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Skizzando nel vento 6: Saranno state queste stelle

di Stefano Saccinto
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Pubblicato il 01/09/2008 17:28:55

6
Saranno state queste stelle oscene
(Io sono morto ma non c’è nulla di cui preoccuparsi)



DICEMBRE DEI PRIMI SOGNI

Pedala, pedala, non smettere di pedalare, devi fare presto per favore.
Va bene, pedalo, pedalo e non mi fermo.
Le luci della città mi sembravano riflettori che mi inseguivano alla velocità di sessanta chilometri orari mentre andavo avanti a slalom tra la gente, con la mia bici d’oro tutta striata di acqua e fanghiglia.
Faceva un freddo bestia, come d’altronde doveva essere all’inizio di dicembre quando maglie dolcevita, giacconi, sciarpe e guanti di lana erano ormai stati sfossati dagli armadi.
Ancora due o tre slalom e sarei stato all’incrocio giusto.
La gente era fuori alle undici di sera con quel freddo assurdo, le macchine con i vetri bagnati ancora dall’ultima pioggia del pomeriggio, le insegne addobbate manco fosse Natale... ah già, c’eravamo quasi.
Allo Scorpion davano un film di quelli pallosi che giustamente in tutto il resto dell’Italia era uscito più o meno tre mesi prima e qui arrivava quando oramai gli attori erano già diventati icone di altri film successivi. Aspettare che un film arrivasse allo Scorpion era snervante, ti passava la voglia, ma tanto non ci andavo mai al cinema e tra parentesi non avrei avuto neanche i soldi per mezzo biglietto di seconda mano.
Schizzavo sulla strada bagnata come uno sciatore professionista che non deve preoccuparsi di sbagliare le curve perché tanto non finirà mai di faccia nella neve, in realtà non ero bravo come uno sciatore professionista, però dovevo necessariamente schizzare perché c’era mia nonna che stava male e non c’era nessuno che potesse darle retta, visto che i miei erano fuori paese a fare chissà cosa e non erano ancora tornati e mio nonno mi aveva chiamato un paio di minuti prima a casa e mi aveva detto di fare presto e sembrava che volesse piangere al telefono e ci mancava poco che avrei pianto anch’io che non sapevo neanche che cosa fosse capitato, a mia nonna.
Comunque quello era l’incrocio giusto, l’ho detto, bastava svoltare e poi sarebbe stata tutta discesa e non ci avrei neppure provato, a frenare, sarei arrivato dritto schiantato nella casa dei miei nonni spaccando la mia bici e fottendomi qualche arto, ma non avrei rallentato perché l’importante era fare presto e basta e vedevo già l’inizio della curva che si avvicinava ad una velocità animale, proprio lì, poco prima dell’insegna dello Smeraldo salaricevimentiviaCorsica e tutte le altre belle cose.
Un po’ di acqua saltata in aria quando inforcai la curva mi schizzò sul viso, sentii la ruota slittare leggermente, ma poi traslò di nuovo nella giusta traiettoria girando peggio di un ventilatore al massimo della potenza. Ridiedi potenza ai polpacci, accelerai ulteriormente la corsa col vento che mi spalancava le palpebre, avrei saltato gli incroci come un falco, operando un teletrasporto se fosse stato possibile, non mi sarei fermato per niente al mondo…
...una sgommata di quelle mai viste, quelle da filmare e vederle in Tv e poi rivederle e rivederle chiedendosi come fosse possibile, quale fosse il punto preciso in cui il miracolo dell’impatto evitato si fosse avverato, ma quando invocai il secondo miracolo, quello che disintegrasse il taglio del marciapiedi che scivolava a velocità folle sotto la mia ruota, mi resi conto di chiedere troppo.
