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Skizzando nel vento Cap 4: assemblea di classe

di Stefano Saccinto
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Pubblicato il 16/08/2008 09:44:36

4
Assemblea di classe
(Forse non è tutto perso, la speranza mi sorride dai suoi quattordici anni)



OTTOBRE DELL’INIZIO DI TUTTO

L’astuccio volò per tutta l’aula per un bel quarto d’ora, mentre Pastore, il suo proprietario, lo inseguiva tentando di riafferrarlo contraendo il viso in una smorfia quasi di disperazione: nell’astuccio c’era una calcolatrice scientifica, tre pennini ed un compasso Fabercaster e altra roba di un certo valore.
Adesso percorreva volteggiando l’intera stanza in diagonale e stava per cadere a pochi passi da me, proprio sullo spigolo di un banco. Non mi mossi, osservando il ragazzino mezzo sudato che spalancava gli occhi e la bocca dal terrore correndomi incontro.
All’ultimo momento mossi la sinistra sulla traiettoria dell’astuccio, afferrandone un angolo con due dita.
“Mi vuoi lanciare ‘sto cazzo di borsellino?” mi fece Corona dall’altra parte dell’aula, eravamo in due a lanciarcelo, così, per divertirci un poco dato che era mezz’ora che aspettavamo che cominciasse quella maledetta assemblea.
“Aspetta, oh, non vedi che l’ho appena preso?” Pastore era proprio di fronte a me, già alzava in aria le sue braccia tentando di riprendersi ciò che era suo, ma non ci sarebbe riuscito: era alto quasi la mia metà. Lo dribblai per un po’ fingendo di lanciare un paio di volte l’astuccio, poi osservai i suoi piedi: erano nella giusta posizione.
Schiacciai con il mio sinistro la sua scarpa destra, poi con una spintarella lo vidi sbilanciarsi roteando all’indietro le braccia e mandando fuori dalle labbra un “oh” così stupito che in quel momento quasi mi dispiacque di averlo fatto, ma ormai era tardi perché potessi riacciuffarlo per la maglia. Cadde rovinosamente di chiappe a terra.
“Allora, la vogliamo cominciare o no, quest’assemblea?” erano finalmente tornati i due che erano stati scelti come presidente e segretario delle votazioni. Immediatamente tutti presero posto in maniera ordinata, ognuno seduto compostamente al suo banco, i due che si occupavano dello spoglio si misero dietro la cattedra e il presidente, anzi, la presidentessa visto che era una ragazza, si sedette di fronte al resto della classe mentre il segretario stava in piedi vicino alla lavagna.
Gli unici che stavano ancora fuori posto come due rimbambiti, eravamo io e Corona, per non contare Pastore che stava a terra con una scarpa ancora sotto il mio piede.
“Barra!” la voce della presidentessa, acuta, rivolta a me “Lascia immediatamente andare Pastore e siediti, questo vale anche per te” indicò poi Corona.
La ignorai e lanciai l’astuccio verso il mio compagno che lo prese in due tempi, mentre Cosimo Pastore se ne stava sotto di me con la testa voltata verso Corona ed ebbe un sussulto quando al primo colpo quello se lo fece scivolare dalla mano, un respiro di sollievo quando riuscì a riprenderlo.
Plateale piroetta di Corona, contrazione del viso quasi stesse compiendo un lodevole gesto atletico rilanciando l’astuccio, codino che gli ballava dietro le spalle, piccolo applauso da parte mia e tuffo a destra per riprendere l’oggetto lanciato.
Mi piegai sulle ginocchia facendo un inchino e mi rialzai in fretta per tirarlo nuovamente quando, inaspettato, uno schiaffo mi raggiunse su una guancia.
Mi smarrii per un attimo e mi vidi sottratto l’affare dalle mani mentre cercavo ancora di capire cosa stesse succedendo, la mia mente tentò di elaborare in fretta la cosa, ma riuscii a collegare tutto soltanto quando, voltando la testa, vidi la presidentessa che restituiva a Pastore il suo astuccio a righe nere su uno sfondo bianco e con la cerniera rossa.
