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Il coraggio di volersi bene 16

di Amelia Parisi
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Pubblicato il 11/02/2017 17:30:32

 

 

Pubblico nuovamente il mio romanzo a puntate di cui avevo già presentato la prima bozza sei mesi fa. Il testo è stato revisionato, corretto, sono stati aggiunte nuove vicende e riflessioni. La storia è reale ( la mia vita all'interno della cornice familiare) pertanto nomi di persone e luoghi sono stati modificati. Ogni omonimia è puramente casuale. Il racconto tratta di violenza psicologica, mobbing familiare e altre tematiche disturbanti e scabrose, se ne consiglia pertanto la lettura ad un pubblico di adeguata apertura mentale e capacità di comprensione.  Il romanzo completo è stato pubblicato come blog all'indirizzo:

ilcoraggiodivolersibene.blogspot.com.

 

 

 

 

 

Capitolo XLV

 

Avevo raggiunto i quarantacinque anni d’età, non avevo più una somma sufficiente a finanziare un serio progetto per mettere a posto la mia vita, mi trovavo nella depressione più nera e dopo quanto mi era successo alle gambe, mi sentivo anche in uno stato di forte fragilità fisica.  Sembrava si fosse concretizzato quel senso di inferiorità e inabilità costituzionale che mi era sempre stato attribuito in famiglia per via della mia appartenenza ad una razza inferiore, che come tale era predestinata  alla sconfitta e all’insuccesso. Io ero debole fisicamente e mentalmente, debole e incapace di fare alcunchè, non sapevo prendere le decisioni opportune per la mia esistenza e in ogni caso non sapevo realizzarle. Se provavo a muovermi e ad essere  dinamica e impegnata come tutti gli altri, cadevo in pezzi. 

Nel mondo non c'era spazio per me, non avevo diritto a vivere, ero davvero un'intrusa e tutto quanto mi era successo lo confermava senza alcun dubbio. Nessuno mi aveva amato, nessuno sentiva la mia mancanza, nessuno aveva preso a cuore le mie difficoltà e persino i miei genitori mi avevano dichiarato in modo esplicito che la mia presenza su questo pianeta poteva essere ammessa solo finchè avessi acconsentito ad essere usata come un oggetto a disposizione degli altrui desideri. Oltre a ciò non c'era nessuna possibilità di esistere.

Non potevo capacitarmi che le cose stessero così. Mi sentivo sul collo il respiro della morte e cercavo disperatamente una via d'uscita. Mi dicevo: "Non può essere così terribile, deve esserci una soluzione, non è possibile che sia tutto finito." Le mie giornate erano vuote e io non parlavo mai con nessuno, non avevo la possibilità di confidarmi o chiedere qualche consiglio. Quella terapia che avevo intrapreso con la psicologa nella città vicina era finita presto a causa della mia impossibilità a spostarmi. In quello stato di profonda disperazione ne cercai un'altra e un'altra e un'altra, imbattendomi in ciarlatani, cantastorie e imbonitori d’ogni sorta. Sognavo un rimedio magico ma forse avevo semplicemente un intenso desiderio di parlare con qualcuno ed ero anche disposta a pagare pur di averne la possibilità.

Una psicologa che veniva da Roma a fare sedute saltuarie a Zenobia, prometteva di usare l’EMDR, una favolosa tecnica di condizionamento neurologico che avrebbe dovuto modificare gli schemi mentali disfunzionali, ma a me sembrò che  la utilizzasse molto male e dava l’impressione di averla appresa seguendo un tutorial su you-tube piuttosto che con gli appositi corsi di formazione. Mi prescrisse inoltre una potentissima tecnica di visualizzazione che avrebbe dovuto risolvere tutti i miei conflitti familiari e farmi addirittura riconciliare con mia madre, e quando, dopo aver eseguito il rituale, le dissi di non aver avuto alcun risultato, si mostrò sorpresa e quasi scandalizzata: "Non è possibile, guarda che questo funziona sempre, io con altre persone ho avuto risultati strepitosi, tu sei la prima  che mi dice che non ha funzionato." Poi scuoteva la testa e diceva che era colpa mia, che non ci mettevo abbastanza impegno e buona volontà.

Un’altra psicologa mi ordinò di prendere a pugni dei cuscini che stavano nel suo studio, al fine di scaricare la rabbia che avevo per mia madre. Io mi rifiutai perché mi sembrava una cosa veramente stupida e protestai dicendo: "Ma che senso ha, io so benissimo che questi sono solo dei cuscini e picchiarli non avrà nessun effetto su mia madre e anche se avessi un modo per farla soffrire fisicamente o emotivamente non mi fa né caldo né freddo, tanto non ci guadagno niente e non è che se io la picchio per incanto mi si risolve la vita."