Schiacciai il freno anteriore con tutte le mie forze, la ruota slittò verso destra togliendomi la bici dalla presa delle mani, il mio corpo prese quota e saettò dritto davanti, in un volo di una decina di metri, prima che il mio avambraccio atterrasse sul lucido del marciapiedi, scivolando ancora oltre e portando il mio busto a torcersi, fino ad accartocciarmi con le spalle contro il gradino di un portone. Quando, tratto un sospiro enorme, riaprii gli occhi, cercai di realizzare senza panico quello che mi era accaduto: ‘Io sono morto’ mi dissi ‘ma non c’è nulla di cui preoccuparsi’.
Mi rimisi in piedi lentamente, i jeans luridi e strappati sul ginocchio, il giubbotto completamente bagnato con l’avambraccio consumato. Tranne il ginocchio grattugiato, non mi sembrava che avessi qualcosa di rotto, anche se alla schiena pure avevo preso una bella botta.
Che paura, oh! ma guarda se questa rimbambita doveva tagliarmi la strada senza alcuna cura, avevo rischiato di spappolarmi contro il portone per non investirla, le avevo salvato la vita mettendo a rischio la mia, adesso come minimo se aveva buon senso me la doveva dare.
“Ma che cazzo...” le dissi avanzando verso di lei, nonostante la figura di merda e la gente tutto intorno che mi chiedeva se stessi bene “ce la guardi la strada ogni tanto, prima di attraversarla?” buttai lì cambiando direzione di colpo, quando un brivido mi aveva attraversato riportandomi alla mente che avevo avuto una bici, soltanto pochi attimi prima.
La raggiunsi, la ruota anteriore ancora girava. La ispezionai con le mani sui fianchi, si stava creando la calca tutto attorno, il lato che potevo guardare era a posto, ci girai attorno, la voltai dall’altro lato e vaffanculo, lo sapevo! Mi tirai un pugno su una coscia: la parte destra della forcella d’avanti e della staffa di dietro si erano quasi completamente sverniciate, le ruote sembravano sane, provai i freni senza rialzarla, mi inginocchiai a valutare la catena, le corone…
Mi tastai la schiena, rilasciando la bici in quella posizione da ci-è-mancato-poco-rialzami-per-favore, mi voltai ancora verso la ragazza, senza alzarmi.
“E tu allora? E’ quello il modo di fare una curva... mi hai fatto prendere un colpo, demente!” aveva pure il coraggio di replicare, questa povera deficiente.
“Vaffanculo, troia!” vomitai di getto.
Controllai per un attimo ancora la bici, cazzo, a parte i graffi non s’era fatta niente! l’agguantai per il telaio, rimettendomi in piedi e la lanciai da una parte, violentemente. Mi voltai stizzito verso la ragazza, caricai una serie di parolacce da far spaventare un regista porno, stavo per vomitarne la prima ondata, puntai un dito in direzione e sgonfiai pari pari il petto nel preciso istante in cui il suo viso fu abbastanza vicino da essere riconoscibile, le mie gambe cominciarono a tremare per la paura repressa, i muscoli del mio volto persero tutta la loro tensione come fosse acqua che scivola da un vetro.
Mi passai una mano sulla testa, chiudendo un attimo gli occhi.
“Oh, no, non puoi essere stata tu a farmi questo” ammisi, sconsolato, indicando la bici, nella sua nuova espressione da figlio-di-puttana-che-cazzo-te-la-prendi-con-me-adesso. Le avevo detto pure vaffanculo troia “Scusa, io… non ti avevo riconosciuta” quasi abbassai la testa, mi veniva da piangere per lo sconforto.
“Neanche io pensavo fossi tu. Che ci fai a quest’ora in bici?” ok, almeno non si era incazzata.
“Vado a fare un servizio urgente... Ti... ti sei fatta male?” cazzo di domanda.
“Barra, non ci siamo neanche sfiorati” ecco, appunto “Tu invece” quasi urlò e i suoi occhi mutarono espressione di colpo, forse ricordando il volo che avevo fatto, si piantò le dita di tutt’e due le mani sulla bocca “hai fatto un volo pazzesco, fammi vedere!”
