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Il rito del buongiorno e del benvenuto

di Ilaria Aimone
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Pubblicato il 06/02/2013 17:28:37

La mia città è' aria frizzante, quella che taglia il viso o che fa arricciare il naso, come gocce di limone, sempre fresche e saporite.

E' forza e violenza, sguardo acceso e schiena dritta, ma è anche languore e leggerezza, espressione stupita e andamento lieve.

E' l'intricato insieme di stradine dove ancora stringo la mano di mia nonna, dove ritrovo ogni giorno una memoria, dove si cresce guardandosi intorno, stringendo panzarotti fumanti, dove si mescolano panifici, mercati colorati, macellai col soffritto, disordine vitale, dove puzza e odore si fondono in una realtà unica, ed è aroma di caffè in ogni angolo, in ogni pausa, in ogni ufficio, in ogni scuola, in ogni casa.

E' un mosaico di chiese, piazze, musei, palazzi antichi, cortili misteriosi, cunicoli, casupole, lastre di marmo, che mi incantano, da quando avevo dieci anni, allo stesso modo, identico.

E' il lungomare delle prime uscite, di birre e taralli, di risate fragorose, di teste e mani fuori dai finestrini per acchiappare il vento e le onde.

E' l'alternativa quando la cerchi, è appartamenti di studenti aperti e pronti a fare festa, è occupazione, politica resistente, musica e bancarelle, opuscoli esplicativi che riempiono il centro.

E' il rito del buongiorno e anche quello del benvenuto.

E' il pomeriggio stesi sul prato del bosco, su, a Capodimente, è il filone alla Floridiana, in Villa, sugli scogli, fuori lo stadio.

E' nel dialetto che prende tonalità differenti, ma che in fin dei conti è sempre quello, e che gusti negli appiccichi di famiglia, nelle superstizioni ironiche, nel traffico asfissiante, nelle ricette che danno vita al quotidiano, nei gol azzurri che fanno sussultare, tutti, almeno un pò.

La mia città è un delirio sempre vigile, un teatro ibrido e costante, felicità e malinconia, eccellenza e abisso, come quello dei miti, che non hanno fine, nè spiegazioni plausibili, nè padroni.



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