Il Leone d’Inverno: geopolitica dell’inesistenza
Come è venuta al mondo la ragione? Come è giusto che arrivasse, in un modo irrazionale attraverso il caso. Si dovrà indovinare questo caso, come un enigma.
(F. Nietzsche, Aurora)
L’uomo del tramonto
Dunque l’incognita: dov’è finito il mondo?
Certo il pianeta si trova nello stesso angolo della stessa galassia, stella, sistema, se non fosse che l’universo non si trova mai nello stesso punto e il vuoto non ha luogo. Dunque dove? Siamo. nell’indeterminato.
Il mondo come lo conoscevano è sparito. La sua rappresentazione e la nostra capacità di orizzontarci non appartengono più a un sistema di senso che, fino ad oggi, ci ha consentito di riconoscere noi stessi e la realtà in cui ci troviamo. Persino l’irreale, nelle forme soffuse del non dato, diventa luogo vuoto nel quale non ha più sede immaginare.
La ragione, che ha costruito nei secoli il nostro sistema di rappresentazione, oggi non traccia orizzonti e, per quanto si sforzi di trovare nuove certezze cui ancorare un senso e un significato certo, fallisce senza ammetterlo, dunque senza neppure poter rimediare. Il nuovo ordine di senso di cui andiamo disperatamente alla ricerca non nascerà dalle determinazioni della ragione ma dal caos della guerra.
Per l’uomo occidentale, cresciuto sulla Grecia classica e, da allora, sulla ricerca costante di un rimedio al “divenire” su cui quella cultura e la nostra da allora si fondano, nulla potrebbe essere peggiore. Tale è la gravità che molti, avvolti dall’informe della massa, neppure se ne accorgono o trovano rifugio nella finzione di un reale evaporato figlio di inconsapevolezza senza fine.
Nulla teme di più l’uomo del tramonto del divenire. Uno scorrere involontario guida i destini del mondo che finiscono per non essere nemmeno tali. L’esistente torna nel nulla, inevitabilmente; questa l’unica certezza.
Il divenire svelato da Eraclito rende sovrano il caso e inutile ogni possibilità di previsione. Il mondo si trasforma in luogo incerto, caotico e ingovernabile; la stessa scienza, che dei fenomeni è previsione certa, cade nell’improbabile del vuoto e ciò che oggi sembra pensato, presto potrebbe non esserlo più. Tenebra il divenire e il mio destino.
Erigere, allora, difese estreme nella forma di Immutabili Perenni.
Un affanno costante, un’edificazione senza sosta per evitare il nulla del non senso, adattate nei secoli alle necessità del rischio contingente. Che si chiamino Dio, Amore, Natura, Fede, Sistema, Capitalismo, Comunismo, Populismo, Nazionalismo, Scienza, Tecnologia, Finanza e, soprattutto, Ragione, poco importa; ciò che conta è che esistano e si ergano a baluardo di certezza e prevedibilità di tutto ciò che ignoro e che, comunque, mi illudo di sapere. Essi sono il fondamento del dominio.
Gli Immutabili non sono frutto di fede ma di calcolo.
“L’uomo è l’animale calcolante. Tutto ciò vale in modo unanime lungo l’intera storia del pensiero occidentale. Questo pensiero, in quanto pensiero europeo moderno, ha condotto il mondo all’odierna età del mondo, l’era atomica”. (M. Heidegger, “Il principio di ragione”)
L’uomo occidentale è infatti un calcolatore: elabora valori. Tramite i valori che attribuisce egli domina il mondo delle cose, le rende conoscibili, prezzabili, usufruibili. Ne conosce la natura e il fine – che lui stesso attribuisce – e in questo modo mette al sicuro ogni bisogno: tutto può essere valutato, distribuito, ottenuto. La ragione, tramite l’attribuzione di valori, domina il mondo. Che si ritrae. Nel caos dell’imprevedibile, restano le calamità che la ragione non può controllare, quando non è essa stessa a provocarle o aggravarle con l’immissione sfrenata in natura di effetti della tecnologia che, a loro volta, sfuggono di mano provocando cambiamenti non pensati del pianeta e del suo clima. Adattarsi pertanto, tentando di conservare in qualche modo le certezze apparenti del passato e di prevedere comunque l’impensato che il mondo ci mette di fronte sotto forma di inevitabili cambiamenti rispetto ai quali, se previsioni sono in qualche modo possibili, rendono il mondo ancora più insicuro. E la guerra che quei valori, illusoriamente posti per dominio, stravolge, togliendo ogni certezza.