Mi squadrò dalla testa ai piedi, avvicinandosi e soffermandosi sul ginocchio sanguinante.
“Ti fa male?” avvicinò un dito per valutare la ferita.
“No!” cazzo, quanto bruciava adesso che me ne rendevo conto, ritrassi la gamba.
“Devi mettere un po’ di ghiaccio” disse un tipo chiuso in un cappotto. Mi voltai verso di lui.
“Hai sbattuto la testa? Hai sbattuto la schiena, sì, ti ho visto, hai sbattuto la schiena, lasciati guardare” cercò di alzarmi la maglia in fretta.
“Sto bene” mi voltai per non lasciarmi toccare, ma tornò alla carica.
“Ti sei fatto male la schiena, ti ho visto, hai sbattuto contro quel gradino” indicò il gradino, agitata come se la cosa stesse ancora accadendo o come se fosse stata più grave, adesso che aveva scoperto che ero stato io a subire quella brutta caduta. Riuscì a dribblarmi, alzando la mia maglia “C’è un livido enorme qui, è impossibile che non ti faccia male” vederla preoccupata per me mi metteva in un dolce imbarazzo, ma le sue dita fredde sulla mia schiena furono troppo.
“Devi mettere un po’ di ghiaccio” mi voltai ancora verso il tipo chiuso nel cappotto.
“Ti ho detto che non mi fa male niente, sto bene” sorrisi, per rassicurarla. Anche lei però.
“E… il braccio, hai il giubbotto consumato” aveva notato perfettamente tutto, se non fosse che spogliarmi a centro strada in pieno dicembre era da masochisti, le avrei fatto ispezionare qualunque parte del mio corpo “Guarda, c’è un livido anche qui” disse, quasi stupita.
“Devi mettere un po’…”
“Ho capito, ma dove lo trovo un po’ di ghiaccio a centro strada?” il tipo chiuso nel cappotto girò i tacchi, ormai era rimasto l’unico a preoccuparsi di noi.
E quello che successe dopo, me lo ricordo ancora come se fosse successo pochi minuti fa.
Lei che tenta di sopprimere una risatina, ma non ci riesce, mentre inconsciamente mi ha accarezzato il braccio, adesso me lo tiene per il polso. Com’è bella quando sorride, vorrei vederla sempre così, un giorno forse glielo dirò.
“Quando ridi mi piaci, lo sai?” non così presto, stupido, speriamo non abbia frainteso.
“Grazie. Non sapevo fossi capace di dire qualcosa di dolce, ogni tanto” vabbé, non ha frainteso.
“Beh, sai com’è, avresti dovuto aspettartelo da me, sopratutto se poi...” meglio non continuare.
“Se poi?” ho detto meglio non continuare, sei sorda forse?
“Se... niente se, io non ho detto nessun se, dev’essere stato qualcuno che passava di qui” mi concede un altro piccolo sorriso, quasi quasi lascio perdere mia nonna e tutto il resto e l’accompagno a casa e poi le chiedo se mi fa vedere la sua collezione di monete antiche.
“Posso accompagnarti a casa e salire a vedere la tua collezione di monete antiche?” adesso mi manda a fare in culo.
“Ma io non ce l’ho una collezione di monete antiche” impossibile.
“Io sì, ce l’ho una collezione di monete antiche” bugiardo “vuoi venire a vederle a casa tua?”
“Senti, adesso non capisco più niente” continua a sorridere mentre parla, mi viene voglia di baciarla.
Mi avvicino velocemente, le poso una mano sulla guancia per tirarci via i capelli e le do un bacio sulla stessa guancia così veloce che quasi non sento il contatto della mie labbra contro la sua pelle.
La osservo un attimo, non se l’aspettava, logico, divento mezzo rosso, lei tutta rossa, inizio ad allontanarmi camminando all’indietro, la saluto con la mano, poi mi volto e risalgo sulla mia bici. Prima mi andarmene la osservo mentre gira la strada, pensierosa.
Forse per quel bacio?
Ma no, eppoi non mi piace neanche, Sarah Moretti.