Anche questa tizia mi disse che non avevo buona volontà e non mi impegnavo nella terapia. Feci allora un corso di meditazione e disegno di mandala che servivano per la centratura e l’equilibrio interiore, ma lì capitò la spiacevole circostanza che non riuscivo mai a finire in tempo il mio disegno, a causa della mia solita lentezza nel fare le cose e difficoltà a concentrarmi sui compiti pratici. Purtroppo gli altri partecipanti interpretarono la mia difficoltà come pigrizia e disinteresse e questo mi fece molto male al punto che pagai il mio ingenuo e malriuscito tentativo di far accettare i miei difetti con una brutta crisi di disturbi psicosomatici. Infine mi buttai nella new age, cercai di prendere la cosa dal lato energetico-spirituale e mi sottoposi a delle sedute che avrebbero dovuto riaprire i miei chakra, che evidentemente erano molto chiusi e non lasciavano scorrere l’energia. Dopo dieci trattamenti con olii essenziali e un particolare rituale di formule magiche mi ritrovai i chakra esattamente nella stessa condizione di chiusura e, manco a dirlo, era ancora una volta colpa mia che non consentivo al trattamento di funzionare.

Spesi in quel modo un altro bel po’ di soldi e mi ritrovai, all’inizio dell’anno 2014, che sul mio conto erano rimasti solo 10.000 euro. Ero esausta e vagavo nel nulla, sapendo che ormai non c'era più nessuna ragionevole speranza di salvezza. Sentivo di essere arrivata alla fine.

Io ho sempre desiderato guarire, cambiare vita, trovare la mia strada verso un'esistenza sufficientemente normale, e credo di aver fatto del mio meglio per raggiungere il risultato. Gli ostacoli che mi sono trovata di fronte erano troppo grandi perché riuscissi a farcela con le mie sole forze e non ho mai trovato l'aiuto che cercavo e di cui avevo bisogno. Mi portavo dentro dei traumi irrisolti, le ferite delle violenze subìte in famiglia e una base di disturbo autistico che di per sé è già fortemente invalidante. Bene, sono disturbi psicologici dai quali, in teoria, con una buona terapia ne può venir fuori e infatti per tutta la vita mi sono sbattuta tra decine di psicologi cercando disperatamente chi potesse aiutarmi. Non sapevo ancora che i medici davvero capaci e competenti sono pochissimi, costano tantissimo e si trovano quasi tutti al centro-nord, quindi irraggiungibili per un paziente che vive al sud. Ma lasciamo stare gli strizzacervelli. Credo che il mio problema più drammatico fosse l'immensa solitudine in cui vivevo da sempre. Non c'era mai stata una sola persona che mi avesse davvero amato, che si fosse sinceramente preoccupata per me, che fosse attivamente intervenuta nella mia vita per aiutarmi. E io non potevo farcela da sola. Quando ho preso i soldi della vendita e mi sono trovata di fronte a tutti quei problemi io ero assolutamente sola. Se avessi avuto qualcuno con cui parlare, consigliarmi, qualcuno a cui chiedere aiuto fosse pure per farsi accompagnare alle visite e alle terapie invece di spendere un'enormità di soldi per il taxi, forse l'esito di quelle difficoltà non sarebbe stato così grave, forse sarei riuscita a trovare un modo di cavarmela, di limitare i danni, di creare delle opportunità o di individuare una via d'uscita. La peggiore delle mie disgrazie era proprio l'assoluta solitudine, che nessuna somma di denaro sarebbe mai riuscita a compensare. Era stata quella la mia condanna a morte. 

Mentre mi trovavo in quello stato di totale sconforto, all’improvviso ricevetti da mio fratello una telefonata in cui mi diceva che mia madre, come si poteva facilmente prevedere per la sua cattiva amministrazione e le sue mani bucate, era di nuovo nei guai col bilancio dei soldi e, non possedendo più case in buono stato aveva deciso di mettere in vendita una parte dei ruderi che una volta erano stati la favolosa proprietà di don Carlo. Siccome anche mio fratello, da degno figlio di sua madre, conduceva come lei una vita al di sopra del propri mezzi, e si trovava dunque ugualmente in difficoltà, si era messo in mezzo alla faccenda, convincendola a dividere il ricavato della vendita  in famiglia. Mi disse senza mezzi termini: "C’è bisogno di qualcuno che si occupi della cosa, preparare planimetrie, mettere annunci, contattare le agenzie, accompagnare per le visite e seguire tutta la parte burocratica. Se lo farai tu, la tua parte sarà di 25.000 euro."

Credetti che la vicenda potesse costituire per me una possibilità, un appiglio a cui aggrapparmi. Ancora una volta mi convinsi che se avessi avuto un po’ di soldi e di tempo per restare in vita, ci sarebbe stato spazio per quel miracolo che avevo sempre atteso invano. Era solo un'azione stupida e insensata, giunta ormai a quel punto della mia vita e in quelle condizioni, ma l'istinto di sopravvivenza finisce sempre col prevalere su ogni ragionevolezza e porta a fare le cose più inutili e patetiche.

 

Accettai dunque di occuparmene, nonostante mi trovassi in condizioni psicologiche devastanti e fu uno sforzo sovrumano  impegnarmi nella cosa, anche perché dovetti necessariamente riprendere i contatti con mia madre. Con difficoltà inenarrabili si trovò infine un compratore con il quale ci fu una lunga e snervante trattativa che per me fu una vera tortura, sempre per via dei miei problemi a relazionarmi con gli altri. Dovevo fingere sicurezza e disinvoltura quando dentro di me ero letteralmente a pezzi e tutto era ridotto in cenere. Mi facevo coraggio ripetendomi: "Devo resistere ancora un po' dopodichè potrò riposarmi, riprenderò le forze e ricomincerò a lottare per salvarmi, troverò la mia strada, sono sicura che c'è un modo per uscire da qui e stavolta ci riuscirò, potrò restare viva ancora per un paio d'anni e ancora tutto può succedere."

