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I’ll Remember Franco Battiato

Argomento: Musica

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 18/05/2021 14:31:42

I'LL REMEMBER ...
FRANCO BATTIATO:CARMINA E NONSENSE
(..una via verso l’assoluto di mondi lontanissimi).

Bisogna tornare indietro di cinquant’anni per incontrare quella generazione di increduli che eravamo negli anni ’70, allorché Franco Battiato pubblicava i suoi primi album che non molti ricordano: “Fetus” (1971), “Pollution” (1972), “Sulle corde di Aries” (1973) “Clic” (1974), “M.elle le Gladiateur” (1975) incisi per la Bla-Bla Records, un’etichetta fuori dal giro; quindi prima che la Ricordi, dieci anni dopo, sulla scia del suo primo titolo pubblicato li riproponesse sul mercato. Tutto ciò accadeva in anni incerti per la musica italiana soggiogata com’era dall’ondata musicale e canora che arrivava dai paesi anglosassoni. Ovviamente non proprio così all’improvviso, pertanto ci si accorse di questo ragazzo italiano ch'era già ‘oltre’ il suo tempo, che andava proponendo i suoi lavori degni di essere considerati all’altezza dell’elettronica più ‘avanzata’, come si diceva allora, rivalutando tutto quanto era stato fatto in quegli anni di ricerca che in seguito ci avrebbe proiettati nella cosiddetta musica ‘contemporanea’.

«Sulle corde di Aries – scrive Francesco Mendozzi (*) nella sua straordinaria recensione in 'progressive rock' – da alcuni considerato primo capolavoro dell’artista siciliano, è in effetti il tentativo (riuscitissimo) di slacciarsi dalla concettualità degli esordi per approdare a una nuova forma-canzone; non a caso il disco contiene una lunga suite: “Sequenze e frequenze”, di oltre sedici minuti, e tre altri brani di durata accettabile. La suite è stata riproposta da Battiato in diversi 'live' assieme ad “Aria di rivoluzione”, segno tangibile del forte sentimento che il cantautore siciliano nutre nei confronti di questo disco nato sotto il segno dell’Ariete.

“Sequenze e frequenze” parte da una progressione sintetica sulla quale Battiato canta la propria infanzia, uno dei temi che più spesso torneranno nella sua opera futura ...

"La maestra in estate / ci dava ripetizioni / nel suo cortile. / Io stavo sempre seduto / sopra un muretto / a guardare il mare. / Ogni tanto passava una nave. / E le sere d’inverno / restavo rinchiuso in casa / ad ammuffire. / Fuori il rumore dei tuoni / rimpiccioliva la mia candela. / Al mattino improvviso il sereno / mi portava un profumo di terra".

Il brano si fa lentamente più percussivo, e il synth diventa via via più sciolto, fino a fondere free jazz, elettronica e progressive rock. A metà l’incanto si interrompe e la canzone prende una piega acida, svincolata da qualsiasi genere musicale attivo in Italia. “Aries” segue quasi totalmente la prima, con percussioni cavalcanti e campanature elettroniche; la differenza sta nell’utilizzo frizzante ed emancipato del sax. Il tema filosifico del brano va rinvenuto nella figura del neurofisiologo Charles Sherrington, teorico del “telaio incantato”, che individua nel cervello umano la sorgente di tutta la sapienza del mondo: in un organo grande come un pompelmo, cento miliardi di cellule nervose e un numero mille volte superiore di collegamenti interagiscono continuamente formando una trama complessa quanto quella di un telaio. Ci si meraviglia ancor oggi nell’ascoltare “Aria di rivoluzione”, un brano senza tempo su guerra e pace, sul colonialismo e sulle infinite potenzialità del dialogo interculturale. La composizione musicale, sempre in escalation percussiva, utilizza nuovamente jazz ed elettronica per dar vita ad una ninna nanna generazionale» ...

“Quell’autista in Abissinia / guidava il camion / fino a tardi / e a notte fonda / si riunivano. / A quel tempo in Europa / c’era un’altra guerra / e per canzoni / solo sirene d’allame»). Ma non c’è patetismo di sorta in Battiato; la speranza di un mondo nuovo è tradita dalla certezza che ogni rivoluzione porta con sé un rafforzamento dei regimi amministrativo e politico: «Passa il tempo, / sembra che non cambi niente. / Questa mia generazione / vuole nuovi valori / e ho già sentito / aria di rivoluzione. / Ho già sentito / chi andrà alla fucilazione”.