La bici si impennò leggermente in avanti, quando schiacciai entrambi i freni per finire la mia corsa all’impazzata proprio sotto i tre gradini della casa dei miei nonni.
Cavalletto difettoso di merda, lasciai perdere la bici a terra e mi infilai in casa quasi spaccando la porta, se ci fosse stato qualcuno dietro, si sarebbe preso una bella botta.
Fumo dappertutto nella stanza, puzza di legno bruciato e odore tipico di una casa da anziani molto anziani e soprattutto ostinatamente soli, luce da l’importante-è-che-c’è, mia nonna sdraiata, pallida, quasi in coma sul suo lettone posto ad un angolo della grande stanza che poi era tutta la casa, mio nonno accanto al letto seduto su una sedia di legno, le teneva la mano. Sembrava essere al capezzale di sua moglie morente e sembrava esserci vicino anche lui, alla morte, a giudicare dalle palpebre calanti.
Rimossi immediatamente quell’immagine, per non farmi prendere dal panico, dovevo stare tranquillo, tranquillo, tranquillo, tranquillo, tranquillo...
“Che cazzo è successo?” mi sfondai quasi il cranio con una manata tra i capelli, osservando il fumo e iniziando a realizzare qualcosa, inconsciamente.
“Mi fa male la testa, mi fa male la testa, mi fa male la testa” vabbé, doveva essersi incantata, meglio chiedere al nonno.
“Com’è successo, così all’improvviso?” chiesi guardandolo dritto negli occhi.
“Gabrié, sono tornato alle nove dal bar e l’ho trovata che un altro poco e sveniva, gli ho chiesto ‘che c’è?’ e mi ha detto che gli faceva male la testa e mo ho chiamato a casa tua che non sapevo proprio cosa dovevo fare che non si regge neanche in piedi, che ti devo dire?” mi sapeva tanto che neanche lui ci stesse col cervello perché iniziò ad inclinarsi verso destra, lentamente, ma che cos’era, un’epidemia?
Tossii, guardai mia nonna, guardai il fumo che continuava ad uscire dalla maledetta stufa a legna, ma non la spegnevano mai?
“Da quant’è che la tenete accesa ’sta stufa qua?”
“Neh, da quando me ne sono andato” grazie per la precisione. “E quand’è che te ne sei andato?” chiesi ancora.
“Che potevano essere le cinque” rispose.
Mi venne un lampo di genio.
“Ommadonna, ma che cazzo s’è otturata la canna fumaria? Oddìo oddìo oddìo...” continuavo a dire mentre correvo a spalancare le porte della casa, poi mi avvicinai alla stufa, la aprii, ci guardai dentro e c’era un casino di legna che stava ancora bruciando.
Nella fretta di sistemare la faccenda, mi tirai su le maniche, ficcai la mano dentro la stufa e acchiappai un pezzo di legno bello grosso, poi lo lanciai fuori dalla porta e continuai così, tra una bestemmia e un urlo per il dolore, chissenefregava, per poco non ci restavano secchi, i due. Osservai le mie braccia annerite dalla fuliggine fino al gomito continuare quasi da sole a ficcarsi nella stufa e mi sembrava di non potermi fermare neanche se la carne delle mani mi si fosse sciolta, perché non avevo niente nella mente, solo quella stufa e quanto fumo aveva fatto, così mi ritrovai a bestemmiare ancora cinque minuti dopo aver gettato fuori l’ultimo pezzo di legno, girando come un ossesso per la casa e tenendomi le mani strette tra loro.
Non sapevo qual era quella che bruciava di più.
Mi lasciai andare su una sedia, mezzo nero di carbone e con le mani ancora fumanti, adesso che ero un po’ più lucido, mi resi conto che sarebbe bastato riempire un secchio d’acqua e lanciarlo nella stufa. Ma a volte sono proprio deficiente.

