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Piccolo grande Boss

di Paola Salzano
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Pubblicato il 04/12/2021 12:17:27

 

In quel periodo complicato della sua vita Lorenzo non si sarebbe mai spettato di vivere un’esperienza così emozionante, che avrebbe ricordato per sempre.

Il giovane, appena trentenne, risiedeva nella periferia di Bologna. Appassionato di sport e fiducioso nell’avvenire, non stava nella pelle all’idea di coronare la sua storia d’amore con Gianna, una ragazza con cui stava insieme da cinque anni. Avevano spesso parlato di matrimonio, ma solo da qualche mese si erano prefissati di convolare a nozze per l’inizio di giugno.

Lorenzo però non aveva fatto i conti con le strade imprevedibili della vita e mentre fervevano i preparativi, una sera a cena Gianna gli confessò tra le lacrime di essersi innamorata di un altro uomo, facendo intuire a Lorenzo che forse il matrimonio per lei era stato una decisione scontata, dovuta alla durata del loro rapporto.

Tra lo sgomento e l’incredulità, magari sottovalutando dei segnali che pure c’erano stati, il giovane incassò un pugno nello stomaco e in quel freddo mese di febbraio oramai agli sgoccioli, quando credeva di essere vicino ad una delle primavere più belle della sua vita, Lorenzo si trovò a sprofondare nel più buio degli inverni.

Cadde così in uno stato di prostrazione, rimpiangendo il suo grande amore nel quale aveva investito tutte le energie, dopo anni a rincorrere storielle senza avvenire. Vedendolo sempre più depresso, i suoi amici cercavano di aiutarlo in tutti i modi, proponendogli serate a base di piada e birra, oppure organizzando appuntamenti galanti, senza però sortire alcun effetto.

Lorenzo era a pezzi, trascorreva le giornate come un automa, trascinandosi al lavoro e passando il tempo a vittimizzarsi, chiedendosi se per caso avesse sbagliato qualcosa con Gianna. Teneva gli occhi fissi sul cellulare, aspettando un messaggio o una telefonata di pentimento dalla sua ex, che però non arrivava.

Un sabato mattina, dopo aver fatto la sua abituale corsetta tra le vie del quartiere, Lorenzo stava rincasando quando, varcata la soglia del portone, incrociò un vicino di casa che lo salutò affettuosamente con una pacca sulla spalla.

Lorenzo contraccambiò il saluto, ma la sua attenzione si diresse verso il basso, dove due occhietti vispi di un cucciolo al guinzaglio lo fissavano curiosi. Con la testolina dal pelo fulvo, leggermente incrinata, il cagnolino era seduto sulle zampette posteriori e muoveva energicamente la coda quasi a volerlo salutare.

“Non ricordavo avessi un cane, è tuo?”, chiese Lorenzo, osservando intenerito e sorpreso quello scricciolo peloso che gli faceva le feste.

“Sì, io e mia moglie l’abbiamo ricevuto in regalo da un amico”, lo informò il conoscente. “Ma non so se accettarlo sia stata una buona idea, nonostante ami gli animali. Mia moglie è via tutto il giorno per lavoro, io pure, così lo portiamo spesso da mia madre”.

“Già, non va bene lasciarlo da solo tanto tempo”, concordò Lorenzo.

“Infatti ciò mi dispiace”, soggiunse l’altro. “Sai, è incredibilmente affettuoso e giocherellone, pur col suo caratterino. Ne combina delle belle: mordicchia tutto ciò che trova sotto tiro, trascina in giro calzini e pantofole e, se lo sgridiamo, diventa proprio buffo. Abbassa le orecchie e in tono di sfida distoglie lo sguardo, girando il muso. Infatti l’abbiamo chiamato Boss, nonostante la stazza!”

Lorenzo intanto osservava divertito il piccolo Boss, che non gli staccava gli occhi di dosso.“Ciao piccoletto!”, lo salutò, piegandosi sulle ginocchia. Boss ricambiò l’interessamento, scodinzolando ancora più forte. Lorenzo prese ad accarezzargli la testolina, sormontata da piccole orecchie dritte a forma triangolare.

Lorenzo non aveva mai posseduto un animale domestico, ma quell’esserino fece breccia nel suo cuore infranto. Così nelle settimane successive, giusto il tempo di sbrigare le pratiche di rito presso l’anagrafe canina, divenne a tutti gli effetti il nuovo proprietario di Boss, con gioia del vicino, ben lieto di saperlo in ottime mani.

Da quel momento per Lorenzo iniziò un’avventura inaspettata, fatta di impegno ma anche di momenti spensierati. Ora le giornate avevano un sapore diverso. Il lavoro gli permetteva di essere a casa nel primo pomeriggio, in ogni caso Lorenzo si premurava di assicurare al cucciolo ciò di cui avesse bisogno per trascorrere serenamente i suoi momenti solitari, come acqua, cibo e giochi. Boss fungeva anche da ottimo antifurto, perché a dispetto delle dimensioni, latrava come un rottweiler e divenne ben presto il terrore dei postini e dei corrieri.

