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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Nomen omen

di Eliana Farotto
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Pubblicato il 13/07/2021 17:02:13

I miei genitori hanno atteso per anni la nascita di un figlio, disperandosi e sperando, continuando a preparare con cura un nido che mese dopo mese rimaneva sempre vuoto. Fino a che sono arrivato io.

Papà e mamma, al colmo della felicità, inebriati dall’evento inaspettato vista la loro tarda età, mi hanno chiamato Generoso, segnandomi definitivamente per la vita.

Quanto può pesare un nome? Fin da bambino tutti si sono aspettati che fossi buono, responsabile, al di sopra di invidie e prepotenze, disinteressato e portatore di gioia. Ho accolto il mio destino senza fare domande, accettando che la mia sorte fosse conforme al significato del nome.

Ho da poco compiuto quarant’anni, sono alto e magro, con capelli castani che ricadono ondulati sulle spalle: i miei amici dicono che ho uno sguardo curioso  ed  un sorriso dolce e accattivante.  Sono stato un bravo studente e mi sono laureato a pieni voti, come desideravano i miei genitori.

Seguendo le indicazioni dei miei insegnanti, sono diventato a mia volta professore, credendo intensamente che la cultura rendesse liberi e felici. Di fatto stavo bene con i ragazzi, ma l’empatia mi ha fregato: imparare è faticoso, ed io soffrivo vedendoli sbuffare sui libri e arrendersi davanti agli scarsi risultati, così ho ridotto i compiti a casa, liberandoli da responsabilità e promuovendoli in maniera incondizionata. L’insuccesso è stato evidente: non avendo appreso che l’impegno è indispensabile, i ragazzi non erano pronti ad affrontare le classi successive e la loro carriera scolastica si rivelava un disastro.   Sfiducia e demotivazione mi hanno portato a rassegnare le dimissioni e a prendermi una pausa.

Era nuovamente tempo di mettermi alla ricerca del mio destino, tra fato e libero arbitrio, interrogandomi sulla gamma infinita di possibilità e di alternative alla vita che viviamo. Il presagio contenuto nel mio nome mi spingeva ad acquisire, come dice il vocabolario, “una nobiltà d’animo che si manifesta soprattutto come altruismo e disinteresse”, ed io volevo fortemente assecondare quanto i genitori avevano deciso per me.  Da piccolo era facile appagare chi mi stava intorno, ma da adulto ero allo sbando: come si rende felici gli altri?

Gioia: un sentimento impalpabile, misterioso, quasi romantico, un’emozione intensa, di breve durata, che ci fa sorridere, ridere e desiderare di saltare su e giu. 

Cosa ci rende felici?  L’unico modo per scoprirlo era chiederlo agli altri, ed ho incominciato a porre domande ai miei amici, ai conoscenti, anche alle persone incontrate per caso.

-        Ciao, tutto bene?  Cosa ti rende felice? - domandavo alle persone al bar, dal giornalaio, lo chiedevo agli amici, ai vicini, ossessionato dalla mia ricerca.

Dopo alcuni mesi di indagini ho scoperto che alcune risposte erano ricorrenti: alberi fioriti, bolle di sapone, mongolfiere in volo, l’arcobaleno, fuochi d’artificio, coni gelato, tutte esperienze in grado di soddisfare individui di ogni età, sesso e provenienza. Ho capito che le forme rotonde, colorate, che si ripetono e scompaiono ci danno attimi di felicità, rendendoci positivi verso nuove esperienze.

Ho messo a punto la mia idea e devo dire che dopo qualche mese di rodaggio posso dirmi soddisfatto.

Cosa faccio? Sono quasi le 4, tra poco mi vedrai arrivare ai giardini pubblici. È facile riconoscermi, soprattutto si nota il mio triciclo dai colori squillanti con l’ombrellone blu ed i due contenitori affiancati, uno per i gelati, l’altro per i libri. Sono un gelataio ambulante particolare, tutti mi conoscono nel quartiere.

Bambini e adulti attendono il trillo del campanello che annuncia il mio arrivo: vedo la contentezza con cui accorrono e mentre scelgono con attenzione sul cartello metallico la coppetta o il ghiacciolo. Attendono impazienti che io apra il frigo, e, una volta ricevuto il gelato, lo scartano velocemente dall’involucro colorato e lo addentano con piacere.  La felicità dura il tempo di un cono, ma ho anche le storie per emozionare.

I libri sono a disposizione di chi li vuole sfogliare, accomodandosi su una panchina o portandoli a casa. Ne leggo anche qualcuno ad alta voce ed un bel gruppetto di bambini si raduna sull’erba sotto il grande albero per ascoltarmi.

Da quando ho iniziato L’isola del tesoro, ho cambiato posto a grande richiesta di qualche pensionato che frequenta i giardini: leggo ad alta voce agli anziani sulle panchine e ai bimbi seduti in cerchio per terra. Tutti partecipano attivamente, ridono, strillano, si emozionano. Molti piccoli vorrebbero che la lettura quotidiana non terminasse, si lamentano lanciando sonori “Dai, ancora un po’!” quando smetto, e poi si rincorrono per il giardino giocando ai pirati, usando rami come spade sguainate e scavando buche per cercare il tesoro.  Maschi e femmine si scambiano i ruoli e si rincorrono senza timore di sporcarsi o di inciampare. Vedo la contentezza sui loro volti e mi sento appagato. Lo so, non diventerò ricco vendendo gelati al parco, ma i miei mi hanno lasciato di che vivere.

Un nonno mi ha chiesto a che capitolo comparirà Ben Gunn, perché non potrà essere presente ogni giorno per via di un controllo medico, e non vuole perdersi il pezzo per nulla al mondo.

L’ho rassicurato e farò in modo di accontentarlo, a costo di rileggere il testo due volte.

Sono o non sono Generoso?  

 

Autori Vari, Alcova Letteraria, II Edizione, Racconti, 2021

 


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