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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Riflessioni di uno scrittore con le scarpe rotte28

di Stefano Saccinto
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Pubblicato il 06/12/2011 11:10:23

Io e la ragazza che amavo troppo assai prendemmo finalmente casa nostra. La stanza in cui avrebbe dovuto esserci il computer e quello che avevo scritto non c'era, ma andava bene lo stesso. Gli zaini con tutti i testi che avevo steso dall'età di dodici anni finirono relegati in garage in un'umida cantina dove non c'era neppure la luce. Questo perché in casa ci serviva spazio per un enorme corredo che non avremmo mai usato in tutta la vita. Occupò un intero armadio e pace all'anima degli spazi mancanti.
Quando ero piccolo e cominciai a scrivere, pensai che un giorno avrei avuto una libreria con tutti i miei testi pubblicati. Nella mia temeraria fantasia credevo che sarei riuscito a riempirla tutta intera soltanto con quello che avrei scritto. Neanche fossi Salgari. Adesso una libreria ce l'avevo. Pubblicato non avevo pubblicato niente. Tranne le tre sottilissime copie dell'antologia che conteneva cinquanta poesie di altri e una sola mia. Pensai che quella fantastica idea, che avevo inseguito per anni, era ormai da bocciare. Era molto più interessante l'umida cantina del garage.
Intanto il lavoro di dodici ore al giorno era finito. L'azienda fallì miseramente come miseramente mi aveva accolto. Trovai un altro lavoro per l'estate e poi ripresi la mia vecchia vita. Quella delle giornate sparse come cameriere durante l'anno. Firmai un contratto soddisfacente e mi liberai dell'occupazione di tutti i giorni. Adesso avevo di nuovo tempo. La ragazza che amavo troppo assai tornò a comprendermi ogni giorno di più. Sprofondammo nel più morbido amore. Ogni tanto litigavamo ancora, ma poi ci guardavamo e ci veniva da ridere. Certe cose non le capiva lei. Certe cose non le capivo io.
Pensai: e adesso che farò? Continuerò a scrivere o sono finalmente soddisfatto? Dopo un testo di genere, era come se avessi provato l'unica droga che mi mancava, nella vita. Mi risposi: se mi viene continuo se no vaffanculo a voi e a chi vi ha fatto leggere tutta la roba che vi ha fatto leggere. C'erano sempre risposte semplici e c'è sempre un vaffanculo per ognuno.
Spesso mi vedevo vecchio e rimbambito, ancora al mio computer a godermi solitari orgasmi nella stesura di nuovi testi mentre il mondo mi assecondava con il pietismo che si può rivolgere ad uno che è sempre stato testardo nel perseguire un sogno che non fa per lui.
- Scrivere è sempre stata la sua passione – avrebbe detto con estrema banalità mia moglie, ormai vecchia, scuotendo gravemente la testa ai nipoti che sarebbero venuti a farmi visita, un giorno.
- Che cosa hai detto? - avrei urlato senza staccarmi dal computer, pensando: questa volta è la storia giusta, ve la faccio vedere io, la passione.
- Dicevo che sono belli, i tuoi libri – e avrebbe riso con la complicità dei giovani, prendendosi gioco di me.
Cancellai dalla mente le tristi divagazioni sul futuro. Per fare prima mi dissi che quanto avevo scritto poteva ormai bastare e non ci volevo pensare più. Mi concentrai sul correggere tutto quello che avevo steso. Così. Nel caso in cui magari fossi venuto meno e a qualcuno fossero capitate per le mani le mie cose. Non si sapeva mai. Cominciai con Malko. Lo ripresi dall'inizio e mi misi con la santa pazienza a ripercorrere ogni singola riga per correggere dapprima gli errori grammaticali. Poi eliminare delle parti che facevano un po' cacare. Poi inserire almeno un preambolo e un epilogo. Visto che c'ero anche un intermezzo. La santa pazienza non durava più di due pagine. Il testo faceva proprio ribrezzo. Soprattutto lo stile. Quelli del Foglio non la pensavano come me. Quando esaltavano lo stile era perché non avevano letto il libro. Capii che avevo fatto bene a non dar loro retta. Finii il lavoro con una mano sulla faccia per non guardare. Nonostante la rifinitura, questo testo non aveva ancora niente a che vedere con tutti i pareri favorevoli che aveva ottenuto. Era come Volo. Non si meritava il successo.
