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Skizzando nel vento, 5: Sopra un giaciglio di rose

di Stefano Saccinto
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Pubblicato il 21/08/2008 15:15:34

5
Sopra un giaciglio di rose
(Anche la bellezza dell’inverno sa generare amore)



NOVEMBRE DELLA CERTEZZA

Alcune nobili menti avevano deciso che, al mio rientro dalla sospensione, avrei recuperato le interrogazioni che non avevo potuto dare nel frattempo e più semplice sarebbe stato invece affidarmi un quattro politico per ogni materia. Non c’era proprio modo di evitare questo genere di figure di merda, eccezionalmente significative quando si trattava di interrogazioni di matematica e fisica.
Per quanto non fosse una soluzione congeniale per essere valutato, dovetti sottostare senza alcun preavviso ad una serie assurda di interrogazioni a mitragliatrice. A volte in una giornata ne avevo fatte due, io che il pomeriggio prima non ero riuscito a prepararne mezza.
Questo d’italiano aveva invece maturato la decisione di valutarmi in un’interrogazione più equa, limitando la portata del programma da preparare e dandomi qualche giorno in più rispetto agli altri.
Quella mattina me ne stavo con il libro di letteratura italiana sulle gambe a ripetere quello che già sapevo di Meriggiare pallido e assorto di Eugenio Montale. Quello che già sapevo dalla scuola elementare, dalla scuola media e dall’ultima ripetizione del giorno prima, mentre il professore percorreva con un dito e con lo sguardo l’elenco degli alunni presenti per affiancarmi un secondo interrogato. Quando il nome che pronunciò fu quello di Sarah Moretti, mi guardai attorno per capire se avessi sentito bene: possibile che fosse una delle ultime a dover essere ancora interrogata? Da quel che avevo capito ascoltandola parlare dietro di me, si era offerta volontaria a quasi tutte le materie.
La osservai mettersi comoda davanti ai miei occhi col suo libro stretto al seno ed i capelli raccolti dietro le spalle mentre muovevo le labbra in fretta per ripetere a velocità allucinante tutti i concetti che avrei cercato di esprimere, a tempo debito. Cazzo quanto erano poche le cose che ricordavo! Eppure mi era sembrato di possedere nel palmo della mano vita, morte e miracoli di Montale.
Qualcosa fuori dalla finestra colse il mio sguardo, un passero posatosi in quel momento sul ramo di un albero, mosse il suo capo, sembrò osservarmi, oltre il vetro. La luminosa intensità del sole faceva brillare tutti i più vivi colori dell’autunno e si rifletteva sul piumaggio dell’uccello. Il mondo poteva essere un posto chiaro, a volte, poteva essere un posto luminoso e dai colori accesi.
Poi l’uccello si spostò, venne più vicino, sopra un cespuglio di rose, si soffermò su un rametto che prese a dondolare. Rivolse ancora a me il suo sguardo, mentre la testa ciondolava, stava guardando me e non c’era nessun dubbio.
Improvvisamente tutti i pensieri abbandonarono la mia mente e quando il passero se ne volò via e la scena che avevo osservato perse d’interesse, tutto fu più chiaro dentro di me, tutto s’intinse della fredda luce che proveniva dal fuori, schiarendosi.
Avevo di fronte a me Sarah Moretti, il suo viso chiaro adesso che riportavo su di lei i miei occhi, era diverso, più definiti i suoi lineamenti e più nitidi i colori che indossava, come se l’illuminazione ricevuta dal freddo quadro osservato fuori dalla finestra avesse infuso nel mio sguardo nuove capacità percettive.
Fu in quel momento, quella mattina di novembre, che per la prima volta la vidi bella e restai confuso come se lo stessi scoprendo proprio allora, come se, più che averlo realizzato col passare dei giorni, l’avessi intuito tutto d’un colpo, quasi per caso.
Cambiai posizione senza smettere di osservarla, mentre il professore formulava le prime domande, mentre lei elaborava le prime risposte. Mi chiesi come avevo fatto a non accorgermi della sua bellezza fino a quel momento, da che cosa ero stato così tanto preso se non ero riuscito a fermarmi un istante nella contemplazione di quel viso che (continuavo a rimanerne esterrefatto) non si poteva che definire bello.