Ragione, da Cartesio in poi (ma già Aristotele a protezione delle ”Ombre” di Platone) la parola magica, elevata da Heghel a massima proposizione di fede: “Tutto ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è razionale è reale”. Non è affatto così.
Non è mia intenzione tratteggiare una storia della critica dell’idea di una Ragione Immutabile né dell’illusione che essa rappresenta. Nietzsche, Heidegger, Jaspers, Severino ne hanno parlato a sufficienza molto meglio di quello che potrei fare io nella caducità del mio “sapere”.
Possiamo fare tutte le previsioni che vogliamo e aggrapparci alle corde dei Grandi Burrattinai lasciandoci muovere da fili involontari che ci appaiono certi; e tuttavia oggi la guerra.
Salteranno le borse, i titoli di stato, i prezzi, i mercati. Crescerà l’inflazione e il costo del denaro con evidente danno per le imprese e le possibilità di lavoro. Diminuiranno i rifornimenti dei generi di prima necessità; scarseggerà il cibo; spariranno le vite. Di quali “ragionevoli” certezze andiamo parlando?
La ragione, alla ricerca costante di una “verità assoluta”, dovrà rassegnarsi a riconoscerne l’inesistenza: il mondo non è altro che la nostra possibilità di vederlo e rappresentarlo nell’unico modo in cui siamo in grado di farlo. E distruggerlo.
Quale sia la rappresentazione raggiunta, essa è destinata a mutare: nulla è dato per sempre. L’ordine del disordine: questo il massimo rintracciabile.
Nel caos del non pensabile in cui oggi siamo, la guerra fa della morte un Nulla anticipato. Il “quando” – che in qualche modo era certo – non è più un timore da scansare ma viene caoticamente perseguita. La Morte, da Nulla imprevedibile, diventa meta: non è più la mia malattia.
Ah, Vita mia, l’inverno mi dilaga ma non sento freddo: manca il tempo.
Il senso del tramonto
Dopo il tramonto: la notte.
Quindi l’alba; ma quale? L’alba che è già stata, identica a sempre. E il giorno che ne segue; un giorno pre-determinato, già pensato e vissuto, nell’eterno ritorno dell’uguale. Cui seguirà una notte; di nuovo muta; una notte, tuttavia, da ascoltare.
La notte è oscurità, sospensione, e in essa la coscienza è naufragio.
Dunque sospendere il già detto del giorno e accogliere il non detto della notte. Per farlo occorre comprenderne il linguaggio.
La notte e il suo parlare muto, fatto di silenzi e di allusioni. Di rifiuto è fatta la voce della notte e di una vasta, assoluta sordità. La notte è allora un altro tempo, sempre ignorato; il tempo della nostra povertà. In quella povertà c’è un altro mondo, un mondo che parla poesia.
Il termine poiesis non va inteso in senso estetico ma nel senso originario di pro-duzione.
“Tutto ciò che fa passare una qualsiasi cosa dalla non presenza alla presenza è poiesis, è pro-duzione” (M. Heidegger, Perché i poeti in Sentieri interrotti).
Oggi la nostra epoca non produce altro che cose delle quali inonda i mercati; l’essere resta celato.
Svelare, dunque, il linguaggio del non detto, non pensato, non ancora ascoltato.
Galimberti, interpretando Heidegger, scrive che:
“Chi misura ciò che incontra secondo criteri rigorosamente stabiliti in precedenza non incontra mai qualcosa di nuovo perché si limita a sistemare e risistemare il campo secondo i criteri della ragione calcolante che non sa ascoltare perché è impegnata a ordinare e pre-stabilire tutti i sensi e tutti i significati possibili” (U. Galimberti, Il tramonto dell’occidente).
In questa opera di pre-potenza assoluta la ragione non ordina e non domina nulla, precipitando invece nel caos dell’indistinto della guerra, confinandoci nel tempo della nostra povertà.
Viviamo un giorno“tragico” (F. Nietzsche, La nascita della tragedia) dove il conflitto tra il detto e il non detto non è riconosciuto come connaturato all’uomo ma è soltanto oggetto di rifiuto. “Questo giorno è la notte del mondo mistificato in giorno tecnico. Con esso si leva la minaccia di un unico interminabile inverno” (M. Heidegger, op. cit.).
Dunque un pensiero nuovo; il mezzo è l’arte in qualsiasi sua forma. L’arte e il suo disvelamento che introduce mondi non pensati, che non siano capaci di vedere ma occorre dire.
“Di questo dire sono capaci i poeti, i quali non cantano per questa o quella cosa ma per nulla. Questo nulla non è il niente, ma ciò che dal pensiero che calcola è taciuto. Essi dicono il taciuto” (U. Galimberti, op. cit.).