Quando finalmente la vendita sembrava ormai essere andata in porto, ci fu un sorprendente colpo di scena: il compratore si ritirò dall’affare perché aveva fatto dei controlli e aveva scoperto che la proprietà era sotto esproprio. Caddi completamente dalle nuvole e andai personalmente a verificare la vicenda nell’apposito ufficio del Comune perché non potevo proprio crederci. Fu precisamente allora che scoprii che i miei nonni avevano ingannato mia madre con la promessa di un’eredità che di fatto non esisteva e mia madre aveva fatto lo stesso con me. Capii finalmente come e perché c’era stata quella terribile crisi nella mia famiglia, perché mio padre era diventato nevrotico e mia madre schizofrenica e tutte le conseguenze della cosa, che fino a quel momento era stata un mistero inspiegabile. Con quarant’anni di ritardo e per via di circostanze casuali, ero dunque venuta a conoscere quelle verità che mi erano state sempre nascoste, e capii anche che l’aspetto più dannoso di tutta la vicenda, era stato proprio il fatto di averle trasformate in segreti di cui non si poteva parlare. Ma il vaso era stato rotto da troppo tempo, i frammenti erano andati perduti e non era più possibile ripararlo.

 

Era arrivata la primavera e mi restavano pochi mesi di vita. Mi comportavo come se non stesse accadendo nulla, come se la cosa non mi riguardasse neanche e sapevo che non potevo fare altrimenti.

Avevo spento ogni sentimento, ogni emozione, l'unico modo di non sentire il dolore e la disperazione era anestetizzarsi completamente. Mi resi conto che diventare un robot, un burattino, un essere meccanico senza affetti, era la sola possibilità di restare vivi quando tutto intorno a te ti porta a morire. Capivo perfettamente perché i miei genitori erano stati dei robot e perché mi avevano spinto ad esserlo. Tutti i Parisi si trasmettevano l'uno con l'altro quello che avevano appreso sull'esistenza, non disponendo di mezzi adeguati per fronteggiare le avversità se ne difendevano diventando insensibili e vivevano nel mondo per semplice forza d'inerzia.

 

Nel frattempo, dal momento che quella vendita era saltata, mio fratello aveva ideato un piano alternativo per risolvere i suoi guai, cioè decise di vendere la sua casa, che era quella in cui io abitavo come suo inquilino pagandogli l’affitto da alcuni anni. Per farlo aveva però bisogno che acconsentissi alle visite, inoltre per contratto sarei potuta restare lì altri due anni e c’era bisogno di liberarla prima, mi propose quindi che se ci fossimo accordati, lui mi avrebbe dato 40.000 euro dalla vendita, perché, visto che la casa che  aveva ricevuto in donazione valeva di più di quella che avevo avuto io, promise di rimborsarmi subito la differenza. Accettai le sue condizioni e ancora una volta cascai nell’inghippo illudendomi che mi restava qualche possibilità di cavarmela.

L'istinto di sopravvivenza porta spesso a compiere gesti patetici e ad accettare i compromessi più miserabili. A quel punto non credo che avessi ancora voglia di vivere, mi era però rimasta la paura di morire.

Dovetti quindi sopportare una lunga processione di visite e fu per me una cosa davvero logorante perché la mia casa è il mio rifugio dal mondo, il posto in cui nessuno deve entrare, l’unico luogo in cui posso essere sicura di potermi nascondere e celare agli altri la mia esistenza.

Avevo ripreso negli ultimi anni l’abitudine di stare nascosta il più possibile e di evitare qualsiasi occasione che potesse rivelare la mia presenza. Mi vergognavo troppo della mia condizione di fallimento e inferiorità e quando in qualche modo dovevo per forza uscire cercavo sempre di camuffarmi per rendermi invisibile. Non era certo una novità nella mia vita, ma era comunque una condizione molto dolorosa.

Fu perciò una situazione umiliante e frustrante ritrovarmi intorno tutte quelle persone spensierate, allegre ed entusiaste, per lo più giovani coppie che stavano per comprare una casa propria in cui vivere sereni dopo essersi sposati. Sposarsi, comprare casa, mettere su una famiglia: cose semplici, ordinarie, persino ovvie e banali, che per me erano privilegi irraggiungibili e che non sarebbero mai entrati nella mia vita. Ormai io non ci penso neanche più, ho imparato a non farmi illusioni, ma quella gente che veniva in casa sembrava sbattermi in faccia tutta la miseria della mia condizione. Era come se mi dicessero: guarda, queste sono tutte le cose che tu non potrai mai avere. Essere costretta a guardare le vite degli altri, quelle vite normali che ai miei occhi erano meravigliose e irraggiungibili, era per me una tortura insopportabile.

A metà novembre avevo completamente finito i miei soldi, mi erano rimasti solo due euro in tasca e un po’ di provviste nel frigo e nella dispensa.

Mio fratello mi telefonò dicendo che c’era un compratore ma voleva la casa libera in due mesi. Pensai che era  impossibile, non ce l’avrei mai fatta in così poco tempo e da sola a trovare una casa e organizzare il trasloco, pertanto rifiutai l’offerta.