Quando rincasava, Lorenzo veniva inondato dall’entusiasmo del suo piccolo amico, che metteva in scena vere e proprie esibizioni di giravolte e piroette; così come era tenero, in alcune occasioni però si dimostrava un autentico discolo e ingaggiava col padrone veri e propri inseguimenti alla conquista degli indumenti sequestrati. “Sorbole, così mi farai venire un infarto…molla!”, sbottava Lorenzo. E per tutta risposta Boss, sentendosi alle strette, lo guardava di sottecchi e gli voltava il muso per dispetto. Di fronte a quel buffo atteggiamento, Lorenzo non poteva fare a meno di sorridere, ripensando alle parole del suo vicino. “Piccolo, grande Boss…”, ripeteva tra sé e sé.

E così, mentre l’amore per Boss cresceva ogni giorno, la malinconia di Lorenzo andava scemando.

Fino a quando un pomeriggio, tornando dalla solita passeggiata con Boss, Lorenzo intravide la sua ex, camminare teneramente abbracciata al nuovo compagno. Fu come se qualcuno lo avesse colpito in pieno viso: la ferita ancora fresca si riaprì, se possibile più dolorante. Accecato dalla gelosia, il ragazzo si precipitò verso casa. Spalancò il portone d’ingresso, salì le rampe di scale in pochi secondi e, varcata la soglia del suo appartamento, liberò frettolosamente il cagnolino dal guinzaglio, lasciandosi cadere esausto sul divano e sprofondando in un mare di singhiozzi.

Boss, disorientato, recuperò dalla cuccia la sua treccia di cotone preferita, saltò sul divano come a voler giocare ma poi, lasciandola cadere, si accucciò accanto al padrone e prese a leccargli prima una, poi l’altra guancia bagnata. Riscaldato dal corpicino peloso del suo amico, Lorenzo si addormentò esausto.

Quell’anno la primavera tardava ad arrivare, ma finalmente si presentò a metà maggio, permeata da delicati profumi e inondata da sgargianti colori. Anche Boss mostrava di apprezzare l’atmosfera carica di aspettative, anzi da qualche tempo sembrava gradire particolarmente le passeggiate assieme al padrone; ciò era dovuto agli incontri con un’avvenente barboncina dal manto immacolato, che spesso incrociavano.

Bossne percepiva la presenza anche a centinaia di metri e appena si avvicinava, le saltava addosso in ogni modo: era sbocciato un amore!  A dire il vero anche a Lorenzo non dispiacevano quelle soste; si era accorto infatti che la padrona della cagnolina era una giovane donna carina. I due cominciarono a salutarsi e, dopo alcuni scambi di cortesia, Lorenzo si mise in testa di provare a conoscerla.

“Beh, tanto vale che mi presenti”, azzardò un giorno schiarendo la voce. “Piacere, sono Lorenzo. Abito a qualche isolato da qui”. Fece per porgerle la mano e fu allora che incrociò i suoi occhi lucenti.

“Mi chiamo Giada e anch’io vivo da queste parti”, rispose cordialmente la ragazza. “Sono ospite a casa di una zia”.

“Infatti non ti avevo mai vista prima.”

“Sì è vero, mi sono trasferita a Bologna da qualche mese, per motivi di lavoro”, spiegò Giada, mentre con una mano attorcigliava vezzosamente una ciocca dei suoi lunghi capelli.

Lorenzo non riusciva a distogliere lo sguardo da quello di lei, mentre i cuccioli si divertivano nei paraggi, annusandosi e inseguendosi, mentre approfittavano di quella sosta più lunga del solito.

“Magari, se ti fa piacere, una sera potrei farti da cicerone e portarti a conoscere il centro di Bologna”, propose Lorenzo, essendo determinato a non perderla di vista. “Senza cuccioli, naturalmente”, aggiunse arrossendo.

“Perché no”, rispose Giada, accennando un timido sorriso.

E così, nell’aria tersa di quel tardo pomeriggio primaverile, Lorenzo si incamminò verso casa, finalmente sereno dopo tanto tempo e rinfrescato da una leggera brezza che gli carezzava il viso; al suo fianco Boss trotterellava soddisfatto, ebbro dei giochi con la barboncina. Rientrando a casa in preda a quella piacevole euforia, Lorenzo liberò il cucciolo che subito si precipitò nella camera del padrone per agguantare uno dei calzini sul letto. Quella volta Lorenzo non lo redarguì, ma piegandosi sulle ginocchia, prese ad accarezzarlo. “Ti devo molto, piccolo grande Boss”, gli sussurrò.

Con il calzino umido di saliva ancora tra i denti, Boss si mise seduto e restò a guardare il giovane a lungo, scodinzolando.

Quello sguardo Lorenzo non lo avrebbe più dimenticato.


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