Le accarezzai la fronte e le diedi un bacio sulla guancia, anche se aveva già gli occhi chiusi e probabilmente non se ne era nemmeno accorta.
Io a mia nonna le volevo bene per davvero. Sarà perché era la madre di mia madre e dovevo volerle bene per forza, sarà perché mi faceva tanta tenerezza pensare che mezzo secolo e qualche decennio prima o giù di lì, aveva avuto più o meno la mia età e forse era anche carina e avrebbe potuto ispirarmi un po’ di musica, o sarà perché ricordavo ancora quando, da piccolo, mi teneva in braccio tutta la giornata e non smetteva di baciarmi perché ero l’unico nipote che abitava nel suo stesso paese, dato che tutti i miei zii stavano a Milano, a Napoli, a Firenze, uno persino a Monaco, in Germania.
Mi diede una tranquillità incredibile vederla finalmente riposare dopo un’altra mezz’ora di lamenti per il mal di testa e per il freddo che penetrava dalla porta aperta per permettere a tutto il fumo di uscire.
Telefonai a casa per vedere se mia madre fosse tornata “Ma’, c’è la nonna che si sente male e... no, niente di grave, però per questa notte io sto qui e... come? Sì, le fa male la testa... devi... no, devi solo dirmi dove stanno le medicine e che medicine... ah, sì, le gocce... ma dove... ehi, aspetta, quante devo dargliene... ti ho detto che non è niente di grave, volevo solo dirti che per questa notte sto qui... sì, nel cassetto del comodino... no, niente di grave ma quante gliene devo dare?... ho capito sì... Cristo! ti ho detto niente di grave, ti vuoi calmare o devo incazzarmi anch’io?... vabbé, sto calmo ciao, ci si vede domani, sì non preoccuparti più, buona notte”
Non ci credevo ancora che tutto si fosse risolto in un niente, la nonna smise d’improvviso di lamentarsi, l’aria era tornata respirabile e fresca, vabbé, facciamo fredda che forse è più corretto e il nonno si era cambiato e si era infilato sotto le coperte.
Per quella notte niente stufa, però almeno eravamo vivi, no?
Le baciai un’altra volta la guancia prima di spegnere la luce e mettermi a sedere al centro della stanza, al buio, per avere tutto sotto controllo.
Adesso mi sentivo veramente bene, avevo richiuso le porte della casa, avevo sistemato il fatto senza coinvolgere nessuno e, anche se le mani mi facevano ancora male ed anche se mi bruciava il ginocchio e cominciava a dolermi la schiena e persino l’avambraccio, non potevo dire di non essere ugualmente in uno stato di pace interiore da Nirvana. Il mio dolore aveva salvato la vita o quantomeno aveva evitato sofferenza a tre persone. Due molto importanti per me, l’altra…
Sarah.
Ci ripensai un attimo. Forse era per il fatto che l’avevo vista che adesso mi sentivo bene. Doveva essere per quella piccola certezza che se mi avesse visto mentre velocemente rischiavo di farmi un male atroce per liberare la casa dal fumo, sprezzante del dolore della legna bollente e poi quando serenamente baciavo le guance di mia nonna, avrebbe certamente cambiato idea su di me. E doveva essere anche perché sapevo che non avrebbe mai cambiato idea su di me, perché tanto non avrei mai avuto l’opportunità di dimostrarle che non ero soltanto uno stupido ignorante che voleva divertirsi il più possibile alle spalle dei più deboli. Lei non l’avrebbe mai saputo ma io lo sapevo, lei non mi avrebbe mai conosciuto e avrebbe creduto quello che voleva, di me.
Naaa.... facevo proprio dei pensieri da fesso quando ero solo, al buio.
Il fatto è che mi era passato per la testa come un lampo, che forse lei potesse ispirarmi ancora, che avrei potuto anche provare a comporre di nuovo qualcosa senza pretendere chissacché, soltanto pensando alle sue labbra quando avevano sorriso e poi riso e... e... a cosa volevo pensare se sì e no avevamo parlato due o tre volte?
Troppo distanti, troppo diversi, lei così amante dell’ordine e del rispetto delle regole, io così strafottente di tutto quanto tranne che della mia pianola, del mio pseudo-talento in fatto di musica. Non avevo mai preso niente sul serio, come pretendevo di essere preso sul serio proprio da lei, allora?
Sì, ma qui non si trattava di essere preso sul serio da nessuno, qui si trattava di comporre ed era l’unica cosa che mi importasse: a prendermi sul serio avrei dovuto pensarci io e basta, quindi che me ne fregava, ci avrei provato lo stesso a scrivere qualcosa senza pretese, no?