“Sei proprio un deficiente” mi apostrofò poi, quando il piccoletto si mise seduto al suo posto riponendo il borsellino nello zaino “Hai già la barba in faccia, ma ti comporti come un bambino di cinque anni con quell’altro menomato mentale del tuo amico”
Divenni immediatamente rosso senza sapere cosa rispondere ad una ragazzina di quattordici anni o giù di lì che mi rimproverava di essermi comportato come un fesso, anche se quello che più mi provocava vergogna era il fatto che avesse perfettamente ragione.
“Io volevo solo scherzare un po’!” cercai di giustificarmi mantenendomi la guancia che la ragazza mi aveva colpito.
“Bel tipo di scherzi, questi che fanno divertire solo te e il tuo amico” e vabbé, la figura di merda era già impacchettata, non avrei potuto far più niente per evitarla ormai, anzi, non volevo fare niente per evitarla, perché a pensarci, potevo ancora recuperare, è solo che non avevo voglia di rispondere a quella lì che non conoscevo nemmeno e che avevo visto sì e no per un mese seduta nel banco dietro il mio, con cui avevo avuto a che fare una sola volta, mi pare, quando le avevo bagnato tutti i libri al ritorno dell’ora di educazione fisica, sì, quella volta che… il giorno in cui ero stato sospeso, insomma.
Non ricordavo neanche come si chiamasse.
“Sarah!” urlò il segretario, Mesaroli, uno dagli occhi azzurri che sembrava il tipico protagonista dei film per ragazzi americani “Vieni, dài, iniziamo questa assemblea che sennò poi cosa diciamo al Preside?”
Mi morsi un labbro osservandola con la rabbia che prendeva a salirmi per il fatto di dover lasciare incompleta la nostra lezione di comportamento con tutte le cazzate annesse.
Lei sculettò fino alla cattedra dentro un paio di fousons fucsia con ai lati della cosce due strisce bianche, poi si voltò mentre mi sedevo al mio posto.
Corona se ne tornò al banco fischiettando indifferente, sapeva che nessuno gli avrebbe detto nulla, non gli dicevano mai nulla perché era più grande, perché era un bastardo e perché sapeva sempre e comunque come mettere a posto chiunque, mentre io stavo ancora acquisendo le sue arti magiche di condizionamento psicologico. Stavo già immaginando il modo con cui mi avrebbe educato una volta sedutosi accanto a me: “Sei un coglione perché non sai neanche rispondere ad una stupida che vuole fare la maestrina e che non ha capito proprio un cazzo della vita” e cose così, invece, anche lui rosso in viso, osservò la lavagna, si mise un dito in bocca, si voltò verso di me e iniziò a ridere sotto i baffi come se avesse compreso di aver fatto anche lui la figura dello scemo.
Risi con lui e poi iniziammo ad ascoltare la presidentessa dai fousons fucsia.
“Allora, sapete che ci servono due membri del gruppo che ci rappresentino all’interno del consiglio di classe e che gestiscano le nostre assemblee ed i rapporti con i professori, con il Preside e con gli alunni delle altre classi. Bene, oggi voteremo questi due rappresentanti, vi saranno distribuite delle schede su cui esprimere il vostro voto e poi ci sarà lo spoglio che designerà i due rappresentanti. Io mi occuperò di questa che è considerata la prima assemblea di classe, il segretario stilerà invece una relazione su quello che è avvenuto durante l’assemblea, Sabrina Altamura si occuperà dello spoglio ed Antonella Cavallaro scriverà alla lavagna i nomi dei candidati con i relativi voti. Tutto chiaro?” come no?! avevo capito tutto fino a che non si era cominciato a parlare di membri, praticamente non ci avevo capito niente.
“Ma prima di tutto bisogna che i candidati si presentino alla cattedra e ci espongano in breve il loro programma” disse infine, tanto per complicare ulteriormente la faccenda.
Comunque sembrava che in parecchi avessero capito quello che la presidentessa avesse detto, visto che in cinque si alzarono e si diressero verso la cattedra.
Ripropongo nei minimi particolari ‘l’esposizione del programma’ di ognuno dei candidati:

- Orion Di Giglio:
(Forse leggermente storto quella mattina)
“Io... voglio diventare rappresentante di istituto...” e tutti lo correggemmo la prima volta “Di classe!”. “...eh! mi sono imbrogliato. Beh, stavo a dire che voglio diventare rappresentante di istituto perché...” e tutti lo correggemmo la seconda volta “Di classe!”. “Beh, vabbé, voglio diventare rappresentante perché... io vi prometto che... cioè... che io siccome lo so come si fa perché mio padre lavora nella scuola e allora io so fare il rappresentante di istituto” Forse non sembrava, ma il discorso era concluso, gli risparmiammo persino l’ultima correzione perché davvero rimanemmo sbalorditi dalle profonde motivazioni che lo avevano spinto alla candidatura.

- Antonluca Marcantonio:
(Così veloce da capirci solo la parola sciopero più volte ripetuta)
“Io, ragà... cioè se voi volete fare sempre sciopero, votate ammé che io già non mi va di fare niente neanche ammé e voglio fare sempre sciopero perché lo sciopero è un nostro diritto? e allora facciamo sempre sciopero”
Questo era abbastanza affascinante, come programma.

- Cosimo Pastore:
(Il nostro eroe)
“Allora, in questa classe siamo molti, particolarmente tanti ed è difficile da gestire, però io penso che per me non è difficile perché basta che voi mi dite che cosa devo fare e io sono uno calmo e lo posso fare perché così non stiamo sempre a fare lite con i professori”
Applaudii per un quarto d’ora a questo discorso, nonostante la presidentessa mi lanciasse occhiate da cavarmi il cervello dal naso e dopo un po’ si unirono a me cinque o sei ragazzi dell’ultima fila.

- Marialucia Del Monte:
(La nostra eroina)
“Io non lo so come si fa la rappresentante oh, né, ragà... però penso che è un’esperienza che bisogna provare oh, né, ragà... perché mi sembra una bella idea oh, né, ragà... che uno di noi ci rappresenti davanti ai professori e oh, né, ragà... mi piacerebbe farlo” e con quest’ultima frase soffusamente compromettente, tanto che tutti quanti strabuzzammo gli occhi, pensando a cosa le sarebbe piaciuto fare, Marialucia lasciò il posto all’ultimo candidato.

- Morra Eugenio:
(Rosso come una mela rossa, non stava fermo un attimo, tanto che mi fece saltare i nervi a vederlo parlare)
“Allò ragà cioè... no, che, cioè, io, no, che, cioè... sostatbocciato, no, che, cioè, io, l’hofattopurl’altravolta, no, che, cioè, cioè, cè (è un cioè sincopato) cè (pure questo) elosofare, cioè, cé”
Ok. Cominciai a pensare che magari avrei votato lui.

