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Un’estate marchigiana

di Eliana Farotto
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Pubblicato il 29/08/2021 17:39:54

Percorse di mala voglia il corridoio, trascinando il carrello con le cassette degli attrezzi sulla moquette verde e oro. Arrivò fino all'ascensore e tirò fuori dalla tasca l’elenco delle riparazioni: in cima alla lista c’era un tavolino zoppo sul balcone della stanza 415, al quarto piano.

Una coppia di milanesi di mezza età, con addosso l'accappatoio bianco dell'hotel, raggiunse l’ascensore: si scambiarono un veloce saluto e li lasciò salire. “Prima gli ospiti!”, gli ripetevano sempre. Rimase nell’aria un vago sentore di cloro.

Enrico lavorava ormai da diversi anni come manutentore al Grand Hotel Margherita nell’entroterra marchigiano. L'hotel ospitava molti viaggiatori, sia italiani che stranieri, attratti dalla bellezza del panorama e dalla qualità del ristorante. La gentilezza e la competenza del personale avevano permesso nel tempo di raggiungere l’eccellenza per cui era stato premiato.

Era facile riconoscere Enrico: indossava una tuta grigio-verde, tutti nell'hotel avevano una divisa. Era un uomo silenzioso, di poche parole, alto, magro, con lunghi capelli grigi e numerosi brillantini su entrambi i lobi. Eseguiva le piccole riparazioni nelle stanze, come cambiare le lampadine e le pile ai telecomandi o sistemare i rubinetti che perdevano. Nel tempo libero suonava in una band: a vent’anni pensava di diventare famoso, ma le sue ambizioni non erano bastate a mantenere la famiglia. Adesso stava per compiere cinquant’anni, da oltre trenta faceva l’operaio, ma non aveva mai smesso di suonare perché la sua occasione poteva sempre arrivare. Era l’unico nella sua band a crederci ancora.

Era la fine d’agosto e l'hotel era pieno di turisti, soprattutto tedeschi, che circolavano vestiti in pantaloncini e sandali.  Alcuni avevano la pelle arrossata e si sedevano stremati sui divanetti bianchi dell'ingresso.

Oltre alla reception si intravedeva la vetrata di un ufficio, con un grande tavolo seminascosto da un vaso di orchidee bianche. Quello era il vero cuore dell’hotel, l'ufficio della signora Dorotea Sacchi, la settantenne proprietaria. La signora, sempre ben truccata e vestita con l'immancabile giacca colorata, prendeva posto nell’ufficio già al mattino presto per fermarsi oltre l'ora di cena. Dalla sua postazione poteva controllare l’arrivo dei turisti e il via vai dei suoi dipendenti.

Era la figlia del fondatore dell’hotel ed era cresciuta accogliendo gli ospiti, giocando sulle scale in marmo e correndo per i corridoi. Il marito era mancato da poco e lei proseguiva nel lavoro come aveva fatto ormai da più di cinquant’anni.

Enrico si affrettò a raggiungere la stanza dove doveva sistemare una maniglia: la lista delle riparazioni era lunga e a fine turno doveva essere ultimata, se no la sua inadempienza sarebbe andata ad aggiungersi ad altri richiami che aveva ricevuto negli ultimi mesi.

La signora Dorotea aveva definito regole e mansioni nell’hotel: ogni dipendente aveva dovuto superare con lei l'ultimo colloquio prima dell’assunzione. Enrico se lo ricordava ancora nei minimi dettagli: la sensazione di disagio, i vestiti scomodi, la sedia rigida e lei che lo guardava fisso e gli parlava a bassa voce.  La signora era un capo severo, tutti i colleghi si lamentavano, ma quando ricevevano il bonus per Natale prendevano la busta e ringraziavano timidamente, come bambini con la maestra.  

Terminò la riparazione e uscendo dalla stanza incontrò due cameriere carine che stavano attraversando il corridoio ridendo. Bofonchiò un saluto, entrò in ascensore, guardò nello specchio sistemandosi un ciuffo grigio dietro le orecchie e si soffermò fissandosi negli occhi.

Era l’ora di prendere una decisione, pensò: non ne poteva più di quel lavoro ripetitivo, basta turni di domenica!