Rientrai in casa silenziosamente, cercando di fare il minor rumore possibile, convinto che bastasse tenermi la chitarra addosso come fosse un indumento, mi tirai dentro la bicicletta, calcolando gli spazi.
Richiusi la porta e, con i passi contati, mi avvicinai alla scala che portava sul terrazzo. Mi ci arrampicai e salii poggiandomi sul minor numero di pioli che scricchiolavano come fossero vivi e sofferenti. Mi tirai su quando ero arrivato all’ultimo, poi mi tirai via anche la chitarra e mi ritrovai di fronte alla porta del terrazzo.
La spalancai, contai centomila stelle di una notte decembrina e passai attraverso l’uscio prima di richiudermi la porta alle spalle.
Da qui vedevo la casa che avevo appena lasciato, quella appena fuori città dove tenevo la mia chitarra e dove avevo riverniciato la bici. Ci ero andato a quell’ora assurda della notte per prendere la chitarra, rischiando di essere sparato dal guardiano notturno, se mi avesse visto. Dalla casa di mia nonna c’era poca strada da fare per raggiungerla e, anche se avrei preferito avere lì la mia pianola, mi sarei dovuto accontentare di fallire l’ennesimo tentativo di domare la mia chitarra.
L’unica sedia che i miei nonni tenevano lassù, divenne la mia quando divaricai le gambe per trovare la posizione più comoda che mi permettesse di tenermi in braccio la cassa armonica.
Nel sedermi, sfiorai due corde con le dita e ne partì un suono echeggiante nel freddo della notte. Pensai che ero proprio un coglione, a starmene su una terrazza esposta al venticello già invernale di una notte di dicembre, quando a dieci chilometri più a nord aveva nevicato per tutto il tempo che lì aveva piovuto.
Io, per di più, con la mia chitarra, ci avevo litigato già da un po’, perché ci avevo provato tante di quelle volte a comporre qualcosa che solo ripensandoci, avevo speso forse più tempo a suonare, anzi, a tentare di suonare, che a dormire la notte.
Io con la mia chitarra ci avevo litigato perché non ero mai stato un tipo fatto per lei, come se fosse troppo, come dire? distante, per me, esattamente come... come Sarah ecco!
Sembrava piuttosto lontana migliaia di chilometri dall’essere uno strumento umano o terrestre. Sembrava essere lo strumento degli angeli caduto dal cielo proprio nella mia vita, fra le mie braccia, trovata da mio nonno come fosse un pezzo di meteora e affidata alle mani di questo povero bambino umano che non sarebbe stato assolutamente in grado di suonarla. Mai.
E quella notte invece, sul finire dell’autunno del mio quindicesimo anno di vita, mi era tornata tra le braccia per cause di forza maggiore e già sapevo a cosa sarei andato incontro, ma lo stesso decisi che potevo darmi una nuova opportunità perché mi aveva preso qualcosa per davvero, proprio al centro del petto, quasi una sensazione nuova di quelle che non avevo mai provato nella vita, di quelle che vengono una volta sola e mi dissi che una notte come quella, con quello che sentivo, non doveva andare sprecata.
Chiusi gli occhi al primo vento di ispirazione e mi lasciai trasportare, cominciando ad inseguirla, in tiepide acque di quelle dolci dolci che sembrano cullarti e farti dimenticare tutto quello che ti sta attorno. Mi strinsi più forte alla mia chitarra, brillò nei miei occhi più vivida la mia scintillante illuminazione, immergendosi nella galassia di sensazioni di una fredda notte stellata che arrivava da lontano, come animata da note di un altro pianeta che non potevano non essere amate con l’anima nuda, anche se uno poi è diverso da quando aveva dodici anni ed era più piccolo e perciò era giusto che fosse un mezzo fesso innamorato, anche se poi in fondo me ne sarei vergognato a raccontarlo in giro, che quella notte era per me l’equivalente delle notti immense del Battello Ebbro di Rimbaud, una di quelle notti in cui dormire sarebbe stato come essere morti da sempre.
Forme che si ingrandivano e rimpicciolivano ad una velocità supersonica apparvero alla mente, senza scatti, così, fluide e continue, ma comunque indefinibili, comunque semplicemente percettibili nel buio della mia visione, comunque intangibili e lontane come quella musica che da lontano mi stava ispirando.
Sorrisi senza aprire gli occhi, sorrisi di quelle strane forme e della mia mente che non riusciva a bloccarle in un’immagine fissa, che non riusciva a catturarle nella loro giusta grandezza ed ogni volta mancava il momento opportuno lasciando che tornassero ad ingrandirsi e ad assottigliarsi magrissime, con un ritmo diverso ognuna dall’altra, finché divenne impossibile bloccarle e rimasi lì ad osservarle, come un bambino incantato dai fuori d’artificio, dondolando nelle mie sensazioni e senza innervosirmi del fatto che nessuna fosse definita, ma gustandomi l’incertezza delle mie forme e delle mie emozioni, prendendola come un fase di transizione della stessa ispirazione che, volteggiando, si stava ancora realizzando.
Lentamente tornarono a svanire tutte le ombre nella mia mente, tornarono a depositarsi nel mio inconscio, come se avessero capito che quella non era la loro volta, che ci sarebbe stato tempo da dedicare ad ognuna di esse, ma che ora potevo occuparmi di una sola, quella che abbandonarono solitaria nel buio, a cambiare dimensione sempre meno velocemente e definendosi sempre più, mi parvero due labbra all’inizio, due labbra di ragazza, ma quando finalmente l’immagine mi fu di fronte, immobile e delineata, scoprii che non erano solo due labbra, ma era un intero sorriso, il sorriso che volevo vedere, cornice di denti bianchi e di una morbida lingua, sotto le due labbra increspate e contrastanti, per il loro colore, col buio della gola.
Le dita si mossero piano sulle corde della mia chitarra, mi facevano ancora male i polpastrelli, ma non contava più quello, perché finalmente la musica lontana che avevo ascoltato, sgattaiolò fuori dalle stesse corde riempiendomi di quelle labbra e di tutte le sensazioni che mi avevano provocato.
Stavo già scrivendo quella che era la mia prima canzone vera su chitarra e la stavo scrivendo per la ragazza che col suo sorriso e con i suoi fousons fucsia che erano perfettamente in tinta con le sue labbra, era stata capace di trovarmi, nel guscio in cui me ne stavo racchiuso e cominciai a sospettare che forse sarebbe stata la ragazza che cercavo da quando avevo iniziato a suonare anche se (lo giuro) non me ne ero reso conto fino a quel momento.