Parlava con garbo, le sue labbra rincorrevano le parole velocemente, iniziai a percepire il suo profumo nell’aria, profumo di qualcosa di buono, profumo di qualcosa di estivo, anzi, di qualcosa di fresco nel caldo torrido dell’estate, gesticolava con le mani, le dita sottili e brune, la pelle liscia, per aiutarsi ad esprimere concetti e idee, si sistemava meglio sulla sedia, si fermava per tossire un attimo e poi ripartiva, più spedita, rinforzando le sue teorie, sembrava quasi presa dal suo commento, sembrava emozionata e il fatto di vederla emozionata, non so per quale assurda ragione al mondo, emozionò anche me. Potevo sentirlo perfettamente, spostai una mano al petto, corrugai la fronte, riportando lo sguardo fuori dalla finestra, cercando di cogliere ancora la cornice precisa dell’immagine che mi aveva cambiato, per scoprire, per studiare cosa mi fosse successo e per quali ragioni fosse accaduto.
“Ma, ascolta, Barra, questa è stata considerata la poesia più bella e famosa di Eugenio Montale, perché, secondo te?... ... Barra... ... Barra!”
Barra non c’era più, scomparso, immerso nella tenera crema di parole montata da Sarah e adesso nel suo viso tranquillo, rilassato, nello sguardo da cui filtrava la preoccupazione di aver potuto commettere qualche possibile errore, Barra cercò di divincolarsi per riprendere l’interrogazione, Barra scosse la testa senza staccare gli occhi dal volto di Sarah e Barra iniziò a parlare con gli occhi pieni del volto di Sarah, senza emergere completamente da quello stato di non piena lucidità.
“Comprende in sé il significato di tutta la poetica dell’autore, perché esprime il senso che Montale ha attribuito all’esistenza ed al suo inutile cercare di scavalcare un muro. Montale aveva visto qualcosa, ma quel qualcosa era oltre il muro e se anche avesse tentato di scavalcarlo, avrebbe trovato il dolore ad aspettarlo in cima” io avevo visto qualcosa e tra me e lei non c’era nessun muro, o meglio sì, c’era stato un vetro, ma adesso qual qualcosa aveva invaso il corpo della ragazza dinanzi ai miei occhi.
Io avevo avuto un’ispirazione, fuori dalla finestra. Il mio sguardo l’aveva seguita entrare all’interno dell’aula come fosse un flusso d’aria, il flusso era stato assorbito dal volto di Sarah Moretti. L’ispirazione adesso era dentro di lei, in lei risiedeva, era uscita dal nulla del mio inconscio ed io l’avevo catturata, ma non ero riuscito a portarla alla coscienza, lei mi era sfuggita, si era rintanata in Sarah ed io avrei dovuto aspettare che facesse di nuovo capolino, prima di farla mia.
“Quindi Montale è un pessimista?” Sarah, dopo aver tentennato, si propose per fornire una risposta.
Non le toglievo gli occhi di dosso, attendevo che l’ispirazione riemergesse dal folto dei suoi capelli, dal candore delle sue guance, o fuori dalle stesse labbra, confusa tra le parole, non mi sarebbe scappata un’altra volta, sapevo precisamente dov’era, racchiusa nella bellezza di quel giovane volto che sembrava stesse parlando a me, quando diceva:
“Montale ha una visione della vita pessimista, ma secondo me, a rendere il muro così difficile da scavalcare, non è il muro stesso. Cioè, non è insito nel muro, cioè insita, la difficoltà di superarlo, ma proprio nella visione pessimista di Montale”
La bellezza, l’ispirazione, non erano state nella scena che avevo visto. La mia visione le aveva attribuite al passero, al volto di Sarah, ero io che le avevo infuse lì dove i miei occhi avevano guardato. L’ispirazione era stata nei miei occhi, da loro era emersa, aveva tentato di rimanere impressa nella foto fuori dalla finestra, ma non v’era riuscita. Aveva cercato un altro soggetto ed aveva trovato un nido proprio dentro la ragazza.
Mi grattai una tempia, mi chiesi ‘E quindi?’ ma nessuna voce mi spiegò quale sarebbe stato il da farsi.