L’arte, in qualsiasi sua forma, è ciò che non è detto ed è da dire. Che sia musica, pittura, architettura, scultura, letteratura, poesia, l’arte è il “taciuto”, Essa indica modi diversi di intendere e sentire, modi non pensati ma esistenti nel campo ignoto della possibilità. Evoca mondi alieni alla ragione calcolante; evoca attese. Evoca sensazioni, intuizioni. Nel suo non dire parla e se comunque tace fa parlare.
L’arte afferra, seduce; conduce l’attenzione in altri luoghi, distanti e vicinissimi, fuori e dentro di noi: rispecchia. In quel rispecchiamento ci distingue dal calcolo di un dominio irrazionale che mette “cose” al posto della vita. L’arte è respiro e come il mio respiro mi respira: ha bisogno di me. Sono io che la porto ad esistenza mentre lei plasma la mia. Negare? Una rinuncia impossibile.
Essa mi appare un tempo senza tempo; mi allontana dal mio per presentarmi un tempo senza uguale, equazioni, previsioni. Ma non è “verità”. Se lo fosse mi renderebbe schiavo.
L’arte è un’alternativa: farà a meno di me, anche se è mia.
La via del viandante, indicata da Nietzsche, propone imbarchi incerti e senza approdo. Soffriremo un mal di mare in terra ferma, come diceva Kafka e subiremo gli assalti dell’angoscia, cara e temuta da Kierkegaard.
E se del dire faremo povertà, ci sarà sempre qualcosa da svelare: ogni parola è sempre tacer d’altro.
Conclusione
Tutto questo ha sapore di utopia.
Non sono qui a parlare d’arte ma di guerra. Non nego che l’arte sia metafora perfetta per indicare lo svelamento di mondi eventuali; nego che possa farlo: la strada è sbarrata dalla guerra.
La ragione dominante considera persino la guerra un affare mentre si volge all’arte soltanto per prezzarla, quando non la considera “degenerazione”.
Un ufficiale nazista, di fronte a Guernica, chiese a Picasso: “Chi ha fatto questo orrore?” La risposta fu:”Voi”. Oggi dovremmo dire:”Noi”.
Persino i “custodi” dell’arte, i suoi conservatori, gli accademici dotati di potere, guardano solo indietro. Si consideri l’accoglienza che fu riservata agli Impressionisti; a Van Gogh neppure quella. Potrei moltiplicare gli esempi.
Ancorati al passato del mondo facciamo solo negazione. Andrà ripensato. Non dalla ragione calcolante né dalla società anestetizzata e ad essa asservita, ma dalle coscienze individuali. Al popolo non interessa nulla degli Immutabili perché nulla ormai gli interessa. Nella scomparsa di qualsiasi valore vale più che mai la frase di Nietzsche “una vogliuzza per il giorno, una per la notte, fatta salva la salute”.
Il mondo sta diventando virtuale e la tecnica spinge in questa direzione perché questo porta soldi. La stessa guerra viene presentata come un gioco virtuale, ma si muore davvero. Gli Immutabili servono e vengono mantenuti da chi ci guadagna; è un fatto del potere.
Ripensare il mondo non significa che dobbiamo diventare tutti “poeti”; significa che dobbiamo cambiare direzione e rivolgerci a “forze” che tengano conto del reale e dei limiti che esso ci consegna. Limiti enormi, spesso insormontabili dei quali si dovrà tenere conto.
Dunque nel limite, al di là della ragione onnipotente e dei suoi calcoli troppo spesso sbagliati. Dove trovare queste forze? La mia formazione, nel limite che per me rappresenta, non può indicarmi che una risposta: occorre consapevolezza del limite e della contraddizione che noi siamo. Non solo; penso anche a Kant e con lui suggerisco: occorre etica.
Non fatemi rimpiangere la Chiesa e l’opera di civilizzazione che nei secoli ha svolto, pur nelle contraddizioni e negli errori – a volte clamorosi – che l’umano comporta.
Anche la Chiesa è un Immutabile in via di sparizione: l’epoca non perdona.
Penso a un pensiero laico capace di comprendere e accogliere ragioni ed interessi diversi. Penso a un’apertura globale verso se stessi e l’Altro. Dio è morto ed è morto anche Bergoglio che, forse, una parola possedeva. Oggi una parola manca.
Ascoltare il silenzio.
Un silenzio che emerge e di silenzio suona. Di fronte alle suite per violoncello solo di J.S. Bach non bastano parole: occorre anima. Una profondità che avvolge e trascina nell’ignoto. Non si sa dire dove.
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