Dopo un’altra mezza dimostrazione della capacità oratorie di Sarah Moretti (ecco come si chiamava la tipa dai fousons fucsia), un ragazzo di cui non ricordavo il nome iniziò a distribuire questi bigliettini qua, no? su cui praticamente dovevamo scrivere il nome del candidato che avremmo voluto votare.
Furono scritti alla lavagna i nomi dei cinque candidati e poi iniziammo a votare, ognuno per proprio conto, o quasi.
“Tu per chi voti?” chiesi a Corona, incerto nell’esprimere la mia preferenza. Avrei votato Pastore alla cieca, ma tutti sembrava stessero spremendosi le meningi come se la cosa fosse seria per davvero. Mi venne il dubbio.
“Non saprei” disse grattandosi la tempia e mordendo la penna che gli era stata naturalmente prestata dato che lui non portava mai nulla a scuola.
Lo guardai, mi guardò, guardammo i personaggi in piedi alla lavagna mentre anche loro votavano come noi comuni mortali, finché i nostri occhi non si fermarono sul viso piccolo piccolo dell’omino che avevamo preso in giro fino a pochi minuti prima. Tornammo a guardarci in viso, annuimmo e finalmente votammo. Pastore era il personaggio giusto, per far valere i nostri diritti.
Alzai la testa dopo aver espresso il mio voto e vidi i ragazzi dell’ultima fila che si consultavano per decidere chi votare, allora intervenni attirando l’attenzione di uno di loro, Giuseppe Mangino mi pareva si chiamasse.
“Non sappiamo chi votare” sussurrò per non farsi beccare dalla presidentessa.
Feci segno verso Pastore con la testa e quello mi fece intendere di aver capito strizzandomi l’occhio. Lo vidi proporre il nome agli altri sette e contai sette consensi.
Voltai nuovamente la testa verso la lavagna, compiaciuto della pubblicità che avevo fatto al nostro candidato e mi trovai di fronte un addome piatto di ragazza, in mezzo a due fianchi dalle curve rotonde che convergevano all’interno, proprio fra le gambe di...
“Quando ti ho detto che sei un deficiente, mi sbagliavo. Devi essere almeno trenta volte tanto. Ma insomma, che devo fare io per farti capire che questa è un’assemblea di classe e che un’assemblea di classe è una cosa seria e che non puoi stare a fare quello che ti pare e dare fastidio? E come devo dirti che il voto è una cosa personale e non puoi dire agli altri chi votare? Spiegamelo tu, come devo fare con te?” sgamato un’altra volta dalla presidentessa.
“Va bene” mi alzai in piedi per vedere come era il suo viso visto per la prima volta da vicino.
Beh, insomma, un po’ bruttina, però aveva due labbra, Cristo “Le prometto di non importunare più nessuno degli elettori, signora presidentessa, interiorizzerò il mio voto occultandolo a chiunque altro ed eviterò di farne propaganda o anche solo di enfatizzare una occhiata in particolare” ok.
Non credo dovesse ritenermi particolarmente dotato di capacità comunicative, stando almeno all’espressione sbigottita che la mia frase pronunciata tutta d’un fiato aveva prodotto sul suo viso. Progressivamente la sua smorfia passò dall’incredulità alla vera e propria stizza per l’incapacità a sentenziare una replica alla mia affermazione. Quando rifeci indietro la sedia per riprendere posto mi resi conto che mi stava ancora osservando. Incrociai le mani sotto il mento, la guardai ancora e le sue labbra, in contrasto con le sopracciglia ancora calate sugli occhi che avevano le tonalità calde di un guscio di nocciola, erano mosse ad un sorriso.
Mi stava sorridendo. Inaspettatamente.
E a pensarci bene non era bruttina, no, il fatto è che non l’avevo mai vista sorridere, sinceramente, non è che volevo ritrattare solo perché sembrava un po’ meno ostile adesso, però, cioè era... posso dire carina? sì, beh, carina, ma giusto un po’ e... soltanto adesso, mentre mi sorrideva, soltanto adesso, lo giuro, dopo sarebbe tornata bruttina, ok?
“Lo spero” aggiunse semplicemente tornando dietro la cattedra.

