avere, nel sogno, la parte di chi, per essersi ostinata a chiedermi di occuparmi soltanto di lei, non mi aveva permesso di trarla a me per salvarla. E il terzo elemento era costituito da un vero ricordo di un episodio successo quando avevo l’età di dodici anni.

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