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Ripeness is all. Note su Cesare Pavese

Argomento: Letteratura

di Martina Dell’Annunziata
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Pubblicato il 07/08/2020 14:30:55

Il compito della cultura, ricordava frequentemente Cesare Pavese, è il continuo sforzo di chiarificazione del rapporto che l’uomo intrattiene col mondo; ma aggiungeva anche che “l’umanesimo non è una poltrona”, un progressivo acquietarsi dello spirito sotto le fiaccole della razionalità raggiunta. Il contatto con ciò che è oscuro non può essere eluso, perché la prima esperienza che si fa del mondo accade sempre per estatica “rivelazione”.
L’infanzia è la vita che stupisce se stessa. La maturità è ricordare ciò che è stato per noi stupore, vedere una cosa “per la seconda volta”, conoscerla, non più come l' evento magico e fuori del tempo che ci ha incantato da bambini, bensì come un fatto inchiodato ad i suoi perché. Eppure, c’è nel ricordo del proprio passato una commozione che non si estingue, un’ombra che resiste ai rischiaramenti e che costringe il pensiero a reimmergersi negli abissi della vita interiore, là dove perennemente vivono i nostri miti. Pavese fa compiere anche ai suoi personaggi questa discesa agli Inferi, da cui ciascuno tornerà irreversibilmente cambiato. I protagonisti dei suoi racconti sono quasi sempre giovani adolescenti, i quali, nel corso della narrazione, si caratterizzano come degli “eroi vulnerabili”: eroi, perché impegnati in un rito di passaggio, che da uno stato di fanciullesca ingenuità conduce via via alla scoperta del mondo così com’è; vulnerabili, perché persone comuni, di ogni provenienza ed estrazione, che al termine del proprio processo di iniziazione saranno chiamate a fare di sé “un destino”. E che l'adolescenza sia il punto di partenza dell'intera narrazione è segnalato già nell'incipit di molte opere pavesiane: «Eravamo molto giovani», recita l'esordio de Il diavolo sulle colline, «A quei tempi era sempre festa», si legge all'inizio de La bella estate.

“Ripeness is all”- la maturità è tutto - è, invece, la frase posta in esergo a La luna e i falò, l’ultimo romanzo pubblicato dallo scrittore piemontese nel 1950, pochi mesi prima della sua tragica morte. L’opera segna evidentemente un momento di svolta nella ricerca e nella produzione di Pavese. Il libro è insieme poema della nostalgia delle origini, narrazione dello spaesamento, memoria di ciò che una volta fu fuoco estivo e vita che ricomincia e che ora è divenuto cenere. Che la maturità è tutto significa allora sapere che non vi saranno più eventi assoluti, né santuari in cui rievocare l'innocenza del perduto stato di grazia; che non avranno luogo rivoluzioni definitive e che eternamente proseguirà la lotta dei contrari, l'irriducibile dissidio tra classi sociali, città e campagna, uomini e donne. Tuttavia, “maturità” è anche decidersi ad appartenere ad un mondo “senza festa” né salvezza, continuare ad agire per fare giustizia a chi resta e a quelli che verranno.

Pavese non ha avuto fede nel proprio tempo storico e forse, come l’Anguilla protagonista del suo ultimo romanzo, si è sentito escluso da ogni comune orizzonte d'appartenenza. Ha creduto che, conclusa l’infanzia con le sue irripetibili estasi, solo la morte potesse davvero restituire all’uomo la pienezza di senso di un gesto eroico e la forza di agire come totalità, giacché “mitico”, diceva lo scrittore, è far accadere una cosa una volta per tutte. «Ho ammazzato in me il mondo che non mi ha salvato», sembra aver voluto dire Pavese suicidandosi, indicando comunque a chi ha proseguito il proprio viaggio nella vita un’alternativa positiva: bisogna aver il coraggio di vivere nel centro della contraddizione e, come Nuto ne La luna e i falò, farsi ragione e luna, libertà e destino, solida radice e slancio ribellistico. Occorre «tener duro e sapere il perché».

 

***

Martina Dell'Annunziata


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