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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Riflessioni di uno scrittore con le scarpe rotte20

di Stefano Saccinto
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Pubblicato il 28/11/2011 17:12:48

Frequentavo la scuola media, lontana più o meno due chilometri da casa. La raggiungevo a piedi tutte le mattine e tutti i pomeriggi, sempre a piedi, tornavo a casa. Un lunghissimo viale dalla pendenza più fastidiosa che uno possa incontrare divideva l’ultimo tratto tra il paese e la 167 dove abitavamo. Lo chiamavamo la salita. Sembrava che non finisse mai. Per evitare quel tratto, noi ragazzini ci eravamo inventati dei percorsi alternativi in mezzo alle campagne che non erano meno insidiosi, ma che, essendo più fantasiosi, stemperavano la fatica del tragitto. Io ne conoscevo diversi. Uno s’inerpicava sul colle passando attraverso due alberi di noce e dietro una vecchia struttura, non meglio identificata, simile ad un castello, da tutti conosciuto come la casa bianca, uno seguiva lo stesso percorso ma tagliava attraverso due cespugli di more e ce n’era un terzo che chiamavamo la scorciatoia perché era l’unico per cui per davvero si accorciava. Nell’ultima parte del percorso bisognava attraversare un piccolo frutteto e superare una recinzione di ferro divelta, prima di raggiungere nuovamente l’asfalto. Lungo la scorciatoia vidi per la prima volta nella mia vita un cadavere abbandonato.
La sera prima del giorno in cui successe la cosa, giocavo presso la chiesa con alcuni amici e amiche di scuola. Noi maschi avevamo preso la fissa di lanciare delle pietre mentre le ragazze si sovrapponevano a una saracinesca, schivandole e sbeffeggiandoci. Erano così lontane che non correvamo davvero il rischio di prenderle. Ci volevamo bene. Presi dall’eccitazione del rapporto in strada con l’altro sesso, cominciammo ad alzare sempre di più la mira, finché un ragazzo più grande di noi passò davanti alla saracinesca e, non so come, si prese una pietra in fronte. Si piegò su se stesso e cominciò a piangere, ma a me sembrava che stesse fingendo. Mi avvicinai con la bici sorridendo, ma, quando si rialzò, aveva un bernoccolo enorme con una livida sbucciatura proprio in mezzo alle sopracciglia. Capii che me le avrebbe date, ma, dopo il primo schiaffo che lanciò a caso verso la mia faccia, riuscii a scappare. Se avesse preso la pietra in un occhio, gli sarebbe uscito dall’altra parte. Ringraziai dio per aver cambiato la traiettoria all’ultimo secondo, mi vennero i brividi e me ne andai a dormire.
Passai la mattinata seguente con la paura che il ragazzo potesse presentarsi in classe. Era uno che frequentava la mia stessa scuola. Ma per tutta la giornata non si fece vivo, nonostante saltassi sulla sedia a ogni tocco di nocche sul legno della porta. Con il terrore dell’intuizione improvvisa, quando suonò l’ultima campanella, capii che mi avrebbe aspettato fuori. Il bernoccolo che aveva faceva davvero paura, non ne avevo mai visto uno così pronunciato a neppure dieci secondi dall’impatto. Mi conveniva dileguarmi nella folla e cercare di evitare l’incontro prendendo la strada più veloce di tutte: la scorciatoia.
Non ricordo un’altra sola volta in cui non abbia percorso quella strada in compagnia di qualcuno. Quel giorno anticipai tutti, pensando di aver fregato il mondo, ma quando svoltai la curva che portava nel frutteto, il mondo sghignazzò a vedere la mia faccia impallidirsi per lo scherzo che mi aveva preparato. Steso sulla piccola salita di terra incastrata tra due bassi muri di tufo, il corpo di una donna era sdraiato, nudo, sulla nuda terra. Mi rivolgeva le piante dei piedi, aveva le gambe divaricate e un palmo di riccioli neri che si gonfiavano sotto l’ombelico, le braccia aperte a caso verso l’alto.
Non passai più di tre secondi immobile davanti alla scena e non riuscii neppure ad alzare lo sguardo fino al volto della donna. Fotografai soltanto il corpo e il sangue. Mi sentii le narici invase dalle esalazioni. Girai su me stesso in modo automatico e discesi la collina cominciando a convincermi di aver avuto un’allucinazione. Quando raggiunsi nuovamente la strada ne ero ormai certo, per questo non provai neppure a fermare la pattuglia di polizia che passò al mio fianco proprio in quel momento e proseguii fino a casa lungo la salita dimenticandomi per sempre del mio inseguitore. Se mi avesse preso e pestato fuori dalla scuola, davanti alle ragazze, ai professori, ai genitori e tutti, sarei stato davvero contento. Me lo meritavo. Ma la donna morta mi sembrava troppo.