Dissi che non m’interessavano i soldi, che potevo anche rinunciarci e gli assicurai che comunque entro poco tempo le cose si sarebbero risolte. Ero esausta e stremata, volevo solo morire in pace e serenamente nella mia casa, con le mie piante dai fiori viola sui balconi, la campagna e le colline che conoscevo a memoria, il profilo della montagna sul lato ovest, il cielo che entrava da tutte le finestre, la voce del vento che mi teneva compagnia soffiando perennemente negli infissi che non si chiudevano bene, i miei disegni alle pareti, gli appendini a forma di cuore attaccati ai lampadari di carta di riso, gli uccellini che venivano a prendere il mangime che lasciavo sul balcone, il rumore della pioggia, il silenzio assoluto che c’era di notte.

In tutti i venti anni in cui avevo vissuto lì, in quei vent'anni di vita fatti di solitudine, amarezza, umiliazioni e fallimenti, l'unico sollievo e consolazione di cui avevo potuto usufruire era stato il contatto con la natura, soprattutto con il cielo. Conoscevo il punto esatto in cui il sole sorgeva e tramontava sulla linea dell'orizzonte in qualsiasi giorno dell'anno, seguivo la vita degli alberi dei dintorni nelle varie stagioni e sapevo con precisione quando mettevano le prime gemme, quando fiorivano e quando iniziavano a perdere le foglie, restavo delle intere ore a guardare la luna distesa sul pavimento del balcone, rapita in una sorta di trance. Sempre stando distesa sul balcone, avevo l'abitudine di prendere il sole almeno un'ora al giorno tutte le volte che mi era possibile, persino in pieno inverno. Potevo stare un tempo infinito ad osservare incantata tutte le sfumature di luce e i cambiamenti di forma delle nuvole. Sembra che questi comportamenti siano tipici delle persone autistiche e degli Asperger, e per me il sole, la luna, il cielo, le stelle, le nuvole e il vento, erano degli amici reali che mi facevano compagnia e a cui volevo bene, e mi sentivo tranquilla perché con loro non avevo mai nulla da temere e nulla da nascondere. 

 

Nel giro di 15/20 giorni sarei morta di fame, la casa sarebbe stata subito libera e mio fratello avrebbe risparmiato la bellezza di 40.000 euro.

Rifiutando l’offerta gli stavo dunque facendo un favore.

Ma lui non capì. Eppure erano già un paio di mesi che non gli pagavo l’affitto e gli avevo anche detto che mi restava poco persino per mangiare, tuttavia non mi aveva creduto. Lui e mia madre si erano convinti che avessi un amante segreto che mi manteneva e con il quale in realtà sarei potuta andare a vivere in qualsiasi momento, perciò i problemi di cui parlavo non erano reali ma erano tutte balle che mi inventavo per poter spillare soldi. Non c'era nessuna speranza che solo per un attimo fossero riusciti a vedermi per quello che realmente ero, con le mie difficoltà e le mie sofferenze.

Non si sono mai fatti scrupoli a farmi del male perché pensavano: "Ma sì, in fondo quello che le facciamo è cosa da niente, se la caverà, è furba, ci sa fare, ha le sue risorse, si dovrà adattare come abbiamo fatto noi."

Mia madre si era adattata e se l’era cavata, mio fratello si era adattato e se l’era cavata, se io non ce l’avessi fatta sarebbe stata solo colpa mia, voleva dire che ero troppo debole e non ero tagliata per le difficoltà della vita. Seppure fossi morta per il male che mi avevano fatto, in fondo sarebbe stata una cosa naturale, è questo il modo in cui funziona il mondo, i deboli soccombono alle avversità e non c’è nulla di che meravigliarsi.

 

Molti anni prima mio padre aveva detto: lasciamo fare alla natura, se la bambina è forte guarirà da sola, se è debole, la natura sa cosa fare.

Ognuno è solo e ognuno deve cavarsela da sé, il male che ti fanno gli altri è in fin dei conti una prova per vedere se si è abbastanza forti da meritare di vivere, una specie di obbligatoria iniziazione per essere accettati nel consorzio umano. Quelli che non superano la prova di resistenza al male sono troppo deboli per vivere e devono essere eliminati perché rallentano l’evoluzione e il progresso dell’umanità, e non c’è neanche bisogno di ucciderli, perché basteranno poche circostanze avverse a fare pulizia del marciume. Nessuno si ferma ad aiutare chi sta male ed essere deboli, feriti o malati è la peggiore disgrazia che possa capitare perché si è di fatto condannati a morire.

Chi non sa difendersi da sé, chi non sa combattere, chi non è pronto a ferire, mentire, imbrogliare, o persino uccidere per il proprio tornaconto non ha diritto all'esistenza e merita di avere ogni sorta di disgrazia.

E così mio fratello non capì, o meglio, pensò che il male che mi faceva non era affar suo, ma si trattava appunto di semplici e normali regole sociali di competizione per la vita, tutto sommato necessarie a provare le mie capacità di adattamento.

Iniziò a minacciarmi e a ricattarmi con una ferocia crudele e disumana. Disse che mi avrebbe scatenato contro il drappello di spietati avvocati di mia madre, che sarebbe venuto di persona ad uccidermi con le sue mani, e naturalmente stava già preparando tutti i documenti e le prove per dimostrare che ero schizofrenica e farmi internare. Mi avrebbe cacciato da quella casa a qualunque costo e in qualunque modo.

