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Vincent Van Gogh: sulla soglia dell’eternità

Argomento: Arte

di Martina Dell’Annunziata
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Pubblicato il 30/07/2020 11:23:07

Nessuno ha mai scritto o dipinto, scolpito, modellato, costruito, inventato, se non, di fatto, per uscire dall'inferno”, scriveva Antonin Artaud nel saggio "Van Gogh. Il suicidato della società" (1947). Più di ogni altro pittore, infatti, l'artista olandese ha inteso la pittura come ricerca di un varco fra due distinte dimensioni della vita umana: la dimensione dell’incomunicabilità, della sofferenza, della lotta e la dimensione, più nascosta e difficile a trovarsi, dell’unità. Van Gogh non dipingeva solo per uscire dal suo inferno, abitato da forze oscure e misteriosi affatturamenti, dipingeva nella convinzione che ogni uomo dovesse essere tratto fuori del proprio inferno. La pittura diventa così coscienza allargata, sforzo di diffusione di un messaggio d’amore fra gli uomini e fra gli uomini e la terra, che insieme sono la stessa “natura”, eternamente viva e pulsante in ogni suo elemento. Per questo motivo Van Gogh voleva abbagliarsi alla luce dorata dei campi di Arlês, inseguiva la compagnia degli altri uomini implorando di non lasciarlo solo, si affidava alla sola scienza che conosceva, quella silenziosa dei colori, dal cui esatto accostamento avrebbe potuto lampeggiare quanto altrimenti sarebbe per sempre sfuggito al pensiero.
Dal saggio di Artaud sembra prendere le mosse anche il lungometraggio di Julian Schnabel uscito nel 2018, "Van Gogh. Sulla soglia dell’eternità". Il documentario, in cui brilla e commuove un Willem Dafoe straordinariamente somigliante al pittore, eccede i canoni della ricostruzione biografica per approdare all’esplorazione dell’interiorità dell’artista. Schnabel tenta, per un verso, di sondare i misteri del processo creativo - tralasciando di riportare sullo schermo la fitta aneddotica minuziosamente descritta dallo stesso pittore nelle lettere al fratello Théo - e di difendere e rielaborare, per un altro verso, la tesi fondamentale esposta da Artaud, secondo cui Van Gogh, dotato di una coscienza ipersensibile e sovrannaturale, non si sarebbe suicidato, ma “sarebbe stato suicidato” dalla società, perché considerato, tanto dalla comunità degli artisti quanto dai concittadini di Arlês, doppiamente “diverso”: stravaganti, infatti, erano le sue tele quanto le sue idee. Ma Vincent non era un alienato: i suoi quadri e i suoi scritti restituiscono l’immagine di un uomo dai sentimenti limpidi e puri, che percepiva profondamente la verità del “tutto è uno”, con una chiarezza che i filosofi presocratici credevano fosse la conoscenza più alta cui l’uomo possa aspirare. Quest’armonica unità dei contrari, della luce e delle ombre, del dolore e della gioia, della vita e del suo oltre, Van Gogh si è sforzato di comunicarla nei suoi quadri, affinché gli uomini non restassero prigionieri della rassegnazione alla morte.

E, forse, l’intera esistenza di quest’uomo dall’energia inesauribile è una risposta alla domanda: cos’è il talento? È scoprire da giovani che cosa un giorno ci salverà.

 

***

MD


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