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Roba ai bordi della città

di Stefano Saccinto
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Pubblicato il 25/03/2013 17:03:39

Il cellulare sta suonando.

- Diego? – la voce incerta di Apollonia arriva calda nell'orec­chio. Anche perché sussurra.

- Ti ascolto.

- Non ti sto disturbando, vero?

- Non mi disturbi.

- La bambina dorme. Che ne dici di venire?

Guardo il gruppo jazz che sta montando proprio adesso sul palco. Uno ha la giacca, uno il gilè, l'altro il papillon e l'altro ancora la cravatta. Quello col gilè ha la maglia intima grigia sotto la camicia bianca. Sono l'esatto opposto dello stile. Roba che fa per me. La se­conda scura vibrante è ancora a metà. Resto in silenzio.

- Posso prepararti qualcosa, se hai fame.

- Un po' di fame ce l'ho.

Sorride. Si sente. - Fammi contenta, dai. Lo sai che passo il tempo a pensarti.

- Vado prima a fare benzina.

Tre spari del pomo d'Adamo risolvono il problema della mezza pinta.

Al semaforo non c'è nessuno ma mi fermo lo stesso. Una spalmata di luce rossa sulla faccia. Ogni volta mi fa pensare sempre alla stessa cosa: Lù quando si è presa due cazzottoni in faccia dal suo vecchio fidanzato. Aveva il trucco sulla faccia così sciolto che non si capiva se sulle guance fosse sangue o rossetto.

Svolto nei vicoli che hanno fame peggio di me. Si muovono cose oscure vicino ai bidoni della spazzatura. Roba ai bordi della cit­tà che potrebbe anche avere un'anima, stando a quello che si dice sul­la vita. Non mi pongo il problema quando fuori dalla macchina qual­cosa come un ratto mi si avvicina. Gli sferro un calcio con effetto a girare. Rotola col fruscio secco di una scopa sul cemento ruvido. Poi riesce ad arpionare il terreno, slitta e corre a nascondersi. Va bene così.

Dire che questo posto è fatiscente è complimentarsi. Un reti­colo di fil di ferro fa da scheletro al vetro protetto dalle sbarre di rug­gine. Un angolo di vetro è stato tirato giù almeno tre anni fa dal rigo­re sbagliato di un ragazzino. Se guardi bene ci sono ancora dei pezzi di vetro incastrati negli angoli.

Suono con un tocco, neanche ho preso la scossa. Una mano sul fianco, l'altra sotto il naso. Sento i passi nudi di Apollonia al se­condo piano.

- Chi è? - fa la sua voce con una mano sulle labbra.

- Sono io – diciamo sempre la stessa cosa al citofono, tutte le volte. Apre, salgo.

Sulle pareti della scalinata c'è la storia raffigurata come nelle caverne preistoriche. Le macchie di sangue dei tossici che avevano occupato le abitazioni prima che il comune le riassegnasse, i colpi di pistola dell'agguato che fecero a Giubbe Rosse l'anno dopo, le scritte a pennarello di Pendulo prima che si sposasse Mariarca. Nessun ente si è preoccupato mai di finanziare una mano di bianco. Soltanto Car­tone si è rifatto il piano suo. Sai, i clienti.

Sono al piano. Sbatto piano la punta dello stivale sul pavi­mento, in attesa. La catenella scivola via con una serie di scatti. Apollonia è in sottana rosa trasparente e mutande nere a contrasto. Non fa un bell'effetto. Lo fanno invece i lunghi ricci rossi tenuti sciolti che cadono sulle spalle e invitano a mirare più in basso. Due aureole grandi così che sfumano in un rosa sporco. Sento odore di latte.

- Entra – mi spalanca tutto.

Entro.

Apollonia ha venticinque anni ed è piena come un frutto ma­turo. Non ha un bel viso, bisogna dirlo. Ha la pelle troppo chiara e gli occhi vicini, di un colore azzurro acciaio che finisce per sembrare grigio. La settima di seno scende spaventosamente verso l'ombelico, ma in alcuni suoi movimenti sa restare ferma dove deve. Quando lei ti sta di fronte però, con la schiena un po' ricurva in avanti e le spalle strette, i suoi capezzoli sembrano chiederti commiserazione.