E questo «Non è forse il punto di partenza di “Sulle corde di Aries”?, domanda Francesco Mendozzi (op.cit.). Ora, dice, è più facile comprendere quanto sia incomprensibile il primo Battiato.»

Questo l’avvio, dunque, di un artista che negli anni a venire farà molto parlare di se, entrando nella Hit-Parade dei dischi più venduti, le cui copertine, sempre molto ricercate, avrebbero fatto bella mostra di sé nelle vetrine dei negozi, dando il via alla ricerca spasmodica dei suoi primi lavori, allora introvabili sul mercato. Un Battiato quindi risorto sulle ceneri di Gramsci che reca il suo personalissimo messaggio accattivante alle giovani generazioni, tali da improvvisarsi non fan come si sarebbe detto poi, bensì seguaci alieni e/o alienati di un certo ‘guru’ proveniente dalla Sicilia. Ed è là che lo rintracciamo, negli anni successivi, quasi non se ne fosse mai allontanato, come di un fuga a ritroso, puntuale nel proporci un ‘nuovo filone’ ricco di sorprese inaspettate, che iniettava direttamente nella musica italiana.

Eclettico ed efficace, scopritore di un terreno fertile nel linguaggio della musica, Franco Battiato libera la parola dalla struttura che gli è propria, l’astrattizza, la violenta nei limiti posti dalla sintassi, la incanala entro l’infinitesima costruzione in assenza di verbo e finisce per svelare il ‘nuovo creativo’, della lingua giunta all’eccesso della follia inconsistente.

Quella ‘follia’ che, straordinariamente, si rivela sintesi delle emozioni e delle sensazioni che infine saremo riusciti ad afferrare, non come linguaggio discorsivo, bensì in quanto ‘messaggio’ futuribile. Messaggio che s’avverte fra le righe dei suoi componimenti, imprevedibili, apologetici, entrati nel linguaggio comune nel modo in cui si citano i versi delle sue canzoni come qualunque letterato cita Leopardi o, meglio, come ormai tutti fanno, da Pasolini a Totò, da Zelig a Striscia appresi dalla TV nei propri discorsi, del tipo: “Io parlo, tu parli, tutti parlano”, senza voler dire niente pur dicendo ...

Come in "Lontananze d’azzurro”:

"Sembra che non finisca questa lunga notte d'inverno
Sembra che tardi il sole come fosse in pericolo.
Rovine inseguono i ricordi, ma io voglio vivere il presente
Senza fine. Il giorno davanti a cui fugga questa notte.
Voglio lontananze d'azzurro per me.
Pensa a come eravamo certe volte di domenica...
Pieni di ostilità e di oscillazioni.
Così cancello i miei ricordi.
Ma io voglio vivere il presente senza fine.
Il giorno davanti a cui fugga questa notte.
Voglio lontananze d'azzurro per me..."

Reminiscenze culturali alienate e/o alienazione alla cultura? Non sono in grado di giudicare, malgrado ciò, riscontro in Battiato una certa capacità di coinvolgere i sensi, quasi egli sia portatore di un qualcosa di più alto, paragonabile a un ‘carma’ mistico e/o a un ‘nonsense’ ascetico, meno reminiscente e più concretizzante, assolutamente meno allucinato dei poeti ‘maledetti’ e più avanzato rispetto ai parolai ‘futuristi’.

«Per Franco Battiato – riporta fabrizio Zampa sulle pagine de Il Messaggero datato 1993 – pregare vuol dire meditare, raggiungere quello stato di concentrazione, di rilassamento e, se si è fortunati, di grazia che consente di mettere da parte le ansie terrene e stabilire una sorta di contatto con il divino.»

Che sia a causa della musica costruita sul giro armonico su cui aleggia una semplice scala ripetitiva e tuttavia accattivante che accompagna il suo originale e 'dimesso' modo di cantare? Forse. Sta di fatto che nei suoi testi si rivela una forte ricerca di senso fono-sillabico, una particolare attenzione all’evoluzione socio-culturale, qua e là all’avanzamente bio-tecnologico, pro-contro gli armamenti, idealmente satiro-politico e cronachesco, per un ‘incontro’ virtuale con il suo pubblico di devoti. Un incontro giocato sulla molteplicità degli intenti, in cui la musica si misura e si evolve sulla tradizione mediterranea assai ‘viva’ mai definitivamente esplorata, con esperienze culturali diverse, dell’Europa Centrale e dell’estremo Oriente, meno contaminate della nostra, valorizzate da una continuità che non ha conosciuto interruzioni nel tempo.