Decisi che l'avrei riscritto completamente. Ma non adesso. Adesso non mi andava. Ripresi il mio primo libro. Quello aveva una storia spettacolare. Ci misi mano e ce la tolsi dopo i primi tre righi. Mi veniva lo sconforto. Idee zero. Me lo rilessi e basta. Trattenendo i conati. Decisi che l'avrei riscritto completamente. Ma non adesso. Adesso non mi andava. Poi mi venne la fissa di andarmi a correggere il testo più strano che avessi mai scritto: L'opera. Il terzo in ordine cronologico. Avevo sempre pensato che non l'avrei mai pubblicato, ma sta a vedere che la chiave del mio successo era chiusa nell'unico cofanetto in cui avevo deciso di non guardare? No, non c'era. Decisi che non l'avrei riscritto mai più. Non mi andava. E allora dove stava questo grande talento letterario che avevo creduto? Ne L'era delle cavallette, è logico, me l'avevano detto pure alla Palomar. Ma vaffanculo, quelli neanche sapevano di che cosa parlava il testo. No.
Proprio dovevo smetterla di seguire il parere degli altri, di dargli importanza. Se c'era una cosa che dovevo fare, era quella. Per anni mi ero lasciato distruggere dalle critiche sui siti, dai rifiuti, dai silenzi, dalle prese per il culo delle case editrici e dalla mancanza di interesse che chiunque mostrava nei confronti di quello che avevo scritto. Volevo delle attenzioni. Non mi importava se le meritassi o meno, le volevo e basta. Ne facevo un punto essenziale per andare avanti quando ormai ero arrivato a non avere più alcuno stimolo. Un solo commento positivo poteva rigenerarmi completamente, farmi credere che dovessi riprendere a martellare il meccanismo. In questo modo avevo vissuto tutte le mie cose letterarie, considerandole ora i peggiori scritti che fossero mai esistiti, ora i capolavori più geniali della storia della letteratura. Non c’era tregua, c’erano solo sbalzi continui. Dovevo smetterla di cercare le attenzioni altrui e ritornare alle mie solitudini. Era da lì che erano nati i miei capolavori.
Ripresi Schizzando nel vento. Pensai che se c'era un libro da sacrificare doveva essere lui. Senza fare tante storie. Lo dovevo all'uomo che vedeva scritto cazzo. Me lo rilessi stancamente con una forte riluttanza ad apportare correzioni. Rievocai la mia grande pazienza. Inspirai. Mi alzai le maniche corte sulle spalle. Accesi una sigaretta. Il testo se ne stava, timido, nella sua virginea adolescenza. Lo guardavo con occhi da maniaco, le dita piegate come in attesa del momento buono per agguantarlo e il mozzicone pendente dalle labbra assottigliate in un ghigno. Per noi fu come una prima volta, ma ebbe tutto il selvaggio sapore di uno stupro: lettere sparse sul pavimento, fogli accartocciati che volavano dappertutto, personaggi spiaccicati in faccia al muro. Sembrava una guerra. Non avevo mai corretto un libro e perciò mi trattenni persino. Però avevo ottenuto il primo mattone su cui costruire un giorno il mio cinismo: il testo non era più vergine. Alla fine del tutto, ansimando, mi rilessi l'intero file. Mmm. Per me faceva ancora cacare. Però se avevano pubblicato Melissa P…
Adesso ero pronto. Il talento veniva considerato zero se non si metteva in moto il caso. Decisi di creare il caso. Il vero talento era il caso. Convergere gli interessi sulla roba che scrivevo. Usare la fantasia. Senza patetismi del cazzo, senza pensare che qualcosa fosse dovuto, conquistare un lettore alla volta e fare in modo che si affezionasse agli scritti perché un lettore non è altro che una persona che si affeziona ai tuoi scritti. Anche perché gli piacciono. È chiaro. Sennò che legge, le stronzate? Io ero affezionato ai miei scritti. Anche se non mi piacevano. Dovevo trovare il modo di farmeli piacere, correggendoli fino a che non avrebbero brillato di perfezione. E di farci affezionare gli altri.
Cominciai come al solito dalle case editrici. Mandai mail a raffica, avevo deciso di non investire più un solo soldo per la causa. La mail era una, uguale per tutte, esattamente come facevano loro quando rispondevano agli scrittori. Tutte le case editrici erano importanti. Nessuna era essenziale. Esattamente come loro consideravano gli scrittori. Bruciata una casa editrice, ne avrei cercata un'altra. Avevo otto scritti pubblicabili. Una volta finito il giro delle case editrici con uno, potevo iniziare con un altro. Nel frattempo magari, se mi andava, avrei steso qualcos'altro. Le mie risorse erano infinite. Come le vie del Signore. Come ultima riserva verso gli ottant'anni avrei potuto investire i risparmi di una vita per pubblicare un libro solo, a scelta, tra tutti quelli che nel frattempo avevo scritto. Avevo anche quest'ultima possibilità. Se non morivo prima. Se morivo qualcuno avrebbe tentato di pubblicare la mia roba. Molti sapevano che avevo scritto. A qualcuno qualcosa piaceva. In omaggio alla mia morte avrebbe tentato di diffondere il verbo. In ogni caso ce l'avrei fatta. Di questo ero sicuro come del fatto che ero in grado di respirare.