SARANNO STATE QUESTE STELLE OSCENE

Strofa 1
Lasciamo stare, dàì, stanotte
è un’altra cosa e poi domani forse
avrò dimenticato i miei pensieri
e farai parte di un assurdo ieri.

Strofa 2
E’ che non lo so cosa mi ha preso,
innamorarmi di un sorriso, posso?
Saranno state queste stelle oscene
per quanto sono belle da quassù.

Ritornello
Cosa vuol dire allora se da un po’
sorridi senza alcun motivo, a volte?
Mi fa sentire stupido, (ci credi?)
però, anche un po’ forse... mi piace
se dici che anche tu ogni tanto poi
ami fermarti un attimo a pensarci [x2]

Strofa 3
Non sto cercando di rivelarti qualcosa, no,
non cerco di svelarlo a me neppure.
Fosse per me, starei, stanne sicura,
lontano come credo che tu voglia,
ma sorridi...

Strofa 4
...diciamo quel che mi concedo è: forse
m’inebetisce il tuo sorriso e credi
che un gioco non sia fatto per far male
per me quel gioco ha un senso, adesso che
se è un gioco io non voglio più giocare.

Ritornello
Cosa vuol dire allora se da un po’
sorridi senza alcun motivo, a volte?
Mi fa sentire stupido, (ci credi?)
però, anche un po’ forse... mi piace
se dici che anche tu ogni tanto poi
ami fermarti un attimo a pensarci [x2]

... silenzio... una mano battuta sulla cassa della chitarra...
...ancora silenzio... il mio sorriso nel buio come fosse consapevolezza.
Una canzone.
Questa sì, senza più dubbi.
Mi accarezzai la testa, improvvisamente mi resi conto del freddo che premeva tutto intorno, ero stato tutto il tempo da solo di fronte alla notte, vicino al cielo come mi sembrava di non essere stato mai.
Mi alzai, abbracciando la chitarra, raggiunsi la porta, mi voltai ad osservare la sedia al centro della terrazza e mi sembrava di vedermi ancora, seduto a vivere la più bella notte della mia vita.
Soltanto adesso che l’avevo varcata da soglia a soglia, decretai “è giusto e sacro che io vada a dormire”


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