Alzarsi presto ogni mattina gli pesava e poi voleva dedicare più tempo alle sue canzoni. Ci voleva un agente bravo, non come quel dilettante di Alfredo Lo Scanio, per farsi conoscere in tutto il mondo e fare soldi a palate. Doveva fare le valige e lasciare la moglie, con cui non andava più tanto d’accordo, e il figlio, che era ormai diventato un estraneo. Sarebbe volato in California, seguendo un sogno coltivato fin da bambino ascoltando le note dei Dik Dik. Di sera avrebbe suonato e di giorno avrebbe finalmente fatto il turista, godendosi l’ozio come vedeva fare ogni giorno a bordo piscina da flaccidi benestanti senza il suo talento.

Andò nel magazzino a lasciare gli attrezzi, si cambiò e uscì dall'ingresso principale lanciando uno sguardo veloce oltre il vetro dell’ufficio dove la signora sedeva alla scrivania, concentrata sul monitor del computer. Gli occhiali le nascondevano i severi occhi chiari.

Tirò fuori le chiavi dalla tasca del giubbotto di jeans e salì sulla sua Panda del 2002 che puzzava di fumo e umidità.  Doveva percorrere circa una trentina di chilometri per raggiungere la sua casa in un paese in collina.

Accese la radio, finalmente poteva sentire un po’ di musica. Il traffico andava a rilento, c'erano diversi semafori lungo la strada provinciale che stava percorrendo. Dopo una canzone del rapper del momento, il conduttore cominciò a discutere della crisi economica con un politico dalla voce sgradevole. Molte aziende stavano chiudendo, le tasse non lasciavano scampo.

Sbuffò e premette il tasto per cambiare canale, ma la sua radio preferita era disturbata. Selezionò l’emittente nazionale e sentì una voce di donna che veniva intervistata. Stava dicendo che era la proprietaria di un grande hotel ed era in una situazione drammatica, i turisti non mancavano, ma l’alto costo del personale aveva mandato in rosso il bilancio. Ormai la situazione era diventata insostenibile e alla fine della stagione estiva avrebbe dovuto cedere alle proposte di una catena alberghiera internazionale. Anche i figli l’avevano consigliata di vendere, inutile investire ulteriormente. L’acquisizione avrebbe comportato il licenziamento di molti dipendenti, lei era molto addolorata, ma avrebbe potuto riposarsi dopo anni e anni trascorsi in ufficio a controllare i conti e la qualità del servizio.

Preoccupato alzò il volume e sentì il clacson dell’auto dietro di lui, era scattato il verde e non si era mosso. Lanciò una maledizione e ingranò la marcia. Il conduttore radiofonico stava chiedendo il numero delle persone che sarebbero state licenziate e l’intervistata rispose che non lo sapeva, ma sicuramente erano più a rischio gli addetti non specializzati, ad esempio i giovani camerieri e chi si occupava del verde o della manutenzione ordinaria.

Enrico impallidì. L’intervista terminò senza che venisse ripetuto il nome dell’intervistata e l’hotel a cui si riferiva.

“Stai calmo”, si disse, “ci sono migliaia di hotel in Italia, e poi la signora Dorotea non è il tipo che vada a raccontare i fatti suoi in radio”.

Continuò a guidare nervosamente ma poco per volta fu assalito dal dubbio. E se invece fosse stata lei? Lui si sarebbe trovato senza lavoro, il mutuo da pagare, il figlio all’università.

La moglie poi lo avrebbe umiliato davanti alla famiglia: lui, il famoso musicista, ancora una volta senza lavoro.

Raggiunse pensieroso il piccolo condominio in cui abitava. Parcheggiò la Panda bianca nel cortile, scese dalla macchina, ma non oltrepassò l’ingresso della palazzina.

Cominciò a camminare lungo la strada che portava in cima alla collina, da lontano vedeva profilarsi il mare, nella sua testa solo il silenzio.

Passo dopo passo proseguì, fino a che la luce cambiò e il cielo esplose in diverse tonalità di rosso e arancio: uno struggimento improvviso lo colse, mentre canticchiava sopra pensiero California Dreamin’.

Enrico, con lo sguardo all’orizzonte, il calore del sole sulla pelle, si chiese se a Los Angeles il tramonto avesse gli stessi colori.

 

AA.VV., Desiderio d’estate, Edizioni Ensemble, luglio 2021


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