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L’ isolitudine di Gesualdo Bufalino

Argomento: Letteratura

di Martina Dell’Annunziata
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Pubblicato il 07/11/2020 23:42:06

Nel 1981 Diceria dell’untore, primo romanzo di Gesualdo Bufalino, conquistava il prestigioso Premio Campiello, sbaragliando una concorrenza di tutto rispetto (basti ricordare, fra i finalisti in gara quello stesso anno, i soli nomi di Anna Banti e Tonino Guerra). Questo scrittore sconosciuto ai più, professore in pensione e romanziere “esordiente”, che si apprestava tardivamente, benché trionfalmente, ad entrare nel panorama culturale italiano, aveva superato ogni aspettativa.

 Si deve all’infallibile intuito dell’editore Elvira Sellerio, incalzata dalle insistenze di Leonardo Sciascia, se “don Gesualdo” si era deciso a metter da parte la riservatezza, lasciando che si rovistasse nel suo cassetto segreto, da cui saltarono fuori un romanzo, una silloge poetica, un archivio di memorie e numerose raffinatissime traduzioni dal francese pronte già per la pubblicazione: quei manoscritti definitivamente sottratti alle tenebre non potevano che convalidare l’ipotesi/scommessa di una duratura consuetudine dell’autore con la scrittura.

Diceria dell’untore veniva alla luce con una forza dirompente: perché opera inattesa, preceduta da un silenzio lungo quanto una vita; perché nata da una travagliata gestazione di varianti ed abbozzi, di espunzioni chirurgiche e rigetti; perché in grado di apparentarsi con la migliore narrativa novecentesca, senza tradire le ragioni autobiografiche che l’hanno prodotta, né soffocare l’originaria vocazione dello scrittore a farsi testimone della sua terra, la Sicilia. Intervistato da Sciascia poche settimane prima dell'uscita di Diceria, Bufalino ripercorse a ritroso le tappe che lo hanno condotto alla stesura dell’opera, fino ad indicare nell’esperienza della “malattia” un momento decisivo, non solo per la genesi del romanzo, ma anche per la sua formazione di uomo di lettere e di intellettuale d’ispirazione “europea”.  Da giovanissimo, infatti, ricoverato in sanatorio a Scandiano “con un lobo di polmone sconciato”, Bufalino aveva avvertito tanto profondamente il sentimento della morte da convincersi di essere stato cosegnato senza rimedio al regno delle ombre, e che la malattia non fosse altro che una sfumata cerniera che rinsalda ad ogni passo la vita al suo contrario. E quando la guarigione arrivò inaspettata, dovette sembrargli addirittura una colpa, un faticoso fardello di cui farsi carico nuovamente.

 Ma un “colpo di fortuna” sembrò assecondarlo nell’impervia strada del “riessere”, lungo l'insperato e necessario ritorno alla vita: il primario dell’ospedale, uomo coltissimo, aveva scelto di trasferire proprio nei magazzini del sanatorio, per salvarla dalle bombe, la sua biblioteca personale. «Me ne diede le chiavi», ricordava Bufalino. «Fu il mio ingresso nell’Europa». Ed ecco che, al pari di un Giano bifronte, la malattia non tardò a mostrare il suo volto duplice: “un amaro miele”, per il suo essere  “stigma” e prigione, debolezza psicofisica e motivo di isolamento sociale; ma anche “stemma”, tempo sospeso di privilegiata salvaguardia, in cui doversi giocoforza intrattenere per resistere alla tentazione di abbandonarsi al morire.

La biblioteca fu per Bufalino un santuario in cui imparare ad esorcizzare la morte, ma pure il luogo in cui poter reinventare se stesso immaginando “vite possibili e inesistite” e il porto da cui virtualmente salpare, navigando di sponda in sponda, nel gran mare della letteratura europea. Non è difficile comprendere i motivi per cui lo scrittore siciliano abbia poi continuato a coltivare la propria “isolitudine”, restandosene chiuso per settimane e settimane nella sua stanza-biblioteca di Comiso, la piccola cittadina ragusana da cui non si è mai allontanato. Sempre più forte divenne con gli anni quell’abitudine a farsi isola nell’isola, tuttavia senza mai perdere l’ulissiaco spirito cosmopolita che lo spingeva a viaggiare idealmente e a moltiplicare all’infinito, impreziosendola, la propria lingua. «Questo dunque è il mio paradosso; di sentirmi per cultura e lingua mentale totus europeus; e di non potermi o volermi scrollare di dosso la pelle Sicilia».

 Ma non bisogna cadere nell’equivoco di considerare il lungo apprendistato nella lettura e poi, come naturale conseguenza, nella scrittura, nel teatro, nel cinema e nella musica un’occupazione vanagloriosa, nient’altro che un abusato amabile passatempo. L’ “isolitudine” libresca di Bufalino servì davvero allo scrittore siciliano – e sono certa lo sia per molti, benché meno noti, bibliofili del nostro tempo – da «conca d’oro» in cui educare l’animo al sentimento dell’universale, per meglio vivere, meglio pensare, meglio operare. E viene il sospetto che l’apertura di una biblioteca si carichi sempre ed immediatamente di una sua invisibile, ma inestimabile “valenza morale”.

 Scriveva Bufalino che una volta qualcuno disse di aver imparato a non rubare ascoltando Mozart. E poi aggiungeva che, certo, non bastano quartetti e sonatine per liberarci dai mali del mondo, ma «che, a guarire l'analfabetismo morale da cui (non solo noi, non solo noi) siamo afflitti, possano un poco servire, sebbene fatti d'aria, anche le nostalgie, le favole e i sogni...»

 

***

Martina Dell'Annunziata

 


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