Passai una settimana d’inferno. Non dormivo, non riuscivo a mangiare e quasi non riuscivo nemmeno a respirare, mi sentivo fisicamente lacerata dal dolore, lo stomaco mi faceva talmente male che mi aspettavo di sputare sangue da un momento all’altro.

Sembra incredibile, ma con tutto ciò che era successo durante decenni di vita in cui mi aveva fatto tutto il male possibile, e per quanto conoscessi alla perfezione il suo spietato cinismo, non sapevo farmi una ragione di come mi trattava.

Incurante di tutte le mie difficoltà che conosceva da tempo e fregandosene altamente di tutti i problemi che mi sarebbero cascati addosso nel dover fare, da sola e nel mio stato di disagio, un trasloco in soli due mesi, mi aveva venduta al primo compratore che si era presentato, senza scomodarsi a fare la minima contrattazione, senza sentire il dovere di prendere le mie parti e difendermi.

I soldi e il potere, erano le uniche cose che contavano nella nostra famiglia.

Immagino che abbia detto al compratore: "Non preoccupatevi, l’inquilino non darà problemi, so io cosa fare. E’ una povera pazza, è sola, non ha soldi, non ha nessuno, non può difendersi, ci penso io a sbatterla fuori subito, voi non dovrete occuparvi di niente."

Mi convinsi infine che dopotutto avevano ragione loro, avevano sempre avuto ragione loro: io ero la figlia venuta male, quella difettosa, quella ritardata, quella di qualità inferiore, e se queste cose non le avevo capite prima era appunto perché appartenevo a una razza debole e mal riuscita, come potevo dunque sperare di cavarmela nella vita?

Secondo le regole del mondo ideale, le persone della mia famiglia avrebbero dovuto volermi bene, proteggermi, aiutarmi. Ma il pianeta terra non è il mondo ideale,  nessuno può costringere qualcuno a volergli bene, né a migliorare o a vedere le cose diversamente. Le persone sono come sono e fanno quello che fanno. Punto.

Ognuno per le sue mille diverse ragioni, ognuno per i suoi mille svariati motivi, che ci resteranno per sempre incomprensibili perché non potremo mai capire cosa sente o cosa pensa l’altro. Noi possiamo solo scegliere di andarcene o di restare e io sono rimasta semplicemente perché non avevo nessun altro posto e nessun’altra persona.

 

Nella complicata equazione che ha rappresentato la mia vita, c'era un solo fattore che potevo cambiare: me stessa. Solo così avrei potuto avere un risultato diverso, ma siccome non potevo cambiare io, allora dovevo fare in modo che cambiassero loro, e non c’è niente di più sbagliato che pretendere di cambiare il mondo, se non sai cambiare nemmeno te stesso.

La mia sconfitta era così assoluta che volevo solo restarmene in pace a morire serenamente, e sapevo che quei 40.000 euro che mi erano stati promessi non mi sarebbero serviti a nulla. Nessuna cifra avrebbe potuto risolvere la mia vita, non sarei mai guarita dalle mie paure, non sarei stata capace di avere un lavoro né di fare una vita normale, per quanti soldi mi venissero dati, sarebbero comunque finiti e anche se fossero durati per sempre, non avevo interesse alcuno a continuare a vivere come un vegetale. Mi ero fatta ingannare dalla mia intelligenza, dal fatto che svolgevo bene i miei compitini scolastici e per questo credevo che prima o poi sarei guarita e avrei imparato ad essere e a comportarmi come gli altri esseri umani, ma in realtà tutte le mie capacità consistevano solo in quello: saper fare bene i compiti. Dal momento che la scuola era finita da un pezzo non mi restava nient’altro da fare nella vita.

Mi ritrovai a fare le stesse riflessioni che fa il protagonista del film Profumo nella scena finale, quando pensa a cosa fare della sua vita dopo aver creato l’essenza che aveva il potere di ridurre gli esseri umani a schiavi della sua volontà.

“C'era solo una cosa che il profumo non poteva fare: non poteva trasformarlo in una persona capace di amare e di essere amata come tutti gli altri. Perciò al diavolo, pensò Grenouille, al diavolo il mondo, il profumo, e se stesso.”

 

Ormai per me i soldi valevano quanto il magico profumo di Grenouille, assolutamente nulla cioè, e se dovevo continuare a vivere come avevo sempre vissuto, non avevo alcun interesse né a riceverli in regalo né tanto meno a darmi da fare per guadagnarli.

Volevo solo morire in pace.

Mio fratello invece andava di fretta, non avrebbe aspettato e non mi avrebbe concesso quel privilegio. Mi perseguitava ogni giorno con le sue telefonate e le sue minacce e io non volevo lasciare il mondo in quello stato di sofferenza e disperazione.