La prima mail che fece il giro delle case editrici era esplicativa: breve presentazione autore, breve presentazione opera, dati anagrafici. La seconda mail indicava i vantaggi di una eventuale pubblicazione di Schizzando nel vento: potevano inserirlo nel filone di cazzate adolescenziali e aspettarsi masse di quattordicenni che si strappavano i capelli, film campione di incassi all'esordio cinematografico e insomma soldi a palate. La terza mail fu simpatica: so che non mi risponderete neppure, ma tanto ho una pazienza infinita. La quarta direttamente offensiva: vi ostinate a pubblicare le stronzate e non volete prendere in considerazione questo capolavoro? Cercavo di spronarli. Ma non era per loro.
Capii che il metodo delle mail andava messo da parte. Nessuna casa editrice rispose a nessuna delle mail. Potevi chiederglielo semplicemente, cercare di convincerli, chiederlo con buon umore, offenderli o minacciarli. Il meccanismo continuava a girare senza scomporsi. Ticchettai con le dita sulla tastiera, guardai altrove. Bisognava cercare un'altra strada. Decisi di fermarmi per l'ultima volta a pensare. Se non trovavo qualche buona idea, non avrei più pensato a quello che facevo e sarei passato alla quinta fase del tentativo di contatto, tirando fuori la mia arma ad energia solare: le lettere minatorie corredate da pezzi d'orecchio.
Mi chiedevo perché fosse così difficile ottenere l’interesse di una casa editrice. Poi pensavo al mercato, al fatto che erano veramente pochi in Italia i buoni lettori e mi rendevo conto che la situazione editoriale continuava soltanto a mirare bersagli facili. Perché i lettori erano comodi e gli editori peggio di loro. Le case editrici continuavano a prendere per il culo gli scrittori, chiedevano soldi per poi stampare libri inutili con cui saturare ulteriormente il settore e non preoccuparsi eccessivamente delle loro vendite, invece di affrontare una battaglia quotidiana per far emergere qualcosa di veramente nuovo, aspettavano o rincorrevano un colpo di fortuna con la pubblicazione di qualche vip o di qualche testo farsa con cui rovinare l’adolescenza di un’intera generazione. Nell’attesa, continuavano a pubblicare gli stessi, passabili, autori e gli stessi passabili libri. Non c’era niente da fare, o rientravi in una delle categorie o potevi considerarti tagliato fuori. Così andavano le cose, tutti avevano qualcosa di più interessante a cui dedicarsi e io ero solo uno che si difendeva una fantasia tutta sua di cui non fregava un cazzo a nessuno.
Dovevo smetterla di cercare un contratto. Dovevo smetterla di abbassarmi a rimescolare gli avanzi degli avanzi con una mano, alla ricerca di qualcosa per me. Io ero stato un allievo degli dei, con queste cose non c’entravo niente e con questa gente non c’entravo niente. Quello era il loro mondo e non il mio. Il mondo delle presentazioni letterarie, delle interviste giornalistiche, delle uscite in libreria, degli incontri con i lettori, mi annoiava profondamente, era una vera e propria tristezza. Io, il mio lavoro l’avevo fatto scrivendo e avrei dovuto farlo scrivendo. Del resto mi interessava poco, a pensarci bene. Il problema era che non volevo essere un presuntuoso, non volevo snobbare quello che non ero riuscito mai ad ottenere. Volevo prima ottenerlo per poi snobbarlo. Snobbare il premio Nobel prima di ottenerlo non sembrava niente di geniale. Ma snobbarlo dopo averlo ottenuto rimetteva a posto le cose. Nel loro giusto ordine. Così come dovevano essere. Sorgeva una nuova questione: avrei dovuto fare qualcosa per ottenere qualcosa oppure non avrei dovuto fare niente?
Mi scervellavo sulla questione. Stavo per dare di matto. O forse avevo già dato. Bene. Adesso mi mancava soltanto di capire quando e come avremmo usato il fantastico corredo.

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