- Ditele che siamo il massimo, per favore. Lei lo crede. Tranquilli.

A piedi nudi mi fa strada verso quel buco che è la cucina. Tutto che marcisce, ma lei tiene pulita ogni cosa. Come porta per la camera da letto ha una tendina bianca tenuta con due chiodini. Zoe si muove producendo un fruscio. Ci giriamo a guardarla prima di seder­ci al tavolo. Forse una zanzara.

- Fatto qualche bel disegno oggi?

- Niente di esaltante. Il novanta percento della gente che vuol essere tatuata si fa scrivere un nome o una frase. Se ci scappa un tri­bale si può già esultare. Non capisco dove sia andata a finire la fanta­sia.

- Non dimenticarti che hai fatto un nome anche a me – sorri­de, spostando in avanti la spalla.

- Non hai voluto altro.

- No, no, mi basta il nome di mia figlia.

- Lo so, me l'hai detto un milione di volte – mi passo una mano nei capelli.

- Che cos'hai? Sembri un po' triste?

- È un'insoddisfazione generale. Roba che passa ma non pas­sa mai. Prendi e non hai mai niente. Sembra tutto così inafferrabile – mi guardo attorno. Questo posto è come se fosse casa mia ma non lo sento mio. L'atmosfera famigliare che si respira non mi è mai stata famigliare. Niente mi è mai stato famigliare. Neanche io.

- Cosa vuoi che ti preparo?

- Quello che preferisci.

- Hai molta o poca fame?

- Ho fame e basta.

Sta seduta con le ginocchia sulla sedia e gli avambracci lun­ghi sul tavolo. Apollonia è una donna generosa. Generosa nel dare e generosa nel prendere. Qualsiasi cosa le dai, il suo corpo sembra rin­graziare. Un centinaio di chili sodissimi di forme che stanno bene come stanno. La mattina lavano le scale dei portoni nei dintorni. La sera, fino alle undici, danno una ripulita al ristorante dove lavora. Tre mesi e perde il posto, mai avuta una giornata di contributi. Eppure quel sorriso è sempre lì, senza che conosca il tocco di un rossetto. E le sue guance sono rosse naturali.

- Ti preparo due uova. Sono senza spesa da un po'.

- Andranno benissimo.

Si mette alla cucina. Mi fisso a guardare le vene in rilievo sui polpacci, le caviglie solide.

- Non ci volevi venire, dì la verità.

- No, davvero. Non è questo.

- Hai incontrato qualche bella ragazza con cui preferivi pas­sare la serata.

- No, no. Stai dicendo soltanto cazzate.

- Mica l'ho mai capito se ti piaccio almeno un po'.

Si aggiusta il bordo delle mutande con una mano. Mi fa sor­ridere.

- Che cosa ci vengo a fare da te allora, se non mi piaci?

- Per la mia situazione. La bambina, questo pezzettino di casa, il lavoro che mi manca sempre.

Apollonia ha appese alle pareti un milione di foto di Zoe che sorride e fa le smorfie. In una c'è lei che fa la linguaccia mentre la tiene in braccio e Zoe che ha la testa riversa sulla sua spalla e ride. Hanno gli stessi capelli, occhi di colore diverso. Zoe li ha castani. Deve avere preso la corporatura del padre perché è piuttosto gracile. Apollonia l'ha avuta a quindici anni e lui non se l'è mai presa. Nep­pure ci ha provato. In dieci anni non è mai venuto a trovarla. Zoe non sa neppure che faccia abbia. Si mette al mondo un figlio e si fa finta che non esista.

Mi lascio andare testa e tutto sul tavolo. Certe volte mi sento così. Vinto. È come se mi portassi un male inguaribile dentro. Quelle volte non mi va di fare niente, di dire niente, di pensare a niente. Sono uno che con la fantasia ci lavora. Ma quelle volte non me ne frega niente neanche della fantasia.

Il profumo delle uova cotte e dell'olio fritto si insinua tra il braccio e la fronte, oltrepassando la condensa del mio respiro sul ta­volo, dove ho schiacciato il naso. Sento due dita accarezzarmi i ca­pelli. Le mani di Apollonia sono le mani di una donna di settanta, ot­tanta anni. Hanno tutto l'amore che serve. Sempre. Alzo un po' la te­sta, la guardo da quella posizione.