Così pensai di accettare le sue condizioni, almeno avrei avuto un po’ di tempo per calmarmi, e, soprattutto avrei potuto togliergli una somma di denaro, che a me non sarebbe di certo servita a salvarmi, ma perlomeno mi dava la magnifica possibilità di punirlo in ciò che amava di più. Se si vuole far davvero soffrire un Parisi basta togliergli del denaro o togliergli il potere di controllo su qualcuno; decisi perciò di comportarmi, almeno una volta, secondo la legge del clan. Gli sarebbe bastato essere più comprensivo ed avere rispetto per le mie difficoltà e per il mio dolore per avere in tasca 40.000 euro in più, ma un Parisi non potrebbe mai comportarsi così e lui pensava che ad agire come gli era stato insegnato c’avrebbe sempre guadagnato.

L’unica cosa che mi dispiace è che non saprà mai quanto gli è costato essere così cinico e spietato con me.

 

Inaspettatamente gli dissi che era tutto sistemato e che accettavo le sue condizioni. Non avevo alcuna garanzia che sarei davvero riuscita a fare il trasloco, ma decisi comunque di provarci, perché quell’idea di potergli togliere dei soldi cominciava davvero a piacermi.

 

  

 

Capitolo XLVI

 

                                                                                   "Ogni creatura sulla terra, quando muore, è sola."

                                                                                            (Richard Kelly- Donnie Darko)

 

Nei mesi che seguirono affrontai tante sofferenze e difficoltà, ma in un modo o nell’altro riuscii a portar a termine l’impresa. Da quel momento i rapporti con la mia famiglia si sono definitivamente chiusi.

Mio padre me l’aveva detto tante volte: "Se non fai quello che dico io ti caccio di casa e non m’importa di quello che ti succede, puoi anche morire di fame, per me non fa differenza."

Sono sempre stata orfana e non lo capivo. E’ strano questo fatto che si capisce tutto sempre quando è troppo tardi, quando si è arrivati alla fine e non c’è più nulla da fare. Allora tutto appare chiaro in modo disarmante e si comprende che in realtà era sempre stato chiaro, ma spesso la luce dà fastidio e ci si benda gli occhi apposta per non vedere.

Si pensa sempre che le disgrazie capitano solo agli altri. Veniamo continuamente invasi da notizie tragiche che ci raccontano di quanta sofferenza c’è nel mondo: abusi, violenze, torture, schiavitù, malattie incurabili, fame, povertà… guardiamo queste cose con sufficiente distacco, tirando un sospiro di sollievo e consolandoci del fatto che per fortuna quelle disgrazie non sono capitate a noi.

Poi un giorno ti svegli e scopri che sei tu una di quelle persone con la vita distrutta, che sei proprio tu quella che gli altri guardano con compassione e sollievo perché loro sono al sicuro, così come anche tu pensavi di esserlo.

Nella casa in cui sono venuta ad abitare non ci sto bene, per tanti motivi che sarebbe inutile e ozioso elencare. Del resto, con il poco tempo che avevo a disposizione e date le particolari circostanze, è già tanto che sia riuscita a trovarla.

L’unico aspetto positivo è che si trova in una zona molto periferica e si vede un po’ di cielo e un po’ di campagna; niente a che vedere rispetto allo spettacolare panorama che c’era a casa mia, ma cerco di farmelo bastare.

Quando uno passa le sue giornate chiuso in casa, poter guardare il cielo e la campagna è l’unico lusso che ci si può permettere e cerco di trovare conforto e consolazione con quello che riesco a vedere da questa prospettiva, anche se il quadro è molto più piccolo e di starsene distesa sul balcone a guardare la luna o il sole non se ne parla nemmeno.

Dal giorno in cui mi sono trasferita qui ho dormito più che potevo. I primi mesi soprattutto, ero stanchissima per tutto lo stress che avevo dovuto sopportare e che mi aveva lasciato sfinita. I litigi con mio fratello, dover cercare casa avendo i giorni contati, l’organizzazione del trasloco, e, soprattutto, le varie circostanze che mi avevano per forza di cose portato a stare in contatto con delle persone… tutto ciò era stato uno sforzo decisamente superiore alle mie capacità e non avevo più energie neanche per stare in piedi. E poi, mi sentivo profondamente ferita, delusa, scoraggiata, sconfitta; avevo l’assoluto bisogno di poter trovare un rifugio, uno spazio completamente lontano da quelle vicende e da quei pensieri. C’è chi beve per dimenticare, io invece per dimenticare dormo. Per un po’ avevo anche ricominciato ad usare l’antidepressivo, e non so se lo facevo sperando ancora in un miracoloso effetto o proprio perché sapevo che mi avrebbe fatto dormire tanto.

La cosa bella del dormire non consiste solo nel poter dimenticare la realtà, ma nel sognare, e sognare vuol dire poter ricostruire situazioni ed eventi nel modo in cui avrebbero dovuto verificarsi, se nella mia vita non fossero intervenute tante circostanze avverse.

Nei miei sogni mi capita di avere ancora vent’anni e frequentare normalmente l’università, o di vivere in una bellissima villa, o di essere all’età attuale ma sposata e con dei figli. In quella che avrebbe dovuto essere la realtà che mi aspettavo nella vita, posso viaggiare e parlare con le persone disinvoltamente e senza alcuna paura, posso persino correre sulle mie ginocchia che non hanno più nessun problema, in una delle mie migliori visioni mi ritrovavo a New Orleans durante il carnevale, c’era una meravigliosa parata e io indossavo delle bizzarre parrucche colorate.