Esperienze che Franco Battiato emana dal suo essere ‘profetico’ e che fanno di ogni sua apparizione pubblica un avvenimento attesissimo quanto egli è avulso dal 'mostrarsi', quasi che ogni volta sembra di assistere a un 'messa', o forse a una 'preghiera' comunitaria, molto più vicina alle filosofie orientali che non al nostro pensare occidentale, il cui obiettivo principale è la creazione di un’atmosfera che attraverso la concentrazione apra agli ascoltatori le misteriose strade che conducono alla contemplazione dell’assoluto.

Quella ‘mistica’ sacralità che abbiamo impartato a conoscere attraverso la sua opera “Gilgamesh” (1992) e in altri brani sparsi qua e là negli album della sua produzione artististica, dove Battiato di volta in volta si rifà all'antica eredità della musica araba e/o all’insegnamento dell’Islam, al misticismo indiano, al volteggiare dervisho dei Sufi, all’estrema rigidezza teorica del Katakali, o alle danze sfrenate degli ‘zingari’ incontrati nel suo lungo peregrinare musicale, per cogliere in sé il ‘movimento’ coreutico che idealmente abbraccia il cosmico e l’universale.

La musica quindi come linguaggio del sacro, alla base di ogni esperienza che Battiato da sempre ci ‘dona’ a piene mani, la cui esperienza – come egli stesso ha affermato in una lunga intervista a Radio-Rai – gli perviene dal ‘silenzio’: «È un’esperienza difficile, perché siamo tutti troppo carichi, che rende difficile la meditazione, impossibile da praticare come fatto ‘ersteriore a noi. […] Non ci si può liberare da nessuna colpa se prima non ci si è liberati della ricchezza, dall’accumulo di razionalità, siamo comunque noi a farci le nostre regole. […] La commistione tra oriente e occidente è parte integrante della mia ricerca musicale, ma non tantissimo come si vuol credere, è piuttosto un fatto filosofico. Mi interessano i modi di essere, per dire che mi piace la musica occidentale e mi interessa lo spirito dell’oriente.»

E ancora: «La ricerca dell’estasi a cui protendo suggerisce, non tanto la tormentata sacralità della via cattolica, quanto la tendenza a diventare esperienza contemplativa, ricerca di un suono e di un valore compositivo che sia il riflesso diretto di una mente che infine trova ciò che appare incredibilmente semplice, appunto l’estasi.»

È questo il senso del sacro che travalica le religioni, difficile da raggiungere perché crediamo solo a ciò che vediamo, che va al di là di ogni credo, rivolto ad una sorta di trasversalità dell’esperienza spirituale. Quello che è il senso profondo che pregna la sua “Messa Arcaica” (1993) la sua composizione sacra per Coro, Voci soliste e Orchestra, eseguita per la prima volta nella Basilica di S. Bernardino a L’Aquila, dai Virtuosi Italiani diretti da Antonio Ballista.

Scrive ancora Fabrizio Zampa: "Articolata nei cinque moduli canonici del Kyrie, Gloria, Credo, Sabctus, Agnus Dei , la suggestiva e raffinata composizione di Battiato, si offre all’ascolto con una struttura musicale delicata, che punta sull’intensità della leggerezza, benché ricca di suggestioni, dello spirito che verosimilmente l’ha ispirata. Moduli che si ripetono con sottile eleganza, un tappeto di tastiere sempre presente, piccole sequenze di note che restano sospese a lungo nell’aria e cui tocca il compito di costruire un clima molto rilassato, archi usati con discrezione anche nei pieni, voci che si fondono con grazia agli strumenti, interventi del coro che s’insinuano con possente morbidezza nelle pieghe di una tessitura musicale fatta per distendere, per astrarre chi ascolta da questo mondo e condurlo in territori più profondi, […] arrivando all’essenziale, spogliato da ogni sovrastruttura una composizione tradizionalmente legata a canoni ben precisi nell’ottica del cattolicesimo.»

Ma lasciamo infine la parola a Franco Battiato che a riguardo della sua opera ha detto: «È una Messa molto più vicina al mondo che preferisco, quello orientale e segue la mia strada di sempre, quella della trasformazione del mondo più puro ma anche più asettico della musica tradizionale da meditazione. Sì, io sono per l’interiorità, e credo che questa sia la cosa più bella che ho scritto.»