Quando tutti avevamo espresso il nostro voto, ci fu spiegato come piegare i bigliettini ‘in modo che il nome sia occultato dalla seconda metà del foglio’, (bastava dire di piegarli in due) poi quello che li aveva distribuiti rifece il giro della classe per raccoglierli, li portò alla cattedra e li ripose in una scatola di cartone
Sabrina Altamura, designata ‘spogliatrice’ dei voti si apprestava ad aprire la scatola e ad estrarre il primo bigliettino su cui era impresso il voto che avrebbe aperto la gara tra i cinque candidati.
La sua faccia sembrava soddisfatta, intesi già che su quella scheda non doveva esserci il nome del nostro uomo.
“Marialucia Del Monte!” spuntò fuori dalle sue labbra, seguito da un’ovazione femminile da ‘viva le donne al potere, Lady Diana, Elisabetta prima’ e cazzate così.
Primo voto fottuto, e gli altri?
Dovemmo aspettare che Del Monte avesse raggiunto già il quinto voto e che gli altri avessero almeno due voti ciascuno, prima di vedere il nome che volevamo conquistare una crocetta sulla lavagna.
Si continuò così fino agli ultimi dieci voti. Del Monte già volava alto, Morra aveva tre voti, Di Giglio quattro, Marcantonio due ed il nostro virtuale rappresentante solo quell’unico voto che pensavo fosse il mio, perso tra tanti Del Monte. Quel deficiente non doveva essersi votato neppure da solo. Bella prova di autostima.
Ma gli ultimi dieci voti ci riscattarono pienamente, nove di questi erano per Pastore e, volendo proporre una piccola descrizione del casino che facevamo ogni volta che Altamura pescava un bigliettino col nome che volevamo ascoltare, basti dire che: allegati alle urla corali che inneggiavano al nostro eroe, ci furono lanci di quaderni a destra e manca, lanci di penne, sputi sui muri, fischi da schiattare le orecchie con tutta la roba che avevano dentro, parabole di libri che finivano per schiantarsi sulla lavagna, cestino lanciato all’aria e pioggia di immondizia sulle teste pure e candide delle nostre ragazze, sedia distrutta contro la cattedra e scissa nelle sue due componenti primordiali (ferro/legno), schiaffi su qualche nuca rossa già schiaffeggiata da cinque o sei prima di me, un banco che sfiorò il soffitto lanciato da Corona, il rischio che quel banco finisse sulla testa di una che ci stava seduta davanti a quel banco che invece finì a terra su uno dei suoi spigoli che si gonfiò come un ginocchio fracassato, attaccapanni distrutto.
Totale: Pastore fu eletto rappresentante a pari merito con Del Monte, gli altri dieci voti che avanzavano erano quasi ben distribuiti tra gli altri tre tipi, la presidentessa stanca di urlarmi dietro si rassegnò lasciandosi andare sulla sedia dietro la cattedra, accalorata tanto che le si imporporarono le guance, con i capelli scompigliati che sembravano un covone rotolante da mezzogiorno con due soggetti con cappelli da cowboy che si sfidano a duello.
Quando la campanella squillò per rispedirci a casa, mi avvicinai a lei cercando una riappacificazione, mentre Pastore veniva lanciato in aria e ringraziato con una serie di schiaffi dietro la nuca, era davvero la sua giornata, mi dispiaceva avergli rotto le palle con la storia dell’astuccio, promisi di non farlo più.
“Ehi bella, che ti prende? E’ festa, su, mettiti un bel vestitino elegante questa sera, che ti porto a mangiare qualcosa. Ti va?”
“Come no?” rispose ravviandosi i capelli e chiudendo gli occhi, stanca e scocciata.
“Dài, non fare così, lo so io qual è il tuo problema” sembravo uno psicologo da strada, ma davvero l’avevo centrato il problema.
“E quale sarebbe, vediamo?” mi chiese più per mandarmi a cagare il più in fretta possibile che per il fatto che mi stesse prendendo sul serio ed io le dissi:
“Tu prendi le cose troppo seriamente” puntandole un dito sul naso che sembrava illuminato da un led rosso.
Osservò il mio dito storcendo gli occhi e non le diedi il tempo di rispondere, perché sapevo che non mi avrebbe risposto come una a cui stai dicendo una verità che riconosce come possibile.
“Ridi” le proposi senza successo.
“Non mi va di ridere, non c’è nessun motivo per ridere”
“Ma io so che tu adesso mi guardi in faccia e ridi” perseverai, senza pretendere niente di più di un semplice sorriso che sembrava comunque tanto difficile ottenere.
“Ti ho già detto che...” e spostò gli occhi dal mio dito al mio volto, mi feci cogliere con un’espressione seria, di quelle da convinto sostenitore delle proprie tesi , solo così l’avrei fatta...
“...non voglio ridere, ok?” davvero dura, eh?
“Ti chiedo di farlo una volta sola. Lentamente muoviamo le labbra insieme, e ci ridiamo in faccia, io a te e tu a me, così siamo pari, no?” provai ancora, ma già sapevo a quale tecnica avrei dovuto ricorrere, quella che si usa come ultima speranza, con le ragazze.
“Smettila! Adesso mi stai veramente scocciando”
“Mi piaci” eccola qui, la ‘tecnica’, tanto che dopo un po’ di perplessità, un abbozzo di sorriso si stampò sulle sue labbra “Sì, beh, voglio dire, per come sei, ecco...” bisogna fare il timido però, sennò niente risata finale “così... così diversa da me, che non so fare due più due e tu che invece, beh, sei brava in tutte le materie, da quanto ho potuto vedere”
“Ma se sei mancato negli unici quindici giorni in cui hanno interrogato!” rispose come volevo che rispondesse.
“Ah sì? E’... è vero” dissi spostando lo sguardo in alto, fingendomi imbarazzato.
Tornai a guardarla in viso ed assaporai la scena in cui le sue labbra si distendevano pacatamente. Dài, un po’ di più, sembra quasi un sorriso, forza che ce la fai, non farti pregare che non mi va di inginocchiarmi davanti a questa marea di deficienti, un po’ di più, dài, dài che ci siamo, quel centimetro in più... ok, ok questo è un sorriso, lo prendo per buono, va bene così, ma adesso bisogna strafare.
“Pensandoci bene è come se la scuola media per me non fosse ancora finita, forse hai ragione a dirmi che sono un bambino” e questa era una vera e propria risata, anche se molto simile ad un singhiozzo.


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