A volte mi ritrovo con i miei bellissimi gatti che mi hanno tenuto compagnia quando vivevo ancora dai miei: siamo tutti felici di essere di nuovo insieme e giochiamo e festeggiamo allegramente.

I miei preferiti però sono i sogni nei quali divento un eroe dei film d’azione: un soldato impegnato in una battaglia, un poliziotto che fa un rocambolesco inseguimento sui cornicioni di un palazzo, uno spietato killer della mafia in stile Leon.

Nel sogno più strepitoso di tutti ero il capo di una banda di pirati. La nostra nave era stata attaccata a sorpresa perché qualcuno ci aveva tradito. Mi gettavo in mare, venivo recuperato da un sommergibile, poi, giunto a riva, attraversavo una palude, mi toglievo la muta da sub sotto la quale indossavo un elegante smoking da sera, mi aggiustavo il papillon e una lussuosa limousine con tanto di autista in divisa veniva a prendermi per portarmi a una fantastica festa.

Ci sono anche i brutti sogni, gli incubi, e questo fa parte del gioco, così come nella vita reale capitano le giornatacce e i periodi neri.

Purtroppo arriva sempre il momento di svegliarsi, e allora scopro con rammarico che sono ancora viva e faccio ancora parte di questo mondo. Un mondo in cui non posso fare niente se non aspettare che il tempo passi e finiscano di nuovo i soldi, e non voglio fare nulla per impedirlo, non voglio correre il rischio di farmi altre illusioni. So che quando non avrò più denaro per comprarmi da mangiare dovrò morire per forza, che mi piaccia o no.

Stavolta non voglio avere alibi, né illusioni, né scappatoie, voglio volontariamente mettermi in una situazione senza rimedio che ponga fine una volta per tutte a quest'esistenza inutile e sofferta.

In tutto ciò sono tranquilla in modo pressoché spaventoso, prendo le cose con il mio solito distacco e mi sembra di stare alla finestra a guardare un incendio che accade in lontananza. Sicuramente c’è qualcuno che sta morendo in quel disastro, ma la cosa non mi riguarda e non si tratta di me.

Piuttosto, c’è una specie di sensazione di attesa e un desiderio che l’attesa finisca una volta per tutte. Ho passato l’intera vita sospesa nell’indeterminazione, nel nulla, in una paralisi infinita di un tempo ingabbiato in situazioni circolari che si somigliano e si rispecchiano tutte, perché in realtà è sempre la stessa situazione che ritorna facendomi illudere che qualcosa stia cambiando invece non cambia mai niente.

Ora io aspetto la fine dell’attesa.

 

E’ come quando ero nell’istituto delle suore e passavo del tempo interminabile desiderando qualcosa che non sarebbe mai accaduto. In realtà sarebbe bastato poco per farmi uscire dalla nebbia in cui mi ero persa: mi sarei accontentata di vedere mia madre comparire puntuale quando la suora portinaia apriva il massiccio portone di legno, e vederla prendermi per mano, sorridermi e parlarmi guardandomi con occhi vivaci e sereni, finalmente guarita da quella malattia che invece me l’ha portata via per sempre.

Voglio dimenticare l’esistenza di quel portone di legno, del mio bisogno di avere vicino una madre che non c’era, di sentire un campanello che non suonava mai, o desiderare qualcosa che non sarebbe mai arrivata.

La fine dell’attesa è l’inizio della beatitudine.

 

Quando vado sul balcone e guardo verso sud posso vedere una buona parte della città, a qualche chilometro di distanza.

Vista da qui non dà nessun segno di vita e sembra quasi disabitata. A volte me ne sto per delle ore seduta a guardarla e inizio a fantasticare di un mondo dove tutti gli uomini sono scomparsi e non c’è nessun edificio, né case, né strade, né automobili. Come se gli esseri umani non fossero mai esistiti. E immagino che spariscano anche gli animali. Perché si muovono, corrono, saltano, strillano, urlano, e soffrono e si uccidono tra loro, e odiano, e si rattristano, e sentono dolore e nostalgia proprio come gli umani.

Io invece vorrei un mondo silenzioso, fermo, immobile, senza tempo, senza dolore, senza sangue. Potrei sopportare solo la presenza delle piante, perché loro non si fanno del male, non si uccidono, non si mangiano tra loro, non soffrono, non gridano, non si muovono. Forse in qualche modo a noi sconosciuto sono anche capaci di amarsi ed essere felici. Una pianta per vivere la sua vita non deve far altro che starsene lì a godersi il sole e la pioggia e sentire la carezza del vento che scompiglia le foglie: non c’è niente da capire, niente da pensare, niente per cui preoccuparsi. Vivono un’esistenza pura, serena e innocente e quando muoiono se ne vanno senza far rumore e senza soffrire. In quella quiete assoluta il mondo avrebbe solo la voce del vento, della pioggia, dei fiumi, del mare. Tutto sarà calmo, tranquillo, trasparente e pulito, e non ci sarà bisogno di dire nulla. Una felicità senza parole avvolgerà la terra, racchiudendola in un bozzolo ovattato di tepore e dolcezza, dove l’esistenza non conoscerà più né sofferenza né rumore né il trambusto causato dal genere umano con le sue caotiche passioni.

 

Un mondo così immobile e silenzioso piacerebbe, ne sono sicura, anche a mio padre.