- Sembri così disperato questa sera. Che cosa è successo?

Le sorrido, avvicinando il piatto. Cerco le posate intorno. Deve essere davvero in pensiero, non se ne dimentica mai.

- Aspetta – mi dice.

Si muove attorno al tavolo per aprire un cassetto. Me le al­lunga. Da un ripiano in alto fruga in una busta per tirare fuori un pez­zo di pane tagliato. Mi allunga anche quello. Capovolge un bicchiere e se lo porta fuori, sul balconcino.

- Bianco o rosso? - sussurra più rumorosamente che può.

- È uguale. La stessa cosa.

Se ne torna con un Nero di Troia denso come sangue.

- Tu non mangi?

Scuote la testa.

- Non bevi neanche?

- Lo sai che lo tengo solo per te.

Mi ficco in bocca un pezzo di pane. È morbido, di questa mattina. Apollonia non tiene più di un giorno il pane in giro. La sera finisce nella busta della riserva per il pane cotto con le rape.

Dopo il primo sorso di vino mi torna stranamente l'appetito. Gusto tutto in silenzio, bagnando la mollica nell'olio e bevendo pia­no, facendo girare il vino intorno ai denti. Alterno un boccone a uno scorcio di Apollonia. L'attaccatura del seno, le labbra che respirano piano, quella parte di schiena incurvata che riesco a vedere da qui. Il suo profumo sazia. Starla a guardare ti riempie la vista. Ti viene vo­glia di abbracciarla per come se ne sta zitta a vederti fare le cose. In pace. Come se fosse la tua donna.

- Allora, che è successo?

- Niente – le rispondo – È passato.

- Hai detto che non ti passa mai.

- Non del tutto. C'è un sottofondo che rimane sempre.

- Ma ti senti male? Hai qualche dolore?

- No. È una cosa di dentro, non te lo so spiegare. È come se certe volte mi piangesse il cuore.

- Hai male al cuore? - cerca una posizione più comoda.

- Apollonia, – allungo le mani sulla tavola. Prendo le sue dita – non ci pensare. Ho ventinove anni e la salute è buona. Sono solo un po' stanco di come vanno le cose.

- Hai problemi con lo studio? Viene poca gente?

- È tutto a posto, sono solo stanco – finisco l'ultimo dito di vino.

- Sei stanco di me?

- Sono stanco di me, di quello che non riesco a fare.

Avrei potuto ridipingerle i muri in tutto questo tempo, avrei potuto rifarle le ringhiere, avrei potuto comprarle e montarle una caz­zo di porta per la camera da letto. Ma tutte queste cose mi vengono in mente soltanto adesso. Che cosa ci è successo? Non se ne sentono più, in giro, di storie in cui qualcuno fa qualcosa di buono per gli al­tri. Non è che siamo diventati più cattivi. Non ci viene più in mente. È peggio. Crescevamo con l'idea di diventare eroi e di cambiare il mondo. Di essere i buoni. Invece poi ci è passata la fantasia. Che storie racconteremo a quelli che verranno dopo di noi? La storia di come ci siamo addormentati su un pavimento di specchio mentre il mondo veniva risucchiato via e diventava solo un'immagine.

- Una cosa questa sera devi farla. A me – mi stringe le mani. I pensieri se ne vanno. Sarà per un'altra volta. Apollonia gira intorno al tavolo e si mette ferma accanto a me. Le sue cosce unite aspettano davanti ai miei occhi.

Mentre le penetro il culo a terra nel bagno, sentendo tutta la sua carne vibrare nell'impatto col mio ventre, lei continua a tentare di mordersi il palmo della mano. Viene diverse volte. Sembra che si stia sciogliendo. Quando lo prende dietro riesce a venire più di una volta. Si sente più libera. Forse perché la prima volta in cui lo fece davanti, uno stronzo le lasciò la fregatura. Una fregatura che ora ama più di ogni altra cosa.

- Diego, – porta la mano indietro sulla mia. Intreccia le dita e stringe, mentre le mie sprofondano nei suoi glutei – è... è... è... è... - forse è venuta ancora. La settima si allarga sul pavimento. Una coda di pavone rossa si apre dalla sua testa – È il cielo che ti manda.

Il nome Zoe continua a fare avanti e indietro sulla sua spalla. 


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