Va detto inoltre, sì perché c’è comunque un poi alla produzione musicale e canora di Battiato che arriva fino ad oggi e che di sicuro riscopriremo molto più in là, com’è sempre accaduto, e che riguarda le sue registrazioni in studio dei suoi ultimi album pubblicati, non meno estroversi di quelli degli inizi, ma pur sempre colmi della stessa incredibile ‘magia’ che egli riesce a imprimere in essi. Come nell'ultimissimo album "Torneremo ancora" che avalla un'intenzione non poi così recondita di tornare a sorprenderci e lo conferma, che quasi viene da chiedersi, citando Dalla: “quanto è profondo il mare” che separa il continente dalla Trinacria, quella Sicilia che rimanda alle Gorgoni dall’aspetto mostruoso memori della mitologia greca, esseri dalle “ali d'oro, le mani con artigli di bronzo, zanne di cinghiale e serpenti al posto dei capelli”: Euriale a rappresentare la perversione sessuale; Steno la perversione morale e Medusa, l’unica mortale tra le tre, custode degli Inferi a significare la perversione intellettuale.

Che Franco Battiato sia figlio della gorgone Medusa non è dato sapere, anche se qualche sospetto l’avevamo già, confermato da alcune scelte contenute ad esempio in “L’imboscata” (1996), indubbiamente uno dei suoi album più belli, e non solo perché contiene “La cura” , scritta insieme a Manlio Sgalambro e divenuta ormai un ‘cult’ che prescinde dalla sua discografia precedente …

“Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io avrò cura di te …”

Sospetto confermato nel costante impegno che mette nel proporre brani di non facile ascolto e ripetibilità, come ad esempio “Di passaggio”, il cui testo greco è ripreso dagli ‘Epigrammi XXIII’ di Callimaco. Ciò a dimostrazione della sua ‘perversione intellettuale’ qui intesa nella sua accezzione semantica di senso e quindi di valore aggiunto, significativo del suo essere ‘poeta’ di una galassia che sembra irraggiungibile, solo perché non ancora avvistata entro quel “No Time No Space” contenuto, per chi non lo rammenti, nell'album significativo “Mondi Lontanissimi” (1985), letteralmente un capolavoro, insieme a brani visionari quali: “Via lattea”, “Temporary Road”, “Il re del mondo”, “Personal Computer” ed altri che abbiamo apprezzato non poco in passato, come “Risveglio di primavera”, “I treni di Tozeur”, e la straordinaria e poetica “L’animale” …

“Vivere non è difficile potendo poi rinascere
cambierei molte cose un po’ di leggerezza e di e di stupidità
fingere tu riesci a fingere quando ti trovi accanto a me
mi dai sempre ragione e avrei voglia di dirti
ch’è meglio che io stia solo
ma l’animale che mi porto dentro
non mi fa essere felice mai
mi rende schiavo delle mie passioni
e non si arrende mai e non sa attendere
e l’animale che mi porto dentro vuole te
dentro me segni di fuoco è l’acqua che li spegne
se vuoi farli bruciare tu lasciali nell’aria
oppure sulla terra.”

Un dire profetico che si addice a Battiato quanto a Petrolini, il quale, a suo tempo, quasi per negazione e/o consenso affermava: “..un po’ per celia, un po’ per non morire”, e che oggi suona più come l’espressione sonora della follia e della saggezza di noi contemporanei. Un’attesa atemporale più meditativa che supplice; le cui “Splendide previsioni” lasciano quasi interdetti …

“Io sono pronto ad ogni evenienza,
ad ogni partenza:
un viaggiatore che non sa dove sta andando …
La specie è in mutazione.
E non sappiamo dove stiamo andando …
In un punto altissimo
Inaccessibile”.
. . .

“No Time No Space
Parlami dell’esistenza di mondi lontanissimi
di civiltà sepolte di continenti alla deriva.
Parlami dell’amore che si fa in mezzo agli uomini
Di viaggiatori anomali in territori mistici … di più.
Seguimmo per istinto le scie delle Comete,
come Avanguardie di un altro sistema solare.”

Note:

Francesco Mendozzi in “Storia della Musica”, alla voce :
Recensione: Franco Battiato - Sulle corde di Aries ...
www.storiadellamusica.it › progressive_rock › franco_battiato-sulle_c.


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