La Yamaha era immobile sul piedistallo, i suoi tasti bianchi e neri mi chiamavano gridando come non mai, dicevano “Non fare lo stupido, dài, lo sai che hai bisogno di noi, allora fallo adesso, lascia perdere quello stupido libro di matematica e mettiti a lavorare su di noi, posa le tue candide mani sulla nostra plastica ed estorcici le più belle note con cui puoi plasmare quell’ispirazione, metti il cuore proprio qui, accanto a noi e vediamo cosa succederà”
Così lanciai da una parte il libro di matematica e mi fiondai sullo sgabello tenendo le ginocchia sotto il piano ed allargando le braccia con le mani sospese sui tasti.
Aspettai un po’, prima di cominciare, cercai di rievocare la situazione che mi aveva ispirato, ricordai Sarah Moretti, ricordai quanto fosse stato dolce il tono della sua voce, i movimenti delle sue mani, l’emozione che le leggevo negli occhi durante l’interrogazione e senza neppure accorgermene, stavo già suonando.

SOPRA UN GIACIGLIO DI ROSE

Stretta nell’abbraccio caldo di un maglione,
sorridi, dal tuo angolo di mondo e ti appartieni.
Ed io non so che dire, farei solo confusione
se ti dicessi quello che ho sentito, lascia stare.

Non era nei miei piani, forse non lo crederai
di certo non sospetti ancora niente tra di noi
cercavo la mia musa in questo mare di persone
e adesso che ci sei forse è già meglio rinunciare.

Tu certo non lo sai cos’è l’amore,
sei solo di te stessa, per favore
fa finta che non sia successo niente a questo cuore
dimentica, dimentica, i miei sguardi e le parole,
cancella questa traccia, questo giovane dolore,
rilascia al nulla, presto! la mia ispirazione

Adesso il mondo è zitto e ferme son le cose
colpevoli di avere dato un senso nel parlare
alle mie orecchie, al cuore, fredde eran le rose
ti stenderei tra quelle ad osservarti riposare.

Tu non parlare neanche, ma continua a soffermarti
su quello che credevi certo fino a stamattina
non prendermi sul serio se non smetto di guardarti
un po’ di tempo aggiusterà le cose, ragazzina.


Tu certo non lo sai cos’è l’amore,
sei solo di te stessa, per favore
fa finta che non sia successo niente a questo cuore
dimentica, dimentica, i miei sguardi e le parole,
cancella questa traccia, questo giovane dolore,
rilascia al nulla, presto! la mia ispirazione.
Ritornerò a curarla solo,
come ho fatto in tutte
le mie ore.

Una canzone.
No, soltanto un testo su quattro note di merda.
Però bello.
Sì, magari qualche frase, qualche nota, adesso non è che potevo stare a chiedere chissaccheccosa al mio talento, era già tanto che, dopo tanto tempo, questo amorfo tentativo di comporre fosse arrivato a fine. Ed in più avrei potuto modificarla, sistemarla meglio, insomma, l’avevo scritta in dieci minuti. Magari un quarto d’ora. O forse un intero pomeriggio?
Ci pensai, nel frattempo mi sdraiai sul letto, chiusi i miei occhi.
L’immagine di Sarah si stagliò nel buio della mia mente. Lei non c’entrava niente con il mio amore, l’avevo soltanto vista bella, quella mattina, ma era stata la mia ispirazione a donarle bellezza, erano stati i miei occhi a volere che fosse così, erano la prima cosa che avevano visto dopo l’idillio fuori dalla finestra.
Però chi l’avrebbe pensato mai? Mi venne da ridere a pensare che faccia avrebbe fatto, se avesse saputo che, senza che provassimo niente l’uno per l’altro, le avevo dedicato una canzone. Immaginai le sue labbra spalancarsi in una O di meraviglia ed i suoi occhi ingigantirsi per la sorpresa.
“Oh mio dio” avrebbe detto “possono succedere queste cose?”
Nel frattempo che ci riflettevo su, il materasso mi parve più morbido. Sorrisi, per come mi sentivo, quella non era più la mia stanza e quello non era il mio letto, io avevo imbrigliato la mia ispirazione ed ora rilassavo le mie membra in vetta ad una serenità suprema, disteso
sopra un giaciglio di rose.



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