Lui non amava gli animali e non ha mai avuto un cane o un gatto da compagnia. Apprezzava solo gli animali utili, quelli cioè da cui ci si poteva ricavare qualche vantaggio economico e, siccome i cani e i gatti non facevano le uova e non li si poteva mangiare, venivano classificati come  inutili. A volte gli portavo un gatto da tenere in braccio e lo spingevo ad accarezzarlo per fargli capire che era una cosa bella e piacevole, ma lui non ci riusciva e sembrava averne quasi paura. Le piante però gli piacevano anche se erano inutili.

Ogni pomeriggio, quando non pioveva, se ne stava un paio d’ore in giardino a prendersene cura e tutti noi ne eravamo invidiosi e gelosi perchè perdeva tanto tempo ad occuparsi di qualcosa che non sembrava neanche vivo mentre a noi che eravamo i suoi figli non riservava alcuna attenzione. Io mi mettevo a studiare su un piccolo tavolino in una stanza che affacciava sul giardino e sentivo in sottofondo lo schioccare metallico delle cesoie che andava avanti per ore, come un lento metronomo. Sapevo che era lì a preoccuparsi per le sue piante, chiuso nel silenzio del suo mondo privato, senza nemmeno accorgersi del marasma che c’era in casa, e questo mi irritava talmente che sarei andata a strappargliele una per una quelle piante.

 

Ma a quel tempo c’erano tante cose che non sapevo, e non potevo capire.

 

 

“Allora saltò oltre per precorrere le predizioni e appurare la data della sua morte.

Tuttavia, prima di arrivare al verso finale, aveva già compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza… perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.”

(Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine)

 

 

 

 

 

 

ADDENDUM: negli ultimi mesi, mentre stavo ancora scrivendo questo racconto, ho scoperto quasi per caso il mondo dell'autismo e della Sindrome di Asperger. Ho inserito nel testo qualche riflessione sull'argomento, ma sicuramente questo disturbo ha avuto un peso più che notevole sullo svolgimento della mia esistenza. Ho letto molti articoli e testimonianze di persone che descrivevano i loro problemi da autistici e mi ci sono pienamente riconosciuta, come se stessi parlando io in prima persona. Mi sono sottoposta ad un test di valutazione che riportava 200 come valore massimo. Ho avuto un punteggio di 174. Ho successivamente fatto una visita presso un neurologo che mi ha confermato la diagnosi.

 

Questa notizia è stata per me una rivelazione e ho potuto così spiegarmi molte cose che ancora non collimavano nella mia ricostruzione dei fatti, come i ripetuti fallimenti nei miei tentativi di stabilire relazioni con gli altri, nonostante l'impegno e le numerose cure intraprese.

Mi è sempre stato detto di essere un'esagerata, una fissata, un'ipersensibile, una fobica, una viziata che fa i capricci. Mi hanno fatto credere di essere pazza, di essere un pessimo paziente che non ci mette la buona volontà per guarire e non vuole fare i necessari sacrifici per vivere.  Molte di queste caratteristiche non sono segni di patologie psichiatriche, né di un' intrinseca cattiveria, sono solo sintomi dell'autismo. La grave depressione, le fobie, la forte resistenza al cambiamento, fanno parte della sindrome autistica ed è completamente inutile cercare di curarle secondo i classici canoni psicologici o psichiatrici. Semplicemente non avevo ricevuto la giusta diagnosi e perciò mi era preclusa ogni possibilità di curarmi. Secondo alcune teorie non c'è ancora una terapia definitiva all'autismo e all'Asperger, tuttavia, con un intervento precoce, è possibile prevenire i danni e ottenere miglioramenti.

Il momento in cui sarebbe stato ancora possibile intervenire con discreto successo era per me passato da un pezzo.

Il fragile cristallo di cui ero costituita era caduto troppe volte, frammentandosi e sbriciolandosi al punto di non poter essere riparato.

Molte delle disgrazie a cui sono andata incontro potevano essere evitate se ci fosse stata un'adeguata conoscenza della mia patologia non solo da parte dei medici, ma anche da parte delle persone comuni.

La nostra società pone ancora troppi ostacoli e chi non riesce ad adeguarsi a canoni di comportamento ritenuti normali.

L'intelligenza e le particolari abilità degli asperger vengono soffocate da un mondo superficiale e insensibile.

Spero che al più presto si diffonda la cultura dell'integrazione e della tolleranza, spero che le persone "normali" sviluppino il senso di solidarietà e compassione e imparino a comprendere e accettare quelli che sono diversi da loro.

Per me, è tardi.

Con rimpianto, rammarico e immenso dolore devo riconoscere che è tardi ed ogni possibilità di restare in vita mi è ormai preclusa.

L'ultima prova che devo affrontare, di gran lunga la più terribile, è quella di andare incontro alla morte con la consapevolezza di non aver mai potuto vivere. Costretta a vedere ogni singolo giorno della mia esistenza scorrere via in modo folle e insensato senza che io potessi impedirlo.

Un tormento crudele e insopportabile che mi auguro di poter dimenticare presto quando passerò ad un'altra dimensione o scivolerò nel nulla.

Se la vita non è stata compassionevole con me, mi aspetto che almeno possa esserlo la morte.

 

                                      


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