La trovarono i ragazzi che uscivano da scuola e decisero di prendere la scorciatoia dopo di me. Io non dissi niente a nessuno, non mangiai a tavola, restai a giocare sul balcone sbattendo una palla centinaia di volte sullo stesso punto del muro. Ogni tanto mi fermavo, mi piegavo, digrignavo i denti e mi dicevo – Non è niente. Niente – e immaginavo di potermi accarezzare la testa con due mani che non fossero le mie. Ore dopo, la notizia del ritrovamento si diffuse. Un’amica di mia madre venne a suonare a casa per dirglielo. Io continuavo a tirare la palla e sentivo pezzi di conversazione. Parlavano proprio della donna morta, ma con una serie di dettagli errati, per esempio: il luogo del ritrovamento. Mi avvicinai con la palla in mano e seguii il flusso delle parole con le labbra spalancate, come annusandole per capire dove conducevano. Conducevano proprio lì.
No, no, no.
- Tra i due bassi muri di tufo - diglielo.
No.
- E tu come lo sai? – due cumuli di pelle solcano una ruga sulla fronte, mentre la testa si volta all’improvviso.
- L’ho vista.
L’avevo detto.
È sempre difficile rivelare a tua madre quello di cui hai paura. Temi che possa pensare di aver fatto un figlio sbagliato. Lei spalancò le labbra, gli occhi e le braccia. Io mi aggrappai alla sua vita e piansi. Non per me, ma per lei. Pensai di averla rovinata con quello che le avevo detto. Era tutto un casino.
Dissero che la donna era stata uccisa dal suo convivente e portata lì o forse massacrata direttamente sul posto. Era magra, aveva una sottile sottana celeste aperta sul seno. Era vergine come una madonna. Come mia madre. E qualcuno l’aveva uccisa e io non ero stato neppure in grado di fermare quella pattuglia di polizia.
Quella notte mio padre mi permise di dormire con lui. Io tentati di farlo, ma non riuscii io e non ci riuscì neanche lui. Ogni volta che riuscivo a tranquillizzarmi fino ad assopirmi, la vertiginosa sequenza di diapositive insanguinate che si espandevano sul muro mentale riprendeva il suo scorrere ossessivo.
- Non te ne libererai – era la donna ossuta. Alla fine si era rivelata: si contorceva sulla terra dimenando le gambe nude. Lo faceva soltanto per spaventarmi. E ci riusciva benissimo. Io mi giravo nel letto e non dormivo. Sentivo un corpo muoversi accanto al mio. Era quello di mio padre. Allungava una mano e mi toccava la schiena.
- Vuoi alzarti? – mi chiedeva.
- No, no – appena riprendevo coscienza cominciavo a sentirmi stupido. Sorrideva.
- Non pensarci. Stava là e tu l’hai solo vista – non sapeva che dire. Il problema era proprio quello: io l’avevo vista – Dovresti pensare che poteva succederti qualcosa e invece, per fortuna, quello che l’ha uccisa era già andato via – cercava di rincuorarmi – Era solo una donna nuda sdraiata a terra.
- Sì, ma c’era il sangue – mi passavo una mano tra i capelli. Non era neppure la paura a tormentarmi.
- E tu non pensarci. Pensa che era solo una donna nuda sdraiata a terra – sembrava facilissimo, ma il tormento vero proveniva dalle ore di vuoto mentale in cui mi ero costretto a pensare di aver avuto un’allucinazione: la debolezza della mia mente mi aveva sconvolto più di quello che avevo visto. La mia coscienza poteva quindi smarrirsi. E io che fine avrei fatto?
La ragazza nel sogno di dieci anni dopo stava stesa davanti a me come la donna morta che trovai sulla collina. Seminuda, il corpo di un colore spettrale, riversa sulla nuda terra come fosse immondizia e con il sangue ghiacciato sparso sul terreno. Mi rigirai nella mente la scena del sogno almeno un milione di volte e nei giorni subito successivi iniziai a scriverne la storia cercando di imprimere sui fogli elettronici l’atmosfera che l’aveva permeato. Cercai così voracemente di dettagliare il tutto che scrissi circa duecento pagine in appena un mese, occupandomene solo di notte, e il sogno venne alla luce in forma scritta come il secondo capitolo del libro che chiamai Sulla strada per Elanka Wwea. L’ennesima fatica contorta: non davvero horror, non davvero fantasy e stesa sul pluriinflazionato tema dei vampiri. A chi poteva mai interessare l’ennesima storia sui vampiri?
Qualche tempo dopo esplose il fenomeno della saga di Twilight nel mondo: vendite record, seguiti e riseguiti, film e compagnia bella e tutto un filone di cazzo di libri sui vampiri da disintegrarti i nervi appena mettevi piede in una libreria. E la piccola scimmia delirante, una sera in cui la tenevo in braccio, nel corridoio, mi guardo fissò per qualche secondo e poi spalancò le sue fauci verso il mio collo, tentando di addentarmi.
Avevo odiato Schizzando nel vento per quello che era successo dopo, con le cazzate sugli amori adolescenziali alla Tre metri sopra il cielo, e adesso mi toccava odiare anche Sulla strada per Elanka Wwea per colpa di questi stronzi telepatici che ti fregavano le idee per farsi i soldi. Però avevo sempre il sole del Sud e i morsi della scimmia delirante. Restai sospirando, innamorato, con una mano sotto il mento ad aspettare il giorno in cui si sarebbero trasformati in baci.

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